Tra cinque anni, negli ospedali italiani potrebbero mancare i chirurghi necessari per garantire gli interventi. Non perché manchino i laureati in Medicina, ma perché sempre meno giovani scelgono questa specializzazione: negli ultimi cinque anni, circa la metà dei posti nelle scuole di chirurgia è rimasta vacante. Ludovico Docimo, presidente della Società italiana di Chirurgia, individua le cause in retribuzioni poco competitive, responsabilità professionali e disuguaglianze tecnologiche. E avverte: per invertire la rotta bisogna agire adesso.
Presidente Docimo, la Società italiana di Chirurgia ha lanciato l’allarme sulla possibile riduzione del numero di chirurghi nei prossimi cinque anni, riportando al centro il problema della programmazione del personale sanitario. Qual è oggi la situazione della chirurgia italiana? Disponiamo di un numero sufficiente di specialisti per rispondere ai bisogni della popolazione e quali sono le maggiori criticità in termini di organici, distribuzione territoriale e ricambio generazionale?
«In Italia non mancano i medici in termini assoluti: abbiamo una densità di professionisti superiore alla media europea. Il problema è che i giovani laureati scelgono sempre meno frequentemente la chirurgia. Siamo di fronte a una crisi vocazionale che rischia di compromettere il ricambio generazionale.
Negli ultimi cinque anni, circa il 50% dei posti disponibili nelle scuole di specializzazione in chirurgia è rimasto vacante. Quest’anno abbiamo registrato un miglioramento, con una quota di posti non assegnati scesa intorno al 30%, ma il problema resta significativo. Inoltre, la situazione è molto disomogenea sul territorio: alcuni grandi centri riescono a coprire tutti i posti, mentre in altre aree del Paese ci sono scuole che faticano ad attrarre specializzandi.
Siamo di fronte a una crisi vocazionale che rischia di compromettere il ricambio generazionale
La programmazione prevede circa 640 posti all’anno. Se però una parte consistente rimane scoperta, nei prossimi cinque anni rischiamo di non formare un numero sufficiente di specialisti per compensare pensionamenti e abbandoni. È una prospettiva preoccupante, perché un intervento chirurgico richiede spesso la presenza contemporanea di più professionisti: se mancano i chirurghi, non è possibile garantire la stessa capacità operatoria.
Dobbiamo interrogarci sulle ragioni di questa scarsa attrattività. La chirurgia è una professione straordinaria, che consente di incidere concretamente sul destino delle persone. Ma il fascino del lavoro, da solo, non basta se le condizioni professionali ed economiche non sono adeguate».
La carenza di specialisti può incidere sulla tempestività della diagnosi, sui tempi di attesa per gli esami e sulla continuità assistenziale. Quali sono oggi i principali rischi per i pazienti?
«Il rischio più evidente riguarda la capacità degli ospedali di garantire gli interventi, soprattutto nelle strutture periferiche, dove la difficoltà nel reperire personale può essere maggiore. Se gli organici non sono sufficienti, diventa più complicato assicurare la copertura dei turni, gestire le urgenze e mantenere adeguati volumi di attività chirurgica.
C’è poi il problema della distribuzione delle competenze. I professionisti più giovani e motivati tendono a scegliere le strutture dotate delle tecnologie più avanzate e con maggiori opportunità formative. Altre realtà rischiano così di perdere attrattività e di trovarsi in difficoltà nel garantire un’offerta adeguata.
Il rischio più evidente riguarda la capacità degli ospedali di garantire gli interventi, soprattutto nelle strutture periferiche
La carenza di personale può inoltre favorire il ricorso a soluzioni organizzative che meritano attenzione. Penso, per esempio, all’impiego di medici specializzandi prima che abbiano completato il loro percorso formativo. È una scelta che non condivido: la specializzazione in chirurgia dura cinque anni proprio perché richiede una preparazione progressiva e complessa. Anticipare l’ingresso in servizio senza garantire un adeguato supporto formativo e una supervisione effettiva può esporre i pazienti a rischi che dobbiamo prevenire.
Non significa mettere in discussione le capacità dei singoli giovani medici, ma riconoscere che la formazione specialistica è un requisito essenziale per esercitare in sicurezza. Per questo occorre intervenire prima che le difficoltà di oggi si traducano in una riduzione strutturale della capacità di cura».
Carichi di lavoro, turni, responsabilità professionali e prospettive di carriera sono fattori che influenzano l’attrattività delle specializzazioni e la permanenza nel sistema pubblico. Quali sono oggi le ragioni che rendono più difficile attrarre e trattenere i chirurghi negli ospedali del SSN? E quali interventi, anche sul piano contrattuale, organizzativo ed economico, ritiene indispensabili per invertire questa tendenza?
«La vita del chirurgo è particolarmente impegnativa: orari difficili, urgenze, forte pressione emotiva e responsabilità elevate. A tutto questo si aggiunge una questione economica. Nel servizio sanitario pubblico, il trattamento retributivo non riconosce adeguatamente le differenze nei carichi di lavoro, nella complessità delle prestazioni e nei volumi di attività.
Un chirurgo che esegue un numero elevato di interventi, affronta procedure complesse o introduce tecniche innovative non riceve necessariamente un riconoscimento economico proporzionato. In altri ambiti specialistici, invece, le opportunità di attività professionale privata possono consentire ai giovani di raggiungere più rapidamente condizioni economiche interessanti. Non sorprende, quindi, che la chirurgia perda posizioni nelle preferenze dei neolaureati.
Qualità della formazione, meccanismi retributivi e responsabilità professionali sono tre priorità sulle quali intervenire rapidamente
C’è poi il tema della responsabilità professionale e del contenzioso. La prospettiva di essere coinvolti in procedimenti giudiziari, anche quando l’esito è un’assoluzione, può scoraggiare chi si prepara ad affrontare decisioni cliniche complesse e situazioni di emergenza. Occorre tutelare i pazienti e garantire il risarcimento dei danni quando dovuto, ma anche assicurare ai professionisti un quadro di responsabilità equilibrato.
Per rendere nuovamente attrattiva la chirurgia servono, innanzitutto, strutture formative dotate di tecnologie avanzate e personale qualificato. Non è accettabile che le opportunità di apprendimento dipendano in misura così marcata dalla sede in cui si svolge la specializzazione.
In secondo luogo, bisogna ripensare i meccanismi retributivi, prevedendo forme di riconoscimento della complessità, dei carichi e della produttività, con criteri trasparenti e senza compromettere la qualità delle cure. Infine, è necessario intervenire sul sistema delle responsabilità professionali, mantenendo salda la tutela dei pazienti ma riducendo il rischio che la paura del contenzioso diventi un deterrente alla scelta della professione».
L’evoluzione dell’AI e della chirurgia robotica alimenta scenari nei quali alcune procedure potrebbero essere eseguite da sistemi sempre più autonomi, in prospettiva con un intervento diretto del medico molto ridotto. Quale impatto avranno queste tecnologie sul lavoro del chirurgo? Potranno ridurre il fabbisogno di questo specialista, modificarne radicalmente le competenze richieste o persino metterne in discussione la necessità? E quali limiti clinici, etici e di responsabilità dovranno essere mantenuti per garantire sicurezza e controllo umano?
«È importante chiarire un punto: oggi il robot chirurgico non esegue autonomamente le manovre, ma traduce con grande precisione i movimenti del chirurgo. La chirurgia robotica rappresenta un’evoluzione della chirurgia mini-invasiva laparoscopica: consente una maggiore articolazione degli strumenti e una migliore capacità di eseguire movimenti complessi. La robotica amplia le possibilità operative e può migliorare la precisione, con benefici clinici in procedure selezionate. Non sostituisce, però, la competenza del professionista che guida lo strumento.
Per questo non ritengo che la chirurgia robotica, allo stato attuale, possa essere considerata una soluzione alla carenza di chirurghi. Il robot deve essere utilizzato da un chirurgo e richiede professionisti adeguatamente formati. Anche l’intelligenza artificiale potrà offrire strumenti di supporto alla pianificazione, alla decisione clinica e all’esecuzione delle procedure, ma l’evoluzione tecnologica non elimina la necessità di competenze mediche.
L’evoluzione tecnologica – dalla robotica all’AI – non elimina la necessità di competenze mediche
Naturalmente, queste innovazioni comportano costi e pongono questioni organizzative importanti. Il nostro obiettivo dovrebbe essere garantire che i benefici della tecnologia non restino concentrati in pochi centri, ma diventino accessibili anche attraverso una distribuzione più equilibrata delle risorse.
Quanto all’autonomia dei sistemi, sarà essenziale definire con chiarezza i limiti clinici del loro impiego, le responsabilità in caso di errore e le modalità di supervisione. La tecnologia deve migliorare la sicurezza e la qualità delle cure, senza creare zone d’ombra sulla responsabilità delle decisioni e sul controllo umano».
In chiusura, torniamo al tema iniziale della carenza di chirurghi. Se dovesse indicare tre priorità al Governo – siamo in periodo di discussione della nuova legge di Bilancio – e alle Regioni per garantire un numero adeguato di specialisti nei prossimi cinque anni, quali sceglierebbe? È necessario puntare soprattutto su una maggiore programmazione della formazione specialistica, su condizioni di lavoro più attrattive o su una diversa organizzazione delle reti chirurgiche?
«Indicherei tre priorità, sulle quali intervenire senza aspettare che la carenza diventi ancora più grave.
La prima è investire nelle tecnologie e nella qualità della formazione. Gli ospedali universitari e le strutture nelle quali si formano i chirurghi devono disporre di attrezzature all’avanguardia, compresa la chirurgia robotica dove appropriata, e di personale qualificato per utilizzarle. Non possiamo chiedere ai giovani di scegliere la chirurgia se non offriamo loro opportunità formative comparabili sul territorio nazionale.
Dobbiamo rendere la chirurgia una professione nella quale valga la pena investire competenze, tempo ed energie
In secundis si tratta di riconoscere economicamente la complessità e l’intensità del lavoro. Occorre superare un modello nel quale attività molto diverse, per responsabilità e impegno, ricevono trattamenti sostanzialmente uniformi. I volumi di attività e la complessità degli interventi possono contribuire a definire criteri trasparenti di valorizzazione professionale. È un passaggio importante per rendere la chirurgia più competitiva e trattenere i professionisti nel servizio sanitario pubblico.
Infine, bisogna rivedere il quadro delle responsabilità professionali, mantenendo piena la tutela dei pazienti ma evitando che il rischio giudiziario diventi un fattore di disaffezione. La sicurezza delle cure richiede professionisti preparati, condizioni di lavoro sostenibili e un sistema che sappia distinguere l’errore dalla responsabilità penalmente rilevante.
La programmazione delle borse resta indispensabile, ma non basta aumentare i posti se poi i giovani non li scelgono. Dobbiamo rendere la chirurgia una professione nella quale valga la pena investire competenze, tempo ed energie. Oggi, in molti ospedali, i professionisti riescono ancora a compensare le carenze con turni gravosi e un forte senso di responsabilità. Non possiamo però considerare questa disponibilità una soluzione strutturale. Se vogliamo garantire ai cittadini l’accesso agli interventi anche nei prossimi cinque o dieci anni, le decisioni devono essere prese adesso».








