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Conto annuale, gli infermieri crescono meno nel settore pubblico, attratti da privato e libera professione

Nei giorni scorsi la Ragioneria Generale dello Stato ha diffuso i dati, relativi all’anno 2023, del Conto annuale che tiene conto degli occupati negli Enti appartenenti al Servizio sanitario nazionale. Il quadro che emerge dal report delinea un complessivo aumento del personale sanitario impiegato nel settore pubblico. La situazione però cambia andando ad analizzare nel dettaglio le varie professioni. Nel caso di quelle infermieristiche, infatti, le cifre si muovono in controtendenza rispetto a quelle generali.

Nel 2023, si nota una diminuzione, rispetto ai numeri registrati nel 2022, di 12.869 unità di personale infermieristico nel settore pubblico. Si tratta soprattutto di donne (circa diecimila). Numeri in calo che non fanno il paio però con le iscrizioni all’Albo. Nel 2023, infatti, gli iscritti all’Albo restano invariati rispetto al 2022 mentre nel 2024-25 cresceranno di seimila unità, come testimoniano i dati raccolti e consultabili nella sezione DataCorner del sito della FNOPI. Emerge, quindi, che, in assoluto, il numero di infermieri cresce, ma cala la presenza nel settore pubblico.

Questa tendenza, secondo la Federazione, può essere determinata da una serie di fattori. Anzitutto, nell’anno 2023 oggetto del Conto Annuale, la spinta assunzionale che aveva caratterizzato gli anni della pandemia – nel corso dei quali era stato necessario aumentare il personale nei vari enti del Servizio sanitario nazionale – si è progressivamente esaurita. Va poi considerato l’avvicinamento al picco della gobba pensionistica, in base al quale c’è da immaginare che la maggior parte delle uscite segnalate nel Conto facciano riferimento proprio a pensionamenti di infermieri. Altri due elementi utili a interpretare il calo, infine, sono i trasferimenti all’estero e la progressiva crescita, certificata anche dai dati dell’ente di previdenza ENPAPI, del numero di infermieri che sceglie di praticare la libera professione.

DTx e Intelligenza Artificiale: come accelerare verso la sanità digitale del futuro?

Il settore delle scienze della vita sta vivendo una trasformazione radicale. L’Intelligenza Artificiale (AI) e le Terapie Digitali (Digital Therapeutics, DTx) stanno cambiando non solo i prodotti e i processi, ma anche il modo in cui i diversi attori del sistema sanitario collaborano e interagiscono con i pazienti.

La fotografia di questa rivoluzione è arrivata dall’Osservatorio Life Science Innovation del Politecnico di Milano nel convegno “Life Science: costruire il futuro tra digitale, algoritmi e nuove competenze”, realizzato in collaborazione con Confindustria Dispositivi Medici, Farmindustria e le aziende italiane dei settori Pharma e Medtech.

Quasi un medico specialista su due sarebbe disposto a prescrivere una terapia digitale, se ne avesse la possibilità

Secondo la ricerca, il 90% delle imprese considera l’AI fondamentale per rafforzare il coinvolgimento dei professionisti della salute; il 55% la vede come leva per sviluppare nuovi prodotti e il 48% per ottimizzare le sperimentazioni cliniche.

AI già protagonista nelle imprese e nella clinica

Oggi le applicazioni più diffuse nel farmaceutico sono quelle dedicate all’analisi e consultazione di pubblicazioni scientifiche e documentazione tecnica, adottate da circa otto aziende su dieci.

Nel 60% dei casi si utilizzano strumenti di AI generica come ChatGPT o Copilot, mentre il 36% delle imprese ha già sviluppato soluzioni di AI generativa basate su dati proprietari.

La trasformazione non riguarda solo le aziende. Quasi un medico specialista su due sarebbe disposto a prescrivere una terapia digitale, se ne avesse la possibilità. Il 41% dei Medici di Medicina Generale e il 33% dei medici specialisti hanno già consigliato app per monitorare parametri clinici; rispettivamente il 24% e il 31% hanno suggerito app per migliorare lo stile di vita.

A livello internazionale, le Terapie Digitali attive sono 112, con un’attenzione particolare a salute mentale (35%), endocrinologia (22%), reumatologia (9%) e neurologia (9%).

Un passo importante in Parlamento

Simona Loizzo

Il 2 luglio 2025 la Commissione Affari Sociali della Camera ha adottato un testo unificato sulle terapie digitali, frutto di un accordo bipartisan. «Un testo unificato frutto dell’accordo tra maggioranza e opposizione. Ora avanti verso la sperimentazione e i finanziamenti» ha dichiarato l’Onorevole Simona Loizzo, Presidente del Gruppo interparlamentare sulla sanità digitale e relatrice del provvedimento.

A TrendSanità, Loizzo ha spiegato: «Il testo, che è stato emendabile fino al 21 luglio, proseguirà poi il suo iter in un Comitato di valutazione di 14 membri presso il Ministero della Salute, prima di approdare in Aula. L’obiettivo è arrivare alla discussione entro l’autunno, idealmente prima di Natale, così da poter porre le basi normative per il riconoscimento e la rimborsabilità delle terapie digitali già a partire dal 2026».

Fondi, governance e ruolo dei pazienti

Sul fronte delle risorse, Loizzo ha confermato l’apertura di un dialogo con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy per istituire un fondo dedicato alla fase sperimentale delle DTx. L’idea è quella di costruire un hub nazionale dove fondazioni, università e startup possano collaborare in modo sinergico. La richiesta che sarà avanzata riguarda un fondo da 50 milioni di euro all’anno per tre anni, interamente dedicati alla sperimentazione

L’iter per l’approvazione del testo unificato sulle terapie digitali è avviato

Per quanto riguarda la governance, il comitato tecnico di 14 membri sarà sotto la supervisione della Direzione dei Dispositivi Medici del Ministero della Salute e includerà rappresentanti di AIFA, Agenas, ISS, Conferenza Stato-Regioni, Ordine dei Medici e dei Farmacisti. Un elemento di grande rilievo, sottolinea la parlamentare, è l’inclusione di due rappresentanti delle associazioni dei pazienti con competenze specifiche in terapie digitali.

Per Loizzo, si tratta di «una svolta per la sanità italiana» che apre la strada a trattamenti non farmacologici, gestiti da algoritmi e tecnologie digitali, spesso potenziati dall’AI: «Un’innovazione che può diventare un fiore all’occhiello del nostro SSN».

Ostacoli e priorità per il mercato delle DTx

A margine del convegno, TrendSanità ha raccolto il punto di vista di Valeria Glorioso, Direttrice del Centro Studi di Confindustria Dispositivi Medici, sul procurement e sull’accesso al mercato.

Valeria Glorioso

Sottolinea Glorioso: «Le DTx sono dispositivi medici marcati CE, validati da studi clinici, pronti per trattare diversi disturbi, eppure queste tecnologie faticano a entrare nei percorsi di cura del SSN. Non perché manchi la regolazione del mercato, ma perché manca il secondo passo: l’integrazione nei meccanismi del sistema sanitario».

Gli ostacoli? «Mancato aggiornamento dei nomenclatori e del tariffario, assenza di un percorso HTA dedicato e mancato riconoscimento chiaro nei LEA. Come Confindustria Dispositivi Medici auspichiamo azioni concrete e coordinate in tre direzioni: la prima riguarda la strutturazione di una normativa chiara e coerente con l’MDR, che non introduca definizioni ibride (come “principio attivo digitale”) che creano ambiguità e rischiano di assimilare impropriamente le DTx ai farmaci. È indispensabile poi sviluppare dei percorsi di valutazione e rimborso chiari e accessibili e, infine, puntare moltissimo sulla formazione.

Le tecnologie sono pronte, anche il sistema sanitario deve esserlo

Non basta autorizzare un dispositivo se poi non è prescritto, integrato e compreso. Serve un investimento serio in formazione, rivolto ai clinici, agli ingegneri clinici, ai farmacisti ospedalieri e alle direzioni sanitarie, ai pazienti, a tutti gli stakeholder. Le terapie digitali vanno comprese nella loro logica d’uso, nella gestione dell’aderenza, nell’interpretazione dei dati. L’enabling of capabilities è fondamentale».

Modelli virtuosi di procurement e sfide future

Sul fronte del procurement, Glorioso cita la Germania come esempio: «Hanno introdotto forme di accesso condizionato con raccolta dati post-market: un approccio pragmatico che accelera l’adozione garantendo sicurezza. Il tema si lega all’esigenza prioritaria di sviluppare dei percorsi di valutazione e rimborso chiari e accessibili, che premino la qualità dell’evidenza ma in modo proporzionato. Oggi il DDL prevede due studi clinici “di alta qualità” per l’inserimento nei LEA: una soglia rigida che rischia di escludere tecnologie a basso rischio o start-up che non possono sostenere studi multipli e costosi».

La conclusione è chiara: «Le tecnologie sono pronte, anche il sistema sanitario deve esserlo: norme coerenti, percorsi chiari e professionisti formati sono la chiave perché le DTx diventino uno strumento universale di cura, in grado di realizzare il principio di uguaglianza sostanziale alla base del nostro SSN».

Vaccini: studio CNR dimostra che il tempo tra le dosi può fare la differenza

L’intervallo tra la prima dose di vaccino (primer) e quella di richiamo (booster) è un fattore determinante nel contenimento di un’epidemia. In contesti di risorse limitate, la scelta della tempistica può influenzare in modo decisivo l’evoluzione del contagio. È quanto emerge da uno studio condotto dal Consiglio nazionale delle ricerche con l’Istituto dei sistemi complessi (CNR-ISC) e l’Istituto per le applicazioni del calcolo (CNR-IAC), che ha utilizzato un approccio matematico per analizzare diversi scenari di distribuzione delle dosi e valutare l’impatto delle diverse strategie a livello di popolazione.

Lo studio è pubblicato sulla rivista Physical Review Research. «I risultati mostrano che, quando le risorse sono scarse e i tempi di attesa per le dosi sono lunghi, l’approccio più efficace è dare priorità assoluta alla prima dose, così da aumentare rapidamente la copertura vaccinale iniziale – afferma Francesca Colaiori, ricercatrice del CNR-ISC -. Al contrario, in presenza di un tasso di vaccinazione più elevato e di una maggiore disponibilità di dosi, è vantaggioso cominciare a somministrare anche seconde dosi mentre ancora una parte della popolazione è in attesa della prima, con una priorità relativa che dipende dalle risorse disponibili».

Lo studio identifica anche il punto in cui al variare delle risorse disponibili c’è la transizione tra i due regimi ottimali e diventa vantaggioso somministrare parallelamente le seconde dosi. «Una corretta strategia ha l’effetto di spostare la soglia epidemica e dunque in alcune circostanze può perfino sopprimere del tutto epidemie che, con una pianificazione sub-ottimale, sarebbero invece esplose», aggiunge Colaiori.

Dallo studio emerge che, in caso di risorse limitate, l’intervallo ottimale per l’immunità del singolo individuo potrebbe non coincidere con quello più vantaggioso a livello di popolazione. «Durante l’epidemia di Covid-19, molti Paesi si sono trovati a dover decidere come allocare scorte limitate di vaccini – spiega Colaiori -. Alcuni paesi hanno scelto di prolungare l’intervallo tra le dosi, dando priorità alla somministrazione della prima dose al maggior numero possibile di individui idonei, seguendo le raccomandazioni del Joint Committee on Vaccination and Immunisation (JCVI). Il JCVI riteneva infatti che ridurre al minimo la popolazione vaccino-naïve (cioè, priva di immunità vaccinale) avrebbe ridotto significativamente il rischio di malattie gravi e ricoveri ospedalieri a breve termine. Altri paesi, invece, si sono attenuti alle indicazioni iniziali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), che raccomandava un intervallo più breve tra le dosi».

Influenza, Quici (CIMO-FESMED): «Ospedali si preparino ora a stagione impegnativa»

Prepariamoci ad un autunno complicato: la prossima stagione influenzale, secondo quanto osservato in Australia, sarà una delle peggiori degli ultimi anni. A luglio infatti nell’Australia meridionale è stato raggiunto il maggior numero di casi settimanali di influenza da 6 anni a questa parte, le infezioni sono aumentate del 70% rispetto allo scorso anno, i ricoveri cresciuti del 50% in due settimane e si è registrato il peggior aumento di ore di servizio delle ambulanze (5.866) mai registrato.

«Lo diciamo con ampio anticipo: è questo il momento giusto per prepararsi all’ondata influenzale ed evitare che il Servizio sanitario nazionale si paralizzi – dichiara Guido Quici, Presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED -. Dobbiamo evitare l’affollamento dei Pronto soccorso, il blocco delle ambulanze in attesa che le barelle si liberino, il peggioramento della carenza di personale sanitario a causa delle assenze per malattia di medici e professionisti sanitari colpiti dal virus, e il solito scetticismo vaccinale che spinge i più fragili a non proteggersi per tempo».

«Occorre dunque organizzare una seria e convincente campagna vaccinale che protegga il personale sanitario e chi è esposto alle conseguenze gravi dell’influenza, come i pazienti anziani e fragili; prevedere presidi territoriali che prendano in carico i casi meno gravi, che non necessitano del ricovero ospedaliero; intervenire sugli ospedali colmando le carenze di personale, prevedendo percorsi dedicati durante la fase del picco stagionale e organizzando i reparti in modo da impedire la circolazione del virus. Intervenire quando il caos è già scoppiato è inutile. Bisogna agire ora».

Patient Access Monitor 2025: serve un sistema sanitario più equo e proattivo

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Che cosa ostacola l’accesso equo e tempestivo alle cure? Quali sono le disuguaglianze che impattano maggiormente sui cittadini e sui pazienti? Parte da queste domande il secondo Patient Access Journey Monitor promosso dal Patient Access Think Tank con la Senatrice Daniela Sbrollini.

Il report, presentato a Roma nel mese di luglio, intende fornire gli strumenti per promuovere un cambiamento culturale e operativo nella gestione dei bisogni di salute. 

Frutto di un lavoro congiunto tra accademici, società scientifiche, istituzioni e associazioni civiche e di pazienti, il Report 2025 – dal titolo Patient Access – From Journey to System – affronta criticità trasversali: dalla cronicità all’innovazione digitale, dalle malattie rare alla salute mentale, dall’equità di genere alle nuove vulnerabilità sociali. Con un approccio operativo, il documento propone modelli predittivi, interventi comportamentali e soluzioni pratiche pronte a essere messe in campo. 

Che cos’è il Patient Access

Quando parliamo di Patient Access non intendiamo semplicemente l’accesso del paziente: «Non si tratta solo di un fatto di advocacy giusta per il paziente, ma di una modalità che coinvolge tutto il sistema, dalla governance sanitaria, agli aspetti clinici fino a quelli sociali e imprenditoriali – ha ricordato Federico Serra, Chairman del Patient Access Think Thank promosso da BHave -. Serve un sistema unico attorno all’accesso alle cure, perché tutto ciò che è silos nella sanità significa esclusione».

Il termine fu introdotto dall’Affordable Care Act, la riforma sanitaria voluta dall’allora presidente statunitense Barack Obama: l’implementazione quadriennale del programma includeva tra le altre cose una serie di disposizioni per l’accesso a opzioni di assicurazione accessibili.

Il Patient Access significa infatti garantire a ogni persona, indipendentemente da condizione sociale, genere, luogo di residenza o patologia, la possibilità concreta di accedere, nel momento giusto, alle cure appropriate, superando barriere strutturali, economiche, culturali e comportamentali. 

Integrare nel SSN unità comportamentali

Andrea Lenzi, professore emerito di Endocrinologia all’Università La Sapienza, presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri e neo-presidente del CNR, ha affermato: «Questo Monitor non è solo una raccolta dati: ci sono delle piattaforme strategiche di raccomandazioni operative che sono molto utili a chi le voglia intercettare e applicare. Si tratta di un volume di evidence-based patient access».

Il Patient Access Monitor 2025 propone, tra le altre cose, l’istituzione di unità comportamentali integrate nel sistema sanitario nazionale, per migliorare l’aderenza terapeutica e ottimizzare l’efficacia degli interventi preventivi. Questo tipo di approccio si basa sul riconoscimento che molte decisioni sanitarie sono influenzate da bias cognitivi, barriere procedurali e fattori contestuali che possono essere modificati attraverso interventi mirati. Le unità comportamentali, infatti, sono team multidisciplinari specializzati nell’applicazione delle scienze comportamentali alle politiche pubbliche.  

Ripensare i modelli organizzativi

Il potenziamento della sanità territoriale e un’assistenza sempre più decentrata sono tra gli obiettivi del PNRR e del DM77. Tuttavia, spesso questa trasformazione è chiara sulla carta, ma quando deve essere messa in pratica si scontra con una serie di criticità, tra cui l’assenza di dati sui costi evitati e i risparmi (non solo economici) di questo cambio di setting.

«Il sistema sanitario nazionale dovrebbe modificare il paradigma di accesso, alla luce dei cambiamenti che hanno interessato la platea cui si rivolge – ha affermato il senatore Guido Quintino Liris, Presidente dell’Intergruppo parlamentare sulla prevenzione e le emergenze sanitarie nelle aree interne -. La nostra sanità dovrebbe essere più performante e accessibile, in grado di plasmarsi in maniera dinamica a partire dalle suggestioni che arrivano dal territorio».

Tra i casi presi in considerazione nel Patient Monitor 2025 c’è quello delle isteroscopie, una procedura che oggi viene erogata per la maggior parte in ambito ospedaliero. I dati, tuttavia, hanno dimostrato che l’approccio ambulatoriale ridurrebbe fino al 60% i tempi di attesa, abbattendo del 70% i costi diretti. Inoltre, l’approccio “see and treat” che consente diagnosi e trattamento in un’unica seduta eviterebbe oltre la metà dei ricorsi a ulteriori procedure in sala operatoria, oltre a una riduzione delle giornate lavorative perse rispetto all’erogazione della prestazione in ospedale.

«Nella sola Lombardia, che pure è una Regione virtuosa, lo shift di una parte dei trattamenti permetterebbe un risparmio di 58 milioni all’anno», ha affermato Claudia Georgia Banella, Direttrice Generale e Amministratrice Delegata di Karl Storz Endoscopia Italia.

In Lombardia infatti ci sono circa 227.000 isteroscopie ogni anno. Di queste, il 68% avviene in sala operatoria. Il risparmio citato da Georgia Banella riguarda lo spostamento della metà degli interventi da sala operatoria a ambulatorio, che libererebbe ogni anno 116.000 ore di sala operatoria, che potrebbe essere utilizzata per altre patologie. Secondo la letteratura scientifica infatti il 75-80% delle isteroscopie potrebbero essere gestite al di fuori della sala operatoria.

Combattere il ritardo diagnostico

L’accesso alle cure è ancora più problematico quando si parla di una malattia rara, dove i pazienti sono pochi e i medici non vedono spesso i sintomi delle patologie. Il ritardo diagnostico è tra gli ostacoli più rilevanti a un servizio sanitario davvero equo. 

Tra gli esempi citati nel Patient Monitor c’è quello dell’esofagite eosinofila (EoE), il cui ritardo diagnostico in Italia ha una mediana di 36 mesi, ma può anche superare i 6 anni. 

L’EoE, come molte patologie, è però progressiva e, se non trattata adeguatamente, può portare a complicanze anche serie, come la stenosi esofagea, che aumenta del 9% per ogni anno di ritardo diagnostico, con gravi ripercussioni sulla salute e sulla qualità di vita del paziente.

«Per migliorare l’accesso, occorre innanzitutto lavorare sull’awareness della patologia – afferma Giuseppe Isoni, General Manager Dr. Falk Pharma Italia -. I pazienti vanno aiutati, sia nella fase di diagnosi, nella diffusione della conoscenza sulla malattia, sia dopo, con incontri, diffusione di materiali e l’istituzione di una Giornata dedicata alla patologia, tutti aspetti che supportano il paziente non solo nella gestione farmacologica, ma in quella di una malattia cronica».

La difficoltà nella presa in carico

Le malattie allergiche respiratorie sono in crescita a livello globale: secondo l’OMS, nel mondo ne soffrono 350 milioni di persone. In Italia, interessano circa il 15-20% della popolazione, con un impatto particolarmente significativo sui bambini: il 10% degli under14 soffre di asma e nell’80% dei casi la causa è allergica.

L’onere sociale ed economico è importante: si calcola che i costi diretti rappresentino circa l’1-2% della spesa sanitaria totale, mentre i costi indiretti, come l’assenteismo scolastico e lavorativo, in molti casi superano il 50% dei costi complessivi. 

«Nonostante questi dati, ancora oggi una delle problematiche principali legate alle malattie allergiche e respiratorie è la loro banalizzazione: spesso si associa l’allergia a una rinite o a un raffreddore da fieno, mentre spesso nella stessa persona convivono più condizioni patologiche che vanno dall’asma alla rinite allergica, alla dermatite atopica», riporta Sandra Frateiacci, Presidente ALAMA APS e Dipartimento Salute OPES APS; Vicepresidente FederASMA e ALLERGIE Odv.

Anche alla luce di questi dati, è stato elaborato in Italia il Manifesto dei diritti delle persone con allergie respiratorie, che punta i riflettori – tra le altre cose – sulla parità di accesso all’informazione, sulla prevenzione e sull’educazione terapeutica. 

«La persona con allergia respiratoria è un testimone della grande disparità che esiste, a livello di sistema sanitario italiano, di esigibilità della terapia – rileva Sabrina De Federicis, Country Manager HAL Allergy -. Soprattutto per quanto riguarda la terapia desensibilizzante, che è l’unica riconosciuta dall’OMS come terapia curativa e non sintomatica, esiste una disparità assoluta poiché questa non è rimborsata dal Servizio sanitario nazionale, ma è a discrezione delle Regioni. La Lombardia per esempio da sempre la rimborsa interamente, il Piemonte lo fa al 50%, mentre in Lazio, Calabria o Sicilia il paziente la paga di tasca sua».

I Centri allergologici, a livello nazionale, sono pochi e «quando i medici vanno in pensione, spesso gli ambulatori vengono chiusi – dice Frateiacci -. Le famiglie si ritrovano a inseguire i singoli specialisti, ricevendo anche indicazioni diverse. C’è quindi anche un problema di riconciliazione terapeutica, ovvero occorre capire che tipo di farmaci sono meglio per la situazione del singolo paziente».

I vuoti normativi

La mancanza di definizione legislativa interessa diversi aspetti nel nostro Paese, tra cui quello della nutraceutica. «Da un lato il comparto è in forte crescita, con molti investimenti in ricerca e sviluppo, dall’altro manca di un riconoscimento normativo specifico e questi prodotti sono relegati nella categoria generica degli integratori alimentari, a cui tuttavia possono essere riconosciute solo proprietà nutritive o fisiologiche, non terapeutiche – spiega Valeria Curti, R&D, Medical, Quality and Regulatory Manager Kolinpharma -. L’Italia è leader per quanto riguarda la ricerca e ha una tradizione importante di consumo e di utilizzo. Per questo potrebbe accompagnare l’Europa nella costruzione di una legislazione comunitaria che coinvolga istituzioni pubbliche, mondo accademico e professionisti del settore».

Paralisi cerebrale infantile: con l’intelligenza artificiale la diagnosi diventa più precisa e la cura accessibile

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Un progetto europeo coordinato dall’Università di Pisa punta a migliorare la qualità di vita dei bambini con paralisi cerebrale infantile (nota anche come ICP, Infantile Cerebral Palsy) e delle loro famiglie.

La paralisi cerebrale infantile è la disabilità neurologica cronica più diffusa nei bambini

Spiegare la malattia, come funziona la diagnosi precoce e in che modo l’intelligenza artificiale può cambiare il futuro della riabilitazione, non è più fantascienza. Con AInCP (Artificial Intelligence in Cerebral Palsy), la tecnologia diventa uno strumento concreto per sviluppare soluzioni cliniche più personalizzate ed efficaci. L’obiettivo è ambizioso: costruire strumenti di supporto alle decisioni mediche, capaci di rendere la diagnosi funzionale più precisa e avviare percorsi di intervento anche a domicilio, grazie a un’intelligenza artificiale affidabile e accessibile. Il progetto lavora allo sviluppo, test e validazione di sistemi che uniscono qualità scientifica e sostenibilità pratica, pensati per adattarsi davvero alla vita quotidiana delle famiglie coinvolte.

La paralisi cerebrale infantile è la disabilità neurologica cronica più diffusa nei bambini. In Italia colpisce circa 100.000 persone, nel mondo oltre 17 milioni. È causata da un danno al sistema nervoso centrale che può avvenire durante la gravidanza, il parto o nei primi anni di vita. Le manifestazioni variano dall’emiplegia, diplegia, tetraplegia, fino ad altre forme di disabilità motoria che hanno un forte impatto sulla qualità della vita.

Rispondono alle nostre domande sul progetto Giuseppina Sgandurra, Neuropsichiatra Associata dell’Università di Pisa, responsabile del Centro ricerche INNOVATE IRCCS Fondazione Stella Maris e coordinatrice del Progetto Europeo AInCP, e Francesca Fedeli, Presidente della Fondazione FightTheStroke e partner del progetto.

Un progetto che nasce dal dialogo: protagonisti pazienti e famiglie

Giuseppina Sgandurra

«Il progetto europeo AInCP (Artificial Intelligence in Cerebral Palsy) è nato dall’urgenza di migliorare la diagnosi funzionale e la riabilitazione dei bambini con paralisi cerebrale unilaterale, una delle forme più comuni di disabilità neuromotoria infantile – ci spiega Sgandurra. Il progetto europeo ha preso vita nel 2022 promosso dall’Università di Pisa con il sostegno dell’Unione Europea nell’ambito del programma Horizon. Alla base c’è l’idea di unire intelligenza artificiale, competenze cliniche e co-progettazione con la conoscenza implicita delle famiglie per sviluppare strumenti concreti che migliorino l’efficacia degli interventi riabilitativi, anche a domicilio. Viviamo in un’epoca di profondo cambiamento, il modo di fare diagnosi e cura sta evolvendo grazie alla tecnologia».

I Decision Support Tools sono strumenti informatici e digitali “intelligenti” che forniscono indicazioni cliniche in tempo reale, basandosi sui dati raccolti durante le attività riabilitative

«Il progetto sta coinvolgendo 200 bambini e ragazzi con emiplegia tra i 5 e i 15 anni, residenti in diversi Paesi partner (Italia, Belgio, Spagna, Georgia) – aggiunge Fedeli. Il reclutamento avviene tramite i centri clinici aderenti, quali IRCCS Fondazione Stella Maris di Calambrone (Pisa) per il nostro Paese, e il contributo della Fondazione FightTheStroke, che ha costruito negli anni una comunità di oltre 1000 famiglie in Italia, chiamate a co-progettare soluzioni di cura innovative. Le famiglie non sono solo destinatarie della ricerca, ne sono protagoniste attive, sono sempre sedute ai tavoli progettuali, il loro tempo è remunerato, forniscono feedback nelle fasi prototipali e in quelle di sviluppo avanzato delle soluzioni, contribuiscono alla progettazione delle tecnologie che poi useranno a casa».

Intelligenza artificiale per migliorare la diagnosi funzionale e la prognosi

«L’intelligenza artificiale consente di raccogliere e analizzare dati clinici, comportamentali e motori in modo sistematico e personalizzato. Nel progetto AInCP – continua la coordinatrice del progetto – algoritmi avanzati aiutano i medici a costruire un profilo motorio individuale di ciascun bambino e a stimare l’evoluzione delle capacità funzionali nel tempo. La capacità predittiva e adattiva dell’IA migliora la prognosi precoce e permette di ottimizzare i protocolli terapeutici, offrendo percorsi riabilitativi su misura, anche in ambienti domestici».

Francesca Fedeli

«I bambini partecipano in due fasi: uno studio osservazionale iniziale e uno di riabilitazione personalizzata – riferisce Fedeli. Strumenti intelligenti, come particolari smart watch, rilevano i movimenti degli arti superiori durante le attività quotidiane o terapeutiche, poi l’IA elabora i dati per fornire le indicazioni cliniche. I pazienti diventano così attori consapevoli del proprio percorso terapeutico, insieme ai familiari e ai terapisti, in un ambiente tecnologicamente assistito ma emotivamente umano».

Strumenti di supporto decisionale clinico (DST) personalizzati e riabilitazione domiciliare

«I DST (Decision Support Tools) sono strumenti informatici e digitali “intelligenti” che forniscono indicazioni cliniche in tempo reale, basandosi sui dati raccolti durante le attività riabilitative – chiarisce Sgandurra. Nella nostra esperienza questi strumenti permettono un monitoraggio continuo e personalizzato dei bambini durante le sessioni di terapia, anche a casa, migliorando l’efficacia dell’intervento. Un esempio concreto di un progetto concluso è CareToy, una “palestrina” intelligente dotata di sensori che interagiscono con il bambino e trasmettono i dati ai terapisti. Il risultato? Una riabilitazione più accessibile, precoce, familiare e coinvolgente, capace di valorizzare il contesto affettivo del bambino».

Un approccio transdisciplinare nella pratica clinica pediatrica

«Il progetto unisce un consorzio multidisciplinare di partner provenienti da ambiti clinici, neuroscientifici, ingegneristici – continua Sgandurra.  Credo che l’unico modo per rendere realmente efficace l’uso dell’IA in medicina pediatrica sia proprio quello di adottare una prospettiva transdisciplinare. Clinici, ingegneri, informatici, economisti, bioeticisti, terapisti e famiglie devono lavorare insieme fin dalle prime fasi della progettazione delle tecnologie. Solo così è possibile sviluppare soluzioni che siano al tempo stesso innovative, etiche e sostenibili, capaci di integrarsi nella pratica clinica quotidiana e rispondere ai bisogni reali dei piccoli pazienti».

Pazienti, familiari e terapisti collaborano in un percorso terapeutico umano e tecnologico

«L’obiettivo del progetto AInCP è trasformare il paradigma della riabilitazione pediatrica, rendendola più precisa, accessibile e centrata sul paziente – precisa la presidente di FightTheStroke. La speranza è validare una nuova generazione di strumenti clinici basati sull’IA che possano essere utilizzati su larga scala e integrati nei sistemi sanitari europei, riducendo le disuguaglianze di accesso alle cure.
Il sogno delle famiglie è anche il nostro, ovvero che ogni bambino, indipendentemente dalla sua condizione sociale o geografica, possa accedere a cure di qualità.

ANDI e l’opuscolo a fumetti

«Da questo rapporto con le famiglie, è nata un’iniziativa culturale, di alfabetizzazione scientifica. Mi riferisco al primo fumetto italiano che parla in modo semplice, ma rigoroso sotto il profilo scientifico, della paralisi cerebrale – chiarisce Fedeli. Abbiamo ascoltato le domande dei ragazzi ai loro genitori: “mamma, perché devo indossare un tutore? Papà, perché io muovo meno bene una mano rispetto agli altri bambini?” È così che abbiamo co-creato un fumetto che non utilizza termini tecnici ma che riesce comunque a spiegare correttamente la malattia e lascia spazio alla creatività dei ragazzi dai 5 ai 15 anni. Ci auguriamo di vedere la mascotte ANDI prendere vita su tutti i banchi e tutte le scrivanie, per conoscere al meglio questa condizione ed evitare così ogni discriminazione».

Le prospettive future includono l’espansione di queste tecnologie per coprire più disabilità e migliorare l’accessibilità alle cure

La ricerca non si ferma mai

«Oltre ad AInCP, negli anni, con la Fondazione FightTheStroke, abbiamo promosso, coordinato o partecipato a numerosi progetti di ricerca scientifica nazionali e internazionali. È forse questa la caratteristica che più ci contraddistingue nella nostra missione, promuovere la partecipazione attiva e la consapevolezza scientifica delle persone con una disabilità di paralisi cerebrale – conclude Fedeli. Tra i tanti progetti ricordiamo Mirrorable, che fin dal 2016 ha promosso la tele-riabilitazione e l’apprendimento per imitazione, rappresentando così il precursore del progetto AInCP; l’Epilepsy Research Kit MirrorHr, che permette alle famiglie di bambini con epilessia di ridurre frequenza e severità delle crisi epilettiche; il Fight Camp, un camp di sport e riabilitazione intensiva che in realtà funge anche da laboratorio a cielo aperto, per testare l’usabilità di nuove soluzioni per i bambini con paralisi cerebrale».

La Scuola Medica Salernitana: prima università di medicina europea

Nell’antico Egitto, nel 2000 a.C. già esistevano figure che potevano definirsi donne medico, specializzate in ginecologia. Si parlava di “medicus” per l’uomo e di “medica” per la donna che esercitava la medicina anche nei secoli a venire, in Grecia e nel periodo romano. E a Salerno, intorno al IX secolo, mentre l’Europa dell’alto medioevo stava appena uscendo dal periodo di invasioni barbariche, nacque la prima Università di Medicina d’Europa, dove per la prima volta nella storia si praticava quella che oggi chiamiamo “medicina di genere”.

Pio Vicinanza

Le “mulieres Salernitanae”, ovvero le donne mediche, che come Trotula de Ruggiero, curavano le patologie femminili secoli prima che altrove si riconoscesse alle donne il diritto di studiare medicina. Infatti, l’accettazione delle donne nelle università e nella professione medica, senza alcuna forma di discriminazione, si realizzò unicamente a cavallo tra XIX e XX secolo. Oggi, a 26 anni dalla rinascita della facoltà di medicina salernitana, questa eredità rivive attraverso il lavoro dell’Università Popolare Scuola Medica Salernitana. A TrendSanità Pio Vicinanza, medico pediatra e Rettore dell’Università Popolare Scuola Medica Salernitana ne racconta la storia e la rinascita.

La Scuola Medica Salernitana è considerata la prima università di medicina d’Europa. Quanto è ancora viva oggi la sua eredità scientifica e culturale?

«La Scuola Medica Salernitana ha una storia millenaria straordinaria. Nata intorno al IX secolo d.C., deve la sua nascita alla posizione geografica strategica di Salerno, al centro del Mediterraneo e capitale del Principato. Questa posizione favorì gli scambi interculturali con i Paesi Arabi, del Nord Africa e Orientali. La Scuola nacque grazie all’Abbazia di Montecassino, dove i monaci benedettini trascrivevano antichi trattati di medicina per curare i pellegrini, traducendo testi dal greco, dall’arabo e dal latino. Aveva due caratteristiche rivoluzionarie: il sincretismo culturale, ovvero l’unione di culture latine, greche, arabe ed ebraiche, e soprattutto la presenza di donne medico, le cosiddette “mulieres Salernitanae”».

Sincretismo culturale e presenza di donne medico sono stati gli aspetti più rivoluzionari, per l’epoca, della Scuola Medica Salernitana

Parliamo proprio di questo aspetto: chi erano queste donne medico e quale ruolo svolgevano?

«Le donne medico salernitane rappresentavano un unicum assoluto nel panorama medievale. Nascevano per necessità: nel Medioevo l’uomo non poteva toccare o visitare direttamente una donna, poteva al massimo tastare il polso attraverso un paravento. Queste mediche erano spesso figlie di medici salernitani e si dedicavano alla cura delle patologie femminili, della gravidanza, del puerperio e della pediatria. Tra le più importanti ricordiamo Trotula de Ruggiero, Costanza Calenda e Abella Salernitana. Pensi che per avere nuovamente donne medico dovemmo aspettare l’Ottocento! Loro praticavano già nel XI e nel XII secolo quella che oggi chiamiamo “medicina di genere”».

Che cosa sappiamo di Trotula de Ruggiero dal punto di vista storico?

«Trotula nacque a Salerno intorno al 1000-1100, nel periodo di massimo splendore della scuola. Era figlia di Ruggiero, importante medico e archiatra salernitano. Cresciuta nell’ambiente medico, divenne esperta nell’uso delle erbe medicinali e creò persino creme per la cura della pelle femminile. Fondò una vera scuola di donne medico e i suoi trattati sono stati tradotti e studiati anche da ricercatori americani contemporanei, come la studiosa Monica Green, che ha dimostrato come Trotula non fosse solo una leggenda, ma una figura storicamente documentata».

Passiamo all’attualità. Quali strumenti educativi state introducendo per restituire dignità storica e scientifica alla Scuola Medica Salernitana?

«La nostra attività è iniziata 26 anni fa, quando a Salerno non esisteva la facoltà di medicina. Il nostro obiettivo era far conoscere questa eredità alle nuove generazioni e sensibilizzare i politici. Ci siamo riusciti: nel 2005 è stata rifondata la facoltà di medicina e nel 2011 abbiamo avuto i primi laureati, esattamente 200 anni dopo la chiusura della Scuola voluta da Gioacchino Murat nel 1811. Attualmente, organizziamo convegni internazionali di storia della medicina, pubblichiamo volumi, offriamo formazione post-universitaria e abbiamo istituito il Premio Internazionale Scuola Medica Salernitana, conferito a scienziati di fama mondiale come Umberto Veronesi».

Quale visione avete per il futuro?

La Scuola Medica Salernitana ha anticipato temi di oggi come l’integrazione tra salute, ambiente e alimentazione, alla base dell’approccio One Health

«Stiamo lavorando per ottenere il riconoscimento UNESCO della Scuola Medica Salernitana come patrimonio immateriale dell’umanità. Abbiamo raccolto le firme di grandi personalità scientifiche e abbiamo realizzato documentari che stanno ricevendo premi internazionali. Inoltre, stiamo sviluppando un turismo culturale con la ristrutturazione del Giardino della Minerva, dove Matteo Silvatico insegnava fitoterapia, e il Museo Papi con strumentazioni mediche dal 1400 ad oggi. Portiamo avanti cooperazioni internazionali con i popoli arabi e greci, proprio come faceva l’antica scuola, perché crediamo che la cooperazione tra popoli sia fondamentale per il progresso della medicina».

Per concludere, quale valore concreto può avere oggi l’eredità della Scuola Medica Salernitana per chi opera nella sanità e nella ricerca?

«La storia della medicina è fondamentale per la cultura medica moderna. Quello che i nostri predecessori avevano scoperto empiricamente, oggi la scienza farmacologica lo conferma. La Scuola Medica Salernitana non era solo tecnica medica, ma una filosofia di vita che comprendeva la cura dell’ambiente, dell’alimentazione, anche anticipando la dieta mediterranea, oltre il benessere globale, ovvero, quello che oggi va sotto la definizione di One Health. È un patrimonio che dobbiamo preservare e valorizzare per le future generazioni».

Obesità: la sfida italiana tra legge, assistenza e stigma

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Negli ultimi 20 anni abbiamo avuto quasi un +40% delle persone che ne soffrono nel nostro Paese, con un incremento tra le persone più giovani e le donne. Sono questi alcuni dei dati presentati all’ultimo Italian Barometer Obesity Forum sull’obesità, una condizione che è ancora considerata una comorbidità o una complicanza.

In Italia è in discussione una legge che prevede il pieno riconoscimento della malattia, oltre all’istituzione di un osservatorio nazionale e a misure per arginare lo stigma e tenere sotto controllo gli aspetti economici. Il nostro Paese si trova quindi a un bivio importante nella gestione dell’obesità: se da una parte sta crescendo la presa di coscienza clinica e istituzionale sul fatto che si tratti di una malattia cronica, complessa e multidimensionale, dall’altra persiste il vuoto nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e un sistema di cure ancora frammentato e disomogeneo. La recente approvazione alla Camera del disegno di legge è un passaggio importante, ma il percorso per il pieno riconoscimento e soprattutto per la messa a terra delle buone pratiche è ancora lungo. 

L’obesità riconosciuta come malattia

«La discussione sul riconoscimento dell’obesità come malattia autonoma in Italia è relativamente recente – ricorda Gianluca Aimaretti, presidente della Società Italiana di Endocrinologia (SIE) – e questo spiega perché ancora oggi lo stigma sia così forte, persino tra gli operatori sanitari». Secondo l’esperto, è fondamentale superare l’idea dell’obesità come semplice conseguenza di uno stile di vita scorretto. «Ci sono componenti genetiche, ambientali, neuroendocrine ancora poco conosciute. È una malattia vera e propria e come tale va trattata, con percorsi di diagnosi, cura e prevenzione».

Gianluca Aimaretti

Il disegno di legge, approvato alla Camera e ora all’attenzione del Senato, apre finalmente alla possibilità di introdurre prestazioni specifiche per le persone con obesità tra i LEA. «È un segnale positivo, soprattutto per i pazienti che finora hanno dovuto sostenere quasi tutto di tasca propria – sottolinea Aimaretti – ma serve cautela e attenzione per evitare squilibri nei costi farmaceutici. Bisogna partire dalle basi: stile di vita, educazione, prevenzione».

Pazienti invisibili: «Ora servono cure garantite e accessibili»

Per le associazioni di pazienti, la legge rappresenta un riconoscimento atteso da tempo. «Oggi, se una persona con obesità vuole curarsi, spesso deve rivolgersi al privato – denuncia Iris Zani, presidente di FIAO –. Non esiste un percorso pubblico codificato, se non per la chirurgia bariatrica, che peraltro è riservata ai casi più gravi».

La Federazione Italiana Associazioni Obesità nasce proprio con l’obiettivo di unire le voci di realtà differenti ma accomunate dallo stesso obiettivo: portare alla luce l’urgenza dell’obesità come priorità sanitaria. «Serve un registro nazionale dei pazienti, occorrono prestazioni riconosciute nei LEA e soprattutto bisogna intervenire a monte, con programmi di prevenzione scolastica e campagne culturali – continua Zani –. Non possiamo più permetterci di essere il Paese con i tassi più alti di obesità infantile in Europa».

Senza un cambiamento culturale, anche la migliore legge resterà inefficace

Il nodo dei farmaci è un’altra questione aperta. Oggi, trattamenti come semaglutide e tirzepatide – già riconosciuti per efficacia – sono accessibili solo a pagamento. «L’AIFA ha aperto alla possibilità di future sperimentazioni gratuite per categorie selezionate – conferma Zani –. È una speranza concreta, ma bisogna fare in fretta».

Il cuore dei pazienti obesi: una priorità cardiologica

L’obesità è un fattore di rischio diretto per le malattie cardiovascolari. «Nei nostri ambulatori, il 20% dei cardiopatici è obeso e oltre il 40% è in sovrappeso – spiega Giuseppe Musumeci, Direttore S.C. Cardiologia, Ospedale Mauriziano di Torino –. E l’obesità, oltre a peggiorare ipertensione, colesterolo e diabete, è di per sé un moltiplicatore del rischio cardiaco».

Giuseppe Musumeci
Giuseppe Musumeci

Al Mauriziano di Torino è nato un PDTA multidisciplinare dedicato al paziente obeso cardiopatico, ora in estensione ad altri centri in Piemonte e Liguria. «Abbiamo integrato cardiologi, dietologi, farmacisti e direzione sanitaria in un modello collaborativo – racconta Musumeci –. I farmaci, anche se a carico del paziente, sono stati inclusi nel percorso: si discute insieme al paziente su quale sia l’opzione migliore per efficacia, effetti collaterali e sostenibilità».

Secondo Musumeci, il principale ostacolo non è economico, ma culturale. «Serve formazione. Non basta prescrivere una dieta. Bisogna considerare l’obesità come una condizione clinica cronica, da affrontare con strumenti moderni e condivisi».

Centri dedicati, formazione e multidisciplinarietà: la nuova rete che serve

Uno degli obiettivi prioritari, come ricordato da Aimaretti, è creare una rete capillare di Obesity Clinic, ambulatori dedicati che offrano un approccio integrato: endocrinologi, dietisti, psicologi, fisiatri, infermieri e, quando necessario, chirurghi. «Stiamo lavorando come Società Italiana di Endocrinologia a un programma formativo specifico per i nostri specializzandi – annuncia – in modo che possano costruire questi percorsi anche nei territori più periferici».

Ma oggi la realtà è ancora frammentata. «I grandi centri urbani sono abbastanza coperti, ma in molte aree del Sud e nelle province minori l’offerta è scarsa – denuncia Zani –. E questo crea disuguaglianze enormi tra cittadini».

Lo stigma: il primo nemico da abbattere

Iris Zani

Tutti gli esperti sono concordi su un punto: senza un cambiamento culturale, anche la migliore legge resterà inefficace. «Lo stigma verso le persone con obesità è ancora fortissimo – dice Aimaretti – e nasce dalla convinzione che sia solo colpa del paziente. Ma se l’obesità è una malattia, allora chi ne soffre ha diritto alla cura, non al giudizio».

Zani aggiunge che spesso lo stigma è interiorizzato dalle stesse persone con obesità: «Molti non chiedono aiuto perché si sentono colpevoli. Le nostre campagne mirano a ribaltare questo paradigma: non sei pigro, non sei solo. Sei un paziente e hai diritto di essere curato».

Bastone di Asclepio o caduceo? Uno studio sui simboli della professione medica

L’identità e l’etica professionale passano anche dai simboli che le rappresentano. È quanto emerge da una ricerca condotta dal professor Michele Augusto Riva, docente di Storia della Medicina all’Università di Milano Bicocca, e da Luca Ravasio, cultore della stessa materia, pubblicata sulla rivista Internal and Emergency Medicine.

Spiega il professor Riva a TrendSanità: «L’idea nasce dal vedere come spesso, all’interno degli Ordini dei Medici, si faccia confusione tra i simboli che li rappresentano. In questo momento di crisi professionale, mancanza di vocazioni autentiche, dove prevale l’idea che tutti possono fare questo lavoro, ritengo che anche “mettere ordine” nei simboli sia un’azione significativa. Lo scorso anno avevamo scritto un articolo sul giuramento di Ippocrate, quest’anno l’analisi è stata sull’uso del bastone di Asclepio e di altri emblemi come simboli della professione».

L’identità e l’etica professionale passano anche dai simboli che le rappresentano

«Come si può vedere dalla nostra analisi – prosegue Riva – il caduceo, altro simbolo scelto da diversi Ordini provinciali, non è un simbolo proprio della classe medica. Viene utilizzato anche ad altri scopi. Abbiamo visto poi che diversi Ordini provinciali hanno scelto emblemi che richiamano a realtà locali. Ad esempio i medici di Bari utilizzano una moneta con raffigurata una divinità locale e quelli di Pisa la Torre».

«I Farmacisti utilizzano invece come simboli il pestello (ricorda lo strumento usato per la preparazione dei medicinali) o il caduceo. Ma probabilmente, dato che questo simbolo si lega anche al dio Ermes (anche protettore dei commerci), si può pensare alla professione come anche legata alla vendita di farmaci».

Simboli antichi, tra mito e storia

Vediamo dunque le origini di questo storico emblema. Come spesso capita quando si va alla ricerca della nascita di simboli, anche in questo caso le origini del Bastone di Asclepio potrebbero essere molto antiche. E nascere in culti legati alla guarigione diffusi nell’area del Mediterraneo in epoca antecedente alla Grecia Classica.

La raffigurazione è nota: un serpente attorcigliato attorno a un bastone, proprio di Asclepio (latino: Aesculapio), antico dio della guarigione della mitologia greco-romana.

Il Bastone di Asclepio raffigura un serpente attorcigliato attorno a un bastone, appartenente al dio greco-romano della guarigione

Spiega lo studio: “Il serpente simboleggia la capacità di rinnovamento e guarigione, mentre il bastone rappresenta le sfide che un medico deve affrontare nel suo percorso verso la cura delle malattie. Il serpente raffigurato in questo simbolo è spesso associato al cosiddetto sauro di Esculapio, scientificamente noto come Zamenis longissimus, una specie non velenosa, appartenente alla famiglia dei colubridi, diffusa in tutta Europa e storicamente presente intorno agli antichi templi dedicati alla guarigione”.

Durante il Medioevo cristiano l’uso di simboli di origine classica venne abbandonato, perché di origine pagana. Per il medico si preferirono altri emblemi, tra cui la fiasca dell’urina, a ricordare la pratica, diffusa al tempo, dell’osservazione delle urine per capire lo stato di salute del paziente e diagnosticare la malattia.

Con il passare del tempo e l’avvento del Rinascimento, l’Europa riscoprì i valori della cultura classica. Il Bastone di Asclepio riemerse come emblema medico prediletto.

Ma erano passati molti secoli, e la memoria del significato dei simboli tratti dalla mitologia classica si era affievolita. Il Bastone di Asclepio iniziò a essere confuso con un altro simbolo: il caduceo, un bastone utilizzato dal dio greco Hermes (Mercurio nella mitologia romana). Attorno al bastone sono raffigurati due serpenti intrecciati, e talvolta il caduceo è sormontato da ali.

L’uso del caduceo in ambito medico

“Il caduceo ebbe origine come simbolo assiro-babilonese, associato al dio Ningishzida, divinità della vegetazione e degli inferi – ricorda lo studio – Fu uno dei pochi elementi culturali tramandati dalle civiltà sumere e accadiche ai successivi culti greci e romani. Hermes, considerato l’araldo degli dei, dà il nome al simbolo: la parola “caduceo” deriva dal greco antico κηρύκειον (kērū́keion), bastone dell’araldo. Hermes era tradizionalmente considerato il protettore di araldi, viaggiatori, mercanti, ladri e oratori. Per questo motivo, il caduceo divenne un simbolo di commercio e negoziazione. Poiché il commercio richiede pace, il caduceo fu adottato anche come simbolo di neutralità in guerra”.

Nel tempo si creò confusione con il caduceo, bastone del dio Hermes, caratterizzato da due serpenti intrecciati e talvolta sormontato da ali

In ambito medico il caduceo fece la sua comparsa a metà Ottocento, quando l’editore londinese J.S.M. Churchill lo utilizzò per illustrare pubblicazioni nel 1844. Negli Stati Uniti venne introdotto dal colonnello John R. van Hof come distintivo per i medici militari, sottolineandone l’associazione con la neutralità in guerra: nel 1856 comparve sulle insegne degli assistenti ospedalieri dell’esercito americano e nel 1902 sugli ufficiali medici. Divenne anche l’emblema del Servizio Sanitario Pubblico statunitense e ispirò il nome della rivista medica militare francese Le Caducée nel 1901.

Per un certo periodo, persino l’American Medical Association adottò il caduceo, ma nel 1912 – dopo un lungo dibattito – scelse ufficialmente il Bastone di Asclepio, tuttora in uso.

Lo studio ricorda che, sebbene il caduceo sia diventato un simbolo riconoscibile di assistenza medica e immunità in battaglia, la maggior parte degli esperti ritiene più corretto e storicamente fondato utilizzare il Bastone di Asclepio per rappresentare la professione medica.

Le scelte degli Ordini provinciali italiani

L’indagine ha analizzato i 106 loghi degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (OMCeO) provinciali, evidenziando una netta prevalenza del Bastone di Asclepio come simbolo ufficiale (Figura 1). Questo emblema è presente nel 68% dei loghi, confermandosi come il riferimento più diffuso e riconosciuto.

Il 18% degli Ordini ha optato per simboli alternativi, spesso legati a figure storiche di spicco della medicina locale, a santi patroni o ad altri elementi distintivi della città di appartenenza.

Il restante 14% utilizza ancora il caduceo, nonostante le perplessità espresse dagli studiosi sulla sua pertinenza rispetto alla professione medica.

Figura 1. Simboli scelti per il logo dei 106 Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (OMCeO) provinciali [da Ravasio, Riva. Intern Emerg Med 2025]

Il coinvolgimento attivo delle comunità può sostenere le solitudini?

La solitudine è una delle sfide più silenziose e pervasive del nostro tempo. Colpisce anziani e giovani, aree urbane e rurali, e ha effetti profondi non solo sul benessere emotivo, ma anche sulla salute fisica. L’isolamento sociale aumenta il rischio di depressione, declino cognitivo e persino demenza; al contrario, attività stimolanti e relazioni significative possono rallentare l’invecchiamento e migliorare la qualità della vita.

Ma come si può intervenire? Non sempre – e non solo – con farmaci. Sempre più esperienze internazionali e italiane stanno sperimentando approcci che mettono al centro le comunità, le reti sociali e l’ambiente: un paradigma che, nel Regno Unito, ha preso il nome di “social prescribing” e che sta cominciando a radicarsi anche in Italia.

Serve un cambio di mentalità: non possiamo medicalizzare ciò che è un problema sociale

Per approfondire questo tema, TrendSanità ha intervistato Ferdinando Petrazzuoli (Presidente di EURIPA – European Rural and Isolated Practitioners Association – e membro del WONCA Europe Executive Board, e ha raccolto la testimonianza di Sara Paternoster, psichiatra e direttrice per il coordinamento dell’attuazione del social prescribing dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento.

La solitudine come emergenza sanitaria

Ferdinando Petrazzuoli

«È un’emergenza silenziosa che impatta profondamente sulla salute mentale e fisica – spiega Petrazzuoli –. Chi vive isolato, senza stimoli cognitivi o relazionali, va incontro più facilmente a depressione, declino cognitivo, fino a vera e propria demenza. Viceversa, più la mente è stimolata, con attività fisiche e mentali, più riusciamo a rallentare i processi degenerativi dell’invecchiamento».

Il problema riguarda ampie fasce di popolazione: «Non parliamo di pochi casi: la nostra società invecchia e le reti familiari si stanno sgretolando. Un tempo, in una masseria vivevano insieme tre generazioni: bambini, adulti e nonni. Oggi, anche nei contesti rurali, gli anziani restano soli, spesso accuditi da badanti straniere, con cui non condividono neppure la lingua».

Il ruolo della medicina generale e delle comunità

Il medico di base, sottolinea Petrazzuoli, «può, e deve, accendere un riflettore. Ma serve un cambio di mentalità: non possiamo medicalizzare ciò che è un problema sociale. Troppo spesso rispondiamo alla solitudine con una “pillolina”, un antidepressivo. Ma la cura vera è la relazione».

Non parliamo di pochi casi: la nostra società invecchia e le reti familiari si stanno sgretolando

E qui entrano in gioco comunità, parrocchie, associazioni, volontari e amministrazioni comunali: «Serve una sinergia che va oltre la medicina. Noi possiamo segnalare, individuare i pazienti fragili. Poi servono strumenti, risorse e sensibilità sociale e politica».

Cos’è il social prescribing?

Nato e formalizzato nel Regno Unito, il social prescribing affianca all’atto medico la figura del link worker, che indirizza il paziente verso attività sociali, culturali, ricreative o ambientali: «Prendiamo come esempio il gardening, i cori, i gruppi di lettura, le passeggiate guidate o l’impegno nel volontariato: sono tutte prescrizioni sociali – spiega Petrazzuoli –. Il link worker è il tramite tra medicina e comunità. In Italia manca questa figura. In UK, invece, è strutturata e retribuita. È un modello da cui prendere esempio».

Non solo per gli anziani: i giovani ne hanno un gran bisogno, e ciò è ancora più drammatico

E se il divario con l’Inghilterra è evidente, qualcosa si muove anche da noi. «Esperienze come quelle di Sara Paternoster, psichiatra e direttrice per il coordinamento dell’attuazione del social prescribing, ed Emanuele Torri, direttore del servizio di governance clinica, entrambi dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento, vanno in questa direzione, con progetti come il C.O.P.E., che ha applicato per la prima volta il social prescribing per interventi con i giovani in situazione di NEET (Not in Education, Employment or Training), usando anche le tecnologie digitali per ricostruire un legame con la realtà».

L’esperienza di C.O.P.E. in Trentino

«C.O.P.E. ha permesso di ingaggiare anche i giovani più difficili da raggiungere, soprattutto nel sito pilota trentino – racconta Paternoster – grazie agli interventi e allo stile adottati, con risultati quantitativi e qualitativi che sono andati ben oltre le aspettative iniziali, comprovati dalla ricerca che ha valutato esiti e impatto».

Ambiente, tecnologia e inclusione

Sara Paternoster

Il legame con l’ambiente è un altro elemento centrale: «L’essere umano è parte di un ecosistema – osserva Paternoster–. Quando lo sradichi da un ambiente rurale, lo chiudi in un grattacielo, lo separi dalla natura, dagli animali e dagli spazi verdi, crei un deserto relazionale. Non è politicamente corretto dirlo, ma è così: certe periferie sono fabbriche di solitudine. Per questo attività come l’orto urbano, le passeggiate nei parchi e l’accudimento di animali hanno anche una funzione terapeutica. Non solo per gli anziani: i giovani ne hanno un gran bisogno, e ciò è ancora più drammatico».

La tecnologia, se ben usata, può essere un alleato: «Durante la pandemia, strumenti come Zoom e WhatsApp hanno rotto l’isolamento. Anche pazienti con bassa scolarizzazione hanno imparato a usarli. Il problema non è la tecnologia in sé, ma come integrarla in un approccio ibrido». Il progetto C.O.P.E., ad esempio, ha sfruttato le remote consultations per avvicinare i giovani NEET, più inclini a interagire online almeno nella fase iniziale: «Il digitale – ricorda Paternoster – almeno in questo caso può essere un ponte e non un muro».

Oltre la malattia: il reinserimento sociale

Il social prescribing può rivelarsi prezioso anche dopo una malattia grave come il cancro: «Il reinserimento sociale dopo una malattia oncologica è un altro ambito in cui può fare la differenza – afferma Paternoster –. Non basta la guarigione clinica. Serve un accompagnamento alla vita sociale attiva».

In un mondo che isola, prendersi cura oggi significa ricucire legami

Un esempio è il progetto europeo SPACE (Social Prescribing and Civic Engagement), che punta a integrare le attività sociali nei percorsi di cura e inclusione post-cancro. «Perché la salute non è solo assenza di malattia, ma benessere complessivo – conclude Paternoster -. La medicina generale del futuro, ma già del presente, deve allargare lo sguardo. I problemi sociali non si curano con le medicine, ma con le reti di comunità. Serve una nuova alleanza tra sanità, comunità e istituzioni. In un mondo che isola, prendersi cura oggi significa ricucire legami. E, a volte, prescrivere non una compressa, ma un incontro, una passeggiata o una canzone cantata insieme»».

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