La bozza della legge di Bilancio 2026 promette un rafforzamento del Fondo sanitario nazionale e qualche misura di sollievo per il personale. Ma tra carenze strutturali, medici in fuga e riforme ancora a macchia di leopardo, la sensazione diffusa è che il sistema abbia bisogno di più di una “manovra”.
Ne parliamo con Luca Coletto, politico di lungo corso, già presidente di Agenas e coordinatore degli assessori alla salute in seno alla Conferenza delle Regioni, che invita a guardare avanti “con pragmatismo e con un piano serio di medio periodo”.
La bozza della legge di Bilancio 2026 prevede un incremento del Fondo sanitario nazionale ma conferma un calo della spesa sanitaria in rapporto al Pil. Dopo anni di emergenze, pensa che questa manovra basti a garantire la tenuta della sanità territoriale, o rischiamo di trovarci ancora con risorse insufficienti a livello regionale?
«Intanto bisogna partire dal passato, perché sappiamo bene che dal 2010 al 2018 sono stati tagliati circa 37 miliardi. La sanità, per anni, è stata il banco di prova dei governi che si sono succeduti. Dopo il Covid abbiamo cominciato a recuperare, ma gli effetti si fanno ancora sentire.
Il Fondo sanitario nazionale darà un certo respiro con i nuovi fondi ma non basta a colmare i ritardi territoriali nella medicina di prossimità
Oggi, con la bozza della legge di bilancio, si parla di un aumento di circa 6,7 miliardi (in realtà sarebbero 2,4 mld, tenendo conto degli stanziamenti ereditati dalle precedenti “manovre”, ndg): è un incremento importante rispetto al passato e ci permetterà di dare qualche risposta in più. Tuttavia, è altrettanto vero che la popolazione anziana cresce, e in sanità lo sappiamo: all’aumentare dell’offerta aumenta anche la domanda.
Le Regioni probabilmente non avranno fondi a sufficienza, anche se il Fondo sanitario darà un certo respiro. Il problema è che non sarà il respiro necessario a coprire le esigenze attuali, soprattutto a causa dei ritardi accumulati nella medicina di prossimità, che oggi diventa fondamentale.
Il ricorso alle medicine integrate e alle Case di comunità è inevitabile. L’unione dei medici di medicina generale sotto lo stesso tetto era già prevista dal decreto ministeriale 70 del 2015, nato dal regolamento ospedaliero condiviso con le Regioni all’epoca del ministro Renato Balduzzi. Quindi la direzione è giusta, ma serve continuità e un finanziamento più stabile per garantire la tenuta del territorio.»
Lei ha guidato Agenas proprio negli anni in cui si disegnava la nuova sanità di prossimità, dalle Case e Ospedali di Comunità alla riforma della medicina territoriale. Oggi, con l’attuazione del PNRR ancora a macchia di leopardo, qual è la sua valutazione: il modello sta funzionando davvero o servono correttivi più profondi nella gestione regionale?
«Il progetto funziona, perché non è altro che l’evoluzione di ciò che avevamo già avviato in Veneto con il piano socio-sanitario del 2012, che ho portato in aula a suo tempo. Lì si prevedevano le Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT), che oggi chiamiamo Case di comunità. Nel modello veneto erano previste anche le figure degli infermieri e dei farmacisti di comunità, oltre agli specialisti, per gestire anche i cosiddetti codici bianchi.
Ogni struttura copriva un bacino di circa 30 mila abitanti e garantiva assistenza dalle 8 del mattino alle 8 di sera, con continuità assistenziale. Se il medico non era presente, un collega dell’AFT lo sostituiva, aggiornando il fascicolo sanitario elettronico del paziente. Quando ho terminato il mio mandato, nel 2018, in Veneto c’erano già 77 Case di comunità per 5 milioni di abitanti.
Il PNRR funziona ma serve vigilanza da parte del Ministero sulla programmazione delle Regioni e sull’attuazione delle norme nazionali
Il sistema funziona e alleggerisce i pronto soccorso, ma serve vigilanza da parte del Ministero sulla programmazione delle Regioni e sull’attuazione delle norme nazionali. Le Regioni devono rispettare e applicare coerentemente il DM 77. Solo così la medicina di prossimità potrà consolidarsi e diventare davvero strutturale.»
Le audizioni sulla manovra hanno mostrato un sistema in affanno sul personale: carenza di medici di base, infermieri che mancano, fuga verso il privato. Cosa servirebbe oggi per rendere la sanità pubblica più attrattiva, soprattutto per i giovani professionisti?
«È inutile girarci intorno: servono stipendi adeguati, è il primo passo. Poi bisognerebbe agevolare soprattutto gli operatori sanitari — infermieri, tecnici, biologi, tecnici di laboratorio — che sono figure fondamentali del sistema, anche se spesso si parla solo dei medici.
Oggi l’infermiere è laureato, con una laurea magistrale: è giusto che le commissioni e i ruoli professionali evolvano di conseguenza.
Purtroppo, la gobba pensionistica che avevamo previsto dieci anni fa è arrivata, e non sono state adottate le contromisure necessarie. Ogni anno si laureavano circa 10.000 medici, ma le borse di specializzazione erano solo 6.000. Una programmazione miope, che ha ignorato un problema evidente.
Se vogliamo invertire la rotta, bisogna aumentare ulteriormente le borse (oggi sono circa 12.000), adeguare gli stipendi e sostenere la formazione. In passato le Regioni o lo Stato avrebbero potuto finanziare percorsi gratuiti per i primi anni, per incentivare i giovani.
Così si sarebbe evitato anche il fenomeno dei “gettonisti”. Ora bisogna riassorbire quella distorsione e rendere di nuovo attrattiva la sanità pubblica, anche rispetto a sistemi come Germania e Francia, che però non sono universalistici come il nostro.»
Nella bozza di manovra si parla anche di incentivi fiscali per il lavoro notturno e festivo, e di nuove misure per la formazione specialistica. Ma molti osservatori, anche durante le audizioni parlamentari, hanno chiesto un vero “piano nazionale per le professioni sanitarie”. Lei che è stato anche coordinatore degli assessori alla salute in seno alla Conferenza delle Regioni, pensa che sia tempo di un intervento strutturale sul personale? Seguendo quale modello?
«Siamo in ritardo di almeno dieci anni. Quando compaiono i primi sintomi, in sanità serve intervenire subito: ora siamo già oltre la fase acuta. Pagare di più il lavoro notturno è giusto, ma è un intervento vecchio. In Veneto lo facevamo già nel 2013, aprendo le radiologie anche di notte e retribuendo meglio il personale.
La prevista gobba pensionistica è arrivata senza che si adottassero adeguate contromisure
Il problema è la mancanza di programmazione nazionale. L’ultimo Piano sanitario nazionale risale al 2006; da allora ci sono stati solo “pannicelli caldi”, come i Patti per la Salute, che non hanno sostituito la pianificazione.
Serve che il ministero (della Salute, ndg) chieda a tutte le Regioni di approvare i propri piani sanitari con legge, in modo che arrivino sul tavolo del Consiglio dei Ministri. Solo così si può valutare l’aderenza ai decreti 70 e 77, verificare le reti sanitarie, il numero corretto di ospedali, aziende ospedaliere e Irccs, e intervenire dove mancano coerenza e risorse.
Con una programmazione seria, anche il personale potrebbe essere distribuito meglio e in modo più efficiente, riducendo le liste d’attesa e migliorando la qualità dei servizi.»
Guardando al futuro, la sanità territoriale sarà sempre più integrata con il digitale, la telemedicina e la medicina di iniziativa. Ma tutto questo richiede personale formato, tecnologie sostenibili e governance chiara. Da ex presidente Agenas, quali sono — secondo lei — le tre priorità politiche e organizzative per non sprecare la stagione del PNRR e trasformarla in un’eredità stabile per il Paese?
«L’evoluzione digitale è fondamentale. L’intelligenza artificiale (AI), per esempio, può essere utilissima — penso alla radiologia — perché consente di elaborare milioni di esiti e di fornire risposte accurate in pochi secondi. Ma resta una macchina, priva di coscienza: il medico è e sarà sempre necessario.
Serve però una formazione adeguata, che deve partire dalle università. Le figure professionali dovranno evolvere: il tecnico radiologo, per esempio, dovrà affiancare il medico nella gestione dell’AI.
Accanto a questo, la telemedicina rappresenta il futuro della gestione territoriale, soprattutto per i pazienti cronici e anziani. I nuovi device possono monitorare da remoto battito, saturazione, Ecg, permettendo di intervenire solo quando serve davvero.
Difendere il Servizio sanitario nazionale è essenziale per evitare nuove disuguaglianze nell’accesso alle cure
Tutto ciò richiede programmazione. Una programmazione triennale, fatta per legge e verificabile dal Ministero, per monitorare in tempi brevi i risultati e correggere la rotta quando necessario.
Solo così si può garantire la sostenibilità del nostro sistema universalistico, che resta un bene prezioso.
Prima del 1978, prima del Servizio sanitario nazionale, esistevano le mutue e le assicurazioni: l’operaio non poteva permettersi un trapianto di cuore, l’industriale sì.
Ecco perché dobbiamo difendere questo modello e usarlo in modo appropriato. Anche con l’aumento di 6 miliardi, siamo appena al 6,2% del Pil: siamo al limite oltre il quale molti cittadini rinunciano a curarsi.
Basti pensare che la spesa out of pocket, cioè quella privata, vale oggi circa 40 miliardi di euro l’anno: sono tanti. Se vogliamo preservare il sistema, dobbiamo evitare sprechi e garantire appropriatezza: la sanità pubblica si salva così, non solo con i numeri, ma con la responsabilità.»






