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Tumore ovarico, il digiuno peri-chemioterapia migliora la risposta alle cure

Una ricerca del Policlinico Gemelli-Università Cattolica del Sacro Cuore, coordinata dalla Professoressa Claudia Marchetti, Associato di Ginecologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, Responsabile della UOS Prevenzione dei Tumori Ginecologici Eredo-Familiari, della UOC di Ginecologia Oncologia di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS, è stata selezionata tra gli oltre 3.400 abstract che saranno presentati all’ASCO Annual Meeting 2026 per la presentazione alla conferenza stampa pre-congressuale ispirata agli stili di vita.

Lo studio ha riguardato 36 donne con tumore dell’ovaio in stadio avanzato (III-IV), per valutare l’effetto del digiuno sui livelli di insulina e sull’efficacia della chemioterapia neoadiuvante a base di carboplatino e paclitaxel. Le partecipanti sono state suddivise in due gruppi: il primo ha seguito un protocollo di digiuno di 36 ore prima e 24 ore dopo ciascun ciclo di chemioterapia, mentre il gruppo di controllo ha mantenuto una normale alimentazione. Durante il digiuno erano consentiti acqua, tisane, brodo vegetale leggero e fino a 2 litri di succo vegetale, per un massimo di 350 calorie al giorno.

Risultati principali

Dopo tre cicli di chemioterapia, il gruppo sottoposto a digiuno controllato ha mostrato una significativa riduzione dei livelli di insulina, ormone associato alla crescita tumorale e alla resistenza ai trattamenti. Sono stati registrati inoltre una migliore risposta patologica alla chemioterapia (quasi il 60% delle pazienti ha ottenuto una risposta completa o quasi completa, rispetto a meno del 20% nel gruppo con dieta libera) e un prolungamento della sopravvivenza libera da progressione, pari ad oltre 38 mesi nel gruppo sottoposto a “digiuno” peri-terapia rispetto ai 24 mesi osservati nel gruppo di controllo. Nelle donne sottoposte a digiuno controllato sono state rilevate modificazioni immunologiche favorevoli, associate a una maggiore efficacia del trattamento antitumorale.

Tutte le pazienti del gruppo digiuno hanno completato il trattamento. Gli effetti collaterali osservati (soprattutto riduzione dei globuli bianchi e dell’emoglobina) sono risultati sovrapponibili tra i due gruppi.

«Le pazienti con carcinoma ovarico avanzato continuano ad avere una prognosi sfavorevole. È quindi fondamentale individuare nuove strategie»

«Nonostante i progressi della chirurgia e della chemioterapia – commenta la Professoressa Marchetti – le pazienti con carcinoma ovarico avanzato continuano ad avere una prognosi sfavorevole. È quindi fondamentale individuare nuove strategie sicure, sostenibili e facilmente applicabili per migliorare l’efficacia delle cure».

Secondo gli esperti dell’ASCO, i risultati di questo studio sono promettenti e confermano dati preliminari già emersi in precedenti studi sul ruolo metabolico del digiuno durante le terapie oncologiche. Saranno ora necessari studi clinici più ampi per validare questi risultati e comprendere meglio i meccanismi biologici alla base del miglioramento della risposta alle terapie oncologiche.

Osteopati, equipollenza dei titoli in Gazzetta Ufficiale: si chiude l’iter

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto sull’equipollenza dei titoli in osteopatia, si completa il percorso attuativo previsto dalla Legge 3 del 2018, che ha istituito la professione sanitaria di osteopata. Un passaggio storico che segna, in modo definitivo, l’ingresso dell’osteopatia e degli osteopati italiani nel Servizio sanitario nazionale.

«Oggi celebriamo un momento che resterà inciso nella storia della nostra professione» ha dichiarato Mauro Longobardi, Presidente del ROI – Registro Osteopati d’Italia. «La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 2026 dell’ultimo decreto attuativo previsto dalla Legge 3 del 2018, quello dedicato all’equipollenza dei titoli in osteopatia, rappresenta molto più di un passaggio legislativo: è il compimento di un percorso, il riconoscimento di una storia fatta di professionisti, la consacrazione di un impegno collettivo».

L’iter completo

«Il percorso di regolamentazione dell’osteopatia in Italia nasce da un lungo lavoro di confronto istituzionale e di riconoscimento professionale, avviato simbolicamente il 12 giugno 2014, quando, come organi istituzionali del ROI – Registro degli Osteopati d’Italia, fummo ricevuti in audizione presso la Commissione Sanità del Senato dalla Presidente compianta Senatrice Emilia De Biasi per esporre le motivazioni di una sua regolamentazione come professione sanitaria autonoma» ha aggiunto Longobardi. Da quel momento prese forma un percorso normativo che avrebbe portato l’osteopatia a essere riconosciuta come professione sanitaria. Il primo fondamentale passaggio è rappresentato dalla Legge 3/2018 che, all’articolo 7, individua e istituisce la professione sanitaria dell’osteopata, ponendo le basi per il suo inserimento nel Servizio sanitario nazionale. Successivamente, il DPR n. 131 del luglio 2021 ha recepito l’Accordo Stato-Regioni del 2020, definendo il profilo professionale dell’osteopata e le relative competenze. Con il Decreto Interministeriale n. 1563 del novembre 2023 è stato poi disciplinato l’ordinamento didattico del corso di laurea in Osteopatia, introducendo il percorso universitario abilitante. L’iter è giunto a conclusione con il DPCM del marzo 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 22 maggio, relativo ai criteri di riconoscimento dei titoli pregressi e dell’esperienza professionale maturata dagli osteopati già in attività.

Mauro Longobardi

«Dietro questo traguardo ci sono anni di lavoro, di impegno costante, di confronto istituzionale, attese e resilienza. Ci sono professionisti che hanno creduto nella forza della professione anche nei momenti più complessi. Ci sono scuole, docenti, studenti, associazioni e migliaia di osteopati che, ogni giorno, hanno costruito la credibilità di questa professione attraverso la qualità del proprio lavoro» ha proseguito Longobardi. «Oggi quel cammino trova finalmente un riconoscimento formale. Un approdo che per alcuni può apparire come un compromesso difficile, persino doloroso, ma che rappresenta anche la scelta necessaria per difendere l’esistenza stessa dell’osteopatia come professione autonoma, riconosciuta e pienamente inserita nel Servizio sanitario, evitando il rischio concreto che venisse assorbita come semplice specializzazione di altre professioni sanitarie».

Diego Catania, Presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP), ha dichiarato: «Come Federazione nazionale, abbiamo seguito ogni passaggio di questo iter con il senso di responsabilità che compete alla nostra istituzione e siamo pronti ad accogliere gli Osteopati nei nostri Ordini: un importante riconoscimento per molti professionisti che hanno costruito competenze e atteso con pazienza che venissero riconosciute».

Un passaggio storico che segna, in modo definitivo, l’ingresso dell’osteopatia e degli osteopati italiani nel Servizio sanitario nazionale

«Oggi non celebriamo soltanto la pubblicazione di un decreto, ma la storia di una comunità professionale che ha saputo restare unita, autorevole e determinata. L’osteopatia italiana entra oggi in una nuova stagione, che richiederà maturità, competenza e senso di responsabilità. Si apre ora la fase attuativa delle equipollenze, un passaggio decisivo per tanti professionisti» ha aggiunto Longobardi.

«Il ROI seguirà con la massima attenzione tutte le prossime fasi applicative, continuando a offrire il proprio contributo istituzionale con spirito costruttivo, competenza e rappresentanza. Sentiamo la responsabilità di custodire l’identità dell’osteopatia, valorizzandone la cultura, la qualità della relazione terapeutica e il patrimonio professionale costruito in decenni di attività. In questo percorso continueremo a essere un punto di riferimento per la professione, sostenendone l’efficacia scientifica e accompagnando le nuove generazioni di osteopati nella trasmissione di competenze, valori ed etica professionale» ha concluso Longobardi.

Donne in carcere, un sistema ancora pensato al maschile

In Italia le donne detenute sono poche (poco sopra il 4% del totale della popolazione detenuta), ma proprio per questo rischiano di restare invisibili. Sono una quota minima della popolazione carceraria ma vivono in un sistema penitenziario progettato quasi interamente sulle esigenze degli uomini. Le carceri, gli spazi, i servizi sanitari, le attività formative e lavorative, fino alle stesse regole organizzative, continuano, infatti, a riflettere un modello “declinato al maschile”, che fatica a riconoscere bisogni specifici come la maternità, il rapporto con i figli, la salute ginecologica, la prevenzione oncologica e il diritto all’affettività.
È questa una delle conclusioni più significative del Primo Rapporto sulle donne detenute in Italia realizzato da Antigone, un lavoro che per la prima volta ha visitato in modo sistematico tutte le realtà detentive femminili del Paese.

La detenzione femminile potrebbe diventare un laboratorio di innovazione per ripensare il carcere nel suo complesso

In Italia sono quattro gli istituti esclusivamente femminili (Rebibbia a Roma, Venezia Giudecca, Trani e Pozzuoli, oggi chiuso dopo il terremoto del 2024) e oltre cinquanta gli istituti a composizione mista, nei quali sono presenti piccole sezioni femminili. Queste ultime, spesso con meno di trenta detenute, presentano condizioni generalmente peggiori rispetto ai penitenziari interamente dedicati alle donne, soprattutto per quanto riguarda l’accesso ai servizi sanitari, agli spazi comuni, alle attività lavorative e ai percorsi formativi.

Nei provveditorati di Piemonte Valle D’Aosta e Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, Umbria e Marche, Lazio Abruzzo e Molise, Campania, Puglia e Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna su un totale di 64.548 detenuti (dati al 10/5/2026) le donne sono 2.840.

Dalla detenzione femminile un nuovo modello di carcere

La detenzione femminile potrebbe diventare un laboratorio di innovazione per ripensare il carcere nel suo complesso. Le donne detenute presentano infatti, in generale, una minore pericolosità penitenziaria e un più basso “spessore criminale”, caratteristiche che renderebbero possibile un modello più aperto, orientato alla relazione con il territorio, al lavoro, alla formazione e alle misure alternative. Accanto agli aspetti strutturali, emergono anche bisogni specifici spesso trascurati: il rapporto con i figli, la maternità, la prevenzione oncologica, la salute ginecologica, la disponibilità di prodotti per l’igiene femminile e, più in generale, il diritto all’affettività e alla cura del corpo.

Lucia Castellano

La testimonianza della Dottoressa Lucia Castellano, Provveditrice regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Calabria, intervistata da TrendSanità, offre uno sguardo concreto su queste criticità e sulle possibili soluzioni. Dall’affettività alle madri detenute, dalla salute femminile alla necessità di un vero “pensiero al femminile” nel sistema penitenziario, emerge il ritratto di una realtà ancora poco conosciuta, ma che potrebbe indicare una strada nuova per rendere il carcere più umano e più aderente ai diritti fondamentali delle persone.

La detenzione femminile resta spesso ai margini del dibattito pubblico. Quali sono le principali differenze rispetto al carcere maschile?

«La prima differenza è numerica. Le donne sono una strettissima minoranza, non sono più di tremila, più o meno, su circa 64mila detenuti. C’è quindi una sproporzione numerica che fa sì che tutto sia pensato al maschile. Un po’ per i numeri, un po’ perché tradizionalmente negli istituti penitenziari finiscono molto più gli uomini che le donne.
Un altro dato importante è che gli istituti penitenziari interamente dedicati alle donne sono pochissimi. Per il resto, nella gran parte dei casi, le donne stanno in sezioni femminili annesse ai carceri maschili, una specie di carcere nel carcere. La relativa facilità con cui si organizza un’offerta culturale, formativa, scolastica o universitaria per gli uomini non c’è per le donne. In un carcere maschile con una sezione femminile, fai fatica a organizzare la scuola, ad esempio, perché magari non c’è un numero sufficiente di partecipanti, o a mandare le donne in un laboratorio dove ci sono anche gli uomini. Quindi o crei occasioni solo per loro, che però sono poche, oppure rischiano di restare escluse. Bisogna evitare la promiscuità e gli incontri considerati a rischio.
Non declinerei poi necessariamente le opportunità di lavoro al femminile. Penso invece che il punto vero, il punto dolente, sia l’affettività. Più che il lavoro, la sfera davvero peculiare riguarda il rapporto con i figli, la cura, gli affetti».

Il tema delle madri detenute resta uno dei più delicati. Al 28 febbraio 2026 le donne detenute con figli sono 23 (tra italiane e straniere) con 27 figli al seguito nelle regioni Campania, Lazio, Lombardia e Piemonte. Qual è la situazione oggi?

«La legge dice che le donne con figli piccoli non dovrebbero stare in carcere, ma in detenzione domiciliare, salvo esigenze di sicurezza. Il problema è che questo “salvo esigenze di sicurezza” diventa una norma interpretabile, perché il concetto stesso di sicurezza è opinabile. Per ospitare le donne con figli ci sono gli ICAM, gli istituti a custodia attenuata per madri. Sono sempre carceri con la polizia penitenziaria, però sono strutturati come centri di accoglienza per mamme con bambini.
Quando ero provveditore in Campania c’era l’ICAM di Lauro (Avellino) dove i bambini andavano a scuola la mattina, facevano attività, andavano alle feste dei compagni. Facevano una vita da bambini, mentre le mamme restavano in carcere. Era l’unico presidio del Sud per madri con bambini fino a 6 anni, noto per il suo ambiente non carcerario. Anche la collocazione conta molto. A Milano ad esempio è al centro della città, in un appartamento, quindi i bambini hanno una dimensione più urbana. A Venezia si trova alle spalle dell’istituto penitenziario della Giudecca, è un posto bello, ma è sempre carcere».

Perché per le donne il carcere pesa in modo diverso?

«Il tema dell’affettività per le donne non è declinato diversamente rispetto agli uomini, ma c’è una differenza concreta. Innanzitutto c’è l’aspetto dell’accudimento ancora molto diversificato. L’uomo detenuto spesso ha una donna, la madre, la sorella, la fidanzata, la figlia, che gli porta le lenzuola pulite, la biancheria, il pacco con le cose buone da mangiare. La donna detenuta non ha tutto questo accudimento. Guardando la fila per i colloqui in carcere, vede file di donne. È difficile vedere negli istituti femminili uomini che portano i pacchi. C’è poi il tema dell’affettività vera e propria.

Nelle carceri maschili con sezioni femminili, le detenute rischiano spesso l’esclusione da scuola e laboratori per difficoltà organizzative e limiti legati alla promiscuità

C’è una deprivazione affettiva più forte, più visibile. Gli uomini sono spesso più corazzati, più portati a non mostrare i propri disagi. Nelle donne, invece, questo bisogno di affetto e di amore sembra emergere in modo più plateale. Il carcere priva della relazione affettiva e nelle sezioni femminili questa deprivazione si vede molto».

Le stanze dell’affettività sono pensate per tutti?

«La sentenza della Corte costituzionale del 2024 ha rappresentato un passaggio importantissimo, perché ha dichiarato illegittima una norma che non consentiva colloqui non osservati, quindi colloqui intimi e la possibilità di avere rapporti sessuali. È stato un grande passo avanti dal punto di vista della civiltà del Paese e della civiltà della detenzione. Però anche questo deve essere pensato dentro la cura del rapporto affettivo. Non basta mettere due letti in una stanza e dire “abbiamo fatto la stanza dell’affettività”, serve un pensiero ulteriore. Deve essere uno spazio in cui si coltiva il rapporto affettivo, non necessariamente finalizzato al rapporto sessuale. È un colloquio intimo, non visto, non osservato, in cui il poliziotto non è sostanzialmente fuori dalla porta.

In Calabria, su undici istituti, tre sono oggi dotati di stanze dell’affettività e i detenuti che si trovano in istituti dove la stanza non c’è, possono fare domanda e spostarsi nell’istituto dove è presente. Il problema, però, è che queste stanze sono negli istituti maschili, quindi, per le donne, l’accesso è più complicato. La sentenza parla del diritto all’affettività per tutti, ma nell’attuazione ci siamo mossi più al maschile, perché gli uomini sono di più. Questo è il punto: la norma vale per tutti, ma poi l’organizzazione segue ancora i numeri».

Poche donne detenute. Un limite o un’opportunità?

«Il fatto che le donne siano poche dovrebbe essere una grande opportunità. Nelle sezioni femminili, in molti casi, è più semplice lavorare. C’è meno aggressività, meno violenza, meno spaccio, meno traffico di telefonini. Le donne, da questo punto di vista, sono un po’ più tranquille.
Nella mia esperienza sono anche molto ricettive rispetto all’organizzazione della parte più domestica, gli spazi sono spesso puliti, curati, ordinati. Chi vuole lavorare bene in una sezione femminile può farlo più facilmente che in una sezione maschile, ma proprio perché sono poche, si potrebbe ragionare meglio. Si potrebbe immaginare un circuito penitenziario femminile regionale, con opportunità distribuite sul territorio. Se in un istituto c’è un corso di sartoria, ci va chi è interessata alla sartoria. Se altrove c’è un’opportunità lavorativa, si può costruire un percorso. Bisognerebbe ragionare in termini regionali, perché i numeri lo consentono».

C’è una storia che le è rimasta particolarmente impressa?

«Ho incontrato tante storie. Le donne sono di meno, ma quando sono in carcere spesso è perché hanno fatto cose terribili. Mi è rimasta impressa una donna che aveva ordinato al figlio minorenne di uccidere l’amante del marito. Mi colpiva l’efferatezza di alcuni delitti, che spesso nascevano in contesti di grande deprivazione e anche di grande violenza.
Un’altra cosa che non dimenticherò mai è il terremoto del 2024, quando abbiamo dovuto chiudere il carcere di Pozzuoli. Lì ho toccato con mano il senso di comunità che le donne sono capaci di creare, molto più degli uomini, anche con le poliziotte. Le donne si affidavano quasi in un rapporto materno. Le abbiamo portate alcune a Secondigliano, altre a Salerno, altre ad Avellino, altre purtroppo fuori regione. Ho visto e apprezzato moltissimo l’impegno delle poliziotte di Pozzuoli».

Che cosa servirebbe per migliorare la detenzione femminile?

«Servirebbe innanzitutto attenzione alla parte affettiva, attenzione ai bambini e una corretta applicazione della legge, che mette al centro la detenzione domiciliare per le madri con figli piccoli. La ratio della legge è che tra l’interesse della madre e l’interesse del bambino prevale l’interesse del bambino. Poi la prima cosa da fare è potenziare l’esecuzione penale esterna, quindi la detenzione domiciliare e le misure alternative per le mamme con figli piccoli.

La seconda è guardare alla peculiarità di genere, che rientra in quello che la legge già ci chiede, l’individualizzazione del trattamento. Per ogni autore o autrice di reato serve una risposta differente, sia in termini di custodia, sia in termini di esecuzione della pena. Il giovane deve avere un tipo di risposta, l’anziano un’altra, la donna un’altra ancora».

Per le donne bisogna ragionare sull’affettività, sulla particolare rilevanza che hanno gli affetti e i sentimenti e organizzare un carcere che somigli più a una comunità

Come si gestisce la salute femminile in carcere?

«Rispetto alla sanità, una cosa su cui bisogna insistere moltissimo è la prevenzione. Bisogna seguire la donna nelle fasi delicate della sua esistenza anche dal punto di vista fisico, la menopausa, la prevenzione oncologica, i pap test, tutto quello che accade al corpo delle donne dopo una certa età.

Noi abbiamo sempre previsto la presenza di ginecologi e attività di prevenzione oncologica per il tumore al seno e per il tumore della cervice, ma anche la sanità penitenziaria è ancora spesso pensata al maschile. Basti pensare alla mancanza del bidet nei bagni, una cosa apparentemente banale ma significativa. Serve un pensiero al femminile, anche sulle piccole cose della quotidianità come il ciclo mestruale, la cura dei capelli, la possibilità di acquistare prodotti specifici, lo smalto, la tinta, tutto ciò che riguarda la cura di sé.
Non sono orpelli, sono aspetti che fanno parte della dignità della persona detenuta. Per le donne straniere, ad esempio, anche le extension dei capelli possono avere un valore culturale importante. Se si istituisce un gruppo di lavoro che pensa a queste cose, da lì nasce un pensiero al femminile che poi si autoalimenta».

A livello di reati ci sono differenze tra uomini e donne?

«Sì. Le donne sono meno, ma spesso hanno alle spalle reati molto gravi. Ci sono omicidi che maturano all’interno di relazioni affettive e spesso sono la conseguenza di violenze. C’è poi un’altra ragione per cui le donne sono meno presenti in carcere, perché per alcuni reati commessi nella coppia o nella famiglia, è più spesso l’uomo ad accollarseli. Se in una casa si spaccia e arrivano i carabinieri, è più facile che sia portato in carcere l’uomo. Le donne, nelle attività criminali, spesso occupano una posizione meno di rilievo e quindi sono meno esposte».

Una riflessione conclusiva?

«Quello che manca è un pensiero globale al femminile. C’è un mondo che andrebbe osservato e su cui andrebbe fatta una riflessione a sé. Le donne hanno peculiarità esistenziali che, rispetto agli uomini, possono sembrare dettagli o qualcosa in più, ma non lo sono. Per loro, per noi donne, sono aspetti di fondamentale importanza».

Piano Nazionale della Prevenzione 2026–2031: intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni

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di Ivana Barberini

Raggiunta in Conferenza Stato-Regioni l’intesa sul Piano Nazionale della Prevenzione (PNP) 2026-2031, un Piano atteso dalle Regioni che definisce le linee strategiche delle politiche di prevenzione sanitaria per i prossimi anni, con l’obiettivo di rendere più efficace, accessibile e omogenea la tutela della salute su tutto il territorio nazionale.
Per l’attuazione del Piano sono destinati alle Regioni e alle Province autonome 200 milioni di euro annui, a cui si aggiungono ulteriori 50 milioni per il 2026 dedicati alle attività di prevenzione territoriale.

Il Piano rafforza l’integrazione tra prevenzione, assistenza e programmazione regionale, promuovendo un sistema più vicino ai bisogni dei cittadini e orientato a garantire maggiore equità nell’accesso ai servizi sanitari. Promuove, inoltre, l’approccio One Health, che considera in modo congiunto salute umana, ambiente e determinanti sociali e produttivi, rafforzando una visione più ampia e preventiva della tutela della salute.
Tra le novità principali, l’introduzione di una piattaforma digitale nazionale per la pianificazione, il monitoraggio e la valutazione dei Piani regionali di prevenzione, pensata per assicurare trasparenza, uniformità e maggiore capacità di coordinamento.

L’obiettivo è dotare il SSN di strumenti tecnologico-organizzativi capaci di supportare la pianificazione e il monitoraggio della prevenzione, sviluppare modelli di simulazione e previsione a medio e lungo termine e garantire una governance più efficace dei LEA

Il Ministero della Salute coordinerà il percorso di attuazione e monitoraggio del Piano, assicurando il raccordo operativo con Regioni e Province autonome per il raggiungimento degli obiettivi di prevenzione previsti fino al 2031. Il cronoprogramma, infine, prevede che le Regioni recepiscano le indicazioni con un proprio atto e adottino i nuovi Piani regionali di prevenzione e documentino annualmente lo stato di avanzamento degli interventi.

Principi fondamentali

Il Piano si articola attorno a sette pilastri strategici:

  • One Health: interconnessione tra salute umana, animale e ambientale; approccio essenziale per affrontare pandemie, cambiamenti climatici e antimicrobico-resistenza.
  • Health in All Policies (HiAP): la salute come obiettivo trasversale a tutti i settori: scuola, lavoro, trasporti, urbanistica, ambiente.
  • Centralità della persona e delle comunità: empowerment dei cittadini, health literacy, coinvolgimento attivo dei territori; ruolo strategico riconosciuto a medici di medicina generale e pediatri di libera scelta.Approccio life-course: interventi preventivi dalla nascita (primi 1.000 giorni) fino all’invecchiamento attivo, con attenzione alle differenze di genere.
  • Approccio per setting: scuole, luoghi di lavoro, comunità e servizi sanitari come ambienti privilegiati per la promozione della salute.
  • Efficacia ed efficienza: Evidence-Based Prevention, buone pratiche documentate, integrazione tra prevenzione, cure primarie e assistenza territoriale.
  • Equità: riduzione delle disuguaglianze sociali, geografiche (Nord/Sud, centri urbani/aree periferiche) e di accesso ai servizi.
  • Approccio life-course: interventi preventivi dalla nascita (primi 1.000 giorni) fino all’invecchiamento attivo, con attenzione alle differenze di genere.

I 7 macro obiettivi

  • La struttura operativa del PNP 2026–2031 si articola in sette Macro-obiettivi (MO), a ciascuno dei quali corrispondono obiettivi strategici misurabili e linee di intervento:
  • MO1 – Malattie croniche non trasmissibili. Prevenzione delle patologie cardio-cerebrovascolari, oncologiche, metaboliche e respiratorie, con consolidamento degli screening oncologici (colon-retto, cervice uterina, mammella) e introduzione di nuovi percorsi di screening basati sul rischio individuale. Particolare attenzione alla salute mentale, all’obesità (Legge 149/2025), alla demenza e alla salute riproduttiva nei primi 1.000 giorni di vita.
  • MO2 – Dipendenze e problemi correlati. Contrasto al tabagismo, al consumo rischioso e dannoso di alcol e all’uso di sostanze psicotrope; prevenzione delle dipendenze comportamentali.
  • MO3 – Incidenti domestici e stradali. In Italia si stimano circa 2,5 milioni di incidenti domestici in due anni, di cui 6.000 mortali. Sulle strade, nel 2023, sono stati registrati 166.525 incidenti con 3.039 decessi. Il Piano punta a costruire una cultura della sicurezza e ad aderire all’obiettivo ONU di dimezzare le vittime della strada entro il 2030.
  • MO4 – Salute, sicurezza e benessere dei lavoratori. Prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, con adozione dei modelli Workplace Health Promotion (WHP) e Total Worker Health (TWH), integrazione tra sicurezza occupazionale e promozione della salute, anche nella Pubblica Amministrazione.
  • MO5 – Ambiente, clima e salute. Qualità dell’aria indoor e outdoor, sicurezza chimica, radiazioni, gestione dei rischi ambientali in ottica One Health, integrazione con il Piano Nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza.
  • MO6 – Malattie infettive prioritarie. Sorveglianza epidemiologica, profilassi vaccinale, preparedness e risposta rapida alle emergenze, gestione delle malattie trasmesse da vettori e zoonosi.
  • MO7 – Sicurezza alimentare e sanità pubblica veterinaria. Tutela della salute dei consumatori, controllo sugli allergeni, sicurezza nella ristorazione collettiva, contrasto all’antibiotico-resistenza in ambito veterinario e alimentare.

I 14 Programmi Predefiniti per le Regioni

Le Regioni e le Province Autonome attuano il PNP attraverso 14 Programmi Predefiniti (PP) vincolanti, uguali per tutto il territorio nazionale:

  • PP1: Scuole che promuovono salute
  • PP2: Comunità attive
  • PP3: Luoghi di lavoro che promuovono salute
  • PP4: Dipendenze
  • PP5: Monitoraggio qualità della formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro
  • PP6: Prevenzione del rischio cancerogeno e reprotossico professionale, del sovraccarico biomeccanico e dei rischi psicosociali
  • PP7: Prevenzione in edilizia, agricoltura e utilizzo sicuro di macchine e attrezzature
  • PP8: Screening oncologici organizzati per la prevenzione e la diagnosi precoce dei tumori
  • PP9: Ambiente, clima e salute
  • PP10: Sorveglianza e controllo delle malattie infettive in ambito umano
  • PP11: Prevenzione nella gestione integrata della cronicità
  • PP12: Promozione della salute nei primi mille giorni
  • PP13: Malattie trasmissibili con gli alimenti, tutela della salute dei consumatori e nutrizione
  • PP14: Problematiche sanitarie emergenti nell’ambito degli animali da compagnia.

Ogni programma include almeno un obiettivo “tracciante” considerato prioritario e almeno un indicatore di copertura che misura la quota di popolazione o strutture raggiunte dagli interventi.

Innovazione digitale: il National Health Prevention Hub

Una delle principali novità del PNP 2026–2031 è il National Health Prevention Hub (NHPH), finanziato dal PNRR nell’ambito della Missione 6 “Salute” – Componente 2 “Innovazione, ricerca e digitalizzazione del SSN”. Si tratta di una piattaforma nazionale interistituzionale per integrare dati sanitari, ambientali, animali e sociali provenienti da ospedali, laboratori veterinari, enti ambientali, stazioni meteorologiche e strutture sociali.

La nuova versione della piattaforma web-based a supporto dei Piani Regionali (PF-PRP 2026–2031) introdurrà anche moduli basati sull’intelligenza artificiale per potenziare le funzionalità di interrogazione e reportistica.

Il tema dell’equità e la lotta alle disuguaglianze

L’equità costituisce il fil rouge dell’intero Piano. I dati confermano che le persone appartenenti a classi sociali svantaggiate si ammalano di più, guariscono meno e hanno una minore aspettativa di vita. A queste disuguaglianze sociali si sommano quelle geografiche: il divario Nord-Sud e tra centri urbani e aree periferiche, rurali o montane.

Il PNP 2026–2031 prevede l’integrazione sistematica dei criteri di equità nella governance, nella progettazione e nella valutazione degli interventi. Ogni Regione dovrà predisporre un profilo di salute ed equità della propria comunità come punto di partenza per la programmazione. Particolare attenzione è dedicata alle Regioni del Sud Italia, nell’ambito del Programma Operativo Nazionale “Equità nella Salute” 2021–2027, per ridurre le disparità nell’accesso agli screening oncologici e agli altri servizi preventivi.

Fonte: Bozza dell’Intesa ai sensi dell’art. 8, comma 6, della Legge 131/2003 tra il Governo, le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano concernente il Piano Nazionale della Prevenzione 2026–2031. Ministero della Salute, maggio 2026

Il valore dei Drug-Coated Balloon (DCB) oltre il costo di acquisto: gestione della stenosi dell’accesso vascolare tra sostenibilità economica e ottimizzazione organizzativa

Introduzione

La gestione dell’accesso vascolare nei pazienti sottoposti a emodialisi rappresenta una delle principali criticità clinico-organizzative nell’ambito della chirurgia vascolare e della nefrologia. In particolare, la stenosi dello shunt artero-venoso costituisce una complicanza frequente, associata a un elevato rischio di trombosi, fallimento dell’accesso e necessità di re-interventi ripetuti.

Tradizionalmente, il trattamento standard di tali condizioni è rappresentato dall’angioplastica transluminale percutanea (PTA) [Bountouris et al., 2018]. Da un lato, si riscontra come la PTA sia una tecnica minimamente invasiva che non richiede incisioni chirurgiche significative, riducendo il rischio di complicanze legate all’intervento chirurgico e/o di infezioni correlate. Dall’altro, però, la durabilità del trattamento risulta limitata, in quanto, dopo un intervento di angioplastica PTA, i vasi trattati possono sviluppare nuovamente stenosi od occlusioni nel tempo.

La stenosi dello shunt artero-venoso è una complicanza frequente nei pazienti in emodialisi

Questo può richiedere procedure di re-intervento o l’impianto di stent per mantenere la pervietà del vaso. Inoltre, in alcuni casi, durante la procedura si possono verificare lesioni alle pareti del vaso che necessitano di ulteriori interventi correttivi.

Negli ultimi anni, l’introduzione dei drug-coated balloon (DCB) ha aperto nuove prospettive terapeutiche, grazie alla capacità di ridurre la restenosi mediante il rilascio locale di farmaci antiproliferativi, rappresentando una valida alternativa alla classica angioplastica. Le evidenze scientifiche hanno dimostrato l’efficacia di tali dispositivi in termini di ottenimento di tassi di pervietà a lungo termine maggiormente favorevoli rispetto allo standard of care [Holden et al., 2022; Yin et al., 2021; Lookstein et al., 2023] in pazienti in emodialisi con stenosi della fistola arterovenosa.

I DCB sono correlati a una riduzione della restenosi e della frequenza degli interventi successivi di angioplastica

I DCB, infatti, sono correlati a una riduzione della restenosi, in quanto, rilasciando un farmaco direttamente nella zona trattata durante la procedura, prevengono o riducono la formazione di tessuto cicatriziale e la restenosi del vaso, prolungando la pervietà dell’accesso vascolare [Tozzi et al., 2019; Franchin et al., 2026]. Inoltre, riducendo la restenosi, i DCB possono diminuire la frequenza degli interventi successivi di angioplastica, consentendo agli accessi vascolari emodialitici di rimanere pervi più a lungo e riducendo il burden assistenziale e il disagio per il paziente, soprattutto se ad alta pressione. Infine, da un punto di vista di safety, si riscontra come l’utilizzo di DCB presenti un profilo di sicurezza favorevole.

Sulla scorta di queste premesse, diviene rilevante poter comprendere l’impatto economico e organizzativo correlato all’adozione in routine di DCB, identificando potenziali fattori ed elementi qualificanti che potrebbero agevolare l’utilizzo di tali medical device, nonché che potrebbero supportare il processo decisionale sia a livello istituzionale sia a livello ospedaliero.

Da questo punto di vista, l’obiettivo generale dell’attività presentata è quello di generare evidenze robuste in tema di valutazione economico-organizzativa dell’introduzione dei DCB, suggerendo criteri utili a identificare gli elementi di maggiore valore per i decisori sanitari.

Metodologia

Per il raggiungimento dell’obiettivo illustrato, è stato adottato un approccio metodologico articolato, volto a integrare evidenze di letteratura, modelli economico-organizzativi e l’analisi di dati real-world, al fine di garantire una valutazione complessiva e robusta dell’impatto dell’introduzione dei DCB nella pratica clinica.

In primo luogo, è stata condotta una review narrativa della letteratura scientifica con l’obiettivo di identificare i principali indicatori di efficacia clinica, sicurezza ed efficienza, utilizzati successivamente come parametri di input per la modellizzazione economica e organizzativa. La revisione è stata strutturata secondo il framework PICO, considerando:

  • P – Population: pazienti adulti affetti da malattia renale cronica in trattamento emodialitico con necessità di accesso vascolare;
  • I – Intervention: PTA associata a DCB,
  • C – Comparator: PTA
  • O – Outcome: la pervietà primaria della lesione target (TLPP), la pervietà primaria del circuito di accesso (ACPP), la rivascolarizzazione della lesione target (TLR), l’indice di funzione della pervietà (IPF), nonché il tasso di re-intervento, di restenosi e l’incidenza di eventi avversi.

La ricerca bibliografica è stata condotta consultando le principali banche dati biomediche (Medline/PubMed, Embase e Cochrane Database), utilizzando combinazioni di parole chiave relative alla procedura (es. “PTA”, “angioplasty”), alla popolazione (es. “arteriovenous fistula”, “hemodialysis”) e agli outcome di interesse (es. “TLPP”, “ACPP”, “restenosis”, “adverse events”). I record identificati sono stati sottoposti a screening per la selezione delle evidenze pertinenti. Sono stati inclusi preferenzialmente studi comparativi, in particolare trial randomizzati controllati, con una numerosità campionaria superiore a 50 pazienti e pubblicati in lingua inglese, senza restrizioni temporali.

Sulla base delle evidenze raccolte, è stato quindi sviluppato un modello analitico fondato sulla ricostruzione dettagliata del percorso assistenziale del paziente sottoposto a procedura PTA, sia in una configurazione standard alone sia in associazione con DCB, sulla scorta di quanto avviene nella pratica clinica, ricostruendo il tutto mediante approccio Delphi.

È stata condotta una review narrativa ed è stato sviluppato un modello analitico per ricostruire il patient journey, validato mediante approccio Delphi

Il percorso è stato articolato nelle diverse fasi che caratterizzano la gestione clinica, comprendendo il pre-ricovero, l’accettazione, la procedura interventistica, la degenza e il follow-up post-procedurale, consentendo di identificare in maniera sistematica tutte le attività e le risorse coinvolte lungo il patient journey.

La valorizzazione economica delle singole fasi è stata effettuata adottando la prospettiva della struttura erogatrice, mediante l’applicazione dell’approccio Time-Driven Activity-Based Costing (TDABC) [Keel et al., 2017], che consente di stimare in modo puntuale il consumo di risorse sulla base del tempo effettivamente impiegato per ciascuna attività e del costo unitario delle risorse stesse.

In questo ambito, sono state considerate tutte le principali componenti di costo diretto sanitario, includendo le prestazioni diagnostiche e specialistiche, i trattamenti farmacologici, le procedure interventistiche e le giornate di degenza. Una prima analisi è stata condotta su un orizzonte temporale di 12 mesi, finalizzata a stimare il costo del percorso assistenziale “indice”, ovvero relativo all’episodio iniziale di intervento.

Sono stati considerati i costi diretti sanitari dalla prospettiva della struttura erogatrice su un orizzonte temporale di 12 mesi e di 24 mesi

Al fine di fornire una stima più completa e realistica delle risorse complessivamente assorbite, l’analisi è stata successivamente estesa a un orizzonte temporale di 24 mesi, integrando dati real-world relativi alla pratica clinica corrente. Tale estensione ha consentito di includere esplicitamente nella valutazione economica gli eventi avversi e i re-interventi successivi alla procedura iniziale, elementi non modellati sulla base delle evidenze di letteratura, ma derivati direttamente da dati osservazionali. In questo contesto, è importante sottolineare che gli indicatori di efficacia e sicurezza identificati tramite revisione della letteratura sono stati utilizzati principalmente per supportare la validazione clinica della tecnologia e per documentarne il profilo di beneficio-rischio, ma non sono stati direttamente impiegati come parametri quantitativi nella modellizzazione economico-organizzativa. Quest’ultima è stata invece alimentata prioritariamente da dati real-world, al fine di garantire una maggiore aderenza ai pattern di utilizzo e ai consumi di risorse osservati nella pratica clinica.

In tale contesto, è stata formulata l’ipotesi che i pazienti trattati con PTA in associazione a DCB presentino un minore assorbimento complessivo di risorse sanitarie rispetto ai pazienti trattati con PTA alone, in virtù di una riduzione dell’incidenza di restenosi, eventi avversi e conseguenti procedure ripetute di rivascolarizzazione. La modellizzazione è stata quindi integrata con dati real-world derivanti da flussi amministrativi ospedalieri di una struttura sanitaria della Regione Lombardia. In particolare, sono state analizzate le Schede di Dimissione Ospedaliera (SDO) per identificare i ricoveri indice e i successivi re-interventi, consentendo la ricostruzione longitudinale dei percorsi di cura. Tali informazioni sono state integrate con i dati relativi alle prestazioni ambulatoriali, comprendenti visite specialistiche, esami diagnostici e procedure minori, nonché con i dati di accesso al Pronto Soccorso, al fine di intercettare eventi acuti correlati alle complicanze procedurali.

L’integrazione tra ricostruzione analitica del percorso e dati real-world ha consentito di stimare in maniera più accurata l’impatto economico complessivo dei due scenari tecnologici

L’integrazione tra ricostruzione analitica del percorso (approccio TDABC) e dati real-world ha consentito, pertanto, di stimare in maniera più accurata l’impatto economico complessivo dei due scenari tecnologici, superando i limiti di trasferibilità dei soli dati derivanti da trial clinici controllati e garantendo una valutazione maggiormente rappresentativa della pratica clinica reale.

Parallelamente all’analisi economica, è stata condotta una valutazione di impatto organizzativo, finalizzata a quantificare le implicazioni dell’introduzione dei DCB in termini di utilizzo delle risorse sanitarie e capacità produttiva delle strutture. In particolare, sono stati considerati il minutaggio ambulatoriale necessario per la gestione dei pazienti, le giornate di degenza associate ai ricoveri e la modalità di gestione degli eventi avversi, distinguendo tra setting ambulatoriale e regime di ricovero. Tale analisi ha consentito di stimare il potenziale beneficio organizzativo derivante da una riduzione del carico assistenziale, configurando possibili scenari di riallocazione efficiente delle risorse.

L’approccio metodologico adottato si configura come una valutazione integrata di tipo economico-organizzativo, basata su evidenze scientifiche e dati real-world, in grado di supportare in maniera informata i processi decisionali relativi all’adozione di tecnologie innovative in ambito sanitario.

Risultati

Risultati derivanti dalla letteratura

La review ha identificato 53 paper rispondenti al PICO e alla stringa di ricerca utilizzata, dei quali 35 sono stati esclusi poiché non coerenti con i criteri di inclusione definiti. Le principali motivazioni di esclusione sono state rappresentate dalla mancata focalizzazione sulla popolazione target (40%) e dall’assenza di un confronto diretto tra le tecnologie oggetto di analisi (60%), elementi ritenuti essenziali ai fini della successiva modellizzazione economico-organizzativa. A seguito di tale processo, 18 studi sono stati sottoposti a valutazione full-text. Tra questi, sono state selezionate tre evidenze principali, in quanto trial randomizzati controllati (RCT) con confronto diretto tra PTA associata a DCB e PTA alone, ritenuti metodologicamente più solidi e maggiormente coerenti con gli obiettivi dello studio. In particolare, sono stati inclusi lo studio di Holden e colleghi [Holden et al., 2022], relativo ai risultati a 12 mesi del trial IN.PACT AV, lo studio multicentrico APERTO AVF RCT di Yin e colleghi [Yin et al., 2021] e l’estensione a 36 mesi del medesimo trial IN.PACT AV riportata da Lookstein e colleghi [Lookstein et al., 2023]. Infine, nell’ambito della ricerca bibliografica sono stati identificati anche due studi osservazionali condotti nel contesto italiano (APERTO Italian Registry [Tozzi et al., 2019]; APERTO 600 [Franchin et al., 2026]), che, pur non soddisfacendo pienamente i criteri di inclusione per l’analisi comparativa, sono stati inclusi a fini descrittivi e di validazione esterna, in quanto utili per contestualizzare i risultati all’interno della pratica clinica nazionale e per supportare una più accurata interpretazione dei processi assistenziali analizzati nel progetto.

Sono stati inclusi 3 RCT e 2 studi osservazionali

Gli indicatori di efficacia clinica mostrano in maniera consistente una superiorità statisticamente significativa del trattamento con PTA+DCB ad alta pressione rispetto alla PTA alone in termini di Target Lesion Primary Patency (TLPP). In particolare, i dati evidenziano un vantaggio significativo per PTA+DCB sia a 12 mesi sia a 36 mesi (p-value = 0,001), indicando una maggiore durabilità dell’intervento nei pazienti trattati con DCB ad alta pressione, nello specifico pari a 63,8% (versus 43,50%) a 12 mesi a pari a 43,10% (versus 23,10%) a 36 mesi. Tale evidenza risulta coerente anche con quanto osservato nello studio APERTO AVF RCT di Yin e colleghi [Yin et al., 2021], nel quale la TLPP a 6 mesi risulta pari al 65% nel gruppo PTA+DCB rispetto al 37% nel gruppo PTA (p-value = 0,001). Inoltre, all’interno del presente studio, si riscontra una TLR a 12 mesi a favore del DCB ad alta pressione pari al 73% rispetto al 58% della PTA.

Dal punto di vista della sicurezza, i dati mostrano come l’incidenza di eventi avversi procedura-correlati risulti significativamente più elevata nei pazienti trattati con PTA alone rispetto a quelli trattati con PTA+DCB (69,20% versus 46,90%; p-value = 0,001). Tale evidenza rafforza ulteriormente il profilo favorevole dei DCB ad alta pressione, non solo in termini di efficacia, ma anche di sicurezza complessiva del percorso terapeutico. Inoltre, gli eventi osservati risultano prevalentemente correlati alla patologia di base piuttosto che al dispositivo impiegato, limitandone quindi la rilevanza ai fini di un confronto tecnologico.

Risultati di natura economica

L’analisi economica condotta secondo la prospettiva aziendale evidenzia, in prima istanza, un costo complessivo maggiore per lo scenario PTA+DCB ad alta pressione rispetto alla PTA (€ 2.604,19 versus € 2.112,79). Tale differenza è principalmente attribuibile al costo della fase interventistica, che risulta significativamente più elevato nel caso del DCB (€ 1.621,95 versus € 1.132,73), mentre le altre componenti di costo (pre-ricovero, accettazione, degenza e follow-up) risultano sostanzialmente sovrapponibili tra i due scenari (Tabella 1).

Punto di vista aziendale

PTA

PTA+DCB

Fase di pre-ricovero

119,92 €

119,92 €

Fase di accettazione del paziente

15,75 €

15,75 €

Fase di intervento chirurgico

1.132,73 €

1.621,95 €

Fase di degenza

512,86 €

512,86 €

Fase di follow-up

331,52 €

333,70 €

Costi totali

2.112,79 €

2.604,19 €

TLPP

37%

[Yin et al., 2021]

65%

[Yin et al., 2021]

CEV, considerando il valore di TLPP

6.036,54

4.006,45

TLR

58%

[Yin et al., 2021]

73%

[Yin et al., 2021]

CEV, considerando il valore di TLR

3.642,74

3.567,38

Tabella 1. Valorizzazione economica dei percorsi e definizione del Cost-Effectiveness Value (CEV)

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Correlando i costi sostenuti dalle strutture sanitarie con gli esiti clinici derivanti dalla letteratura (TLPP pari al 65% per PTA+DCB ad alta pressione rispetto al 37% per PTA (APERTO AVF RCT [Yin et al., 2021]), emerge come l’utilizzo dei DCB ad alta pressione rappresenti l’opzione preferibile in termini di costo-efficacia. Tale evidenza è supportata da un valore di CEV (Cost-Effectiveness Value) inferiore per PTA+DCB rispetto alla PTA alone (4.006,45 vs 6.036,54), indicativo di una maggiore efficienza nell’allocazione delle risorse sanitarie. Anche considerando il TLR (pari al 73% per PTA+DCB ad alta pressione e al 58% per PTA [Yin et al., 2021]), si conferma la maggiore convenienza, sotto il profilo costo-efficacia, del dispositivo innovativo (CEV: 3.567,38 vs 3.642,74).

Questi risultati, quindi, suggeriscono che il maggiore investimento iniziale associato al DCB ad alta pressione risulta compensato da un miglior rendimento clinico, configurando una soluzione più efficiente già nel breve periodo.

L’analisi economica ha confermato la maggiore convenienza, sotto il profilo costo-efficacia, del dispositivo innovativo

L’analisi dei dati real-world derivante dallo studio APERTO 600 [Franchin et al., 2026] conferma quanto emerso dalla letteratura, evidenziando una riduzione sia del numero medio di re-interventi sia degli eventi avversi nei pazienti trattati con PTA+DCB ad alta pressione. In particolare, considerando un orizzonte temporale di due anni dalla data della prima procedura interventistica, il numero medio di re-interventi risulta pari a 1,54 nel gruppo PTA+DCB ad alta pressione rispetto a 1,86 nel gruppo PTA, mentre il numero medio di eventi avversi risulta rispettivamente pari a 0,91 rispetto a 1,28.

Estendendo l’analisi a un orizzonte temporale di 24 mesi, emergono in maniera ancora più evidente i benefici economici associati all’utilizzo dei DCB ad alta pressione. Il costo complessivo per paziente risulta inferiore nel gruppo PTA+DCB ad alta pressione rispetto al gruppo PTA alone (€ 11.499,84 vs € 13.539,48), con un risparmio assoluto pari a € 2.039,64, corrispondente a una riduzione del 15%. Tale differenza si amplifica ulteriormente considerando i costi al netto del dispositivo, dove il risparmio raggiunge € 2.663,48 (-23%), come riportato nella Tabella 2.

 

Valorizzazione economica, assumendo un orizzonte temporale di 24 mesi

Valorizzazione economica, assumendo un orizzonte temporale di 24 mesi, al netto del costo dei dispositivi medici

PTA+DCB

11.499,84 €

9.131,05 €

PTA

13.539,48 €

11.794,53 €

Differenza (€)

-2.039,64 €

-2.663,48 €

Differenza (%)

-15%

-23%

Tabella 2. Valorizzazione economica dei percorsi, assumendo un orizzonte temporale di 24 mesi

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Questi risultati evidenziano chiaramente come il maggiore costo iniziale del DCB venga ampiamente compensato nel medio periodo dalla riduzione dei costi associati a re-interventi ed eventi avversi, determinando una riduzione complessiva del consumo di risorse sanitarie.

Risultati organizzativi

Dal punto di vista organizzativo, l’analisi di processo non ha evidenziato differenze significative nella fase iniziale del percorso assistenziale in termini di numero di accessi o durata della degenza per la procedura interventistica. Ciò suggerisce che l’introduzione del DCB ad alta pressione non comporti modifiche rilevanti nella fase acuta del trattamento. Tuttavia, differenze sostanziali emergono nel follow-up, in particolare quando si considerano i dati real-world su un orizzonte temporale di 24 mesi.

In tale contesto, si osserva una riduzione complessiva del 29% del minutaggio ambulatoriale per i pazienti trattati con PTA+DCB ad alta pressione rispetto allo standard of care. Analizzando nel dettaglio le componenti, il tempo ambulatoriale associato alla gestione degli eventi avversi si riduce del 50%, mentre quello relativo ai re-interventi si riduce del 17%. Tale evidenza indica una significativa diminuzione del carico assistenziale legato alle complicanze.

Analogamente, si osserva una riduzione delle giornate di degenza complessive pari al 33%, con una diminuzione del 35% per gli eventi avversi e del 17% per i re-interventi (Tabella 3).

Tipologia di accesso

PTA

PTA+DCB

Scostamento

Accesso ambulatoriale/DH

Re-intervento

713,14

592,46

-17%

Eventi Avversi

411,43

205,71

-50%

Minutaggio complessivo

1.124,57

798,17

-29%

Degenza

Re-intervento

0,37

0,31

-17%

Eventi Avversi

3,14

2,06

-35%

Minutaggio complessivo

3,51

2,37

-33%

Tabella 3. Quantificazione dell’impatto organizzativo

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Questi risultati suggeriscono una minore necessità di ricorso a ricoveri ospedalieri, con conseguente ottimizzazione dell’utilizzo dei posti letto.

Nel complesso, l’introduzione dei DCB ad alta pressione si associa a un rilevante beneficio organizzativo, traducendosi in una riduzione del carico di lavoro per le strutture sanitarie e in una potenziale liberazione di risorse, che potrebbero essere riallocate verso altre attività.

Conclusioni

I risultati dell’analisi evidenziano come l’introduzione DCB ad alta pressione nel trattamento della stenosi dello shunt artero-venoso sia associata a benefici multidimensionali, che si estendono oltre la sola efficacia clinica, includendo rilevanti implicazioni economiche e organizzative.

Al fine di fornire una sintesi delle evidenze emerse, è stata condotta un’analisi SWOT, riportata nella Tabella 4, che consente di inquadrare in maniera strutturata i principali elementi a supporto dell’adozione della tecnologia, nonché le criticità e i fattori di contesto rilevanti per i processi decisionali.

Punti di forza

Punti di debolezza

  • Ottimizzazione del percorso del paziente che inizia l’iter con PTA+DCB versus PTA alone, con vantaggi economici nei 24 mesi che si assestano intorno al 15%
  • Riduzione dei minutaggi ambulatoriali correlati alla risoluzione di eventi avversi o alla necessità di re-intervento
  • Riduzione delle giornate di degenza correlate alla risoluzione di eventi avversi o alla necessità di re-intervento (-33%)
  • Minore numero di re-interventi ed eventi avversi con conseguenti minori costi a 24 mesi
  • Orizzonte temporale di osservazione del percorso di medio termine (36 mesi di follow-up)
  • Costo iniziale del DCB più elevato rispetto a PTA alone
  • Variabilità inter-centro nell’adozione (procurement, rimborsabilità)

Opportunità

Minacce

  • Allineamento con i modelli di Value-Based Healthcare e con gli obiettivi di sostenibilità ambientale
  • Potenziale inserimento in linee-guida nazionali/regionali e nei PDTA
  • Collaborazioni pubblico-private per la diffusione in altri centri lombardi/italiani
  • Estensione delle linee guida all’utilizzo dei DCB per il trattamento dell’occlusione dell’accesso vascolare
  • Resistenza al cambiamento da parte dei professionisti coinvolti, all’interno dei centri che ancora non utilizzando DCB
  • Pressioni di budget e possibili revisioni tariffarie
  • Eventuali modifiche regolatorie (es. aggiornamenti normativi, revisioni delle modalità di rimborsabilità o delle tariffe) che potrebbero incidere sull’adozione, sull’accessibilità e sulla sostenibilità economica dei DCB
  • Disparità regionali e locali di acquisizione del device

Tabella 4. Analisi SWOT

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In particolare, tra i punti di forza si evidenzia la capacità dei DCB ad alta pressione di ottimizzare il percorso del paziente, con una riduzione significativa dei re-interventi e degli eventi avversi, che si traduce in un risparmio economico nel medio periodo stimato intorno al 15%, accompagnato da una riduzione del carico organizzativo (-29% del minutaggio ambulatoriale e -33% delle giornate di degenza). Tra i punti di debolezza emergono invece il maggiore costo iniziale del dispositivo rispetto alla PTA alone, la limitata disponibilità di evidenze di lungo periodo e la necessità di adeguamenti organizzativi e formativi, che possono rappresentare barriere all’implementazione su larga scala. Tuttavia, le opportunità appaiono rilevanti e coerenti con l’evoluzione dei sistemi sanitari verso modelli value-based, includendo il potenziale inserimento nei PDTA, l’allineamento con obiettivi di sostenibilità e la possibilità di accesso a finanziamenti dedicati all’innovazione. Infine, le minacce risultano principalmente di natura sistemica, quali vincoli di budget, variabilità regionale nei modelli di procurement e possibili resistenze al cambiamento, elementi che richiedono strategie di governance adeguate a garantire un’adozione equa e sostenibile della tecnologia.

Nel complesso, le evidenze prodotte supportano l’utilizzo dei DCB ad alta pressione come soluzione ad alto valore, in grado di coniugare migliori esiti clinici con un uso più efficiente delle risorse sanitarie, configurandosi come un’opzione preferibile nel medio periodo nonostante il maggiore investimento iniziale. L’integrazione dei DCB ad alta pressione nei PDTA regionali potrebbe rappresentare uno strumento concreto per supportare decisioni di acquisto e rimborso basate sul valore, favorendo modelli di governance sanitaria più sostenibili.

Bibliografia

Cure palliative: negli ospedali il bisogno è ampio, ma l’accesso resta insufficiente e disomogeneo

Le cure palliative non riguardano solo i pazienti oncologici o terminali: nell’anziano fragile rappresentano uno strumento precoce per controllare dolore, dispnea, sofferenza psicologica, perdita di autonomia e carico familiare. È il messaggio che la Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio (SIGOT) porta al 40° Congresso Nazionale, in programma a Roma dal 20 al 22 maggio. Ancora oggi, infatti, le cure palliative vengono attivate troppo tardi, quando sintomi e difficoltà assistenziali sono già diventati gravosi. Nell’anziano fragile, invece, dovrebbero accompagnare malattie croniche avanzate, demenze, scompenso cardiaco, insufficienza respiratoria, patologie neurologiche degenerative e condizioni di non autosufficienza. A confermare l’ampiezza del bisogno sono i dati del Palliative Care Day, che saranno discussi durante una sessione congressuale dedicata a dolore e cure palliative: su 5.601 pazienti e residenti valutati in 207 reparti ospedalieri e 144 RSA, il 57% dei pazienti ricoverati e il 46,3% degli anziani istituzionalizzati è risultato bisognoso di un approccio palliativo.

Cure palliative, non solo fine vita

Le cure palliative restano spesso associate all’hospice o alla terminalità imminente, ma nel paziente anziano fragile dovrebbero essere integrate con le terapie attive. L’obiettivo non è sostituire le cure, ma ridefinire in modo proporzionato gli interventi assistenziali, controllare i sintomi, ridurre la sofferenza fisica e psicologica, sostenere i caregiver e migliorare la qualità della vita.

«Le cure palliative costituiscono una parte essenziale della medicina, soprattutto nel paziente anziano fragile – sottolinea Lorenzo Palleschi, Presidente SIGOT – Servono a controllare il dolore, ridurre la sofferenza, evitare trattamenti sproporzionati, sostenere la famiglia e rispettare le preferenze della persona. Per questo devono entrare prima nei percorsi di cura, non solo negli ultimi giorni di vita. L’ospedale deve gestire l’acuzie, ma anche riconoscere precocemente i bisogni palliativi e attivare percorsi integrati con territorio, RSA, domicilio e hospice».

Il bisogno cresce, ma l’accesso resta diseguale

La crescente domanda di cure palliative con l’invecchiamento della popolazione pone anche un problema di programmazione sanitaria. La normativa prevede di garantire entro il 2028 l’accesso al 90% delle persone che ne hanno bisogno, ma oggi la copertura resta ancora lontana da questo obiettivo e fortemente disomogenea sul territorio.

«Serve una rete più uniforme, capace di garantire accesso equo e percorsi omogenei ai cittadini affetti da malattie croniche, progressive e inguaribili – aggiunge Palleschi – Il reparto per acuti deve continuare a gestire la fase critica della malattia, ma non può restare l’unica risposta alla cronicità avanzata e alla non autosufficienza».

Dall’ospedale al domicilio: un approccio integrato

Uno dei temi centrali del Congresso SIGOT è proprio il superamento di una visione delle cure palliative limitata all’hospice o alla fase terminale oncologica. Nei reparti per acuti e nelle RSA sono numerosi i pazienti con bisogni complessi: dolore non controllato, difficoltà respiratorie, agitazione, depressione, decadimento cognitivo e perdita funzionale.

«Nel paziente geriatrico il bisogno palliativo non coincide sempre con una terminalità immediata – spiega Claudia Bauco, Componente del Consiglio Direttivo SIGOT – La sfida è riconoscere precocemente questi bisogni in ospedale, nelle RSA e al domicilio, costruendo un piano assistenziale condiviso con il paziente, quando possibile, e con la famiglia. Le cure palliative devono accompagnare la persona lungo l’evoluzione della malattia, migliorando il controllo dei sintomi, la comunicazione e l’appropriatezza delle cure».

Il caregiver, il paziente invisibile della cronicità avanzata

Il bisogno palliativo coinvolge anche la rete familiare. Nei percorsi di malattia cronica avanzata, i caregiver sono spesso chiamati a gestire assistenza quotidiana, terapie, dolore, burocrazia e decisioni cliniche complesse, con un forte impatto sulla salute fisica, psicologica ed economica.

«Un percorso di umanizzazione delle cure deve includere ascolto, formazione e sostegno ai familiari – aggiunge Claudia Bauco – Il caregiver va accompagnato e protetto: prendersi cura dell’anziano fragile significa non lasciare sola la famiglia».

Dolore e cure palliative al congresso SIGOT

Il tema delle cure palliative è approfondito nel 40° Congresso Nazionale SIGOT, in programma dal 20 al 22 maggio 2026 presso l’Omnia Hotel Shangri-La di Roma. Tra gli interventi previsti, la relazione del Prof. Graziano Onder sul bisogno di cure palliative in ospedale e nelle residenze per anziani, insieme ad approfondimenti sul trattamento del dolore nell’anziano, osteoartrosi e terapia antalgica in residenza e sul territorio.

Radioterapia oncologica, AIRO apre tre cantieri con le Istituzioni per il SSN

Tre cantieri aperti con le Istituzioni per rafforzare il ruolo della radioterapia oncologica nel Servizio sanitario nazionale.

«I tre cantieri sono ambiti di collaborazione con le Istituzioni con obiettivi pragmatici e ben definiti»

Il primo cantiere riguarda il percorso regolatorio europeo: indicazioni chiare e condivise per associare in sicurezza radioterapia e terapie farmacologiche già nelle valutazioni EMA sull’immissione in commercio dei nuovi medicinali, e poi nei successivi aggiornamenti di schede tecniche e piani terapeutici.

Il secondo cantiere riguarda la formazione: più crediti universitari dedicati, master per radio-oncologi, tecnici e fisici medici, borse di studio per gli specializzandi. Obiettivo, invertire la carenza di radio-oncologi e di personale specializzato, indispensabile per far funzionare i reparti di radioterapia.

Il terzo cantiere è sulla governance delle Reti Oncologiche regionali: linee di indirizzo e indicatori, messi a punto e condivisi con l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Age.Na.S.), per monitorare l’effettivo impiego della radioterapia, valutando esiti clinici, qualità della vita, tollerabilità dei trattamenti e accesso equo su tutto il territorio nazionale.

«La radioterapia è oggi uno degli strumenti più avanzati nella lotta contro il cancro»

Sono i tre impegni di AIRO, Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica, al centro della seconda edizione degli Stati Generali della Radioterapia Oncologica, realizzati su iniziativa del Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, Onorevole Ugo Cappellacci. Radio-oncologi, oncologi medici, radiologi, rappresentanti delle Istituzioni italiane ed europee e associazioni di pazienti si sono riuniti a Roma per affrontare le criticità che ancora limitano la piena valorizzazione della radioterapia: pilastro della cura per sei pazienti oncologici su dieci, ma ancora percepita troppo spesso come arma terapeutica di ultima istanza, se non addirittura palliativa.

«La radioterapia è oggi uno degli strumenti più avanzati nella lotta contro il cancro, ma il suo potenziale resta solo in parte espresso: pesano criticità regolatorie, carenze formative e disomogeneità territoriali. Servono regole più chiare, investimenti nella formazione specialistica e strumenti condivisi di monitoraggio, per garantire ai pazienti un accesso equo e tempestivo alle cure più avanzate», esordisce l’Onorevole Ugo Cappellacci.

«Garantire l’utilizzo ottimale della radioterapia richiede aggiornamento continuo, multidisciplinarietà e una forte capacità di innovazione organizzativa e clinica»

«Rispetto alla prima edizione degli Stati Generali, in cui la notizia erano le criticità, gli allarmi e la denuncia di una lunga serie di problemi – spiega Lorenzo Livi, Organizzatore dell’iniziativa, Professore Ordinario e Direttore SOD Radioterapia Oncologica dell’AOU Careggi di Firenze, Referente Radioterapia per il Collegio degli Ordinari in Radioterapia e Delegato alle Relazioni istituzionali di AIRO – quest’anno la notizia sono i tre “cantieri”: ambiti di collaborazione con le Istituzioni – la cui presenza testimonia la concretezza di questo lavoro – con obiettivi pragmatici e ben definiti, sui quali stiamo fattivamente progredendo».

«La radioterapia rappresenta un ambito cruciale nelle terapie oncologiche. Garantire il suo utilizzo ottimale è una sfida che richiede aggiornamento continuo, multidisciplinarietà e una forte capacità di innovazione organizzativa e clinica, per una efficace integrazione nei percorsi di cura. Una sfida che ci chiama tutti, Istituzioni, professionisti, associazioni, realtà accademiche, realtà della ricerca e della formazione a un impegno forte, ciascuno per la propria parte», dichiara Orazio Schillaci, Ministro della Salute. «Il Ministero della Salute considera prioritario il rafforzamento dell’assistenza oncologica e per questo abbiamo già agito su più fronti. Attraverso il Pnrr, abbiamo, ad esempio, investito in modo importante sul rinnovamento delle grandi apparecchiature ospedaliere, con l’obiettivo di mettere a disposizione strumenti sempre più all’avanguardia e cure di qualità e omogenee sul territorio nazionale. È fondamentale anche continuare a investire sul capitale umano per rendere la radioterapia più attrattiva per i giovani medici. Su questo cammino possiamo e dobbiamo proseguire insieme».

Integrare radioterapia e farmaci: un’evoluzione del percorso autorizzativo europeo

Le evidenze scientifiche dimostrano che l’approccio combinato tra radioterapia e terapie farmacologiche migliora gli esiti clinici e amplia le possibilità di controllo di numerose malattie oncologiche. Ma il riconoscimento dell’associazione fra farmaci e radioterapia è ancora parziale, già a livello di valutazione dei nuovi medicinali: gli studi clinici sui farmaci raramente includono in modo sistematico le combinazioni con la radioterapia. Di conseguenza mancano indicazioni omogenee su sicurezza, interazioni ed eventuale tossicità aggiuntiva.

Gli studi clinici sui farmaci raramente includono in modo sistematico le combinazioni con la radioterapia

Come sottolinea la Dottoressa Sandra Gallina, Direttrice Generale Salute e Sicurezza alimentare della Commissione Europea, «La convergenza tra radioterapia e terapie farmacologiche innovative è una delle frontiere più promettenti dell’oncologia, ma oggi il potenziale di queste combinazioni emerge troppo spesso solo nella pratica clinica, con opportunità perse per i pazienti. La nuova legislazione farmaceutica europea – con autorizzazioni più rapide per i prodotti combinati, l’introduzione dei regulatory sandboxes e il rafforzamento del Piano SAMIRA – crea le condizioni per accelerare lo sviluppo di radiofarmaci innovativi e dare pieno spazio alle radiazioni ionizzanti nell’Europe’s Beating Cancer Plan».

In questo scenario, il dialogo a livello europeo su evidenze scientifiche, sviluppo clinico e processi regolatori è la chiave per un uso più integrato delle opzioni terapeutiche disponibili. Istituzioni ed enti regolatori continentali possono favorire l’integrazione della radioterapia nella valutazione e quindi nello sviluppo dei farmaci, sostenendo evidenze scientifiche dedicate e aggiornamenti tempestivi di schede tecniche e piani terapeutici.

Formare la nuova generazione di radio-oncologi

In Italia la radioterapia vive una crisi di attrattività senza precedenti. Nel 2025, a fronte di 139 posti nelle scuole di specializzazione, si sono iscritti appena 42 specializzandi. Se la tendenza non si inverte, il Servizio sanitario nazionale rischia di non garantire cure radioterapiche adeguate nell’arco di poco più di un decennio, proprio mentre le diagnosi di malattie neoplastiche e il fabbisogno clinico continuano ad aumentare. Questa minaccia richiede un impegno su più fronti: corsi obbligatori di radioterapia oncologica nelle lauree in Medicina e Chirurgia, con un numero di crediti formativi adeguato; master dedicati non solo ai radio-oncologi, ma anche a tecnici e fisici medici; borse di studio per gli specializzandi; campagne di sensibilizzazione che valorizzino il ruolo strategico della disciplina.

Radioterapia nelle reti oncologiche: governance e indicatori condivisi

L’oncologia è sempre più complessa sul piano clinico e organizzativo, e richiede strumenti condivisi a sostegno della programmazione sanitaria. La radioterapia ha assunto un ruolo crescente grazie all’innovazione tecnologica, ma permangono differenze territoriali rilevanti nell’accesso e nell’utilizzo dei trattamenti. L’introduzione di indicatori specifici per la radioterapia da parte dell’Age.Na.S. consentirà una valutazione più completa dei percorsi oncologici: appropriatezza clinica, distribuzione territoriale dei trattamenti, qualità della vita, tollerabilità ed esiti funzionali. Strumenti che rafforzeranno la governance sanitaria, aumentando trasparenza e omogeneità territoriale e promuovendo cure oncologiche più eque e di qualità crescente.

«Gli Stati Generali sono ormai un tavolo autorevole e riconosciuto, che riunisce Istituzioni, comunità scientifica, professionisti e Associazioni dei pazienti attorno a un obiettivo comune: rafforzare il ruolo della radio-oncologia nei percorsi di cura e garantire un accesso più equo a questi trattamenti», dichiara Stefano Pergolizzi, Presidente AIRO. «Questa sfida richiede un approccio sinergico: integrazione tra radioterapia e farmaci innovativi già nello sviluppo regolatorio a livello europeo, rilancio della formazione, indicatori Age.Na.S. per la governance delle terapie a livello regionale. Come AIRO, continueremo a stimolare il dialogo con le Istituzioni nell’interesse dei pazienti».

Oltre 100 scienziate lanciano con Fondazione Onda un manifesto per la ricerca biomedica delle donne

Dare voce all’eccellenza scientifica femminile, promuovere modelli di leadership per il futuro e contribuire concretamente al miglioramento della qualità della ricerca biomedica. Sono questi gli obiettivi del primo Manifesto di Fondazione Onda ETS e delle Top Italian Women Scientists (TIWS), presentato a Milano a Palazzo Lombardia in occasione della cerimonia di premiazione del Club TIWS, che quest’anno celebra il suo decimo anniversario.

In Italia metà dei ricercatori a tempo determinato in ambito biomedico è donna. Tra i professori ordinari, però, le donne sono appena il 29%

Un impegno urgente, in un sistema in cui le donne hanno quasi una probabilità doppia rispetto agli uomini di non raggiungere il vertice della carriera accademica [1]. Sebbene in Italia le donne rappresentino, infatti, il 57,3% dei laureati e superino il 42% dei dottori di ricerca in ambito STEM – valore superiore alla media europea del 37% – la loro presenza si riduce drasticamente salendo nella carriera accademica: dal 50% delle ricercatrici a tempo determinato in ambito biomedico – settore di eccellenza del club TIWS – si arriva al 29% dei professori ordinari [2]Nel settore universitario e della ricerca pubblica il divario retributivo di genere si attesta al 16,6% [3], mentre il cosiddetto “maternal wall” continua a rappresentare uno spartiacque: il momento critico coincide con la fase della pianificazione familiare, quando le carriere femminili subiscono la divaricazione più netta nel passaggio da ricercatrice a professoressa associata. 

Alessandro Fermi, Assessore Università, Ricerca e Innovazione di Regione Lombardia, commenta: «La presentazione del primo Manifesto della Fondazione Onda ETS, insieme alle Top Italian Women Scientists, rappresenta un passaggio concreto verso una vera trasformazione culturale della comunità scientifica. Non si tratta solo di un documento di intenti, ma di una presa di posizione chiara su nodi strutturali che da tempo condizionano l’equità e la qualità della ricerca. Costruire una comunità scientifica più inclusiva non deve più essere un obiettivo accessorio, ma una condizione necessaria per generare innovazione di qualità e rendere il sistema più equo, ma anche più competitivo e capace di rispondere alle sfide della società contemporanea. Chiudo facendo i miei più sinceri complimenti alle donne premiate oggi, che incarnano alla perfezione questa necessaria evoluzione.»

Con questo Manifesto celebriamo un’evoluzione: trasformare il valore delle scienziate in una leva concreta per migliorare ricerca e salute

Il Manifesto nasce da questa consapevolezza e individua dieci azioni prioritarie: dall’equità di genere nei percorsi di carriera alla riduzione dei bias nei sistemi di valutazione, dalla promozione della leadership femminile all’integrazione della dimensione di sesso e genere nella ricerca scientifica. Un impegno che mira a costruire una comunità scientifica più inclusiva, capace di generare innovazione e migliorare gli esiti di salute. 

Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda ETS, dichiara: «Con questo Manifesto celebriamo un’evoluzione: trasformare il valore delle scienziate in una leva concreta per migliorare ricerca e salute. Il Manifesto è uno strumento strategico per promuovere modelli più equi, trasparenti e meritocratici e investire nella leadership femminile come motore di qualità e innovazione. Un punto di partenza per un cambiamento sistemico fondato su azioni concrete: mentoring, modelli di carriera flessibili, integrazione della medicina di genere e coinvolgimento di tutti gli stakeholder.»

Adriana Albini, presidente del Club Top Italian Women Scientists, commenta: «Investire nella ricerca biomedica delle donne significa ampliare lo sguardo della scienza, renderla più rappresentativa, innovativa e inclusiva. Il Manifesto vuole proporre un impegno collettivo per superare barriere ancora presenti e costruire un sistema della ricerca che sappia riconoscere e valorizzare pienamente il merito e il talento femminile.»

Investire nella ricerca biomedica delle donne significa ampliare lo sguardo della scienza, renderla più rappresentativa, innovativa e inclusiva

Il Manifesto si inserisce nel percorso pluriennale di Fondazione Onda ETS, impegnata nella promozione della salute della donna e della medicina di genere, e rafforza il ruolo del Club TIWS come interlocutore qualificato per istituzioni, università e sistema della ricerca.

Le azioni del Manifesto:

  1. Promuovere l’equità di genere nella ricerca scientifica.Garantire pari opportunità di accesso, sviluppo e avanzamento di carriera, contrastando ogni forma di discriminazione diretta e indiretta.
  2. Riconoscere e superare i bias di genere. Integrare strumenti di valutazione trasparenti e basati su criteri oggettivi per ridurre l’impatto dei pregiudizi e dei bias nei processi di selezione, finanziamento e promozione.
  3. Contrastare stereotipi e discriminazioni sistemiche. Attuare programmi di formazione e sensibilizzazione per riconoscere e superare stereotipi culturali, sociali e professionali.
  4. Valorizzare la leadership femminile. Favorire l’accesso delle donne a ruoli decisionali e di governance, promuovendo modelli di leadership inclusivi e diversificati.
  5. Promuovere modelli di carriera flessibili e inclusivi. Riconoscere percorsi non lineari, contestualizzando le interruzioni di carriera e le differenti traiettorie professionali.
  6. Rafforzare il tutoraggio e i modelli di riferimento, supportare le giovani ricercatrici. Sostenere programmi strutturati di mentoring e creare reti di supporto per favorire la crescita professionale e la condivisione di esperienze; valorizzare figure femminili di eccellenza come esempi di riferimento e “role model” per ispirare le nuove generazioni.
  7. Promuovere la cultura dell’inclusione nella progettualità della ricerca. Integrare la dimensione di genere nella conduzione dei progetti scientifici, nei protocolli di ricerca e nell’innovazione. Promuovere una maggiore partecipazione delle donne allo sviluppo dei modelli di IA.
  8. Integrare la dimensione di sesso e di genere nei protocolli della ricerca. Promuovere l’inclusione del sesso e del genere nei disegni sperimentali, negli studi e nella sperimentazione clinica. 
  9. Garantire un equilibrio sostenibile tra vita professionale e personale. Sviluppare politiche concrete di supporto alla genitorialità, alla cura degli anziani e al benessere personale, all’equilibrio tra vita e lavoro, rispettando i tempi dedicati alla vita privata e superando modelli organizzativi incompatibili con carriere sostenibili.
  10. Favorire un impegno collettivo e multi-stakeholder. Coinvolgere istituzioni, università, enti di ricerca, società scientifiche e settore privato in una strategia condivisa per il cambiamento.

Sonia Levi, vicepresidente del Club TIWS, osserva: «Questo decalogo non propone solo una ‘questione femminile’, ma una revisione globale del modo in cui facciamo ricerca. Una scienza che non discrimina è, semplicemente, una scienza migliore.»

Nato nel 2016, il Club TIWS di Fondazione Onda ETS riunisce oggi 108 tra le migliori scienziate italiane in ambito biomedico, tra cui a titolo d’esempio: Adriana Albini, collaboratrice alla Direzione Scientifica IRCCS Istituto Europeo di Oncologia IEO; Sonia Levi, professoressa ordinaria di Biologia applicata all’Università Vita-Salute San Raffaele; Rossella Nappi, professoressa ordinaria di Ostetricia e Ginecologia all’Università degli Studi di Pavia; Liliana Dell’Osso, professoressa ordinaria di Psichiatria all’Università di Pisa e past president della Società Italiana di Psichiatria (SIP); Delia Goletti, direttrice del laboratorio di ricerca traslazionale dell’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani.

Una scienza che non discrimina è, semplicemente, una scienza migliore

Una rete cresciuta in dieci anni dalle prime 38 ricercatrici fino a diventare punto di riferimento nel dibattito scientifico e ancora più preziosa in un Paese che forma talenti, ma non sempre li trattiene: l’Italia è, infatti, seconda per nazionalità dei vincitori ERC (European Research Council), ma solo settima come sede di ricerca. Nel 2025, su 55 italiani premiati, solo 30 hanno scelto di restare. A dieci anni dalla sua nascita, il Club TIWS compie così un passo ulteriore: da rete di eccellenze a realtà capace di incidere sulle politiche pubbliche e contribuire a costruire una scienza più equa, inclusiva e orientata al futuro.

Riferimenti bibliografici

[1] Il Glass Ceiling Index italiano è 1,52 (MUR, 2022).
[2] Focus sulle carriere femminili in ambito accademico (MUR, 2025).
[3] INPS, Rendiconto di genere 2024.

Accendiamo i riflettori sulla tossicità temporale, il tempo invisibile che pesa sui pazienti oncologici

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Francesco De Lorenzo

«La voce dei pazienti non è più soltanto un’istanza etica o di equità, ma una vera questione di metodo»: nel 18esimo Rapporto sulla condizione assistenziale del malato oncologico, Francesco De Lorenzo, Presidente della Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (F.A.V.O.) richiama la necessità di ripensare l’organizzazione sanitaria a partire dall’esperienza concreta delle persone in cura.  

Una riflessione che si intreccia con un tema su cui è necessario accendere i riflettori: la tossicità temporale, ovvero il carico di attese, burocrazia, spostamenti e percorsi frammentati che rappresenta sempre più una forma sommersa di disuguaglianza sanitaria.

Questa dimensione, infatti, sta emergendo come uno degli aspetti meno visibili ma più pervasivi dell’oncologia moderna. Non riguarda solo le ore trascorse in ospedale, ma tutto ciò che la malattia sottrae alla vita quotidiana: lavoro, relazioni, autonomia e reddito, sia per la persona malata sia per il caregiver.

Ne hanno parlato, in particolare, Elisabetta Iannelli (Segretario generale F.A.V.O.) e Raffaele Giusti (Ricercatore a tempo determinato, Oncologia Medica, Dipartimento di Medicina Clinica e Molecolare, Sapienza Università di Roma).

Time toxicity è il “tempo che sfugge alla vita”

Elisabetta Iannelli

Per Elisabetta Iannelli la definizione più efficace è quella di “tempo che sfugge alla vita”. Un’espressione che restituisce immediatamente il senso di ciò che molti pazienti sperimentano durante il percorso di cura. «La tossicità temporale è il tempo che la malattia oncologica e le cure sottraggono alla vita quotidiana del paziente e della sua famiglia», spiega. Un carico che non coincide soltanto con la terapia, ma comprende visite, esami, prenotazioni, attese e continui accessi ai centri di cura.

Secondo Iannelli, una quota significativa di questo tempo potrebbe essere restituita ai pazienti attraverso una migliore organizzazione dei percorsi assistenziali. L’esempio è quello dei pazienti costretti a recarsi in ospedale in giorni diversi per prelievi, visita oncologica e infusione terapeutica. «Molto spesso questo potrebbe essere risolto con modalità differenti», osserva Iannelli, immaginando prelievi effettuati vicino casa, invio telematico degli esami e visite concentrate nel giorno stesso della terapia. Ridurre da tre accessi a uno solo può sembrare marginale, ma nell’arco di mesi o anni di trattamenti significa “restituire” settimane o addirittura mesi di vita.

«La tossicità temporale diventa tossicità finanziaria»

Il fenomeno si traduce anche in impoverimento economico. «La tossicità temporale diventa tossicità finanziaria», sottolinea Iannelli, perché coinvolge non solo il paziente, ma anche il caregiver. Giorni di lavoro persi, ferie consumate, spese per esami effettuati nel privato quando le liste d’attesa pubbliche non sono compatibili con i tempi della cura. Dai racconti dei pazienti emergono episodi ricorrenti: ore trascorse al telefono per prenotare esami, spostamenti inutili tra strutture diverse, percorsi amministrativi frammentati. «Ci sono centri di eccellenza che operano già in modo integrato», spiega ancora Iannelli, «altri invece obbligano il paziente a prenotare autonomamente visite ed esami al di fuori della struttura dove è in cura». Una contraddizione che, secondo F.A.V.O., mette in discussione il principio stesso della presa in carico personalizzata.

La tossicità temporale coinvolge non solo il paziente ma anche il caregiver

Anche la telemedicina può rappresentare uno strumento utile, purché venga utilizzata come integrazione e non come sostituzione del rapporto umano. «La medicina digitale non è la soluzione», chiarisce Iannelli, «ma può ridurre tempi e spostamenti». Tuttavia, avverte, il rapporto diretto con medici e infermieri resta fondamentale: «Il paziente si sentirebbe abbandonato se tutto venisse sostituito dal digitale».

Time toxicity come parametro negli studi clinici

La riflessione finale riporta il tema su un piano etico oltre che organizzativo. «Restituire tempo di vita alla persona malata significa anche non sottrarre tempo inutilmente», conclude Iannelli. «Fa parte di un’oncologia moderna che rispetti le esigenze umane del paziente».

Restituire tempo di vita alla persona malata significa anche non sottrarre tempo inutilmente

Dal punto di vista clinico e scientifico, Raffaele Giusti evidenzia come questo tema sia ancora poco considerato nella ricerca oncologica. Gli studi clinici misurano la sopravvivenza, il tempo alla progressione o il tempo all’evento che si vuole analizzare, ma raramente quantificano il tempo sottratto al paziente dalla cura stessa. «Una vera misura standardizzata della tossicità temporale ancora non esiste», osserva. «Eppure, il tema sta acquisendo crescente attenzione: dai primi contributi pubblicati nel 2022 alle più recenti discussioni nei congressi internazionali, inclusa l’ESMO dove sono stato relatore sul tema nel 2024, la time toxicity sta progressivamente entrando nel linguaggio della ricerca oncologica e della valutazione degli esiti di cura».

Raffaele Giusti

Per Giusti il nodo centrale è che non tutti i pazienti pagano lo stesso “prezzo di tempo” per accedere alla medesima cura. Il peso reale del trattamento comprende viaggi, attese, esami, gestione degli effetti collaterali e recupero dopo le terapie, ma anche il tempo sottratto al lavoro e alla vita familiare. «Oggi tendiamo a ragionare così: il trattamento è efficace, quindi va bene. Ma dobbiamo capire qual è il prezzo di quella validità».

L’oncologo allarga poi il concetto a una dimensione sociale e cognitiva: il tempo passato ad attendere referti, cercare second opinion, interpretare documenti clinici, affrontare telefonate e procedure burocratiche. Elementi difficili da inserire negli endpoint tradizionali degli studi clinici perché spesso qualitativi, ma che incidono profondamente sulla qualità della vita.

«Il tempo del paziente non è una variabile accessoria», sottolinea Giusti. «È una risorsa clinica, familiare, economica e morale». Per questo dovrebbe diventare un parametro da misurare e ridurre, anche attraverso strumenti come telemedicina, prossimità assistenziale e integrazione organizzativa. Non semplici innovazioni tecniche, ma «strumenti di giustizia sanitaria».

La conclusione è netta: «Oggi non basta curare meglio. Bisogna curare senza consumare inutilmente la vita che la cura promette di proteggere».

PrEP, prevenzione HIV a macchia di leopardo: crescono utenti e nuove opzioni

L’utilizzo della PrEP, la profilassi farmacologica che abbatte il rischio di contagio da HIV, è aumentato sostanzialmente in Italia, ma non ovunque allo stesso ritmo. Nel 2024 gli utenti sono stati 16.220 rispetto ai 10.697 del 2023, anno in cui la profilassi pre-esposizione è stata resa gratuita per le persone a rischio grazie all’inserimento nell’elenco dei farmaci rimborsabili dal SSN.

L’uso della PrEP è aumentato ma con numeri disomogenei tra le regioni e persistenti diseguaglianze nell’accesso

In un solo anno si è registrato un incremento del 51,6%, ma con numeri disomogenei tra le regioni e persistenti diseguaglianze nell’accesso. I dati emergono dallo studio “Implementation of HIV pre-exposure prophylaxis (PrEP) in Italy (2023-2024): Results from the PrIDE cohort survey”, pubblicato quest’anno su «International Journal of Infectious Diseases».

Per valutare l’adozione della PrEP a livello regionale, il numero di nuovi utenti e le persone in follow-up, è stata condotta una survey nell’ambito della coorte PrIDE (Prevention ICONA Dedicated Ensemble), coinvolgendo 62 centri tra unità di malattie infettive e servizi territoriali. Se ne parla nel corso della 18ª edizione di ICAR – Italian Conference on AIDS and Antiviral Research, a Catania.

PrEP in Italia: prevenzione “a macchia di leopardo”

La maggior parte degli utenti si concentra in tre regioni: Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna raccolgono insieme il 75,6% delle persone in PrEP in Italia. Dallo studio emerge inoltre un identikit degli utilizzatori quasi esclusivamente al maschile: il 95,7% è costituito da uomini. Complessivamente, il 72% ha seguito la profilassi per l’intero anno (11.785 utenti), a fronte di un 20-25% circa di abbandoni.

«Nonostante la rimborsabilità – afferma Antonella Castagna, Presidente ICAR e Direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, fra i firmatari dello studio – in Italia la diffusione della PrEP presenta una distribuzione “a macchia di leopardo”, con poche regioni in cui il tema è molto sentito, e il numero di utenti resta inferiore a quelli che ne avrebbero diritto. La maggior parte delle persone che richiedono la PrEP è costituita da uomini che hanno rapporti sessuali con uomini e rappresentano oltre il 90% delle richieste. Le donne, invece, sono una percentuale molto ridotta, evidenziando la necessità di un approccio multidisciplinare che integri maggiormente la prevenzione dell’HIV nei percorsi di salute femminile. Attenzione andrebbe dedicata anche alle altre popolazioni difficilmente raggiungibili».

«Nonostante la rimborsabilità, il numero di utenti resta inferiore a quello di coloro che ne avrebbero diritto»

Nel 2024, sono state effettuate 2.379 nuove diagnosi di infezione da HIV, pari a 4,0 nuovi casi per 100.000 residenti. «Molte diagnosi avvengono in fase avanzata. È quindi essenziale utilizzare la PrEP come uno degli strumenti chiave per ridurre le nuove infezioni – rimarca Castagna – affiancandola a test rapidi, all’avvio immediato del trattamento in caso di diagnosi di infezione da HIV e allo screening per altre infezioni sessualmente trasmesse».

Come emerge dai dati, «le donne che utilizzano la PrEP sono ancora pochissime e la prevenzione al femminile è spesso associata alla sola contraccezione, come se fossero ambiti separati, mentre anticoncezionali e PrEP dovrebbero essere considerati parte dello stesso percorso di tutela della salute – commenta Ilenia Pennini, Co-presidente del Congresso ICAR e Responsabile Salute Arcigay Nazionale –. Se l’uso della contraccezione è stato progressivamente normalizzato, lo stesso non è ancora avvenuto per la prevenzione dell’HIV. Per arrivare all’obiettivo zero dell’OMS è necessario utilizzare tutti gli strumenti disponibili. E in questo senso il ruolo dei ginecologi appare limitato: non sono molti coloro che associano alla contraccezione il consiglio della PrEP».

PrEP long-acting: perché può migliorare l’aderenza

In questo scenario arriva la rimborsabilità della PrEP long-acting, pubblicata in Gazzetta Ufficiale ad aprile 2026 dopo l’ok dell’Agenzia italiana del farmaco. «Queste formulazioni long-acting potrebbero cambiare completamente lo scenario della prevenzione delle nuove infezioni», commenta Giuseppe Nunnari, Co-presidente del 18° Congresso ICAR, Professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Catania e Presidente Regionale Sicilia della SIMIT.

La novità, rispetto alla PrEP orale, è la modalità di somministrazione: dopo una prima iniezione dovrà seguirne una seconda a distanza di un mese, mentre le successive singole iniezioni di mantenimento sono previste ogni due mesi. Una somministrazione bimestrale, dunque, per abbattere il rischio di contrarre l’HIV.

La PrEP long-acting, che prevede iniezioni di mantenimento bimestrali, potrebbe ridurre in modo significativo il problema dell’aderenza alla terapia quotidiana

«In questo modo si riduce in modo significativo il problema dell’aderenza alla terapia quotidiana e proprio per questo la PrEP long-acting ha dimostrato un numero inferiore di infezioni rispetto alla formulazione orale che, in base al livello di rischio individuale, può essere assunta con una compressa al giorno oppure “on demand”, cioè prima e dopo il rapporto a rischio – spiega Castagna –. Questo aspetto è cruciale se si considera che, nel tempo, la continuità nell’assunzione della PrEP orale tende a diminuire: i dati della coorte PrIDE mostrano che tra il 20% e il 25% degli utilizzatori di PrEP orale presenta discontinuità già nel primo anno, aumentando il rischio di infezione. La nuova opzione terapeutica rappresenta un’opportunità concreta per rilanciare le strategie di prevenzione anche grazie alla capacità del farmaco di mantenere concentrazioni efficaci per un periodo prolungato».

A chi è rivolta

Si tratta però di un farmaco costoso. «Il costo elevato della PrEP long-acting ha portato l’AIFA a definire criteri precisi di accesso – chiarisce Castagna – privilegiando le popolazioni ad alto rischio di acquisizione dell’HIV e quelle che non riescono a utilizzare la PrEP orale per problemi di tollerabilità. In questo contesto, l’Italia si colloca attualmente all’avanguardia in Europa, grazie a un progetto che amplia gli strumenti disponibili per raggiungere una quota più ampia di popolazione».

Il tema della PrEP long-acting è «oggi centrale anche nel dibattito scientifico, con un forte coinvolgimento dei giovani ricercatori. In questo contesto si inserisce il congresso ICAR, che rappresenta una prima occasione in cui ricercatori e community collaborano attivamente per discutere prospettive e implicazioni di questa innovazione, frutto di un’approvazione attesa da lungo tempo. Tra i limiti attuali vi è il fatto che la prescrizione sia riservata a centri ospedalieri e specialisti infettivologi, con una scheda cartacea valida per due mesi che richiede una conoscenza approfondita del paziente. Inoltre, il costo del farmaco è significativamente superiore rispetto alla formulazione orale. Nei primi due anni sarà fondamentale valutare i numeri di utilizzo per poter effettuare un bilancio insieme ad AIFA e ridefinire eventualmente le strategie di accesso. È importante sottolineare che non si tratta di una scelta tra due alternative, ma di opzioni complementari che permettono di raggiungere persone diverse con bisogni differenti», conclude Castagna.