Cosa manca per una vera implementazione della telemedicina nel nostro Paese? Innanzitutto la condivisione di cosa si intende per telemedicina, il supporto delle evidenze, ma soprattutto un coordinamento istituzionale: dal Ministero con i suoi “superpoteri”, alle Regioni, alle ASL. Il commento di Sergio Pillon, responsabile per la trasformazione digitale della Asl di Frosinone, vice presidente Associazione italiana Sanità digitale e Telemedicina (AiSDeT). Il sodalizio ha organizzato per giovedì 15 e venerdì 16 settembre gli Stati generali della Telemedicina per avviare un confronto che coinvolga le società scientifiche.
Servizio sanitario: gli ospedali sono ignorati nei programmi elettorali
Il diritto alla salute è in grave pericolo nel nostro Paese. Ma i programmi elettorali delle principali coalizioni ignorano la tempesta perfetta che si sta profilando all’orizzonte. Mancano risorse, medici e strutture adeguate. L’allarme viene dal “Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri e Universitari Italiani” (FoSSC), che denuncia la totale mancanza di attenzione su questi temi da parte delle forze politiche che si presenteranno alle prossime elezioni. Proprio la parola “ospedale” è quasi del tutto assente dai programmi e dai dibattiti elettorali. I medici specialisti ospedalieri sono circa 130mila, 60mila in meno della Germania e 43mila in meno della Francia. L’emorragia dei camici bianchi riguarda anche i medici di medicina generale: sono pochi, circa 40.700, ma ogni anno 3000 vanno in pensione ed è previsto che, a breve, l’esodo sarà ancora maggiore. Non solo. In Italia operano oggi circa 13.000 pediatri, ma in tutto il Paese si registrano carenze anche per la rigida distinzione tra le attività territoriali ed ospedaliere e la mancanza di una adeguata interazione e integrazione tra loro.
“La disponibilità di letti per numero di abitanti colloca l’Italia al ventiduesimo posto in Europa e la capacità di utilizzarli è del tutto insufficiente – denuncia Francesco Cognetti, Coordinatore del Forum -. Gli ospedali sono stati accorpati, i reparti e i servizi di diagnosi sono stati ridotti e depotenziati. E il definanziamento della Sanità, in dieci anni, ha raggiunto i 37 miliardi di euro. Con gli altri Paesi Europei che presentano percentuali rispetto al PIL di 3-4 punti superiori. La spesa per la sanità è cresciuta del 3% nel 2022 rispetto al 2021. Ma queste risorse sono tutte state impiegate per fronteggiare la pandemia che tra l’altro ha prodotto nel nostro Paese livelli di mortalità tra i più elevati in Europa. Il DEF per il triennio 2023-2025 programmato ad aprile prevede di nuovo una decrescita dello 0,6% annuo, a fronte di un atteso consistente aumento del PIL nominale. Nei programmi elettorali vi sono riferimenti alla riorganizzazione della Sanità territoriale, al potenziamento dell’organico degli operatori sanitari e al superamento delle liste di attesa. Mancano, però, proposte concrete e, soprattutto, progetti strutturati di riforma che rispondano a una logica di ‘sistema’”.
Non possono bastare le 1350 Case di Comunità previste dal PNRR a risolvere i problemi della sanità, se non si affrontano i nodi centrali della crisi profonda degli Ospedali e delle risorse per il reclutamento del personale.
Il Forum negli ultimi mesi ha chiesto la completa revisione dei parametri organizzativi degli ospedali sanciti con il Decreto Ministeriale 70 (DM 70 del 2 aprile 2015). “Il numero di posti letto di degenza ordinaria deve crescere ben oltre i 350 per 100.000 abitanti odierni fino a raggiungere almeno la media europea di 500 – spiegano le 30 Società scientifiche riunite nel Forum -. Anche il numero di posti letto di terapia intensiva deve superare i 14 posti letto, peraltro rimasti sulla carta e mai raggiunti, per arrivare almeno a 20-25 per 100.000 abitanti. Inoltre, sono necessarie risorse per aumentare i posti letto di terapia intensiva pediatrica e di terapia semintensiva pediatrica, oggi al di sotto del necessario in tutte le Regioni, e per potenziare sul piano delle attrezzature molti reparti di pediatria e neonatologia in varie Regioni”.
Gli investimenti devono riguardare anche il personale. “Bisogna assumere un numero consistente di medici ed infermieri, per potenziare gli ospedali – afferma Diego Foschi, Presidente del Collegio Italiano dei Chirurghi, società scientifica che aderisce al Forum -. Inoltre, va frenato l’esodo di neolaureati, che per specializzarsi vanno all’estero, e il prepensionamento di molti medici, cui vanno garantiti stipendi migliori per evitare, per esempio, la fuga dai Pronto Soccorso. Abbiamo anche chiesto che i medici vengano sollevati dagli obblighi burocratici e amministrativi, perché il personale di supporto si trova facilmente e a minore costo, mentre i medici non ci sono. Ogni minuto sottratto alle cure è un minuto perso. Abbiamo anche chiesto che vengano resi pubblici i risultati clinici conseguiti dai diversi ospedali in modo che i cittadini possa scegliere dove andare a curarsi, senza correre rischi e premiando il merito”.
Il PNRR prevede un investimento sanitario improntato su due grandi voci: edilizia e tecnologia. “I progetti però riguarderanno gli Ospedali di Comunità e le Case di Comunità, strutture della medicina territoriale, e le grandi attrezzature di diagnosi e cura, prevalentemente radiologiche. Costruire muri, però, non significa avere ospedali, che richiedono personale e competenze che non ci sono – sottolineano le Società scientifiche -. Va superata la storica dualità fra ospedale e territorio, a favore di un unico sistema di servizi interconnesso, continuo e complementare. Il vero e proprio ospedale deve estendersi funzionalmente anche alle realtà sanitarie territoriali. Ciò che è territoriale deve essere considerato pre e post-ospedaliero, in una visione integrata delle due realtà”. “Anche i bambini – evidenzia Annamaria Staiano, Presidente della Società Italiana di Pediatria, società scientifica che aderisce al Forum – devono avere le cure che servono per gestire e prevenire le malattie acute e croniche, nel territorio e in ospedale in un sistema di continuità assistenziale e in rete, che preveda ove necessario la possibilità per i pediatri di lavorare sia nel territorio che in ospedale con flessibilità organizzativa. Aumenta inoltre il numero di bambini e adolescenti con bisogni di salute specifici, che sono ormai oltre il 15% del totale, almeno un milione nel nostro paese, e richiedono interventi sanitari spesso ripetuti nel tempo, con approcci sia a livello territoriale sia nei centri ospedalieri e universitari di riferimento. Sono necessari investimenti tecnologici e reclutamento di personale con un’ottica di sistema, che tenga conto delle esigenze dei bambini e delle loro famiglie, anche per ridurre la mobilità sanitaria verso regioni più avanzate sul piano dell’assistenza sanitaria”.
Le conseguenze del mancato potenziamento delle strutture ospedaliere sono già evidenti, in particolare per i pazienti colpiti da cancro. “Sono stati resi cronici i ritardi delle chirurgie oncologiche e i tassi di adesione agli screening non sono ancora tornati ai livelli pre-pandemia – afferma il prof. Cognetti – e si possono fare già ora previsioni di un aumento della mortalità per tumore nei prossimi mesi o anni, mentre già si osservano casi più avanzati. Il Piano Oncologico, recentemente prodotto dal Ministero della Salute, appare assolutamente insoddisfacente per la mancata indicazione di risorse specifiche mirate ad affrontare gli obiettivi strategici, pertanto inattuabili. Rispetto al Programma Europeo (Europe Beating Cancer Plan), il Piano Oncologico mostra un’assoluta assenza di pianificazione e programmazione nonché di rilevazione del fabbisogno e delle risorse da investire, oltre alla mancanza completa della individuazione della tempistica, degli indicatori di monitoraggio e di governance. Per colpa di queste gravi carenze inoltre non potremo attingere ai fondi del Piano Europeo. Non solo. Le Reti Oncologiche, che costituiscono un modello dell’assistenza e della ricerca nel settore dei tumori, rimangono inattuate nella maggior parte delle Regioni. Permangono, anzi aumentano, i tempi di introduzione al rimborso da parte della nostra agenzia regolatoria di importanti farmaci innovativi e si stanno esaurendo le risorse destinate ai test multigenici per evitare la chemioterapia alle donne operate di cancro al seno dato il mancato inserimento di questi test nei LEA”. “E il blocco, tuttora esistente, dovuto al mancato adeguamento normativo del nostro Paese al nuovo Regolamento europeo sugli studi clinici impedirà a molti ricercatori e pazienti di accedere alle nuove molecole rispetto agli altri Paesi europei – conclude il prof. Cognetti -. Il risultato è la perdita di notevoli chance terapeutiche per i pazienti, della mancata crescita professionale e scientifica del personale sanitario coinvolto nonché effetti negativi di natura economica dovuti ai mancati investimenti economici complessivi da parte delle aziende farmaceutiche internazionali e sull’occupazione, per il mancato impiego di profili professionali di elevata specializzazione”.
https://trendsanita.it/category/elezioni-2022/
Dal 19 al 23 settembre c’è la Make Sense Campaign, la Campagna europea di sensibilizzazione alla diagnosi precoce dei tumori testa-collo
Dopo due edizioni declinate in modalità digitale a causa della pandemia da Covid-19, torna in presenza dal 19 al 23 settembre la Make Sense Campaign, la campagna europea di educazione e sensibilizzazione alla diagnosi precoce dei tumori del distretto testa-collo, promossa in Italia dall’Associazione Italiana di Oncologia Cervico-Cefalica (AIOCC), che nel 2021 ha visto coinvolti 19 Paesi europei (Belgio, Bielorussia, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Israele, Kazakistan, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Russia, Spagna, Svizzera, Turchia, Ungheria, Italia) e un Paese extra-EU, il Brasile.
A discapito della sua estesa diffusione, non molti sanno che il carcinoma della testa e del collo è il settimo tumore più comune in Europa, con un’incidenza di circa la metà rispetto al cancro del polmone ma di due volte superiore a quello del collo dell’utero. Solo in Italia infatti, nel 2020, 9.900 persone hanno ricevuto una diagnosi di tumore testa-collo e 4.100 non sono sopravvissute alla malattia (fonte “I numeri del cancro 2021”, AIOM).
Hai la testa a posto? è il motto dell’edizione italiana 2022 della Make Sense Campaign, un monito a porre attenzione ai sintomi dei carcinomi cervico-cefalici, spesso ignorati o associati a malattie stagionali come un comune mal di gola o a un raffreddore. Gli esperti concordano nel dire che una rapida comprensione dei sintomi della malattia è cruciale per una diagnosi precoce, in presenza della quale il tasso di sopravvivenza sale all’80-90%, contro un’aspettativa di vita di soli 5 anni per coloro che scoprono la malattia in fase avanzata (ibidem “I numeri del cancro 2021”, AIOM).
Dal 19 al 23 settembre oltre 120 centri, tra realtà pubbliche e private, dislocate sull’intero
territorio nazionale, organizzeranno giornate di diagnosi precoce a porte aperte ad accesso libero o su prenotazione, per sottolineare, con un’azione condivisa, l’importanza di una diagnosi rapida.
“Hai la testa a posto? è il motto della Make Sense Campaign di AIOCC per raggiungere e sensibilizzare le persone a non sottovalutare sintomi che possono indicare la presenza di un tumore della testa e del collo” – dichiara il Prof. Roberto Maroldi, Presidente AIOCC e Professore Ordinario di Radiologia all’Università degli Studi di Brescia – “un chiaro campanello di allarme, se il sintomo non si risolve entro tre settimane (la regola “1per3”). Messaggi sintetici e diffusione capillare. Così, quest’anno la campagna di sensibilizzazione e prevenzione sta suscitando notevole interesse.
Testimoniato dal numero elevato di persone che ricorrono al consulto medico specialistico gratuito offerto in oltre 120 centri, tra realtà pubbliche e private, che sostengono la Make Sense Campaign in Italia”.
1per3 è infatti la regola da tenere sempre a mente. Se presente anche solo uno di questi sintomi per tre settimane o più, è necessario rivolgersi al medico: dolore alla lingua, ulcere che non guariscono e/o macchie rosse o bianche in bocca; dolore alla gola; raucedine persistente; dolore e/o difficoltà a deglutire; gonfiore del collo; naso chiuso da un lato e/o perdita di sangue dal naso.
Nessun allarmismo, quindi, ma un’adeguata consapevolezza dei campanelli di allarme, affiancata a una sana alimentazione e uno stile di vita attivo, sono elementi fondamentali per la salvaguardia della salute, propria e di chi ci è accanto. Da dieci anni ormai la Make Sense Campaign persegue l’obiettivo di sensibilizzare più persone possibili attraverso una comunicazione incisiva, agendo concretamente tramite una fitta rete di ospedali, cliniche, ASL, AUSL, ASST e studi privati, uniti nella promozione di visite di controllo gratuite aperte a tutti.
L’Associazione Italiana di Oncologia Cervico-Cefalica
L’Associazione Italiana di Oncologia Cervico-Cefalica (AIOCC) è un’associazione per lo studio e la ricerca nel campo dell’oncologia cervico-cefalica, membro della European Head & Neck Society (EHNS). L’Associazione non ha fini di lucro e persegue lo scopo di favorire e facilitare, attraverso iniziative scientifiche, culturali e professionali, i contatti fra quanti sono interessati ai problemi della prevenzione, della diagnosi, della terapia e della riabilitazione dei tumori e alla ricerca clinica e sperimentale in campo oncologico, relativamente al distretto testa-collo.
L’elenco completo dei centri medici che partecipano all’iniziativa è disponibile sul sito dell’AIOCC (www.aiocc.it).
Il tumore testa-collo
Per tumore cervico-cefalico (o del distretto testa-collo) si intendono tutti i tumori che si sviluppano nell’area della testa e del collo ad esclusione di occhi, orecchie, cervello ed esofago.
Questo tipo di tumore tende a colpire maggiormente gli uomini (che hanno un’incidenza da due o tre volte superiore rispetto alle donne) e le persone di età superiore ai 40 anni, ma le diagnosi fra le donne e gli under 40 sono in aumento.
I principali fattori di rischio per lo sviluppo dei tumori della testa e del collo (in particolare per quelli del cavo orale, dell’orofaringe, dell’ipofaringe e della laringe) sono alcol e tabacco, che si stima siano responsabili del 75% delle incidenze della malattia; il rischio è esponenzialmente più alto per le persone che fanno uso di entrambi. Altri fattori di rischio sono rappresentati dalla cattiva igiene orale e dall’insufficiente consumo di frutta e verdura.
Alcune forme di tumore dei seni paranasali hanno una maggiore incidenza nei lavoratori del legno (falegnami, parquettisti), mentre per alcuni tipi di tumori della testa e del collo sono un fattore di rischio le infezioni da tipi cancerogeni di Papilloma Virus umano (HPV) (ibidem “I numeri del cancro 2021”, AIOM).
La Make Sense Campaign
La Make Sense Campaign nasce nel 2013 per rispondere alla mancanza di conoscenza nel grande pubblico relativamente alle patologie oncologiche del distretto cervico-cefalico (un’indagine condotta dall’EHNS, European Head and Neck Society, ha mostrato come quasi tre quarti degli intervistati non fosse a conoscenza dei sintomi più rilevanti, e il 38% non avesse addirittura mai sentito parlare di tumori testa-collo) e per aumentare la consapevolezza dell’importanza della prevenzione presso le realtà deputate. Di anno in anno la campagna ha visto la partecipazione di un numero sempre più elevato di Paesi, europei e non, i quali, mettendo in campo attività diversificate, hanno portato, in maniera costante, a un aumento della conoscenza e della consapevolezza dei sintomi della malattia tra il grande pubblico.
Promossa dalla Società Europea dei Tumori Testa Collo e in Italia da AIOCC, la campagna mira a educare alla prevenzione e aumentare la consapevolezza dei sintomi legati ai tumori della testa e del collo, promuovendo un tempestivo ricorso al medico per una diagnosi precoce che può aiutare a migliorare la prognosi nei pazienti affetti dalla malattia.
Intergruppo Parlamentare sulla Cronicità: pubblicato il documento conclusivo
È stato presentato ieri, 13 settembre, il documento conclusivo realizzato dall’intergruppo parlamentare sulla cronicità nato ad aprile del 2021. Il documento restituisce il lavoro svolto dall’intergruppo frutto delle audizioni e del confronto con le associazioni dei pazienti, dei clinici e delle istituzioni.
La cronicità in Italia
In Italia oltre 14 milioni di persone in Italia convivono con una patologia cronica e di questi 8,4 milioni sono ultrasessantacinquenni. Il dato diviene ancora più preoccupante alla luce delle più continue proiezioni epidemiologiche, secondo cui nei prossimi anni esse rappresenteranno l’80% di tutte le patologie nel mondo. La Pandemia da Covid 19 ha focalizzato ogni sforzo ed energia per i pazienti affetti dal virus e, purtroppo, ha posto in secondo piano una pronta presa in carico dei pazienti con malattie croniche e bisognosi di continuità nelle cure. Le liste d’attesa, già in sofferenza, si sono ulteriormente allungate, gli screening oncologici sono stati quasi del tutto azzerati, in particolare nella prima fase dell’epidemia, incidendo in maniera pesante sia sulla capacità di diagnosi precoci che sulla condizione già fragile e precaria di chi convive con una cronicità che non conosce tregua.
Il Piano nazionale della cronicità, recepito dall’Accordo sancito in sede di Conferenza Stato-Regioni (Rep. atti 160/CSR del 15 settembre 2016) nasce con l’obiettivo di contribuire al miglioramento della tutela per le persone affette da malattie croniche, riducendone il peso sull’individuo, la sua famiglia ed il contesto sociale, migliorando la qualità di vita e assicurando maggiore uniformità ed equità di accesso alle cure dei cittadini.
Alla luce di queste premesse, l’intergruppo, si legge nel documento, ha avviato un percorso di attività e di lavoro da fare insieme alle associazioni dei pazienti, ai clinici e alle istituzioni, partendo proprio dal Piano nazionale della cronicità, per capire qual è il suo stato di attuazione, quali le criticità e quali i livelli di miglioramento, in modo che ogni controparte avesse la possibilità di dire la sua e dare il proprio contributo.
Elezioni 2022: confronto con Luca Coletto e Fabrizio Greco
Nella seconda puntata del nostro Speciale Elezioni 2022 siamo a colloquio con Luca Coletto (Lega per Salvini Premier) e Fabrizio Greco (Presidente Assobiotec-Federchimica).
Al centro della discussione alcuni temi caldi per la sanità italiana: le fonti di finanziamento e le coperture economiche, le terapie innovative, il problema delle liste d’attesa e l’importanza della ricerca clinica.
Gli ospiti della prossima puntata saranno Paola Boldrini (PD) e Massimiliano Boggetti (Confindustria Dispositivi Medici).
Per rivedere la prima puntata, con Maria Domenica Castellone (Movimento 5 Stelle) e Filippo Anelli (Fnomceo), clicca qui.
Tumori, con la profilazione estesa vantaggi per il 40% dei pazienti
La profilazione estesa può cambiare la lotta al cancro. Un solo test è in grado di ricercare e analizzare oltre 340 mutazioni, con vantaggi diretti per almeno il 40% dei pazienti. Nel dettaglio, il 56% dei pazienti che hanno effettuato la profilazione molecolare estesa della loro neoplasia è stato al centro della discussione da parte di un gruppo multidisciplinare. Di questi, oltre la metà ha avuto la possibilità di ricevere immediatamente o, dopo una terapia scelta dal Centro di riferimento, farmaci a bersaglio molecolare o immunoterapia. Inoltre, nel 18% dei casi il test ha fornito indicazioni utili a correggere la chemioterapia, identificata come la migliore prima di conoscere il risultato della profilazione estesa, e il 12% ha avuto la possibilità di accedere ad altri studi presenti nel nostro Paese. In conclusione, circa il 40% dei pazienti ha ottenuto opportunità terapeutiche aggiuntive dalla profilazione genomica estesa, rispetto alla valutazione delle sole mutazioni note per la possibile associazione con farmaci a bersaglio molecolare. Inoltre, nel 16% dei casi, è stata identificata un’alterazione della cellula tumorale presente nell’intero organismo e che predispone all’insorgenza del cancro. Quest’ultimo è il punto di partenza per eseguire, a cascata, una consulenza oncogenetica per ricercare questa mutazione anche tra gli altri familiari e, quindi, aprire un ombrello protettivo su tutta la famiglia.
Sono questi i principali risultati emersi dallo studio “Rome Trial”, promosso dall’Istituto Superiore di Sanità, dall’Università di Roma La Sapienza e dalla Fondazione per la Medicina Personalizzata. I dati sono presentati al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), che si chiude oggi a Parigi. “Nell’oncologia di precisione deve essere superato l’assioma mutazione/farmaco – afferma il Prof. Paolo Marchetti, Direttore Scientifico IDI di Roma, Ordinario di Oncologia all’Università La Sapienza di Roma e Presidente della Fondazione per la Medicina Personalizzata -. È necessario studiare nell’insieme quante più alterazioni possibili per comprendere non solo il possibile bersaglio, ma anche le sue vie di interazione. Con il nostro studio abbiamo analizzato oltre 780 pazienti di diversi centri della Penisola. Abbiamo dimostrato che un’ampia profilazione genomica all’interno di uno specifico Molecular Tumor Board (MTB), cioè un gruppo multidisciplinare, determina vantaggi importanti per quei malati che possono ricorrere a farmaci a bersaglio molecolare o all’immunoterapia, indipendentemente dalla sede iniziale della neoplasia e dalla disponibilità di studi preliminari di attività”.
Inoltre, oggi verrà presentato a Roma presso l’Istituto Superiore di Sanità il progetto di studio Beyond the Rome Trial, un’estensione della ricerca illustrata all’ESMO. Verrà condotto in una rete di Centri di eccellenza (i 41 già aderenti al Rome Trial) e in 11 MTB di rilevanza nazionale, che utilizzeranno una stessa piattaforma di discussione e raccolta dati, realizzata dal CINECA insieme all’Università La Sapienza.
“Vogliamo sviluppare in Italia un progetto di oncologia mutazionale con tutte le sue innumerevoli potenzialità – prosegue il prof. Marchetti -. La profilazione estesa è, infatti, molto più ‘grande’ di quella tradizionale legata al modello istologico. Quest’ultima si basa sulla ricerca di una singola mutazione a cui associare un farmaco. In questi casi il patologo, per aiutare l’oncologo a selezionare la terapia, per esempio, nel tumore del polmone, deve svolgere dieci singoli esami. È invece molto più economico ed efficiente eseguire un test unico in grado di ricercare e studiare tutti insieme i geni attraverso l’impiego di piccoli pannelli di NGS. Tuttavia, a fianco di questo modello tradizionale definito “istologico”, oggi sono note le grandi opportunità offerte dal Next Generation Sequencing (NGS) o sequenziamento in parallelo nella applicazione del modello ‘mutazionale’. Nella profilazione estesa non utilizziamo piccoli pannelli NGS per vedere otto o dieci mutazioni. Svolgiamo una ricerca più ampia e riusciamo ad analizzare fino a 340 o oltre 500 mutazioni significative nella evoluzione della neoplasia. La profilazione estesa oggi può essere svolta in diversi Centri italiani ed è effettuata nei pazienti oncologici metastatici che hanno svolto non più di due linee di trattamento. Lo studio che verrà proposto oggi alle Aziende del farmaco e a quelle impegnate nella profilazione genomica rappresenta una risposta alla necessità di regolare l’accesso a terapie a bersaglio molecolare, di cui non abbiamo ancora informazioni in singole tipologie di tumore. Non è sufficiente effettuare un test genomico per pensare di trattare i pazienti al di fuori di un percorso controllato e condiviso. Evitare trattamenti improvvisati e promuovere la conoscenza in questo settore della oncologia mutazionale rappresenta la sfida che stiamo conducendo insieme a prestigiose Istituzioni”.
La digitalizzazione della sanità riguarda anche le persone
Una scarsa cultura digitale, programmi informatici che non si “parlano”, carenza di competenze e di risorse, frammentazione territoriale: da anni sono questi i principali ostacoli alla digitalizzazione dell’Italia, in particolare della Pubblica amministrazione.
E questi dati sono confermati anche dai numeri: quelli del Desi 2022, per esempio, mostrano un Paese che, seppur in miglioramento, si colloca ancora sotto la media europea per quanto riguarda il livello di digitalizzazione.

“Quando è arrivata la pandemia, stavamo scontando un ritardo importante rispetto ad altre Nazioni – conferma Daniela Bianco, partner e responsabile dell’area Healthcare per The European House – Ambrosetti – Pensiamo per esempio al fascicolo sanitario elettronico: in alcune Regioni esisteva già, eppure era utilizzato pochissimo. Negli scorsi mesi, invece, molti di noi hanno scoperto l’utilità degli strumenti digitali per scaricare il Green pass o accedere ai risultati dei tamponi effettuati”.
Per fornire una fotografia dello stato della digitalizzazione nel nostro Paese e delineare le sfide per il futuro, The European House – Ambrosetti ha recentemente presentato il libro bianco “Digital Health 2030: verso una sanità data-driven”. Si tratta di una pubblicazione nell’ambito dell’iniziativa Meridiano Sanità Sicilia, realizzata insieme al Cefpas della Regione Siciliana.
Ogni edizione – questa è la terza – approfondisce una tematica differente: “La prima era dedicata all’attrattività del sistema sanitario, la seconda al turismo sanitario e questa alla digitalizzazione della sanità, anche in conseguenza dell’accelerazione in atto e dei contenuti del Pnrr sia nella Missione 6 che nella Missione 2”, spiega Bianco.
Il documento ha poi un focus sulla Sicilia, una Regione che nel 2018 ha avviato programma di Agenda digitale trasversale a tutti i settori della Pubblica amministrazione.
Quanto siamo digitali
Il tema della digitalizzazione ha iniziato a entrare nelle agende politiche una ventina d’anni fa: risale ai primi anni Duemila, per esempio, l’istituzione di un Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie all’interno del Governo Berlusconi II.
Alcune tappe fondamentali sono poi state l’approvazione del Codice dell’Amministrazione digitale, che disciplina la digitalizzazione della Pubblica amministrazione e l’istituzione dell’Agenzia per l’Italia Digitale, per realizzare gli obiettivi dell’Agenda digitale italiana, tra cui la digitalizzazione del ciclo prescrittivo e la realizzazione e diffusione sul territorio nazionale del fascicolo sanitario elettronico.
Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano, nel 2021 la spesa per la sanità digitale è cresciuta in maniera più significativa rispetto agli ultimi anni (+12,5% rispetto all’anno precedente), raggiungendo un valore di 1,7 miliardi di euro, pari all’1,3% della spesa sanitaria pubblica (29 euro/anno per cittadino).
Le strutture sanitarie sono responsabili di oltre il 70% della spesa per sanità digitale (1,2 miliardi di euro), mentre le Regioni di quasi il 25% (400 milioni di euro).
Il fascicolo sanitario elettronico è oggi presente in tutte le Regioni italiane e a giugno 2022 erano 57,7 milioni i fascicoli attivi, con quasi 385 milioni di referti digitalizzati.
La diffusione di questo strumento tra cittadini e professionisti sanitari presenta una forte variabilità a livello regionale: sono appena 5 le Regioni in cui tutti i medici abilitati lo utilizzano, mentre solo in 4 (Calabria, Emilia Romagna, Lazio e Lombardia) la percentuale di cittadini che ne hanno fatto ricorso negli ultimi 90 giorni supera il 50%.
Il Governo si è concentrato su alcune aree della digitalizzazione sia per il sistema produttivo sia per la PA: il nodo è riuscire a implementare queste soluzioni nella fase di cambiamento politico attuale e rispettare i tempi
Se la pandemia ci ha resi consapevoli dell’importanza della digitalizzazione, i fondi del Pnrr diventano lo strumento per concretizzarla.
“Il Governo si è concentrato su alcune aree della digitalizzazione sia per quanto riguarda il sistema produttivo sia per la Pubblica amministrazione – ricorda Bianco – Sono state compiute delle scelte pragmatiche, scegliendo degli obiettivi ben precisi: medicina del territorio, prossimità, domiciliarità… Il nodo è riuscire a implementare queste soluzioni nella delicata fase di cambiamento politico che stiamo vivendo e rispettando i tempi dettati dal programma”.
L’anno scorso The European House – Ambrosetti ha avviato un osservatorio per studiare la governance e lo stato di attuazione del Pnrr. A 12 mesi di distanza sono stati presentati i primi risultati: “Abbiamo visto che gli interventi avranno impatti strutturali sull’economia, senza limitarsi a produrre solo una crescita una tantum del Pil, ma saranno un acceleratore del nostro prodotto interno lordo che resterà negli anni”. La stima dell’Osservatorio è che il boost durerà almeno per 15 anni, per un importo complessivo di 221 miliardi di euro.
Che cosa fanno gli altri
Il report ha analizzato anche l’evoluzione della digitalizzazione della sanità in alcuni Paesi europei particolarmente virtuosi, come la Finlandia e l’Estonia, evidenziandone le best practice.
L’Estonia ha iniziato il percorso di digitalizzazione del suo sistema pubblico nel 1996 e nel 2008 è partito il programma e-Health.
“Da segnalare l’Health and Welfare Information Systems Centre (Tehik), una piattaforma di scambio dati che connette tutti gli operatori sanitari e consente lo scambio di informazioni con altri database – sottolinea Bianco – I dati sono il fulcro anche dell’approccio Once-Only perseguito all’interno del Paese, che punta ad acquisire informazioni in modo efficiente, mettendole a disposizione di vari enti per risparmiare risorse”. Di fatto, non viene richiesto al cittadino di inserire continuamente i propri dati in base al servizio che sta utilizzando. “Lo step di evoluzione successivo è la creazione di una rete di servizi sanitari internazionale, che è anche un obiettivo della Commissione Europea con la creazione di uno spazio europeo dei dati sanitari”, ricorda Bianco.
Il report ha analizzato l’evoluzione digitale in Finlandia ed Estonia sottolineando la centralità della formazione del personale, non solo sanitario, e della correlazione tra dati clinici e sociali
La Finlandia, invece, è il Paese con uno dei più alti tassi di innovazione: il suo percorso è iniziato nel 1992. “Il 27,9% di tutti i laureati hanno una laurea Stem, contro una media europea del 25,8%. Lo sviluppo del settore della telefonia mobile del Paese negli anni ha favorito la digitalizzazione della Nazione e della sanità, mentre il sistema Kanta raccoglie i dati sanitari e sociali”.
Il Kanta Services è stato sviluppato nel 2013 ed è considerato la pietra miliare della digitalizzazione della riforma dei servizi sanitari e sociali della Finlandia. È un sistema nazionale di informazione sanitaria che consente l’archiviazione centralizzata delle cartelle cliniche elettroniche dei pazienti e la conservazione dei dati a lungo termine. I cittadini possono accedere alle proprie informazioni in qualunque momento.
Nel 2018 l’archivio dei dati del paziente è stato integrato da un database per i servizi sociali, rendendo così la Finlandia l’unico Paese al mondo in cui i dati clinici e sociali sono stratificati l’uno sull’altro.
“Questi esempi evidenziano due aspetti, su tutti – riflette Bianco – Da una parte il nodo della formazione: quando guardiamo alla percentuale di laureati Stem, noi siamo sempre nella seconda metà della classifica. Dall’altra, l’importanza di intrecciare i dati sanitari con quelli sociali, un grande achievement di queste trasformazioni che probabilmente è più lontano per il nostro Paese”.
Nel banking o nel settore dei viaggi la transizione digitale è stata rapidissima e non ce ne siamo accorti: può succedere anche in sanità, se tecnologia e persone camminano insieme
Secondo l’esperta l’innovazione non è una progressione, ma ci sono dei salti: “Pensiamo al banking o al mondo dei viaggi: in questi settori abbiamo avuto una transizione digitale velocissima e non ce ne siamo accorti. Ormai oggi facciamo tutto con le App. Cosa avremmo pensato se ce l’avessero detto 10 anni fa? Ritengo che questo possa succedere anche per la sanità, a patto che tecnologia e persone viaggino a braccetto: è indispensabile la formazione del personale, non solo di quello sanitario, ma anche degli amministrativi e di chi ha un ruolo gestionale. Tutti devono sapere come gestire i processi in modo digitale”.
Infine, un occhio di riguardo per il procurement: “Un sistema sanitario che vuole evolvere digitalmente, che vuole rispondere alla velocità del digitale, deve adeguare i suoi tempi. È normale che le tecnologie siano più veloci delle risposte che i vari sistemi possono dare. Oggi spesso le modalità di acquisto di servizi e tecnologie sono troppo lente e vanno allineate con la realtà che ci circonda”.
Il caso della Sicilia
Tra gli aspetti che rallentano la digitalizzazione – e non solo – del nostro Paese c’è anche la frammentazione regionale. “Esistono aree del Sud Italia che negli ultimi anni si sono distinte per alcune attività importanti, anche nell’ambito sanitario – premette Bianco – Penso per esempio alla Puglia e al lavoro che ha fatto sulla telemedicina, oppure alla Campania, che negli ultimi anni ha creato a livello produttivo alcuni cluster importanti, oltre ad avere delle eccellenze di ricerca”.
Una Regione come la Sicilia è complicata per tanti aspetti: “Per la storia politica del passato, per la diversità, anche per le dimensioni, con le varie Asp che hanno possibilità diverse di lavoro”.
Stiamo parlando di un’isola che a sua volta ha altre isole da gestire, con una popolazione con un reddito procapite più basso rispetto ad altre aree del Paese”.
All’interno della Missione 6 del Pnrr, la Sicilia, con i suoi 800 milioni di euro ricevuti, è la terza Regione italiana per allocazione delle risorse
La Sicilia deve inoltre scontare una certa obsolescenza per quanto riguarda gli edifici: molte delle risorse che arriveranno dal Pnrr saranno infatti destinate all’ammodernamento delle strutture e delle tecnologie, permettendo di continuare un processo di svecchiamento della sanità iniziato da alcuni anni. All’interno della Missione 6 del Piano, la Sicilia, con i suoi 800 milioni di euro ricevuti, è la terza Regione italiana per allocazione delle risorse, che saranno impiegate soprattutto per le Case della comunità, la digitalizzazione e la sicurezza degli ospedali.
Sul fronte del capitale umano, arrivano segnali positivi dall’aumento di risorse qualificate, con un incremento dei laureati Stem del 90% negli ultimi 10 anni (rispetto a un +70% a livello nazionale) e alcune politiche volte a favorire il “rientro dei cervelli” in Sicilia.
Adesso si tratta di sfruttare l’esistente, integrandolo con le nuove tecnologie: la Sicilia è la prima Regione italiana per Comuni coperti dalla banda larga e ultralarga. Affinché l’investimento non sia vano, va integrato con una digitalizzazione capillare, puntando anche sulla formazione del personale medico.
Sindrome feto alcolica: Iss pubblica primo manuale per famiglie e operatori
Informazione sugli effetti dell’alcol in gravidanza, prevenzione della disabilità e approccio di cura. Sono questi i temi trattati nel primo manuale Prendersi cura della FASD. Manuale per conoscere una sindrome quasi invisibile dedicato alla sindrome feto alcolica pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità in occasione della Giornata mondiale oggi 9 settembre, nata per aumentare la consapevolezza sui rischi legati all’alcol in gravidanza.
Prodotta dal Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’ISS, la pubblicazione nasce nell’ambito del progetto CCM Prevenzione, diagnosi precoce e trattamento mirato dello Spettro dei Disturbi Feto Alcolici (Fetal Alcohol Spectrum Disorder, FASD) e della Sindrome Feto Alcolica (Fetal Alcohol Syndrome, FAS).
Secondo i dati più recenti tratti da interviste alle visite neonatali, circa una donna su 4 dichiara di assumere almeno 1-2 bevande alcoliche al mese e una donna su tre anche durante il periodo di allattamento.
“Poiché non si conosce il quantitativo minimo di etanolo che provoca dei danni al feto – dice Simona Pichini dell’ISS – né il momento dello sviluppo fetale in cui il danno è maggiore o irreversibile si raccomanda zero alcol in gravidanza e zero alcol quando si decide di avere un figlio”
Questo lavoro è dedicato principalmente sia ai professionisti della salute che alle famiglie; la sua stesura ha visto la collaborazione di alcuni dei maggiori esperti italiani sul tema e dei familiari aderenti all’Associazione Italiana Disordini da Esposizione Fetale ad Alcol e/o Droghe AIDEFAD – APS.
L’obiettivo è quello di offrire uno strumento agile che possa essere utilizzato da tutti: operatori della salute, della scuola, del carcere, pazienti, cittadini, affinché conoscano in modo più approfondito, o quanto meno in modo più consapevole, la complessità della sindrome.
Il manuale è composto da due parti: la prima fornisce informazioni generali sugli effetti dell’alcol in gravidanza e descrive lo Spettro dei Disturbi Feto Alcolici (Fetal Alcohol Spectrum Disorders; FASD), senza tralasciare informazioni su epidemiologia, diagnosi e possibili trattamenti, offrendo anche al lettore alcuni interessanti spunti di riflessione sulla comunicazione.
Nella seconda parte viene lasciato spazio alle esperienze personali di famiglie con individui affetti da FASD e degli individui stessi, esplorando, con la collaborazione di alcuni membri dell’Associazione Italiana Disordini da Esposizione Fetale ad Alcol e/o Droghe (AIDEFAD), cosa significa per le persone e per le famiglie affrontare la FASD e come ambiente e collettività siano coinvolti nel loro percorso di vita. Un capitolo specifico è dedicato all’importante tema della prevenzione, declinato nei suoi diversi approcci. Infine, sono descritti alcuni progetti sperimentali di gruppo, effettuati con la collaborazione di professionisti del Comitato Scientifico di AIDEFAD e due esperienze di gruppi di auto aiuto.
Il manuale in punti
- Epidemiologia
Tra dicembre 2018 e aprile 2019 sono state intervistate complessivamente 29.492 mamme nelle 11 regioni (Piemonte, Valle d’Aosta, Provincia Autonoma di Trento, Marche, Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna) che ad oggi hanno aderito alla Sorveglianza sui determinanti di salute nella prima infanzia (ISS, 2019). Il 19,7% delle mamme ha dichiarato di aver assunto bevande alcoliche almeno 1–2 volte al mese durante la gravidanza e il 34,9% durante l’allattamento.
Nel corso del 2021, nell’ambito del progetto CCM Prevenzione, diagnosi precoce e trattamento mirato dello Spettro dei Disturbi Feto Alcolici (Fetal Alcohol Spectrum Disorder, FASD) e della Sindrome Feto Alcolica (Fetal Alcohol Syndrome, FAS) è iniziata la raccolta di capelli materni e di meconio neonatale con lo scopo di acquisire informazioni oggettive sul consumo di alcol nelle donne in gravidanza in Italia e per comprendere i termini reali dell’esposizione a questa sostanza. I campioni di capelli materni e di meconio natale, sia quelli raccolti e quelli che si stanno ancora recuperando, saranno utilizzati per la determinazione dell’etilglucuronide, il biomarcatore del consumo dell’alcol. Dai risultati oggi disponibili, scaturiti dall’analisi di circa 700 meconi e 700 capelli, possiamo dire che le donne italiane hanno compreso il messaggio di non bere gravidanza “Zero alcol in gravidanza e quando si desidera avere un bambino” diffuso dall’Istituto Superiore di Sanità. Difatti, i dati preliminari sanciscono che meno dell’8% delle donne in gravidanza beve in occasioni sporadiche e solo uno 0,6% dei neonati, il cui meconio è stato fino ad oggi analizzato, è risultato esposto all’alcol materno. Una indagine simile sul meconio neonatale nel 2012 mise in evidenza un 7,9% di neonati esposti all’alcol gestazionale.
- Disabilità
La FASD è oggi la più grave e negletta disabilità permanente di origine non genetica e pertanto totalmente evitabile mediante l’astensione completa dal consumo di alcol in gravidanza. Le difficoltà cognitive e comportamentali che si manifestano nel corso dello sviluppo del bambino sono il risultato diretto dell’esposizione del feto all’alcol e il danno cerebrale ed organico che ne consegue è permanente: disabilità intellettiva, deficit del funzionamento esecutivo, della memoria e dell’elaborazione dell’informazione, ritardo o disfunzione del linguaggio, difficoltà nell’apprendimento verbale e di codifica, difficoltà generale riconoscere e comunicare le proprie emozioni e di cogliere i nessi di causalità, i disturbi dell’adattamento, il deficit dell’attenzione e l’iperattività. Se queste non sono trattate tempestivamente, esitano nelle cosiddette “Disabilità secondarie”. La diagnosi precoce è di fondamentale importanza perché permette di ascrivere i sintomi a una diagnosi precisa ma, soprattutto, aiuta a pianificare tempestivamente un piano di intervento, in grado di minimizzare le disabilità secondarie.
- Intervento
Fare diagnosi precoce di FASD consente seguire il bambino fin dai primi mesi dello sviluppo, prendere in carico la famiglia, avviare un trattamento adeguato alle disabilità evidenziate, prevenire/ridurre la comparsa delle disabilità secondarie. Non c’è un trattamento specifico per la FASD, ma ogni persona va valutata individualmente per poi definire un trattamento mirato, praticamente “cucito addosso”. Il trattamento è diretto sulla persona e sulla famiglia ed eventuali altri caregiver. È indispensabile la formazione di tutte le figure professionali che si occupano della persona con FASD (professionisti sanitari, insegnanti, datori di lavoro, allenatori sportivi). Le persone con FASD possono aver bisogno di diversi tipi di trattamento che vanno dalle cure mediche specialistiche ai trattamenti di tipo medico-psico-sociale sulla persona, sulla famiglia, sugli insegnanti, sull’ambiente di lavoro fino al trattamento farmacologico. Le cure mediche specialistiche sono indispensabili in caso di malformazioni o malfunzionamenti di vari organi ed apparati (visivo, acustico, cardiaco, renale, riproduttivo o altro). Per le loro caratteristiche neurocognitive le persone con FASD non sempre riescono ad aderire a un percorso psicoterapico e portarlo a buon fine, pur dimostrandosi spesso ben predisposte. Il trattamento Cognitivo Comportamentale è risultato essere più efficace negli adolescenti in trattamento di gruppo che hanno tratto benefici anche con l’arte-terapia, il teatro, la musica e altre tecniche di espressione delle emozioni.
Appello dei medici internisti di Fadoi e Simi: “SSN rischia di scomparire”
Rispetto a 10 anni fa il Servizio sanitario nazionale registra 30 mila unità di personale in meno. Nonostante gli investimenti adottati durante la pandemia il Ssn ha ancora un estremo bisogno di risorse e riforme per fermare il suo declino. Per questo occorre incrementare il Fondo sanitario, affrontare la carenza di personale e di posti letto, riformare la governance del Ssn dando maggiore centralità al Ministero della Salute, riorganizzare l’assistenza ospedaliera con l’aggiornamento del Dm 70, recuperare delle liste d’attesa e valorizzare la Medicina Interna. Sono queste alcune delle richieste che le due società scientifiche della medicina interna Fadoi e Simi lanciano ai partiti in vista delle elezioni del 25 settembre. Gli internisti ospedalieri sono circa 10 mila e sono presenti in tutti gli ospedali italiani. Parliamo di 1.478 strutture complesse di Medicina Interna tra pubblico e privato (di cui 360 reparti Covid), su un totale di 1004 ospedali. Dal totale storico dei quasi 30 mila posti letto di medicina interna, gli internisti sono arrivati a gestire, a causa del Covid, oltre 40 mila posti letto. Solo nel 2020, primo anno di pandemia, sono stati curati ben oltre 218 mila pazienti Covid, pari a un quarto del totale dei ricoveri in medicina interna e al 70% di tutti i ricoveri per Covid. Questo grande afflusso di pazienti Covid ha però provocato un calo dei ricoveri totali nei reparti.
“In vista delle elezioni chiediamo ai partiti di affrontare seriamente il tema della sanità che a parte qualche slogan o proposta fumosa è fuori dai radar del dibattito come se l’emergenza Covid fosse un lontano ricordo, le liste d’attesa non fossero lunghissime, la carenza di personale non fosse una realtà e la necessità di riforme non fosse impellente. La pandemia ha messo a dura prova il nostro Servizio sanitario nazionale e nonostante gli interventi messi in campo la strada per mettere in sicurezza la sanità pubblica è ancora lunga e non ammette ritardi”, affermano il presidente della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti Fadoi, Dario Manfellotto e il presidente della Società Italiana Medicina Interna Simi, Giorgio Sesti. Per questo le due società scientifiche hanno stilato un elenco delle principali azioni da intraprendere:
Finanziamenti adeguati. Per il 2023 è previsto un aumento di 2 miliardi del fondo sanitario che dovrebbe arrivare a quota 126 miliardi. Tuttavia con l’impennata dell’inflazione e le spese straordinarie dovute alla pandemia queste risorse appaiono ancora insufficienti per consentire un rilancio del Ssn.
Carenza di personale. Rispetto a 10 anni fa come riporta il Ministero della Salute nel suo ultimo annuario statistico vi sono 30 mila unità di personale in meno. Nello specifico mancano all’appello circa 5 mila medici dipendenti del Ssn. Inoltre, se consideriamo quanto previsto dal PNRR, serviranno in futuro tra medici e infermieri circa 40 mila unità di nuovo personale. Serve subito un intervento che sblocchi il tetto di spesa perché la carenza di personale rappresenta la principale emergenza per la nostra sanità.
Riorganizzazione ospedali. All’ospedale servono delle linee d’indirizzo per renderli moderni per questo è indispensabile l’aggiornamento del Dm 70/2015 sugli standard ospedalieri. La pandemia ci ha insegnato che le nostre strutture, che sono molto vecchie o comunque datate nella maggior parte dei casi, devono essere a ‘fisarmonica’, duttili, ovvero in grado di mutare pelle nel giro servono delle regole chiare e stabilite a livello nazionale che leghino tutta la filiera del Servizio sanitario. Oggi i percorsi di cura sono frammentati e spesso si formano dei colli di bottiglia che intasano le strutture ospedaliere. Fa rumore e sembra eclatante l’affollamento dei reparti di Pronto Soccorso, ma quella è la punta dell’iceberg. È chiaro che il sistema si blocca se uno o più ingranaggi rallentano: se il territorio non fa filtro ai ricoveri, se i reparti non dimettono perché́ le strutture di riabilitazione e i reparti di post acuzie non ricevono i dimessi dall’Ospedale, se il domicilio non accoglie.
Continuità assistenziale. Questo è un argomento chiave, perché consente di inviare al giusto setting assistenziale i pazienti che meritano terapie croniche in lungodegenza e riabilitazione. Per mantenere i tempi di degenza media entro gli obiettivi raccomandati, è necessario chiarire in modo inequivocabile le modalità di passaggio ad altro setting.
Trasformare la Medicina Interna da disciplina a ‘bassa’ a ‘media’ intensità di cura. Durante la pandemia il 70% dei pazienti Covid è stato assistito nelle Unità Operative di Medicina interna, che durante le prime, terribili ondate, si sono trasformate in veri e propri reparti di sub-intensiva. I livelli assistenziali prestati oggi in ospedale nei reparti di medicina interna non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli che venivano prestati più di 30 anni fa. Oggi l’assistenza prestata ha una intensità di cura notevolmente superiore con peso medio dei DRG superiore a 1.30 e in molti casi anche fino a 1.45-1.50. Questo significa che i pazienti ricoverati in Medicina interna hanno sempre condizioni cliniche gravi e di difficile gestione, con esigenze assistenziali molto complesse, richiedono costante assistenza e competenze specifiche, con ampio utilizzo di tecnologie sofisticate, strumentazioni tecnico-diagnostiche e terapie integrate. Tutto ciò impegna notevolmente il personale sanitario. Purtroppo i reparti di Medicina Interna, che garantiscono una elevata intensità̀ di cura, vengono ancora definiti dal Ministero con il codice 26-Medicina generale, con una dotazione di personale e posti letto che è quella di un basso livello di cura. In tal senso, è fondamentale la ri-definizione del codice 26 Medicina Generale come Medicina Interna e la trasformazione della Medicina Interna da disciplina a ‘bassa’ a ‘media intensità di cura’, ridefinendo gli standard per il personale sanitario ancora vincolati dal vecchio DM 109/1988 Donat Cattin.
Recupero liste d’attesa. Nel corso del 2020 i reparti di Medicina Interna hanno perso circa 650 mila ricoveri di malati complessi. Un dato che abbiamo elaborato autonomamente e che Agenas ha poi confermato. Nel 2021 avevamo recuperato in parte, ma le successive ondate di Covid hanno di nuovo rallentato e ostacolato i ricoveri per i nostri malati, così come per tutte le altre patologie, mediche e chirurgiche. E anche per quanto riguarda il 2022 i numeri non sono incoraggianti a causa delle ondate Omicron, Quello delle liste di attesa è un problema strutturale, preesistente al Covid, che richiede interventi seri. Assumere personale anche degli ultimi anni di specializzazione, incentivare più̀ di quanto non avvenga oggi l’attività̀ extra- contrattuale per il recupero delle liste d’attesa e organizzare in modo più̀ efficiente l’assistenza territoriale.
