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Obesità, dalla Sardegna una proposta di legge per farmaci a prezzo calmierato

Una sperimentazione di tre anni per garantire l’accesso a farmaci contro obesità e sovrappeso a prezzo calmierato, con la gratuità prevista per i pazienti economicamente fragili sulla base dell’ISEE. È quanto prevede la proposta di legge presentata l’8 ottobre al Consiglio regionale della Sardegna dal consigliere Stefano Schirru (Alleanza Sardegna), insieme ai consiglieri Aroni, Truzzu, Cocciu, Ticca e Peru.

Le terapie sarebbero gratuite per i pazienti economicamente fragili in base all’ISEE

Il provvedimento prevede che l’accesso alle terapie avvenga attraverso centri specialistici e piani terapeutici, all’interno di un percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale regionale.

Una proposta che arriva mentre a livello nazionale è aperto il confronto sul riconoscimento dell’obesità come patologia cronica e sull’accesso alle terapie all’interno del Servizio sanitario nazionale.

Tonolo: «L’accesso alle terapie non può dipendere dalla possibilità di pagarle»

La Società Italiana Metabolismo Diabete Obesità (SIMDO), a congresso in questi giorni proprio a Cagliari, accoglie con favore l’iniziativa. «L’obesità è una malattia cronica e l’accesso alle terapie non può dipendere dalla possibilità di pagarle», commenta Giancarlo Tonolo, presidente nazionale SIMDO.

Per Tonolo, rilevante è anche la scelta di affidare l’accesso ai centri specialistici: «Bene anche la scelta dei centri specialistici: fondamentale per un approccio multidisciplinare e continuativo».

SIMDO fa parte dell’Osservatorio per lo studio dell’obesità istituito presso il Ministero della Salute, che contribuirà alla definizione del Programma nazionale di prevenzione e cura dell’obesità.

«Partecipiamo attivamente perché il mondo dell’obesità venga riconosciuto come avente diritto alla terapia a carico del Servizio sanitario nazionale, in quanto patologia cronica», aggiunge Tonolo.

Sardegna, dal diabete all’obesità

La proposta arriva in una regione che ha già un’attenzione particolare per il diabete. La Sardegna ha l’incidenza di diabete di tipo 1 in età pediatrica più alta al mondo e a settembre la regione è diventata la prima in Italia ad approvare una legge interamente dedicata ai minori con diabete di tipo 1.

«Con quella legge la Sardegna ha fatto da apripista in Italia», osserva Tonolo. «Ci auguriamo che possa fare lo stesso anche sull’obesità».

Risk-benefit profile: quando la farmacovigilanza diventa “su misura”

Si consumano sempre più farmaci e, di pari passo, cresce il peso delle reazioni avverse sui sistemi sanitari in termini di malattie, ricoveri e, nei casi più gravi, decessi. Per questo diventa sempre più importante disporre di metodi solidi per individuare per tempo i segnali di rischio e gestirli. A rendere il quadro più complesso c’è un approccio terapeutico che sta cambiando rapidamente: terapie sempre più personalizzate, pazienti che assumono più farmaci contemporaneamente, persone fragili e un ruolo crescente dell’intelligenza artificiale. Gli strumenti di valutazione tradizionali, pensati per un paziente “medio”, iniziano a mostrare i loro limiti.

Il rischio di un farmaco può cambiare in base alle caratteristiche del singolo paziente e nel corso del tempo

Da qui nasce il concetto di profilo rischio-beneficio personalizzato (risk-benefit profile). L’idea è che l’equilibrio tra efficacia e sicurezza di un farmaco non sia fisso né uguale per tutti, ma cambi da paziente a paziente e nel corso del tempo.

Ne abbiamo parlato con Annalisa Capuano, membro della Società italiana di farmacologia (SIF) e direttrice del Dipartimento di Medicina sperimentale dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Annalisa Capuano

Quanto contano i dati della pratica clinica per la sicurezza dei farmaci?

«I dati raccolti nella pratica clinica quotidiana sono fondamentali. Gli studi clinici sono il gold standard per valutare l’efficacia e la sicurezza di un nuovo trattamento e ci forniscono informazioni solide», spiega Capuano. «Allo stesso tempo, però, hanno alcuni limiti: coinvolgono un numero definito di pazienti, spesso selezionati sulla base di criteri precisi, e si svolgono per un periodo di tempo limitato.
Pensate a una reazione avversa che si verifica una volta ogni 20.000 o 50.000 pazienti. È molto difficile che emerga chiaramente in uno studio clinico che ha coinvolto qualche migliaio di persone. Nella vita reale, infatti, utilizziamo i farmaci negli anziani, nelle persone con più malattie coesistenti, nei pazienti che assumono cinque, sei o dieci medicinali diversi. Tutte situazioni che negli studi clinici possono essere meno rappresentate. È proprio qui che entra in gioco la cosiddetta Real World Evidence».

Di cosa si tratta?

«È l’evidenza prodotta osservando e monitorando quello che succede nella pratica clinica reale. Un primo strumento fondamentale, proprio della farmacovigilanza, sono le segnalazioni spontanee di sospette reazioni avverse, cioè le comunicazioni effettuate dagli operatori sanitari, ma anche direttamente dai pazienti e dai cittadini. A livello europeo, ad esempio, infrastrutture come DARWIN EU permettono alle autorità regolatorie di utilizzare grandi basi di dati sanitari per studiare l’uso, l’efficacia e soprattutto la sicurezza dei medicinali nella popolazione reale.
Un concetto importante, però, è che un segnale non equivale automaticamente alla dimostrazione che il farmaco abbia provocato quell’evento. Se vediamo, ad esempio, un numero inatteso di segnalazioni di un certo problema cardiaco in persone che assumono un farmaco, quello è un campanello d’allarme. A quel punto dobbiamo capire se esiste veramente una relazione con il medicinale oppure se intervengono altri fattori come la malattia stessa, l’età, altri farmaci assunti contemporaneamente».

È questo il ruolo della farmacovigilanza?

«Esatto e si basa su un sistema molto articolato. A livello nazionale coinvolge AIFA, i Centri Regionali di Farmacovigilanza e le strutture sanitarie; a livello europeo un ruolo centrale è svolto dal PRAC, il Comitato per la valutazione dei rischi per la farmacovigilanza dell’Agenzia Europea dei Medicinali, di cui faccio parte. Il PRAC ha il compito di valutare gli aspetti relativi alla sicurezza dei medicinali, individuare e analizzare nuovi segnali, stabilire se modificano ciò che già conosciamo sul profilo di rischio di un farmaco e, quando necessario, raccomandare misure per ridurre questi rischi.

I dati real-world completano le evidenze degli studi clinici durante tutta la vita del farmaco

Direi, quindi, che studi clinici e dati della pratica clinica non sono in contrapposizione. Gli studi clinici ci permettono di conoscere un farmaco prima della sua introduzione nella pratica clinica, la farmacovigilanza e i dati real world ci permettono di continuare a conoscerlo durante tutta la sua vita. In un certo senso, l’autorizzazione di un farmaco non è la fine della sua valutazione, ma l’inizio di una fase completamente nuova di conoscenza».

Quanto siamo vicini a usare la farmacogenetica nella pratica clinica?

«In alcuni ambiti, in realtà, non stiamo più parlando di futuro, ci siamo già arrivati. Ci sono oggi situazioni nelle quali l’informazione genetica del paziente è concretamente utilizzata per scegliere un farmaco, evitarne un altro oppure adattarne la dose.
Il principio è piuttosto semplice. Ognuno di noi possiede piccole differenze genetiche che possono influenzare il modo in cui un farmaco è assorbito, metabolizzato, eliminato oppure il modo in cui interagisce con il suo bersaglio. Ciò significa che la stessa dose, somministrata a due persone apparentemente simili, può produrre concentrazioni del farmaco nel sito di azione molto diverse oppure effetti diversi.

Un esempio molto concreto riguarda alcuni farmaci antitumorali, come fluorouracile e capecitabina. Ci sono pazienti nei quali l’attività dell’enzima DPD, che serve a metabolizzare questi farmaci, è fortemente ridotta. In questi casi, il medicinale può accumularsi e provocare tossicità anche molto gravi. Per questo oggi, prima di iniziare determinate terapie con fluoropirimidine, è raccomandata la valutazione della funzionalità della DPD, anche attraverso test genetici. Nei pazienti con deficit completo questi trattamenti sono controindicati, mentre in caso di deficit parziale può essere necessario partire con dosi ridotte».

Quali sono oggi i principali limiti della farmacogenetica nella pratica clinica?

«Bisogna evitare un equivoco e cioè che la farmacogenetica non è una carta d’identità che ci dice con certezza quale farmaco funzionerà e quale no. La genetica è uno dei tasselli. La risposta al farmaco dipende anche dall’età, dalla funzionalità renale ed epatica, dalle altre terapie, dalle malattie concomitanti, dall’alimentazione, dall’aderenza al trattamento e da molti altri fattori. La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi integrare tutte queste informazioni.

La farmacogenetica è già applicata per alcune specifiche coppie gene-farmaco

Ci sono poi ostacoli molto pratici, come la disponibilità dei test, i tempi necessari per ottenere il risultato, i costi, la formazione dei professionisti e soprattutto l’integrazione di queste informazioni nei sistemi informatici sanitari. Il dato genetico dovrebbe comparire, idealmente, nel momento in cui il medico prescrive il farmaco, con un’indicazione semplice e utilizzabile.
Quindi, alla domanda “quanto siamo vicini?” risponderei che per alcune coppie gene-farmaco siamo già nella medicina di precisione, ma per una farmacoterapia realmente personalizzata e sistematica abbiamo ancora diversi passi da compiere».

L’intelligenza artificiale può rendere più sicura la farmacovigilanza?

«Credo che l’AI abbia il potenziale per modificare profondamente non soltanto la farmacovigilanza, ma più in generale il modo in cui utilizziamo i Real World Data. Il motivo è semplice. Oggi disponiamo di una quantità enorme di informazioni, provenienti da fonti diverse, e la vera sfida non è più soltanto raccoglierle, ma riuscire a metterle in relazione e a ricavarne informazioni utili. Nessun essere umano potrebbe analizzare manualmente tutto questo materiale in tempi ragionevoli.

Tradizionalmente, uno degli approcci utilizzati in farmacovigilanza è cercare se una determinata coppia “farmaco-evento” compare più frequentemente di quanto ci aspetteremmo. L’AI può però aggiungere un ulteriore livello di analisi, può esaminare contemporaneamente un numero molto elevato di variabili e individuare relazioni, combinazioni e pattern complessi che potrebbero non essere immediatamente riconoscibili né con gli approcci tradizionali, né attraverso la sola analisi umana. Non significa che scopra automaticamente una nuova reazione avversa ma può indicarci dove guardare e far emergere delle associazioni che meritano poi di essere approfondite.

L’intelligenza artificiale può individuare pattern complessi e nuovi segnali di rischio

Ad esempio, il problema potrebbe non essere semplicemente “farmaco A – evento B”. Potremmo scoprire che l’evento compare soprattutto nei pazienti anziani che assumono contemporaneamente il farmaco A e il farmaco C, oppure in presenza di una determinata patologia o di una particolare sequenza temporale. Quando aumentano le variabili, per i metodi tradizionali diventa progressivamente più difficile riconoscere questi schemi».

Quali garanzie servono perché l’AI sia realmente affidabile in farmacovigilanza?

«Il punto fondamentale è che l’intelligenza artificiale deve aiutarci a formulare domande migliori, non darci risposte da accettare automaticamente. Un algoritmo può trovare una correlazione, ma non necessariamente sa spiegarne la causa. Può amplificare errori presenti nei dati di partenza, può funzionare molto bene nella popolazione sulla quale è stato sviluppato e molto meno in un’altra, oppure può produrre molti falsi segnali.

Per questo servono alcune garanzie precise, dati di buona qualità, validazione del modello prima dell’utilizzo, verifica delle prestazioni nel tempo, trasparenza su come è stato costruito, possibilità di ricostruire il processo che ha portato al risultato (riproducibilità), protezione dei dati personali e, soprattutto, supervisione umana.

L’AI deve supportare gli esperti, non sostituire la valutazione clinica e regolatoria

Non immagino una farmacovigilanza in cui un algoritmo decide autonomamente che un farmaco è pericoloso. Immagino piuttosto un farmacologo o un esperto di farmacovigilanza che dispone di strumenti molto più potenti per vedere prima ciò che altrimenti sarebbe molto difficile vedere».

Come coinvolgere di più i pazienti nella farmacovigilanza?

«Il contributo dei pazienti è importantissimo e, secondo me, dovrebbe essere valorizzato. Chi assume il farmaco vede una parte della terapia che il professionista sanitario non ha la possibilità di osservare continuamente. Il medico può valutare gli esami, può riconoscere un evento clinico importante, ma il paziente vive in prima persona e quotidianamente gli effetti del trattamento.
Ci sono reazioni che magari non portano a un ricovero e non sono considerate particolarmente gravi dal punto di vista clinico, ma che hanno un enorme impatto sulla qualità della vita del paziente come stanchezza, nausea, insonnia, difficoltà di concentrazione, alterazioni della vita sessuale, dolore, vertigini. Se questi disturbi non sono riferiti al medico, magari perché il paziente li considera poco importanti, rischiano di rimanere invisibili.

Integrare dati clinici, genetici e farmacologici può rendere la farmacovigilanza più predittiva

Fondamentale è dunque la comunicazione e l’informazione. In Italia tutti possono segnalare, anche i cittadini, come dicevo prima, una sospetta reazione avversa. È importante sottolineare la parola “sospetta”, perché non bisogna essere certi che sia stato il farmaco a causarla, saranno gli esperti a valutare quella segnalazione insieme a tutte le altre informazioni disponibili».

Come cambia la farmacovigilanza con il risk profile su misura?

«Storicamente la domanda della farmacovigilanza era “quali sono i rischi di questo farmaco?”. Oggi, però, possiamo aggiungerne una seconda e cioè “qual è il rischio di questo farmaco in questo specifico paziente?”, perché il rischio non è necessariamente uguale per tutti. La novità è la possibilità di mettere insieme informazioni che fino a qualche anno fa tendevano a rimanere separate: farmacovigilanza tradizionale, dati real-world, farmacogenetica, informazioni cliniche, politerapia, dati riferiti dai pazienti e strumenti di intelligenza artificiale.

Prevenire le reazioni avverse può ridurre conseguenze cliniche, organizzative ed economiche per il SSN

Questo potrebbe consentirci di passare gradualmente da una farmacovigilanza prevalentemente reattiva, nella quale identifichiamo un problema dopo che si è manifestato in un certo numero di persone, a una farmacovigilanza sempre più preventiva. Non riusciremo mai ad anticipare tutto, naturalmente, ma potremmo riconoscere molto prima quali pazienti meritano un monitoraggio maggiore».

Che cosa serve per rendere personalizzata la farmacovigilanza?

«Per arrivarci servono ancora alcuni passaggi. Abbiamo bisogno non solo di dati di qualità, ma di sistemi che riescano a dialogare tra loro. Una cartella clinica, un registro, una banca dati di farmacovigilanza e un laboratorio spesso raccolgono informazioni preziosissime, ma non necessariamente in una forma facilmente integrabile. Dobbiamo evitare che la medicina personalizzata produca nuove disuguaglianze. Se una tecnologia è disponibile soltanto in pochi grandi centri, non abbiamo raggiunto l’obiettivo.
Infine, serve formazione. Possiamo produrre il miglior algoritmo del mondo, ma se restituisce al medico un risultato incomprensibile non avrà alcun impatto. L’informazione deve diventare una decisione clinica semplice come monitorare, modificare una dose, evitare un’associazione, scegliere un’alternativa.

Più che immaginare una rivoluzione improvvisa, stiamo assistendo a un’evoluzione verso una farmacovigilanza più predittiva, più integrata e soprattutto più centrata sulle caratteristiche della singola persona

L’AI e i grandi dati sono strumenti potenti, ma il risultato finale deve sempre essere qualcosa di molto concreto, un farmaco utilizzato meglio e un paziente esposto al minor rischio possibile».

La gestione del rischio che impatto ha sul Servizio Sanitario Nazionale?

«Ha un impatto enorme, anche se spesso è poco visibile. Una reazione avversa evitabile ha conseguenze cliniche, organizzative ed economiche molto concrete per il SSN. Può significare un accesso al pronto soccorso, un ricovero, giorni aggiuntivi di degenza, esami diagnostici, visite specialistiche, utilizzo di altri farmaci per trattare la reazione avversa oppure la necessità di cambiare una terapia che stava funzionando.

Pensiamo a un paziente anziano che assume molti medicinali. Se un’interazione tra due farmaci causa un episodio di ipotensione, una caduta e una frattura, il problema non riguarda più soltanto quei due medicinali. Abbiamo un ricovero, eventualmente un intervento chirurgico, riabilitazione, assistenza territoriale e, soprattutto, una perdita di autonomia per quella persona.
La gestione del rischio serve proprio a cercare di prevenire una parte di questi eventi. Spendere qualcosa in più per prevenire una tossicità grave può evitare costi sanitari molto superiori successivamente. Non bisogna poi considerare soltanto il risparmio economico, poiché evitare una reazione avversa significa evitare sofferenza, perdita di qualità della vita e, in alcuni casi, conseguenze molto gravi per il paziente.

C’è poi un secondo aspetto, che è l’appropriatezza terapeutica. Gestire bene il rischio non significa utilizzare meno farmaci, ma utilizzare il farmaco giusto nel paziente giusto, nelle condizioni appropriate e con il monitoraggio necessario.
Probabilmente è proprio questo uno dei messaggi più importanti della farmacovigilanza moderna: non dobbiamo scegliere tra accesso alle terapie e sicurezza. L’obiettivo è far sì che i pazienti possano beneficiare dei farmaci quando ne hanno bisogno, riducendo quanto più possibile i rischi che possiamo prevedere e prevenire».

Equità di genere, la Società italiana di igiene adotta un piano triennale con indicatori misurabili

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di Ivana Barberini

La Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) si è data un piano per l’equità di genere e l’inclusione, tra le prime società scientifiche italiane a farlo. Il documento copre il triennio 2026-2028, è stato redatto dal Gruppo di lavoro “Prevenzione di genere” e ha già avuto il via libera della Giunta esecutiva. Sarà presentato ai soci a Genova, durante il 59° Congresso nazionale in programma dal 21 al 24 ottobre.
A promuovere il lavoro sono anzitutto i numeri della società stessa. Le donne rappresentano il 58% degli iscritti, eppure in Giunta esecutiva siedono cinque donne e nove uomini, le sezioni regionali hanno quattro presidenti donne su quindici e in quasi un secolo e mezzo di storia c’è stata una sola presidente. Nelle plenarie del Congresso 2025, infine, hanno preso la parola 15 donne su 52 relatori.
Il Piano adotta, inoltre, un approccio intersezionale in cui l’obiettivo dichiarato è contrastare le disuguaglianze legate non solo al genere, ma anche all’identità, all’etnia, alla condizione socioeconomica, alla disabilità e ad altri fattori di vulnerabilità.

Le ragioni di uno squilibrio

Mara Morini

Secondo Mara Morini, coordinatrice del Gruppo di lavoro, le cause vanno cercate fuori e dentro la professione. «Tra i principali ostacoli riteniamo agisca una diffusa cultura che vede ancora la donna più “relegata” a ruoli di supporto, le pause nello sviluppo di carriera per l’accudimento familiare, una società che complessivamente non sostiene la parità di genere. Noi, certo, non ci prefiggiamo di risolvere tutte le questioni, ma puntiamo ad agire coerentemente nei limiti societari per avviare una riflessione su questi punti: perché le iscrizioni alla nostra Società riguardano prevalentemente donne, ma difettano nei ruoli strategici e decisionali? Questo è già un buon punto di partenza. Mettere in evidenza i contrasti e le contraddizioni, sottolinearli e avviare un processo di cambiamento culturale, forzato da strumenti di valutazione dello stesso. Tutte le azioni del piano vanno in questo senso e siamo fiduciosi che i nostri iscritti ne saranno dei validi protagonisti, sostenuti da una presidenza convinta e motivata che accompagnerà tutto il percorso».

Tre aree e azioni misurabili

Il Piano si articola in tre aree di intervento – “cultura e comunicazione”, “partecipazione e leadership” e “valorizzazione e sostegno” – a cui si aggiunge un obiettivo trasversale dedicato al monitoraggio. Ogni azione ha il suo indicatore. Sono previsti due momenti formativi l’anno, linee di indirizzo per un linguaggio attento al genere, un aumento annuale del 10% della quota femminile tra le relazioni nelle plenarie del Congresso e un monitoraggio ogni due anni della composizione degli organi decisionali, con i dati pubblicati in forma aggregata. Non sono previsti meccanismi automatici, né vincoli statutari, la strategia punta piuttosto sul monitoraggio e sulla trasparenza dei dati.

Il Piano si articola in tre aree di intervento: “cultura e comunicazione”, “partecipazione e leadership” e “valorizzazione e sostegno”

Nei moduli di iscrizione comparirà inoltre la possibilità di indicare un genere non binario o di scegliere “preferisco non dichiarare”. Oggi infatti la SItI, come gran parte delle istituzioni italiane, raccoglie dati solo in forma binaria, lasciando fuori le persone non binarie, intersex e agender.

Un osservatorio per verificare i risultati

Resta il rischio che un documento di questo tipo si fermi alle buone intenzioni. «L’osservazione è pertinente e il rischio alto ma, proprio per questa consapevolezza, abbiamo inserito alcuni elementi che vogliono contrastare questo pericolo», spiega Morini «come ad esempio la costruzione di un piano con temi e obiettivi da raggiungere, senza lasciare alla buona volontà degli iscritti della nostra Società scientifica il percorrerli o meno, bensì andando a individuare un insieme di azioni per ciascun obiettivo con indicatori precisi e quantificabili, come la realizzazione di un “Osservatorio permanente” che va a monitorare le singole azioni e ne rendiconta lo stato di raggiungimento, annualmente, alla Presidenza e Giunta di SItI».

Il piano punta a trasformare gli obiettivi in azioni concrete, con indicatori precisi e quantificabili, per evitare che resti una dichiarazione di intenti

In una prima fase l’osservatorio sarà affidato allo stesso Gruppo di lavoro, che dovrà definirne il funzionamento entro tre mesi. È prevista anche una call per raccogliere idee e proposte dagli iscritti. «Si tratta, naturalmente, di strumenti, ma allo stesso tempo importanti, per dare struttura alle nostre intenzioni. Il 2026 è l’anno di definizione e diffusione del Piano strategico, quindi l’avvio di un processo che ha costruito le sue basi con il lavoro di 4 anni del Gruppo di Lavoro “Prevenzione di Genere”della SItI», aggiunge Morini.

Il Piano ha durata triennale. Alla scadenza del presente Piano, nel 2028, sarà avviata una valutazione dei risultati raggiunti, sulla base degli indicatori definiti, al fine di aggiornare e ridefinire le priorità strategiche per il triennio successive.

SSN, tutti lo difendono. Ma sulle soluzioni per rilanciarlo le forze politiche si dividono

C’è una parola che, ascoltando gli interventi dei rappresentanti politici alla presentazione del 9° Rapporto della Fondazione Gimbe, ritorna quasi ossessivamente: SSN. Servizio sanitario nazionale. Da destra a sinistra, passando per il centro e per le forze ambientaliste, nessuno sembra disposto a dichiararne il superamento. Anzi: tutti, con accenti diversi, ne rivendicano il carattere universalistico.

È il punto di partenza. Ma non è ancora una risposta.

Perché le due domande poste da Gimbe erano volutamente semplici e, proprio per questo, politicamente impegnative: quali sono le priorità per la sanità italiana? E quali proposte mettere in campo per rilanciare il Servizio sanitario nazionale?

A rispondere sono stati esponenti parlamentari di maggioranza e opposizione, purtroppo senza il contributo dei due partiti principali al Governo, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Alla presentazione del 9° Rapporto Gimbe gli schieramenti politici hanno risposto alle stesse due domande: quali priorità e quali proposte?

Il confronto ha restituito una fotografia più interessante di una semplice sequenza di posizioni. Se sulle diagnosi molte voci finiscono per sovrapporsi: mancano professionisti, crescono le disuguaglianze territoriali, le liste d’attesa rappresentano una falla sempre più evidente, il territorio deve essere rafforzato, l’innovazione va portata dentro il sistema. Ma quando arriva il momento di stabilire chi deve pagare, chi deve governare, quale ruolo debba avere il privato e che cosa fare delle strutture territoriali, la fotografia cambia.

È lì che passa la vera linea politica sulla sanità.

Prima convergenza: il SSN va difeso

Il primo elemento sorprendente è forse proprio quello meno scontato: praticamente tutti gli interventi partono dalla difesa dell’universalismo del SSN.

Davide Faraone, per Italia Viva, lo formula ricorrendo a un paradosso americano: «Penso che il modello che noi dobbiamo tenere in campo in questo Paese è quello che abbiamo sempre conosciuto, un sistema sanitario universale». E subito dopo introduce la questione che attraverserà gran parte del confronto: il rischio che l’universalismo resti «uno slogan», mentre nella realtà aumentano le persone costrette a rivolgersi altrove per curarsi. Maria Domenica Castellone, per il Movimento 5 Stelle, parte dai tre principi fondativi del sistema: universalità, uguaglianza e tutela della salute. Il problema, osserva, è che oggi quei principi non sono più pienamente garantiti. «Il nostro Servizio Sanitario Nazionale […] non riesce più a garantire i 3 principi su cui è stato fondato», dice, indicando nella revisione del sistema, a quasi cinquant’anni dalla sua nascita, una necessità ormai non più rinviabile.

Nicola Fratoianni, per Sinistra Italiana, porta il ragionamento ancora più sul terreno costituzionale: l’obiettivo deve essere «rafforzare un sistema sanitario nazionale che rispetti l’articolo 32 della Costituzione». E, aggiunge, «questo è un punto politico, non è un esercizio di retorica». Anche Elly Schlein, per il Partito Democratico, parte dalla stessa premessa, ma la traduce immediatamente in una questione finanziaria: «L’obiettivo che noi vogliamo raggiungere è quello di alzare la spesa sanitaria sul PIL a livello della media europea».

La difesa del carattere universalistico non viene messa in discussione, ma il rischio è che venga superato nei fatti

Anche nel centrodestra la difesa del carattere universalistico non viene messa in discussione. Elena Murelli, intervenendo per la Lega, definisce il sistema sanitario italiano «universalistico» e afferma che «deve essere innovato e rinnovato».

Insomma, il primo dato politico è che nessuno propone apertamente di archiviare il SSN. La discussione non è più, dunque, se salvare l’universalismo, ma come renderlo nuovamente effettivo.

Ed è qui che cominciano le divergenze.

Più risorse: sì. Ma quanti soldi e soprattutto da dove?

Carlo Calenda, per Azione, non usa giri di parole quando fa riferimento alla relazione tra finanziamento e sanità. «Se noi vogliamo rimettere in piedi il Servizio Sanitario Nazionale, servono circa […] 10 miliardi di euro a regime». Ma la questione, per lui, non è soltanto contabile: è una scelta politica. Quei soldi, sostiene, possono essere destinati alla sanità oppure a «tagli di tasse che poi diventano delle mance mensili indifferenti». È una delle posizioni più nette emerse dal confronto: la sanità deve competere con altre priorità della politica per ottenere risorse. E la scelta va dichiarata agli elettori.

Schlein propone invece un parametro: portare la spesa sanitaria sul PIL verso la media europea, indicata nel suo intervento attorno al 7,1%. Per il PD, quindi, il problema è invertire quella che viene definita una traiettoria di definanziamento.

Come può la sanità competere con altre priorità della politica per ottenere risorse?

Ancora più radicale la lettura di Fratoianni, secondo cui non basta guardare alla crescita nominale delle risorse. «Quel definanziamento si misura nel rapporto al PIL e nel rapporto all’inflazione», sostiene, contestando l’idea che l’aumento nominale dei finanziamenti sia sufficiente a dimostrare un rafforzamento del sistema.

Di segno diverso la risposta di Maurizio Lupi per Noi Moderati. Il punto, sostiene, non può essere soltanto «ancora pochi fondi alla sanità». Prima bisogna chiedersi «se i fondi che ci sono utilizzati nel miglior modo possibile». E porta a sostegno della tesi il dato dei 17,5 miliardi di euro di aumento delle risorse nel triennio 2022-2025, contro gli 11,5 miliardi del triennio precedente. La Lega insiste sulla stessa distinzione, ma con una formula diversa: non tagliare le risorse, bensì efficientarle e misurarne l’impiego. «In sanità la parola non è un costo ma un investimento sul sistema sanitario», afferma Murelli.

Italia Viva introduce poi un’altra variabile: gli sprechi non possono essere considerati un tema separato dal finanziamento. Faraone lo dice esplicitamente: «Io credo che il sistema sanitario è più credibile se innanzitutto mette da parte gli elementi di spreco quando poi deve richiedere risorse aggiuntive».

Le posizioni politiche si dividono tra chi guarda al finanziamento e chi all’uso delle risorse disponibili

È una delle prime vere linee di frattura. Per una parte della politica il problema è soprattutto il definanziamento; per un’altra è altrettanto decisivo ciò che accade alle risorse una volta entrate nel sistema.

Non sono necessariamente posizioni incompatibili. Ma cambiano radicalmente la priorità politica.

Il personale: il punto sul quale quasi tutti finiscono dalla stessa parte

Se c’è un terreno sul quale le distanze della politica si accorciano, è quello del personale.

Calenda punta sugli infermieri e sulla medicina d’urgenza: «Se oggi ci sono dei soldi vanno investiti sugli infermieri», dice, chiedendo anche di intervenire sulla remunerazione dei medici che scelgono il pronto soccorso. Personale tra le priorità anche per la Lega che parla non solo di stipendi ma anche di formazione, carriera, welfare e possibilità di conciliare lavoro e vita familiare. «Il personale sanitario non deve essere lasciato solo», sostiene Murelli.

Lato suo Noi Moderati rivendica gli aumenti contrattuali già ottenuti, ma ammette che «non sono ancora sufficienti» e che occorre «fare ancora di più». Per il PD, invece, la questione diventa un vero piano di attrattività: «Un piano straordinario di assunzioni, retribuzioni adeguate, formazione e naturalmente anche incentivi per coprire le posizioni nelle aree svantaggiate». Schlein insiste soprattutto su un punto: non basta pagare di più, bisogna rendere le professioni sanitarie nuovamente desiderabili.

Sul personale c’è convergenza politica, ma resta aperta la questione della sostenibilità economica delle possibili soluzioni

Castellone allarga ulteriormente il campo. Il problema, dice, «non sono solo salari, di stipendi», ma «le condizioni lavorative». E mette in relazione la fuga dei medici dal pubblico con un sistema che non riesce più a essere attrattivo.

Qui la politica sembra dunque aver trovato una lingua comune: il SSN non si rilancia senza persone. Ma proprio questa convergenza apre una domanda scomoda: quanto costerebbe rendere concretamente competitivo il lavoro nel pubblico? E, soprattutto, quante delle promesse politiche sul personale possono essere sostenute stabilmente dai bilanci?

La faglia delle Case della comunità

Sulle Case della comunità il confronto diventa quasi plastico. Da una parte c’è la posizione di Calenda, che non usa mezzi termini: «Io penso che le Case di comunità […] siano state un’idiozia di proporzioni gigantesche perché quando non hai il personale non ti inventi nuovi contenitori dove mettere il personale che non hai». Una visione, quella di Calenda, che viene rovesciata da Bonelli, per Europa Verde, secondo cui se il problema è che non funzionano, «si deve trovare il personale per far funzionare queste case della salute».

Una sorta di fronte trasversale ha visto insieme, per così dire, Lega, Movimento 5 Stelle, PD, Europa Verde e Sinistra Italiana. Da un lato Murelli non vuole «scatole vuote»: le Case di comunità devono diventare luoghi effettivi di integrazione tra medici di medicina generale, pediatri, specialisti, farmacie dei servizi e tecnologie. Dall’altro Castellone ribatte che le Case di comunità nascono proprio dalla lezione della pandemia e che dovrebbero diventare «luoghi di cura aperti 24 su 24», integrando medicina generale, pediatria e continuità assistenziale.

Nessuno vuole delle “scatole vuote” ma manca l’accordo su come fare ad evitare che le Case di Comunità lo siano

Schlein dal canto suo si schiera apertamente «a favore delle Case della comunità». Ma precisa: «Certo che non basta costruire i muri». Il vero investimento deve essere sui professionisti, sulla formazione e su un nuovo metodo di lavoro multidisciplinare.

Il punto interessante è che, in fondo, le posizioni non sono così lontane sulla diagnosi. Nessuno difende davvero strutture vuote. La divergenza riguarda ciò che bisogna fare davanti a strutture che rischiano di esserlo.

Per Calenda è stato sbagliato partire dai contenitori. Per gli altri, sarebbe sbagliato adesso abbandonarli: bisogna riempirli di professionisti e funzioni. È una differenza apparentemente tecnica, ma politicamente enorme: disinvestire da una scelta del Pnrr oppure completarla?

Stato e Regioni: il federalismo sanitario torna sul banco degli imputati

Altro punto di convergenza, soprattutto tra le opposizioni, è la necessità di rivedere il rapporto tra Stato e Regioni.

Se Bonelli chiede «un coordinamento più forte dello Stato nelle funzioni sanitarie», soprattutto alla luce delle disuguaglianze territoriali e dell’autonomia differenziata, Faraone è ancora più netto: «Il titolo V della Costituzione secondo me è stato un errore averlo modificato» e indica nella frammentazione regionale una delle ragioni delle differenze territoriali e di molte disfunzioni.

Castellone parla di «un diverso rapporto tra Stato e regione» e sostiene la necessità di rivedere il Titolo V: «Noi invece abbiamo fatto l’opposto, abbiamo decentralizzato solo la sanità, non è un modello che può funzionare». E anche la Lega, pur partendo da una posizione molto diversa sul piano politico, individua nell’uguaglianza territoriale una priorità: «Il cap di residenza non deve essere un discriminante».

È qui che il tema della sanità incontra inevitabilmente quello dell’autonomia differenziata. Perché la domanda non è più soltanto quanto spendere, ma chi decide come spendere e quanto spazio deve avere lo Stato nel garantire diritti omogenei su tutto il territorio nazionale.

Pubblico e privato: integrazione o supplenza?

La parola «integrazione» rischia di sembrare un punto di convergenza più solido di quanto sia realmente.

Su questo fronte la Lega parla esplicitamente di una collaborazione pubblico-privato «governata dal pubblico» e orientata agli interessi del paziente. Schlein usa quasi la stessa formula: «È chiaro che il privato deve integrare, ma il pubblico deve rivendicare una governance di programmazione». E mette in guardia dalla possibilità che siano gli operatori privati a scegliere le prestazioni più remunerative.

Castellone traccia però una linea più ideologica. «Il privato deve integrare il pubblico, non deve competere col pubblico», afferma. E boccia l’idea di rafforzare la sanità integrativa come soluzione al problema del SSN: «La sanità integrativa vuol dire selettività e non universalità». Calenda, invece, apre esplicitamente una porta che gli altri non sembrano voler spalancare: «C’è un ruolo maggiore che devono avere le assicurazioni private? Va studiato un meccanismo di assicurazione obbligatoria per i datori di lavoro?». Domande che, per ora, non trovano risposte.

Sul futuro del SSN il nodo non è solo il finanziamento, ma il modello di sanità che si vuole garantire

È questa, probabilmente, la divergenza più strategica dell’intero confronto. Perché se il SSN non riesce più a garantire tutto, la domanda diventa inevitabile: si rafforza il finanziamento pubblico per mantenere l’universalismo oppure si costruisce una maggiore integrazione strutturale con assicurazioni, fondi e privato?

La risposta cambia il modello sanitario, non soltanto il suo finanziamento.

Prevenzione, innovazione e territorio: il terreno delle convergenze

Su prevenzione e innovazione le distanze tornano invece a ridursi tra maggioranza e opposizione.

La Lega mette la prevenzione tra le sue priorità e la collega alla sostenibilità: «Qualsiasi euro investito in sanità […] anche in prevenzione è un risparmio di costi sul sistema sanitario». Europa Verde lega salute e ambiente, sostenendo che «il tema della sanità è un elemento composito in cui entra l’integrazione con tante altre politiche»: qualità dell’aria, dell’acqua, pesticidi, ambiente urbano.

Sulla tecnologia il confronto si sposta dalla scelta dello strumento alla sua governance: risorse, utilizzo e modello di servizio

Il PD mette l’accento su telemedicina, nuove tecnologie e intelligenza artificiale, fino a immaginare «un grande modello europeo» di intelligenza artificiale coerente con il modello sociale europeo. Trovandosi, almeno a parole, d’accordo con una Lega che considera teleassistenza, telemedicina e AI strumenti per rendere concreta la medicina territoriale.

La tecnologia, insomma, non sembra essere più una discriminante politica. Lo diventa semmai la sua governance della tecnologia, cioè chi la utilizza, con quali risorse e dentro quale modello di servizio.

La domanda finale a cui rispondere: quanto vale davvero il SSN?

Il confronto promosso da Gimbe ha restituito una politica meno distante di quanto ci si potrebbe aspettare. Tutti vedono un sistema sanitario sotto pressione. Tutti citano il personale. Tutti parlano di territorio. Tutti riconoscono il problema delle disuguaglianze. Quasi tutti chiedono maggiore efficienza e, in forme diverse, più risorse.

Ma il consenso si interrompe quando bisogna trasformare quelle parole in una scelta. Ed ecco che si riescono a intravedere, seppur in una fitta politica di aria fritta, le prime timide idee che potremmo trovare nella prossima Legge di Bilancio o – per coloro a cui piace guardare più lontano – nei programmi delle elezioni amministrative e di quelle politiche del prossimo anno.

Calenda chiede di decidere dove mettere i soldi e apre al ruolo delle assicurazioni. Bonelli vuole spostare il baricentro della battaglia sulle risorse anche in Europa e sul rapporto tra salute, ambiente e spesa militare. Faraone insiste sull’universalismo, ma lega le nuove risorse alla lotta agli sprechi e a una revisione del Titolo V. La Lega punta su prevenzione, personale, territorio, liste d’attesa e misurazione dell’efficienza. Castellone chiede una revisione strutturale di finanziamento, personale e governance e difende con forza il perimetro pubblico. Lupi mette al centro trasparenza, controllo della spesa e continuità dell’aumento delle risorse. Schlein chiede di invertire il definanziamento e costruire una sanità di prossimità, pubblicamente governata. Fratoianni legge tutto questo come una scelta politica di fondo: finanziare o lasciare che il sistema scivoli verso il collasso.

Il confronto non è più tra chi vuole o non vuole il Servizio sanitario nazionale. È tra diverse idee di come salvarlo

Non è poco. Anzi, forse è proprio questa la notizia politica uscita dalla presentazione del Rapporto Gimbe: il confronto non è più tra chi vuole o non vuole il Servizio sanitario nazionale. È tra diverse idee di come salvarlo.

La differenza non è marginale.

Perché un SSN più finanziato ma inefficiente non risolve il problema. Un SSN efficiente ma cronicamente sottofinanziato nemmeno. Un territorio senza professionisti è soltanto edilizia sanitaria. Un privato senza una forte programmazione pubblica rischia di selezionare le prestazioni più remunerative. Ma un pubblico che pretende di fare tutto senza interrogarsi sulla propria capacità organizzativa rischia, a sua volta, di trasformare l’universalismo in una promessa sempre più difficile da mantenere.

Forse è questa la vera domanda che il 9° Rapporto Gimbe consegna alla politica: non quanto costa il Servizio sanitario nazionale, ma quanto siamo disposti a investire per continuare a considerarlo un diritto e non semplicemente una voce di bilancio.

Alla fine della giornata, il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta ha utilizzato un’immagine efficace per sintetizzare il senso del rapporto: «Noi oggi stiamo accumulando debito di salute». Un debito che, ha spiegato, produce interessi «di tipo sanitario», «di tipo sociale» e «di tipo economico».

La politica, questa volta, è stata chiamata a dire come intende pagarlo.

Certo, sarebbe stato interessante raccogliere anche le idee della maggioranza di governo e in particolare di Forza Italia – assente l’On. Paolo Barelli – e di Fratelli d’Italia che non ha risposto all’invito di Gimbe a partecipare all’evento.

Le risposte delle altre forze politiche comunque sono arrivate. Il confronto vero comincia adesso.

SSN, i “tagli invisibili” valgono 18,8 miliardi. E il conto rischia di arrivare alle Regioni

C’è un modo semplice per raccontare la crisi del Servizio sanitario nazionale (SSN): guardare quanti miliardi ci sono nel Fondo sanitario nazionale (FSN). E c’è un modo più scomodo: chiedersi quanti miliardi il SSN avrebbe avuto se la quota di ricchezza destinata alla sanità fosse rimasta quella di qualche anno fa.

È da questa seconda prospettiva che il 9° Rapporto della Fondazione Gimbe cambia il senso della discussione. Perché i numeri raccontano una storia apparentemente rassicurante – il FSN è passato da 125,4 miliardi nel 2022 a 142,9 miliardi nel 2026, con un incremento nominale di 17,5 miliardi – ma, una volta rapportati alla ricchezza prodotta dal Paese, raccontano un’altra storia. Nel 2022 il FSN valeva il 6,27% del Pil, ma negli anni successivi la quota è scesa intorno al 6%, arrivando al 6,14% nel 2026. Se quel rapporto fosse stato mantenuto costante, secondo Gimbe, tra il 2023 e il 2026 il Ssn avrebbe avuto 18,8 miliardi di euro in più.

È questo che la Fondazione chiama “tagli invisibili”.

Fabbisogno Sanitario Nazionale nominale e in % del PIL: trend 2010-2026. Fonte 9° Rapporto Fondazione Gimbe

Il taglio che non compare nella legge di Bilancio

Il termine “tagli invisibili” è volutamente provocatorio, ma fotografa un meccanismo preciso: non è stato sottratto nominalmente denaro al Fondo sanitario; è stata ridotta la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità.

È la differenza tra dire «abbiamo aumentato il FSN di 17,5 miliardi» e chiedersi «quanto sarebbe aumentato se la sanità avesse mantenuto lo stesso peso sull’economia nazionale?». Una domanda che la politica, senza distinzione di colore, non si pone. O quanto meno, fa finta di non porsi.

La risposta di Gimbe è appunto 18,8 miliardi. E c’è un secondo elemento che rende il dato ancora più pesante: dal 2010 al 2026 il Fsn nominale è cresciuto di 37,5 miliardi, ma, una volta depurato dall’inflazione generale Istat, il finanziamento del 2026 risulta sostanzialmente tornato ai livelli reali del 2010. Nel frattempo, però, sono aumentati l’invecchiamento della popolazione, la cronicità e il costo delle innovazioni farmacologiche e tecnologiche.

L’analisi di Fondazione Gimbe attesta un finanziamento del FSN ai livelli del 2010

Insomma: più miliardi sulla carta, ma non necessariamente più capacità di acquistare salute.

Peggio ci sentiamo se il confronto si sposta sul piano internazionale. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata al 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media Ocse. La spesa pubblica pro capite invece è stata di 3.952 dollari a parità di potere d’acquisto: 909 dollari in meno della media Ocse e 1.013 in meno di quella europea. E così il nostro Paese si posizione all’ultimo posto nel G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite.

18,8 miliardi “persi” e 18 miliardi chiesti dalle Regioni: stesso numero, significato diverso

Qui il rapporto Gimbe si incrocia con una discussione che su TrendSanità abbiamo appena aperto.

La Conferenza delle Regioni ha chiesto circa 18 miliardi aggiuntivi per il SSN nel triennio 2027-2029: 6,818 miliardi nel 2027, 5,454 nel 2028 e 5,751 dal 2029, per un totale di 18,023 miliardi. Certo la richiesta non coincide con i 18,8 miliardi calcolati da Gimbe: sono grandezze costruite con logiche differenti e riferite a periodi diversi. Eppure è difficile non accostarle.

Da una parte ci sono 18,8 miliardi che, secondo Gimbe, il SSN avrebbe avuto se non fosse diminuita la sua quota sul PIL. Dall’altra quasi 18 miliardi che le Regioni chiedono oggi per finanziare il sistema nei prossimi tre anni.

Divario tra spesa sanitaria e FSN: 2023-2029. (Dati 2023-2025 elaborazione GIMBE, 2026-2029 da Legge di Bilancio 2026 e DPFP 2026)

Non è una somma da fare. È una coincidenza numerica che rende plastico il problema politico: il sistema sta chiedendo risorse aggiuntive mentre scopre di averne già perse, in termini relativi, lungo il percorso.

E dentro la richiesta delle Regioni ci sono quasi 4,9 miliardi per il personale, 11,3 miliardi per le spese non soggette a tetto e 1,5 miliardi per un Fondo per l’innovazione a risparmio certificato.

Non molto diverso, nella sostanza, dal problema individuato da Gimbe: non basta mettere soldi nel sistema. Bisogna capire quali bisogni finanziare, dove e con quali risultati.

Il prossimo buco è già scritto: 32,3 miliardi

Se i 18,8 miliardi rappresentano il passato, il numero che dovrebbe preoccupare il Governo, prossimo alle elezioni politiche e più vicino ancora alla definizione della legge di Bilancio, è quello che riguarda il futuro.

Non basta mettere soldi nel sistema. Bisogna capire quali bisogni finanziare, dove e con quali risultati

Il Documento programmatico di finanza pubblica 2026 prevede che la spesa sanitaria salga nominalmente da 148,8 miliardi nel 2026 a 160 miliardi nel 2029. Ma nello stesso periodo la sua incidenza sul Pil scenderebbe dal 6,4% al 6,3%.

A ciò, Gimbe aggiunge che nel triennio 2027-2029 si aprirà una forbice crescente tra spesa sanitaria prevista ed entità del FSN:

  • 7,6 miliardi nel 2027
  • 10,7 miliardi nel 2028
  • 14 miliardi nel 2029

Per un totale di 32,3 miliardi di spesa da coprire.

Un bel guazzabuglio. Soprattutto molto concreto. Perché, come osserva Gimbe, se non arriveranno risorse aggiuntive il conto finirà sui bilanci regionali. E le Regioni avranno sostanzialmente due leve: aumentare le entrate oppure comprimere i servizi.

In entrambi i casi, il pagatore finale rischia di essere il cittadino.

E i 5 miliardi di Schillaci?

Anche questo numero, 5 miliardi di euro, allora acquista un significato diverso.

Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha chiesto questa cifra aggiuntiva per la sanità nella prossima Manovra, indicando tra le priorità personale, assunzioni nelle aree più carenti, Piano sanitario nazionale, prevenzione, salute mentale e Alzheimer.

Cinque miliardi contro i 18 delle Regioni. E contro i 32,3 miliardi di divario cumulativo evidenziati da Gimbe.

Il confronto non significa che servano necessariamente 32,3 miliardi di nuovi stanziamenti. Ma restituisce bene la frattura tra la dimensione del problema e la dimensione delle richieste politiche.

Il problema non è soltanto quanto spendiamo. È dove mettiamo i soldi

Ed è forse qui che il 9° Rapporto Gimbe offre uno degli spunti di riflessione più interessanti. Nel 2025 il riparto indistinto del FSN assegna mediamente 2.218 euro per abitante, ma con differenze significative: dai 2.319 euro del Molise ai 2.143 della Provincia autonoma di Bolzano. La Campania si ferma a 2.173 euro, il valore più basso tra le Regioni a statuto ordinario.

Il punto non è stabilire quale Regione “prenda troppo” e quale “prenda troppo poco”. Il punto è capire se il criterio di distribuzione fotografi davvero il bisogno di salute.

Gimbe porta l’esempio della Campania: la Regione più giovane d’Italia riceve meno risorse pro capite della media nazionale, nonostante condizioni socioeconomiche sfavorevoli e una speranza di vita alla nascita quasi tre anni inferiore a quella della Provincia autonoma di Trento.

Il criterio di distribuzione delle risorse non si riferisce ai bisogni di salute

È una questione tecnica, ma con conseguenze molto politiche.

Se il bisogno di salute non entra davvero nella formula di riparto, il rischio è finanziare soprattutto ciò che già viene consumato, non ciò di cui le persone hanno bisogno.

Su questo punto la posizione di Gimbe trova una sponda interessante anche nelle riflessioni di Alessandro Solipaca, che abbiamo raccolto proprio ragionando sui 18 miliardi chiesti dalle Regioni. Solipaca osserva che sarebbe necessario spostarsi da una logica fondata sul consumo sanitario a una basata su indicatori oggettivi di bisogno: non finanziare «le persone che consumano di più», ma le persone che stanno peggio.

È una distinzione tutt’altro che accademica. Perché il consumo sanitario dipende anche dalla possibilità di accedere ai servizi. Chi vive in un territorio dove l’offerta è scarsa, chi aspetta mesi per una visita o chi non può permettersi di pagare privatamente potrebbe consumare meno sanità. Ma questo non significa avere meno bisogno.

Anzi, potrebbe significare esattamente il contrario.

Il prezzo invisibile della rinuncia alle cure

I numeri dell’accessibilità rendono il ragionamento ancora più difficile da ignorare. Nel 2024 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, hanno rinunciato ad almeno una visita o un esame. Circa 4 milioni per i tempi di attesa e 3,1 milioni per ragioni economiche, con la possibilità di indicare entrambe le motivazioni.

E qui Gimbe introduce un concetto particolarmente efficace: quello del “debito sanitario”. Le prestazioni a cui si rinuncia non compaiono nella spesa sanitaria. Non entrano nel conto del SSN. Non producono una fattura. Ma non per questo sono gratuite.

Oltre ai “tagli invisibili” pesa il prezzo “invisibile” di chi rinuncia a curarsi

La rinuncia può trasformarsi in una diagnosi tardiva, in una complicanza, in un ricovero, in perdita di produttività, in maggiore spesa privata. Sono costi che arrivano dopo e che spesso vengono contabilizzati altrove.

Nel 2025, intanto, le famiglie hanno sostenuto direttamente 42,4 miliardi di euro di spesa sanitaria. La spesa intermediata da fondi, assicurazioni e altri soggetti è arrivata a quasi 7 miliardi, con le assicurazioni sanitarie volontarie cresciute del 12,7%, da 4,69 a 5,29 miliardi. Il rischio, per Gimbe, è che il sistema pubblico arretri e la sanità integrativa diventi progressivamente una corsia preferenziale per chi può permettersi una copertura. Non è ancora la fotografia di una sanità completamente privatizzata. Ma è la fotografia di un secondo binario che cresce.

Popolazione che ha rinunciato alle prestazioni sanitarie (dati ISTAT 2024). Fonte: 9° Rapporto Fondazione Gimbe

E il personale? Altri 36,8 miliardi che non si vedono

La stessa logica dei “tagli invisibili” torna quando si guarda alle persone che nel SSN dovrebbero trasformare il finanziamento in assistenza. Nel 2025 la spesa per il personale dipendente e convenzionato è stata di 52,2 miliardi. Ma la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9%. Se fosse rimasta invariata, nel periodo 2012-2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8 miliardi in più, di cui 23,9 miliardi nel solo periodo 2020-2025. Anche in questo caso Gimbe precisa: non è un taglio nominale, ma la differenza rispetto a uno scenario ipotetico.

Intanto i numeri del personale raccontano un paradosso. L’Italia ha 5,8 medici ogni mille abitanti, contro 4 della media Ocse. Ma almeno 88.258 dei 339.256 medici censiti dall’Ocse – il 26,1% – non lavorano nel SSN né frequentano percorsi formativi post-laurea.

Per gli infermieri la situazione è ancora più critica: 6,9 ogni mille abitanti contro 9,7 della media Ocse, con quasi 80 mila professionisti che non lavorano nel SSN. E il rapporto infermieri/medici è di appena 1,2 contro 2,4 della media Ocse.

Il problema, dunque, non è semplicemente “quanti medici abbiamo”. È perché un sistema che ne forma tanti non riesca a trattenerli.

Le 16 mosse di Gimbe: più che un assegno, un progetto

Ma allora cosa fare, non solo per dare una boccata di ossigeno al nostro SSN, ma per farlo rimanere il più possibile come quello che abbiamo conosciuto negli anni in cui funzionava meglio? La Fondazione Gimbe prova a mettere sul tavolo della politica un Piano di Rilancio articolato in 16 linee di intervento.

Partendo dal presupposto che il finanziamento è necessario, ma non sufficiente, il messaggio più forte che si spera che il Governo raccolga è quello della necessità di un finanziamento pubblico adeguato ai bisogni di salute, associato a una governance Stato-Regioni capace di ridurre i divari, Naturalmente senza dimenticare la rilevanza di avere dei Livelli essenziali di assistenza aggiornati e realmente esigibili, nuove politiche per il personale, potenziamento del territorio e integrazione con ospedale e servizi sociali. E ancora: riduzione di sprechi e inefficienze, governance del rapporto pubblico-privato, riordino della sanità integrativa, prevenzione, ricerca, digitalizzazione, sicurezza e manutenzione del patrimonio, dati aperti e partecipazione dei cittadini.

Ma tra tutte, una proposta merita di essere portata al centro della discussione sulla prossima manovra: cambiare il modo con cui si distribuiscono le risorse del FSN, allineandolo maggiormente ai bisogni di salute.

Perché sarebbe il passaggio dalla politica dei miliardi alla politica della salute.

Più soldi sì. Ma per fare cosa?

È questa, alla fine, la domanda che il 9° Rapporto Gimbe consegna alla politica.

Non possiamo limitarci a dire che il FSN aumenta. Non possiamo nemmeno limitarci a dire che diminuisce in rapporto al Pil. E non basta mettere in fila i 5 miliardi di Schillaci, i 18 miliardi delle Regioni, i 18,8 miliardi di “tagli invisibili” o i 32,3 miliardi di divario previsto da Gimbe.

Bisogna capire quale SSN vogliamo finanziare.

Un SSN che continua a distribuire risorse prevalentemente sulla base di parametri storici e consumi? Oppure un sistema che prova a misurare dove le persone stanno peggio, dove l’offerta è più fragile, dove la cronicità è maggiore, dove l’accesso è più difficile?

Un sistema che paga semplicemente la crescita dei costi? Oppure uno che finanzia ciò che dimostra di produrre salute?

Un sistema che considera la prestazione erogata come risultato? Oppure uno che misura anche chi è rimasto fuori dalla porta?

La provocazione finale del rapporto Gimbe è tutta qui: il problema del SSN non è soltanto che mancano soldi. È che il modo in cui li contiamo rischia di nascondere ciò che sta succedendo davvero.

Più risorse non bastano se vengono allocate secondo logiche e priorità che non cambiano

I 18,8 miliardi sono invisibili perché non sono mai stati materialmente sottratti a una voce di bilancio. I 36,8 miliardi del personale sono invisibili perché sono una differenza rispetto a uno scenario alternativo. Il debito sanitario è invisibile perché nasce da prestazioni non effettuate. E il divario di 32,3 miliardi è ancora nel futuro.

Ma per i cittadini questi numeri possono diventare molto visibili: più attesa, più spesa privata, più mobilità sanitaria, più disuguaglianze territoriali, più persone che rinunciano alle cure.

E allora forse la vera domanda per la prossima Legge di Bilancio non è soltanto «quanti miliardi metterete nella sanità?». Ma una domanda più difficile: «Con quale criterio li spenderete e quali risultati chiedete in cambio?»

Perché, come suggerisce anche la lettura di Solipaca, il rischio non è soltanto avere poche risorse. È avere più risorse e continuare ad allocarle nello stesso modo. E a quel punto anche 18 miliardi potrebbero non bastare.

Pancreas Unit, una importante innovazione organizzativa alleata del SSN

È ancora una sfida cruciale in oncologia, malgrado i progressi raggiunti sul fronte diagnostico, terapeutico e chirurgico. Si tratta del tumore al pancreas. Ma l’innovazione deve riguardare anche i modelli organizzativi e assistenziali, con l’obiettivo di rendere i percorsi di cura più integrati, appropriati e omogenei e di garantire un accesso equo a prestazioni di eccellenza. Questa strategia si traduce nelle Pancreas Unit, una realtà che è già esistente fin dal 2022 in Regione Lombardia, e che ora si vuole estendere gradualmente anche alle altre Regioni. 

In Italia si registrano ogni anno circa 14mila nuove diagnosi di tumore del pancreas, con una sopravvivenza a cinque anni di poco superiore al 10%. Si tratta del tumore a peggiore prognosi tra quelli più diffusi: circa la metà dei pazienti presenta già metastasi quando compaiono i primi sintomi, e solo il 20% è in uno stadio iniziale e tale da consentire l’intervento. In questo contesto, la chirurgia pancreatica, tra le procedure più complesse della chirurgia addominale, presenta un rischio di mortalità fortemente variabile in funzione dell’esperienza del centro.  

Gianpaolo Balzano

TrendSanità ha chiesto al Professor Gianpaolo Balzano, neoeletto Presidente dell’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP), Responsabile della Chirurgia del Pancreas dell’Ospedale di Circolo di Varese, di spiegare l’importanza di stabilire un unico percorso di cura per affrontare in modo efficace il trattamento del tumore al pancreas.   

Professor Balzano, per combattere il tumore al pancreas con maggior efficacia è importante promuovere nuovi modelli organizzativi e assistenziali. Come si inseriscono in questo contesto le Pancreas Unit?

«Il tumore del pancreas è una malattia complessa, non soltanto per la sua aggressività, ma anche perché richiede l’intervento coordinato di molte competenze: gastroenterologia ed endoscopia, radiologia, anatomia patologica, oncologia, chirurgia, radioterapia, nutrizione e cure simultanee. La Pancreas Unit nasce per coordinare queste competenze all’interno di un unico percorso di cura: è, prima di tutto, una grande innovazione organizzativa.

La chirurgia è certamente l’aspetto più eclatante: in alcuni ospedali la mortalità operatoria è superiore al 20%, mentre nei centri di riferimento è inferiore al 5%; sappiamo da anni che concentrare gli interventi nei centri con maggiore esperienza riduce la mortalità operatoria. Ma è importante ricordare che soltanto una minoranza dei pazienti con tumore del pancreas arriverà all’intervento chirurgico. La vera innovazione è quindi organizzare l’intero percorso di cura, dalla diagnosi al trattamento oncologico, dalla chirurgia alle cure di supporto, stabilendo requisiti di qualità per ciascuna disciplina. Il principio è semplice: dobbiamo avere bravi specialisti, ma dobbiamo anche fare in modo che lavorino come una squadra, secondo percorsi condivisi e con risultati che possano essere misurati».

Il modello Hub & Spoke per l’accesso alle cure migliori

Una delle caratteristiche delle Pancreas Unit è di utilizzare le risorse già disponibili nel Servizio sanitario nazionale. Può spiegare in cosa consiste?

«Questo è uno degli aspetti più interessanti anche dal punto di vista della sostenibilità economica del Servizio sanitario nazionale. Innovazione, infatti, non significa necessariamente spendere di più per nuove tecnologie o nuovi farmaci: può significare anche organizzare meglio le risorse e le competenze disponibili. Oggi alcuni ospedali hanno le competenze necessarie per affrontare malattie complesse come quelle pancreatiche, mentre altri non possono garantire lo stesso livello di esperienza. Se manca una rete capace di indirizzare i pazienti verso le strutture più appropriate, il rischio è che l’accesso alle cure migliori dipenda semplicemente dall’ospedale al quale il paziente si rivolge.

L’innovazione è anche organizzare un percorso integrato, con specialisti coordinati, criteri di qualità e risultati misurabili

Per questo nelle nostre proposte abbiamo previsto un modello Hub & Spoke: il paziente può essere seguito vicino a casa per tutte le fasi del percorso che non richiedono una particolare specializzazione, mentre le procedure più complesse vengono concentrate nei centri Hub. I diversi ospedali non lavorano più separatamente, ma diventano parti di un’unica rete, con ruoli definiti e requisiti di qualità condivisi. I costi aggiuntivi possono essere quasi nulli o, al contrario, un percorso più efficiente può anche portare a un risparmio, evitando esami ripetuti, procedure inappropriate e trattamenti inutili o potenzialmente dannosi».

Quali difficoltà prevede in questa nuova organizzazione?

«La difficoltà maggiore è probabilmente avere la volontà di modificare l’organizzazione esistente. Concentrare le procedure più complesse significa inevitabilmente scegliere quali ospedali debbano eseguirle e quali no, e sono decisioni difficili anche per il forte legame tra gli ospedali e i territori. Nel caso delle Pancreas Unit, però, abbiamo dati molto solidi sui quali basare queste scelte. La questione diventa anche etica: abbiamo il dovere di tutelare i pazienti. Se sappiamo, per esempio, che in alcune strutture la mortalità dopo chirurgia pancreatica è inaccettabilmente elevata, anche superiore al 20%, non possiamo ignorare questa informazione. Organizzare la rete significa anche avere il coraggio di concentrare le procedure più complesse dove possono essere eseguite con maggiore sicurezza».

L’esperienza delle Pancreas Unit in Lombardia

L’esperienza positiva della Lombardia: grazie alle Pancreas Unit si parla di riduzione della mortalità operatoria. Ce ne può parlare?

«La Lombardia è stata la prima Regione italiana a trasformare questi principi in un modello organizzativo concreto. Prima dell’istituzione delle Pancreas Unit, che ha regolamentato l’erogazione della chirurgia pancreatica, circa settanta ospedali eseguivano resezioni pancreatiche, molti con volumi di attività insufficienti e senza un’organizzazione adeguata a gestire le frequenti complicanze di questa chirurgia. 

La mortalità operatoria regionale si è ridotta del 37%

Il lavoro preliminare ha permesso di individuare i centri chirurgici Hub sulla base non soltanto del numero di interventi eseguiti, ma anche dei risultati ottenuti: un volume elevato, infatti, non garantisce da solo una buona qualità e occorre misurare anche gli esiti. Per rendere effettiva la centralizzazione, la Regione ha poi stabilito che le resezioni pancreatiche oncologiche eseguite al di fuori dei centri autorizzati non fossero remunerate dal Servizio sanitario regionale.

I primi risultati sono incoraggianti: la mortalità operatoria regionale si è ridotta del 37%, passando dall’8,8% nel 2024 al 5,5% nel 2025. Ma non vorrei che il successo delle Pancreas Unit fosse identificato soltanto con la chirurgia. Il passaggio successivo deve essere misurare sistematicamente la qualità dell’intero percorso: i tempi della diagnosi, i risultati dell’endoscopia, l’accesso e la qualità dei trattamenti oncologici e delle cure simultanee, la continuità assistenziale tra Hub e Spoke. Quello chirurgico è il risultato più visibile; l’obiettivo è migliorare la qualità delle cure per tutti i pazienti».

Dalla proposta tecnica al modello reale

Ora anche le altre Regioni devono completare il percorso istituzionale per le Pancreas Unit. Quali tempi ritiene che abbiano? È un processo lungo?

«Il lavoro tecnico è già a uno stadio avanzato. La Cabina di Regia istituita nel 2024 dal Ministero della Salute ha elaborato una proposta molto dettagliata, impostata anche sull’esperienza lombarda, che definisce il modello Hub & Spoke, i criteri per individuare i centri, i requisiti delle diverse discipline e i percorsi di formazione. 

Garantire cure di qualità indipendentemente dal luogo di residenza è un dovere del SSN

Ora però viene la parte forse più complessa: trasformare una proposta tecnica in un modello realmente applicato in tutto il Paese. Il nostro Servizio sanitario nazionale è organizzato su base regionale e sono quindi necessari i passaggi istituzionali che consentano alle Regioni di recepire e attuare il modello. Un passaggio importante sarà portare la proposta al confronto con le Regioni, anche attraverso la Conferenza Stato-Regioni, per arrivare a un quadro nazionale condiviso. Da quel momento inizierà il lavoro nelle singole Regioni: censire le strutture esistenti, verificarne volumi, competenze e risultati, individuare Hub e Spoke e costruire le reti. Sono processi inevitabilmente lunghi, perché richiedono verifiche rigorose e decisioni organizzative non semplici. Il documento ministeriale prevede infatti una fase transitoria di tre anni, proprio per consentire alle realtà che non possiedono ancora tutti i requisiti di adeguarsi progressivamente. 

Ma il tempo, in questo caso, ha un peso particolare. Ogni anno di ritardo significa continuare ad accettare differenze nella qualità e negli esiti delle cure che sappiamo essere almeno in parte evitabili. È anche un problema di equità: oggi circa il 40% dei pazienti residenti nel Sud candidati a una resezione pancreatica si sposta verso altre Regioni per essere operato. Non tutti, però, hanno le stesse possibilità economiche, familiari e sociali di affrontare questa migrazione. Garantire cure di qualità indipendentemente dal luogo di residenza non è soltanto un obiettivo organizzativo: è un dovere del Servizio sanitario nazionale».

Le conferme dell’associazione pazienti

Conferma Piero Rivizigno, Presidente di Codice Viola, associazione di pazienti affetti da adenocarcinoma del pancreas: «Oltre alla concentrazione della chirurgia in centri ad alto volume, una Pancreas Unit si distingue per la centralità e presa in carico unica. Figure dedicate – il Multidisciplinary Team (MDT) coordinator/case manager e la Pancreas Care Nurse – accompagnano la persona dall’accesso diagnostico fino al follow-up e all’assistenza di fine vita. Il Centro Accoglienza Paziente (CAP) per la prima presa in carico garantisce l’identificazione rapida del percorso e riduce la dispersione logistica.

Una Pancreas Unit si distingue per la centralità e presa in carico unica

Inoltre queste Unit riducono i tempi diagnostici – prosegue Rivizigno –  Il PDTA standardizzato e la discussione multidisciplinare (almeno il 70% dei casi discussi in MDT) accelerano l’arrivo alla proposta terapeutica più adatta. Altro aspetto: continuità di cura e cure simultanee. La nutrizione artificiale domiciliare e il supporto psicologico garantiscono che la presa in carico non si interrompa in nessuna fase della malattia, fino alla gestione del fine vita. È prevista l’integrazione precoce delle cure palliative».  

HTA un anno dopo: il sistema è pronto?

A un anno dall’avvio del Regolamento europeo (UE) 2021/2282 e del Piano Nazionale HTA, è tempo di fare il punto. La trasformazione coinvolge tutti gli attori dell’ecosistema salute: istituzioni, Regioni, aziende sanitarie, industria e mondo della formazione. Non stanno cambiando soltanto norme e procedure, ma anche processi decisionali, modelli organizzativi e competenze.

Quanto è stato fatto finora? Dove si registrano i principali progressi? E quali sfide attendono ancora il sistema sanitario?

Università, AGENAS e Confindustria Dispositivi Medici portano tre prospettive complementari per leggere il presente e discutere il futuro dell’HTA in Italia, confrontandosi sulle responsabilità, sulle opportunità e sulle competenze indispensabili per accompagnare un cambiamento che riguarda tutti.

Ne parliamo con:

  • Emanuela Foglia
    Healthcare Datascience LAB, LIUC Università Cattaneo
  • Marco Marchetti
    Direttore UOC HTA, AGENAS
  • Valeria Glorioso
    Direttore Centro Studi, Confindustria Dispositivi Medici

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Salute e spazio: AIIC e Distretto Aerospaziale Piemonte insieme per le tecnologie sanitarie delle missioni future

Nasce dalla collaborazione tra Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) e Distretto Aerospaziale Piemonte (DAP) il Protocollo d’Intesa per lo sviluppo di tecnologie e sistemi sanitari destinati alle future missioni spaziali di lunga durata. L’accordo, firmato il 5 ottobre a Torino presso la sede Altec, avrà una durata di 24 mesi e punta a mettere in comune le competenze dell’ingegneria clinica e dell’ingegneria aerospaziale.

AIIC e DAP integreranno competenze cliniche e aerospaziali per sviluppare sistemi sanitari destinati alle future missioni spaziali

L’obiettivo è affrontare le esigenze di tutela della salute durante missioni di lunga durata in orbita, sulla Luna e, in prospettiva, su Marte, sviluppando sistemi sanitari altamente affidabili, autonomi e resilienti. Parallelamente, le tecnologie e le metodologie sviluppate per gli ambienti spaziali potranno trovare applicazione nella sanità terrestre.

Dalla medicina spaziale alla sanità terrestre

Il protocollo prevede diverse linee di collaborazione, dalla ricerca sulle tecnologie medicali spaziali alla progettazione delle infrastrutture sanitarie per gli habitat spaziali.

Tra gli ambiti individuati figurano biosensori, dispositivi wearable, monitoraggio fisiologico continuo, diagnostica avanzata, telemedicina e sistemi di supporto vitale, oltre alla progettazione di moduli medici per stazioni ed elementi abitativi permanenti, protocolli per la gestione delle emergenze ed ergonomia.

Un ulteriore asse riguarda la definizione di requisiti e standard per la sicurezza, l’affidabilità, l’interoperabilità e la cybersecurity dei dispositivi medicali destinati ad ambienti estremi.

Biosensori, telemedicina, AI e digital twin sono tra le tecnologie previste dalla collaborazione

Il protocollo comprende inoltre applicazioni di digital health e intelligenza artificiale, tra cui il supporto alle decisioni cliniche, la manutenzione predittiva delle apparecchiature e lo sviluppo di digital twin degli apparati sanitari.

Le tecnologie sviluppate nell’ambito aerospaziale potranno essere trasferite anche a contesti terrestri caratterizzati da condizioni di isolamento o difficoltà di accesso ai servizi, come aree remote, strutture di emergenza-urgenza, medicina militare, piattaforme offshore e basi antartiche.

Un Comitato Tecnico per sviluppare i progetti

Per attuare l’accordo sarà istituito un Comitato Tecnico congiunto, composto da esperti di DAP e AIIC e aperto, ove necessario, alla partecipazione di rappresentanti dell’industria, del mondo accademico, della ricerca e delle istituzioni.

Le soluzioni sviluppate per lo spazio potranno essere trasferite anche a contesti sanitari terrestri remoti

Il Comitato avrà il compito di definire le roadmap tecnologiche, elaborare raccomandazioni e favorire la partecipazione a bandi di finanziamento nazionali ed europei. Sono inoltre previsti workshop e tavoli di lavoro congiunti, progetti formativi STEM sul territorio piemontese e iniziative per favorire la nascita di nuove professionalità multidisciplinari nell’ambito medico-aerospaziale.

«La firma di questo Protocollo rappresenta un passo fondamentale per posizionare il Piemonte e l’Italia all’avanguardia in un settore emergente e altamente strategico come la medicina spaziale – dichiara Maurizio De Mitri, Presidente del Distretto Aerospaziale Piemonte – l’integrazione tra l’eccellenza industriale e scientifica della nostra filiera aerospaziale e l’expertise dell’Ingegneria Clinica ci consentirà di sviluppare soluzioni innovative per l’esplorazione dello spazio profondo, generando al contempo ricadute immediate ed efficaci sulla qualità dell’assistenza sanitaria e della telemedicina sul nostro territorio».

Per Umberto Nocco, Presidente AIIC e Direttore della Struttura Complessa Ingegneria Clinica della ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano, la collaborazione consente di mettere le competenze dell’ingegneria clinica al servizio delle esigenze sanitarie delle future missioni spaziali.

Un Comitato Tecnico congiunto guiderà roadmap tecnologiche, progetti e iniziative di finanziamento

«Il fascino dell’esplorazione spaziale ha la capacità di colpire il cuore di tutti per la sua pretesa di infinito e, allo stesso tempo, ridimensionamento dell’uomo che si sente infinitamente piccolo. Ma è anche l’ambito in cui è più facile identificare un contenuto tecnologico d’avanguardia. In quest’ottica ci mettiamo a disposizione perché le nostre competenze, che arrivano da un altro ambito a contenuto tecnologico d’avanguardia, possano contribuire a fornire una risposta al bisogno di salute che si presenterà nel corso delle missioni spaziali. L’accordo con DAP rappresenta per AIIC uno slancio verso un mondo sconosciuto, ma siamo certi che offrirà frutti di crescita professionale per noi e di utilità per chi sarà chiamato a volare nello spazio».

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Nuovi LEA dal 30 ottobre: che cosa prevedono i due decreti e quali passaggi servono per renderli operativi

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di Ivana Barberini

A partire dal 30 ottobre 2026 cambia l’elenco delle prestazioni che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire. Diventano esenti dalla partecipazione al costo sette nuove malattie rare e tre nuove patologie croniche, lo screening neonatale esteso comprende nove malattie in più, per le gravidanze a rischio arriva il test prenatale non invasivo (NIPT) ed entrano nuovi esami specialistici. Infine, chi ha una malattia rara potrà accedere ai dispositivi medici monouso. È il primo aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (LEA) dopo il DPCM del 12 gennaio 2017.

L’aggiornamento dei LEA passa da due decreti, con 149,5 milioni annui per le misure finanziate e interventi isorisorse

Le novità, però, sono distribuite su due testi diversi, pubblicati insieme nella Gazzetta Ufficiale n. 227 del 30 settembre: il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) del 7 agosto 2026 e il decreto del Ministro della Salute del 3 agosto 2026. Entrambi entrano in vigore il trentesimo giorno dopo la pubblicazione, cioè il 30 ottobre 2026. I due decreti hanno seguito percorsi normativi distinti e, soprattutto, non hanno la stessa copertura economica.

Perché due decreti

È la legge 208 del 2015 a prevedere due modalità per aggiornare i LEA. Se l’aggiornamento comporta nuovi costi, si procede con un DPCM, proposto dal Ministro della Salute di concerto con il Ministro dell’Economia, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni e dopo il parere delle Commissioni parlamentari. Se, invece, si modificano gli elenchi delle prestazioni o se ne migliora l’appropriatezza senza oneri per la finanza pubblica, è sufficiente un decreto ministeriale, sul quale la Conferenza Stato-Regioni è soltanto interpellata.

Il DPCM ha ricevuto l’intesa della Conferenza Stato-Regioni il 23 ottobre 2025 e il parere favorevole delle Commissioni di Camera e Senato il 4 febbraio 2026. I suoi costi sono stimati in 149,5 milioni di euro l’anno e sono coperti con le risorse del fabbisogno sanitario nazionale che la legge già destina all’aggiornamento dei LEA. Sul decreto ministeriale la Conferenza si è espressa nella stessa seduta del 23 ottobre 2025. Il testo contiene una clausola di invarianza finanziaria, cioè Regioni e Province autonome applicano il decreto isorisorse, cioè senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

Novità del DPCM

È nel provvedimento finanziato che si trovano le misure che estendono il perimetro dell’assistenza. Ecco in che modo:

Esenzioni. Entrano nell’elenco tre patologie croniche e invalidanti: la malattia polmonare da micobatteri non tubercolari (codice 070), l’idrosadenite cronica suppurativa allo stadio III di Hurley (069) e la sindrome fibromialgica, ma solo nelle forme molto severe, con un punteggio FIQR superiore a 82 (068). L’attestato di esenzione dura due anni per la fibromialgia e per la malattia polmonare da micobatteri, mentre per l’idrosadenite non ha scadenza. Per alcune patologie già presenti nell’elenco, tra cui anoressia nervosa e bulimia, colite ulcerosa e malattia di Crohn, asma, cirrosi ed epatite cronica, si ampliano le prestazioni esenti.

Screening neonatale. Lo screening neonatale esteso (SNE) include otto nuove malattie: le immunodeficienze combinate gravi (SCID), compresi il deficit di adenosina deaminasi (ADA-SCID) e quello di purina nucleoside fosforilasi (PNP-SCID); l’iperplasia surrenalica congenita da deficit della 21-idrossilasi; la mucopolisaccaridosi di tipo 1 (MPS I); l’adrenoleucodistrofia legata all’X (X-ALD); la malattia di Fabry; la malattia di Gaucher; la malattia di Pompe.

Dal 30 ottobre 2026 entrano nei LEA nuove esenzioni, screening, prestazioni specialistiche e il NIPT per le gravidanze a rischio

Gravidanza. Arriva il NIPT, il test che analizza il DNA fetale presente nel sangue materno per individuare le trisomie 13, 18 e 21 e le aneuploidie dei cromosomi X e Y. Si esegue su prescrizione specialistica, insieme alla consulenza genetica, quando il test combinato ha indicato un rischio compreso tra 1/11 e 1/1000. Tra gli esami gratuiti della gravidanza fisiologica si aggiunge la ricerca degli anticorpi contro il citomegalovirus. Il DPCM avvia inoltre un programma di identificazione e sorveglianza per le familiari delle donne con tumore della mammella o dell’ovaio risultate positive alle varianti dei geni BRCA1 e BRCA2.

Specialistica. Nel nomenclatore della specialistica ambulatoriale compaiono, tra le altre prestazioni, l’elastografia epatica, un esame non invasivo che valuta la fibrosi del fegato, la terapia psicoeducazionale individuale e di gruppo per i disturbi dell’alimentazione e l’applicazione del microinfusore sottocutaneo. Per le persone con sindrome di Lesch-Nyhan è previsto un dispositivo mobile intraorale che serve a prevenire i comportamenti autolesionistici.

Le novità del decreto ministeriale

Il decreto isorisorse è soprattutto un lavoro di “manutenzione” del DPCM del 2017, poiché corregge codici e descrizioni, rivede le condizioni di prescrizione e cancella le prestazioni ormai superate. Non mancano però cambiamenti di sostanza, a cominciare dalle sette malattie rare che diventano esenti (gruppo delle encefalopatie di sviluppo ed epilettiche, dermatosi acantolitiche autosomiche dominanti del calcio-ATPasi, le malattie autoimmuni del fegato, malattia di Kawasaki (per le classi di rischio AHA III, IV e V), la sindrome sistemica da aumentata permeabilità capillare, la spina bifida nelle forme di meningocele e mielomeningocele e l’insufficienza intestinale cronica benigna (limitata ai tipi II e III). Cambiano anche alcune voci già esistenti, con conseguenze sulla durata dell’esenzione.

L’effettiva disponibilità delle nuove prestazioni dipenderà dall’attuazione regionale e dall’adeguamento di sistemi, personale e organizzazione

È ancora il decreto ministeriale a includere le persone con malattia rara tra chi ha diritto ai dispositivi medici monouso dell’allegato 2, quelli “specificamente destinati” alla loro condizione, accanto alle persone laringectomizzate. Nell’assistenza protesica, poi, il termine “menomazioni” è sostituito da “disabilità”. Infine, lo screening neonatale. Il decreto vi aggiunge una sola malattia, l’atrofia muscolare spinale (SMA), mentre le altre otto sono introdotte dal DPCM.
Il decreto interviene anche sui trattamenti sociosanitari residenziali e semiresidenziali, superando in alcuni casi i limiti rigidi di durata: la prosecuzione dell’assistenza è collegata alla valutazione multidimensionale e all’utilità del trattamento per il singolo paziente.

Alessandro Chiarini

«Il mio giudizio complessivo sui nuovi LEA è che si tratta di un passo avanti», spiega Alessandro Chiarini, presidente CONFAD APS. L’aggiornamento amplia e rende più attuali le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale deve garantire. Resta però da verificare se saranno effettivamente accessibili in modo uniforme. Il provvedimento aggiorna un quadro risalente al 2017. I circa 800 interventi comprendono nuove prestazioni, ma anche modifiche ed eliminazioni di voci esistenti, non sono dunque 800 servizi interamente nuovi. Sono importanti l’ampliamento degli screening neonatali e il riconoscimento di nuove esenzioni per alcune malattie rare e croniche».

In vigore non vuol dire subito disponibili

Dal 30 ottobre le prestazioni previste dai due decreti diventano livelli essenziali e le Regioni devono garantirle su tutto il territorio nazionale. Nessuno dei due provvedimenti prevede decreti attuativi, periodi transitori o scadenze diverse dalla data di entrata in vigore.

È un passo avanti necessario nei diritti riconosciuti ai pazienti. Il suo successo, tuttavia, andrà misurato sulle cure realmente erogate e sui tempi di accesso, in tutte le Regioni

Le Regioni dovranno quindi aggiornare cataloghi e sistemi di prenotazione, le aziende sanitarie organizzarsi per rilasciare le nuove esenzioni e, per lo screening neonatale, i laboratori di riferimento attrezzarsi per eseguire i nuovi test. I decreti non fissano una scadenza per nessuno di questi passaggi e i tempi reali dipenderanno da come è organizzato ciascun territorio.

Su questo punto Chiarini è molto chiaro: «Il problema principale è l’attuazione, perché senza personale, strutture e organizzazione adeguati, le nuove garanzie rischiano di tradursi in servizi disponibili con tempi diversi da Regione a Regione o addirittura in servizi non erogati. Va inoltre verificato se le risorse siano sufficienti, soprattutto per gli interventi che il decreto ministeriale prevede di realizzare senza nuovi oneri. L’ampliamento, infine, non copre ogni bisogno. Ad esempio, l’esenzione per fibromialgia riguarda soltanto le forme molto severe».

CONFAD: il successo si misurerà sulle cure realmente erogate

A fare la differenza è il modo in cui l’obbligo è finanziato. Per le misure del DPCM ci sono risorse dedicate e vincolate, per quelle del decreto ministeriale, dalle nuove esenzioni per malattie rare ai dispositivi monouso fino allo screening per la SMA, i servizi sanitari regionali dovranno ricavare spazio nei bilanci già programmati. Con questo aggiornamento il percorso non è comunque concluso. I pareri delle Commissioni parlamentari contenevano osservazioni e proposte che saranno trasmesse alla Commissione nazionale per l’aggiornamento dei LEA per “approfondimenti tecnici propedeutici a una successiva, eventuale, implementazione”.

«È un passo avanti necessario nei diritti riconosciuti ai pazienti. Il suo successo, tuttavia, andrà misurato sulle cure realmente erogate, sui tempi di accesso e sulla capacità di ridurre le differenze territoriali, non soltanto sul numero delle prestazioni inserite nei LEA», conclude il presidente CONFAD.

18 miliardi per il SSN: più soldi, ma per fare cosa?

Diciotto miliardi. È una cifra abbastanza grande da sembrare, a prima vista, la risposta a quasi tutti i problemi della sanità italiana. Le Regioni la mettono nero su bianco nella proposta di norme per la Legge finanziaria 2027: 6,818 miliardi di euro aggiuntivi nel 2027, 5,454 nel 2028 e 5,751 dal 2029, per un totale di 18,023 miliardi nel triennio.

Alessandro Solipaca

Ma basta guardare dentro quei 18 miliardi per capire che la partita è molto più complicata. Ci sono quasi 4,9 miliardi per il personale, 11,3 miliardi per le spese non soggette a tetto, 1,5 miliardi per un nuovo Fondo per l’innovazione a risparmio certificato. Sono soldi che servono a tenere in piedi il sistema, a renderlo più attrattivo per medici e infermieri, a coprire l’aumento dei costi, a finanziare innovazioni che dimostrino di produrre risparmi.

Ma c’è una domanda che viene prima di tutte le altre: il problema del SSN è davvero soltanto la quantità di risorse? Alessandro Solipaca, Direttore scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla salute come bene comune dell’Università Cattolica di Roma, invita a guardare il problema da un’altra angolazione. E la sua lettura introduce un paradosso: l’Italia spende relativamente poco, ma non necessariamente ottiene risultati peggiori. «Sto lavorando un po’ ragionando tra spese e performance», dice Solipaca. E utilizzando come indicatore la mortalità evitabile, nel confronto con gli altri Paesi europei «effettivamente noi, pur spendendo poco, meno degli altri, soprattutto quelli del Nord Europa, abbiamo una performance migliore o comunque uguale».

Il problema è anche capire quanto costerà domani una popolazione più anziana

Tradotto: il SSN italiano, almeno in alcuni ambiti, riesce ancora a fare molto con relativamente poco. «Se uno vede il discorso da questo punto di vista – osserva – noi potremmo dire che spendiamo poco ma otteniamo maggiori risultati». È una buona notizia. Ma soltanto fino a un certo punto. Perché la fotografia cambia quando si guarda avanti.

«C’è molto margine di miglioramento», avverte Solipaca. E soprattutto c’è una variabile che nessuna legge di Bilancio può ignorare: l’invecchiamento della popolazione. «Ci dobbiamo aspettare un aumento della pressione sul sistema sanitario pubblico, perché gli anziani aumentano e gli anziani sicuramente sono i maggiori consumatori di sanità». Il problema, dunque, non è soltanto quello di finanziare il SSN di oggi. È capire quanto costerà domani una popolazione più anziana, più fragile e più cronicamente malata.

Il primo fronte: medici e infermieri

La proposta delle Regioni potrebbe centrare il punto più urgente, accendendo un faro sulla questione del personale. Quasi 4,9 miliardi nel triennio da destinare a questa voce di spesa, con una proposta che prevede il superamento dei vincoli alla spesa e interventi sulle retribuzioni degli infermieri e dei dirigenti medici, con misure particolari per emergenza-urgenza e anatomia patologica.

Ma anche qui la questione non è semplicemente quanto pagare. Piuttosto bisogna rispondere alla domanda «Come rendere il SSN abbastanza attrattivo da convincere i professionisti a entrarci e, soprattutto, a restarci?».

Il SSN rischia di perdere personale non solo per pensionamento, ma anche per scelta

«Avremo bisogno di assumere personale nuovo perché andrà diminuendo», spiega Solipaca. Ma c’è anche un altro problema: «il settore pubblico è sempre meno attrattivo rispetto a quello privato». Il risultato è un sistema che rischia di perdere personale per due motivi contemporaneamente: per pensionamento e per scelta. E a questo si aggiunge il fenomeno dei gettonisti, che secondo Solipaca «sicuramente allarma». La proposta delle Regioni prova a intervenire proprio su questo terreno. Non soltanto aumentando le risorse, ma cambiando la logica della programmazione: gli organici dovrebbero essere definiti sulla base della garanzia delle prestazioni, della programmazione pluriennale, della valorizzazione delle professionalità e del rispetto degli standard di sicurezza e organizzazione del lavoro.

È una svolta necessaria. Ma non basta ancora a rispondere a una domanda decisiva: dove devono essere messi quei professionisti? Perché il problema del personale, in Italia, è anche geografico.

La sanità italiana ha una domanda che il finanziamento non vede

Dialogando con Solipaca ci troviamo ad affrontare un ragionamento che diventa particolarmente critico. «Le Regioni del Mezzogiorno tendenzialmente hanno uno stanziamento inferiore a quello del Nord, pur avendo maggiori persone in condizioni critiche», avverte l’esperto. Il parametro che l’Osservatorio utilizza per leggere il bisogno potenziale è, tra gli altri, la multicronicità. E al Sud la quota di popolazione multicronica è più elevata. Eppure, osservando la serie storica dei finanziamenti, «non c’è nessun legame tra il finanziamento e il bisogno potenziale della popolazione».

Ed è qui che il problema dei 18 miliardi diventa una questione molto più interessante di un semplice braccio di ferro tra Governo e Regioni. Perché le domande a cui dare risposta sono soprattutto due: a chi andranno quei soldi? E, soprattutto, con quale criterio?

Bisogna cambiare la formula allocativa delle risorse, basandosi su indicatori di bisogno

Per Solipaca la contraddizione è evidente: «uno si aspetterebbe che là dove c’è più bisogno ci sia un maggiore stanziamento di risorse, invece la formula allocativa evidentemente ancora è molto ancorata alla popolazione anziana, piuttosto che a indicatori di bisogno effettivo».

Il punto è delicato perché nella formula di finanziamento è entrato anche il consumo sanitario come proxy del bisogno. Ma il consumo, avverte Solipaca, è endogeno: dipende anche dalla disponibilità dell’offerta. «Io consumo laddove riesco ad accedere al sistema. Se ne rimango fuori, consumo meno». È una frase che dovrebbe essere scritta a margine di qualsiasi discussione sul riparto del Fondo sanitario nazionale. Perché significa che chi non riesce ad accedere alle cure rischia di apparire, nei dati, come qualcuno che ha meno bisogno. «Invece di utilizzare il consumo come proxy del bisogno – dice Solipaca – bisognerebbe utilizzare degli indicatori proprio di bisogno, oggettivi. Quindi non le persone che si curano, ma le persone che stanno male». È questo probabilmente uno dei passaggi più importanti dell’intero dibattito.

Il problema è che non sappiamo ancora abbastanza di chi sta male

Qui il ragionamento porta direttamente alla qualità dei dati. Per allocare meglio le risorse servirebbe sapere con maggiore precisione quante persone hanno una determinata patologia, dove vivono, quanto è grave la loro condizione, quali servizi utilizzano e quali invece non riescono a raggiungere. Ma l’Italia, osserva Solipaca, è ancora indietro. «Noi non sappiamo qual è la prevalenza delle singole patologie», perché mancano registri sufficientemente diffusi. «Noi per esempio oggi come oggi non sappiamo esattamente quanti sono i diabetici», nonostante il diabete sia tra le condizioni che generano un forte consumo di servizi sanitari.

«Noi non sappiamo qual è la prevalenza delle singole patologie»

La stratificazione della popolazione prevista dalla riorganizzazione dell’assistenza territoriale può essere un passo nella direzione giusta. Ma, al momento, anche qui si lavora in parte utilizzando i consumi per stimare la prevalenza delle patologie.

E il cerchio torna al punto di partenza. Se per capire il bisogno utilizziamo il consumo e il consumo dipende dall’accesso, rischiamo di fotografare più l’offerta che la domanda di salute. È una delle grandi sfide tecniche, prima ancora che finanziarie, del prossimo SSN.

Undici miliardi per non far fermare la macchina

C’è poi una voce di spesa molto meno visibile, ma enorme: 11,283 miliardi nel triennio per le spese sanitarie non soggette a tetto, con 3,48 miliardi già nel 2027. La proposta prende come riferimento la crescita dei costi di beni e servizi del SSN tra 2023 e 2024, pari al 4,93%, considerandola più rappresentativa della dinamica reale dei costi rispetto all’inflazione programmata. L’obiettivo è evitare che beni, servizi essenziali e farmaci ospedalieri finiscano sotto pressione.

Spendere di più non significa migliorare l’offerta

È, in sostanza, il costo per continuare a far funzionare la macchina. Ma anche qui si apre una distinzione fondamentale: spendere per mantenere l’offerta non equivale necessariamente a migliorare l’offerta. Ed è su questo terreno che entra in gioco il miliardo e mezzo destinato al nuovo Fondo per l’Innovazione a Risparmio Certificato.

La vera innovazione? Pagare ciò che funziona

La logica del Fondo è interessante: finanziare trattamenti e protocolli di prevenzione capaci di dimostrare di ridurre i costi sanitari complessivi entro 36 mesi. Meno ricoveri. Meno accessi al Pronto soccorso. Meno prestazioni diagnostiche e specialistiche. Meno complicanze. Non è soltanto un fondo per l’innovazione. È, almeno nelle intenzioni, un tentativo di cambiare il modo in cui si misura il valore dell’innovazione.

E qui Solipaca è netto: «Spendere in maniera adeguata e soprattutto per trattamenti effettivamente efficaci è sicuramente importante».

Più che finanziare l’innovazione, quindi, si prova a finanziare l’innovazione che dimostra di funzionare

Il problema è che dimostrarlo non è semplice. «L’HTA (Health Technology Assessment), che è proprio la valutazione della performance delle innovazioni, è un settore che sta crescendo, però è ancora indietro». Servono sistemi informativi e sperimentazioni «molto spinte». Ma la direzione, secondo Solipaca, è obbligata: «efficientare la spesa è sicuramente una delle soluzioni alla carenza di risorse».

La proposta delle Regioni prova a tradurre questo principio in un meccanismo concreto: l’Ufficio per la Valutazione degli Esiti e dell’Impatto Sistemico presso AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) dovrebbe verificare gli effetti reali degli interventi e certificare i risparmi ottenuti.

Più che finanziare l’innovazione, quindi, si prova a finanziare l’innovazione che dimostra di funzionare.

Il punto cieco: la sanità non è tutta nel Fondo sanitario

C‘è però un altro elemento che rischia di rimanere fuori dall’orizzonte della Manovra: l’assistenza agli anziani.

Investire in sanità è necessario, ma senza dimenticare il lato sociale dell’assistenza

Per Solipaca, il problema è destinato a diventare molto più grande di quanto oggi siamo disposti ad ammettere. «In prospettiva noi dovremmo sicuramente spendere di più anche per questa funzione sociosanitaria». Il motivo è semplice: aumentano gli anziani e si restringe la rete familiare disponibile ad assisterli. «Ci sono meno figli, meno nipoti che sono in grado di assistere». Il nostro sistema, però, continua a basarsi molto sui trasferimenti economici alle famiglie più che sui servizi.

È una bomba a orologeria che non si risolve aumentando semplicemente il Fondo sanitario. E porta a una conclusione più ampia: la sostenibilità futura del SSN dipenderà anche dalla capacità di integrare davvero sanità e sociale.

Alla fine, quanti di quei 18 miliardi arriveranno?

La domanda del resto è inevitabile: le Regioni chiedono 18 miliardi, ma quanto la politica riuscirà a destinare alla sanità nella prossima legge di Bilancio?

Solipaca non si aspetta che la richiesta delle Regioni venga accolta integralmente. Il motivo è nella traiettoria degli ultimi anni: «La spesa sanitaria è cresciuta meno del Pil». E in termini reali, considerando l’inflazione, «negli ultimi due anni la spesa reale è diminuita».

Solipaca non si aspetta che la richiesta delle Regioni venga accolta integralmente

Il suo giudizio è quindi prudente: «Non mi aspetto che cambi l’andamento, lo vedo difficile». La partita politica, dunque, sarà probabilmente una partita di compromessi. Ma c’è un elemento sul quale, almeno secondo Solipaca, dovrebbe essere più facile trovare un terreno comune: il personale. «Secondo me le risorse aggiuntive dovrebbero essere allocate molto sul personale, perché effettivamente lo considero un problema serio: se mancano i medici e gli infermieri è difficile che il sistema funzioni».

E non è soltanto una questione di pensionamenti. «Noi perderemo molti medici e infermieri per anzianità, ma li perderemo anche per scelta». È probabilmente l’unico punto sul quale, osserva, Governo (anche il Ministro della Salute Orazio Schillaci all’interno della sua richiesta di 5 miliardi ha inserito come voce prioritaria investire sul personale sanitario, NdG) e Regioni sembrano già parlare una lingua comune: investire per trattenere e rendere più attrattivo il personale del SSN.

«Secondo me le risorse aggiuntive dovrebbero essere allocate molto sul personale»

Ma proprio qui torna la domanda iniziale: i 18 miliardi sono tanti? Sono pochi? La risposta, alla fine, è «dipende». Dipende, cioè, da cosa vogliamo chiedere a quei 18 miliardi.

Se devono servire a pagare i costi crescenti, sostituire chi va in pensione e compensare l’inflazione, rischiano semplicemente di tenere acceso il motore. Se invece devono servire a cambiare la distribuzione del personale, correggere i divari territoriali, finanziare maggiormente i territori dove il bisogno è maggiore, costruire dati epidemiologici migliori, premiare l’innovazione che produce risultati e misurare gli esiti, allora diventano qualcosa di diverso.

Il rischio è avere più risorse e continuare ad allocarle nello stesso modo

Diventano una politica sanitaria. Ed è probabilmente questa la domanda che la Manovra dovrebbe affrontare prima ancora di decidere la cifra finale: non quanto costa il SSN, ma quanto ci costa non cambiare il modo in cui lo finanziamo.

Perché come suggerisce la lettura di Solipaca, il rischio non è soltanto avere poche risorse, magari riducendo la spesa in armamenti. È avere più risorse e continuare ad allocarle nello stesso modo.