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Manovra, Magi (Omceo Roma): «Eliminare le incompatibilità tra pubblico e privato, sono anacronistiche»

«Siamo molto attenti agli eventi. Sia come Ordine che come organizzazione sindacale abbiamo chiesto un segnale e un finanziamento importante, soprattutto sul personale perché, come abbiamo detto altre volte, abbiamo tutti i finanziamenti necessari per quanto riguarda attrezzature, strutture, locali e tecnologia ma, purtroppo, nel PNRR manca il capitolo personale. Bisogna quindi trovare risorse da destinare al personale. Non abbiamo ancora avuto la possibilità di leggere il testo, la normativa vera e propria. Abbiamo dichiarazioni molto generiche anche da parte del governo per quanto riguarda i soldi che sono stati messi da parte, ma a prima vista non pensiamo ci sia un nuovo investimento di quell’importo che viene considerato, perché probabilmente in una parte di quell’importo c’è qualcosa che è stato già stanziato, anche per quanto riguarda l’abbattimento delle liste d’attesa. Ma quello che ci sta preoccupando molto è capire se tutte le categorie mediche e il personale sanitario siano stati inseriti all’interno della finanziaria». Lo spiega il presidente dell’Ordine dei medici-chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Roma, Antonio Magi, commentando gli interventi previsti dalla manovra nel settore della sanità.

«Abbiamo letto – prosegue- che ci sono sicuramente risorse economiche per i nuovi contratti ma si parla solamente di pubblico impiego, di dipendenti e non si parla di tutto il resto, non viene menzionato tutto il resto dell’altra metà della sanità convenzionale. Questo ci preoccupa, perché dobbiamo lavorare per potenziare il territorio e l’80% delle figure mediche che lavora sul territorio sono di tipo convenzionale. Su questo aspetto attendiamo di leggere il testo, nella speranza che queste risorse siano previste sia per il personale dipendente che per il convenzionale».

«Poi ovviamente – ha evidenziato il presidente dell’Omceo Roma- ci rendiamo conto che le risorse rimaste a disposizione sono quelle che sono, che non abbiamo una situazione economica favorevole e di questo dobbiamo prendere atto. Continuiamo però a suggerire di fare qualcosa per arginare la fuga all’estero dei nostri professionisti. In attesa che vengano stanziate le risorse disponibili, quelle necessarie per adeguarci ad altri Paesi europei, comincerei a togliere le incompatibilità, che oggi rappresentano un fatto anacronistico, visto e considerato che strutture pubbliche e private vengono considerate alla stessa stregua. Anche le prenotazioni per quanto riguarda gli accreditati vengono fatte direttamente ai Cup regionali: se siamo tutti i pubblici, perché poi c’è l’incompatibilità per gli operatori medici per lavorare da una parte o dall’altra in contemporanea? Se sono pubblici non ci dovrebbe essere incompatibilità che, lo ricordo, ha un costo zero per il Mef ma darebbe una capacità di trovare più persone disponibili a lavorare e che ci permetterebbe di andare incontro alle esigenze dei cittadini che chiedono più prestazioni, più attenzione, ovvero la presa in carico del territorio».

«Non dimentichiamo poi il tema della depenalizzazione- le parole di Antonio Magi- perché i medici non sono attratti da alcune branche specialistiche come chirurgia e medicina d’urgenza. È proprio lì che dobbiamo garantire loro serenità e tranquillità e dare loro la possibilità di svolgere il proprio lavoro senza lo sventolio delle toghe. Questo, tra l’altro, libererebbe ulteriori risorse pari a circa 13 miliardi di medicina difensiva. Per non parlare dei costi che oggi ha la giustizia penale, con 350mila cause penali esistenti nei vari tribunali, di cui il 97% finisce poi con l’assoluzione del medico. E invece di buttarle e creare rallentamento nella giustizia penale, queste risorse potrebbero essere utilizzate per finanziare il Servizio sanitario nazionale».

«Quando parlo di depenalizzazione- ha infine tenuto a chiarire Antonio Magi- non mi riferisco certamente ai casi di colpa grave, perché se si va a lavorare ubriachi o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti è chiaro che c’è una colpa grave. In questo caso il penale rimane e, come avviene in tutti gli altri Paesi europei tranne che nella Polonia, si garantiscono comunque e sempre risarcimenti veloci al cittadino che ha subito un danno».

Tumori, nel 2050 si stimano 35 milioni di nuovi casi: +77% rispetto al 2022

La più grande sfida sociale, di salute pubblica ed economica del XXI secolo ha un nome ben preciso: è il cancro, responsabile a livello globale di un decesso su sei. E non è tutto: Oms Europa (2024) prevede in crescita i numeri delle neoplasie e, parallelamente, il peso economico delle cure sui sistemi sanitari. Nel 2050 si stimano, infatti, oltre 35 milioni di nuovi casi di tumore, +77% rispetto al 2022.

Numeri drammatici che hanno fatto da cornice alla quarta edizione del convegno nazionale organizzato dall’Associazione italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma (AIL) dal titolo ‘Curare è prendersi cura. Impatto ambientale e rischio sanitario, benessere e stili di vita‘.

Voluto e ideato dal presidente nazionale AIL, Giuseppe Toro e dal sociologo dell’ambiente, il professor Aurelio Angelini con il supporto del Comitato scientifico, l’evento è stato ospitato presso il Centro Congressi Roma Eventi-Fontana di Trevi e ha rappresentato un’importante occasione di approfondimento multidisciplinare su ricerche e tematiche all’avanguardia dedicate alla relazione tra impatto ambientale e rischio sanitario, con l’obiettivo di inquadrare un approccio multisettoriale per incoraggiare politiche e strategie per la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo.

Nel corso del convegno nazionale AIL si sono confrontate diverse aree della ricerca scientifica sul tema dei rischi per la salute e il benessere in relazione all’inquinamento e agli stili di vita. Attraverso il proprio impegno, l’Associazione italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma intende così contribuire al pubblico confronto per mettere in evidenza come curare e prendersi cura dei cittadini significhi anche ridurre il rischio sanitario dovuto all’inquinamento, facendo propria la considerazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che richiama l’attenzione sul fatto che circa il 22% delle malattie globali sia dovuto all’esposizione a fattori ambientali modificabili. Questa percentuale sale tra il 23 e il 26% nei bambini. Gran parte di questi rischi, però, potrebbero essere evitati attraverso la riduzione del rischio ambientale.

L’inquinamento rappresenta un rischio ormai accertato per la salute umana, soprattutto in presenza di elevate concentrazioni di inquinanti anche per brevi periodi o l’esposizione a basse concentrazioni per lunghi periodi di tempo. Vari tipi di inquinamento, come quello atmosferico, del suolo e dell’acqua, possono contribuire all’insorgenza di problemi ematologici.

Il convegno AIL si è posto come spazio di confronto per presentare studi e ricerche che convalidano le correlazioni tra inquinamento e salute, al fine di cercare di individuare i fattori di prevenzione che possano ridurre significativamente l’insorgenza tumorale per un miglioramento della salute individuale e sociale, incoraggiando politiche e strategie per la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo nel rispetto del dettato dell’articolo 32 della Costituzione italiana.

Nonostante l’avanzamento delle conoscenze scientifiche e gli sforzi effettuati da parte delle istituzioni, si riscontra un grande ritardo nell’adozione di misure per contrastare i drammatici scenari rappresentati dall’Oms Europa (2024).

L’aumento dell’insorgenza tumorale è inoltre caratterizzato dalla riduzione dell’età media della popolazione, deteriorandone la qualità della vita individuale e sociale e innalzandone i costi pubblici che gravano sulla spesa sociale e sul Servizio sanitario nazionale.

Da sempre la tutela della salute rappresenta per Ail un obiettivo primario e in questi 55 anni di attività l’Associazione è stata impegnata nel sostenere la ricerca scientifica, nel sensibilizzare costantemente la popolazione e nell’assistenza a pazienti, familiari e caregiver. Oggi, anche attraverso l’organizzazione di iniziative come il convegno nazionale tenutosi a Roma, Ail intende raggiungere nuovi risultati, impegnandosi a far crescere la consapevolezza sociale del rapporto tra fattori ambientali e rischio sanitario al fine di ripensare alle politiche di tutela e prevenzione dovute all’inquinamento, attraverso azioni e strumenti in grado di ridurre gli effetti sulla salute, oltre a sensibilizzare a stili di vita improntati sul benessere psicofisico.

Durante il convegno ‘Curare è prendersi cura. Impatto ambientale e rischio sanitario, benessere e stili di vita’ sono intervenuti scienziati, fisici, sociologi ed esperti di discipline che spaziano dalla medicina epidemiologica e oncologica alle scienze per la vita come biologia, nutrizione e agricoltura.

Cinque le sessioni congressuali che hanno animato il dibattito, cui hanno preso parte oltre trenta relatori e illustri ospiti. Dopo i saluti istituzionali sono iniziati i lavori con l’intervento di apertura del presidente nazionale Ail, Giuseppe Toro, seguito dall’intervento di Giorgio Parisi, professore emerito dell’università di Roma Sapienza e Premio Nobel per la fisica, dalla relazione di Franco Berrino, medico epidemiologo, co-fondatore de ‘La Grande Via’, intervenuto sul rapporto tra stili alimentari e incidenza del cancro, affrontando anche tematiche come l’esposizione ad alcuni veleni invisibili e l’impatto dell’industria chimica nell’agricoltura e nella salute umana, focalizzandosi in particolare sul tema dei linfomi infantili in relazione all’esposizione a pesticidi, alla plastica e all’uso sconsiderato dei farmaci.

Esperienze del territorio e inquinamento ambientale

La terza sessione del Convegno ha fatto conoscere ai partecipanti al convegno le testimonianze di quattro sezioni AIL: Brescia, RAgusa, Viterbo e Taranto.

Mentre nella quarta parte del congresso Ruggero Ridolfi, oncologo endocrinologo, Isde Forlì-Cesena, Arrt Cesena, ha spiegato il modo in cui l’inquinamento ambientale contribuisce ad aumentare l’incidenza tumorale, un fenomeno che sta crescendo soprattutto nei giovani. In Italia, infatti, il rischio di incidenza è raddoppiato in soli 15 anni a una velocità maggiore rispetto alle precedenti generazioni: i soggetti di 15-39 anni con cancro sono raddoppiati in 24 anni, da circa 10.000 nel 1995 a circa 20.000 nel 2019.

Le parole di Prisco Piscitelli, vicepresidente Sima, epidemiologo, cattedra Unesco per l’Educazione alla Salute e Sviluppo Sostenibile università degli Studi di Napoli Federico II, hanno richiamato l’attenzione della comunità scientifica sulla normalizzazione dell’incidenza tumorale nella popolazione pediatrica, indagando la necessità di individuare le cause per non far ammalare di tumore le persone, soprattutto i bambini e i giovani.

È seguito poi l’intervento di Renata Alleva, specialista in Scienza dell’Alimentazione, Comitato scientifico Isde, che ha indagato il tema dell’alimentazione, della nutrizione e del rischio di cancro quale fattore individuale e sociale su cui intervenire a partire dall’aderenza a stili di vita sostenibili. Alessandro Giannì di Greenpeace Italia ha invece presentato un’analisi sull’impatto delle sostanze per- e polifluoroalchiliche (Pfas), presentate inizialmente come miracolo tecnologico e che oggi le evidenze dimostrano rappresentare un serio problema sanitario e ambientale.

È infatti stato riscontrato come l’esposizione ai Pfas si associ a una serie di effetti negativi sulla salute, tra cui problemi alla tiroide, diabete, danni al fegato, al sistema immunitario, cancro al rene e ai testicoli, e causi, inoltre, impatti negativi sulla fertilità.

La quarta parte del convegno nazionale Ail si è conclusa con l’intervento di Massimo Sperini, università degli Studi di Roma Tor Vergata, Cirps sezione Bioelettromagnetismo (Bem) che, in collaborazione con Francesca Pulcini e Mauro Santilli, ha presentato una ricerca sull’Inquinamento Elettromagnetico, tematica per lungo tempo al centro di un intenso dibattito scientifico, mentre oggi le evidenze e la comunità scientifica concordano sulla pericolosità dei campi elettromagnetici e sul fatto che tale nocività è causa di Leucemie infantili, tumore al seno, glioma e neuroma acustico, un fenomeno che cresce anche alla luce dell’aumento all’esposizione alle tecnologie elettromagnetiche.

Green Hospital: l’impegno dei farmacisti ospedalieri per una sanità sostenibile

Ambiente, global health e sfide green nella farmacia ospedaliera sono tra i temi centrali del 45° Congresso nazionale della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie-SIFO (che si apre oggi a Napoli con il titolo Next Generation Pharmacy: Missione, Visione e Valore, Mostra d’Oltremare, 17-20 ottobre).

Proprio in questi giorni si svolge una sessione su questi temi: per quale motivo SIFO ha voluto concentrarsi su ambiente e global health e con quali obiettivi? E perché nel Congresso di Napoli si parla con insistenza di Green Procurement? Risponde Barbara Rebesco, componente del Direttivo SIFO e coordinatrice della sessione: «Sia la nostra Società scientifica che tutto l’ambito europeo della farmacia ospedaliera sta sviluppando una profonda cultura professionale dedicata al tema della global health e dell’ospedale verde, cioè l’ospedale a basso impatto ambientale. Questo perché è evidente che possiamo offrire un contributo importante ad una svolta di salute sostenibile, dal punto di vista del rispetto del pianeta, delle nostre città, della nostra salute personale. Si sta infatti diffondendo la consapevolezza che i mondi del farmaco, dei devices, della sanità ospedaliera devono essere in grado di curare i pazienti, ma allo stesso tempo devono prendersi la responsabilità di non incidere sull’ambiente nella creazione di patologie derivate dagli squilibri generati dallo stesso sistema-salute. Produzione del farmaco e del MD, logistica, smaltimento: questi ambiti devono essere da noi monitorati e gestiti in modo differente che nel passato, se vogliamo che la salute sia effettivamente a basso impatto».

«Ciò significa – conclude Rebesco – che il green procurement deve definirsi e diffondersi su larga scala, anche se siamo consapevoli di quanto sia un argomento tutto da impostare perché nuovo e complesso. Intendiamo cioè che l’approvigionamento di farmaci e MD, soprattutto attraverso le gare, deve essere in grado di creare una premialità verso chi mostra di uniformarsi a protocolli che garantiscano una sostenibilità ambientale trasparente e valutabile. SIFO è pronta ad impegnarsi in questo senso, ma è necessario che tutto il sistema delle cure e del procurement sia impegnato unitariamente in questa direzione».

Criteri ambientali minimi

Nel Congresso SIFO si parlerà anche di criteri ambientali minimi in sanità: a cosa ci si riferisce? «L’idea che l’ospedale sia non solo un luogo dove si produce salute, ma che rappresenti anche una potenziale minaccia ambientale è un concetto nuovo e al tempo stesso rivoluzionario – puntualizza Emanuela Omodeo Salè, componente del Direttivo e coordinatrice della sessione -. La cultura dell’impatto ambientale è arrivata giustamente anche in ospedale e quindi anche noi farmacisti ci stiamo sempre di più interrogando sul ruolo della professione in termini di capacità di contribuire a trovare soluzioni nuove a problemi nuovi, tenendo conto che anche la nuova Legislazione europea ci porterà ad interpretare un ruolo da protagonisti nel disegno di un eco-sistema del farmaco a livello universale. Un sistema che dovrà affrontare il tema in termini di innovazione sostenibile e pulita che dovrebbe portare al ripensamento delle fasi di logistica, produzione, gestione e smaltimento».

E dunque come SIFO accoglie questa sfida professionale e in quale modo può assumersela come responsabilità propria? «Per noi di SIFO efficientare i sistemi ospedalieri diventa un obiettivo necessario per ridurre l’impatto ecologico. Il primo suggerimento che lanciamo è quello di istituire un Green Team ospedaliero, multidisciplinare e multiprofessionale. Gli obiettivi principale da perseguire sono: Rifiuti, Energia, Presidi/Dispositivi, Farmaci, Acqua e Cibo. A nostro parere è fondamentale avviare una nuova cultura degli impatti sostenibili in sanità e il Farmacista Ospedaliero può esserne il promotore principale».

E dunque, ampliando il “perimetro della sfida”, come il Farmacista Ospedaliero può essere protagonista di una nuova coscienza ambientale nelle professioni della sanità? «Sarà importante trovare un nuovo approccio al sistema delle cure: una nuova sanità deve essere cosciente della sua responsabilità nei confronti dell’uso delle risorse, della necessità di avere un basso impatto ambientale («non si può immaginare un’organizzazione che da un lato cerca di guarire le persone e dall’altro contribuisce a creare un ambiente da cui emergono sempre nuove patologie») e dell’urgenza di integrare sostenibilità, fiscalità, ambiente e innovazione in un unico framework. Incontreremo pertanto durante il Congresso alcuni esperti di settore ed approfondiremo specifici modelli di innovazioni tecnologiche significative per la green economy della struttura sanitaria. Concluderei – sottolinea Omodeo Salé – dicendo che il Farmacista Ospedaliero e dei servizi territoriali deve essere il primo promotore di questo cambiamento e devono entrare nelle valutazioni delle terapie, dei medical devices, apparecchiature, con una visione di categorie ambientali e di impatto sociale: possibilità di smaltimento a basso impatto, riduzione delle emissioni ospedaliere nella logica del controllo del carbon footprint, gestione pulita della logistica e dell’approvvigionamento».

Fino al 20 ottobre Torino si trasforma in città danzante

Torino è una città danzante: questo è lo spirito che anima l’edizione 2024 di Balla Torino Social Dance, un programma di appuntamenti che trasforma ogni angolo della città in un palco aperto, pronto ad accogliere movimenti, ritmi e persone.

Dopo una prima edizione che ha visto il coinvolgimento di oltre 8.000 persone, Balla Torino torna con un calendario ricco di flash mob, manifestazioni, incontri e performance che animeranno le piazze, i musei, gli ospedali, le scuole, i luoghi di lavoro, le architetture post industriali e i luoghi più suggestivi, dal centro alle periferie che diventano spazi di incontro tra danzatori, professionisti e semplici cittadini, uniti in un linguaggio che non conosce confini: la danza. La città della Mole si trasformerà in un grande palcoscenico, aperto a tutti, per celebrare l’arte del ballo come espressione di cura, socialità e cultura e diventerà, prima in Italia, una “città danzante” grazie ad un Manifesto programmatico promosso dalle realtà torinesi del ballo e della danza per promuovere, valorizzare e facilitare la pratica danzante nella vita quotidiana.

Con il programma di quest’anno, Torino si riconferma non solo come un centro culturale, ma anche come un luogo di partecipazione e inclusione, dove il ballo diventa simbolo di condivisione, socialità e benessere.

Torino è danzante e porta avanti una tradizione che affonda le radici nella cultura popolare, senza dimenticare le espressioni più contemporanee e avanguardistiche. La città, con i suoi ritmi e la sua storia, pulsa al suono dei passi di chi, per un giorno o per un’ora, si lascia trasportare dalla musica. Che sia un tango improvvisato in una galleria o un’energica danza moderna in una piazza storica, ogni movimento a Torino racconta una storia. Ed è così che, ancora una volta, Torino diventa un grande spazio aperto, accogliente, che invita tutti a partecipare, perché la danza non è solo spettacolo, ma vita, respiro e condivisione.

«Con BallaTorino, la città della Mole si afferma come una città danzante, un luogo dove ogni angolo diventa palcoscenico e la danza diventa strumento di socialità e inclusione, commenta Paolo Chiavarino, Assessore al Commercio della Città di Torino. La manifestazione non solo celebra l’arte del ballo, ma crea un forte legame tra i cittadini, promuovendo la partecipazione attiva, il benessere collettivo e la vivacità di una città che sempre di più si apre ad eventi di richiamo nazionale e internazionale. Siamo orgogliosi di sostenere iniziative che trasformano la nostra città in un grande spazio aperto, accogliente e vivo, dove la danza racconta storie e unisce le persone, contribuendo a costruire una comunità più coesa e vibrante. Invitiamo tutti a partecipare a questo straordinario evento che mette in luce la bellezza della cultura torinese».

Anche in questa seconda edizione il progetto è frutto della sinergia con 60 scuole e associazioni di ballo che propongono, con il coordinamento di Fondazione Contrada Torino Onlus,  gli oltre 80 appuntamenti danzanti in 20 luoghi della città insieme a 500 tra maestri, ballerine e ballerini tra street dance, tango, danza afro, ballo di sala, danze latino-americane, lindy hop e tanti altri generi.

«Siamo entusiasti di dare vita a questa seconda edizione, che non solo celebra il movimento e la creatività, ma sottolinea anche il potere della danza come strumento di cura e inclusione. Ogni appuntamento, dalla piazza al museo, è un’opportunità per riscoprire il valore della socialità e della comunità, rendendo Torino non solo una città danzante, ma un luogo dove la cultura e la partecipazione si intrecciano in modo vibrante e significativo, afferma Germano Tagliasacchi, Direttore della Fondazione Contrada Onlus Torino. Balla Torino è anche una modalità per rivivere gli spazi urbani in modalità alternative e sorprendenti che mettono in luce una città, in centro come in periferia, inedita e vivace.  Invitiamo tutti a unirsi a noi in questa celebrazione collettiva di arte, benessere e convivialità».

Balla Torino 2024 è patrocinato dalla Città di Torino e dalla Regione Piemonte, con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, Camera di commercio di Torino e Iren insieme a numerosi partner tecnici e alla Fondazione Contrada Torino Onlus che ha pensato e prodotto la manifestazione insieme a Luigi Ratclif, coordinatore del programma.

Con la seconda edizione Balla Torino sottolinea il valore del ballo come cura: una serie di eventi in luoghi simbolo del benessere come ospedali, centri riabilitativi e spazi di cura, in cui la danza diventa un veicolo di guarigione, con appuntamenti che vedranno protagonisti anche pazienti e operatori sanitari. Tra questi la Scuola Biodanza Piemonte, Turin Cats e Mario Steffenino saranno presenti nei corridoi aulici dell’Ospedale Mauriziano venerdì 18 ottobre. Ma Balla Torino arriverà anche nel Centro Riabilitativo Territoriale – Via Nomis di Cossilla, in quello della Cooperativa La Testarda di Via Plava, e nel Centro Riabilitativo Territoriale “Giorgio Bisacco”di via Saluzzo, per finire con il Centro Diurno di via Palma di Cesnola, in programma venerdì 18.

Non mancheranno poi momenti di pura energia collettiva con i numerosi flash mob programmati in varie zone di Torino, sabato 12 e domenica 13 ottobre in Piazza Castello e Piazza Carlo Alberto, Via Roma, le Gallerie San Federico e Umberto I (sabato 19 ottobre). Dal 12 al 20 ottobre dalle 18.00 alle 22.00 i Portici di Via Nizza, dal civico 7 al civico 19, vedranno la proiezione di opere di video danza provenienti dal contest internazionale LA DANZA IN 1 MINUTO a cura di Coorpi in collaborazione con Spazio Portici Percorsi Creativi.

I musei torinesi, accoglieranno interventi danzanti, con azioni e performance di realtà prestigiose come la Fondazione Egri per la Danza che insieme al BBT dialoga con Ballatorino nell’ambito nel progetto IN.CON.TRA al Museo Nazionale del Risorgimento (venerdì 18 ottobre), Dance Well alla GAM-Galleria d’Arte Moderna e Mamadanse e Accademia Carma al Polo del ‘900 (sabato 19). Sarà proprio il Museo del Risorgimento, martedì 15 ottobre, a ospitare una importante tavola rotonda intitolata La città danzante – azioni e prospettive per un sistema di promozione del ballo a Torino per esplorare insieme a personalità ed esperti  il senso e il valore del ballo nel tempo di oggi e per la città di Torino.

Scuole, licei coreutici, mercati, locali e spazi aperti saranno animati dalla danza in tutte le sue forme, dal liscio alla danza africana, con eventi come “La notte delle scuole aperte” (mercoledì 16 ottobre) quando venti scuole e scuole e associazioni diballo apriranno le loro porte per una serata di prova gratuita per tutti coloro che vorranno partecipare.

Qui il programma completo.

Dal Congresso SIFO nuovo codice degli appalti e HTA come strumenti per un più appropriato approvvigionamento delle terapie

Il 45° Congresso SIFO punta l’attenzione anche sugli aspetti professionali del Farmacista ospedaliero e dei servizi territoriali che impattano sui meccanismi di procurement e sulla valutazione delle terapie. Già il titolo dell’evento – Next Generation Pharmacy: Missione, Visione e Valore (Mostra d’Oltremare, 17-20 ottobre) spinge l’attenzione dei partecipanti verso temi operativi sempre più avanzati e dunque parlare di Nuovo codice degli appalti e di HTA risulta importante e centrale.

Nuovo Codice: opportunità e crescita

Proprio sul tema del D.LGS 36/2023 si tiene domani una delle main session congressuali con l’intervento di farmaco-economisti, provveditori, esperti di ambito legislativo. Cosa significa, secondo SIFO, che oggi il nuovo Codice degli appalti può essere letto e acquisito solo all’interno di un approccio multidisciplinare? E come questo può essere concretamente realizzato? Risponde Fausto Bartolini, componente del Comitato Scientifico del Congresso: «Con le direttive CEE n.23-24-25/2014, da cui è derivato il Codice sugli appalti D.Lgs. 18 aprile 2016 n.50, si davano indicazioni per migliorare gli standard di trasparenza, concorrenza, semplificazione, aumentando l’efficienza nelle procedure di d’appalto e promuovendo la qualità e il rapporto qualità/prezzo. Anche con le successive modifiche del 2017 (D.Lgs 56) e degli anni successivi ed ancor più con il nuovo Codice D.Lgs. 31 marzo 2023 n.36, in cui si sono apportate importanti modifiche, si è data soddisfazione a diverse esigenze».

Ma in cosa, nello specifico, il Nuovo codice ha dato risposta? «Andando con ordine: il Codice si concentra sulla semplificazione dando spazio alla possibilità di procedure più snelle innalzando anche i limiti economici (affido diretto e negoziata); si sviluppa la necessità di promuovere e favorire la qualità, sopprimendo il comma 10 bis, cioè il limite del 30/70 (prezzo/qualità); si offrono maggiori responsabilità ai RUP ed ai DEC; si conferma la necessità di maggiore competenza di tutti gli attori del processo degli acquisti (componenti delle commissione che elaborano i capitolati di gara e dei componenti delle commissioni di gara) tanto che il nuovo codice ha previsto specifica necessità di percorsi formativi accreditati e realizzati dalle Centrali di Committenza o soggetti aggregatori».

E su cosa, dunque, occorre intervenire per un miglioramento dell’intero sistema del procurement? Risponde Bartolini: «Purtroppo varie necessità non trovano a tutt’oggi ancora adeguata risposta. Sarebbe auspicabile modificare il Codice prevedendo un percorso agevolato per la gestione e determinazione dei contratti di fornitura per i farmaci il cui prezzo è concordato da AIFA. Inoltre le Regioni, tramite le proprie Centrali Acquisti o le proprie Aziende Sanitarie, dovrebbero attivare specifici percorsi formativi per mettere a disposizione farmacisti, provveditori, medici, ingegneri clinici, biologi e infermieri altamente qualificati e capaci di integrare le proprie professionalità per gestire i processi degli acquisti sempre più complessi e sviluppare modalità innovative per garantire all’assistenza sanitaria (SSN) i migliori prodotti in grado di garantire i migliori risultati sia per i pazienti che per gli operatori e per il SSN».

Conclude Fausto Bartolini: «In attesa che ciò avvenga occorrerà che la nostra Società rimetta in campo il progetto SIFO-FARE e organizzi un piano formativo molto approfondito e di alto profilo per tutti gli operatori sanitari, ad esempio insieme a Università e Centrali di Committenza, per soddisfare i bisogni formativi di diverse Regioni».

HTA: per scelte basate sulle evidenze

Ma proprio parlando di acquisizione di terapie e di successiva loro valutazione, occorre ricordare che tra le sessioni precongressuali di Napoli oggi si tiene anche l’approfondimento in sessione precongressuale su Come leggere le evidenze HTA per una visione decisionale completa. Nella governance di dispositivi e farmaco, l’approccio HTA risulta oggi indispensabile: quale contributo può dunque offrire il FO nella lettura delle evidenze?

E quali esperienze SIFO si comunicheranno a Napoli? Risponde Francesco Cattel, coordinatore del Laboratorio HTA SIFO: «Vediamo la professione del Farmacista Ospedaliero come un tramite fra il percorso regolatorio, gestionale e clinico, soprattutto per quanto riguarda la governance dei farmaci e dei dispositivi medici. Infatti, grazie al background formativo che ci distingue a partire dall’università, possiamo non solo leggere la letteratura disponibile, ma la interpretiamo grazie alle competenze pratiche acquisite nel lavoro quotidiano, applicando le metodologie dell’evidence-based medicine. Nella sessione prevista al Congresso di Napoli – conclude Cattel – verrà esplorato l’argomento della lettura delle evidenze a partire dal know-how del farmacista, ma coinvolgendo anche l’industria nonché esperti di bioetica, per divulgare una visione complessiva basata su strumenti multidisciplinari utili ai professionisti del contesto attuale».

In Umbria il primo G7 Inclusione e Disabilità: le richieste di UNIAMO per le persone con malattie rare

È stata adottata ieri la Carta di Solfagnano, documento che contiene le 8 priorità sulle quali i Ministri e i Paesi partecipanti al G7 si impegnano ad agire per garantire i diritti delle persone con disabilità. La firma arriva dopo una tre giorni storica: dal 14 al 16 ottobre si è svolto il primo G7 Inclusione e Disabilità, vertice ospitato dall’Italia, in Umbria, grazie agli sforzi del Ministro Alessandra Locatelli che ha fortemente voluto questa sessione ed alla quale è stato, durante tutto il confronto, riconosciuto un ruolo di leadership in questa tematica.

La giornata inaugurale ad Assisi, novità assoluta, è stata aperta a tutti i cittadini; coinvolte anche oltre 100 Associazioni che hanno animato Via San Francesco con i loro stand espositivi. Tra queste anche UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare, che con alcune delle sue Associazioni Federate – ACMT Rete per la Charcot Marie Tooth, Associazione Italiana Sindrome X Fragile, ASSI Gulliver – Associazione Sindrome Sotos Italia aps, ASM 17 Italia, Lega Italiana Ricerca Huntington-LIRH ETS, PKS Italia APS, Syngap1 Italia – ha portato la voce e il punto di vista della comunità delle persone con malattia rara, più di 2 milioni in Italia, e delle loro famiglie.



Nel secondo giorno, presso il Castello di Solfagnano (Pg), si sono svolti i lavori preparatori alla firma della Carta: 160 esperti e delegati da tutto il mondo si sono confrontati in 6 panel per l’analisi delle priorità individuate dai Paesi G7. Alla giornata ha partecipato anche la Federazione UNIAMO, in qualità membro dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, che nei mesi precedenti, al fianco di EURORDIS-Rare Diseases Europe e dell’European Disability Forum, ha contribuito a sottomettere, alle commissioni che si stavano occupando della stesura della bozza della Carta, suggerimenti e raccomandazioni, raccolti attraverso un processo democratico di confronto con le rispettive basi.



Il commento della Presidente UNIAMO Annalisa Scopinaro, presente ai lavori: «Ringraziamo la Ministro Locatelli per aver raggiunto questo importantissimo traguardo, impensabile fino a poco tempo fa e frutto di un gran lavoro diplomatico. La Carta è sicuramente di forte interesse per tutte le persone con disabilità, in quanto è una prima posizione condivisa su questo argomento, che dovrebbe cominciare a spingere anche i Paesi che ad oggi non hanno attivato politiche specifiche a farlo. Dal punto di vista delle nostre comunità, specialmente quelle con malattia rara, ci sono ancora alcuni punti da implementare, ma confidiamo che questo sia solo un primo passo». 

Tra le richieste c’erano: 

  • garantire che tutte le persone con malattia rara e più in generale chi ha una disabilità “invisibile”  abbiano accesso a un’adeguata valutazione e riconoscimento della disabilità;
  • riconoscere la necessità di sostenere le famiglie delle persone con disabilità, in particolare quelle che fungono da assistenti informali; 
  • porre l’accento sulla salute mentale, tematica ancora troppo spesso trascurata; 
  • riconoscere che alcuni gruppi di persone con disabilità sono a maggior rischio di esclusione e hanno necessità di sostegni specifici.


La comunità internazionale delle persone con disabilità accoglie «con favore l’adozione della Carta, il coinvolgimento del movimento della disabilità durante il processo di stesura e le iniziative contenute nel documento” – ha dichiarato Yannis Vardakastanis, Presidente del Forum europeo sulla disabilità -. Si tratta di una dichiarazione ambiziosa e promettente, ma il suo vero impatto dipenderà dal fatto che sia seguita da miglioramenti concreti. Chiediamo ai leader del G7 di sostenere le loro parole con azioni e finanziamenti, sia all’interno dei loro confini che sulla scena internazionale».

Al termine del G7 la Presidente Uniamo Scopinaro ha così commentato: «La parola più usata in questi tre giorni è stata “insieme”. È stato un grande momento storico di convergenza; la nostra speranza è che tutto questo continui, con i lavori diplomatici e nei singoli Paesi, garantendo riforme concrete che possano garantire una miglior qualità di vita a tutte le persone con disabilità del mondo. Bello e importante esserne stati testimoni anche con le nostre Associazioni, a sottolineare come per la nostra comunità di malati rari la disabilità sia un tema che si somma a quello della salute».

ISS, 1.545 persone perdono la vita ogni anno a causa del mesotelioma in Italia

Tra il 2010 e il 2020 ogni anno in Italia sono decedute per mesotelioma in media 1.545 persone, 1.116 uomini e 429 donne. Dei decessi osservati in media ogni anno, 25, (l’1,7%) avevano un’età uguale o inferiore ai 50 anni.

Sono i dati riportati nel nuovo rapporto Istisan 24|18 “Impatto dell’amianto sulla mortalità. Italia, 2010-2020” dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sulla mortalità per amianto nel nostro paese.

Il rapporto appena pubblicato riporta una diminuzione del numero dei decessi per mesotelioma tra gli under50 negli ultimi anni, un primo effetto della legge 257/92 con la quale l’Italia vietò l’utilizzo dell’amianto e la produzione di manufatti contenenti amianto.

«L’Istituto superiore di sanità – afferma Rocco Bellantone, Presidente dell’Iss – è impegnato da anni su questo tema e il problema amianto rimane tra le priorità di sanità pubblica. L’Iss continuerà a contribuire alle attività di ricerca e alla sorveglianza epidemiologica delle malattie amianto-correlate, nonché alla definizione di strumenti per il rilevamento delle sorgenti di esposizione all’amianto ancora presenti nel nostro Paese, e all’implementazione di azioni preventive, fornendo supporto alle istituzioni e ai cittadini, attraverso momenti di interlocuzione e condivisione».

Le regioni e i comuni a più elevata mortalità

Le regioni Piemonte, Lombardia, Valle d’Aosta e Liguria presentano un numero di decessi per 100.000 abitanti maggiore della media nazionale, ma i casi sono distribuiti sull’intero territorio italiano. In totale sono stati registrati su tutto il territorio nazionale quasi 17.000 casi nel periodo 2010-2020 (vedi tabella 2 pag. 3 del rapporto).

Il numero dei decessi è superiore al numero atteso sulla base della media regionale in 375 comuni: si tratta di territori con cantieri navali, poli industriali, ex industrie del cemento-amianto, ex cave di amianto.

La mortalità tra i giovani è in calo

Negli ultimi anni, come indicano i dati del rapporto, si osserva una diminuzione del numero dei decessi, in particolare tra la popolazione con 50 anni o meno (31 casi osservati nel 2010 e 13 casi nel 2020).

Le morti per mesotelioma osservate tra i più giovani – come spiegano gli esperti dell’ISS – sono probabilmente dovute a una esposizione avvenuta in età pediatrica in ambienti non-occupazionali, vista la lunga latenza (fino a 30-40 anni) della malattia.

La maggior parte delle persone decedute per mesotelioma è stata probabilmente esposta all’amianto in ambienti lavorativi nei decenni passati. Ma l’esposizione può essere avvenuta anche in contesti domestici o ambientali, per inalazione di fibre rilasciate nelle abitazioni oppure nell’ambiente da sorgenti presenti sul territorio.

Il mesotelioma e la legge 257/92

Il mesotelioma è un tumore aggressivo, ad alta letalità con una latenza anche di 30-40 anni, che colpisce le cellule del mesotelio, il tessuto sottile che ricopre gran parte degli organi interni. Il mesotelioma nell’80% dei casi circa è dovuto all’esposizione all’amianto.

Per il fatto di rilasciare fibre inalabili, l’amianto (chiamato anche asbesto) oltre che del mesotelioma può essere responsabile di asbestosi (una malattia polmonare cronica conseguente all’inalazione di fibre di asbesto) e, seppure con una quota attribuibile più bassa e più difficile da stimare, anche di altre tipologie di tumore, come il tumore polmonare e dell’ovaio.

Il 27 marzo del 1992, con 13 anni di anticipo rispetto all’Europa, in Italia entra in vigore la legge 257/92, che stabilisce il divieto di estrazione, importazione, esportazione, commercializzazione e produzione di amianto.

La necessità di intervenire

«Le morti e le malattie per amianto destano un grande senso di ingiustizia sociale che richiama tutti alla necessità di intervenire – ha dichiarato Marco Martuzzi, direttore del Dipartimento Ambiente e Salute dell’ISS -. In Italia molto è stato fatto negli ultimi decenni, per cui oggi si vedono i primi effetti positivi. Ma l’amianto rimane un’emergenza ambientale e sanitaria – prosegue l’esperto – che richiede urgenti interventi di prevenzione, eliminando esposizioni residuali all’amianto ancora presenti nel nostro Paese. Va assicurata un’adeguata assistenza sanitaria e sicurezza sociale agli ex esposti, ai malati per amianto e ai loro familiari».

Si tratta di interventi che richiedono uno sforzo sinergico tra le istituzioni locali e nazionali, le associazioni, il mondo della ricerca.

Il Progetto SEPRA

E in questa direzione di sinergia va il Progetto SEPRA (Sorveglianza Epidemiologica, Prevenzione e Ricerca sull’Amianto), finanziato dall’Inail e coordinato dalla Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. Nell’ambito di SEPRA,  presso l’ISS oggi si tiene il workshop aperto esclusivamente a ricercatori coinvolti nel Progetto e a rappresentanti delle associazioni, dal titolo “L’impatto sulla salute dell’amianto in Italia: sorveglianza epidemiologica, prevenzione e supporto agli ex-esposti: stato dell’arte e strumenti innovativi di ricerca e intervento. Il Progetto SEPRA“.

Durante il workshop saranno discussi i dati del rapporto dell’Iss e le attività in corso del Progetto tra rappresentanti delle associazioni e ricercatori coinvolti in SEPRA. Obiettivo della collaborazione tra le diverse istituzioni, le reti accademiche e gli enti coinvolti è la condivisione delle conoscenze e dei dati delle diverse fonti informative, come quelli della mortalità presentati dall’Iss e i dati del Registro Nazionale Mesoteliomi in modo da rafforzare gli strumenti disponibili per l’eradicazione delle malattie da amianto nel Paese e per il supporto ai malati e ai loro familiari.

DDL Intelligenza Artificiale, quello che c’è da migliorare su formazione e ricerca a beneficio del SSN

Nell’ambito del dibattito in corso in questi giorni al Senato italiano sul disegno di legge “disposizioni e delega al Governo in materia di intelligenza artificiale”, la Società Italiana Intelligenza Artificiale in Medicina (SIIAM) ha presentato una serie di proposte e raccomandazioni alla Commissione Affari Sociali e Sanità. Queste osservazioni, che mirano a garantire che l’adozione dell’IA nel settore sanitario avvenga in modo responsabile ed efficace, si pongono anche l’obiettivo di rendere il provvedimento ancora più innovativo e coerente con il quadro normativo nazionale ed europeo.

Fondamentale il coinvolgimento di più Ministeri nella redazione e nell’implementazione della strategia nazionale per l’IA, assicurando un ruolo primario anche al Ministero della Salute e al Ministero dell’Università e della Ricerca

Fra i punti principali, la SIIAM ha voluto ribadire quanto sia essenziale fornire una formazione adeguata sull’uso e l’implementazione dell’IA ai professionisti sanitari, primi beneficiari delle nuove tecnologie con le quali possono apportare benefici ai propri pazienti. Questo non solo al fine di migliorare le loro competenze, ma anche per mantenere le abilità esistenti, mitigando il rischio di perdita di competenze tradizionali.

Un ulteriore argomento sollevato nelle proposte è quello dell’importanza di facilitare la ricerca scientifica e l’uso secondario dei dati esistenti nel settore sanitario, per favorire l’innovazione e l’avanzamento delle conoscenze, portando a migliori soluzioni sanitarie. Sebbene un primo passo avanti sia stato fatto con la modifica dell’articolo 110 del Codice Privacy, l’uso secondario dei dati sanitari presenta infatti ancora alcune barriere che ostacolano la ricerca italiana e ne rallentano lo sviluppo.

Le principali difficoltà sono legate alla condivisione di dati nel contesto di studi multicentrici, fondamentali per gli studi clinici, ma anche per la generalizzabilità dei modelli di intelligenza artificiale. Esistono soluzioni tecnologiche che possono ovviare a queste difficoltà, come il Federated Learning (un approccio di apprendimento automatico che addestra algoritmi su dati distribuiti su più dispositivi o server senza condividere i dati grezzi, preservando così la privacy), e una loro maggiore adozione è auspicabile.

Infine, date le primarie applicazioni dell’IA nell’ambito della sanità, la SIIAM ritiene che sarebbe fondamentale il coinvolgimento di più Ministeri nella redazione e nell’implementazione della strategia nazionale per l’IA, assicurando un ruolo primario anche al Ministero della Salute e al Ministero dell’Università e della Ricerca. Questo permetterebbe un approccio coordinato e integrato, e potrebbe ulteriormente favorire l’innovazione se correlata a “regulatory sandbox” (ambienti controllati in cui le aziende possono testare prodotti o servizi innovativi sotto la supervisione delle autorità, beneficiando di temporanee deroghe normative).

Essenziale che il sistema sanitario italiano venga preparato adeguatamente per salvaguardare il diritto alle cure di tutti i cittadini

Tanti sono i documenti prodotti negli ultimi anni che sottolineano l’importanza strategica dell’IA per la sanità. Da ultimo, è stato appena pubblicato il rapporto sulla competitività europea redatto dall’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi, in cui appare evidente quanto l’IA rappresenti una sfida chiave per il rilancio dell’economia dell’UE e uno strumento fondamentale per efficientare il settore sanitario. Anche alla luce di quest’ultimo rapporto, per la SIIAM è ancora più essenziale che il sistema sanitario italiano venga preparato adeguatamente, in quanto l’adozione dell’IA non rappresenterà più solo un’opportunità per migliorare la qualità delle cure, ottimizzare le risorse e promuovere l’innovazione, ma anche una necessità per salvaguardare il diritto alle cure di tutti i cittadini italiani ed europei.

In un momento in cui il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) naviga in acque incerte, questa rappresenta una direzione di investimento promettente e destinata a distribuire abbondanti dividendi a chi avrà il coraggio di osare. Gli sforzi governativi ed economici, continuando il processo di digitalizzazione già avviato a macchia di leopardo sul territorio nazionale e indirizzando correttamente il processo di upskilling e reskilling dei professionisti sanitari, possono raddrizzare un SSN in difficoltà ad erogare le prestazioni richieste e gestire le liste d’attesa costantemente sature.

Le opinioni espresse nel presente articolo appartengono ai soli autori e alla SIIAM

e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale di ulteriori enti di appartenenza.

“Clinica, ricerca e didattica per rispondere al bisogno della persona con lesione cutanea” al centro del XIII Congresso Nazionale AISLeC

Sarà dedicato a “Clinica, Ricerca e Didattica per rispondere al bisogno della persona con lesione cutanea” il XIII Congresso Nazionale AISLeC (Associazione Infermieristica per lo Studio delle Lesioni Cutanee), in programma dal 17 al 19 ottobre al Centro Congressi di Padova.

Il Programma Scientifico, disponibile sul sito del Congresso, prevede:

  • 43 Sessioni su temi di carattere clinico e di politica sanitaria
  • 18 Rapid Fire: approfondimenti tematici con KOL (Key Opinion Leader) su temi diversi
  • 13 Laboratori Didattici interattivi con elementi di pratica clinica, confronti e prove sul campo
  • 9 Workshop di confronto, promozione e presentazione di conoscenze cliniche
  • 4 Simposi aziendali con contenuti condivisi con aziende di area
  • 180 relatori, impegnati in altrettanti interventi su diversi filoni tematici
  • 18 Comunicazioni Orali e 188 Poster in cui i ricercatori presenteranno le ultime novità di settore
  • Oltre 1.200 partecipanti e 500 studenti dei corsi di Laurea in Infermieristica del Triveneto.

Il Congresso costituirà un momento di importante confronto tra specialisti di area medica, chirurgica e infermieristica attivi in ospedale e sul territorio, farà il punto sulle novità della ricerca, e offrirà una preziosa occasione di confronto con Istituzioni e aziende sugli standard qualitativi necessari per un’efficace risposta ai bisogni del paziente.

“Spazieremo dalla clinica, con approfondimenti specialistici legati – ad esempio – alle lesioni oncologiche, ai pazienti medullolesi, alle protesi bioniche o ai setting di cura in carcere e nei cantieri – spiega la Presidente AISLeC Laura Stefanon, Responsabile Piattaforma Assistenziale Cure per la salute della persona e della comunità, ASFO Friuli Occidentale (PN) – e prevediamo numerosi interventi di professionisti esterni: farmacisti, comunicatori, esperti di diritto per gli aspetti giuridici della documentazione”.

In più, il Congresso aprirà le porte agli studenti dei corsi di Laurea in Infermieristica, che avranno libero accesso ai lavori e tre sessioni espressamente dedicate: arriveranno 500 giovani da tutto il Triveneto, accompagnati da diverse decine di tutor. 

Un’altra importante novità riguarda la collaborazione con altre 8 società scientifiche infermieristiche (AICO, AIIAO, ANIMO, ANIPIO, ANIARTI , ANIN, IVAS e SIDMI), che con AISLeC saranno protagoniste di due intere sessioni congressuali “nelle quali – prosegue Stefanon – si affronteranno i temi della coprogettazione e della consulenza infermieristica, con l’impegno successivo a definire, in modo congiunto, un Position Statement sull’argomento, a partire dai diversi contributi portati dalla comunità scientifica e dai dati di letteratura che emergeranno”.
Un risultato importante, questo: “Questa collaborazione con altre società scientifiche infermieristiche prosegue il lavoro comune iniziato a Roma nel settembre 2023 in un confronto attivo, costruttivo, che apre gli orizzonti verso tutte le possibili aree e competenze sia specialistiche che avanzate nell’esercizio della professione infermieristica – commenta ancora la Presidente AISLeC – L’interdisciplinarietà, la scoperta di aree comuni, la contaminazione dei saperi sono da sempre al centro del nostro lavoro, e sono fonte di enorme arricchimento professionale e umano”.

Ai lavori sarà presente una rappresentanza FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche), con Maurizio Zega, Presidente OPI Roma e Consigliere nazionale, che interverrà alla cerimonia inaugurale; Luigi Pais Dei Mori, Presidente OPI Belluno e Consigliere nazionale, relatore su “Indicatori e valorizzazione delle competenze infermieristiche: studio AIDOMUS”; Pietro Giurdanella, Presidente OPI Bologna e Consigliere FNOPI, relatore nella Sessione “Competenze specialistiche e consulenza infermieristica: lo sguardo delle società infermieristiche”; Silvestro Giannantonio, Responsabile Comunicazione FNOPI, relatore nella Sessione “Comunicare attraverso gli strumenti del web dei social: educare, formare e informare”.

Tra le sue molteplici attività, AISLeC attua una politica di formazione residenziale in diverse città, organizza FAD (Formazioni A Distanza, le due sul piede diabetico hanno registrato quasi 9.000 partecipanti), webinar, pubblica brochure sul wound care destinate alla cittadinanza in collaborazione con Associazioni pazienti, studia nuovi modelli organizzativi delle cure e della professione. Il tutto nel nome dell’attenzione sia al paziente con lesioni cutanee sia al professionista infermiere specialista in wound care, dal cui incontro dipendono gli outcome positivi delle terapie più innovative, dell’applicazione delle tecnologie più avanzate, e della costante ricerca dei setting di cura più appropriati. Sempre con la persona al centro.

Una persona con malattie reumatologiche su 5 non si sottopone alle vaccinazioni consigliate

Un’indagine quantitativa per indagare il rapporto e la relazione delle persone affette da patologie reumatologiche e dei loro caregiver con le principali vaccinazioni. È questo l’obiettivo dell’indagine promossa da APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APS ETS in collaborazione con l’istituto WeResearch Ricerche di Marketing su un campione nazionale di 402 tra persone affette da patologie reumatologiche e loro caregiver, i cui risultati sono stati presentati nel corso di una conferenza stampa che si è svolta presso l’Hotel Nazionale di Roma.

Rispetto alla raccomandazione di sottoporsi sempre alle vaccinazioni consigliate sono quasi 8 su 10 (79,6%) le persone affette da patologie reumatologiche a dichiarare di seguirla, mentre più di una su 5 (20,4%) non lo fa. I meno fedeli a questa raccomandazione sono le persone nella fascia d’età compresa tra 41 e 64 anni (20,8%), frenate da diverse motivazioni tra le quali: il temere gli eventuali effetti collaterali dei vaccini (40,9%), la paura che in quanto malati cronici e fragili i vaccini possano alterare il già precario equilibrio di salute (25,2%), il deficit d’informazioni (19,7%) e il considerare rischioso sottoporsi alla vaccinazione (18,2%). Addirittura sono quasi uno su 10 (9,1%) coloro che, non sottoponendosi alle vaccinazioni, credono che i vaccini non siano un efficace strumento di prevenzione. Coloro che sono completamente contrari alle vaccinazioni hanno come principali fonti d’informazione su questo tema i siti web e/o i social network (45,3%).

Antonella Celano

L’indagine ha preso in considerazione diverse vaccinazioni tra cui il vaccino antinfluenzale, quello anti Herpes Zoster (Fuoco di Sant’Antonio),quello anti-pneumococcica, l’anti-Papilloma Virus umano e quello per combattere il virus sinciziale respiratorio. «I vaccini svolgono un ruolo fondamentale nella promozione della salute pubblica e nella prevenzione di numerose malattie infettive – chiarisce Antonella Celano, presidente APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APS ETS –. Le malattie reumatologiche rappresentano una sfida significativa per la salute pubblica in Italia, affliggendo una vasta porzione della popolazione adulta, e non solo. Queste malattie, spesso croniche, portano a un’aumentata morbosità e mortalità, in parte dovuta a un rischio incrementato d’infezioni. I pazienti affetti da tali malattie e quelli in terapia immunosoppressiva mostrano una suscettibilità maggiore alle malattie prevenibili con i vaccini e a gravi complicazioni in caso d’infezione. La vaccinazione emerge, quindi, come strumento cruciale per ridurre tali rischi.  Vista la vulnerabilità del paziente fragile, è fondamentale che anche la famiglia e il suo entourage si vaccini».

L’antinfluenzale

Entrando nel dettaglio dei singoli vaccini quello antinfluenzale, secondo le linee guida elaborate dalla Società Italiana di Reumatologia, è fortemente raccomandato per le persone con malattia reumatologica over 65 e nei pazienti con malattia reumatologica di età compresa tra i 18 anni e i 65 anni che stanno assumendo o sono in previsione di una somministrazione della terapia immunosoppressiva. Nella realtà ciò si traduce in un 65,9% di persone con patologie reumatologiche che si sottopone annualmente al vaccino antinfluenzale contro più di un terzo (34,1%) che non lo fa. Tra i pazienti reumatologici sono quelli di età compresa tra i 41 e i 64 anni a essere i più restii a rinnovare l’appuntamento annuale con la vaccinazione contro l’influenza (43,1%); a livello di aree geografica invece il 40% dei residenti nel Nord Est e Nord Ovest del Paese non si sottopone annualmente al vaccino antinfluenzale. Tra coloro che non si sottopongono al richiamo annuale contro l’influenza le principali motivazioni del diniego sono dovute a: non credere che l’influenza sia una patologia di cui preoccuparsi (27,1%), la libertà di scelta individuale nel vaccinarsi (24,1%) e la paura di effetti collaterali derivanti dall’interazione con la terapia farmacologica (18,8%). Rispetto all’intenzione di sottoporsi al vaccino antinfluenzale nel corso della campagna vaccinale autunno-inverno 2024-25 invece il 77,4% intende farlo (con punte dell’81,7% tra gli over 65), contro il 22,6% che non vuole (con un picco del 29,9% tra 41 e 64 anni).

Il vaccino contro l’Herpes Zoster

Passando alla vaccinazione contro l’Herpes Zoster (Fuoco di Sant’Antonio) emerge come il 71,6% delle persone con patologie reumatologiche non si è mai sottoposto (con un picco del 73,8% tra coloro che hanno un’età compresa tra 41 e 64 anni), pur essendo fortemente raccomandata dalle linee guida della Società Italiana di Reumatologia per i pazienti con malattia reumatologica over 18 anni in cura con terapia immunosoppressiva. Tra le ragioni del mancato rispetto della raccomandazione troviamo la scarsità d’informazioni ricevute a riguardo (49,6%), la non familiarità con l’Herpes Zoster (21,9%) e il timore di effetti collaterali (14,9%). Rispetto all’intenzione di sottoporsi nel corso dei prossimi mesi alla vaccinazione contro il Fuoco di Sant’Antonio, il 62,4% delle persone con patologie reumatologiche non lo farà (con picchidel 64% tra gli over 65 e del 71,1% tra i 41 e i 64 anni).

La vaccinazione antipneumococcica

Nei pazienti con malattia reumatologica che stanno assumendo terapia immunosoppressiva, la vaccinazione antipneumococcica è raccomandata: però, nella realtà, tra coloro che sono a conoscenza dello pneumococco più della metà (53,9%non si è sottoposto al vaccino. I motivi? La mancanza di gravi problemi respiratori in passato (36,8%), poche informazioni a riguardo (35,1%) e il timore d’incorrere in effetti collaterali (20,5%). Rispetto all’adesione alla campagna vaccinale antipneumococcica 2024/25, più di 8 persone su 10 (81,9%) non hanno intenzione di sottoporsi, con un picco dell’89,1% tra le persone di età compresa tra i 41 e i 64 anni.Nei pazienti con malattia reumatologica che stanno assumendo terapia immunosoppressiva e non sono stati vaccinati in precedenza la vaccinazione anti-papilloma virus umano è suggerita ma il 62,9% non vi si è sottoposto; una percentuale che sale al 66,9% tra gli over 65e addirittura al 70% tra coloro che hanno tra i 41 e i 64 anni di età. In più di un terzo dei casi (31,2%) è la mancanza d’informazioni complete ad allontanare le persone dall’adesione alla campagna vaccinale contro il Papilloma Virus. Sono invece oltre 8 su 10 (82,3%) le persone che non hanno intenzione di sottoporsi alla vaccinazione contro l’infezione da HPV nel corso dei prossimi mesi, un dato che sale all’83,9% tra gli over 65. L’area geografica più restia a sottoporsi alla vaccinazione anti-papilloma virus umano è quella del Nord Est e Nord Ovest (84,9%).

Il vaccino contro RSV

Infine, analizzando l’atteggiamento delle persone con patologie reumatologiche e dei loro caregiver rispetto al vaccino contro il virus sinciziale moderno emerge come oltre due persone con malattie reumatologiche su tre (66,7%) non sanno cosa sia il virus e quali patologie causi. Nonostante ciò la quasi totalità (95,7%) dei futuri genitori che sono a conoscenza di cosa sia il virus sinciziale respiratorio ha intenzione di vaccinare il proprio figlio.

Matteo Santopietro

«Dalla ricerca emerge un quadro a luci e ombre – spiega Matteo Santopietro, Senior Market Researcher presso l’Istituto di ricerca WeResearch –. Da una parte la maggioranza delle persone intervistate dichiara di essere favorevole ai vaccini a livello generale e di effettuare le vaccinazioni consigliate, in particolare il vaccino antinfluenzale, dall’altra, entrando nello specifico, per quanto riguarda le vaccinazioni contro l’Herpes Zoster, l’antipneumococcica e l’anti-Papilloma Virus, la maggioranza dichiara di non essersi sottoposto e, dato ancor più allarmante, la maggior parte del campione di chi non ha effettuato queste vaccinazioni, afferma di non aver intenzione di effettuarle in futuro. Per le persone che non si sono sottoposte alle vaccinazioni antipneumococcica e anti-Papilloma Virus il dato è decisamente critico: più di 8 persone su 10 dichiarano che non si vaccineranno. La motivazione principale è la mancanza di informazioni sufficienti che suscita ansia, timore e preoccupazione. Si può quindi affermare – conclude Santopietro – che un’informazione capillare, completa e esaustiva da parte di tutti gli attori coinvolti, porterebbe un aumento significativo dell’incidenza delle vaccinazioni effettuate».

L’organizzazione dell’evento “Da 0 a 100: l’importanza della vaccinazione per i pazienti fragili” ha avuto il patrocinio, tra gli altri, del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e della Società Italiana di Reumatologia (SIR) e rientra tra le attività del progetto “Prevenire con la Vaccinazione” dedicato da APMARR all’informazione e alla sensibilizzazione delle persone con patologia reumatologica sull’importanza della vaccinazione, realizzato con il contributo non condizionante di GSK e Celltrion Healthcare.