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Neurologia: dalla SIN nuove raccomandazioni per ridurre le visite inappropriate

Ridurre le visite neurologiche non necessarie e garantire tempi più rapidi a chi ne ha davvero bisogno. Con questo obiettivo sono state elaborate dalla Società Italiana di Neurologia (SIN) le nuove Raccomandazioni di Buona Pratica Clinico‑Assistenziale (RBPCA) per l’appropriatezza della prima visita neurologica, su richiesta del Ministero della Salute e pubblicate dall’Istituto Superiore di Sanità.

L’obiettivo delle raccomandazioni è evitare visite non necessarie e garantire un percorso più rapido e appropriato per i pazienti con condizioni realmente rilevanti

Il documento interviene su una delle principali criticità del Servizio sanitario nazionale: l’elevata richiesta di visite neurologiche, spesso legata a condizioni molto frequenti come cefalea, disturbi cognitivi e tremore. In molti casi si tratta di situazioni che possono essere gestite già a livello di medicina generale, con il risultato di un sovraccarico delle liste di attesa e di un accesso più difficile per i pazienti che necessitano realmente dello specialista.

Le nuove raccomandazioni introducono indicazioni chiare e operative per stabilire quando è appropriato inviare il paziente al neurologo e quando, invece, la gestione può avvenire sul territorio. In totale sono state definite 8 raccomandazioni: 6 identificano le situazioni in cui la visita specialistica è indicata e 2 quelle in cui non è raccomandata, offrendo un riferimento concreto per medici e servizi sanitari.

Mario Zappia

«Queste raccomandazioni rappresentano un passaggio fondamentale per migliorare l’accesso alle cure neurologiche nel nostro Paese – afferma il Professor Mario Zappia, Presidente SIN – L’obiettivo è evitare visite non necessarie e garantire un percorso più rapido e appropriato per i pazienti con condizioni realmente rilevanti. Non si tratta di limitare l’accesso allo specialista, ma di renderlo più efficace e mirato, rafforzando il ruolo della medicina territoriale e migliorando l’integrazione tra i diversi livelli di assistenza».

Per quanto riguarda la cefalea, viene indicato il ricorso allo specialista in presenza di segnali di allarme – come l’insorgenza improvvisa, il peggioramento progressivo, la comparsa in età avanzata o la presenza di sintomi neurologici associati – mentre le forme più comuni, come l’emicrania non frequente, possono essere seguite inizialmente dal medico di famiglia. Diverso il caso delle forme croniche, con mal di testa per oltre 15 giorni al mese, per le quali è raccomandato l’invio allo specialista.

Per il tremore, le raccomandazioni distinguono tra condizioni che richiedono approfondimento neurologico – come i tremori a riposo, asimmetrici, di nuova insorgenza o associati ad altri disturbi neurologici – e situazioni più lievi o legate a cause riconoscibili, che possono essere gestite in prima battuta sul territorio.

Analogo approccio per i disturbi cognitivi, per i quali viene valorizzato il ruolo del medico di medicina generale nel primo inquadramento diagnostico, prevedendo l’invio allo specialista nei casi di peggioramento progressivo non spiegato dagli accertamenti iniziali e orientando invece verso percorsi più appropriati, come quelli geriatrici, i pazienti con forme avanzate e condizioni di fragilità elevata.

Le raccomandazioni sono state sviluppate da un gruppo multiprofessionale che ha coinvolto neurologi, medici di medicina generale, metodologi e anche rappresentanti dei pazienti, sulla base delle migliori evidenze scientifiche disponibili e attraverso un processo strutturato di consenso.

Sanità, GIMBE: 65 tipologie di frodi e abusi nel SSN. «Serve una mappa nazionale dei rischi»

Frodi e abusi in sanità non vengono letti come episodi isolati, ma come distorsioni strutturali che attraversano l’intero Servizio sanitario nazionale, con impatti su allocazione delle risorse, accesso alle cure e fiducia dei cittadini. È il quadro delineato dal nuovo report dell’Osservatorio della Fondazione GIMBE, presentato a Roma presso la sede dell’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) nell’ambito del protocollo di collaborazione tra i due enti.

Il documento colloca la sanità tra i settori maggiormente esposti a fenomeni corruttivi a livello internazionale, per effetto di caratteristiche strutturali come l’asimmetria informativa tra attori, la complessità dei processi decisionali e l’elevata discrezionalità nella gestione clinica e amministrativa. In Italia, il tema si intreccia con l’ampiezza della spesa pubblica: secondo ANAC, circa il 25% del valore dei contratti pubblici riguarda la sanità, pari a 70,5 miliardi di euro nel 2023.

La tassonomia GIMBE individua 65 tipologie di frodi e abusi nel SSN

«Questo dato, seppur non consenta di stimare con precisione l’impatto economico dei fenomeni corruttivi, indica comunque l’ampiezza dell’area di spesa pubblica più esposta a tali rischi. È proprio qui che servono strumenti più avanzati di trasparenza, tracciabilità digitale, controlli tempestivi e rafforzamento dell’accountability del sistema», ha sottolineato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE.

Una tassonomia per leggere i rischi del sistema

Uno dei principali elementi del report è la proposta di una tassonomia nazionale delle frodi e degli abusi in sanità, pensata per uniformare linguaggio, classificazione e monitoraggio dei fenomeni.

Il modello individua nove macro-aree di rischio che coprono governance, regolazione, ricerca, acquisti, gestione finanziaria e risorse umane, fino all’erogazione dei servizi. All’interno sono state identificate 65 tipologie di frodi e abusi, che includono anche pratiche opportunistiche e irregolarità amministrative non sempre penalmente rilevanti, ma con impatto sul funzionamento del sistema.

«Di fronte all’estrema variabilità delle pratiche corruttive e alla frammentazione della terminologia utilizzata nei diversi contesti, una tassonomia condivisa non è un esercizio classificatorio, ma uno strumento operativo. Serve a parlare la stessa lingua, misurare i rischi, confrontare i dati e orientare in modo più efficace le politiche di prevenzione e controllo», ha spiegato Cartabellotta.

Tassonomia GIMBE di frodi e abusi in sanità

Tassonomia di frodi e abusi in sanità
A. Policy-making e governance del sistema sanitario
A.1. Influenze indebite sulle politiche sanitarie (capture of health policy).
A.2. Omessa, ritardata o attuazione selettiva delle politiche sanitarie.
A.3. Influenze indebite sulle politiche non sanitarie (resistenza al principio “health in all policies”).
B. Regolamentazione del sistema sanitario
B.1. Approvazione impropria o accelerata di prodotti.
B.2. Ritardata, omessa o irregolare sospensione di prodotti sanitari.
B.3. Manipolazione dei processi di negoziazione e rimborsabilità di farmaci.
B.4. Ispezione inadeguata della qualità dei prodotti e delle buone pratiche di fabbricazione.
B.5. Selezione inappropriata di prodotti in prontuari, listini, repertori o cataloghi.
B.6. Attestazione impropria di qualifiche professionali.
B.7. Accreditamento o autorizzazione irregolare di strutture sanitarie private.
C. Ricerca clinica
C.1. Utilizzo improprio dei fondi assegnati alla ricerca.
C.2. Conduzione di studi non autorizzati o in violazione dei princìpi etici.
C.3. Fabbricazione, falsificazione e plagio (research misconduct).
C.4. Pratiche di ricerca discutibili (questionable research practices).
C.5. Registrazione, reporting e disseminazione distorta dei risultati.
D. Marketing e promozione di farmaci, dispositivi medici e altre tecnologie sanitarie
D.1. Promessa, offerta, corresponsione, sollecitazione o accettazione di utilità indebite da parte di professionisti sanitari.
D.2. Promessa, offerta, corresponsione, sollecitazione o accettazione di utilità indebite da parte di funzionari pubblici.
D.3. Finanziamenti o altre utilità indebite a società scientifiche e associazioni di pazienti.
D.4. Finanziamento condizionante della formazione continua.
D.5. Utilizzo improprio di studi post-marketing.
D.6. Affermazioni false, incomplete o fuorvianti su farmaci, dispositivi medici e altre tecnologie sanitarie.
D.7. Modifiche improprie delle soglie di malattia.
D.8. Disease mongering.
E. Acquisto di beni e servizi
E.1. Acquisti non necessari, inappropriati o sovradimensionati.
E.2. Manipolazione dei requisiti della gara d’appalto.
E.3. Frazionamento artificioso delle acquisizioni.
E.4. Ricorso indebito alla somma urgenza o ad altre deroghe emergenziali.
E.5. Selezione preferenziale dell’aggiudicatario.
E.6. Collusione tra i partecipanti alla gara.
E.7. Revoca, annullamento o riedizione strumentale della procedura di affidamento.
E.8. Varianti improprie in corso di esecuzione del contratto.
E.9. Proroghe tecniche indebite.
E.10. Difforme, incompleta o fraudolenta esecuzione delle prestazioni contrattuali.
E.11. Capitolati, clausole o soluzioni tecniche con effetto lock-in.
E.12. Valutazioni improprie della fungibilità di beni e servizi.
E.13. Comodati d’uso, valutazioni in prova e donazioni strumentali.
F. Distribuzione e stoccaggio di prodotti sanitari
F.1. Appropriazione indebita, sottrazione o deviazione di prodotti sanitari.
F.2. Immissione o reimmissione sul mercato di prodotti contraffatti, adulterati o non conformi.
F.3. Riconfezionamento, rietichettatura o ricondizionamento improprio di prodotti sanitari.
G. Gestione delle risorse finanziarie
G.1. Appropriazione indebita, distrazione o sviamento di fondi pubblici.
G.2. Appropriazione indebita, distrazione o sviamento di erogazioni liberali.
G.3. Gestione inadeguata o distorta del patrimonio immobiliare.
G.4. Spacchettamento tariffario indebito (unbundling).
G.5. Corrispettivi informali o pagamenti non tracciati.
G.6. Trattamenti preferenziali nell’accesso alle prestazioni sanitarie.
G.7. Indebita fruizione di esenzioni dalla compartecipazione alla spesa sanitaria.
G.8. Utilizzo indebito di identità, tessere o credenziali sanitarie altrui.
G.9. Rilascio, avallo o utilizzo di false certificazioni sanitarie.
G.10. Fatturazioni false, indebite o non documentate.
G.11. Falsificazione o codifica opportunistica della scheda di dimissione ospedaliera (upcoding).
G.12. Omesso o tardivo aggiornamento degli elenchi degli assistiti.
H. Gestione delle risorse umane
H.1. Selezione, conferimento o mantenimento indebito di incarichi e progressioni di carriera.
H.2. Rimozione arbitraria o penalizzazione di personale non gradito.
H.3. Condizionamento indebito delle attività lavorative.
H.4. Assenteismo, negligenza o inadempimento dei doveri di servizio.
H.5. Esercizio abusivo di professione sanitaria.
I. Erogazione dei servizi sanitari
I.1. Manipolazione e falsificazione della documentazione sanitaria.
I.2. Utilizzo a fini privati di strutture, attrezzature, beni di consumo e ore di lavoro.
I.3. Favoritismi.
I.4. Erogazione di servizi di qualità inferiore.
I.5. Manipolazione degli indicatori.
I.6. Dirottamento dei pazienti verso strutture private.
I.7. Utilizzo improprio dell’attività libero-professionale intramuraria (ALPI).
I.8. Manipolazione delle liste d’attesa.
I.9. Consulti specialistici e prestazioni non necessari.

Impatto su equità e qualità dell’assistenza

Secondo il report, frodi e abusi non si limitano alla sottrazione di risorse economiche, ma possono incidere sulla qualità delle cure, sull’equità di accesso e sulla distribuzione territoriale dei servizi sanitari.

La letteratura internazionale evidenzia inoltre associazioni tra livelli elevati di corruzione e peggiori esiti di salute, in particolare nei contesti più fragili, con effetti su aspettativa di vita, mortalità e accesso alle cure essenziali.

Le proposte GIMBE: dalla reazione alla prevenzione

«Alla luce delle criticità individuate – dichiara Cartabellotta – la Fondazione GIMBE propone di trasformare l’enorme patrimonio informativo già disponibile in un sistema nazionale di prevenzione, monitoraggio e accountability su frodi e abusi nel SSN. Non con l’obiettivo di introdurre nuovi adempimenti burocratici, ma di rendere interoperabili i dati, misurabili i rischi, verificabili i conflitti di interesse, utilizzabili tutte le segnalazioni, trasparenti gli esiti e responsabili le istituzioni».

Per la Fondazione GIMBE oggi è necessario passare da un modello prevalentemente reattivo a uno preventivo, a partire dalla standardizzazione della terminologia e dall’adozione di una tassonomia condivisa di frodi e abusi in sanità, proposta dal report come riferimento nazionale per classificazione, monitoraggio e valutazione dei rischi.

Tra le proposte operative l’istituzione di un Osservatorio nazionale su frodi e abusi in sanità in grado di integrare i flussi informativi sanitari, amministrativi e giudiziari, il rafforzamento della capacità predittiva dei controlli tramite indicatori di rischio e strumenti di intelligenza artificiale, una più rigorosa e trasparente gestione dei conflitti di interesse, la protezione e valorizzazione del whistleblowing come strumento di intelligence, il potenziamento di audit interni e accountability delle aziende sanitarie.

Ridurre sprechi, frodi e abusi significa usare meglio il denaro pubblico e aumentare il valore della spesa sanitaria, non sostituire gli investimenti necessari per garantire il diritto alla tutela della salute

«Contrastare frodi e abusi – conclude Cartabellotta – non è solo una questione etica o giudiziaria, ma significa proteggere risorse pubbliche, pazienti e qualità delle cure. Tuttavia, il contrasto di questi fenomeni non può in alcun modo diventare un alibi per giustificare il definanziamento della sanità pubblica: il SSN continua ad avere bisogno di un incremento stabile e adeguato delle risorse, in particolare per il personale sanitario. Ridurre sprechi, frodi e abusi significa usare meglio il denaro pubblico e aumentare il valore della spesa sanitaria, non sostituire gli investimenti necessari per garantire il diritto alla tutela della salute. Perché in un sistema sanitario sottofinanziato e disfunzionale i comportamenti opportunistici e le scorciatoie improprie proliferano, contribuendo ad ampliare le diseguaglianze e a indebolire la fiducia dei cittadini».

ANAC: «La cattiva gestione è il primo varco per frodi e corruzione»

La cattiva gestione rappresenta uno dei principali punti di vulnerabilità del Servizio sanitario nazionale, attraverso cui possono svilupparsi inefficienze, sprechi e fenomeni corruttivi. È il quadro delineato dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia, intervenuto a Roma in occasione della presentazione del report GIMBE su frodi e abusi in sanità.

«Nel settore sanitario – ha dichiarato Busia – la cattiva amministrazione è il primo varco attraverso cui si insinuano infiltrazioni criminali, sprechi e distorsioni. Non solo reati, ma anche malagestione: anomalie negli appalti, irregolarità nelle liste d’attesa, favoritismi nelle nomine, accreditamenti opachi».

Il presidente ANAC ha inoltre sottolineato il ruolo dei conflitti di interesse e della trasparenza nei processi decisionali: «Spesso alla base ci sono conflitti di interesse non gestiti e trasparenza insufficiente».

Appalti e sanità: il nodo delle competenze

Secondo ANAC, l’area dei contratti pubblici resta quella più esposta ai rischi, anche per la complessità crescente delle tecnologie sanitarie e dei dispositivi medici.

Il contributo di ANAC nelle parole del presidente Giuseppe Busia

«L’area più esposta a rischi corruttivi e a cattiva gestione resta quella dei contratti pubblici, dove la coincidenza tra chi propone l’acquisto e chi utilizza farmaci e dispositivi può generare opacità, scelte non concorrenziali e spazi per infiltrazioni criminali», ha spiegato Busia.

In questo contesto, la qualificazione delle stazioni appaltanti viene indicata come elemento centrale per garantire correttezza e trasparenza nelle procedure.

Il ruolo di ANAC: prevenzione mirata e vigilanza rafforzata

«ANAC – spiega Busia – dedica da anni un’attenzione peculiare alla sanità, analizzandone i rischi specifici e indicando misure di prevenzione mirate. Il Piano Nazionale Anticorruzione 2015 e il relativo aggiornamento 2016 hanno già approfondito le principali criticità, e nel 2017 abbiamo adottato Linee guida dedicate ai codici di comportamento del SSN. Oggi, per ogni area di rischio, proponiamo misure operative che saranno sottoposte a consultazione pubblica: vogliamo soluzioni condivise, applicabili e realmente utili. La prevenzione funziona solo se è partecipata, trasparente e verificabile».

Gli ambiti più esposti

Oltre all’area dei contratti pubblici, anche la gestione del personale presenta ambiti da attenzionare. Busia ricorda come Anac abbia denunciato tempestivamente «le distorsioni legate all’esternalizzazione del personale sanitario (il fenomeno dei c.d. “gettonisti”), che hanno aumentato i costi e indebolito la qualità dei servizi: occorre tornare a valorizzare il personale del SSN con concorsi meritocratici e percorsi stabili. Persistono, poi, irregolarità nelle nomine e negli incarichi, che in un settore così delicato devono essere sempre trasparenti e fondate sul merito.

Appalti, liste d’attesa e nomine sono tra le aree più esposte a comportamenti non corretti e opachi

Anche la libera professione e la gestione delle liste d’attesa possono generare comportamenti opportunistici, motivo per cui raccomandiamo sistemi digitali integrati che garantiscano tracciabilità ed equità. Parimenti, l’accreditamento e il convenzionamento per l’erogazione di prestazioni sanitarie per conto e a carico del SSN richiedono controlli rafforzati e totale trasparenza, così come l’area dei farmaci, dei dispositivi e della ricerca clinica, dove pressioni commerciali e scelte prescrittive non sempre adeguatamente vigilate possono incidere sull’interesse pubblico. In tutti questi ambiti, raccomandiamo di potenziare in modo significativo la vigilanza sui conflitti di interessi, perché solo una gestione rigorosa e sistematica di tali situazioni può garantire che ogni decisione risponda esclusivamente al bene del cittadino e alla correttezza dell’azione amministrativa. Oltre a ciò, la trasparenza resta il presidio essenziale per tutelare i pazienti e garantire la tutela dell’interesse pubblico».

Digitalizzazione e trasparenza: strumenti di efficienza e garanzie di equità

«La digitalizzazione e la trasparenza – evidenzia Busia – non sono adempimenti, ma leve di efficienza e garanzie di equità. Rendere nativi digitali contratti, dati e processi significa semplificare il lavoro, ridurre gli oneri, accelerare i controlli e rafforzare la capacità del sistema di prevenire abusi. La trasparenza digitale non rallenta: è un moltiplicatore di qualità, partecipazione e fiducia. Nella sanità, poi, è decisiva per rendere il cittadino realmente consapevole delle modalità di accesso alle prestazioni e per dare piena attuazione ai principi di uguaglianza e universalità del SSN. Per questo occorre ampliare la pubblicità dei dati anche oltre gli obblighi di legge, quando serve a garantire controllo diffuso e conoscenza effettiva dell’operato pubblico».

Competenze specialistiche negli appalti sanitari

«Negli appalti sanitari, poi – osserva inoltre Busia – la qualificazione e la specializzazione delle stazioni appaltanti sono imprescindibili. Qui gli acquisti riguardano tecnologie complesse, dispositivi ad alto contenuto tecnico, farmaci innovativi: non possono essere gestiti con strutture improvvisate o competenze generiche. Servono professionalità dedicate, capaci di leggere il mercato, valutare alternative, prevenire distorsioni e resistere a pressioni esterne. Solo stazioni appaltanti realmente qualificate possono garantire procedure trasparenti, scelte efficienti e un uso corretto delle risorse pubbliche in un settore dove ogni errore pesa sulla qualità delle cure e sulla fiducia dei cittadini».

Nessuna demonizzazione: la sanità italiana resta un’eccellenza

«È fondamentale, però, – precisa Busia – evitare che i comportamenti scorretti di pochi offuschino l’opera meritoria – spesso eroica – della stragrande maggioranza del personale sanitario. Il nostro SSN resta un modello di eccellenza riconosciuto a livello internazionale e proprio per questo va protetto con determinazione, rafforzando integrità, trasparenza e responsabilità. Difendere la sanità pubblica da corruzione e cattiva gestione significa difendere la vita delle persone: in un settore tanto delicato, ogni ombra è un rischio, ogni spreco un danno alla salute, ogni opacità una ferita alla fiducia. Il nostro impegno è garantire un sistema sanitario trasparente, equo e all’altezza del diritto fondamentale che deve tutelare».

Dati clinici, la svolta “By Design”: il paziente diventa partner della ricerca

Il 4 dicembre 2025 ha segnato una pietra miliare per i diritti dei pazienti in Europa. Presso il Parlamento Europeo a Bruxelles, i protagonisti del progetto IHI FACILITATE (Framework for Clinical Trial Participants’ daTA reutilization for a fully Transparent and Ethical Ecosystem) hanno presentato gli ultimi risultati all’interno di un percorso quadriennale volto a trasformare radicalmente il rapporto tra cittadini e sperimentazione clinica. Il cuore della sfida: garantire che la restituzione dei dati individuali (Return of Individual Participant Data – RoIPD) non sia più un’eccezione burocratica, ma un principio previsto fin dalla progettazione dello studio.

Oltre il GDPR: la restituzione “By Design”

Oggi, un partecipante a uno studio clinico ha formalmente il diritto di accedere ai propri dati, ma la realtà è molto diversa. «È un processo estremamente macchinoso — spiega la professoressa Johanna Blom, coordinatrice del progetto FACILITATE e docente presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE) — perché deve essere attivato dal cittadino che deve andare a bussare alla porta dello sponsor. È complicato, è caro e per le aziende non è facile ritrovare dati di molti anni prima».

La restituzione dei dati ai pazienti deve essere prevista fin dalla progettazione del trial clinico

FACILITATE propone di capovolgere questa narrativa. Non deve essere il paziente a chiedere, ma lo Sponsor della ricerca clinica, sia esso accademico o industriale, a offrire proattivamente l’accesso ai propri dati raccolti durante la ricerca. «Con questo processo abbiamo voluto sottolineare che la restituzione dei dati non può essere un afterthought, qualcosa a cui pensiamo dopo — chiarisce Blom — Deve essere incorporata by design nel protocollo del trial, definendo dall’inizio quali dati restituire, in che modo e quando».

I “FACILITATE Principles”: dal tecnicismo ai diritti quotidiani

La complessità etico-giuridica del progetto è stata tradotta in azioni concrete attraverso i “FACILITATE Principles”, una sintesi in linguaggio semplice guidata da Daniela Quaggia, Senior Project Manager per Cittadinanzattiva-Active Citizenship Network (ACN). Questi principi, che hanno già ricevuto l’endorsement di 58 associazioni di pazienti e centri di ricerca, puntano a colmare un profondo “gap”.

«Il divario più forte che vediamo è il passaggio da “oggetto di studio” a partner riconosciuto», sottolinea Quaggia. Molti pazienti riferiscono infatti che, una volta concluso lo studio, contatti e notizie spariscono, portando via con sé il riconoscimento del valore del contributo umano donato alla scienza.

I sei principi operativi includono:

  • pianificare fin dall’inizio cosa verrà restituito e quando;
  • mettere al centro la persona co-progettando la restituzione con rappresentanti dei pazienti;
  • garantire accesso equo alle informazioni;
  • spiegare chiaramente chi ne è responsabile, cosa farà e come;
  • aiutare a capire i dati restituiti con linguaggio chiaro e un punto di contatto clinico;
  • misurare e migliorare il processo di restituzione nel tempo.

«Sapere quali dati riceverò e a chi rivolgermi se ho dubbi riduce l’ansia e rafforza la fiducia nel sistema», ribadisce la project manager di Cittadinanzattiva.

Cosa torna al paziente: utilità clinica e integrità dello studio

Non tutti i dati possono però essere restituiti immediatamente. Blom distingue tra gli obiettivi primari (come la sopravvivenza o il miglioramento dei sintomi debilitanti della malattia) e i dati secondari legati alla qualità della vita.

«In aree come le malattie neurodegenerative o il Parkinson, sapere se un farmaco sta riducendo il dolore quotidiano è fondamentale per il paziente», spiega l’esperta.

La restituzione personalizzata dei dati rende la trasparenza più concreta, comprensibile e rassicurante

Esiste tuttavia un limite invalicabile: nei trial in “doppio cieco” (double blind), restituire i dati durante la sperimentazione potrebbe invalidare la ricerca. Inoltre, Blom invita alla cautela sui biomarcatori: «Sono dati sperimentali ed esplorativi che servono allo sponsor della ricerca per identificare futuri bersagli; restituirli senza una validazione clinica potrebbe generare confusione o ansia inutile».

Trasparenza contro l’esitazione vaccinale

Il tema della restituzione dei dati può essere cruciale anche nell’ambito delicato dell’esitazione vaccinale. Secondo Quaggia, «vedere i propri dati spiegati nel giusto contesto può essere più convincente di qualunque slogan».

Con la restituzione personalizzata delle informazioni di una ricerca il cittadino può comprendere meglio cosa il vaccino significhi per la propria protezione specifica: è così che la trasparenza diventa concreta e rassicurante.

Questa visione è supportata da survey su oltre 13.000 persone: l’80% dei partecipanti vorrebbe ricevere i propri dati, ma quasi nessuno li riceve. Chiudere questo gap è un valore strategico anche per l’industria: «Se aumenti la fiducia, ottieni tassi di reclutamento più alti e una minore interruzione dei trial», ricorda Blom.

L’Europa come faro di democrazia dei dati

In un momento in cui, come osserva Blom, il clima politico negli Stati Uniti sta portando a tagli ai fondi per la diversità e l’equità nella ricerca, l’Europa sta assumendo un ruolo di leadership etica.

Prossimi passi: il Toolbox di Parigi

Sebbene la fase fondamentale si sia conclusa, l’Innovative Health Initiative (IHI) ha concesso un’estensione fino al 30 giugno 2026 per avviare studi pilota. Grandi aziende come Sanofi (Project Leader) e GSK stanno testando il modello su trial clinici.

Dal 24 al 26 febbraio, i leader del progetto si sono riuniti a Parigi per definire un Toolbox pratico che include moduli e strumenti per sostenere il processo di return of individual data by design nella ricerca clinica.

I dati sono il punto di partenza fondamentale, ma non l’arrivo

«Il genio è uscito dalla bottiglia — conclude Blom —. La mia speranza è che la restituzione dei dati individuali diventi uno standard delle Good Clinical Practice». Per Quaggia, i dati sono il punto di partenza fondamentale, ma non l’arrivo: per essere partner paritari servono «strumenti di partecipazione, voce e tutele operative» che trasformino la ricerca in una “casa di vetro” più umana e trasparente.

GISMa, a Pescara il congresso su screening mammografico e innovazione

Il 21 e 22 maggio 2026 si terrà all’Aurum di Pescara il Congresso nazionale del Gruppo Italiano Screening Mammografico (GISMa), che coinvolgerà radiologi, oncologi, fisici, tecnici sanitari di radiologia medica, biologi e infermieri impegnati nei programmi di screening e nella gestione del tumore della mammella.

L’incontro sarà articolato in sessioni tematiche e letture scientifiche dedicate all’evoluzione dei modelli di screening, con particolare attenzione all’integrazione tra dati clinici, rischio individuale e nuove tecnologie diagnostiche.

Medicina di precisione e AI stanno ridefinendo i modelli organizzativi dello screening mammografico

Il congresso dedica inoltre molto spazio alla formazione. Il giorno 20 maggio sarà infatti interamente dedicato ad attività formative rivolte a radiologi, fisici, tecnici sanitari di radiologia medica e infermieri.
Ad aprire i lavori, il 21 maggio, sarà invece una lettura magistrale dal titolo “La medicina di precisione entra nella sanità pubblica: modelli e prospettive” tenuta da Francesca Caumo, Vice Presidente GISMa.

Sono poi previste sei sessioni che tratteranno numerosi temi, dall’applicazione dell’Intelligenza Artificiale in senologia, alla personalizzazione degli screening, dalla medicina integrata nei percorsi diagnostici e terapeutici alla sostenibilità dei nuovi modelli per arrivare a parlare della biopsia liquida e dei biomarcatori emergenti. L’ultima sessione sarà focalizzata sul rapporto fra comunicazione e intelligenza artificiale in senologia.

Medicina di precisione e nuovi modelli di screening

Al centro del dibattito, l’applicazione della medicina di precisione ai programmi di screening mammografico e la possibilità di costruire percorsi maggiormente personalizzati.

«La medicina di precisione non è più soltanto un orizzonte della ricerca, ma una prospettiva concreta per la sanità pubblica. Applicarla allo screening mammografico significa ripensare i percorsi a partire dal rischio individuale, integrando dati clinici, densità mammografica, familiarità, genetica, intelligenza artificiale e nuove tecnologie diagnostiche» commenta la Vice Presidente Caumo.

La sfida indicata è quella di tradurre queste informazioni in modelli organizzativi sostenibili e applicabili nei programmi di popolazione, senza compromettere universalità e accessibilità.

Intelligenza artificiale e formazione professionale

Un’attenzione specifica sarà dedicata all’intelligenza artificiale in senologia e al suo impatto sui programmi di screening, insieme ai temi della sostenibilità dei nuovi modelli, della biopsia liquida e dei biomarcatori emergenti.

La sfida è integrare innovazione e sostenibilità senza ridurre equità e accesso nei programmi pubblici

Secondo la presidente GISMa, Silvia Deandrea, l’evoluzione in corso sta modificando rapidamente il quadro operativo: «Da quando ho assunto la presidenza del GISMa 5 anni fa, il mondo dello screening mammografico è profondamente mutato e cambiamenti che sembravano appartenere a un lontano futuro sono diventati ormai il presente. Le nuove raccomandazioni italiane sull’intelligenza artificiale stanno portano questa nuova tecnologia direttamente all’interno dei programmi regionali e anche la personalizzazione dei percorsi non tarderà a diventare realtà. Questa fase di grandi cambiamenti richiede una formazione e aggiornamenti continui del personale sanitario e tecnico e gli eventi organizzati da GISMa servono proprio ad accompagnare gli attori del sistema screening a un’importante evoluzione della loro pratica personale. La necessità di far parte di una comunità di professionisti che possa aiutare il singolo e il suo ambiente a crescere sono anche testimoniati dal numero dei nostri iscritti, che è raddoppiato rispetto al 2021».

Screening e sistemi regionali

Il confronto includerà anche l’analisi dei programmi regionali di screening mammografico, con focus su adesione, qualità e omogeneità dei percorsi.

Per la realtà abruzzese, il congresso rappresenta un’occasione di confronto su criticità e risultati progressivi dei programmi di screening, con l’obiettivo di rafforzarne l’efficacia complessiva e la capacità di risposta ai bisogni della popolazione femminile: «Ospitare in Abruzzo il Congresso Nazionale GISMa rappresenta un’occasione di grande valore per il nostro territorio e per tutti i professionisti coinvolti nei programmi di screening», commenta Marzia Muzi, Responsabile UOSD Radiologia Senologica della Breast Unit di Ortona e Referente Screening Mammografico Asl2 Abruzzo. «Negli ultimi anni il Programma di Screening Mammografico in Abruzzo ha registrato miglioramenti rilevanti, seppur progressivi e graduali, sia in termini di adesione della popolazione sia per quanto riguarda la qualità e l’efficacia dei percorsi diagnostici. Sono convinta che questo appuntamento possa rappresentare una leva importante per consolidare i risultati raggiunti e sviluppare ulteriormente i programmi regionali, rafforzandone la qualità, l’omogeneità e l’impatto sulla salute delle donne.»

Parkinson: nel 90% dei casi contano ambiente e stili di vita

Nel Parkinson la componente genetica spiega circa il 10% dei casi. Nel restante 90% entra in gioco una combinazione di predisposizione individuale e fattori ambientali e comportamentali modificabili, con implicazioni dirette per le strategie di prevenzione.

Serve un cambio di paradigma: non solo potenziamento delle cure, ma anche interventi sulla prevenzione

«La curva del Parkinson sta salendo e potrebbe arrivare fino a 25 milioni di persone nel mondo entro il 2050. L’aumento atteso dei casi rende il Parkinson una questione di sanità pubblica: non basta potenziare cure e assistenza, serve anche ridurre il rischio a monte» ha dichiarato Alessandro Tessitore, presidente della Società Italiana Parkinson e Disordini del Movimento (LIMPE-DISMOV), al 12° Congresso nazionale a Rimini.

Ambiente ed esposizioni cumulative

Tra i principali fattori ambientali modificabili rientrano pesticidi, sostanze chimiche come il tricloroetilene e l’inquinamento atmosferico. Gli esperti sottolineano che il rischio non deriva quasi mai da una singola esposizione, ma dalla combinazione di più agenti nel tempo, con possibili effetti additivi o sinergici.

Il rischio non deriva quasi mai da una singola esposizione, ma dalla combinazione di più agenti nel tempo

Secondo i dati presentati, questo rafforza la necessità di politiche di prevenzione ambientale più integrate e coordinate a livello internazionale.

Alcune esperienze internazionali suggeriscono che intervenire sulle esposizioni possa tradursi in effetti misurabili nel lungo periodo. Nei Paesi Bassi, ad esempio, negli ultimi anni è stata osservata una riduzione dell’incidenza della malattia in parallelo all’adozione di politiche più rigorose su pesticidi, solventi e inquinanti. Un messaggio chiaro: la prevenzione non è solo teoria, ma può avere effetti concreti.

Prevenzione e politiche globali

Un ulteriore nodo riguarda la coerenza normativa lungo le filiere globali: restrizioni applicate in alcuni Paesi possono essere indebolite da dinamiche di produzione ed esportazione verso mercati meno regolati, con successivo rientro di prodotti sul mercato europeo.

La prevenzione è indicata come efficace solo se supportata da politiche ambientali uniformi e coerenti

In questo contesto, la prevenzione viene indicata come efficace solo se supportata da politiche ambientali uniformi e coerenti.

Stili di vita e protezione

Accanto ai fattori ambientali, lo stile di vita rappresenta una leva di prevenzione rilevante. L’attività fisica emerge come uno dei principali fattori protettivi, con evidenze sul rischio di sviluppo e sulla progressione della malattia.

Uno stile di vita sano contribuisce inoltre alla riduzione dei processi infiammatori coinvolti nei meccanismi neurodegenerativi.

Osteopati nel Servizio sanitario nazionale, il decreto sulle equipollenze apre una nuova fase

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Il decreto sulle equipollenze in osteopatia è ormai a un passo dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Il provvedimento, già firmato dal Ministro della Salute, controfirmato dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e registrato dalla Corte dei Conti, è uno dei passaggi più attesi dalla comunità osteopatica italiana e apre la strada al pieno riconoscimento della professione sanitaria.
L’annuncio è arrivato nel corso dell’11° Congresso nazionale del Registro Osteopati d’Italia (ROI), quando Cristina Rinaldi, della Direzione Generale delle Professioni Sanitarie del Ministero della Salute, ha comunicato che la pubblicazione del decreto è imminente.

La pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale è imminente: aprirà la strada al pieno riconoscimento della professione sanitaria di osteopata

La pubblicazione del decreto consentirà il riconoscimento dei titoli pregressi, l’attivazione degli elenchi speciali a esaurimento, l’istituzione dell’Albo professionale e il pieno riconoscimento della figura dell’osteopata all’interno del sistema sanitario italiano. Avrà ricadute importanti anche sul versante accademico. Darà infatti impulso alla formazione universitaria, all’attuazione delle misure compensative previste dall’accordo sulle equipollenze e all’inserimento dei docenti delle discipline caratterizzanti nei corsi di laurea. Un passaggio rilevante per gli atenei che hanno già avviato, o si preparano ad attivare, il corso di laurea in osteopatia.

ROI: «Una notizia attesa da anni»

«L’annuncio dell’imminente pubblicazione del decreto è una notizia attesa da anni da tutta la nostra comunità professionale» ha dichiarato Mauro Longobardi, Presidente del ROI (Registro Osteopati d’Italia). «Desideriamo ringraziare il Ministero della Salute, le istituzioni coinvolte e tutti i soggetti che hanno contribuito al completamento di questo percorso, che apre finalmente una fase nuova per l’osteopatia italiana. Oggi l’obiettivo non è solo finalizzare il percorso di regolamentazione della professione, ma anche promuovere un’integrazione sempre più concreta dell’osteopata all’interno del Sistema Sanitario Nazionale, valorizzando il suo contributo in tutti i livelli della prevenzione, il dialogo transdisciplinare con le altre professioni sanitarie, l’eccellenza della formazione e il passaggio ai corsi di studi universitari.

Diego Catania e Mauro Longobardi

Entreremo nella Federazione delle professioni sanitarie, che sarà tra l’altro l’organo che gestirà questo processo di regolamentazione dei professionisti tramite il percorso degli elenchi speciali. Abbiamo però un’area di identità ben precisa, che è l’area della prevenzione, all’interno della quale abbiamo un ruolo chiaramente clinico. Affronteremo quindi l’area della prevenzione primaria e tutto il suo percorso e continuum, dalla prevenzione primaria alla quaternaria, andando a definire, all’interno del sistema sanitario nazionale, anche i rapporti con le altre professioni sanitarie. Adesso gli osteopati lavorano quasi esclusivamente nel privato, quindi ci sarà bisogno di integrarsi, e il tema del congresso è proprio questo» aggiunge Longobardi a TrendSanità.

L’università pronta alla sfida

Alla tavola rotonda hanno partecipato rappresentanti del Ministero della Salute, del Consiglio Universitario Nazionale, di AGENAS e delle principali federazioni delle professioni sanitarie, a conferma del crescente interesse istituzionale nei confronti dell’osteopatia e del suo inserimento nel sistema sanitario. «Con la fine del percorso regolatorio e il pieno riconoscimento della figura professionale dell’osteopata, la formazione universitaria entra a pieno titolo come percorso abilitante alla professione» ha dichiarato Daniele Gianfrilli, Segretario del Consiglio Universitario Nazionale. «Il sistema universitario è pronto ad affrontare questa sfida, garantendo standard elevati di qualità sia sul piano teorico sia su quello pratico».

Lorena Martini, Direttore della UOC “Formazione ECM” di AGENAS, ha spiegato: «L’integrazione dell’osteopatia nella pratica clinica dei professionisti sanitari non implica una sovrapposizione di ruoli, ma si fonda su un modello collaborativo orientato alla centralità del paziente. C’è spazio per tutti, ma occorre stare dentro una rete per rispondere ai bisogni dei pazienti e promuovere un cambiamento culturale».

Lavorare in équipe permette di migliorare l’efficacia degli interventi, ridurre il rischio di trattamenti frammentati e favorire una visione più completa delle problematiche funzionali

Verso l’istituzione dell’Albo

Secondo Diego Catania, Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP, l’imminente pubblicazione del decreto segna l’avvio di una nuova fase ordinistica. «Siamo alla vigilia dell’istituzione presso gli ordini territoriali delle future commissioni d’Albo degli osteopati, un momento storico per una professione sanitaria che ha lottato tanto per essere riconosciuta» ha dichiarato. «Gli osteopati hanno percorso tutto il cammino previsto dall’iter. Attendiamo ora la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto per procedere all’istituzione degli elenchi speciali ad esaurimento degli osteopati all’interno degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. Dall’ingresso nell’elenco speciale il professionista avrà sei anni per completare il percorso per ottenere il titolo abilitante riconosciuto dallo Stato».

Cristina Rinaldi e Mauro Longobardi

Catania aggiunge poi a TrendSanità «stiamo assistendo a un’evoluzione importante delle professioni sanitarie. Il sistema salute non può più essere pensato per compartimenti stagni, il futuro è nella collaborazione tra professionisti diversi, ciascuno con le proprie specificità ma anche con competenze e aree comuni di integrazione. È un’evoluzione necessaria, perché il sistema stesso ci chiede di lavorare in modo sempre più coordinato, anche alla luce dell’approccio One Health e delle sfide legate alla prevenzione, agli screening e alla presa in carico della salute».

Integrazione e collaborazione interdisciplinare

Uno dei temi centrali del congresso è stato il ruolo dell’osteopatia all’interno di un modello di cura sempre più integrato e orientato alla collaborazione tra professionisti.
«Ritengo che le nostre professioni potranno collaborare proprio grazie al ruolo che svolgeranno le due federazioni» ha affermato Angelo Giovanni Mazzali, Tesoriere della Federazione Nazionale Ordine dei Fisioterapisti Italiani. «Il futuro richiederà sempre di più capacità di integrazione e di confronto interdisciplinare, una collaborazione fondata sulla chiarezza dei ruoli. Occorre garanzia delle competenze, codice deontologico e sicurezza delle cure. I confini dell’interdisciplinarità devono essere chiari per la tutela della persona assistita. La chiarezza dei ruoli non è corporativismo ma tutela per il cittadino».

La formazione come investimento strategico

«La formazione è una risorsa strategica per la tutela della salute» ha dichiarato Tiziana Rossetto, Presidente della Commissione di Albo Nazionale dei Logopedisti. «Questa nuova professione che si affaccia nel panorama sanitario, dopo aver completato il proprio percorso normativo e aver definito il quadro giuridico di riferimento, è ora chiamata ad affrontare una nuova sfida: investire con grande impegno nel percorso formativo. Dominio cognitivo, titolo abilitante e codice deontologico sono essenziali per inserirsi in percorsi di cura validati scientificamente. Serve disponibilità a collaborare e mettere in atto buone pratiche al di là dei paletti, vedere cosa possiamo fare insieme».

La formazione è una risorsa strategica per la tutela della salute

A chiudere il confronto è stata Daniela Addis, Presidente della Commissione di Albo Nazionale degli Assistenti Sanitari. «Costruire un sistema capace di anticipare i bisogni, anziché rincorrerli, è oggi una responsabilità condivisa. Solo attraverso la prevenzione e l’integrazione sarà possibile affrontare in modo adeguato le sfide che abbiamo di fronte».

AIFA: guida sui nuovi farmaci per diabete e obesità. «No al fai da te»

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato la guida “Nuovi farmaci per il diabete e l’obesità: cosa sapere per un uso consapevole”, accompagnata anche da un opuscolo divulgativo, con l’obiettivo di fornire informazioni aggiornate su sicurezza, indicazioni terapeutiche e corretto utilizzo clinico degli analoghi GLP-1 e dei doppi agonisti GIP/GLP-1.

Aumentano i consumi dei nuovi farmaci per obesità e diabete: AIFA richiama a un uso appropriato

I farmaci coinvolti comprendono molecole come semaglutide, liraglutide, dulaglutide, exenatide e tirzepatide, utilizzate nel trattamento del diabete di tipo 2 e, in alcuni casi, dell’obesità e del sovrappeso con comorbilità.

Crescono i consumi

Secondo i dati riportati da AIFA, tra il 2020 e il 2024 si è registrata una crescita marcata dei consumi sia nel canale rimborsato dal Servizio sanitario nazionale sia negli acquisti privati. Per la sola semaglutide si è passati da circa 322 mila confezioni rimborsate nel 2020 a oltre 4 milioni nel 2024.

In aumento anche gli acquisti privati: le confezioni di semaglutide acquistate dai cittadini sono passate da circa 29,7 mila nel 2020 a oltre 326 mila nel 2024.

«Non sono scorciatoie per dimagrire»

«Con questa iniziativa l’Agenzia intende rafforzare la corretta informazione per cittadini e operatori sanitari, sostenere la farmacovigilanza e contribuire alla tutela della salute pubblica, favorendo un accesso responsabile a terapie innovative di crescente rilevanza clinica», ha dichiarato Robert Nisticò, presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco.

«I farmaci sono uno strumento prezioso, ma non vanno mai intesi come scorciatoie prive di rischi a un corretto stile di vita», ha aggiunto Nisticò.

No a fai da te, uso off-label e acquisti illegali online

Per Pierluigi Russo, direttore tecnico-scientifico dell’AIFA, il documento nasce «dalla crescente diffusione degli analoghi GLP-1 e doppi agonisti GIP/GLP-1 nel trattamento del diabete di tipo 2 e dell’obesità, nonché dall’esigenza di promuoverne un impiego appropriato, sicuro e basato su evidenze scientifiche».

Attenzione a uso improprio e acquisti online

L’AIFA richiama inoltre l’attenzione sui rischi dell’autosomministrazione senza supervisione medica e sull’acquisto illegale online di medicinali soggetti a prescrizione.

L’Agenzia evidenzia che l’uso off-label per finalità esclusivamente estetiche può comportare rischi per la salute e contribuire a carenze di medicinali destinati ai pazienti diabetici. Segnalati anche casi in Europa di penne pre-riempite falsificate vendute sui social network.

Il panorama delle nuove terapie

Gli analoghi del GLP-1 (liraglutide, dulaglutide e semaglutide), gli agonisti del recettore GLP-1 (exenatide) e gli agonisti dei recettori GIP/GLP-1 (tirzepatide) sono molecole che imitano l’azione degli ormoni naturali prodotti dall’intestino: aumentano la produzione di insulina da parte del pancreas in risposta al cibo, rallentano lo svuotamento gastrico e agiscono sul sistema nervoso centrale riducendo il senso di fame. In questo modo, aiutano il paziente non solo a tenere sotto controllo la glicemia, ma anche ad assumere meno cibo, favorendo una significativa perdita di peso.

La nota AIFA specifica le diverse indicazioni approvate per questi farmaci, ricordando che tutti richiedono la prescrizione medica:

  • per il trattamento del diabete mellito di tipo 2: farmaci come Ozempic e Rybelsus (semaglutide), Mounjaro (tirzepatide), Victoza (liraglutide), Trulicity (dulaglutide) e Byetta/Bydureon (exenatide) sono rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale (Classe A/PHT), secondo la Nota AIFA 100. Possono essere prescritti dai Medici di Medicina Generale e dagli specialisti.
  • per la gestione del peso corporeo (obesità e sovrappeso con comorbilità): farmaci come Wegovy (semaglutide), Saxenda (liraglutide) e Mounjaro (tirzepatide, prescritto per questa specifica indicazione) non sono rimborsati dal SSN e sono classificati in classe C, con costi a carico del cittadino.

La guida AIFA e l’opuscolo sono disponibili sul portale istituzionale dell’Agenzia

FeSDI: «Farmaci GLP-1 sicuri ed efficaci se inseriti in un percorso di cura»

La Federazione delle Società Diabetologiche Italiane, che riunisce l’Associazione Medici Diabetologi e la Società Italiana di Diabetologia, richiama l’attenzione sull’importanza di una gestione corretta e condivisa delle terapie con agonisti del recettore GLP-1, utilizzate nel trattamento del diabete tipo 2 e dell’obesità.

FeSDI richiama al corretto utilizzo dei farmaci GLP-1 all’interno di percorsi di cura strutturati

Secondo FeSDI, eventuali dubbi o preoccupazioni devono essere affrontati insieme al medico curante o al diabetologo: timori generati da informazioni non correttamente contestualizzate, sottolinea la nota della Federazione, non devono indurre a sospendere autonomamente le terapie prescritte. L’interruzione non concordata con il proprio medico può, infatti, compromettere il controllo glicometabolico e ridurre i benefici cardiovascolari e renali ottenuti grazie alla continuità terapeutica.

Benefici clinici consolidati

La Federazione ricorda che gli agonisti GLP-1 rappresentano oggi una delle classi terapeutiche più studiate nell’ambito delle malattie metaboliche. I dati scientifici disponibili mostrano benefici che vanno oltre il controllo glicemico e la perdita di peso, includendo la riduzione degli eventi cardiovascolari maggiori e la protezione della funzione renale.

Le terapie per diabete e obesità mostrano benefici cardiovascolari, renali e metabolici consolidati dagli studi clinici

Più recentemente, evidenze cliniche hanno documentato effetti favorevoli anche nello scompenso cardiaco e in altri esiti rilevanti per le persone con diabete e obesità.

Il ruolo del diabetologo

Secondo FeSDI, questi farmaci devono essere inseriti in un percorso di cura strutturato, che comprenda alimentazione equilibrata, attività fisica e monitoraggio clinico continuo.

«La corretta informazione, fondata sulle evidenze scientifiche e mediata dalla relazione di fiducia con i professionisti della salute, resta il migliore strumento di tutela della salute delle persone con diabete e obesità», sottolinea la Federazione.

Intelligenza artificiale e psicoterapia: tra opportunità cliniche, rischi relazionali e nuove responsabilità etiche

L’intelligenza artificiale sta entrando con crescente rapidità anche nel campo della psicologia clinica e della psicoterapia, aprendo opportunità significative, ma anche interrogativi etici e clinici ancora irrisolti. È il quadro che racconta a TrendSanità Carlo Ricci, Università Pontificia Salesiana di Roma, Membro del direttivo della Consulta delle Scuole Italiane di Psicoterapia Cognitiva e comportamentale, promotrice di un nuovo manifesto su intelligenza artificiale e salute mentale.

Carlo Ricci

Secondo l’esperto, l’ingresso dell’AI in psicoterapia è, in un certo senso, inevitabile. «La mission dell’intelligenza artificiale è sostituirsi alle attività umane. È inevitabile che anche l’intervento psicologico e psicoterapeutico diventi un ambito di interesse», osserva. I sistemi si stanno muovendo in due direzioni: da un lato modelli generalisti, dall’altro strumenti sempre più specializzati. «È quello che è già successo in medicina: oggi esistono sistemi capaci di confrontare referti e fornire valutazioni molto accurate, grazie a una massa di dati impossibile da gestire per un umano».

Ma accanto alle opportunità emergono le prime criticità, a partire dalla gestione dei dati. «La questione è: queste informazioni dove vanno a finire? Chi è il proprietario? Noi non siamo proprietari di queste informazioni. Di fatto lo sono poche grandi realtà che detengono l’intero bagaglio informativo». Un problema che si accompagna anche a quello della sostenibilità e delle risorse necessarie per il funzionamento dei sistemi: «L’intelligenza artificiale acquisisce dati, li elabora e ha anche un consumo di energia e di acqua notevolissimo».

AI e psicoterapia: una relazione che sembra terapeutica, ma non lo è

Entrando nello specifico della psicoterapia, l’AI mostra una forte capacità di attrazione, soprattutto per le nuove generazioni. «L’intelligenza artificiale ha il vantaggio di rispondere al bisogno della persona di avere risposte immediate, in qualsiasi momento, senza esporsi al giudizio». Questo produce un effetto psicologico preciso: «Sono potenti ‘rinforzatori’. Fanno aumentare la probabilità che il comportamento si ripeta. Il giovane si abitua a usarla sempre di più».

L’AI mostra una forte capacità di attrazione, soprattutto per le nuove generazioni

Il nodo clinico: tecnica senza contesto

Secondo Carlo Ricci, l’AI riproduce alcune condizioni tipiche della relazione terapeutica: «Utilizza criteri che usiamo anche in psicologia: accoglienza, assenza di giudizio, accettazione incondizionata. Questo le dà una grande forza nel costruire una relazione». Tuttavia, questa relazione presenta un limite strutturale. «Quanto questa relazione sia davvero terapeutica è il punto critico. La persona ha l’impressione di trovarsi in una relazione empatica, ma per definizione non può essere autentica. Una macchina non ha coscienza e non può avere consapevolezza di ciò che dice».

Nonostante ciò, la letteratura scientifica evidenzia anche benefici. «Abbiamo prove di efficacia nel supporto alla gestione dello stress, nella riduzione dell’ansia e persino in condizioni di lieve depressione». Tuttavia, i dati sono ancora parziali. «Non abbiamo follow-up a lungo termine, perché questi sistemi sono relativamente recenti».

L’intervento dello psicoterapeuta non è semplicemente dialogico, ma è comprendere la fragilità e scegliere il momento più opportuno

La criticità più rilevante riguarda però l’applicazione delle tecniche psicoterapeutiche: «L’intervento dello psicoterapeuta non è semplicemente dialogico, ma è comprendere la fragilità e scegliere il momento più opportuno». L’esperto porta un esempio: «Una persona con attacchi di panico può beneficiare dell’esposizione all’evento temuto. L’intelligenza artificiale lo può sapere. Ma se proponiamo questa esposizione quando il paziente non è pronto, rischiamo di aggravare il problema».

Questo evidenzia il limite principale dell’IA in ambito clinico: «Non possiamo lasciare che l’intelligenza artificiale applichi tecniche senza piena consapevolezza del contesto».

Responsabilità e decisioni: chi risponde dell’errore?

Un’altra area critica riguarda la responsabilità: «Chi è responsabile se l’intelligenza artificiale fornisce indicazioni che peggiorano la condizione del paziente? È il fulcro del tema». Il problema, sottolinea Ricci, riguarda tutta la medicina. «Esistono sistemi che leggono risonanze magnetiche con altissima attendibilità, ma come fa il clinico a sottrarsi alla pressione di un giudizio algoritmico così forte?».

L’introduzione dell’AI modifica la relazione terapeutica con rischio di effetti disfunzionali, soprattutto se l’AI non è dichiarata

In psicoterapia il nodo è ancora più complesso: «Se il paziente si rivolge esclusivamente all’intelligenza artificiale e le indicazioni lo peggiorano, chi è responsabile?». Una possibile soluzione potrebbe essere l’inserimento di regole etiche nei sistemi. «Qualcuno sta pensando di inserire nell’intelligenza artificiale principi etici trasformati in regole apprendibili. È una possibile soluzione, almeno logico-formale».

La triade paziente-terapeuta-AI

L’introduzione dell’AI modifica anche la relazione terapeutica, trasformandola in una triade. Sottolinea Ricci: «Il paziente può rivolgersi all’intelligenza artificiale prima dello psicoterapeuta o verificare con l’AI le indicazioni ricevute». Questo può generare effetti disfunzionali. «È come consultare due medici diversi e seguire entrambe le terapie. Le indicazioni, prese insieme, possono creare problemi».

Un ulteriore rischio è la mancata trasparenza, avverte Ricci: «Temo che, soprattutto tra i giovani adulti, il ricorso all’intelligenza artificiale non venga sempre dichiarato allo psicoterapeuta. Questo rende difficile comprendere alcune decisioni del paziente».

Il tema dei dati e della governance

L’esperto, tuttavia, invita a non demonizzare la tecnologia. «L’intelligenza artificiale fornisce strumenti che possono rendere il lavoro dello psicoterapeuta più efficiente». Tra i vantaggi cita la gestione delle cartelle cliniche, la raccolta automatica di informazioni e il monitoraggio continuo. «Se devo prendere appunti o individuare parole chiave, l’intelligenza artificiale aiuta a farlo molto bene e molto velocemente».

L’intelligenza artificiale fornisce strumenti che possono rendere il lavoro dello psicoterapeuta più efficiente

Particolarmente promettente l’uso in ambito predittivo. «Stiamo lavorando all’addestramento di un’intelligenza artificiale per rilevare comportamenti lesivi in persone con disabilità molto severe». L’obiettivo è identificare segnali precoci. «Nessun umano farebbe in tempo a intercettarli. L’intelligenza artificiale potrebbe segnalarci qualche secondo prima il rischio, permettendo al caregiver di intervenire».

In questo caso, sottolinea ancora l’esperto, l’AI diventa uno strumento di supporto: «L’intelligenza artificiale deve restare al servizio delle decisioni umane».

Formazione: il sistema non è ancora pronto

Un’altra criticità riguarda la formazione. Evidenzia Ricci: «Lo stato dell’arte non è del tutto al passo coi tempi. È necessario incrementare azioni formative per gli psicoterapeuti».

La formazione dovrebbe coprire sia benefici sia rischi. «Se non conosciamo il funzionamento di questi sistemi, diventa difficile anche spiegare al paziente i fattori di rischio».

La gestione dei dati e la responsabilità degli errori restano nodi ancora irrisolti

L’intelligenza artificiale sta entrando anche nella didattica, aggiunge: «Ci sono studi che mettono a confronto l’insegnamento umano e quello supportato dall’AI». Il vantaggio principale è la personalizzazione. «L’intelligenza artificiale può individualizzare il processo di apprendimento in base al livello dello studente». Tuttavia, resta un limite importante. «La didattica passa anche attraverso aspetti emozionali. La passione del docente è difficile da replicare».

Il messaggio del manifesto: psicoterapia “criticamen­te aumentata”

Il messaggio finale del manifesto è chiaro: «L’intelligenza artificiale non va demonizzata, ma neppure mitizzata. Può contribuire a migliorare alcuni aspetti della cura solo se collocata entro una cornice clinica, etica e normativa rigorosa».

La prospettiva delineata è quella di una psicoterapia “aumentata”, non sostituita. «La psicoterapia del futuro non dovrebbe essere automatizzata, ma ‘criticamente aumentata’ ovvero più capace di usare dati e strumenti, ma consapevole anche che la cura della sofferenza psichica resta fondata sulla presenza umana, sulla relazione e sulla responsabilità».