L’obiettivo dell’intesa è affrontare le carenze di personale del Servizio sanitario nazionale attraverso procedure regolamentate e trasparenti, con particolare attenzione alla verifica dei titoli professionali, delle competenze e della conoscenza della lingua italiana.
Inserimento regolato e sicurezza delle cure
Il protocollo, della durata di tre anni, punta a sostenere percorsi strutturati di inserimento degli infermieri stranieri e il riconoscimento dei titoli professionali.
Le organizzazioni firmatarie sottolineano la necessità che l’ingresso nel sistema sanitario avvenga attraverso l’iscrizione obbligatoria agli Albi professionali e nel rispetto delle norme che regolano la professione infermieristica in Italia.
Il protocollo punta a rafforzare controlli su titoli, competenze linguistiche e sicurezza delle cure
«Questo Protocollo d’intesa rappresenta un passo decisivo verso la legalità, i diritti e la cooperazione internazionale nel settore sanitario», ha dichiarato Foad Aodi, presidente AMSI e UMEM. «Gli infermieri italiani sono richiesti in tutto il mondo per la loro competenza, umanità e dedizione. È necessario garantire percorsi ordinati e trasparenti anche per i professionisti che arrivano dall’estero».
Verifica delle competenze e integrazione professionale
Il protocollo prevede il coinvolgimento degli Ordini provinciali per rendere più chiari i percorsi di inserimento dei professionisti stranieri, anche attraverso attività di tutoring, mentoring e supporto all’integrazione culturale.
Particolare attenzione viene riservata alla formazione continua e ai programmi ECM, considerati strumenti centrali per assicurare appropriatezza e sicurezza delle cure.
«È un dovere imprescindibile dell’Ordine garantire che chiunque sia in contatto con i pazienti possieda titoli e competenze adeguati», ha affermato Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI. «Validare i percorsi formativi, certificare le competenze e assicurare la conoscenza della lingua italiana significa permettere ai professionisti provenienti da altri Paesi di esercitare in condizioni di piena parità e trasparenza».
Integrazione oltre l’assunzione
Secondo quanto evidenziato nel documento, l’integrazione dei professionisti sanitari stranieri non può limitarsi all’assunzione, ma richiede un accompagnamento continuo per favorire la conoscenza delle dinamiche organizzative, delle responsabilità deontologiche e dei principi del sistema sanitario italiano, a partire dalla centralità del paziente e dalla collaborazione interdisciplinare.
In occasione della Giornata mondiale dell’ipertensione del 17 maggio, le principali società scientifiche cardiologiche italiane rilanciano l’allarme sulla necessità di rafforzare prevenzione e diagnosi precoce delle malattie cardiovascolari.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oltre 1,4 miliardi di persone convivono con l’ipertensione e solo una su quattro riesce a controllarla adeguatamente. Una condizione spesso asintomatica, definita “killer silenzioso”, che aumenta il rischio di infarto, ictus, scompenso cardiaco e insufficienza renale.
In Italia le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte, con circa il 30% dei decessi e un impatto economico superiore ai 20 miliardi di euro tra costi diretti e perdita di produttività.
Prevenzione ancora disomogenea tra le Regioni
Le società scientifiche denunciano un sistema di prevenzione cardiovascolare ancora frammentato, con forti differenze territoriali nell’accesso agli screening e ai percorsi di trattamento.
«La prevenzione e il trattamento delle patologie cardiovascolari in Italia restano frammentati e disomogenei, con forti differenze tra Regioni nell’accesso agli screening e alle opzioni terapeutiche più efficaci e innovative», hanno dichiarato congiuntamente ANMCO, AIAC, GISE, ITACARE-P e SIC.
Il tema riguarda non solo l’ambito clinico ma anche l’organizzazione complessiva del sistema sanitario
Secondo gli esperti, servono programmi nazionali di screening cardiovascolare e percorsi diagnostico-terapeutici uniformi, capaci di intercettare precocemente le persone a rischio e ridurre eventi cardiovascolari maggiori.
Il Piano cardiovascolare per l’Italia
Nel contesto delle indicazioni europee del Safe Hearts Plan, che invita gli Stati membri a dotarsi entro il 2027 di un piano nazionale cardiovascolare, le società scientifiche insieme a Confindustria dispositivi medici hanno elaborato il “Piano cardiovascolare per l’Italia”, che individua alcune azioni prioritarie per rafforzare la prevenzione, migliorare l’organizzazione dei servizi e ridurre il carico delle malattie cardiovascolari:
Definire un Piano nazionale cardiovascolare: per coordinare strategie, obiettivi e interventi su tutto il territorio, in linea con le indicazioni europee.
Rendere strutturale la prevenzione: promuovere programmi continuativi di prevenzione primaria e secondaria, con particolare attenzione ai fattori di rischio modificabili.
Attivare uno screening cardiovascolare diffuso e uniforme: per individuare precocemente ipertensione, dislipidemie e diabete, riducendo le disuguaglianze regionali.
Rafforzare l’assistenza territoriale: valorizzando il ruolo di medici di medicina generale, farmacie e Case di Comunità nella prevenzione e nella presa in carico.
Integrare ospedale e territorio: garantendo continuità assistenziale e modelli organizzativi condivisi per la gestione delle patologie croniche.
Standardizzare i percorsi di cura a livello nazionale, attraverso PDTA omogenei per migliorare qualità, appropriatezza ed equità dell’assistenza.
Ridurre ricoveri evitabili e accessi impropri, potenziando la gestione dei pazienti cronici e il follow-up sul territorio.
Promuovere modelli di presa in carico integrata e multidisciplinare per una gestione più efficace e continuativa delle patologie cardiovascolari.
Allineare programmazione e risorse ai bisogni di salute, superando logiche frammentate e orientando gli investimenti verso prevenzione, trattamento precoce e gestione integrata.
Sostenere l’innovazione organizzativa e digitale, utilizzando strumenti e soluzioni che facilitino screening, monitoraggio e continuità delle cure, nel rispetto dell’appropriatezza e della sostenibilità del sistema.
Tecnologie e territorio come leve strategiche
Secondo Confindustria dispositivi medici, il tema riguarda non solo l’ambito clinico ma anche l’organizzazione complessiva del sistema sanitario.
«Serve una strategia nazionale che renda la prevenzione un livello essenziale e accessibile a tutti i cittadini», ha dichiarato Guido Beccagutti, direttore generale di Confindustria dispositivi medici. «Le tecnologie e i dispositivi medici possono supportare screening, monitoraggio e continuità delle cure, contribuendo a un modello più equo e sostenibile».
Unire competenze, dati e visione per affrontare una delle emergenze più complesse del nostro tempo, la salute mentale degli adolescenti. Con questo obiettivo prende forma il primo coordinamento nazionale dei progetti promossi da C’è Da Fare ETS, una rete che mette insieme alcune tra le principali strutture ospedaliere pubbliche italiane impegnate nella neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza.
Dal ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, passando per l’Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer IRCCS di Firenze, la ULSS1 Dolomiti di Belluno e l’Istituto Giannina Gaslini di Genova, il coordinamento è un passo inedito verso una collaborazione strutturata a livello nazionale in un ambito che, fino a oggi, ne era privo. Nata nel 2023 per iniziativa di Silvia Rocchi e Paolo Kessisoglu, C’è Da Fare ETS ha rapidamente costruito una rete di progetti concreti, capaci di coinvolgere centri di eccellenza e di attivare protocolli clinici condivisi. Oggi, con la creazione del coordinamento e l’avvio di uno studio multicentrico nazionale, si apre una nuova fase, quella della misurabilità, della replicabilità e della costruzione di evidenze scientifiche solide.
Il coordinamento è un passo inedito verso una collaborazione strutturata a livello nazionale in un ambito che, fino a oggi, ne era privo
Ne parliamo a TrendSanità con la Direttrice generale Silvia Rocchi che ci racconta la visione, le sfide e gli obiettivi di una rete che punta a portare il benessere psicologico degli adolescenti al centro del dibattito pubblico e delle politiche sanitarie.
Perché nasce solo oggi una rete nazionale per la salute mentale adolescenziale
«Premetto che non parlo da clinico o da esperta. Mi sono avvicinata al tema della salute mentale dei giovani prima di tutto come madre di adolescenti, – ci spiega Rocchi – quindi con una sensibilità personale rispetto a ciò che accade nel loro mondo, e poi come cofondatrice, insieme al mio compagno Paolo Kessisoglu, dell’associazione C’è Da Fare ETS. Nella mia vita faccio tutt’altro, sono un architetto, e quindi il mio punto di vista è quello di chi da tre anni lavora nel non profit su un tema molto specifico, quello del disagio adolescenziale, con pragmatismo e passione, ma senza una formazione scientifica sull’argomento.
Proprio per questo, fin dall’inizio abbiamo sentito l’esigenza di dare ai nostri progetti un’impostazione rigorosa. Volevamo che fossero modulabili, scalabili, rendicontabili e misurabili, per capire se gli investimenti generassero risultati concreti. Sentivamo anche una forte responsabilità nei confronti dei donatori, a cui volevamo poter dare un riscontro sull’impiego dei fondi. Sapevamo che, quando si parla di salute mentale, si può parlare di cura ma non sempre di guarigione. Per questo era fondamentale poter misurare almeno un miglioramento e la qualità del percorso».
La prima sperimentazione
Silvia Rocchi
«La prima sperimentazione del progetto C’è Da Fare Safe Teen è partita con l’Ospedale Niguarda, grazie al modello terapeutico proposto dal dottor Marchesini e dalla professoressa Vignoli: un approccio ambulatoriale ad alta intensità per adolescenti con grave disagio, con manifestazioni quali agiti autolesivi, ritiro sociale o tentati suicidi. Il modello è basato sulla costruzione di un’équipe multidisciplinare integrata che eroga interventi clinici, psicoterapeutici, riabilitativi ed educativi in modo coordinato e simultaneo. Non si tratta solo di aumentare le prestazioni, ma di garantire una presa in carico globale e intensiva dell’adolescente e della famiglia, all’interno di un unico team che lavora in modo strutturato e continuativo. Fin da subito abbiamo trovato da parte dei responsabili del progetto grande apertura e disponibilità a costruire insieme un modello con basi rigorose, sia nel protocollo di cura sia negli strumenti di valutazione.
Quando sono aumentate le risorse, abbiamo deciso di non limitarci a sostenere un singolo progetto efficace, ma di renderlo esportabile. Siamo partiti da Roma con il Bambino Gesù, poi Belluno con ULSS1, Firenze con il Meyer e, con modalità diverse, la Liguria attraverso il Gaslini».
Una sanità a macchia di leopardo
«Durante le interlocuzioni con le diverse strutture è emerso un elemento molto chiaro: a fronte di un fortissimo aumento della domanda di cura ormai omogeneo su tutto il territorio nazionale, le risposte del sistema sanitario sono invece molto diverse, frammentate e spesso disomogenee. Allo stesso tempo, abbiamo riscontrato un grande interesse per il modello CDF SafeTeen e una forte disponibilità al confronto e alla collaborazione tra centri. Da qui è nata l’idea di lavorare su un coordinamento: non solo uniformare l’approccio terapeutico e i criteri di valutazione, ma anche confrontare i risultati, migliorare nel tempo e individuare best practice condivise. Quello che fino ad oggi è mancato non è stata la qualità dei singoli centri, ma un lavoro di sistema. Oggi le condizioni sono cambiate: l’aumento del disagio adolescenziale ha reso evidente che non bastano più esperienze isolate. C’è un bisogno a cui si deve rispondere insieme.
Il valore aggiunto di una rete strutturata è trasformare progetti che funzionano in un modello condiviso, ottimizzato, misurabile e replicabile
L’obiettivo è arrivare a un protocollo che possa essere adottato su scala più ampia, perché crediamo che ogni ragazzo, indipendentemente da dove vive, debba avere accesso alle stesse opportunità di cura».
Lo studio sui dati clinici punta a nuove evidenze scientifiche
«L’obiettivo dello studio è fare un passo ulteriore: non solo costruire un modello efficace, ma dimostrarlo. Vogliamo arrivare a definire un protocollo omogeneo, testato e riconosciuto, che possa essere validato scientificamente e reso replicabile. Per farlo è necessario trasformare l’esperienza clinica in dati, utilizzando strumenti riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale e osservando l’evoluzione dei ragazzi nel tempo. Il progetto CDF Safe Teen prevede delle valutazioni con strumenti testologici uniformi e internazionalmente riconosciuti al momento di accesso al progetto, dopo 6 mesi e alla conclusione, dopo 12 mesi.
Il punto centrale è questo: non basta vedere che qualcosa funziona, bisogna riuscire a dimostrarlo in modo rigoroso. Solo così si può arrivare a pubblicazioni scientifiche che convalidino il modello e lo rendano adottabile anche indipendentemente dall’intervento di CDF. Allo stesso tempo, però, non dobbiamo dimenticare che dietro i dati ci sono storie. Parliamo di ragazzi e famiglie, spesso in situazioni complesse e difficili da raccontare in modo uniforme. Proprio per questo gli strumenti scientifici sono fondamentali: permettono di leggere quella complessità in modo condivisibile e utile per chi deve prendere decisioni. In fondo, l’obiettivo è trasformare storie individuali in conoscenza condivisa, capace di generare risposte migliori e più accessibili per tutti».
I tempi dell’impatto sul sistema sanitario restano una sfida aperta
«Ovviamente, purtroppo, non abbiamo la sfera di cristallo, quindi è difficile dare una tempistica precisa. Quello che osserviamo, e che ci viene confermato ogni giorno da neuropsichiatri e psicologi che lavorano sul campo, è che a fronte di una richiesta cresciuta in modo esponenziale, le risorse della sanità pubblica non sono aumentate allo stesso ritmo. Questo crea una pressione enorme sul sistema e rende ancora più urgente trovare modelli nuovi ed efficaci.
Serve rendere più accessibile e visibile la rete territoriale per intercettare prima il bisogno
Nel nostro piccolo stiamo cercando di fare la nostra parte: mettere a disposizione risorse aggiuntive e investirle in un modello che non sia solo utile nel singolo contesto, ma che possa diventare replicabile e adottabile anche su scala nazionale all’interno della sanità pubblica. Questo è il nostro auspicio, anche se ovviamente non possiamo avere certezze.
Perché questo accada, il passaggio fondamentale è quello che stiamo costruendo oggi: definire un modello scientificamente valido con un protocollo chiaro, condividerlo tra più centri, misurarne gli effetti in modo rigoroso e dimostrarne l’efficacia nel tempo. Come obiettivo ci siamo dati un orizzonte di circa tre anni per mettere a regime i centri coinvolti e raccogliere evidenze sufficientemente solide. È un tempo realistico per passare dalla sperimentazione a dati strutturati. Poi, come spesso accade in sanità, il vero cambiamento dipenderà dalla capacità di trasformare queste evidenze in scelte di sistema. Ma senza dati solidi, quel cambiamento è più difficile che possa iniziare».
Accessi psichiatrici in aumento tra fragilità della rete e domanda crescente
«Credo che entrambe le letture siano valide. Da una parte c’è sicuramente un aumento della domanda di cura. È qualcosa che emerge in modo trasversale: ce lo raccontano i professori nelle scuole, gli psicologi negli ambulatori, i neuropsichiatri negli ospedali e nei pronto soccorso. È evidente che oggi c’è una sofferenza più diffusa e più visibile, con manifestazioni che fino a qualche anno fa erano meno frequenti o meno riconosciute. Probabilmente c’è anche una maggiore capacità, soprattutto tra i ragazzi e le famiglie, di chiedere aiuto. E questo, in parte, è un segnale positivo.
Molte famiglie non conoscono i servizi disponibili e arrivano tardi ai percorsi di cura
Dall’altra parte, però, è altrettanto evidente che la rete territoriale fatica a reggere questo aumento. Non mi sentirei di dire che sia inefficace in senso assoluto: spesso esistono servizi e competenze di qualità. Il problema è che sono sottodimensionati rispetto alla domanda crescente e quindi non riescono sempre a intercettare il bisogno in tempo, prima che si trasformi in una crisi acuta».
Visibilità dei servizi
«C’è poi un altro elemento che riscontriamo quotidianamente, anche attraverso le richieste che riceviamo dalle famiglie: una scarsa consapevolezza delle risorse disponibili sul territorio. Molti genitori non sanno a chi rivolgersi, o lo scoprono troppo tardi, quando la situazione è già diventata urgente. Per questo uno degli ambiti su cui stiamo riflettendo è proprio come contribuire, almeno a livello locale, a rendere più visibili e accessibili i servizi esistenti, creando una sorta di mappatura chiara e fruibile. Perché evitare il pronto soccorso non significa solo aumentare le risorse, ma anche aiutare le famiglie ad arrivare prima, nel posto giusto, con il giusto livello di supporto».
Un modello replicabile alla prova delle disuguaglianze territoriali
«Ci auguriamo sicuramente che il nostro modello sia replicabile, perché nasce proprio da un equilibrio virtuoso tra mondi diversi. È un modello che prende forma dalla spinta di alcune persone che hanno deciso di impegnarsi su questo tema, ma che poi si è sviluppato grazie al contributo di tanti altri: professionisti, volontari, aziende che ci affiancano concretamente e ci aiutano a reperire le risorse, e soprattutto grazie all’apertura del sistema pubblico a collaborazioni con realtà come la nostra. Già questo, secondo me, è un risultato importante: riuscire a mettere a sistema competenze, risorse e visioni diverse, unite da un obiettivo comune. Non è scontato, e dimostra che quando c’è una volontà condivisa si possono costruire progetti concreti ed efficaci».
Nessun pregiudizio “territoriale”
«Per quanto riguarda la replicabilità, non abbiamo pregiudizi legati ai territori. Anzi, è esattamente la direzione in cui vogliamo andare. Stiamo già valutando possibili sviluppi anche nel Sud Italia e nelle isole, anche se è ancora prematuro entrare nei dettagli. Se vogliamo davvero parlare di equità nell’accesso alla cura, non possiamo limitarci ad alcuni contesti, dobbiamo metterci nelle condizioni di portare questo modello anche dove oggi le risorse sono più limitate.
La replicabilità del modello deve confrontarsi con forti disuguaglianze tra territori e risorse
Naturalmente ogni territorio ha le sue specificità, quindi non si tratta di “copiare e incollare” un progetto, ma di adattarlo mantenendone i principi fondamentali: integrazione tra pubblico e privato, presa in carico strutturata e capacità di misurare i risultati. L’obiettivo è dimostrare che questo tipo di collaborazione può funzionare ovunque, con modalità diverse, ma con lo stesso diritto per tutti i ragazzi di accedere a cure efficaci e tempestive».
Gli obiettivi di C’è Da Fare ETS
«Gli obiettivi sono tanti, forse anche più dei progetti, e sicuramente sono ancora di più i sogni. Il primo è consolidare e portare a maturazione il modello che stiamo costruendo, insieme allo studio multicentrico. L’auspicio è che, una volta validato e riconosciuto, possa trovare le risorse per camminare anche in autonomia, indipendentemente dal nostro intervento diretto. Un altro obiettivo importante è rafforzare la nostra identità e diventare un punto di riferimento a livello nazionale, non tanto come “soluzione”, ma come spazio di dialogo e di riflessione sul tema della salute mentale. Lo stigma è ancora molto presente, e crediamo che sia fondamentale contribuire a normalizzare questo tipo di conversazione. Per farlo utilizziamo linguaggi diversi: il teatro e la comicità, lo sport, momenti di incontro e condivisione. Sono strumenti che permettono di avvicinare le persone in modo più accessibile, creare connessioni e offrire chiavi di lettura diverse, anche attraverso esperienze concrete di fatica, resilienza e crescita».
Prospettive future
«Guardando al futuro, vorremmo avere una presenza più concreta sui territori, diventare un punto informativo, aiutare ragazzi e famiglie a orientarsi tra i servizi disponibili e, soprattutto, a sentirsi un po’ meno soli nei momenti di difficoltà. In questa direzione stiamo lavorando all’apertura del primo C’è Da Fare HUB a Milano, uno spazio di ascolto e orientamento, ma anche un luogo vivo di incontro, dialogo e progettazione. Non pensiamo di avere la soluzione a tutto, né la risposta a ogni problema. Ma abbiamo un’energia molto forte, che nasce dalle persone e dalle realtà che ci sostengono, e sentiamo la responsabilità di trasformarla in qualcosa di utile e concreto. Se c’è un obiettivo che li riassume tutti, è questo: contribuire a costruire un sistema in cui chiedere aiuto sia più semplice, e riceverlo sia più giusto per tutti».
L’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle fragilità stanno mettendo sotto pressione il sistema sociosanitario, in particolare nei contesti residenziali e domiciliari. La carenza di personale, la complessità dei bisogni assistenziali e la necessità di garantire continuità di cura rendono urgente l’individuazione di modelli innovativi capaci di integrare tecnologia e organizzazione. In questo scenario, soluzioni basate su robotica, intelligenza artificiale e realtà virtuale aprono nuove prospettive per il monitoraggio e il supporto cognitivo degli anziani.
Progetti di ricerca applicata come Daisi&Ron, sviluppato nell’ambito del Piano Nazionale Complementare, consentono di interrogarsi sul ruolo concreto di queste tecnologie nei percorsi assistenziali. L’impiego di sistemi integrati – come il robot assistenziale TEO – pone questioni rilevanti per le politiche sanitarie: dall’integrazione dei dati clinici e comportamentali nei sistemi informativi, alla possibilità di sviluppare modelli di presa in carico più proattivi e personalizzati, fino alla valutazione dell’impatto in termini di efficacia e sostenibilità.
Allo stesso tempo, l’introduzione di queste soluzioni chiama in causa il lavoro degli operatori e il ruolo dei caregiver, tra opportunità di alleggerimento del carico assistenziale e necessità di accompagnare il cambiamento organizzativo e culturale.
La sfida, per il sistema sanitario, è comprendere se e a quali condizioni queste sperimentazioni possano evolvere in modelli scalabili e replicabili, contribuendo in modo concreto alla tenuta e all’innovazione dell’assistenza agli anziani fragili.
Ne parliamo con:
Alessandro Vercelli Direttore Dipartimento di Neuroscienze e Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi, Università di Torino
L’intelligenza artificiale promette di cambiare la sanità, ma la vera sfida non è tecnologica: è manageriale, organizzativa e culturale. Perché l’AI generi valore reale, non basta introdurre nuovi strumenti: servono governance solide, processi ripensati e leadership capaci di guidare il cambiamento. In questa intervista, il vicepresidente Aisdet, Sergio Pillon, analizza le condizioni necessarie perché l’AI diventi una leva strutturale di innovazione nei sistemi sanitari.
Il primo tema che vorrei affrontare con lei è quello della governance e della strategia in sanità. Nel suo libro “Guidare la trasformazione digitale nella sanità” sottolinea che molti progetti digitali falliscono per problemi di governance più che di tecnologia: in che modo l’AI può essere integrata nei modelli decisionali aziendali senza creare “progetti pilota isolati”, ma diventando leva strutturale di trasformazione dei processi sanitari?
«L’intelligenza artificiale, prima di tutto, richiede manager competenti, capaci di comprenderne il funzionamento e di utilizzarla in modo efficace nei processi di governance. È uno strumento che consente, in tempi rapidissimi, di produrre sintesi ragionate, analizzare dati e interagire con chi decide.
Se, ad esempio, fornisco all’AI un foglio Excel o un dataset aziendale e chiedo come rendere più efficiente un determinato processo, ottengo in pochi secondi una risposta strutturata. Non è necessariamente “vangelo”, ma rappresenta un primo livello di analisi rapido, sintetico e continuamente interrogabile. Questo permette di esplorare scenari che spesso, per tempi o risorse, non verrebbero affrontati.
L’AI promette di cambiare la sanità, ma la vera sfida non è tecnologica: è manageriale, organizzativa e culturale
Per evitare che resti confinata a singoli progetti pilota, l’AI deve entrare stabilmente nei modelli decisionali: non come tecnologia accessoria, ma come supporto quotidiano alla capacità manageriale di leggere fenomeni complessi e prendere decisioni migliori».
Passiamo al nodo del re-design dei processi. Spesso l’AI viene in qualche modo “sovrapposta” ai processi esistenti senza ripensarli. Quali sono, dal punto di vista manageriale, i principali errori nel non ridisegnare i processi clinico-organizzativi quando si introducono soluzioni di intelligenza artificiale?
«È un errore molto diffuso in tutti i percorsi di innovazione: si tende a sostituire la carta con il digitale senza ripensare davvero il processo. Con l’intelligenza artificiale questo rischio è ancora maggiore.
L’AI non è un blocco unico: esistono strumenti diversi con impatti differenti. Un chatbot, per esempio, può migliorare un centro prenotazioni; un chatbot evoluto può supportare una televisita, raccogliere informazioni preliminari dal paziente, approfondire l’anamnesi e far arrivare al medico dati già organizzati.
La domanda corretta non è: “Dove inserisco l’AI?” ma “Come l’AI può aiutarmi a ripensare l’intero processo?”
Ma il punto è più ampio. L’intelligenza artificiale può anche aiutare a decidere quando una televisita sia appropriata e quando no. Oppure può supportare la riorganizzazione logistica dell’assistenza territoriale: penso, ad esempio, ai percorsi degli infermieri sul territorio, ottimizzabili con logiche simili a quelle utilizzate da Amazon per la distribuzione.
La domanda corretta non è: “Dove inserisco l’AI?”. È: “Come l’AI può aiutarmi a ripensare l’intero processo?”. È una prospettiva opposta rispetto al semplice acquisto di una tecnologia da collocare dentro l’organizzazione».
Lei, e non solo, evidenzia il tema critico dell’adozione dell’AI da parte dei clinici. Quali leve organizzative e culturali ritiene fondamentali per far sì che l’AI venga realmente utilizzata dai professionisti e non sia percepita come un’imposizione tecnologica?
«La prima leva è la competenza. Si teme sempre ciò che non si conosce. Oggi molti medici utilizzano strumenti pubblici come OpenAI ChatGPT, ma spesso li interrogano come se fossero un motore di ricerca. In realtà le possibilità sono molto più ampie: sintesi cliniche, supporto organizzativo, analisi documentale.
L’adozione dell’AI passa da competenze diffuse, validazione scientifica e testimonianze tra pari
La seconda leva sono le società scientifiche. Storicamente la professione medica ha governato l’innovazione attraverso questi organismi. Devono essere loro a presentare casi d’uso concreti, evidenze e modelli applicativi nei congressi e nei momenti formativi.
C’è poi un elemento decisivo: il peer-to-peer. I professionisti si fidano dei colleghi. Quando un medico racconta la propria esperienza reale con una soluzione di AI, il messaggio è molto più efficace di qualsiasi proposta commerciale. L’adozione passa quindi da competenze diffuse, validazione scientifica e testimonianze tra pari».
Quando si introduce una tecnologia nuova della portata dell’AI, uno dei nodi è passare dalla teoria alla pratica, andando anche a misurare i risultati. Quali KPI o metriche dovrebbero adottare i manager sanitari per valutare l’impatto reale dell’AI su efficienza, qualità delle cure e sostenibilità?
«Il primo KPI, oggi, è misurare sia i successi sia i fallimenti. Attorno all’intelligenza artificiale c’è molto entusiasmo, ma bisogna capire anche dove non funziona.
Non esistono indicatori unici validi per ogni applicazione: dipende dall’ambito d’uso. Restano fondamentali i KPI classici, come il ritorno dell’investimento, i fattori di successo operativi, la riduzione dei tempi, il miglioramento della produttività, l’appropriatezza clinica e la soddisfazione degli utenti.
Attorno all’intelligenza artificiale c’è molto entusiasmo, ma bisogna capire anche dove non funziona
In sanità gli impieghi dell’AI sono molto diversi tra loro: chatbot, efficientamento dei processi, supporto clinico, gestione documentale. Per questo il metodo migliore è quello del launch and learn: partire in piccolo, sperimentare, osservare i risultati e correggere progressivamente.
I sistemi sanitari sono sistemi complessi. Per questo dico che dobbiamo comportarci più come piloti di aliante che come piloti di linea: sapere da dove partiamo e dove vogliamo arrivare, adattandoci però alle condizioni che emergono durante il percorso».
Nel libro lei insiste sulla digital leadership come fattore critico. Quali competenze devono sviluppare oggi i dirigenti sanitari per governare l’AI non solo come tecnologia, ma come driver di trasformazione organizzativa ed etica?
«Serve innanzitutto una leadership capace di lavorare in team multidisciplinari. Nelle grandi aziende sanitarie non basta più il Chief Information Officer: servono competenze cliniche, legali, organizzative e analitiche integrate. In molti contesti sono necessari anche ruoli dedicati all’intelligenza artificiale.
Anche nelle aziende più piccole serve comunque un nucleo di competenze che unisca tecnologia, dati e compliance
Occorre coinvolgere figure come il Data Protection Officer, il legale interno, data analyst e professionisti sanitari che facciano da “clinical evangelists”: primari, direttori di struttura, professionisti credibili che accompagnino il deployment sul campo.
Anche nelle aziende più piccole serve comunque un nucleo di competenze che unisca tecnologia, dati e compliance. Senza questo presidio le resistenze non si superano, perché il primo timore del clinico è la responsabilità professionale.
E qui c’è un punto cruciale: la normativa europea sull’AI attribuisce precise responsabilità ai cosiddetti deployer, cioè alle organizzazioni che acquistano e introducono questi sistemi. Ciò significa obbligo di formazione del personale, utilizzo responsabile e governance interna adeguata.
Per i direttori generali e i dirigenti sanitari la sfida non è più scegliere se occuparsi di AI, ma farlo in modo strutturato, competente e tempestivo».
In Italia l’aspettativa di vita si attesta intorno agli 83 anni, ma gli anni vissuti in buona salute sono circa 67. Il risultato è un divario di circa 16 anni segnati da cronicità o disabilità, pari a quasi un quinto dell’esistenza.
Il tema è stato al centro della VI Giornata Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare promossa dalla Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare (SIPREC), ospitata all’Auditorium Cosimo Piccinno del Ministero della Salute.
Le patologie cardiovascolari rappresentano uno dei principali driver del divario tra longevità e qualità della vita
Uno studio su 183 Paesi membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) evidenzia inoltre un trend globale in peggioramento: il gap tra vita e salute è cresciuto del 13% tra 2000 e 2019.
Le malattie cardiovascolari come principale fattore di rischio
Le patologie cardiovascolari rappresentano uno dei principali driver del divario tra longevità e qualità della vita. Negli over 65 la prevalenza arriva al 27%, fino al 30–35% negli over 75. Queste condizioni incidono per il 50–60% della mortalità in età avanzata e rappresentano la prima causa di ricovero e consumo di risorse sanitarie.
Prevenzione e riduzione del rischio
La prevenzione cardiovascolare può incidere in modo significativo sulla riduzione degli anni vissuti con malattia. A 50 anni, la presenza di fattori di rischio multipli determina un rischio di sviluppare una patologia cardiovascolare del 24% nelle donne e del 38% negli uomini.
Secondo i dati presentati, il controllo dei fattori di rischio può garantire fino a 14,5 anni di vita in salute in più per le donne e 11,8 anni per gli uomini.
Il controllo dei fattori di rischio può garantire fino a 14,5 anni di vita in salute in più per le donne e 11,8 anni per gli uomini
«Non possiamo fermare l’invecchiamento, ma possiamo mitigarne in modo efficace le conseguenze a livello cardiovascolare, riducendo la vulnerabilità individuale agli eventi acuti e alle cronicità più severe. La prevenzione assume un ruolo centrale nelle politiche sanitarie, da una parte attraverso strategie di popolazione, soprattutto sugli stili di vita, dall’altra con strategie individuali basate su interventi multidisciplinari e terapie innovative. Il concetto chiave è quello di healthspan, ossia gli anni vissuti in buona salute», ha dichiarato Massimo Volpe, Presidente SIPREC.
Un cambio di paradigma per il sistema salute
La Giornata SIPREC ha rilanciato la necessità di considerare la prevenzione come strategia continua lungo tutto il corso della vita: educazione nei giovani, gestione dei fattori di rischio negli adulti, promozione dell’invecchiamento attivo negli anziani.
Nel corso dell’evento è stato presentato anche un decalogo di prevenzione cardiovascolare rivolto ai cittadini, con indicazioni pratiche su stili di vita e controllo dei fattori di rischio.
Un messaggio a istituzioni e cittadini
La VI Giornata SIPREC ha riunito istituzioni, comunità scientifica e stakeholder sanitari con l’obiettivo di rafforzare la centralità della prevenzione cardiovascolare come leva per ridurre il carico di cronicità e migliorare la sostenibilità del sistema sanitario.
In occasione della Giornata mondiale della Kangaroo Care, che si celebra il 15 maggio 2026, la Società Italiana di Neonatologia (SIN) e Vivere – Coordinamento Nazionale delle Associazioni per la Neonatologia ETS rilanciano il valore dell’avvio immediato del contatto pelle-a-pelle dopo la nascita, riconosciuto come standard assistenziale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per i neonati pretermine e/o di basso peso, ma rilevante anche per i nati a termine.
La Kangaroo Care integra contatto pelle-a-pelle prolungato, supporto all’allattamento esclusivo e coinvolgimento attivo dei genitori, configurandosi come intervento centrale per lo sviluppo neuro-sensoriale del neonato e per il rafforzamento del legame di attaccamento.
Le evidenze recenti rafforzano il valore dell’intervento
«Ribadiamo i benefici a breve e lungo termine della marsupioterapia», ha dichiarato il presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN), Massimo Agosti. «Dedichiamo attenzione, impegno e risorse alla formazione di tutti coloro che operano nelle Neonatologie italiane, affinché la KC venga proposta ed attuata nei giusti tempi e modi, con un’apertura dei reparti di Terapia Intensiva Neonatale H24, così da renderla realmente possibile ed efficace. La KC contribuisce a contenere dolore e stress, migliora la stabilità cardiorespiratoria e digestiva del neonato e favorisce l’allattamento al seno anche in condizioni di fragilità. Migliora inoltre il neurosviluppo e il benessere mentale dei genitori».
Evidenze scientifiche e salute mentale dei genitori
Le evidenze recenti rafforzano il valore dell’intervento. Il trial clinico randomizzato IPISTOSS, condotto in Svezia e Norvegia, ha mostrato che il contatto pelle-a-pelle immediato nelle prime sei ore di vita riduce i sintomi depressivi nelle madri e attenua ansia e depressione nei padri, con effetti che si estendono fino al termine di gestazione del neonato.
Un’ulteriore analisi evidenzia, a quattro mesi di età corretta, una maggiore emotività positiva nei neonati che hanno ricevuto contatto precoce e una migliore co-regolazione del cortisolo tra madre e bambino, con effetti sulla regolazione dello stress.
Il Gruppo di Studio della Care Neonatale della SIN sottolinea inoltre il lavoro di promozione e formazione sul tema, con approfondimenti dedicati anche a contesti clinici complessi come l’ipotermia terapeutica.
«Il Gruppo di Studio della Care Neonatale della SIN è impegnato costantemente nella promozione della pratica della KC, come dimostrato dalle Indicazioni Nazionali SIN e dai numerosi eventi formativi dedicati a divulgare il valore della vicinanza e dell’“abbraccio” dei genitori. Proprio in questa giornata», ha dichiarato la segretaria del Gruppo, Irene Papa. «Proprio in questa giornata sarà disponibile un nostro approfondimento culturale sull’applicazione della KC in situazioni cliniche particolarmente complesse, quali l’ipotermia terapeutica e le situazioni a limitata aspettativa di vita».
«Grazie alla stretta collaborazione tra Vivere Coordinamento Nazionale delle Associazioni per la Neonatologia ETS e SIN, molte TIN oggi sono aperte h24. Purtroppo, come associazione di genitori, assistiamo ancora troppo spesso a casi in cui mamma e papà sono considerati visitatori e quindi devono attenersi all’orario affisso sulla porta della TIN. Le associazioni locali e Vivere ETS sono a disposizione per continuare a sostenere il cambiamento necessario affinché ogni famiglia possa restare vicino al proprio neonato, prendersene cura ed essere essa stessa cura. La Kangaroo Care è un’esperienza dal punto di vista sensoriale e della relazione indescrivibile per il nucleo familiare. È una questione di equità e di diritto alla salute. Un cammino di molte miglia inizia sempre con un primo passo, ma è necessario che seguano altri passi per percorrere tutta la strada che porta alla meta», concludono la Presidente Martina Bruscagnin e la Vicepresidente Monica Ceccatelli di Vivere ETS.
Alla Camera si avvicina il voto sul disegno di legge dedicato alle terapie digitali, l’Italia prova così a colmare uno dei principali vuoti normativi della sanità digitale italiana: definire come software clinicamente validati, algoritmi e piattaforme basate su intelligenza artificiale e dotate di marcatura CE possano entrare nei percorsi di cura del Servizio sanitario nazionale e aprire all’ingresso delle terapie digitali nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), per diventare rimborsabili dal Servizio sanitario nazionale.
Simona Loizzo
Il testo, attualmente in discussione parlamentare, prevede l’istituzione di un Comitato nazionale per le terapie digitali e il coinvolgimento diretto di AGENAS nel percorso di valutazione HTA. Parallelamente, il Programma Nazionale HTA 2026-2028 ha già inserito tra le priorità strategiche le tecnologie digitali e AI-based, segnalando un cambio di paradigma nella governance dell’innovazione sanitaria italiana.
«La discussione generale si è conclusa ieri e il voto in Aula potrebbe arrivare entro un paio di settimane, dopo la pausa per le amministrative. A giugno l’Italia potrebbe finalmente avere il suo decreto sulle terapie digitali». A parlare è la deputata Simona Loizzo, prima firmataria della proposta di legge che punta a regolamentare le Digital Therapeutics nel nostro Paese.
Secondo Loizzo, uno dei nodi centrali sarà il coordinamento tra il nuovo Comitato nazionale per le terapie digitali, AGENAS e il Programma nazionale di Health Technology Assessment, così da evitare rallentamenti burocratici nell’accesso dei pazienti alle cure innovative.
Il comitato
Il Comitato sarà presieduto dalla Direzione generale dei dispositivi medici del Ministero della Salute e composto da 16 membri, inclusi rappresentanti di Stato-Regioni e AGENAS. «Il comitato proporrà l’inserimento in HTA delle terapie digitali che abbiano completato almeno un trial clinico», spiega la deputata. «Da lì partirà il percorso per l’eventuale accesso alla rimborsabilità».
Uno dei nodi centrali sarà il coordinamento tra il nuovo Comitato nazionale per le terapie digitali, AGENAS e il Programma nazionale HTA
Un passaggio che Loizzo considera strategico anche sul piano industriale. La possibilità di accedere alla rimborsabilità pubblica dopo una validazione clinica potrebbe infatti rendere l’Italia più attrattiva per le aziende che sviluppano Digital Therapeutics.
«Accelereremo gli investimenti delle nostre piccole e medie imprese che si cimenteranno in dispositivi medici ad altissima qualità tecnologica», sottolinea. «Per la prima volta queste soluzioni potranno entrare nei regimi di rimborsabilità e diventare competitive anche sui mercati esteri».
Sul fronte economico, la deputata chiarisce che il modello italiano non copierà integralmente né il sistema tedesco né quello francese. «Utilizzeremo una via italiana alla rimborsabilità», afferma Loizzo. «Una volta inserite nei Livelli essenziali di assistenza, saranno definite modalità specifiche per la loro remunerazione».
Garantire accesso alle DTx su tutto il territorio italiano
Altro tema chiave è quello dell’equità territoriale. La presenza della Conferenza Stato-Regioni nel Comitato dovrebbe, nelle intenzioni della proposta, favorire una governance condivisa e ridurre il rischio di disomogeneità regionali nell’accesso alle terapie digitali.
«Ci sarà un confronto continuo con le Regioni già nella fase decisionale», spiega Loizzo. «L’obiettivo è garantire un accesso uniforme alle Digital Therapeutics su tutto il territorio nazionale».
L’obiettivo è garantire un accesso uniforme alle Digital Therapeutics su tutto il territorio nazionale
Per la deputata, però, il significato della riforma va oltre gli aspetti organizzativi. «L’Italia apre finalmente al mercato dei non farmaci», conclude. «Parliamo di terapie regolate da algoritmi e intelligenza artificiale: quando la proposta di legge verrà approvata sarà un passaggio epocale per la sanità digitale italiana».
La proposta di legge
L’articolo 1 definisce le terapie digitali come interventi terapeutici basati su software, destinati a prevenire, gestire o trattare malattie attraverso la modifica del comportamento del paziente, con l’obiettivo di migliorare gli esiti clinici. Le terapie digitali possono essere utilizzate autonomamente o insieme a farmaci, dispositivi medici e altri interventi sanitari e devono possedere la marcatura CE come dispositivi medici software secondo la normativa europea.
L’articolo 2 stabilisce che le terapie digitali, in quanto dispositivi medici, rientrino nel Programma nazionale HTA dei dispositivi medici per la valutazione delle tecnologie sanitarie.
L’articolo 3 prevede l’istituzione, entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge, del Comitato nazionale per le terapie digitali presso il Ministero della Salute. Il Comitato sarà composto da 16 membri e supporterà le attività di valutazione e monitoraggio svolte da AGENAS. Il Ministero dovrà inoltre presentare ogni anno alle Camere una relazione sull’evoluzione, l’efficacia e lo sviluppo delle nuove tecnologie digitali in sanità.
L’articolo 4 disciplina l’inserimento delle terapie digitali nei LEA e nel nomenclatore tariffario, subordinandolo alle valutazioni HTA previste dal Programma nazionale. Per accedere ai LEA, le terapie digitali dovranno essere supportate da validazione clinica basata su evidenze scientifiche, con preferenza per studi randomizzati controllati.
Il sistema dei Livelli essenziali di assistenza (LEA) si trova oggi in una fase di transizione complessa, segnata da due dinamiche parallele ma non perfettamente allineate: da un lato l’aggiornamento dei LEA per includere nuove prestazioni, tecnologie e farmaci; dall’altro la loro effettiva attuazione uniforme sul territorio nazionale.
I LEA sono in aggiornamento, ma restano irrisolti nodi strutturali di attuazione
Un doppio binario che, secondo Tonino Aceti, presidente di Salutequità, rischia di trasformarsi in una traiettoria incoerente se non si interviene su nodi strutturali ancora irrisolti. «L’aggiornamento dei LEA 2017 è ancora in itinere – spiega – ed è un passo in avanti perché introduce nuove prestazioni, ma non è risolutivo. Inserisce alcune cose e ne lascia fuori altre. Il punto vero è portarlo a compimento e, soprattutto, rimettere ordine nel sistema complessivo».
Aggiornamento LEA: un processo incompiuto e condizionato dal nodo tariffe
Tonino Aceti
Il processo di aggiornamento dei LEA si inserisce in un contesto giuridico e amministrativo ancora instabile. Le sentenze del TAR Lazio che hanno annullato il decreto tariffe, sia per la specialistica sia per la protesica, hanno generato un vuoto regolatorio significativo.
«Noi abbiamo un aggiornamento in corso – sottolinea Aceti – ma dall’altra parte c’è un problema strutturale: il decreto tariffe è stato annullato. Se non si risolve questo nodo entro il 2026, il rischio concreto è tornare indietro di vent’anni, ai LEA pre-Lorenzin del 2001».
Il problema non è solo tecnico, ma sistemico: le nuove prestazioni vengono costruite su un impianto tariffario non più valido, con il rischio di bloccare l’intero processo di innovazione.
«Se non sistemiamo il vecchio, il nuovo non può funzionare. E questa confusione rischia di tradursi in un arretramento dei diritti dei cittadini», aggiunge.
La fragilità del sistema e il rischio di perdita di fiducia
Al centro delle riflessioni di Aceti non c’è solo la complessità normativa, ma anche la qualità del processo decisionale. Aceti richiama esplicitamente il tema dell’istruttoria amministrativa: «Il TAR ha annullato il decreto perché non è stata fatta un’adeguata istruttoria. Questo è un messaggio molto negativo per i cittadini: sui diritti non si può essere approssimativi».
Instabilità tariffaria e criticità amministrative mettono a rischio la tenuta del sistema
Il rischio, secondo il presidente di Salutequità, è duplice: da un lato lo spreco delle risorse destinate annualmente all’aggiornamento dei LEA; dall’altro l’erosione della fiducia nel Servizio sanitario nazionale.
«Se non utilizziamo bene le risorse dedicate all’ampliamento dei diritti, non solo perdiamo un’opportunità, ma indeboliamo il rapporto di fiducia tra cittadini e SSN».
Innovazione farmaceutica e diagnostica: un sistema asincrono
Uno dei punti più critici riguarda l’introduzione dei test genomici e diagnostici (NGS) collegati alle terapie personalizzate. Un ambito in cui l’innovazione farmacologica procede più rapidamente della regolazione dei servizi diagnostici.
«Abbiamo un sistema asincrono – spiega Aceti –: da una parte AIFA immette nuovi farmaci in modo continuo, dall’altra il sistema di rimborso dei test diagnostici è rigido e lento. Questo crea una frattura che rischia di compromettere l’accesso alle terapie personalizzate».
Il problema è strutturale: un farmaco può essere rimborsato, ma senza la disponibilità del test genetico associato diventa di fatto inutilizzabile.
Innovazione farmaceutica e diagnostica procedono a velocità non allineate
«È una terapia “zoppa”. Se non puoi fare il test, non puoi trattare il paziente. Questo genera disuguaglianze inaccettabili tra territori».
Per Aceti, la soluzione passa da una governance più flessibile e integrata: «Serve un sistema dinamico, quasi a geometria variabile, che allinei tempi e regole di farmaci e diagnostica. Non possiamo avere due velocità su un’unica presa in carico».
LEA attuati a macchia di leopardo: il divario territoriale
Il secondo grande nodo riguarda l’attuazione dei LEA. I dati più recenti confermano un quadro fortemente disomogeneo: solo otto regioni risultano pienamente adempienti nel 2023, mentre altre continuano a registrare criticità strutturali.
«Non si tratta di contrapporre autonomie e centralismo – osserva Aceti –. Il problema è che il sistema nel suo complesso non garantisce uniformità. Anche le regioni commissariate non riescono a recuperare performance adeguate».
Le maggiori fragilità si concentrano nella prevenzione e nell’assistenza distrettuale, nonostante gli investimenti del PNRR.
«È un dato preoccupante: abbiamo investito sul territorio, ma i risultati non si vedono. Questo significa che manca una capacità di governo complessiva».
Le leve del governo centrale: finanziamento, programmazione e controllo
Per Aceti, il problema delle disuguaglianze territoriali si lega a tre leve ancora deboli a livello centrale: finanziamento, programmazione e controllo.
Sul fronte finanziario, il sistema continua a basarsi su criteri storici più che su reali fabbisogni: «Non abbiamo una metodologia chiara per stimare quanto costa garantire i LEA in modo aggiornato. Continuiamo a finanziare lo storico, senza una valutazione dinamica dei bisogni».
Sul piano della programmazione, il vuoto è ancora più evidente: «Il Piano sanitario nazionale è fermo da quasi vent’anni. Senza una visione strategica, le regioni si muovono senza un perimetro chiaro».
Infine, il sistema di controllo: «Il sistema di garanzia LEA è importante, ma si basa su soli 27 indicatori. Troppo pochi rispetto ai 142 miliardi che vengono trasferiti alle regioni. E soprattutto non sempre le criticità vengono affrontate in modo tempestivo».
Digital health: da leva di equità a strumento di efficientamento
Un ulteriore elemento critico riguarda la digitalizzazione sanitaria. Secondo Aceti, la digital health rischia oggi di essere utilizzata prevalentemente come strumento di efficientamento economico, più che come leva di equità e innovazione.
Il rischio è una “innovazione di superficie”: piccoli cambiamenti, non una trasformazione reale del sistema
«Oggi la digitalizzazione viene usata soprattutto per ridurre i costi. Ma potrebbe essere molto di più: uno strumento per migliorare accesso, equità, continuità assistenziale ed empowerment del cittadino».
Il rischio è quello di una “innovazione di superficie”: «Stiamo facendo piccoli aggiustamenti, ma non una trasformazione reale del sistema».
Riforma farmaceutica: un’occasione ancora incompleta
La riforma del Testo unico sulla farmaceutica rappresenta, nelle intenzioni, una delle principali leve di modernizzazione del sistema. Tuttavia, secondo Aceti, il testo rischia di non cogliere alcune delle principali criticità strutturali.
«È un’opportunità importante, ma manca un intervento su nodi decisivi. Penso ai prontuari terapeutici regionali, che continuano a generare frammentazione e disuguaglianze».
Infine, la digitalizzazione applicata alla farmaceutica: «Non c’è una valorizzazione della digital health per la continuità terapeutica, né per l’aderenza alle cure. E manca completamente una regolazione delle digital therapeutics».
Una riforma tra risorse e governance
A fronte della persistenza di queste disuguaglianze e dei ritardi nell’accesso, il problema è ancora “di risorse” oppure è diventato soprattutto un problema di governance e responsabilità istituzionale? Per Aceti, la risposta è necessariamente duplice.
«Spendiamo più di quanto dovremmo senza sapere con precisione quanto costa garantire i LEA»
«Non è solo un problema di risorse: a fronte dello sforzo importante nell’allocare un quantitativo di risorse in valori assoluti maggiore rispetto al passato, permane il sottofinanziamento rispetto al fabbisogno reale. Il punto è che non abbiamo una governance adeguata per programmare, allocare e utilizzare le risorse in modo efficace».
Il risultato è un sistema che fatica a garantire sostenibilità ed equità: «Spendiamo più di quanto dovremmo senza sapere con precisione quanto costa garantire i LEA. E al tempo stesso non utilizziamo sempre bene le risorse disponibili».
Il rischio di un sistema senza direzione
Il quadro che emerge è quello di un sistema sanitario che continua a produrre innovazione normativa ma fatica a tradurla in diritti esigibili e uniformi.
Tra aggiornamento dei LEA, attuazione disomogenea e riforma farmaceutica, il rischio – secondo Aceti – è quello di un sistema che perde coerenza.
Un monito che chiama in causa non solo la sostenibilità del SSN, ma la sua capacità di continuare a essere, concretamente, un sistema universalistico.
In Italia, migliaia di persone ricevono ogni anno attività artistiche e culturali prescritte da medici, psicologi o assistenti sociali. Nessuno le aveva mai contate.
«Con questa ricerca è emersa l’effervescenza e la numerosità di pratiche diffuse»
«Questa indagine è uno strumento potenziale per le politiche nella fase in corso di ridisegno di ogni sistema. La prescrizione sociale, attuata con successo in altri Paesi, contribuisce a mettere a sistema risorse di prossimità – culturali, sociali, sportive – per migliorare la qualità della vita della popolazione, soprattutto la più vulnerabile, e nel contempo può alleggerire la pressione sui servizi sanitari. È un cambio di paradigma: significa riconoscere che la Salute richiede l’attivazione delle risorse presenti nella comunità», afferma Catterina Seia, Presidente del CCW. «Con questa ricerca è emersa l’effervescenza e la numerosità di pratiche diffuse che hanno necessità di condizioni abilitanti per evitare frammentazione e temporaneità. Che richiedono competenze e processi condivisi in un quadro di seria valutazione per nutrire un sistema equo, in tutto il Paese. Il compito che ci assumiamo – come CCW, insieme ai partner – è portare questi primi dati nelle sedi dove si assumono le decisioni».
«La fase delle sperimentazioni pilota o delle buone pratiche isolate è alle spalle», dichiara Annalisa Cicerchia, Vicepresidente del CCW e Responsabile scientifica dell’indagine. «Stiamo parlando di un insieme ampio e variegato, che attende di essere legittimato, coordinato da chi governa, consolidato, sostenuto. La sfida è passare da esperienze virtuose a sistemi strutturati. Da progetti a politiche. Da innovazioni a diritti esigibili».
«La sfida è passare da esperienze virtuose a sistemi strutturati»
«La ricerca sulla prescrizione sociale culturale rappresenta un interessante sviluppo nel percorso che la Fondazione Compagnia di San Paolo porta avanti insieme al Cultural Welfare Center per valorizzare il ruolo della cultura come leva di ben-essere, inclusione e partecipazione attiva. Il crescente interesse a livello nazionale, anche da parte delle istituzioni, è rafforzato dalle evidenze scientifiche che ne documentano l’efficacia. Nel solco del DPP 2025-2028, continuiamo a promuovere alleanze tra cultura, salute e sociale, con particolare attenzione alle persone over 65, sostenendo modelli innovativi di welfare di comunità capaci di generare impatto sociale e qualità della vita sui territori». Dichiara Elena Franco, Consigliera della Fondazione Compagnia di San Paolo.
I dati principali
918 organizzazioni attive in tutta Italia, suddivise in 617 Unità di Prescrizione Sociale (UPS) — con un percorso di invio strutturato — e 301 Unità di Welfare Culturale (UCW), che erogano attività artistiche e culturali per la salute senza un invio formale. Il 97% delle UCW dichiara di voler avviare percorsi di prescrizione.
Una distribuzione fortemente sbilanciata
Il Nord-Ovest concentra il 39% delle organizzazioni a fronte del 27% della popolazione, mentre il Sud e le Isole ne contano appena il 14% pur rappresentando il 34% della popolazione italiana. Il Mezzogiorno non è assente: è invisibile ai canali istituzionali.
Un insieme multiprescrittore
A differenza del modello britannico — centrato sul medico di base — il sistema italiano si caratterizza per una rete di invio plurale: psicologi e psicologhe (32%), assistenti sociali (24%), insegnanti (24%), pediatri e pediatre (20%). Il medico di base si ferma all’8%: non per mancanza di interesse, ma per assenza di strumenti integrati.
Risultati eccezionali, ma fragili
Il 97% di chi inizia un percorso lo porta a termine — un tasso straordinario per un’attività volontaria e comunitaria. Il 75% raggiunge gli obiettivi di ben-essere dichiarati. Eppure il 40% dei percorsi si chiude senza alcun intervento successivo, e solo il 24% delle organizzazioni dispone di link worker strutturati, nonostante vengano ritenuti essenziali dall’86% di coloro che lavorano in questo campo.
Tre nodi critici e quattro leve di sistema
L’indagine identifica tre nodi strutturali che frenano la crescita del campo:
la scarsità di figure di collegamento qualificate (link worker), considerate essenziali per il’86% delle organizzazioni e disponibili solo nel 24%;
la mancanza di follow-up sistematico dopo il percorso;
finanziamento instabile, con il 28% delle organizzazioni operative senza fondi strutturati e il 19% che scarica i costi su chi partecipa – contraddicendo l’obiettivo di equità del modello.
Per superare queste criticità, la ricerca propone quattro leve di policy:
il riconoscimento formale delle organizzazioni di welfare culturale nei Piani di Zona e nei Piani Locali per la Salute;
il raccordo istituzionale attraverso le Case di Comunità (D.M. 77/2022) con un catalogo digitale delle risorse culturali integrato nei software delle professioni sanitarie;
la professionalizzazione della figura di link worker con un profilo certificato e la formazione nelle lauree sanitarie e culturali;
il finanziamento strutturale attraverso voucher regionali, fondi socio-sanitari e riconoscimento del volontariato come co-finanziamento.
Contesto internazionale
L’Italia si inserisce in un movimento europeo e globale. Il rapporto dell’OMS del 2019 ha documentato oltre 3.000 studi scientifici che dimostrano i benefici delle attività artistiche su salute mentale, fisica e sociale. La Social Prescribing Network conta oggi esperienze in oltre 20 Paesi. L’indagine italiana, che censisce 918 organizzazioni rispetto alle 675 rilevate nell’intera UE dall’indagine internazionale Culture for Health, suggerisce che il nostro Paese ha un patrimonio unico – e ancora sottofinanziato.
I risultati completi dell’indagine sono stati presentati il 12 maggio 2026 in orario 10-12 in un webinar pubblico aperto a operatori e operatrici sanitari e sociali, istituzioni, operatori e operatrici culturali, ricercatori e ricercatrici, con la partecipazione di rappresentanti dell’OMS per la Regione Europa, dei Ministeri della Salute e della Cultura, dell’Istituto Superiore di Sanità e di Culture Action Europe.