Le malattie croniche non trasmissibili (NCDs, noncommunicable diseases) sono ritenute la principale causa di mortalità nella maggior parte dei paesi del mondo; si stima siano responsabili di 43 milioni di decessi ogni anno, 18 milioni dei quali tra persone di età inferiore ai 70 anni. Malattie cardiovascolari, diabete, tumori, malattie respiratorie croniche hanno quindi un peso epidemiologico ed economico rilevante, ma gli investimenti destinati alla prevenzione e al controllo delle NCD restano inferiori rispetto al carico che esse determinano.
Su questo tema L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato il documento Saving lives, spending less: The global investment case for noncommunicable diseases. Il rapporto si propone di dimostrare che investire in interventi altamente costo-efficaci permetterebbe di ridurre il tasso di mortalità e di generare ritorni economici sostanziali.
Gli investimenti destinati alla prevenzione e al controllo delle NCD restano inferiori rispetto al carico che esse determinano
Molte NCDs condividono fattori di rischio modificabili legati ad abitudini e stili di vita, tra i quali uso di tabacco e alcol, alimentazione non sana e inattività fisica; si stima che il solo consumo di tabacco, alcol e bevande zuccherate sia responsabile di oltre 10 milioni di decessi ogni anno.

L’analisi dell’OMS indica un gruppo di interventi, definiti “best buys”, basati sulle evidenze e riconducibili alla prevenzione dei fattori di rischio e alla gestione e cura precoce di patologie ad alto impatto, quali malattie respiratorie croniche, cardiovascolari, tumori. L’adozione di tali misure consentirebbe un’efficace prevenzione e gestione delle NCDs, oltre che un risparmio per il sistema sanitario.
Per approfondire queste tematiche TrendSanità ha incontrato Patrizio Armeni, Associate Professor of Practice di Government, Health and Not for Profit presso SDA Bocconi School of Management, e coordinatore del Digital Transformation Hub del CERGAS SDA Bocconi.
Le proposte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
A fronte di un investimento modesto, i best buys potrebbero generare rilevanti benefici sia sul piano sanitario sia su quello economico: un investimento medio di circa tre dollari a persona all’anno sarebbe sufficiente per ottenere risultati significativi in entrambi gli ambiti.
L’OMS raccomanda di investire sulla responsabilizzazione della prevenzione ma con incentivi “economici” verso i comportamenti virtuosi
Secondo Patrizio Armeni «il documento offre uno sguardo molto importante sul futuro delle policy sanitarie; la vera sfida moderna risiede nel promuovere maggiormente la salute a lungo termine e la produttività degli individui, e non rimanere focalizzati prevalentemente nella cura di malattie già manifeste. L’OMS suggerisce politiche sanitarie che tutti i paesi dovrebbero adottare, e raccomanda di investire sulla responsabilizzazione della prevenzione perché questa non ricada solo sulle autorità sanitarie ma sia di fatto uno sforzo dell’intero sistema economico, a partire dalle persone. L’investimento in prevenzione dovrebbe partire, sembra essere suggerito, dal quotidiano dei singoli individui; il successo della prevenzione dipende da una maggiore responsabilizzazione individuale. Il ruolo delle policy è quello di favorire un cambiamento culturale in tal senso, agendo nel breve termine anche con espedienti tattici, come incentivare i comportamenti virtuosi».
Tra le azioni centrali indicate dall’OMS figurano l’aumento delle accise su tabacco, alcol e bevande zuccherate, la regolamentazione dell’etichettatura e del marketing degli alimenti, il rafforzamento dell’assistenza primaria e l’integrazione dei servizi per le NCD nella copertura sanitaria.
| I 29 “best buys” proposti dall’OMS | |
| Ridurre l’uso di tabacco |
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| Ridurre il consumo nocivo di alcol |
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| Promuovere una dieta sana |
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| Contrastare l’inattività fisica |
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| Gestire ipertensione e rischio cardiovascolare (primaria) |
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| Malattie cardiovascolari |
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| Malattie respiratorie croniche |
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| Tumori (prevenzione, diagnosi precoce e cura) |
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Prosegue Armeni: «Queste indicazioni non sono esenti da potenziali ricadute sui sistemi economici, e dovrebbero essere lette in un contesto più ampio. Come ogni intervento, anche le policy possono avere effetti “collaterali” difficilmente accettabili per alcuni comparti produttivi. Interventi come tassazione dei vini o un’etichettatura particolarmente incisiva sulle bevande alcoliche possono avere conseguenze su settori che, in paesi come Italia e Francia, hanno un peso economico rilevante. Allo stesso tempo, è importante considerare che politiche basate esclusivamente o prevalentemente su divieti o restrizioni rischiano di non essere sufficienti a orientare in modo stabile i comportamenti, soprattutto nel medio periodo. Per essere realmente efficaci oltre il breve termine, queste misure dovrebbero essere accompagnate da interventi che motivino e facilitino scelte salutari ed equilibrate, agendo sull’informazione, sull’educazione, sugli incentivi e sul contesto in cui le persone prendono decisioni. L’adozione di misure con un impatto rilevante su settori economici specifici risulta inoltre più efficace se coordinata su scala ampia, ad esempio a livello europeo, così da evitare effetti distorsivi sulla competitività».
Ritorno degli investimenti
Sul piano economico, i best buys produrrebbero un ritorno medio rilevante, con un ROI (return of investment) globale di circa 4:1 entro il 2030; ogni dollaro investito potrebbe generare un ritorno di circa quattro dollari di benefici. Le proiezioni al 2035 indicano un rendimento ancora maggiore (7:1), in quanto i benefici degli interventi preventivi tendono a crescere nel tempo. L’analisi dettaglia anche i ROI per singole aree di intervento, che corrispondono a 14:1 per un’alimentazione sana, 9:1 per la riduzione del consumo di alcol, 7:1 per quella del tabacco e 4:1 per la riduzione della sedentarietà.
Secondo le stime, l’adozione di questi interventi consentirebbe di prevenire 28 milioni di casi di infarto e ictus, generare oltre 150 milioni di anni vissuti in buona salute e salvare almeno 12 milioni di vite entro il 2030.
Il ritorno sull’investimento dipende sempre dal punto di partenza
Precisa Armeni: «Questi indicatori sono elaborati come stime globali su paesi che si trovano a livelli molto diversi di avanzamento rispetto alle politiche suggerite dall’OMS, pertanto sono da interpretare come medie aggregate. Il ritorno sull’investimento dipende, infatti, anche dal punto di partenza: nei paesi che partono da livelli più bassi, a parità di impegno, si osservano benefici marginali più elevati, anche in termini percentuali; al contrario, quelli in cui si è già investito molto registrano ritorni marginali più contenuti. Le stime del report derivano da analisi di impatto che generalizzano i risultati su larga scala, e vanno interpretate con cautela; ma hanno anche una funzione di orientamento e motivazione. In questo senso, l’OMS adotta una logica di “visione” più che di “minaccia”. La mia lettura è che un investimento in prevenzione produce strutturalmente ritorni superiori ai costi iniziali se si lavora sulla responsabilità individuale: il ruolo delle politiche pubbliche non deve limitarsi ad interventi di contesto (tassazione, divieti, regolazione settoriale, ecc.) ma deve mettere al centro la diffusione della cultura della prevenzione o, meglio, del mantenimento della salute. Questo aspetto è anche suggerito da alcune delle misure proposte dall’OMS. Le istituzioni possono facilitare questo processo, ad esempio attraverso screening o programmi dedicati, ma la partecipazione attiva e la disponibilità individuale a investire nella propria salute restano legati alla responsabilità dei singoli: se falliamo nel favorire il cambiamento culturale, le altre misure avranno solo effetti epidermici o temporanei».
Incentivi alla prevenzione
Se la motivazione dell’individuo è fondamentale, come favorirla e spingere all’adozione di comportamenti virtuosi? Secondo Armeni, la situazione italiana, a fronte di una quota rilevante di spesa sanitaria assorbita dal trattamento delle NCDs, si caratterizza per la presenza di programmi di screening consolidati, anche se l’adesione resta disuguale e spesso inferiore agli obiettivi, e per un livello complessivamente discreto di alfabetizzazione sanitaria, pur con differenze significative tra gruppi sociali e aree geografiche.
«Da anni in Italia si investe in prevenzione (anche se la spesa programmata è inferiore a quella di altri paesi europei) e nel tempo si è osservata una tendenza al calo del tabagismo nel lungo periodo, che negli ultimi anni si è però attenuata, anche in relazione alla diffusione di nuovi prodotti come le sigarette elettroniche e il tabacco riscaldato. Sul fronte dell’alimentazione, sebbene non sia stata ancora introdotta una vera e propria sugar tax (prevista ma rimandata più volte), si notano alcuni miglioramenti sul fronte dell’informazione, sebbene l’Italia resti indietro rispetto ad altri paesi europei nell’adozione di strumenti più strutturati, come sistemi di etichettatura nutrizionale fronte-pacco. Non mancano tuttavia aspetti critici, come l’elevata percentuale di adulti in sovrappeso o obesi e i livelli ancora molto alti di obesità infantile».
Gli incentivi possono essere di vario tipo, non solo economici, e la loro efficacia varia con la cultura del paese in cui vengono applicati
«Certamente si potrebbe e si deve fare di più, iniziando dal tema del mantenimento della buona salute e degli incentivi per la prevenzione; su questo esiste un’ampia letteratura e stiamo conducendo ricerche per individuare le leve che possono motivare un individuo ad assumere comportamenti corretti. Gli incentivi possono essere di vario tipo, non solo economici, e la loro efficacia varia con la cultura del paese in cui vengono applicati. Per fare un esempio, in Canada sono stati sperimentati programmi basati su micro-incentivi e sistemi di ricompensa, come il progetto CARROT Rewards, che ha utilizzato premi e punti per incentivare comportamenti salutari, mostrando buoni risultati in termini di coinvolgimento e cambiamento delle abitudini. Personalmente sarei dell’idea di evitare di elargire denaro direttamente, ma di trovare altri sistemi di ricompensa, come agevolazioni o coupon, anche non monetari, che in molti casi risultano più sostenibili e meglio accettati nel lungo periodo. Attualmente stiamo studiando sistemi di questo tipo anche in Italia.».
Un aspetto fondamentale riguarda la misurazione dell’impatto degli interventi, oggi ritenuta un aspetto critico, che dovrebbe fare capo a enti terzi e non alle istituzioni. «Le analisi di impatto delle politiche dovrebbero essere affidate al mondo accademico, in grado di garantire rigore metodologico e validazione scientifica e a livello centrale non dovrebbe mancare una regia chiara e coordinata di questi processi di misurazione, al fine di rendere le misure introdotte più efficaci ed efficienti» conclude Armeni.








