Mi piacerebbe pensare al Servizio sanitario nazionale come a un luogo in cui la ricerca si fa in modo diffuso, non confinato a pochi centri, ma esteso e realmente al servizio dei pazienti. Le ragioni sono molteplici. La prima è semplice: dove si fa ricerca si cura meglio; e non è un’opinione, ma un’affermazione sostenuta dai dati. La seconda è che, se non si fa ricerca, il SSN perde uno dei pilastri fondamentali della sua sostenibilità nel tempo. Lo dissi anche un anno fa, a Napoli, agli Stati Generali della Prevenzione, alla presenza del ministro della Salute Orazio Schillaci e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: la ricerca, insieme alla qualità, all’appropriatezza delle cure, all’efficienza e alla prevenzione, è essenziale. Perché se ci limitiamo a essere utilizzatori dell’innovazione prodotta altrove, il sistema difficilmente potrà reggere nel lungo periodo.
Dunque, ricerca diffusa per il bene dei pazienti, innanzitutto, ma anche per la tenuta del sistema stesso.
Il SSN sa fare ricerca, come dimostrano le reti oncologiche italiane, però questa capacità da sola non basta
E allora, cosa ci manca? Siamo capaci di fare ricerca nel Servizio sanitario nazionale? Sì, lo siamo, e lo abbiamo dimostrato nel tempo. Gli esempi non mancano: penso alle reti italiane impegnate nello studio dei tumori ginecologici, che stanno integrando immunoterapia e terapie tradizionali; penso agli sforzi sulla diagnosi precoce del cancro dell’ovaio; penso alle reti sul tumore della mammella o a quelle ematologiche, che hanno scritto pagine fondamentali della disciplina. Il punto è che questo, da solo, non basta.
Se guardiamo al futuro, dobbiamo fare in modo che molti più pazienti possano accedere alla sperimentazione clinica e che molte più istituzioni siano coinvolte in questi percorsi.
In modo schematico, direi che mancano tre cose. La prima: liberarsi dai lacci e lacciuoli. Chiunque lavori nella ricerca sa quanto il peso della burocrazia renda difficile non solo fare ricerca, ma perfino utilizzare i fondi disponibili. Bisogna togliere questi “sassi dallo zaino”.
La seconda: le competenze. Il nostro Paese ha una storia gloriosa, soprattutto nella medicina clinica, ma facciamo più fatica a formare e trattenere ricercatori. Serve investire nella formazione e dare spazio alle vocazioni scientifiche, che oggi rischiano di diventare una specie in via di estinzione, in particolare in Italia. Terzo, i finanziamenti. Lascio quest’ultima voce alla fine non per importanza, ma perché è ovvio.
In Italia i pazienti oncologici vivono più della media europea, ma per la sostenibilità del sistema c’è bisogno di prevenzione
Infine, venendo ai pazienti: di cosa hanno più bisogno oggi? È una domanda ampia, ma una premessa va fatta e una cosa importante va detta con chiarezza: non dobbiamo dimenticare che il SSN continua a fare miracoli: in Italia, per esempio, un paziente oncologico ha un’aspettativa di vita superiore alla media europea.
Proprio per questo, però, se vogliamo che il sistema resti sostenibile abbiamo bisogno di prevenzione. Il che significa stile di vita.
Vorrei dire che sono molto preoccupato per il futuro del SSN perché l’epidemia di sovrappeso e obesità tra i nostri bambini renderà il sistema insostenibile. Bisogna intervenire a monte, perché molte delle grandi malattie – metaboliche, cardiovascolari, neurodegenerative, oncologiche – sono legate anche agli stili di vita.
In sintesi, pazienti e cittadini hanno bisogno di una maggiore attenzione alla prevenzione, a partire dai comportamenti quotidiani.
Voglio chiudere con un sogno: una grande campagna nazionale di prevenzione dell’obesità infantile.







