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Dietisti, più competenze e tecnologie: il ruolo chiave nella sanità che cambia

Oltre 300 professionisti si sono riuniti a Parma dal 19 al 21 marzo per discutere di nutrizione, dietetica e innovazioni nel ruolo del Dietista. L’incontro, organizzato dalla Commissione di albo nazionale dei Dietisti della FNO TSRM e PSTRP e dall’Associazione scientifica alimentazione, nutrizione e Dietetica (ASAND), ha sottolineato l’importanza di integrare competenze tecniche, specialistiche e strumenti digitali per mettere al centro la persona assistita e garantire continuità tra ospedale e territorio.

Investire nella nutrizione come strategia sanitaria

In un contesto epidemiologico dominato dalle patologie cronico-degenerative, l’assistenza nutrizionale non è un costo opzionale, ma un investimento in grado di ridurre spesa sanitaria, ricoveri e complicanze. Sovrappeso e obesità riguardano il 46% degli adulti, mentre circa il 30% delle neoplasie è correlato a fattori dietetici. Le regioni che già integrano i servizi dei Dietisti nei nomenclatori hanno ottenuto minori tempi di degenza, meno complicanze post-operatorie e riduzione delle riammissioni ospedaliere.

Il Congresso nazionale dei Dietisti rilancia competenze, tecnologie e continuità delle cure, investendo nella sostenibilità del SSN

Aggiornamento delle competenze e leadership professionale

«Durante il congresso abbiamo affrontato concretamente l’attualizzazione della nostra professione in un contesto sanitario ormai profondamente mutato – ha commentato Marco Tonelli, Presidente della Commissione di albo nazionale dei Dietisti – tenendo conto di ciò che accade nel resto del mondo, dove il ruolo del Dietista è parte integrante di processi clinici avanzati con livelli di autonomia, responsabilità e leadership».

Diego Catania, Presidente della FNO TSRM e PSTRP, ha sottolineato come il congresso abbia permesso «un dibattito vivo e condiviso sui cambiamenti attesi e sugli obiettivi dei Dietisti, che la Federazione nazionale è pronta a sostenere».

La visione della comunità professionale

«Questo congresso non è soltanto un appuntamento scientifico: è il cuore pulsante della nostra comunità professionale – ha dichiarato Ersilia Troiano, Presidente ASAND –. Siamo arrivati qui con passione e dedizione, guardando a un futuro in cui il ruolo del Dietista diventa sempre più determinante, tra competenza, umanità e innovazione».

«L’attualizzazione delle competenze e l’integrazione strutturale del Dietista nei Livelli essenziali di assistenza (LEA) non sono più opzionali»

Focus scientifici e tecnologie avanzate

I lavori hanno esplorato nutrizione clinica e pediatrica, interazioni farmaco-dietetiche, alimentazione nello sport, sicurezza alimentare, cambiamenti climatici e trattamento dell’obesità. Particolare attenzione è stata dedicata alla nutrizione di precisione e all’uso di tecnologie avanzate per personalizzare gli interventi.

Dietisti, LEA e sostenibilità del SSN

«L’attualizzazione delle competenze e l’integrazione strutturale del Dietista nei Livelli essenziali di assistenza (LEA) non sono più opzionali – ha ribadito la Commissione di albo nazionale dei Dietisti –. Garantire al cittadino un accesso diretto e codificato alle prestazioni dietetiche significa investire in prevenzione e appropriatezza delle cure, riducendo gli oneri derivanti dalle complicanze delle malattie croniche».

Ospedali sempre meno a misura di anziani: medicina interna sotto pressione tra carenze e ricoveri complessi

Il progressivo invecchiamento della popolazione sta ridefinendo il profilo dei pazienti ospedalieri, mettendo sotto pressione le medicine interne. Secondo una survey condotta su 269 dipartimenti da FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti), il 77% dei ricoverati ha più di 70 anni e presenta in media oltre quattro patologie croniche concomitanti (4,3). Una complessità clinica che richiederebbe un approccio integrato e una presa in carico ad ampio spettro, tipica proprio della medicina interna.

Una classificazione non più adeguata

A fronte di questi bisogni, i reparti continuano a essere classificati come a «bassa intensità di cura». I dati mostrano invece che oltre la metà dei pazienti (50,9%) necessita di un livello medio-alto di assistenza, il 3,5% di alta intensità e solo il 5,6% rientra effettivamente in un livello basso. Questa discrepanza si riflette sull’organizzazione: minori dotazioni di personale, letti e tecnologie incidono direttamente sulla capacità di risposta del sistema.

Personale e posti letto insufficienti

Le conseguenze sono evidenti: in media manca un medico su cinque e il 22% del personale infermieristico, con picchi superiori al 30% in quasi una struttura su cinque. Anche i posti letto risultano insufficienti, con un tasso medio di occupazione del 99% e circa la metà dei reparti in overbooking. Una condizione che alimenta il fenomeno del boarding nei pronto soccorso: due pazienti su tre restano per ore o giorni in attesa di un ricovero, principalmente a causa della carenza di letti (65% dei casi).

Medicine interne sottodimensionate, così gli ospedali diventano sempre meno a misura di anziano

Il peso delle carenze territoriali

A queste criticità si aggiungono le fragilità dell’assistenza territoriale. Secondo l’indagine, circa il 27% delle giornate di degenza – oltre due milioni considerando tutti i dipartimenti – sarebbe evitabile con una migliore presa in carico sul territorio. Anche le degenze prolungate incidono sull’appropriatezza: il 22% dei letti è occupato impropriamente, soprattutto per carenza di strutture intermedie (45,3%), servizi domiciliari insufficienti (27,5%) e difficoltà delle famiglie nella gestione post-dimissione (26,4%).

Montagnani (FADOI): «Serve un cambio di paradigma»

«Una recente ordinanza della Corte di Cassazione – spiega Andrea Montagnani, Presidente FADOI – ha stabilito un principio che scuote le fondamenta della pratica clinica moderna, ossia che la fragilità del paziente non attenua il dovere di cura né neutralizza gli effetti di un errore. Al contrario, proprio perché il ‘margine di compenso’ biologico in questi soggetti è ridotto, ogni deviazione dalle buone pratiche pesa in modo determinante sull’esito finale. Il problema è che il vero ‘errore diagnostico’ lo sta commettendo la programmazione sanitaria. Ancora oggi, infatti, troppi modelli organizzativi regionali, se non tutti, collocano la Medicina Interna nella fascia di ‘bassa intensità assistenziale’ nonostante la presenza massiccia nei nostri reparti di pazienti multi-patologici e fragili».

Il 77% dei ricoverati è over 70 con pluripatologie, ma i reparti di Medicina Interna restano a bassa intensità

«Definire ‘bassa’ l’intensità della Medicina Interna – prosegue – significa giustificare rapporti numerici medici/pazienti e infermieri/pazienti inadeguati alle esigenze reali della maggior parte dei pazienti, complessi e fragili, ricoverati in Medicina Interna. Se la qualità dei processi organizzativi è centrale per la prevenzione del rischio, come richiesto dalla Cassazione, il sottodimensionamento del personale diventa un vizio di sistema, al quale ci auguriamo si ponga rimedio con la legge delega sul riordino della rete ospedaliera appena approvata dal Governo e in attesa di iniziare il suo iter parlamentare».

«Investire nella Medicina Interna, riconoscendone l’alta intensità clinica, è l’unico modo – conclude Montagnani – per garantire ai cittadini il diritto alla cura e ai medici il diritto di curare senza diventare i ‘capri espiatori’ di carenze strutturali».

Uno spray nasale per le cure neurologiche: una sperimentazione promettente

Portare i farmaci direttamente al cervello, riducendo la diffusione sistemica e gli effetti collaterali, è una delle sfide più rilevanti della ricerca in neurologia e psichiatria. I ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, della Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS e dell’Università di Salerno stanno esplorando nuove possibilità in questa direzione, grazie a uno spray intranasale, descritto su Advanced Materials, che utilizza nanoparticelle d’oro per trasportare il litio in modo mirato e sicuro.

Minuscole particelle d’oro che, spruzzate nel naso, raggiungono il cervello per consegnare una cura mirata

In questa intervista a due voci, Claudio Grassi (Professore ordinario di Fisiologia e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze, Università Cattolica e Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS) e Roberto Piacentini (Professore associato di Fisiologia, Università Cattolica e Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS) spiegano come funziona questa tecnologia, i risultati ottenuti finora e le prospettive future per il trattamento di malattie psichiatriche e neurodegenerative.

Professor Grassi, di che tipo di dispositivo si tratta e perché è considerato così innovativo?

Claudio Grassi

«Possiamo parlare di un cambio di paradigma nella terapia delle malattie neurologiche e psichiatriche. Il dispositivo nasce dall’unione di due elementi: nanoparticelle d’oro e una via di somministrazione non invasiva, quella intranasale. Le nanoparticelle ci permettono di trasportare il principio attivo (litio) direttamente al cervello, bypassando la circolazione sistemica. Questo consente di colpire in modo mirato il bersaglio, evitando di diffondere il farmaco in altre aree del corpo dove potrebbe essere inutile o dannoso. Inoltre, possiamo usare dosi molto più basse rispetto alla somministrazione sistemica, riducendo effetti collaterali e sprechi».

Professor Piacentini, qual è il principio attivo che avete scelto di veicolare e come funziona il meccanismo di rilascio?

«Abbiamo scelto di veicolare ioni di litio, un composto già noto e usato da decenni per il trattamento dei disturbi bipolari. La nostra innovazione sta nel modo in cui il litio viene trasportato: attraverso nanoparticelle d’oro sferiche di circa due nanometri, funzionalizzate con glutatione, una molecola naturale dall’elevato potere antiossidante.

L’innovazione sta nel modo in cui il litio viene trasportato, cioè le nanoparticelle d’oro

Il glutatione ha una doppia funzione: da un lato rende la nanoparticella “appetibile” per la cellula, che la riconosce come un elemento benefico; dall’altro permette di legare chimicamente il litio alla nanoparticella.
Il legame è labile, quindi una volta che la nanoparticella entra nella cellula, il litio viene rilasciato attraverso uno scambio di ioni positivi. In questo modo riusciamo a portare il litio direttamente dentro la cellula, dove può agire in modo mirato ed efficace».

Professor Grassi, in che fase si trova oggi la vostra ricerca?

«Si tratta di uno studio preclinico, attualmente in fase sperimentale. I risultati sono estremamente incoraggianti: abbiamo dimostrato che il litio veicolato tramite le nanoparticelle raggiunge con successo le aree bersaglio del cervello e inibisce l’attività di un enzima, la GSK3β, coinvolto nei processi patologici dell’Alzheimer.
Nei nostri modelli animali, la somministrazione di queste nanoparticelle è riuscita a prevenire deficit cognitivi tipici della malattia. Ovviamente serviranno ulteriori passaggi, produzione secondo le buone pratiche cliniche e autorizzazioni regolatorie, prima di poter avviare la sperimentazione sull’uomo».

Quindi il dispositivo potrebbe essere utile sia per le malattie psichiatriche che per quelle neurodegenerative?

Risponde il professor Grassi: «Esatto. Per le patologie psichiatriche, come il disturbo bipolare, il meccanismo d’azione del litio è già ben conosciuto. La nostra tecnologia rende più efficiente e sicura la somministrazione. Per le malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer, abbiamo basi solide per pensare che il litio veicolato in questo modo possa agire su alcuni meccanismi molecolari chiave della malattia, anche se è presto per parlare di cura definitiva».

Non ci sono materiali rari o processi industriali complessi, quindi la sostenibilità economica non rappresenta un problema

Dal punto di vista tecnologico, quanto è complesso produrre queste nanoparticelle?

Roberto Piacentini

Risponde il professor Piacentini: «In realtà molto meno di quanto si possa immaginare. L’efficacia del sistema sta proprio nella sua semplicità strutturale: una piccola sfera d’oro, un rivestimento di glutatione e un legame con il litio. Quando le nanoparticelle vengono messe in soluzione acquosa, tendono ad aggregarsi formando piccoli gruppi di circa 200-300 nanometri, una dimensione ideale perché le cellule possano assimilarli facilmente. Questa caratteristica, oltre a garantire la protezione del litio fino al momento del rilascio, consente un trasporto naturale ed efficiente all’interno delle cellule nervose».

Un progetto così avanzato nasce dall’incontro di discipline molto diverse. Quanto conta l’interdisciplinarità nella vostra ricerca?

Risponde il professor Grassi: «È assolutamente indispensabile. Nessuna competenza oggi è autosufficiente. Il nostro lavoro non sarebbe stato possibile senza la collaborazione con i chimici dell’Università di Salerno, che hanno progettato e realizzato la parte del nanomateriale, mentre noi abbiamo fornito la competenza neuroscientifica e fisiologica.
Lo stesso vale ora che stiamo lavorando all’applicazione industriale: servono esperti di produzione, biotecnologi, farmacologi. La ricerca moderna è una sinergia di competenze complementari».

Aggiunge il professor Piacentini: «Questo progetto non è nato dal nulla: è il risultato di anni di collaborazione con i colleghi chimici, un percorso progressivo che ci ha permesso di affinare la tecnologia passo dopo passo. La fiducia e la continuità nel lavoro di gruppo sono state decisive».

Pur essendo un tool nanotecnologico, è semplice e versatile: oggi trasporta litio, domani altre molecole terapeutiche

Guardando al futuro: un sistema così sofisticato può essere accessibile e sostenibile per la sanità pubblica?

Risponde il professor Grassi: «Questa è una delle parti più sorprendenti. A differenza di molte terapie biologiche per l’Alzheimer, che hanno costi elevatissimi, la produzione di queste nanoparticelle ha costi estremamente contenuti. Non ci sono materiali rari o processi industriali complessi, quindi la sostenibilità economica non rappresenta un problema».

Aggiunge il professor Piacentini: «Pur essendo un “tool” nanotecnologico, è un sistema semplice e versatile. Oggi trasporta il litio, ma in futuro potrà veicolare altre molecole terapeutiche. È come una piattaforma modulare: una volta definito il vettore, possiamo “cambiare il carico” a seconda della malattia da trattare».

In sintesi, qual è il messaggio più importante che volete lasciare?

Risponde il professor Grassi: «Abbiamo sviluppato una tecnologia sicura, mirata e sostenibile per portare i farmaci direttamente al cervello. È un passo avanti concreto verso terapie più efficaci e meno invasive».

Conclude il professor Piacentini: «E soprattutto, è una dimostrazione che l’unione tra chimica, fisiologia e nanotecnologia può aprire nuove strade nella medicina del futuro».

AI e farmacie ospedaliere: competenze e formazione al centro del Congresso EAHP

«Dietro ad ogni trattamento appropriato c’è un farmacista ospedaliero. Dietro ad ogni soluzione a problemi legati al farmaco c’è una farmacia ospedaliera. Questo in ogni centro di cura europeo»: l’ha affermato Nenad Miljković, Presidente della European Association of Hospital Pharmacist aprendo il 30° Congresso dell’EAHP a Barcellona. La centralità di questa professione, troppo spesso “invisibile” allo sguardo dei pazienti (e infatti una sessione dell’evento era dedicata a “come rendere più evidente ciò che fa il farmacista ospedaliero all’occhio dei cittadini”) è orgogliosamente sottolineata in questo convegno europeo a cui stanno partecipando migliaia di professionisti provenienti da tutto il mondo, Australia e Giappone compresi. Un evento in cui la componente italiana è particolarmente visibile, anche grazie alla presentazione di ben quaranta poster approvati dal Comitato Scientifico congressuale.

Carenze di medicinali e device, budget ridotti, terapie con costi ormai superiori al milione di euro, cronicità e terza (e quarta) età con sempre nuovi e maggiori bisogni, pesanti disparità territoriali: i sistemi sanitari sono fortemente sotto pressione e la necessità di governare le nuove criticità bussa forte alla porta di ogni professione coinvolta. Quello che conta – hanno precisato il Presidente del Congresso, Thomas De Rijdt, e Kathleen Vangronsvelt, Psicologa delle organizzazioni e Speaker della lectio magistralis che ha aperto l’evento di Barcellona – è che per gestire centri ospedalieri che operano in contesti sanitari sempre più complessi si punti sul lavoro in team (come sottolineato dal titolo del Congresso) e sulla capacità di una efficace leadership organizzativa. Questi sono i due caposaldi di una organizzazione sanitaria capace di inoltrarsi in un futuro in cui tutto sembra mutare.

«Dietro ad ogni trattamento appropriato c’è un farmacista ospedaliero. Dietro ad ogni soluzione a problemi legati al farmaco c’è una farmacia ospedaliera»

Uno dei grandi protagonisti del congresso EAHP è il quesito che riguarda uno dei motivi stessi del cambiamento in atto: come le nuove tecnologie (intelligenza artificiale, automazione delle farmacie ospedaliere, soluzioni hi-tech in ambito di dispositivi medici, ecc.) devono essere governate per assicurare il miglioramento effettivo di sistema? «Ciò che è risultato evidente durante queste prima giornate», puntualizza Chiara Lamesta, Rappresentante SIFO che in EAHP è Coordinatrice dei Giovani professionisti, oltre che essere Componente del Comitato Scientifico del Congresso di Barcellona, «è che l’innovazione tecnologica ci pone un problema di governance. La nostra professione, come tutte le altre in ambito sanitario, non può essere succube dello sviluppo tecnologico, ma deve dotarsi di un pensiero critico capace di divenire pensiero valutativo e validativo di strumenti, processi, organizzazioni e analisi dei dati». Prendiamo ad esempio l’intelligenza artificiale, che a EAHP è stata una delle grandi protagoniste, come dimostrato anche dell’Area poster, con decine di presentazioni dedicate al contributo che questi sistemi avanzati possono offrire in vari ambiti operativi della farmacia ospedaliera. Come gestire un’innovazione così pervasiva e potente, evitando di rimanerne schiacciati professionalmente? Risponde Lamesta: «Proprio nei confronti dell’AI risulta chiaro che il farmacista ospedaliero deve dotarsi di strumenti e competenze per combinare l’avanzamento tecnologico con l’umanizzazione delle cure. Crediamo non sia possibile sfuggire alla sfida della competenza nei confronti dell’intelligenza artificiale».

«Il farmacista ospedaliero deve dotarsi di strumenti e competenze per combinare l’avanzamento tecnologico con l’umanizzazione delle cure»

E qui, inevitabilmente, risulta cruciale comprendere il ruolo che i più giovani farmacisti ospedalieri possono interpretare. Sono loro, infatti, oggi e domani gli interpreti di questo vertiginoso sviluppo. Proprio a questo tema era dedicata una delle sessioni centrali delle giornate iniziali dell’appuntamento di Barcellona, “Farmacia tecnologicamente avanzata: opportunità e sfide per i giovani professionisti”. «Uno degli snodi cruciali che abbiamo condiviso a Barcellona è l’evidenza che abbiamo bisogno di formazione effettiva, concreta e continua», conclude Chiara Lamesta, «Stiamo parlando della necessità di godere di un training che parte dall’università, prosegue nel post-laurea e continua poi nella pratica di ogni giorno. Una formazione che non si riduce evidentemente alla conoscenza statica delle risorse tecnologiche disponibili, ma che si riflette nelle competenze acquisite e messe a disposizione dei servizi sanitari e dei pazienti».

Continuità di cura in oncologia: il modello di case management del Mauriziano vince il Premio Fabbrini 2026

Un professionista sanitario dell’area infermieristico/ostetrica appositamente formato e dedicato accompagna il paziente oncologico lungo tutto il percorso di cura, dalla diagnosi al ricovero fino al ritorno a casa. Coordina attività sanitarie, servizi e assistenza, intervenendo direttamente con attività di cura e supporto nei momenti critici del percorso. È la Rete di Case Management, sviluppata all’interno dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino che, grazie agli ottimi risultati conseguiti sui percorsi oncologici, ha ricevuto il Premio nazionale CIPOMO “Elisabetta Fabbrini” 2026 distinguendosi tra 19 progetti italiani.

Maria Carmen Azzolina, Alessio Rizzo e Paolo Tralongo

I dati mostrano risultati molto incoraggianti: presa in carico tempestiva nel 97,4% dei casi e continuità assistenziale dopo la dimissione nel 94% dei pazienti, con una riduzione degli accessi non programmati.

Il riconoscimento premia il progetto “Il Case Management come leva organizzativa per la continuità e la personalizzazione del percorso oncologico” sviluppato al Mauriziano e applicato nei percorsi di Oncologia, Breast Unit e Chirurgia oncologica, dove i pazienti complessi sono seguiti lungo tutte le fasi del percorso assistenziale. La Commissione del premio ha evidenziato in particolare la capacità del team del Mauriziano di utilizzare questo approccio, già noto a livello scientifico, focalizzandolo sulla personalizzazione delle cure e sulla continuità del percorso.

Un professionista “vicino”, che fa da “regista” al percorso di cura

Il cuore del modello è la figura dell’infermiere/ostetrica case manager, un professionista con formazione avanzata nello specifico ambito clinico e presenza continuativa, che diventa il riferimento stabile del paziente e della famiglia.

«Il case manager è un punto di riferimento stabile per la persona lungo tutto il percorso di cura»

«Il case manager è un punto di riferimento stabile per la persona lungo tutto il percorso di cura», spiega Alessio Rizzo, responsabile dello sviluppo organizzativo e professionale della Direzione delle Professioni Sanitarie del Mauriziano. «È un professionista che resta accanto al paziente nei passaggi più delicati, costruendo una relazione di fiducia e aiutando la persona e la famiglia a orientarsi tra visite, terapie e decisioni. Attraverso la cura diretta, l’ascolto e l’educazione sanitaria, sostiene il paziente nel comprendere la propria condizione e nel gestire meglio la malattia, garantendo una continuità relazionale che rende il percorso più chiaro, più sicuro e più umano».

Il progetto del Mauriziano si basa sul modello organizzativo Fundamentals of Care (Foc), che integra in modo esplicito le dimensioni clinica, relazionale e psicosociale dell’assistenza infermieristica. In questo approccio, il case manager non si limita a svolgere attività di coordinamento, ma mantiene una presenza continuativa e diretta lungo tutto il percorso di cura.

Dalla diagnosi al ritorno a casa

La presa in carico del paziente inizia già nella fase di pre-ricovero, con l’avvio di un percorso di counseling assistenziale che prosegue lungo tutto il cammino di cura. Durante il ricovero il case manager mantiene un ruolo di supervisione e raccordo tra i diversi professionisti, ma interviene anche direttamente quando necessario con attività di cura, supporto ed educazione del paziente. Dopo la dimissione il monitoraggio continua attraverso almeno tre contatti telefonici o video nei 30 giorni successivi, oltre alla possibilità per il paziente di contattare direttamente il servizio tramite una help line dedicata.

Il case manager lavora in stretta collaborazione con oncologi, chirurghi, infermieri di reparto e day hospital, ma anche con dietisti, fisioterapisti, psicologi, assistenti sociali e professionisti del territorio, facilitando il coordinamento tra i diversi setting assistenziali e la continuità delle cure anche dopo il ricovero.

I numeri del progetto

Nel periodo di monitoraggio analizzato, 336 pazienti oncologici sono stati seguiti dai case manager nei diversi setting assistenziali.

Gli indicatori di processo mostrano un’elevata aderenza al modello organizzativo:

  • 97,4% di presa in carico tempestiva dei pazienti;
  • 94,3% di attivazione del case manager già nella fase di pre-ricovero;
  • 81,7% di aderenza al percorso assistenziale durante il ricovero;
  • 94,1% di continuità della presa in carico dopo le dimissioni.

Attraverso la preparazione del paziente e della sua famiglia, la dimissione è avvenuta al domicilio, senza necessità di supporti sanitari, ad eccezione di quello a distanza, per più del 90% dei casi in tutti e tre i contesti di cura. Il monitoraggio proattivo dei pazienti consente inoltre di intercettare precocemente eventuali complicanze e di gestire in modo appropriato i rientri in ospedale. Nei pazienti in trattamento oncologico seguiti con questo modello non si sono registrati accessi non programmati in pronto soccorso entro 30 giorni, mentre nei percorsi chirurgici le riammissioni risultano molto contenute. Quando si verificano rientri in ospedale, nella maggior parte dei casi si tratta di rientri guidati dal case manager, attivati in condizioni cliniche più stabili dopo l’individuazione precoce di segnali di rischio.

Un modello organizzativo nato al Mauriziano

Il progetto si inserisce in una rete aziendale più ampia che oggi coinvolge sei infermieri e un’ostetrica case manager attivi in diversi percorsi clinici dell’ospedale, con attività monitorate attraverso indicatori di processo e momenti periodici di audit e confronto professionale.

«L’infermiere e l’ostetrica case manager garantiscono continuità della presa in carico e personalizzazione della cura lungo tutto il percorso assistenziale con una funzione di facilitatori»

«Questo modello valorizza il ruolo e contributo delle professioni infermieristiche come protagoniste dell’organizzazione dell’assistenza», sottolinea Graziella Costamagna, Direttrice della Direzione delle Professioni Sanitarie del Mauriziano. «L’infermiere e l’ostetrica case manager non erogano solo prestazioni, ma garantiscono continuità della presa in carico e personalizzazione della cura lungo tutto il percorso assistenziale con una funzione di facilitatori».

«Il premio nazionale Fabbrini rappresenta un riconoscimento importante per un progetto sviluppato all’interno della nostra azienda», conclude Franca Dall’Occo, Direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano. «Investire nella continuità assistenziale significa migliorare la qualità e la sicurezza delle cure, ma anche valorizzare le competenze dei professionisti sanitari e il lavoro di squadra».

La premiazione ufficiale del Premio CIPOMO “Elisabetta Fabbrini” 2026 si è tenuta il 12 marzo a Roma, durante il XXX Congresso nazionale CIPOMO.

(in foto, la consegna del premio: da sinistra Maria Carmen Azzolina, direttore sanitario AO Ordine Mauriziano; Alessio Rizzo, responsabile dello sviluppo organizzativo e professionale della Direzione delle Professioni Sanitarie del Mauriziano e Paolo Tralongo, presidente nazionale CIPOMO, Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri)

Sanità e reddito: il “razionamento implicito” che amplia le disuguaglianze di accesso alle cure

Fuori dall’emergenza urgenza la salute in Italia ha un prezzo. E non è uguale per tutti. A dirlo sono oltre 8 milioni di dichiarazioni dei redditi analizzate tra il 2019 e il 2024 dal rapporto “Quando i soldi non bastano. Il razionamento sanitario in Italia” di ACLI, CAF ACLI, NeXt Economia e Università di Roma Tor Vergata: la spesa sanitaria “di tasca propria”, esclusi i ticket, cresce al crescere del reddito fino a essere quattro o cinque volte più alta tra i contribuenti più abbienti rispetto ai più poveri. A parità di condizioni di salute, il divario può arrivare a 2mila euro l’anno. Il 57% dei contribuenti nello scaglione più basso non dichiara alcuna spesa sanitaria privata; tra gli anziani la quota sale fino al 60%, contro percentuali a una cifra tra i più ricchi. È il segno di un “razionamento implicito” che non passa da norme formali, ma dalle liste d’attesa e dai bilanci familiari.

Fuori dai codici rossi, le barriere economiche e i tempi lunghi spingono chi può verso il privato e lasciano indietro i più fragili

«Fuori dai codici rossi, le barriere economiche e i tempi lunghi spingono chi può verso il privato e lasciano indietro i più fragili», spiega Leonardo Becchetti, professore all’Università di Roma Tor Vergata, fondatore di Nexteconomia e curatore della ricerca. Per TrendSanità Becchetti analizza le radici strutturali di questa diseguaglianza e indica le leve possibili – prevenzione, rafforzamento della sanità territoriale, progressività fiscale e migliore uso delle risorse – per riportare la salute da bene di mercato a diritto effettivamente esigibile.

Il Rapporto parla di “razionamento sanitario implicito” e documenta un divario di spesa fino a 2mila euro annui tra primo e ultimo scaglione di reddito, a parità di condizioni di salute. Possiamo affermare che il reddito sia oggi il principale fattore di accesso alle cure in Italia?

Leonardo Becchetti

«Nelle condizioni di acuzie, quando si tratta di un “codice rosso”, il Servizio sanitario nazionale funziona: si viene curati tempestivamente indipendentemente dal reddito. Il problema emerge fuori dall’emergenza urgenza, quando si entra nel sistema delle liste d’attesa. In quel caso chi ha maggiori risorse può ricorrere al privato e accorciare i tempi, mentre chi non può permetterselo resta in attesa. È lì che il reddito diventa un fattore determinante».

Il 57% dei contribuenti più poveri non dichiara alcuna spesa sanitaria privata, percentuale che tra gli anziani arriva al 55-60%, contro il 7-15% dei coetanei più ricchi. È un segnale di rinuncia o rinvio alle cure? Quali effetti può avere sulla gestione della cronicità?

«Va precisato che una parte di questi contribuenti rientra nella no tax area (fino a circa 8mila euro di reddito) e dunque non beneficia delle detrazioni anche se sostiene spese. Tolta questa quota, resta comunque una fascia ampia di persone che non ha risorse per accedere alla sanità privata. Questo può tradursi in rinvii o rinunce e, nel medio periodo, in un peggioramento della gestione delle patologie croniche».

Dove i LEA sono più performanti, soprattutto nella prevenzione, diminuisce il ricorso forzato al privato. Possiamo considerare la prevenzione la leva più efficace per ridurre le disuguaglianze?

«Investire in prevenzione riduce la domanda di spesa sanitaria perché intercetta i problemi prima che diventino più gravi e costosi. In questo modo si attenua anche il divario tra chi può e chi non può permettersi il privato. A livello internazionale esistono persino fondi dedicati alla prevenzione, finanziati anche dal settore privato, proprio perché si calcola il ritorno in termini di minori costi sanitari. È un ambito “win-win”: si migliora la salute e si riduce la spesa».

L’attuale detrazione del 19% esclude chi è nella no tax area e favorisce proporzionalmente i redditi più alti. Quali correttivi sarebbero attuabili e con quali ostacoli politici?

«Si potrebbe rendere la detrazione più progressiva: aumentarla per i redditi più bassi e ridurla per quelli più alti, anche a saldo zero per le finanze pubbliche. Questo però comporterebbe una riduzione del beneficio per alcune fasce e potrebbe generare resistenze politiche. In alternativa, si potrebbero aumentare solo le detrazioni per i redditi più bassi, ma ciò implicherebbe maggiori risorse pubbliche».

Tra le soluzioni indicate figurano il rafforzamento delle Case di comunità e lo sviluppo di forme assicurative e mutualistiche no profit. Come evitare nuove segmentazioni nell’accesso?

Le Case di comunità, come estensione dell’offerta pubblica, rafforzano l’accesso universale e riducono la pressione su ospedali e PS

«Le Case di comunità, essendo un’estensione dell’offerta pubblica, rafforzano l’accesso universale e riducono la pressione su ospedali e pronto soccorso. È importante anche il coinvolgimento del Terzo settore per integrare dimensione sanitaria e sociale. Quanto alle assicurazioni, occorre ispirarsi a modelli come quelli di Germania, Svizzera e Olanda: niente discriminazione in base al rischio e meccanismi di compensazione tra assicurazioni con portafogli più o meno rischiosi. Le mutue no profit possono offrire condizioni più eque, ma restano strumenti per chi può permettersi un premio assicurativo».

Qual è il messaggio centrale del Rapporto?

«Il problema è strutturale e di lunga data. Con questo Rapporto abbiamo voluto accendere i riflettori su una disuguaglianza crescente, per stimolare cittadini e politica a individuare soluzioni: dalla riforma del mercato assicurativo alla maggiore progressività fiscale, fino alla razionalizzazione della spesa».

È importante anche il coinvolgimento del Terzo settore per integrare dimensione sanitaria e sociale

Un focus finale sugli appalti sanitari: quali margini di intervento esistono?

«È necessario proseguire sul fronte dei costi standard, per evitare che prodotti omogenei abbiano prezzi molto diversi tra regioni. Ridurre gli sprechi, a parità di qualità delle forniture, significa liberare risorse da destinare al superamento delle disuguaglianze e al rafforzamento dell’equità del sistema».

Intelligenza artificiale e medicina: al Senato presentato il position paper SIIAM per una strategia nazionale

«L’innovazione tecnologica e la sicurezza dei dati sanitari rappresentano oggi una priorità strategica per il futuro del Servizio sanitario nazionale». Con queste parole il Senatore Francesco Zaffini ha aperto il convegno “AI & Cybersecurity in Sanità – Orizzonti strategici e impatti verticali”, che si è svolto il 19 marzo nella Sala Koch di Palazzo Madama, su iniziativa dello stesso Senatore e organizzato con il supporto di CONFASSOCIAZIONI e Confassociazioni Digital per riunire istituzioni, accademia e industria per discutere il ruolo dell’intelligenza artificiale nella sanità italiana.

Nel corso dell’incontro Luigi De Angelis, Presidente della Società Italiana di Intelligenza Artificiale in Medicina (SIIAM), e Francesca Aurora Sacchi, Consigliera SIIAM con delega al policy e regulatory, hanno presentato il position paper “Verso una Strategia Nazionale per l’Intelligenza Artificiale in Medicina, documento che propone una visione organica per guidare l’adozione responsabile dell’AI nel sistema sanitario.

Nel loro intervento, De Angelis e Sacchi hanno sottolineato come l’Italia abbia oggi l’opportunità e la necessità di definire una Strategia Nazionale per l’Intelligenza Artificiale in Medicina, capace di orientare lo sviluppo tecnologico e scientifico verso obiettivi condivisi di salute pubblica, sostenibilità ed equità.

Le applicazioni dell’AI hanno le potenzialità di rafforzare qualità, efficienza e accessibilità del SSN

Le applicazioni dell’intelligenza artificiale stanno evolvendo rapidamente e possono rappresentare una leva decisiva per rafforzare qualità, efficienza e accessibilità del Servizio sanitario nazionale (SSN). Per cogliere questo potenziale, tuttavia, è necessario un disegno strategico chiaro che valorizzi l’ecosistema nazionale – fatto di eccellenze cliniche, università, enti pubblici e imprese innovative – e promuova investimenti coordinati in ricerca, formazione, infrastrutture digitali e governance dei dati.

Secondo quanto illustrato durante l’evento, una strategia nazionale consentirebbe inoltre all’Italia di rafforzare il proprio ruolo nel contesto europeo e internazionale, contribuendo allo sviluppo di tecnologie responsabili. Diversi Paesi – tra cui Stati Uniti, Corea del Sud, Norvegia, Australia e Spagna – hanno già intrapreso strategie simili, mentre l’Italia rischia di perdere opportunità scientifiche ed economiche senza un coordinamento strategico.

AI e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale

Il position paper colloca l’intelligenza artificiale all’interno di una riflessione più ampia sul futuro del sistema sanitario italiano. In un Paese che sta rapidamente invecchiando e dove cresce l’impatto delle malattie croniche, la sostenibilità del SSN dipende sempre più dalla capacità di innovare modelli organizzativi e strumenti clinici.

Come evidenziato nel documento, investire nella salute significa rafforzare anche la tenuta economica e sociale del Paese. Le disuguaglianze nell’accesso alle cure, la carenza di prevenzione e l’aumento delle patologie croniche incidono infatti sulla partecipazione al lavoro e sul benessere collettivo. In questo scenario, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale possono contribuire a migliorare la diagnosi precoce, personalizzare i percorsi terapeutici e rendere più efficienti i processi sanitari.

Le sei linee di azione proposte da SIIAM

Il documento presentato al Senato individua sei linee di azione prioritarie per guidare l’adozione dell’intelligenza artificiale nel sistema sanitario.

La prima riguarda la centralità del paziente, promuovendo soluzioni di AI orientate al miglioramento degli esiti clinici e alla personalizzazione dei percorsi di cura.

Un secondo ambito riguarda il sostegno all’innovazione e alla competitività del sistema Paese, attraverso incentivi alla ricerca, strumenti di trasferimento tecnologico e nuovi modelli di collaborazione tra settore pubblico e privato.

Il paper propone inoltre di rafforzare la coerenza regolatoria, oggi caratterizzata dalla sovrapposizione di diverse normative europee e nazionali, e di sviluppare procedure più chiare per la valutazione e l’introduzione delle tecnologie basate su AI nei contesti clinici.

Un’altra area strategica riguarda la governance e la condivisione dei dati sanitari, elemento essenziale per lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale affidabili e sicuri.

Tra le priorità indicate figura anche la formazione continua e multidisciplinare di professionisti sanitari, ricercatori e decisori pubblici, necessaria per accompagnare la trasformazione digitale della sanità.

Infine, il documento sottolinea l’importanza di integrare principi etici nello sviluppo e nell’utilizzo delle tecnologie di AI, garantendo trasparenza, inclusività e responsabilità lungo tutto il ciclo di vita degli algoritmi.

Un confronto tra istituzioni, sanità e innovazione

La presentazione del position paper al Senato ha segnato un passaggio significativo: portare il contributo della comunità scientifica nel dibattito istituzionale sulle politiche sanitarie e sull’innovazione tecnologica.

All’incontro hanno partecipato anche rappresentanti delle istituzioni, del sistema sanitario e dell’industria tecnologica. Tra gli interventi quelli di Bruno Frattasi, Direttore Generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, e Mario Nobile, Direttore Generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), insieme a esponenti del sistema sanitario come Pierpaolo Sileri, Emanuele Ciotti e Nicola Cosentino.

Presente anche il mondo delle imprese e dell’innovazione digitale, con Nazareno Cerni (Berkshire Hathaway International Insurance Ltd), Nicola Grandis (ASC27 – Vitruvian-1), Mariangela Rulli (MioDottore) e Davide Zaccagnini (Agora Labs), a testimonianza del crescente ruolo dell’ecosistema tecnologico nello sviluppo dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità.

Care Network: al via il progetto per integrare il farmacista clinico nel team di cura

La sanità è in profonda trasformazione e anche le sue figure professionali sono in una fase di ripensamento delle loro più opportune modalità di presenza all’interno dei processi sanitari e assistenziali. Il farmacista clinico è una delle figure che stanno emergendo con caratteristiche di chiara innovazione, almeno per il nostro Paese: si tratta di un professionista che come componente del team di cura – precisa Anna Marra, Direttore Dipartimento Farmaceutico Aziende sanitarie di Ferrara e Segretario SIFO Emilia Romagna – «lavora a stretto contatto con medici e infermieri nelle unità operative, integrando le proprie competenze specifiche sui farmaci e dispositivi medici con quelle delle altre figure professionali. Una figura che collabora con tutti gli operatori del team di cura per individuare la terapia più appropriata in base alle condizioni del singolo paziente, spostando l’attenzione dalla conoscenza del farmaco e dispositivo medico al suo utilizzo concreto e personalizzato».

Anna Marra
Anna Marra

Si tratta di un profilo abbastanza nuovo per l’Italia, ma il farmacista clinico è già ben presente e strutturato negli altri Paesi (soprattutto anglo-sassoni): proprio per offrire basi solide alla sua crescita e implementazione anche nel nostro SSN, in questi giorni Anna Marra, in collaborazione con un gruppo di professionisti, ha avviato Care Network – Il farmacista clinico. Valore per il SSN: competenza, assistenza, riconoscimento, equità. Perché questa iniziativa? «Soprattutto per creare una comunità professionale multidisciplinare volta a sviluppare anche nel nostro Paese una riflessione condivisa su questa figura», risponde Marra, «Proprio per la collocazione del farmacista clinico all’interno del team clinico è necessario che la declinazione nazionale di un modello, ormai consolidato a livello internazionale, sia condivisa con tutti i componenti dello stesso team». A seconda del contesto ospedaliero e territoriale, l’introduzione del farmacista clinico può trovare una collocazione in diversi setting di cura. Da qui, appunto, la caratteristica multidisciplinare del Care Network che secondo la promotrice del progetto è caratteristica irrinunciabile del lavoro comune, «visto che è necessario che oltre a farmacisti ospedalieri che abbiano già maturato una comprovata esperienza nell’ambito delle loro realtà, partecipino ad un progetto di visione complessiva anche specialisti di varie estrazioni cliniche e medici di medicina generale. La presenza di un gruppo multidisciplinare può aiutare a comprendere i bisogni formativi del farmacista clinico e gli output che la sua introduzione nel team clinico può portare».

Logo Care Network

Care Network – che si è dotato di un Board scientifico d’eccellenza con la partecipazione di Tiziana Corsetti-Roma, Claudia Fruttero-Cuneo, Marco Gambera-Peschiera, Annalia Gasco-Torino, Mauro Mancini-Pesaro Urbino, Carlo Piccinni-Roma, Fabio Pieraccini-Forlì, Piera Polidori-Palermo, Simona Serao Creazzola-Napoli, Giancarlo Taddei-Bergamo e Francesca Venturini-Padova – ha già strutturato un suo piano operativo per il 2026 prevedendo un’iniziale fase di condivisione al suo interno, con discussione e validazione delle linee strategiche e metodologiche del progetto. «Stiamo procedendo alla costituzione di Gruppi di Lavoro, che lavoreranno – precisa Marra – su tre setting assistenziali: Medication review, Terapia intensiva e Chirurgia. Nell’ambito dei tre setting che abbiamo identificato», conclude Anna Marra, «si individueranno indicatori di processo e di esito specifici capaci di misurare l’efficacia dell’intervento del farmacista clinico in tali setting assistenziali, congiuntamente alla necessaria formazione del farmacista clinico per operare nei medesimi contesti».

«L’auspicio finale è di giungere al riconoscimento, dal punto di vista istituzionale, della figura del farmacista clinico a livello nazionale»

Ma quali sono gli obiettivi concreti del percorso che intende compiere il Network? Risponde Marra: «L’obiettivo principale è quello di analizzare e valorizzare il contributo del farmacista clinico nei diversi contesti assistenziali: ospedaliero, territoriale e di comunità del sistema sanitario con particolare attenzione alle innovazioni tecnologiche, alla revisione della terapia farmacologica ed alla gestione clinica in ambienti ad alta complessità assistenziale. Il tutto con l’auspicio finale di giungere al riconoscimento, dal punto di vista istituzionale, della figura del farmacista clinico a livello nazionale». Come accadrà tutto questo? Per Anna Marra il percorso sarà realizzato a partire «dall’identificazione di indicatori comuni che possano essere adottati nelle diverse realtà nazionali. In questo modo, non solo si potrà misurare in maniera sistematica l’impatto del farmacista clinico all’interno del SSN, ma anche uniformare l’attività e valutarne l’efficacia. L’obiettivo che si pone Care Network – conclude la Coordinatrice del progetto – è andare oltre le esperienze singole già esistenti anche nel nostro Paese. Il Network intende partire dal confronto tra le diverse realtà italiane già attive e stimolare l’introduzione del farmacista clinico in altre strutture sanitarie e nell’insieme del SSN». Gli esiti dei tre Gruppi di lavoro – che si svolgeranno entro la primavera 2026 – saranno presentati in un Convegno nazionale sul farmacista clinico che si terrà il 24 e 25 settembre a Ferrara: al suo interno verrà diffusa una pubblicazione istituzionale che sintetizzerà i contenuti emersi all’interno del progetto complessivo Care Network.

Innovazione terapeutica e sostenibilità: la formulazione sottocutanea di atezolizumab tra efficienza organizzativa e percezione dei professionisti

Introduzione

Il tumore del polmone rappresenta tuttora una delle principali sfide di sanità pubblica in Italia, sia per l’elevata incidenza sia per l’impatto in termini di mortalità e carico assistenziale. Secondo il Rapporto AIOM-ARTUM 2024, nel nostro Paese si stimano circa 44.800 nuove diagnosi annue, con una prevalenza maggiore nel sesso maschile. Il carcinoma polmonare rimane la seconda neoplasia più frequente negli uomini e la terza nelle donne, con tassi di sopravvivenza a 5 anni ancora limitati (16% negli uomini e 23% nelle donne).

Dal punto di vista istologico, la grande maggioranza dei casi (circa 85%) è rappresentata dal carcinoma polmonare non a piccole cellule (non-small cell lung cancer, NSCLC), mentre il carcinoma polmonare a piccole cellule (SCLC) costituisce circa il 15% delle diagnosi.

Una quota rilevante di pazienti con NSCLC viene diagnosticata in stadio localmente avanzato o metastatico, contesto nel quale le opzioni terapeutiche tradizionali basate su chemioterapia e radioterapia hanno storicamente mostrato risultati limitati.

La diagnosi di NSCLC spesso avviene in stadio localmente avanzato o metastatico, stadi in cui chemioterapia e radioterapia hanno storicamente mostrato risultati limitati

Negli ultimi anni, l’introduzione dell’immuno-oncologia ha profondamente modificato il paradigma di trattamento del NSCLC, consentendo di migliorare gli outcome clinici e di trasformare, in molti casi, la malattia in una condizione a decorso più lungo e gestibile. In questo scenario si colloca atezolizumab, anticorpo monoclonale anti-PD-L1, approvato per il trattamento dei pazienti con NSCLC precedentemente trattati con chemioterapia, indipendentemente dall’espressione di PD-L1, nonché per il carcinoma uroteliale in specifici setting clinici. Atezolizumab è stato il primo inibitore PD-1/PD-L1 approvato in queste indicazioni, segnando un punto di svolta nella pratica clinica.

Tradizionalmente somministrato per via endovenosa ogni tre settimane con dose fissa, atezolizumab presenta caratteristiche che già favoriscono un impatto organizzativo positivo, riducendo la complessità di preparazione, la gestione dei residui e i rischi correlati alla manipolazione del farmaco. La recente disponibilità della formulazione sottocutanea (SC) rappresenta un ulteriore avanzamento tecnologico, in grado di ridurre drasticamente i tempi di somministrazione e di semplificare il percorso di cura.

Atezolizumab SC è sovrapponibile ad atezolizumab EV per farmacocinetica, efficacia clinica e profilo di sicurezza

L’approvazione della formulazione SC di atezolizumab si basa sui risultati degli studi IMscin001 [Burotto et al., 2024; Burotto et al., 2023; Felip et al., 2021] e IMscin002 [Cappuzzo et al., 2025], che ne hanno confermato la sovrapponibilità alla formulazione endovenosa (EV) in termini di esposizione farmacocinetica, efficacia clinica e profilo di sicurezza. Gli eventi avversi, inclusi quelli immuno-mediati, sono risultati coerenti con quelli già noti per atezolizumab EV, mentre le reazioni nel sito di iniezione sono state per lo più di grado lieve o moderato. Oltre alla conferma del mantenimento del rapporto beneficio-rischio, gli studi hanno evidenziato elementi di rilevanza organizzativa e assistenziale: la maggior parte degli operatori sanitari ha giudicato la formulazione SC semplice da gestire e potenzialmente in grado di generare un risparmio di tempo nei flussi ambulatoriali, mentre i pazienti hanno espresso una netta preferenza per l’iniezione sottocutanea rispetto all’infusione endovenosa, principalmente per la minore durata della permanenza in ospedale.

Questi risultati suggeriscono come l’innovazione non si esaurisca nel mantenimento dell’efficacia clinica, ma si estenda alla dimensione organizzativa e all’esperienza di cura. Alla luce dell’invecchiamento progressivo della popolazione italiana e dell’aumento atteso del numero assoluto di pazienti oncologici in trattamento, l’innovazione terapeutica non può infatti essere valutata esclusivamente in termini di efficacia clinica, ma deve necessariamente includere anche aspetti di sostenibilità organizzativa, efficienza dei processi assistenziali e percezioni dei professionisti sanitari coinvolti.

Sulla scorta di queste premesse, l’obiettivo generale del contributo proposto risulta essere quello di analizzare il valore organizzativo dell’innovazione terapeutica nel trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC), con particolare riferimento all’introduzione della formulazione sottocutanea di atezolizumab nei pazienti con malattia localmente avanzata o metastatica precedentemente trattati con chemioterapia, valutandone l’impatto sul percorso assistenziale, sull’efficienza dei servizi e sull’esperienza dei professionisti sanitari.

Metodi

Per il raggiungimento dell’obiettivo sopra illustrato, è stato dapprima mappato il percorso di allestimento e somministrazione di atezolizumab, considerando sia la formulazione EV sia quella SC.

Il percorso è stato articolato in cinque fasi principali: la visita ambulatoriale, comprensiva della valutazione clinica e della definizione del piano terapeutico; la validazione del farmaco, con verifica della prescrizione; l’allestimento del farmaco, differenziato in base alla formulazione; il trasporto del farmaco dalla farmacia al reparto; infine, la somministrazione vera e propria al paziente.

Sono stati valutati tempi e costi dei due tipi di somministrazione

Per ciascuna fase sono state individuate le figure professionali coinvolte, la durata del loro impegno in minuti, il materiale di consumo utilizzato, nonché le apparecchiature e attrezzature impiegate. Questa ricostruzione ha consentito di stimare i costi diretti sanitari, in una logica di time-driven activity based costing analysis [Keel et al., 2017], includendo sia il lavoro professionale sia i materiali e le tecnologie utilizzate, e di integrare tali valori con i costi fissi di struttura, calcolati come il 20% dei costi diretti secondo metodologie consolidate [Adduce et al., 2004], al fine di rappresentare l’assorbimento reale delle risorse economiche necessarie all’erogazione della terapia.

In particolare, il costo delle risorse umane è stato determinato rapportando il costo al minuto di ciascuna figura professionale, derivante da una media nazionale secondo CCNL, alle tempistiche effettive di esecuzione delle attività, permettendo così di attribuire un costo per ciascuna fase del percorso. I costi delle apparecchiature e attrezzature sono stati calcolati considerando gli anni di vita utile della tecnologia e il numero complessivo di procedure condotte annualmente, mentre i consumabili e i dispositivi medici sono stati valorizzati in base alla loro effettiva utilizzazione nelle varie fasi del processo.

Sono anche state analizzate le percezioni dei professionisti sanitari coinvolti

Parallelamente alla valutazione quantitativa dei costi e dei tempi, è stata condotta un’analisi qualitativa delle percezioni dei professionisti sanitari coinvolti, mediante un questionario somministrato a un panel di operatori attivi in ciascuna fase del percorso. Gli item del questionario sono stati selezionati facendo riferimento al Core Model di EUnetHTA [EUnetHTA, 2016] e alla letteratura disponibile, con l’obiettivo di cogliere gli aspetti di sicurezza, organizzativi, etico-sociali e di equità. I partecipanti hanno espresso un punteggio variabile da -3 a +3, secondo un approccio comparativo tra le due formulazioni [Mitton et al., 2011], consentendo di evidenziare le differenze di percezione tra i gruppi di stakeholder e di integrare i dati quantitativi con informazioni sulle esperienze soggettive [Berg, 2009; Kitzinger, 1995].

L’approccio utilizzato si configura come un mixed-method, combinando le misurazioni rigorose dei costi, dei tempi e delle risorse con l’interpretazione delle percezioni degli operatori, permettendo così una valutazione completa del percorso di somministrazione e dell’impatto organizzativo della nuova formulazione sottocutanea [Fetters et al., 2013].

Per l’esecuzione di questa attività ci si è avvalsi del coinvolgimento dei professionisti sanitari partecipanti al Corso di Formazione DEMIS, organizzato dalla LIUC Business School nel corso dell’anno 2025, garantendo un’analisi realistica e basata sull’esperienza diretta dei professionisti stessi.

Risultati

Con la collaborazione dei partecipanti del Corso DEMIS, è stato approfonditamente mappato il percorso di allestimento e somministrazione di atezolizumab, somministrato in EV o SC, analizzando le fasi operative, le figure professionali coinvolte e le relative tempistiche di impiego.

In prima istanza è opportuno considerare come la ricostruzione del percorso evidenzi una riduzione significativa dei tempi: il percorso di allestimento passa da circa 15 minuti per la somministrazione EV a 4 minuti per la SC, mentre il tempo complessivo di somministrazione si riduce da 20 a 10 minuti. Queste riduzioni temporali contribuiscono direttamente al risparmio di risorse e alla maggiore efficienza dei flussi ambulatoriali.

Da un punto di vista economico, difatti, come mostra la Tabella 1, emerge una differenza significativa a favore della formulazione SC, con un costo totale per singola somministrazione pari a 72,59 €, rispetto ai 108,31 € della EV, con un risparmio di 35,72 € per singolo paziente trattato con atezolizumab (-32,98%).

Atezolizumab EV (€)

Atezolizumab SC (€)

Differenza (€)

Differenza (%)

Risorse umane

67,54

42,32

-25,22

-37,34

Apparecchiature e attrezzature

9,18

9,18

0,00

0,00

Materiale di consumo

9,88

5,33

-4,55

-46,04

Costi di trasposto intraospedaliero

3,66

3,66

0,00

0,00

Costi generali

18,05

12,10

-5,95

-32,98

Costi totali

108,31

72,59

-35,72

-32,98

Tabella 1. Valorizzazione economica correlata al percorso di allestimento e somministrazione di atezolizumab

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Come mostra la Tabella 1, la principale determinante di tale differenza è rappresentata dalla voce “Risorse umane”, che passa da 67,54 € per EV a 42,32 € per SC, con una riduzione di 25,22 € (-37,34%). Questo dato riflette la minore intensità di tempo professionale richiesta dalla somministrazione sottocutanea nelle fasi di preparazione, gestione e assistenza al paziente.

La riduzione del tempo di occupazione del personale sanitario si traduce quindi in un beneficio economico diretto e misurabile.

Un’ulteriore differenza rilevante si osserva nella voce “Materiale di consumo”, che si riduce da 9,88 € a 5,33 €, con un risparmio di 4,55 € (-46,04%). Tale scostamento è plausibilmente attribuibile alla minore complessità della procedura sottocutanea rispetto a quella infusionale, che richiede dispositivi e materiali accessori più articolati. Anche i “Costi generali” risultano inferiori per la SC (12,10 € vs 18,05 €), con una riduzione di 5,95 € (-32,98%), verosimilmente correlata alla minore occupazione di spazi e risorse strutturali per unità di tempo.

Il vantaggio economico della SC deriva principalmente dalla semplificazione del processo assistenziale e dalla riduzione del tempo impiegato

Al contrario, non si registrano differenze nelle voci relative ad “Apparecchiature e attrezzature” (9,18 € per entrambe le modalità) e ai “Costi di trasporto intraospedaliero” (3,66 € per entrambe), indicando come il vantaggio economico della SC non derivi da una diversa dotazione tecnologica o logistica, bensì principalmente dalla semplificazione del processo assistenziale e dalla riduzione del tempo impiegato.

In linea generale, la valorizzazione economica della singola somministrazione evidenzia un risparmio organizzativo strutturale associato alla formulazione sottocutanea, trainato prevalentemente dalla componente lavoro e, in misura secondaria, dai materiali di consumo e dai costi indiretti. Questo risultato rafforza l’interpretazione dell’innovazione non solo come equivalente dal punto di vista clinico, ma anche come capace di produrre efficienza economica a livello micro-organizzativo, con potenziali ricadute rilevanti qualora il risparmio unitario venga proiettato su volumi annuali di trattamento.

L’analisi è proceduta con la definizione delle percezioni dei professionisti sanitari coinvolti nell’attività di preparazione e somministrazione della terapia indagata. Le Tabelle 2, 3, 4 e 5 sintetizzano le percezioni dei professionisti coinvolti in riferimento ai potenziali vantaggi percepiti dalla componente organizzativa, circa l’utilizzo della somministrazione sottocutanea e della formulazione endovenosa di atezolizumab, dove si riscontra un orientamento complessivamente favorevole nei confronti della formulazione di recente approvazione.

Dimensione di sicurezza

Atezolizumab EV

Atezolizumab SC

p-value

Percezione sviluppo eventi avversi

1,46

1,50

0,356

Percezione sviluppo eventi avversi di moderata entità

1,23

1,50

0,262

Invasività della procedura

0,77

2,50

<0,001

Sicurezza generale della tecnologia

1,23

2,50

0,008

Tollerabilità della tecnologia da parte del paziente

1,62

2,50

0,006

Eventuali rischi per la sicurezza ambientale

0,54

2,50

<0,001

Media

1,14

2,17

0,002

Tabella 2. Le percezioni dei professionisti coinvolti sulla dimensione di sicurezza

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Dimensione organizzativa

Atezolizumab EV

Atezolizumab SC

p-value

L’utilizzo della tecnologia richiede personale aggiuntivo

0,00

0,00

Non applicabile

L’utilizzo della tecnologia richiede la formazione

-0,06

-0,50

0,199

Comunicazione della modifica di organizzazione

0,09

0,00

0,765

Tempi e curva di apprendimento

0,48

-0,50

0,321

Impatto sull’allestimento del farmaco

0,65

2,00

<0,001

Impatto della tecnologia sulla gestione del residuo

-0,70

0,00

0,004

Impatto della tecnologia sul monitoraggio AIFA

-0,75

-0,75

Non applicabile

Impatto della tecnologia sulla gestione delle terapie ancillari

0,40

0,50

0,678

Impatto della tecnologia sulla gestione dell’approvvigionamento dei dispositivi e del materiale sanitario

0,80

2,00

<0,001

Impatto della tecnologia sulla gestione dell’agenda degli appuntamenti dei pazienti

1,20

3,00

<0,001

Media

0,21

0,58

0,498

Tabella 3. Le percezioni dei professionisti coinvolti sulla dimensione organizzativa

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Dimensione sociale

Atezolizumab EV

Atezolizumab SC

p-value

Capacità della tecnologia di salvaguardare l’autonomia del paziente

2,50

2,50

Non applicabile

Nell’utilizzo della tecnologia vengono salvaguardati i diritti umani

1,87

1,87

Non applicabile

Capacità della tecnologia di salvaguardare l’integrità umana

1,62

1,62

Non applicabile

Capacità della tecnologia di assicurare dignità umana al paziente

2,00

2,00

Non applicabile

L’utilizzo della tecnologia garantisce i valori sociali e la disponibilità a pagare del paziente

0,50

0,50

Non applicabile

Capacità della tecnologia di salvaguardare credo e convinzioni religiose

0,87

0,87

Non applicabile

Impatto della tecnologia sui costi sociali

1,50

2,50

0,039

I pazienti e la cittadinanza in generale possono avere un buon livello di comprensione della tecnologia

1,75

2,00

0,589

Impatto della tecnologia sul miglioramento della qualità di vita del paziente

2,17

3,00

0,017

Impatto della tecnologia sul miglioramento della qualità di vita del caregiver e dei familiari

1,55

3,00

0,023

Media

1,63

1,99

0,147

Tabella 4. Le percezioni dei professionisti coinvolti sulla dimensione sociale

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Dimensione di equità di accesso

Atezolizumab EV

Atezolizumab SC

p-value

Accessibilità della tecnologia sul territorio

1,75

1,75

Non applicabile

Accessibilità della tecnologia alle categorie protette

1,88

1,88

Non applicabile

Potenziale impatto della tecnologia sulle liste d’attesa

1,75

3,00

<0,001

Capacità della tecnologia di generare fenomeni di migrazione sanitaria in caso di utilizzo

1,88

2,50

0,017

Fattori che potrebbero agevolare alcuni pazienti nel beneficiare della tecnologia

1,25

3,00

<0,001

Impatto sull’equità del paziente

0,00

0,00

Non applicabile

Media

1,42

2,02

0,044

Tabella 5. Le percezioni dei professionisti coinvolti sulla dimensione di equità di accesso

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Nello specifico, i professionisti percepiscono la formulazione SC come più sicura rispetto alla formulazione EV (2,17 vs 1,14; p-value = 0,002), soprattutto per quanto concerne gli aspetti legati alla procedura e alla gestione della somministrazione. L’invasività è valutata in modo nettamente più favorevole per la SC (2,50 vs 0,77; p-value < 0,001), così come la sicurezza generale della tecnologia (2,50 vs 1,23; p-value = 0,008), la tollerabilità per il paziente (2,50 vs 1,62; p-value = 0,006) e i rischi per la sicurezza ambientale (2,50 vs 0,54; p-value < 0,001).

Questi scostamenti suggeriscono che il vantaggio percepito della SC non sia tanto legato al timore di eventi avversi sistemici, per i quali i punteggi risultano sostanzialmente sovrapponibili tra le due formulazioni, quanto piuttosto alla minore invasività della procedura, alla maggiore semplicità gestionale e alla riduzione dei rischi ambientali connessi alla preparazione e alla manipolazione del farmaco.

Il vantaggio percepito è legato alla minore invasività della procedura, alla maggiore semplicità gestionale e alla riduzione dei rischi ambientali connessi alla preparazione e alla manipolazione del farmaco

Anche nella dimensione organizzativa, la SC presenta un valore medio di percezione superiore, sebbene tale differenza non raggiunga la significatività statistica a livello complessivo. Tuttavia, le differenze più rilevanti si concentrano su specifici snodi gestionali. L’impatto sulla gestione dell’agenda degli appuntamenti rappresenta l’elemento con il maggiore differenziale (3,00 per SC vs 1,20 per EV; p-value < 0,001), suggerendo che la riduzione dei tempi di somministrazione venga percepita come una leva concreta di efficientamento dei flussi ambulatoriali.

Analogamente, risultano più favorevoli per la SC le valutazioni relative all’allestimento del farmaco (2,00 vs 0,65, p-value <0,001) e alla gestione dell’approvvigionamento di dispositivi e materiale sanitario (2,00 vs 0,80, p-value <0,001), confermando una percezione di semplificazione dei processi.

Viene percepita una riduzione del burden assistenziale complessivo con SC

Per quanto riguarda le dimensioni riferite al punto di vista del paziente, considerando la dimensione etica e sociale si riscontra come l’impatto sui costi sociali sia valutato più favorevolmente per la SC (2,50 vs 1,50; p-value = 0,039), così come il miglioramento della qualità di vita del paziente (3,00 vs 2,17; p-value = 0,017) e dei caregiver e familiari (3,00 vs 1,55; p-value = 0,023). Ciò suggerisce che la minore permanenza in ospedale per la somministrazione della terapia e la semplificazione del percorso terapeutico vengano percepite come fattori in grado di ridurre il burden assistenziale complessivo.

Dall’altro lato, nella dimensione dell’equità di accesso, la media più elevata della SC è trainata soprattutto dall’impatto sulle liste d’attesa (3,00 vs 1,75; p-value <0,001) e dalla capacità di agevolare alcuni pazienti nel beneficiare della tecnologia (3,00 vs 1,25; p-value <0,001), oltre che da una percezione più favorevole in termini di riduzione della migrazione sanitaria (2,50 vs 1,88; p-value = 0,017). Anche in questo caso, il vantaggio percepito appare strettamente connesso alla maggiore rapidità e flessibilità organizzativa della somministrazione sottocutanea, che potrebbe tradursi in un ampliamento della capacità erogativa e in una migliore gestione della domanda assistenziale.

L’adozione della formulazione sottocutanea avviene a invarianza di organico

Inoltre, i professionisti hanno dichiarato, sempre da un punto di vista organizzativo, che l’adozione della formulazione sottocutanea avviene a invarianza di organico. La totalità dei rispondenti ha infatti sottolineato come l’implementazione della nuova modalità di somministrazione non richieda l’assunzione di personale aggiuntivo, confermando la sostenibilità della tecnologia all’interno degli attuali assetti dipartimentali.

L’investimento richiesto si sposta, piuttosto, sul versante delle competenze: circa i tre quarti del campione segnalano la necessità di interventi formativi mirati, rivolti prevalentemente al personale infermieristico del Day Hospital e agli operatori della Farmacia Ospedaliera, con un coinvolgimento marginale delle altre figure professionali e dei caregiver. Tuttavia, tale burden formativo appare decisamente contenuto: la durata stimata dei training, compresa tra 1 e 4 ore, suggerisce un impegno facilmente assorbibile nel breve periodo, senza impattare sulla continuità del servizio.

Sono ritenuti necessari eventi formativi mirati per il personale infermieristico della durata di 1-4 ore

Parallelamente alla formazione tecnica, la governance del cambiamento richiede momenti di allineamento organizzativo, così come di comunicazione sulla variazione dei processi. Oltre l’85% dei professionisti ritiene necessari incontri di coordinamento multidisciplinare – coinvolgendo medici, infermieri e farmacisti – finalizzati alla definizione dei nuovi flussi di lavoro e alla chiara attribuzione di ruoli e responsabilità.

L’introduzione della via sottocutanea si configura quindi come un cambiamento a basso impatto strutturale. Essa richiede un adattamento organizzativo iniziale, focalizzato su formazione e comunicazione interna, ma non comporta investimenti incrementali in risorse umane né revisioni strutturali degli spazi, potendo essere gestita efficacemente attraverso gli strumenti di governo clinico già in uso nelle aziende sanitarie.

Conclusioni

L’integrazione dei dati economici e delle percezioni dei professionisti offre un quadro chiaro del valore complessivo della formulazione sottocutanea di atezolizumab. La SC non modifica il profilo clinico o la sicurezza intrinseca della molecola, ma genera vantaggi concreti e misurabili a livello organizzativo e gestionale.

In termini quantitativi, la riduzione dei tempi di allestimento (da 15 a 4 minuti) e somministrazione (da 20 a 10 minuti) si traduce in un risparmio economico significativo (-32,98% a singolo paziente), concentrato soprattutto sulle risorse umane e sul materiale di consumo. Dal punto di vista qualitativo, analizzando le percezioni dei professionisti coinvolti, vengono confermate la maggiore sicurezza procedurale, la riduzione dell’invasività e la semplificazione della gestione dei flussi, con impatto positivo sulla qualità della vita dei pazienti e dei caregiver.

Il pattern emerso evidenzia che il valore aggiunto della SC è maggiore nelle dimensioni procedurali e organizzative, particolarmente sugli snodi che incidono sul tempo e sull’efficienza dei servizi (agenda, liste d’attesa, allestimento e approvvigionamento), mentre le dimensioni etico-sociali e cliniche rimangono sostanzialmente invariate.

Il valore aggiunto della SC è maggiore nelle dimensioni procedurali e organizzative, particolarmente sugli snodi che incidono sul tempo e sull’efficienza dei servizi

Queste evidenze risultano essere coerenti con la letteratura disponibile sulla tematica [Cappuzzo et al., 2025], che riporta come la maggioranza dei pazienti abbia espresso preferenza per la somministrazione sottocutanea, percepita come più comoda rispetto alla via endovenosa. Analogamente, tra i professionisti sanitari, oltre il 75% ha ritenuto la somministrazione SC più agevole e il 77,8% ha concordato sul fatto che consenta ai pazienti di trascorrere meno tempo nelle unità di cura.

I risultati suggeriscono che l’innovazione introdotta dalla formulazione sottocutanea consenta di conciliare efficacia terapeutica (ampiamente dimostrata dagli studi clinici registrativi) e sostenibilità del sistema sanitario, migliorando l’efficienza dei processi senza richiedere investimenti aggiuntivi in risorse umane o infrastrutture. In un contesto di crescente pressione assistenziale e incremento della popolazione oncologica, la SC rappresenta quindi un modello di innovazione replicabile, in grado di amplificare il valore organizzativo e sociale della terapia senza compromettere il risultato clinico.

In collaborazione con il gruppo di lavoro del Corso di Alta Formazione in definizione del valore multidimensionale dei trattamenti oncologici – DEMIS della LIUC Business School, Università Cattaneo – LIUC: Maria Ida Abbate, Daniela Aldrighetti, Roberto Barbieri, Andrea Bernardinello, Maria Rosaria Blago, Serena Capici, Raffaella Cavi, Fabrizio Cucchiara, Alessandra Ferrari, Camilla Ferri, Michela Festari, Elisa Gallerani, Pietro Gazzola, Giovanna Luchena, Filomena Marino, Daniele Nardozza, Sara Nobili, Chiara Panciroli, Barbara Pezzini, Matteo Pizzi, Renza Richini, Francesco Vitiello, Cristina Zocchi

Bibliografia

Antibiotici e intelligenza artificiale: la nuova frontiera contro i batteri resistenti

L’antimicrobico-resistenza continua a essere una delle minacce globali più serie per la salute. Batteri sempre più resistenti agli antibiotici mettono in crisi sistemi sanitari, percorsi di cura e strategie di prevenzione, rendendo urgente lo sviluppo di nuovi strumenti per la diagnosi, la sorveglianza e la scoperta di farmaci efficaci. Negli ultimi anni, tra le possibili risposte a questa sfida, si è fatta strada l’intelligenza artificiale, che promette di accelerare la ricerca scientifica e di migliorare la gestione clinica delle infezioni resistenti.

Un recente lavoro, pubblicato su Expert Review of Anti-infective Therapy, analizza opportunità e limiti dell’uso dell’AI nella lotta alla resistenza antimicrobica. Dalla scoperta di nuovi antibiotici alla sorveglianza dei patogeni, fino ai sistemi di supporto alle decisioni cliniche, le applicazioni dell’intelligenza artificiale stanno moltiplicandosi. La loro adozione su larga scala però è ancora lontana. Restano aperti aspetti critici come la qualità e la trasparenza dei dati utilizzati per addestrare gli algoritmi, la necessità di modelli comprensibili per i clinici, l’accesso alle infrastrutture digitali e la definizione di un quadro etico e regolatorio ben definito. L’AI, sottolineano gli autori, non può sostituire il ragionamento clinico, ma deve affiancarlo, rafforzando l’antimicrobial stewardship e rendendo le decisioni terapeutiche più informate e tempestive.

A che punto siamo nell’integrazione dell’AI nella pratica clinica e quali passi sono necessari?

Ne parliamo a TrendSanità con Daniele Roberto Giacobbe, professore associato di Malattie infettive, Dipartimento di Scienze della Salute, Università di Genova, Specialista in Malattie infettive, IRCCS Azienda Ospedaliera Metropolitana, Genova, Co-presidente del gruppo di esperti ESGAID (Accesso digitale, equità e sviluppo delle capacità) e primo autore dello studio. Cerchiamo di capire a che punto siamo nell’integrazione dell’AI nella pratica clinica e quali passi sono necessari affinché questa tecnologia diventi uno strumento sicuro ed efficace nella lotta contro la resistenza agli antibiotici.

Quando la ricerca non basta. Le barriere all’uso clinico dell’intelligenza artificiale

«Più che ostacoli li chiamerei necessità, ad esempio necessità di validazione appropriata – risponde Giacobbe. Molti modelli sono stati testati preliminarmente e hanno mostrato di essere promettenti, ma questo non basta quando si ha a che fare con decisioni le cui conseguenze hanno un impatto significativo sulla salute dei pazienti. Un modello promettente deve essere testato nuovamente (validato) su dati di pazienti necessitanti terapia antibiotica diversi da quelli su cui si è mostrato promettente, per vedere se la performance può essere generalizzata e quindi il buon funzionamento può conseguentemente essere atteso anche su altri pazienti, come quelli incontrati nella pratica clinica quotidiana. Successivamente, il modello deve essere testato sperimentalmente in uno studio interventistico, ovvero confrontando se la cura migliora utilizzando il supporto del modello piuttosto che non utilizzandolo, previa approvazione della conduzione dello studio da parte del comitato etico pertinente e utilizzando un disegno di studio che garantisca la massima qualità di evidenza scientifica.

Daniele Roberto Giacobbe

Tutto ciò richiede tempo. Anche se tutti vorremmo subito avere a disposizione strumenti che hanno potenzialità di migliorare la cura, tali potenzialità vanno dimostrate in modo scientificamente rigoroso, così come vanno studiati in modo rigoroso i possibili “effetti collaterali”, ad esempio, il rischio di suggerimenti sbagliati o incompleti, anche quando il loro numero atteso è basso, per riconoscerli ed evitarli. Tutto ciò introduce un’altra necessità, quella di definire chiaramente le basi etiche e giuridiche della responsabilità in caso di errore da parte del modello. Vi sono poi necessità a livello di strutture, interoperabilità e flusso di dati, che permettano a tali modelli, una volta implementati, di funzionare correttamente, velocemente in linea con le necessità cliniche, e nel pieno rispetto della privacy. Nel complesso, ritengo ci siano evidenti potenzialità e che sia conseguentemente verosimile che un giorno la nostra pratica clinica quotidiana verrà pervasa da strumenti di intelligenza artificiale capace di aiutarci a combattere meglio l’antimicrobicoresistenza, ma per arrivare a ciò non va sacrificato il rigore scientifico e non vanno trascurate le necessità tecniche, etiche, giuridiche, strutturali e organizzative».

Come rendere l’AI uno strumento credibile per la prescrizione degli antibiotici

«Si tratta di un tema complesso. Il ragionamento clinico implica una dinamicità con diversi passaggi logici che portano ad una diagnosi di malattia infettiva o ad una terapia antibiotica. Gli studi clinici classici che ci aiutano a capire quale antibiotico scegliere forniscono in genere una “spiegazione” di quali sono i fattori (gravità clinica, precedenti infezioni da microorganismi resistenti, condizioni cliniche che predispongono a certe infezioni) che determinano una scelta terapeutica. Seppure anche in tali studi classici non sia in genere dimostrata una causalità, ma spesso solo un’associazione di certi fattori con il rischio di una determinata infezione o di un determinato agente eziologico, i medici ritrovano una plausibilità delle associazioni in linea con il ragionamento clinico.

Ad esempio, è fisiopatologicamente plausibile che, pazienti che hanno già avuto infezioni da microorganismi multiresistenti, in caso di una nuova infezione grave per cui deve essere avviata una terapia antibiotica empirica prima di arrivare all’identificazione dell’agente eziologico, abbiano un rischio maggiore che la nuova infezione sia causata nuovamente da un microorganismo multiresistente, e questo influenza la scelta della terapia antibiotica empirica».

Il nodo della “black box” e dell’intelligenza artificiale spiegabile

«Con alcuni modelli di intelligenza artificiale, comunemente detti “black box”, anche se potenzialmente più accurati nel dare suggerimenti rispetto ai modelli classici, i fattori di cui sopra non vengono identificati – spiega Giacobbe –  pertanto viene data al clinico, per quanto accurata, solo una probabilità che l’infezione sia data da un microorganismo multiresistente, senza “spiegare” quali fattori sono importanti nel determinare tale rischio, e il medico può essere di conseguenza disorientato e scettico.

Modelli AI “black box” offrono probabilità senza spiegazioni, generando scetticismo mentre l’AI spiegabile può chiarire i fattori decisionali

In parte tale scetticismo è un atteggiamento corretto, perché non sapere quali sono i fattori determinanti può anche precludere l’identificazione di un fattore implausibile e quindi l’identificazione di un errore nel suggerimento, che con i modelli classici porta a rivalutare un attimo il caso e prendere una decisione più corretta. Anche per questo è in voga l’“intelligenza artificiale spiegabile” cioè un insieme di tecniche che permettono di provare a “spiegare”, cioè a dirci quali sono i fattori che determinano la probabilità che ci viene comunicata da un modello “black box”.

Tali tecniche cercano di mimare quel che accade con i modelli classici, ma la spiegazione in molti casi non è ancora così accurata come si vorrebbe, e tali tecniche sono quindi in evoluzione e continuo miglioramento. Vi sono poi alcune correnti di pensiero che fanno notare come modelli di intelligenza artificiale complessi potrebbero riuscire a predire molto bene il rischio di una certa infezione o di un certo agente eziologico senza potere essere totalmente spiegabili. Naturalmente, questo è un altro campo di ricerca molto attivo con diverse implicazioni tecniche, etiche, giuridiche, e anche filosofiche».

Medici e intelligenza artificiale. Collaborazione, non sostituzione

«Potrà sembrare una risposta banale, ma come quasi tutte le nuove tecnologie molto dipende da come la svilupperemo e la implementeremo – continua Giacobbe. Se gli aspetti essenziali di formazione dei futuri medici alla comprensione e all’utilizzo di tali sistemi nelle decisioni cliniche verranno ignorati o non valorizzati adeguatamente, ci troveremo di fronte a nuove generazioni che non conosceranno né i limiti né le potenzialità di tali sistemi.

Alcuni aspetti tecnici, scientifici, etici e giuridici devono essere ancora ottimizzati ma conviene farsi trovare pronti

Questo darebbe credito a chi vede un’intelligenza artificiale che ci sostituisce mentre, invece, io vedo delle potenzialità incredibili nel medico formato a comprendere come questi sistemi funzionano, quando e perché possono sbagliare, e come sfruttarli per aumentare la propria capacità decisionale in modo che la combinazione medico più AI sia sempre migliore dei due addendi singolarmente.

Vale per tutta la medicina, ma per la gestione delle infezione resistenti può portare a diagnosi più precoce, tassi di terapia appropriata incrementati, e miglioramento delle cure».

Sanità digitale in ritardo. AI promessa prematura o spinta al cambiamento?

«Le potenzialità sembrano indubbie e ciò sicuramente spinge verso l’implementazione. Tuttavia, le necessità discusse precedentemente rappresentano attualmente un freno che tutto sommato non è un aspetto totalmente sfavorevole in quanto alcuni aspetti tecnici, scientifici, etici e giuridici devono essere ancora ottimizzati, a mio avviso. Questo deve essere però una leva, senza procrastinare troppo l’inizio della trasformazione digitale; le necessità di cui sopra ci danno un po’ di tempo per prepararci strutturalmente, ma conviene farsi trovare pronti».

Il rischio dell’“effetto pilota automatico” e quanto affidarsi agli algoritmi

«Questo è un altro tema cruciale. La necessità di delineare bene gli aspetti legali ed etici di responsabilità clinica è già stato discussa e non ritengo che i sistemi di supporto alla prescrizione antibiotica possano e debbano essere implementati e utilizzati prima che il confine sia definitivamente e precisamente delineato da un punto di vista giuridico. La domanda mi permette tuttavia di evidenziare un altro tema fondamentale, quello del ragionamento clinico condiviso con l’intelligenza artificiale. Ciò rappresenta una novità che è anche uno dei campi attivi di ricerca del nostro gruppo a Genova. In breve, diversi sistemi di intelligenza artificiale non suggeriscono semplicemente al medico un determinato antibiotico, ma, nel nostro stesso linguaggio, accompagnano il ragionamento dai primi sintomi all’interpretazione dei risultati degli esami, e dalle considerazioni sull’anamnesi del paziente fino a quelle su cui si basa la scelta di un determinato antibiotico.

La novità sta quindi in un’interazione continua tra medico e intelligenza artificiale lungo tutto il ragionamento clinico, che pertanto ha ora due componenti invece che solo una, e le conseguenze in termini di vantaggi e svantaggi di questo nuovo ragionare insieme non sono state ancora studiate approfonditamente. Abbiamo chiamato questa condizione “shared reasoning fragility” (fragilità del ragionamento condiviso), in cui il termine fragilità non è necessariamente una limitazione, ma sottolinea la novità di tale condizione e la necessità di studiare approfonditamente questo nuovo processo. Ritengo ciò sia cruciale anche per capire bene e meglio quando, in questo viaggio condiviso, un medico potrebbe protendere verso fidarsi eccessivamente dell’algoritmo, una cosa che deve essere evitata per non perdere tutti i vantaggi cui può portare un ragionamento condiviso attivo in termini di miglioramento delle cure per i pazienti».