“La Nave” nel carcere di San Vittore, un modello terapeutico per la tossicodipendenza

Nel carcere di San Vittore, il reparto “La Nave” accoglie detenuti tossicodipendenti in un percorso terapeutico innovativo e strutturato. Un modello unico in Italia, raccontato a TrendSanità da Giuliana Negri, tra indicatori di efficacia, relazioni umane e prospettive di reinserimento

Nel cuore del carcere di San Vittore a Milano esiste un reparto che sfugge agli stereotipi penitenziari. Si chiama “La Nave” e, sin dal 2002, rappresenta un modello virtuoso, ancor oggi unico in Italia, di trattamento avanzato per detenuti tossicodipendenti. Più che una struttura detentiva, La Nave si configura come una comunità terapeutica intramuraria, un luogo di transizione, che ‘naviga’ e che prova ad avviare un percorso di cura dentro un contesto, quello carcerario, dove la marginalità rischia di essere solo acuita.

Giuliana Negri

Abbiamo intervistato Giuliana Negri, responsabile clinica del reparto, medico psichiatra, titolare dell’Unità Semplice di Trattamento Avanzato “La Nave”, parte del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano.

Quali sono gli indicatori clinici e psicologici principali che monitorate per valutare l’efficacia del percorso terapeutico nel reparto La Nave? Esistono metriche oggettive?

«I principali elementi oggettivi sono la partecipazione alle attività di gruppo, che costituiscono il fulcro del nostro intervento terapeutico. Valutiamo sia la presenza quantitativa sia la qualità dell’intervento, cioè il coinvolgimento attivo ed emotivo della persona. Osserviamo anche i comportamenti nel reparto, le interazioni con operatori e compagni e il benessere psicofisico complessivo durante la permanenza. Gli esami tossicologici vengono effettuati saltuariamente, senza preavviso e a scopo clinico, non con funzione di controllo costante come avviene nei Ser.D territoriali. Inoltre, nel contesto carcerario, questi strumenti hanno una valenza diversa e sono applicati con discrezione».

Come si accede al reparto? Quali sono i criteri di selezione?

«“La Nave” è un trattamento avanzato, attivato in seguito alla diagnosi di tossicodipendenza da parte del Ser.D penitenziario di primo livello. Gli utenti devono avere una certificazione formale e alcune caratteristiche cliniche: stabilità psichica (non accogliamo pazienti con gravi scompensi psichiatrici), una motivazione, anche minima, al trattamento, la capacità di mettere in discussione la propria tossicodipendenza. È fondamentale una conoscenza sufficiente della lingua italiana per partecipare ai gruppi. Inoltre, non devono essere detenuti definitivi, perché questi vengono di norma destinati alle case di reclusione».

Quanti pazienti accoglie oggi il reparto?

«La capienza ufficiale è di 60 posti, anche se siamo accreditati per 37. In realtà, vista la pressione del sovraffollamento, si arriva spesso a 70 pazienti. Attualmente siamo a 60, ma il numero varia molto a causa dell’elevato turnover, legato a trasferimenti, misure alternative o problemi disciplinari».

Quanto dura, mediamente, la permanenza di un paziente alla Nave?

«La permanenza minima per redigere una relazione clinica utile al percorso è di sei mesi, un tempo che ricalca quello delle comunità terapeutiche. Dopo due anni, il percorso viene considerato concluso. Alcuni restano per tempi più brevi (in attesa di domiciliari o trasferimenti), ma in generale tutti rimangono almeno sei mesi».

E dopo? Cosa succede a chi lascia la Nave?

«Se ottengono misure alternative, vengono presi in carico dal Ser.D territoriale, che può avviare programmi in comunità, in centri diurni o con percorsi individuali. In caso di trasferimenti in altre carceri, si cerca di proseguire il trattamento, preferibilmente a Bollate o a Opera, dove esiste anche il progetto di rinserimento sociale lavorativo “La Vela”, ispirato dal progetto riabilitativo “La Nave”».

Che tipo di relazioni si instaurano tra i pazienti all’interno del reparto?

«Alla Nave si crea un contesto relazionale unico. Le celle sono aperte dalle 8:30 alle 19, il che consente una continua interazione. Gli operatori sono presenti in modo costante, e nel weekend sono presente io, quando sono di guardia per il Ser.D. C’è un patto di adesione che definisce gli obiettivi comuni del reparto, e ciò favorisce collaborazione e sostegno tra i pazienti-ristretti. Abbiamo anche un giornale interno e altre attività che incentivano un senso di comunità. Naturalmente emergono conflitti, ma li affrontiamo e li elaboriamo insieme, evitando l’indifferenza e la rimozione».

Qual è la percentuale di stranieri nel reparto? E le fasce d’età prevalenti?

«Gli stranieri sono circa il 30%, ma la percentuale è in crescita. Provengono per lo più dal Nord Africa, ma ci sono anche persone dell’America Latina, del Centro Africa e dell’Asia. L’età media è di 37 anni, ma abbiamo un numero sempre più elevato di giovanissimi: circa il 40% ha tra i 18 e i 26 anni».

Avete mai registrato episodi di suicidio o autolesionismo?

«In oltre vent’anni, un suicidio, avvenuto prima della mia gestione. Da quando sono responsabile non abbiamo avuto eventi gravi. L’autolesionismo esiste, ma in misura molto inferiore rispetto ad altri reparti. Questo grazie alla presenza costante degli operatori, che permette di intercettare e contenere le crisi tempestivamente».

Quali attività svolgete, anche grazie al supporto di volontari?

«Abbiamo una stretta collaborazione con l’associazione “Amici della Nave”, composta da volontari con competenze professionali specifiche. C’è chi insegna yoga, chi gestisce il giornale del reparto, chi fa teatro o lingua inglese. Le attività terapeutiche sono condotte dai professionisti interni, mentre quelle riabilitative vengono co-gestite con i volontari. Questo modello integrato rende “La Nave” un unicum, non solo nel panorama carcerario milanese.

Esistono esperienze simili in Italia o all’estero?

«In Italia no, “La Nave” è l’unica unità operativa semplice con queste caratteristiche all’interno di una casa circondariale. Esistono progetti simili, come “La Vela” a Opera, ma sono molto più piccoli e non strutturati con la stessa precisione. All’estero non conosco esempi identici».

È un modello replicabile in altre strutture italiane?

«Per queste attività servono investimenti: in personale, in formazione e soprattutto in visione. Creare un contesto come “La Nave” significa credere in un percorso di cura precoce dentro il carcere, che non ha l’obiettivo di “guarire”, ma di avviare un cambiamento. “La Nave” è, metaforicamente, un ponte tra la devianza e la riabilitazione e sarebbe auspicabile che ne esistessero molte altre. I ragazzi ce lo chiedono spesso: “Perché non ci sono più Navi?”».

Nel 2002 fu fatto un investimento per creare questo reparto. Esiste una valutazione del “ritorno” in termini economici o sociali?

«Non esiste un dato ufficiale. Ma ci fu allora un gruppo di persone illuminate, direttori, operatori e dirigenti sanitari, che decisero di credere in un modello nuovo, innovativo e coraggioso. Non so se oggi ci sia la stessa disponibilità mentale a investire su esperienze simili. In termini economici non saprei dire quanto sia costato, ma certamente l’impatto sociale è stato enorme. “La Nave” è diventata un modello, un presidio di umanità dentro il carcere. E questo, forse, è il miglior ritorno che si possa immaginare».

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Silvia Pogliaghi
Giornalista scientifica, esperta di ICT in Sanità, socia UNAMSI (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione)