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Logistica sanitaria, LIPHE rilancia il confronto pubblico-privato: «Serve una strategia nazionale»

La logistica sanitaria torna al centro del dibattito sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. A rilanciare il tema è LIPHE (già Assoram), che invita ad avviare un percorso condiviso tra pubblico e privato per accompagnare l’evoluzione dei servizi logistici nelle aziende sanitarie e ospedaliere. Secondo l’associazione, i cambiamenti organizzativi in corso nei sistemi sanitari regionali e le recenti criticità legate alla sicurezza degli approvvigionamenti rendono necessario ripensare il modello di gestione della supply chain sanitaria.

Dieci anni dopo la survey: criticità ancora attuali

LIPHE richiama i risultati della survey realizzata nel 2016 insieme a FIASO, SIFO e con il supporto scientifico della Scuola Superiore Sant’Anna, che aveva coinvolto 60 aziende sanitarie e ospedaliere e 41 operatori logistici.

Per LIPHE, le scelte organizzative relative alla logistica incidono sempre più direttamente sulla qualità dei processi clinico-assistenziali e sulla sostenibilità del sistema. La gestione di farmaci, dispositivi medici e beni economali rappresenta infatti una componente strategica dell’organizzazione sanitaria, anche alla luce degli obiettivi di efficientamento della supply chain richiamati dalla normativa nazionale.

La survey del 2016 evidenziava criticità in infrastrutture, digitalizzazione, competenze e governance

Negli ultimi anni molte aziende sanitarie hanno avviato percorsi di riorganizzazione della logistica, autonomamente o su impulso delle Regioni, con l’obiettivo di integrare questi servizi nei nuovi assetti organizzativi.

«Iniziava così – racconta Pierluigi Petrone, Presidente dell’Associazione LIPHE – la pubblicazione della survey Fiaso, Sifo, Assoram con il supporto scientifico della Scuola Superiore Sant’Anna presentata nel 2016 alla Asl Roma 1 sotto la direzione di Angelo Tanese, oggi alla guida di Agenas».

Secondo Petrone, quel lavoro rappresentò il primo tentativo di analizzare il rapporto tra gestione pubblica e partnership con operatori specializzati nella logistica sanitaria.

«Un lavoro prezioso che aveva intrapreso una riflessione seria sulla partnership pubblico- privato in relazione ai modelli make or buy di gestione della logistica sanitaria».

Infrastrutture, digitalizzazione e competenze le principali criticità

L’indagine aveva evidenziato numerose aree di debolezza del sistema logistico sanitario italiano. Tra le principali criticità figuravano la vulnerabilità delle infrastrutture, giudicate inadeguate nel 46% dei casi analizzati, un livello insufficiente di informatizzazione, l’eccessiva frammentazione dei processi organizzativi e la carenza di sistemi di monitoraggio e controllo.

L’associazione chiede una strategia condivisa per rafforzare sicurezza e resilienza della supply chain

A queste si aggiungevano la mancanza di professionalità specialistiche dedicate alla gestione della logistica, come ingegneri gestionali e figure informatiche, oltre alla necessità di rafforzare la formazione e la cultura organizzativa in questo ambito. Nell’80% delle aziende coinvolte risultavano inoltre assenti linee guida regionali dedicate all’organizzazione dei servizi logistici.

Un nuovo modello di collaborazione tra pubblico e privato

Secondo LIPHE, il contesto è profondamente cambiato rispetto al 2016 e richiede una nuova riflessione sul ruolo della logistica nel sistema sanitario.

«Era il 2016 e in questi dieci anni il panorama è mutato rapidamente», conclude il Direttore Generale Mila De Iure. «La fragilità evidenziata dai recenti furti impone di riprendere con urgenza il dibattito pubblico – privato sulla gestione degli asset logistici, sempre meno core per la rapida evoluzione scientifica e clinica delle strutture di cura. La sanità pubblica dovrebbe poter sfruttare appieno le competenze specialistiche e l’avanzato know-how delle aziende della distribuzione, che si stanno evolvendo a ritmi serrati per rispondere alle nuove e complesse richieste del mercato. Solo attraverso una sinergia virtuosa e un modello collaborativo strutturato potremo garantire efficienza, sicurezza e modernità alle nostre strutture di cura.»

Per l’associazione, il rafforzamento della collaborazione tra aziende sanitarie e operatori specializzati rappresenta una delle condizioni per migliorare resilienza, efficienza e sicurezza della supply chain sanitaria.

Farmaci, la sfida di Nisticò (AIFA): «Il farmaco giusto al paziente giusto, al momento giusto»

Non più l’atto prescrittivo isolato, ma un sistema che mette insieme dati clinici, evidenze scientifiche, caratteristiche del paziente ed esiti di salute. È la “prescrittomica”, uno dei concetti chiave emersi dal convegno convegno “La Roadmap dell’Appropriatezza: la medicina di precisione tra innovazione e pratica regionale”, organizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) con il patrocinio dell’Assemblea Regionale Siciliana (ARS) che si è tenuto a Palermo.

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Robert Nisticò, presidente dell’AIFA, che in questa intervista tocca anche il rapporto in evoluzione tra Agenzia e Regioni, le attese sul Testo Unico della legislazione farmaceutica annunciato dal Sottosegretario Gemmato e il nodo più delicato: come portare il farmaco più vicino al cittadino senza rinunciare alla tenuta economica del Servizio Sanitario Nazionale. «L’equità di accesso — spiega Nisticò — si tutela non dando tutto a tutti, ma assicurando che ogni paziente riceva ciò di cui ha realmente bisogno».

La “prescrittomica” è uno dei concetti chiave emersi dal convegno, un termine ancora poco conosciuto al grande pubblico. Di cosa si tratta concretamente e come può cambiare il lavoro quotidiano del medico che prescrive e per i pazienti?

Si tratta di un approccio evoluto alla prescrizione che non guarda più all’atto prescrittivo in modo isolato, ma lo inserisce in un sistema più ampio di dati, evidenze scientifiche, caratteristiche del paziente, appropriatezza terapeutica, sostenibilità e risultati di salute. In concreto significa utilizzare meglio le informazioni disponibili come i dati prescrittivi, i dati clinici, la real-world evidence, le linee guida, i registri di monitoraggio e la farmacovigilanza per aiutare il medico a scegliere il trattamento più appropriato per quel paziente, in quel momento, evitando sia il sottoutilizzo, sia l’uso non necessario o non coerente con le evidenze.

La prescrittomica non deve essere un aggravio burocratico per il medico ma uno strumento di supporto nella decisione prescrittiva

Per il medico non deve tradursi in un aggravio burocratico, ma in uno strumento di supporto: meno solitudine nella decisione prescrittiva, maggiore disponibilità di informazioni utili e maggiore coerenza tra pratica clinica, evidenze e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Per il paziente significa ricevere terapie più mirate, più sicure e più appropriate, con un impiego più razionale delle risorse pubbliche.

Il convegno ha messo al centro il rapporto tra AIFA e Regioni sull’appropriatezza prescrittiva. Come sta cambiando il rapporto con le Regioni e quali strumenti si stanno mettendo in atto per una collaborazione sempre più mirata all’appropriatezza prescrittiva e alla sostenibilità economica?

Il rapporto tra AIFA e Regioni sta evolvendo verso una collaborazione sempre più strutturata e basata sui dati. Le Regioni sono un interlocutore fondamentale, perché sono il luogo in cui le decisioni regolatorie e di politica farmaceutica si traducono concretamente nell’organizzazione dell’assistenza e nell’accesso dei cittadini alle cure. L’obiettivo è superare una logica puramente amministrativa o di controllo della spesa per costruire invece un confronto più mirato sull’appropriatezza prescrittiva, sulla valutazione degli esiti e sulla sostenibilità complessiva del sistema.

Gli strumenti fondamentali sono la condivisione dei dati, il monitoraggio dei consumi, l’analisi della variabilità prescrittiva, i registri di monitoraggio, i flussi informativi e la capacità di trasformare queste informazioni in indicazioni operative utili per i clinici e per i decisori regionali.
Una collaborazione efficace tra AIFA e Regioni deve servire a ridurre le disomogeneità territoriali, garantire equità di accesso e accompagnare l’innovazione senza perdere di vista la tenuta economica del Servizio Sanitario Nazionale. La sostenibilità non può essere affrontata solo come contenimento della spesa, deve essere letta insieme all’appropriatezza, agli esiti e al valore reale prodotto per i pazienti.

Il Sottosegretario Gemmato ha annunciato che è in corso di finalizzazione un Testo Unico della legislazione farmaceutica. Cosa si aspetta da questo strumento e quali sono i nodi che, se non sciolti, rischiano di lasciare le cose sostanzialmente invariate?

Se ben costruito, il Testo Unico può diventare non solo uno strumento di riordino, ma anche una leva per rafforzare la trasparenza e l’efficienza del sistema

Un Testo Unico della legislazione farmaceutica può rappresentare un passaggio di grande rilievo per rendere il quadro normativo più chiaro, organico e funzionale alle esigenze attuali del sistema. Negli anni la normativa si è progressivamente stratificata e disporre di uno strumento unitario può favorire una maggiore semplicità applicativa e una migliore coerenza complessiva.
Mi aspetto quindi uno strumento capace di offrire maggiore chiarezza agli operatori, alle istituzioni, alle imprese e ai cittadini, riducendo sovrapposizioni, incertezze interpretative e frammentazioni procedurali. Una normativa più ordinata e leggibile può contribuire a rendere più efficiente l’accesso all’innovazione, migliorare la programmazione della politica farmaceutica e sostenere una governance più moderna del settore.
Naturalmente, perché questo risultato sia pienamente efficace sarà importante che il Testo Unico non si limiti a una sistematizzazione formale delle norme esistenti, ma diventi anche un’occasione per affrontare alcuni temi centrali: la semplificazione dei percorsi decisionali, il coordinamento tra livello nazionale e regionale, la gestione dell’innovazione, la sostenibilità della spesa, l’equità di accesso e il collegamento sempre più stretto tra decisioni regolatorie ed esiti reali di salute.

Sempre il Sottosegretario Gemmato ha parlato anche della necessità di “portare il farmaco più vicino al cittadino” garantendo un uso efficiente delle risorse pubbliche. Secondo lei dove si trova oggi il punto di rottura tra sostenibilità e accesso equo?

Il punto di rottura si crea quando la sostenibilità viene percepita come un ostacolo all’accesso oppure quando l’accesso viene garantito senza una valutazione adeguata dell’appropriatezza e del valore prodotto. In realtà i due aspetti devono essere tenuti insieme. Portare il farmaco più vicino al cittadino significa ridurre le barriere organizzative, territoriali e burocratiche che possono rendere difficile l’accesso alle terapie, soprattutto per i pazienti fragili, cronici o che vivono in aree meno servite. Ma questo deve avvenire dentro un sistema capace di garantire sicurezza, tracciabilità, continuità assistenziale e uso corretto delle risorse.

Questo è il punto di equilibrio: prossimità, appropriatezza e sostenibilità devono procedere insieme

La sostenibilità non può essere solo una questione di prezzo o di tetti di spesa. Deve riguardare l’intero percorso: selezione appropriata dei pazienti, corretto utilizzo del farmaco, monitoraggio degli esiti, aderenza terapeutica, riduzione degli sprechi e valutazione del valore reale delle terapie. L’equità di accesso si tutela non dando tutto a tutti indistintamente, ma assicurando che ogni paziente possa ricevere ciò di cui ha realmente bisogno, sulla base delle evidenze e in modo omogeneo sul territorio nazionale.

Sedentarietà, un costo da 6,7 miliardi per la sanità italiana

Un italiano su tre non pratica alcun tipo di attività fisica. Nonostante un lieve miglioramento registrato negli ultimi 5 anni, oltre 17 milioni di persone conducono ancora uno stile di vita sedentario, esponendosi a un maggiore rischio di sviluppare patologie croniche e contribuendo a un significativo aggravio dei costi sanitari e sociali. Questo è quanto affermano i più recenti dati ISTAT: nel 2025 il 30,8% della popolazione non pratica alcuna attività fisica nel tempo libero. Parallelamente, il 46,4% degli adulti è in eccesso di peso e oltre un quarto dei minori tra i 3 e i 17 anni risulta in sovrappeso o obeso. Numeri che evidenziano come l’inattività fisica rappresenti un problema strutturale, con importanti ricadute sulla salute individuale e collettiva.

Il 30,8% della popolazione non pratica attività fisica e il 46,4% degli adulti è in eccesso di peso

Attualmente, l’OMS raccomanda ad adulti e ultra 65enni di praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica moderata o 75 minuti di attività intensa o combinazioni equivalenti delle due modalità. «Numerose evidenze scientifiche, riportate sia dall’OMS che dall’ISS, confermano che l’attività fisica regolare contribuisce in modo determinante alla prevenzione di malattie cardiovascolari, diabete, ipertensione, obesità e altre patologie croniche – spiega Barbara Arianna Borelli, General Manager di ISSA Europe –. Per questo motivo cresce il consenso intorno alla necessità di promuovere una vera e propria cultura del movimento, capace di coinvolgere cittadini, istituzioni, scuole, imprese, ma soprattutto una efficace collaborazione tra operatori sportivi e sistema sanitario.»

Le conseguenze della sedentarietà non riguardano soltanto il benessere delle persone. Secondo le stime riportate dall’ultimo report TEHA, presentato alla presenza del Ministro della Salute nel 2025, il costo della sedentarietà per il sistema sanitario italiano è stato stimato in 6,7 miliardi di euro, tra spese sanitarie, perdita di produttività e gestione delle patologie correlate.

«Contrastare la sedentarietà per migliorare la qualità della vita, ridurre il peso delle malattie croniche e contribuire alla sostenibilità futura del sistema sanitario nazionale»

Questi sono i dati emersi durante il dibattito sviluppato alla Convention ISSA Europe, sotto l’alto patrocinio del Parlamento europeo, del 3 e 4 luglio 2026, che ha riunito medici, professionisti del mondo dello sport e rappresentanti delle istituzioni per confrontarsi sull’evoluzione del ruolo dell’esercizio fisico nella prevenzione e nella salute. L’evento ha evidenziato una trasformazione e quelle che sono le nuove prospettive nel campo della salute e della Human Performance. Innovazioni che stanno ridefinendo il settore: allenamento, prevenzione, neuroscienze, longevità e qualità della vita stanno convergendo in un modello sempre più integrato, destinato a influenzare le competenze professionali e l’organizzazione stessa dei servizi dedicati alla salute e al benessere.

«La sfida dei prossimi anni sarà accompagnare questa evoluzione con modelli, competenze e linguaggi condivisi tra mondo sanitario e professionisti del movimento – continua Barbara Arianna Borelli –. Contrastare la sedentarietà significa migliorare la qualità della vita delle persone, ridurre il peso delle malattie croniche e contribuire alla sostenibilità futura del sistema sanitario nazionale. Promuovere il movimento rappresenta oggi uno degli investimenti più efficaci per la salute del Paese.»

Prezzo e rimborso dei farmaci 2024-2026: AIFA riduce i tempi medi di valutazione a 4 mesi

Si attestano intorno a 4 mesi i tempi medi di valutazione dei dossier di prezzo e rimborso gestiti dall’AIFA da aprile 2024 a dicembre 2025, con una media di 2 mesi per i medicinali generici e di 7 mesi per tutte le altre tipologie negoziali. È quanto emerge dal nuovo Rapporto sulle tempistiche delle procedure di definizione del prezzo e della rimborsabilità pubblicato oggi dall’Agenzia. 

Il documento prende in esame le istanze presentate ad AIFA dall’insediamento della Commissione Scientifica ed Economica (CSE), nel mese di aprile del 2024, al 31 dicembre del 2025, il cui iter si sia concluso entro maggio 2026.

4 mesi i tempi medi di valutazione dei dossier di prezzo e rimborso gestiti dall’AIFA

Su un totale di 1.461 procedure presentate nel periodo considerato, ne sono state analizzate 1.042. Oltre la metà (56%) riguardano l’ammissione alla rimborsabilità di farmaci generici. Seguono i nuovi confezionamenti o le sostituzioni di confezionamenti già classificati (17%), le procedure di ammissione alla rimborsabilità di ulteriori indicazioni terapeutiche (9%), le rinegoziazioni del prezzo e delle condizioni di ammissione alla rimborsabilità (7%), le nuove entità chimiche e biologiche (4%) e i farmaci orfani (1%). 

Il 24% di tutte le procedure riguarda medicinali oncologici (antineoplastici e immunomodulatori).
Il tempo medio registrato tra l’avvio del procedimento e la data di pubblicazione del provvedimento finale in Gazzetta Ufficiale si attesta intorno ai 6-7 mesi.  

Tempi più lunghi si registrano per le nuove entità chimiche e biologiche, le rinegoziazioni di prezzo e/o condizioni e i farmaci orfani

Considerando invece l’intervallo compreso tra l’avvio dell’iter negoziale e la sua conclusione in CSE/presentazione in CdA, il tempo medio si riduce a 4 mesi. Se per i medicinali generici l’iter è più celere (2 mesi), tempi più lunghi si registrano per le nuove entità chimiche e biologiche (8,6 mesi in media), le rinegoziazioni di prezzo e/o condizioni (9,6 mesi) e i farmaci orfani (11,9 mesi). 

Nel complesso, il nuovo modello organizzativo introdotto con la CSE ha contribuito a migliorare l’efficienza del processo negoziale, nell’ottica di una più tempestiva disponibilità dei medicinali per i pazienti.

Il nuovo modello organizzativo introdotto con la CSE ha contribuito a migliorare l’efficienza del processo negoziale

La recente introduzione di ulteriori iter semplificati e procedure fast track per specifiche categorie di medicinali potrà consentire un ulteriore miglioramento delle performance dell’Agenzia e ridurre ancora i tempi di accesso ai nuovi farmaci per i pazienti.

«La riforma dell’AIFA, con l’istituzione della CSE in sostituzione delle Commissioni CTS e CPR, ha inciso modificando non solo la modalità di lavoro rispetto alle precedenti Commissioni, ma andando ad incidere in modo ancor più rilevante sui processi di produzione degli uffici dell’area HTA. L’Agenzia ha dovuto mettere a terra una riorganizzazione dell’attività istruttoria mentre doveva garantire l’avanzamento del lavoro della CSE – afferma il Direttore Tecnico Scientifico, Pierluigi Russo – e desidero per questo ringraziare il personale degli uffici coinvolti per lo spirito di servizio e per i risultati conseguiti. La prioritizzazione della trattazione delle procedure di prezzo e rimborso in CSE, il modello organizzativo dei lavori della CSE, l’eliminazione di alcune tempistiche presenti nella precedente organizzazione CTS/CPR, oltre alla pubblicazione dei provvedimenti sul portale “TrovaNormeFarmaco” trovano una conferma e sintesi nei numeri significativi pubblicati in questo report».

Perché quasi tutti i modelli di intelligenza artificiale in medicina sono sbagliati

Negli ultimi dieci anni sono stati pubblicati migliaia di modelli di machine learning per la medicina, spesso con risultati spettacolari sulla carta, ma pochissimi sono stati validati prospetticamente o hanno avuto un impatto misurabile in clinica. Per gli autori dell’editoriale “Why almost all ML models for medicine are wrong-and what we need for evidence-based medical AI pubblicato sull’International Journal of Medical Informatics il problema non è solo regolatorio o infrastrutturale, è metodologico e riguarda il modo stesso in cui questi modelli sono costruiti e valutati.

Gli autori individuano cinque debolezze ricorrenti:

  • Ground truth incerta: le etichette su cui i modelli sono addestrati derivano spesso da giudizi soggettivi di singoli esperti, non da uno standard oggettivo.
  • Soglie decisionali inappropriate: si ottimizzano metriche globali come l’AUC, ignorando che in clinica le soglie rilevanti dipendono dal contesto e hanno implicazioni etiche.
  • Metriche instabili: indicatori come accuratezza, PPV o F1 variano fortemente al cambiare della prevalenza, rendendo i confronti poco affidabili.
  • Incertezza non riportata: le performance sono presentate come numeri puntuali, senza intervalli di confidenza né test statistici.
  • Validazione esterna assente: la maggior parte dei modelli è testata sugli stessi dati di addestramento o su coorti molto simili, senza verificarne la tenuta nel tempo o in situazioni diverse.

La vera prova dell’AI in sanità non è l’accuratezza dichiarata, ma la robustezza e la validazione in contesti reali

La conclusione è un appello alla responsabilità collettiva. Ricercatori, revisori, riviste scientifiche e aziende dovrebbero adottare standard più rigorosi, perché i modelli predittivi diventino strumenti clinici credibili e non solo “prodotti pubblicabili”.
Ne parliamo a TrendSanità con il Professor Federico Cabitza, professore di Interazione Uomo-Macchina all’Università degli Studi Milano-Bicocca e Direttore del Centro Digital Health della Fondazione Bruno Kessler (FBK) di Trento, primo autore dello studio.

Secondo l’editoriale, il problema più profondo dell’AI in medicina riguarda le etichette con cui i modelli sono addestrati, cioè le diagnosi usate per insegnare all’algoritmo cos’è una malattia e cosa non lo è. Nondimeno due medici, davanti alla stessa lastra o allo stesso referto, possono dare giudizi leggermente diversi. Cosa succede quando un algoritmo è addestrato su queste diagnosi, che sembrano oggettive ma in realtà non lo sono del tutto?

Federico Cabitza

«Succede che l’algoritmo impara anche l’incertezza, le ambiguità e talvolta gli errori presenti nei dati. In medicina molte diagnosi non sono etichette perfettamente oggettive, dipendono da criteri clinici, interpretazioni, strumenti, contesto e talvolta dal giudizio del singolo specialista. Se addestriamo un modello come se quelle etichette fossero verità assolute, rischiamo di costruire un sistema apparentemente preciso ma fondato su basi fragili. Questo non significa che l’AI sia inutile, significa che dobbiamo trattare le diagnosi usate per addestrarla come dati clinici imperfetti, da controllare, confrontare tra più esperti e accompagnare da misure di incertezza».

Si critica il modo in cui oggi si valutano questi algoritmi. Si dà un punteggio che mette insieme la loro performance in tantissime situazioni diverse, comprese quelle che un medico non userebbe mai nella pratica. Il rischio è che un algoritmo sembri eccellente “in media”, ma non sia mai stato verificato davvero nell’ambito specifico in cui un medico dovrà poi fidarsi della sua risposta. Cosa si rischia in un caso del genere?

«Si rischia una falsa sicurezza. Un modello può avere un risultato molto alto “in media”, ma comportarsi male proprio nei casi che contano di più, come nei pazienti più fragili, i casi borderline, pazienti appartenenti a popolazioni diverse da quelle viste durante lo sviluppo, oppure in corrispondenza delle soglie decisionali che nella pratica clinica sono davvero rilevanti. In medicina non basta sapere che un modello discrimina abbastanza bene tra malati e non malati in astratto. Bisogna sapere se è affidabile in quello specifico contesto, con quei pazienti, per quella decisione, con quelle conseguenze. Altrimenti il numero diventa rassicurante, ma non necessariamente utile».

Senza test indipendenti, in ospedali diversi e su pazienti diversi, non sappiamo se il modello ha imparato qualcosa di clinicamente generale o solo qualcosa di specifico del dataset su cui è nato

Si sottolinea che pochissimi modelli sono testati su pazienti e ospedali diversi da quelli con cui sono stati costruiti. Perché, secondo lei, questo passaggio è saltato così spesso? Mancano tempo e dati o è un problema più di fondo nella cultura della ricerca?

«Mancano certamente tempo, dati accessibili, infrastrutture e collaborazioni tra centri, ma il problema è anche culturale. Per anni la ricerca sull’AI in medicina ha premiato soprattutto la costruzione di modelli nuovi, il risultato brillante, le metriche elevate e la pubblicazione rapida. La validazione esterna, invece, è più lenta, meno spettacolare e spesso più severa, e può mostrare che il modello funziona meno bene di quanto sembrasse. Però è proprio questo il passaggio scientificamente decisivo. Senza test indipendenti, in ospedali diversi e su pazienti diversi, non sappiamo se il modello ha imparato qualcosa di clinicamente generale o solo qualcosa di specifico del dataset su cui è nato».

Lei lancia un appello alle riviste scientifiche perché alzino l’asticella e chiedano validazione esterna, analisi di robustezza e trasparenza su calibrazione e incertezza. Se questi criteri diventassero davvero vincolanti, quanti dei modelli pubblicati oggi pensa supererebbero la prova? Quanto tempo realisticamente richiederà questo cambio di passo nella comunità scientifica?

«È molto difficile dare una percentuale precisa. Posso però ricordare un dato: in una survey pubblicata l’anno scorso (Marconi, L., & Cabitza, F. (2025). Show and tell: a critical review on robustness and uncertainty for a more responsible medical AI. International journal of medical informatics, 202, 105970), io e un mio collaboratore abbiamo osservato che, anche limitandoci alle riviste più importanti del settore, meno del 5% degli articoli sull’intelligenza artificiale medica riportava una validazione esterna, cioè una valutazione condotta in contesti che non avevano partecipato allo sviluppo del modello. Sulla base di questo dato, che è comunque recente, credo che una parte molto consistente della letteratura attuale avrebbe difficoltà a superare criteri davvero rigorosi. Non perché si tratti di ricerca inutile, ma perché spesso è ricerca ancora preliminare, anche quando viene presentata come se fosse prossima la sua applicazione in contesti clinici reali.

Se chiedessimo sempre ai data scientist e agli sviluppatori e produttori una vera validazione esterna, una analisi di robustezza, l’analisi di calibrazione, la quantificazione dell’incertezza e una valutazione dell’utilità decisionale, molti modelli verrebbero fortemente ridimensionati: non più “strumenti pronti per la pratica”, ma “ipotesi promettenti da verificare meglio”.

Prima dell’adozione nella pratica clinica, i modelli di AI devono dimostrare robustezza, validazione esterna e reale utilità decisionale

Questo cambio di passo richiederà anni, ma può iniziare subito, se riviste, revisori, ricercatori, ospedali e aziende accettano una regola semplice: non dobbiamo fidarci del modello come fonte di risposte vere e oggettive, dobbiamo fidarci del processo che lo ha sviluppato, valutato, validato e che, dopo l’adozione, continua a monitorarlo nel mondo reale».

Alzheimer, le società scientifiche chiedono un confronto con AIFA

La decisione preliminare della Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco (CSE) di AIFA di confermare il proprio orientamento contrario alla rimborsabilità dei farmaci anti-beta-amiloide lecanemab e donanemab riapre il confronto sul loro impiego nella malattia di Alzheimer. La Società Italiana di Neurologia (SIN), SINdem e la Società delle Scienze Neurologiche Ospedaliere (SNO) chiedono di partecipare al percorso valutativo, proponendo una selezione più rigorosa dei pazienti candidabili al trattamento e un programma nazionale di raccolta delle evidenze.

La valutazione AIFA è ancora aperta

Le società ricordano che, come la stessa AIFA ha precisato, la decisione assunta dalla CSE nella seduta del 15-19 giugno 2026 rappresenta una fase intermedia della procedura. Le aziende produttrici potranno infatti presentare le proprie controdeduzioni prima della conclusione definitiva dell’iter.

Le società propongono una selezione più rigorosa dei pazienti candidabili al trattamento

Per questo motivo SIN, SINdem e SNO ritengono utile offrire un contributo scientifico e clinico nella fase istruttoria ancora in corso, con particolare attenzione all’interpretazione dei dati disponibili.

Focus sui pazienti che possono ottenere un beneficio clinico

Secondo le società scientifiche, l’analisi dei trial registrativi dovrebbe concentrarsi non sull’intera popolazione arruolata negli studi, ma sui sottogruppi di pazienti nei quali il beneficio clinico appare maggiormente documentato.

La proposta è quella di limitare l’impiego delle terapie ai pazienti con malattia biologicamente attiva e clinicamente ben definita, che abbiano mostrato benefici non solo sui biomarcatori, ma anche sugli esiti cognitivi e funzionali. Un utilizzo più selettivo, accompagnato da criteri diagnostici condivisi e strumenti di stratificazione del rischio, potrebbe rafforzare il rapporto beneficio-rischio e migliorare anche il profilo costo-efficacia del trattamento.

La proposta: un programma nazionale di raccolta delle evidenze

SIN, SINdem e SNO propongono ad AIFA di promuovere un programma nazionale basato sul modello di Coverage with Evidence Development, affidandone la regia all’Agenzia e coinvolgendo le aziende titolari delle autorizzazioni all’immissione in commercio.

L’obiettivo sarebbe quello di generare nuove evidenze attraverso il monitoraggio dell’impiego clinico dei farmaci nella pratica assistenziale, così da supportare le future decisioni regolatorie.

Richiesta di audizione alla Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco

Le tre società scientifiche chiedono di essere ascoltate dalla CSE di AIFA per contribuire alla definizione dei criteri di selezione dei pazienti e dei percorsi diagnostico-assistenziali necessari a garantire un utilizzo appropriato e sostenibile delle nuove terapie.

Proposto un programma nazionale di raccolta delle evidenze coordinato da AIFA

«Come neurologi siamo i primi a richiedere rigore nella valutazione di farmaci che comportano rischi non banali e un impegno organizzativo importante per i centri. Ma proprio questo rigore ci porta a chiedere che la valutazione si concentri sui pazienti che possono realmente trarne beneficio, con esiti misurati sul piano clinico. Riteniamo sia utile riaprire un confronto costruttivo tra AIFA, ISS, società scientifiche, associazioni dei pazienti e aziende, nell’interesse delle persone con Alzheimer e delle loro famiglie».

ADHD verso linee guida nazionali: il modello Lazio indica la strada

Superare le disuguaglianze territoriali, garantire la continuità della presa in carico dall’infanzia all’età adulta e costruire percorsi diagnostici e terapeutici omogenei in tutto il Paese. Sono queste le principali aspettative che accompagnano l’avvio del tavolo nazionale per la definizione delle future linee guida sull’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), una condizione ancora oggi caratterizzata da profonde differenze nell’accesso alle cure.

Avviato il tavolo nazionale per la definizione delle future linee guida sul Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività

Tra le esperienze più avanzate viene indicata quella del Lazio, che nel 2025 ha adottato linee di indirizzo regionali considerate innovative per la capacità di superare una delle principali criticità del sistema: la separazione tra età evolutiva ed età adulta.

«Il Lazio è all’avanguardia perché non fa distinzione tra età evolutiva ed età adulta», spiega Cristina Lemme, presidente del Coordinamento ADHD Italia. «Ha abbattuto una barriera che esisteva nei servizi e ha reso ufficiale e necessaria la transizione tra i percorsi dedicati ai minori e quelli per gli adulti».

Modello Lazio

Cristina Lemme

Una transizione che, fino a pochi anni fa, rappresentava uno dei momenti più critici per le famiglie. «Per noi genitori è sempre stato un grande problema», racconta Lemme. «A un certo punto si chiudevano le porte della neuropsichiatria infantile e non era affatto scontato trovare servizi per l’adulto in grado di proseguire la presa in carico».

Il percorso avviato dalla Regione Lazio ha portato a una significativa espansione della rete assistenziale. «Siamo passati da 16 poli dedicati all’ADHD a 68 strutture distribuite sul territorio regionale», sottolinea Lemme. Un ampliamento che ha riguardato sia l’età evolutiva sia l’età adulta e che ha anche introdotto una novità significativa: il coinvolgimento di alcuni Servizi per le Dipendenze (SerD).

«Per la prima volta sono stati individuati anche alcuni SerD come poli per l’ADHD dell’adulto», osserva. «Questo significa iniziare ad affrontare concretamente il fatto che molte persone con dipendenze patologiche potrebbero avere un ADHD mai diagnosticato o mai trattato adeguatamente».

Criticità, liste d’attesa e formazione dei professionisti sanitari

L’espansione dei servizi ha però evidenziato nuove criticità. La principale riguarda le liste d’attesa. «Si è creato una sorta di imbuto», spiega. «Se non esiste una rete territoriale capace di fare da filtro, tutto converge sugli stessi centri specialistici. E quando si parla di distretti che servono centinaia di migliaia di cittadini, il rischio di congestionamento diventa inevitabile».

Il percorso avviato dalla Regione Lazio ha portato a una significativa espansione della rete assistenziale

A questo si aggiunge il tema della formazione professionale. «Non esistevano specialisti in numero sufficiente per coprire tutti i nuovi poli», afferma Lemme. «Le competenze si stanno costruendo progressivamente grazie alla formazione promossa dalle Asl e all’impegno dei professionisti. La sensibilità sul tema sta crescendo, ma serve ancora tempo».

Terzo settore: un punto di forza nel Lazio

Secondo la Presidente del Coordinamento ADHD Italia, il punto di forza del modello laziale è stato soprattutto il coinvolgimento diretto delle associazioni del terzo settore. «È l’unica regione che mi sento di dire abbia realmente ascoltato i bisogni delle famiglie», sottolinea. «Attraverso i tavoli partecipativi abbiamo potuto mostrare concretamente le criticità che vivevamo ogni giorno».

I numeri

Sul piano epidemiologico, i numeri disponibili derivano dalle stime di prevalenza riportate dal DSM-5 e applicate alla popolazione residente. Nel Lazio si stimano circa 30mila minori e 145mila adulti con ADHD; a livello nazionale circa 300mila minori e un milione e mezzo di adulti.

Gli adulti sono circa cinque volte più numerosi dei minori ma per anni l’attenzione è stata quasi esclusivamente sull’infanzia

«Il dato che colpisce è che gli adulti sono circa cinque volte più numerosi dei minori», evidenzia Lemme. «Per anni abbiamo concentrato l’attenzione quasi esclusivamente sull’infanzia, mentre oggi emerge con forza il bisogno di risposte dedicate alla popolazione adulta». Una situazione che rende ancora più evidente la necessità di intervenire sui percorsi diagnostici. Molti adulti arrivano infatti alla diagnosi dopo anni di trattamenti inappropriati. «Riceviamo continuamente testimonianze di persone che hanno vissuto per anni con diagnosi errate o incomplete», racconta Lemme. «Quando finalmente ricevono una diagnosi corretta di ADHD e accedono a terapie specifiche, farmacologiche o psicoterapeutiche, assistiamo spesso a una vera rinascita».

Equità territoriale, questa sconosciuta

Le differenze territoriali restano però marcate. In alcune regioni il problema non è la frammentazione dell’assistenza, ma la sua sostanziale assenza. «In certi territori non possiamo nemmeno parlare di frammentazione», osserva. «Parliamo di servizi che semplicemente non esistono. Questo significa che molte persone restano senza diagnosi oppure sono costrette a spostarsi fuori regione per ricevere cure adeguate». Per questo il tavolo nazionale viene considerato un passaggio strategico. «Auspichiamo la definizione di standard minimi validi per tutto il territorio nazionale», afferma Cristina Lemme. «Poi ogni Regione dovrà recepirli e adattarli alla propria organizzazione, ma è fondamentale che esista una cornice comune».

Quali priorità?

Tra le priorità individuate vi sono due ambiti considerati ugualmente urgenti. Il primo riguarda l’età evolutiva. «Una diagnosi precoce limita i danni», afferma senza esitazioni la Presidente. «Intervenire tempestivamente significa migliorare il percorso scolastico, relazionale e sociale della persona». Il secondo punto importante riguarda invece adolescenti e adulti che non hanno mai ricevuto una diagnosi. «Non possiamo ignorare migliaia di persone che probabilmente sono già all’interno del sistema sanitario, ma con diagnosi non corrette e percorsi terapeutici non adeguati», sottolinea.

Un ruolo importante sarà svolto anche dalle associazioni, chiamate a portare all’interno del tavolo il patrimonio di esperienze maturato sul campo.

Famiglia, scuola…

«L’esperienza diretta delle famiglie è fondamentale perché permette di individuare criticità che spesso non emergono dai dati», spiega. «Ogni attore coinvolto porterà competenze diverse e tutte saranno necessarie per costruire il miglior documento possibile».

L’obiettivo finale è una presa in carico realmente integrata

Particolare attenzione dovrà essere riservata alla scuola. «C’è un enorme bisogno di formazione specifica per gli insegnanti», evidenzia. «Oggi tutto dipende dalla sensibilità del singolo docente o del singolo istituto, ma le criticità che emergono quotidianamente dimostrano che non può essere lasciato al caso».

Guardando al futuro, le aspettative sono chiare. «Ci aspettiamo una riduzione dei tempi di attesa, percorsi diagnostici e terapeutici chiari, una reale continuità assistenziale e una migliore comunicazione tra i servizi», afferma Lemme. L’obiettivo finale è una presa in carico realmente integrata. «Dobbiamo imparare a guardare la persona nella sua interezza», conclude. «Non a compartimenti stagni o come la somma di singole diagnosi. Solo così sarà possibile garantire percorsi di cura efficaci e migliorare concretamente la qualità della vita delle persone con ADHD e delle loro famiglie».

Rischio cardio-renale: intercettare i segnali precoci nella pratica clinica

La relazione tra rene e cuore è oggi sempre più riconosciuta come un continuum clinico in cui il danno di un organo può anticipare e influenzare la compromissione dell’altro. In questo contesto, l’identificazione precoce dei segnali di danno renale e del rischio cardiovascolare associato rappresenta un elemento chiave per migliorare la prognosi dei pazienti con ipertensione, diabete di tipo 2 e altre condizioni croniche ad alta prevalenza. Strumenti diagnostici semplici, già disponibili nella pratica clinica, come il test uACR (cioè il rapporto albumina/creatinina nelle urine), possono offrire informazioni rilevanti per una stratificazione del rischio più accurata e tempestiva.
La Live di TrendSanità approfondisce, con il contributo di un nefrologo e di un internista, il ruolo dei biomarcatori precoci nella valutazione del rischio cardio-renale, il loro utilizzo nei diversi setting assistenziali e le criticità che ancora ne limitano la diffusione uniforme nei percorsi di cura.

Ne parliamo con:

  • Filippo Aucella
    Direttore UOC Nefrologia e Dialisi, Casa Sollievo della Sofferenza IRCCS, San Giovanni Rotondo
  • Agostino Virdis
    Presidente Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Riabilitazione ospedaliera, aggiornate le tariffe nazionali: in vigore il nuovo decreto del Ministero della Salute

Dopo oltre dieci anni arriva un aggiornamento delle tariffe nazionali per la riabilitazione ospedaliera e la lungodegenza post-acuzie. È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 giugno il decreto del Ministero della Salute, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ridefinisce le tariffe massime per la remunerazione delle prestazioni a carico del Servizio sanitario nazionale. Il provvedimento, previsto dalla Legge di Bilancio 2025, è entrato in vigore il 1° luglio 2026 e rappresenta il primo aggiornamento organico dal decreto del 18 ottobre 2012.

Le nuove tariffe sono in vigore dal 1° luglio 2026

Per la Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa (SIMFER) si tratta del risultato di un lungo lavoro istituzionale volto a valorizzare il ruolo della riabilitazione all’interno del sistema sanitario.

Tariffe aggiornate per adeguare la remunerazione delle cure

Giovanni Iolascon

L’obiettivo del decreto è adeguare la remunerazione delle prestazioni all’evoluzione dei costi e delle esigenze assistenziali, mantenendo come riferimento appropriatezza, efficienza e sostenibilità del SSN. Le nuove tariffe costituiscono il limite massimo nazionale, mentre le Regioni potranno adottare propri tariffari, anche superiori, purché compatibili con gli equilibri di bilancio.

«Anni di lavoro di più consigli di presidenza di Simfer hanno portato il loro frutto: è stato riconosciuto finalmente il valore aggiunto delle cure riabilitative per le persone con disabilità. È la risposta che tanti colleghi impegnati quotidianamente nei reparti di Riabilitazione attendevano da anni». È soddisfatto il presidente Simfer Giovanni Iolascon.

Resta invariato il sistema tariffario, in attesa della riforma della complessità

Sottolinea Iolascon: «Il provvedimento conferma, in questa fase, l’attuale articolazione tariffaria della riabilitazione ospedaliera, rinviando a un successivo decreto la revisione del sistema di remunerazione basato sui tre livelli di complessità previsti dal decreto ministeriale 5 agosto 2021 (riabilitazione intensiva ad alta complessità, intensiva a minore complessità ed estensiva), una volta conclusa la sperimentazione della nuova Scheda di Dimissione Ospedaliera riabilitativa».

Incrementi differenziati in base al consumo di risorse

L’aggiornamento tariffario è stato elaborato utilizzando i dati delle Schede di Dimissione Ospedaliera del 2024 e una ricognizione dei costi svolta in alcune Regioni, mantenendo invariati i principali criteri di remunerazione già previsti nel 2012, come le soglie di degenza e i relativi meccanismi di abbattimento tariffario.

L’incremento medio delle tariffe è del 14%, con aumenti maggiori per alcune categorie diagnostiche

Secondo SIMFER, uno degli elementi qualificanti del nuovo impianto riguarda la distribuzione differenziata degli incrementi tariffari, calibrata sul reale assorbimento di risorse delle diverse categorie diagnostiche.

«Simfer ha contribuito attivamente alla definizione delle nuove tariffe, sostenendo un criterio di maggiore appropriatezza nella distribuzione delle risorse. L’aumento delle tariffe, infatti, non è stato applicato in modo uniforme a tutte le categorie diagnostiche, ma è stato modulato in base al reale assorbimento di risorse durante il ricovero. L’incremento medio è stato di circa il 14%, ma per la MDC 1 e cod 60 l’incremento è stato intorno al 24%».

Un impatto da oltre 249 milioni di euro l’anno

La relazione tecnica allegata al decreto stima un incremento della remunerazione delle prestazioni di riabilitazione in regime di ricovero ordinario pari a circa 249 milioni di euro annui (+13,4%), cui si aggiungono gli aumenti previsti per i ricoveri diurni e per la lungodegenza post-acuzie, nell’ambito delle risorse stanziate dalla Legge di Bilancio 2025.

Il nuovo decreto rappresenta il riferimento nazionale per la remunerazione delle prestazioni di riabilitazione ospedaliera e di lungodegenza erogate dal Servizio sanitario nazionale.

Da APIAFCO il Glossario delle malattie dermatologiche

Un linguaggio chiaro, informazioni validate e uno strumento pensato per orientare pazienti, caregiver e professionisti della comunicazione. Con questi obiettivi APIAFCO (Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza) ha pubblicato sul proprio portale il Glossario delle malattie dermatologiche, una raccolta di 28 definizioni dedicate ai principali concetti legati a psoriasi, artrite psoriasica, dermatite atopica, vitiligine ed eczema cronico delle mani.

L’iniziativa nasce per facilitare la comprensione delle malattie dermatologiche croniche, promuovere una maggiore consapevolezza dei pazienti e offrire una fonte autorevole anche a giornalisti, comunicatori e creator che si occupano di salute.

Un glossario per orientarsi tra le malattie dermatologiche croniche

Il nuovo strumento non si limita a raccogliere termini tecnici, ma propone definizioni formulate con un linguaggio scientificamente corretto e facilmente comprensibile. Ogni voce parte da un concetto generale – come comorbidità, derma, eritrodermia o fenomeno di Koebner – per approfondire il significato nelle diverse patologie rappresentate da APIAFCO.

Informazioni validate e linguaggio chiaro aiutano a contrastare disinformazione e fake news in ambito sanitario

Le 28 definizioni sono organizzate in ordine alfabetico e arricchite, quando necessario, da approfondimenti e collegamenti alle sezioni tematiche del portale dedicate alle singole patologie. L’obiettivo è garantire coerenza terminologica e facilitare l’accesso a informazioni affidabili lungo tutto il percorso di consultazione.

Informazione di qualità per favorire consapevolezza e partecipazione

Secondo l’associazione, una migliore comprensione del linguaggio medico può aiutare le persone a partecipare più attivamente alle decisioni che riguardano la propria salute e al dialogo con gli specialisti.

«Il progetto di realizzare un glossario – spiega la presidente di APIAFCO Valeria Corazza – nasce dall’esigenza di aiutare i pazienti a comprendere meglio gli aspetti più importanti della patologia della quale soffrono – dai sintomi all’indicazione dello specialista di riferimento e ai consigli per migliorare la qualità della vita – inquadrata nel più ampio contesto delle malattie dermatologhe croniche, caratterizzate da una complessità enorme, riconducibile alla loro natura sistemica.

L’infiammazione propria della psoriasi, della dermatite atopica, della vitiligine, dell’eczema cronico della mani – patologie alle quali APIAFCO dedica specifica attenzione sotto il profilo dell’informazione e dell’advocacy – non rimane confinata alla pelle, ma può coinvolgere l’intero organismo, influenzando diversi organi e apparati, e con ripercussioni profonde che vanno ben oltre il sintomo fisico, influenzando ogni aspetto della vita quotidiana.

A causa della visibilità delle lesioni e la persistenza dei sintomi (come il prurito e il dolore), chi ne soffre spesso sperimenta frustrazione e stress dovuti alla natura recidivante della malattia; ansia, depressione e senso di isolamento causati dallo stigma che spinge spesso i pazienti a nascondersi o a evitare situazioni sociali. E ancora: imbarazzo, vergogna, difficoltà nelle relazioni intime; deficit professionali dovuti alla mancanza di sonno; difficoltà nell’eseguire gesti comuni come lavarsi, vestirsi, o cucinare».

Un supporto anche contro fake news e disinformazione sanitaria

Oltre ai pazienti, il glossario si rivolge agli operatori dell’informazione medico-scientifica, offrendo un patrimonio terminologico condiviso e validato. L’iniziativa si inserisce in un contesto caratterizzato da una crescente ricerca di informazioni sanitarie online e dalla diffusione di strumenti di intelligenza artificiale generativa.

Il nuovo strumento è rivolto anche a giornalisti e comunicatori come fonte autorevole di riferimento

«Secondo lo studio Salute Artificiale, realizzato dagli istituti Sociometrica e FieldCare su incarico di Fondazione Italia in Salute e Fondazione Pensiero Solido, il 94% degli italiani cerca informazioni mediche online, il 43% usa già ChatGPT e l’AI generativa per la salute, il 14% modifica le terapie senza consultare il medico. Per arginare gli effetti negativi di questi comportamenti, che possono confondere o addirittura danneggiare i pazienti, è fondamentale che tutti i soggetti coinvolti nella dimensione sanitaria – incluse le associazioni di pazienti – si impegnino per favorire una informazione di qualità, sorretta dall’autorevolezza delle fonti».

Un portale sempre più orientato ai bisogni dei pazienti

Il glossario si integra con le sezioni tematiche già presenti sul portale APIAFCO, recentemente ampliate con un’area dedicata all’eczema cronico delle mani. L’obiettivo dell’associazione è offrire un punto di riferimento informativo che accompagni pazienti e caregiver con aggiornamenti, approfondimenti e servizi, contribuendo anche a richiamare l’attenzione delle istituzioni sull’impatto di patologie croniche spesso ancora poco considerate nelle politiche sanitarie.