È sempre argomento delicato e doloroso, parlare di salute mentale e suicidi in carcere. Farlo significa affrontare la fragilità estrema dello Stato e dell’animo umano e personalmente, con questo articolo, proverò a trattarlo con il massimo rispetto e rigore scientifico [NdA]
Nel 2024, nelle carceri italiane, si sono tolte la vita 91 persone detenute, il numero più alto mai registrato. La sofferenza psicologica però non riguarda solo le persone detenute che hanno perso alcuni diritti civili e politici, ma anche coloro che sono in ambienti ristretti per via del lavoro che svolgono.
Tra gli agenti di polizia penitenziaria, uomini e donne che ogni giorno vivono immersi nella tensione carceraria, si contano sei suicidi solo nel 2024 e 57 casi tra il 2014 e il 2022, secondo i dati di Cerchio Blu. Una tragedia parallela che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.
Chi si occupa di salute mentale osserva il disagio evidente che alberga all’interno delle carceri nella sua doppia accezione
In occasione della conferenza “Suicidi dentro e fuori il carcere: strumenti psicologici e giuridici di prevenzione e cura”, tenuta a San Vittore presso la Sala Polivalente della Casa Circondariale “Francesco Di Cataldo”, ne abbiamo parlato con Maurizio Montanari, psicoanalista, studioso del disagio e autore di una riflessione profonda sul rapporto tra psiche, legge e sistema penitenziario. «Chi si occupa di salute mentale osserva il disagio evidente che alberga all’interno delle carceri nella sua doppia accezione. Ci troviamo oggi in presenza di un crescente disagio psicologico dei detenuti e anche di coloro che hanno il compito di vigilare sulla loro detenzione. Disagio che troppo spesso sfocia nella scelta di porre fine alla propria vita, dentro e fuori la cella».
Dottor Montanari, i dati sono impietosi. Come interpreta questo fenomeno crescente di suicidi dentro e intorno al carcere?
«È il segno di un disagio sistemico che indica una duplice sofferenza e attraversa le stesse mura da due lati diversi. Il carcere, per sua natura, è un contesto che amplifica ogni forma di disagio: l’isolamento, la mancanza di prospettiva e le tensioni costanti, solo per citarne alcune. E col tempo, anche chi vi lavora quotidianamente finisce per interiorizzare quella logica di chiusura, quella disperazione».
Lei parla di un “disagio condiviso” tra detenuti e agenti. Può spiegare meglio?
«Entrambi vivono la perdita del legame con l’Altro. Il detenuto che patisce la restrizione della libertà, ma che non appartiene ad organizzazioni esterne organizzate che lo sostengono e lo “attendono”, avverte la caduta dei flebili legami col mondo a seguito del suo reato. L’agente di polizia penitenziaria a volte si sente non del tutto sostenuto da quello Stato che serve. Dal punto di vista clinico, la dinamica è la stessa: quando svanisce la speranza di trovare una via d’uscita, la vita stessa perde significato. Ed è in quel vuoto che si insinua il pensiero del suicidio».
Il Rapporto Antigone 2024 documenta un aumento significativo del disagio psichico tra i detenuti. Cosa ci dicono i numeri?
«Secondo Antigone, al 31 marzo 2024 le persone detenute erano 61.049, a fronte di una capienza di 51.178 posti. In 70 istituti su 95 il tasso di affollamento superava il 100%, e in 18 addirittura il 150%. Sul piano della salute mentale, si registrano 12,7 diagnosi psichiatriche gravi ogni 100 detenuti, quasi uno su cinque (20,5%) assume psicofarmaci come antidepressivi o stabilizzanti dell’umore e oltre il 43% fa uso di sedativi o ipnotici. È la prova che il carcere non è solo un luogo di pena, ma un moltiplicatore di patologie psichiche».
Il carcere non è solo un luogo di pena, ma un moltiplicatore di patologie psichiche
In che modo questa realtà influisce sul personale di polizia penitenziaria?
«L’agente vive costantemente immerso in quel contesto. Otto, dieci ore al giorno a contatto con proteste, crisi, agiti violenti, anche di tipo psicologico. Uomini con le loro famiglie i loro fardelli, i loro problemi. In un siffatto contesto accade che si possa assuefare ad una tensione costante, a codici differenti da quelli osservati fuori le mura carcerarie. È una forma di assuefazione simile a quella che vivono i medici d’urgenza o gli operatori di guerra. E quando non c’è un contenitore psicologico, un luogo dove scaricare e rielaborare, la psiche vacilla».
Quindi l’assenza di spazi di ascolto è parte del problema?
«I servizi di sostegno psicologico devono essere potenziati e, per quanto possibile, va favorito l’accesso a strutture di cura e professionisti che non appartengano al mondo militare. Questo perché, ed è un vulnus insito in tutte le Forze Armate, se un agente dichiara di stare male a chi come lui è inserito all’interno della struttura militare, per quanto valido e professionale sia, scatta nel sofferente il timore di essere considerato “non idoneo”, di perdere la pistola o di essere de mansionato. È per questo che molti scelgono di ingoiare il dolore. Il risultato è un silenzio che, spesso, si traduce in malessere diffuso».
Senza un piano stabile di monitoraggio clinico e prevenzione del burnout, rischiamo di limitarci alla burocrazia del disagio, non alla sua cura
E le donne in divisa? Vivono forme diverse di disagio?
«Direi che la sofferenza è paritaria. Le donne non sono più protette, anzi. Durante la pandemia, ho visto molte operatrici sanitarie e agenti arrivare al collasso. Il peso del doppio ruolo, lavoro e famiglia, amplifica lo stress. La divisa, in questo senso, non fa differenza di genere».
Le linee guida del Ministero della Giustizia 2024–2026 cercano di affrontare il problema. Le ritiene efficaci?
«Certo. Tuttavia, mancano risorse e continuità. Senza un piano stabile di monitoraggio clinico e prevenzione del burnout, rischiamo di limitarci alla burocrazia del disagio, non alla sua cura».
C’è chi sostiene che la selezione del personale sia un altro punto critico. È d’accordo?
«I criteri di ammissione e le valutazioni psicologiche periodiche degli agenti devono essere potenziati. Non si tratta solo di escludere chi ha disturbi conclamati, ma di individuare precocemente le fragilità emotive e affettive che possono degenerare sotto stress. Servono screening regolari, spazi di decompressione, colloqui di follow-up».
Nel suo intervento a San Vittore lei ha detto che lo Stato “fallisce due volte”. Cosa intendeva?
«Intendo che lo Stato fallisce con il detenuto che si impicca e con l’agente che si spara. Nel primo caso non ha saputo offrire un percorso di reinserimento; nel secondo non ha saputo prevenire un dolore che covava dentro il suo Funzionario. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: una persona che rinuncia alla vita. È la sconfitta di un sistema che non ha saputo ascoltare».
La salute mentale, dietro le sbarre, riguarda tutti: chi la vive e chi la custodisce
Quali passi concreti proporrebbe per invertire questa tendenza?
«Vedo tre misure urgenti:
- Valutazioni psicologiche periodiche obbligatorie e sostegno per tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine.
- Sportelli di ascolto esterni e anonimi, convenzionati con lo Stato, ma gestiti anche da professionisti civili.
- Riconoscimento ufficiale del rischio psichico come parte integrante del lavoro penitenziario, al pari del rischio fisico.
Solo così potremo prevenire le tragedie, non semplicemente commentarle dopo. Forse la vera civiltà penitenziaria comincerà quando si accetterà che la salute mentale, dietro le sbarre, riguarda tutti: chi la vive e chi la custodisce».
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