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Psichiatria minorile: un primo tentativo di mappatura delle strutture residenziali in Italia

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Con questa indagine si realizza un primo tentativo di mappatura geolocalizzata della residenzialità terapeutica minorile, offrendo un’iniziale ricostruzione dei dati anagrafici e della disponibilità di servizi sul territorio nazionale. Un traguardo raggiunto grazie a un imponente lavoro di mappatura nazionale che abbiamo realizzato con il supporto della Fenascop (Federazione nazionale strutture comunitarie psicosocioterapeutiche) e di Mito & Realtà (l’associazione per le comunità terapeutiche e residenziali ETS).

L’indagine ha inoltre beneficiato del contributo scientifico di Claudio Bencivenga, psicologo e psicoterapeuta, già docente di Psicologia dei gruppi e delle famiglie presso l’Università degli Studi di Parma, tra i pionieri della residenzialità terapeutica minorile, che già nel lontano 2003 promosse nel Lazio, insieme a Codess Sociale, la prima struttura terapeutica estensiva a carattere comunitario per minori adolescenti.

La mappatura ricostruisce i dati attraverso fonti diverse e accessi agli atti, in assenza di un censimento istituzionale completo

Per giungere ai risultati di questa indagine, abbiamo anche inviato richiesta di accesso agli atti a tutte le aziende sanitarie provinciali e agli assessorati regionali competenti, ma non tutti hanno risposto inviando i propri dati, rendendo indispensabile un paziente lavoro di cucitura e recupero delle informazioni.

Oggi, questa mappatura getta una luce vivida su un sistema sociosanitario caratterizzato da abissali disparità territoriali e normative regionali a macchia di leopardo.

I numeri del Paese: una radiografia della residenzialità terapeutica tra luci e ombre profonde

Analizzando il quadro d’insieme emerso dal censimento, l’Italia conta complessivamente 112 strutture terapeutiche residenziali dedicate ai minori, per un volume complessivo di posti letto che oscilla tra i 1.277 e i 1.287. Se consideriamo che la popolazione adolescente italiana sta affrontando un’impennata senza precedenti di disturbi neuropsichiatrici, ansia sociale e tentativi di autolesionismo, questi numeri appaiono non solo esigui, ma soprattutto distribuiti in modo profondamente iniquo.

I dati nazionali, presi da soli, nascondono infatti una polarizzazione geografica estrema. Siamo di fronte a un sistema che non garantisce lo stesso diritto alla salute e alla cura terapeutica sul territorio nazionale, violando di fatto i principi di equità e universalità su cui si fonda il nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Il predominio del Nord: la Lombardia locomotiva della cura psichiatrica minorile

La macro-area del Nord si conferma il baricentro assoluto della residenzialità terapeutica per minori in Italia. Questa zona geografica da sola ospita ben 52 strutture attive, pari al 46,4% del totale nazionale, con una disponibilità di posti letto che oscilla tra un minimo di 675 e un massimo di 685 a seconda delle fluttuazioni regionali.

All’interno di questa macro-area, la Lombardia si attesta come la regina incontestata della classifica nazionale, staccando nettamente tutte le altre regioni. Il territorio lombardo conta, infatti, ben 25 comunità terapeutiche attive e accreditate, per un totale di ben 401 posti letto. Si tratta di quasi un terzo dell’intera offerta italiana. Scendendo nel dettaglio delle singole Agenzie di Tutela della Salute (ATS) lombarde, emerge come l’ATS di Insubria guidi la classifica interna con 5 strutture e 115 posti letto, seguita da Pavia con 4 comunità per 70 posti, dalla Brianza con 4 strutture e 68 letti, da Milano con 6 strutture per 60 posti totali e infine da Brescia che ne conta 2 con 28 posti letto.

Il Nord concentra il 46,4% delle strutture e oltre la metà dei posti letto disponibili

A rincorrere la Lombardia nel Settentrione troviamo il Piemonte, che mette a disposizione 8 comunità terapeutiche minorili, tutte private accreditate, per complessivi 76 posti letto, benché intere ASL come la Verbano Cusio Ossola, Biella e Alba-Bra risultino completamente scoperte.

Segue a ruota il Veneto con 8 strutture e 66 posti letto regolati dalla Comunità Terapeutica Riabilitativa Protetta. Per quanto riguarda le altre realtà settentrionali: la Valle d’Aosta dispone di 3 strutture e 45 posti letto, di cui 15 dedicati specificamente ai disturbi del comportamento alimentare, un settore critico in costante crescita. Il Trentino Alto-Adige risponde con 3 strutture e una forchetta tra i 30 e i 35 posti letto, mentre la Liguria offre 2 comunità con 43 posti letto. Chiude la fila del Nord l’Emilia-Romagna con 3 strutture e un’offerta compresa tra i 27 e i 32 posti letto, con importanti hub di gestione delle crisi posizionati a Parma, Bologna e Rimini.

Il Centro resiste a fatica: l’Umbria svetta per numero di strutture ma il Lazio offre più posti letto

Spostando lo sguardo verso il Centro Italia, la mappatura rileva una presenza complessiva di 23 comunità terapeutiche minorili e un totale di 209 posti letto.  In questo quadrante geografico assistiamo a un interessante paradosso statistico: l’Umbria si colloca al vertice regionale per numero di strutture, contandone ben 9 per complessivi 54 posti letto. Ma l’ASL Umbria 1 non possiede strutture pubbliche proprie e deve ricorrere a convenzioni con privati per sopperire al fabbisogno del territorio.

Di contro, il Lazio, pur disponendo di sole 7 strutture attive, vanta la maggiore capacità ricettiva del Centro con 86 posti letto distribuiti in comunità terapeutiche estensive ed intensive a media e alta intensità.

Abruzzo e Sicilia evidenziano gravi carenze nella disponibilità di strutture terapeutiche residenziali

La Toscana partecipa al sistema centrale con 5 comunità terapeutiche e 49 posti letto, mentre le Marche si collocano sul fondo della classifica del Centro con sole 2 strutture e 20 posti lettocomplessivi.

Uno dei dati più sconcertanti dell’indagine appartiene all’Abruzzo. In questa regione il censimento ha registrato un desolante e rotondo zero: zero comunità terapeutiche per minori e zero posti letto attivi sul territorio. Un vuoto assistenziale totale che costringe i minori abruzzesi affetti da gravi patologie psichiatriche e le loro famiglie a emigrare verso altre regioni, spezzando i legami affettivi e sociali nel momento più vulnerabile della loro esistenza. Nonostante la presenza di alcune comunità di tipo esclusivamente socio-educativo come Persefone o La Bussola, la totale assenza di strutture terapeutiche residenziali sanitarie rappresenta una ferita aperta nel tessuto sociale abruzzese.

La desertificazione del Sud e il miracolo campano

La macro-area del Sud presenta una situazione statistica caratterizzata da squilibri strutturali drammatici. Con 23 strutture complessive e 200 posti letto, il Mezzogiorno d’Italia sembrerebbe allineato ai numeri del Centro, ma a fare la parte del leone è in realtà la Campania, che da sola detiene ben 13 strutture e 146 posti letto, ponendosi come il vero e proprio argine sociosanitario del Mezzogiorno. Dietro questa eccellenza campana, tuttavia, si nasconde il vuoto in molte regioni limitrofe.

La Puglia conta 9 strutture ma per soli 50 posti letto totali, lasciando ampie porzioni di territorio sprovviste di un’adeguata copertura assistenziale.

La Basilicata tocca i minimi storici con una sola struttura pubblica ad alta intensità terapeutica e appena 4 posti letto disponibili sul proprio territorio regionale.

L’eccezione delle Isole: la Sardegna surclassa la Sicilia in un confronto impietoso

La macro-area delle Isole registra 14 strutture e 193 posti letto complessivi, ma rivela al contempo un divario interno che ricalca in piccolo le fratture dell’intera penisola.

La Sardegna si impone come un modello virtuoso inatteso, mettendo in campo ben 12 strutture e 168 posti letto autorizzabili suddivisi accuratamente in base all’intensità del trattamento, da quello ad alta intensità a quello a media e bassa intensità psichiatrica.

Le differenze regionali riguardano anche requisiti, accreditamento, standard assistenziali e tariffe

Questo sforzo programmatorio sardo contrasta drammaticamente con la situazione della Sicilia. L’isola più grande d’Italia e con una popolazione quasi tripla rispetto a quella sarda dispone infatti di sole 2 comunità terapeutiche attive e accreditate sul proprio territorio, per un totale di appena 25 posti letto complessivi.

Il “limbo” delle comunità educative e riabilitative: tra integrazione e supplenza terapeutica

Al di sotto della rete sanitaria ufficiale, esiste una fitta galassia di “altre tipologie” di strutture, quali le Comunità Educative Riabilitative (CER) del Veneto, una comunità educativa a scopo terapeutico-riabilitativo in Abruzzo o una comunità educativa integrata in Emilia-Romagna.

Le comunità socio-educative possono trovarsi a supplire alle carenze dell’offerta terapeutica sanitaria

Pur essendo formalmente catalogate sotto l’egida socio-educativa o dell’integrazione sociale, la realtà quotidiana spinge spesso queste realtà a confrontarsi con disagi psichici ed emotivi di notevole gravità. Sebbene i dati ufficiali non descrivano esplicitamente questo meccanismo di adeguamento strutturale, nella pratica operativa del settore queste comunità si trovano frequentemente nella necessità di “potenziare” il proprio organico interno con psicologi, psicoterapeuti ed educatori specializzati, trasformandosi di fatto — pur senza un bollino di accreditamento sanitario formale — in presidi terapeutici pienamente operativi per colmare i cronici vuoti assistenziali del territorio.

La frammentazione normativa: il labirinto burocratico che ostacola la cura e l’integrazione

Dietro la fredda disparità dei numeri si cela una “giungla legislativa” che rende il lavoro degli operatori sanitari e la vita delle famiglie un vero inferno burocratico. Questo censimento nazionale evidenzia come non esista una definizione omogenea di “comunità terapeutica per minori” a livello italiano. Ogni singola regione ha legiferato in totale autonomia, creando sigle, standard assistenziali, requisiti di accreditamento e tariffe estremamente eterogenei.

La frammentazione normativa rischia di compromettere equità e continuità dei percorsi di cura

Se in Campania si parla di SIRMIV (Struttura Intermedia Residenziale per Minori ad Intensità Variabile) e SISeM (Struttura Intermedia Semiresidenziale per Minori), nel Lazio troviamo le SRTRe (Struttura Residenziale Terapeutico Riabilitativa Estensiva) e le SRTRi (Struttura Residenziale Terapeutico Riabilitativa Intensiva), in Emilia-Romagna si utilizzano le sigle RTP-M (Strutture Residenziali Terapeutiche Post-Acuzie per Minori) e in Veneto le CTRP (Comunità Terapeutica Riabilitativa Protetta – o Residenziale Protetta).

Questa babele di acronimi non è solo una questione formale: corrisponde a minuti di assistenza medica e infermieristica differenti, a standard strutturali dissimili e a percorsi clinici di cura che cambiano radicalmente varcando un confine regionale. Il risultato è un sistema sanitario frammentato in venti piccoli sistemi indipendenti, dove la qualità e la tempestività della cura psichiatrica minorile dipendono esclusivamente dal codice postale di nascita del giovane paziente.

FSE 2.0: ancora disomogenea l’integrazione dei dati di laboratorio

Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 punta a trasformare il referto da documento digitale da consultare a dato strutturato, riconoscibile e utilizzabile nei diversi contesti assistenziali. Ma la standardizzazione delle informazioni di laboratorio procede ancora in modo disomogeneo sul territorio nazionale, con criticità che riguardano l’adozione degli standard, la governance e le competenze professionali.

A evidenziarlo è una survey promossa dal Gruppo Operativo SIBioC “Refertazione strutturata, contenuti informativi e codifica LOINC per l’interoperabilità del FSE 2.0”, coordinato da Flavia Lillo. L’indagine, presentata in occasione del 58° Congresso nazionale della Società Italiana di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica (SIBioC), ha coinvolto 254 professionisti della Medicina di Laboratorio di tutte le Regioni, prevalentemente dirigenti e direttori di laboratorio.

LOINC, adozione ancora disomogenea

Secondo i risultati dell’indagine, il 40% dei partecipanti riferisce un’adozione almeno parziale dello standard internazionale LOINC, utilizzato per identificare in maniera univoca gli esami di laboratorio.

Anche dove lo standard è stato introdotto, tuttavia, non sempre è nota la sua effettiva estensione: il 60% degli intervistati dichiara di non disporre di informazioni sufficienti sulla copertura, mentre solo il 20% segnala un’adozione superiore all’80%.

Lo standard internazionale LOINC è utilizzato per identificare in maniera univoca gli esami di laboratorio

Sul fronte della governance, appena il 45% dei partecipanti riferisce la presenza di progetti strutturati, referenti o iniziative regionali coordinate per l’armonizzazione e lo scambio dei dati di laboratorio.

Tra le principali criticità emergono la scarsa conoscenza del tema, la presenza di sistemi informativi differenti, le difficoltà di comunicazione tra piattaforme, la formazione limitata e il coinvolgimento ancora insufficiente dei professionisti del laboratorio.

Dal documento digitale al dato interoperabile

La trasformazione richiesta dal FSE 2.0 non consiste soltanto nel trasferimento elettronico del referto. Le informazioni devono poter essere riconosciute, comprese e confrontate anche quando il paziente cambia struttura sanitaria o Regione, mantenendo invariato il proprio significato clinico.

In questo scenario, la standardizzazione semantica assume un ruolo centrale. L’utilizzo di codifiche comuni come LOINC consente infatti di identificare lo stesso esame indipendentemente dal laboratorio che lo ha prodotto, facilitando il confronto dei risultati nel tempo e la ricostruzione della storia clinica.

Il tema si inserisce anche nel percorso verso lo European Health Data Space (EHDS), che punta a definire regole, standard e infrastrutture comuni per favorire l’utilizzo sicuro e interoperabile dei dati sanitari elettronici in Europa.

Il dato diagnostico deve essere riconoscibile nei diversi sistemi e mantenere lo stesso significato clinico lungo il percorso del paziente

«Il Fascicolo Sanitario Elettronico rappresenta una grande opportunità, ma non è sufficiente trasferire un referto dal cartaceo al digitale – sottolinea Sabrina Buoro, Presidente SIBioC – Il salto di qualità consiste nel fare in modo che il risultato diagnostico possa seguire la persona, essere riconosciuto nei diversi sistemi e mantenere ovunque lo stesso significato clinico. Questo ha dirette conseguenze sulla qualità e sulla sicurezza delle cure: un dato comprensibile, confrontabile e affidabile consente al medico di ricostruire meglio la storia del paziente e assumere decisioni più appropriate».

Per sostenere questa trasformazione, SIBioC richiama il ruolo della formazione dei professionisti della Medicina di Laboratorio, chiamati a partecipare attivamente ai processi di codifica e alla governance della qualità del dato.

Il dato deve essere comprensibile anche al cittadino

L’interoperabilità non è l’unico requisito. Con l’accesso diretto al Fascicolo Sanitario Elettronico, anche il cittadino consulta sempre più spesso i propri risultati diagnostici senza la tradizionale mediazione del professionista sanitario.

«I risultati confermano che la transizione verso il dato strutturato non è soltanto una sfida tecnologica, ma richiede governance, formazione, competenze professionali e una maggiore collaborazione multidisciplinare: la standardizzazione semantica rappresenta un passaggio essenziale per rendere i dati di laboratorio realmente interoperabili, comprensibili e utilizzabili nel FSE 2.0 – evidenzia Serena Battilomo, Direttore Ufficio 3 – Sistema informativo sanitario nazionale e innovazione digitale in sanità, Ministero della Salute – Ma la digitalizzazione pone anche una seconda sfida: rendere il dato non soltanto accessibile, ma realmente comprensibile e utilizzabile. Attraverso il FSE il cittadino accede infatti sempre più direttamente ai propri dati clinici, a volte senza la tradizionale mediazione interpretativa del professionista sanitario».

La standardizzazione dei referti richiede governance, formazione e collaborazione multidisciplinare

SIBioC richiama quindi la necessità di referti più chiari e facilmente interpretabili, mantenendo la possibilità di una contestualizzazione clinica da parte del professionista.

Un dato strutturato e affidabile può contribuire non solo alla continuità e alla personalizzazione delle cure, ma anche, nel rispetto delle regole previste, alla prevenzione, alla ricerca epidemiologica e alla programmazione sanitaria.

Farmaci, l’Europa riscrive le regole dopo vent’anni: il Consiglio Ue adotta il pacchetto farmaceutico

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di Ivana Barberini

Per trovare una riforma di questa portata bisogna tornare al 2004. Il Consiglio dell’Unione europea ha adottato la propria posizione in prima lettura sul cosiddetto “pacchetto farmaceutico”, un regolamento e una direttiva che riscrivono quasi ogni fase della vita di un medicinale, dalla protezione dei dati delle sperimentazioni all’arrivo dei generici, dalla gestione delle carenze agli incentivi per antibiotici e farmaci orfani.
Il percorso è stato lungo. La Commissione europea aveva presentato la proposta nell’aprile 2023, il Parlamento europeo aveva votato la sua posizione nell’aprile 2024, il Consiglio ha definito il proprio mandato negoziale il 4 giugno 2025 e l’intesa politica sul testo finale è arrivata l’11 dicembre 2025. I testi approvati dal Consiglio recepiscono quell’accordo e ora tornano all’Eurocamera per il via libera definitivo. Una volta pubblicate nella Gazzetta ufficiale Ue, le nuove regole entreranno in vigore dopo venti giorni, ma per la maggior parte delle disposizioni ci sarà un periodo di transizione di due anni, il tempo per gli Stati membri per recepire la direttiva e, dopo lo stesso intervallo, diventerà applicabile il regolamento. Alcune parti, però, partiranno prima: le norme sulle carenze dopo sei mesi, quelle sui medicinali critici e sul voucher per gli antibiotici da subito.

Gli obiettivi sono due e tenerli insieme non è semplice: garantire ai pazienti un accesso equo a medicinali sicuri, efficaci e sostenibili dal punto di vista economico in tutti gli Stati membri e, allo stesso tempo, mantenere competitiva l’industria farmaceutica europea, riducendo gli oneri normativi e rendendo più sicuri gli approvvigionamenti.

Il nuovo pacchetto farmaceutico riscrive dopo vent’anni le regole europee su accesso, innovazione e disponibilità dei medicinali

Sottolinea Armando Genazzani, Presidente della Società Italiana di Farmacologia (SIF): «Questa legislazione, inoltre, si deve leggere insieme al Critical medicines act, al Biotech Act, e anche anche iniziative sul dual use. La grande domanda è se tutte queste iniziative saranno sufficienti per rendere l’Europa competitiva nei confronti degli Stati Uniti e della Cina e se saranno in grado di attrarre investimenti e contestualmente rendere appetibile il mercato farmaceutico europeo».

Perché serviva una riforma

In vent’anni il mercato del farmaco è diventato molto più globale, ma l’accesso alle cure in Europa è rimasto disomogeneo. In alcuni Paesi dell’Ue certe terapie non sono disponibili, o lo sono a costi non sostenibili, e molti bisogni di salute restano senza risposta. La pandemia di Covid-19 ha poi reso evidente quanto l’Europa dipenda da Paesi terzi per medicinali e materie prime, mostrando i limiti delle regole in vigore. Nel frattempo è cresciuta anche l’attenzione per l’impatto dei farmaci sull’ambiente.

Armando Genazzani

Conferma Genazzani: «Negli ultimi 20 anni il mondo del farmaceutico è radicalmente mutato. Basti pensare agli  avanzamenti tecnologici, alla ristrutturazione sostanziale del modello di ricerca e sviluppo degli sviluppatori di farmaci, allo stress a cui sono soggetti i servizi sanitari nazionali e i pagatori in genere. È ovvio che una riforma sostanziale della legislazione Europea era necessaria e impellente.

Trovare la quadratura del cerchio in Europa su un tema così trasversale non è ovviamente facile. I paesi dell’Unione europea sono molto diversi per spesa farmaceutica pro capite, per interessi industriali legati al farmaco e anche per disponibilità effettiva dei farmaci. La nuova legislazione quindi è un compromesso, in cui si cerca di trovare un equilibrio tra questi interessi, talvolta contrapposti».

Quanto dura l’esclusiva su un nuovo farmaco

Il capitolo più atteso riguarda il tempo durante il quale un’azienda può sfruttare in esclusiva il proprio prodotto. Chi porta sul mercato un nuovo medicinale avrà otto anni di protezione dei dati. Per tutto questo periodo nessun concorrente potrà fare riferimento ai risultati dei suoi studi preclinici e clinici per ottenere un’autorizzazione. A questi si aggiunge un anno di protezione del mercato, durante il quale generici e biosimilari, anche se già autorizzati, non possono essere venduti.

La riforma introduce nuovi incentivi all’innovazione, modulando i periodi di protezione in base ai benefici apportati

La protezione del mercato si allunga di altri dodici mesi in due casi. Il primo riguarda i farmaci che rispondono a un bisogno medico insoddisfatto come medicinali per malattie potenzialmente letali o gravemente invalidanti per cui nell’Ue non esiste ancora una terapia autorizzata, oppure che offrono un miglioramento clinicamente rilevante rispetto a quelle disponibili. Tutti i farmaci orfani rientrano automaticamente in questa categoria. Il secondo riguarda i medicinali con una nuova sostanza attiva studiati secondo le indicazioni dell’Agenzia europea per i medicinali, a patto che le sperimentazioni sull’efficacia si siano svolte in più di uno Stato membro oppure che la domanda di autorizzazione sia stata presentata prima nell’Ue o al massimo entro 90 giorni da quella depositata altrove.
Un ulteriore anno può arrivare se, durante gli otto anni di protezione dei dati, l’azienda ottiene l’autorizzazione per una nuova indicazione terapeutica con un beneficio clinico significativo rispetto alle cure esistenti. La proroga si può ottenere una sola volta. Il tetto complessivo è di 11 anni, che salgono a 12 se al farmaco viene applicato il voucher previsto per chi sviluppa nuovi antibiotici.

C’è poi una novità per i medicinali già in commercio da tempo e “riposizionati” su una nuova malattia. Se la nuova indicazione non era mai stata autorizzata nell’Ue per quella sostanza e porta un beneficio clinico significativo, l’azienda potrà ottenere quattro anni di protezione dei dati, una sola volta per ciascun medicinale.

Generici dal primo giorno

Sul fronte opposto, la riforma allarga la cosiddetta “clausola Bolar”, l’esenzione che permette ai produttori di generici e biosimilari di preparare il proprio ingresso sul mercato mentre brevetti e certificati complementari sono ancora validi. Oltre agli studi e alle sperimentazioni per l’autorizzazione, l’esenzione coprirà la valutazione delle tecnologie sanitarie, le procedure di prezzo e rimborso e la partecipazione alle gare d’appalto, purché il farmaco non venga venduto prima della scadenza. L’obiettivo è che la versione equivalente possa arrivare ai pazienti già dal giorno dopo.

L’obbligo di fornire i farmaci

Uno dei punti più rilevanti per i sistemi sanitari riguarda la disponibilità effettiva dei farmaci protetti, che oggi non arrivano allo stesso modo in tutti i Paesi. Entro un anno dall’autorizzazione, ogni Stato membro potrà chiedere all’azienda di immettere il medicinale sul proprio mercato e di fornirlo in quantità sufficiente per i pazienti. Potrà pretendere, per esempio, che sia presentata una domanda di prezzo e rimborso, che l’azienda partecipi alle gare o che concordi un piano di introduzione. Se entro tre anni dalla richiesta il farmaco non sarà stato messo a disposizione e fornito con continuità, in quel Paese l’azienda perderà la protezione del mercato, salvo circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo.

L’Europa rafforza gli strumenti contro le carenze e punta a rendere più omogenea la disponibilità dei farmaci negli Stati membri

«Questa proposta è tra le più interessanti da un punto di vista politico – prosegue Genazzani, che però avverte: «Si fa fatica a capire come sarà attuata la richiesta di rendere disponibili i nuovi farmaci in tutti i paesi dell’Unione, con dei privilegi legati alla sua attuazione. Sono interessato a vedere come sarà declinata, poiché non sempre è responsabilità esclusivamente delle aziende (ma anche delle agenzie regolatorie e di HTA nazionali) e perché commercializzare, come ben sappiamo, non sempre vuol dire rendere disponibile».

Carenze: più preavviso e piani di prevenzione

Le carenze di medicinali sono un problema che l’Europa si trascina da anni e la riforma fissa scadenze precise. Chi intende ritirare definitivamente un farmaco da un Paese dovrà comunicarlo almeno dodici mesi prima; per una sospensione temporanea della commercializzazione, o per un’interruzione delle forniture che si prevede duri più di due settimane, il preavviso minimo sarà di sei mesi. Per tutti i medicinali soggetti a prescrizione le aziende dovranno avere un piano di prevenzione delle carenze, da consegnare alle autorità entro due giorni dalla richiesta.
L’Ue stilerà inoltre un elenco dei medicinali critici e ne seguirà la disponibilità. Se un’azienda vuole abbandonare uno di questi farmaci, prima dovrà offrire a condizioni ragionevoli di cederne l’autorizzazione a un altro produttore. Gli Stati, dal canto loro, potranno chiedere ai distributori all’ingrosso di essere informati quando determinati medicinali lasciano il Paese per essere venduti in un altro Stato membro, così da intervenire in tempo in caso di rischio carenza.

Un voucher per i nuovi antibiotici

Per contrastare la resistenza agli antimicrobici, il pacchetto introduce un voucher trasferibile di esclusiva dei dati per chi sviluppa antimicrobici prioritari, cioè farmaci attivi contro organismi multiresistenti, con un beneficio clinico significativo e un meccanismo d’azione nuovo o una nuova sostanza attiva contro infezioni gravi. Il voucher allunga di dodici mesi la protezione dei dati di un medicinale a scelta, e può essere venduto una sola volta a un’altra azienda. Il prezzo della cessione sarà reso pubblico dall’EMA.
Per limitarne l’impatto sui bilanci sanitari nazionali è stata introdotta una “clausola blockbuster”: se usato su un farmaco diverso dall’antibiotico, il voucher potrà essere applicato solo a prodotti che in nessuno dei primi quattro anni dall’autorizzazione hanno superato i 490 milioni di euro di vendite lorde annue nell’Ue. Per ottenerlo l’azienda dovrà dimostrare di poter fornire l’antibiotico in quantità sufficiente e rendere pubblici i finanziamenti ricevuti per svilupparlo. Il sistema resterà in vigore per quindici anni o fino alla concessione di cinque voucher. Gli Stati membri potranno anche acquistare insieme gli antimicrobici con contratti pluriennali, in parte slegati dai volumi di vendita.

«I voucher per gli antibiotici sono una delle novità più interessanti – sottolinea Genazzani – e rappresentano uno strumento per incentivare la ricerca in questo settore. Novità che sarà estremamente costosa, poiché ritarderà l’off-patent di farmaci blockbuster. Se gli antibiotici sviluppati saranno game-changer, però, ne sarà valsa la pena».

Malattie rare: fino a 11 anni di esclusiva

I medicinali orfani, sviluppati per le malattie rare, avranno nove anni di esclusiva di mercato, durante i quali non potranno essere autorizzati farmaci simili per la stessa indicazione. I farmaci orfani considerati “rivoluzionari” arriveranno a undici anni. Per rientrare in questa categoria devono essere i primi autorizzati nell’Ue per quella malattia e devono ridurne in modo clinicamente rilevante la morbilità o la mortalità. L’esclusiva può allungarsi di un anno ogni volta che il farmaco ottiene l’autorizzazione per un’altra malattia rara, fino a un massimo di due volte.

La riforma accelera le procedure dell’Ema e introduce nuovi obblighi di trasparenza sui finanziamenti pubblici alla ricerca

L’esclusiva non è però intoccabile. Un farmaco simile potrà essere autorizzato se si dimostra più sicuro, più efficace o comunque clinicamente superiore, oppure se l’azienda titolare non è in grado di garantire forniture sufficienti. Chi sviluppa un medicinale orfano potrà infine chiedere all’Ema una consulenza sugli studi necessari già prima di presentare la domanda di autorizzazione.

EMA più rapida, più trasparenza

La riforma interviene anche sull’Agenzia europea per i medicinali (Ema), che autorizza i farmaci poi commercializzabili in tutti gli Stati membri. I comitati scientifici principali scendono a due e la valutazione di una domanda passerà da 210 a 180 giorni. Tra il parere dell’Agenzia e la decisione finale della Commissione, di regola, non dovranno passare più di 46 giorni. Rappresentanti dei pazienti e degli operatori sanitari entreranno nel comitato per i medicinali per uso umano, il principale organo di valutazione dell’Agenzia.
Arriva anche un obbligo di trasparenza: entro 30 giorni dall’autorizzazione, le aziende dovranno pubblicare i finanziamenti pubblici diretti ricevuti per la ricerca e lo sviluppo del farmaco, con importi, date ed enti finanziatori, in un documento verificato da un revisore esterno.

Il capitolo ambientale

I residui dei farmaci, legati alla produzione, all’uso e allo smaltimento scorretto, finiscono nelle acque e nel suolo e la presenza di antimicrobici nell’ambiente può favorire la resistenza agli antibiotici. Per questo la domanda di autorizzazione dovrà essere accompagnata da una valutazione del rischio ambientale, che indichi tra l’altro se il medicinale o i suoi componenti agiscono sul sistema endocrino o rientrano in determinate classi di pericolo, insieme alle misure per contenere questi rischi.

Quality Assurance nell’Internal Audit: come misurare il valore della funzione

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Come si misura il valore dell’Internal Audit? La risposta più immediata è spesso la conformità agli standard professionali. Ma una funzione pienamente conforme può essere percepita come poco utile e avere un impatto limitato sull’organizzazione.

Per questo, il tema del Quality Assurance non può essere ridotto a una verifica formale: riguarda la capacità dell’Internal Audit di generare valore, supportare le decisioni e contribuire al miglioramento dei processi.

Nelle aziende sanitarie, questa lettura assume un rilievo particolare. La complessità organizzativa, la pluralità dei presìdi di controllo, la pressione sui processi amministrativi e clinico-organizzativi e la crescente attenzione alla gestione dei rischi richiedono funzioni di audit non solo tecnicamente corrette, ma realmente utili alla governance.

La conformità agli standard non basta: il Quality Assurance deve misurare il valore generato dall’Internal Audit

Quando si parla di sistemi di controllo interno, la qualità dell’Internal Audit viene ancora spesso considerata un tema tecnico, quasi un passaggio obbligato da gestire a scadenze prefissate per attestare che la funzione di controllo è consolidata e matura.

In realtà, è proprio dalla quality assurance che si misura quanto la funzione riesca ad avere un impatto reale.

È la qualità dell’audit che fa capire se l’attività resta confinata a un ruolo formale oppure se contribuisce davvero al funzionamento dell’organizzazione. Il punto, quindi, non è dimostrare che l’Internal Audit esiste o che rispetta gli standard. Il vero tema è capire se quello che fa genera valore, e in che misura.

Il significato del Quality Assurance

Il tema assume oggi una rilevanza ancora maggiore alla luce dei nuovi Global Internal Audit Standards dell’Institute of Internal Auditors, che attribuiscono particolare importanza alla qualità, alla misurazione delle performance e al miglioramento continuo della funzione.

In questa prospettiva, il Quality Assurance non rappresenta soltanto un requisito professionale, ma uno strumento per comprendere se l’Internal Audit sia realmente in grado di generare valore, supportare il governo dei rischi e rispondere alle aspettative degli stakeholder.

Performance, conformità e qualità percepita offrono prospettive complementari per valutare l’efficacia della funzione

In concreto, il Quality Assurance è il modo con cui l’organizzazione osserva nel tempo il funzionamento della funzione di Internal Audit.

L’obiettivo è semplice solo in apparenza: verificare che le attività siano coerenti con gli Standard professionali, ma anche comprendere se risultino effettivamente utili all’organizzazione e ai suoi processi decisionali.

Non si tratta quindi di un controllo formale o di una verifica burocratica della conformità.

Piuttosto, è un’occasione per osservare la funzione nel suo complesso:

  • come pianifica le proprie attività;
  • come conduce gli interventi di audit;
  • come interagisce con il management e con gli organi di governance;
  • come monitora le azioni correttive;
  • quale impatto riesce concretamente a generare.

Un esempio può aiutare a chiarire il concetto.

Una funzione Internal Audit può essere pienamente conforme agli Standard, produrre piani di audit, emettere report e svolgere regolarmente i follow-up. Tuttavia, se le risultanze non supportano le decisioni della Direzione, se i rischi strategici non vengono adeguatamente considerati o se le raccomandazioni producono un impatto limitato, la qualità complessiva della funzione rimane inferiore alle sue potenzialità.

È proprio questo il valore aggiunto del Quality Assurance: spostare l’attenzione dalla sola conformità alla capacità dell’Internal Audit di contribuire concretamente alla governance, al sistema dei controlli interni e alla creazione di valore.

Letto in questa prospettiva, il Quality Assurance diventa meno un adempimento e più uno strumento di consapevolezza, apprendimento e miglioramento continuo.

Dalla conformità alla qualità percepita

Può capitare che una funzione sia perfettamente conforme agli standard e, allo stesso tempo, venga percepita come poco utile se non addirittura come un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi aziendali.

È un passaggio importante, perché sposta l’attenzione. Non basta rispettare le regole.

Per avere una visione più completa, conviene considerare tre aspetti:

  • la conformità, cioè il rispetto degli standard;
  • la performance, cioè come la funzione lavora concretamente;
  • la qualità percepita, cioè come viene vista dalle strutture auditate e dai vertici aziendali.

Ed è proprio quest’ultimo elemento che spesso fa la differenza.

Se l’audit non viene percepito come utile, difficilmente riuscirà a incidere davvero.

Il ruolo degli indicatori

Un buon sistema di Quality Assurance non ha bisogno di molti indicatori, ma di quelli giusti.

Servono pochi elementi chiari che permettano di capire come sta andando la funzione:

  • quanto le attività del piano audit sono state coperte;
  • come vengono utilizzate le risorse;
  • quante verifiche vengono completate rispetto a quelle programmate;
  • quanto velocemente si chiudono le azioni correttive;
  • come evolvono le competenze del team di audit.

Presi singolarmente dicono poco.

Letti insieme, invece, danno una direzione: aiutano a capire cosa funziona, dove emergono criticità e dove conviene intervenire.

Si pensi, ad esempio, a una funzione che completa integralmente il piano audit, ma registra un basso tasso di attuazione delle raccomandazioni.

Pochi indicatori mirati aiutano a distinguere le attività svolte dal loro effettivo impatto organizzativo

Dal punto di vista della copertura del piano, il risultato potrebbe apparire positivo.

Dal punto di vista dell’impatto organizzativo, invece, emergerebbe una criticità significativa: l’attività è stata svolta correttamente, ma non è ancora riuscita a tradurre le proprie raccomandazioni in un miglioramento effettivo dei processi.

È proprio questo il valore del Quality Assurance: evitare che la qualità venga misurata solo in termini di attività svolte e riportarla invece al contributo effettivo generato per l’organizzazione.

Il valore del feedback

Un aspetto spesso trascurato riguarda il punto di vista degli auditati.

Il feedback permette di cogliere elementi che difficilmente emergono dai numeri:

  • la chiarezza delle comunicazioni;
  • la qualità del confronto durante le verifiche;
  • l’utilità delle raccomandazioni;
  • l’impatto concreto sui processi.

Se usato bene, diventa uno strumento di ascolto. Non un questionario da archiviare, ma un modo per capire come viene vissuta l’attività di audit.

Un aspetto delicato riguarda però il momento in cui raccogliere questo feedback.

Richiederlo durante la verifica, prima dell’exit meeting o subito dopo la conclusione delle attività può produrre risultati diversi, perché il processo non è ancora percepito come chiuso. In queste fasi, le valutazioni possono essere influenzate dal rapporto in corso, dal confronto ancora aperto o da una naturale cautela da parte degli interlocutori.

Il feedback degli auditati va interpretato considerando l’esito delle verifiche e la maturità dell’organizzazione

Al contrario, un feedback raccolto dopo la formalizzazione del report può risultare più distaccato, ma anche più condizionato dall’esito complessivo della verifica: una valutazione negativa può riflettersi sul giudizio espresso, indipendentemente dalla qualità del processo seguito.

L’esperienza maturata nei programmi di Quality Assurance suggerisce inoltre una considerazione che merita attenzione.

La valutazione espressa dagli auditati nei questionari di gradimento risulta frequentemente correlata all’esito della verifica.

In altre parole, quando i risultati dell’audit sono percepiti come favorevoli o poco critici, il giudizio sull’attività dell’Internal Audit tende ad essere più positivo. Al contrario, in presenza di rilievi significativi o raccomandazioni impegnative, la valutazione della funzione può risultare meno favorevole, indipendentemente dalla qualità metodologica dell’intervento.

Questo fenomeno non deve essere interpretato come una distorsione intenzionale, ma come un elemento fisiologico della relazione tra auditor e auditato.

Proprio per questo motivo, i risultati dei questionari non dovrebbero mai essere letti isolatamente, ma integrati con altri indicatori di performance e con una valutazione più ampia della qualità della funzione.

A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento: il livello di maturità dell’organizzazione audita e la comprensione del ruolo dell’Internal Audit.

In contesti dove la funzione è già riconosciuta come supporto al miglioramento, il feedback tende ad essere più aperto e costruttivo.

Al contrario, laddove l’audit è ancora percepito come un controllo ispettivo, le risposte possono essere condizionate, difensive o eccessivamente formali.

Per questo motivo, la scelta del momento non è neutrale.

Va gestita con attenzione, tenendo conto del contesto, del tipo di audit e del livello di maturità organizzativa.

Solo così il feedback può restituire indicazioni realmente utili, evitando distorsioni sia in senso positivo sia in senso negativo.

Il miglioramento continuo come logica di fondo

Il Quality Assurance non serve semplicemente a fare il punto della situazione. Serve a migliorare. Il suo valore sta proprio nella capacità di tradurre le analisi in azioni concrete:

  • aggiornare metodi e strumenti;
  • rafforzare le competenze;
  • migliorare la comunicazione;
  • rendere più chiari i report;
  • lavorare di più sull’integrazione con gli altri presìdi di controllo;
  • rafforzare il follow-up sulle azioni correttive.

In altre parole, la qualità non è qualcosa che si certifica una volta, ma qualcosa che si costruisce nel tempo.

Questo è particolarmente rilevante in sanità, dove i processi sono complessi, gli stakeholder numerosi e i rischi non sono solo economico-finanziari, ma anche organizzativi, reputazionali e di continuità operativa.

Il collegamento con la governance

Quando il Quality Assurance resta confinato all’interno della funzione, il suo impatto è limitato. Diventa davvero utile quando si collega alla governance. Portare i risultati all’attenzione della Direzione consente di rendere più trasparente il lavoro svolto, rafforzare la credibilità della funzione, orientare le scelte organizzative, individuare le priorità, integrare meglio audit, risk management, compliance e altri presìdi di controllo.

In questo passaggio, la qualità dell’Internal Audit smette di essere un tema interno e diventa un tema di governo.

La qualità dell’Internal Audit smette di essere un tema interno e diventa un tema di governo

Non riguarda soltanto il modo in cui l’audit lavora, ma il contributo che la funzione offre alla capacità dell’organizzazione di conoscere i propri rischi, presidiare i controlli e assumere decisioni più consapevoli.

Conclusioni

Il Quality Assurance non è un esercizio formale, né qualcosa da fare per obbligo. È uno strumento che aiuta a capire se l’Internal Audit sta realmente contribuendo alla gestione dei rischi e al miglioramento dei processi.

Quando è impostato bene, non si limita a verificare la conformità, ma permette di misurare il valore che la funzione genera.

In un contesto sanitario sempre più complesso, questo passaggio è decisivo. La qualità dell’Internal Audit non si misura soltanto dalla correttezza metodologica, ma dalla capacità di generare fiducia, supportare le decisioni e contribuire concretamente al governo dell’organizzazione.

Dengue, alta consapevolezza ma basso rischio percepito: studio ISI sulla prevenzione

La dengue non è più soltanto una malattia associata ai viaggi in aree tropicali. La presenza e la diffusione delle zanzare Aedes, favorita anche dai cambiamenti climatici, hanno reso la malattia una minaccia emergente anche in Europa. Nel 2024 l’Italia ha registrato un focolaio di almeno 199 casi autoctoni, mentre in Francia sono stati rilevati 11 focolai per un totale di 83 casi.

In questo contesto, uno studio pubblicato su PLOS Global Public Health analizza conoscenze, percezione del rischio e comportamenti preventivi della popolazione in Italia e Francia, mostrando anche il potenziale della sorveglianza partecipativa per monitorare rapidamente la risposta dei cittadini a una minaccia emergente.

La bassa percezione del rischio riduce propensione alla protezione e alla vaccinazione

La ricerca è stata coordinata dalla Fondazione ISI di Torino con Sorbonne Université e INSERM di Parigi, in collaborazione con Queen Mary University di Londra e Aix-Marseille Université. Ha coinvolto 2.904 volontari, 404 in Italia e 2.500 nella Francia metropolitana, durante la stagione delle zanzare del 2024.

Consapevolezza alta, conoscenze frammentarie

Oltre il 91% dei partecipanti dichiara di essere pienamente consapevole del rischio legato alla dengue. La conoscenza della modalità di trasmissione e delle manifestazioni della malattia risulta però più disomogenea.

A fronte dell’elevata consapevolezza generale, solo il 14,6% dei partecipanti ha cercato volontariamente informazioni sulla dengue.

Oltre il 91% dei partecipanti alla ricerca conosce il rischio dengue, ma solo il 14,6% cerca informazioni

Lo studio evidenzia una relazione tra informazione e comportamenti: le persone che si sono informate risultano maggiormente preoccupate per la malattia e più disponibili ad adottare misure di protezione, compresa la vaccinazione.

Anche il contesto territoriale incide sulla percezione del rischio. Chi vive in aree dove sono stati recentemente registrati casi autoctoni mostra maggiore preoccupazione e una maggiore propensione ad adottare comportamenti preventivi.

Più attenzione alla prevenzione, ma il rischio resta percepito come basso

Rispetto a una precedente indagine del 2012, lo studio rileva una maggiore adozione di alcune misure di prevenzione.

Il 44,4% dei partecipanti dichiara di eliminare l’acqua stagnante, rispetto al 17,7% rilevato nel 2012, mentre il 28,5% utilizza regolarmente repellenti, contro il 17,4% della precedente indagine.

La sorveglianza partecipativa può rafforzare allerta precoce, comunicazione e preparazione

Emergono però differenze legate al contesto di vita. Nelle aree rurali la conoscenza della malattia è inferiore e la propensione alla vaccinazione è più bassa, mentre risultano maggiormente adottate alcune misure preventive.

Anche l’atteggiamento verso la vaccinazione riflette una bassa percezione del rischio: il 54,6% dei partecipanti dichiara che accetterebbe un vaccino contro la dengue se offerto, mentre lo 0,4% lo ha già ricevuto. Tra le principali ragioni del rifiuto emerge proprio la convinzione di essere poco esposti al rischio di contagio.

Sorveglianza partecipativa per anticipare le risposte

Secondo i ricercatori, questi dati mostrano l’utilità di affiancare alla sorveglianza epidemiologica tradizionale strumenti capaci di rilevare anche percezioni, conoscenze e comportamenti della popolazione.

La sorveglianza tradizionale consente di monitorare i casi che arrivano ai medici di medicina generale e ai laboratori, ma non permette di valutare con la stessa rapidità quanto la popolazione conosca una nuova minaccia o quanto segua le indicazioni di prevenzione.

La sorveglianza partecipativa può invece coinvolgere comunità di volontari già attive e raccogliere informazioni in tempi brevi, utilizzando protocolli comuni in più Paesi.

Influweb, attiva da oltre 15 anni, permette di raccogliere rapidamente dati dai cittadini sulle nuove minacce sanitarie

In Italia lo studio ha utilizzato Influweb, la piattaforma gestita dalla Fondazione ISI che raccoglie da anni le segnalazioni dirette dei cittadini sulla propria salute nell’ambito della rete europea InfluenzaNet. La raccolta dei dati italiani si è svolta dal 13 maggio al 27 ottobre 2024.

Nata per monitorare l’influenza, la rete è stata successivamente utilizzata anche durante la pandemia di Covid-19 e viene oggi applicata a nuove minacce sanitarie legate ai cambiamenti climatici, comprese le malattie trasmesse dalle zanzare.

Daniela Paolotti

«Le minacce sanitarie emergenti non aspettano che si costruiscano nuovi sistemi di raccolta dati – ha dichiarato Daniela Paolotti, Senior Research Scientist della Fondazione ISI e autrice senior dello studio. Da oltre quindici anni migliaia di italiani condividono con noi informazioni sulla propria salute attraverso Influweb. Questa fiducia ci ha permesso di porre una domanda nuova sulla dengue, in piena stagione delle zanzare, e di ottenere risposte subito utilizzabili dalle autorità sanitarie. Abbiamo osservato che chi si sente poco a rischio è anche meno propenso a proteggersi o a considerare la vaccinazione. Occorre diffondere informazione preventiva comprendendo anche tutti quei cittadini che vivono in zone rurali».

Comunicazione del rischio e preparazione

Gli autori dello studio sottolineano quindi l’importanza di una comunicazione mirata, accessibile e collegata al contesto locale, soprattutto nelle aree in cui la dengue rappresenta una minaccia emergente.

Per la Fondazione ISI, la stessa infrastruttura di sorveglianza partecipativa può contribuire non solo all’allerta precoce, ma anche alla comunicazione del rischio e alla valutazione delle misure di sanità pubblica.

Lo studio conclude che comprendere tempestivamente cosa le persone sanno, percepiscono e fanno di fronte a una nuova minaccia può contribuire a rafforzare la preparazione prima che l’emergenza si manifesti.

Contratto medici, CIMO-FESMED: «Senza interventi sull’intramoenia non firmiamo la pre-intesa»

La libera professione intramuraria entra tra i nodi della trattativa per il rinnovo del CCNL 2025-2027 dell’Area Sanità. Alla vigilia della seduta convocata da Aran per affrontare gli ultimi punti ancora aperti, la Federazione CIMO-FESMED annuncia che non firmerà la pre-intesa se il nuovo contratto non conterrà interventi sulla disciplina dell’intramoenia.

La posizione è stata ribadita dal presidente Guido Quici, che richiama quanto previsto nei precedenti atti negoziali e nell’atto di indirizzo per il nuovo contratto. Secondo la Federazione, la necessità di aggiornare e semplificare la disciplina della libera professione intramuraria era già stata riconosciuta nella dichiarazione congiunta n. 3 allegata al CCNL 2022-2024 e successivamente richiamata nell’atto di indirizzo della Conferenza delle Regioni per il rinnovo 2025-2027.

La Federazione considera l’intramoenia uno strumento per valorizzare il lavoro medico e rafforzare l’attrattività del SSN

«Non si tratta di una richiesta avanzata oggi per la prima volta, ma di un impegno già scritto nero su bianco – dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -. La necessità di aggiornare e semplificare la disciplina della libera professione intramoenia è infatti stata riconosciuta dalle parti nella dichiarazione congiunta n. 3 allegata al CCNL 2022-2024 ed è stata nuovamente inserita nell’atto di indirizzo della Conferenza delle Regioni per il CCNL 2025-2027. Ci chiediamo allora come sia possibile che, dopo aver riconosciuto formalmente la necessità di intervenire, nel testo del nuovo contratto non compaia una sola modifica sulla materia. Per noi è inaccettabile».

La richiesta: aggiornare e semplificare le regole

Per CIMO-FESMED, l’intramoenia rappresenta anche uno strumento per valorizzare il lavoro dei medici ospedalieri e contribuire all’attrattività del Servizio sanitario nazionale. La Federazione sostiene inoltre che la libera professione intramuraria possa ampliare l’offerta sanitaria all’interno delle strutture pubbliche, offrendo ai cittadini un’alternativa alla sanità privata.

Guido Quici

«L’intramoenia – prosegue Quici – rappresenta oggi uno dei pochi strumenti attraverso cui è possibile valorizzare concretamente il lavoro dei medici ospedalieri e contribuire a renderlo più attrattivo, favorendo la permanenza dei professionisti nel Servizio Sanitario Nazionale. Senza dimenticare che la libera professione intramuraria amplia l’offerta sanitaria all’interno degli ospedali pubblici e può quindi contribuire a ridurre le liste d’attesa, offrendo ai cittadini che ne hanno la possibilità un’alternativa alla sanità privata senza uscire dal perimetro del SSN».

La Federazione definisce l’attuale disciplina «farraginosa, burocratizzata e ormai obsoleta» e chiede un intervento volto, tra gli altri obiettivi, a ridurre le incertezze interpretative e favorire un’applicazione uniforme delle regole.

Quici richiama in questo senso anche l’atto di indirizzo della Conferenza delle Regioni, sostenendo che la necessità di aggiornare la disciplina sia già stata riconosciuta dalle istituzioni coinvolte nella trattativa.

Il nodo delle liste d’attesa

Nel comunicato CIMO-FESMED contesta inoltre l’associazione tra libera professione intramuraria e liste d’attesa. Secondo la Federazione, l’intramoenia non dovrebbe essere considerata una causa delle liste d’attesa, mentre andrebbero affrontate le inefficienze che, a suo giudizio, ne limitano l’utilizzo all’interno del SSN.

Si tratta di una posizione della Federazione, inserita nel confronto più ampio sulle modalità di gestione delle liste d’attesa e sul ruolo della libera professione intramuraria nel sistema pubblico.

Secondo la Federazione, l’intramoenia non dovrebbe essere considerata una causa delle liste d’attesa

«Non possiamo continuare a rimandare – conclude Quici -. È molto probabile che, una volta chiuso questo contratto, passeranno diversi anni prima di poter riaprire il confronto sulla materia. Se davvero si vuole valorizzare il lavoro dei medici ospedalieri e rafforzare il SSN, questo è il momento di intervenire. Se invece si sceglie ancora una volta di non farlo, CIMO-FESMED non è disponibile a firmare una pre-intesa che ignora completamente una questione che tutti gli attori della trattativa hanno riconosciuto come prioritaria».

AI nello screening mammografico, cosa potrebbe cambiare?

L’impiego dell’intelligenza artificiale nella diagnostica per immagini è già una realtà. Il GISMa (Gruppo Italiano Screening Mammografico) ha elaborato delle raccomandazioni, riconosciute in Sistema Nazionale Linee Guida, sull’utilizzo dell’AI nella lettura degli screening mammografici.
Quali sono le ragioni alla base di questa decisione? Quali le possibili ricadute per il SSN e come l’AI potrebbe cambiare il modo di effettuare gli screening e la professione di radiologo? Per chiarire questi aspetti TrendSanità ha incontrato Veronica Girardi, Presidente GISMa.

Quali sono i motivi che hanno portato alla definizione di linee guida specifiche per l’impiego dell’AI nello screening mammografico? 

Veronica Girardi
Veronica Girardi

«L’intelligenza artificiale è oggi al centro del dibattito sulla diagnostica per immagini, e la discussione corre talvolta più rapidamente delle evidenze disponibili. Servono quindi linee guida specifiche e una riflessione multidisciplinare che coinvolga radiologi, ingegneri, fisici medici e informatici.

Nello screening mammografico la questione è delicata; oltre alla capacità dell’algoritmo di individuare immagini sospette occorre valutare l’impatto complessivo su richiami, falsi positivi e carico di lavoro.

Le linee guida italiane, pubblicate nel Sistema Nazionale Linee Guida il 23 dicembre 2025, nascono da un percorso multidisciplinare che ha coinvolto GISMa, l’Osservatorio Nazionale Screening e numerose società scientifiche, con metodologia GRADE. L’Italia ha adottato le raccomandazioni europee esistenti e ne ha sviluppata una terza, originale, che riguarda il triage nei programmi organizzati italiani».

Quali sono, in sintesi, i contenuti delle raccomandazioni?

«Le tre raccomandazioni affrontano scenari differenti. La prima riguarda la possibilità di utilizzare una singola lettura umana supportata dall’AI in sostituzione della doppia lettura. In questo caso il panel suggerisce di non adottare la strategia, perché le evidenze disponibili non sono ancora sufficienti a garantire che la riduzione della lettura umana non comprometta la sicurezza dello screening.

La seconda riguarda la doppia lettura umana supportata dall’AI, rispetto alla doppia lettura senza AI. In questo caso il panel suggerisce l’impiego dell’intelligenza artificiale a supporto dei due radiologi; l’AI non sostituisce il professionista, ma può richiamare l’attenzione su aree sospette, ridurre il rischio di difficoltà percettive e contribuire alla sicurezza del processo.

La terza, la più innovativa, riguarda il triage basato sull’AI. Nelle donne asintomatiche a rischio medio, il sistema può contribuire ad assegnare gli esami alla singola o alla doppia lettura umana, in base al livello di rischio stimato. I casi più sospetti verrebbero così sottoposti a un controllo umano rafforzato, mentre per quelli a rischio più basso potrebbe essere valutata la singola lettura.

È importante sottolineare che si tratta di raccomandazioni condizionali: questo significa che la messa in atto dell’intervento può essere appropriata, ma solo se sono presenti condizioni organizzative, tecnologiche, professionali e di monitoraggio adeguate. Non siamo quindi di fronte a un obbligo operativo, né a un’autorizzazione indiscriminata a modificare il percorso di screening». 

Quali sono le evidenze a supporto di quest’ultima raccomandazione?

«Il quesito PICO (Paziente/Popolazione, Intervento, Confronto e Outcome) italiano per il triage riguarda donne asintomatiche in screening con mammografia digitale o tomosintesi. La revisione sistematica ha identificato 3.991 pubblicazioni, ma solo tre articoli relativi a due studi hanno soddisfatto i criteri di eleggibilità: un segnale di quanto l’interesse scientifico sia enorme a fronte di evidenze applicabili ancora limitate.

Tra gli studi più rilevanti figura il trial MASAI (Mammography Screening with Artificial Intelligence) condotto in Svezia: l’approccio supportato dall’AI ha portato il tasso di identificazione dei tumori da circa 5,0 a 6,4 casi per 1.000 donne sottoposte a screening, riducendo il carico di lettura del 44% senza aumento significativo dei falsi positivi. Risultati incoraggianti, ma non trasferibili automaticamente a ogni realtà: un algoritmo può comportarsi diversamente in popolazioni e protocolli differenti, da qui la necessità di una validazione locale».

Qual è, a oggi, l’effettivo impiego dell’AI negli screening mammografici?

«L’impiego dell’AI nello screening italiano non è uniforme: convivono esperienze locali, progetti di ricerca e applicazioni in valutazione, senza un modello nazionale omogeneo. “Utilizzare l’AI” può significare cose diverse – dal supportare il radiologo, fornire un secondo parere, attribuire un punteggio di rischio, fino a contribuire al triage o monitorare la qualità tecnica – con livelli di evidenza differenti». 

Sarebbe utile che in ogni programma di screening venisse dichiarato con chiarezza la funzione adottata e il ruolo del radiologo

Cosa potrebbe cambiare nel modo di effettuare gli screening?

«L’AI potrebbe modificare soprattutto l’organizzazione della lettura, non la natura dello screening, valorizzando meglio le competenze disponibili, riducendo il carico ripetitivo e concentrando la doppia lettura sui casi complessi. Il beneficio più importante potrebbe essere indiretto, e tradursi in una maggiore offerta di screening, purché il tempo recuperato non si traduca in un aumento degli esami per radiologo senza controlli adeguati».

Quali sarebbero i passi necessari per l’introduzione di nuovi modi di effettuare lo screening mammografico?

«L’introduzione dell’AI dovrebbe seguire lo stesso percorso di ogni nuova metodica diagnostica: valutazione di efficacia e sicurezza, cybersecurity, formazione, collaudo, validazione locale e monitoraggio con indicatori chiari. E compatibilità RIS/PACS, ossia capacità del software di intelligenza artificiale di integrarsi con i sistemi informatici già utilizzati dal centro. 

Il PACS (Picture Archiving and Communication System) è il sistema che archivia e permette di visualizzare le immagini diagnostiche, mentre il RIS (Radiology Information System) gestisce le informazioni e il flusso di lavoro della radiologia. In concreto, al fine di evitare errori e duplicazioni il software di AI deve poter ricevere dal PACS gli esami nei formati e secondo i flussi abituali, analizzarli e restituire i risultati (punteggi, heatmap o referti strutturati) direttamente sulla workstation del radiologo. Deve inoltre poter scambiare correttamente con il RIS i dati anagrafici e amministrativi necessari a seguire il percorso della paziente, senza rallentare il lavoro quotidiano. 

Inoltre deve poter essere aggiornato senza bloccare l’attività; se questa integrazione non funziona, si creano colli di bottiglia, duplicazioni, errori di associazione dei dati o interruzioni del flusso clinico. Per questo la compatibilità tecnica e informatica non è un dettaglio, ma un prerequisito.

La valutazione iniziale dovrebbe essere confermata dal successivo riscontro nella pratica quotidiana, calibrato su centro, popolazione, mammografo e volumi propri, con competenze ingegneristiche, informatiche e fisico-mediche; da qui la necessità di una governance multidisciplinare».

GISMa ha condotto un’indagine, su oltre 300 professionisti, sull’impiego dell’AI nei programmi di screening oncologico; cosa ne emerge, in sintesi?

«Dalla survey GiSMA emerge un atteggiamento di apertura, ma non acritico: circa il 75% dei partecipanti ha espresso forte interesse per l’AI, indicando come vantaggi principali l’accuratezza diagnostica e l’ottimizzazione dei flussi di lavoro. Accanto a questo, però, emergono anche preoccupazioni rispetto ai limiti degli algoritmi (67,2%), al rischio di perdita di competenze (46,2%) alle infrastrutture non sempre adeguate e alle normative (72,8%).

I professionisti non sono contrari all’innovazione, ma chiedono regole chiare, condivise e applicabili

Manca infatti ancora un quadro nazionale chiaro su come l’AI debba essere inserita nei programmi di screening organizzati: quali percorsi sono ammessi, quali responsabilità, quali indicatori monitorare. A questo si aggiungono il nuovo regolamento europeo sui dispositivi medici (MDR) e l’AI Act, che introducono obblighi nuovi per i fornitori e anche per le strutture che usano questi sistemi. E naturalmente ci sono la protezione dei dati e la privacy, soprattutto quando l’AI utilizza piattaforme esterne o cloud. Infine, a livello locale serve definire chi autorizza l’uso, chi valida, chi monitora e chi risponde in caso di malfunzionamento o di esito avverso.

In sintesi, i professionisti non sono contrari all’innovazione, ma chiedono regole chiare, condivise e applicabili, che tutelino sia le pazienti sia gli operatori. Il messaggio della survey è proprio questo: interesse, ma anche richiesta di evidenze solide, regole chiare, infrastrutture adeguate e formazione».

Ritiene che a livello organizzativo l’uso della AI potrebbe contribuire a gestire la domanda di screening e la carenza di radiologi?

«L’intelligenza artificiale può rappresentare una grande opportunità per lo screening mammografico italiano, in una fase di aumento della domanda, disomogeneità territoriale e carenza di professionisti; potrebbe ridurre il carico di lettura, ma non è scontato che questo risolverebbe automaticamente la carenza di radiologi. Il suo valore dipenderà dalla capacità di inserirla in modo appropriato nei percorsi clinici e organizzativi, con infrastrutture adeguate, validazione, formazione e monitoraggio, mantenendo l’equilibrio tra innovazione e centralità della persona.

Il dibattito si è concentrato sulla riduzione delle letture da parte degli specialisti, trascurando il tempo complessivo di refertazione. Il radiologo deve comunque interpretare l’output del sistema e gestire eventuali segnalazioni discordanti; inoltre in alcuni contesti la lettura assistita potrebbe richiedere più tempo, non meno, specie nei casi complessi.

Si porrà anche il tema della formazione, per creare lettori esperti, capaci di comprendere il funzionamento dell’AI e riconoscerne i limiti: solo studi specifici potranno chiarire se l’AI liberi davvero risorse, o se sposti il lavoro dalla lettura dell’immagine alla gestione critica della tecnologia. 

Credo che il vero tema riguardi quale combinazione di professionisti, tecnologia e competenze possa mantenere la qualità dello screening».

Quali potrebbero essere le ricadute per il SSN dell’introduzione dell’AI in questo ambito? 

«Le ricadute sul SSN dipendono dai prerequisiti infrastrutturali, organizzativi e professionali per un’introduzione sicura, e il panorama italiano è caratterizzato da variabilità regionale e tra centri: parlare genericamente di riduzione dei costi rischia quindi di essere prematuro, perché il beneficio di un algoritmo dipende anche dal contesto in cui viene inserito.

L’AI potrà rafforzare i programmi di screening soprattutto nei centri che dispongono delle condizioni per governarla; in assenza di infrastrutture adeguate, il rischio è che si amplino le disuguaglianze tra centri più e meno avanzati

Per questo l’adozione dovrebbe accompagnarsi a una strategia nazionale di aumento delle infrastrutture, formazione, validazione e monitoraggio».

Più in generale, come potrebbe cambiare il ruolo del radiologo?

«Il radiologo continuerà ad avere un ruolo centrale, integrando l’output dell’algoritmo con immagini, precedenti clinici ed esperienza professionale.

Il cambiamento principale, oggi, consiste nel rendere il radiologo consapevole della nuova tecnologia e delle implicazioni che il suo utilizzo comporta; la maggiore familiarità con il sistema può accrescere la fiducia, ma anche favorire una dipendenza eccessiva. L’interazione con sistemi automatizzati può influenzare il processo decisionale di professionisti con diversi livelli di esperienza, per questo sono importanti formazione, consapevolezza e monitoraggio, per conoscere cosa il sistema è progettato per fare, in quali condizioni è stato validato, quali limiti presenta e come comportarsi in caso di discordanza.

Sarà utile studiare anche se l’uso prolungato dell’AI modifichi le competenze del lettore, incluso il rischio di non riconoscere più i reperti non segnalati dall’algoritmo».

Su quali aspetti dovrebbe quindi concentrarsi la formazione dei radiologi?

«La formazione dovrebbe approfondire quattro aree. Oltre all’area tecnica (funzionamento dei sistemi, differenza tra detection, classificazione e triage) e clinica (evidenze disponibili, appropriatezza d’uso, riconoscimento di falsi negativi e positivi), sarebbero da considerare gli aspetti etico-giuridici (responsabilità professionale, trasparenza, protezione dei dati) e quelli organizzativi (percorsi locali, criteri di lettura, audit periodici, procedure di sospensione in caso di performance inadeguate).

Senza tralasciare la componente psicologica; l’AI modifica l’ambiente cognitivo del radiologo, con possibili effetti su attenzione e percezione del rischio, e la formazione dovrebbe includere anche i casi nei quali l’output dell’AI non coincide con la valutazione clinica, così da migliorare la formazione e la qualità dell’interazione uomo-tecnologia.

L’AI modifica l’ambiente cognitivo del radiologo, con possibili effetti su attenzione e percezione del rischio

Un filone di ricerca in via di esplorazione -che ritengo molto promettente- riguarda l’AI come possibile strumento formativo per costruire casistiche, proporre esercitazioni personalizzate e fornire feedback, aiutando a discutere casi rari, reperti sfumati, difficoltà percettive e situazioni di discordanza. 

Secondo i risultati di alcuni studi l’assistenza dell’AI durante la lettura di un referto migliora l’accuratezza dei radiologi, con benefici particolarmente marcati per i lettori meno esperti. Resta però da dimostrare se questo effetto si traduca in un miglioramento duraturo delle competenze percettive del radiologo, anche in assenza di assistenza: gli studi finora disponibili misurano la performance assistita in tempo reale, non l’apprendimento cumulativo nel tempo».

Preparati vegetali: la sicurezza d’impiego oltre il “naturale”

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«Non bisogna demonizzare le piante. L’obiettivo è quello di valutare la sicurezza di impiego». È il punto da cui parte Annabella Vitalone, Presidente del Corso di Studi in Scienze Farmaceutiche Applicate della Sapienza Università di Roma e tra i sedici esperti della sezione di dietetica e nutrizione del Ministero della Salute.

Una frase che sposta il baricentro della discussione: il problema non è solo stabilire se “il naturale” sia sicuro, ma conoscere gli effetti biologici di ciò che viene assunto, identificare i possibili rischi e garantire un utilizzo appropriato nelle diverse condizioni cliniche. Una questione che coinvolge ricerca scientifica, regolamentazione, formazione e comunicazione.

La giungla terminologica

Nel linguaggio comune, termini come fitoterapico, integratore alimentare, prodotto erboristico e nutraceutico sono spesso usati come sinonimi, nonostante sul piano normativo appartengano a categorie differenti.

Fitoterapici, integratori e prodotti erboristici appartengono a categorie diverse e non possono essere considerati equivalenti

Il medicinale fitoterapico è un farmaco soggetto a un percorso di valutazione della qualità, sicurezza ed efficacia e, in Italia, è autorizzato dall’AIFA. Rientrano in questa categoria i preparati a base di Valeriana officinalis per l’insonnia o Serenoa repens per i disturbi prostatici. È fondamentale non confondere il fitoterapico con il fitofarmaco, che invece in ambito tecnico indica un pesticida.

Diverso è il caso dell’integratore alimentare, nato per «sopperire a eventuali carenze nutrizionali», sottolinea Vitalone, e che deve avere un effetto nutrizionale e/o fisiologico. È commercializzato in forme predosate e  « non può e non deve in alcun modo vantare proprietà terapeutiche». A differenza dei farmaci, non è sottoposto ad una preventiva sperimentazione clinica, ma ad un regime di notifica e conformità agli elenchi ministeriali delle piante ammesse negli integratori.

Sulla stessa linea si muove il prodotto erboristico, che condivide l’impossibilità di vantare proprietà terapeutiche e l’assenza di una sperimentazione clinica. Tuttavia, si distingue per l’uso esclusivo di derivati vegetali, spesso venduti sfusi.

Annabella Vitalone

Il termine nutraceutico, nato alla fine degli anni Ottanta per definire «il matrimonio tra ciò che ha una proprietà farmacologica accompagnata ad una proprietà relativa alla nutrizione», è stato generalmente applicato a molecole isolate dagli alimenti, come il resveratrolo dell’uva.

Dal punto di vista regolatorio, Vitalone chiarisce che «il nutraceutico non esiste: va collocato nello stesso ambito dell’integratore alimentare, non è soggetto a sperimentazione preclinica e clinica obbligatoria e non può vantare attività terapeutiche».

Lo stesso problema terminologico riguarda il cosmeceutico, termine di uso prevalentemente commerciale e privo di un riconoscimento normativo autonomo. Come chiarisce l’Associazione Nazionale Imprese Cosmetiche, rientra nell’ambito dei cosmetici ma, quando gli vengono attribuite proprietà terapeutiche, cambia la sua natura. «Se un prodotto possedesse un’azione biologica tale da interferire con i recettori e curare una patologia cutanea, non sarebbe più un cosmetico, bensì un farmaco a tutti gli effetti», sottolinea Vitalone.

La sicurezza non è valutata a priori

Il problema della sicurezza diventa particolarmente rilevante per i prodotti che non richiedono una sperimentazione clinica preventiva.

«Le prime cavie siamo noi», avverte Vitalone.

L’assenza di una sperimentazione preventiva rende essenziale studiare la sicurezza dei prodotti nelle reali condizioni d’uso

Il problema emerge soprattutto quando si utilizzano prodotti multicomponenti. «Se conosco la pianta A e conosco la pianta B», spiega Vitalone, «non significa che io conosca l’effetto della pianta A insieme alla pianta B. Questo lo posso sapere soltanto studiandolo». Per questo, aggiunge, «è fondamentale studiare la sicurezza di impiego di ciò che la gente realmente utilizza. Sarebbe auspicabile poterlo fare prima della commercializzazione, ma oggi non è ancora obbligatorio».

Quando il naturale diventa fai-da-te

La sicurezza dipende anche dalle condizioni di utilizzo. «Molte persone pensano: è una pianta, quindi non mi fa male. Se ne prendo un po’ di più, non succede niente. Ed è proprio questo il problema», osserva Vitalone.

L’assunzione impropria può aumentare il rischio di effetti indesiderati, come nel caso dell’uso di alcune piante lassative per favorire il dimagrimento. «Quando una persona utilizza un prodotto in modo diverso rispetto alle normali condizioni d’impiego, entrando nell’abuso, è evidente che aumenta il rischio di effetti indesiderati», prosegue Vitalone.

Abuso, interazioni e condizioni cliniche particolari possono trasformare un uso apparentemente innocuo in un rischio

Il problema non riguarda soltanto l’abuso: anche un utilizzo apparentemente corretto può diventare rischioso in determinate condizioni cliniche. La propoli può provocare reazioni allergiche importanti nei bambini, mentre durante gravidanza e allattamento molti prodotti richiedono cautela per la scarsità di dati sulla sicurezza. Anche in sala operatoria, prodotti vegetali come il Ginkgo biloba possono comportare rischi se non dichiarati al medico, per possibili interazioni e aumento di emorragie.

«Il medico sottovaluta, il paziente non riferisce», sintetizza Vitalone.

Fitovigilanza e ricerca: i due nodi da rafforzare

La fitovigilanza rappresenta ancora un punto debole. «Esistono prodotti diversi, disciplinati da normative diverse e controllati da autorità differenti. È evidente che questo rende più complessa anche la sorveglianza», osserva Vitalone.

In Italia, inoltre, «la fitovigilanza non è obbligatoria per legge» e per il professionista sanitario rappresenta soprattutto «un dovere deontologico».

La necessità di armonizzare la sorveglianza è stata al centro del Manifesto di Erice 2022, nato per promuovere una maggiore uniformità nella raccolta e nell’analisi degli eventi avversi associati ai prodotti vegetali. «Il manifesto di Erice è stato creato convocando in Sicilia diversi gruppi esperti ai quali sono stati posti dei quesiti», racconta Vitalone.

Ricerca e fitovigilanza sono fondamentali per individuare e prevenire gli eventi avversi associati ai preparati vegetali

Alla sorveglianza deve affiancarsi la ricerca. Il Progetto Sapienza si propone di studiare la sicurezza dei preparati vegetali nelle reali condizioni d’uso, con particolare attenzione al contesto perioperatorio e alle popolazioni fragili, analizzando anche conoscenze e comportamenti di cittadini e operatori sanitari.

«Un’esigenza conoscitiva per cercare di informare prima, responsabilizzare e, se possibile, formare medici e professionisti sanitari», spiega Vitalone.

La domanda, quindi, non riguarda soltanto l’efficacia, ma per chi un prodotto è sicuro, a quale dose, in quali condizioni e insieme a quali altri trattamenti.

La formazione come strumento di prevenzione

La sicurezza passa anche dalla formazione. «Le competenze sui preparati vegetali non sono omogenee tra i professionisti sanitari», spiega Vitalone. «Per questo è importante investire nella formazione universitaria e nell’aggiornamento continuo».

In questa direzione si inseriscono anche i percorsi formativi della Sapienza, tra cui il Master di II livello in Medicina Integrata in Farmacia, diretto dalla stessa Vitalone, che offre ai farmacisti strumenti scientifici per valutare l’impiego delle sostanze naturali in modo integrato con le terapie convenzionali.

La sfida finale è di governance della sicurezza: rafforzare ricerca, fitovigilanza, formazione e integrare l’uso di questi prodotti nell’anamnesi e nei percorsi assistenziali. Non per contrapporre naturale e sintetico, ma per applicare a entrambi lo stesso rigore scientifico.

Perché, come ricorda Vitalone, «tutto ciò che è prevedibile è prevenibile». E la domanda da cui partire è semplice: quanto ne sappiamo sulla sua sicurezza d’impiego?

Asse cardio-renale: perché monitorare l’uACR

Cuore e rene sono strettamente interconnessi: la malattia renale cronica aumenta il rischio cardiovascolare, mentre le patologie cardiovascolari possono contribuire alla progressione del danno renale. Le nuove linee guida della European Society of Cardiology rafforzano questa visione integrata, richiamando l’attenzione sulla salute renale nella valutazione del rischio cardiovascolare.

In questo scenario, il rapporto albumina-creatinina urinaria (uACR) rappresenta uno strumento importante per intercettare precocemente il rischio cardio-renale. Ma perché possa contribuire davvero alla diagnosi precoce e alla prevenzione, è necessario che il test sia accessibile e che modalità di esecuzione e interpretazione siano condivise e standardizzate. Di questo parliamo con Alberto Dolci, direttore del Dipartimento di Medicina di Laboratorio dell’Ospedale Sacco di Milano e professore associato di Biochimica Clinica all’Università degli Studi di Milano.

Cure neonatali e pediatriche, al via la nuova laurea magistrale specialistica per infermieri

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La nuova Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche Specialistiche in Cure Neonatali e Pediatriche si colloca in un contesto in cui il prendersi cura del neonato, del bambino e dell’adolescente non significa applicare al paziente più piccolo modelli pensati per l’adulto. Significa leggere bisogni che cambiano rapidamente con l’età e lo sviluppo, modulare ogni intervento sulla vulnerabilità clinica ed evolutiva e riconoscere la famiglia come parte essenziale del processo assistenziale. Nelle situazioni cliniche complesse, nelle patologie croniche, rare o disabilitanti e nei percorsi ad alta intensità assistenziale, significa inoltre garantire continuità tra ospedale, servizi territoriali, scuola e domicilio, fino ad accompagnare il giovane e la sua famiglia nella transizione verso i servizi dell’età adulta.

L’Università degli Studi di Roma Tor Vergata è uno dei cinque atenei che attiveranno il percorso già a partire dall’anno accademico 2026-2027. Ne abbiamo parlato con Rosaria Alvaro, Professore Ordinario di Scienze Infermieristiche.

Perché oggi il Servizio sanitario ha bisogno di infermieri specialisti nelle Cure neonatali e pediatriche?

Rosaria Alvaro

«Il neonato, il bambino e l’adolescente presentano bisogni assistenziali specifici, che si modificano rapidamente durante la crescita in relazione allo sviluppo neuro-psicomotorio, alla capacità di comunicare e al grado di dipendenza dalla famiglia. Non sono adulti in miniatura: i parametri clinici, i segnali di deterioramento, le modalità di valutazione del dolore, i dosaggi farmacologici e i rischi associati ai trattamenti assumono significati differenti nelle diverse fasi dell’età evolutiva.

La rapidità con cui le condizioni cliniche possono cambiare richiede capacità avanzate di osservazione, interpretazione e decisione assistenziale. A questo si aggiunge il mutamento del quadro epidemiologico. Accanto alle condizioni acute e alle urgenze, infatti, cresce il numero di bambini e adolescenti con patologie croniche, rare e oncologiche, disabilità, bisogni palliativi o dipendenza da tecnologie. Si tratta di situazioni che richiedono percorsi assistenziali lunghi, complessi e coordinati. In questi casi, la qualità della cura dipende anche dalla capacità di sostenere i genitori, rafforzarne le competenze, promuovere progressivamente l’autonomia del minore e mettere in relazione ospedale, territorio, scuola e domicilio.

La nuova Laurea Magistrale forma infermieri con competenze avanzate specifiche per l’assistenza neonatale e pediatrica

La Laurea Magistrale specialistica in Cure neonatali e pediatriche nasce proprio per rispondere a questa complessità, formando professionisti capaci di integrare competenze clinico-assistenziali avanzate, developmental care, comunicazione con il bambino e la famiglia, pratica basata sulle evidenze e continuità dei percorsi. La competenza specialistica riguarderà inoltre la promozione della salute e la prevenzione nelle diverse fasi dell’età evolutiva, sostenendo stili di vita salutari e intercettando precocemente condizioni di rischio e vulnerabilità. La vera sfida, come per tutti i nuovi percorsi specialistici, sarà fare in modo che le competenze acquisite siano riconosciute e adeguatamente impiegate nei contesti nei quali possono contribuire concretamente a migliorare la sicurezza, l’esperienza di cura e gli esiti assistenziali».

Professoressa Alvaro, il 5 ottobre si svolgeranno le selezioni per il nuovo Corso di Laurea Magistrale Specialistica, cosa offrirà ai professionisti che decideranno di iscriversi?

«Il corso biennale offrirà, innanzitutto, un avanzamento sostanziale delle competenze clinico-assistenziali nell’ambito delle cure neonatali e pediatriche. Gli studenti approfondiranno la valutazione globale del neonato, del bambino e dell’adolescente, il riconoscimento precoce dei segni di instabilità, la gestione dei problemi assistenziali complessi, il monitoraggio degli esiti, la prevenzione delle complicanze e la personalizzazione degli interventi nelle diverse fasi dello sviluppo. Il percorso comprenderà anche i bisogni di salute mentale e neuropsichiatrici dell’età evolutiva e le specifiche vulnerabilità dell’adolescenza, nonché la sicurezza dei trattamenti farmacologici e nutrizionali. Le competenze saranno sviluppate nei diversi livelli di intensità e complessità assistenziale, comprese le condizioni critiche e l’emergenza-urgenza neonatale e pediatrica.

Il percorso sviluppa competenze per riconoscere precocemente l’instabilità clinica e gestire situazioni assistenziali complesse

Un aspetto qualificante del percorso riguarderà la relazione e la partnership con la famiglia. I professionisti saranno preparati a comunicare in modo adeguato all’età e alle capacità del bambino, a coinvolgere genitori e caregiver nelle decisioni e nei percorsi di autocura, a educarli alla gestione sicura dell’assistenza a domicilio e a sostenerli nei momenti più delicati. Penso, ad esempio, alla nascita pretermine, alla diagnosi di una malattia cronica o rara, alla dimissione protetta, alle riacutizzazioni, alle cure palliative e alla transizione verso l’età adulta. Una particolare attenzione sarà rivolta anche alle decisioni assistenziali complesse, nel rispetto dei diritti del minore, della sua progressiva autonomia e del ruolo della famiglia nei processi decisionali. Il percorso, tuttavia, non sarà orientato soltanto all’esecuzione di procedure avanzate. Consentirà di sviluppare il ragionamento clinico, la capacità decisionale, la consulenza, la leadership clinica, la pratica basata sulle evidenze, la ricerca, la formazione e il miglioramento della qualità. L’obiettivo è formare professionisti capaci non solo di assistere bambini e adolescenti con bisogni complessi, ma anche di contribuire all’innovazione dei percorsi e alla diffusione delle migliori pratiche all’interno delle équipe».

Come cambierà concretamente la risposta al neonato, al bambino e all’adolescente grazie a queste competenze specialistiche?

«Cambierà, innanzitutto, l’accuratezza della valutazione. L’infermiere specialista non si limiterà a rilevare i parametri clinici o a identificare i problemi assistenziali già manifesti, ma svilupperà una lettura complessiva e dinamica della condizione del neonato, del bambino o dell’adolescente, considerando l’interazione tra stato di salute, fase dello sviluppo, capacità comunicative, comportamento, ambiente e contesto familiare. Sarà in grado di integrare dati clinici, comportamentali, evolutivi, relazionali e familiari, confrontandoli nel tempo per cogliere variazioni anche minime rispetto alla condizione abituale e individuare precocemente bisogni emergenti, fattori di rischio e possibili complicanze. Questa valutazione consentirà di riconoscere anche i segnali meno evidenti di dolore, stress, instabilità o deterioramento, spesso espressi attraverso modificazioni del comportamento, dell’alimentazione, del sonno, dell’interazione o della risposta agli stimoli, e di orientare tempestivamente interventi assistenziali personalizzati e proporzionati alla fase di sviluppo. Nel neonato e nel bambino piccolo, che spesso non sono in grado di descrivere ciò che avvertono, questa capacità di osservazione e interpretazione è determinante.

La formazione specialistica rafforza la capacità di integrare valutazione clinica, sviluppo, contesto familiare e continuità assistenziale

La risposta assistenziale sarà maggiormente personalizzata e coerente con le diverse fasi dello sviluppo: dalla protezione del sonno e dalla riduzione degli stimoli nel neonato fragile alla gestione farmacologica e non farmacologica del dolore, fino all’educazione terapeutica dell’adolescente.

Sarà possibile prevenire più efficacemente le complicanze, pianificare dimissioni più sicure e valutare in modo sistematico gli esiti che contano realmente per il bambino e per la sua famiglia, non limitandosi a quelli strettamente correlati alla patologia. Cambierà anche la continuità della presa in carico. Per un bambino con bisogni complessi, infatti, la dimissione non può coincidere con l’interruzione del percorso assistenziale. Lo specialista potrà contribuire alla predisposizione di piani assistenziali condivisi, alla preparazione dei caregiver, al raccordo tra i servizi e all’individuazione precoce delle condizioni che espongono la famiglia al rischio di sovraccarico o di disuguaglianze nell’accesso alle cure. Le tecnologie digitali e la teleassistenza potranno inoltre sostenere il monitoraggio e la continuità della presa in carico, soprattutto nei bambini con cronicità o dipendenza tecnologica assistiti a domicilio. Il beneficio atteso è un’assistenza più tempestiva, sicura, coordinata e realmente centrata sul bambino e sulla sua famiglia».

Gli infermieri specialisti lavoreranno insieme agli infermieri generalisti e agli altri professionisti. Quale modello organizzativo immagina per valorizzare competenze diverse senza creare sovrapposizioni sia in ambito ospedaliero che territoriale?

«Il punto di partenza è il pieno riconoscimento del valore dell’infermiere formato attraverso la laurea triennale, che rimane il riferimento dell’assistenza infermieristica nei diversi contesti. L’infermiere specialista non sostituisce l’infermiere generalista e non introduce una gerarchia professionale. Interviene, secondo livelli di competenza e responsabilità chiaramente definiti, quando la complessità clinico-assistenziale richiede un approfondimento specialistico, una consulenza o una revisione del percorso di cura. Immagino, quindi, un modello fondato sull’integrazione delle competenze, non costruito esclusivamente sulla base dei ruoli formali o dei luoghi di lavoro. In ospedale, lo specialista potrà essere valorizzato nelle terapie intensive neonatali e pediatriche, nelle aree mediche e chirurgiche, nei percorsi oncologici, nell’assistenza alle persone con malattie rare, nelle cure palliative, nei servizi ambulatoriali e nei team dedicati ai casi ad alta complessità. Potrà fornire consulenza sui problemi assistenziali complessi, affiancare i professionisti nei processi decisionali, sostenere la formazione sul campo e contribuire alla valutazione degli esiti.

L’infermiere specialista affianca gli altri professionisti nei casi complessi, attraverso competenze avanzate e percorsi condivisi

Sul territorio potrà operare nei servizi pediatrici, nell’assistenza domiciliare, nelle cure palliative pediatriche, nelle strutture intermedie e nei percorsi che coinvolgono la scuola e i servizi sociali. Per evitare sovrapposizioni sono necessari criteri condivisi per l’attivazione dello specialista, responsabilità esplicite, strumenti comuni di documentazione e percorsi assistenziali ben definiti.

In questo modo, la complementarità delle competenze diventa concreta: il professionista più appropriato interviene nel momento giusto, mentre l’équipe mantiene una responsabilità condivisa rispetto agli obiettivi di cura».

L’infermiere specialista potrà agire anche come facilitatore della relazione e dell’interazione tra professionisti sia nelle strutture ospedaliere che sul territorio per promuovere la continuità dell’assistenza e l’accompagnamento nel percorso di transizione dall’età pediatrica all’età adulta?

«Certamente. Nei percorsi neonatali e pediatrici, la frammentazione non riguarda soltanto il passaggio tra reparti o servizi. Coinvolge la famiglia, il pediatra di libera scelta, l’ospedale, l’assistenza territoriale, la scuola, i servizi sociali e, nelle condizioni croniche complesse, numerose équipe specialistiche. Grazie a una conoscenza approfondita dei bisogni assistenziali e dell’intero percorso di cura, l’infermiere specialista potrà facilitare la condivisione delle informazioni, rendere espliciti gli obiettivi comuni e contribuire alla programmazione di passaggi assistenziali sicuri. Questa funzione sarà particolarmente importante nella transizione dall’età pediatrica a quella adulta.

La formazione prepara a sostenere la continuità assistenziale e la transizione dei giovani dai servizi pediatrici a quelli dell’età adulta

Non si tratta, infatti, di un semplice trasferimento amministrativo da un servizio a un altro, ma di un processo che deve iniziare con adeguato anticipo e tenere conto della maturità del giovane, delle sue competenze di autocura, dell’aderenza terapeutica e del contesto familiare e sociale. Lo specialista potrà contribuire alla valutazione della readiness, sostenere progressivamente l’autonomia dell’adolescente, preparare la famiglia al cambiamento e favorire il raccordo operativo tra le équipe pediatriche e quelle dedicate all’adulto. Essere facilitatore non significa assumere un ruolo di coordinamento gerarchico nei confronti degli altri professionisti. Significa mettere a disposizione una competenza clinico-assistenziale avanzata, capace di collegare bisogni, informazioni, professionisti e contesti, riducendo le discontinuità evitabili. È proprio in questi passaggi che la competenza specialistica può tradursi in un risultato tangibile: meno famiglie lasciate sole, un minore rischio di perdita al follow-up e una maggiore continuità, appropriatezza e umanizzazione dell’assistenza».