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GIMBE, senza risorse in legge di bilancio il DDL sulle prestazioni sanitarie rimane una scatola vuota

«Il Disegno di Legge sulle prestazioni sanitarie – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – non prevede investimenti ad hoc e sarà necessario attendere il testo della manovra per capire se la norma diventerà operativa o rimarrà una scatola vuota. Si continua sulla strada di un approccio “a costo zero” che non risponde alle reali esigenze di potenziamento della sanità pubblica e rischia di compromettere l’efficacia delle azioni proposte, soprattutto in un contesto in cui il SSN soffre di un cronico sottofinanziamento». Questa la principale criticità emersa dall’analisi GIMBE del testo del DdL S. 1241 presentata ieri, insieme ad alcune proposte, in audizione presso la 10° Commissione del Senato.

Misure previste

I tempi di attesa aumentano a causa dello squilibrio tra l’offerta e la domanda di prestazioni sanitarie, che non sempre soddisfa reali bisogni di salute. Infatti una quota di esami diagnostici e visite specialistiche è inappropriata: la loro esecuzione non apporta alcun beneficio in termini di salute e contribuisce ad “ingolfare” il sistema, lasciando indietro i pazienti più gravi. «Tuttavia le misure previste dal DdL – commenta Cartabellotta – sulla scia del DL “Liste di Attesa”, oltre a potenziare gli strumenti di governance centrale, prevedono solo di inseguire la domanda aumentando l’offerta. Una strategia perdente: come dimostrano numerosi studi, infatti, una volta esaurito nel breve periodo il cosiddetto “effetto spugna”, l’incremento dell’offerta finisce per indurre un ulteriore aumento della domanda». In tal senso, è indispensabile definire criteri di appropriatezza di esami e visite specialistiche e un piano di formazione sui professionisti e d’informazione sui pazienti, al fine di arginare la domanda inappropriata di prestazioni.

Nello specifico, ha spiegato Cartabellotta «integrando le misure del DL liste di attesa, il nuovo provvedimento pone le basi per valutare l’appropriatezza delle prestazioni (Disposizioni in materia di prescrizione ed erogazione delle prestazioni di specialistica ambulatoriale), espande gli strumenti di governance nazionale (Istituzione e funzionamento del Sistema nazionale di governo delle liste di attesa) e di feedback degli utenti (Istituzione del registro delle segnalazioni e funzionalità dell’Osservatorio nazionale sulle liste di attesa). Tuttavia per aumentare l’offerta punta sugli specialisti ambulatoriali convenzionati, sul privato accreditato e sul lavoro flessibile».

In particolare, prevede di investire 100 milioni di euro per il 2025 e per il 2026 (ma a valere sul FSN, ovvero senza risorse aggiuntive), aumentando il numero delle ore degli specialisti ambulatoriali: la previsione è di oltre 1 milione di ore aggiuntive per arrivare ad erogare più di 3 milioni di prestazioni. Inoltre, aumenta le soglie per acquisto di prestazioni dal privato accreditato, oltre quanto già previsto dalla Legge di Bilancio 2024, mettendo sul piatto ulteriori 184,5 milioni di euro per i prossimi due anni (Tabella 1). Tale incremento è destinato prioritariamente alle prestazioni erogate dalle strutture (54) dotate di pronto soccorso e inserite nella rete dell’emergenza-urgenza. «Un criterio – ha commentato il Presidente – che favorisce prevalentemente Lombardia (24 strutture) e Lazio (13 strutture), così come già accaduto con l’aumento del tetto per l’acquisto di prestazioni dal privato accreditato disposto dalla Legge di Bilancio 2024, parametrato alla spesa del 2011».

Altra misura degna di rilievo è l’indennità di risultato (≥ 30%) per direttori generali, sanitari, amministrativi, e direttori di struttura complessa delle Aziende sanitarie. «Una strategia sicuramente efficace – ha spiegato Cartabellotta – ma nell’impossibilità di “aggiustare” statisticamente il dato sull’appropriatezza delle prestazioni c’è il rischio, ben documentato in letteratura, di comportamenti opportunistici al fine di ottenere l’indennità di risultato».

Decreti attuativi e tempi di attuazione

Il DdL prevede 7 decreti attuativi e per 2 di loro non sono nemmeno stabiliti i termini di pubblicazione. «Un numero così elevato di decreti attuativi – commenta Cartabellotta – lascia molte perplessità sui tempi di attuazione delle misure. I tempi previsti per la pubblicazione dei decreti attuativi, rispetto alle loro finalità, sono troppo stretti considerati anche i ritardi già accumulati da quelli previsti dal DL 74/2024, di cui 6 sono già scaduti». Questo aumenta l’incertezza sui tempi di attuazione delle misure, perché tra valutazioni tecniche, passaggi burocratici tra Ministeri e attriti politici, dei decreti attuativi si perdono spesso le tracce, rendendo impossibile applicare le misure previste.

Aspetti finanziari

Tutte le misure previste sono senza maggiori oneri per la finanza pubblica. Delle disposizioni 8 sono senza maggiori oneri per la finanza pubblica, 2 a valere su risorse già stanziate (es. Fondo Sanitario Nazionale) e 3 a valere su misure compensative. «In attesa del testo della Legge di Bilancio 2025 – commenta Cartabellotta – il testo del DdL conferma la decisione del Governo di non investire ulteriori risorse in sanità».

Le proposte della Fondazione GIMBE

È urgente investire sul personale sanitario, sia per incrementare l’attrattività della carriera nel SSN, aumentando i salari e migliorando le condizioni di lavoro, sia in termini di valorizzazione professionale. Attualmente, il SSN sta affrontando una crisi del capitale umano senza precedenti che riguarda non solo la carenza di medici e, soprattutto, di infermieri ed altri professionisti sanitari, ma anche la loro motivazione personale, fortemente in calo dopo la pandemia. «Un’ulteriore pressione sui professionisti in servizio – afferma Cartabellotta – senza un adeguato ricambio generazionale e incentivi appropriati, rischia di far aumentare i fenomeni di fuga dal SSN, già in preoccupante crescita».

È essenziale superare la “visione prestazionistica” del SSN, per riportare al centro delle attività dell’organizzazione i bisogni di salute e la presa in carico dei pazienti, in particolare quelli cronici. Per farlo, è necessaria una governance più snella e una leale collaborazione tra Stato e Regioni, superando i numerosi attriti che spesso rallentano l’implementazione delle politiche sanitarie.

«Il disegno di legge – ha concluso Cartabellotta – integra il DL liste di attesa offrendo diversi strumenti per la governance nazionale. Tuttavia la sua attuazione appare troppo macchinosa, con tempi medio-lunghi, ostaggio di numerosi decreti attuativi e che richiedono la stretta collaborazione di Regioni e Aziende sanitarie. Il DdL 1241, di fatto, non introduce interventi efficaci per ridurre la domanda inappropriata mentre, sul fronte del potenziamento dell’offerta, ad invarianza di risorse punta esclusivamente su specialisti ambulatoriali convenzionati e privato accreditato, oltre che su contratti flessibili. Scelta imposta dalla necessità di tamponare l’emergenza in assenza di investimenti mirati, per i quali sarà necessario attendere il testo della Legge di Bilancio 2025: senza risorse dedicate saremo ancora una volta di fronte a un’occasione mancata. Perché se aumentare le risorse senza riforme rischia di alimentare sprechi e inefficienze, le riforme senza risorse rimangono inevitabilmente scatole vuote».

Se il SSN fosse una persona, che cosa le diresti? Ecco cosa è emerso dall’attività partecipata con il pubblico a Health for Dreamers

«Se il Servizio sanitario nazionale fosse una persona, che cosa le diresti?». Sulla lavagna predisposta per l’occasione molti i “Grazie!” alternati ai “Resisti”. Poi qualche messaggio più strutturato: “Sei bravo ma non (sempre) ti applichi”, “Cura di più i pazienti e meno le malattie”, “Presta attenzione anche ai caregiver”.

A Health for Dreamers, il 4 ottobre in piazza San Carlo a Torino, c’era anche Giuseppe Petrosino, founder di Paradeigma e partner dell’iniziativa, organizzata da TrendSanità. L’anteprima del Festival del Digitale Popolare prevedeva infatti, oltre a un pomeriggio di talk visionari, anche un’attività partecipativa con il pubblico.

Simone Eandi

«Con Health for Dreamers volevamo incentivare la contaminazione e la partecipazione di tutti gli stakeholder del Servizio sanitario. L’attore principale è il cittadino: a lui si rivolge il sistema e per lui esiste. Tuttavia, spesso non riesce a partecipare ai processi decisionali – ricorda Simone Eandi, editore di TrendSanità -. Con questa idea, insieme a Giuseppe Petrosino abbiamo sviluppato un progetto per ascoltare e coinvolgere i cittadini nel sogno comune di una sanità più equa e universale».

Giuseppe Petrosino

«Sono state tre le domande poste ai passanti: oltre a immaginare la personificazione del SSN, abbiamo chiesto quali fossero, per le persone intervistate, le tre priorità della spesa pubblica (sanità, istruzione, lavoro, difesa, trasporti…) e che cosa spaventasse ed entusiasmasse di più della digitalizzazione nella sanità. Le risposte sono state sorprendenti per accuratezza e profondità».

Dopo essersi fermati per curiosare gli “strani fogli colorati” infatti, molte persone che inizialmente erano titubanti e avevano intenzione di dedicare pochi minuti all’attività si sono fatte coinvolgere e si sono aperte condividendo il proprio vissuto personale e raccontando il loro rapporto con il SSN.

«La sanità non è qualcosa che lascia indifferenti – commenta Petrosino a TrendSanità -. Per quanto si vada con i piedi di piombo, si vanno a smuovere cose estremamente intime e personalmente resto sempre colpito da quanto questo tema inneschi forti reazioni emotive. Tutto questo mi ricorda, ogni volta, quanta responsabilità e cura bisogna mettere nel nostro lavoro a supporto del Servizio Sanitario».

Era la prima volta che Petrosino incontrava le persone in una piazza, ma ha riscontrato lo stesso tipo di feedback nella facilitazione di gruppi di operatori sanitari: «Dal punto di vista professionale e umano trattare la sanità è un bell’allenamento di sospensione del giudizio. È importante stare con le persone, essere accoglienti e ascoltare sospendendo il più possibile ogni opinione e pregiudizio».

Le risposte

Alla domanda sulle priorità per la spesa pubblica gli ambiti più gettonati sono stati la sanità, il lavoro e l’ambiente.

«I più giovani parlavano anche di istruzione, mentre gli adulti davano la priorità al lavoro. La salute, invece, è stata una richiesta trasversale di tutte le età». Tra le difficoltà espresse dai partecipanti ai facilitatori, quella di riuscire a fornire una gerarchia a ambiti percepiti con ricadute così importanti sul nostro quotidiano.

Sanità, lavoro e ambiente sono le tre priorità di spesa pubblica per i cittadini che hanno partecipato al percorso durante Health for Dreamers

«È stato interessante vedere come creare uno spazio di – seppur breve – riflessione sulle priorità da assegnare ai grandi temi della spesa pubblica mettesse in crisi i passanti, i quali spesso commentavano quanto fosse difficile fare una scelta. La sensazione che abbiamo avuto è che il laboratorio abbia aperto piccolissimi spiragli di consapevolezza sulla complessità di gestione della sanità nello specifico e della cosa pubblica più in generale», riflette Petrosino.

Della tecnologia si teme la “disumanizzazione” delle cure. Molti hanno posto l’attenzione sulla privacy e la tutela dei dati personali. Entusiasma invece la parte legata all’organizzazione: la digitalizzazione è percepita come positiva se si pensa all’efficienza, alla velocità e all’accessibilità. Le persone più informate tra i passanti hanno anche evidenziato la maggiore precisione e affidabilità nelle diagnosi che il digitale può garantire.

Della digitalizzazione spaventa la perdita di contatto umano e la tutela della privacy, mentre è vista di buon occhio la maggiore efficienza e accuratezza

È stato interessante vedere come creare uno spazio di riflessione sulle priorità da assegnare ai grandi temi della spesa pubblica mettesse in crisi i passanti

Ma è la terza domanda quella che ha fatto fermare più a lungo le persone che hanno dedicato qualche minuto all’attività: oltre a quanto già detto all’inizio, è emerso anche un desiderio di universalità ed equità delle cure, senza discriminare in base al censo o al luogo di residenza.

La personificazione del SSN è stata la domanda che ha fatto riflettere più a lungo chi ha preso parte all’attività

E adesso?

Health for Dreamers voleva essere il punto di partenza di un percorso partecipato di consapevolezza e ridefinizione della sanità del futuro, a partire dall’ascolto dei bisogni e dei desideri di esperti e cittadini.

«Abbiamo anche avuto la conferma di quanto incontrare le persone e aprire anche solo piccoli spazi di dialogo possa davvero contribuire a riavvicinare i cittadini a temi fondamentali – chiosa Petrosino -. Siamo convinti che esperienze di questo tipo possano e debbano essere ripetute per contribuire alla crescita di consapevolezza dei “non addetti ai lavori” sull’importanza del servizio pubblico e sulla responsabilità di tutti della sua sostenibilità economica e sociale. Riteniamo che sia fondamentale aprire e tenere vivi quanti più spazi di dialogo generativo».

Le suggestioni emerse durante la giornata saranno raccolte in un documento da distribuire a istituzioni e organizzazioni che hanno partecipato alla giornata e a chiunque sia sensibile al tema, in modo da contribuire alla generazione di una visione condivisa della sanità di domani integrando anche le idee e perché no, anche i sentimenti emersi.

Accesso, equità, innovazione: no agli interventi occasionali

Finanziamento del SSN e riparto regionale, programmazione e valutazione degli investimenti, svolta digitale e intelligenza artificiale: su questi temi, ovviamente con una particolare focalizzazione sul ruolo del farmacista del servizio sanitario nazionale, ha dibattuto il 45° Congresso SIFO appena concluso nella sessione “Qualità ed equità di accesso per un SSN sostenibile: quale innovazione”.

L’evento ha cercato, con il contributo di alcuni esperti e osservatori autorevoli, di identificare il bisogno sistemico di innovazione dell’intero sistema delle cure, senza trascurare una visione coraggiosa capace di osservare il futuro della sanità nazionale, con atteggiamento fedele al titolo stesso del congresso di Napoli.

Tonino Aceti (presidente di Salutequità), coordinatore della sessione insieme a Simona Serao Creazzola (coordinatrice del Congresso), ha ricordato che “in questi giorni si rincorrono i dibattiti sulle cifre relative al finanziamento del SSN, nella domanda ricorrente se le risorse disponibili siano sufficienti o ancora troppo poche. Credo sia da ricordare – ha proseguito Aceti – che di risorse ne servirebbero certamente sempre di più, ma al contempo abbiamo dei limiti derivanti dalla ridotta crescita economica del Paese, dall’elevato debito pubblico e dai relativi interessi, oltre che dai vincoli europei. In questo scenario il dialogo sull’innovazione e sulle riforme risulta doveroso e centrale perché può contribuire a recuperare da subito risorse e a razionalizzare il sistema”. “E proprio per questo”, ha aggiunto Simona Serao Creazzola “è necessario ragionare sulle riforme, perché così possiamo condividere alcuni interrogativi centrali: se intendiamo davvero mettere mano a riforme di sistema, se intendiamo approcciarle nel modo più corretto e con quali contributi intendiamo identificarle”.

Gli interlocutori intervenuti hanno approfondito proprio questi temi delineando un quadro non facile, ma chiaro. Inizialmente con l’intervento di Mariella Mainolfi (direttore generale professioni sanitarie e delle risorse umane, Ministero della Salute) che ha descritto l’attuale compagine dei farmacisti ospedalieri. La professione, tra le più giovani del servizio sanitario nazionale come età media, è tra quelle in grado di supportare il sempre maggiore orientamento del Servizio Sanitario Nazionale ad una medicina di prossimità. Il tutto garantendo farmacovigilanza, gestione di terapie sicure, efficaci ed appropriate ed i rapporti di costo-efficacia, per evitare sprechi e contenere i costi complessivi del SSN, quasi a posizionare la professione nel suo possibile contributo alle riforme.

A seguire Federico Spandonaro (presidente del Comitato Scientifico di CREA Sanità) ha illustrato con dovizia di numeri e statistiche l’attuale stato di salute delle economie del SSN, precisando di essere consapevole che “le soluzioni non sono né alla portata di mano, né così facili. Probabilmente c’è bisogno veramente di un momento di collaborazione collettiva per condividere un punto di partenza a proposito di quello che si può veramente realizzare”. “Non vedo grandi innovazioni recenti – ha detto Spandonaro – Vedo sicuramente tanti interventi che si susseguono negli anni, ma non impostazioni strategiche differenti. Bisognerebbe forse metterci a tavolino e avere il coraggio di capire che bisogna ripensare a tanti temi dati per rigidamente acquisiti: già superare la logica del riparto attuale, e definirla maggiormente sulla base degli effettivi bisogni sanitari delle popolazioni, sarebbe un ottimo risultato”. Alla fine, ha sottolineato Spandonaro, torniamo al titolo di questo Congresso: credo che ci voglia davvero una vision del futuro che ci permetta di pensare ad un sistema nuovo che mantiene i principi di universalismo ed equità d’accesso, ma su una base moderna e nuova“.

La sessione SIFO con l’intervento di Chiara Sgarbossa (Direttore dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano) ha cercato poi di comprendere il contributo che le tecnologie digitali stanno offrendo al SSN, domandandosi qual è lo stato di sviluppo della sanità digitale in Italia e quali sono i passi da compiere affinché si possano sfruttare appieno queste tecnologie. Affrontando l’impatto attuale dei servizi di telemedicina, servizi digitali e FSE – nelle mille differenze attuative registrabili tra regione e regione – Sgarbossa ha sottolineato un’urgenza strategica: non possiamo pensare che di fronte all’impatto dell’innovazione digitale in sanità l’organizzazione, i ruoli, i processi e le competenze di professionisti sanitari e pazienti possano essere quelli di prima. Ed anche in questo caso, quindi, si torna al messaggio principale emerso dalla sessione: l’innovazione oggi non può essere occasionale o limitata, occorre mettere mano al sistema nella sua interezza.

Il commento SIFO alle dinamiche e questioni presentate in sessione è emerso dalle parole di Simona Serao Creazzola: “programmazione è la chiave di volta dell’immediato futuro. E la programmazione si fa alla luce della sostenibilità sociale, economica ed ambientale, attraverso la comprensione e valorizzazione dei dati esistenti, anche in chiave HTA, che devono essere in grado di offrire punti di riferimento ai protagonisti del dialogo politico e delle decisioni istituzionali. SIFO può dare un enorme contributo in questo senso. E speriamo, anzi ci attendiamo, di poterlo portare laddove c’è l’intelligenza e la sensibilità per raccoglierlo”.

“Il messaggio che ci portiamo a casa – ha concluso Tonino Aceti – è che a fronte di uno scenario che rimane complesso per la sostenibilità del SSN, sono sicuramente molto importanti le risorse sulle quali poter contare, ma allo stesso tempo non possiamo e non dobbiamo sottrarci dalla responsabilità di innovare e riformare il nostro SSN al fine di renderlo più resiliente e più capace di rispondere ai bisogni dei cittadini. Lo possiamo fare partendo ad esempio dal chiedersi tutti i giorni se stiamo valorizzando al meglio le risorse che abbiamo, e su questa partita tutte le professioni sanitarie e quindi anche il farmacista ospedaliero possono dare un grandissimo contributo”.

Presentato il Rapporto civico sulla salute di Cittadinanzattiva: liste di attesa, difficoltà nell’accesso ai Pronto Soccorso e pochi servizi sul territorio le preoccupazioni dei cittadini

È sempre il grande tema delle difficoltà di accesso alle cure sanitarie del nostro Paese quello che emerge dall’annuale Rapporto civico sulla salute, presentato oggi a Roma da Cittadinanzattiva presso il Ministero della Salute, alla presenza del Ministro Orazio Schillaci. Su 24.043 segnalazioni dei cittadini nel 2023 (in crescita di 9971 rispetto all’anno precedente), quasi una su tre  – il 32,4%, +2,8% rispetto al 2022 e +8,6 rispetto al 2021 – fa riferimento al mancato accesso alle prestazioni. A seguire, con il 14,2%, il tema delle cure primarie (anche questo in crescita, +5,1% rispetto al 2022), ossia le difficoltà nel rapporto tra i cittadini e i Medici di Medicina generale e i Pediatri di Libera Scelta, nella continuità assistenziale e nel raccordo ospedale territorio. Poco sotto l’ambito dell’assistenza ospedaliera (13,3% nel 2023, -2,5% rispetto all’anno precedente), ossia le difficoltà relative ai Pronto soccorso, ai ricoveri e alle dimissioni; con l’11,1% segue l’ambito dell’assistenza territoriale (+5,4% rispetto al 2022), ossia le criticità relative allo scarso coordinamento delle strutture sul territorio, alla carenza di personale, alla scarsa presa in carico del paziente. Sotto al 10%, ma comunque rilevante, l’ambito della prevenzione che nel 2023 raccoglie l’8,6% delle segnalazioni (era il 15,2% nell’anno precedente).

«Le segnalazioni del Rapporto civico, da sempre “termometro” del rapporto tra cittadini e Servizio sanitario, ci restituiscono un fermo immagine da anni bloccato sull’accesso, la piaga della sanità pubblica, capace per la sua portata e per la sua trasversalità di mettere in secondo piano ogni altro ambito, dal governo della sicurezza, alla necessità di umanizzazione, persino alla qualità delle cure. Avere la percezione di trovare chiusa la porta di accesso al Servizio sanitario – a causa delle difficoltà connesse alla desertificazione dei servizi, alla debolezza delle cure primarie, alla situazione dei Pronto Soccorso, alle lunghe liste di attesa – scolora gli altri problemi, pur rilevanti, e impedisce anche di cogliere le aree di miglioramento e innovazione o di assumere un atteggiamento fiducioso nelle riforme in corso – dichiara Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva -. Rivendichiamo per la sanità pubblica risorse maggiori e continuative, dopo che per anni essa è stata considerata una specie di salvadanaio a cui attingere per tappare i buchi di bilancio del nostro Paese, impoverita e desertificata, ma allo stesso tempo dobbiamo chiederci in che modo sono impiegate le risorse, visto che i Livelli essenziali di assistenza non sono ancora mai stati aggiornati, dal 2008 non si propone al Parlamento un Piano sanitario nazionale, e visto che sono state di recente approvate riforme pur significative, come quella sulla non autosufficienza degli anziani, senza investimenti e senza un Patto di corresponsabilità fra Stato centrale e Regioni».

Il Rapporto civico sulla salute integra diverse fonti di informazione: quella civica fornita dalle segnalazioni spontanee dei cittadini raccolte dagli sportelli di tutela di Cittadinanzattiva sul territorio, quelle che provengono da monitoraggi, indagini ed analisi dell’organizzazione su singole tematiche e infine fonti derivanti da studi ed analisi prodotti da soggetti del mondo istituzionale, accademico o della ricerca. L’obiettivo è mostrare come si traduce oggi il diritto alla salute dei cittadini, nel complesso sistema del federalismo sanitario.

Rapporto Civico Salute 2024, Elaborazione Agenzia Valutazione Civica – Cittadinanzattiva
 

Liste di attesa e rinuncia alle cure

Le principali difficoltà di accesso alle prestazioni (32,4% delle 24.043 segnalazioni) sono determinate soprattutto da: liste d’attesa bloccate (31,1%), lunghe attese o difficoltà a contattare il Cup/Programmare visite (complessivamente il 20%).

Sui tempi di attesa, ecco alcuni dei tempi massimi segnalati dai cittadini (qui le tabelle complessive relative ai tempi di attesa) indicati dai cittadini, divisi per codici di priorità, e relativi a prime visite specialistiche, visite specialistiche di controllo, esami diagnostici, interventi chirurgici): 468 giorni per una prima visita oculistica in classe P (programmabile, da eseguire entro 120 giorni); 480 per una visita di controllo oncologica in classe non determinata; 300 giorni per una visita oculistica di controllo in classe B (breve da erogare entro 10 gg); 526 giorni per un ecodoppler tronchi sovraaortici in classe P (programmabile, da erogare entro 120 gg); 437 giorni per un intervento di protesi d’anca in classe D (entro 12 mesi), 159 giorni per un intervento per tumore alla prostata in classe B (entro 30 gg).

Nel 2023 il 7,6% dei cittadini ha rinunciato alle cure (+0,6% rispetto al 2022) e il 4,5% lo fa per le lunghe liste di attesa (era il 2,8% nel 2022). La quota di rinuncia è pari al 9,0% tra le donne e al 6,2% tra gli uomini, Sul territorio, “l’incremento alla rinuncia” rispetto all’anno precedente si concentra soprattutto al Centro (dal 7,0% all’8,8%) e al Sud (dal 6,2% al 7,3%) mentre il Nord con 7,1% mantiene lo stesso livello del 2022.

A conferma del fenomeno della rinuncia alle cure anche il decremento sul numero totale delle prestazioni erogate nel corso del 2023: il decremento medio è dell’8% rispetto all’anno precedente. È minimo lo scarto in Lombardia e in Toscana (-2%), seguite dall’Emilia Romagna (-3%), ma in ben 14 Regioni le percentuali superano la media nazionale con picchi di -25% in Sardegna, -27% e -28% in Valle d’Aosta e nella provincia di Bolzano. È soprattutto sul fronte delle prime visite che i sistemi regionali arrancano: queste sono diminuite mediamente del 10%.

Cure primarie e assistenza territoriale

Le segnalazioni dei cittadini nell’ambito delle cure primarie (14,2% delle 24.043 totali) ci raccontano di difficoltà con il proprio medico di famiglia o pediatra di libera scelta (47,1%), a causa dello scarso tempo a disposizione o di un deficit nelle informazioni che vengono fornite ai cittadini. Ricorrono le segnalazioni di chi non riceve un appuntamento in tempi ritenuti “congrui” oppure lamenta visite troppo brevi nelle quali non riesce a riferire tutti i propri problemi al medico. Mentre le criticità relative all’assistenza sanitaria di prossimità (11,1% delle 24.043 segnalazioni complessive) riguardano principalmente le strutture presenti sul territorio che dovrebbero attivarsi per una presa in carico integrata dei pazienti. Le auspicate ricadute positive degli investimenti sui territori legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (missione 6 – Salute) e la Riforma dell’assistenza territoriale (D.M 77/2022) tardano ad arrivare e i cittadini, anche nel 2023, hanno lamentato molte criticità legate all’assistenza sanitaria di prossimità che di fatto anziché “prossima” sembra essere sempre più “distante” dalle loro esigenze.

Dall’ultimo aggiornamento disponibile su Italia Domani risulta che, ad aprile 2024, l’86% dei progetti relativi alle Case della Comunità è arrivato alla Stipula del contratto, con alcune differenze regionali: valori inferiori si riscontrano nelle regioni del sud e solo due regioni hanno valori inferiori al 50% (Marche 48% e P.A Trento 10%).

Per quanto riguarda le Centrali Operative Territoriali, quasi tutte le regioni, tranne la Provincia di Bolzano (38%) hanno raggiunto la fase di “Stipula dei contratti”, solo in alcune regioni del sud la percentuale è inferiore al 100%. Infine, per quanto riguarda gli Ospedali di Comunità, la situazione è più variegata rispetto alla percentuale relativa alla Stipula dei Contratti: le regioni del nord, del centro e le isole raggiungono valori percentuali compresi fra il 70% e il 100%, quelle del sud presentano valori più bassi, e tre regioni si attestano su valori al di sotto del 50% (0% P.a. di Bolzano, 33% P.A. di Trento, 45% Calabria).

Assistenza ospedaliera

Un’altra area particolarmente critica è quella dell’assistenza ospedalierache quest’anno si classifica al terzo posto per percentuale di segnalazioni (13,3% delle 24.043 totali). In questo ambito le difficoltà riguardano in larghissima misura l’Emergenza-Urgenza e Pronto Soccorso (82,1%). In particolare i cittadini segnalano lunghe attese in chiamata prima di entrare in contatto con l’operatore, sovraffollamento nei Pronto Soccorso, lunghe ore d’attesa, disorganizzazione nella gestione delle priorità e carenza di personale. È evidente che la carenza di personale, il ritardo nell’impiego dei fondi del PNRR e la pandemia appena conclusa, hanno ridotto quasi al “collasso” un settore già di per sé molto critico. 

I dati ufficiali ci confermano che in questa area mancano oltre 4.500 medici e circa 10.000 infermieri, per contro il trend di accesso dei cittadini ai Pronto soccorso è di nuovo in aumento dopo il calo determinato dalla pandemia. I cittadini del nord hanno effettuato sia nel 2019 sia nel 2023 maggiori accessi, in numeri assoluti, rispetto a quelli del centro sud. Ad effettuare un numero davvero elevato di accessi con codice bianco sono i cittadini del Veneto. I nostri dati, come quelli ufficiali, ci confermano che i cittadini attendono molte ore in PS: si va da una media di 111 minuti per i codici bianchi a 147 per i codici verdi. Faticano a contenere i tempi di permanenza al PS regioni come la Sardegna (184 minuti) e l’Abruzzo (162 minuti ) per i codici verdi, e sempre Abruzzo (126) e Friuli Venezia Giulia (128) per i codici bianchi. 

Molti cittadini, in particolare in alcune aree del Paese, inoltre, non raggiungono un servizio di emergenza urgenza entro 30 minuti: si parla del 5,8% della popolazione, ossia circa 3,4 milioni di abitanti; la situazione più critica riguarda la popolazione residente in aree interne della Basilicata (32,5%) seguita da quella della P.A di Bolzano (9,16%) e Sardegna (8,44%). Con l’implementazione delle case della comunità, la percentuale di persone che continuerà a non poter raggiungere una struttura di P.S entro 30 minuti si prevede che diminuirà a 964 mila (1,6% popolazione).

Prevenzione

L’ambito raccoglie l’8,6% delle 24.043 segnalazioni: in particolare i cittadini lamentano informazioni mancanti, incomplete e contraddittorie relative alle vaccinazioni anti Covid (35,5%); informazioni non accessibili e /o incomplete o incongruenti, difficoltà a prenotare o  disorganizzazione nei centri vaccinali per le vaccinazioni ordinarie (33,1%); difficoltà relative alla mancata lettera di invito dalla Asl o impossibilità di prenotare autonomamente gli screening oncologici (31,4% e nello specifico: 15,2% per quello mammografico, 8,4% per il colon retto, 7,8% per la cervice uterina).

Difficoltà che vanno superate, per contrastare alcuni deficit nel nostro sistema di prevenzione. Le coperture vaccinali, ad esempio, sono buone per la fascia pediatrica (si raggiunge il 95% quasi ovunque); ma già negli adolescenti e soprattutto per gli adulti sono basse (HPV: 38,78%, nelle ragazze del 2010, 31,81 nei ragazzi del 2010; nella stagione 2023-2024; il vaccino antinfluenzale è stato fatto da appena il 53,3% degli over 65, e quello anti- covid appena dal 10,3% degli over 60.

Per quanto riguarda gli screening oncologici, nel 2023 le adesioni ai programmi organizzati gratuiti non sono ottimali, soprattutto persiste una netta differenza fra il Nord e il Sud. Il 55% delle donne target aderisce allo screening mammografico, con una variazione di 15 punti percentuale tra Nord e Sud-Isole: le regioni con migliore adesione sono la P.A di Trento con 78,8%, Veneto con 76,7%, Basilicata 72,8%; quelle con più bassa adesione sono Calabria 16,4%, Molise 32,8%, Campania 33,6%. Per lo screening colorettale, aderisce all’invito il 34% della popolazione target: le regioni con una maggiore adesione sono Veneto con 64,2%, Valle d’Aosta 63,5%, Friuli Venezia Giulia con 52,4%; quelle con più bassa adesione sono Calabria 6,1%, Sicilia 14,8% e Lazio 18,9%. Per lo screening cervicale, l’adesione è stata complessivamente pari a 41%, con valori più bassi al Sud e Isole (31%) rispetto al Nord (52%) e al Centro (38%).

Emerge distintamente ed ovunque il problema della poca adesione a tutti i programmi di screening organizzati da parte della popolazione migrante, per bassa percentuale sia di invii degli inviti da parte delle Asl sia di successiva adesione agli stessi.

10 priorità per un Servizio sanitario più forte ed equo

  1. Alla data prevista del 1° gennaio 2025 dare piena e totale attuazione ed esigibilità a tutti i cittadini e su tutto il territorio nazionale dei LEA 2017 e garantire d’ora in avanti, come previsto, una revisione costante e certa dei Livelli essenziali di assistenza.
  2. Dotare il Paese di un nuovo Piano sanitario nazionale, assente dal lontano 2008, per ottenere, insieme a una programmazione dell’offerta sanitaria coerente con i tempi, il sostegno del Parlamento, l’impegno trasversale a un progressivo e adeguato finanziamento per la sanità con risorse commisurate alle riforme, la collaborazione delle Regioni.
  3. Investire nel potenziamento delle infrastrutture digitali e di interconnessione dei dati, lavorando sulle competenze digitali tanto dei cittadini quanto dei professionisti sanitari.
  4. Rilanciare politiche sul personale sanitario, co-progettando organicamente ruoli e fabbisogno di tutti i professionisti sanitari, riformando i processi di formazione, valutazione e sviluppo delle competenze, incentivando le professioni considerate meno attrattive.
  5. Investire su ogni livello della prevenzione, dall’alfabetizzazione sanitaria agli stili di vita alle campagne vaccinali alla diagnosi precoce, e implementare i provvedimenti previsti, al livello nazionale e regionale, per potenziare e rendere i servizi di prevenzione vaccinale e di screening più accessibili e uniformi.
  6. Garantire la piena e tempestiva attuazione delle disposizioni previste dal Decreto liste d’attesa con particolare riguardo al governo delle agende, agli aspetti di monitoraggio del dato e all’uniformità delle procedure sul territorio.
  7. Accelerare l’implementazione delle Case della comunità, delle Centrali operative territoriali e degli Ospedali di comunità per garantire una migliore assistenza di prossimità nel più breve tempo possibile, ma intanto potenziare le reti dell’assistenza primaria e i servizi territoriali già presenti nelle comunità.
  8. Rafforzare e incentivare il personale sanitario nei reparti di Emergenza-Urgenza, riducendo le disparità regionali nell’accesso ai servizi sanitari.
  9. Promuovere attraverso campagne informative un uso più consapevole dei farmaci, con particolare attenzione agli antibiotici e il sostegno all’uso dei farmaci equivalenti.
  10. Garantire processi di approvazione più celeri e un accesso più rapido ed equo per i farmaci innovativi.

Patologia mammaria: si può allattare in sicurezza

Una delle strategie per promuovere l’allattamento nella nostra società è quella di far chiarezza sulla lista delle controindicazioni ad allattare, che risulta eccessivamente e scorrettamente molto più lunga del necessario sia nell’immaginario collettivo e popolare, sia, purtroppo ancor oggi, secondo l’opinione di molti operatori sanitari.

È compito delle Società scientifiche dare una risposta a questa problematica, demolendo appunto quando necessario questi miti e false opinioni. La Società Italiana di Neonatologia (SIN) e la Società Italiana di Pediatria (SIP), assieme ad altri 18 Enti, fra Società scientifiche, Federazioni professionali e Istituti di ricerca di ambito sanitario, Associazioni, Organizzazioni e ONG per l’Allattamento Materno, si sono unite in un Gruppo di Lavoro nazionale interdisciplinare ed hanno dato vita alla Position Statement sulla Patologia della Mammella e Lattazione che ha rivisitato queste convinzioni inappropriate ed oramai superate, alla luce delle più aggiornate evidenze scientifiche.

Oltre SIN e SIP, hanno partecipato al Gruppo di Lavoro, promosso e coordinato dal Dott. Riccardo Davanzo, Presidente della Commissione Allattamento della Società Italiana di Neonatologia COMASIN: ANDOS Onlus Nazionale (Associazione Nazionale Donne Operate al Seno), ANISC (Associazione Nazionale Italiana Senologi Chirurghi), AOGOI (Associazione Ostetrici-Ginecologi Ospedalieri Italiani), Associazioni e ONG per l’Allattamento Materno, Centro Antiveleni-Bergamo, Comitato Italiano per l’UNICEF, ESRA (European Society of Regional Anaesthesia & Pain Therapy), FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri), FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche), FNOPO (Federazione Nazionale degli Ordini della Professione di Ostetrica), IEO (Istituto Europeo di Oncologia IRCCS), SICPRE (Società Italiana di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva-rigenerativa ed Estetica), SIGO (Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia), SIPO (Società Italiana di Psico-Oncologia) e SIRM (Società Italiana di Radiologia Medica ed Interventistica).

La Position Statement di oltre 60 pagine, condivisa da un insieme di ben 20 Enti, specializzati in materia, passa in rassegna sistematicamente la compatibilità e sicurezza dell’allattamento con le principali patologie mammarie in atto (per esempio un’infezione) o pregresse (per esempio un intervento chirurgico).

«Se nelle patologie mammarie si valuta attentamente il rapporto rischi/benefici, quasi sempre è possibile incoraggiare senza incertezze l’allattamento di una madre che sia adeguatamente informata e naturalmente motivata ad avviare o a non interrompere l’allattamento – commentano SIN e SIP -. In particolare, le indagini strumentali al seno di tipo radiologico, ecografico e le risonanze nucleari (anche con mezzo di contrasto) sono assolutamente compatibili con l’allattamento e correttamente interpretabili, anche se la mammella è in fase di lattazione».

La donna non deve smettere di allattare per sottoporsi ad accertamenti diagnostici, che d’altro canto non vanno neppure in alcun modo procrastinati, per non ritardare la diagnosi di un eventuale cancro del seno. Anche l’agobiopsia, come confermato dagli specialisti, è compatibile con l’allattamento. Pur rappresentando condizioni cliniche che in varia misura ostacolano l’allattamento, la mastite o l’ascesso mammario, così come un pregresso cancro al seno o una mastoplastica, non controindicano l’allattamento. Gli operatori sanitari aggiornati e ben orientati, quindi, possono supportare le donne ad allattare il proprio bambino anche in caso di patologia della mammella.

«Donne ancora troppo penalizzate per incarichi e stipendi. E la sanità perde le loro competenze»

Per le donne medico italiane il soffitto di cristallo è quasi irraggiungibile. Lo confermano i dati del libro bianco, diffuso ad inizio anno da Fondazione Onda, dove si riporta che solo l’8,3% delle donne medico riveste un ruolo apicale a fronte del 20,6% dei colleghi maschi e ancora poche Strutture complesse sono dirette da una donna.

Antonella Vezzani

Antonella Vezzani, Presidente Associazione Italiana Donne Medico, si confronta con TrendSanità per una ‘fotografia’ della presenza femminile nelle strutture ospedaliere italiane.

«Come illustrato dai dati del Ministero della Salute, ormai le donne medico a livello ospedaliero, sono più del 50%, quindi c’è stato il sorpasso e, facendo riferimento ai dati del 2023, sono il 52% di tutti i medici ospedalieri, tuttavia, le donne medico che rivestono incarichi dirigenziali di struttura complessa sono soltanto il 19,2% di tutte le strutture complesse. Va un po’ meglio per la struttura semplice, ma questo dato è giustificato dal fatto che fino a qualche anno fa la struttura semplice non aveva budget; quindi, non aveva un’identità di posizione di leadership, come invece detiene la struttura complessa. Anni fa era più facile arrivare a posizioni dirigenziali in strutture semplici; adesso, il 37% delle strutture semplici sono assegnate a donne medico, ma sempre e comunque in numero inferiore rispetto agli uomini. Purtroppo, la progressione della carriera, cioè l’evoluzione nell’arco degli anni per le donne medico è stata molto lenta e passi in avanti purtroppo, ne sono stati fatti ancora troppo pochi».

Leadership e aree funzionali di medicina, dove sono le donne?

Sulla chirurgia le donne dimostrano di raggiungere delle competenze e delle abilità tecniche importanti

«Oltre ad una segregazione di tipo verticale, ovverosia, poche donne arrivano a ricoprire i ruoli di leadership, c’è anche una segregazione di tipo orizzontale. Ciò significa che sono soprattutto le aree funzionali di medicina o le aree funzionali dei servizi quelle dove le donne medico sono più presenti, mentre per le aree funzionali di chirurgia, la presenza delle donne è piuttosto bassa, anche se, ultimamente, va crescendo. Nelle chirurgie generali le donne medico sono meno del 30%, in cardiochirurgia addirittura ancora meno, intorno al 18% e in ortopedia il 16%. Ciononostante, la chirurgia attira sempre di più le donne medico, forse perché è un tipo di attività che le donne riescono ad acquisire bene. Generalmente, le technical skills sono diverse per gli uomini e per le donne, ovvero, abbiamo abilità diverse, ma sulla chirurgia le donne dimostrano di raggiungere delle competenze e delle abilità tecniche importanti. Dato che nei prossimi anni le donne si avvicineranno sempre di più a queste specialità, perché l’ambiente è cambiato e non è più considerato così prestigioso come era vent’anni fa, si creerà spazio anche per loro».

Quali criticità per le donne chirurghe?

«Le criticità sono importanti, perché l’ambito chirurgico è un’attività medica molto impegnativa e poco remunerata a fronte delle possibilità che hanno altre tipologie di specialità, che possono essere svolte in ambulatorio ed anche in ambiente privato. Inoltre, occorre considerare il carico di responsabilità dei chirurghi: i chirurghi hanno in mano la vita delle persone».

A parità di incarico corrisponde parità di salario?

«In ambito ospedaliero la retribuzione è in funzione di un contratto nazionale; quindi, in teoria, non ci dovrebbe essere differenza salariale tra uomo e donna medico. Tuttavia, certi incarichi, certi riconoscimenti possono essere retribuiti in maniera personalizzata e alcuni incarichi vengono più facilmente dati ad un uomo che ad una donna. Anche nell’ambito dell’attività professionale ‘intramoenia’ gli uomini tendono a farsi pagare di più rispetto alle donne. Questo viene considerato prestigio, mentre se a farsi pagare di più sono le donne vengono accusate di essere esagerate. Succede per via di un pregiudizio a riconoscere il valore di una donna medico. Ogni anno, le aziende ospedaliere devono redigere una rendicontazione sulla situazione del personale sanitario diviso per genere e quindi da lì si evince molto bene questa differenza importante. Più si sale nel livello di incarichi, quindi direttore di struttura complessa o capo dipartimento, più questa differenza si nota ed arriva anche a una differenza importante, che si può aggirare intorno al 20%. E a parità di ruolo i cosiddetti premi di produzione vengono elargiti soprattutto a medici uomini».

E ci sono anche i carichi familiari…

Riuscire a integrare queste componenti favorisce la crescita della qualità del lavoro, della qualità del servizio che si offre alla popolazione

«Esatto. Le donne devono farsi carico degli impegni con la famiglia, in conseguenza di ciò fanno meno guardie, fanno meno ore straordinarie e, alla fine, arrivano a guadagnare molto meno rispetto agli uomini. A volte, diventa difficile svolgere quella componente del lavoro che favorisce poi anche la crescita professionale, come ad esempio le riunioni, che spesso sono organizzate prima dell’inizio dell’attività di reparto, ovvero quegli incontri in cui si discute magari dell’organizzazione dei progetti specifici. La conciliazione è sicuramente un problema importante, ma c’è ancora un forte pregiudizio». 

Avere poche donne alle posizioni apicali costituisce uno svantaggio per le strutture sanitarie?

«Uomini e donne, come nel mondo del lavoro in genere, hanno delle differenze; così è anche nell’ambito sanitario, sia per quello che riguarda le technical skills, sia nelle comunication competence; quindi, riuscire a integrare queste componenti favorisce la crescita della qualità del lavoro, della qualità del servizio che si offre alla popolazione, perché diventano complementari. Così come è importante che ci siano componenti giovani e componenti esperti, è importante che ci sia l’aspetto maschile e quello femminile, ma anche tutte le componenti intersezionali, quindi devono essere rappresentati tutti, compresi i giovani. Non è solo l’esperienza che conta, ma anche il bagaglio culturale di chi è appena uscito dall’università. È una formazione che può arricchire chi invece ha l’esperienza. Quindi anche il rapporto intergenerazionale è un aspetto molto importante da tenere presente». 

Next Generation Pharmacy: concluso il 45° Congresso con oltre 3.300 presenze in 4 giornate

Si è concluso con il dato finale di oltre 3.300 partecipanti il 45° Congresso SIFO, che ha delineato a Napoli il percorso per la next generation pharmacy, basando su missione, visione e valori il futuro della farmacia ospedaliera e dei servizi territoriali. «È stato un Congresso che ha fatto registrare uno straordinario successo dal punto di vista di numerosità dei partecipanti, autorevolezza dei contenuti e prestigio per le presenze istituzionali»: queste le prime parole del presidente Arturo Cavaliere a commento dei lavori.

Dichiarazione confermata dal presidente del Congresso Ugo Trama, che ha parlato dell’importanza della «partecipazione del Ministro Orazio Schillaci, dei vertici AIFA e del presidente De Luca, come di segnali forti di attenzione istituzionale non solo formale verso la nostra società ed il suo evento napoletano, a dimostrazione del fatto che siamo una realtà viva con cui è utile e proficuo confrontarsi. Speriamo proprio a partire da Napoli di riuscire a fare sempre il bene di SIFO e dei tanti giovani che vi si riconoscono».

Il riferimento ai giovani da parte di Trama non è occasionale, perché durante l’assemblea dei soci sono stati condivisi gli ultimi dati sulla composizione associativa: «La Società nell’ultimo quadriennio – ha precisato il segretario nazionale Adriano Vercellone – ha aumentato il numero dei soci del 42% giungendo oggi a 3.112 iscritti, e registrando una forte partecipazione dei giovani farmacisti, visto che ad oggi i soci specializzandi iscritti a SIFO sono 1090, circa il 30% dell’intera Società».

Dal Congresso – che aveva in Piera Maiolino il presidente del Comitato Scientifico, Adriano Cristinziano il presidente del Comitato Organizzatore, e in Adriano Vercellone e Simona Serao Creazzola i due Coordinatori – giungono evidentemente anche indicazioni per il futuro lavoro immediato della Società. Ha affermato infatti il presidente Cavaliere: «Le sei sessioni plenarie e le diciotto parallele ci aiutano a portare a casa contenuti e prospettive che faranno parte dei nostri impegni futuri. Tra le tante indicazioni raccolte nelle sessioni dedicate alle innovazioni, direi che una sicuramente prioritaria è che nel settore dei servizi farmaceutici e dei servizi ospedalieri abbiamo necessità di investimenti tecnologici e quindi che il DM 70 sarà un’opportunità per riqualificare anche dal punto di vista tecnico, tecnologico e strutturale i servizi farmaceutici ospedalieri e territoriali». Chiusi i battenti sul Congresso, SIFO procede sui tanti percorsi già avviati, con la partecipazione ai tavoli tecnici in cui è radicata e presente. L’appuntamento con il 46° Congresso sarà nel prossimo autunno in una città del Nord.

Medicina di genere: supporto a ogni fragilità

Quando si parla di medicina di genere ci si riferisce a tutte quelle differenze biologiche e socio-culturali dell’individuo, che devono essere valutate ed importate per una corretta presa in carico della persona, ma anche per affermare un effettivo diritto alla salute. L’importanza di un approccio specifico, nel senso della medicina personalizzata, è stato approfondito nel 45° Congresso, a partire dall’intervento di Elena Murelli, senatrice, che ha rilevato che la salute della donna è il paradigma dello stato di salute dell’intera popolazione e poi con esperienze e visioni specifiche di esperti di settore (Maria de Silvio, Società Italiana Medicina di genere), farmacoeconomisti (Eugenio di Brino, ALTEMS), oltre che in una tavola rotonda a cui hanno partecipato Adriano Cristinziano (Comitato Organizzatore), Claudio Pisanelli (SIFO Lazio), Emma Giordani (ASL Rieti), Antonella Guida (ASL Caserta) Amelia Filippelli (SIF), Gabriele Cappa (DG Regina apostolorum) e Paola Ferrari (esperta in diritto farmaceutico). La certezza è che anche entrando nel territorio della medicina di genere (approccio che non riguarda solo le donne, ma anche i migranti, le persone che vivono in carcere e i componenti della comunità LGBT), il ruolo del farmacista ospedaliero è quello di “legare insieme” le differenti prospettive che possono portare ad un’autentica medicina delle persone più fragili e meno “garantite”.

Medicina di precisione: il ruolo del farmacista ospedaliero

Quando si parla di medicina di precisione ci si riferisce all’ambito vasto delle terapie personalizzate ed il 45° Congresso SIFO è stato il giusto contesto per condividere tra farmacisti ospedalieri e dei servizi territoriali lo stato di avanzamento della ricerca, in particolare nell’ambito oncologico. La sessione dedicata al tema, tenuta nel pomeriggio di sabato, nelle parole della tutor di sessione, Piera Maiolino (Presidente Comitato Scientifico), ha portato a comprendere come la medicina di precisione sia concentrata a comprendere «gli elementi fondamentali per la comprensione delle dinamiche che portano all’insorgenza di una patologia, e quindi permette lo sviluppo del miglior farmaco in base al bersaglio molecolare da colpire». Ma, ha affermato Maiolino, «ci sono questioni aperte sulle quali come farmacisti ospedalieri e territoriali ci dobbiamo soffermare: la conoscenza dei profili genomici è bastevole per scegliere il trattamento? L’intelligenza artificiale ed il machine learning possono portarci ad un’accurata interpretazione dei risultati genomici, contribuendo, per esempio, a identificare correlazioni tra fattori di rischio (genetici) e specifiche condizioni di salute? Saremo in grado di garantire a tutti queste opportunità di cura personalizzate?»

Interrogativi che ad oggi fanno parte delle domande che la comunità clinico-scientifica e il mondo della farmacia ospedaliera deve continuare a porsi per una corretta individuazione dei percorsi terapeutici più appropriati.

I giovani SIFO: protagonisti e premiati

La mattinata di domenica ha visto i giovani SIFO assoluti protagonisti della chiusura del Congresso. Prima con la presentazione del terzo tomo del Sussidiario dello Specializzando, poi con il confronto tra Scuole di Specializzazione (con i professori Alessia Pisterna e Nicola Realdon) e poi ancora con la premiazione delle tante tesi e poster presentati. Chiara Lamesta (coordinatrice dell’Area Giovani SIFO) ha illustrato il Sussidiario come “un progetto che offre un approccio complementare ai testi di studio, che punta a rendere facile la connessione tra teoria e pratica della professione”. Invece i premi per i poster sono stati così assegnati: Primo premio assoluto a Mario D’Auria (Ospedale dei Colli, Napoli), Mena Ilaria Pagliuca (Istituto Pascale, Napoli), Vittoria Borzumati (ASP Reggio Calabria); Premio HTA ad Andrea Marinozzi (ASL Teramo); Premio EAHP a Chiara de Santis (Università di Bari). I premi per i migliori poster Under 40 sono stati attribuiti a: Anna Gallina (Palermo), Sara Pempinello (Napoli), Luigi Fortino (Salerno), Riccardo Pizzolante (Bari), Francesca Semeraro (Roma), Katiuscia Malandrini (Roma), Gernardo Lico (Bari), Sofia Maiucci (Roma), Letizia Urbani (Asst Franciacorta), Mery La Franca (ISS Roma).

Giornata mondiale della psoriasi: le iniziative APIAFCO per i pazienti e non solo

Tutela, informazione, supporto psicologico: sono queste le principali esigenze dei pazienti psoriasici, che convivono quotidianamente – e lungo l’arco dell’intera vita – con una malattia infiammatoria, cronica, sistemica, autoimmune, recidiva, multifattoriale e non contagiosa della pelle. A loro è dedicata, ogni 29 ottobre, la Giornata Mondiale della Psoriasi, un’occasione per fare il punto sullo stato dell’arte di una patologia ad oggi incurabile, che solo in Italia colpisce circa 1,8 milioni di persone (di cui 250 mila in forma severa), esposte  al rischio di molteplici comorbidità: le malattie infiammatorie croniche intestinali, le malattie metaboliche (diabete e obesità) e quelle cardiovascolari, oltre al pesantissimo impatto sulla sfera psicologica: i dati indicano che il 26% dei pazienti soffre di 1 comorbidità associata alla psoriasi, il 24% di 2 e il 19% di 3, e che almeno il 30% sviluppa l’artrite psoriasica.

Per questa comunità, destinata purtroppo ad aumentare anche a causa della preponderanza di fattori quali lo stress e l’inquinamento su un quadro genetico preesistente, APIAFCO, Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza, rappresenta un punto di riferimento: fondata nel 2017 da Valeria Corazza, che tutt’ora la presiede, ha sempre posto al centro della mission il diritto alla salute e la qualità della vita dei pazienti psoriasici. Per farlo, si muove in ambiti paralleli e complementari: empowerment e awareness, per rendere il paziente psoriasico sempre più informato e consapevole circa i percorsi e gli strumenti utili a migliorare la propria qualità di vita; politica sanitaria, per incidere nei processi decisionali che riguardano in primis l’inserimento della patologia nel Piano nazionale di cronicità e l’adozione dei Percorsi diagnostici terapeutici assistenziali (PDTA), che assegnano concretezza alla migliore presa in carico del paziente, che nel caso specifico non può che essere multidisciplinare.

«Migliorare la qualità di vita dei nostri soci è l’obiettivo condiviso quotidianamente dalla squadra di APIAFCO – spiega la Presidente Valeria Corazza – e per farlo presidiamo tutte le aree che incidono sul raggiungimento del risultato: la collaborazione tra medico e paziente, le informazioni su trattamenti e farmaci di ultima generazione come ad esempio i biosimilari, il benessere quotidiano legato all’alimentazione, gli aspetti relazionali e lavorativi, l’isolamento sociale. Senza dimenticare, poi, l’attenzione ad altri aspetti non di rado sottovalutati nell’economia complessiva della gestione della malattia:  l’incidenza economica e di genere (fondamentale, quest’ultima, nel campo delle patologie autoimmuni, quale appunto la psoriasi), e la presenza dei caregiver».

Oltre alla campagna  di screening “Psoriasi? Affrontiamola insieme” (già 17 tappe, in partnership con Abbvie), è attiva anche “Pausa screening”, la campagna di prevenzione gratuita realizzata assieme a Johnson &Johnson con l’obiettivo di intercettare le prime manifestazioni della patologia con una diagnosi precoce, e valutare nuove possibilità per i pazienti cronici: agli appuntamenti di Roma (policlinici Gemelli, Tor Vergata e Umberto I), Latina (ospedale Santa Maria Goretti) e Napoli (AOU Luigi Vanvitelli), si aggiunge quello di Vercelli, presso l’ospedale Sant’Andrea. Della medesima importanza il servizio di supporto psicologico: una serie di incontri individuali finalizzati ad accompagnare il paziente alla riflessione, all’analisi e allo sviluppo di risorse personali, eventualmente propedeutici ai percorsi di gruppo.

In ambito specificatamente awareness, è stato molto seguito il ciclo di incontri “Affrontiamo la psoriasi senza paura”,  finalizzato a favorire il dialogo tra specialisti e pazienti: tre incontri dedicati ai percorsi di cura personalizzati grazie  alla nascita di strutture reuma-gastro-derma, alla diffusione di  farmaci biologici e biosimilari e alla fototerapia; alla psoriasi infantile (la cui frequenza è spesso sottostimata) che ha evidentemente ripercussioni importanti sull’intero nucleo familiare, e non solo sul caregiver designato (spesso la madre); al rapporto pelle e mente, inscindibile e imprescindibile nel percorso che conduce alla convivenza con la malattia. Sempre in tema awareness, una curiosità: gli interpreti della campagna social #respectpsoriasis “Se la psoriasi ti ha scelto, scegli di non subirla”, sono soci APIAFCO di lungo corso. La narrazione, caratterizzata dal racconto della  dimensione di “normalità” dei pazienti psoriasici, è focalizzata sugli alleati che facilitano la convivenza con la malattia e migliorano la qualità della vita, tutti suggeriti, descritti e messi a disposizione sul sito dell’associazione: screening dermatologici e cure specialistiche, aderenza alle terapie, idratazione quotidiana della pelle, cibi e integratori antinfiammatori, camouflage correttivo e fotoesposizione, reti di sostegno e psicoterapia.

Quindi l’impegno sul versante della politica sanitaria, che non conosce soste. Tra le tante iniziative che hanno affollato fin qui l’agenda 2024 della Presidente Valeria Corazza, in pressing su Parlamento e Regioni per accentuare la sensibilità politica rispetto alle malattie della pelle, l’organizzazione – lo scorso 10 luglio, a Roma – dell’incontro tra esperti, specialisti dermatologi, associazioni di pazienti e società scientifiche “Equity Group – Malattie croniche della pelle”, in occasione del quale ha ribadito l’importanza della diagnosi precoce, pesantemente ostacolata da problemi burocratici, liste d’attesa o interlocutori incompetenti. A seguire, la partecipazione ai lavori dell’Intergruppo Parlamentare sulle  “Malattie dermatologiche e la salute della pelle”, che ha rivolto al Ministro della Salute Orazio Schillaci e ai vari stakeholder «un appello per affrontare le tematiche dermatologiche che impattano la vita quotidiana di milioni di cittadini. In Italia, si stima che quasi il 30% della popolazione sia affetto da almeno una patologia dermatologica, un dato che sottolinea l’urgenza di affrontare questi problemi con serietà e impegno», proponendo in tal senso un Patto di legislatura. Tra i temi affrontati in altre e diverse “uscite” istituzionali: la rimborsabilità delle terapie e, soprattutto, il forte dissenso contro il mancato inserimento della psoriasi nell’aggiornamento 2024 del Piano nazionale di cronicità, definito una atto di ingiustizia sociale”: «Per quale motivo i pazienti psoriasici, cronici a tutti gli effetti, non hanno ancora accesso al Piano, al pari di chi vive la medesima condizione e il medesimo status? È una logica che ricorda tanto quella della conventio ad excludendum», ha scritto in una recente nota.

Infine, le iniziative specifiche riguardanti la Giornata Mondiale della Psoriasi. Si comincerà il 22 ottobre con la partecipazione di Valeria Corazza e Ludovica Donati alla conferenza stampa organizzata dalla Senatrice Daniela Sbrollini a Roma, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato, sul tema “L’importanza di garantire nuovi modelli organizzativi per la gestione di una patologia ad alto impatto sociale come la psoriasi”, per proseguire – il 25 ottobre – con il talk “Psoriasi: l’hi-tech che aiuta i pazienti”, inserito nel panel “Prendiamoci la vita” del Festival di Salute di Padova. Il 28 ottobre sarà poi la volta del tradizionale webinar (in diretta Facebook dalle ore 18) di incontro tra soci, volontari e clinici, dedicato al confronto “a tutto campo” su percorsi di cura, esperienze, buone prassi e, in conclusione, il 29 ottobre la conferenza stampa organizzata dal Senatore Guido Liris a Roma, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato, dal titolo “Giornata Mondiale della Psoriasi: una sfida sociale”, che vedrà Valeria Corazza dialogare con esperti clinici, rappresentanti istituzionali e delle associazioni di pazienti sul peso socio-sanitario della malattia.

Personalizzazione, umanizzazione e percorsi di cura: elementi chiave per trasformare il sistema sanitario

«La personalizzazione, l’umanizzazione e i percorsi di cura, sono elementi chiave per la trasformazione del sistema sanitario, specialmente nel contesto delle iniziative del Next Generation, pur rappresentando, da sempre, garanzia di assistenza di qualità centrata sulle relazioni di cura». A dirlo la dottoressa Maria Ernestina Faggiano, Presidente del Collegio dei Sindaci SIFO, nel corso della sessione dal titolo “Personalizzazione, umanizzazione e percorsi di cura”, che si è svolta nell’ambito del XLV Congresso Nazionale SIFO, in programma fino a domani a Napoli presso gli spazi della Mostra d’Oltremare.

«Per l’interconnesione dei tre concetti, molto sentiti da SIFO – ha proseguito la dottoressa Faggiano – non si può prescindere dall’intervento del farmacista ospedaliero, il quale, cooperando con il team sanitario garantisce continuità assistenziale, gestione ottimale delle terapie farmacologiche e fornisce educazione terapeutica personalizzata al paziente e ai caregiver sull’uso corretto delle terapie». Questo, ha fatto sapere l’esperta, avviene a livello empatico (Non technical skills) contribuendo a creare un «ambiente di cura umanizzato» e promuovendo una «relazione di fiducia e collaborazione, che favorisca l’aderenza alle terapie e la sostenibilità delle stesse».

A ciò si aggiunge l’expertise (Technical skills) propria della professione nella personalizzazione della terapia, dalla galenica alla ricetta nominativa. «Ma per ottenere il miglior risultato possibile le due competenze devono fondersi- ha tenuto a sottolineare la dottoressa Faggiano- sicuramente la digitalizzazione è un’opportunità significativa, a patto che si assuma una postura relazionale tale da integrare le cure tra ospedale e territorio. Ciò può avvenire soltanto con la formazione che SIFO, anche con questa sessione congressuale – ha concluso – continuerà a dare».

Troppi farmaci e pochi vaccini. La sfida comunicativa dell’AIFA tra polifarmacoterapia e mercanti di paure

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“Io sto bene, io sto male. Io non so cosa fare” cantavano i CCCP qualche decennio fa. Potremmo vivere la stessa incertezza di fronte al nostro rapporto con i farmaci. Ci fanno guarire dai mali, ma usati troppo o in modo non corretto ci fanno anche ammalare e morire. Ma di quali farmaci abbiamo davvero bisogno? Di quelli che il marketing dei colossi pharma ci propone ogni giorno o di quelli che ci prescrive il nostro medico in scienza e coscienza? Poi ci sono i medicinali che dovremmo prendere anche se non stiamo male. Sono una delle grandi trovate dell’umanità, salvano ogni anno milioni di vite e si chiamano vaccini. Ma mentre il “disease-mongering”, o mercificazione delle malattie, gioca in modo suadente su paure e malanni fino ad ora sconosciuti, c’è chi continua a giocare sulla paura dei vaccini facendone calare l’utilizzo anche su patologie pericolose, e molto note, che avevamo archiviato e che si stanno riaffacciando minacciose. Ma andiamo con ordine.

Un problema globale

L’OMS afferma che circa 1 paziente su 10 subisce danni durante le cure mediche, con oltre 3 milioni di decessi annui attribuibili a cure non sicure. La situazione è particolarmente critica nei Paesi a basso e medio reddito, dove fino a 4 persone su 100 perdono la vita a causa di problemi relativi alle terapie. Oltre il 50% di questi danni (che colpiscono 1 paziente su 20) sono prevenibili. La metà di questi danni evitabili è attribuita ai farmaci, evidenziando come gli effetti avversi dei medicinali rimangano una preoccupazione primaria. Il fenomeno non si limita agli ospedali. Stime suggeriscono che fino a 4 pazienti su 10 subiscono danni in contesti di cure primarie e ambulatoriali, con una percentuale allarmante di casi evitabili che raggiunge l’80%.

L’aspetto economico

Il danno ai pazienti non ha solo un costo umano, ma anche un impatto economico significativo. Sempre l’OMS riporta che questo fenomeno riduca potenzialmente la crescita economica globale dello 0,7% all’anno. Su scala globale, il costo indiretto del danno ammonterebbe a trilioni di dollari.

Uno spettro chiamato AMR

Per quanto riguarda i farmaci, a complicare lo scenario, c’è il tema dell’antibiotico resistenza. Scrive AIFA: «Con 11mila morti l’anno causati da infezioni batteriche resistenti agli antibiotici l’Italia è maglia nera in Europa. Un problema di un uso non solo eccessivo, ma anche inadeguato degli antibiotici, riduce il numero di quelli veramente efficaci, aumentando quindi il circolo vizioso delle difficoltà di trattamento. Il problema va quindi affrontato in modo multidisciplinare e multi-strategico». A questo si unisce il non corretto smaltimento di antibiotici e altri medicinali con pesanti conseguenze One Health su ambiente e animali.

Gli anziani e la polifarmacoterapia

In un Paese sempre più dai capelli bianchi si affaccia un’ulteriore angoscia: «Se la presenza di due o più patologie caratterizza già il 75% dei sessantacinquenni – spiegano ancora dall’Agenzia italiana del farmaco – tale condizione sembra colpire gli ultraottantenni nella loro quasi totalità. La diretta conseguenza di tale fenomeno è l’utilizzo di un elevato numero di medicinali per trattare queste patologie. Dai dati del Rapporto AIFA sull’uso dei farmaci negli anziani, risulta che nel corso del 2019 la quasi totalità della popolazione ultrasessantacinquenne ha ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica (98%), con lievi differenze tra aree geografiche, con consumi giornalieri pari a tre dosi per ciascun cittadino. In questo scenario, la polifarmacoterapia, definita come l’utilizzo contemporaneo di più medicinali (in letteratura si considera l’esposizione a 5 o più farmaci contemporaneamente), è un problema di salute pubblica, perché, come noto, è associata a una riduzione dell’aderenza terapeutica, nonché a un aumento del rischio di interazioni tra molecole».

La cura della comunicazione

Le strategie a livello mondiale, europeo e italiano per affrontare questi fenomeni sono diverse ed eterogenee. Tra queste l’AIFA, nel suo nuovo corso, ha da poco lanciato un’iniziativa corposa dedicata alla comunicazione chiamata “COSIsiFA”, un network AIFA-Regioni-Istituzioni sanitarie per l’informazione indipendente sui farmaci e un sito web: infarmaco.it.

L’aumento dei ricoveri causati da farmaci

«I ricoveri ospedalieri dovuti all’utilizzo di farmaci sono, in letteratura, storicamente tra il 4% e il 5%, ma i dati sono in rapida crescita e ora si arriva anche al 9% – spiega a TrendSanità Ugo Moretti, professore di Farmacologia dell’Università di Verona e coordinatore scientifico del progetto “COSIsiFA” –. È una tendenza facilmente spiegabile con l’aumento dell’utilizzo dei farmaci e con l’invecchiamento della popolazione. Ma per gli effetti avversi non parliamo di terapie particolari o insolite. Tutti i medicinali hanno questa conseguenza anche quelli più banali come l’aspirina o i fans, farmaci antinfiammatori non steroidei, ad esempio, hanno come effetto avverso quello dell’emorragia gastrointestinale. Ma noi dobbiamo valutare anche quante vite sono state salvate o sono migliorate grazie a quei ritrovati: ovviamente molte di più rispetto a quelle che hanno avuto conseguenze negative, magari reversibili. Vanno sempre combinati con attenzione rischi e benefici, considerando che i rischi aumentano con l’età perché non è la stessa cosa prendere un farmaco a 50 anni o a 90 anni».

La confusione tra farmaci, integratori e dispositivi

«Dobbiamo lavorare sulla comunicazione per i cittadini e per i professionisti sanitari, sulla conoscenza e sulla formazione relativa alle interazioni tra farmaci e sul deprescribing, cioè smettere di prendere un medicinale quando non serve. Per i pazienti è importante capire che, se si segue una terapia, ogni farmaco in più, anche il più elementare, anche quello da banco, può interagire con gli altri ed è perciò molto importante consultare il medico che ci ha prescritto la terapia. Poi c’è la grande confusione che spesso si vive, ed è alimentata dalla pubblicità e dal marketing delle aziende, tra medicinali autorizzati, integratori e dispositivi medici» scandisce ancora Moretti.

Troppi farmaci e pochi vaccini…

Tra i dati e le considerazioni che insistono sul consapevole utilizzo dei farmaci manca forse una riflessione sull’importanza dei vaccini e su coperture che vedono l’Italia perdere ogni anno posizioni a livello internazionale: sul covid-19, sull’influenza e, persino, su morbillo e pertosse. «Dobbiamo lavorare soprattutto sulla comunicazione dei vaccini pediatrici – ammette a TrendSanità Anna Rosa Marra, responsabile dell’Area Vigilanza Post-Marketing dell’AIFA e promotrice dell’iniziativa – e siamo preoccupati per l’aumento di quelle patologie. Ma su questo tema il lavoro che va fatto è quello della formazione dei professionisti sanitari e dei pediatri. Ai cittadini in molti casi non basta riferire l’informazione, ma va stimolata la sensibilizzazione su quello che i vaccini possono rappresentare non solo per la salute individuale, o dei propri cari, ma anche per quella della collettività».