Agenas ha pubblicato le Linee di indirizzo tecniche “Le équipe multiprofessionali e multidisciplinari nelle Case della Comunità”, un documento pensato per supportare le Regioni nell’attuazione del DM 77/2022 e accompagnare la trasformazione della sanità territoriale prevista dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Il testo fornisce indicazioni operative per organizzare il lavoro in équipe all’interno delle Case della Comunità, uno dei principali elementi innovativi del nuovo modello assistenziale.
Dal DM 77 all’organizzazione concreta delle Case della Comunità
Il documento traduce in indicazioni operative uno dei requisiti fondamentali previsti dal DM 77: il lavoro multiprofessionale e multidisciplinare come modalità ordinaria di presa in carico delle persone.
Le linee di indirizzo evidenziano come l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche e la crescente complessità dei bisogni assistenziali rendano necessario superare modelli organizzativi basati sul lavoro dei singoli professionisti.
Il documento, elaborato con il contributo di oltre 760 osservazioni raccolte nella consultazione pubblica, offre alle Regioni strumenti operativi per rafforzare la presa in carico integrata nella sanità territoriale
La qualità dell’assistenza, sottolinea Agenas, dipende sempre più dalla capacità delle diverse figure professionali di lavorare in rete, condividere informazioni e coordinare gli interventi lungo tutto il percorso di cura, garantendo una presa in carico realmente integrata.
Indicazioni operative per Regioni e aziende sanitarie
Il documento fornisce strumenti pratici per organizzare le équipe multiprofessionali, definendone ruoli, responsabilità e modalità di collaborazione. Le linee di indirizzo affrontano inoltre gli aspetti legati al monitoraggio dei risultati e all’adozione di strumenti organizzativi in grado di favorire il lavoro integrato tra professionisti.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso con cui Agenas mette a disposizione delle Regioni supporto metodologico, strumenti operativi ed evidenze scientifiche per favorire un’attuazione omogenea della riforma della sanità territoriale.
Oltre 760 contributi nella consultazione pubblica
Le linee di indirizzo sono il risultato del lavoro di un panel multidisciplinare di esperti e sono state ulteriormente perfezionate attraverso una consultazione pubblica che ha raccolto oltre 760 contributi da parte di cittadini, professionisti ed enti.
Le osservazioni pervenute sono state analizzate secondo criteri di rilevanza e applicabilità e hanno contribuito alla definizione della versione finale del documento.
Tanese: «Le riforme devono tradursi in modelli organizzativi concreti»
Angelo Tanese
«Le Linee di indirizzo rappresentano un tassello di una strategia più ampia con cui Agenas accompagna le Regioni nella trasformazione del Servizio sanitario nazionale. Il nostro compito è fare in modo che le riforme si traducano in modelli organizzativi concreti, capaci di migliorare la qualità dell’assistenza e la vita delle persone. Lo sviluppo delle Case della Comunità previsto dal DM 77, gli investimenti del PNRR, il governo delle liste di attesa e il rafforzamento dell’assistenza territoriale non sono interventi distinti, ma parti di un unico percorso di innovazione del Servizio sanitario nazionale. Una sanità più connessa, che mette a sistema dati, competenze e organizzazione per sostenere le decisioni, integrare i percorsi di cura e offrire ai cittadini servizi sempre più efficaci e vicini ai loro bisogni. In questa prospettiva Agenas rappresenta il punto di raccordo tra gli indirizzi nazionali e la loro attuazione sui territori, affiancando le Regioni con strumenti, conoscenze e supporto tecnico affinché il cambiamento avviato con il PNRR produca risultati stabili e duraturi per il Servizio sanitario nazionale», dichiara il direttore generale di Agenas, Angelo Tanese.
Un tasso di occupazione dell’87,9% a un anno dal conseguimento del titolo e una percezione di efficacia del percorso universitario che sfiora il 90%. Sono alcuni dei dati evidenziati dal XXVIII Rapporto annuale del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, richiamati dalla Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP per sottolineare la capacità dei corsi di laurea delle professioni sanitarie di favorire un rapido inserimento nel mercato del lavoro.
I dati del Rapporto AlmaLaurea
Entrando nel dettaglio, le professioni dell’area tecnica registrano un tasso di occupazione dell’84,9%, quelle della riabilitazione dell’88,5% e quelle della prevenzione del 77,9%. Tutti i profili professionali afferenti agli Ordini TSRM e PSTRP si collocano tra il 70% e il 90% di occupati a un anno dalla laurea.
Tra gli indicatori analizzati emerge anche quello relativo all’efficacia del percorso di studi, ovvero la percezione della coerenza tra la formazione ricevuta e il lavoro svolto. Per i laureati delle professioni sanitarie rappresentate dalla Federazione il valore medio si attesta intorno al 90%.
Catania: «Competenze subito spendibili»
Diego Catania
«I dati parlano chiaro: le competenze delle professioni sanitarie che rappresento sono fondamentali per la tenuta del sistema salute, nonché immediatamente spendibili nel mondo del lavoro. Nel panorama incerto dell’occupazione giovanile, investire in un percorso di studi di area sanitaria tecnica, della riabilitazione e della prevenzione significa garantirsi un percorso lavorativo solido e sicuro, e gettare le basi per una professionalità in continua evoluzione», dichiara Diego Catania, presidente della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP.
Secondo Catania, l’elevata percezione di efficacia del percorso universitario testimonia anche la qualità dell’offerta formativa e il costante dialogo tra università, Ordini professionali e mercato del lavoro.
«La misura di efficacia stimata dagli intervistati è una cartina al tornasole della qualità dei nostri percorsi accademici, che si mantengono allineati alle aspettative del mondo del lavoro grazie al continuo dialogo con l’istituzione ordinistica. L’Ordine, infatti, partecipa attivamente alla definizione del fabbisogno universitario e degli standard formativi, valuta le competenze dei laureandi grazie ai Commissari di laurea, nominati in seno alle Commissioni di albo, e svolge un imprescindibile ruolo di orientamento e ponte tra realtà universitaria e mondo del lavoro».
Elevata anche la soddisfazione professionale
Un altro dato evidenziato dal Rapporto riguarda la soddisfazione per il lavoro svolto, che raggiunge una valutazione media di 8 punti su 10. Per la Federazione, il risultato riflette la capacità delle professioni sanitarie di offrire stabilità occupazionale, gratificazione e un ruolo riconosciuto all’interno del sistema salute.
Per la Federazione TSRM e PSTRP, l’elevata occupabilità e la coerenza tra formazione e lavoro confermano il valore strategico delle professioni sanitarie per il Servizio sanitario nazionale
Un appello ai futuri studenti
Nel comunicato la Federazione richiama anche il tema dell’attrattività delle professioni sanitarie. Secondo Catania, in un mercato del lavoro in rapida evoluzione e caratterizzato dalla crescente diffusione dell’intelligenza artificiale, queste professioni continuano a rappresentare una scelta solida, grazie alla loro capacità di evolversi insieme alle innovazioni tecnologiche.
«Si parla sempre di scarsa attrattività delle professioni, ma per una volta parliamo di chi sceglie di intraprendere questi percorsi, riscontrandone inequivocabilmente la qualità, l’allineamento tra competenze acquisite e aspettative professionali e la tempestiva collocazione occupazionale. Si tratta di leve importanti, che mi auguro sempre più giovani prendano in considerazione nella scelta del percorso universitario. Di fronte a un orizzonte caratterizzato da cambiamenti rapidi e su larga scala, dove l’intelligenza artificiale minaccia di riscrivere le prospettive e l’esistenza stessa di numerosi profili, le professioni sanitarie ‘non passano di moda’: il loro ruolo si evolve di pari passo con le nuove tecnologie, mantenendosi sempre rilevante e attuale».
In vista del test di ammissione ai corsi di laurea delle professioni sanitarie, in programma il 16 settembre, il presidente della Federazione conclude con un messaggio rivolto ai neodiplomati: «Scegliere un percorso di laurea nelle professioni sanitarie non è (solo) una vocazione, ma un vero e proprio investimento per il futuro».
Il diabete di tipo 1 non rappresenta soltanto una sfida clinica, ma anche un rilevante problema economico e sociale. In Italia, il costo complessivo della malattia è stimato in circa 2,2 miliardi di euro all’anno, una cifra che comprende sia le spese sostenute dal Servizio sanitario nazionale sia i costi indiretti che ricadono sulle famiglie e sul sistema produttivo. Un quadro che conferma come il peso della patologia vada ben oltre l’ambito strettamente sanitario.
Secondo Andrea Marcellusi, Docente del Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’Università degli Studi di Milano, oltre il 70% del costo sociale è rappresentato da costi sanitari diretti.
Costi diretti: dispositivi e monitoraggio
«Quando analizziamo la struttura dei costi del diabete di tipo 1, vediamo che la quota principale dei costi sanitari diretti è legata ai dispositivi medici, cioè al trattamento e, soprattutto, al monitoraggio glicemico. Questi dispositivi assorbono da soli circa l’83% dei costi sanitari diretti, pari a quasi un miliardo di euro», spiega il ricercatore.
Accanto a questa voce, incide in misura crescente la gestione quotidiana della malattia. «Oggi il monitoraggio glicemico rappresenta una voce di spesa importante, in alcuni casi superiore a quella dei trattamenti farmacologici. Questo ci aiuta a comprendere come si distribuiscono realmente i costi dell’assistenza», osserva Marcellusi.
Costi indiretti: “tassa invisibile per le famiglie”
Tuttavia, fermarsi ai costi sanitari significherebbe cogliere soltanto una parte del fenomeno. Una quota rilevante dei 2,2 miliardi di euro deriva infatti dai costi indiretti, che comprendono perdita di produttività lavorativa, impatto sui caregiver e conseguenze psicologiche della malattia. Le evidenze disponibili mostrano come il diabete di tipo 1 influenzi profondamente la vita quotidiana dei pazienti e delle loro famiglie.
«Nel diabete di tipo 1 parliamo spesso di bambini e adolescenti. Per questo motivo una parte importante dei costi indiretti è sostenuta dalle famiglie, che devono riorganizzare la propria vita attorno alla gestione della malattia», sottolinea il ricercatore.
«Una parte importante dei costi indiretti è sostenuta dalle famiglie, che devono riorganizzare la propria vita»
Le stime indicano un costo sociale annuale compreso tra circa 5mila e 11mila euro per paziente, variabile in funzione della gravità clinica e della presenza di complicanze. Di questa cifra, circa 2.700 euro sono attribuibili all’impegno assistenziale dei caregiver.
«Possiamo considerarlo una sorta di tassa invisibile che le famiglie pagano ogni anno per garantire la gestione della malattia», afferma. «È un costo che spesso non compare nei bilanci sanitari, ma che ha un impatto concreto sulla qualità della vita e sulle opportunità lavorative dei nuclei familiari». L’aspetto emerge con particolare evidenza nei casi pediatrici. La necessità di controllare la glicemia, monitorare il rischio di ipoglicemie e gestire le attività quotidiane può costringere uno dei genitori a ridurre l’orario di lavoro o, nei casi più complessi, ad abbandonare temporaneamente l’attività.
«In molti casi uno dei due genitori è costretto a modificare il proprio percorso professionale»
«Pensiamo semplicemente ai controlli notturni o alla gestione delle emergenze glicemiche. Sono attività che incidono pesantemente sulla vita familiare e sulla produttività lavorativa. In molti casi uno dei due genitori è costretto a modificare il proprio percorso professionale», sottolinea il ricercatore.
Nei casi più complessi, tipicamente i bambini con esordio acuto e gli anziani con complicanze croniche, il costo sociale complessivo può raggiungere gli 11.650 euro annui per paziente.
Il peso della salute mentale
«L’impatto psicologico della malattia è spesso sottovalutato, ma rappresenta una componente importante del costo sociale complessivo», rileva Marcellusi.
Una quota minore ma sistematicamente trascurata della spesa è infatti attribuibile alle conseguenze emotive e psicologiche che accompagnano la gestione della patologia lungo tutto l’arco della vita.
Le complicanze sono il vero driver della spesa
Andrea Marcellusi
Un’altra voce rilevante è rappresentata dalle complicanze e dalle comorbilità associate al diabete di tipo 1. È proprio qui che si concentra una parte consistente della spesa sanitaria e, allo stesso tempo, il maggiore potenziale di risparmio.
«La principale variabile sulla quale possiamo intervenire è il ritardo dell’insorgenza delle complicanze. Se riusciamo a spostare in avanti gli eventi avversi e le comorbilità, otteniamo il massimo beneficio sia per il paziente sia per il sistema sanitario», evidenzia.
I dati mostrano infatti che la presenza di più patologie concomitanti determina una crescita esponenziale dei costi assistenziali. «Le complicanze sono il vero driver della spesa. Per questo motivo ogni intervento capace di prevenirle o ritardarle genera un ritorno significativo in termini economici e clinici».
Prevenzione: il migliore investimento
Da qui il ruolo strategico della prevenzione, indicata come la principale priorità per i prossimi anni. «La prevenzione resta l’investimento più efficace che possiamo fare. Parliamo di screening, diagnosi precoce, monitoraggio continuo e gestione appropriata della malattia. Sono interventi che consentono di ritardare le complicanze e migliorare la sostenibilità del sistema sanitario».
«Dobbiamo imparare a considerare prevenzione e presa in carico precoce come investimenti e non come costi»
Il messaggio finale è chiaro: il diabete di tipo 1 non può essere valutato esclusivamente in termini di costi sanitari immediati. La vera sfida è ridurre il peso delle complicanze e dei costi indiretti che gravano sulle famiglie e sulla società.
«Dobbiamo imparare a considerare prevenzione e presa in carico precoce come investimenti e non come costi. In una popolazione che invecchia e in un sistema sanitario sottoposto a crescente pressione, questa è probabilmente la leva più importante che abbiamo a disposizione per garantire sostenibilità e qualità dell’assistenza».
L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha pubblicato le nuove Linee di indirizzo sull’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale nei materiali promozionali, un documento che chiarisce come le aziende farmaceutiche possano impiegare strumenti di AI nella predisposizione dei contenuti destinati agli operatori sanitari, mantenendo il pieno rispetto della normativa vigente. Le indicazioni, pubblicate il 24 luglio, hanno carattere sperimentale e potranno essere aggiornate in funzione dell’evoluzione tecnologica e regolatoria.
AI come supporto, non come sostituto della valutazione scientifica
Le linee di indirizzo precisano che l’intelligenza artificiale può essere utilizzata sia per supportare la redazione, la revisione e l’aggiornamento dei materiali promozionali, sia all’interno di strumenti interattivi come chatbot o assistenti virtuali destinati a fornire informazioni sui medicinali agli operatori sanitari.
L’impiego dell’AI, tuttavia, non modifica gli obblighi previsti dal quadro normativo, che comprende il decreto legislativo 219/2006 sulla pubblicità dei medicinali, il Regolamento europeo sull’Intelligenza artificiale (AI Act) e la normativa in materia di protezione dei dati personali.
L’AI può supportare la produzione dei contenuti, ma non sostituisce la supervisione umana né le responsabilità delle aziende farmaceutiche
Il documento ribadisce che l’AI costituisce esclusivamente uno strumento di supporto: la responsabilità scientifica, regolatoria e legale dei contenuti resta integralmente in capo al titolare dell’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) e al responsabile del Servizio scientifico dell’azienda farmaceutica.
Contenuti sempre coerenti con l’RCP
Uno dei principi cardine riguarda la conformità al Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto (RCP), che rimane il riferimento regolatorio fondamentale.
L’intelligenza artificiale non può essere utilizzata per introdurre informazioni non autorizzate, modificare il significato delle indicazioni approvate, enfatizzare selettivamente i dati di efficacia o omettere elementi rilevanti relativi alla sicurezza del medicinale. Tutti i contenuti devono restare coerenti con la documentazione approvata e con le fonti bibliografiche consentite.
Verifica delle fonti e supervisione umana
AIFA richiama inoltre l’attenzione sui rischi tipici dei modelli di AI generativa, che possono produrre citazioni inesatte, riferimenti bibliografici inesistenti, dati non aggiornati o sintesi non fedeli alle fonti originali. Per questo motivo ogni contenuto generato dovrà essere sottoposto a una verifica indipendente prima della diffusione.
Le aziende dovranno rafforzare qualità, gestione del rischio, trasparenza e tracciabilità dei sistemi di AI utilizzati
Le aziende dovranno quindi garantire il coinvolgimento di personale qualificato nelle fasi di predisposizione, verifica, validazione e aggiornamento dei materiali promozionali, assicurando una supervisione umana costante lungo tutto il processo.
Qualità, gestione del rischio e trasparenza
Le linee di indirizzo chiedono inoltre alle aziende di integrare l’utilizzo dell’AI nei propri sistemi di gestione della qualità, adottando procedure per identificare, valutare, mitigare e monitorare i rischi connessi all’impiego degli algoritmi, oltre a effettuare verifiche periodiche sul loro funzionamento. AIFA potrà richiedere in qualsiasi momento la documentazione che dimostri la tracciabilità dell’intero processo.
Particolare attenzione è dedicata anche alla trasparenza. Quando vengono utilizzati chatbot o assistenti virtuali, il destinatario dovrà essere chiaramente informato di interagire con un sistema di intelligenza artificiale. Inoltre, contenuti testuali, immagini, audio o video generati dall’IA dovranno essere identificabili come tali mediante appositi marcatori leggibili dai sistemi informatici.
Documentazione da allegare al deposito
Le nuove indicazioni prevedono anche specifici adempimenti documentali. In fase di deposito del materiale promozionale presso AIFA, le aziende dovranno descrivere il funzionamento del sistema di IA utilizzato, le modalità di monitoraggio adottate ed eventualmente fornire le credenziali necessarie alle verifiche dell’Agenzia.
Sarà inoltre richiesta una dichiarazione del responsabile del Servizio scientifico che attesti la validazione dell’algoritmo, la vigilanza esercitata sugli output generati e la conformità del sistema alle disposizioni normative vigenti.
Ogni inverno, in Europa, si ripete lo stesso copione. I casi di influenza, Covid e virus respiratorio sinciziale (Rsv) aumentano, gli ospedali si riempiono e in molti Paesi si ricomincia a parlare di “picco” epidemico come se fosse una novità. Dietro le quinte, però, esiste da anni una rete di sorveglianza che raccoglie dati su questi virus in tutta l’Unione Europea. Ora l’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ha deciso di riscriverne le regole con una guida che sostituisce le indicazioni del 2022 e che punta a rendere questo sistema più coordinato, più intelligente e soprattutto più utile per chi deve prendere decisioni. Il documento nasce dal lavoro di un gruppo di esperti provenienti da tutti i Paesi UE e SEE, coordinati attraverso la rete European Respiratory Viruses Network. Si concentra su influenza, SARS-CoV-2 e virus respiratorio sinciziale, pur riconoscendo che il sistema di sorveglianza deve essere in grado di monitorare anche altri patogeni respiratori quando necessario.
Non basta contare i malati
La sorveglianza non serve a raccogliere dati per il gusto di farlo, ma a orientare azioni concrete: decidere come comporre i vaccini stagionali, capire quali gruppi di persone proteggere per primi, pianificare i posti letto in ospedale e comunicare al pubblico quando è il momento di usare più attenzione. Per questo l’ECDC individua tre obiettivi attorno a cui deve ruotare tutta la sorveglianza europea.
La vera misura dell’efficacia di un sistema di sorveglianza è la capacità di trasformare numeri in decisioni
Il primo è osservare come si comporta la malattia respiratoria, quanti casi, dove, in quali fasce d’età, con quale intensità. Il secondo è seguire l’evoluzione dei virus stessi, le loro varianti, la loro capacità di sfuggire ai vaccini o di resistere ai farmaci antivirali. Il terzo, più ambizioso, è misurare quanto pesa davvero questa malattia sulla società e quanto funzionano gli strumenti che usiamo per contrastarla, comprese le campagne vaccinali. I primi due obiettivi sono la base quotidiana della sorveglianza. Il terzo richiede qualcosa di più raffinato, cioè dati che si possano collegare tra loro, ad esempio incrociando chi si è ammalato con la sua storia vaccinale o le sue condizioni di salute pregresse. È un salto di qualità che non tutti i Paesi europei sono ancora in grado di fare.
La piramide della sorveglianza
Per capire come funziona in pratica questo sistema, l’ECDC propone un’immagine efficace, una piramide. Alla base ci sono le infezioni senza sintomi, che nessuno intercetta. Salendo si trovano i casi con sintomi lievi, poi le persone che si rivolgono al medico di famiglia, poi chi finisce in ospedale, fino alla punta della piramide, dove si trovano i decessi. Nessun singolo strumento di sorveglianza riesce a coprire tutta questa piramide. Per questo la guida distingue tra sistemi “core”, cioè prioritari, e sistemi “supplementari”, che aggiungono pezzi di informazione altrimenti mancanti.
La guida distingue tra sistemi “core”, cioè prioritari, e sistemi “supplementari”, che aggiungono pezzi di informazione altrimenti mancanti
Tra i sistemi core, il più importante resta la sorveglianza nell’assistenza primaria, attraverso la rete dei medici di medicina generale e degli altri servizi territoriali che segnalano i casi di sindrome simil-influenzale e di infezione respiratoria acuta, spesso accompagnati da un tampone per capire quale virus sta circolando. A questo si affianca la sorveglianza ospedaliera, che l’ECDC considera insostituibile per capire quanto è grave un’epidemia. Monitorare, infatti, chi finisce ricoverato con un’infezione respiratoria acuta grave dice molto di più sulla reale pericolosità di una stagione influenzale, di quanto non dicano i casi lievi curati a casa. Completano il quadro i laboratori, che notificano i risultati dei test, e la cosiddetta sorveglianza “event-based”, cioè la raccolta di segnalazioni informali (notizie, allerte, comunicazioni tra ospedali) che permette di intercettare un segnale insolito prima ancora che compaia nei numeri ufficiali. A questi si aggiungono, come sistemi supplementari, il monitoraggio della mortalità, la sorveglianza in ambienti specifici come le case di riposo, l’analisi delle acque reflue (diventata popolare durante la pandemia di Covid come strumento di allerta precoce) e la sorveglianza partecipativa, che raccoglie segnalazioni volontarie dai cittadini attraverso app e piattaforme online.
I dati che restano fuori
C’è poi una terza categoria di informazioni che la guida definisce “complementari”, cioè dati preziosi per capire la situazione, ma che di solito non sono raccolti direttamente da chi si occupa di sorveglianza sanitaria. Tra le più rilevanti c’è la stima di quanto funzionano i vaccini nella pratica reale, un dato decisivo soprattutto a inizio stagione, quando si scopre che i virus in circolazione non corrispondono del tutto a quelli previsti dal vaccino.
Tra le altre fonti ci sono: la copertura vaccinale, spesso disponibile con settimane o mesi di ritardo; le indagini sull’esitazione vaccinale; l’occupazione dei posti letto in ospedale e in terapia intensiva, preziosa durante le emergenze ma difficile da monitorare in modo continuativo nel resto dell’anno; gli studi che misurano quante persone hanno già sviluppato anticorpi contro un virus; le ricerche online e i social media, che possono anticipare un aumento dei contagi ma vanno letti con cautela; le assenze scolastiche e sul lavoro. Infine, le vendite di farmaci da banco come antipiretici e antivirali, che possono dare un primo segnale di allarme prima ancora che i dati ufficiali lo confermino.
Perché non ci si può fermare in estate
Uno dei punti su cui la guida insiste di più riguarda la stagionalità. Sarebbe bello pensare alla sorveglianza respiratoria da attivare in autunno e spegnere in primavera, ma sarebbe un errore. Il SARS-CoV-2, ad esempio, non si è mai comportato come un virus prettamente invernale e sia l’Rsv, sia l’influenza possono dare luogo a focolai fuori stagione. Non solo, i casi di influenza rilevati in estate offrono indizi preziosi su cosa aspettarsi nella stagione successiva, comprese eventuali discrepanze tra i virus in circolazione e la composizione dei vaccini già in preparazione.
I casi di influenza rilevati in estate offrono indizi preziosi su cosa aspettarsi nella stagione successiva
Per questo la guida chiede ai Paesi di mantenere, tutto l’anno, almeno un livello minimo di sorveglianza in grado di rilevare, valutare e comunicare eventuali segnali, anche quando l’attività virale è bassa, con la possibilità di alzare rapidamente l’asticella in caso di necessità. Un principio semplice ma che richiede risorse costanti, non solo stagionali.
Il lavoro (poco visibile) dei laboratori
Dietro ogni numero pubblicato nei bollettini epidemiologici c’è un lavoro di laboratorio spesso invisibile al grande pubblico. La guida dedica ampio spazio a questo aspetto, raccomandando l’uso di test molecolari (Rt-Pcr) come metodo standard, capaci non solo di dire se una persona è positiva, ma anche a quale sottotipo di virus appartiene l’infezione. Sapere se un’influenza è di tipo A o B, e quale sottotipo, non è un dettaglio tecnico, è ciò che permette di scoprire in anticipo l’eventuale comparsa di virus influenzali di origine animale (zoonotici) con potenziale pandemico, e di capire se i vaccini in uso restano efficaci contro i ceppi circolanti.
Sapere se un’influenza è di tipo A o B, e quale sottotipo, permette di scoprire in anticipo l’eventuale comparsa di virus influenzali di origine animale con potenziale pandemico
A un livello più sofisticato si colloca il sequenziamento genomico, che permette di ricostruire l’albero genealogico dei virus e identificare nuove varianti non appena emergono. Non tutti i Paesi europei hanno laboratori in grado di condurre analisi così avanzate, per questo esiste una rete di laboratori di riferimento europei e centri collaborativi dell’OMS a cui inviare campioni selezionati, garantendo comunque una copertura genomica a livello continentale.
Perché condividere i dati conviene
Una delle parti più argomentate della guida riguarda un tema che a prima vista può sembrare scontato, ma che in realtà nasconde diverse complessità: perché la sorveglianza europea vale più della somma delle sorveglianze nazionali. L’ECDC non nasconde le difficoltà, ogni Paese ha un sistema sanitario diverso, capacità di laboratorio diverse, situazioni epidemiologiche diverse, ma trasforma questa varietà in un argomento a favore della collaborazione, non contro.
La sorveglianza europea vale più della somma delle sorveglianze nazionali
Il ragionamento si regge su più punti. Avere definizioni comuni e un modo condiviso di raccogliere i dati non basta da solo a rendere i numeri perfettamente confrontabili tra Paesi. Contano anche quante persone sono effettivamente testate, con quali criteri, e come sono classificate le diagnosi. Per questo ogni dato va sempre letto tenendo conto del contesto in cui è stato raccolto. Mettere insieme i dati di più Paesi, però, permette di ottenere stime molto più solide di quelle che un singolo Stato potrebbe produrre da solo, un vantaggio decisivo soprattutto quando si tratta di misurare l’efficacia reale dei vaccini.
La rete europea
C’è poi un terzo motivo, forse il più concreto. Quando un Paese non ha le capacità per condurre da solo alcune analisi, può contare su una rete europea di laboratori di riferimento e sui centri collaborativi OMS, a cui inviare i propri campioni. Anche quando un Paese non riesce a raccogliere abbastanza dati da solo, può comunque farsi un’idea di come sta andando la stagione osservando cosa è già successo altrove.
Quando un Paese non ha le capacità per condurre da solo alcune analisi, può contare sulla rete europea di laboratori di riferimento e sui centri collaborativi OMS
Un esempio concreto è il bollettino settimanale European Respiratory Virus Surveillance Summary (Erviss), pubblicato da ECDC e OMS. È uno strumento che permette a ogni Paese di intuire come potrebbe evolvere la propria stagione influenzale guardando i numeri dei vicini. Lo stesso principio vale quando emerge una nuova variante virale, dove anche poche informazioni raccolte nei primi Paesi coinvolti possono aiutare a valutare il rischio per tutti gli altri, prima ancora che il fenomeno si diffonda su larga scala.
Cartelle cliniche digitali e intelligenza artificiale: opportunità e nodi da sciogliere
Il documento guarda anche al futuro, dedicando un intero capitolo alla trasformazione digitale della sanità. Le cartelle cliniche elettroniche, in particolare, hanno già permesso in diversi Paesi europei di ampliare la sorveglianza ospedaliera, perché consentono di raccogliere dati in modo più automatico, senza dipendere ogni volta dal lavoro attivo di medici e infermieri, un vantaggio non da poco proprio nei momenti di massima pressione sui sistemi sanitari, quando il personale ha meno tempo da dedicare alla compilazione di moduli.
Le cartelle cliniche elettroniche ampliano la sorveglianza ospedaliera riducendo il carico sugli operatori
L’ECDC guarda con interesse anche alle possibili applicazioni dell’intelligenza artificiale, ad esempio nell’analisi automatica dei testi clinici scritti dai medici, che oggi restano in gran parte inutilizzati a fini di sorveglianza. Il documento, però, non nasconde i limiti, perché questi dati nascono per scopi clinici, non per la sorveglianza e non è ancora chiaro quanto siano affidabili e confrontabili tra un ospedale e l’altro o tra un Paese e l’altro. A questo si aggiungono differenze nelle regole sull’uso dei dati e nelle infrastrutture tecniche disponibili nei vari Stati membri.
Dalla teoria alla pratica
Tutto questo impianto, ricorda la guida, ha senso solo se si traduce in azioni concrete. Il documento distingue tra decisioni che vanno prese in tempo reale, come comunicare ai cittadini l’arrivo di un picco epidemico o attivare protocolli ospedalieri rafforzati, e decisioni che richiedono analisi più approfondite, condotte su base annuale o pluriennale, come la composizione dei vaccini stagionali o la pianificazione delle campagne di immunizzazione. Non è un dettaglio da poco, significa che gli stessi dati, raccolti con la stessa cura, possono servire a scopi molto diversi a seconda di quando e come vengono analizzati. È proprio questa capacità di trasformare numeri in decisioni, più che la semplice quantità di dati raccolti, a essere la vera misura dell’efficacia di un sistema di sorveglianza.
L’Italia è il quarto Paese europeo per numero di sperimentazioni cliniche attivate, con oltre 500 centri coinvolti e un portafoglio di studi che per più del 75% si sovrappone a quello spagnolo. Una posizione di tutto rispetto, che però nasconde una criticità seria: si accumulano ritardi nelle fasi operative che precedono l’arruolamento dei pazienti e quei ritardi si traducono in pazienti che non riescono a entrare nei trial in tempo. Il Rapporto 2025 del Laboratorio sul Management delle Sperimentazioni Cliniche di ALTEMS, realizzato in collaborazione con Farmindustria e sette grandi aziende farmaceutiche (AbbVie, Bristol Myers Squibb, Eli Lilly, Novartis, Novo Nordisk, Roche e Sanofi), ha quantificato per la prima volta questa perdita usando i dati pubblici del CTIS, la piattaforma europea sulle sperimentazioni cliniche, integrati con dati operativi forniti dalle aziende stesse.
Emmanouil Tsiasiotis
Il risultato è netto: nel triennio 2022-2025, i ritardi nell’attivazione dei centri e nell’avvio dell’arruolamento avrebbero sottratto al sistema circa diecimila pazienti, pari a quasi un terzo del potenziale stimato. In termini economici, la perdita si traduce in circa 180 milioni di euro di mancato valore indiretto per il Servizio sanitario nazionale. I colli di bottiglia non sono normativi ma organizzativi: governance dei centri, integrazione tra assistenza e ricerca, figure professionali dedicate, obiettivi di performance per i direttori generali.
Ne parliamo a TrendSanità con uno dei ricercatori che ha lavorato al rapporto, l’ingegnere Emmanouil Tsiasiotis, Direttore Laboratorio MSC ALTEMS.
Ritardi nell’attivazione dei centri, tra burocrazia e organizzazione
Il rapporto mostra che l’Italia perde in media 36 giorni rispetto alla Spagna solo nella fase di attivazione dei centri, prima ancora che il primo paziente sia arruolato. Una questione di burocrazia?
«Credo che ridurre il problema alla sola burocrazia sarebbe una semplificazione», spiega Tsiasiotis. «Il Regolamento europeo ha armonizzato gran parte dei processi autorizzativi e oggi tutti i Paesi operano all’interno dello stesso quadro normativo. Le differenze riguardano soprattutto la capacità organizzativa dei sistemi sanitari. I nostri dati mostrano che il ritardo si concentra soprattutto nella fase successiva all’autorizzazione: l’attivazione dei centri, la predisposizione delle risorse, l’organizzazione dei gruppi di ricerca e l’avvio dell’arruolamento. È qui che si misura la preparedness del sistema.
«In Italia il ritardo si concentra soprattutto nella fase successiva all’autorizzazione»
Per questo riteniamo che oggi la priorità non sia introdurre nuove regole, ma sviluppare un modello di governance della ricerca clinica basato sull’armonizzazione dei standard organizzativi e la misurazione delle performance. Solo raccogliendo dati in modo sistematico, costruendo indicatori condivisi e confrontando i risultati tra organizzazioni e Paesi è possibile individuare i reali colli di bottiglia, orientare gli investimenti e promuovere un miglioramento continuo. In fondo, non si può governare ciò che non si misura».
Ricerca clinica fuori dalla governance ospedaliera
Uno dei dati più sorprendenti riguarda i direttori generali delle aziende sanitarie: solo l’11% ha ricevuto una formazione specifica in ricerca clinica e circa due terzi non hanno obiettivi di performance dedicati a questo ambito. «Credo che questo dato rifletta soprattutto un’evoluzione storica del nostro Servizio sanitario nazionale. Per molti anni la ricerca clinica è stata considerata un’attività prevalentemente scientifica, affidata all’iniziativa dei singoli ricercatori o delle unità operative, più che una funzione strategica dell’organizzazione sanitaria. Di conseguenza, raramente è entrata nei sistemi di programmazione, negli obiettivi della direzione aziendale o nei meccanismi di valutazione delle performance».
La ricerca clinica non è ancora pienamente integrata nella governance strategica delle organizzazioni
Questa riflessione nasce dai risultati dello studio sviluppato nel 2024 dal Laboratorio MSC ALTEMS in collaborazione con FIASO, che ha coinvolto 40 Direttori Generali di aziende sanitarie italiane. L’indagine evidenzia che la ricerca clinica non è ancora pienamente integrata nella governance strategica delle organizzazioni, nonostante rappresenti oggi una leva fondamentale per l’innovazione del sistema sanitario. «Oggi, infatti, la ricerca clinica non rappresenta soltanto un’opportunità scientifica, ma costituisce uno strumento di innovazione organizzativa, di attrattività per gli investimenti, di sviluppo professionale e, soprattutto, di accesso precoce dei pazienti a terapie innovative. Per questo motivo dovrebbe essere considerata una componente integrante della missione delle aziende sanitarie. La sfida dei prossimi anni sarà quindi passare da una ricerca clinica “gestita dai ricercatori” a una ricerca clinica “governata dall’organizzazione”, attraverso obiettivi misurabili, indicatori di performance e una responsabilizzazione sempre maggiore del management sanitario».
Dalla fase II alla fase III: dove il sistema italiano perde competitività
I dati mostrano che l’Italia se la cava relativamente bene negli studi di fase II, ma perde terreno in modo significativo negli studi di fase III, quelli più grandi e complessi. «Gli studi di fase III rappresentano il vero banco di prova di un sistema di ricerca clinica – continua Tsiasiotis – richiedono un numero molto più elevato di pazienti, coinvolgono un numero maggiore di centri e devono raggiungere gli obiettivi di arruolamento in tempi molto rapidi. È proprio quando aumenta la scala dello studio che emergono le differenze organizzative tra i diversi sistemi sanitari. Il nostro rapporto mostra che l’Italia mantiene una buona competitività negli studi di fase II, mentre negli studi di fase III la velocità di arruolamento si riduce fino a essere circa la metà di quella osservata in Spagna. Questo significa che il problema non riguarda la qualità scientifica dei nostri ricercatori, ma la capacità del sistema di sostenere studi di grandi dimensioni.
«La competitività non dipende soltanto dall’eccellenza clinica, che in Italia è ampiamente riconosciuta, ma dalla maturità organizzativa delle strutture»
L’arruolamento, infatti, è prima di tutto un indicatore dell’organizzazione aziendale. Abbiamo osservato che i centri dotati di un’unità di ricerca dedicata aumentano di 35% il numero dei pazienti arruolati, mentre la presenza di un strumento di gestione del portfolio di ricerca raddoppia la capacità di arruolamento. L’integrazione tra sistemi informativi della pratica clinica e della ricerca aumenta fino a sei volte il numero di pazienti reclutati. Gli study coordinator si confermano una risorsa strategica: ogni professionista dedicato incrementa di circa il 10% la capacità di arruolamento del centro. Questi dati, raccolti e analizzati nel 2024 con la partecipazione di 35 siti attraverso l’Italia (Rapporto MSC ALTEMS 2025) ci dicono che la competitività non dipende soltanto dall’eccellenza clinica, che in Italia è ampiamente riconosciuta, ma dalla maturità organizzativa delle strutture».
Il divario geografico: un paziente al Sud ha meno chance di accedere a una sperimentazione
La Lombardia da sola concentra oltre 100 centri attivi e più di 570 pazienti arruolati nel triennio, mentre intere regioni del Sud e delle aree interne sono quasi assenti dalla mappa della ricerca clinica. Ciò significa che un paziente con una malattia grave ha chance molto diverse di accedere a una sperimentazione a seconda di dove vive.
Un paziente ha chance molto diverse di accedere a una sperimentazione a seconda di dove vive
«I nostri dati mostrano una forte concentrazione territoriale della ricerca clinica, ma questo risultato va interpretato con attenzione. Il numero di centri attivi è certamente correlato all’attrattività di una regione e alla sua capacità complessiva di arruolamento, ma da solo non descrive la reale performance del sistema. I dati che abbiamo analizzato sono infatti aggregati sull’insieme degli studi e non consentono, da soli, di valutare l’efficienza dei singoli territori. Per questo riteniamo che il sistema abbia bisogno di strumenti in grado di misurare nelle aziende sanitarie la performance della ricerca clinica a livello regionale, attraverso indicatori condivisi di attrattività, tempi di attivazione, capacità di arruolamento e raggiungimento degli obiettivi. Naturalmente, questo non significa che un paziente non possa essere arruolato se vive in una regione con minore attività di ricerca. Tuttavia, è ragionevole affermare che oggi le opportunità di accesso all’innovazione non siano distribuite in modo uniforme sul territorio nazionale. La prossimità a un centro con una consolidata attività di ricerca rappresenta, di fatto, un fattore che può facilitare l’accesso a una sperimentazione clinica».
Diecimila pazienti non arruolati: quanto pesa il fattore umano nelle trattative istituzionali?
Il rapporto parla di diecimila pazienti potenzialmente non arruolati nel triennio a causa dei ritardi operativi. Si tratta spesso dell’unica possibilità di accedere a un farmaco non ancora disponibile. «Credo che il dato dei 10.000 pazienti sia il risultato più importante del nostro rapporto, perché ci ricorda che dietro ogni indicatore di performance ci sono persone. Non è soltanto una misura della competitività del sistema, ma anche una stima delle opportunità di accesso precoce all’innovazione che il Paese non è riuscito a offrire ai propri cittadini.
Misurando il fenomeno, possiamo finalmente discutere non solo di quanti studi arrivano in Italia, ma anche di quanto valore producono per i pazienti e per il SSN
Non possiamo affermare che per tutti questi pazienti la sperimentazione clinica rappresentasse l’unica opzione terapeutica. Possiamo però dire che, soprattutto in molte patologie oncologiche e nelle malattie rare, partecipare a uno studio clinico costituisce una concreta opportunità di accedere a trattamenti innovativi prima della loro disponibilità nella pratica clinica. Per questo credo che la competitività della ricerca clinica non debba essere letta esclusivamente come un tema di attrattività per gli investimenti o di interesse dell’industria farmaceutica. È, prima di tutto, una questione di politica sanitaria. Il contributo che abbiamo voluto dare con questo progetto è proprio quello di spostare il dibattito dalle percezioni alle evidenze».
Un sistema di KPI per la ricerca clinica: chi deve farsene carico e come
Il rapporto si chiude con la proposta di costruire un sistema di KPI istituzionali per la ricerca clinica, ispirato al modello spagnolo BEST. Dal punto di vista pratico, resta da capire cosa servirebbe e chi dovrebbe farsene carico. «Credo che oggi esistano tutte le condizioni per realizzare un sistema nazionale di monitoraggio della performance della ricerca clinica. Il Regolamento europeo ci ha finalmente messo a disposizione una base dati comune attraverso il CTIS; il passo successivo consiste nel trasformare questi dati in indicatori utili alla governance del sistema.
La competitività della ricerca clinica non è un obiettivo di una singola istituzione, ma un patrimonio collettivo che produce valore per l’intera società
Per riuscirci, però, è necessario fare un salto culturale. La ricerca clinica non può essere governata attraverso politiche sviluppate in silos o sulla base di interessi separati. Servono una visione condivisa e una collaborazione stabile tra tutti gli attori dell’ecosistema – Ministero della Salute, AIFA, AGENAS, Regioni, IRCCS, aziende sanitarie, industria farmaceutica, associazioni dei pazienti e mondo accademico – con un obiettivo comune: rafforzare la competitività del Paese e garantire ai cittadini un accesso sempre più tempestivo ed equo all’innovazione.
L’ambizione del progetto “Missed Opportunities” svolto da ALTEMS va proprio in questa direzione: contribuire alla costruzione di un’infrastruttura nazionale di dati e di un sistema di KPI condivisi che permettano di misurare, confrontare e migliorare nel tempo la performance della ricerca clinica italiana».
Regione Lombardia compie un nuovo passo verso l’integrazione dello screening neonatale per la leucodistrofia metacromatica (MLD) nel Servizio sanitario regionale. Il Consiglio regionale ha infatti approvato un emendamento all’Assestamento di Bilancio che stanzia 250 mila euro per accompagnare, a partire dal 2027, il passaggio del test dalla fase sperimentale all’inserimento strutturale nel panel regionale degli screening neonatali.
La misura punta a garantire continuità al progetto pilota avviato nel giugno 2024 e a consolidare un percorso che consente di individuare precocemente una rara malattia genetica neurodegenerativa per la quale è disponibile una terapia efficace solo se somministrata prima della comparsa dei sintomi.
Dal progetto pilota all’integrazione nel sistema sanitario
L’obiettivo dell’iniziativa è validare il test di screening per la MLD e consentire l’identificazione dei bambini affetti quando sono ancora asintomatici, condizione essenziale per poter intervenire con le terapie oggi disponibili.
Il finanziamento accompagna il passaggio dal progetto pilota all’inserimento strutturale del test nel panel regionale degli screening neonatali
Attualmente hanno aderito al programma 39 dei 49 punti nascita presenti sul territorio regionale. Regione Lombardia e Fondazione Telethon stanno lavorando per estendere ulteriormente la copertura e garantire pari opportunità di accesso allo screening in tutta la regione.
La diagnosi precoce è determinante
La leucodistrofia metacromatica è una grave malattia genetica neurodegenerativa che, nelle forme più severe, provoca una progressiva perdita delle capacità motorie e cognitive e può avere un esito fatale in età precoce.
Per questa patologia è disponibile una terapia genica, sviluppata grazie a decenni di ricerca dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) di Milano, approvata in Europa nel 2020 e disponibile in Italia dal 2022.
Il progetto pilota è stato coordinato dall’ASST Fatebenefratelli Sacco – Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi e sostenuto da Fondazione Telethon
L’efficacia del trattamento dipende però dalla somministrazione in fase presintomatica, rendendo lo screening neonatale lo strumento fondamentale per intercettare tempestivamente i bambini affetti e offrire loro le migliori possibilità terapeutiche.
Telethon: «Un modello per tutte le Regioni»
«Siamo profondamente grati a Regione Lombardia per questo importante risultato, che conferma ancora una volta quanto la Regione sappia essere per Fondazione Telethon e per la ricerca un partner autorevole e lungimirante nell’interesse dei pazienti e delle loro famiglie. Questo traguardo consentirà a un numero sempre maggiore di famiglie lombarde di accedere a una diagnosi tempestiva della leucodistrofia metacromatica, intercettando la malattia prima della comparsa dei sintomi e rendendo possibile l’accesso alla terapia genica sviluppata grazie alla ricerca dell’Istituto San Raffaele Telethon di Milano. Ringraziamo tutti i rappresentanti della Giunta e del Consiglio regionale che hanno contribuito a rendere possibile questo risultato e, in particolare, il vicepresidente del Consiglio regionale Giacomo Cosentino per l’impegno e l’attenzione dimostrati verso questo progetto. Ci auguriamo che la scelta della Lombardia possa rappresentare un modello per le altre Regioni italiane, affinché ogni bambino abbia le stesse opportunità di diagnosi precoce e di accesso alle cure indipendentemente dal luogo in cui nasce», dichiara Ilaria Villa, direttrice generale di Fondazione Telethon.
Verso un’estensione nazionale
L’iniziativa lombarda si inserisce in un percorso più ampio volto a favorire la diffusione dello screening neonatale per la MLD su tutto il territorio nazionale.
Fondazione Telethon, insieme a UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare, è infatti impegnata a promuovere l’estensione dello screening in tutte le Regioni, con l’obiettivo di garantire a ogni neonato la possibilità di una diagnosi precoce e di un accesso tempestivo alle cure disponibili.
Dopo anni di contributi sanitari in costante aumento, la Germania prova a invertire la rotta. Il 10 luglio il Bundestag ha approvato la legge sulla stabilizzazione dei tassi contributivi dell’assicurazione sanitaria obbligatoria, poi confermata anche dal Bundesrat, la camera dei Länder. L’impianto è dichiarato fin dal principio ispiratore: agganciare la crescita della spesa, in tutti i settori del sistema, all’andamento delle entrate. I risparmi necessari sfiorano i 19 miliardi di euro solo nel prossimo anno e l’obiettivo immediato è alleggerire gli assicurati dal peso crescente dei contributi integrativi richiesti dalle casse mutue, senza rinunciare, questa è la promessa, alla qualità dell’assistenza.
La sanità tedesca, bersaglio quasi obbligato dei tagli
Claudio Jommi
«Le misure di contenimento della spesa sanitaria pubblica, ovvero coperta dal sistema assicurativo sociale, riflettono il complesso posizionamento economico della Germania», spiega a TrendSanità Claudio Jommi, Professore di Economia Aziendale, Direttore del Master in Discipline Regolatorie e Market Access in ambito Farmaceutico e Biotecnologico presso il Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università del Piemonte Orientale. «Da una parte, la Germania è, tra i Paesi OCSE, quello che più spende in sanità finanziata da contributi obbligatori, dietro solo agli Stati Uniti (la cui classificazione della spesa sanitaria è cambiata dopo la Riforma Obama): 11% del PIL nel 2025 in Germania, contro il 7,1% in media nei Paesi OCSE. Questa incidenza è aumentata dal 2015 al 2025 dell’1,8%, crescita inferiore solo a Polonia e Slovenia (in Italia l’incidenza della spesa SSN sul PIL è calata dell’0,4% nello stesso intervallo temporale). È quindi abbastanza naturale che la sanità finanziata dalle Casse Mutue tedesche sia un target preferenziale delle misure di contenimento della spesa, anche per frenare il continuo aumento dei contributi assicurativi obbligatori. Il contenimento della spesa sanitaria pubblica può avere però un effetto negativo interno e internazionale. Dall’altra, la crescita reale dell’economia è stata in Germania tra le più basse a livello globale negli ultimi anni e l’ultima edizione di luglio dell’Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita molto modesta del PIL reale nel 2026 e 2027 (rispettivamente dello 0,7% e dell’1% nel 2027).
A livello interno, oltre al possibile impatto dei tagli di spesa sulla salute, che è difficile da valutare essendo la salute impattata solo in parte dall’erogazione di servizi sanitari, comprimere la spesa sanitaria può avere effetti depressivi per l’economia, essendo una sanità gestita in modo efficiente motore di sviluppo economico».
Ospedali, personale infermieristico e psicoterapia: dove si interviene
Il capitolo più corposo riguarda gli ospedali, finora esclusi da questo tipo di vincolo. Dal 2027 al 2029 anche i loro costi potranno aumentare al massimo quanto crescono le entrate contributive delle casse (il cosiddetto salario base), meno un punto percentuale. Se le entrate crescono del 3%, quindi, i budget ospedalieri potranno crescere al massimo del 2%. Dal 2030 si userà, invece, il “valore di riferimento” (un altro indice, che tiene conto anche dell’andamento dei costi), oppure il salario base se quest’ultimo risulta più basso. In sostanza: tra i due indici, varrà sempre quello inferiore.
Cambia anche l’approccio al personale infermieristico: le strutture saranno obbligate per legge, attraverso uno standard generale, a garantire organici sufficienti in tutte le aree, ma sono aboliti alcuni strumenti procedurali come la Commissione per i livelli di personale e l’Ordinanza sui livelli infermieristici, fermo restando l’obbligo di rispettare i livelli minimi. Dal 2028, inoltre, il secondo parere medico diventerà progressivamente condizione per il rimborso di interventi chirurgici ad alto volume come protesi d’anca e chirurgia della colonna, poi colecistectomie e isterectomie, infine tonsillectomie e artroscopie di spalla.
Sul fronte della salute mentale, gran parte dei rimborsi per i servizi psicoterapeutici (una spesa quasi raddoppiata in dieci anni, fino a 3,9 miliardi nel 2025) rientrerà nel bilancio ordinario delle cure ambulatoriali, con la garanzia che i trattamenti in corso saranno rimborsati integralmente fino al completamento. Aumenteranno invece del 50% le compartecipazioni alla spesa, adeguate all’andamento di prezzi e salari. In parallelo, il governo federale incrementa in modo permanente il proprio contributo per l’assistenza ai beneficiari del reddito di base, fino a 2,75 miliardi annui dal 2031.
«Non sembra che i tagli alla spesa pubblica, che ricordano molto quelli lineari, siano orientati a un efficientamento dell’uso di risorse – spiega Jommi –, ma siano piuttosto orientati ad un semplice contenimento nel breve e ad una parametrazione della crescita all’economia nel suo complesso nel medio-lungo periodo. L’effetto a cascata potrebbe essere un ulteriore riduzione della crescita del PIL reale».
Il contributo chiesto all’industria farmaceutica, mentre incombe l’ombra dell’MFN
Anche le aziende del farmaco sono chiamate a partecipare. Lo sconto obbligatorio a carico dei produttori sale al 15,5%, mentre per i vaccini brevettati lo sconto aggiuntivo arriva al 9%, accompagnato da un blocco dei prezzi dal 2027 al 2030. È una scelta che si inserisce in un contesto internazionale tutt’altro che tranquillo. Dal maggio 2025 l’amministrazione Trump persegue la politica del Most Favored Nation, che punta ad allineare i prezzi americani dei farmaci a quelli più bassi praticati nelle altre nazioni sviluppate, Germania compresa, che figura tra i Paesi di riferimento.
Il timore, in Europa, è duplice: che le aziende cerchino compensazioni chiedendo prezzi più alti sui mercati europei, o che ritardino il lancio delle terapie più innovative nei Paesi dove i prezzi restano bassi
La Commissione europea ha avviato una valutazione d’impatto dell’iniziativa statunitense sui mercati dell’Unione, consapevole che ogni misura nazionale di contenimento, come quella appena varata a Berlino, si muove ormai su un equilibrio delicato: risparmiare oggi senza compromettere, domani, l’accesso ai nuovi farmaci.
«Nel contesto internazionale l’incremento dello sconto obbligatorio per i farmaci può avere un effetto sulle politiche di pricing e di lancio dei farmaci delle imprese – prosegue Claudio Jommi. L’applicazione del sistema di cross-reference pricing (MFN) è molto complessa e diversa per i tre programmi collegati a Medicare e Medicaid e non è detto che un aumento dello sconto in Germania si rifletta in richieste di prezzo più elevate in altri Paesi o nel mancato lancio dei farmaci. Rimane però il fatto che la Germania è il Paese a livello europeo con la più alta quota di farmaci rimborsati per l’indicazione approvata con procedura centralizzata (92% secondo i dati dell’ultimo rapporto WAIT di EFPIA-IQVIA), essendo i farmaci automaticamente rimborsati al lancio con prezzo liberamente determinato dalle imprese, con una successiva negoziazione di uno sconto entro un anno dal lancio. Certamente politiche restrittive sui prezzi effettivi di cessione dei farmaci non lasceranno del tutto indifferenti le imprese farmaceutiche nelle strategie di lancio e pricing a livello internazionale».
Rivalutare periodicamente le terapie farmacologiche degli anziani per garantire che ogni farmaco sia ancora necessario, appropriato e sicuro. È l’obiettivo del nuovo percorso di medical review e deprescribing avviato dall’Azienda USL della Valle d’Aosta nell’ambito dell’Area Territoriale, un progetto dedicato in particolare alle persone anziane e fragili in politerapia e affidato al dottor Giuseppe Pasqualetti, farmacologo clinico e geriatra.
Dalla prescrizione alla rivalutazione delle terapie
La crescente complessità assistenziale legata all’invecchiamento della popolazione rende sempre più centrale la gestione della politerapia. Secondo l’ultimo Rapporto nazionale dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), circa un anziano su tre assume almeno dieci principi attivi differenti. In questo contesto, accanto alla corretta prescrizione iniziale, diventa fondamentale verificare nel tempo l’effettiva utilità dei trattamenti. La medical review consiste infatti in una valutazione strutturata dell’intera terapia del paziente, analizzando indicazioni, dosaggi, durata dei trattamenti, possibili interazioni e rapporto tra benefici e rischi.
L’Azienda USL della Valle d’Aosta avvia un percorso di medical review e deprescribing per gli anziani fragili in politerapia
Il deprescribingrappresenta invece il processo clinico attraverso il quale alcuni farmaci possono essere ridotti, sospesi o sostituiti quando non risultano più appropriati, sempre attraverso una valutazione personalizzata e condivisa con il paziente.
Un approccio multidisciplinare per la presa in carico
Il percorso coinvolge i medici delle RSA e dell’Ospedale di Comunità, i medici di medicina generale, i farmacisti della Farmacia Territoriale, gli infermieri, i professionisti dei Distretti, oltre ai pazienti e ai loro familiari.
Attraverso un lavoro multidisciplinare vengono individuate eventuali interazioni farmacologiche, duplicazioni terapeutiche, prescrizioni non più necessarie o possibilità di semplificazione della terapia, sulla base delle evidenze scientifiche e delle condizioni cliniche della persona.
Il progetto coinvolge medici, farmacisti, infermieri, professionisti territoriali, pazienti e caregiver
«La sfida oggi non è semplicemente ridurre il numero dei farmaci, ma prescrivere meglio – spiega Pasqualetti -. Con l’aumento dell’aspettativa di vita cresce il numero di persone affette da più patologie croniche ed è normale che molti anziani assumano numerose terapie contemporaneamente. Tuttavia, più aumenta il numero dei farmaci, maggiore diventa il rischio di effetti indesiderati, interazioni, ricoveri e perdita di autonomia. Il nostro obiettivo è trovare il giusto equilibrio: mantenere i farmaci che apportano un beneficio concreto e rivalutare quelli che potrebbero non essere più necessari o addirittura diventare dannosi».
Contrastare la cascata prescrittiva
Tra gli aspetti su cui il progetto pone particolare attenzione c’è il fenomeno della cosiddetta cascata prescrittiva, ovvero la situazione in cui un effetto indesiderato causato da un farmaco viene interpretato come un nuovo problema clinico, portando all’introduzione di un ulteriore trattamento e aumentando progressivamente la complessità terapeutica.
«Per questo – sottolinea ancora Pasqualetti – utilizziamo strumenti internazionalmente validati per valutare le possibili interazioni farmacologiche e identificare i trattamenti potenzialmente inappropriati. Nessun algoritmo, però, sostituisce il giudizio clinico: ogni decisione viene sempre personalizzata sulla storia, sul grado di fragilità e sugli obiettivi di cura del singolo paziente».
L’obiettivo non è quindi una riduzione automatica del numero dei medicinali assunti, ma una maggiore appropriatezza e sicurezza delle cure.
Un cambiamento culturale nella gestione della terapia
Il progetto punta anche a promuovere un cambiamento nell’approccio alla prescrizione farmacologica, valorizzando il principio della rivalutazione continua.
La revisione delle terapie punta a ridurre rischi legati a interazioni, duplicazioni, cascata prescrittiva e ricoveri evitabili
«Per molti anni – spiega lo specialista – aggiungere un farmaco è stato considerato il naturale sviluppo di una terapia. Oggi, soprattutto nell’anziano fragile, è altrettanto importante chiedersi periodicamente se tutti i medicinali siano ancora realmente necessari. Fondamentale è anche il coinvolgimento dei pazienti e dei caregiver. La deprescrizione, infatti, non consiste nella semplice sospensione di un farmaco, ma in un processo condiviso, graduale e costantemente monitorato. Assumere meno farmaci non significa ricevere meno cure. Al contrario, quando una terapia viene personalizzata e rivalutata periodicamente, le cure diventano spesso più sicure, più efficaci e più adatte ai bisogni della persona. È questa la filosofia del percorso che stiamo implementando nell’Azienda».
Un modello per rafforzare la sanità territoriale
Per la Direzione dell’Area Territoriale dell’Azienda USL valdostana, il progetto rappresenta un investimento sulla qualità e sull’integrazione delle cure: «La revisione sistematica delle terapie fornirà l’occasione per rafforzare l’integrazione tra ospedale, territorio, RSA e medicina generale, offrendo ai cittadini più fragili un’assistenza sempre più personalizzata, sicura e appropriata. È un progetto che guarda al futuro della nostra sanità, in una regione dove l’invecchiamento della popolazione rende indispensabile sviluppare modelli di presa in carico sempre più efficaci e vicini ai bisogni delle persone», dichiara la direttrice dell’Area Territoriale, Hélène Impérial.
Il percorso si inserisce nel rafforzamento della sanità territoriale valdostana, con l’obiettivo di migliorare la continuità assistenziale e ridurre gli eventi avversi legati alla politerapia, come effetti indesiderati, cadute e ricoveri evitabili.
Una gestione più appropriata delle terapie può contribuire non solo a migliorare la qualità di vita delle persone anziane, ma anche a utilizzare in modo più efficace le risorse del Servizio sanitario, favorendo modelli di cura sempre più personalizzati e integrati.
A quasi dieci anni dal precedente monitoraggio, diminuiscono i livelli di contaminazione da PFAS negli alimenti di origine animale prodotti nelle aree interessate del Veneto. È quanto emerge dal nuovo rapporto realizzato dalla Regione del Veneto e dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, di Arpa Veneto e delle Aziende ULSS, che aggiorna il quadro sulla presenza delle sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) nelle produzioni zootecniche regionali.
L’indagine, avviata per verificare l’evoluzione della contaminazione rispetto al Piano 2016-2017, ha impiegato metodi analitici da due a dieci volte più sensibili rispetto al passato, consentendo una valutazione più accurata della presenza di quattordici PFAS, comprese le molecole GenX e cC6O4, in diverse matrici alimentari e nelle acque di abbeveraggio.
Migliorano i risultati rispetto al monitoraggio precedente
Il confronto con il precedente piano evidenzia una generale diminuzione della contaminazione da PFAS negli alimenti di origine animale, accompagnata dalla riduzione del numero di aziende con criticità e dei livelli riscontrati nei prodotti monitorati.
Il 97% dei 703 campioni analizzati rispetta i limiti di legge e il 93% delle aziende monitorate non presenta criticità
Su 156 aziende zootecniche esaminate, distribuite in aree a diversa intensità di contaminazione, 148 (93%) presentano valori inferiori ai limiti di legge. Otto aziende (5%) hanno invece registrato superamenti per PFOA o PFOS nel muscolo bovino, nel fegato bovino o nel fegato suino, prevalentemente nelle zone a più elevata contaminazione.
Per queste aziende sono già state adottate misure di contenimento, con il blocco della commercializzazione dei prodotti interessati e l’avvio di un monitoraggio continuo fino al rientro nei limiti previsti dalla normativa.
Il 97% dei campioni è conforme ai limiti
Nel complesso sono stati analizzati 703 campioni elementari. Di questi, 680 (97%) risultano conformi ai limiti di legge, mentre 18 campioni (3%) presentano concentrazioni superiori ai tenori massimi consentiti.
In ulteriori cinque campioni, provenienti da tre aziende, sono stati rilevati livelli di PFOS e PFOA superiori ai valori indicativi che richiedono approfondimenti per individuare le cause della contaminazione.
Confermato il ruolo dell’acqua di abbeveraggio
Lo studio conferma la correlazione, già osservata nel monitoraggio 2016-2017, tra la contaminazione degli alimenti e quella dell’acqua di abbeveraggio, in particolare quando viene utilizzata acqua di pozzo non filtrata contenente PFOS.
Restano alcune situazioni puntuali, già sottoposte a misure di contenimento e monitoraggio
Le autorità sanitarie hanno disposto il blocco ufficiale delle produzioni interessate e imposto interventi correttivi, come l’allacciamento alla rete acquedottistica per l’approvvigionamento idrico degli allevamenti, accompagnati da controlli successivi per verificare il rientro dei valori entro i limiti di legge.
Nessun superamento nelle uova
Tra i risultati più significativi del monitoraggio figura l’esito delle analisi sugli allevamenti avicoli destinati alla produzione di uova da consumo: in nessuno dei campioni analizzati sono stati rilevati valori superiori ai limiti attualmente previsti dalla normativa.
Il rapporto sarà completato con i risultati delle analisi sulle filiere vegetali, attualmente in corso, per ottenere un quadro complessivo dell’esposizione ai PFAS e delle possibili ricadute sulla salute pubblica, sulla salute animale e sull’ambiente. La Regione del Veneto ha annunciato che presenterà nel dettaglio i risultati del monitoraggio nei prossimi giorni.