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Burocrazia, carenza di risorse e di personale in 10 anni abbattono del 51% le sperimentazioni cliniche no profit

“La ricerca deve essere al centro della crescita in Italia”, firmato Mario Draghi. Ma stritolata dalla burocrazia, a corto di finanziamenti e personale, alle prese con norme sulla privacy che rendono quasi impossibile la gestione dei dati, in affannoso recupero dei ritardi accumulati per l’implementazione del Regolamento europeo del 2014 sugli studi clinici, l’Italia rischia di perdere il treno dell’innovazione in campo biomedico. Che solo nel settore farmaceutico a livello globale vale mille miliardi di dollari, che le grandi multinazionali hanno programmato di investire da qui al 2025. Un piatto del quale, in queste condizioni, all’Italia rischiano di spettare solo le briciole.

A fare il punto sulle sperimentazioni cliniche sono gli esperti riuniti nel convegno sulla ‘Ricerca clinica in Italia’, organizzato a Roma, presso la sede dell’ISS, da Fadoi, la Società scientifica dei medici internisti ospedalieri, che hanno preso in carico il 70% dei pazienti Covid durante la pandemia.

Proprio i due anni e mezzo di Covid ci hanno insegnato quanto sia importante far convergere sulla ricerca clinica gli sforzi tanto del pubblico che del privato. Ma in Italia i trial clinici no profit in dieci anni, dal 2009 al 2019, sono diminuiti del 51%.

Italia fanalino di coda in Europa per trial clinici

I tempi troppo lunghi della burocrazia erano e sono un fattore che limita la partecipazione dell’Italia ai trial clinici. A dirlo sono i numeri, perché se nel nostro Paese se ne conducono ogni anno 4,6 ogni 10mila abitanti, in Germania sono 5,6, in Spagna e Francia 6, in Gran Bretagna 6,8, in Olanda 16,7, per non parlare del record danese fissato a 25,5. “Un gap dove a rimetterci sono soprattutto gli assistiti, perché dove si fa ricerca ci si cura anche meglio”, spiega il Presidente Fadoi, Dario Manfellotto. “Infatti – sottolinea – nei Paesi dove si fa sperimentazione clinica solitamente arrivano prima anche i farmaci innovativi e si diffonde più rapidamente la loro conoscenza tra i medici che possono poi utilizzarli al meglio”.

“A uscirne più penalizzata è poi proprio la ricerca indipendente no profit, che se nel 2018 si attestava al 27,3% del totale delle sperimentazioni condotte in Italia, l’anno successivo ha avuto una contrazione al 23,2%. Una ricerca nella quale tra l’altro il 90% degli investimenti che ne consentono lo svolgimento è sostenuto da privati”, afferma Gualberto Gussoni, direttore scientifico di Fadoi.

Poco male si dirà, ma questa proporzione suscita qualche riflessione tenuto conto che gli studi indipendenti rispondono a esigenze meno stringenti rispetto a quelle di mercato e possono portare a scoperte in ambiti che solitamente suscitano minore interesse negli investitori privati.

“Un vantaggio da un punto di vista assistenziale, ma anche economico – spiega Francesco Dentali, Vice Presidente Fadoi – perché come ricordato dagli esperti, ogni euro versato all’ospedale o all’istituzione scientifica per la sperimentazione clinica dai promotori profit genera un utile netto per l’ospedale di 0,5 euro e un risparmio per il SSN di circa 2,5 euro grazie alla fornitura gratuita di farmaci,  Per non parlare del fatto che ogni anno in Italia circa 40mila pazienti affetti da patologie gravi, come tumori, malattie ematologiche e cardiovascolari, partecipando ai trials possono beneficiare  con anticipo anche di anni dei trattamenti innovativi, con maggiori possibilità di guarigione e di miglioramento della qualità di vita”.

Alcuni punti critici che imbrigliano la ricerca

Tutti vantaggi che rischiamo di lasciarci sfuggire di mano e di non cogliere nonostante tutte le competenze che il nostro sistema della ricerca è in grado di esprimere, se non sapremo rimuovere gli ostacoli che frenano la ricerca, ostacoli e criticità che saranno al centro di un manifesto per il rilancio delle sperimentazioni cliniche nel Paese, che la stessa Fadoi presenterà a breve all’Iss e alle altre istituzioni interessate alla ricerca clinica.

Tra i primi ostacoli c’è la carenza di risorse. “La ricerca è fatta di numeri e noi in ricerca clinica investiamo 750 milioni di euro (il 90% dal privato), quanto il solo Stato federale americano mette sul piatto per la sola oncologia. Per la ricerca nel campo della salute l’Italia investe circa il 10% della spesa complessiva in R&S, più o meno quanto per le esplorazioni spaziali” ricorda Gussoni.

C’è poi il problema della cronica carenza di personale medico e infermieristico, che oberato da compiti assistenziali non trova tempo per dedicarsi anche ai trial clinici. Per non parlare delle figure professionali dedicate alla ricerca ancora senza un inquadramento professionale ed economico definito, “tanto che alcuni sono inquadrati come personale di segreteria” rimarca sempre il responsabile ricerca di Fadoi.

A stritolare non poco la ricerca c’è poi la burocrazia. In Italia a regolamentarla negli ultimi otto anni si sono affastellati una ventina di provvedimenti normativi, solo per citare quelli principali. In Spagna un solo decreto di 42 pagine ha regolato l’intero settore.

“Il rapporto pubblico privato stenta poi a decollare per una resistenza di carattere ideologico a condurre ricerca in partnership e per via di una farraginosità normativa che rende molto faticoso scambiare ricercatori e personale, come avviene invece nei paesi anglosassoni” spiega Andrea Fontanella, past president Fadoi.

Ad appesantire il tutto intervengono inoltre le norme sulla privacy che trasformano in una impresa la gestione dei dati clinici. “Basti pensare che per gli studi osservazionali retrospettivi, nei quali i dati delle cartelle cliniche vengono aggregati in modo anonimo e quindi non riconoscibile, il Garante della privacy chiede di norma l’autorizzazione specifica di ciascun paziente. Magari per dati vecchi di anni”, spiega ancora Fontanella.

Rischia POI di diventare un’occasione persa il regolamento UE sui trial clinici approvato nel 2014 per armonizzare valutazioni e autorizzazioni delle sperimentazioni, ma al quale dopo 8 anni l’Italia non si è ancora adeguata. Restano così ancora troppi nodi irrisolti: dalla definizione dei requisiti dei centri autorizzati alla sperimentazione, alle modalità per tutelare l’indipendenza degli studi e garantire l’assenza di conflitti di interesse, fino alla cruciale riduzione dei comitati etici, dai circa 90 attuali a un massimo di 40. E anche questo rischia di far aumentare il divario tra l’Italia e gli altri Paesi europei che al nuovo Regolamento si stanno adeguando ponendosi così in posizione privilegiata in termini di finanziamenti, visto che dal 31 gennaio del 2022 tutte le nuove sperimentazioni devono adeguarsi agli standard previsti dall’Ue.

Le proposte Fadoi

In attesa del manifesto per la ricerca che verrà a breve consegnato all’Iss per una sua condivisione, Fadoi ha comunque avanzato alcune proposte pe rilanciare le sperimentazioni cliniche in Italia. “Tra queste – sintetizza il presidente Manfellotto – il limitarsi a un solo parere di un Comitato etico valido su base nazionale per tutte le tipologie di studi; la maggiore uniformità della documentazione necessaria all’autorizzazione degli studi; la creazione di un’unica Agenzia nazionale della ricerca che possa assolvere a competenze oggi suddivise fra le diverse istituzioni dello Stato; una quota fissa del fondo sanitario nazionale per il finanziamento della ricerca no profit; il reinvestimento in ricerca clinica degli utili conseguenti alle sperimentazioni; la promozione della ricerca tra i criteri di valutazione dei DG delle Aziende Ospedaliere / Aziende Sanitarie Locali ; il rafforzamento delle infrastrutture digitali nei centri di ricerca; il riconoscimento e la diffusione di figure professionali a supporto delle ricerca”.

Elezioni 2022: confronto con Andrea Costa e Claudio Cricelli

Fascicolo sanitario elettronico nazionale, ruolo del medico di medicina generale nella riforma dell’assistenza territoriale, remunerazione e incentivi per rendere di nuovo attrattive le professioni sanitarie, federalismo sanitario. Ne abbiamo parlato con Andrea Costa (Noi Moderati) e Claudio Cricelli (SIMG), nella nuova puntata del nostro Speciale Elezioni.

 

Gli ospiti della prossima puntata saranno Simona Nocerino (Impegno Civico) e Fabio De Iaco (Società Italiana della medicina di emergenza-urgenza).

 

Per vedere tutte le interviste dello Speciale Elezioni, clicca qui.

Telemedicina: ragionare sui modelli di organizzazione, di implementazione tecnologica e di acquisizione

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Tempo di raccogliere le idee dopo un evento di successo. Cosa serve alla telemedicina? Innanzitutto il coinvolgimento dei medici, ma anche ragionare su tre modelli: organizzativi, di implementazione tecnologica e di acquisizione. Facciamo il punto con Ottavio Di Cillo, presidente dell’Associazione italiana Sanità digitale e Telemedicina (AiSDeT), reduce dalla due giorni degli Stati generali della Telemedicina che ha radunato a Bari ben 22 società scientifiche.

Ottavio Di Cillo

“Il convegno è andato molto bene, a partire dal fatto di aver messo intorno a un tavolo finalmente i medici, che sembravano un po’ defilati dalle riflessioni sulla telemedicina, ma in concreto sono coloro che devono dare un servizio al cittadino: è importante creare una squadra per la telemedicina in cui ci siano anche i medici, poco sentiti finora a livello romano”, commenta l’esperto.

“Durante gli Stati generali è stato sottoscritto un documento condiviso che prende le mosse dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che dà molta importanza al fascicolo sanitario elettronico: tutto ciò che non è interoperabile con esso, non sarà finanziato – afferma -. È necessario partire dagli atti normativi, che delineano la creazione di un ecosistema nazionale della telemedicina. Un ecosistema che deve includere tutti, tecnici, startup, utenti, e ovviamente i medici”.

Oltre al DM77, vanno tenuti in conto gli standard dell’assistenza domiciliare, sottolinea Di Cillo: “Indicano in modo chiaro una volontà di coordinamento per edificare un ecosistema digitale con la presenza di medici e pazienti, con l’obiettivo di arrivare a un Servizio Sanitario Nazionale sempre più equo e universalistico, in un frangente in cui sono disponibili una serie di fondi, e in particolare le Missioni 1 e 6 del PNRR.

La ricetta per la telemedicina: tenere in conto gli atti normativi nazionali ed europei e sfruttare le risorse disponibili grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

Dobbiamo mettere insieme gli atti normativi nazionali ed europei con i fondi per il processo di transizione del SSN verso un’innovazione digitale che sia finalmente strutturata e non episodica o sperimentale come è capitato nel nostro Paese negli anni precedenti. Per questo è fondamentale un apporto collaborativo da parte di tutti gli attori che lavorano in sanità, medici in particolare, per avviare processi di lavoro capaci di superare una organizzazione a silos per arrivare a un approccio interdisciplinare. Ecco quindi la necessità della partecipazione delle società scientifiche”.

A seguito degli Stati generali sono in via di creazione gruppi di lavoro fondati sulla collaborazione e la coprogettazione: all’orizzonte un nuovo grande evento AiSDeT. “Inviteremo il ministero della Salute e Agenas, cui abbiamo inviato il documento prodotto in occasione degli Stati generali e abbiamo richiesto la creazione di un tavolo di lavoro, senza dimenticare le associazioni dei pazienti”.

Quali sono i punti cardine del documento? “Bisogna agire concretamente sui modelli organizzativi, di implementazione e di acquisizione delle tecnologie. Sul primo tema gravano le carenze di personale e l’esigenza di far entrare nella routine quotidiana la gestione di nuove logiche, oltre alla definizione della tariffazione, degli aspetti del rischio, legali e di tutela della privacy: è un lavoro che va fatto insieme ai medici – rimarca -. Sul modello tecnologico, serve garantire, come chiede il PNRR, l’integrazione e l’interoperabilità nella logica dell’ecosistema digitale, in un’ottica di circolarità delle informazioni e dei dati; è un ambito che investe quindi anche l’uso corretto dei Big Data e dell’Intelligenza Artificiale. Terzo punto, acquisizione: parliamo di forme innovative di procurement, come le Partnership Pubblico Privato (PPP), per sostenere logiche gestionali e governo dei processi da parte delle aziende sanitarie”.

Come arrivare a questo risultato? Fondamentali la formazione e l’informazione

Come arrivarci? “Sono fondamentali l’informazione e la formazione. Nel Tavolo 1 con la presenza del ministero della Salute e di quello dell’Innovazione tecnologica e della transizione digitale è stato fatto un bellissimo lavoro, dando vita a un portale di informazione e formazione, aperto a tutti, che sarà reso disponibile per le Regioni, su cui potranno andare a inserire le informazioni su cos’è la telemedicina, sui servizi, sul nomenclatore, e con la possibilità di porre domande e ricevere risposte. Ma non basta. C’è la parte dell’attività di formazione che spetta non solo alle università o alle istituzioni, perché devono essere individuate anche delle modalità di management innovativo e i nostri apicali devono avere competenze di e-leadership e, almeno in parte, conoscenza dei modelli organizzativi e tecnologici e sapere in questo contesto lavorare in team”.

Che legame c’è fra Telemedicina, PNRR e procurement?

Tra i punti centrali individuati dal presidente AiSDeT Di Cillo al termine degli Stati generali, l’acquisizione delle tecnologie. Ma che legame c’è fra telemedicina, PNRR e procurement? Ne parliamo con Ignazio Del Camporesponsabile del controllo gestionale all’Azienda Ospedaliero Universitaria Policlinico “G. Rodolico – San Marco” di Catania, consigliere dell’AiSDeT.

Ignazio Del Campo

“Si tratta di aspetti strettamente correlati, perché il procurement, se è ragionato, dà valore ai servizi e ai modelli di servizi nella Pubblica Amministrazione (PA) arrivando a intervenire sui modelli e sull’offerta di servizi sanitari in ambiente digitale cioè prestazioni di telemedicina – spiega l’esperto -. La scelta della centralizzazione degli acquisti – ruolo centrale di Consip soprattutto per gli interventi connessi alla Missione 6 – Digitalizzazione DEA – diventa elemento fondamentale per conseguire la certezza di definizione delle procedure di procurement in termini di tempistiche e standardizzazione dei livelli qualitativi “minimi”, contribuendo quindi a eliminare alcune delle più evidenti criticità del sistema sanitario – la lentezza/difficoltà di acquistare beni e servizi – e offrendo migliori opportunità di conseguimento degli obiettivi di un programma di tipo performance quale è il PNRR. Il PNRR può essere considerato come lo strumento abilitante per la innovazione e trasformazione tecnologica, anche del sistema sanitario, atteso che si presenta con una solida struttura articolata su interventi, programma e singole milestone cui si affianca un robusto piano di monitoraggio sullo stato di avanzamento”.

Definire la telemedicina

“Per prima cosa è necessario sfatare un mito- aggiunge Del Campo -. La telemedicina non è l’obiettivo in sé dell’evoluzione del sistema sanitario, ma è uno strumento per qualificare e recuperare l’efficienza nell’uso delle risorse umane e materiali, nonché per migliorare la qualità della vita dei pazienti. La telemedicina non è un problema di tecnologia in senso stretto, bensì di adeguamento di pratiche cliniche e attività che oggi correntemente si svolgono in modalità “face to face” con il paziente in un nuovo ambiente. La traslazione di parti del percorso di diagnosi e cura in un ambiente digitale consente la riduzione/eliminazione di diverse sotto attività o sotto processi operativi che però hanno dei “costi”, economici e non, rilevanti sia per il sistema sia per gli utenti. Per fare questo salto è necessario un approccio incentrato sulla valutazione puntuale e accurata delle caratteristiche dei pazienti, dei percorsi diagnostico terapeutici per patologia, delle soluzioni tecnologiche disponibili e della sostenibilità economica delle scelte di innovazione”.

Queste riflessioni sono il presupposto per la costruzione di un quadro chiaro di che cosa si intende per sistema sanitario che eroga prestazioni sanitarie anche con l’utilizzo di tecnologie digitali o più semplicemente “in telemedicina”. “Alla base dell’esigenza di organizzare gli Stati generali, c’è, quindi, una semplice domanda: cosa si può erogare in telemedicina? – spiega Del Campo -. In concreto la risposta è che può essere spostato in telemedicina solo ciò che è sicuro dal punto di vista qualitativo per il paziente e altrettanto per il clinico che potrà esercitare le sue valutazioni assumendo il medesimo “rischio” cui si esporrebbe visitando il paziente in modo tradizionale. La prima cosa da fare è quindi un’analisi di quali processi sanitari non necessitano di un incontro diretto per verificare lo stato del paziente e l’andamento della malattia”.

Cosa si può erogare in telemedicina? Solo ciò che è sicuro dal punto di vista qualitativo per il paziente e per il clinico

Ma come fare per individuare le prestazioni che si possono erogare in telemedicina? “Questo dato non è banale, visto quello che stiamo vedendo proliferare: quando si comincia a subodorare la disponibilità di risorse, tutti cominciano a offrire nuove soluzioni e tutti sono in grado di fare telemedicina. Però, dal punto di vista tecnico le infrastrutture e gli strumenti che dovrebbero fare la telemedicina non sono ancora correttamente validate e certificate dai professionisti sanitari o dai professionisti di area tecnica (Direzione generale della digitalizzazione, del sistema informativo sanitario e della statistica). Soprattutto, non vi è dietro alcuna validazione dal punto di vista clinico”.

Il ministero della Salute, per arrivare all’uniformazione delle caratteristiche degli ambienti digitali, agli strumenti e regole di interscambio dei dati, ai processi di conservazione delle informazioni e di tutela della privacy, ha costituito diversi tavoli interdisciplinari che hanno cominciato a rispondere a queste domande.

“Nel Tavolo di lavoro 2: Onboarding & Validazione, in cui ho lavorato con diversi professionisti sanitari e non, è stato affrontato il tema delle infrastrutture e delle tecnologie, e stiamo ragionando per definire le caratteristiche che devono avere gli strumenti di telemedicina: integrazione con Spid, anagrafe degli utenti e fascicolo sanitario elettronico, capacità di gestire i file in formato Pdf o altro, i cosiddetti requisiti tecnici che deve avere una piattaforma di telemedicina per essere considerata tale. Ma tutto questo non può che venire dopo la grande domanda: io posso visitare in sicurezza per me e per il paziente? Se lo visito a distanza, questa prestazione è valida? Mi permette di comprendere lo stato di salute del malato, è capace di darmi indicatori di salute?”.

La risposta alle domande sulla telemedicina prevede il coinvolgimento diretto e costante degli specialisti delle singole discipline mediche

La risposta a queste domande prevede il coinvolgimento diretto e costante degli specialisti delle singole discipline mediche che possono costruire quell’insieme di indicatori e di scale di valutazione dei pazienti (stato malattia, comorbidità, autonomia nella gestione della cura, propensione all’aderenza terapeutica, supporto di caregiver, autonomia tecnologica…) tali da permettere di valutare se un paziente è eleggibile ad essere trattato per parte del percorso terapeutico in modalità telemedicina. “Per questo abbiamo voluto coinvolgere le società scientifiche negli Stati generali, per condurli con un’ideale mano verso la definizione di un catalogo di prestazioni erogabili in ambito digitale, tenuto conto ovviamente di valutazioni di sostenibilità ed economicità”.

Una volta individuate le prestazioni erogabili in telemedicina, cosa serve? Una valutazione di sostenibilità

Cosa intendiamo per sostenibilità in questo senso? “Dal punto di vista metodologico è fondamentale per prima cosa individuare il set di prestazioni erogabili in ambiente digitale e, quindi, solo successivamente, sviluppare le analisi economiche relative al costo di erogazione e alla congruità della tariffazione collegata alle prestazioni in telemedicina. Tra l’altro oggi un parametro, primo ma non sempre univoco, esiste, ed è quello del corrispettivo riconosciuto per le prestazioni in presenza – risponde Del Campo -. Di conseguenza, i più curiosi possono cimentarsi in un semplice esercizio di economia aziendale che si chiama BEP analysis (Break even point, ovvero punto di pareggio) per capire quante prestazioni in telemedicina devono essere fatte per recuperare l’investimento necessario alla costruzione, messa in opera ed esercizio della piattaforma di telemedicina”.

“In questo caso – prosegue l’esperto – dovranno essere considerati sia i costi dell’investimento (PC, piattaforma software, costi per connettività, costi per storage dati) sia i costi di esercizio (tempo/costo del medico dedicato per prestazione, tempo/costo della struttura di supporto tecnico per ora di funzionamento della piattaforma, tempo/costo di altro personale oltre ai normali costi di gestione della struttura, come pulizie, energia elettrica, riscaldamento). Il totale dei costi dovrà essere diviso per il valore unitario riconosciuto alla prestazione (tariffa da nomenclatore o da altro provvedimento) e di conseguenza avrete il numero delle prestazioni totali da erogare. Da questa analisi sarà anche possibile capire quante ore di funzionamento giornaliero dovrà garantire l’ambulatorio virtuale, quanti medici servono e molti altri elementi che, dopo avere risolto il tema metodologico ed etico del contenuto della prestazione erogata in digitale, dovranno essere affrontati per non lasciare che la telemedicina resti un miraggio”.

I biosimilari sono sostituibili ai medicinali di riferimento

L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e i vertici delle agenzie per i medicinali (Heads of Medicines Agencies, HMA) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta confermando che i farmaci biosimilari approvati nell’Unione europea (UE) sono intercambiabili con il loro medicinale di riferimento o con un biosimilare equivalente.

Sebbene l’uso intercambiabile di biosimilari sia già praticato in molti Stati membri, questa posizione comune armonizza l’approccio dell’UE, garantisce maggiore chiarezza agli operatori sanitari e aiuta così un maggior numero di pazienti ad avere accesso ai medicinali biologici in tutta l’Unione.

Un biosimilare è un medicinale biologico molto simile a un altro medicinale biologico già approvato (il “medicinale di riferimento”). L’intercambiabilità in questo contesto significa che il medicinale di riferimento può essere sostituito da un biosimilare senza che il paziente subisca cambiamenti nell’effetto clinico.

“L’EMA ha approvato 86 farmaci biosimilari dal 2006. Questi medicinali sono stati accuratamente rivisti e monitorati negli ultimi 15 anni e l’esperienza della pratica clinica ha dimostrato che in termini di efficacia, sicurezza e immunogenicità sono paragonabili ai loro prodotti di riferimento e sono quindi intercambiabili”, afferma Emer Cooke, Direttore Esecutivo di EMA. “Questa è una buona notizia per i pazienti e gli operatori sanitari, che hanno un più ampio accesso a importanti opzioni terapeutiche per il trattamento di malattie gravi come cancro, diabete e artrite reumatoide”.

La dichiarazione, redatta dagli esperti dell’UE del gruppo di lavoro sui biosimilari e dal gruppo di lavoro sui biosimilari dell’HMA, è stata approvata dal comitato per i medicinali per uso umano dell’EMA, il CHMP, il 22 luglio 2022.

La posizione dell’EMA si basa sull’esperienza acquisita nella pratica clinica, dove è ormai comune che i medici spostino i pazienti tra diversi medicinali biologici. I biosimilari approvati hanno dimostrato efficacia, sicurezza e immunogenicità simili rispetto ai loro medicinali di riferimento e l’analisi di oltre un milione di trattamenti in anni non ha sollevato problemi di sicurezza. Pertanto, gli esperti dell’UE hanno ritenuto che quando un biosimilare ottiene l’approvazione nell’UE, può essere utilizzato al posto del suo prodotto di riferimento (o viceversa) o sostituito da un altro biosimilare dello stesso prodotto di riferimento.

Le decisioni relative alla sostituzione a livello di farmacia (pratica di dispensare un medicinale invece di un altro senza consultare il medico prescrittore) sono gestite dai singoli Stati membri.

L’EMA aggiornerà i suoi materiali di comunicazione sui biosimilari per i pazienti e gli operatori sanitari per evidenziare la posizione comune.

Elezioni 2022: confronto con Annamaria Parente e Annalisa Mandorino

Nella nuova puntata del nostro Speciale Elezioni 2022 le protagoniste sono Annamaria Parente (Italia Viva) e Annalisa Mandorino (Cittadinanzattiva).

Tra i temi trattati: liste d’attesa e come ridurle, MES sanitario, riforma degli interventi in favore degli anziani non autosufficienti, sostegno alla filiera sanitaria, LEA.

 

Gli ospiti della prossima puntata saranno Andrea Costa (Noi Moderati) e Claudio Cricelli (SIMG).

 

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AGENAS e ANAC in campo con iniziative congiunte di prevenzione della corruzione nel settore sanitario

L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) e l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) hanno sottoscritto un Protocollo di Intesa con l’obiettivo di collaborare e promuovere iniziative congiunte di prevenzione della corruzione e di contrasto al verificarsi di fatti di maladministration, al fine di rafforzare la cultura della trasparenza e della legalità nel settore sanitario e di garantire la corretta attuazione e applicazione della normativa in materia di contratti pubblici. Il Protocollo mira a implementare buone pratiche nel contesto delle iniziative di progressiva digitalizzazione, semplificazione e reingegnerizzazione delle procedure nel settore sanitario, anche con riferimento agli interventi previsti dalla Missione 6, Componente 1, “Reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale”.

 

Sono davvero molto soddisfatto – dichiara il Presidente di AGENAS, Prof. Enrico Coscioni – della collaborazione sancita oggi tra l’Agenzia e l’Autorità Nazionale Anticorruzione. Si tratta di un’importante iniziativa, che permetterà la diffusione di buone pratiche per rafforzare la cultura della trasparenza e della legalità nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale con l’obiettivo, grazie anche agli ingenti investimenti previsti nel PNRR, di rendere le strutture più moderne e inclusive, garantendo l’equità di accesso alle cure su tutto il territorio nazionale”.

 

Con questa Intesa – dichiara il Presidente dell’ANAC, Dottor Giuseppe Busia – vogliamo garantire il corretto utilizzo degli ingenti investimenti pubblici che, con il PNNR, saranno destinati alla cura delle persone. La collaborazione con il ministero della Salute e con AGENAS è fondamentale per sviluppare, in ambito sanitario e presso tutti coloro che vi operano, una cultura della legalità che diventi strumento per offrire migliori prestazioni e servizi più qualificati ai cittadini. La trasparenza e l’integrità, infatti, costituiscono condizioni essenziali per la tutela del diritto alla salute. Questo protocollo rafforza la prevenzione e il contrasto della corruzione, un fenomeno che, quando si verifica nel settore sanitario, risulta essere particolarmente odioso e avere un costo ancora più alto perché ricade direttamente sulla salute e sulla vita dei cittadini”.

 

Con l’intesa di oggi – osserva il Sottosegretario di Stato alla salute, Senatore Pierpaolo Sileri, presente alla firma del protocollo – si perfeziona il percorso iniziato lo scorso 2 agosto con il protocollo siglato al Ministero della Salute. Oggi più che mai dobbiamo ai cittadini la massima trasparenza nell’utilizzo delle risorse pubbliche e dei fondi del PNRR, con i quali stiamo ridisegnando una sanità pubblica più vicina ai cittadini e alle loro esigenze”.

 

Il Protocollo – sottoscritto dal Presidente di AGENAS, Prof. Enrico Coscioni, dal Presidente dell’ANAC, Dott. Giuseppe Busia – avrà validità di cinque anni.

Per approfondire

 

Corruzione in sanità: un’ombra che mette a rischio l’efficacia del PNRR

Giornata Mondiale per la Sicurezza dei Pazienti 2022: focus sull’appropriatezza della terapia farmacologica

Il 17 settembre si celebrerà la Giornata Mondiale per la Sicurezza dei Pazienti, istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2019 con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e l’impegno globale sul tema della sicurezza delle cure. Quest’anno, la Giornata è dedicata alla Sicurezza della terapia farmacologica, in concomitanza con la conclusione della campagna Medication Without Harm, lanciata dall’OMS nel 2017 con l’obiettivo di ridurre del 50% i danni gravi evitabili correlati ai farmaci a livello globale.

L’Italian Network For Safety in Healthcare (Insh), associazione scientifica per la qualità e sicurezza delle cure, membro istituzionale dell’International Society for Quality in Healthcare, celebra tale giornata con un evento diffuso, realizzato con la collaborazione di ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità e il patrocinio e il sostegno dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. Oltre 40 strutture sanitarie partecipanti offriranno un servizio gratuito di ricognizione farmacologica e counseling sull’uso sicuro dei farmaci ai soggetti in poli-terapia nella settimana dal 17 al 23 settembre 2022.

Ciò consentirà da un lato di ottimizzare la terapia dei pazienti che usufruiranno del servizio, dall’altro agli operatori sanitari di sperimentare strumenti evidence-based di supporto alla prescrizione, a INSH di effettuare un’indagine sull’appropriatezza e la sicurezza della politerapia. I risultati preliminari saranno presentati giovedì 22 settembre a La Spezia, durante il convegno “Le sfide del clinical risk management nella sanità post Covid 19”.

Per approfondire

Sicurezza dei pazienti: focus sulla terapia farmacologica

Elezioni 2022: confronto con Paola Boldrini e Massimiliano Boggetti

Nella terza puntata del nostro Speciale Elezioni 2022 siamo a colloquio con Paola Boldrini (Partito Democratico) e Massimiliano Boggetti (Presidente Confindustria Dispositivi Medici).

Tra gli argomenti di discussione: il piano straordinario per il personale sanitario, l’acquisto di innovazione, il payback, la farmacia dei servizi.

 

Gli ospiti della prossima puntata saranno Annamaria Parente (Italia Viva) e Annalisa Mandorino (Cittadinanzattiva).

 

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Oltre il PNRR: il SSN del futuro

Vicina, di territorio e fortemente orientata al digitale. Sarà così la sanità del futuro, disegnata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Il Piano stanzia per la Missione 6 – Salute 15,63 miliardi in totale, suddivisi fra le due componenti:

  1. Reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale: 7 miliardi di stanziamenti
  2. Innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale: 8 miliardi e 63 milioni di euro

Ma il PNRR è un’opportunità e non un traguardo: un procedimento a tappe e scadenze serrate per provare a trasformare un bruco in farfalla. Come? A che punto siamo? Quali i principali ostacoli organizzativi, giuridici e tecnologici bisogna ancora superare? Soprattutto, possiamo immaginare come sarà vivere con la nuova sanità post-PNRR?

Ne parliamo con:

  • Nino Cartabellotta
    Presidente Fondazione Gimbe
  • Ginevra Cerrina Feroni
    Vice Presidente Garante Protezione Dati Personali (GPDP)

Conduce:

  • Adriana RiccomagnoAdriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario

Sottoscritto accordo di collaborazione fra AGENAS, MEF e Consip in materia di acquisti di beni e servizi in ambito sanitario

AGENAS – Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, Ministero dell’Economia e delle Finanze e Consip hanno sottoscritto un accordo di collaborazione con l’obiettivo di incrementare la qualità degli investimenti e delle relative prestazioni erogate, attraverso una maggiore efficacia delle iniziative volte all’acquisizione di beni e servizi per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

L’Accordo mira a sviluppare un’azione comune fra le parti per potenziare soluzioni centralizzate di acquisto su specifiche tecnologie – anche nell’ambito della Missione 6 del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza – e per favorire la diffusione di strumenti e modelli organizzativi, anche basati su logiche di Health Technology Assessment, volti ad una maggiore efficacia nella gestione delle risorse tecnologiche e dei relativi servizi di gestione e manutenzione, compresi dispositivi medici e grandi attrezzature.

Le attività che saranno svolte nell’ambito dell’Accordo prevedono, tra le altre:

  • scambio di dati, informazioni, analisi e valutazioni sulla spesa sanitaria pubblica e le tecnologie sanitarie, per valutare possibili ambiti di investimento delle risorse economiche assegnate al SSN;
  • confronti ed analisi per lo studio di tecnologie innovative, con particolare riferimento alle grandi apparecchiature utilizzate in ambito sanitario, da applicare allo sviluppo di iniziative nell’ambito del Programma di Razionalizzazione degli Acquisti della PA;
  • approfondimento e condivisione di conoscenze ed esperienze tecnologiche, operative ed organizzative, per rendere più efficace la realizzazione di strategie di investimento e procedure di acquisto di tecnologie sanitarie destinate a strutture sanitarie pubbliche.

L’Accordo –sottoscritto dal Presidente di Agenas, Enrico Coscioni, dalla Responsabile della Direzione per la Razionalizzazione della Gestione degli Immobili, degli Acquisti, della Logistica e gli Affari Generali, Susanna La Cecilia e dall’Amministratore delegato di Consip, Cristiano Cannarsa – avrà validità di due anni.