Vaia:«Il Servizio sanitario nazionale è una scelta di civiltà, ma non si difende lasciandolo immobile»

Per Francesco Vaia il Servizio sanitario nazionale va ripensato mettendo davvero “la persona al centro”: più presa in carico, integrazione tra sanitario e sociale, medici di famiglia protagonisti, Case della Comunità operative e investimenti su giovani e capitale umano

Francesco Vaia, componente del Collegio dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e già direttore della Prevenzione del ministero della Salute, presenterà a breve un Manifesto per una nuova sanità territoriale. A TrendSanità il professore anticipa i principi chiave del documento: centralità concreta della persona, integrazione tra sanitario e sociale, riforma della medicina generale, rilancio delle Case della Comunità e valorizzazione del capitale umano. 

Professor Vaia, lei sta portando avanti un’idea precisa per la rimodulazione del Servizio sanitario nazionale, nell’ottica di riuscire a continuare a garantire l’assistenza sanitaria universale e di qualità a cui siamo abituati anche in un futuro che vedrà aumentare i volumi della domanda di salute. Lei parla della necessità di “mettere davvero la persona al centro”. È uno slogan che ricorre da anni nel settore della salute. In che modo la sua interpretazione è innovativa e come dovrebbe cambiare la sanità territoriale nei prossimi cinque anni perché questo principio non resti soltanto teorico? 

«Il Servizio sanitario nazionale italiano è ottimo, soprattutto dal punto di vista della capacità professionale. Non abbiamo bisogno di imparare dall’estero: il nostro capitale umano ci viene invidiato e dobbiamo fare in modo di trattenerlo. Però anche un grande sistema, come una macchina eccellente, ha bisogno di una revisione. Oggi il SSN appare un po’ dormiente sul piano organizzativo e nella capacità di adattarsi ai tempi che cambiano.

Oggi il SSN appare un po’ dormiente sul piano organizzativo e nella capacità di adattarsi ai tempi che cambiano

I bisogni di salute sono aumentati enormemente. Sono cresciute le cronicità, fortunatamente anche perché si è allungata l’aspettativa di vita. Ma alla quantità di vita dobbiamo aggiungere qualità di vita. E quindi prevenzione, presa in carico e invecchiamento attivo devono diventare centrali

Quando parlo di persona al centro non intendo uno slogan. Il Servizio sanitario nazionale esiste per servire la persona. Ogni volta che si applica una legge, una circolare o un modello organizzativo bisogna chiedersi quale ricaduta concreta avrà sul cittadino. 

Oggi la persona chiede tre cose molto semplici: qualità, prossimità e rapidità delle risposte. È su questo che va costruita la sanità territoriale del futuro. Anche la prevenzione deve adeguarsi ai cambiamenti epidemiologici: penso, ad esempio, agli screening oncologici, che vanno aggiornati rispetto all’età di insorgenza dei tumori e all’aumento dei casi». 

In un recente podcast lei insiste molto sul superamento della separazione tra sanitario e sociale. E fa cenno a un Manifesto che lei proporrà a breve e che conterrà una nuova formula di governance territoriale integrata tra medicina, assistenza e welfare. Può anticiparci i tratti principali del documento e quali sarebbero i primi passi operativi? 

«Il Manifesto sarà presentato a breve. Per ora posso anticipare i principi ispiratori. Il primo punto è proprio questo: il Servizio sanitario nazionale ha senso solo se serve davvero la persona. Da qui nasce la necessità di superare la separazione tra sanitario e sociale. La persona non vive il suo problema dividendo salute, assistenza, fragilità sociale o bisogno psicologico: vive tutto insieme. 

Per questo serve una governance integrata del territorio. Dobbiamo costruire un sistema che tenga insieme medicina, assistenza sociale, welfare, prevenzione e presa in carico. 

Nessun atto organizzativo è neutro. Tutto deve essere valutato sulla base dell’effetto reale che produce sui cittadini

Il punto centrale è comprendere che nessun atto organizzativo è neutro. Tutto deve essere valutato sulla base dell’effetto reale che produce sui cittadini. Se si parte davvero dalla domanda della persona, molte divisioni ideologiche diventano secondarie e anche il rapporto tra pubblico e privato accreditato può essere visto in modo diverso, all’interno di un sistema unico che garantisca prossimità, qualità e tempi rapidi». 

In più occasioni lei ha definito le liste d’attesa “la vergogna del sistema”, ma ha anche spiegato che il problema nasce prima, cioè dalla mancata presa in carico del cittadino. Oggi la medicina generale è uno dei temi caldi sul tavolo del ministro della Salute Orazio Schillaci: secondo lei quanto e come dovrà cambiare il ruolo del medico di famiglia nella nuova sanità territoriale che immagina? 

«A mio avviso il medico di famiglia deve tornare a essere il professionista che prende in carico il paziente, lo orienta e decide il percorso assistenziale. Deve recuperare quella funzione centrale che aveva in passato, ma con strumenti moderni. 

Il medico del territorio deve poter prenotare direttamente pacchetti diagnostici, prestazioni ambulatoriali e anche accessi ospedalieri. La persona non può essere lasciata sola dentro il sistema.

«Il cittadino non è interessato alle discussioni su dipendenza o convenzione dei medici. Vuole semplicemente una risposta efficace»

Durante la pandemia, all’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani abbiamo sperimentato le Uscar (Unità speciali di continuità assistenziale regionale): squadre territoriali, spesso composte da medici di famiglia giovani, che andavano a domicilio con strumenti diagnostici avanzati e collegamenti in telemedicina con l’ospedale. Se il paziente poteva restare a casa veniva curato lì; se serviva il ricovero, questo avveniva in collegamento diretto con l’ospedale. 

Questo significa vera presa in carico. Il cittadino non è interessato alle discussioni su dipendenza o convenzione dei medici. Vuole semplicemente una risposta efficace. Il medico di famiglia del futuro deve essere il regista del percorso di cura». 

Collegato al tema della medicina generale c’è quello delle Case della Comunità: oggi molti operatori denunciano il rischio di creare “scatole vuote”. Secondo lei cosa manca ancora perché queste strutture diventino davvero il cuore dell’assistenza di prossimità?

«Le Case della Comunità possono diventare un elemento fondamentale di collegamento tra territorio, domicilio e ospedale. Però devono essere riempite di contenuti e di personale motivato. 

Non basta costruire le strutture. Servono medici, infermieri, psicologi, mediatori culturali, operatori sociali. Serve personale che lavori insieme per prendere in carico la persona nella sua complessità. 

Se diventano strutture vuote o meri contenitori amministrativi, rischiano di trasformarsi in un costo inutile. 

Il cittadino vuole una cosa molto semplice: avere vicino a casa un luogo capace di risolvere rapidamente e bene il suo problema. Non gli interessa se quella struttura sia pubblica o accreditata, purché garantisca qualità, prossimità e tempi adeguati. Anche per questo credo sia necessario costruire un sistema unico di prenotazione e una vera integrazione tra pubblico e privato accreditato, sempre mettendo al centro il bisogno della persona». 

Nel Manifesto lei farà riferimento anche a giovani e prevenzione come leve strategiche per salvare il nostro SSN. Che modello di sanità territoriale immagina per una popolazione sempre più anziana e fragile, ma allo stesso tempo con nuove generazioni sempre più lontane dal sistema pubblico? 

«I giovani osservano ciò che accade nelle loro famiglie: vedono tempi lunghi, difficoltà di accesso, appuntamenti dopo mesi o anni. E spesso vedono che l’unica scorciatoia possibile è pagare.

«Non è vero che i giovani non credono nel pubblico: prendono atto delle difficoltà del sistema»

Non è vero che i giovani non credono nel pubblico: prendono atto delle difficoltà del sistema. C’è poi un altro problema enorme, che riguarda il capitale umano. Il pubblico paga poco e male. Molti professionisti sanitari scelgono l’estero perché trovano condizioni economiche e professionali migliori. Noi invece dobbiamo valorizzare i nostri medici, infermieri e operatori sanitari

Bisogna incentivare il personale, migliorare le retribuzioni e investire nella formazione. Non dobbiamo criminalizzare chi vuole guadagnare di più: tutti i professionisti vengono pagati adeguatamente, e questo deve valere anche per chi lavora nella sanità. 

Penso anche a percorsi di aggiornamento internazionale, una sorta di Erasmus per medici e infermieri, per favorire formazione e crescita professionale. 

Il Servizio sanitario nazionale è una scelta di civiltà. Ma non si difende lasciandolo immobile: si difende accompagnandone l’evoluzione, adattandolo ai bisogni di oggi e riducendo le disuguaglianze». 

Può interessarti

Carlo M. Buonamico
Carlo M. Buonamico
Giornalista professionista esperto di sanità, salute e sostenibilità