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MICI, dati solidi e aggiornati per consentire decisioni informate

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Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI): è in arrivo il primo sistema di raccolta dati a livello nazionale. L’annuncio è stato dato dalla Fondazione IG-IBD (Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Disease). Le MICI sono un gruppo di patologie caratterizzate da un’infiammazione cronica del tratto gastrointestinale, con un impatto rilevante sia sulla vita quotidiana delle persone che sul sistema sanitario.

Per supportare la realizzazione del progetto è stato istituito un Comitato Scientifico. Il Sistema è uno strumento indispensabile per conoscere il reale percorso clinico dei pazienti e generare dati di qualità per la ricerca in questo campo e per orientare politiche sanitarie basate sull’evidenza: un passo decisivo verso una gestione più omogenea, equa ed efficace delle MICI.

Esperienze, storie e dati dei pazienti diventano la base per costruire cure più personalizzate, efficaci e sostenibili, garantendo equità di accesso e una migliore qualità di vita in tutto il territorio nazionale.

Oltre 250mila italiani soffrono di malattia di Crohn o colite ulcerosa, ma dati epidemiologici ancora frammentati

La situazione, nel nostro Paese, va ancora messa a fuoco in modo efficace. In Italia si stima che oltre 250mila persone convivano con malattia di Crohn o colite ulcerosa. Eppure, la fotografia epidemiologica del Paese rimane ancora frammentata: esistono più di 14milapiattaforme diverse di cartella clinica che non dialogano tra loro, ostacolando la possibilità di seguire la malattia nel tempo, confrontare i risultati dei trattamenti e comprendere i reali bisogni dei pazienti.

La nascita della Fondazione per la ricerca IG-IBD ETS

Spiega Massimo Claudio Fantini, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Cagliari: «Per prendere decisioni efficaci servono dati affidabili e omogenei. La presenza di un Sistema di Raccolta Dati Nazionale rappresenta il cuore pulsante della conoscenza sulle Malattie infiammatorie cronico intestinali: permetterà di monitorare il decorso clinico, valutare l’impatto delle terapie sulla qualità di vita e individuare precocemente le criticità. Una base solida per generare dati attendibili e di qualità e favorire un dialogo costruttivo con le Istituzioni e migliorare allocazione e programmazione delle risorse dedicate alla cura. Il Sistema di Raccolti Dati Nazionale, infatti, offrirà dati solidi e aggiornati per decisioni informate in ambito di Health Technology Assessment (HTA), per la definizione di Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA) omogenei e per garantire un accesso più rapido ed equo alle innovazioni terapeutiche sul territorio nazionale».

Il Sistema Nazionale offrirà dati aggiornati per HTA e PDTA omogenei e informatiùù

Ecco come la Fondazione IG-IBD ETS è nata dalla Società Scientifica in supporto della ricerca. «La Società Scientifica IG-IBD – spiega il Professor Fantini –  sorge con fini educazionali e tale attività è stata brillantemente portata avanti formando generazioni di specialisti nel campo delle malattie infiammatorie croniche intestinali. Negli anni è tuttavia cresciuto il nostro impegno nello sviluppo di progetto di ricerca multicentrici. Ci siamo però presto resi conto che la nostra Società non era in grado di assolvere in maniera adeguata a questo nuovo compito non essendo in grado di promuovere attività di fund raising mediante la partecipazione a bandi competitivi nazionali e internazionali o provenienti da altre iniziative. Nata per “gemmazione” dalla Società Scientifica, la Fondazione IG-IBD ETS, non occupandosi di educazione, sarà dedicata esclusivamente a supportare la ricerca italiana nel campo delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali».

Massimo Claudio Fantini

Il modello di riferimento del nuovo sistema di raccolta dati sulle MICI è quello del Registro spagnolo ENEIDA che coinvolge oltre 80 centri e circa 80mila pazienti: una best practice a livello europeo per qualità e completezza. In questa direzione, IG-IBD ha già avviato un percorso di armonizzazione dei dati clinici e biologici dei Centri italiani, definendo un insieme di informazioni essenziali da acquisire in modo standardizzato, sicuro e conforme alle normative sulla protezione dei dati personali. Una struttura dinamica che supporterà studi osservazionali multicentrici, ridurrà la variabilità clinica sul territorio e favorirà un accesso più equo alle opportunità terapeutiche.

Condividere esperienze e dati garantisce pari opportunità di cura per ogni paziente, ovunque

Poter condividere l’esperienza dei Centri e leggere i dati significa, ricorda Fantini, avere un futuro dove ogni paziente potrà contare sulle stesse opportunità di cura, ovunque si trovi. Vuol dire anche migliorare i percorsi assistenziali e la qualità di vita dei pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali.

Età giovane e alimentazione scorretta: chi rischia di più

Nel mondo si stimano circa 10 milioni di persone con MICI, di cui circa 3,4 milioni in Europa con una prevalenza in crescita. Sebbene queste malattie possano insorgere a qualunque età, si manifestano più frequentemente tra gli adolescenti e i giovani adulti under 35, con un quarto di casi addirittura già in età pediatrica.

E queste malattie colpiscono sempre più precocemente: negli ultimi 15 anni la prevalenza nei giovani under 20 è aumentata del 25%, secondo uno studio dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) condotto negli Stati Uniti e pubblicato sulla rivista Gastroenterology. L’indagine è stata condotta da ricercatori della Crohn’s & Colitis Foundation, dell’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill e dell’Università della Pennsylvania. Mentre un’indagine di AMICI, l’Associazione Nazionale per le Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino, ha indicato che l’impatto di queste patologie sulla qualità di vita dei bambini e degli adolescenti può essere devastante a scuola e nel rapporto con gli altri.

Oltre ai fattori genetici, i principali rischi per lo sviluppo delle MICI includono gli stili di vita tipici dei Paesi più industrializzati, come diete ricche di grassi saturi e proteine animali, uso eccessivo di antibiotici e sedentarietà. Questo rende le società avanzate più vulnerabili a queste patologie.

Una tecnologia, infiniti orizzonti: nanoparticelle d’oro e luce tra sanità e Green Health

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La crescente vulnerabilità della sanità contemporanea è il risultato di una combinazione di fattori, tra cui l’aumento dell’incidenza delle patologie croniche, la diffusione di epidemie su scala globale, le disuguaglianze sociali, l’inquinamento ambientale e il riscaldamento climatico.

Questi fattori generano effetti sistemici che richiedono strategie di risposta innovative, adattive e proattive, basate sulla multidisciplinarietà, prevenzione, medicina di precisione e sul concetto di versatilità tecnologica dato il contesto globale sempre più interconnesso. Parallelamente, cresce l’attenzione verso temi emergenti quali la green health, la sostenibilità dei sistemi sanitari e la biosicurezza, per garantire equità e sicurezza ai cittadini.

La sanità è sempre più vulnerabile per l’aumento delle cronicità, le epidemie globali, le disuguaglianze sociali e l’impatto di inquinamento e cambiamento climatico

È proprio dal concetto di multidisciplinarietà che si avvia l’intervista a Luciano De Sio, Professore associato del Dipartimento di Scienze e Biotecnologie Medico-Chirurgiche della Sapienza, Università di Roma.

«Io mi muovo in un contesto estremamente multidisciplinare, sono un fisico, però lavoro all’interno di un dipartimento di medicina. Il concetto di essere multidisciplinare si addice per definizione a quella che è un po’ la mia posizione, la mia vocazione».

La multidisciplinarietà rappresenta quindi una condizione necessaria: «Io mi accorgo che nel mio laboratorio, ho bisogno del fisico, del chimico, del biologo, del medico, del farmacista. Ognuno ha il suo ruolo e uno da solo potrebbe fare poco o niente», sottolinea De Sio.

Luciano De Sio

Usando proprio la multidisciplinarietà come filo conduttore, cardine della nanobiofotonica, Luciano De Sio affronta tutti i concetti citati prima, legati alle nuove strategie di sicurezza sanitaria, illustrando la tecnologia sviluppata dal suo gruppo di ricerca.
Data la complessità della sanità moderna si è sempre più orientati alla medicina di precisione. L’uso dei laser in medicina è una tecnica abbastanza consolidata, soprattutto nell’oftalmologia e dermatologia, ma, come spiega De Sio, «non basta avere un laser sofisticato in quanto non è molto preciso. C’è bisogno di utilizzare dei soggetti laser come armi aggiuntive, in quanto quella che va per la maggiore è la multiterapia, cioè la combinazione di più approcci, ma bisogna assicurarsi che la sorgente possa effettivamente agire sul sito target senza andare a danneggiare i tessuti circostanti».

«Da qui nasce il connubio tra luce e nanomateriale», spiega De Sio, «sfruttando il concetto di nanobiofotonica, cioè la combinazione sinergica tra le nanotecnologie e la fotonica integrata con la biologia per operare nel campo sia della medicina di precisione, ma anche nel campo della prevenzione precoce».

La tecnologia è quindi basata sull’utilizzo di nanomateriali che, come definisce De Sio, «sono degli oggetti dell’ordine dei nanometri, e si possono produrre con diversi materiali. In questo caso particolare parliamo di nanoparticelle metalliche, nello specifico di oro e di argento a causa della loro biocompatibilità e capacità di assorbire la luce vicino al rosso in modo selettivo».

I laser sono già ampiamente usati in medicina, ma per essere efficaci e sicuri devono essere integrati in approcci di multiterapia che garantiscano un’azione mirata sul bersaglio, senza danneggiare i tessuti circostanti

Le nanoparticelle nascono da un processo di sintesi chimica. Il problema è che «le nanoparticelle appena concepite sono disperse in acqua ed è necessario farle diventare dry e depositarle su una superficie per farle funzionare».

«La nanoparticella si deve sentire da sola», chiarisce De Sio «quando capisce che vicino ha un’altra nanoparticella, cambia la sua proprietà».

Il laboratorio ha quindi sviluppato un processo di auto-organizzazione che sfrutta la tecnologia layer by layer in modo tale che, attraverso l’attivazione elettrostatica della superficie mediante dei polimeri e una successiva immersione in una soluzione di nanoparticelle, le particelle si dispongano spontaneamente alla giusta distanza, senza interferire tra di loro. «Immaginiamo di avere una superficie con un sacco di antennine, ognuna si prende la sua di riferimento e siccome i legami elettrostatici non possono stare troppo vicini, perché non si piacciono l’uno con l’altro, si mettono da soli e si organizzano ad una distanza tipica».

Un aspetto cruciale è la forma delle nanoparticelle, come conferma De Sio, «non deve essere né troppo piccola né troppo grande, più è anisotropa, più punte ha e più riesce ad entrare, ad esempio, nella cellula tumorale».

Il principio alla base del funzionamento della tecnologia è semplice: «Abbiamo nanoparticelle d’oro che vengono opportunamente ingegnerizzate, funzionalizzate con dei recettori che in modo univoco e selettivo riconoscono il sito target minimizzando quelli che si chiamano effetti off target».

La terapia su cui lavora il gruppo di De Sio è una fototermia di precisione, che consente una vera e propria ablazione mirata del tumore

La terapia descritta si riferisce alla terapia fototermica di precisione, una «vera e propria ablazione del tumore», anche citata nella ricerca Nanoparticelle d’oro per cuocere i tumori, spiega De Sio, «attivando un tricker laser e, siccome usiamo radiazioni laser che sono trasparenti, lavoriamo in quella che si chiama prima finestra biologica, la cellula che non ha la nanoparticella che risente di quella radiazione esterna è imperturbata, nel senso che non genera nulla. Invece la cellula adiacente che ha la nanoparticella di oro riconosce la radiazione laser, la assorbe in modo selettivo e produce calore che determina l’ablazione tumorale».

La tecnologia è stata inizialmente testata su cellule di glioblastoma, uno dei tumori più aggressivi caratterizzato da un’elevata resistenza al calore, opzioni terapeutiche limitate e alta probabilità di recidiva. Nonostante ciò, la tecnica proposta ha mostrato risultati promettenti.

Successivamente, si è iniziato a cambiare linee cellulari includendo cellule di melanoma, breast cancer triplo negativo e neuroblastoma, confermando l’efficacia della tecnologia. 

«È chiaro che l’approccio è abbastanza universale», spiega De Sio, «quello che tipicamente cambia è la funzionalizzazione anche se studi recentissimi dimostrano che anche con la funzionalizzazione migliore in assoluto, la percentuale di nanoparticelle che arriva al target è prossima al 3-4%».

Proprio per questo motivo si stanno studiando nuove strategie per raggiungere il target desiderato attraverso l’inalazione delle nanoparticelle e le guide endoscopiche con cui iniettare le nanoparticelle direttamente in situ.

Altro grande filone di ricerca è orientato verso la detection precoce, in quanto «il modo migliore per sconfiggere un tumore è quello di prevenirlo», come sottolinea De Sio.

Sono stati sviluppati biosensori, «che sfruttano sempre delle nanoparticelle d’oro che vengono attivate con dei recettori per riconoscere dei marker di interesse e poter presagire la presenza di una patologia attraverso un cambiamento colorimetrico, proporzionale alla concentrazione dei blasti», come nel caso dei nanosensori in fibra per migliorare la diagnosi del tumore della tiroide.

Altro grande filone di ricerca è orientato verso la detection precoce

Il gruppo di ricerca si muove anche nel campo ambientale supportando il programma lato SPS della Nato. Infatti, come chiarisce De Sio, «lavoriamo sul tema della biocontaminazione». 

Questo aspetto riguarda tematiche non solo di salute ma, come definisce De Sio, «di biosicurezza perché le nuove “guerre” possono essere condotte in modo indolore, incolore e a basso costo, inquinando l’acqua potabile con batteri molto pericolosi».

Il gruppo di ricerca ha inoltre sviluppato dispositivi per la protezione individuale e per gli operatori sanitari proponendo delle mascherine FFP2 sulla cui superficie è presente un sensore che rivela se ci sono batteri o virus nell’ambiente circostante attraverso un cambio colorimetrico visibile ad occhio nudo. Inoltre, possono essere disinfettate con una lampadina o una semplice torcia dello smartphone. La stessa tecnologia è stata applicata anche nel campo delle energie rinnovabili per la realizzazione di una cella solare.

Il gruppo di ricerca si muove anche nel campo ambientale e in particolare nella biocontaminazione

Nonostante ciò, uno dei principali limiti dei laboratori di ricerca in Italia è la debolezza del trasferimento tecnologico. Come afferma De Sio, «il mondo dell’università e dell’industria non si parlano». Per superare questo problema, il gruppo ha creato la Water Warning, una start up firmata Sapienza. «I dottorandi diventeranno dei giovani imprenditori industriali delle tecnologie che hanno creato. Chi più di loro può credere in qualcosa che hanno creato loro stessi?», dichiara De Sio. 

La start up lavorerà principalmente nel settore della biosicurezza e della disinfezione. De Sio sottolinea che «sfruttando soltanto una semplice lampadina, una semplice torcia dello smartphone è possibile, grazie alle nanotecnologie, sanificare ad esempio una sala operatoria». Un approccio quindi che apre prospettive rilevanti anche nella lotta alla resistenza agli antibiotici.

De Sio rassicura sui costi della tecnologia: le percentuali di oro usate sono minime, quindi «il costo potrebbe essere sui 10/20 €. Quello che attualmente impatta di più sui costi è il tempo di fabbricazione, di circa 18/20 ore, che si può facilmente abbattere con uno scale up».

Inoltre, questa tecnologia sembra compatibile con le diverse realtà sanitarie in quanto, come spiega De Sio, «il fisico medico c’è già negli ospedali, si tratta solamente di farlo entrare in una sala operatoria e affiancarlo al chirurgo, al clinico, all’anestesista in modo da creare un team multidisciplinare».

Versatilità e sostenibilità sono due elementi chiave della nuova tecnologia, e De Sio ci tiene a sottolinearlo: «Riusciamo ad andare da un mondo all’altro semplicemente cambiando un po’ l’architettura, ma mantenendo invariata la tecnologia. La pandemia ci ha dimostrato che non c’è il tempo di sviluppare nuove tecnologie perché tempo significa migliaia e migliaia di vite umane. Quindi, la ricerca di base deve rispondere alla versatilità, concetto ormai integrato in tutti i nostri progetti di ricerca». Inoltre, aggiunge: «Tutti i nostri dispositivi sono facilmente riutilizzabili grazie a dei processi di pulizia ottica con luce che riducono l’impatto ambientale». 

Siamo quindi di fronte ad una nanotecnologia innovativa, sostenibile, accessibile, integrata e versatile, esempio concreto di come investire nella ricerca possa tradursi in valore pubblico offrendo risposte concrete alle sfide sanitarie contemporanee.

Manovra, taglio al fondo per i farmaci innovativi: cosa cambia dal 2026

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La Manovra di Bilancio continua a far discutere, questa volta per il taglio al fondo destinato ai farmaci innovativi. A partire dal 2026, le risorse diminuiranno di 140 milioni di euro, una scelta che ha già sollevato forti perplessità nel mondo della sanità. Quei fondi sono stati riallocati per aumentare dello 0,1% il budget dei farmaci ospedalieri, portando l’incremento complessivo allo 0,3%.

Una rimodulazione che rischia di avere conseguenze pesanti sull’accesso alle terapie più avanzate, in particolare per i pazienti oncologici, che potrebbero trovarsi di fronte a ulteriori ostacoli nell’ottenere cure essenziali. Parliamo di risorse fondamentali per garantire la rimborsabilità dei farmaci da parte del Servizio sanitario nazionale e sostenere le Regioni nell’acquisto di terapie spesso molto costose ma decisive per la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti.

Una decisione che il Professor Francesco Cognetti, coordinatore del FoSSC (il Forum che riunisce le 75 società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari italiani), intervistato da TrendSanità, giudica critica e potenzialmente dannosa. A lui abbiamo chiesto di spiegare perché questi tagli rappresentano un rischio concreto per il sistema e per i pazienti.

Una spesa che cresce con l’innovazione

Francesco Cognetti

«Bisogna partire da un dato di fatto, la spesa farmaceutica è in costante aumento, ma si tratta di un fenomeno del tutto fisiologico – spiega Cognetti. Negli ultimi anni l’innovazione ha prodotto farmaci che hanno cambiato la storia di molte malattie gravi, spesso letali, consentendo la guarigione o, almeno, un significativo aumento della sopravvivenza e un miglioramento della qualità di vita, anche nei casi di malattia metastatica nel caso di tumori. È inevitabile, quindi, che la spesa cresca e non è un problema solo italiano, accade in tutto il mondo.

Il punto è che, nel nostro Paese, a questo aumento dell’innovazione non ha corrisposto un adeguato incremento delle risorse. La spesa farmaceutica è molto controllata, cresce sì, ma non in modo proporzionato all’evoluzione delle terapie disponibili. Questa è la premessa fondamentale per capire cosa sta succedendo».

Il fondo per i farmaci innovativi e il suo superamento

«Esisteva un fondo dedicato ai farmaci innovativi, pari a 140 milioni di euro l’anno. Un fondo che, però, avrebbe dovuto essere rivisto nei criteri di utilizzo, perché la selezione dei farmaci si basava più su aspetti formali di innovatività che sul reale beneficio clinico per i pazienti. Anche per questo motivo non veniva sempre utilizzato pienamente.

Proprio questa criticità è diventata il pretesto per abolirlo e far confluire quelle risorse nel budget complessivo dei farmaci ospedalieri, aumentandolo solo dello 0,1%, per un totale complessivo dello 0,3%. Un incremento del tutto insufficiente, che non tiene conto dell’elevato ritmo con cui la ricerca sta producendo nuovi farmaci efficaci e che con ogni probabilità verrà comunque superato».

I rischi per i pazienti e le disuguaglianze territoriali

«Il vero problema, però, è un altro – prosegue il coordinatore del FoSSC – e cioè che così facendo, i farmaci innovativi finiscono nello stesso calderone di tutti gli altri. Perdono una corsia preferenziale e sono messi in competizione con terapie di minore impatto. Questo significa che, soprattutto nelle Regioni con maggiori difficoltà economiche, l’accesso a questi farmaci potrebbe essere ulteriormente rallentato. Va anche ricordato che l’Italia parte già da una situazione molto critica.

In questo modo, i farmaci innovativi perdono la corsia preferenziale e finiscono a competere con terapie di minore impatto

I tempi di accesso ai nuovi farmaci sono tra i più lunghi in Europa. Dall’approvazione dell’EMA all’inserimento nei prontuari regionali passano in media quasi due anni. A questo si aggiungono le differenze tra territori, che creano disuguaglianze evidenti tra i cittadini. Con l’abolizione del fondo, senza una sua revisione, il rischio è evidente. I farmaci innovativi non sono più considerati per ciò che sono davvero, ma assimilati ai farmaci ordinari.

In sostanza, è un problema di risorse e di visione. Finché la sanità continuerà a essere gestita con un approccio prevalentemente contabile e non strategico, le conseguenze ricadranno sui pazienti, soprattutto su quelli più fragili. Per questo avevamo chiesto non l’abolizione del fondo, ma una sua revisione, perché 140 milioni, già prima, non erano sufficienti. Oggi, senza neanche quelli, il rischio è ancora più concreto».

HTA e dispositivi medici, Nollo (SIHTA): «Ora la macchina deve correre, servono tempi certi»

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Negli ultimi mesi il Programma Nazionale di Health Technology Assessment (HTA) per i dispositivi medici 2026–2028 è entrato finalmente nella sua fase operativa, grazie allo sblocco di circa 13 milioni di euro del Fondo per il governo dei dispositivi medici. Il Fondo previsto dalla normativa italiana è alimentato da una quota annuale pari allo 0,75% del fatturato al netto IVA delle vendite al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) di dispositivi medici e grandi apparecchiature e ha l’obiettivo di sostenere la costruzione e il funzionamento di un sistema nazionale di governance dei dispositivi medici, di cui l’HTA costituisce un elemento centrale.

La vera novità, dunque, è che le risorse ora, ci sono

Con la disponibilità delle risorse, il Programma nazionale di HTA prevede la produzione di decine di valutazioni HTA già nel 2026, un piano rilevante di formazione professionale, lo sviluppo di una piattaforma nazionale di supporto, progetti di ricerca su real-world data e un rafforzato coinvolgimento degli stakeholder. Queste attività rappresentano un passo significativo verso un uso sistematico dell’HTA per supportare decisioni di politica sanitaria, appropriatezza clinica e innovazione tecnologica nel contesto del SSN.

Per approfondire il tema, TrendSanità ha intervistato Giandomenico Nollo, presidente della Società Italiana di Health Technology Assessment (SIHTA) e professore di Bioingegneria all’Università di Trento.

Il Governo ha finalmente reso disponibili le risorse per il Piano nazionale HTA 2026–2028 sui dispositivi medici. Di che novità stiamo parlando?

«In realtà non si tratta di una novità in senso stretto, ma è una misura di cui si discute da tempo e solo ora diventa effettivamente operativa. Il percorso è stato lungo: prima la questione del payback, poi la complessa trafila autorizzativa che ha coinvolto MEF e Corte dei Conti e solo a gennaio 2026 siamo arrivati alla reale disponibilità del fondo. La vera novità, dunque, è che le risorse ora, ci sono».

Giandomenico Nollo

Qual è l’obiettivo principale di questo fondo?

«Da un lato, l’obiettivo è rendere finalmente operativo il Piano nazionale di HTA per i dispositivi medici e dall’altro, rafforzare in modo più generale la governance dei dispositivi medici, sia a livello nazionale sia regionale. In termini concreti, significa attivare in modo sistematico i meccanismi di valutazione delle numerose tecnologie innovative che ogni anno entrano sul mercato».

Cosa comporta, operativamente, sostenere il Piano nazionale HTA?

«Significa innanzitutto aumentare in modo significativo il numero di valutazioni: passare da pochi report all’anno a decine, idealmente 50 o 100. Significa anche investire seriamente sulla formazione. Servono competenze sia tra chi utilizza i report di HTA, ovvero i decisori, i clinici e i dirigenti, sia tra chi li produce, ovvero le Aziende o chi propone nuovi percorsi di valutazione. Senza questo investimento, l’HTA resta un esercizio teorico».

Quali sono state finora le principali criticità che hanno limitato l’uso sistematico dell’HTA sui dispositivi medici?

«La criticità principale è che l’HTA, a tutti gli effetti, è una tecnologia, quindi richiede tempo, competenze e risorse economiche. Un report di HTA ha un costo rilevante in termini di lavoro umano. Senza risorse dedicate, diventa impossibile chiedere a regioni, aziende sanitarie o enti pubblici di svolgere queste attività senza sottrarre energie ai loro compiti istituzionali».

Il finanziamento attuale è sufficiente a superare questi limiti?

«È un passaggio fondamentale, ma non basta da solo; va ricostruita anche una competenza che, di fatto, è stata azzerata dopo il 2014, soprattutto nell’ambito dell’hospital based HTA. Molti professionisti hanno abbandonato questi ruoli perché non vedevano prospettive di crescita. Oggi bisogna ricostruire quel capitale umano».

Senza risorse dedicate, diventa impossibile chiedere a regioni, aziende sanitarie o enti pubblici di svolgere queste attività senza sottrarre energie ai loro compiti istituzionali

Dal vostro punto di vista, serve anche un cambio di approccio organizzativo?

«Come SIHTA riteniamo che sia necessario valorizzare maggiormente il principio di sussidiarietà. Non siamo convinti che solo i centri di competenza pubblici possano sostenere in modo continuativo tutta la reportistica HTA, soprattutto per i dispositivi medici, che presentano una complessità superiore rispetto ai farmaci».

In che modo potrebbe funzionare questo approccio sussidiario?

«Un esempio potrebbe essere il coinvolgimento di enti terzi accreditati, anche di natura privatistica, un po’ come avviene con gli organismi notificati per la certificazione dei dispositivi medici. Si potrebbe immaginare che un report di HTA venga prodotto da un centro certificato e successivamente validato o accreditato dal sistema pubblico, ad esempio tramite Agenas».

Qual è il ruolo di SIHTA rispetto ad Agenas e al coordinamento europeo HTA?

«SIHTA è una società scientifica: il suo compito è stimolare lo sviluppo dell’HTA, vigilare sui metodi e contribuire al dibattito scientifico e di sistema. Agenas, invece, svolge un ruolo chiave di raccordo tra il programma nazionale HTA e il coordinamento europeo. Esiste anche una continuità operativa, visto che il responsabile HTA di Agenas è co-chair del Coordination Group europeo. SIHTA resta una terza parte, indipendente».

Ritiene che l’HTA debba evolvere anche dal punto di vista metodologico?

«Per i dispositivi medici servono modelli più dinamici. Guardiamo con interesse, per esempio, all’esperienza francese che utilizza maggiormente i real world data. Nei dispositivi medici le evidenze pubblicate sono spesso limitate non per mancanza di rigore, ma perché le tecnologie evolvono rapidamente, così come le indicazioni d’uso, soprattutto nell’ambito digitale e ICT».

Per i dispositivi medici servono modelli di HTA più dinamici, ad esempio basati sui real world data

Dal punto di vista delle imprese di dispositivi medici, cosa cambia con lo sblocco dei fondi?

«Ogni sistema di valutazione rappresenta sempre un equilibrio delicato. Da un lato, alzare l’asticella migliora l’appropriatezza, tutela i cittadini e valorizza l’innovazione di qualità. Dall’altro, se i processi non sono chiari, tempestivi e certi, si rischia di rallentare l’accesso al mercato. Finora la mancanza di risorse ha impedito una vera partenza del sistema».

Ora cosa si aspettano le aziende?

«Tempi certi e valutazioni rigorose sarebbero le prime cose, anche in conseguenza del fatto che i fondi derivano da un contributo diretto delle imprese, cioè lo 0,75% del fatturato nei confronti del SSN, quindi parliamo di un investimento consapevole. È normale che le aziende siano molto attente affinché questo investimento generi un circolo virtuoso: qualità, innovazione, crescita del sistema industriale nazionale ed europeo».

Ultimo tema importantissimo: la formazione…

«Le competenze vanno ricostruite e c’è una forte domanda sia da parte delle regioni sia delle aziende sanitarie. Come SIHTA stiamo già contribuendo con percorsi formativi, anche rivolti alle imprese, come le “pillole di HTA”. Ora Agenas è chiamata a fare un salto di scala con un programma nazionale strutturato. Come società scientifica, siamo pronti a dare il nostro supporto».

Lesioni cutanee croniche: il punto di vista degli stakeholder tra criticità organizzative e prospettive di miglioramento

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Introduzione

Le lesioni cutanee croniche rappresentano una sfida rilevante sia dal punto di vista clinico sia sotto il profilo socioeconomico. Esse, infatti, compromettono significativamente la qualità di vita dei pazienti, generando un impatto rilevante in termini di costi sanitari e sociosanitari legati alla gestione e al trattamento appropriato [Olsson et al., 2019; Erfurt-Berge et al., 2020].

L’origine multifattoriale di tali lesioni richiede un approccio complesso e articolato: la cura delle ferite implica l’impiego di diversi dispositivi medici, con conseguente variabilità nei consumi a livello regionale, e coinvolge numerose figure professionali con competenze differenziate. A complicare ulteriormente il quadro contribuisce la pluralità dei contesti assistenziali in cui queste ferite possono insorgere, e di conseguenza debbono essere gestite – dal domicilio all’ospedale, dalle RSA agli ambulatori, con differenti livelli di competenze – determinando una molteplicità di percorsi di presa in carico e di modelli organizzativi, che possono essere più o meno formalizzati.

Le lesioni cutanee croniche sono una sfida dal punto di vista sia clinico sia socioeconomico

Questa frammentazione si traduce spesso in una gestione altrettanto disomogenea del paziente, in cui l’assenza di protocolli condivisi porta a decisioni basate sulla discrezionalità del singolo professionista, alle prassi storicamente in essere e alle competenze individuali sviluppate. La selezione delle medicazioni – che vanno dagli alginati alle schiume di poliuretano, fino a soluzioni più avanzate come quelle con argento o la terapia a pressione negativa – dipende quindi da fattori che spesso possono essere lasciati alla soggettività, all’esperienza individuale, alla disponibilità di risorse dedicate, nonché alle caratteristiche cliniche del caso specifico.

Tale eterogeneità comporta rischi non trascurabili: da una parte può compromettere l’appropriatezza terapeutica, dall’altra ostacola la diffusione di buone pratiche, con effetti negativi su efficacia ed efficienza complessive del trattamento. A questo si aggiunge la difficoltà di tracciare e codificare in modo uniforme l’utilizzo dei dispositivi, con conseguenti limiti nella rendicontazione e nel monitoraggio degli esiti clinici. Le attuali codifiche, infatti, spesso non riflettono la complessità delle ferite croniche né il tempo e le risorse necessarie per il loro trattamento, rendendo difficile valutare il reale valore aggiunto delle tecnologie innovative impiegate nel wound care.

L’eterogeneità nella gestione può compromettere l’appropriatezza terapeutica e la diffusione di buone pratiche

Emerge chiaramente come la gestione delle lesioni croniche non sia solo un tema dal valore clinico, bensì debba essere gestita in una logica organizzativa, di standardizzazione di procedure e percorsi, oltre che sotto un profilo di tipo strategico. In tale contesto, ai fini di poter definire le azioni di ottimizzazione e miglioramento, nonché i gap attualmente esistenti, diviene prioritario comprendere le percezioni dei professionisti sanitari a vario titolo coinvolti nella gestione delle lesioni cutanee croniche, quale azione di definizione delle caratteristiche della tematica, come percorso iniziale, indispensabile per orientare le scelte, identificare le aree rilevanti di intervento e definire i criteri su cui basare i processi decisionali.

È prioritario comprendere le percezioni dei professionisti sanitari coinvolti nella gestione delle lesioni cutanee croniche

Sulla scorta di queste premesse, il testo a seguire mostra i risultati di una indagine qualitativa svolta nell’ambito dell’attività di ricerca ULISSE, condotta dall’Università Carlo Cattaneo – LIUC, con il patrocinio di AISLeC (Associazione Infermieristica per lo Studio delle Lesioni Cutanee) e AIUC (Associazione Italiana Ulcere Cutanee), in collaborazione con Confindustria Dispositivi Medici. Nello specifico, l’obiettivo primario di tale attività è risultato essere quello di mappare e comprendere il punto di vista e il potenziale comportamento di alcune regioni italiane e dei principali stakeholder, in riferimento all’utilizzo delle differenti tecnologie sanitarie disponibili per l’utilizzo nell’ambito del wound care per il trattamento del paziente con lesione cutanea cronica (lesione vascolare, lesione da pressione o lesione a eziologia diabetica), nonché all’esistenza di percorsi di gestione di tali pazienti, identificando elementi qualificanti correlati all’utilizzo di dispositivi medici per il wound care, con il fine ultimo di fornire indicazioni utili ai processi di acquisto e di accesso al mercato. Questo approccio è finalizzato a ottimizzare gli esiti clinici e organizzativi, contribuendo al tempo stesso alla sostenibilità del sistema sanitario [Teisberg et al., 2020; Viana et al., 2024].

Materiali e Metodi

Per il raggiungimento dell’obiettivo sopra descritto, è stato condotto uno studio di natura qualitativa che ha previsto la predisposizione di una survey, somministrata online nel periodo tra luglio e novembre 2024, ai principali key-opinion leader del contesto wound care, specificatamente dedicati alla presa in carico e al trattamento del paziente con lesione vascolare, lesione da pressione o lesione a eziologia diabetica.

È stata condotta una survey sulle tipologie di medicazioni impiegate e sulle principali codifiche utilizzate

La survey intendeva, in primo luogo, rilevare sia le tipologie di medicazioni più comunemente impiegate nella pratica clinica per la gestione delle lesioni cutanee croniche, sia le principali codifiche utilizzate per la rendicontazione delle relative prestazioni sanitarie. Sulla base delle codifiche identificate, è stato chiesto ai professionisti di esprimere la propria percezione in merito al grado di adeguatezza e appropriatezza di tali codifiche nel contesto operativo di riferimento, nonché di indicare eventuali fattori ritenuti utili per migliorarne l’efficacia e l’accuratezza. Un ulteriore focus è stato posto sul regolamento europeo relativo alla tracciabilità dei dispositivi medici. In particolare, si è indagato il potenziale valore aggiunto derivante dall’introduzione di un campo note specifico in grado di riportare la diagnosi o il razionale clinico alla base dell’impiego di uno specifico dispositivo medico, al fine di facilitare il processo di tracciabilità lungo tutto il percorso assistenziale.

La parte finale della survey è stata dedicata alla mappatura dei percorsi attualmente in essere per la gestione del paziente con lesione cutanea cronica. Sono stati rilevati sia l’eventuale esistenza di linee guida aziendali o regionali, sia il livello di consapevolezza e le percezioni degli stakeholder in merito all’adozione di specifici PDT/PDTA regionali. È stata inoltre approfondita la figura professionale responsabile della prima valutazione del paziente e della successiva presa in carico, nonché la tipologia di strutture clinico-assistenziali deputate al trattamento delle lesioni cutanee croniche, con l’obiettivo di garantire un approccio integrato alla presa in carico, fondato su principi di equità di accesso ed efficienza organizzativa. Si è infine analizzata la modalità di approvvigionamento dei prodotti impiegati, distinguendo tra:

  1. acquisto diretto da parte della struttura tramite gara o offerta autonoma;
  2. acquisto diretto tramite gara regionale o aggregata;
  3. fornitura da parte dell’ASL.

A conclusione del questionario, è stato chiesto ai professionisti di esprimere il proprio grado di accordo rispetto all’eventuale introduzione del teleconsulto e di tecnologie digitali, intese in senso ampio, a supporto della presa in carico e della gestione del paziente con lesioni cutanee croniche.

Risultati

Il campione di riferimento è costituito da 258 professionisti a vario titolo coinvolti nella gestione del paziente con lesione cutanea cronica e afferenti a diversi contesti regionali, con una più alta concentrazione di risposte pervenute da Regione Lombardia (19%), seguita da Regione Piemonte (13%) e Regione Friuli-Venezia Giulia (9%) – Tabella 1.

Contesto regionale di riferimento

N.

%

Lombardia

48

19

Piemonte

34

13

Friuli-Venezia Giulia

24

9

Toscana

21

8

Lazio

18

7

Sicilia

17

7

Emilia-Romagna

16

6

Liguria

15

6

Puglia

14

5

Veneto

12

5

Campania

11

4

Sardegna

8

3

Marche

7

3

Abruzzo

4

2

Calabria

3

1

Umbria

3

1

Basilicata

2

1

Trentino-Alto Adige

1

0,4

Totale

258

100

Tabella 1. Distribuzione del campione sulla base del contesto regionale di riferimento

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La maggior parte dei rispondenti era rappresentata da infermieri (77%), mentre i farmacisti costituivano solo il 2% del totale (Figura 1).

 Figura 1. Distribuzione del campione coinvolto, sulla base del ruolo professionale

I professionisti coinvolti hanno inoltre dichiarato che tra i pazienti con lesione cutanea cronica da loro presi in carico, la maggior parte presenta una lesione vascolare (46%) – Figura 2.

Figura 2. Rappresentazione grafica della distribuzione delle lesioni complessivamente trattate


Dopo avere profilato il campione di riferimento, l’analisi è proseguita con la definizione delle medicazioni maggiormente utilizzate ai fini del trattamento delle lesioni cutanee. In prima istanza, le risposte raccolte hanno evidenziato un uso diversificato delle medicazioni, selezionate in base alle caratteristiche delle lesioni e al contesto clinico. In generale, è stato rilevato un impiego prevalente di medicazioni contenenti argento e antisettici.

L’uso delle medicazioni è risultato diversificato, con prevalenza di medicazioni contenenti argento e antisettici

In particolare:

  • per le lesioni vascolari, sono state indicate principalmente medicazioni contenenti argento e antisettici (20%), seguite da alginati, in forma pura o combinata (12%) e da idrocolloidi (8%);
  • per le lesioni da pressione, risultano prevalenti le schiume di poliuretano e le medicazioni con argento e antisettici (13% ciascuna), seguite da alginati (11%) e idrocolloidi (11%);
  • per le lesioni a eziologia diabetica, sono state frequentemente impiegate medicazioni con argento e antisettici (16%), medicazioni idrofobiche per il controllo della carica batterica (12%), schiume di poliuretano (10%), alginati (8%) e terapia a pressione negativa (7%).

Un tema di rilievo emerso ha riguardato le codifiche utilizzate per la rendicontazione delle prestazioni dedicate al trattamento delle lesioni croniche.

Per le lesioni vascolari, la codifica maggiormente adottata è risultata essere “Altra irrigazione di ferita – Pulizia di ferita NAS” (15%), seguita dalla rimozione asportativa (15%) e non asportativa (9%) di ferita, infezione o ustione. I bendaggi con colla di zinco e le fasciature semplici hanno registrato percentuali pari al 20%.

Le lesioni da pressione sono state rendicontate prevalentemente con rimozione asportativa (14%) e non asportativa (13%), accompagnate da irrigazioni (14%) e bendaggi (11%). In Sardegna, Basilicata e Puglia, è emerso anche l’utilizzo della codifica “Aspirazione della cute e del tessuto sottocutaneo” (17%).

Per le lesioni a eziologia diabetica, si è osservato un uso frequente della rimozione asportativa (14%), della rimozione non asportativa (11%) e della fasciatura semplice (11%). In Regioni come Lombardia, Friuli-Venezia Giulia e Marche, si è registrato anche l’impiego di medicazioni avanzate, comprese quelle per ferite estese fino a 10 cm² (7%). Al contrario, in altre aree, come Calabria, Abruzzo e Toscana, si è osservato un predominio di medicazioni meno specializzate, come bendaggi adesivi elastici (15%).

Questa variabilità riflette potenziali differenze nelle risorse disponibili e nelle linee guida regionali per la gestione delle ferite croniche.

Questa variabilità riflette potenziali differenze nelle risorse disponibili e nelle linee guida regionali

In termini generali, i professionisti si sono dimostrati reticenti in riferimento al livello di adeguatezza delle codifiche attualmente disponibili, facendo registrare un valore medio pari a 2,29 su una scala da 1 (per niente adeguato) a 5 (molto adeguato). Per individuare possibili strategie di miglioramento, è stata condotta un’analisi dei criteri ritenuti rilevanti per una maggiore appropriatezza. Tra questi, è emersa l’importanza di stratificare le codifiche in base alla gravità clinica della lesione, alla sua estensione e alla sua profondità. La stratificazione multiparametrica (estensione + profondità/complicanze) ha ottenuto il punteggio medio più elevato (3,85±0,092), come mostra la Tabella 2.

 

Stratificazione della codifica in base alle caratteristiche della lesione

 

Estensione

Complicanza

Profondità

Sia in base alla estensione in cm sia in base alla profondità e/o complicanza

Lombardia

2,7±0,159

3,74±0,144

3,26±0,157

3,7±0,132

Piemonte

3,4±0,306

3,6±0,34

3,5±0,307

3,6±0,34

Toscana

3,09±0,343

3,73±0,273

3,55±0,34

3,55±0,34

Sicilia

3,38±0,42

3,88±0,398

3,88±0,441

4,25±0,412

Liguria

3,75±0,479

4,25±0,479

4,25±0,479

4,5±0,5

Lazio

3,71±0,184

4±0,218

3,71±0,184

4±0

Campania

3,17±0,749

3,67±0,558

3,83±0,543

4,17±0,477

Emilia-Romagna

3,13±0,398

3,5±0,423

3,38±0,324

3,88±0,398

Friuli Venezia Giulia

3,1±0,233

3,5±0,224

3,4±0,221

3,9±0,277

Veneto

4

4,5±0,5

5

5

Sardegna

3,83±0,307

4,17±0,307

4,17±0,307

4,33±0,333

Puglia

3,33±0,882

3,67±0,882

3,67±0,882

4±1

Marche

3,25±0,479

3,75±0,479

3,5±0,289

3,5±0,289

Abruzzo

4

4±1

4,5±0,5

4±1

Calabria

4

4

4

4

Umbria

2±0,577

2,33±0,667

2,33±0,667

2,33±0,667

Trentino-Alto Adige

Non disponibile

Non disponibile

Non disponibile

Non disponibile

Basilicata

4

5

4

4

Intero campione ULISSE

3,2±0,097

3,74±0,09

3,59±0,091

3,85±0,092

p-value

0,219

0,564

0,175

0,262

Tabella 2. Definizione dei criteri maggiormente rilevanti a garanzia di una maggiore appropriatezza e adeguatezza delle codifiche attualmente disponibili

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I professionisti hanno indicato ulteriori elementi di miglioramento, come la possibilità di stratificare le codifiche in base alle comorbilità del paziente, alla presenza di infezioni o di essudato, al “peso” assistenziale dell’assistito (livello di autonomia, presenza di caregiver, ecc.), nonché alla tipologia di bendaggio e, più in generale, alla tipologia di medicazione o di tecnologie avanzate utilizzate.

Sono state fatte delle proposte di miglioramento della codifica sulla base delle caratteristiche delle lesioni, dei pazienti e della medicazione

Proprio in riferimento a quest’ultimo punto, i professionisti dichiarano come l’utilizzo di tecnologie avanzate non abbia facilitato né reso complessa l’attuale modalità di codifica delle prestazioni (valore medio della domanda pari a 2,83±0,098). Le motivazioni di questa percezione sono riconducibili principalmente a due fattori: da una parte pesa la sostanziale assenza di codici specifici per medicazioni complesse, anche in considerazione del fatto che spesso non vi è congruenza tra i costi sostenuti e la tariffa di rimborso correlata; in secondo luogo si registra talvolta una scarsa conoscenza, da parte di alcuni professionisti coinvolti nei processi, con riferimento all’utilizzo appropriato delle tecnologie avanzate.

I professionisti hanno attribuito un valore medio di percezione pari a 3,73±0,075 all’utilità dell’introduzione di un campo note dedicato alla diagnosi/razionale d’uso del dispositivo medico e un valore medio di percezione pari a 3,59±0,074 alla sua capacità di migliorare la tracciabilità. In entrambi i casi, non sono state riscontrate differenze statisticamente significative tra Regioni.

In ultima istanza gli stakeholder coinvolti hanno fornito un giudizio sui diversi elementi che potrebbero rendere complessa la gestione del paziente con lesione cutanea cronica, considerando:

  1. la complessità della Classificazione Nazionale dei Dispositivi Medici (CND), ossia della classificazione italiana che suddivide i dispositivi medici in categorie omogenee di prodotti destinati a effettuare un intervento diagnostico e/o terapeutico simile;
  2. la difficoltà nella rendicontazione delle prestazioni;
  3. la disomogeneità nel percorso di trattamento;
  4. l’assenza di una lista completa dei prodotti di medicazione a disposizione;
  5. i budget messi a disposizione dall’ente ospedaliero o dalla struttura sanitaria.

Il fattore più critico nella gestione del paziente è stato la difficoltà di rendicontazione delle prestazioni

Da questo punto di vista, considerando una scala di valutazione variabile da 1 (aspetto meno complesso) a 5 (fattore ritenuto, invece, maggiormente complesso), si riscontra come il fattore più critico sia risultato essere la difficoltà di rendicontazione delle prestazioni, seguito dall’assenza di una lista completa dei dispositivi e dalla limitata disponibilità economica. La disomogeneità del percorso di trattamento è stata invece percepita come meno impattante.

Per quanto riguarda i percorsi assistenziali, la maggior parte dei rispondenti ha dichiarato la presenza, nel proprio contesto, di un percorso formalizzato per la gestione delle lesioni cutanee croniche. A partire da ciò, l’analisi ha identificato le indicazioni e le linee di indirizzo per la gestione delle lesioni nei diversi contesti regionali, focalizzandosi sulla presenza di istruzioni operative aziendali, protocolli aziendali e PDT/PDTA aziendali o regionali, come indicato nelle Tabelle 3, 4 e 5.

Lesione vascolare Istruzioni operative aziendali Protocolli aziendali PDT/PDTA aziendali PDT/PDTA regionali
Lombardia        
Piemonte        
Toscana        
Sicilia        
Liguria        
Lazio        
Campania        
Emilia-Romagna        
Friuli-Venezia Giulia        
Veneto        
Puglia        
Marche        
Abruzzo        
Umbria        
Basilicata        

Tabella 3. Presenza (cella verde) o assenza (cella rossa) di strumenti ai fini della corretta gestione del paziente con lesione vascolare cronica

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Lesione da pressione Istruzioni operative aziendali Protocolli aziendali PDT/PDTA aziendali PDT/PDTA regionali
Lombardia        
Piemonte        
Toscana        
Sicilia        
Liguria        
Lazio        
Campania        
Emilia-Romagna        
Friuli-Venezia Giulia        
Veneto        
Puglia        
Marche        
Abruzzo        
Umbria        
Basilicata        

Tabella 4. Presenza (cella verde) o assenza (cella rossa) di strumenti ai fini della corretta gestione del paziente con lesione da pressione cronica

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Lesione a eziologia diabetica Istruzioni operative aziendali Protocolli aziendali PDT/PDTA aziendali PDT/PDTA regionali
Lombardia        
Piemonte        
Toscana        
Sicilia        
Liguria        
Lazio        
Campania        
Emilia-Romagna        
Friuli-Venezia Giulia        
Veneto        
Puglia        
Marche        
Abruzzo        
Umbria        
Basilicata        

Tabella 5. Presenza (cella verde) o assenza (cella rossa) di strumenti ai fini della corretta gestione del paziente con lesione cronica a eziologia diabetica

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L’analisi ha messo in luce una disparità tra le regioni italiane nella disponibilità di strumenti per la gestione delle lesioni cutanee croniche, rilevando come il loro utilizzo sia effettivamente ad appannaggio del singolo professionista. La mancanza di uniformità e di dettagli specifici suggerisce la necessità di ulteriori indagini e interventi per garantire che tutte le regioni dispongano degli strumenti necessari per una gestione efficace e standardizzata delle lesioni vascolari, da pressione e a eziologia diabetica. Tali differenze possono influenzare significativamente la qualità delle cure e l’esperienza del paziente, sottolineando l’importanza di una maggiore coerenza e di un approccio uniforme a livello nazionale.

La disponibilità e l’applicazione degli strumenti per la gestione del paziente sono risultate non uniformi

Tuttavia, l’applicazione effettiva degli strumenti (istruzioni operative, protocolli, PDT/PDTA) non è risultata uniforme. Le principali barriere all’implementazione sono state la carenza di formazione del personale (75%), le problematiche legate ai sistemi informativi regionali o locali (65%) e le criticità organizzative (60%). Dall’altro lato, però, i professionisti concordano nel riconoscere che la presenza di un PDT/PDTA regionale possa apportare benefici significativi, in particolare garantendo un approccio multidisciplinare, un accesso equo alle metodiche diagnostico-terapeutiche avanzate e una maggiore uniformità dei percorsi.

È stato inoltre sottolineato come tali strumenti possano favorire la continuità assistenziale, prevenire frammentazioni del percorso e ridurre il ricorso a servizi privati, soprattutto da parte dei pazienti con risorse economiche limitate.

I professionisti concordano nel riconoscere che la presenza di un PDT/PDTA regionale possa apportare benefici significativi

Focalizzando l’attenzione sul percorso attualmente erogato, si è riscontrato come il professionista sanitario che effettua solitamente la prima valutazione e/o la prima diagnosi sia prevalentemente il medico specialista per quanto concerne le lesioni vascolari (37%) e le lesioni a eziologia diabetica (49%), mentre per le lesioni da pressione prevale l’infermiere di assistenza domiciliare (32%). Dopo la prima valutazione, la gestione delle lesioni vascolari e diabetiche passa principalmente agli infermieri ambulatoriali, mentre le lesioni da pressione restano in capo agli infermieri domiciliari. La prescrizione dei medical device è risultata essere prevalentemente in carico al medico specialista.

Le strutture clinico-assistenziali deputate alla presa in carico sono state per lo più pubbliche (82%). Le lesioni vascolari e diabetiche sono state trattate principalmente in ospedali o ambulatori specialistici, mentre le lesioni da pressione sono state gestite prevalentemente in RSA, ambulatori territoriali e tramite assistenza domiciliare. Le Case di Comunità sono risultate coinvolte solo in alcune regioni (Toscana, Lombardia, Campania, Liguria).

Le strutture clinico-assistenziali deputate alla presa in carico sono state per lo più pubbliche (82%)

In merito all’approvvigionamento dei dispositivi, la modalità prevalente è risultata essere quella tramite ASL (61% per l’assistenza domiciliare, 41% per le strutture distrettuali), mentre l’acquisto tramite gara regionale/aggregata è stato dominante nelle strutture ospedaliere e nei centri di riferimento regionali. L’acquisto diretto autonomo è risultato marginale, con l’eccezione delle RSA (29%).

Infine, l’indagine ha esplorato le percezioni sull’utilizzo del teleconsulto e delle tecnologie digitali. Il 69% dei rispondenti ha dichiarato di non utilizzare il teleconsulto nella gestione delle lesioni. Il giudizio medio di utilità è stato moderato, sia in ambito domiciliare (3,65±0,148) sia ambulatoriale (3,56±0,163), senza variazioni significative tra regioni. I principali limiti individuati sono stati l’impossibilità di valutare direttamente la lesione, la scarsa qualità delle immagini e l’incompatibilità con i sistemi informatici ospedalieri. Tuttavia, i professionisti hanno espresso un accordo diffuso sul potenziale delle tecnologie digitali nel facilitare la comunicazione tra operatori e nel migliorare la continuità e l’efficienza assistenziale.

Conclusioni

Le percezioni raccolte dai professionisti coinvolti confermano l’importanza di una gestione strutturata e multidisciplinare delle lesioni cutanee croniche, supportata da protocolli chiari e condivisi, siano essi regionali o aziendali.

È emersa, inoltre, una diffusa richiesta di maggiore uniformità nei percorsi assistenziali e di un miglior accesso alle tecnologie avanzate, per facilitare la presa in carico dei pazienti complessi. In particolare, i risultati dell’indagine offrono spunti rilevanti su tre aree chiave: uso delle tecnologie, barriere organizzative e opportunità di miglioramento.

  1. Uso delle tecnologie avanzate: i professionisti riconoscono il valore delle medicazioni avanzate, come quelle all’argento e i sistemi di terapia a pressione negativa, ritenendole strumenti fondamentali per il trattamento delle lesioni più complesse. Tuttavia, è stata segnalata la necessità di una formazione continua per garantirne un utilizzo appropriato e omogeneo. L’adozione di queste tecnologie risulta infatti disomogenea tra le diverse strutture, costituendo un ostacolo a una gestione uniforme ed efficace delle ferite.
  2. Barriere organizzative: numerosi professionisti hanno evidenziato che la mancanza di protocolli standardizzati rappresenta una delle principali criticità nella gestione delle lesioni croniche. Questa frammentazione genera disomogeneità nei trattamenti e nella gestione delle risorse, alimentando le disparità tra regioni e aziende sanitarie.
  3. Opportunità di miglioramento: è stato espresso ampio consenso sull’opportunità di migliorare la tracciabilità dei dispositivi medici tramite sistemi digitali, in grado di garantire maggiore trasparenza nei processi di approvvigionamento e nell’utilizzo clinico. L’integrazione di strumenti di teleconsulto e telemedicina è stata identificata come leva potenziale per ottimizzare la gestione a distanza dei pazienti con lesioni croniche, riducendo gli accessi in presenza e consentendo un monitoraggio più continuativo e costante.

In parallelo, emerge una chiara richiesta di supporto manageriale per rafforzare i processi decisionali legati all’acquisto e all’utilizzo dei dispositivi medici, promuovendo il coinvolgimento attivo degli specialisti nella scelta delle tecnologie, sulla base dell’efficacia clinica e dei bisogni specifici dei pazienti. Le percezioni raccolte, infatti, delineano una consapevolezza diffusa rispetto alle potenzialità offerte dalle tecnologie avanzate, ma anche una persistente esigenza di superare barriere organizzative, investendo in formazione e promuovendo la standardizzazione delle pratiche cliniche.

Questi insight suggeriscono che il successo di un sistema di gestione delle lesioni croniche si basi non solo sull’introduzione di tecnologie avanzate, ma anche sulla creazione di un ambiente organizzativo e formativo che ne favorisca l’applicazione efficace, nonché da un sistema di monitoraggio che supporti la corretta definizione delle prestazioni erogate sulla popolazione che esprime il fabbisogno.

Per gestire le lesioni croniche occorre agire su tecnologie avanzate, ambiente organizzativo e formativo e sistema di monitoraggio

Da questo punto di vista, l’attività presentata in queste pagine offre importanti implicazioni manageriali che riguardano, per lo più, la necessità di implementare un sistema di monitoraggio centralizzato per l’uso di dispositivi medici, favorendo così una maggiore trasparenza e un miglior controllo dei costi. La definizione di protocolli uniformi a livello nazionale consentirebbe di ottimizzare l’allocazione delle risorse, mentre il coinvolgimento attivo dei professionisti sanitari nel processo decisionale garantirebbe un uso più appropriato dei dispositivi, con benefici in termini di qualità dell’assistenza.

Infine, il monitoraggio continuo del consumo dei dispositivi e l’adozione sistematica di tecnologie avanzate, accompagnata da percorsi di formazione continua, rappresentano leve fondamentali per rispondere in modo più efficace ai bisogni di salute della popolazione con lesione cutanea cronica, ottimizzando il consumo di risorse tramite un uso appropriato dei dispositivi, contribuendo al miglioramento degli outcome clinici.

Bibliografia

Hpv, i pediatri: “Disinformazione e falsi miti frenano la prevenzione”

«È incredibile come ancora oggi tanti genitori scelgano di non vaccinare i figli contro l’Hpv, nonostante sia un vaccino sicuro ed efficace che previene addirittura un tipo di tumore». A dirlo è Valentina Grimaldi, pediatra di famiglia, consigliera Omceo Roma e coordinatrice della Commissione età evolutiva, commentando i recenti dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), secondo cui sette genitori su dieci ritengono questa forma di prevenzione non utile e per otto su dieci l’Hpv non è una malattia grave.

Il vaccino anti-Hpv, ricorda Grimaldi, «protegge da alcuni ceppi di Papilloma responsabili della maggior parte dei tumori che colpiscono il collo dell’utero, il pene, l’ano e la gola con un’efficacia molto alta (circa 90%), soprattutto se somministrato prima dell’età adulta». Eppure, secondo l’Iss, «appena metà della popolazione target, ossia ragazze e ragazzi sotto i 12 anni, è effettivamente protetta».

«È incredibile come ancora oggi tanti genitori scelgano di non vaccinare i figli contro l’Hpv, nonostante sia un vaccino sicuro ed efficace che previene addirittura un tipo di tumore»

Alla base della bassa adesione, «la disinformazione e i falsi miti», sottolinea la pediatra: «Molte persone non sanno bene cosa sia l’Hpv, come si trasmetta o quanto sia diffuso. Alcuni pensano che riguardi solo le donne o solo chi ha molti partner sessuali, quando in realtà quasi tutte le persone sessualmente attive vengono esposte all’Hpv almeno una volta nella vita».

Il tema è stato analizzato anche dal progetto europeo Perch, coordinato in Italia dall’Iss, che ha evidenziato dubbi sulla sicurezza del vaccino: il 40% dei genitori intervistati dichiara di temere effetti avversi. «Ci sono tanti miti da sfatare – afferma Grimaldi – come l’idea che il vaccino possa causare infertilità, un’affermazione totalmente priva di qualunque supporto scientifico». Centrale, secondo la pediatra, il ruolo del pediatra di famiglia, che «deve promuovere attivamente la vaccinazione, già prima degli 11 anni, spiegandone l’importanza e informando correttamente».

Tra i miti da sfatare l’idea che il vaccino anti-Hpv possa causare infertilità

“Attonito” rispetto ai dati Iss si dice anche Piero Valentini, pediatra e membro della Commissione età evolutiva Omceo Roma. «Siamo partiti da un vaccino bivalente che copriva circa il 70% dei tumori della cervice – spiega – oggi abbiamo un vaccino nonavalente che copre quasi la totalità dei ceppi causa di tumore». Il vaccino, aggiunge, protegge anche «nei confronti dei tumori dell’ano, oro-faringei, della vagina, della vulva e del pene». «Il vaccino anti-Hpv è stato il primo caso di un vaccino che previene la possibile insorgenza di un tumore», evidenzia Valentini, sottolineando la necessità di «aumentare la conoscenza dei dati».

Secondo l’Iss, il vaccino anti-Hpv potrebbe prevenire quasi tremila morti l’anno in Italia per tumori correlati all’infezione. Tuttavia persistono anche ostacoli organizzativi: il 70% degli intervistati segnala difficoltà nel raggiungere i centri vaccinali e sei su dieci non sanno che il vaccino è gratuito. I dati del ministero della Salute mostrano inoltre che nessuna regione ha raggiunto il 95% di copertura, con valori che vanno dal 77% della Lombardia al 23% della Sicilia.

Secondo l’Iss, il vaccino anti-Hpv potrebbe prevenire quasi tremila morti l’anno in Italia per tumori correlati all’infezione

«In alcuni territori ci sono ostacoli pratici e barriere culturali che riducono l’adesione – conclude Grimaldi – aumentare l’offerta vaccinale anche negli ambulatori dei pediatri può fare la differenza». Intanto la Commissione età evolutiva dell’Omceo Roma annuncia un prossimo approfondimento sul tema sul periodico Capitale Medica, con l’obiettivo di rafforzare la diffusione di informazione scientifica corretta.

Direttiva UE acque reflue: Egualia e Farmindustria lanciano l’allarme per l’impatto sull’industria farmaceutica

Forte preoccupazione per l’impatto economico e industriale della direttiva europea sulle acque reflue urbane, che rischia di gravare in modo sproporzionato sull’industria farmaceutica. A lanciare nuovamente l’allarme sulla normativa in vigore da gennaio 2025, che rende insostenibili le norme di trattamento delle acque reflue per la rimozione dei microinquinanti, sono stati i rappresentanti delle associazioni delle industrie di settore Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria, e Michele Uda, Direttore Generale di Egualia, ascoltati dalla Commissione 4ª (Politiche dell’Unione Europea) del Senato, nell’ambito del ciclo di audizioni relative alla Legge di delegazione europea 2025.

In un contesto globale di forte concorrenza, tensioni geopolitiche e commerciali, aumento strutturale dei costi operativi del 30% rispetto al 2021, l’Europa ha già perso molto terreno rispetto agli altri grandi macrosistemi globali e sta attuando provvedimenti come la revisione della legislazione farmaceutica che aumenteranno il gap. La filiera dell’industria farmaceutica in Italia ribadisce la necessità di risolvere le criticità contenute nel sistema EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) che – se introdotto senza modifiche – rischia di compromettere in maniera irreversibile la sostenibilità del comparto.

La filiera farmaceutica italiana segnala i rischi del sistema EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) per la sostenibilità del settore

Recenti evidenze mostrano che la valutazione di impatto della Commissione ha sovrastimato l’impatto ambientale dei farmaci di 4 volte (dal 66% stimato dalla Commissione UE al 18%) e ha sottostimato i costi (che sarebbero invece superiori dalle 5 alle 10 volte): gli oneri aggiuntivi costituirebbero una tassa da circa 10 miliardi di euro l’anno per le aziende in Europa, anziché gli 1,2 miliardi della valutazione di impatto, che graveranno su  soli due settori, farmaceutico e cosmetico, rischiando di acuire il fenomeno delle carenze di medicinali, in contraddizione con altre iniziative della stessa Unione Europea.

Di qui le richieste avanzate da Farmindustria ed Egualia al Governo perché continui a sostenere con forza in tutte le sedi disponibili – a partire da possibili emendamenti all’Omnibus ambientale recentemente presentato dalla Commissione UE – la necessità di sospendere l’applicazione della Direttiva per consentire un nuovo impact assessment entro la deadline del 31 dicembre 2028 per l’entrata in vigore dello schema di EPR.

Inoltre, in vista dell’entrata in vigore nazionale della direttiva nella sua attuale versione, i rappresentanti della filiera hanno chiesto con forza l’adozione di principi che salvaguardino l’accesso a medicinali e la competitività dell’industria farmaceutica, applicando le norme a tutti i produttori di sostanze microinquinanti perché contribuiscano in modo proporzionato alla loro rimozione, adottando un metodo di calcolo dei contributi concordato dagli organismi rappresentativi dell’industria e prevedendo l’istituzione di una sola organizzazione per l’adempimento della responsabilità del produttore per Stato membro, controllata dai produttori soggetti a EPR.

Il SSN non crolla, ma arretra. Cosa evidenziano i dati del Rapporto C.R.E.A.

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Il Servizio sanitario nazionale (SSN) “tiene”. È questa la narrazione rassicurante che da anni accompagna il dibattito pubblico. Ma i numeri del 21° Rapporto C.R.E.A. Sanità, presentato ieri, raccontano una storia molto diversa: il SSN non sta crollando, ma sta arretrando silenziosamente, scaricando crescenti quote di tutela sanitaria sulle famiglie, soprattutto su quelle più fragili. Siamo quindi di fronte a una narrazione rassicurante, che si scontra contro i numeri reali.

Oltre il 70% delle famiglie paga di tasca propria

Il dato simbolo è difficile da aggirare: oltre il 70% delle famiglie italiane sostiene oggi spese sanitarie out of pocket. Dal 1985 a oggi la quota di famiglie che ricorre alla spesa sanitaria privata è aumentata di 19,2 punti percentuali. Ma l’incremento è stato profondamente iniquo: tra le famiglie del quintile di consumo più basso l’aumento è stato di +25,9 punti, contro +8,1 di quelle più ricche. Altro che equità universale: il ricorso al privato cresce dove il pubblico non riesce più a garantire accesso tempestivo.

Sanità pubblica: il SSN regge perché pagano le famiglie

Possiamo allora ancora parlare di equità del Servizio sanitario nazionale? E quali potrebbero essere le priorità assolute per invertire questo trend nel breve-medio periodo? O siamo già oltre il punto di non ritorno?

Federico Spandonaro
Federico Spandonaro

Domande importanti a cui risponde per TrendSanità Federico Spandonaro, professore aggregato presso l’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, fondatore e Presidente del Comitato Scientifico di C.R.E.A. Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità: «Probabilmente il SSN ha in parte compensato una generalizzata crescita delle disuguaglianze che ha caratterizzato la recente storia della società italiana; ciò non di meno l’equità è un elemento fondante della tutela pubblica della salute e, come dimostra il Rapporto, le performance sono state tutt’altro che ottimali, mettendo in crisi una narrazione retorica che lo vorrebbe un campione di equità. La ragione è riconducibile al razionamento implicito che si è determinato negli anni, che è stato pagato prevalentemente dalle famiglie più fragili, vuoi in termini economici che (minori livelli) di istruzione. L’inversione, quindi passa per il “coraggio” politico di fare in modo che si definiscano le priorità di tutela e che vadano in favore dei più fragili: il tempo c’è ma non è infinito”.

La spesa privata cresce più del reddito

Il quadro descritto deve far riflettere soprattutto considerando altri dati: la spesa sanitaria privata rappresenta oggi il 24,2% della spesa sanitaria totale, pari a 43,3 miliardi di euro. E il peso sui bilanci familiari è in aumento: l’incidenza sui consumi è salita al 4,3%, ma raggiunge il 6,8% tra le famiglie meno istruite. Il tutto, purtroppo, con il consueto gradiente geografico: nel Centro e nel Mezzogiorno, la spesa sanitaria cresce più rapidamente del reddito disponibile, confermando che non si tratta di una scelta volontaria, ma di una necessità per accedere alle cure.

Il razionamento c’è, ma è implicito

Il Rapporto introduce di fatto un concetto politicamente scomodo: il razionamento delle cure è già in atto, ma avviene in modo implicito. Perché liste d’attesa, carenze di offerta e frammentazione organizzativa producono rinunce silenziose. Basti pensare che oggi 367 mila famiglie si impoveriscono direttamente a causa delle spese sanitarie. Sommando a queste quelle che rinunciano alle cure per motivi economici, si arriva a 1,25 milioni di famiglie, pari a 2,3 milioni di persone in condizioni di disagio economico sanitario.

Nel Centro e nel Mezzogiorno la spesa sanitaria cresce più rapidamente del reddito disponibile

Spese “catastrofiche”: oltre 2,3 milioni di famiglie coinvolte

Ancora più allarmante il fenomeno delle spese sanitarie “catastrofiche”: 2,3 milioni di famiglie spendono oltre il 40% della loro capacità di spesa per curarsi. Un dato cresciuto di +2,1 punti percentuali nell’ultimo decennio. Le principali cause sono farmaci, odontoiatria e assistenza alla non autosufficienza, con un impatto particolarmente grave su anziani soli, famiglie con figli e residenti nel Mezzogiorno.

L’Italia spende meno in spesa pubblica rispetto all’Europa

Cattive notizie anche sul fronte della spesa pubblica. L’Italia resta indietro rispetto ai Paesi europei. Infatti, oggi il finanziamento pubblico italiano copre il 74,3% della spesa sanitaria, contro una media di circa l’82% nei Paesi UE ante 1995. Ciò anche come risultato del fatto che dal 2001 al 2024, la crescita reale della spesa sanitaria pubblica italiana è stata inferiore di 1,9 punti percentuali annui rispetto ai principali partner europei, accumulando uno scostamento complessivo di –44,6%.

Niente privatizzazione galoppante, ma stagnazione economica

Il Rapporto smonta anche uno dei luoghi comuni più ricorrenti: non è in corso una privatizzazione recente e incontrollata del sistema. L’arretramento della copertura pubblica si è concentrato soprattutto negli anni ’90. Il vero fattore strutturale è la stagnazione economica italiana, che limita il rifinanziamento del SSN mentre i costi delle tecnologie sanitarie crescono più rapidamente del Pil.

Un SSN pensato per un Paese che non esiste più e iI “fai da te” delle famiglie come ammortizzatore sociale

Nel frattempo, i bisogni di salute sono radicalmente cambiati. Gli over 75 sono passati dal 4,7% della popolazione nel 1982 al 12,6% di oggi. I non autosufficienti sono circa 2,2 milioni e in costante aumento.

Eppure il SSN resta centrato su ospedale e acuzie.

La stagnazione economica italiana limita il rifinanziamento del SSN, mentre i costi delle tecnologie sanitarie crescono più rapidamente del Pil

Non sorprende che la soddisfazione dei cittadini sia elevata per farmacia e medicina generale, ma nettamente più bassa per assistenza domiciliare, residenziale e alla non autosufficienza.

L’assistenza di lungo periodo di fatto è sempre più demandata alle famiglie, che suppliscono con risorse proprie e con un vasto ricorso a badanti spesso non formate e non regolarizzate.

Tra i tanti temi messi in evidenza dal Rapporto c’è quindi quello dell’integrazione – o superamento dell’integrazione – tra sanità e sociale, rilevante soprattutto alla luce dell’invecchiamento e della crescita della non autosufficienza. Un problema che potrebbe essere dovuto a mancanza di risorse o… di coraggio nel ripensare il confine tra sanità e sociale? Afferma tranchant Spandonaro: «Direi che è una mancanza di consapevolezza sul fatto che è inaccettabile che sociale e sanitario siano regolati con criteri diversi (e a volte non coerenti), abbiano una governance che fa capo a enti e istituzioni diverse, con un frazionamento delle (comunque scarse) risorse che crea inefficienza».

La fotografia così è quella di un sistema informale che evita il collasso, ma al prezzo di nuove disuguaglianze e di una crescente tossicità finanziaria, soprattutto per anziani e nuclei fragili.

La vera scelta politica: tra verità e narrazioni consolatorie ciò che manca veramente è il coraggio

Il Rapporto quindi parla chiaro: le sole “manutenzioni” non bastano più. I margini per un grande rifinanziamento sono limitati – anche ipotizzando un riallineamento teorico di circa 30 miliardi di euro, difficili da reperire – e senza una revisione delle promesse fatte ai cittadini il razionamento resterà implicito e iniquo.

Ma allora che cosa si può fare? Visti anche i vincoli di finanza pubblica e i margini limitati di rifinanziamento – che sono stati ben evidenziati da una Legge di Bilancio al limite dell’austerity – quali interventi di efficientamento e riallocazione delle risorse sarebbero più urgenti per evitare che il razionamento implicito continui a scaricarsi sulle famiglie?

Anche in questo caso il presidente del Crea ha le idee chiare: «Ritengo che efficientamento ed equità vadano in parallelo: da una parte bisogna ripensare le modalità di erogazione del SSN sfruttando le nuove tecnologie (dalla telemedicina all’AI, e le nuove opportunità delle tecnologie sanitarie), e “personalizzando” l’intensità della risposta assistenziale sulla base delle caratteristiche non solo cliniche ma anche socio-economiche  dei pazienti; anche la destinazione va ripensata, concentrando le risorse sui più fragili… avendo il coraggio di chiedere ai più abbienti di pagarsi le prestazioni a basso impatto economico: il convitato di pietra è il nostro sistema fiscale che non permette di determinare in modo credibile le “possibilità” economiche delle persone».

C.R.E.A. auspica una nuova fase per rifondare il SSN, passando da servizio a sistema di tutela della salute e dei bisogni emergenti

In altri termini, la sanità pubblica italiana non è al collasso. Ma è intrappolata in una grande finzione collettiva: quella di un sistema che “regge”, mentre in realtà arretra pezzo dopo pezzo, demandando alle famiglie ciò che non riesce più a garantire.

Stando così le cose, in tema di sanità, e non solo, maggioranza e opposizione continuano tuttavia a scontrarsi su slogan e accuse reciproche. Chiediamo allora all’esperto che indicazioni operative si sente di dare oggi alla politica italiana – sia alla maggioranza, sia all’opposizione – per uscire dalle “narrazioni consolatorie” e costruire una sintesi condivisa capace di delineare nuove politiche sanitarie realmente orientate ai bisogni di salute dei cittadini. La chiosa di Spandonaro è diretta: «Abbiamo chiaramente scritto nel Rapporto che riteniamo sia non più procrastinabile l’inaugurazione di una nuova fase “costituente” per rifondare il SSN…passando da una logica di servizio ad una di sistema di tutela della salute e in generale dei bisogni emergenti».

Insomma, la vera scelta politica non è tra pubblico e privato. È tra continuare a coltivare narrazioni consolatorie o aprire finalmente un dibattito di verità su cosa il Ssn può e deve garantire in un Paese profondamente cambiato.

E come ricorda il Rapporto C.R.E.A. Sanità, senza coraggio politico, anche la sanità migliore è destinata a consumarsi in silenzio.

Riforma delle professioni sanitarie, FNO TSRM e PSTRP in audizione: «Pari dignità e riconoscimenti per tutti»

Pari dignità, riconoscimenti equilibrati e valorizzazione di tutte le professioni del comparto sanitario. È il messaggio portato da Diego Catania, presidente della FNO TSRM e PSTRP, nel corso dell’audizione presso la XII Commissione Affari sociali della Camera sul disegno di legge delega per la riforma delle professioni sanitarie.

Nel suo intervento, Catania ha sottolineato la necessità di evitare sperequazioni tra i diversi profili professionali del Servizio sanitario nazionale, chiedendo pari riconoscimenti sia sul piano sociale sia su quello economico, anche a sostegno dei professionisti che operano quotidianamente sul territorio.

Tra i temi affrontati, la revisione del sistema di formazione continua, con l’obiettivo di semplificare gli adempimenti per i professionisti e sostenere gli Ordini che erogano corsi ECM gratuiti, e la richiesta di una maggiore sburocratizzazione degli Ordini, rafforzandone il ruolo sussidiario.

Riforma delle professioni sanitare: formazione continua, sburocratizzazione ed equo compenso al centro delle proposte

Nel corso dell’audizione è stata inoltre ribadita l’urgenza di dare piena attuazione alla normativa sull’equo compenso per i liberi professionisti, insieme alla richiesta di attivare lauree magistrali a indirizzo clinico per le professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, e di promuovere l’orientamento degli studenti verso questi percorsi formativi.

La Federazione ha infine sollecitato l’emanazione del regolamento sugli Ordini e sulle Federazioni nazionali, previsto dalla legge 3/2018, e la revisione della CCEPS per migliorarne il funzionamento.

Confermata la disponibilità della FNO TSRM e PSTRP a collaborare con il Parlamento nella definizione dei decreti attuativi, «per contribuire a un sistema sanitario più efficiente, attrattivo e in grado di rispondere ai nuovi bisogni di salute», ha concluso Catania.

Logistica farmaceutica verso il riconoscimento di attività strategica nazionale: il plauso di LIPHE

La Legge di Bilancio 2026 segna un passaggio rilevante per la filiera della salute: nel corso dell’iter parlamentare, il Senato ha approvato un ordine del giorno che impegna il Governo a valutare il riconoscimento formale della logistica farmaceutica come attività essenziale, strategica e di interesse nazionale, parte integrante e indispensabile del sistema sanitario e produttivo, assicurando il suo pieno inserimento nelle politiche pubbliche in materia di salute, industria e sicurezza, anche in un’ottica di reshoring farmaceutico e di autonomia strategica nazionale.

Un impegno accolto con favore da LIPHE – l’associazione che rappresenta la logistica dei prodotti della salute, nata nell’ottobre 2025 dall’evoluzione di Assoram. «Un riconoscimento importante per un comparto che da sessant’anni garantisce la continuità delle cure e la sicurezza dei trattamenti», commenta il presidente Pierluigi Petrone, ringraziando i senatori firmatari dell’ordine del giorno (Murelli, Cantù, Minasi, Dreosto, Testor) per aver definito la logistica healthcare “il cuore operativo della filiera della salute”, un segmento ad altissimo valore tecnologico e regolatorio che unisce l’industria farmaceutica, le strutture sanitarie, le farmacie e i pazienti, garantendo la continuità delle cure e la sicurezza dei trattamenti.

La valorizzazione della logistica healthcare può rafforzare resilienza, innovazione e competitività del sistema salute italiano

«Ci battiamo da 60 anni – continua Petrone – per la piena valorizzazione della strategicità della logistica e del trasporto healthcare, da noi storicamente rappresentati. Dalla pandemia in poi il nostro lavoro si è intensificato viste le molteplici sfide che hanno messo a dura prova la tenuta dei sistemi sanitari nazionali.

Siamo molto soddisfatti che la nostra resistenza e resilienza, volte a garantire la tenuta del Sistema Salute in tempi di tempesta perfetta, ottengano la giusta considerazione anche in relazione ai costi strutturali elevati, aggravati da una compressione dei margini economici e da un eccesso di complessità burocratica e normativa che espongono al rischio di indebolire il comparto».

L’associazione evidenzia come il riconoscimento della logistica farmaceutica tra le infrastrutture critiche per la salute e la sicurezza del Paese potrebbe rappresentare un volano per lo sviluppo industriale e occupazionale, favorendo innovazione tecnologica, sostenibilità e competitività del sistema Italia in Europa.

«Quale modo migliore – conclude il Direttore Generale Mila De Iure – per iniziare il 2026 e il futuro prossimo con il vento in poppa».