Home Blog

Valutazione comparativa di elranatamab e teclistamab nel mieloma multiplo recidivato/refrattario: esperienza applicativa di Hospital-Based HTA

Introduzione

Il mieloma multiplo recidivato/refrattario (RRMM) rappresenta una delle condizioni più complesse dell’oncoematologia, sia per la severità clinica sia per l’elevato carico assistenziale che determina nei centri specialistici. Nonostante i progressi terapeutici degli ultimi anni, la malattia resta nella maggior parte dei casi non guaribile e, dopo multiple linee di trattamento, la prognosi rimane particolarmente sfavorevole: solo in Italia si registrano circa 6.000 nuovi casi all’anno e oltre 34.000 persone vivono con una diagnosi di mieloma multiplo [Rajkumar, 2022].

Negli ultimi anni, lo sviluppo di terapie immunologiche innovative ha introdotto nuove opportunità di trattamento anche per pazienti pesantemente pretrattati: tra le innovazioni più rilevanti si collocano gli anticorpi bispecifici diretti contro l’antigene BCMA (B‑cell maturation antigen), tra cui teclistamab ed elranatamab, recentemente introdotti nel trattamento del mieloma multiplo recidivato o refrattario.

Tra le innovazioni più rilevanti nel trattamento del RRMM si collocano teclistamab ed elranatamab

L’introduzione di queste tecnologie terapeutiche pone tuttavia importanti interrogativi decisionali a livello ospedaliero, non solo in relazione alle evidenze cliniche ma anche agli impatti organizzativi, economici e sociali associati al loro utilizzo: in questo contesto si inserisce il presente Report di Health Technology Assessment (HTA), finalizzato a valutare l’adozione da parte della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano di elranatamab (ELREXFIO®) in alternativa a teclistamab (TECVAYLITM) nel trattamento dei pazienti adulti con RRMM già sottoposti ad almeno tre linee terapeutiche. L’analisi nasce da un duplice fabbisogno: da un lato, quello clinico espresso dalla S.C. Ematologia, volto a garantire opzioni terapeutiche efficaci e sicure per pazienti con limitate alternative di trattamento; dall’altro, quello tecnico-economico espresso dalla S.C. Farmacia Ospedaliera e dalla Direzione Medica di Presidio, orientato a valutare sostenibilità e impatto organizzativo dell’introduzione del nuovo farmaco.

Da qui la policy question che ha guidato il lavoro: “L’introduzione di elranatamab in alternativa a teclistamab rappresenta una scelta clinicamente, organizzativamente ed economicamente sostenibile per il trattamento dei pazienti adulti con RRMM già sottoposti ad almeno tre linee terapeutiche?

Metodi

Per rispondere alla policy question, è stata condotta una valutazione di HTA secondo un approccio multidimensionale, così da analizzare le seguenti dimensioni: i) rilevanza generale della patologia; ii) rilevanza tecnica delle tecnologie oggetto di indagine; iii) sicurezza; iv) efficacia; v) impatto economico-finanziario; vi) impatto sociale ed etico; vii) impatto di equità; viii) impatto legale; ix) impatto organizzativo, in un logica comparativa tra teclistamab e elranatamab.

La valutazione HTA ha analizzato l’impatto dell’introduzione di elranatamab in alternativa a teclistamab

Per l’analisi delle dimensioni sopra descritte sono stati adottati differenti approcci metodologici e fonti di dati, al fine di garantire una valutazione completa e multidimensionale. In particolare, sono state integrate evidenze provenienti dalla letteratura scientifica con approcci sia qualitativi sia quantitativi.

Sul versante delle evidenze cliniche, è stata condotta una revisione narrativa della letteratura scientifica utilizzando il framework PICO:

  • P – Population: pazienti adulti con RRMM non eleggibili a CAR-T;
  • I – Intervention: elranatamab;
  • C – Comparison: teclistamab;
  • O – Outcome: Objective Response Rate (ORR), Progression-Free Survival (PFS), Overall Survival (OS), eventi avversi, impatto organizzativo ed economico.

La ricerca bibliografica è stata effettuata su PubMed con la seguente stringa: (“multiple myeloma”[MeSH Terms] AND (“elranatamab” OR “teclistamab” OR “BCMA”) AND (“clinical trial”[Publication Type] OR “real-world evidence” OR “observational study”[Publication Type] OR “systematic review”[Publication Type] OR “meta-analysis”[Publication Type]) AND (“treatment outcome”[MeSH Terms] OR “quality of life”[MeSH Terms] OR “cost-benefit analysis”[MeSH Terms] OR “health technology assessment”))

Sul versante quantitativo, è stata condotta un’analisi di processo del percorso terapeutico con relativa valorizzazione economica in termini di risorse umane dedicate, attrezzature, materiali di consumo, farmaci e giornate di degenza, includendo una stima dei costi fissi pari al 20% del costo totale diretto. A seguito della valorizzazione economica dei percorsi, sono state condotte un’analisi di costo-efficacia (CEA) utilizzando la PFS come outcome principale e una Budget Impact Analysis (BIA) con orizzonte temporale di 12-24 mesi dal punto di vista dell’Istituto Nazionale dei Tumori. Nello specifico, sono stati confrontati differenti scenari di impiego di teclistamab ed elranatamab, definiti a partire dalla pratica clinica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Lo scenario basale riflette l’attuale distribuzione d’uso delle due opzioni terapeutiche (36% teclistamab e 64% elranatamab) ed è stato confrontato con scenari caratterizzati da una progressiva variazione della quota di utilizzo di elranatamab. Al fine di estendere la trasferibilità dei risultati anche a contesti in cui elranatamab non è ancora utilizzato, è stato inoltre considerato uno scenario aggiuntivo che prevede l’impiego esclusivo di teclistamab (100%) – Scenario 0.

Sono state condotte una revisione della letteratura, un’analisi di costo-efficacia e un’analisi di budget impact e sono stati somministrati questionari ad hoc

L’analisi ha considerato anche l’impatto organizzativo quantitativo e l’impatto sociale in termini di valorizzazione economica della mancata produttività del paziente e del caregiver.

Parallelamente, sul versante qualitativo, sono stati sviluppati e somministrati questionari costruiti ad hoc, rivolti a un panel multidisciplinare di esperti comprendente professionisti afferenti alla S.C. Ematologia, alla S.C. Farmacia Ospedaliera, alla Direzione Medica, al Day Hospital Oncologico e al coordinamento infermieristico dei Day Hospital oncologici. Questo approccio ha consentito di raccogliere percezioni sulle dimensioni di sicurezza, efficacia, etica, sociale, legale e organizzativa.

Risultati

Indicatori di efficacia e sicurezza dalla letteratura

La ricerca ha prodotto 68 risultati, di cui, al termine di processo di selezione condotto mediante una PRISMA flow analysis, solo 4 sono risultati eleggibili ai fini della presente valutazione HTA: MagnetisMM-3 [Lesokhin et al., 2023], MajesTEC-1 [Moreau et al., 2022], l’aggiornamento a lungo termine di MajesTEC-1 [Touzeau et al., 2024] e l’aggiornamento di MagnetisMM-3 [Tomasson et al., 2024].

Le evidenze cliniche disponibili derivano principalmente dagli studi registrativi MajesTEC-1 per teclistamab [Moreau et al., 2022; Touzeau et al., 2024] e MagnetisMM-3 per elranatamab [Lesokhin et al., 2023; Tomasson et al., 2024]: nel popolare il profilo di efficacia, sono stati individuati i principali endpoint clinici, sintetizzati nella Tabella 1.

Parametro di efficacia

Elranatamab

Teclistamab

ORR

61,0%

63,0%

≥ CR (Risposta Completa)

37,4%

39,4%

mPFS (mediana)

17,2 mesi

11,3 mesi

mOS (mediana)

24,6 mesi

22,0 mesi

Tabella 1. Parametri di efficacia

Apri tabella in PDF

La letteratura evidenzia una sostanziale equivalenza nei tassi di risposta e nelle risposte profonde, ma un vantaggio potenziale di elranatamab in termini di durata del controllo di malattia, con PFS e OS mediane più favorevoli [Lesokhin et al., 2023; Tomasson et al., 2024]. Gli stessi dati, letti alla luce dei valori a 6 e 12 mesi, mostrano per elranatamab una PFS del 65% a 6 mesi e del 55% a 12 mesi, contro il 48% e il 35% di teclistamab; per la OS, il confronto è pari al 75% versus 75% a 6 mesi e 61% versus 55% a 12 mesi.

Per quanto concerne il profilo di sicurezza, i principali eventi avversi riguardano: sindrome da rilascio di citochine – CRS (57,7% elranatamab vs 72,1% teclistamab), immune effector cell-associated neurotoxicity syndrome – ICANS (3,4% vs 14,5%), infezioni gravi (39,8% vs 44,8%) e neutropenia (48,2% vs 64,2%). Dall’analisi emerge come entrambi i trattamenti presentino un profilo di sicurezza gestibile, ma teclistamab mostri una maggiore incidenza di tossicità ematologica, eventi infettivi severi e neurotossicità [Moreau et al., 2022; Touzeau et al., 2024]: tale differenza assume rilievo non solo clinico ma anche organizzativo ed economico, in quanto una maggiore frequenza di eventi avversi può tradursi in incremento delle ospedalizzazioni, del monitoraggio e del carico assistenziale.

Impatto economico-finanziario

Le Tabelle 2A e 2B sintetizzano la valorizzazione del percorso medio per paziente indicando costo totale, PFS e rapporto costo-efficacia (CEV) sia a 6 sia a 12 mesi, con prezzi ex factory (2A) e con condizioni economiche negoziate (2B).

Elranatamab

Teclistamab

Differenza

Δ %

Costo totale 6 mesi – ex factory

138.935 €

132.439 €

+6.496 €

+5%

Costo totale 12 mesi – ex factory

205.010 €

187.246 €

+17.763 €

+9%

PFS 6 mesi

65%

48%

+17%

PFS 12 mesi

55%

35%

+20%

CEV 6 mesi

213.746

275.914

-62.168

-23%

CEV 12 mesi

372.745

534.989

-162.244

-30%

Tabella 2a. Valorizzazione del percorso medio per paziente e analisi di costo-efficacia, con prezzi dei farmaci ex factory

Apri tabella in PDF

Elranatamab

Teclistamab

Differenza

Δ %

Costo totale 6 mesi – ipotesi di prezzo negoziato

71.614 €

83.707 €

-12.092 €

-14%

Costo totale 12 mesi – ipotesi di prezzo negoziato

102.682 €

114.148 €

-11.466 €

-10%

PFS 6 mesi

65%

48%

+17%

PFS 12 mesi

55%

35%

+20%

CEV 6 mesi

110.176

174.389

-64.213

-37%

CEV 12 mesi

186.695

326.136

-139.441

-43%

Tabella 2b. Valorizzazione del percorso medio per paziente e analisi di costo-efficacia, con ipotesi di prezzo negoziato

Apri tabella in PDF

L’analisi del percorso medio evidenzia una dinamica di rilievo: con prezzi ex factory, elranatamab risulta più oneroso (+5% a 6 mesi, +9% a 12 mesi), ma presenta un CEV più favorevole in entrambi gli orizzonti temporali, grazie alla maggiore PFS. Ipotizzando un prezzo negoziato, il profilo economico si ribalta: elranatamab diventa meno costoso in termini assoluti (-14% a 6 mesi, -10% a 12 mesi), con un CEV significativamente inferiore. La differenza tra prezzi ex factory e ipotesi di condizioni negoziate rappresenta quindi un elemento determinante nel modificare il profilo di costo-efficacia, riducendo il differenziale economico e migliorando la sostenibilità complessiva del percorso associato a elranatamab.

La disamina dell’impatto economico prosegue con la conduzione di una analisi di impatto sul budget, considerando la popolazione target di riferimento per la struttura coinvolta, costituita da 11 pazienti affetti da patologia ed eleggibile a trattamento. Sono stati quindi costruiti differenti scenari alternativi che simulano diversi livelli di adozione delle due terapie (Tabella 3).

Teclistamab

Elranatamab

Scenario 0

100%

0%

Scenario 1 (basale)

36%

64%

Scenario 2

18%

82%

Scenario 3

0%

100%

Tabella 3. Scenari di impiego dei farmaci

Apri tabella in PDF

Con prezzi ex factory, l’incremento della quota di elranatamab è associato a un lieve aumento della spesa complessiva rispetto allo scenario basale (+0,86% nello Scenario 2, +1,73% nello Scenario 3 a 6 mesi). Al contrario, con ipotesi di prezzi negoziati, l’aumento della quota di elranatamab genera una riduzione dei costi: -2,89% nello Scenario 2 e -5,78% nello Scenario 3 a 6 mesi, con trend analogo a 12 mesi (-1,95% e -3,90% rispettivamente). Questa inversione si spiega con il fatto che, a prezzi negoziati, i risparmi sui costi di ospedalizzazione di teclistamab (step-up dosing in regime di ricovero) pesano proporzionalmente di più rispetto al differenziale sul prezzo del singolo farmaco.

Impatto organizzativo

L’introduzione di elranatamab determina un impatto organizzativo rilevante e misurabile in termini di giornate di degenza: teclistamab richiede un’ospedalizzazione media di 7 giorni nella fase di step-up dosing, mentre elranatamab consente una gestione ambulatoriale (0 giorni di degenza). La Tabella 4 quantifica l’impatto sui diversi scenari.

Teclistamab

Elranatamab

Totale gg degenza

Δ vs basale

Δ %

Scenario 0

77

0

77

+49

+175%

Scenario 1 (basale)

28

0

28

0

0%

Scenario 2

14

0

14

-14

-51%

Scenario 3

0

0

0

-28

-100%

Tabella 4. Giorni occupazione posti letto per scenario

Apri tabella in PDF

Da questo punto di vista, si riscontra come elranatamab si associ quindi a una riduzione del fabbisogno di giornate di degenza nella fase iniziale di trattamento. Questa differenza si traduce in un minore assorbimento di posti letto e in una riduzione della pressione sui reparti di degenza. L’analisi quantitativa evidenzia inoltre un differente impatto sul tempo assistenziale e sul coinvolgimento del personale sanitario: la concentrazione delle attività nella fase iniziale per teclistamab genera un carico operativo più elevato, mentre elranatamab consente una distribuzione più uniforme delle risorse lungo il percorso terapeutico.

Impatto sociale

L’analisi del costo sociale quantifica i costi che gravano sul paziente e sul caregiver in termini di mancata produttività e costi logistici. A 6 mesi, il costo sociale complessivo (paziente + caregiver) è pari a 4.026 € per elranatamab e 4.461 € per teclistamab, con un risparmio di 436 € (-9,8%) legato principalmente all’azzeramento della perdita di produttività da ricovero nella fase di step-up dosing. A 12 mesi, il differenziale si conferma: 6.300 € per elranatamab contro 6.735 € per teclistamab (-6,5%). La riduzione delle ospedalizzazioni e degli accessi si traduce in un minore impatto su pazienti e caregiver, con benefici in termini di produttività e qualità della vita.

Le percezioni dei professionisti: dimensioni sociale ed etica, di equità e legale

Le Tabelle 5-7 sintetizzano i punteggi medi attribuiti dal panel multidisciplinare nelle dimensioni sociale ed etica, di equità e legale, sulla base di una scala di valutazione variabile da –3 a +3.

Dimensione sociale ed etica

Teclistamab

Elranatamab

Capacità della terapia di salvaguardare l’autonomia del paziente

1,00

1,00

Capacità della terapia di salvaguardare i diritti umani

1,00

1,00

Capacità della terapia di salvaguardare l’integrità umana

1,00

1,00

Capacità della terapia di assicurare dignità umana al paziente

1,00

1,00

Capacità della terapia di salvaguardare credo e convinzioni religiose

0,75

1,00

Impatto della terapia sui costi sociali direttamente sostenuti dal paziente

0,00

2,25

Livello generale di comprensione della terapia da parte di pazienti e familiari

1,25

1,00

Impatto della terapia sulla soddisfazione del paziente

1,75

1,50

Impatto della terapia sul miglioramento della qualità di vita del paziente

2,25

2,00

Impatto della terapia sul dolore correlato alla malattia

1,50

1,75

Impatto della terapia sullo sviluppo di sintomi correlati alla malattia

1,50

1,75

Impatto della terapia sulle relazioni familiari del paziente

1,00

1,00

Impatto della terapia sulla qualità di vita del caregiver e dei familiari

1,25

1,50

Impatto della terapia sul reinserimento sociale del paziente

1,25

1,25

Impatto della terapia sullo svolgimento delle abituali attività da parte del paziente

0,50

0,50

Valore medio della dimensione sociale ed etica

1,13

1,30

Tabella 5. Percezioni dei professionisti: dimensione sociale ed etica

Apri tabella in PDF

Dimensione di equità

Teclistamab

Elranatamab

Accessibilità della terapia sul territorio e nel contesto locale di riferimento

0,50

0,50

Accessibilità della terapia alle categorie protette

0,75

0,50

Impatto della tecnologia sulle liste di attesa

1,25

2,00

Impatto della tecnologia sulla capacità di generare fenomeni di migrazione sanitaria in caso di utilizzo

1,75

1,75

Esistenza di fattori che potrebbero impedire a un gruppo o a determinate persone di beneficiare della tecnologia

0,50

0,50

Impatto della tecnologia sugli accessi ambulatoriali del paziente in fase di controllo

0,50

0,75

Impatto della terapia sulla parità di accesso alle informazioni sui rischi e benefici

0,75

1,00

Livello di equità generale della tecnologia

0,75

0,75

Valore medio della dimensione di equità

0,84

0,97

Tabella 6. Percezioni dei professionisti: dimensione di equità

Apri tabella in PDF

Dimensione legale

Teclistamab

Elranatamab

Adeguatezza e completezza del quadro normativo nazionale/regionale

0,00

0,00

Impatto sui processi di autorizzazione interna

0,00

0,00

Necessità di aggiornare procedure di consenso informato specifiche

0,67

1,00

Rischio percepito di contenziosi o criticità medico-legali

0,00

0,00

Implicazioni sulla gestione e protezione dei dati sensibili del paziente

0,00

0,67

Necessità di implementare nuove misure di mitigazione del rischio

0,00

0,00

Impatto sui processi di risk management e valutazione dei rischi interni

1,00

1,00

Valore medio della dimensione legale

0,24

0,38

Tabella 7. Percezioni dei professionisti: dimensione legale

Apri tabella in PDF

Per le dimensioni etico-valoriali quali autonomia, integrità, dignità, diritti umani, i punteggi risultano sovrapponibili e massimi per entrambe le tecnologie. Le differenze emergono nella dimensione sociale: elranatamab ottiene un punteggio nettamente superiore per l’impatto sui costi sociali diretti sostenuti dal paziente (+2,25 vs 0,00), coerentemente con l’azzeramento dell’ospedalizzazione nella fase di step-up. Da un punto di vista di equità, le due terapie non vengono percepite differenziali. Anche la dimensione legale mostra un impatto complessivamente contenuto e neutro per entrambi i farmaci, senza criticità significative.

Conclusioni

L’analisi multidimensionale condotta evidenzia come il confronto tra elranatamab e teclistamab nel trattamento del mieloma multiplo recidivato/refrattario non possa essere limitato a una mera valutazione clinica, ma richieda una sintesi che integri efficacia, sicurezza, sostenibilità economica e impatto organizzativo. Sebbene sul piano clinico le due tecnologie mostrino tassi di risposta complessiva e risposte profonde sostanzialmente sovrapponibili (ORR 61% vs 63% e CR 37,4% vs 39,4%), elranatamab presenta un vantaggio significativo nella durata del controllo di malattia, come dimostrato da una sopravvivenza libera da progressione mediana di 17,2 mesi rispetto agli 11,3 mesi del comparatore. Tale dato, unito a una sopravvivenza globale di 24,6 mesi rispetto ai 22 mesi di teclistamab, rappresenta un elemento di forte interesse per una categoria di pazienti caratterizzata da elevata complessità e limitate opzioni terapeutiche. La sicurezza si configura come un driver fondamentale non solo in termini di salute del paziente, ma anche per la gestione operativa della struttura sanitaria. In particolare, la minore incidenza di eventi avversi severi associati a elranatamab, specialmente per quanto riguarda la sindrome da rilascio di citochine (57,7% vs 72,1%) e la neurotossicità ICANS (3,4% vs 14,5%), si traduce direttamente in una riduzione della complessità assistenziale. Questo profilo di tollerabilità superiore, confermato anche dalle percezioni degli operatori sanitari coinvolti, permette di limitare la necessità di interventi emergenziali e di monitoraggi intensivi, favorendo una maggiore prevedibilità e sicurezza operativa dell’intero percorso terapeutico.

La differenza più marcata tra i due trattamenti emerge dalla dimensione economica e organizzativa

La differenza più marcata tra i due trattamenti emerge dalla dimensione economica e organizzativa, che risulta centrale per i decisori nei contesti ad alta intensità di cura. Mentre teclistamab richiede un’ospedalizzazione media di 7 giorni nella fase iniziale di step-up dosing per il monitoraggio dei pazienti, elranatamab consente una gestione interamente ambulatoriale, azzerando il bisogno di degenza in questa fase. Inoltre, l’analisi mostra che l’adozione completa della tecnologia innovativa porterebbe alla liberazione di 28 giornate di degenza annue rispetto allo scenario basale, incrementando sensibilmente la capacità ricettiva del reparto e riducendo la pressione assistenziale sul personale.

Infine, l’inclusione della dimensione sociale rafforza ulteriormente il valore della tecnologia innovativa nei processi decisionali. La riduzione degli accessi e l’azzeramento della degenza iniziale permettono un risparmio sociale di circa 436 euro per ogni unità di cura (paziente e caregiver), legato alla minore perdita di produttività e alla riduzione dei costi logistici.

Nonostante alcune criticità metodologiche, come l’assenza di studi di confronto diretto head-to-head, si può concludere che elranatamab rappresenti una valida alternativa terapeutica nel setting indagato, capace di migliorare contemporaneamente gli outcome clinici, il carico assistenziale e la sostenibilità complessiva del percorso di cura.

Bibliografia

Social freezing, la nuova frontiera del welfare: lo Stato deve pagare per congelare la fertilità?

Il social freezing è ancora un fenomeno relativamente piccolo, ma sta crescendo rapidamente. Secondo i dati raccolti dall’Istituto superiore di sanità, i centri che comunicano – volontariamente – al Registro nazionale della Procreazione medicalmente assistita l’attività di crioconservazione degli ovociti per motivi non medici sono passati dai 25 del 2014 ai 72 del 2023. Nello stesso periodo i cicli registrati sono aumentati da 113 a 802: oltre sette volte in nove anni.

I numeri raccontano una tendenza precisa: la possibilità di conservare gli ovociti per rimandare nel tempo una possibile maternità sta entrando progressivamente nel panorama della medicina riproduttiva italiana.

Insieme alla pratica sta cambiando anche la domanda che la società si pone: stiamo congelando gli ovociti perché abbiamo conquistato una nuova libertà di scelta o perché l’età alla quale è possibile costruire una famiglia si è allontanata sempre più da quella nella quale la fertilità femminile è maggiore?

La risposta, probabilmente, non è una sola.

Il tempo che la medicina può conservare

Il social freezing – nella letteratura scientifica sempre più spesso definito planned oocyte cryopreservation – consente di prelevare e vitrificare gli ovociti quando la loro qualità e quantità sono generalmente migliori, con l’obiettivo di poterli utilizzare eventualmente in futuro.

È una possibilità importante perché permette, almeno in parte, di separare l’orologio biologico da quello personale e sociale.

Una donna può decidere di rimandare la maternità per motivi professionali, economici, relazionali o semplicemente perché non si sente ancora pronta. La crioconservazione può offrirle una possibilità ulteriore.

Ma c’è un punto che rischia di essere trascurato nella comunicazione sulla procedura: non si congela la fertilità nel suo complesso.

Il social freezing permette di separare l’orologio biologico da quello personale e sociale

Si conservano gli ovociti, non l’età futura della donna, la salute, le condizioni dell’utero, la situazione economica o la possibilità di trovare un partner. E soprattutto non si conserva una garanzia di gravidanza.

L’American Society for Reproductive Medicine considera eticamente ammissibile la crioconservazione programmata degli ovociti, ma sottolinea la necessità di informare correttamente le pazienti sui limiti della procedura e sull’incertezza degli esiti futuri.

Il punto, dunque, non è presentare il social freezing come una sorta di assicurazione sulla maternità. È piuttosto uno strumento che mantiene aperta una possibilità riproduttiva. E quella possibilità ha un costo.

Una scelta privata che può diventare una questione di accesso

In Italia il social freezing è stato finora soprattutto una prestazione privata. Questo introduce una seconda questione: chi può permetterselo?

La procedura richiede stimolazione ovarica, prelievo degli ovociti, vitrificazione e conservazione. I costi possono raggiungere diverse migliaia di euro e variare sensibilmente tra i centri.

La differenza non è marginale. Se la crioconservazione programmata viene considerata uno strumento utile per ampliare le possibilità riproduttive, l’accesso dipende anche dalla capacità economica della persona che decide di utilizzarlo.

In Italia il social freezing è stato finora soprattutto una prestazione privata

Il tema è emerso con particolare evidenza anche attraverso alcune testimonianze di donne impegnate in politica. Isabella Tovaglieri, europarlamentare della Lega, ha raccontato pubblicamente di avere congelato i propri ovociti a 38 anni, spiegando di aver affrontato la procedura anche per mantenere una possibilità di maternità futura. La stessa Tovaglieri ha sostenuto l’idea di un sostegno pubblico, almeno per le donne con redditi più bassi.

La questione personale comincia così a trasformarsi in una domanda di politica sanitaria: se una tecnologia consente di conservare una possibilità riproduttiva, deve essere lasciata al mercato oppure deve diventare almeno in parte accessibile attraverso il Servizio sanitario nazionale?

La Puglia ha già iniziato a rispondere

Una prima risposta è arrivata dalla Puglia, che ha trasformato il social freezing in una misura di welfare.

La Regione prevede un contributo per le donne tra 27 e 37 anni, con determinati requisiti economici e di residenza, utilizzabile presso centri di Pma (procreazione medicalmente assistita) pubblici o privati accreditati. La misura è stata motivata sia con la tutela della possibilità di genitorialità sia con la necessità di affrontare il problema demografico.

È un passaggio significativo: una procedura nata come scelta individuale entra nell’ambito delle politiche pubbliche.

Finanziare il congelamento degli ovociti interviene sull’effetto o sulla causa del rinvio della maternità?

Ma proprio qui nasce la questione più interessante.

Se il problema risiede nel fatto che molte donne rinviano la maternità perché non hanno ancora una situazione lavorativa, abitativa o familiare sufficientemente stabile, finanziare il congelamento degli ovociti interviene sull’effetto o sulla causa?

La risposta non è necessariamente alternativa. Una politica pubblica può sostenere la preservazione della fertilità e, contemporaneamente, intervenire sulle condizioni che influenzano la scelta di avere un figlio.

Ma il rischio di confondere i due piani esiste.

Il social freezing arriva in Parlamento

Il tema è ormai entrato stabilmente anche nel dibattito parlamentare.

Il Movimento 5 Stelle ha depositato alla Camera la proposta di legge C. 2287, a prima firma Carmen Di Lauro, sulla conservazione delle cellule riproduttive per la preservazione della fertilità maschile e femminile. Il testo è stato presentato nel marzo 2025 ed è assegnato alla Commissione Affari sociali.

Il Partito Democratico ha presentato a sua volta proposte per sostenere economicamente la crioconservazione degli ovociti. Tra queste quella di Emiliano Fossi, che prevede un fondo nazionale sperimentale da 30 milioni di euro l’anno per il triennio 2027-2029 e un contributo fino a 3 mila euro per le donne nella fascia di età prevista dalla proposta e con determinati requisiti Isee.

Quanto deve intervenire il sistema pubblico nella preservazione della fertilità?

Anche Matteo Renzi si è esposto in materia e ha rilanciato qualcosa che richiama quanto si sta facendo in Francia, proponendo la gratuità della procedura entro una determinata fascia d’età e uno stanziamento nell’ordine dei 100 milioni di euro all’anno.

Il tema è stato toccato anche dal centrodestra, con un’apertura di Forza Italia alla possibilità di un sostegno pubblico.

Ma il dato politicamente interessante è che il social freezing sta attraversando gli schieramenti, diventando sostanzialmente bipartisan. Le proposte sono diverse per platea, importi e modalità di finanziamento, ma condividono una domanda di fondo: quanto deve intervenire il sistema pubblico nella preservazione della fertilità?

Ma quanto è grande davvero il fenomeno?

Qui i numeri aiutano anche a ridimensionare il dibattito.

Gli 802 cicli registrati dall’Iss nel 2023 rappresentano una crescita molto consistente rispetto ai 113 del 2014, ma restano una quota contenuta rispetto all’intera attività italiana di Pma.

Nello stesso 2023, nei centri italiani sono stati effettuati 45.738 prelievi nell’ambito delle tecniche di Pma di II e III livello e il congelamento degli ovociti è stato utilizzato nel 4,2% dei prelievi complessivi.

Il social freezing rappresenta una quota contenuta rispetto all’intera attività italiana di Procreazione medicalmente assistita

I due dati non sono perfettamente sovrapponibili, perché il congelamento degli ovociti all’interno di un percorso di Pma non coincide con il social freezing. Ma aiutano a collocare il fenomeno nella sua dimensione reale: il social freezing cresce rapidamente, ma non è ancora una pratica di massa.

Ed è proprio questa dimensione relativamente contenuta a rendere interessante la discussione sulla sua eventuale inclusione nei Livelli essenziali di assistenza: si tratta di capire non soltanto quante donne potrebbero beneficiarne, ma anche quali criteri adottare, quale sarebbe il costo per il Ssn e come definire appropriatezza, età, indicazioni e accesso.

Tre modelli fuori dall’Italia

A questo proposito il confronto internazionale mostra che non esiste una soluzione unica.

La Francia ha scelto una strada particolarmente ampia: dal 2021 la crioconservazione degli ovociti per motivi non medici è consentita e coperta dal sistema sanitario entro determinate fasce d’età. È il modello più frequentemente citato nel dibattito italiano.

Israele ha invece regolamentato la procedura consentendola per ragioni non mediche, ma lasciando sostanzialmente a carico delle donne il costo del trattamento.

Parliamo di diritto sanitario, scelta privata o intervento selettivo di welfare?

Nel Regno Unito l’accesso attraverso il Nhs (National health system) può dipendere dalle politiche delle autorità sanitarie territoriali, creando differenze nella disponibilità del finanziamento.

Tre modelli diversi, che corrispondono a tre modi di considerare la stessa prestazione: diritto sanitario, scelta privata o intervento selettivo di welfare.

Il rischio di una nuova responsabilità

C’è infine una questione meno immediata, ma che merita di essere considerata.

Il social freezing nasce per aumentare le possibilità di scelta. Ma proprio perché oggi esiste, potrebbe trasformarsi nel tempo in una nuova aspettativa.

Per decenni alle donne è stato detto di non avere figli troppo presto, di studiare, lavorare e costruire la propria indipendenza. Quando l’età della maternità si è progressivamente spostata in avanti, la medicina ha messo a disposizione una possibilità per preservare parte del potenziale riproduttivo.

Il tema dell’informazione è centrale per chiarire che cosa si può realisticamente ottenere dalla procedura e quali sono i limiti

Il rischio, però, sarebbe che quella possibilità diventasse una forma di responsabilità individuale: se una donna a 40 anni ha difficoltà a concepire, perché non ha congelato gli ovociti dieci anni prima?

Sarebbe un rovesciamento paradossale. Una tecnologia nata per ampliare le opzioni potrebbe diventare un nuovo elemento di pressione.

Per questo il tema dell’informazione è centrale. Una donna deve sapere che cosa può realisticamente ottenere dalla procedura, quali sono i limiti e quali costi comporta, senza trasformare il congelamento degli ovociti né in una promessa né in una prescrizione.

Il vero prodotto è il tempo

Del resto, se ci pensiamo bene, il social freezing di fatto non congela il tempo. Conserva una possibilità nel tempo. Ed è questo probabilmente il modo più corretto per raccontarlo.

Una donna paga oggi per mantenere aperta una porta che potrebbe decidere di attraversare domani. È una possibilità che la medicina riproduttiva ha reso concreta e che può avere un valore importante per alcune persone. Ma non risolve automaticamente le ragioni per cui quella porta è stata lasciata chiusa.

Se il problema è un lavoro precario, l’ovocita congelato non rende il lavoro stabile. Se è l’assenza di una casa, non risolve il problema abitativo. Se è la mancanza di servizi per l’infanzia, non crea un asilo nido.

E soprattutto, se l’obiettivo della politica è aumentare le nascite, preservare la fertilità e creare le condizioni per esercitarla sono due politiche diverse.

L’Italia sembra dunque trovarsi davanti a una scelta che non riguarda soltanto la medicina della riproduzione.

Il social freezing di fatto non congela il tempo. Conserva una possibilità nel tempo

Da una parte c’è una tecnologia che può aiutare alcune donne a gestire meglio il proprio progetto di vita. Dall’altra c’è il rischio di utilizzare quella tecnologia come risposta individuale a problemi che hanno una dimensione collettiva.

Il dibattito parlamentare e le prime esperienze regionali diranno se il social freezing diventerà una prestazione sanitaria da sostenere, una misura selettiva di welfare o resterà prevalentemente una scelta privata.

La domanda più interessante, però, resta quella iniziale: lo Stato deve pagare per congelare la fertilità o dovrebbe soprattutto creare le condizioni perché una donna possa scegliere di avere un figlio quando la sua fertilità è al suo massimo?

Probabilmente la risposta alla seconda domanda non rende inutile la prima. Ma evita che una tecnologia preziosa diventi il sostituto di una politica più ampia sulla maternità, sul lavoro e sulla conciliazione.

Dialisi peritoneale domiciliare, un’opportunità ancora poco sfruttata dal SSN

Il progressivo invecchiamento della popolazione e l’aumento della prevalenza di patologie come diabete e ipertensione fanno della malattia renale cronica una delle principali sfide per i sistemi sanitari.

Marco Oradei

Ogni anno migliaia di pazienti necessitano di un trattamento sostitutivo ma – nonostante le evidenze indichino la dialisi peritoneale (DP) domiciliare come un’opzione efficace, sicura e più economica per il SSN – questa metodica continua, per varie ragioni, a essere utilizzata solo per una minoranza dei pazienti.

Il nuovo rapporto di ALTEMS Aggiornamento 2026-Valutazione HTA di percorsi clinico assistenziali: dialisi peritoneale vs emodialisi” conferma come la dialisi peritoneale domiciliare sia superiore, in termini economici, alla dialisi ospedaliera ma resti un’opportunità ancora poco sfruttata. Di questi temi abbiamo parlato con Marco Oradei, Responsabile del Laboratorio HTA di ALTEMS.

Il report 2026 è l’aggiornamento della versione già pubblicata nel 2024, che aveva evidenziato la superiorità della dialisi peritoneale domiciliare in termini di qualità di vita per il paziente, migliori esiti clinici e risparmi per il sistema sanitario nazionale, ed è stato motivato dall’entrata in vigore del nuovo Nomenclatore delle tariffe ambulatoriali nazionali.  

Quando è nata l’esigenza di uno studio HTA sulla dialisi peritoneale?

«Sono state modificate sia le tariffe legate alla procedura di dialisi, riguardanti il rimborso che il centro riceve a seguito dell’erogazione della prestazione, sia quelle relative a tutte le prestazioni correlate al follow-up dei pazienti, dalle analisi di laboratorio a eventuali ricoveri per complicanze.

Il rapporto ALTEMS 2026 conferma la convenienza economica della dialisi peritoneale domiciliare

La situazione attuale tende ancora a premiare le strutture che erogano l’emodialisi ospedaliera, caratterizzata dal riconoscimento di tariffe più alte a compensazione dell’attività svolta. Senza tener conto del fatto che, invece, i costi reali delle prestazioni sono nettamente più bassi per la dialisi peritoneale.

Il modello validato alla luce delle nuove tariffe ambulatoriali nazionali ha confermato pienamente i risultati già ottenuti nel 2024».

Quali sono le ragioni per cui il sistema tariffario privilegia, di fatto, l’erogazione di una pratica meno costo-efficace?

«Si tratta di una tendenza radicata; l’emodialisi è la procedura classica, utilizzata da sempre. Nel tempo è stata introdotta la dialisi peritoneale, ma le strutture che erogano queste prestazioni, soprattutto quelle private, tendono a proseguire su una strada già tracciata.

Tuttavia è in atto un cambiamento, prima di tutto culturale. Inoltre la Società Italiana di Nefrologia sta lavorando con il Ministero della Salute per sollecitare la modifica di questi meccanismi tariffari, così da dare il giusto incentivo a quei centri che prediligono la dialisi peritoneale domiciliare». 

Quali vantaggi economici sono associati alla dialisi peritoneale? Quali sono le stime dei risparmi che sarebbe possibile ottenere?

«Per assicurare la correttezza e rispondenza del modello abbiamo impiegato diverse modalità di calcolo. Sono state analizzate le dinamiche di costo nella prospettiva del SSN, sia adottando il calcolo dei costi basato sulle tariffe, sia adottando la metodologia dell’Activity Based Costing. Questo approccio ha permesso di considerare il reale assorbimento delle risorse, facendo emergere i costi indiretti e logistici spesso trascurati. Infine sono stati calcolati i costi secondo la prospettiva sociale, cioè che consideri anche i costi a carico del paziente.

Secondo questa prospettiva, il risparmio offerto dalla DP è elevato; le stime evidenziano un costo per ogni paziente, su base annua, di €24.142 per la dialisi peritoneale domiciliare, a fronte di un costo quasi doppio, di €42.231 per l’emodialisi».

A cosa è dovuta questa importante differenza?

«Il divario è riconducibile a due fattori principali: il tempo del personale sanitario infermieristico e i trasporti. La dialisi ospedaliera richiede tre accessi alla settimana, con impiego di ambulanze e personale dedicato: un notevole impegno di personale interno e con importanti costi di trasporto del paziente, che sono a carico delle Regioni. 

Il tempo del personale sanitario infermieristico e i trasporti determinano il divario economico

Questo aspetto rappresenta un ulteriore elemento di distrazione rispetto alle possibili opportunità offerte dalla dialisi peritoneale; i costi di trasporto gravano sui bilanci regionali e non direttamente sui reparti di nefrologia. Questo impedisce ai clinici di percepire quanto queste voci incidano sul SSN e il risparmio reale che, viceversa, l’adozione della DP potrebbe generare per la collettività.

La dialisi peritoneale può infatti essere praticata al domicilio del paziente che, una volta istruito attraverso un primo incontro con il personale medico e infermieristico, può eseguire la dialisi autonomamente, o con l’aiuto di un caregiver, in qualsiasi momento della giornata. In alcuni casi anche durante il sonno. In questi casi il macchinario è collegato al centro di riferimento, in telemedicina; qualsiasi tipo di inconveniente viene segnalato ed eventualmente risolto. Ma il tutto comporta un impegno minimo, a livello di personale e risorse dei centri, rispetto a quello richiesto dalla emodialisi».

Ipotizzando di raddoppiare la percentuale di impiego della DP, arrivando al 20%, a quanto ammonterebbe il risparmio annuo stimato per il Servizio sanitario nazionale?

«Attualmente in Italia circa il 10% dei pazienti viene avviato a dialisi peritoneale; un numero ancora molto basso ma con elevate disparità regionali.

In alcune Regioni, come Trentino-Alto Adige e Abruzzo, la DP è molto utilizzata, anche con percentuali superiori al 20%; tra le Regioni dove è meno utilizzata, la Puglia con il 5% 

Le nostre stime si basano sull’ipotesi di un aumento del ricorso alla DP, a livello nazionale, del 5% ogni anno. Un incremento che ci sembra realistico, anche se si potrebbe ipotizzare una quota maggiore; in alcuni Paesi come Australia e Nuova Zelanda, oltre il 60% delle dialisi è di tipo peritoneale.

In questo caso i risparmi minimi per il SSN potrebbero ammontare a circa 40 milioni di euro; ma in una prospettiva sociale, che considera quindi anche il tempo e i costi a carico dei pazienti, raggiungono i 130 milioni di euro all’anno».

Cosa impedisce la maggior diffusione della DP? E dal punto di vista organizzativo, di sistema, quali sono le barriere che ostacolano il ricorso alla dialisi peritoneale?

«Va detto che non tutti i pazienti sono eleggibili alla DP, a causa di ostacoli di tipo clinico, ma anche strettamente personali; un paziente potrebbe non essere in grado di occuparsi di questa procedura in autonomia, o preferire il ricorso all’ospedale per la mancanza di un caregiver adeguato.

Tra le barriere: ostacoli personali del paziente, resistenza degli operatori, formazione insufficiente e settore privato

Oltre alle barriere legata alle tariffe, di cui abbiamo parlato, conta anche la resistenza degli operatori; la possibilità che un paziente venga avviato alla dialisi peritoneale dipende dal fatto che il centro di nefrologia sia attrezzato anche dal punto di vista del personale. I nefrologi ci hanno segnalato che nelle scuole di specializzazione il tema, ancora, non viene trattato in maniera tale da rendere i medici più aperti a questa nuova modalità di trattamento. Anche su questo la SIN sta lavorando.

Inoltre, un’ampia quota di procedure dialitiche in Italia viene erogata da strutture private accreditate. Queste tendono a prediligere l’emodialisi ospedaliera in quanto dispongono di centri già attrezzati per questo, che diversamente dovrebbero essere modificati. In sintesi, il settore privato, non avendo una convenienza economica a passare alla DP, non ha incentivi verso il cambiamento».

Come potrebbe essere attuato, a suo avviso, un cambio di direzione che coinvolga le Regioni nel prediligere la modalità domiciliare?

«Su questo è in corso un’iniziativa interessante e che credo potrebbe contribuire a un cambiamento dell’attuale pratica.

È in corso l’elaborazione di un documento contenente delle precise linee di indirizzo

AGENAS ha avviato un tavolo di lavoro dove, oltre ai propri esperti, siedono rappresentanti della SIN, alcuni membri di ALTEMS – compreso il sottoscritto – e due associazioni di pazienti; insieme per collaborare all’elaborazione di un documento contenente delle precise linee di indirizzo, da condividere poi con le Regioni.

L’obiettivo è chiarire i meccanismi organizzativi che potrebbero facilitare l’aumento del ricorso alla dialisi peritoneale. Un’indicazione chiave riguarderà, presumibilmente, il momento dell’avvio alla dialisi: i primi contatti con i pazienti e il momento della scelta da parte dei pazienti tra le due tipologie dovrà essere gestita da un centro pubblico. Una volta superata questa fase, nulla vieta che la procedura venga erogata da strutture private accreditate».

A che punto è il documento? 

«Il documento è in fase di lavorazione: prevedo che per l’inizio del 2027 si possa arrivare a una versione ufficiale, pubblicata e condivisa; auspico sia il punto di partenza per il cambiamento del sistema. Aggiungo che, a valle di questo documento, potrebbe essere interessante inserire il calcolo di obiettivi espliciti e misurabili, per esempio sul Programma Nazionale Esiti, gestito da AGENAS. Un possibile indicatore potrebbe riguardare il raggiungimento di percentuali di copertura e dialisi peritoneale di almeno il 20% per tutte le Regioni. Si tratterebbe di un obiettivo che diventa anche vincolante, mentre le linee di indirizzo non lo sono».

Deprescrizione, una leva per sicurezza e sostenibilità: il modello Verona raccontato da Paolo Petralia

«La deprescrizione è un intervento clinico che migliora sicurezza, appropriatezza e sostenibilità delle cure». Con questa visione il professor Gianluca Trifirò, ordinario di Farmacologia all’Università di Verona e coordinatore del progetto ministeriale, ha promosso il primo servizio ospedaliero italiano dedicato alla medication review e al deprescribing.

La deprescrizione va letta attraverso una triplice lente: clinica, farmacologica e gestionale

La deprescrizione non è soltanto una strategia per ridurre il numero di farmaci assunti dai pazienti anziani e fragili. Può diventare uno strumento di governance clinica, un indicatore di qualità delle cure e persino una leva di sostenibilità per il Servizio sanitario nazionale. Ne è convinto Paolo Petralia, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona.

Paolo Petralia

Deprescrizione come indicatore di qualità delle cure

«Nella popolazione over 65 circa un terzo dei pazienti assume quotidianamente dieci o più farmaci», spiega Petralia. «Questa condizione di politerapia farmacologica espone a un rischio elevato di interazioni tra medicinali e di reazioni avverse. Per questo la rivalutazione periodica delle terapie non è soltanto una buona pratica clinica, ma rappresenta una vera azione di sicurezza e di farmacovigilanza».

Secondo il direttore generale veronese, la deprescrizione va letta attraverso una triplice lente: clinica, farmacologica e gestionale. Da un lato migliora l’appropriatezza prescrittiva e riduce gli eventi avversi; dall’altro alleggerisce il carico terapeutico per il paziente e contribuisce a una gestione più efficiente delle risorse sanitarie.

I numeri del progetto: 60 mila euro risparmiati ogni 100 pazienti

I primi risultati dell’esperienza veronese confermano questa impostazione. «Su cento pazienti valutati abbiamo registrato un risparmio di circa 60 mila euro per il sistema sanitario», sottolinea Petralia. «Si tratta di una stima che considera esclusivamente il consumo dei farmaci. Se riuscissimo a quantificare anche la riduzione delle ospedalizzazioni correlate agli eventi avversi, il beneficio sarebbe probabilmente ancora maggiore».

Il progetto, nato inizialmente nei reparti di geriatria, è stato progressivamente esteso alle medicine interne e si prepara ora a coinvolgere anche il territorio. Parallelamente è stato avviato un percorso formativo che ha coinvolto oltre settanta professionisti provenienti da tutta Italia.

Il progetto, nato inizialmente nei reparti di geriatria, è stato progressivamente esteso alle medicine interne e si prepara ora a coinvolgere anche il territorio

«Questa esperienza ci dice che è assolutamente auspicabile attivare un servizio strutturato di medication review all’interno delle aziende sanitarie», afferma Petralia. «Non si tratta più di una semplice sperimentazione. Siamo arrivati al terzo anno di attività e abbiamo ottenuto un progetto di ricerca finalizzata del Ministero della Salute che consentirà di validare scientificamente quanto osservato finora».

Oltre il farmaco: misurare i benefici clinici ed economici

La sfida non riguarda soltanto la clinica. Fin dall’inizio il gruppo di lavoro ha cercato di misurare anche l’impatto economico dell’intervento.

«Abbiamo lavorato su due direttrici», racconta Petralia. «La prima è il miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva, con l’obiettivo di limitare gli effetti avversi, favorire l’aderenza terapeutica e semplificare i percorsi di cura. La seconda è lo studio degli effetti economici e organizzativi della deprescrizione».

Nei prossimi anni il focus sarà la misurazione dei benefici indiretti della deprescrizione

Un tema particolarmente rilevante in una popolazione come quella seguita dal Policlinico di Verona, dove circa il 70% dei pazienti ricoverati nei reparti di medicina interna presenta condizioni di multimorbidità e, di conseguenza, regimi terapeutici complessi.

Per il manager sanitario, i prossimi anni dovranno concentrarsi proprio sulla misurazione dei benefici indiretti. «Dobbiamo continuare a seguire queste coorti di pazienti e valutare non solo il miglioramento clinico, ma anche gli effetti gestionali e organizzativi prodotti da una prescrizione più appropriata».

Dalla sperimentazione a un modello integrato ospedale-territorio

L’obiettivo è trasformare il progetto in un’attività ordinaria e integrata tra ospedale, territorio e ricerca.

«Stiamo strutturando questo servizio come una funzione stabile della nostra azienda», spiega. «Vogliamo estenderlo alla ULSS territoriale e all’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, creando un modello che coinvolga tutti i setting assistenziali nel veronese».

Il passaggio dalla sperimentazione alla pratica ordinaria richiede integrazione tra farmacologi clinici, medici e territorio

Le barriere organizzative: il valore del lavoro multidisciplinare

La principale criticità riguarda l’organizzazione del lavoro multidisciplinare necessario per effettuare la revisione delle terapie. «Occorre che farmacologi clinici e medici curanti si incontrino regolarmente per analizzare insieme i piani terapeutici», spiega Petralia. «Richiede disponibilità, capacità di lavorare in squadra e volontà di mettersi in discussione. Ma questo non rappresenta un ostacolo: è piuttosto la caratteristica stessa di una medicina moderna e integrata».

Il ruolo dei medici di medicina generale

In questo processo un ruolo centrale spetta ai medici di medicina generale. «Il loro contributo consiste nella disponibilità a rivalutare il piano terapeutico del paziente in una logica di équipe», afferma. «Pur richiedendo tempo e coordinamento, questo approccio può generare importanti benefici sia sul fronte dell’aderenza alle cure sia su quello della sostenibilità».

La sfida delle competenze: servono più farmacologi clinici

Sul piano gestionale Petralia individua una priorità precisa: rafforzare la presenza dei farmacologi clinici. «Questa figura professionale è essenziale e non può essere sovrapposta a quella del farmacista ospedaliero o dei servizi», sottolinea. «Noi abbiamo il vantaggio di ospitare una scuola di specializzazione con 34 specializzandi, ma non tutti i territori dispongono delle stesse risorse».

Per favorire la diffusione del modello, Verona punta anche sulla formazione e sul confronto nazionale. «Racconteremo questa esperienza nei principali contesti di discussione tra i direttori generali e i professionisti del sistema sanitario, perché crediamo che possa rappresentare un modello avanzato di innovazione organizzativa».

Strumenti avanzati di supporto decisionale e competenze dei farmacologi clinici possono rendere la medication review più efficace e accessibile

L’intelligenza artificiale, nuova frontiera del deprescribing

Guardando al futuro, Petralia individua una nuova frontiera: l’intelligenza artificiale applicata alla deprescrizione. «Stiamo già sperimentando un software che supporta il farmacologo clinico attraverso valutazioni semi-automatiche», rivela. «Lo strumento raccoglie e organizza i dati clinici, consentendo interventi più rapidi e tempestivi». L’intelligenza artificiale non sostituirà il giudizio professionale, ma potrebbe contribuire a superare uno dei principali limiti organizzativi del modello. «I farmacologi clinici resteranno indispensabili», conclude Petralia, «ma strumenti avanzati di supporto decisionale potranno ampliare la capacità operativa dei servizi e rendere la medication review sempre più accessibile. È questa la frontiera più avanzata del deprescribing».

Vedi anche

Ecoansia, quando la preoccupazione per il clima diventa un problema di salute mentale

La crisi climatica non produce soltanto effetti sull’ambiente e sulla salute fisica, ma lascia un segno crescente anche sul benessere psicologico. Tra paura del futuro, senso di impotenza e perdita di fiducia nelle istituzioni, l’ecoansia sta emergendo come una delle nuove sfide della salute mentale. Ne parlano a TrendSanità, analizzando il confine tra reazione adattiva e disagio clinico, Cinzia Bressi, Professoressa Associata di Psichiatria dell’Università degli Studi di Milano, Responsabile del Servizio di Psicologia Clinica e Psicoterapia dell’Università di Milano, Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, e Anna Bassetto, Psicologa Clinica, psicoterapeuta in formazione specialistica, Università degli Studi di Milano.

L’ecoansia viene spesso descritta come una risposta razionale a una minaccia reale. Quando rappresenta una reazione adattiva e quando, invece, diventa un problema clinico?

Cinzia Bressi

«L’ecoansia rappresenta una reazione adattiva quando permette alle persone di agire proattivamente a favore dell’ambiente attuando dei comportamenti sostenibili e facendo ricorso alle risorse personali con il fine di creare un cambiamento. Si parla, quindi, di risposta razionale a una minaccia reale quando la preoccupazione per il clima funge da spinta motivazionale.

L’intervento di uno specialista è necessario quando tutto ciò crea compromissione del funzionamento quotidiano. Questa alterazione negativa dei propri ritmi di vita rischia di manifestarsi attraverso dei sintomi psicopatologici di tipo ansioso-depressivo (ruminazione e catastrofizzazione), il sonno della persona potrebbe risentirne, in alcuni casi avremmo anche una progettualità compromessa a causa di una visione del futuro come terrificante. La qualità della vita rischia di esserne inevitabilmente influenzata: è stato dimostrato che livelli più alti di ecoansia portano a percepire una notevole riduzione del proprio benessere.  Il fenomeno dell’ecoansia riduce la capacità adattiva delle persone che, durante le loro giornate, sviluppano condotte ansiose associate alla stabile ruminazione centrata sulla distruzione climatica e sugli effetti a catena che potranno oscurare il futuro dei propri discendenti e del pianeta tutto».

Le evidenze mostrano che giovani, donne e persone che hanno vissuto eventi estremi presentano livelli più elevati di ecoansia. Sta nascendo una nuova vulnerabilità psicologica?

Anna Bassetto

«Per rispondere a questa domanda è necessaria una premessa: è stato dimostrato che persone soggette ad eventi naturali catastrofici come alluvioni o incendi siano maggiormente predisposte a sviluppare un Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) e a partire da ciò si potrebbe affermare che, di conseguenza, questo li rende psicologicamente vulnerabili alle alterazioni climatiche a causa del trauma subito. È possibile che si tratti, inoltre, di individui con una predisposizione ad una risposta d’allarme ad agenti stressogeni con un focus tematico sul clima. Per quanto riguarda i giovani e le donne la letteratura ha effettivamente sottolineato una presenza maggiore di livelli di ecoansia che, nel genere femminile, può risalire alla generale predisposizione genetica che crea livelli di ansia maggiori rispetto agli uomini; i giovani invece sono accomunati da alti livelli di incertezza e sfiducia collettiva che li rendono più vulnerabili al cambiamento climatico. Perciò si potrebbe affermare che stia nascendo una nuova vulnerabilità psicologica legata all’esposizione climatica ma è importante sottolineare il ruolo che il PTSD e la genetica svolgono nella vita psichica delle persone».

Molti giovani non riferiscono soltanto paura, ma anche rabbia, frustrazione e senso di impotenza rispetto alla crisi climatica. Dal punto di vista psichiatrico, quanto questi sentimenti possono incidere sulla progettualità di vita, sulle scelte familiari e sulla fiducia nel futuro?

«Si tratta di un rischio concreto: l’ecoansia raggruppa attorno a sé emozioni che vanno oltre l’ansia e che si intersecano tra di loro andando ad influenzare la visione del futuro dei giovani. A dimostrazione di questo, è stato notato come molti di loro abbiano una significativa riluttanza ad avere figli creata da una profonda paura rispetto a ciò che il futuro può riservare e a come il mondo cambierà a causa del sempre più pervasivo cambiamento climatico. Inoltre, la rabbia, la frustrazione e il senso di impotenza, unite alla già citata paura della negatività del futuro, creano nei giovani la percezione di un mondo su cui è impossibile agire e che non è adatto ad accogliere le prossime generazioni.

L’ecoansia sta emergendo come una delle nuove sfide della salute mentale

Si giunge quindi a parlare di “eco-paralisi”, una sensazione derivata dalla perdita di controllo e dell’incertezza sul futuro aggravata dall’osservazione di un’apparente inazione globale rispetto al problema. Ad aumentare questa percezione è il senso di colpa sia per l’impronta di carbonio, cioè la quantità di gas serra emessi, che un ipotetico figlio potrebbe generare sia perché talvolta sembra che ciò che il singolo faccia per l’ambiente risulti poco utile a causa della continua presenza di promemoria relativi all’impatto ambientale di ogni scelta personale (dal cibo acquistato alle applicazioni utilizzate)».

Oggi, nei servizi di salute mentale italiani esistono strumenti, formazione e percorsi adeguati a intercettare il disagio psicologico legato alla crisi climatica?

«Ad oggi, i servizi di salute mentale italiani non hanno ancora creato e messo in campo percorsi adeguati ad intercettare il disagio psicologico legato alla crisi climatica; inoltre, non sono state redatte linee guida o protocolli standardizzati atti alla diagnosi e al trattamento del disagio psicologico legato al cambiamento climatico. Sarà necessario per il futuro investire anche sulla formazione dei professionisti sanitari in merito ai correlati psicopatologici associati al clima; allo stato attuale, però, non è ancora stato attivato un percorso diagnostico-clinico che si occupi del tema».

Tra eventi estremi, ansia cronica, disuguaglianze e perdita di fiducia collettiva, quale rischio ritiene più preoccupante nel prossimo decennio?

«Tra le opzioni indicate, il rischio più sottovalutato è la combinazione tra la perdita di fiducia collettiva e l’aumento delle diseguaglianze.  Rispetto all’ansia cronica per il futuro e all’impatto degli eventi estremi la letteratura risulta essere piuttosto ampia; sono presenti alcuni studi, infatti, che si propongono di analizzare che ruolo abbiano queste due tematiche nella vita quotidiana della popolazione mondiale.

Il rischio più sottovalutato è la combinazione tra la perdita di fiducia collettiva e l’aumento delle diseguaglianze

È necessario, però, focalizzarci anche sulla perdita di fiducia che sta coinvolgendo, soprattutto i più giovani, a causa della percezione che i governi non stiano agendo per proteggere i propri cittadini e il Pianeta Terra. Questa sensazione di sfiducia collettiva è esacerbata dalle disuguaglianze climatiche, si è notato infatti che sperimentano una maggiore ecoansia proprio le fasce di popolazione più povere e che abitano in zone che non dispongono di risorse adeguate e sufficienti per adattarsi al cambiamento climatico e per far fronte alle catastrofi naturali che ne conseguono».

Per approfondire

Boehme, B. A., Kinsman, L. M., Norrie, H. J., Tessier, E. D., Fleming, S. W., & Asmundson, G. J. (2024). Climate anxiety: Current evidence and future directions. Current Psychiatry Reports, 26(11), 670–677

Boluda-Verdú, I., Senent-Valero, M., Casas-Escolano, M., Matijasevich, A., & Pastor-Valero, M. (2022). Fear for the future: Eco-anxiety and health implications, a systematic review. Journal of Environmental Psychology, 84, 101904

Galea, S., Nandi, A., & Vlahov, D. (2005). The epidemiology of post-traumatic stress disorder after disasters. Epidemiologic reviews, 27(1), 78-91

Gianfredi, V., Mazziotta, F., Clerici, G., Astorri, E., Oliani, F., Cappellina, M., Catalini, A., Dell’Osso, B. M., Pregliasco, F. E., Castaldi, S., & Benatti, B. (2024). Climate Change Perception and Mental Health. Results from a Systematic Review of the Literature. European Journal of Investigation in Health, Psychology and Education, 14(1), 215-229

Hickman, C., Marks, E., Pihkala, P., Clayton, S., Lewandowski, R. E., Mayall, E. E., Mellor, C., & Van Susteren, L. (2021). Climate anxiety in children and young people and their beliefs about government responses to climate change: A global survey. The Lancet Planetary Health, 5(12), e863–e873

Kurth, C., & Pihkala, P. (2022). Eco-anxiety: What it is and why it matters. Frontiers in Psychology, 13, 981814.

Mento, C., Damiani, F., La Versa, M., Cedro, C., Muscatello, M. R. A., Bruno, A., Fabio, R. A., & Silvestri, M. C. (2023). Eco-Anxiety: An Evolutionary Line from Psychology to Psychopathology. Medicina, 59(12), 2053.

Mosca, A., Luciani, D., Chiappini, S., Miuli, A., PsyClimate Research Group, Cianconi, P., Pettorruso, M., Janiri, L., & Martinotti, G. (2025). Eco-anxiety and mental health: Correlates of climate change distress. International Journal of Environmental Research and Public Health, 22(12), 1768.

Pihkala, P. (2020). Anxiety and the ecological crisis: An analysis of eco-anxiety and climate anxiety. Sustainability, 12(19), 7836.

Thoma, M. V., Rohleder, N., & Rohner, S. L. (2021). Clinical ecopsychology: The mental health impacts and underlying pathways of the climate and environmental crisis. Frontiers in psychiatry, 12, 675936.

Farmacie in prima linea contro la violenza: l’evoluzione del Progetto Mimosa

Nato per offrire un punto di ascolto e orientamento alle donne vittime di violenza, il Progetto Mimosa evolve oggi in un modello che mette in rete professionisti sanitari, istituzioni e terzo settore. Al centro ci sono le farmacie, presidio sanitario di prossimità e luogo di fiducia, chiamate a svolgere un ruolo sempre più importante nell’intercettare situazioni di fragilità. Di questi temi abbiamo parlato con Angela Margiotta, Presidente di Farmaciste Insieme.

Dottoressa Margiotta, che cos’è l’associazione Farmaciste Insieme e di cosa si occupa?  

Angela Margiotta

«Farmaciste Insieme nasce oltre 16 anni fa dalla collaborazione di un gruppo di farmaciste, sulla base dall’idea che questa professione possa esprimere il proprio valore anche oltre l’erogazione del farmaco.

Le farmacie sono il presidio sanitario di prossimità più diffuso nel Paese e il farmacista, proprio grazie al rapporto di fiducia che costruisce ogni giorno con i cittadini, può contribuire in modo concreto alla prevenzione, all’educazione sanitaria e all’orientamento delle persone all’interno dei servizi.

L’idea era mettere questo patrimonio professionale al servizio della società. In questi anni abbiamo promosso tantissimi progetti dedicati alla salute femminile, alla prevenzione, all’inclusione sociale, sempre con la convinzione che la farmacia non sia soltanto un luogo di cura della malattia, ma anche un luogo capace di intercettare i bisogni dei cittadini e costruire reti che sappiano dare risposte concrete».

Anche il Progetto Mimosa è attivo da alcuni anni. Quando è stato avviato e con quali finalità?

«Il Progetto Mimosa nasce nel 2011. La violenza contro le donne è il tema sul quale Farmaciste Insieme ha costruito sin dall’inizio la propria storia, ed è una parte molto importante della nostra identità. Quando abbiamo iniziato a occuparcene non era davvero possibili immaginare che la farmacia potesse diventare un luogo di prevenzione e di supporto per le donne.

Violenza di genere, la sfida dell’intercettazione precoce: il ruolo strategico delle farmacie di comunità

La nostra riflessione nasceva dall’esperienza quotidiana delle farmaciste. Ci rendevamo conto che in molti casi dietro la richiesta di un farmaco si nascondeva tanto altro, qualcosa che le donne volevano comunicare in un luogo familiare, accessibile a tutti, presente in ogni comunità.

Da questa consapevolezza è stato creato il Progetto Mimosa, con l’obiettivo di essere un punto della rete capace di accogliere e orientare le donne verso il percorso giusto, in maniera delicata».

Come si è evoluto il progetto nel tempo: quante sono le farmacie coinvolte?

«Negli anni il progetto è cresciuto, oggi vi aderiscono tutte le 22mila farmacie del territorio italiano; abbiamo distribuito milioni di materiali, promosso campagne di sensibilizzazione, sviluppato strumenti digitali e lavorato con associazioni e centri antiviolenza. Sono state centinaia le donne che sono arrivate in farmacia e hanno chiesto personalmente aiuto.

Un passaggio fondamentale ha riguardato il protocollo d’intesa sottoscritto alla Camera dei Deputati con il Ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità insieme a FOFI, Federfarma, Assofarm, Farmacie Unite e Farmaciste Insieme. Questo protocollo ha riconosciuto il valore del percorso che da quel momento è diventato istituzionale, e afferma che la farmacia è un luogo sicuro per le donne. Oggi non lavoriamo più solo sulla sensibilizzazione e sull’informazione, ma cerchiamo di sperimentare un nuovo modello che metta in collaborazione e in relazione tutti gli attori del sistema che possono, in qualche modo, aiutarci ad aiutare le donne».

Cosa distingue al progetto pilota avviato in Lombardia dal progetto nazionale, e perché proprio la Lombardia come primo modello regionale?

«Il modello Mimosa Lombardia rappresenta l’evoluzione naturale del progetto nazionale; la vera innovazione non consiste nell’estendere una rete che già esisteva, ma nel cambiare proprio il modo di lavorare. Per la prima volta abbiamo creato un board, una rete strutturata che si chiama Insieme Lab dove convergono professionisti sanitari, istituzioni, associazioni e terzo settore.

Con Insieme Lab si è creata una rete strutturata con professionisti sanitari, istituzioni, associazioni e terzo settore

In Lombardia già esistevano le condizioni per avviare questa sperimentazione: una forte sensibilità delle istituzioni regionali, una rete capillare e la disponibilità di numerosi soggetti a costruire un percorso comune. Il prossimo obiettivo è portare questo progetto pilota in tutta Italia».

Qual è la funzione di Insieme Lab, e quali soggetti ne fanno parte?

«La violenza è un fenomeno complesso, che richiede risposte complesse; per questo è stato creato un board che coinvolge diverse professioni sanitarie, il mondo dello sport e quello dei cittadini, così che ogni attore, con la propria competenza, possa dare il proprio contributo. Il farmacista rappresenta un punto di ascolto e orientamento; i medici di medicina generale, gli infermieri e gli altri professionisti sanitari contribuiscono a intercettare precocemente le situazioni di fragilità; le istituzioni coordinano i servizi; il terzo settore mette a disposizione competenze specialistiche e percorsi di presa in carico.

Del board fanno parte Federfarma Lombardia, FOFI, FIMMG, ANDI (Associazione Nazionale Dentisti Italiani), FNOPI, quindi la Federazione degli Infermieri, rappresentanti delle istituzioni regionali, organizzazioni del terzo settore, l’Ospedale Niguarda e Cittadinanzattiva».

Come si configura il farmacista nell’intercettare una situazione di disagio?

«Il farmacista non è chiamato a fare diagnosi e neanche a sostituirsi agli operatori specializzati. Il suo compito però è sicuramente quello di riconoscere i segnali di fragilità, creare un clima di fiducia, ascoltare senza giudicare e orientare la donna verso i servizi competenti. Si tratta di una presenza costante e facilmente accessibile, e quindi diviene un interlocutore privilegiato.

Il farmacista è chiamato a riconoscere i segnali di fragilità, creare un clima di fiducia, ascoltare senza giudicare e orientare la donna verso i servizi competenti

L’App FreeBees è una delle novità del progetto, pensata per integrare il lavoro dei farmacisti; si tratta di un’App molto semplice e nascosta che permette di trovare il centro antiviolenza più vicino e di chiamare i numeri di emergenza (112, 113, 1522)».

Sono previste competenze specifiche o formazione per i farmacisti per affrontare questo tipo di situazioni?

«Certamente. Il farmacista deve riconoscere i segnali che possono indicare una situazione di violenza, sapere come instaurare un dialogo rispettoso e conoscere la rete dei servizi; sapere quello che deve dire, ma soprattutto sapere quello che non deve dire. I corsi, che si susseguono in varie edizioni, prevedono l’intervento di farmacisti, un magistrato, medici che spiegano come dobbiamo lavorare».

Quali indicatori saranno utilizzati per valutare i risultati della sperimentazione lombarda?

«L’obiettivo della sperimentazione non è quello di misurare il progetto in termini numerici, ma verificare se il modello di collaborazione che abbiamo costruito riesce davvero a migliorare la capacità del territorio di rispondere a un fenomeno così complesso. Valuteremo la qualità delle relazioni tra i vari soggetti coinvolti, l’efficacia dei percorsi di formazione, il livello di integrazione tra professionisti sanitari, istituzioni e terzo settore, l’utilizzo degli strumenti informativi e digitali, la capacità di fare rete.

Il risultato più importante sarà capire se questa esperienza riuscirà a generare un metodo di lavoro condiviso

Il risultato più importante sarà capire se questa esperienza riuscirà a generare un metodo di lavoro condiviso, capace di rendere più semplice, più sicuro e più rapido l’accesso delle donne ai servizi di protezione e supporto».

Come il progetto Mimosa Lombardia potrebbe essere esportato in altre Regioni?

«Mimosa Lombardia nasce con l’ambizione di costruire un modello organizzativo che possa essere adattato ai diversi contesti regionali.

Perché questo accada sarà fondamentale che si creino le stesse condizioni che lo hanno reso possibile in Lombardia: la volontà delle istituzioni di fare rete, la collaborazione tra le professioni sanitarie, il coinvolgimento del terzo settore e la disponibilità di tutti gli attori a condividere competenze e responsabilità.

Se riusciremo a dimostrare che questo metodo funziona, avremo costruito un modello di collaborazione tra reti territoriali che potremo mettere a disposizione per un uso più esteso».

Hikikomori, il Piemonte prepara una legge bipartisan contro l’isolamento sociale volontario

0

Una proposta di legge bipartisan arriva dal Piemonte per accendere un faro sul fenomeno degli Hikikomori. Il consiglio regionale sta lavorando a un documento condiviso che vede dalla stessa parte maggioranza e opposizione. In particolare, il testo mira a sensibilizzare il dibattito nazionale sul tema dell’isolamento sociale volontario, che porta i giovani a ritirarsi dalla società per mesi o anche per anni.

La proposta di legge

Il percorso per arrivare a una legge sul tema è partito in Piemonte quasi tre anni fa, con una proposta dell’allora consigliere del Partito democratico Diego Sarno. «In questa legislatura ho riassunto il testo del collega, perché la Regione faccia il suo e stimoli un dibattito nazionale per dare una risposta organica al problema, sia dal punto di vista sanitario che scolastico», spiega il vicepresidente della Commissione Sanità del consiglio regionale, Daniele Valle (PD).

Sulla stessa linea, anche la proposta preparata dal capogruppo della Lista civica Cirio Presidente del centrodestra Silvio Magliano. «Vogliamo portare avanti un percorso condiviso – assicura Magliano -. Credo che una delle funzioni della nostra azione debba essere quella di fare sentire le famiglie meno sole».

I numeri: 149 ragazzi in Piemonte

«Grazie a un studio condotto negli istituti piemontesi, risultano 149 casi di ritiro sociale nella nostra regione» spiega ancora Valle. Il dato fa riferimento a una indagine condotta nel 2023 e, da allora, non risultato censimenti aggiornati, anche a dimostrazione della difficoltà di mappatura del fenomeno.

Il testo mira a sensibilizzare il dibattito nazionale sul tema dell’isolamento sociale volontario, che porta i giovani a ritirarsi dalla società per mesi o anche per anni

Il problema scuola

Tra gli ostacoli maggiori segnalati dagli istituti c’è proprio il tema del rapporto con le famiglie. La scuola – dal canto suo – preme perché i ragazzi si presentino in aula, mentre per chi perpetua l’isolamento sociale volontario è una sfida quasi insormontabile. Ed è in questo contesto che i genitori finiscono in una rete di controlli incrociati da parte dei servizi sociali, allertati dagli istituti in seguito alle assenze. Una condizione che affligge le famiglie e ha ripercussioni psicologiche anche sui ragazzi. In casi estremi poi, la procedura può portare anche all’allontanamento del minore dal nucleo familiare. 

I genitori: «Stigma sociale nei nostri confronti»

«Ci sentiamo giudicati dalla società e spesso incompresi dai professionisti della salute e dagli insegnanti» racconta  Chiara Bugnone, coordinatrice in Piemonte dellassociazione Hikikomori Genitori e mamma di un ragazzo che in passato ha sofferto di isolamento sociale.

«Questo non ci aiuta a supportare i nostri figli, che quando sono in ritiro possono essere raggiunti solo da noi», va avanti e conclude: «Lo stigma sociale nei nostri confronti è fortissimo”. Per quanto riguarda i problemi con la scuola Chiara spiega così la situazione: «Quando i ragazzi non si presentano a scuola, i genitori risultano non ottemperare alla loro educazione, ma non è così. Il problema è che, soprattutto in una fase iniziale, è difficilissimo avere una diagnosi che dimostri che i nostri figli stanno a casa per una esigenza precisa».

Rispetto alla proposta di legge del consiglio poi aggiunge: «C’è molto su cui si può lavorare per migliorare la condizione dei ragazzi Hikikomori» aggiunge la coordinatrice dell’associazione, pronta a sostenere la nuova proposta di legge, in attesa di una convocazione in commissione.

Musica di ogni genere, medicina di genere: quando l’ascolto diventa cura

La medicina di genere è oggi considerata uno strumento indispensabile per migliorare appropriatezza, equità ed efficacia delle cure, riconoscendo l’impatto delle differenze biologiche, sociali e culturali sulla salute. Ma come raccontare, in modi diversi dal solito, questi temi a professionisti e cittadini senza rinunciare al rigore scientifico? Da OMCeO Milano, in collaborazione con Fondazione Onda e Associazione Italiana Donne Medico la risposta è arrivata attraverso la musica suonata e cantata da Medici di OMCeO Milano.

L’evento è stato ideato, progettato, sostenuto e promosso dall’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Milano (OMCeOMI).

Dall’umanizzazione della cura alle Medical Humanities

Fabrizio Gervasoni

Un palco, strumenti musicali, medici che diventano musicisti e un messaggio preciso: la medicina di genere riguarda tutti. È da questa intuizione che nasce “Musica di ogni genere, medicina di genere”, iniziativa che ha scelto il linguaggio dell’arte per parlare di salute, inclusione e ascolto. Per Fabrizio Gervasoni, Direttore S.C. Distretto Municipio 2, ASST Fatebenefratelli Sacco, Milano, Responsabile Unità D’Offerta Cure Domiciliari (UDO C-DOM), ASST Fatebenefratelli Sacco, Milano, Componente del Consiglio Direttivo OMCeO Milano e ideatore dell’evento, il legame tra musica e medicina affonda le radici nelle Medical Humanities.

«Per un medico riscoprire e coltivare passione e interesse nelle espressioni artistiche, come la musica, la pittura o la letteratura, può favorire quella che viene definita umanizzazione della cura». L’obiettivo è riportare al centro la persona, con il suo vissuto e le sue relazioni. «Parlando di Medical Humanities sollecitiamo l’incontro tra l’arte medica e le arti espressive, mantenendo al centro il paziente con le sue emozioni e il suo percorso di cura». Una prospettiva che trova oggi nuova attenzione anche nelle politiche pubbliche. Gervasoni richiama infatti il recente Protocollo d’intesa tra Ministero della Salute e Ministero della Cultura che valorizza il ruolo dell’arte come supporto ai percorsi terapeutici. «Coltivare una conoscenza e una sensibilità artistica può consentirci di costruire un nuovo approccio all’esperienza terapeutica, che possa prevedere linguaggi e strumenti adiuvanti per migliorare il vissuto di malattia e contrastare l’isolamento sociale».

L’ascolto che unisce musica e medicina di genere

Ma perché proprio la musica? Per Gervasoni la risposta è racchiusa nell’esperienza stessa del festival. «Musica di Ogni Genere Medicina di Genere è innanzitutto fare esperienza di una scoperta: la scoperta di un inatteso talento espressivo in un medico che non avremmo mai immaginato su un palco, la scoperta di un’emotività e di una sensibilità che trovano espressione nell’esibizione musicale».

La musica e la medicina di genere condividono infatti una dimensione essenziale. «Le due cose sono accomunate dall’incontro, ma soprattutto dall’ascolto: da un lato la musica con le emozioni che suscita; dall’altro il rapporto di cura con l’ascolto empatico offerto dal medico al paziente».

Da qui nasce anche il significato del titolo della manifestazione. «Nessun genere musicale rappresenta al meglio la medicina di genere, ma proprio questa miscellanea ben rappresenta l’attenzione e lo spazio che ogni individuo deve ricevere nei luoghi di cura». E conclude: «I medici che si sono esibiti durante il Festival, così come i nostri pazienti negli ambulatori, devono avere chiara la percezione di disporre di un tempo di cura e di un dedicato e personale spazio di ascolto».

La medicina di genere come un’orchestra

Roberta Gualtierotti

Lo stesso parallelismo emerge nelle parole di Roberta Gualtierotti, referente per la Medicina di Genere del Policlinico di Milano e docente di Università degli Studi di Milano. «Durante l’evento è emerso chiaramente il parallelismo tra musica e medicina di genere. Entrambe richiedono la capacità di cogliere sfumature, differenze e individualità».

Per la professoressa, la medicina di genere rappresenta una delle espressioni più concrete della medicina di precisione. «Invita a considerare le differenze biologiche e socio-culturali che influenzano salute e malattia». Anche qui il concetto chiave è l’ascolto. «Ascoltare un brano significa apprezzarne le sfumature; ascoltare un paziente significa raccogliere informazioni essenziali per la cura».

Secondo Gualtierotti, utilizzare linguaggi alternativi non significa abbandonare il rigore scientifico. «Il rigore scientifico è compatibile con strumenti comunicativi capaci di coinvolgere emotivamente le persone». E aggiunge: «Comunicare la scienza significa trovare un linguaggio chiaro, comprensibile e adeguato a chi ascolta. Questa è una responsabilità non solo dei divulgatori, ma anche dei medici». 

E se la medicina di genere avesse una colonna sonora?

Prosegue Gualtierotti: «Più che un singolo genere musicale, sarebbe un’orchestra. La complessità dell’essere umano non può essere rappresentata da una sola voce o da un unico strumento». L’iniziativa ha avuto anche una forte valenza culturale e sociale. «Per molti anni la medicina ha adottato prevalentemente un modello maschile come riferimento, applicandolo anche alla popolazione femminile con conseguenze negative per la salute delle donne». Per questo, sottolinea la professoressa, è necessario continuare a promuovere la cultura della medicina di genere. «Non è un tema di nicchia, ma un approccio da implementare sistematicamente dalla ricerca alla pratica clinica necessario per migliorare la qualità delle cure».

Dalla divulgazione all’engagement

Per Eugenio Santoro, direttore artistico dell’evento e ricercatore presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, la musica rappresenta prima di tutto un potente strumento di comunicazione. «La musica è un linguaggio universale, capace di arrivare a tutti in modo diretto e immediato». Una caratteristica che la rende particolarmente utile per raggiungere pubblici spesso lontani dalla divulgazione tradizionale. «Penso, ad esempio, ai giovani. È importante trovare modalità innovative per avvicinarli ai temi della salute e della cultura medico-scientifica».

Eugenio Santoro

Santoro richiama poi un principio fondamentale della comunicazione scientifica. «Fare divulgazione non significa soltanto trasmettere informazioni, ma creare una relazione con chi ascolta». In questo processo la musica offre un valore aggiunto. «Non veicola soltanto contenuti, ma anche emozioni e sensazioni. Favorisce il coinvolgimento e rende più facile creare quella connessione emotiva che spesso manca nella comunicazione scientifica tradizionale».

La scelta di coinvolgere artiste e cantautrici è stata anch’essa fortemente simbolica. «Esistono molte analogie tra le difficoltà che incontrano le donne nel mondo della musica e quelle che affrontano in altri ambiti professionali, compresa la medicina». Secondo Santoro, i linguaggi artistici non sostituiscono il confronto scientifico, ma possono affiancarlo. «Se il target è costituito da professionisti sanitari o ricercatori, la dimensione congressuale resta fondamentale. Può però essere accompagnata da momenti che favoriscano una comunicazione più coinvolgente». Perché, come conclude: «Prima ancora dell’empowerment, c’è l’engagement: la capacità di catturare l’attenzione e creare partecipazione».

Un messaggio oltre il palco

Dalle parole dei promotori emerge una convinzione condivisa: la medicina di genere non riguarda soltanto protocolli e linee guida, ma il modo stesso di concepire la relazione di cura. In questo percorso, la musica diventa metafora e strumento concreto di ascolto, inclusione e partecipazione. Un linguaggio capace di avvicinare cittadini e professionisti a un tema che, oggi più che mai, rappresenta una componente essenziale della qualità delle cure.

Osteopatia, equipollenze e laurea abilitante: al via la fase di transizione

L’osteopatia entra in una nuova fase del proprio percorso di regolamentazione. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto del 22 maggio 2026 sull’equipollenza dei titoli, si completa infatti l’iter attuativo previsto dalla Legge 3/2018 che ha istituito la professione sanitaria di osteopata. Da settembre, inoltre, diversi Atenei italiani attiveranno i corsi di laurea abilitanti, segnando l’avvio del nuovo ordinamento universitario della professione.

TrendSanità ha chiesto alla professoressa Cecilia Perin, direttore della Scuola di specialità in Medicina fisica e riabilitativa e presidente dei Corsi di laurea in Fisioterapia e Terapia della Neuro e psicomotricità dell’età evolutiva dell’Università di Milano-Bicocca, di illustrare le principali novità e le prospettive che si aprono per gli osteopati.

Il decreto completa il percorso di regolamentazione

«Il decreto sull’equipollenza completa un passaggio fondamentale del percorso di regolamentazione dell’osteopatia in Italia. La professione sanitaria dell’osteopata era già stata istituita con il DPR n. 131 del 2021; il provvedimento pubblicato nel maggio 2026 definisce ora le modalità attraverso le quali valutare l’esperienza professionale e riconoscere i titoli conseguiti prima dell’attivazione della laurea abilitante. È un traguardo importante – prosegue la professoressa – perché offre finalmente un quadro certo anche ai professionisti già formati e operanti, superando una lunga fase di frammentazione. Il decreto, quindi, tutela sia la continuità professionale sia l’interesse pubblico a disporre di operatori con una preparazione accertata secondo criteri comuni in ambito di professioni sanitarie della prevenzione, che non significa ingresso automatico delle prestazioni osteopatiche nei servizi erogati dal Servizio sanitario nazionale, ma unicamente che in regime privatistico l’osteopatia può operare secondo quanto previsto dal profilo professionale».

La fase di transizione per i professionisti già in attività

Per gli osteopati già in attività si apre ora una fase di transizione. I professionisti interessati sono chiamati a verificare se il proprio percorso formativo e professionale rientra nei requisiti previsti dall’Accordo, che disciplina le modalità di valutazione dei titoli conseguiti prima dell’introduzione della laurea abilitante.

L’Accordo prevede inoltre l’istituzione degli elenchi speciali a esaurimento presso gli Ordini TSRM e PSTRP, ai quali possono iscriversi gli osteopati in possesso degli specifici requisiti professionali e formativi. Si tratta di un passaggio necessario nella fase transitoria, che non comporta automaticamente il riconoscimento definitivo del titolo né l’iscrizione all’albo professionale.

Per ottenere il riconoscimento del titolo o l’equipollenza dei titoli pregressi alla laurea abilitante sarà infatti necessario sostenere un esame di abilitazione presso un’Università che abbia istituito il corso di laurea in Osteopatia. Il termine previsto per sostenere gli esami è di sei anni dall’iscrizione agli elenchi speciali.

La formazione universitaria

Da settembre 2026 i corsi per conseguire il titolo della professione sanitaria di osteopata potranno essere attivati esclusivamente dalle Università accreditate dal Ministero dell’Università e della Ricerca.

Alla professoressa Perin abbiamo chiesto quali vantaggi porterà questo nuovo assetto formativo.

La formazione universitaria introduce standard nazionali comuni, rafforzando qualità, trasparenza e tutela dei pazienti

«Il primo vantaggio è la definizione di un percorso formativo nazionale, riconoscibile e trasparente. L’ordinamento universitario del corso di laurea in Osteopatia è stato definito con il decreto interministeriale del novembre 2023 nr. 1563, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 16 febbraio 2024, nell’ambito della classe L/SNT4 delle professioni sanitarie della prevenzione. Questo significa che l’accesso alla professione non sarà più fondato su percorsi formativi molto differenti tra loro, ma su obiettivi didattici, competenze e criteri di valutazione definiti a livello universitario nazionale. La Laurea Triennale apre a percorsi ulteriori di master di I livello, di laurea magistrale e di dottorati di ricerca che potranno sfociare in collaborazioni con altre figure professionali dell’area sanitaria».

Maggiore tutela per i cittadini

Il nuovo assetto normativo punta anche a rafforzare le garanzie per le persone assistite, definendo in modo più chiaro formazione, competenze e limiti professionali dell’osteopata.

«Il principale vantaggio sarà una maggiore tutela. – prosegue la professoressa Perin – La persona assistita potrà rivolgersi a un professionista sanitario formato secondo standard universitari, abilitato, iscritto a un albo e soggetto alle regole professionali, deontologiche e disciplinari previste per le professioni sanitarie.

«Il profilo professionale stabilisce con chiarezza anche i limiti dell’attività dell’osteopata. La diagnosi rimane di competenza medica; l’osteopata deve riconoscere l’indicazione o la controindicazione al trattamento, effettuare una valutazione osteopatica e utilizzare tecniche esclusivamente manuali, esterne e non invasive, adeguate alla persona e al contesto clinico. Questi elementi rendono il percorso più trasparente e sicuro: il cittadino può identificare con maggiore facilità chi possiede i requisiti per esercitare, conoscere l’ambito di competenza del professionista».

L’osteopata nel modello di cura integrato

Il riconoscimento normativo colloca l’osteopata all’interno di un modello di assistenza sempre più orientato alla collaborazione tra professionisti sanitari.

«Il riconoscimento normativo colloca l’osteopata all’interno di un sistema nel quale autonomia professionale e collaborazione devono procedere insieme. Il profilo stabilisce infatti che l’osteopata possa svolgere i propri interventi autonomamente oppure in collaborazione con altre figure sanitarie, sempre nel rispetto delle rispettive competenze.

Il nuovo assetto favorisce l’integrazione dell’osteopata nei percorsi multidisciplinari, nella ricerca e nella formazione sanitaria

«In un modello integrato, il contributo dell’osteopata riguarda la prevenzione e il mantenimento della salute nell’ambito muscolo-scheletrico, attraverso una valutazione specifica e trattamenti manuali appropriati. L’integrazione consente di inserire questo intervento in un percorso più ampio, condividendo obiettivi, informazioni cliniche, risultati e follow-up con il medico, con gli altri professionisti sanitari, con la persona assistita e, quando necessario, con i caregiver.

«La stessa normativa prevede che l’osteopata possa svolgere attività professionale, di ricerca, formazione e consulenza nelle strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche o private, sia come dipendente sia in regime libero-professionale. Questo apre uno spazio importante per lo sviluppo di modelli organizzativi integrati e, soprattutto, per la produzione di nuove evidenze scientifiche sull’appropriatezza e sugli esiti degli interventi».

Dopo l’incendio, La Nave riparte: così si ricostruisce una comunità terapeutica in carcere

Alla Casa Circondariale Francesco di Cataldo, San Vittore, il reparto speciale a trattamento avanzato La Nave rappresenta da oltre vent’anni un’esperienza unica nella cura delle dipendenze in ambito penitenziario. Un modello fondato sui principi della comunità terapeutica, dove la relazione tra pazienti e operatori, la quotidianità condivisa e la costruzione di un ambiente di cura sono parte integrante del percorso terapeutico.

L’incendio che nel dicembre scorso ha coinvolto il III raggio ha però interrotto bruscamente questo equilibrio: il reparto è stato evacuato e i detenuti trasferiti temporaneamente nella Casa di reclusione di Bollate. Un passaggio che ha messo alla prova la continuità del progetto, le relazioni costruite negli anni e la capacità dell’équipe di mantenere vivo il senso di appartenenza alla comunità.

Nel marzo scorso, dopo il rinnovo degli ambienti, i pazienti sono rientrati nel reparto speciale di San Vittore. La ripartenza non è stata semplice: sono stati necessari tempo, lavoro collettivo e una ricostruzione anche simbolica degli spazi e delle relazioni. In occasione della festa organizzata nei giorni scorsi, con il concerto del Coro La Nave diretto da Paolo Foschini, TrendSanità ha incontrato gli operatori sanitari ed educativi per raccogliere le riflessioni su questa esperienza, sulle difficoltà affrontate e sugli insegnamenti emersi da uno dei momenti più complessi nella storia del progetto.

Ricostruire un luogo di cura: la resilienza de La Nave

Dottoressa Negri, quale impatto ha avuto sul piano clinico e terapeutico l’interruzione improvvisa causata dall’evacuazione del dicembre scorso?

Giuliana Negri (responsabile SerD penale-penitenziario ASST Santi Paolo e Carlo e Reparto La Nave)

«L’impatto è stato molto forte e il trasferimento improvviso ha generato disorientamento e confusione sia tra i pazienti sia tra gli operatori. Abbiamo cercato di garantire continuità terapeutica anche durante il periodo trascorso a Bollate, sostenendo individualmente ogni persona, ma alcune relazioni di fiducia sono state, inevitabilmente, messe alla prova. Le informazioni sul rientro erano spesso frammentarie e i detenuti, che hanno bisogno di punti di riferimento stabili e certezze, si sono trovati privi di risposte chiare. Questo ha prodotto tensioni sia nei rapporti con gli operatori sia all’interno del gruppo dei pazienti».

Che cosa avete osservato nei detenuti al momento del rientro? Ci sono stati segnali di regressione oppure elementi di resilienza?

«Abbiamo osservato entrambe le dinamiche: alcuni detenuti hanno manifestato momenti di regressione, con episodi di malessere psicologico e, in alcuni casi, anche ricadute nell’uso di sostanze. Allo stesso tempo abbiamo visto una notevole capacità di resilienza. Molti avevano un forte desiderio di tornare a quella che consideravano una casa e si sono impegnati concretamente per ricostruire gli spazi comuni e ripristinare il clima comunitario. Le relazioni con gli operatori si sono in parte rafforzate durante questa fase. Tuttavia, dopo l’entusiasmo iniziale, molti hanno sperimentato una forte delusione nel constatare che La Nave non era più come l’avevano lasciata: gli ambienti erano spogli e occorreva ricominciare quasi da zero. Questo ha generato rabbia e frustrazione rispetto alle elevate aspettative. L’andamento emotivo è stato quindi oscillante tra speranza, motivazione e fatica».

Quanto conta la qualità dello spazio terapeutico in un percorso di cura delle dipendenze?

«La letteratura scientifica sulla salute mentale mostra chiaramente quanto gli spazi incidano sui percorsi di cura delle persone fragili. È fondamentale che i pazienti possano riconoscersi in un luogo che sentono proprio, curato e accogliente. Al reparto La Nave non è importante soltanto avere uno spazio dedicato, ma anche un tempo dedicato. Le giornate sono scandite da attività strutturate e ripetitive che offrono stabilità e sicurezza. Inoltre, operatori e pazienti condividono la quotidianità: l’operatore non è una figura che entra ed esce per singoli interventi, ma partecipa alla vita comunitaria. È questa dimensione di convivenza che favorisce la costruzione di relazioni terapeutiche autentiche».

Quali elementi considera essenziali per replicare un modello come La Nave?

«Oltre agli spazi e all’organizzazione delle attività, è fondamentale il lavoro dell’équipe. Serve un gruppo stabile, con ruoli chiari, competenze specifiche e una forte identità terapeutica condivisa. La semplice somma di professionalità diverse non basta: occorre costruire una squadra che sappia lavorare con obiettivi comuni, dove ciascuno abbia un ruolo specifico e dove tutti riconoscano il ruolo dei colleghi. Questa è una delle principali forze del progetto-modello – La Nave».

Che cosa vi ha lasciato questa esperienza come operatori?

«È stato un evento traumatico anche per noi, soprattutto per la sua improvvisa imprevedibilità. Ciò che ci ha aiutato è stata la consapevolezza del valore di ciò che avevamo costruito negli anni e la forte collaborazione interna al gruppo di lavoro. Se avessi potuto indicare un aspetto che sarebbe stato utile, avrei desiderato un maggiore supporto e una supervisione dedicata agli operatori, per aiutarci a elaborare collettivamente la fatica e mantenere saldo il senso del nostro lavoro».

«La forza della Nave è il gruppo»

Laura Formigoni (educatrice del reparto La Nave)

Dottoressa Formigoni, durante il trasferimento al carcere di Bollate come siete riusciti a mantenere vivo il senso di appartenenza al progetto educativo?

«La tempestività è stata fondamentale. Siamo arrivati a Bollate pochi giorni dopo il trasferimento dei detenuti e siamo riusciti rapidamente a ricostituire il gruppo in un unico reparto. Pur non avendo gli spazi tipici del reparto La Nave, abbiamo cercato di mantenere la stessa impostazione educativa: un calendario settimanale di attività e una quotidianità il più possibile simile a quella di San Vittore. Ci sono state molte difficoltà organizzative, soprattutto riguardo ai colloqui e alle telefonate con i familiari, aspetti centrali per chi vive la detenzione. Tuttavia, la continuità del progetto ha permesso ai detenuti di sentirsi ancora parte di una comunità».

Quali sono state le principali difficoltà al momento del rientro?

«Siamo partiti in 63 e siamo tornati in circa 40. Molti detenuti, nel frattempo, erano usciti o avevano ottenuto misure alternative. Inoltre, una parte di loro avrebbe preferito restare a Bollate. Questo fatto ha generato tensioni. Al rientro abbiamo trovato un reparto pulito e ristrutturato, ma privo di molti elementi che lo rendevano familiare. È stato necessario ricostruire gli spazi personali e comunitari. Ancora oggi stiamo lavorando per trasmettere il significato del progetto ai nuovi arrivati: circa quaranta degli attuali ospiti non avevano mai conosciuto La Nave prima dell’incendio».

Il ritorno in un luogo familiare rappresenta sempre un fattore protettivo?

«Dal mio punto di vista sì, infatti, tornare in un ambiente conosciuto dà sicurezza sia ai pazienti sia agli operatori. Conoscere le procedure, il personale dell’istituto e l’organizzazione riduce l’incertezza e favorisce un senso di stabilità che viene trasmesso anche ai detenuti. Paradossalmente, l’esperienza di Bollate ha reso molti più consapevoli della propria fragilità e del bisogno di cura».

Che cosa avete imparato da questa esperienza sulla fragilità dei percorsi di cura in carcere?

«In una casa circondariale nulla può essere dato per scontato. I percorsi di cura sono per loro natura fragili e soggetti a continui cambiamenti. La vera forza sta nell’identità dell’équipe: lavoriamo insieme da molti anni, condividiamo obiettivi chiari e una visione comune centrata sulla salute e sulla cura della persona. Il nostro compito è promuovere salute, coinvolgendo non solo i pazienti, ma anche tutti gli attori del contesto penitenziario. È questa coesione che consente al reparto La Nave di continuare a esistere e a mantenere il proprio significato anche nei momenti più difficili».

Quando arriva anche l’emergenza caldo

Risponde Giuliana Egri: «Il caldo rappresenta un fattore di rischio per la salute di tutti, operatori e pazienti. Alla Nave, che si trova in un sottotetto, si raggiungono temperature molto elevate e il sovraffollamento rende la situazione ancora più difficile. Le alte temperature rallentano il pensiero, aumentano irritabilità e disturbi del sonno e possono accentuare tensioni e fragilità psicologiche già presenti. Nei detenuti osserviamo più facilmente stanchezza, nervosismo e difficoltà a mantenere la motivazione nelle attività quotidiane. Per questo è necessario intervenire più volte durante la giornata, sostenendo le persone e aiutandole a mantenere una partecipazione attiva nonostante il disagio fisico».

Conferma Laura Formigoni: «Le condizioni di lavoro sono particolarmente complesse: gli spazi sono piccoli e molto caldi, sia per gli operatori sia per i detenuti. Un aiuto importante è arrivato dall’Associazione Amici della Nave, che ha consentito l’acquisto di ventilatori e di altre dotazioni utili a rendere più sopportabili gli ambienti, soprattutto nelle ore notturne quando i detenuti restano chiusi nelle celle. In questo contesto diventa ancora più importante mantenere vive le attività educative e la quotidianità del reparto: coinvolgere i pazienti nelle attività significa anche aiutarli a non concentrarsi esclusivamente sul disagio provocato dalle temperature elevate».