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AIFA entra nella Piattaforma Digitale Nazionale Dati

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) entra nella Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND) con un primo catalogo di sei servizi digitali per la consultazione automatica delle informazioni sui medicinali autorizzati in Italia. L’iniziativa rientra nel progetto PNRR «Interoperabilità dei dati relativi ai medicinali ad uso umano» e punta a facilitare la condivisione delle informazioni tra le pubbliche amministrazioni.

Attraverso l’integrazione dei servizi nei propri sistemi informatici, Regioni, aziende sanitarie, ospedali e altri soggetti autorizzati possono acquisire dati tecnici e amministrativi aggiornati, fogli illustrativi, Riassunti delle Caratteristiche del Prodotto (RCP) e informazioni sulle carenze, senza dover ricorrere a ricerche e inserimenti manuali.

AIFA entra nella PDND con 6 servizi digitali per la consultazione automatica delle informazioni sui medicinali autorizzati in Italia

L’interoperabilità può contribuire a ridurre i tempi di lavoro e il rischio di utilizzare documentazione non aggiornata, supportando anche la programmazione degli acquisti, la gestione delle scorte e l’individuazione di alternative terapeutiche in caso di indisponibilità di un farmaco. L’iniziativa si inserisce nel percorso di digitalizzazione della sanità pubblica, con l’obiettivo di migliorare la collaborazione tra amministrazioni e la tempestività delle risposte ai bisogni dei cittadini.

Riabilitazione di comunità, la FNO TSRM e PSTRP propone un modello multiprofessionale

La FNO TSRM e PSTRP sostiene la proposta di legge c. 1199 in materia di riabilitazione, proponendo a tal riguardo di ampliarne l’impianto normativo, al fine di garantire il pieno coinvolgimento di tutte le professioni sanitarie dell’area riabilitativa.

Diego Catania

«Guardiamo con favore alla proposta di legge, purché il suo percorso legislativo conduca a una formulazione più ampia e inclusiva, capace di includere l’intera area della riabilitazione». È quanto ha affermato il presidente Diego Catania durante l’audizione parlamentare tenutasi questa mattina davanti i componenti della XII Commissione Affari sociali della Camera dei deputati.

«La Federazione nazionale – ha sottolineato Catania – riconosce il valore dell’iniziativa legislativa», che punta a portare la riabilitazione più vicino alle persone attraverso l’assistenza domiciliare, le cure primarie e le Case della comunità. «La nostra proposta è costruire percorsi integrati, con équipe multiprofessionali che possano rispondere ai bisogni clinici e funzionali della persona, nel rispetto delle competenze di ciascuna professione».

La FNO TSRM e PSTRP sostiene la proposta di legge C. 1199, chiedendo una normativa inclusiva per tutte le professioni riabilitative

Il modello proposto dalla FNO TSRM e PSTRP intende valorizzare tutte le professioni dell’area della riabilitazione rappresentate dalla Federazione nazionale: Logopedisti, Terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, Terapisti occupazionali, Tecnici della riabilitazione psichiatrica, Educatori professionali, Ortottisti e Podologi.

«Il punto decisivo è, secondo noi, l’appropriatezza», sottolinea Catania. Insieme alla prevenzione e all’equità, questo principio guida un modello che prevede accesso unico, valutazione multiprofessionale, progetto riabilitativo personalizzato e continuità assistenziale, con il coinvolgimento e il sostegno delle famiglie.

«L’obiettivo comune deve essere una riabilitazione di prossimità che riduca la frammentazione, migliori l’accesso alle cure, aumenti l’appropriatezza delle prestazioni, sostenga le persone assistite e renda il sistema sanitario più solido», ha concluso il Presidente Catania.

HTA in Veneto: accelerare l’innovazione che genera valore per il SSR

Come rendere più rapido l’accesso alle innovazioni sanitarie, garantendo sostenibilità e valore per il Servizio sanitario regionale? È la domanda al centro dell’incontro “Il valore dell’innovazione nella sanità: modelli e prospettive dell’HTA in Veneto”, organizzato da Confindustria Veneto il 7 ottobre, in collaborazione con Health Ecole – Scuola di Sanità.

L’iniziativa ha approfondito l’evoluzione dei processi di Health Technology Assessment (HTA) nella Regione Veneto, con l’obiettivo di favorire il dialogo tra istituzioni, strutture sanitarie, imprese e professionisti sulla valutazione e sull’adozione di dispositivi medici, farmaci e servizi. L’HTA consente infatti di considerare le implicazioni cliniche, economiche, organizzative, etiche e sociali delle tecnologie, supportando decisioni basate sulle evidenze.

Vitae, un HUB per la collaborazione pubblico-privato

Nel corso dell’incontro Marco Dal Brun e Giusy Mainardi (Confindustria Veneto) hanno presentato obiettivi e attività di VITAE, l’Hub Veneto delle Scienze della Vita e della Salute, nato con l’intento di riunire gli attori pubblici e privati del sistema sanitario regionale, promuovendo il dialogo e il confronto e favorendo lo sviluppo di indirizzi, progetti e sperimentazioni condivisi.

L’iniziativa punta a mettere a sistema competenze e valori e a consolidare le sinergie tra pubblico e privato, valorizzando un ecosistema della salute già riconosciuto a livello nazionale e rafforzandone la capacità di generare soluzioni innovative, in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini in un contesto in rapida evoluzione.

Sul piano operativo, VITAE si propone di dar vita a una piattaforma permanente di osservazione, confronto e innovazione sanitaria, con l’obiettivo di contribuire al miglioramento dei servizi sanitari e della qualità della vita dei cittadini.

HTA in Veneto: istituzioni, professionisti e imprese a confronto

Nel corso dell’incontro si sono svolte due tavole rotonde per approfondire, da un lato, lo stato dell’arte e le prospettive dell’HTA in Veneto e, dall’altro, il ruolo dei professionisti e delle imprese nei processi di valutazione e adozione delle tecnologie sanitarie.

Alla prima tavola rotonda hanno partecipato Valentina Orsini, Anna Cavazzana, Barbara Camerin e Anna Gelisio, di Azienda Zero Regione Veneto.

Il secondo confronto ha coinvolto Giancarlo Bizzarri (ULSS 2 Veneto), Francesca Menotto (Azienda Ospedale-Università di Padova), Marina Coppola (IOV – Istituto Oncologico Veneto), Stefano Bergamasco (AIIC – Associazione Italiana Ingegneri Clinici), Alessandro Preziosa (Confindustria Dispositivi Medici), Paolo Daniele Siviero (Farmindustria) e Fulvio Sbroiavacca (ANITEC-ASSINFORM).

Le conclusioni sono state affidate a Giovanna Scroccaro, per la Regione Veneto, e Stefano Miotto, per Confindustria Veneto SIAV.

Carrara: «Tumore al pancreas, la diagnosi precoce sarà sempre più personalizzata»

Una sfida ancora aperta, una ricerca che prosegue anche per intercettare sempre più precocemente l’insorgere della patologia. Il tumore al pancreas registra ogni anno circa 14mila nuove diagnosi in Italia, e circa la metà dei pazienti presenta già metastasi quando compaiono i primi sintomi. Per capire a che punto è la ricerca TrendSanità ha intervistato Silvia Carrara, Ricercatore presso Humanitas University, Caposezione dell’Ecoendoscopia Diagnostica e Terapeutica, Dipartimento di Gastroenterologia, IRCCS Humanitas Research Hospital, Past President dell’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP).

Professoressa Carrara, quali sono oggi le possibilità di prevenzione del tumore al pancreas e su quali fattori è possibile intervenire per ridurne il rischio?

«Dobbiamo anzitutto distinguere tra prevenzione primaria e secondaria. La prevenzione primaria significa ridurre, per quanto possibile, i fattori che aumentano il rischio di sviluppare un tumore del pancreas (qui parliamo nello specifico di adenocarcinoma del pancreas): soprattutto non fumare, mantenere un peso adeguato, seguire uno stile di vita sano che preveda una alimentazione corretta e regolare attività fisica, e limitare il consumo eccessivo di alcol. Ricordiamoci che il fumo e l’obesità sono i principali fattori di rischio modificabili.

Nella prevenzione secondaria si identificano le persone con un rischio più elevato

La prevenzione secondaria, invece, ha l’obiettivo di identificare la malattia o i suoi precursori (cioè lesioni che danno poi origine al cancro), prima che compaiano i sintomi. Oggi non esiste uno screening raccomandato per la popolazione di massa, perché il tumore del pancreas è relativamente poco frequente e non disponiamo ancora di un test semplice, economico e sufficientemente accurato per tale scopo. L’attenzione si concentra quindi nell’identificare gruppi di persone che presentano un rischio significativamente più elevato, per esempio per familiarità o per la presenza di specifiche mutazioni genetiche. In questi soggetti, programmi di sorveglianza con risonanza magnetica e/o ecoendoscopia possono consentire di individuare lesioni precancerose o tumori in fase molto precoce, quando le possibilità di cura sono maggiori».

Una diagnosi il più possibile precoce è ancora difficile: si è parlato di recente di “biopsia liquida” sensibile a rilevare gli stadi 1 e 2 del tumore al pancreas. A che punto siamo?

«Sì, la ricerca oggi punta soprattutto a rendere questa sorveglianza sempre più personalizzata e a ottimizzare le modalità di diagnosi precoce del tumore del pancreas. Diversi gruppi di ricerca stanno studiando biomarcatori nel sangue, la cosiddetta “biopsia liquida”: si tratta di alterazioni molecolari (DNA tumorale circolante, alterazioni della metilazione, microRNA..) e genetiche.

Sono in corso studi sulla biopsia liquida

Uno studio internazionale prospettico pubblicato recentemente su «Nature Medicine» ha valutato un test di biopsia liquida che combina microRNA circolanti e CA 19-9. Nella coorte di validazione ha raggiunto una sensibilità dell’86,8% per i tumori pancreatici in stadio I-II. I risultati sono molto promettenti, ma il test non è ancora pronto per lo screening clinico. Servono ulteriori validazioni, soprattutto nei soggetti asintomatici e ad alto rischio, per ridurre il problema dei falsi positivi».

Per una diagnosi precoce del tumore al pancreas ci sono allo studio altre soluzioni?

«Sì, un settore molto interessante è l’intelligenza artificiale, che può analizzare immagini di TC, risonanza magnetica o ecoendoscopia, individuando caratteristiche molto sottili, talvolta non immediatamente riconoscibili dall’occhio umano. La direzione più promettente sembra essere l’integrazione di più informazioni, dati clinici, genetici, multi-omici, biomarcatori circolanti, radiomica e intelligenza artificiale. L’obiettivo futuro è quindi un approccio multimodale e personalizzato, capace di combinare rischio individuale, biomarcatori e imaging per selezionare le persone nelle quali approfondire la diagnosi.

L’AI può essere utile nell’analisi di immagini ma rimane fondamentale l’integrazione di informazioni da più fonti di dati

Sono prospettive molto promettenti, ma devono ancora essere validate su grandi popolazioni prima di diventare strumenti di screening routinario. Ricordo qui l’importanza di affidarsi a centri che abbiano una dimostrata esperienza nella diagnosi e nella cura delle malattie del pancreas, dove l’approccio multidisciplinare fa la differenza sia in termini di diagnosi precoce che di terapia».

Predisposizione genetica: cosa si sa per questo tipo di tumore? È possibile richiedere qualche test? 

«Una quota degli adenocarcinomi del pancreas, circa il 10%, è associata a una predisposizione genetica o familiare. Tra i geni più coinvolti vi sono BRCA2, ATM, PALB2, CDKN2A, STK11, TP53 e i geni del mismatch repair. In Italia AISP studia da anni queste persone attraverso il Registro Italiano delle Famiglie a Rischio di Tumore Pancreatico, sviluppando programmi di sorveglianza con risonanza magnetica.

In Italia sono stati sviluppati programmi di sorveglianza per persone con familiarità

Esiste anche il cosiddetto “tumore pancreatico familiare”, o FPC: famiglie nelle quali il tumore del pancreas compare in più consanguinei, anche in assenza di una mutazione genetica nota. Per questo la storia familiare è importante quanto il test genetico: questi soggetti possono comunque avere un rischio aumentato e, quando rispettano determinati criteri, essere candidati a programmi di sorveglianza dedicati. I dati prospettici hanno dimostrato la possibilità di identificare tumori in fase precoce, con tassi di resecabilità al momento della diagnosi attorno al 60%. Inoltre, uno studio genetico promosso da AISP, su 500 soggetti con familiarità (i cosiddetti FPC) ha identificato varianti germinali patogenetiche in circa il 9% dei casi che sino a quel momento non avevano ricevuto alcuna analisi o consulenza genetica. Il più recente position paper AISP, pubblicato nel 2026 su “Digestive and Liver Disease”, propone criteri aggiornati per l’accesso alla sorveglianza».

Quali consigli può dare a chi ha avuto casi familiari di tumore al pancreas?

«Un messaggio importante è raccogliere con attenzione la propria storia familiare oncologica, considerando non solo i tumori del pancreas, ma anche quelli insorti in altri organi, perché alcune sindromi genetiche predispongono a tumori differenti nella stessa famiglia. In presenza di una familiarità significativa è opportuno parlarne con il proprio medico o rivolgersi ai centri che partecipano al Registro AISP, dove è possibile ricevere indicazioni sull’eventuale consulenza genetica, sull’opportunità di eseguire un test e, quando indicato, sull’inserimento in un programma di sorveglianza».

HPV, dall’ISS il Manifesto “Traguardo Zero” per rafforzare la prevenzione dei tumori

Rafforzare la prevenzione dell’infezione da papillomavirus umano (HPV) e dei tumori correlati attraverso una collaborazione strutturata tra istituzioni, servizi sanitari, società scientifiche, scuole e associazioni. È questo l’obiettivo del Manifesto di intenti “Traguardo Zero”, presentato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e sottoscritto, tra i primi firmatari, dalla Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dalla Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO).

Il documento propone azioni concrete per aumentare la consapevolezza sull’impatto dell’infezione da HPV, promuovere la vaccinazione e gli screening e rendere più accessibili le opportunità di prevenzione. L’iniziativa nasce nell’ambito del progetto europeo PERCH e prosegue con la Joint Action SHIELD, valorizzando esperienze già sviluppate sul territorio e puntando a trasformarle in modelli sostenibili e replicabili.

Il Manifesto “Traguardo Zero” punta a rafforzare la prevenzione dell’HPV attraverso vaccinazioni, screening e collaborazione tra istituzioni e territori

«Il titolo che abbiamo scelto, Traguardo Zero, esprime un’ambizione importante. Ma soprattutto esprime una possibilità», ha affermato Rocco Bellantone, presidente dell’ISS, ricordando il legame tra l’infezione da HPV e diverse patologie oncologiche. «Ma nel caso dei tumori HPV-correlati c’è un elemento che cambia profondamente la prospettiva: una parte importante di questo carico di malattia può essere prevenuta».

Per Andrea Piccioli, direttore generale dell’ISS, l’Istituto deve favorire il confronto tra esperienze e responsabilità diverse, creando le condizioni per condividere e replicare i modelli di prevenzione sviluppati sul territorio.

Vaccinazione a scuola: i progetti pilota della ASL Roma 2

Tra le azioni previste dal Manifesto, un ruolo centrale è affidato alla scuola, considerata un contesto in cui promuovere la consapevolezza sull’HPV e favorire il dialogo tra studenti, famiglie e servizi sanitari.

La ASL Roma 2 ha avviato un progetto pilota che coinvolge inizialmente tre scuole della Capitale. Il percorso prevede la formazione degli insegnanti, attività informative rivolte agli studenti e, nell’autunno 2027, la possibilità di offrire la vaccinazione direttamente negli istituti scolastici.

L’iniziativa si basa anche sui risultati di esperienze già realizzate in Italia. Nell’ASL di Taranto, secondo i dati riportati nel comunicato, la copertura vaccinale ha raggiunto il 72,3% quando la vaccinazione è stata proposta a scuola, rispetto al 55,6% registrato con l’offerta ambulatoriale.

I progetti pilota prevedono percorsi di sensibilizzazione nelle scuole e la possibilità di offrire la vaccinazione direttamente agli studenti

Il progetto romano punta a sperimentare un modello integrato, per valutarne il funzionamento e le condizioni organizzative prima di considerarne un’eventuale estensione. «Il percorso inizia ora, e ci dovrebbe portare in un anno a offrire i vaccini nelle scuole in un contesto di partecipazione attiva da parte sia dei ragazzi e delle ragazze che delle famiglie», ha dichiarato Francesco Amato, direttore generale della ASL Roma 2.

Coperture vaccinali, resta il divario tra ragazze e ragazzi

I dati nazionali del Ministero della Salute aggiornati al 2024 evidenziano margini di miglioramento nell’adesione alla vaccinazione anti-HPV. Tra i dodicenni, ha completato il ciclo vaccinale il 51,2% delle ragazze e il 44,7% dei ragazzi.

Anche il coinvolgimento delle aziende sanitarie territoriali è parte della strategia. La ASL Roma 1 aderisce al Manifesto con l’obiettivo di ampliare la partecipazione ai programmi di prevenzione, raggiungendo anche le fasce di popolazione più vulnerabili.

Il direttore generale Giuseppe Quintavalle ha riferito che la copertura vaccinale nella ASL è passata dal 30,81% nel 2023 al 34,76% nel 2025. Nel primo semestre 2026, inoltre, l’azienda ha superato il 118% di estensione degli inviti, con quasi 35 mila donne contattate. Quest’ultimo indicatore riguarda l’attività di invito e non va confuso con la copertura vaccinale.

Per Enrico Di Rosa, presidente della SItI, la prevenzione deve diventare un impegno condiviso e radicato nei territori: «Fare rete tra servizi sanitari, scuole, professionisti, istituzioni e comunità significa portare la prevenzione più vicino alle persone e creare le condizioni per aumentare l’adesione e ridurre le disuguaglianze».

Formazione degli insegnanti e contrasto alla disinformazione

La formazione degli insegnanti rappresenta un altro elemento del progetto. L’ISS ha predisposto un corso di formazione a distanza dedicato all’infezione da HPV, alla vaccinazione, alla prevenzione dei tumori correlati e al contrasto della disinformazione.

Dopo una prima fase prevista tra ottobre e dicembre 2026, il corso sarà reso disponibile su scala nazionale a partire da gennaio 2027. Nelle scuole coinvolte nel progetto pilota, gli insegnanti formati accompagneranno gli studenti nelle attività educative e nella progettazione di iniziative di comunicazione rivolte alle famiglie.

«La scuola ha un ruolo centrale in questa alleanza: è un luogo in cui costruire consapevolezza, coinvolgere ragazze, ragazzi e famiglie e rafforzare il dialogo con i servizi sanitari», ha sottolineato Raffaella Bucciardini, direttrice del Centro Salute Globale dell’ISS.

Il Manifesto prevede inoltre il coinvolgimento delle società scientifiche attraverso contest rivolti ai professionisti, per raccogliere idee e proposte innovative. Il primo sarà promosso dalla SItI in occasione del prossimo convegno nazionale, previsto a ottobre.

Prevenzione più accessibile per le comunità vulnerabili

La strategia comprende anche interventi rivolti alle popolazioni che incontrano maggiori ostacoli nell’accesso ai programmi di prevenzione, per ragioni economiche, culturali o organizzative.

Tra le iniziative pilota della Joint Action SHIELD figura un percorso dedicato alla comunità Rom di Roma, con l’obiettivo di ridurre le barriere di accesso, costruire fiducia e favorire un rapporto più stabile con il sistema sanitario.

L’ampliamento progressivo delle adesioni al Manifesto e la valorizzazione delle esperienze territoriali puntano così a costruire modelli di prevenzione replicabili, capaci di coinvolgere istituzioni, professionisti e cittadini e di rendere la vaccinazione e gli screening più accessibili. Il “Traguardo Zero” si traduce, in questa prospettiva, nella possibilità di ridurre il carico dei tumori HPV-correlati attraverso interventi coordinati e una maggiore equità nell’accesso alla prevenzione.

Malattie reumatologiche, la SIR propone cinque priorità per rafforzare l’assistenza

La reumatologia italiana ha raggiunto importanti risultati nella ricerca e nella disponibilità di terapie innovative, ma persistono differenze territoriali e organizzative che condizionano l’accesso alle cure. È il quadro delineato dal primo Libro Bianco della Reumatologia Italiana, presentato il 12 ottobre al Senato dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR), in occasione della 30ª Giornata Mondiale delle Malattie Reumatologiche.

Il documento propone una roadmap per rafforzare la disciplina e migliorare la tempestività della diagnosi, l’omogeneità dei percorsi assistenziali e la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Le priorità indicate dalla SIR riguardano il potenziamento del personale specialistico, lo sviluppo dei centri di riferimento, il consolidamento delle reti regionali, l’accesso uniforme ai farmaci innovativi e il rafforzamento della formazione universitaria.

Una rete assistenziale ancora disomogenea

In Italia circa 10 milioni di persone convivono con almeno una malattia reumatologica. A fronte di questa domanda assistenziale, le Unità Operative Complesse di Reumatologia sono 42, pari a 0,71 ogni milione di abitanti, con differenze significative tra le Regioni.

Le criticità riguardano anche i tempi di accesso alle prestazioni: secondo Roberto Caporali, presidente eletto della SIR, in alcune Regioni l’attesa per una prima visita può superare i sei mesi, con possibili conseguenze sulla tempestività della diagnosi e sulla progressione della malattia.

Un altro nodo è rappresentato dall’accesso ai trattamenti. Circa il 23% dei reumatologi che operano in ambito ambulatoriale non può prescrivere direttamente i farmaci biologici, rendendo talvolta necessario il ricorso a un ulteriore centro autorizzato. Anche la formazione universitaria presenta differenze: nei corsi di Medicina, i crediti dedicati alla Reumatologia variano da uno a quattro a seconda dell’ateneo e in alcune sedi manca un professore ordinario della disciplina.

«Disponiamo di conoscenze e strumenti potenti, ma non tutti i cittadini possono beneficiarne in modo uniforme», osserva Caporali, sottolineando come il luogo di residenza possa ancora influenzare le opportunità diagnostiche e terapeutiche.

Le cinque priorità per la Reumatologia

Per rispondere a queste criticità, la SIR individua cinque direttrici di intervento.

  • Potenziare il personale specialistico, sulla base dei bisogni della popolazione e della distribuzione territoriale. Il Libro Bianco indica come riferimento un fabbisogno di 30 ore settimanali di specialistica reumatologica territoriale ogni 100.000 abitanti.
  • Rafforzare i centri di riferimento, prevedendo posti letto dedicati ai pazienti più complessi e una rete di unità operative dimensionata in base alla popolazione e alle caratteristiche geografiche regionali.
  • Sviluppare reti regionali e percorsi di cura condivisi, con Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) omogenei e una maggiore integrazione con le Case di Comunità e la medicina generale, anche per favorire il riconoscimento precoce delle patologie.
  • Garantire un accesso più uniforme alle terapie innovative, superando le differenze territoriali nelle possibilità di prescrizione e nell’accesso ai trattamenti.
  • Rafforzare la formazione universitaria, promuovendo una presenza adeguata della Reumatologia nei corsi di Medicina. La SIR propone almeno un professore ordinario della disciplina in ogni ateneo con un corso di laurea in Medicina.

Il documento richiama inoltre la necessità di investire nella ricerca clinica traslazionale e nella medicina di precisione, valorizzando le tecnologie digitali. L’integrazione di registri clinici, telemedicina, telemonitoraggio, intelligenza artificiale e sistemi informativi sanitari viene indicata come parte del percorso per migliorare la continuità assistenziale.

Ricerca e innovazione, i punti di forza da valorizzare

La fotografia della SIR evidenzia anche i risultati raggiunti dalla comunità scientifica italiana. Tra il 2016 e il 2025 sono state indicizzate su PubMed 17.053 pubblicazioni reumatologiche con affiliazione italiana. Le pubblicazioni annuali sono passate da 1.389 nel 2016 a 1.691 nel 2025, con un incremento superiore al 21%.

«La comunità reumatologica italiana partecipa in prima linea a livello internazionale per avanzare nella comprensione di patologie complesse, individuare biomarcatori e nuove soluzioni terapeutiche», sottolinea Alberto Cauli, presidente della Fondazione Italiana per la Ricerca in Reumatologia (FIRA). Per tradurre questi progressi in diagnosi più precoci e cure personalizzate, aggiunge, è necessario continuare a rafforzare le risorse dedicate alla ricerca.

Anche secondo Andrea Doria, presidente della SIR, gli investimenti nella disciplina possono produrre benefici clinici e organizzativi. «Più riusciremo a diagnosticare e a trattare precocemente queste condizioni, più otterremo non solo migliori risultati clinici ma anche meno disabilità, ricoveri e interventi chirurgici», afferma.

Dal Libro Bianco alle politiche sanitarie

La presentazione del documento si inserisce nel percorso istituzionale avviato per rafforzare e riorganizzare l’assistenza reumatologica, richiamato dalla senatrice Maria Cristina Cantù, promotrice dell’iniziativa al Senato. L’obiettivo è tradurre i bisogni delle persone con malattie reumatologiche in priorità e proposte operative rivolte a Parlamento, Ministero della Salute e Regioni.

Per la SIR, la sfida è ora trasformare le indicazioni del Libro Bianco in interventi misurabili, attraverso il confronto con le istituzioni, il mondo accademico, le professioni sanitarie e le associazioni dei pazienti. Come conclude Caporali, le priorità individuate costituiscono un percorso per tradurre il valore della Reumatologia in politiche sanitarie più efficaci e vicine ai bisogni delle persone.

Malattie tropicali in Italia, il caldo cambia la geografia delle infezioni

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Malattie un tempo associate quasi esclusivamente ai Paesi tropicali oggi possono essere contratte anche in Italia. Dengue, chikungunya e West Nile sono infezioni trasmesse dalle zanzare che, complici l’aumento delle temperature e i cambiamenti ambientali, trovano condizioni sempre più favorevoli alla diffusione anche alle nostre latitudini. A confermarlo sono i dati dell’Istituto Superiore di Sanità: dal 1° gennaio al 15 settembre 2026, in Italia sono stati registrati 294 casi di dengue, di cui 37 autoctoni, cioè contratti sul territorio nazionale, e 28 casi di chikungunya, di cui uno autoctono. Nel 2025 erano stati segnalati 384 casi autoctoni di chikungunya, a dimostrazione di come queste infezioni possano dare origine a focolai locali anche nel nostro Paese.

Il fenomeno riguarda l’intera Europa. Secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), l’aumento delle temperature, le estati più lunghe e gli inverni più miti stanno favorendo l’espansione geografica delle zanzare e prolungando le stagioni di trasmissione. A questi fattori si aggiungono i viaggi internazionali, che possono introdurre virus in territori dove sono già presenti vettori in grado di trasmetterli.

Andrea Angheben

Ma quanto pesa realmente il cambiamento climatico sulla diffusione di queste malattie? Quali infezioni potrebbero diventare più frequenti in Italia e quali precauzioni dovrebbero adottare i cittadini? Ne abbiamo parlato con il Dottor Andrea Angheben, responsabile dell’UOS di Malattie Infettive e Tropicali presso il Dipartimento di Malattie Infettive – Tropicali e Microbiologia dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore – Don Calabria.

Osservati speciali

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di malattie tropicali che iniziano ad affacciarsi in Italia anche a causa dell’aumento delle temperature. Quest’estate, per esempio, si è parlato molto di West Nile, chikungunya e dengue.

«Sono tra le più importanti e sono anche tra gli obiettivi principali del Piano Nazionale Arbovirosi», spiega Angheben. «Bisogna però precisare che le arbovirosi sono soltanto una parte delle cosiddette malattie tropicali. Sono infezioni virali trasmesse da vettori, soprattutto zanzare e zecche. Tra le principali c’è il West Nile virus, trasmesso dalla Culex, la nostra tipica zanzara italiana. Dengue, chikungunya e Zika, invece, possono essere trasmesse in Italia dalla zanzara tigre, Aedes albopictus. Dovremmo però forse superare il concetto di “malattia tropicale”. Una volta si parlava addirittura di “malattie esotiche”. Oggi il mondo è globalizzato e il clima sta cambiando; io posso essere qui questa mattina e a New York questa sera. È evidente dunque che una patologia possa spostarsi nel mondo con una persona nel giro di poche ore. Se poi trovano nel luogo di arrivo le condizioni ambientali e il vettore necessari alla trasmissione, può cominciare a circolare».

L’aumento delle temperature

L’areale dei vettori si sta ampliando proprio a causa dell’aumento delle temperature. Dieci anni fa, ad esempio, Aedes albopictus, la zanzara tigre, era presente in un numero molto più limitato di Paesi europei, oggi la sua diffusione si è estesa verso nord Europa.

Le malattie seguono l’evoluzione del clima, come avviene per la vegetazione e per le altre parti degli ecosistemi

«Temperature più elevate significano anche una stagione di attività vettoriale più lunga, in cui una zanzara può cominciare a riprodursi già a febbraio o marzo, mentre in passato ne era in grado solo nei mesi più caldi. Anche la replicazione dei virus nel vettore può diventare più rapida con temperature favorevoli. Una zanzara che punge una persona infetta, infatti, non diventa immediatamente in grado di trasmettere il virus, questo deve prima replicarsi al suo interno. Inoltre, non esiste soltanto Aedes albopictus. Ci sono specie come Aedes japonicus e Aedes koreicus, capaci di adattarsi anche a climi più freschi. Abbiamo quindi vettori già presenti sul territorio che possono favorire la circolazione di queste infezioni».

Il cambiamento climatico porta con sé anche nuove malattie?

«In qualche modo ci stiamo “tropicalizzando” – risponde Angheben – dal punto di vista climatico e, di conseguenza, anche dal punto di vista delle patologie. Le malattie seguono l’evoluzione del clima, come avviene per la vegetazione e per le altre parti degli ecosistemi. Ci sono, però, situazioni diverse. Il West Nile, ad esempio, è ormai endemico in Italia, non possiamo più considerarlo semplicemente una malattia importata. Per dengue, chikungunya e Zika possiamo, invece, avere focolai autoctoni innescati da una persona che ha contratto l’infezione all’estero. Può trattarsi di un turista, di un viaggiatore per lavoro o studio o di un migrante, dal punto di vista epidemiologico non cambia nulla. La persona arriva infetta, è punta da una zanzara presente sul nostro territorio e da lì può partire una catena di trasmissione.

Per il West Nile il meccanismo è diverso perché l’uomo è sostanzialmente un ospite terminale, cioè contrae l’infezione, ma normalmente non mantiene la catena di trasmissione. Il serbatoio in questo caso è dato soprattutto dagli uccelli che, migrando, possono trasportare il virus, le zanzare si infettano pungendoli e possono successivamente infettare altri animali e l’uomo. Per questo esiste un sistema di sorveglianza molto strutturato, al quale partecipano anche gli Istituti zooprofilattici. Attraverso delle trappole si catturano le zanzare e si verifica la presenza del virus. Trovare zanzare positive può anticipare la comparsa dei casi umani».

Nessuna trasmissione diretta

In genere non c’è una comune trasmissione interumana, serve la zanzara infetta per la maggior parte delle arbovirosi.
«Per alcune infezioni sussistono però modalità particolari di trasmissione. Zika, ad esempio, può essere trasmesso dalla madre al feto e anche per via sessuale. Una persona può quindi contrarre Zika durante un viaggio e, una volta tornata a casa, trasmetterlo sessualmente al/alla partner. È un aspetto particolarmente importante perché l’infezione può essere pericolosa in gravidanza.

Inoltre, queste infezioni, compreso il West Nile, possono essere trasmesse attraverso sangue, emocomponenti o organi. Per questo le arbovirosi richiedono un grande impegno anche al sistema trasfusionale. In caso di focolai si adottano misure specifiche per garantire la sicurezza delle donazioni. A seconda della situazione epidemiologica, possono essere previsti controlli, sospensioni temporanee o altre misure di prevenzione, con la necessità, in alcuni casi, di reperire sangue da aree non interessate dalla circolazione dei virus».

Il Servizio sanitario italiano è pronto?

In Italia ci sono molti meno casi rispetto ai Paesi nei quali queste infezioni sono endemiche, ma esistono linee guida, criteri diagnostici e sistemi di sorveglianza.

In Italia esistono il Piano nazionale per le arbovirosi, linee guida, criteri diagnostici e sistemi di sorveglianza

«Abbiamo un Piano nazionale per le arbovirosi e una serie di strumenti che consentono di lavorare bene. La vera difficoltà è intercettare i casi, perché molte di queste infezioni iniziano con febbre e sintomi poco specifici. Inoltre, una parte delle persone infette può essere asintomatica. Per questo dobbiamo probabilmente abituarci a osservare piccoli focolai anche negli anni futuri. È però importante per chi sta male segnalare sempre se c’è stato un viaggio, specificare dove si è stati, perché questa informazione può orientare immediatamente verso la diagnosi.

Quando è identificato un caso di dengue, chikungunya o Zika, sono attivate anche misure di disinfestazione nella zona interessata. Perché funzionino serve la massima collaborazione dei cittadini».

Emergenza futura o realtà

«Non parlerei di “emergenza”, perché rischia di generare una preoccupazione eccessiva. Direi piuttosto che questa è destinata a diventare, e in parte lo è già, la normalità. Il grande pubblico se ne sta accorgendo soprattutto adesso, ma il primo importante focolaio europeo di chikungunya si è verificato proprio in Italia nel 2007. Negli anni successivi abbiamo avuto altri episodi.
Sappiamo, pertanto, che questi focolai possono verificarsi. Il problema è gestirli bene, intensificare le disinfestazioni o adottare temporaneamente misure che limitano alcune attività. Qui diventa fondamentale la fiducia nella sanità pubblica, perché se ogni intervento è vissuto come un’ingerenza, diventa molto più difficile controllare la diffusione di una malattia».

Le conseguenze

Quanto alla scarsa consapevolezza delle conseguenze che possono avere queste infezioni, Angheben specifica che se la mortalità di queste infezioni è bassa, l’impatto sulla qualità della vita può essere importante.

Non si tratta di una vera “emergenza” quanto piuttosto di una normalità a cui prestare le giuste attenzioni

«Non abbiamo un antivirale specifico, possiamo trattare i sintomi e controllare soprattutto il dolore. Anche per la dengue non esiste un trattamento specifico. Ci sono vaccini contro dengue e chikungunya, ma il loro impiego dipende dal contesto epidemiologico e dalle caratteristiche delle persone da proteggere. Il West Nile può avere conseguenze particolarmente serie, in una piccola percentuale può determinare meningite o meningoencefalite e, in questi casi, esiste anche un rischio di morte. Un altro problema è che all’inizio la febbre può essere attribuita a molte altre cause».

Cambiamento climatico e rischio di nuove epidemie o pandemie

Ci sono diversi fattori che possono aumentare la possibilità di trasmissione delle infezioni. Oltre al cambiamento climatico ci sono i viaggi internazionali, lo spostamento degli animali e quello delle merci, che possono trasportare anche i vettori.
«Alcune zanzare, ad esempio, si sono diffuse in nuove aree attraverso il commercio di pneumatici usati, nei quali può ristagnare acqua sufficiente per consentire la deposizione delle uova. Più si spostano merci, animali e persone, più facilmente possono spostarsi anche vettori e patogeni.

La comunità scientifica sta studiando questo rapporto tra clima e diffusione delle malattie

La comunità scientifica sta studiando questo rapporto tra clima e diffusione delle malattie. Ci sono molti studi e modelli che cercano di prevedere ciò che potrebbe accadere con l’aumento delle temperature. Sappiamo che i vettori stanno ampliando il proprio areale e che condizioni ambientali favorevoli possono aumentare l’efficienza della trasmissione.
È uno dei temi sui quali oggi c’è maggiore attenzione scientifica. Anche molti finanziamenti europei sono dedicati proprio allo studio e alla gestione delle arbovirosi. Si lavora su più livelli: sui vettori, sui farmaci, sulla diagnostica e sulle misure di prevenzione. Ogni malattia ha caratteristiche diverse e richiede strategie specifiche».

Quanto conta il coordinamento internazionale

«Una pandemia non può essere affrontata efficacemente da ogni Paese per conto proprio. Serve una leadership internazionale capace di coordinare la risposta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha proprio questo ruolo e le sue decisioni permettono di attivare una serie di procedure a cascata nei diversi Paesi.

Le decisioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità permettono di attivare una serie di procedure a cascata nei diversi Paesi

Bisogna quindi avere fiducia nelle istituzioni sovranazionali, pur sapendo che possono avere fragilità e commettere errori. Le decisioni durante un’epidemia sono estremamente complesse perché incidono non soltanto sulla salute, ma anche sull’economia e sulla vita sociale. L’obiettivo è intervenire il prima possibile nel luogo in cui nasce un focolaio, aiutando le popolazioni sul posto e cercando di impedirne la diffusione. Per fare questo servono risorse, coordinamento e una vera leadership internazionale. È una delle lezioni che dovremmo aver imparato dalle epidemie degli ultimi anni».

Cambiare il modo in cui pensiamo alle “malattie tropicali”

«Dovremmo superare l’idea delle “malattie esotiche” come qualcosa che appartiene a un altrove lontano. Viviamo in un mondo globalizzato, nel quale i climi stanno cambiando e persone, animali, merci e patogeni si spostano continuamente. Dobbiamo quindi essere pronti anche a malattie che finora abbiamo visto poco, senza ragionare semplicemente in termini di qualcuno che “importa” un’infezione.
Tutti viaggiamo e tutti possiamo potenzialmente trasportare una patologia senza saperlo. Nella maggioranza dei casi non c’è alcun comportamento irresponsabile, è semplicemente una conseguenza della facilità e della rapidità con cui oggi ci spostiamo».

Intelligenza artificiale in sanità, dalla performance al valore per i pazienti

L’intelligenza artificiale (AI) in sanità non è più una prospettiva futuribile sulla quale interrogarsi in astratto. È già dentro i sistemi sanitari, nei processi diagnostici, nell’organizzazione dell’assistenza, nella ricerca e nella gestione dei dati. La questione, dunque, non è più se adottarla, ma come farlo senza che la velocità dell’innovazione superi la capacità dei sistemi di governarla.

È questo, probabilmente, il messaggio più forte che emerge dal Report of the Knowledge Community on responsible artificial intelligence in health: From promise to practice, elaborato dall’Ufficio regionale per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il documento – che raccoglie gli esiti di un confronto di cinque settimane, da ottobre a dicembre 2025, tra clinici, ricercatori, decisori pubblici ed esperti di salute digitale – il lavoro ha cercato di spostare la discussione dall’astrazione dei principi alla loro applicazione concreta nei sistemi sanitari.

Il risultato è una presa di posizione piuttosto netta: l’AI responsabile è prima di tutto una questione di governance e di sistema, non di tecnologia. Servono istituzioni solide, dati affidabili, competenze, regole chiare e una reale corrispondenza tra gli strumenti sviluppati e i bisogni della pratica clinica e della sanità pubblica.

Rossella Di Bidino

Una lettura che Rossella Di Bidino – Responsabile Laboratorio di HTA e intelligenza artificiale, ALTEMS, Co-Chair del AI & Data Interest Group – HTAi e componente italiana della Knowledge Community che ha elaborato il report Oms – condivide pienamente.

«L’intelligenza artificiale è una tecnologia, una tecnologia sanitaria quando applicata nella clinica, ma i problemi ad essa potenzialmente correlati non devono essere gestiti da un punto di vista meramente tecnico, non devono essere lasciati sulle spalle dei soli sviluppatori».

Perché nel momento in cui un algoritmo entra in un percorso assistenziale, sottolinea Di Bidino, «dobbiamo anche avere una visione più generale» e considerare «tutte le implicazioni della sua adozione». Non basta, quindi, misurare l’accuratezza: occorre capire «se risponde a un bisogno clinico effettivo» e quali vantaggi sia realmente in grado di produrre, includendo le dimensioni economiche, organizzative ed etiche.

Non basta che l’algoritmo funzioni

È proprio qui che il report introduce una distinzione cruciale: performance tecnica e valore clinico non sono la stessa cosa.

Un sistema può ottenere risultati eccellenti durante lo sviluppo o nei test e non generare necessariamente un beneficio quando viene trasferito nella complessità della pratica quotidiana. Cambiano le popolazioni, i dati disponibili, i workflow, le competenze degli operatori e le condizioni organizzative. Per questo Oms considera insufficiente una valutazione basata esclusivamente sulle metriche di performance e richiama la necessità di considerare anche outcome dei pazienti, integrazione nei processi di lavoro, impatto sull’equità e conseguenze inattese.

È un terreno nel quale l’HTA può assumere un ruolo centrale: è necessario quindi applicare l’HTA anche all’intelligenza artificiale? «Dal mio punto di vista sì», risponde Di Bidino. «Si sta facendo largo l’idea della necessità di avere una valutazione multidimensionale che prenda avvio abbastanza presto nel ciclo di vita della tecnologia».

In Italia manca soprattutto l’esperienza nella valutazione dell’AI

Il punto, spiega, riguarda anche gli stessi sviluppatori, che stanno progressivamente familiarizzando con la necessità di produrre evidenze. Ma il problema non è soltanto produrre evidenze: è capire «quali evidenze sviluppare e quando». Ed è proprio qui che «l’HTA, avendo dei framework predefiniti, può aiutarli a comprendere questo».

Per l’Italia, secondo Di Bidino, esiste anche un punto di forza istituzionale: «Siamo fortunati perché sappiamo chi si deve occupare di questa valutazione, che è l’Agenas». Quello che ancora manca è soprattutto esperienza: «Le AI sono innovazione e ogni volta che dobbiamo valutare innovazione dobbiamo imparare a valutarla».

La governance prima della corsa all’adozione

Il report dell’Oms rovescia così una narrazione ancora molto presente nel dibattito pubblico. Il problema non sarebbe infatti il ritardo nell’adozione dell’AI, ma il rischio di adottarla più rapidamente della capacità del sistema di governarla. La Knowledge Community individua cinque aree prioritarie:

  • governance e accountability;
  • governance dei dati e interoperabilità;
  • validazione continua e sorveglianza post-deployment;
  • capacità della forza lavoro e supervisione umana;
  • co-design e partecipazione.

Per l’Italia qualcosa, osserva Di Bidino, è già in movimento. Cita la piattaforma nazionale di AI, alcune esperienze regionali e iniziative sviluppate a livello ospedaliero per definire procedure di valutazione. Anche il quadro europeo, con l’AI Act e il suo rapporto con la disciplina dei dispositivi medici, sta introducendo nuovi riferimenti.

Non necessariamente partire da zero, ma coordinare esperienze e strumenti già disponibili, definendo una cornice comune

Il problema è ora quello di mettere a sistema ciò che già esiste. «Tutte queste iniziative che partono dal basso, adesso è tempo di coordinarle e di comprendere anche come integrarle con una valutazione a livello nazionale».

È una delle indicazioni più concrete che arrivano dalla lettura italiana del documento Oms: non necessariamente partire da zero, ma coordinare esperienze e strumenti già disponibili, definendo una cornice comune.

Il dato è parte della tecnologia

C’è poi una questione che precede qualsiasi algoritmo: la qualità dei dati.

Il report insiste sulla frammentazione delle informazioni sanitarie, sulla qualità e rappresentatività dei dataset e sull’interoperabilità. Dati incompleti o distorti possono produrre sistemi inaffidabili o amplificare disuguaglianze già presenti nel sistema sanitario. Oms considera quindi data governance e interoperabilità non un obiettivo futuro, ma una condizione immediata per l’uso responsabile dell’AI.

«Una cosa è avere una piattaforma nazionale o altre iniziative che pescano i dati da fonti scientificamente robuste, standardizzate», spiega Di Bidino. «Un’altra è avere qualche applicativo di AI che promette tanto, ma non si sa su che dati è stato formato».

La domanda sulla provenienza dei dati, dunque, diventa una domanda sulla credibilità dell’intero sistema. «È molto importante capire le fonti di dati, perché l’affidabilità delle AI dipende dall’affidabilità delle fonti di dati».

Una relazione quasi elementare, ma tutt’altro che scontata nell’attuale mercato dell’AI: un algoritmo non può essere considerato affidabile indipendentemente da ciò che ha imparato e dal contesto nel quale viene utilizzato.

La valutazione non finisce quando la tecnologia entra in ospedale

Il secondo grande salto richiesto dal report riguarda il tempo. L’AI non dovrebbe essere valutata una volta sola, prima dell’adozione, e poi considerata acquisita. I sistemi possono cambiare, i dati possono cambiare, i contesti possono cambiare. Il rischio è quello del model drift: un deterioramento progressivo delle prestazioni che può non essere immediatamente visibile. Per Oms, la validazione deve quindi diventare un processo continuo, accompagnato da monitoraggio e sorveglianza post-deployment.

Anche in questo caso Di Bidino riconduce il tema all’HTA: «Si parla di life cycle HTA; nel caso delle AI e delle tecnologie digitali è qualcosa ancora più importante.

La valutazione dell’AI deve essere un processo continuo

L’esperienza europea può offrire indicazioni. «Un caso è anche quello del progetto europeo EDiHTA, dove è coinvolta l’Università Cattolica, che cerca di sviluppare e testare un framework di HTA per una valutazione continua delle tecnologie digitali».

L’obiettivo è arrivare a una sorta di valutazione nel mondo reale, capace di misurare ciò che accade dopo l’introduzione della tecnologia. «Quando utilizziamo un applicativo di AI sviluppato da terzi all’interno di una struttura ospedaliera, siamo convinti che quell’applicativo ha un valore, ma non riusciamo spessoa quantificarlo».

Una fase pilota, di breve e medio periodo, può allora servire a misurare il valore prodotto. E può farlo sfruttando anche i dati che le strutture sanitarie sono già in grado di raccogliere.

La supervisione umana non può essere una formalità

Nel documento Oms c’è infine una particolare attenzione alla dimensione umana. Formazione, coinvolgimento dei professionisti, partecipazione dei pazienti e codesign non sono elementi accessori, ma condizioni per la sicurezza.

Il report mette in guardia, in particolare, dal rischio che la cosiddetta supervisione umana rimanga soltanto sulla carta: non è sufficiente attribuire a un professionista la responsabilità di controllare l’algoritmo se quel professionista non possiede competenze, tempo e reale possibilità di contestarne l’output.

Sul fronte italiano Di Bidino vede segnali positivi, ma anche una situazione ancora disomogenea. «Voglio essere ottimista, è pronto, ma c’è ancora il problema che non sono tutti pronti». Esistono esperienze di codesign con clinici e pazienti, «ma non sono diffuse». Allo stesso tempo, osserva l’esperta, sta crescendo la consapevolezza degli sviluppatori della necessità di confrontarsi con chi dovrà utilizzare le tecnologie fin dalle prime fasi.

La responsabilità del controllo dell’algoritmo richiede competenze e reale possibilità di contestare gli output

La stessa dinamica riguarda la formazione. «Sta aumentando la consapevolezza di averne bisogno», ma rimane una differenza tra la capacità di comprendere come viene sviluppata un’AI e quella di capire come valutarla e come inserirla nei percorsi di salute.

Ed è qui che, secondo Di Bidino, si annida una delle principali sfide culturali per il sistema sanitario: «L’HTA ci pone di fronte alla realtà: c’è un’innovazione dirompente da gestire. Questa innovazione, oltre a essere un giocattolo o un gadget, può essere una tecnologia utile per noi e come può essere utile, come la dobbiamo integrare nei nostri percorsi di salute»?

Dalla filosofia alla pratica

Il lavoro dell’OMS non consegna, dunque, una semplice lista di buone intenzioni. Le cinque priorità individuate sono presentate come condizioni fondative per trasformare l’AI responsabile da obiettivo politico a pratica istituzionale.

E proprio su questo si concentra la sintesi finale di Di Bidino. «Dobbiamo smettere di fare filosofia sull’intelligenza artificiale: oramai c’è, abbiamo discusso tanto delle implicazioni etiche, adesso è tempo di affrontare tutto da un punto di vista pratico».

La governance dell’AI richiede di integrare la valutazione etica nei processi decisionali, evitando che resti un principio astratto

Il passaggio successivo, però, non significa archiviare l’etica. Al contrario: significa portarla dentro i processi decisionali. «Dobbiamo metterci a valutare, discutere anche come integrare la valutazione dell’eticità in tutti i processi decisionali, in modo da non lasciarla lettera morta».

È probabilmente questa la chiave di lettura più utile del report per il sistema sanitario italiano. L’AI non chiede soltanto algoritmi migliori. Chiede sistemi sanitari migliori nel decidere, valutare, misurare e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. E, soprattutto, capaci di distinguere tra una tecnologia che semplicemente funziona e una tecnologia che, dentro un determinato percorso di cura, produce davvero valore per pazienti e sistema sanitario.

Neuropsichiatria infantile: l’emergenza delle residenze e la lotteria del CAP in Italia

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Nella Giornata mondiale della salute mentale, i numeri della prima mappatura nazionale pubblicata da TrendSanità svelano il volto fragile della neuropsichiatria infantile nel nostro Paese: appena 112 strutture terapeutiche residenziali e un labirinto di normative regionali che trasformano la salute dei minori in una scommessa territoriale.

Prosegue l’approfondimento di TrendSanità sulle residenze terapeutiche per minori

Tra la carenza di presidi dedicati e l’assenza di standard nazionali omogenei, a tracciare il quadro di questa emergenza e le priorità per garantire la continuità assistenziale sono la psicoterapeuta Marta Vigorelli (Fondatrice e Past President dell’associazione Mito & Realtà), Carmela Tata (segretaria regionale siciliana della Società scientifica di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) e Giuseppe Ferro, presidente di Fenascop (Federazione nazionale strutture comunitarie psicosocioterapeutiche).

La lotteria del CAP: quando la salute mentale dei minori dipende dal codice postale

La frammentazione territoriale delle residenze terapeutiche per minori configura quelli che in letteratura scientifica vengono definiti “deserti terapeutici”. 

Marta Vigorelli evidenzia con preoccupazione questo scenario, spiegando che, quando regioni come l’Abruzzo contano zero comunità psichiatriche specializzate, si produce una rottura insanabile del principio di continuità assistenziale.

Marta Vigorelli

Dal punto di vista clinico, il minore affetto da disturbo psicotico, borderline o doppia diagnosi si trova costretto ad affrontare un’alternativa binaria drammatica: ricorrere a strutture socio-educative prive di équipe multidisciplinari e programmi strutturati, oppure affrontare un trasferimento extra-regionale che ne disgrega il contesto familiare. Su questo punto, la dottoressa è perentoria: «Collocare un minore con disagio psichiatrico grave in una comunità socio-educativa equivale a una medicalizzazione rovesciata del sociale: il setting non possiede né la teoria clinica né le competenze necessarie».

Vigorelli ricorda inoltre come l’assenza di posti letto dedicati in intere regioni violi apertamente l’articolo 32 della Costituzione: «Il minore non può essere cittadino di serie B in base al proprio codice di avviamento postale».

I trasferimenti fuori regione, prosegue la psicoterapeuta, interrompono la continuità terapeutica: il minore perde i servizi territoriali, la rete scolastica e amicale, mentre la famiglia subisce una rottura relazionale che aggrava il quadro clinico.

Il modello psicodinamico delle comunità terapeutiche si fonda sulla triade paziente-famiglia-istituzione; un allontanamento a centinaia di chilometri rende impraticabili la consulenza familiare e il mantenimento dei legami, trasformando la residenza da fondamentale strumento terapeutico in un «mero allocamento assistenziale.

Un ulteriore, grave ostacolo epistemologico alla ricerca empirica è rappresentato dal complesso mosaico normativo italiano, caratterizzato da sigle diverse a seconda della regione, come SIRMIV in Campania, SRTRe nel Lazio, CTRP in Veneto, CTM in Piemonte e CRTM in Puglia. Vigorelli chiarisce che per misurare in modo scientifico l’efficacia di un trattamento le unità di analisi devono essere rigorosamente confrontabili. Se ogni regione stabilisce autonomamente requisiti, competenze e rapporti numerici tra operatori e pazienti, qualsiasi confronto metodologico risulta fallace: sarebbe — osserva efficacemente — come voler «confrontare due farmaci di cui si ignora il principio attivo».

I trasferimenti fuori regione possono interrompere la continuità terapeutica e allontanare i minori dal contesto familiare e sociale

In questo difficile contesto, l’associazione Mito & Realtà ha cercato di colmare il vuoto normativo attraverso due precise strategie. Da un lato, ha introdotto l’accreditamento tra pari (visiting), adattando il modello britannico della Community of Communities per promuovere un sistema di auto ed etero-valutazione basato su un manuale condiviso. Dall’altro, ha puntato sulla ricerca empirica degli esiti, conducendo studi con strumenti validati e modelli statistici per misure ripetute che hanno dimostrato l’efficacia clinica del trattamento residenziale nel migliorare il funzionamento globale e la consapevolezza di malattia dei pazienti.

Tuttavia, Vigorelli ammette che questi studi rimangono confinati a singole strutture o a piccoli network, limitandone purtroppo la generalizzabilità su scala nazionale.

Per garantire un monitoraggio scientifico e un’omogeneità nazionale, l’esperta indica tre interventi urgenti e convergenti:

  • una legge quadro nazionale che definisca i requisiti essenziali (core standards) delle residenze terapeutiche per minori;
  • un registro nazionale degli esiti con strumenti di valutazione standardizzati su tutte le strutture; un sistema di accreditamento nazionale che includa la qualità clinica oltre ai requisiti strutturali.

Sebbene gli accordi Stato-Regioni del 2013-2014 abbiano rappresentato un primo passo, la psicoterapeuta fa notare come essi siano rimasti troppo generici e ampiamente disattesi. La conclusione di Vigorelli suona come un severo monito per il futuro del settore: «Senza questi interventi, la frammentazione normativa continuerà a produrre un’Italia a due velocità: eccellenze internazionali da un lato, deserti terapeutici dall’altro». In questo scenario, la ricerca scientifica rischia di rimanere confinata a «isole di buona pratica incapaci di scalare a sistema».

Carmela Tata

«In Sicilia abbiamo solo sue comunità terapeutiche per minori. Questo comporta un inserimento in comunità extraregionali che, a parte l’ aumento della mobilità passiva e dei costi per la stessa regione, è negativo per l’adolescente perché gli fa perdere  il contatto con il proprio contesto affettivo-sociale e non permette la realizzazione di uno dei principali obiettivi: la reinclusione nel proprio nucleo sociale e familiare, spiega Carmela Tata, segretaria regionale della Società scientifica di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Sicilia – Purtroppo la condizione della salute mentale in età evolutiva è un problema internazionale. Basti pensare che il suicidio in età evolutiva è la prima causa di morte dopo gli incidenti stradali».

La carenza delle strutture residenziali e semiresidenziali si inserisce in un contesto di carenza generale dei Servizi di neuropsichiatria infantile sia in ambito ospedaliero che territoriale. In Sicilia, sottolinea Tata – ci sono solo tre reparti di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’adolescenza che ricoverano emergenze con un indice di occupazione che supera il 100%.

«Il passaggio nel territorio e la presa in carico territoriale risulta complicata per la carenza del personale nei servizi territoriali e, viceversa, il ricovero in emergenza risulta un problema per la carenza di posti di ricovero», aggiunge la segretaria regionale della Società scientifica di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Sicilia.

La carenza di strutture si somma alle difficoltà dei servizi territoriali e dei reparti ospedalieri di neuropsichiatria infantile

Attualmente ci sono solo 31 posti di ricovero ordinario in tutta la regione. «Nei reparti di NPIA – precisa Tata – si ricoverano anche minori con epilessia, neonati, bambini e bambine con disturbo dello spettro autistico, altri pazienti con disturbi neurologici e non solo adolescenti con problematiche  psichiatriche acute. All’interno dei reparti, inoltre, non si sono creati ambienti distinti specializzati e protetti per le acuzie e gli stati di agitazione del minore separandoli dai contesti dei ricoveri neurologici».

Le strutture residenziali e semiresidenziali rappresenterebbero strutture intermedie tra ospedali e ambulatori territoriali per ottimizzare i processi di dimissione protetta in casi particolarmente complessi che non possono essere gestiti in ambito familiare. «I bisogni sempre più forti dei nostri adolescenti, bambini e bambine, purtroppo (l’evidenza di problematiche psichiatriche si riscontra in età sempre più basse), hanno bisogno di essere affrontati in modo energico dai decisori politici e amministrativi e, soprattutto, risulta fondamentale attivare percorsi di prevenzione».

Le comunità e la continuità dopo la dimissione

«Le comunità terapeutiche e socioeducative, ciascuna con il proprio mandato, sono luoghi di cura e crescita. Rappresentarle come mero isolamento ne oscura il lavoro – dice Giuseppe Ferro, presidente nazionale Fenascop (Federazione nazionale strutture comunitarie psicosocioeducative) – La criticità emerge nel dopo, quando il ragazzo rientra in famiglia e nel contesto sociale senza una rete capace di accompagnarlo. Le comunità suppliscono così alle assenze istituzionali, assumendo responsabilità oltre il proprio mandato. Il sistema – aggiunge – procede per compartimenti e risponde con ciò che può offrire, anziché organizzarsi intorno alle necessità della persona».

Comunità e servizi territoriali devono condividere il progetto di cura fin dall’ingresso e pianificare insieme la dimissione

Per Ferro, chi ha vissuto separazioni traumatiche rischia un’altra interruzione proprio quando dovrebbe sentirsi accolto e sostenuto. «Serve un progetto condiviso tra comunità e servizi territoriali fin dall’ingresso, con responsabili, risorse e interventi definiti prima della dimissione – spiega il presidente Fenascop – Neppure i diciotto anni devono interrompere la presa in carico. Va superata anche la contrapposizione ideologica pubblico-privato».

I gestori sono diversi, sottolinea, ma il privato accreditato e contrattualizzato concorre alla funzione pubblica del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), secondo il Decreto legislatrivo 502/1992.

Giuseppe Ferro

«Alle Regioni resta la responsabilità di programmare, finanziare, controllare e integrare questi servizi nella rete. È contraddittorio accreditare le strutture e poi delegittimarle nel dibattito politico, lasciandole sole».

Ferro sostiene che serva una regia nazionale più vincolante, perché il diritto alla cura non può dipendere dalla semplice residenza: «Le Regioni organizzano i servizi, lo Stato deve garantire uguali diritti».

L’articolo 32 dei Lea (Livelli essenziali di assistenza) del 2017 già garantisce l’assistenza residenziale e semiresidenziale neuropsichiatrica ai minori e prevede interventi sulla rete sociale, collaborazione con la famiglia e continuità verso l’età adulta. «Occorre rendere queste garanzie effettive con standard commisurati alle necessità assistenziali, finanziamenti adeguati e verifiche pubbliche su posti operativi, attese, trasferimenti fuori Regione e continuità dopo la dimissione», aggiunge.

Per il presidente Fenascop, alle carenze devono seguire piani obbligatori di adeguamento, con tempi certi e verifica nazionale. I posti letto devono inserirsi in una rete sanitaria e sociale: «Parlo di necessità perché, nella prospettiva che propongo, il bisogno lascia spazio alla ricerca autonoma di una risposta; la necessità vitale implica dipendere da qualcuno, come il neonato dai genitori. Uno Stato che non la riconosce – conclude – somiglia a un genitore che non vede quella del figlio. Sanità e servizi sociali fondamentali vanno sottratti alla convenienza elettorale. La politica deve garantirli, assicurando continuità oltre l’alternanza dei governi».

Testo unico della legislazione farmaceutica, il Senato ha approvato la delega al Governo

Il Senato ha dato il via libera al disegno di legge delega per la riforma e il riordino della legislazione farmaceutica. Il provvedimento passa ora all’esame della Camera e rappresenta un nuovo passaggio verso la predisposizione del Testo unico, con l’obiettivo di riordinare le norme che regolano il settore.

«È un’ottima notizia il via libera dell’Aula del Senato al disegno di legge delega per la riforma e il riordino della legislazione farmaceutica. Un altro passaggio dell’iter del Testo Unico che conferma la volontà di procedere con speditezza su una riforma attesa da tempo», ha dichiarato il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato dopo la votazione.

Il Senato ha approvato la delega per il riordino della legislazione farmaceutica. Il testo passa ora alla Camera

Il testo non introduce direttamente nuove disposizioni operative: conferisce al Governo una delega per intervenire sulla normativa attraverso successivi decreti legislativi. Per questo, il passaggio alla Camera e la successiva attuazione saranno determinanti per capire come gli indirizzi della riforma si tradurranno in nuove regole.

Superare la stratificazione normativa

Il riordino punta a rendere più coerente una disciplina che si è sviluppata nel tempo attraverso provvedimenti successivi, intervenendo su diversi ambiti della politica farmaceutica: accesso ai medicinali, monitoraggio e controllo della spesa, servizi sanitari erogati dalle farmacie e rafforzamento della rete assistenziale farmaceutica.

Gemmato ha chiarito la natura dell’intervento: «Ricordo che non stiamo mettendo in campo una misura di carattere economico, ma un’opera di razionalizzazione normativa, con l’obiettivo di rendere la disciplina farmaceutica più chiara, coerente e accessibile, anche attraverso la predisposizione di testi unici».

Gemmato presenta la riforma come un intervento di razionalizzazione normativa, non come una misura economica

L’intento dichiarato è quindi riordinare il quadro legislativo, superando la successione di interventi normativi puntuali. «La nostra idea di farmaceutica è chiara: una visione organica, capace di superare la logica dei provvedimenti spot e delle stratificazioni successive, per costruire un sistema che tenga al centro la persona e i suoi bisogni», ha aggiunto il sottosegretario.

Accesso ai farmaci e sostenibilità della spesa

Tra le materie interessate dalla delega figurano l’accesso ai medicinali e il monitoraggio e controllo della spesa farmaceutica. Sono ambiti centrali per la programmazione del Servizio sanitario nazionale, nei quali il riordino normativo dovrà confrontarsi con le esigenze di sostenibilità economica e di continuità delle cure.

Il comunicato del sottosegretario non entra nel dettaglio delle singole misure attuative, ma sottolinea l’attenzione alle persone più fragili. «Una farmaceutica che sappia rispondere soprattutto alle esigenze di chi è più fragile, dell’anziano e di chi è più indifeso, perché è anche dalla capacità di tutelare chi ha maggiori difficoltà che si misura la qualità del nostro sistema sanitario», ha dichiarato Gemmato.

Saranno i successivi decreti legislativi a definire in che modo i principi della delega si tradurranno in disposizioni concrete e quali effetti avranno sull’accesso alle terapie e sulla governance della spesa.

Il ruolo delle farmacie nella rete assistenziale

La delega riguarda anche la prestazione di servizi sanitari sul territorio da parte delle farmacie e il rafforzamento della rete assistenziale farmaceutica. Il tema si inserisce nel percorso di evoluzione della farmacia territoriale, chiamata a svolgere un ruolo più integrato nell’assistenza di prossimità.

Le ricadute concrete dipenderanno dai decreti legislativi che daranno attuazione alla delega

Anche in questo caso, sarà necessario attendere la definizione delle norme attuative per valutare l’effettiva portata dei cambiamenti, le attività previste e le modalità di integrazione con gli altri servizi sanitari.

L’iter prosegue alla Camera

Dopo il voto del Senato, il disegno di legge passa alla Camera. Gemmato ha ringraziato «tutti gli stakeholder che hanno contribuito alla fase delle audizioni mettendo a disposizione competenze e proposte e i parlamentari che, attraverso il lavoro emendativo, hanno contribuito a migliorare il testo».

Il sottosegretario auspica che anche il prossimo passaggio parlamentare sia caratterizzato dallo stesso confronto, con «l’obiettivo condiviso di completare rapidamente il percorso di riforma».

Il voto del Senato è dunque un passaggio dell’iter legislativo, non la conclusione della riforma. Il risultato concreto dipenderà dall’approvazione definitiva della delega e dai successivi decreti legislativi, che dovranno tradurre gli obiettivi di riordino in regole applicabili al sistema farmaceutico.