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Tabacco e svapo: il ciclo tossico tra illusione del “minor danno” e disastro ambientale

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Molti fumatori pensano di aver trovato una via d’uscita, o almeno un compromesso accettabile per i propri polmoni. Sono i cosiddetti fumatori “duali”, coloro che alternano la sigaretta tradizionale a quella elettronica convinti di ridurre il rischio complessivo. La realtà clinica che emerge dai laboratori di oncologia e sanità pubblica racconta però una storia diametralmente opposta: chi segue questa strada non sta riducendo il rischio, lo sta aumentando: «L’uso duale è un mix perfetto che peggiora la situazione: chi è un utilizzatore duale ha un rischio quattro volte superiore di sviluppare il tumore al polmone rispetto a chi fuma solo sigarette tradizionali», spiega Maria Sofia Cattaruzza, Professoressa associata di Igiene e medicina preventiva presso il Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive della Sapienza Università di Roma e Presidente di Alleanza per un’Italia Senza Tabacco.

«Un utilizzatore duale ha un rischio quattro volte superiore di sviluppare il tumore al polmone»

Questa pratica unisce le tossicità di due mondi differenti, esponendo l’organismo a una marea invisibile di contaminanti chimici, incluse le microplastiche che entrano direttamente nel nostro corpo sia attraverso l’aria che respiriamo che attraverso il cibo che mangiamo. Infatti, mentre la tossicità ambientale dei filtri delle sigarette (costituiti da materiale plastico) è riconosciuta da tempo, studi recenti rivelano che il fumo attivo stesso può rappresentare una via diretta di inalazione di microplastiche. Inoltre, i filtri non si biodegradano, ma si frammentano con l’esposizione ai raggi ultravioletti, e contaminano acque e suolo, entrando nella catena alimentare.

Le illusioni dell’industria: la protezione del filtro, l’attrattiva dei nuovi prodotti

Maria Sofia Cattaruzza

L’industria del tabacco ha costruito per decenni il mito del filtro come “barriera protettiva”, ma la scienza ha smentito categoricamente questa narrazione. La docente dell’ateneo romano chiarisce che i filtri sono: «Un’illusione introdotta negli anni ’50 per tranquillizzare il fumatore sui rischi per la salute causati dal fumo, in particolare per il tumore al polmone. L’industria del tabacco ha puntato molto sul messaggio che la filtrazione poteva conferire al consumatore: le sigarette mild o light, per esempio, avevano filtri con pori di ventilazione, che venivano pubblicizzati come innovazioni per migliorare l’esperienza sensoriale e ridurre il rischio. Tuttavia, questi pori venivano otturati dalle dita del fumatore e contrariamente a quanto suggerito dal nome, conferivano più rischio, inducendo il consumatore ad inalare più frequentemente e più profondamente per soddisfare la carenza di nicotina. Oggi l’industria ha investito molto per rendere i nuovi prodotti super attraenti per tutte le fasce d’età, dai bambini di 11 anni in su. Le forme, il design, i colori, gli aromi, sono diversificati per coprire tutti gli interessi e per farli percepire come prodotti nuovi, altamente tecnologici e che causano “minor danno”».

«L’industria ha investito molto per rendere i nuovi prodotti super attraenti per tutte le fasce d’età»

Questo falsa percezione sta determinando una netta risalita della prevalenza dei consumi, che spesso si articola con più prodotti insieme (policonsumo). In Italia, i dati dell’Istituto Superiore di Sanità sono allarmanti: il 37,4% degli studenti e delle studentesse tra i 14 e i 17 anni (circa 865mila ragazzi e ragazze) fa uso di prodotti da fumo e/o svapo.

L’esperta osserva come il fenomeno del policonsumo sia quasi raddoppiato tra il 2022 e il 2025. Per contrastare questa tendenza, Cattaruzza suggerisce di cambiare strategia comunicativa: ai giovani, parlare solo di patologie future non funziona perché si sentono “invincibili”. Funziona molto di più mostrare sia l’impatto ambientale devastante che lo sfruttamento del lavoro minorile presente nella filiera produttiva del tabacco. Un esempio calzante è quello delle sigarette elettroniche usa e getta dannose non solo per la salute, ma anche per l’ambiente a causa della dispersione della plastica (sono “sfuggite” alla normativa europea “Single Use Plastic” che vieta l’utilizzo di prodotti di plastica monouso) e dei metalli pesanti presenti nelle batterie, risorse preziose che così vengono sprecate. In Inghilterra è stato calcolato che con il litio delle batterie gettate via in un solo anno si potrebbero realizzare circa 1.200 batterie per auto elettriche, senza contare il rischio di incendi nelle discariche causato dal loro smaltimento errato tra i rifiuti comuni.

La marea invisibile

Maria Grazia Petronio

Il nesso tra inquinamento da mozziconi e patologie umane è diretto e sistemico. Maria Grazia Petronio, Vicepresidente dell’Associazione Medici per l’Ambiente, spiega che il filtro non è un dispositivo sanitario ma un rifiuto plastico tossico: «Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nonostante il marketing dell’industria del tabacco, non ci sono prove che i filtri abbiano benefici comprovati per la salute. L’Organizzazione invita i responsabili politici a trattare i filtri per sigarette come plastiche monouso, e a considerare il loro divieto», dichiara Petronio.

L’esperta sottolinea un rischio spesso ignorato: le micro e nanoplastiche (MNP) che compongono i filtri possono essere inalate direttamente dal fumatore durante la combustione.

Il filtro non è un dispositivo sanitario ma un rifiuto plastico tossico

Alcuni studi hanno già documentato concentrazioni significativamente più elevate di microplastiche nelle vie aeree dei fumatori, con una correlazione inversa tra la concentrazione di queste fibre e la funzionalità polmonare. Una volta dispersi nell’ambiente, i mozziconi si frammentano in particelle microscopiche che diventano veicoli per veleni ancora più pericolosi: «Le MNP da mozziconi entrano nelle catene alimentari e rilasciano sostanze tossiche come nicotina, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici, di cui si sono arricchite nel processo di combustione», spiega Petronio, aggiungendo che molte di queste sostanze sono interferenti endocrini capaci di alterare l’azione degli ormoni e danneggiare lo sviluppo del feto e del bambino o della bambina.

Il viaggio dei veleni

Margherita Ferrante

Per comprendere come un gesto apparentemente piccolo come gettare un mozzicone possa finire nel nostro piatto, è necessario analizzare il ciclo biogeochimico di questi rifiuti. Margherita Ferrante, Professoressa ordinaria in Igiene generale ed applicata e Responsabile del Laboratorio di Igiene Ambientale e degli Alimenti (LIAA) al Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Tecnologie Avanzate della Università degli Studi di Catania, descrive questo percorso perverso: «I mozziconi di sigaretta contaminano l’ambiente e la catena alimentare attraverso il rilascio di fibre di acetato di cellulosa e di sostanze chimiche tossiche. Le particelle si diffondono nei suoli e nelle acque, bioaccumulandosi negli alimenti».

Ferrante chiarisce che i filtri abbandonati avvelenano fiumi e oceani, dove vengono ingeriti dagli animali marini scambiandoli per plancton. Ma il danno è altrettanto grave sulla terraferma: nel suolo, i mozziconi alterano la chimica del terreno e ne riducono la biodiversità microbica, mentre le microplastiche possono essere assorbite dalle colture agricole attraverso le radici.

«Le particelle si diffondono nei suoli e nelle acque, bioaccumulandosi negli alimenti»

L’ingestione umana avviene quindi consumando cibi contaminati, e Ferrante ricorda che la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ha già fornito evidenze del fatto che quasi tutti gli alimenti sono soggetti a questo tipo di inquinamento. Tuttavia, la ricerca presenta ancora delle lacune: «Sono ancora da valutare la tossicità cronica a lungo termine e l’effetto combinato della plastica con tutte le altre sostanze chimiche, come metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici e nicotina – già presenti nei filtri», conclude, ammonendo che, nonostante i nuovi sistemi elettronici siano spesso percepiti come meno pericolosi, la loro tossicità è comunque scientificamente accertata.

La chimica degradata: quando il vapore diventa veleno

Non è solo il mozzicone tradizionale a preoccupare i tossicologi. Le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato (HTP) introducono nuovi rischi legati alla degradazione termica. Sebbene vengano promossi come sistemi a “riscaldamento” invece che a “combustione”, le temperature raggiunte (fino a mille gradi centigradi sulla resistenza) sono sufficienti a decomporre i solventi base – glicole propilenico (PG) e glicerina vegetale (VG) – in sostanze cancerogene come formaldeide, acetaldeide e benzene. Recenti studi hanno dimostrato che il riscaldamento di questi “umettanti” produce acroleina, un potente irritante respiratorio che può esacerbare i sintomi dell’asma e causare danni al DNA. Inoltre, l’invecchiamento dell’aerosol nell’ambiente (fumo di seconda e terza mano) aumenta la formazione di particelle ultrafini ancora più tossiche delle emissioni fresche, rappresentando un rischio per i non fumatori che vivono in ambienti chiusi o frequentano spazi urbani poco ventilati.

Inquinamento atmosferico e aree smoke-free

L’impatto del fumo si misura anche sulla qualità dell’aria esterna. Secondo uno studio pubblicato su Publications ERS, nei cosiddetti “street canyons” (vie strette con edifici alti), la concentrazione di polveri sottili (PM1, PM2.5 e PM10) derivante dal fumo passivo può superare i livelli generati dal traffico veicolare. Questo degrado dell’aria è tale da poter declassare l’indice di qualità dell’aria da “buono” a “insalubre per gruppi sensibili”. In risposta a ciò, iniziative come quella di Bibione, la prima spiaggia smoke-free in Italia, hanno dimostrato che il bando del fumo (ad eccezione di aree dedicate) porta a un miglioramento drastico e misurabile della purezza dell’aria respirata dai bagnanti. Oltre al beneficio polmonare, questo riduce il carico di rifiuti sui litorali: si stima che i mozziconi rappresentino il 14,4% dei rifiuti raccolti sulle spiagge italiane, con una media di 77 cicche ogni 100 metri lineari.

Case di Comunità in Veneto: arrivano i medici di medicina generale nei 99 presìdi

Con un documento applicativo della recente delibera regionale del giugno scorso nr. 622, inviato alle Ulss e concordato tra l’Assessore alla Sanità Gino Gerosa e le Organizzazioni sindacali dei Medici di Medicina Generale FIMMG, SMI, SNAMI e FMT che l’hanno condiviso, prende il via in Veneto l’operazione per inserire la fondamentale figura del Medico di Medicina Generale nei servizi offerti ai cittadini all’interno della rete delle Case di Comunità, realizzate attraverso il PNRR. In Veneto si parla ad oggi di 99 presìdi.

Prende il via in Veneto l’inserimento della figura del MMG nei servizi all’interno della rete delle Case di Comunità

«Abbiamo formalizzato – dice con soddisfazione Gerosa – tutte le indicazioni necessarie e fissato anche l’importante aspetto economico, con il quale i medici percepiranno una retribuzione di 60 euro all’ora, a cui si fa fronte con risorse regionali aggiuntive già stanziate: tale retribuzione verrà erogata solamente per prestazioni aggiuntive svolte all’interno delle Case di Comunità. Questo era importante – aggiunge Gerosa – ma ancor di più lo è poter garantire ai pazienti delle Case di Comunità una presenza altamente professionale, al fianco dei molti altri servizi presenti. Avere l’opportunità di potersi rivolgere a questi professionisti della salute, che si prestano volontariamente al servizio, significa aver portato davvero la sanità più vicina al cittadino. La presenza dei MMG – aggiunge Gerosa – permetterà di gestire le richieste pervenute sia con accesso diretto, sia attraverso il numero unico 116117. Questa nuova organizzazione dovrebbe ridurre gli accessi impropri agli ospedali per acuti, in particolare ai pronto soccorso. Ringrazio per il lavoro svolto tutti i protagonisti della trattativa, dalle Organizzazioni sindacali, ai nostri tecnici».

«Questa nuova organizzazione dovrebbe ridurre gli accessi impropri agli ospedali per acuti»

Il documento prevede, tra l’altro, la garanzia della presenza del MMG tra le 8 e le 20, secondo i turni assegnati tra la Casa di Comunità, il proprio studio o studi secondari, la partecipazione e l’Audit sul funzionamento della Casa di Comunità, l’attivazione di percorsi che prevedono l’utilizzo di strumenti di diagnostica di base nella Casa di Comunità, l’attivazione di percorsi di supporto ai pazienti fragili e il supporto nell’intercettazione delle nuove fragilità, in collaborazione con l’Infermiere di famiglia o di Comunità e con la Centrale Operativa Territoriale, la partecipazione alle campagne vaccinali a supporto delle attività organizzate dai Dipartimenti di prevenzione all’interno delle strutture, la partecipazione al monitoraggio dei pazienti dimessi con contatto col paziente e confronto nell’équipe multiprofessionale della Casa di Comunità. È prevista, inoltre, la partecipazione al progetto finalizzato alla presa in cura dei pazienti cronici o all’assegnazione del giorno e orario della visita o della prestazione sanitaria, senza la necessità del cittadino di dover procedere autonomamente alla prenotazione. Al di fuori degli orari previsti, cioè dalle 20 alle 8, sarà comunque garantita la presenza medica, affidata alla continuità assistenziale (guardia medica), come pure nei giorni prefestivi e festivi.

Tali disposizioni rimangono in vigore fino alla definizione del nuovo Accordo Integrativo Regionale.

Premesso che la Regione del Veneto ha ottemperato al target previsto dal PNRR Missione 6, attualmente le Case di Comunità attivate sono: 4 (su 4 preventivate) nell’Ulss 1 Dolomiti; 15 (su 17) nell’Ulss 2 Marca Trevigiana; 13 (su 13) nell’Ulss 3 Serenissima; 5 (su 6 con una in arrivo) all’Ulss 4 Veneto Orientale; 5 (su 5) all’Ulss 5 Polesana; 20 (su 20) nell’Ulss 6 Euganea); 8 (su 8) nell’Ulss 7 Pedemontana; 9 (su 9) nell’Ulss 8 Berica; 20 (su 20) all’Ulss 9 Scaligera. L’attivazione della Case di Comunità è, peraltro, un processo dinamico che sarà costantemente monitorato nell’ottica di un miglioramento continuo delle risposte ai bisogni di salute dei cittadini veneti.

Settimana mondiale dell’allattamento materno: dati e indicazioni da OMS e UNICEF

Troppe madri e famiglie nel mondo non hanno ancora accesso ai servizi e agli interventi necessari per rendere possibile e sostenere l’allattamento materno.

Eppure, l’allattamento materno è uno dei modi più semplici ed efficaci per proteggere la salute dei bambini. Fornisce ai neonati e ai bambini piccoli nutrienti essenziali, rafforza le difese immunitarie, contribuisce a proteggerli da malattie gravi e favorisce lo sviluppo cognitivo.

L’allattamento materno protegge la salute dei bambini e delle madri

L’allattamento materno comporta importanti benefici anche per la salute delle madri, contribuendo a ridurre il rischio di malattie non trasmissibili, come il tumore al seno e alle ovaie e il diabete di tipo 2.

È incoraggiante osservare che i tassi di allattamento materno sono in aumento a livello globale. L’allattamento materno esclusivo nei primi sei mesi di vita è passato da circa il 37% nel 2012 a oltre il 47% di oggi. Negli ultimi cinque anni, la percentuale di bambini allattati fino ai due anni di età è aumentata dal 38% al 50%.

I tassi sono in aumento, ma i miglioramenti restano disomogenei

Questi progressi dimostrano che gli investimenti continuativi nelle politiche e nei programmi destinati alle madri e alle famiglie stanno producendo risultati. Tuttavia, i miglioramenti restano disomogenei e molti Paesi sono ancora lontani dagli obiettivi globali. La copertura dei servizi di sostegno all’allattamento materno rimane limitata, le politiche vengono applicate in modo discontinuo e la qualità dei servizi è spesso inadeguata, soprattutto nei contesti a basso reddito, quelli caratterizzati da fragilità e quelli nei quali sono in corso emergenze umanitarie.

Le evidenze sono chiare: tra gli interventi con un buon rapporto costo-efficacia figurano il sostegno qualificato all’allattamento materno all’interno dei sistemi sanitari, la consulenza a livello comunitario, le politiche di tutela della maternità e la protezione dalle pratiche di marketing aggressive dei sostituti commerciali del latte materno.

Un maggiore ricorso all’allattamento materno potrebbe prevenire ogni anno quasi 400.000 decessi infantili e circa 140.000 decessi materni

I benefici sono significativi. Un maggiore ricorso all’allattamento materno potrebbe prevenire ogni anno quasi 400.000 decessi infantili e circa 140.000 decessi materni. Si stima che ogni dollaro statunitense investito nella promozione dell’allattamento materno generi un ritorno economico di 59 dollari, grazie alla riduzione dei costi sanitari, al miglioramento dello sviluppo cognitivo, a livelli di istruzione più elevati e a maggiori guadagni nel corso della vita.

In occasione della Settimana mondiale dell’allattamento, che quest’anno ha come tema “Allattamento materno per un inizio di vita sostenibile: rafforzare ciò che funziona”, UNICEF e OMS invitano i Paesi a:

  • rafforzare i sistemi sanitari affinché garantiscano un sostegno di qualità all’allattamento materno per le madri e i neonati;
  • ampliare i servizi di consulenza a livello comunitario e i programmi di sostegno tra pari;
  • attuare pienamente e far rispettare il Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno;
  • investire nel congedo di maternità retribuito e in politiche aziendali a sostegno della maternità;
  • integrare gli interventi a favore dell’allattamento materno nei servizi sanitari prenatali, perinatali e postnatali;
  • garantire continuità al sostegno all’allattamento materno nei contesti umanitari e fragili.

Evidence-based medicine nell’era dell’intelligenza artificiale

Si immagini un oncologo che sta seguendo un paziente con tumore e che si trova ad affrontare una grave polmonite infiammatoria secondaria al trattamento immunoterapico. In tempi rapidi e con informazioni incomplete, il clinico deve bilanciare due rischi: da un lato la progressione dell’insufficienza respiratoria, dall’altro la possibilità che l’impiego di cortisonici ad alte dosi riduca l’efficacia della terapia antitumorale. Di fronte a un caso simile, la domanda nasce spontanea: cosa dice la letteratura scientifica?

Le evidenze per personalizzare la scelta terapeutica esistono, ma sono distribuite tra studi primari, revisioni non sempre aggiornate e linee guida di diverse specialità. Nella pratica clinica, l’assenza di una sintesi disponibile al point of care costringe il medico a decidere integrando esperienza, conoscenza parziale della letteratura e strumenti di supporto tradizionali.

La crescente quantità di letteratura scientifica rende complessa la gestione delle evidenze

Questo scenario mette in evidenza il divario tra il modello teorico della medicina basata sulle prove scientifiche (Evidence-Based Medicine, EBM) e la realtà decisionale quotidiana. Lo snodo cruciale di questo modello è la sintesi dell’evidenza (revisioni sistematiche, meta-analisi e linee guida) che ha l’obiettivo di trasformare la ricerca in raccomandazioni strutturate. Questa sintesi, del resto, non vive solo nei documenti formali: quando mancano, è il responsabile del reparto o il singolo clinico a ricostruirla da sé, come nello scenario iniziale, con la letteratura parziale che il tempo gli concede. Tuttavia, i processi formali di sintesi e validazione si scontrano con un limite strutturale: la letteratura biomedica cresce a ritmi esponenziali, mentre richiedono tempi lunghi, spesso nell’ordine degli anni.

In questo contesto, l’intelligenza artificiale generativa non interviene come semplice strumento di automazione, ma come tecnologia abilitante per riconfigurare il ciclo dell’evidenza lungo due assi complementari: l’accelerazione della produzione e la facilitazione dell’accesso nel momento decisionale.

Come l’AI si inserisce in questo panorama: produrre e usare l’evidenza

L’intelligenza artificiale sta emergendo in due ambiti distinti, che rispondono a problemi diversi e coinvolgono utenti, rischi e responsabilità differenti.

Il primo è la produzione di sintesi dell’evidenza, in cui l’obiettivo è supportare i ricercatori nelle fasi di realizzazione di revisioni sistematiche e meta-analisi. Già prima dei Large Language Models (LLM), erano disponibili strumenti basati su machine learning per automatizzare task ad alta intensità di lavoro, come lo screening iniziale degli abstract e la valutazione preliminare del rischio di bias. Gli LLM ampliano gli scenari già aperti dalla living evidence, con aggiornamento continuo delle sintesi in base alla letteratura disponibile. Tuttavia, l’esperienza di realtà come Cochrane indica che lo stato dell’arte non è ancora pronto per un’adozione su larga scala: la revisione sistematica non è un processo puramente computazionale, ma richiede giudizio esperto per definire i quesiti, valutare la rilevanza degli studi e interpretare le implicazioni cliniche. La presenza di allucinazioni nei modelli richiede inoltre verifica umana sistematica, e i workflow AI-assisted non risultano necessariamente più efficienti rispetto ai processi manuali.

Il secondo ambito riguarda l’accesso all’evidenza al point of care. Qui l’obiettivo non è produrre nuova sintesi, ma rendere immediatamente utilizzabile evidenza già esistente nel momento decisionale. In questo contesto stanno emergendo sistemi basati su architetture di Retrieval-Augmented Generation (RAG). A differenza dei modelli puramente generativi, un sistema RAG interroga in tempo reale un corpus documentale selezionato recuperando i passaggi più pertinenti rispetto alla richiesta.

Un sistema RAG interroga in tempo reale un corpus documentale selezionato recuperando i passaggi più pertinenti rispetto alla richiesta

Questo approccio consente di ancorare le risposte a evidenze aggiornate e verificabili, mantenendo al contempo una risposta conversazionale utilizzabile dal clinico. Il processo inizia con l’interpretazione della richiesta, che viene riformulata. Il corpus documentale viene preventivamente segmentato e indicizzato in uno spazio vettoriale. A interrogazione, la richiesta viene codificata e nel retrieval i segmenti più pertinenti sono recuperati per similarità semantica. In molti sistemi è presente una fase di reranking, che ricalibra l’ordinamento discriminando tra contenuti semanticamente simili ma informativamente diversi. Solo successivamente interviene il modello generativo, che utilizza i documenti selezionati per produrre una risposta in linguaggio clinicamente fruibile, integrando esplicitamente le fonti. Alcuni sistemi introducono vincoli strutturali, come la citazione obbligatoria delle fonti o la separazione tra affermazioni e riferimenti.

Va però precisato che il RAG è solo lo schema di riferimento di architetture sempre più articolate che, dietro interfacce identiche, fanno cose sostanzialmente diverse. Al clinico non si chiede di conoscerne il funzionamento interno, ma di estendere allo strumento la vigilanza critica che l’EBM riserva alle fonti.

Come valutare l’affidabilità: oltre i benchmark, lungo la catena dell’evidenza

Questa vigilanza richiede però criteri: la valutazione degli strumenti di AI per la sintesi dell’evidenza è più complessa dei benchmark standard.

Le metriche più diffuse si basano su domande a scelta multipla, mentre la domanda clinica reale è aperta e richiede integrazione di fonti, giudizio critico e produzione di una risposta tracciabile. Nessun singolo indicatore è quindi sufficiente. Una valutazione robusta deve includere: accuratezza fattuale, fondatezza delle citazioni, validità della sintesi, aggiornamento delle fonti e calibrazione dell’incertezza. Tra questi, sintesi e calibrazione restano gli aspetti meno maturi.

Al clinico non si chiede di conoscerne il funzionamento interno, ma di estendere allo strumento di AI la vigilanza critica che l’EBM riserva alle fonti

La qualità dipende dall’intera catena dell’evidenza: composizione e governance del corpus, retrieval, selezione e appraisal delle fonti, generazione e attribuzione. Una base documentale non pertinente porta il sistema a ricadere sulla conoscenza parametrica; una base pertinente ma incompleta genera un’omissione che la risposta non segnala e che è perciò difficile da rilevare. Un buon retrieval resta insufficiente senza un reale appraisal, cioè la capacità di stabilire quali evidenze supportano la risposta e con quale peso. In fase di generazione la sintesi può distorcere l’evidenza, quando non riconcilia fonti contrastanti, o lasciarne fuori una parte rilevante; l’attribuzione, infine, deve collegare ogni affermazione a fonti specifiche e verificabili.

Anche quando i documenti recuperati sono corretti, la sintesi può risultare fuorviante: il collo di bottiglia non è solo il retrieval, ma l’uso dell’evidenza. E poiché gli errori si propagano lungo la catena, la valutazione va scomposta per stadio, così da individuare dove nasce la fragilità.

Il nodo regolatorio europeo: il caso OpenEvidence

In Europa l’adozione di questi strumenti è condizionata da un impianto normativo stratificato. Un software qualificabile come dispositivo medico ai sensi dell’MDR è classificato ad alto rischio dall’AI Act, i cui obblighi si innestano sulla valutazione di conformità settoriale. Se questi strumenti rientrino o meno nella definizione di dispositivo medico dipende però dalla destinazione d’uso dichiarata: diversi prodotti si presentano come meramente informativi, collocandosi al di fuori del perimetro MDR e, di conseguenza, del regime ad alto rischio. Gli obblighi per l’alto rischio, peraltro, non sono ancora pienamente applicabili, essendo stati differiti a dicembre 2027 per i sistemi stand-alone e ad agosto 2028 per quelli integrati in dispositivi medici. La cautela europea deriva quindi meno da vincoli già operativi che dalla combinazione di requisiti MDR, tutela dei dati e incertezza sul regime futuro.

In Europa l’adozione di questi strumenti è condizionata da un impianto normativo stratificato

In questo quadro sono già disponibili al clinico diverse soluzioni per l’accesso rapido alla letteratura come Dataimed e Consensus. OpenEvidence è un noto esempio statunitense: combina modelli linguistici e retrieval secondo un approccio RAG per produrre risposte sintetiche con riferimenti bibliografici. Secondo quanto dichiarato dalla stessa società, è utilizzato da oltre il 40% dei medici statunitensi; la rapida diffusione è legata anche alla gratuità per i medici verificati, secondo un modello pubblicitario, di farmaci e dispositivi, consolidato nel mercato statunitense.

In Europa, la società ha dichiarato di aver sospeso l’accesso agli utenti dell’Unione e del Regno Unito, adducendo l’incertezza regolatoria sul trattamento dei sistemi di AI. Restano tuttavia accessibili sul mercato europeo diverse soluzioni analoghe, comprese alcune sviluppate nell’Unione e soggette al medesimo quadro normativo. Il caso illustra la complessità dell’impianto regolatorio e l’incertezza sulla sua attuazione: regole identiche conducono a decisioni e posizionamenti di mercato differenti.

Dall’informazione alla decisione: il futuro dell’utilizzo dell’evidenza

Di fronte a un paziente, il medico deve agire velocemente in un contesto in cui l’evidenza esiste già, ma è frammentata, distribuita tra fonti eterogenee e non immediatamente accessibile nei tempi decisionali.

L’AI si inserisce nello spazio tra conoscenza e azione clinica: può accelerare la produzione di sintesi dell’evidenza e renderle disponibili al point of care. Non si tratta di sostituire la medicina basata sulle evidenze, ma di ridurre il divario tra produzione e utilizzo della conoscenza. Il valore di questi strumenti risiede nella capacità di rendere fruibile una letteratura crescente. Tuttavia, accessibilità dell’informazione e affidabilità della decisione non coincidono: nei casi complessi diventano centrali la qualità della sintesi e la rappresentazione dell’incertezza.

L’AI non sostituisce il giudizio medico, ma può supportare decisioni più rapide basate su conoscenze aggiornate e verificabili

Il ruolo dell’AI non è quindi sostituire il ragionamento clinico, ma ridurre l’attrito tra evidenza e decisione, lasciando al clinico la valutazione critica, la contestualizzazione e la responsabilità finale. Resta infine una domanda inevitabile: l’utilizzo di questi strumenti è pronto a tradursi in decisioni migliori per i pazienti?

Editoriale a cura del gruppo di lavoro Comunicazione e Disseminazione SIIAM

Bibliografia

Screening neonatale e terapia genica: così cambia il destino dei bambini con SMA

Poche gocce di sangue. Oggi può bastare un semplice prelievo eseguito nei primi giorni di vita per cambiare il destino di un bambino. Quella che fino a pochi anni fa sarebbe stata una diagnosi senza possibilità di cura, oggi, grazie allo screening neonatale e alla terapia genica, può trasformarsi in una storia di successo.

Giulia (nome di fantasia) aveva pochi giorni quando lo screening neonatale ha identificato una delle malattie genetiche più gravi dell’infanzia: l’atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo 1. Fino a pochi anni fa, una diagnosi come questa significava assistere, nel giro di pochi mesi, alla progressiva perdita della capacità di muoversi, deglutire e respirare, con una prognosi infausta nei primi anni di vita.

Fino a pochi anni fa, una diagnosi come questa determinava una prognosi infausta nei primi anni di vita

La SMA di tipo 1, infatti, è una rara e grave malattia genetica causata dall’assenza del gene SMN1, indispensabile per la produzione di una proteina essenziale alla sopravvivenza dei motoneuroni.

Oggi, invece, grazie alla diagnosi precoce e alla terapia genica, la storia può essere molto diversa. La vicenda di Giulia racconta meglio di qualsiasi statistica quanto stia cambiando il ruolo dello screening neonatale, uno strumento che oggi è la chiave per intervenire prima ancora che la malattia si manifesti, quando le terapie possono realmente modificarne la storia naturale.

Lo screening neonatale è la chiave per intervenire quando le terapie possono realmente modificare la storia naturale della malattia

Nel caso di Giulia, il test genetico ha consentito di avviare tempestivamente il trattamento con una delle più innovative terapie geniche oggi disponibili.

Il farmaco, infatti, utilizza un vettore virale, cioè un virus reso innocuo e impiegato come una sorta di “navetta biologica”, per trasportare nelle cellule nervose una copia funzionante del gene SMN1. In questo modo le cellule possono tornare a produrre la proteina mancante, sopravvivere e svolgere correttamente la loro funzione.

La terapia genica usata trasporta nelle cellule nervose una copia funzionante del gene SMN1 mediante un vettore virale

Una sola infusione è sufficiente a fornire alle cellule una copia funzionante del gene mancante. Il gene introdotto continua infatti a funzionare nel tempo senza necessità di ulteriori somministrazioni. La rapidità dell’intervento è però fondamentale: quanto più precocemente viene effettuata la terapia, tanto maggiore è il numero di motoneuroni che può essere salvato, consentendo uno sviluppo motorio molto più vicino alla normalità.

Dopo la diagnosi, Giulia è stata immediatamente presa in carico dal Servizio di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Infantile Regina Margherita, sotto la responsabilità delle referenti per le patologie neuromuscolari: la Professoressa Federica Ricci e la Dottoressa Martina Vacchetti. È stato attivato il percorso multidisciplinare con la struttura Terapie Cellulari, afferente alla Oncoematologia Pediatrica diretta dalla Professoressa Franca Fagioli, per organizzare la somministrazione della terapia genica.

Quanto più precocemente viene effettuata la terapia, tanto maggiore è il numero di motoneuroni che può essere salvato

Sebbene autorizzata dall’Agenzia Italiana del Farmaco e ormai entrata nella pratica clinica, la terapia richiede una rigorosa fase di preparazione per escludere condizioni che possano aumentarne il rischio di tossicità, seguita da un attento monitoraggio clinico dopo l’infusione per individuare e trattare tempestivamente eventuali effetti indesiderati.

All’AO OIRM-Sant’Anna la terapia viene eseguita nella struttura Terapie Cellulari, dove opera il team coordinato dal Dottor Francesco Saglio. Grazie all’esperienza maturata nella gestione di procedure altamente complesse, come il trapianto di cellule staminali ematopoietiche, le terapie CAR-T e, a breve, la terapia genica per le emoglobinopatie, il team lavora in stretta collaborazione con i neuropsichiatri infantili e con tutti gli specialisti coinvolti nella presa in carico di questi bambini.

A oltre due anni dalla somministrazione della terapia, lo sviluppo neurologico, motorio e comportamentale è sovrapponibile a quello dei coetanei

Oggi, a oltre due anni dalla somministrazione della terapia, Giulia sta bene. Il suo sviluppo neurologico, motorio e comportamentale è sovrapponibile a quello dei suoi coetanei, frequenta regolarmente la comunità e continua i controlli previsti dal follow-up.

«Il futuro della pediatria è sempre più la prevenzione, in questo aiutati dal rapido progresso in genetica delle tecniche diagnostiche, maggiore precisione, referti in tempi rapidi con minori costi e dall’introduzione di nuove ed entusiasmanti terapie», dichiara Franca Fagioli, Direttore del Dipartimento di Patologia e Cura del Bambino Regina Margherita.

«La diagnosi precoce e la terapia genica hanno offerto ai bambini una prospettiva di vita del tutto nuova»

«La storia di Giulia testimonia in modo concreto come la diagnosi precoce e la terapia genica abbiano trasformato una malattia che fino a pochi anni fa portava inevitabilmente a una grave disabilità e alla morte precoce in una condizione oggi trattabile, offrendo ai bambini una prospettiva di vita del tutto nuova», dichiara Adriano Leli, Direttore generale OIRM-Sant’Anna.

«Ci sono storie che raccontano meglio di qualsiasi dato quanto la medicina stia cambiando. Quella di Giulia dimostra che oggi una diagnosi eseguita nei primi giorni di vita può cambiare il destino di un bambino. Grazie allo screening neonatale, alla ricerca e alle terapie più innovative, una malattia che fino a pochi anni fa lasciava pochissime speranze può oggi essere affrontata con prospettive completamente nuove. È un risultato che nasce dal lavoro di professionisti altamente qualificati e dall’impegno della sanità pubblica nel rendere l’innovazione accessibile ai cittadini. Perché ogni bambino che può crescere, giocare e vivere la propria infanzia rappresenta il successo più bello della ricerca e della medicina», sottolinea Federico Riboldi, Assessore alla Sanità della Regione Piemonte.

Caldo e sclerosi multipla: distinguere il fenomeno di Uhthoff da una vera ricaduta

L’ennesima ondata di calore che sta interessando l’Italia riporta l’attenzione sugli effetti che le alte temperature possono avere sulle persone con sclerosi multipla.

In questi giorni, come accade ogni estate, al Numero Verde dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM) arrivano richieste di chiarimento da parte di persone che riferiscono un improvviso peggioramento di sintomi come stanchezza, debolezza, difficoltà nel camminare o disturbi della vista e temono una ricaduta della malattia.

Nella sclerosi multipla, il fenomeno di Uhthoff è una temporanea accentuazione dei sintomi provocata dall’aumento della temperatura

Nella maggior parte dei casi, però, si tratta del fenomeno di Uhthoff, una temporanea accentuazione dei sintomi provocata dall’aumento della temperatura corporea e non da una nuova attività della malattia.

«Il caldo rappresenta uno stress per un sistema nervoso che, nella sclerosi multipla, è già reso più vulnerabile dalla demielinizzazione», spiega il Professor Filippo Martinelli Boneschi, Neurologo e Direttore del Centro Sclerosi Multipla dell’Ospedale San Paolo di Milano. «Anche un lieve aumento della temperatura corporea può interrompere la normale funzione nervosa e rallentare la conduzione degli impulsi nervosi e determinare un peggioramento temporaneo di sintomi già presenti, come fatigue, debolezza muscolare, difficoltà nella deambulazione, offuscamento della vista, formicolii o rigidità muscolare. Si tratta di manifestazioni che, nella maggior parte dei casi, tendono a regredire quando la temperatura corporea torna a diminuire».

«Il caldo rappresenta uno stress per un sistema nervoso che, nella sclerosi multipla, è già reso più vulnerabile dalla demielinizzazione»

Il Professor Martinelli Boneschi sottolinea l’importanza di distinguere questi episodi da una vera ricaduta della malattia. «Una ricaduta è caratterizzata dalla comparsa di sintomi nuovi oppure da un peggioramento persistente di quelli già presenti, che dura oltre 24 ore e non è spiegato dal caldo, da una febbre o da un’infezione. Quando i sintomi non migliorano dopo il raffreddamento del corpo o appaiono diversi dal solito e comunque di durata superiore alle 24 ore è opportuno contattare il proprio neurologo o il Centro Sclerosi Multipla di riferimento.»

Per affrontare le giornate più calde è utile adottare alcuni semplici accorgimenti: limitare l’esposizione nelle ore centrali della giornata, mantenere gli ambienti freschi, indossare abiti leggeri e traspiranti, bere regolarmente anche in assenza dello stimolo della sete, preferire pasti leggeri e programmare eventuali attività fisiche nelle ore più fresche. Possono offrire sollievo anche una doccia tiepida, un asciugamano refrigerante o una sosta in un ambiente climatizzato. È inoltre importante conservare correttamente i farmaci, seguendo le indicazioni riportate nel foglio illustrativo ed evitando l’esposizione a temperature elevate.

«Si tratta di manifestazioni che, nella maggior parte dei casi, tendono a regredire quando la temperatura corporea torna a diminuire»

Per aiutare le persone con sclerosi multipla ad affrontare il caldo in sicurezza, AISM ha pubblicato sul proprio sito un approfondimento dedicato al fenomeno di Uhthoff, con consigli pratici per gestire il caldo e indicazioni sulla corretta conservazione dei farmaci. Per dubbi sui sintomi o sulla terapia è sempre possibile rivolgersi al proprio Centro Sclerosi Multipla oppure contattare il Numero Verde AISM (800 80 30 28).

Sindrome di CHOPS: quando la ricerca sulle malattie ultra-rare apre nuove strade alla medicina

Ci sono malattie che, per la loro estrema rarità, rischiano di rimanere ai margini della ricerca e dei sistemi sanitari. La sindrome di CHOPS è una di queste: una patologia genetica ultra-rara descritta per la prima volta nel 2015, causata da mutazioni del gene AFF4 e caratterizzata da un quadro complesso che coinvolge diversi organi e funzioni, dallo sviluppo cognitivo alle anomalie cardiache e respiratorie.

Oggi nel mondo sono stati descritti circa 15 casi in letteratura e si stima che le persone con una diagnosi siano meno di 50. Numeri piccoli, ma sufficienti a mostrare una delle grandi sfide della medicina contemporanea: costruire conoscenza scientifica e percorsi di cura anche quando i pazienti sono pochissimi.

A quasi dieci anni dalla scoperta della sindrome, la ricerca sta cercando di chiarire i meccanismi molecolari alla base della malattia e individuare possibili strategie per migliorare la qualità di vita delle persone colpite. Nel frattempo, per pazienti e famiglie resta centrale la necessità di una presa in carico multidisciplinare, capace di superare la frammentazione degli interventi specialistici e accompagnare l’intero percorso di cura.

Una malattia ultra-rara al centro della ricerca internazionale

Per la prima volta in Europa, la Fondazione CHOPS Malattie Rare ETS ha organizzato un simposio dedicato alla sindrome, riunendo ricercatori, caregiver, pazienti e rappresentanti delle istituzioni. L’iniziativa è stata occasione per approfondire lo stato della ricerca e favorire il confronto tra le diverse comunità coinvolte.

Manuela Mallamaci

Presidente della Fondazione CHOPS è Manuela Mallamaci, madre di Mario, cinque anni, affetto da CHOPS. Con il marito Gianni ha dato vita alla Fondazione per trasformare l’angoscia in speranza e studi scientifici.

Spiega Mallamaci: «L’iniziativa intende non solo far luce sull’avanzamento della ricerca per questa sindrome, ma anche sui benefici, in termini di conoscenza, che questi progressi possono portare ad altre patologie oggi ampiamente diffuse, rare e non solo».

La ricerca è un punto centrale per la Fondazione. «Da statuto abbiamo subito previsto la possibilità di istituire una commissione medico-scientifica, composta sia da ricercatori che da medici. Il presidente della commissione è il professor Ian Krantz, il genetista scopritore della CHOPS, che nel 2015 ha isolato il gene responsabile di questa sindrome».

Che cos’è la sindrome di CHOPS

La sindrome di CHOPS è una malattia genetica ultra-rara e multiorgano, scoperta nel 2015 dal professor Ian Krantz al Children’s Hospital of Philadelphia. Causata da mutazioni nel gene AFF4, la sindrome si manifesta fin dalla nascita con anomalie multiple che interessano diversi organi e sistemi. I bambini che ne sono affetti presentano ritardo cognitivo e nello sviluppo motorio, caratteristiche distintive del volto, difetti cardiaci congeniti, problemi respiratori (come apnee notturne), bassa statura e anomalie scheletriche.

Causata da mutazioni nel gene AFF4, la sindrome di CHOPS si manifesta fin dalla nascita con anomalie multiple che interessano diversi organi e sistemi del corpo

Spiega Valentina Massa, Associate Professor in Experimental Biology presso l’Università di Milano, componente della Commissione scientifica CHOPS e del Comitato organizzatore del simposio: «Il nome CHOPS riflette sia l’ospedale dove lavora il noto genetista (Children Hospital of Philadelphia, abbreviato in ChoPS) che le caratteristiche cliniche, come acronimo dell’inglese: “Cognitive impairment” (disturbi cognitivi), “coarse facies” (anomalie del volto), “heart defects” (malformazioni cardiache), “obesity” (obesità), “pulmonary involvement” (anomalie polmonari), “short stature” (bassa statura). Quanti casi? Come spesso succede per sindromi rare o ultrarare avere una risposta precisa è difficile per molti motivi, incluso la mancanza di registri internazionali e diagnosi spesso tardive o mancate. Al momento sono stati descritti circa 15 casi in letteratura e si stima nel mondo meno di 50 pazienti con diagnosi».

Il gene AFF4 fornisce istruzioni per la costruzione di un complesso proteico noto come super elongation complex (SEC). Durante l’embriogenesi, il SEC è coinvolto in un processo chiamato trascrizione, il primo passaggio nella produzione di proteine a partire dai geni. Mutazioni del gene AFF4 si pensa provochino un accumulo della proteina AFF4. L’eccesso di quest’ultima interferisce con la trascrizione, con conseguenti problemi nello sviluppo di diversi organi e tessuti, che danno luogo alla sintomatologia tipica della CHOPS.

Negli stessi meccanismi sono coinvolte le coesine (complessi proteici fondamentali nella divisione cellulare, ndr), le cui mutazioni sono responsabili di altre condizioni sindromiche note come “coesinopatie”, di cui fa parte la sindrome di Cornelia de Lange.

La ricerca: capire i meccanismi per arrivare a nuove prospettive terapeutiche

Valentina Massa [Copyright Mirko Cecchi]

Per comprendere sempre di più la sindrome di CHOPS occorrono tempo, pazienza e investimenti nella ricerca.

Sottolinea la professoressa Massa: «La ricerca è un processo lungo e dispendioso. Grazie principalmente agli sforzi della Fondazione, negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti. Ma, per parlare di terapie somministrabili ai pazienti, siamo ancora lontani. Al momento gli sforzi sono destinati a valutare approcci che possano migliorare la qualità della vita, e a progetti volti a definire i meccanismi molecolari e cellulari che sottendono alla malattia. Questo step sarà fondamentale per valutare l’eventuale efficacia di terapie mirate».

La conoscenza dei meccanismi biologici alla base della patologia rappresenta infatti un passaggio essenziale per individuare eventuali strategie terapeutiche future.

Una presa in carico multidisciplinare ancora complessa

Una patologia così particolare rende difficile la gestione dei pazienti sotto molti punti di vista.

«I pazienti con sindromi complesse – prosegue la professoressa Massa – necessitano di una presa in carico di team multidisciplinari. Il professor Krantz è sicuramente il punto di riferimento mondiale, ma in Italia siamo privilegiati perché esistono molti centri pubblici di altissimo livello che approcciano i pazienti con questi problemi clinici con team di specialisti altamente qualificati. Il problema spesso nasce da difficoltà logistiche di spostamento anche per le differenze territoriali, che impattano notevolmente sulla qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie».

Arrivare alla diagnosi di CHOPS è un percorso lungo, data la rarità della sindrome e la scarsa conoscenza della patologia

La difficoltà riguarda anche la definizione di percorsi assistenziali strutturati.

Prosegue la professoressa Massa: «Le difficoltà maggiori nascono già dalla diagnosi, che come spesso succede in questi casi, di frequente risulta un’odissea diagnostica molto lunga. La presa in carico dovrebbe, come dicevo, essere complessiva e dovrebbe prevedere un coordinamento tra i vari specialisti. Questo può avvenire nei centri di riferimento regionali, ma per alcune condizioni, come la sindrome di CHOPS, non sempre la storia naturale è nota, rendendo il piano di follow-up e monitoraggio molto complesso».

La diagnosi tardiva e il peso sulle famiglie

La presidente della Fondazione e mamma di Mario ricorda che dai primi sospetti alla diagnosi passò un anno e mezzo. Il bambino aveva quasi due anni.

Accentrarne la gestione, per una malattia complessa che coinvolge molti organi, resta ancora una difficoltà per molte famiglie. In un centro il piccolo paziente viene seguito per i problemi cardiaci, in un altro per l’aspetto scheletrico, un terzo segue la riabilitazione con fisioterapisti e logopedisti.

La battaglia delle famiglie dei bambini con sindrome di CHOPS continua, con un obiettivo chiaro: trasformare la conoscenza generata dalla ricerca in percorsi di cura sempre più efficaci e coordinati.

Piemonte, oltre 3,6 milioni per screening neonatale e odontoiatria solidale

Ampliare lo screening neonatale e costruire una rete regionale di odontoiatria solidale per le persone più fragili. Sono i due obiettivi dei nuovi progetti promossi dalla Regione Piemonte, dall’Assessorato e dalla Direzione Sanità insieme alla Consulta delle Fondazioni di Origine Bancaria del Piemonte e della Liguria, che mettono a disposizione complessivamente oltre 3,6 milioni di euro.

Le iniziative puntano a rafforzare due ambiti strategici della sanità pubblica: la diagnosi precoce delle malattie rare e l’accesso alle cure odontoiatriche per le fasce di popolazione più vulnerabili.

Il Piemonte amplia lo screening neonatale da 49 a 65 patologie individuabili alla nascita

«Con questi due progetti il Piemonte diventa la prima regione italiana per numero di patologie individuate alla nascita e compie un ulteriore passo avanti nella costruzione di una sanità che investe sulla prevenzione, sull’innovazione e sull’equità», ha dichiarato l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi.

Secondo Marco Gilli, presidente della Consulta delle Fondazioni del Piemonte e della Liguria, «la filantropia non deve sostituirsi alla sanità pubblica, ma anticiparne i bisogni e sperimentare soluzioni che poi il sistema può fare proprie».

Screening neonatale: individuare 65 patologie alla nascita

Il progetto di ampliamento dello screening neonatale esteso, con capofila Fondazione Compagnia di San Paolo, consentirà di passare dalle attuali 49 a 65 patologie individuabili alla nascita.

L’iniziativa, della durata di 24 mesi, sarà gratuita e garantita in modo uniforme in tutti i punti nascita di Piemonte e Valle d’Aosta, indipendentemente dalla residenza e dalle condizioni economiche delle famiglie.

Su circa 50 mila nascite attese nei due anni e con un’adesione volontaria stimata al 95%, saranno sottoposti allo screening circa 47.500 neonati. Le stime indicano la possibilità di identificare circa 80 nuovi casi all’anno di patologie oggi non intercettate attraverso i programmi esistenti.

Il modello organizzativo prevede tre livelli:

  • i punti nascita, dove viene effettuato il prelievo;
  • l’hub analitico regionale presso l’Azienda Ospedaliera OIRM-Sant’Anna per l’analisi dei campioni;
  • i centri clinici specialistici per la conferma diagnostica e la presa in carico dei bambini.

L’obiettivo è identificare le patologie nella fase più precoce possibile, quando gli interventi terapeutici possono modificare significativamente il decorso della malattia.

L’investimento previsto è di 3,4 milioni di euro in due anni. I dati raccolti contribuiranno inoltre a produrre evidenze utili per un possibile futuro inserimento dell’ampliamento del panel nei Livelli essenziali di assistenza (LEA).

Odontoiatria solidale: una rete per le persone vulnerabili

Il secondo progetto riguarda lo sviluppo di un modello regionale di odontoiatria solidale, con capofila Fondazione CRC e realizzato da Azienda Zero Piemonte.

L’iniziativa prevede un percorso di prevenzione, cura e follow-up odontoiatrico rivolto alle persone in condizioni di vulnerabilità: cittadini con reddito basso, persone senza dimora, anziani fragili, migranti e altri gruppi a rischio di esclusione.

Il progetto coinvolgerà almeno dieci partner territoriali, tra servizi sociali, enti del Terzo settore, strutture di accoglienza, medici di medicina generale e mediatori culturali, oltre a prevedere la creazione di un Albo regionale dei professionisti aderenti.

Una rete pubblico-terzo settore per offrire cure odontoiatriche alle fasce vulnerabili e prevenire accessi impropri

Nella prima fase sperimentale, della durata di 12 mesi, saranno prese in carico almeno 300 persone e saranno erogate oltre 1.000 prestazioni odontoiatriche.

Tra gli obiettivi anche la riduzione degli accessi impropri al pronto soccorso per problematiche odontoiatriche evitabili, stimata tra il 20 e il 30%, attraverso un modello strutturato e misurabile anche tramite un report di impatto sociale (SROI).

Il valore economico del progetto nel primo anno è pari a 205 mila euro.

Un modello di collaborazione pubblico-privato

Pur intervenendo su ambiti diversi, i due progetti condividono un approccio comune: utilizzare la collaborazione tra istituzioni e filantropia per sperimentare modelli innovativi, valutarne gli effetti e renderli potenzialmente replicabili all’interno del Servizio sanitario.

«La sanità pubblica deve saper cogliere e valorizzare le migliori esperienze innovative, sperimentarle e, quando producono risultati concreti, renderle patrimonio dell’intero sistema», ha sottolineato Riboldi.

Il Piemonte punta così a rafforzare una sanità orientata alla prevenzione, alla diagnosi precoce e alla riduzione delle disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Operational Excellence in sala operatoria: al via il Corso di Alta Formazione OPERA

La sala operatoria è uno degli ambienti più complessi e strategici dell’organizzazione ospedaliera: concentrazione di competenze altamente specialistiche, tecnologie avanzate e processi interdipendenti, il blocco operatorio rappresenta un ambito in cui efficienza organizzativa e qualità dell’assistenza sono strettamente connesse.

Proprio per rispondere alla necessità di sviluppare nuove competenze manageriali e clinico-organizzative nasce OPERA – Operational Excellence in sala operatoria, il Corso di Alta Formazione promosso da LIUC Business School e dall’IRCCS Ospedale Galeazzi – Sant’Ambrogio, con l’obiettivo di formare professionisti in grado di analizzare, riprogettare e ottimizzare i processi del blocco operatorio.

Lean Healthcare e Operational Excellence diventano strumenti strategici per innovare i blocchi operatori

Il percorso punta a diffondere una cultura dell’Operational Excellence applicata alla sanità, integrando strumenti di gestione aziendale con la conoscenza delle dinamiche clinico-assistenziali. L’obiettivo è migliorare la programmazione delle attività chirurgiche, l’utilizzo delle risorse, la misurazione delle performance e, più in generale, la capacità delle organizzazioni sanitarie di garantire cure efficaci e sostenibili.

Dalla gestione dei processi al miglioramento continuo

Il corso è rivolto a medici, infermieri, coordinatori, professionisti sanitari, ingegneri clinici e manager che operano o intendono operare nella gestione dei percorsi chirurgici.

Tra i temi affrontati figurano:

  • la pianificazione e organizzazione dell’attività chirurgica;
  • l’analisi e la riprogettazione dei processi;
  • la misurazione delle performance del blocco operatorio;
  • l’applicazione dei principi della Lean Healthcare;
  • gli strumenti per il miglioramento continuo;
  • la gestione integrata delle risorse e dei flussi organizzativi.

L’approccio formativo prevede un forte orientamento alla pratica, attraverso il confronto con esperienze operative e casi reali, con l’obiettivo di fornire ai partecipanti strumenti immediatamente applicabili nei contesti sanitari.

Una formazione multidisciplinare per affrontare la complessità della sala operatoria

La collaborazione tra LIUC Business School e IRCCS Ospedale Galeazzi – Sant’Ambrogio nasce dalla volontà di unire competenze accademiche e conoscenza diretta dei processi ospedalieri.

La gestione efficace di una sala operatoria richiede infatti un modello integrato, nel quale competenze cliniche, organizzative, tecnologiche e manageriali lavorino insieme per ridurre inefficienze, migliorare la sicurezza e aumentare il valore prodotto per pazienti e professionisti.

L’efficienza delle sale operatorie richiede competenze organizzative, cliniche e manageriali integrate

In questo senso, l’Operational Excellence diventa una leva per affrontare alcune delle principali sfide dei sistemi sanitari contemporanei: aumento della domanda di prestazioni, necessità di ottimizzare le risorse disponibili e crescente attenzione alla qualità dei percorsi di cura.

Il calendario del corso

Le lezioni si svolgeranno in presenza presso l’IRCCS Ospedale Galeazzi – Sant’Ambrogio di Milano nelle giornate dell’11 e 30 settembre e del 5 ottobre 2026.

Il programma alternerà approfondimenti teorici, testimonianze di esperti e analisi di casi concreti, offrendo ai partecipanti un’occasione di confronto interdisciplinare sulle strategie per rendere più efficienti e resilienti i modelli organizzativi ospedalieri.

Le iscrizioni sono aperte.

Giua Marassi: «La farmacia clinica tra presente e futuro»

La farmacia clinica è una disciplina che risponde al processo di evoluzione della professione del farmacista, chiamato a svolgere un ruolo sempre più attivo nella gestione dei pazienti, nell’integrazione con gli altri professionisti sanitari e nella produzione di evidenze a supporto della pratica clinica. Una trasformazione che richiede formazione specifica e nuove competenze. Di questi temi abbiamo parlato con Corrado Giua Marassi, Presidente SIFAC (Società italiana di Farmacia Clinica) e Direttore Executive Master in Clinical Pharmacy-Misom, Università degli Studi di Milano.

Cosa è oggi la farmacia clinica, come si è evoluta nel tempo e a quali bisogni risponde nel contesto del SSN?

«La farmacia clinica è una disciplina che si caratterizza per la peculiarità di fornire al farmacista un modello incentrato sulle più autorevoli evidenze scientifiche e che consente di standardizzare l’approccio clinico, nell’ottica dell’armonizzazione della presa in carico del paziente.

Tale visione affonda le sue radici nel profondo cambiamento che ha rivoluzionato la farmacia di comunità negli ultimi anni, configurandola non più solo come luogo di dispensazione e counselling del medicinale, ma anche come un vero presidio territoriale che pone al centro il paziente e il percorso correlato alla sua salute.

Le minor diseases vedono il farmacista sempre più come referente clinico di prima istanza sul territorio

Il metodo Clinical Pharmacy trova la sua più alta espressione nell’ambito delle minor diseases, ovvero tutte quelle condizioni di minore entità per la salute del paziente e che vedono il farmacista sempre più come referente clinico di prima istanza sul territorio.

Il modello si articola attraverso una sequenza logica di step che consentono di contestualizzare la problematica individuando l’eventuale presenza di campanelli d’allarme che richiedono un consulto medico o, viceversa, prendendola in carico attraverso un approccio incentrato su protocolli condivisi e Linee Guida internazionali in grado di orientare la scelta della strategia terapeutica.

La farmacia clinica contribuisce alla governance di patologie croniche

Un ambito parallelo attraverso il quale la farmacia clinica risponde alle esigenze del SSN è il contributo alla governance di patologie croniche in farmacia, attraverso – per esempio – il monitoraggio dell’aderenza terapeutica e della sicurezza dei farmaci, allo scopo di operare un intervento educazionale personalizzato e facilitare la sinergia tra i vari professionisti della salute».

Quali competenze dovrebbe possedere oggi un farmacista clinico, e come dovrebbe evolvere la sua formazione per rispondere alle nuove esigenze del SSN?

«Le competenze richieste al farmacista sono di tipo clinico-scientifico, e riguardano tanto la capacità di interpretare protocolli, quanto la familiarità per la letteratura scientifica, necessari per operare secondo le evidenze. È inoltre fondamentale una conoscenza della pharmaceutical care, che non passa soltanto attraverso l’eventuale esecuzione di analisi di monitoraggio e, talvolta, di esami di telemedicina, ma necessita del connubio di questi strumenti clinici con quelli cognitivi; si tratta di questionari validati in letteratura scientifica per determinate patologie croniche cardiovascolari, metaboliche o respiratorie che consentono, per esempio, di ottenere score predittivi dell’aderenza ai trattamenti o della consapevolezza che il paziente ha della propria patologia, rappresentando il presupposto per un intervento educazionale efficace e personalizzato.

La figura del farmacista clinico è ora meno farmaco-centrica e maggiormente protesa alla filiera clinica e scientifica

Il farmacista clinico oggi è anche un ricercatore: ciò richiede delle robuste conoscenze nel campo della sperimentazione, sulle buone pratiche cliniche (GCP) e sugli aspetti etico-regolatori necessari per partecipare a studi osservazionali di real life su prodotto, consentendo una raccolta di dati di qualità.

La figura del farmacista clinico è poliedrica e in evoluzione, e richiede un adeguamento della formazione, meno farmaco-centrica e maggiormente protesa alla filiera clinica e scientifica. Indispensabile è, in quest’ottica, l’acquisizione di competenze specifiche attraverso una formazione certificata in linea con altri virtuosi modelli europei – penso a Francia, Belgio, UK, Spagna e Paesi scandinavi – dove la farmacia clinica rappresenta una realtà solida».

Quali sono le principali evidenze che dimostrano l’impatto del farmacista clinico sugli esiti di salute dei pazienti?

«Le evidenze dell’impatto e dell’intervento del farmacista clinico sono emerse da diversi studi, che hanno evidenziato un netto miglioramento in termini di aderenza alle terapie croniche e anche, di conseguenza, della loro efficacia.

Un esempio emblematico è rappresentato dallo studio osservazionale “SETA– condotto su soggetti cronici respiratori con asma – che ha affiancato l’utilizzo di uno strumento cognitivo rappresentato dal TAI test alle misurazioni spirometriche analitiche.

Le evidenze dell’impatto e dell’intervento del farmacista clinico sono emerse da diversi studi

Il TAI, questionario sull’aderenza alle terapie inalatorie – sviluppato originariamente in Spagna e validato nella versione italiana da SIFAC in collaborazione con Humanitas University – misura il grado di aderenza alla terapia inalatoria consentendo al farmacista di operare un intervento educazionale personalizzato, ripetendo tutte le valutazioni al follow-up dopo due mesi.

È emersa una differenza statisticamente significativa tra il braccio di controllo, cui non era stato offerto il counselling, e il gruppo di pazienti che ha ricevuto l’intervento educazionale mirato del farmacista: in questo gruppo è stato riscontrato, al follow-up, un miglioramento netto del grado di aderenza alla terapia inalatoria e un incremento dei valori strumentali. Risultati che indicano, nel complesso, un’implementazione della governance della patologia.

Il farmacista clinico può offrire un contributo fondamentale al monitoraggio o allo screening delle patologie croniche

Ulteriori dati a sostegno dell’impatto dell’intervento del farmacista clinico sono emersi dallo studio “Save Your Heart, effettuato nel 2021 e improntato a scattare una fotografia della governance di patologie croniche quali ipertensione, ipercolesterolemia e diabete attraverso la rilevazione dei rispettivi parametri clinici e la valutazione dell’aderenza terapeutica ai trattamenti in corso.

Il 68% dei pazienti ipertesi arruolati è risultato essere non a target per i valori pressori, e più del 65% non a target per il colesterolo LDL; inoltre, quasi il 70% della popolazione diabetica non aveva un controllo glicemico ottimale, e più del 30% dei soggetti non diabetici presentava una glicemia con valori borderline da sottoporre a valutazioni ulteriori.

Queste esperienze mostrano come il farmacista clinico possa offrire un contributo fondamentale al monitoraggio delle patologie croniche, o allo screening di queste ultime nei soggetti sani».

Quali sono le attività che coinvolgono il farmacista clinico ricercatore, quali progetti di ricerca vengono portati avanti, come la farmacia clinica può contribuire all’osservazione dei dati di real life?

«Nell’attuale scenario della ricerca clinica emerge sempre più la necessità di condurre anche degli studi in real life, che consentano di integrare e aggiornare a lungo termine le informazioni emerse dai trial clinici su efficacia, sicurezza, modalità di utilizzo, impatto del trattamento sulla qualità di vita e razionalizzazione della spesa sanitaria, generando evidenze che non sarebbero rilevabili in maniera esaustiva con i soli studi pre-autorizzativi.

In questo scenario, la farmacia di comunità rappresenta una finestra che affaccia costantemente sul panorama del mondo reale: la sua diffusione capillare sul territorio, anche nei centri più piccoli o rurali, la elevatissima frequenza di contatto con i cittadini (basti pensare che entrano in farmacia circa 4 milioni di persone al giorno), nonché l’accessibilità immediata e libera consentono una vista della real life a 360 gradi.

La farmacia clinica può quindi coniugare l’attività di erogazione del farmaco con quella di ricerca sullo stesso

SIFAC ha condotto, da sempre, studi osservazionali nell’ambito delle minor diseases o di patologie croniche; negli ultimi anni si è aperta anche agli studi osservazionali su prodotto, portando a termine sperimentazioni su dispositivi medici nonché il primo studio osservazionale italiano su un medicinale di automedicazione nel setting delle farmacie di comunità. Lo studio ha generato nuovi dati di real life che, oltre ad essere stati condivisi con la comunità scientifica, si sono aggiunti a quelli già presenti nella scheda tecnica del prodotto, al punto da portare a una sua integrazione e modifica da parte dell’AIFA: un risvolto regolatorio emblematico, che si somma alla gratificazione scientifica e fa sì che le evidenze di ricerca si integrino con la pratica clinica, e ne orientino le decisioni».

Collaborazione multidisciplinare: come si integra il farmacista clinico con altri professionisti sanitari operanti all’interno del SSN?

«La farmacia clinica rappresenta un terreno fertile per la multidisciplinarietà, in tutti i suoi ambiti di applicazione.

L’approccio alle minor diseases attraverso linee guida si incentra su un profondo lavoro di integrazione e formazione condotto in collaborazione con la classe medica che, attraverso esponenti della medicina generale e specialisti nei diversi ambiti, da sempre collabora con SIFAC alla stesura di protocolli e rappresenta parte attiva del percorso formativo previsto dal Master in Clinical Pharmacy.

Altro campo di integrazione sinergica è quello della pharmaceutical care e, dunque, della cronicità che ha gettato le basi per fiorenti collaborazioni con l’ambito medico.

La partecipazione alla presa in carico dei soggetti fragili o allo screening primario di diverse patologie, con la possibilità di intercettare i soggetti più refrattari ad aderirvi, ha permesso di alleggerire il peso sulle strutture del SSN e snellire il percorso del paziente.

La farmacia clinica rappresenta un terreno fertile per la multidisciplinarietà

Anche il mondo della ricerca clinica offre uno slancio ulteriore per la collaborazione con altri profili professionali, quali CRO, aziende farmaceutiche ed enti d’eccellenza, attraverso il disegno di progettualità, studi osservazionali e survey che ha portato a pubblicazioni su riviste scientifiche di rilievo. Le evidenze sono così condivise con la comunità scientifica e rese fruibili, utilizzate e talvolta citate tra le fonti bibliografiche che ispirano nuovi lavori.

Il farmacista clinico, pur scaturendo dall’evoluzione più clinica del suo ruolo, non si sostituisce in alcun modo alle altre figure professionali; nasce invece nell’ottica di coadiuvarle, al fine di definire un’assistenza sanitaria territoriale in cui lavorino in sinergia tutti professionisti sanitari coinvolti nella tutela della salute del cittadino, per rendere il suo percorso di cura e prevenzione il più agevole e completo possibile».