«Il Rapporto Fnomceo-Censis presentato a Roma – commenta Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed – offre indicazioni e riflessioni utili su come sia cambiato il rapporto soggettivo dei medici con la professione, sulla scia della più ampia trasformazione del rapporto tra gli italiani e il lavoro. Rischia però di essere letto in modo distorto su un punto che ci riguarda direttamente, e su cui non possiamo tacere: il giudizio sul lavoro dipendente. Non permetteremo che un dato di insoddisfazione verso le condizioni concrete in cui si esercita la professione si trasformi, nel dibattito pubblico, in un atto d’accusa contro chi ha scelto, o si trova, nella stragrande maggioranza dei casi, a dover scegliere, di lavorare come dipendente negli ospedali pubblici italiani.»
Pierino Di Silverio
Il Rapporto certifica che l’81,5% dei medici associa il lavoro dipendente a un eccesso di burocrazia e il 54% a una compressione dell’autonomia decisionale. «Sono numeri che raccontano un disagio reale, prosegue Di Silverio. Ma attenzione a non confondere causa ed effetto: non è la natura giuridica del rapporto di lavoro a generare questo malessere, è l’aziendalizzazione degli ultimi trent’anni, il sottofinanziamento cronico, la carenza di organici e il carico burocratico scaricato sul personale a rendere insopportabile ciò che potrebbe e dovrebbe funzionare bene. Il medico ospedaliero dipendente non è un esecutore di procedure per vocazione mancata: lo diventa quando il sistema lo costringe a scegliere tra la relazione con il paziente e la scrivania piena di adempimenti».
Secondo ANAAO, il modello di governance ha progressivamente compresso l’autonomia clinica in nome di logiche produttive ed economiche
«Continuiamo a dirlo da anni: il problema non è essere dipendenti del Servizio sanitario nazionale, il problema è che il modello di governance nato con il DLGS 502/1992 ha progressivamente compresso l’autonomia clinica in nome di logiche produttive ed economiche. È quella la riforma da fare, non la fuga dal lavoro dipendente verso presunte terre promesse di libertà professionale».
«Respingiamo con fermezza – dichiara Di Silverio – ogni lettura che voglia trasformare questi dati in una sorta di bocciatura morale dei medici che ogni giorno reggono pronto soccorso, sale operatorie e reparti del Servizio sanitario nazionale, spesso ben oltre i turni contrattuali, spesso subendo aggressioni, quasi sempre senza il riconoscimento economico che meriterebbero. Sono loro, ad aver garantito la tenuta del sistema nella pandemia e negli anni difficili che sono seguiti. Additarli come vittime rassegnate di una scelta professionale sbagliata, o peggio come medici di “serie B” rispetto alla libera professione, è un’operazione ingenerosa quanto sbagliata nel merito».
«I medici ospedalieri non chiedono di scappare dal SSN. Chiedono di poter lavorare in un SSN che funzioni come dovrebbe»
Il Rapporto stesso lo conferma: l’83% dei medici indica la professione come un modo per realizzarsi nella vita, l’80,2% si dichiara alla fin fine soddisfatto. Sono numeri che valgono anche per chi lavora da dipendente negli ospedali, e che raccontano una tenuta di valori e motivazioni ben più solida di quanto la narrazione sul “meglio il lavoro autonomo” lasci intendere.
«Chiediamo – aggiunge Di Silverio – che il dibattito seguito a questo Rapporto non si trasformi nell’ennesima occasione per proporre scorciatoie come la fuga dal rapporto di dipendenza come soluzione ai mali della sanità pubblica. La soluzione non è smontare il pilastro del lavoro dipendente su cui si regge il Servizio sanitario nazionale universalistico, ma restituirgli dignità: superare l’aziendalizzazione, abbattere il tetto di spesa per il personale, investire su organici e retribuzioni, restituire ai medici il tempo per la relazione di cura che il Rapporto stesso indica come cuore pulsante della professione».
«I medici ospedalieri – conclude – non chiedono di scappare dal Servizio sanitario nazionale. Chiedono di poter lavorare in un SSN che funzioni come dovrebbe. È questa la riforma che serve, non l’ennesima delegittimazione di chi, ogni giorno, tiene in piedi gli ospedali italiani».
Il documento non intende entrare nel merito delle valutazioni regolatorie – che competono alle autorità competenti – ma offrire un contributo costruttivo al confronto, partendo da una convinzione: la recente decisione di AIFA non esaurisce il percorso dell’innovazione nella malattia di Alzheimer, ma rende ancora più importante continuare a investire nella ricerca e preparare progressivamente il Servizio sanitario nazionale ad accogliere, quando appropriato, le future innovazioni terapeutiche.
La ricerca deve continuare a essere sostenuta con determinazione, perché ogni avanzamento scientifico rappresenta un passo verso nuove opportunità
Secondo Airalzh ETS, le nuove terapie rappresentano un passaggio significativo nel percorso della ricerca scientifica. Pur richiedendo una continua valutazione delle evidenze disponibili, esse testimoniano che la comprensione dei meccanismi biologici della malattia sta producendo risultati che potranno favorire lo sviluppo di trattamenti sempre più efficaci.
L’Associazione Italiana Ricerca Alzheimer ha quindi individuato alcune priorità strategiche per il Paese:
Rafforzare il sostegno alla ricerca attraverso investimenti continuativi nella ricerca di base, traslazionale e clinica, favorendo la collaborazione tra enti pubblici, università, IRCCS e imprese
Promuovere la diagnosi precoce sviluppando percorsi che consentano di identificare tempestivamente le persone nelle fasi iniziali della malattia
Potenziare la rete dei centri specialistici garantendo competenze multidisciplinari e una maggiore omogeneità nell’accesso ai servizi sul territorio nazionale
Favorire la produzione di nuove evidenze attraverso registri, studi osservazionali e raccolta sistematica di dati di pratica clinica, utili a valutare nel tempo efficacia, sicurezza e appropriatezza delle innovazioni terapeutiche
Promuovere un confronto permanente tra istituzioni, comunità scientifica, associazioni dei pazienti e tutti gli attori coinvolti nella ricerca e nell’assistenza, affinché le future decisioni possano fondarsi su un patrimonio di conoscenze sempre più ampio e condiviso.
«L’Alzheimercontinua a rappresentare una delle principali sfide sanitarie e sociali del nostro tempo – afferma la Professoressa Alessandra Mocali, Presidente diAiralzh ETS – Per questo riteniamo importante contribuire al dibattito con uno sguardo rivolto al futuro. La ricerca deve continuare a essere sostenuta con determinazione, perché ogni avanzamento scientifico rappresenta un passo verso nuove opportunità per le persone che convivono con la malattia e per le loro famiglie. La ricerca ha aperto una nuova fase, destinata ad evolversi verso terapie progressivamente più efficaci nel modificare il decorso della malattia.»
Con il Position Statement, Airalzh ETS rinnova il proprio impegno a promuovere una ricerca indipendente, rigorosa e orientata alle persone, contribuendo allo sviluppo di un confronto sempre più qualificato sulle prospettive della diagnosi, dell’assistenza e dell’innovazione terapeutica.
Quando i cittadini non riescono ad accedere alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale nei tempi previsti, oltre uno su due (54%) si rivolge alla sanità privata. Solo il 9% sceglie invece l’attività libero-professionale intramoenia (ALPI), mentre il 7% rinuncia del tutto alle cure, anche se secondo l’ISTAT tale percentuale sfiora il 10%. Sono alcuni dei dati più significativi emersi dall’indagine realizzata dall’Istituto Piepoli per conto della FNOMCeO e presentata a Roma.
Per la Federazione CIMO-FESMED, questi numeri dimostrano come l’intramoenia rappresenti una risorsa ancora largamente sottoutilizzata, nonostante possa contribuire sia a migliorare l’accesso alle cure sia a rendere più attrattivo il lavoro nella sanità pubblica.
«L’ALPI può rappresentare uno strumento concreto per ampliare l’offerta assistenziale e ridurre i tempi di attesa»
«Per anni l’intramoenia è stata indicata erroneamente come una delle principali cause delle liste d’attesa, ma questa indagine dimostra che i cittadini conoscono molto bene le vere criticità del sistema: la carenza di personale, le insufficienze strutturali e i problemi organizzativi – afferma Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED –. In questo scenario, se non è possibile aumentare rapidamente l’offerta di prestazioni attraverso nuove assunzioni e il potenziamento delle strutture, l’ALPI può rappresentare uno strumento concreto per ampliare l’offerta assistenziale e ridurre i tempi di attesa. Allo stesso tempo, consente di rafforzare il rapporto di fiducia tra medico e paziente e costituisce un importante incentivo per trattenere i professionisti nel SSN. Perché questo accada, però, è necessaria una riforma profonda dell’attuale sistema».
Guido Quici
Tra le possibili soluzioni, CIMO-FESMED indica il modello della cosiddetta “superintramoenia”, già sperimentato in Lombardia: «Consentire alle assicurazioni sanitarie di indirizzare i propri assistiti verso le strutture pubbliche, dove potrebbero essere visitati da medici al di fuori dell’orario di servizio, significa creare nuove opportunità professionali per i medici e generare risorse economiche da reinvestire negli ospedali pubblici – prosegue Quici –. Si tratta di un modello che meriterebbe di essere esteso a livello nazionale».
In assenza di un intervento strutturale, il rischio è invece quello di assistere a un progressivo ridimensionamento dell’attività intramoenia: «I dati del Ministero della Salute evidenziano una tendenza ormai consolidata: tra il 2015 e il 2023 il numero dei medici che svolgono attività intramoenia è diminuito del 15%. Oggi l’ALPI è gravata da procedure burocratiche complesse e da un sistema di costi che assorbe fino al 70% di quanto versa il paziente. È quindi inevitabile che molti professionisti preferiscano esercitare nel proprio studio o nelle strutture private, dove trovano condizioni economiche più favorevoli e possono garantire ai pazienti quella continuità di rapporto che il Servizio sanitario nazionale, nelle condizioni attuali, fatica ad assicurare», conclude Quici.
Dalla nascita della cultura della privacy in Italia all’avvento dell’intelligenza artificiale, passando per il ruolo strategico dei dati sanitari e la necessità di superare una visione esclusivamente difensiva della protezione dei dati. Con l’avvocato Luca Bolognini, presidente emerito dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati e founding partner di ICT Legal Consulting, abbiamo ripercorso l’evoluzione di un settore che oggi è diventato centrale per la competitività, la ricerca e la sovranità europea.
Luca Bolognini
Quando l’Istituto Italiano per la Privacy venne fondato, quali erano le sfide che vedevate all’orizzonte? E poi, a distanza di anni, quali ritiene siano stati i risultati più importanti raggiunti a livello di diffusione della cultura della protezione dei dati nel nostro Paese?
«Ai tempi la privacy era ancora principalmente un tema di riservatezza e di conformità che potremmo definire burocratica. C’era molto legalese, molta carta e un approccio decisamente novecentesco alla materia.
Si iniziava a intravedere la presenza di alcune grandi banche dati pubbliche e tutto il tema della privacy gravitava soprattutto attorno al rapporto tra potere pubblico e cittadino. Del resto, questa era una delle principali ragioni per cui in Europa ci eravamo dotati di una disciplina sulla protezione dei dati: tutelare i diritti dell’individuo rispetto all’ingerenza dei poteri pubblici.
Anni fa il tema privacy riguardava il rapporto tra potere (pubblico e privato) e cittadino; poi il focus è cambiato
Esisteva anche una forte attenzione alla tutela della privacy dei lavoratori nel rapporto con il datore di lavoro, ma il baricentro della disciplina era sostanzialmente quello.
Negli anni, però, tutto si è trasformato. La progressiva e pervasiva digitalizzazione della società, l’esposizione volontaria e massiva delle persone online e la crescita di poteri privati sempre più rilevanti hanno cambiato radicalmente lo scenario.
Siamo passati da una tutela della sfera individuale in termini di riservatezza a una dimensione nella quale la protezione dei dati è diventata anche uno strumento di regolazione del mercato. Da un lato protegge i diritti, dall’altro abilita attività e interessi che hanno un peso economico crescente.
Ora la privacy viene vista anche come strumento di regolazione del mercato e di valorizzazione dei dati
Parallelamente è emersa l’altra faccia della medaglia: la valorizzazione dei dati. Un aspetto che in Europa era stato a lungo trascurato da una regolazione concentrata quasi esclusivamente sulla tutela. Solo negli ultimi cinque-dieci anni è diventato evidente che il trattamento e la valorizzazione dei dati, anche personali, rappresentano una leva fondamentale di innovazione e sostenibilità».
Possiamo parlare in qualche modo di battaglie vinte e di opportunità che l’Italia avrebbe potuto cogliere meglio?
«Ci sono certamente aspetti positivi e altri meno positivi.
L’Italia partiva da una buona normativa nazionale. Il Codice Privacy era, per certi versi, persino anticipatore rispetto al GDPR e aveva introdotto una serie di bilanciamenti che riconoscevano la possibilità di utilizzare i dati anche per legittimi interessi dei titolari del trattamento.
Nel 2011, quando l’Istituto aggiunge alla propria denominazione il riferimento alla valorizzazione dei dati, avviene anche un altro passaggio importante. Con il decreto Salva Italia viene eliminata un’anomalia normativa che ostacolava fortemente l’utilizzo di alcune informazioni riferite alle persone giuridiche. Era un limite che avevamo praticamente solo noi e pochi altri Paesi europei. La sua eliminazione dimostrò concretamente come una norma sbagliata possa bloccare sviluppo e innovazione e come una correzione legislativa possa invece liberare potenzialità importanti.
L’Italia è partita con una buona normativa nazionale (il Codice Privacy) ma è rimasta indietro più a lungo sull’utilizzo secondario dei dati per la ricerca sanitaria
Anche il Garante Privacy, negli anni, ha mostrato sensibilità verso le esigenze delle piccole e medie imprese, introducendo margini di semplificazione e bilanciamento.
Dove siamo rimasti indietro più a lungo è stato invece nell’utilizzo secondario dei dati per finalità di ricerca scientifica, soprattutto in ambito sanitario. Anche dopo il GDPR, l’Italia ha mantenuto una postura più rigida rispetto ad altri Paesi europei e per diversi anni non è stata particolarmente aperta al riutilizzo dei dati sanitari per finalità di ricerca».
La sanità è sicuramente il settore in cui il valore del dato e la tutela della persona a cui questi dati appartengono è più delicato. Il percorso del nostro Paese nella valorizzazione dei dati sanitari per la ricerca, la prevenzione e l’innovazione, dal suo punto di vista come si sta muovendo e quali sono i principali ostacoli che vede dal punto di vista culturale, normativo e organizzativo?
«Va detto che la maggiore rigidità mantenuta dall’Italia fino a pochi anni fa era comprensibile. I dati relativi alla salute, e ancor più quelli genetici, comportano rischi elevatissimi per i diritti e le libertà fondamentali delle persone. L’intenzione del legislatore e del regolatore era quindi assolutamente nobile.
Il problema è che, nel frattempo, il quadro è cambiato. Il regolamento europeo aveva aperto a una maggiore utilizzabilità secondaria dei dati sanitari, mentre l’Italia aveva mantenuto limitazioni più stringenti.
Inoltre, il legislatore e il regolatore sembravano non essersi pienamente accorti dell’arrivo delle cosiddette Privacy Enhancing Technologies, le PET, cioè quelle tecnologie in grado di pseudonimizzare, anonimizzare o sintetizzare i dati rendendone possibile l’utilizzo in condizioni di sicurezza.
Queste innovazioni hanno reso possibile dare una seconda vita ai dati sanitari raccolti per finalità di cura, consentendone il riutilizzo per ricerca e innovazione senza compromettere i diritti delle persone.
Le nuove tecnologie e gli aggiornamenti normativi allineano l’Italia all’Europa nell’utilizzo sicuro dei dati sanitari
Far comprendere questo cambiamento non è stato semplice. Credo però che l’Istituto abbia contribuito in modo significativo a diffondere consapevolezza e a favorire un’evoluzione culturale.
Nel tempo sono arrivati risultati concreti. Penso alla modifica dell’articolo 110 del Codice Privacy, che ha eliminato la necessità di autorizzazioni preventive per molte attività di ricerca medico-biomedica ed epidemiologica.
Successivamente sono arrivati ulteriori passi avanti, come l’articolo 8 della legge 132 del 2025, che favorisce l’utilizzo dei dati sanitari per ricerca e sperimentazione di sistemi di intelligenza artificiale e introduce strumenti per l’anonimizzazione, la pseudonimizzazione e la sintesi dei dati anche per finalità amministrative del sistema sanitario.
Si tratta di sviluppi molto importanti e coerenti con quanto sta avvenendo a livello europeo».
Il tema però non è più soltanto proteggere i dati, ma governarne l’utilizzo negli ecosistemi che oggi, e sempre più, domani saranno dominati dall’intelligenza artificiale. In poche parole, secondo lei cambia il concetto di privacy nell’era dell’intelligenza artificiale generativa? Quali sono le nuove responsabilità che ricadono sulle spalle delle istituzioni, delle imprese e dei cittadini?
«La partita non è più sulla semplice riservatezza del dato. Il dato è diventato la materia di cui è fatto tutto il sistema digitale.
È una sorta di quinto elemento che permea ogni attività e che, a seconda di come viene trattato, può incidere sulla qualità dei servizi, sulla competitività delle imprese e persino sulla capacità competitiva di un Paese.
Per questo motivo un legislatore non può più considerare la tutela del dato soltanto come una questione individuale. Protezione e valorizzazione dei dati assumono una rilevanza sistemica e diventano questioni di strategia, competitività e sovranità.
La partita oggi non è scegliere tra privacy e ricerca, ma garantire entrambe attraverso tecnologie e regole adeguate
Il tema non è più tenere i dati chiusi nei cassetti, ma trovare modalità per farli circolare e fluire nel rispetto dei diritti individuali e degli interessi collettivi.
L’Europa sembra aver compreso questa sfida. Lo dimostrano la Strategia europea dei dati, il Data Governance Act, il Data Act, alcuni aspetti del Digital Markets Act e la costruzione degli spazi europei dei dati, il primo dei quali riguarda proprio la sanità.
Stiamo assistendo a un progressivo riequilibrio: non soltanto protezione, ma anche utilizzabilità dei dati, competitività e sostenibilità».
Quali saranno i grandi temi che domineranno il dibattito su dati, privacy e salute digitale nei prossimi dieci anni?
«Ci saranno certamente grandi sfide etiche e di bilanciamento tra innovazione guidata dai dati, crescita economica e tutela dei diritti fondamentali.
Da questo punto di vista considero particolarmente importante il documento Magnifica Humanitas, che offre una riflessione molto profonda sul rapporto tra tecnologia, intelligenza artificiale e dignità umana.
L’Europa e gli Stati membri stanno definendo un quadro sempre più chiaro sulla valorizzazione dei dati: adesso bisogna rendere operative queste regole
Ma la sfida principale sarà un’altra: le norme stanno arrivando. L’Europa e gli Stati membri stanno definendo un quadro sempre più chiaro sulla valorizzazione dei dati. Adesso bisogna rendere operative queste regole.
In questo senso, mi ha colpito molto un recente intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Vanno messe in atto, adesso, le politiche necessarie, con il passaggio dalla, necessaria, produzione di regole alla operatività. È indispensabile che i governi membri abbandonino timidezze e riserve e che non siano di freno per l’azione comune. La sfida che abbiamo dinanzi è plurale e complessa. È una delle grandi prove del nostro tempo e nessun Paese può immaginare di affrontarla in solitaria”.
A mio avviso evidenzia un punto essenziale: dobbiamo passare dall’epoca della scrittura delle norme all’epoca dell’operatività e dell’effettività. Le regole stanno iniziando a essere fissate in maniera chiara, ma ora devono essere tradotte in progetti concreti e realizzabili. La vera sfida sarà trasformare la progettualità sulla valorizzazione dei dati in fattibilità operativa, combinando le tutele della protezione dei dati personali con le opportunità offerte dalle nuove normative sull’utilizzo secondario dei dati.
Se lei dovesse lasciare un messaggio ai decisori pubblici e privati che oggi stanno progettando il futuro digitale della sanità, quale sarebbe la priorità assoluta su cui si dovrebbe investire per non perdere la sfida dell’innovazione?
«Tavoli integrati e congiunti tra tutte le autorità coinvolte. Servono conferenze di servizi permanenti tra il Garante Privacy e le altre autorità chiamate ad attuare le normative sulla valorizzazione e sull’utilizzo secondario dei dati sanitari.
Soprattutto servono linee guida fondate su casi concreti, non soltanto su principi astratti. Gli operatori devono poter contare su scenari già valutati e condivisi tra le diverse autorità competenti.
Se continueremo a procedere su binari paralleli, senza un reale coordinamento, sarà difficile passare dalle parole ai fatti. Il punto cruciale oggi è proprio questo: trasformare la valorizzazione dei dati da principio normativo a realtà operativa. E questo richiede collaborazione, coordinamento e una visione condivisa».
Curare non significa solo trattare una patologia, ma riconoscere la persona nella sua unicità. L’incontro nasce per approfondire l’impatto del genere nell’appropriatezza delle cure, nell’organizzazione dei servizi sanitari e nelle opportunità offerte dall’innovazione digitale. Attraverso una prospettiva multiprofessionale, esperti e stakeholder si confronteranno su esperienze, buone pratiche e sfide legate alla medicina di genere, al benessere psicofisico e all’autodeterminazione della persona.
L’evento inaugura un percorso di incontri regionali promosso dalla Commissione Donne di ASSD in collaborazione con TrendSanità, dedicato ai temi del gender gap in sanità e alla valorizzazione delle esperienze maturate nei diversi territori. Un’iniziativa che trae ispirazione dalla collana Le Donne incontrano la Salute, per tracciare nuove azioni sinergiche tra formazione, ricerca e innovazione digitale.
Gli interventi
La medicina di genere come leva per una sanità più equa, personalizzata e multidisciplinare
Apertura dei lavori
Saluti
Simone Eandi – Editore TrendSanità
Laura Patrucco – Presidente ASSD
Jacopo Rosatelli – Assessore alle Politiche sociali, pari opportunità, politiche abitative di edilizia pubblica, coordinamento relazioni con aziende sanitarie, beni comuni, Comune di Torino
Introduzione al libro
Intervento introduttivo della Commissione Donna ASSD
Politiche sanitarie, governance e medicina di genere
Medicina di genere e iniziative regionali: il caso Piemonte
Intervento di Teresa Calandra – S.C. Pianificazione strategica e monitoraggio attività sanitarie ASLTO3
Identità, comunicazione e percorsi di cura
Il ruolo del logopedista nei percorsi di affermazione di genere
Intervento di Federico Natale – Logopedista – Voce InForma, Torino – ASL TO3
Salute mentale, stereotipi e benessere
Oltre gli stereotipi: differenze di genere e salute mentale
Intervento di Antonella Gurzì – Consigliera del Direttivo nazionale AITeRP – Associazione Italiana Terapisti della Riabilitazione Psichiatrica
Persona, esperienza e personalizzazione delle cure
Essere se stessi è terapeutico: medicina di genere e PROMs
Intervento di Elena De Toma – Coordinatrice Servizio di Terapia Occupazionale
Presidio Sanitario San Camillo, referente AITO – Associazione Italiana Terapisti Occupazionali
Medicina di genere tra innovazione, formazione e cultura sanitaria
Dialogo conclusivo e tavola rotonda
Moderano ASSD / TrendSanità
Invitati:
Laura Patrucco
Commissione Donne ASSD
Relatori precedenti
Manuela Appendino – Consigliera di Fondazione Ordine Ing. To – Pres. WeWomEngineers
Attendere mesi per una visita specialistica o un esame diagnostico, senza sapere che un’alternativa esiste. È la condizione di molti cittadini che, di fronte a liste d’attesa sempre più lunghe, ignorano gli strumenti previsti dalla legge per far rispettare i tempi indicati nella propria prescrizione medica. Per colmare questo vuoto informativo, l’Associazione Luca Coscioniha annunciato l’ampliamento del suo Numero Bianco, il servizio telefonico gratuito, nato per informare sui diritti nel fine vita, offre ora orientamento anche sulle liste d’attesa, spiegando ai cittadini come muoversi per ottenere visite ed esami nei tempi stabiliti.
L’Associazione Luca Coscioni ha ampliato il suo Numero Bianco – 06 9931 3409 – per informare anche sull’attivazione del percorso di tutela contro le liste d’attesa
Il problema ha dimensioni ormai note. Secondo i dati ISTAT, nel 2024 quasi un italiano su dieci (9,9%) ha rinunciato a visite o esami diagnostici pur avendone bisogno: si tratta di 5,8 milioni di persone, 1,3 milioni in più rispetto all’anno precedente. E la causa principale è proprio la lunghezza delle liste d’attesa.
Cosa prevede la legge
La normativa, in realtà, tutela il cittadino. Ogni prescrizione di primo accesso deve riportare una classe di priorità, a cui corrisponde un tempo massimo di erogazione: U (urgente), entro 72 ore; B (breve), entro 10 giorni; D (differibile), entro 30 giorni per le visite e 60 per gli esami diagnostici; P (programmabile), entro 120 giorni. Se la data proposta dal CUP supera questi limiti, il cittadino può chiedere l’attivazione del cosiddetto percorso di tutela. In base alla normativa, quando i tempi massimi non possono essere rispettati, le direzioni aziendali devono garantire la prestazione attraverso l’attività libero-professionale o il privato accreditato, senza costi aggiuntivi per l’assistito oltre all’eventuale ticket. Un obbligo previsto da molteplici norme e riconfermato dalla legge 107/2024, che ha convertito il decreto-legge sulle liste d’attesa.
Un diritto che resta sulla carta
Tra la norma e la pratica, però, il divario è ampio. Una rilevazione condotta da Salutequità a inizio 2025 ha descritto una vera e propria “babele” dei percorsi di tutela: procedure diverse da regione a regione e da azienda ad azienda, moduli da inviare via PEC o raccomandata, in alcuni casi persino via fax, con l’onere di far valere il diritto quasi sempre scaricato sul paziente. Molte persone, semplicemente, non sanno che questa possibilità esiste, non sanno a chi rivolgersi o non riescono a orientarsi tra moduli e procedure.
«Un diritto non conosciuto rischia, nei fatti, di non essere esercitato»
È qui che si inserisce l’iniziativa dell’associazione. «Un diritto non conosciuto rischia, nei fatti, di non essere esercitato. Questo vale quando una persona deve affrontare una scelta delicata sul fine vita, ma anche quando deve accedere a una prestazione sanitaria in tempi congrui. Su entrambi i temi, la complessità delle procedure e la difficoltà nel reperire informazioni chiare possono generare tempi incerti, confusione e impedire ai cittadini di conoscere e utilizzare pienamente i propri diritti», spiega a TrendSanità l’Associazione Luca Coscioni.
Come funziona il servizio
Chiamando il Numero Bianco (06 9931 3409), i cittadini possono ricevere informazioni su come attivare il percorso previsto per le liste d’attesa e su quali passaggi seguire per presentare la richiesta alla struttura sanitaria: dalla verifica della classe di priorità sulla prescrizione, fino alla compilazione del modulo con cui chiedere una soluzione alternativa quando l’attesa supera i limiti. La chiamata è gratuita e, se gli operatori sono impegnati, è possibile lasciare un messaggio ed essere richiamati.
La svolta (attesa) del nuovo Piano nazionale
Un rafforzamento dei percorsi di tutela arriva anche dal fronte istituzionale. Lo scorso 11 giugno la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il nuovo Piano nazionale di governo delle liste d’attesa (PNGLA) 2026-2028, che archivia il precedente Piano 2019-2021 e, in coerenza con la legge 107/2024, punta su appropriatezza prescrittiva, unificazione delle agende di prenotazione nei CUP (comprese quelle dell’intramoenia) e trasparenza dei dati.
Sul punto più delicato, il documento stabilisce un principio chiaro: se una prestazione di primo accesso non può essere garantita nei tempi massimi previsti dalla classe di priorità, è l’azienda sanitaria a dover attivare un percorso di presa in carico, senza che la ricerca di soluzioni alternative ricada sul cittadino. Le Regioni avranno 120 giorni dall’entrata in vigore del decreto di adozione per approvare i propri piani regionali.
Nel frattempo, però, tra l’approvazione delle norme e la loro attuazione concreta il diritto resta affidato soprattutto alla capacità dei cittadini di conoscerlo e rivendicarlo ed è esattamente qui che iniziative come il Numero Bianco provano a fare la differenza.
La Fondazione Don Gnocchi ha realizzato la prima biobanca italiana dedicata alla riabilitazione e alla biologia del cambiamento: si chiama BioBanCaRe (Biobanca di Riabilitazione e Biologia del Cambiamento) ed è stataprogettata per raccogliere, conservare e analizzare campioni biologici, con l’obiettivo di comprendere i meccanismi del recupero funzionale, e migliorare l’efficacia delle terapie riabilitative. La biobanca è operativa dal marzo 2026.
Seguire la riabilitazione nel tempo
La caratteristica distintiva della biobanca è la raccolta nel tempo dei campioni biologici: i prelievi vengono effettuati in più momenti nel corso del percorso di cura, permettendo di osservare come l’organismo cambia durante la guarigione. Integrati con dati clinici e funzionali raccolti nel corso della riabilitazione, questi campioni consentono di identificare biomarcatori predittivi del recupero funzionale – indicatori biologici che anticipano come un paziente risponderà a un determinato trattamento – e sviluppare approcci terapeutici sempre più personalizzati.
BioBanCaRe è la prima biobanca italiana dedicata alla riabilitazione
Conferma Maria Cristina Messa, direttrice scientifica della Fondazione Don Gnocchi: «BioBanCaRe è la prima biobanca italiana dedicata alla riabilitazione, è un’infrastruttura istituzionale distribuita su tre sedi, Milano come hub centrale, Firenze e Roma come sedi periferiche, che raccoglie, conserva e gestisce campioni biologici umani – nel nostro caso sangue, plasma, siero, DNA e saliva – insieme ai dati clinici e funzionali dei pazienti.
Maria Cristina Messa
I campioni vengono raccolti in più momenti del percorso riabilitativo e conservati a temperature molto basse, fino a -150°C, seguendo procedure rigorose che ne garantiscono la qualità nel tempo. Il concetto che guida la BioBanCaRe è quello di “biologia del cambiamento”. La riabilitazione è un processo che si svolge nel tempo. Il paziente non è lo stesso all’inizio e alla fine di un percorso terapeutico, e questo cambiamento ha una base biologica che ancora non conosciamo a fondo. Raccogliendo campioni in momenti diversi di questo percorso possiamo seguire come cambia il profilo biologico del paziente, capire quali meccanismi molecolari sostengono il recupero e identificare biomarcatori che predicono chi risponderà meglio a un determinato trattamento. Questi dati longitudinali sono una risorsa preziosa non solo per la ricerca di oggi, ma soprattutto per quella di domani.
Il paziente cambia durante il percorso terapeutico: comprenderne le basi biologiche è una sfida ancora aperta
Avere a disposizione campioni biologici ben caratterizzati, raccolti nel tempo e integrati con i dati clinici, è la condizione necessaria per costruire una medicina riabilitativa sempre più personalizzata, capace di adattare i trattamenti al profilo biologico del singolo paziente e di migliorare concretamente gli esiti di cura».
Grande attenzione alle malattie neurodegenerative
Prosegue la dottoressa Messa: «I nostri ambiti prioritari rispecchiano le aree cliniche di maggiore rilevanza per la Fondazione. Ci sarà una forte attenzione alle malattie neurodegenerative come Parkinson, Alzheimer, Sclerosi Multipla e demenze frontotemporali, ma anche verso patologie pneumologiche come la BPCO e l’asma, patologie cardiovascolari e cerebrovascolari tra cui l’ictus, neuropsichiatria infantile con particolare riferimento ai disturbi dello spettro autistico, e fragilità nell’anziano. Queste aree non sono scelte in modo arbitrario, ma rispecchiano le linee di ricerca strategiche che la Fondazione ha definito nel Piano Strategico della Ricerca 2025-2027 e i bisogni clinici dei pazienti che vengono trattati ogni giorno. L’obiettivo finale di tutto questo è sviluppare una medicina riabilitativa davvero personalizzata, capace di adattare i trattamenti al profilo biologico e clinico del singolo paziente, migliorando concretamente gli esiti di cura».
Parkinson, Alzheimer, demenze, asma e BPCO sono tra i principali ambiti di ricerca della biobanca
La biobanca è stata realizzata anche grazie al sostegno del Ministero della Salute, della Banca d’Italia e della Fondazione Barbaglia. Un investimento complessivo di oltre 800 mila euro ha consentito di dotare la struttura delle più avanzate tecnologie di conservazione, con monitoraggio continuo – ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette – e di un sistema digitale di tracciabilità che assegna a ogni singola aliquota un codice univoco e una posizione mappata.
Una strada ancora tutta da percorrere
«La Biobanca è operativa dal marzo 2026 e i primi protocolli di raccolta sistematica sono appena avviati – chiarisce la dottoressa Messa – quindi i risultati scientifici definitivi sono ancora in corso di elaborazione. Posso però dire che i protocolli attivi riguardano già pazienti con patologie pneumologiche, e che l’integrazione tra dati biologici e dati clinico-funzionali, elemento distintivo del nostro approccio, permetterà di costruire coorti longitudinali di grande valore per la ricerca futura. Quello che stiamo costruendo è un’infrastruttura il cui impatto crescerà nel tempo: più campioni raccogliamo, più ricercatori interni ed esterni potranno lavorarci».
A fine maggio scorso la Fondazione Don Gnocchi ha partecipato per la prima volta all’European Biobank Week 2026 di Praga. Si tratta del principale congresso annuale europeo di biobanking, organizzato dalla European Research Infrastructure for Biobanking and Biomolecular Resources (BBMRI-ERIC) – infrastruttura di ricerca europea che coordina e rende accessibili biobanche e risorse biomolecolari a supporto della ricerca biomedica – e dalla European, Middle Eastern & African Society for Biopreservation and Biobanking (ESBB) – società scientifica internazionale che riunisce i professionisti del biobanking e della bioconservazione.
Spiega la dottoressa Messa: «A Praga abbiamo presentato un nostro lavoro sull’utilizzo di un sistema automatizzato per standardizzare la fase di aliquotazione dei campioni. In parole semplici, quando si raccoglie un campione lo si divide in piccole porzioni da conservare separatamente, e se questa operazione è manuale piccole variabilità inevitabili tra operatori diversi o momenti diversi possono compromettere la confrontabilità dei campioni nel tempo. Negli studi longitudinali in riabilitazione, dove lo stesso paziente viene seguito per mesi o anni, questo problema è particolarmente rilevante. L’automazione lo risolve garantendo volumi sempre precisi, condizioni sempre identiche e ogni operazione tracciata digitalmente. Questo approccio migliora concretamente la qualità e l’affidabilità scientifica delle raccolte longitudinali».
Il Congresso ha offerto spunti stimolanti agli studiosi del settore. Racconta la dottoressa Messa: «Un tema trasversale interessante è quello della digitalizzazione dei consensi e dei flussi operativi. Molte biobanche europee stanno investendo in sistemi di consenso elettronico e in flussi integrati tra sistemi clinici e gestionali della biobanca, con l’obiettivo di ridurre il carico amministrativo e aumentare la qualità del dato raccolto. Un’altra sessione molto interessante era dedicata al ruolo evolutivo delle biobanche come hub locali dinamici nella ricerca biomedica. Non più semplici archivi di campioni, ma veri e propri nodi di connessione tra ricercatori, strutture sanitarie e comunità di pazienti, capaci di facilitare la condivisione dei dati, l’accesso ai campioni e lo sviluppo di ecosistemi di innovazione traslazionale».
C’è chi ogni giorno varca i cancelli dell’Istituto Penitenziario di Parma non per scontare una pena, ma per curare. Sono i medici della Medicina Penitenziaria, professionisti che garantiscono il diritto alla salute a persone private della libertà, spesso fragili, croniche o con disturbi psichiatrici. A Parma quei medici hanno proclamato lo stato di agitazione. Il motivo? A pochi giorni dalla scadenza del contratto, fissata al 30 giugno 2026, non esiste ancora un nuovo quadro contrattuale che definisca condizioni economiche e organizzative del loro lavoro. Una situazione che, denuncia la segreteria regionale Emilia-Romagna dello SMI (Sindacato Medici Italiani), rischia di compromettere la continuità di un servizio pubblico essenziale.
Il carcere di Parma integra massima sicurezza e assistenza a detenuti affetti da patologie croniche
Dietro la vertenza però c’è molto di più di un contratto scaduto. Ci sono le condizioni in cui questi professionisti lavorano da anni, come gli ambulatori non climatizzati, senza adeguati impianti di aerazione, con temperature elevate e forte umidità. Persino i camici sono personali, perché l’Azienda sanitaria non li fornisce. Inoltre, i recenti adeguamenti contrattuali nazionali sono stati di fatto neutralizzati da una riduzione applicata su un’altra voce stipendiale, riportando i compensi al punto di partenza.
«Non si tratta di una semplice rivendicazione economica – sottolinea il sindacato – ma di dignità professionale, di sicurezza e di qualità delle cure». Perché la Medicina Penitenziaria di Parma, avverte lo SMI, non può reggersi soltanto sul senso di responsabilità di chi la fa vivere ogni giorno. Serve una risposta istituzionale chiara e immediata, a tutela dei professionisti e del diritto alla salute delle persone detenute.
Le tre questioni aperte
Le questioni sul tavolo sono tre e vanno tenute distinte. La prima riguarda i locali inadeguati e insalubri, gli ambienti in cui i medici lavorano ogni giorno, stanze non climatizzate senza adeguata aerazione, con temperature elevate e forte umidità. Condizioni non proporzionate alla delicatezza del servizio, in un ambiente, quello penitenziario, ad alta complessità clinica e di sicurezza, dove si cura una popolazione fragile, spesso cronica o psichiatrica.
Il vuoto che si è creato non è solo contrattuale, rischia di incidere sulla continuità dell’assistenza e sulla motivazione di chi la garantisce
Il secondo punto è il mancato rinnovo del contratto e del progetto di valorizzazione della Medicina Penitenziaria. I medici avevano legato la propria disponibilità a proseguire l’incarico proprio al rinnovo di quel progetto, comunicandolo con chiarezza già due mesi prima della scadenza. Invece l’Azienda sanitaria si è limitata a prospettare incarichi provvisori, senza garantire in modo formale e vincolante le tutele legali, economiche e organizzative già riconosciute. Il progetto di valorizzazione è il riconoscimento concreto della peculiarità di un servizio difficile, per il quale è complicato persino trovare professionisti disponibili. Il vuoto che si è creato non è solo contrattuale, rischia di incidere sulla continuità dell’assistenza e sulla motivazione di chi la garantisce.
Il terzo punto è la decurtazione stipendiale. L’accordo firmato nel 2023 con l’AUSL di Parma, prorogato fino al 30 giugno 2026, prevedeva una retribuzione di 42,50 euro l’ora (più ENPAM) per le prime 104 ore mensili. Con i due rinnovi contrattuali nazionali del 2024 e del 2026, quella cifra sarebbe dovuta salire fino a 44,57 euro. Invece l’Azienda ha ridotto di 2,07 euro un’altra voce dello stipendio, riportando il compenso complessivo a circa 42,50 euro, un effetto regressivo che ha, di fatto, azzerato gli aumenti previsti dagli accordi nazionali.
Michele Tamburini
Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Cosimo Michele Tamburini, Segretario SMI Regione Emilia-Romagna.
Non si tratta quindi solo di una rivendicazione economica?
«Esatto. Il contratto non è stato rinnovato non solo per la parte economica, ma anche per quella progettuale e professionale. Il carcere di Parma è un istituto di massima sicurezza. Oltre alla sezione del 41 bis, ospita al suo interno una clinica destinata a detenuti che devono scontare pene lunghe e che sono malati cronici. Ad esempio, pazienti diabetici scompensati o cardiopatici che non possono stare né in un carcere normale, né in un reparto ospedaliero ordinario e per questo sono trasferiti a Parma. Ciò richiede una professionalità elevatissima, perché l’obiettivo è che queste persone ricevano le cure senza uscire dal carcere. Per questo abbiamo chiesto all’AUSL di Parma di includere nel contratto una parte progettuale. Penso, ad esempio, al progetto delle ecografie, anche osteoarticolari. Se un detenuto si fa male e possiamo fare l’ecografia direttamente in istituto, evitiamo tanti problemi, come il trasporto verso un ospedale civile che prevede la presenza di agenti di Polizia Penitenziaria, che già sono in carenza di organico. In più, il pronto soccorso deve essere blindato per evitare fughe. Tutto questo l’AUSL non lo considera».
Cosa significa fare il medico dentro questo istituto penitenziario?
«La vita del medico penitenziario è una vita in cui ti prendi in carico un paziente che sai che non può uscire da quell’ambiente per fare esami diagnostici. Quindi, è necessario fare tanta prevenzione, per evitare i trasferimenti. Questo vale in un carcere normale, mentre in un penitenziario come Parma tutto è moltiplicato per cento, perché sono pazienti particolari che alle spalle hanno anche avvocati pronti a denunciarti se sbagli. La nostra protesta serve proprio a valorizzare il medico nella sua professionalità. Nemmeno i locali dove lavoriamo sono salubri. Solo pochi giorni fa, dopo le nostre proteste, hanno installato i condizionatori.
Il contratto non è stato rinnovato non solo per la parte economica, ma anche per quella progettuale e professionale
Con il caldo tremendo di queste settimane, si può immaginare cosa voglia dire visitare in questi ambienti, dove gli stessi pazienti detenuti si lamentano tantissimo. Ci sono poi stanze piene di umidità, infiltrazioni d’acqua che cade dentro, computer che non funzionano. Una situazione che ha verificato lo stesso direttore generale della USL, venuto di persona. Durante il Covid, per paura di rivolte ci hanno chiesto di restare dentro il carcere e ci hanno fatto dormire su materassi per terra, senza neanche un lettino. A quel punto i carcerati eravamo noi».
Anche il carcere di Parma ha il problema del sovraffollamento?
«Certo. In un carcere di massima sicurezza arrivano i trasferimenti dei detenuti più noti alla cronaca, quindi c’è sempre un 30% circa di sovraffollamento, soprattutto nelle sezioni più “semplici”. Il 41 bis ha un livello di sicurezza talmente alto da richiedere la camera singola e restrizioni ancora maggiori. Poi c’è un altro aspetto: un carcere di massima sicurezza non può “chiudere per ferie” o per altri motivi. Gli altri istituti, se devono fare dei lavori, possono chiudere una sezione e trasferire i detenuti, noi no. Se dovessimo chiudere la sezione con i pazienti ricoverati, andrebbero trasferiti in un altro carcere di massima sicurezza, aggravando il sovraffollamento anche lì».
Come si concretizza la vostra protesta? State scioperando?
«No. Non ci sembra giusto abbandonare i detenuti e l’intero ambiente carcerario. Stiamo continuando a lavorare, ma senza contratto e quindi senza tutele. Qualunque cosa succeda, ne rispondiamo noi soli, di persona, perché siamo convenzionati.
Servono accordi chiari, tutele adeguate, sicurezza degli ambienti di lavoro e pieno riconoscimento della complessità del ruolo medico all’interno degli Istituti Penitenziari
Dovrebbe risponderne l’AUSL, come accade in un ospedale civile. L’AUSL di Parma ha anche pubblicato un bando per reperire medici e non si è presentato nessuno. Proprio per questo, perché mancano le tutele giuridiche e professionali. E allora cosa fai, lasci un istituto penitenziario senza medici?».
Quali tutele chiedete?
«Prima di tutto la tutela legale: se sbaglio in buona fede, devo sapere di essere tutelato. Poi la tutela della privacy, i nomi dei medici che lavorano in istituto non devono circolare. A Parma ci sono personaggi della camorra, della mafia russa e se non c’è riservatezza, possiamo essere contattati da chiunque. Poi le tutele più semplici: non abbiamo ferie, rischiamo di andare oltre orario senza che ci sia riconosciuto lo straordinario, non abbiamo tutele assicurative, né la tutela della gravidanza per le colleghe».
Vi siete rivolti alla Prefettura?
«Il direttore generale dell’AUSL di Parma ha inviato una richiesta in Prefettura e noi abbiamo presentato le nostre controdeduzioni. La Prefettura si è meravigliata della situazione e ci ha convocato insieme al direttore generale per avere spiegazioni e capire come mai ci sono queste condizioni in un carcere di massima sicurezza. Abbiamo anche chiesto la convocazione urgente di un tavolo istituzionale di raffreddamento e conciliazione, con AUSL, Amministrazione Penitenziaria e rappresentanze sindacali, oltre a un sopralluogo ispettivo per verificare l’idoneità dei locali sanitari. Il servizio sanitario penitenziario non può reggersi solo sul senso di responsabilità dei singoli professionisti. Servono accordi chiari, tutele adeguate, sicurezza degli ambienti di lavoro e pieno riconoscimento della complessità del ruolo medico all’interno degli Istituti Penitenziari».
La sanità è oggi chiamata a rispondere a sfide sempre più complesse: sostenibilità economica, crescente domanda di servizi, carenza di risorse, innovazione tecnologica e necessità di garantire percorsi di cura sempre più efficaci, sicuri e centrati sul paziente. In questo scenario, la capacità di progettare, governare e migliorare i processi organizzativi rappresenta una competenza strategica per tutte le figure professionali che operano nel sistema sanitario.
Nasce con questo obiettivo la quarta edizione del Master Executive “Operational and Lean Excellence in Healthcare Management – OPTIMA” di LIUC Business School, un percorso altamente specializzato che integra competenze manageriali, metodologie Lean, strumenti Six Sigma, Data Analytics e Intelligenza Artificiale per accompagnare la trasformazione delle organizzazioni sanitarie.
Formula
Il Master prenderà il via mercoledì 18 novembre 2026 e si svilupperà in 14 mesi, con una formula blended e part-time studiata per agevolare anche i professionisti già inseriti nel mondo del lavoro. Le lezioni si svolgono ogni due mercoledì, dalle ore 15.00 alle 19.00, una modalità organizzativa che consente di conciliare il percorso formativo con gli impegni lavorativi e favorisce la partecipazione di studenti lavoratori.
L’approccio didattico si distingue per il forte orientamento all’applicazione pratica. Accanto alle lezioni frontali, il percorso prevede laboratori esperienziali, case study, esercitazioni su dati reali e si conclude con una visita presso l’Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano, consentendo ai partecipanti di sperimentare concretamente gli strumenti dell’Operational Excellence e di trasferirli immediatamente nel proprio contesto professionale. Un elemento distintivo è inoltre l’utilizzo delle tecnologie digitali e delle applicazioni di Business Intelligence e Intelligenza Artificiale, oggi sempre più determinanti per supportare decisioni basate sui dati e migliorare le performance organizzative.
Macrotemi
Il programma affronta i principali temi dell’innovazione gestionale in sanità: Lean Management, Six Sigma, Change Management, gestione dei progetti di miglioramento, Data Analytics e Intelligenza Artificiale applicati ai processi sanitari. L’obiettivo è sviluppare professionisti capaci di ridurre gli sprechi, migliorare i flussi organizzativi e ottimizzare l’utilizzo delle risorse.
A chi è rivolto
Il Master si rivolge a un pubblico multidisciplinare: professionisti delle aziende sanitarie e sociosanitarie, medici, farmacisti, professioni sanitarie, biologi, fisici sanitari, ingegneri gestionali, laureati in discipline economiche e professionisti delle aziende che operano nel settore healthcare.
Partnership strategiche
A rafforzare il valore dell’iniziativa contribuiscono le collaborazioni con partner qualificati: il Master, infatti, è realizzato in collaborazione con TapMyLife, MAPS Healthcare, DGS e Porini, e può contare sulla partnership di IN.GE.SAN., Associazione Nazionale Ingegneri Gestionali in Sanità e di TrendSanità. Il percorso è inoltre riconoscibile ai fini ECM secondo le modalità previste dalla normativa vigente.
La quarta edizione di OPTIMA rappresenta quindi un’opportunità concreta per sviluppare competenze manageriali avanzate e contribuire alla costruzione di organizzazioni sanitarie più efficienti, innovative e orientate al miglioramento continuo.
Iscrizioni
Le iscrizioni sono aperte e gli interessati ad approfondire contenuti, programma e modalità di iscrizione possono consultare la pagina dedicata del Master OPTIMA sul sito di LIUC Business School: Master Management Sanitario OPTIMA – LIUC Business School
Individuare i pazienti che possiedono le caratteristiche necessarie per partecipare a uno studio clinico è una delle fasi più delicate della ricerca. Un’attività che richiede l’analisi di una grande quantità di informazioni cliniche e che può incidere sui tempi di avvio e di svolgimento delle sperimentazioni.
Per rendere questo processo più rapido ed efficace, il Clinical Trial Center (CTC) dell’AOU AL, la cui Responsabile è Marta Betti, ha sviluppato insieme all’ICT aziendale un progetto basato sull’intelligenza artificiale per supportare l’arruolamento dei pazienti negli studi clinici.
È stato sviluppato un progetto basato sull’AI per supportare l’arruolamento dei pazienti negli studi clinici
L’obiettivo di questa iniziativa, nata nell’ambito del Circular Health European Digital Innovation Hub (CHEDIH) è rendere più efficiente la fase di screening preliminare, utilizzando un sistema capace di analizzare le informazioni contenute nelle cartelle cliniche elettroniche e confrontarle con i criteri previsti dai protocolli di ricerca.
Il progetto è stato sperimentato su uno studio clinico oncologico di fase III dedicato a pazienti con tumore della mammella metastatico ER+/HER2–, caratterizzato da criteri di eleggibilità particolarmente complessi. Proprio questa complessità ha reso il trial un banco di prova significativo per verificare le potenzialità dello strumento.
L’obiettivo è rendere più efficiente la fase di screening preliminare
Il lavoro ha richiesto una stretta collaborazione tra ricercatori, clinici e specialisti informatici. In una prima fase sono stati analizzati i criteri di inclusione ed esclusione dello studio e le diverse fonti informative disponibili, come referti, lettere cliniche e schede terapeutiche. È stato poi realizzato un dizionario terminologico in grado di riconoscere le differenti modalità con cui le stesse informazioni possono essere riportate nella documentazione sanitaria.
Successivamente, il sistema è stato testato su documentazione clinica anonimizzata e validato insieme ai professionisti coinvolti nella sperimentazione. Lo strumento attribuisce a ciascun paziente un punteggio di potenziale eleggibilità, consentendo ai clinici di disporre di un elenco aggiornato dei candidati da valutare.
È stato sperimentato su uno studio clinico oncologico di fase III con criteri di eleggibilità complessi
I risultati preliminari hanno evidenziato come l’automazione di alcune attività di screening possa ridurre i tempi necessari per l’identificazione dei pazienti, migliorare l’accuratezza delle verifiche e supportare il lavoro dei professionisti coinvolti nella ricerca.
L’intelligenza artificiale non sostituisce, infatti, la valutazione clinica, ma rappresenta uno strumento di supporto che permette di gestire in modo più efficace grandi quantità di dati e di individuare con maggiore rapidità i possibili candidati agli studi.
L’esperienza sviluppata dal CTC del DAIRI, diretto dal Commissario per il riconoscimento a IRCCS dell’AOU AL Antonio Maconi, all’interno dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria, riconosciuta primo IRCCS pubblico del Piemonte, dimostra come le tecnologie digitali possano trovare applicazioni concrete nei processi di ricerca clinica, contribuendo a rendere più efficiente il percorso che porta dall’innovazione scientifica alle opportunità di cura per i pazienti.