L’appropriatezza prescrittiva passa anche dalla rivalutazione periodica delle terapie. È questo il messaggio emerso dal convegno “Medication review e deprescribing come strategia di ottimizzazione delle polifarmacoterapie”, organizzato dall’Università di Verona il 24 e 25 giugno, durante il quale sono stati presentati i risultati di un’esperienza dedicata ai pazienti anziani e fragili in politerapia. Il progetto evidenzia come la revisione sistematica dei trattamenti possa migliorare la sicurezza delle cure e, al tempo stesso, generare risparmi per il Servizio sanitario nazionale.
La revisione periodica delle terapie migliora appropriatezza, sicurezza e personalizzazione delle cure nei pazienti in politerapia
Secondo i dati illustrati, per ogni paziente sono stati rivalutati in media quattro trattamenti farmacologici, con eventuale sospensione o rimodulazione quando clinicamente appropriato. L’impatto economico stimato è di circa 60 mila euro di risparmio annuo ogni 100 pazienti valutati.
Medication review: rivalutare le terapie per migliorarne appropriatezza e sicurezza
Tra i farmaci più frequentemente sottoposti a revisione figurano benzodiazepine e altri psicofarmaci, statine, diuretici e inibitori di pompa protonica. Pur trattandosi di medicinali di comprovata efficacia, il loro utilizzo richiede una rivalutazione periodica in funzione dell’evoluzione clinica del paziente, della durata del trattamento, delle possibili interazioni e del bilancio tra benefici e rischi.
Benzodiazepine, statine, diuretici e gastroprotettori sono tra i farmaci più frequentemente rivalutati
«Il deprescribing non è una politica di riduzione indiscriminata delle terapie, ma uno strumento di appropriatezza prescrittiva», dichiara Armando Genazzani, presidente della Società Italiana di Farmacologia (SIF). «L’obiettivo non è togliere farmaci, bensì assicurare che ogni paziente riceva, in ogni fase della propria storia clinica, i trattamenti realmente necessari, efficaci e sicuri. Innovazione farmacologica e revisione delle terapie sono due componenti complementari della medicina personalizzata».
La politerapia come sfida dell’invecchiamento
L’aumento dell’età media della popolazione rende sempre più frequente la politerapia nei pazienti affetti da patologie croniche multiple. In questi casi la combinazione di più trattamenti è spesso indispensabile, ma richiede una verifica periodica per evitare interazioni farmacologiche, duplicazioni terapeutiche, dosaggi non più adeguati o terapie protratte oltre il necessario.
La medication review rappresenta uno strumento strutturato per analizzare l’intera terapia del paziente, valutando indicazione, dosaggio, durata, aderenza e rapporto beneficio-rischio. Eventuali modifiche o sospensioni devono essere effettuate gradualmente e in accordo con il paziente.
L’esperienza di Verona mostra benefici clinici e un risparmio stimato di 60 mila euro ogni 100 pazienti
«La nostra esperienza conferma che una revisione sistematica delle terapie può produrre benefici concreti per il paziente e per il Servizio sanitario nazionale», spiega Gianluca Trifirò, ordinario di Farmacologia all’Università di Verona e membro della SIF. «Non si tratta di considerare un farmaco appropriato o inappropriato in assoluto, ma di valutarne l’utilità nella specifica persona e in uno specifico momento del percorso di cura».
Verso modelli organizzativi estesi al territorio
Per la SIF, la revisione delle terapie non dovrebbe rimanere confinata agli ospedali, ma diventare parte integrante dell’assistenza territoriale. L’obiettivo è sviluppare reti regionali capaci di coinvolgere farmacologi clinici, specialisti, medici di medicina generale e farmacisti in un percorso condiviso di appropriatezza prescrittiva.
La SIF propone reti regionali per portare medication review e deprescribing dall’ospedale al territorio
«Il servizio avviato a Verona rappresenta un punto di riferimento nazionale e può diventare un modello da estendere ad altre strutture sanitarie e al territorio», prosegue Trifirò. «La prospettiva è favorire reti e modelli organizzativi regionali che integrino la revisione delle terapie nella pratica clinica, valorizzando la collaborazione tra farmacologi, specialisti, medici di medicina generale e farmacisti».
I programmi di screening permettono la diagnosi precoce di un significativo numero di casi di tumore al seno, ma l’adesione non è uniforme sul territorio nazionale e una quota ancora rilevante di diagnosi emerge attraverso percorsi non strutturati, con ricadute su tempestività della diagnosi, esiti e sul vissuto delle pazienti.
Il progetto Breast coNnEcTion, avviato dalla Breast Unit dell’ASST Fatebenefratelli Sacco, si pone l’obiettivo di contrastare la frammentazione dei percorsi di cura e di creare un percorso diagnostico e di presa in carico a favore di diagnosi precoce, equità e migliore appropriatezza. TrendSanità ne ha parlato con Mariagrazia Colombo, Direttrice Generale dell’ASST Fatebenefratelli Sacco.
Il progetto si basa sulla sinergia tra ospedale e territorio per intercettare precocemente casi sospetti e indirizzarli verso un percorso strutturato e multidisciplinare. Quali sono a oggi gli aspetti critici delle fasi di diagnosi e presa in carico di una donna con un sospetto tumore mammario?
Mariagrazia Colombo
«La frammentazione del percorso diagnostico può essere problematica; molto spesso la paziente si reca in un ambulatorio per un controllo, poi viene inviata in ospedale, talvolta anche in una struttura diversa per sottoporsi ad accertamenti, o perché decide di cambiare. Capita così che rischi di trovarsi a dover gestire da sola esami, pareri differenti e percorsi non coordinati. In assenza di un iter codificato, la donna diventa attrice di una situazione che poi non riesce a governare.
Ma la frammentazione può interessare anche il trattamento: dopo la diagnosi si succedono gli interventi di diverse figure specialistiche, dall’oncologo al chirurgo, al radioterapista, fino al chirurgo plastico per la ricostruzione mammaria, senza dimenticare gli operatori che si occupano della fase riabilitativa. Serve quindi un percorso chiaro e strutturato per non perdere tempo, rischiando di arrivare troppo tardi».
Come nasce il progetto Breast coNnEcTion?
«L’iniziativa nasce per rispondere alla frammentazione dei percorsi diagnostici e assistenziali che caratterizza l’accesso al trattamento di molte pazienti, attraverso un modello integrato tra territorio e ospedale.
L’Ospedale Fatebenefratelli dispone di una Breast Unit molto avanzata, con la possibilità di procedere tempestivamente ad accertamenti diagnostici fondamentali come l’agobiopsia, l’agoaspirato, la risonanza magnetica per ogni caso sospetto. Inoltre, la struttura di radiologia senologica è pensata per essere a misura di donna, accogliente e protetta, per alleggerire momenti che possono risultare poco gradevoli. La competenza e l’esperienza dei nostri specialisti hanno portato alla costruzione di un percorso strutturato.
In assenza di un iter codificato, la donna diventa attrice di una situazione che poi non riesce a governare
Il progetto punta a migliorare non solo gli esiti clinici, ma anche la qualità della vita sociale e familiare delle donne; l’obiettivo finale è quello di intercettare eventuali patologie in stadio iniziale, prima che sia troppo tardi o che evolvano in situazioni molto complesse, per la donna e per la sua famiglia».
Come si realizza in concreto la collaborazione tra medici di medicina generale e specialisti della Breast Unit?
«I medici di medicina generale che, su base volontaria, aderiscono all’iniziativa dispongono di una checklist elaborata dagli specialisti – radiologi, oncologi, chirurghi senologi – attraverso la quale possono tracciare un quadro generaledella donna. Uno strumento per supportare il medico di medicina generale nell’intercettare le donne con un sospetto clinico da approfondire. Attraverso questa modalità, e tramite la prenotazione della prima visita senologica attraverso il CUP regionale, la paziente accede ai nostri servizi ed entra in un percorso integrato che porta a una diagnosi certa in tempi rapidi».
Quando è stato avviato il progetto?
«Il progetto, innovativo per la Regione Lombardia, ha preso il via ad aprile 2026, in un incontro di formazione con la presenza di circa 70 medici di medicina generale, durante il quale gli specialisti hanno presentato il percorso.
I medici di medicina generale sono decisivi per intercettare precocemente i casi sospetti
Teniamo molto a valorizzare il ruolo strategico dei medici di medicina generale, che sono nella condizione di individuare precocemente un eventuale problema, soprattutto in un ambito dove la diagnosi precoce è fondamentale. In futuro si terranno altri incontri di presentazione, così da coinvolgere un sempre maggior numero di medici del territorio.
Sono inoltre previste valutazioni dei risultati in prossimità dell’estate, a distanza di pochi mesi dall’avvio, e successivamente alla fine dell’anno, anche per restituire un output a Regione Lombardia».
Pensa sia un modello facilmente esportabile?
«Non vedo particolari difficoltà in questo senso. Certo, servono una buona organizzazione, la dotazione di apparecchiature diagnostiche di ultima generazione e luoghi adatti. Un elemento essenziale per mettere in atto lo stesso modello assistenziale in altri centri è la condivisione del progetto tra diversi specialisti (radiologi, oncologi, chirurghi); il personale deve essere disposto a collaborare e a mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze all’interno di un team integrato.
Tutto il personale deve essere disposto a collaborare e a mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze all’interno di un team integrato
Tengo a precisare che il progetto è stato avviato senza risorse aggiuntive dedicate, grazie all’impegno e alla collaborazione degli specialisti coinvolti, che lo hanno considerato parte dei propri obiettivi professionali».
Quale ruolo hanno la prevenzione e l’integrazione tra ospedale e territorio nel migliorare gli esiti di salute e ridurre il carico assistenziale?
«Fare prevenzione, attraverso campagne di sensibilizzazione, comunicazione sullo screening e sui percorsi di cura, in qualsiasi ambito, consente di ridurre significativamente l’impatto delle patologie sulla salute delle persone. In questo contesto, l’integrazione tra ospedale e territorioè fondamentale, così come il ruolo della comunicazione, elemento imprescindibile di ogni strategia preventiva. Inoltre, intervenire precocemente evita che il paziente debba affrontare percorsi terapeutici complessi, poiché la malattia viene sostanzialmente prevenuta o intercettata nelle fasi iniziali. Ne derivano importanti vantaggi anche sul piano economico: riduzione dei costi, minore incidenza della patologia, percorsi assistenziali più semplici, migliore qualità di vita e, in molti casi, minore ricorso all’ospedale, che dovrebbe essere riservato alle acuzie».
Consip e Confindustria Dispositivi Medici hanno sottoscritto un accordo di collaborazione triennale finalizzato a promuovere il confronto e lo sviluppo di iniziative comuni sui temi del procurement sanitario, dell’innovazione tecnologica e della sostenibilità.
L’intesa nasce dalla volontà di mettere a fattor comune competenze ed esperienze per individuare modelli di acquisto sempre più efficaci e coerenti con l’evoluzione dei fabbisogni del Servizio sanitario nazionale, valorizzando il ruolo strategico degli acquisti pubblici.
L’accordo prevede attività di confronto e approfondimento su cinque ambiti prioritari:
evoluzione normativa e regolatoria del procurement sanitario;
modelli di acquisto innovativi, compresi approcci di Value-Based Procurement;
sanità digitale e innovazione tecnologica;
analisi dei fabbisogni emergenti legati alla sanità territoriale e domiciliare;
sostenibilità ambientale e strumenti di valutazione del ciclo di vita dei prodotti.
Particolare attenzione sarà dedicata ai processi di trasformazione digitale della sanità – interoperabilità dei sistemi, telemedicina, monitoraggio remoto, Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, intelligenza artificiale e sistemi predittivi – nonché ai fabbisogni emergenti della sanità di prossimità, per individuare soluzioni di acquisto in grado di migliorare qualità, efficienza e sostenibilità dei servizi.
«L’accordo con Confindustria Dispositivi Medici – ha dichiarato Marco Reggiani, Amministratore Delegato e Direttore Generale – si inserisce nel percorso di dialogo e confronto che Consip promuove con l’obiettivo di sostenere l’evoluzione degli acquisti pubblici nella Sanità in un contesto segnato da fabbisogni sempre più complessi e da una forte spinta all’innovazione. La collaborazione avviata consentirà di individuare misure concrete per sviluppare nuovi modelli di procurement capaci di coniugare qualità, sostenibilità, efficienza e valore».
La sfida è definire modelli di acquisto in grado di accompagnare la trasformazione del SSN
«Gli acquisti pubblici – ha dichiarato Fabio Faltoni,Presidente di Confindustria Dispositivi Medici – non rappresentano soltanto uno strumento amministrativo, ma una leva strategica per accompagnare l’innovazione del sistema sanitario. La sfida oggi non è soltanto acquistare tecnologie innovative, ma definire modelli di acquisto in grado di accompagnare la trasformazione del Servizio sanitario nazionale. Dopo gli investimenti del PNRR, il tema centrale diventa come integrare in modo efficace le innovazioni nei percorsi di cura e nell’organizzazione dei servizi. La sanità territoriale e domiciliare, la telemedicina, il monitoraggio remoto, il Fascicolo Sanitario Elettronico e le applicazioni di intelligenza artificiale richiedono strumenti di procurement capaci di valutare non solo il prodotto, ma il valore generato in termini di qualità dell’assistenza, efficienza e sostenibilità del sistema. L’accordo con Consip rappresenta un’importante occasione per sviluppare una riflessione comune su questi temi strategici per il futuro della sanità italiana».
La collaborazione tra Consip e Confindustria Dispositivi Medici rafforza il confronto istituzionale su temi centrali per l’evoluzione del sistema sanitario, promuovendo una cultura degli acquisti pubblici orientata al valore, all’innovazione e alla sostenibilità, a beneficio di amministrazioni, imprese e cittadini.
Il XIV Rapporto sulle Performance socio-sanitarie Regionali del Sistema Sanitario Italiano, curato dal CREA Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità), offre una fotografia dettagliata sulle performance a livello regionale in tema di opportunità di tutela della salute. Il Veneto si conferma la Regione più performante, raggiungendo il 64% del valore massimo teorico della performance, mentre la Calabria si posiziona all’ultimo posto con il 36%. Il trend nazionale è comunque positivo, con un indice medio di performance che passa dal 43,4% del 2019 al 46,1% del 2025. Tuttavia, la percezione di miglioramento da parte dei cittadini rimane limitata e molto variabile tra le diverse aree del Paese.
Circa un terzo delle Regioni non supera il 40% della performance massima
Le dimensioni che più incidono sulla performance, valorizzate da un panel di 114 stakeholder, che hanno contribuito all’elaborazione del Rapporto, suddivisi tra istituzioni, utenti/cittadini, professioni sanitarie, management delle aziende sanitarie, industria life sciences, sono gli esiti (31,2%) e l’appropriatezza (27,5%), seguite dalla dimensione economico-finanziaria (12,7%), sociale (11,8%), equità (9,9%) e innovazione (6,9%). Dopo alcuni anni, si inverte la tendenza e crescono nuovamente di importanza gli esiti e l’appropriatezza: fenomeno che suggerisce che secondo il panel non è più scontata la capacità del sistema di tutela di garantirli in modo universalistico; aumenta anche il peso della dimensione economico-finanziaria, soprattutto per il management e i professionisti sanitari, segno di una “sofferenza” gestionale e operativa. Al contrario, equità e innovazione riducono il loro contributo rispetto alle precedenti edizioni; il contributo del sociale aumenta invece per i cittadini e le istituzioni; l’integrazione sociosanitaria resta un punto debole, soprattutto nell’assistenza domiciliare e nella presa in carico degli anziani non autosufficienti.
L’analisi integrata di performance, soddisfazione e percezione dei miglioramenti offre indicazioni preziose per orientare le politiche sanitarie, con la raccomandazione di rafforzare l’assistenza residenziale e domiciliare, nonché l’integrazione sociosanitaria per rispondere alle esigenze emergenti della popolazione, in cui cresce il numero di soggetti non autosufficienti.
Tutte le Regioni migliorano, ma il divario è ancora forte
Tutte le Regioni hanno registrato miglioramenti, in generale più marcati dove i livelli di partenza erano bassi: la Toscana ha avuto l’incremento maggiore (+0,08 punti percentuali), seguita da Calabria (+0,065), Veneto (+0,059) e P.A. di Trento (+0,057). Il Centro e il Mezzogiorno hanno mostrato miglioramenti mediamente superiori rispetto al Nord, contribuendo a ridurre parzialmente le disuguaglianze. Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna e Piemonte hanno avuto incrementi più contenuti (+0,01), probabilmente per vincoli strutturali e livelli già elevati.
Il divario tra le Regioni migliori e peggiori resta comunque significativo: circa un terzo delle regioni non supera il 40% del valore massimo di performance ottenibile.
Il divario tra le Regioni migliori e peggiori resta significativo
Analizzando nel dettaglio il ranking regionale, il Veneto è in testa, seguito dalla Provincia Autonoma di Trento, che raggiunge il 62%. Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Marche e la Provincia Autonoma di Bolzano si attestano su valori compresi tra il 56% e il 50%.
Un gruppo intermedio comprende Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Sardegna, Lombardia, Lazio, Abruzzo e Umbria, con performance tra il 48% e il 42%. In coda alla classifica si trovano Puglia, Basilicata, Campania, Valle d’Aosta, Sicilia, Molise e Calabria, tutte sotto il 40% della performance massima.
La percezione dei cittadini
CREA Sanità ha promosso una indagine su un campione rappresentativo della popolazione italiana per verificare come le opportunità di tutela regionali si riflettano nella percezione dei cittadini rispetto ai servizi erogati dai servizi sanitari: dopo l’indagine del 2025 dedicata ad analizzare i livelli di soddisfazione, quest’anno è stato indagata la percezione dei cittadini relativamente ai trend di miglioramento/peggioramento nel medio periodo.
Ricordando che la mediana nazionale della soddisfazione nel 2025 è risultata pari a 7,1 su 10, con valori generalmente superiori alla sufficienza, ma con ampie differenze tra territori e tipologie di servizio, l’indagine 2026 dice che la quota di cittadini che ha percepito un trend di miglioramento dei servizi del SSN è bassa, variando dall’8,6% al 25,9%, con la maggior parte delle regioni tra il 17% e il 22%.
Abruzzo e Molise registrano la quota più alta di cittadini che percepiscono miglioramenti (25,9%), seguite da Lombardia (22,9%), Veneto (22,7%) e Umbria (22,6%). Al contrario, il Trentino-Alto Adige si distingue per la percentuale più bassa (8,6%), seguito da Sardegna (15,3%) e Friuli-Venezia Giulia (16,8%). In Regioni come Liguria, Lazio, Puglia, Basilicata, Calabria, Campania, Piemonte e Valle d’Aosta, la quota si attesta tra il 17% e il 21%.
Le aree di assistenza territoriale restano percepite come critiche e meno soddisfacenti
Una percezione di miglioramento è più diffusa nei servizi standardizzati come l’accesso ai farmaci (30% a livello nazionale, con punte oltre il 40% in alcune Regioni), mentre resta bassa nei servizi residenziali e domiciliari, e quelli legati alla long-term care (ad esempio, solo il 14,6% per l’assistenza domiciliare e il 16,8% per la non autosufficienza). In Lombardia, il 30,2% dei cittadini ha percepito miglioramenti nella prevenzione e il 33,1% nell’accesso ai farmaci; in Veneto, il 36,4% nella prevenzione e il 22% nell’assistenza ai non autosufficienti.
Permangono, quindi, criticità nella capacità di rendere visibili i progressi nei servizi territoriali, con una forte variabilità regionale e nessun chiaro gradiente Nord-Sud: i cittadini riconoscono i miglioramenti soprattutto nei servizi più consolidati, mentre le aree di assistenza territoriale restano percepite come critiche e meno soddisfacenti.
Le priorità di intervento
Il panel coinvolto ha definito le priorità per la promozione della tutela della salute: a conferma della multidimensionalità della performance, gli utenti si concentrano su esiti e condizioni di vita, le istituzioni cercano un equilibrio tra equità, prevenzione e sostenibilità, i professionisti sanitari puntano sulla qualità clinica e sugli esiti, il management aziendale si concentra su efficienza ed esiti, mentre l’industria delle life sciences dà maggiore importanza a innovazione, accesso ed esiti.
L’indagine sulla percezione dei cittadini è complementare a quella della performance indicando in quali aree e più urgente intervenire: nel Nord l’attenzione si dovrebbe concentrare sull’assistenza domiciliare e residenziale, la prevenzione e il rapporto con il medico di medicina generale. Nel Centro, sull’attenzione alla non autosufficienza e sull’assistenza domiciliare. Nel Sud e nelle Isole, pur registrandosi un miglioramento percepito in tema di assistenza domiciliare e nei ricoveri programmati, persistono difficoltà generalizzate nei servizi territoriali.
Evidenze, criticità e soluzioni
L’analisi evidenzia che il trend evolutivo delle opportunità di tutela della salute è positivo, ma la distanza dai livelli ottimali resta ampia e le differenze territoriali sono marcate. I miglioramenti sono più evidenti nelle Regioni che partivano da livelli più bassi, contribuendo a una parziale riduzione delle disuguaglianze. Ma la dinamica di questi miglioramenti non si ritrova nella percezione di miglioramento da parte dei cittadini, soprattutto per quanto concerne la residenzialità, domiciliarità e la long-term care, che rappresentano il principale punto di debolezza del sistema. Le aree più strutturate, come la farmaceutica e la prevenzione, mostrano invece livelli più elevati e uniformi di soddisfazione e miglioramento percepito.
L’analisi offre quindi indicazioni preziose per orientare le politiche sanitarie: è necessario rafforzare l’assistenza territoriale e in particolare l’integrazione sociosanitaria per rispondere alle esigenze emergenti della popolazione. Una sfida per il futuro sarà, anche, quella di rendere più visibili e percepibili i progressi. La strada verso l’eccellenza rimane ancora lunga e richiede un impegno costante per ridurre le disuguaglianze e rafforzare le aree più deboli, con particolare attenzione ai bisogni emergenti di una popolazione in rapido invecchiamento.
Le Regioni con performance più alta (Tabella 1) non sempre coincidono con quelle dove i cittadini percepiscono maggiormente i miglioramenti (Tabella 2), a conferma della parziale indipendenza tra performance oggettiva e soddisfazione/gradimento percepito.
Classifica delle Regioni per performance complessiva
Posizione
Regione
Indice di performance (%)
1
Veneto
64
2
P.A. di Trento
62
3
Toscana
56
4
Friuli-Venezia Giulia
54
5
Marche
52
6
P.A. di Bolzano
51
7
Emilia-Romagna
48
8
Liguria
46
9
Piemonte
44
10
Sardegna
43
11
Lombardia
43
12
Lazio
43
13
Abruzzo
42
14
Umbria
42
15
Puglia
39
16
Basilicata
39
17
Campania
38
18
Valle d’Aosta
38
19
Sicilia
37
20
Molise
37
21
Calabria
36
Tabella 1. Classifica delle Regioni secondo l’indice sintetico di performance, che tiene conto di indicatori multidimensionali (appropriatezza, esiti, equità, innovazione, sociale, economico-finanziaria) e delle preferenze di un panel di stakeholder
Classifica delle Regioni per gradimento dei cittadini (percezione di miglioramento dei servizi SSN)
Posizione
Regione/Area Accorpata
% cittadini che percepisce miglioramento
1
Abruzzo e Molise
25,9
2
Lombardia
22,9
3
Veneto
22,7
4
Umbria
22,6
5
Liguria
21,8
6
Lazio
20,9
7
Puglia e Basilicata
19,9
8
Calabria
19,9
9
Campania
19,2
10
Piemonte e Valle d’Aosta
17,9
11
Friuli-Venezia Giulia
16,8
12
Toscana
17
13
Marche
17
14
Sardegna
15,3
15
Trentino-Alto Adige
8,6
Fonte: Survey su popolazione italiana 2026, CREA Sanità
Tabella 2. Quota di cittadini che ha percepito un miglioramento dei Servizi sanitari regionali nel medio periodo
Le aree di intervento per migliorare performance e giudizi dei cittadini
In tutte le regioni, per migliorare la performance e il giudizio dei cittadini, è fondamentale ridurre le disuguaglianze di accesso, investire nella prevenzione e nella comunicazione, e rendere più visibili i miglioramenti ottenuti. L’integrazione sociosanitaria e la presa in carico della non autosufficienza restano le priorità comuni.
Per alcune Regioni limitrofe i problemi (e le soluzioni) sono analoghi (Tabella 3).
Aree prioritarie di intervento per migliorare percezione da parte del cittadino
Sovraffollamento crescente, quadri clinici complessi, carenza di personale nei diversi comparti operativi. Per gli psicologi operare all’interno degli istituti penitenziari è un’impresa sempre più difficile. Si rende evidente la necessità di un intervento strutturato di ricognizione e proposta. Per far luce su necessità e richieste, l’Ordine degli Psicologi della Lombardia (OPL) da gennaio a marzo scorso ha condotto un’indagine coinvolgendo 185 professionisti sul tema delle condizioni di lavoro degli psicologi all’interno delle carceri. Un lavoro importante perché lo psicologo contribuisce in modo determinante alla tutela della salute mentale, alla gestione delle situazioni di vulnerabilità e alle costruzione di percorsi di reinserimento sociale.
Per gli psicologi rischi di aggressione durante le attività
La realtà che emerge dalla survey dell’OPL è critica: per oltre il 70% degli intervistati l’attività in ambito penitenziario comporta rischi per l’incolumità personale, mentre il 58,5% dichiara di aver vissuto situazioni in cui si è sentito minacciato o in pericolo. Tra i rischi vengono indicati spazi inadeguati (74,8%), mancanza di dispositivi di sicurezza (61%) e carenza di personale di sorveglianza (54,7%). C’è poi la questione della formazione: circa il 60% dei professionisti dichiara di non aver ricevuto formazione specifica sulla gestione di situazioni a rischio o di emergenza, mentre il 76,2% non conosce procedure operative dedicate. Infine, sul piano della tutela contrattuale, la forma di lavoro prevalente è la collaborazione in partita IVA (59,3%), e i due terzi dei rispondenti ritengono che non venga rispettato il principio dell’equo compenso.
Il totale di rispondenti alla survey, pari a 185, è il campione di psicologi penitenziari che afferisce a tre categorie: Ministero della Giustizia, Terzo Settore e psicologi OPL che svolgono servizi di psicologia delle ASST. Questi ultimi appartengono al servizio sanitario e sono 99 a livello lombardo (59 nella sola provincia di Milano), mentre le prime due categorie sono difficili da quantificare perché derivano da progetti che iniziano e finiscono, dunque non sono figure stabilizzate.
Simona Silvestro
TrendSanità ha parlato della ricerca con Simona Silvestro, Coordinatrice del Gruppo di Lavoro sulla Psicologia Penitenziaria presso l’Ordine degli Psicologi della Lombardia.
Dottoressa Silvestro, da che cosa nasce la ricerca dell’OPL sulle condizioni degli psicologi negli istituti penitenziari e come è stata condotta?
«La ricerca condotta ha preso le mosse dalla segnalazione di molti professionisti iscritti che lamentano condizioni contrattuali ed economiche non idonee e da alcuni recenti episodi di cronaca che hanno visto gli psicologi subire aggressioni durante lo svolgimento della propria attività nel penitenziario. Inoltre, in alcuni contesti detentivi come l’IPM Beccaria (a Milano ndr) sono registrati incendi e risse quotidianamente.
È stato costituito un gruppo di lavoro OPL sulla psicologia penitenziaria con l’obiettivo di indagare questo fenomeno e cercare di individuare soluzioni per ridurne l’impatto. L’indagine, che rappresenta solo la prima fase delle attività che si intende realizzare, ha messo in luce tre elementi principali. Primo, la sicurezza: il 70% dei rispondenti ritiene che l’attività di psicologo nel contesto penitenziario comporti rischi per la sicurezza e l’incolumità personale. Secondo, formazione e preparazione alla gestione di situazioni a rischio: il 60% dichiara di non aver ricevuto formazione specifica sulla gestione di situazioni di rischio, aggressività o violenza. Terzo, condizioni contrattuali ed economiche: la forma contrattuale prevalente è quella della partita IVA e il 75% dei rispondenti dichiara che non viene rispettato l’equo compenso nel proprio rapporto di lavoro».
Le difficoltà degli psicologi che operano nelle carceri sono legate anche alle molte carenze delle strutture penitenziarie. Quali sono le principali?
«La situazione degli Istituti penitenziari lombardi è oggi caratterizzata da condizioni di crescente complessità operativa: le strutture sono fatiscenti, il sovraffollamento ha raggiunto una media del 146% con dei picchi intorno al 200% (CC Milano San Vittore). Mancano gli spazi vitali (nelle celle sono stipate fino a 8 persone) e conseguentemente mancano gli spazi per colloqui e attività. A fronte del sovraffollamento non sono cresciute proporzionalmente le figure deputate alla cura (medici, infermieri, psicologi). In Lombardia ci sono circa 150 psicologi penitenziari tra ASST e Ministero della giustizia, ai quali aggiungere gli psicologi dei progetti del terzo settore.
Tra i detenuti fragilità psichica e gravi casi di emarginazione
La tipologia dei detenuti presenti risulta sempre più compromessa sul piano della fragilità psichica delle storie politraumatiche, ed è caratterizzata da livelli di grave emarginazione. Molti sono stranieri senza possibilità di permanenza sul territorio dopo la detenzione. Suicidi e atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno».
Formazione degli psicologi: la ricerca denuncia una mancanza di preparazione nella gestione delle situazioni a rischio. Cosa può dire in proposito?
Il 58% degli intervistati dichiara di aver vissuto situazioni in cui si è sentito minacciato o in pericolo per aggressività verbale verso terzi (76%), aggressività fisica verso terzi (64%), rischio biologico (69%); dall’altro canto la maggior parte di loro non ha mai ricevuto una formazione specifica sulla gestione delle situazioni di rischio, aggressività ed emergenza. Pare che i professionisti non vengano coinvolti nel training sulla sicurezza, che risulta appannaggio dei dipendenti dell’amministrazione penitenziaria e delle ASST. Inoltre, non esistono ad oggi dispositivi meccanici di sicurezza come in alcuni reparti psichiatrici esterni, ad esempio, campanelli che permettano di lanciare l’allarme se necessario».
Quali sono le iniziative formative di OPL con Regione Lombardia, ASST e Amministrazione penitenziaria?
«La survey costituisce un primo passo nella direzione di evidenziare la situazione di sofferenza degli psicologi penitenziari: attualmente stiamo chiedendo all’Amministrazione penitenziaria e a Regione Lombardia di trovare insieme delle soluzioni per migliorare il benessere dei nostri iscritti, pur tenendo conto del complesso quadro di contesto».
Retribuzione: manca un equo compenso. Cosa chiede l’OPL?
«OPL chiede che la quota oraria degli operatori psicologi delle ASST venga adeguata a quella degli psicologi del Ministero della Giustizia in conformità alla legge sull’equo compenso (L. 49/2023)».
Le situazioni denunciate nella ricerca sono simili a quelle di altre Regioni?
«Stiamo aprendo un dialogo con il Consiglio nazionale degli psicologi per estendere la riflessione al contesto nazionale ed effettuare un confronto tra Regioni».
Quali sono dunque le direzioni di intervento secondo la survey?
«Nel loro insieme, questi dati suggeriscono la necessità di intervenire su quattro direttrici principali: sicurezza degli spazi e dei dispositivi, formazione specifica e protocolli condivisi, strumenti di supporto professionale, maggiore strutturazione e riconoscimento contrattuale del ruolo. Intervenire su questi aspetti appare fondamentale non solo per tutelare i professionisti, ma anche per garantire la qualità degli interventi psicologici all’interno del sistema penitenziario e quindi per garantire il diritto alla cura alle persone detenute».
Dalla genetica umana alle più avanzate tecniche di analisi delle immagini diagnostiche, anche basate su intelligenza artificiale: sono questi i due principali ambiti di ricerca su cui si è concentrata negli ultimi quattro anni l’attività dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS nel quadro del progetto europeo ANTHEM (AdvaNced Technologies for Human centrEd Medicine), di cui è partner. In particolare, i ricercatori hanno lavorato da un lato per identificare le varianti genetiche responsabili di malattie rare ancora senza diagnosi in pazienti pediatrici e adulti; dall’altro per sviluppare tecniche innovative di acquisizione e analisi delle immagini mediche, utili a individuare indicatori per valutare l’efficacia di nuovi farmaci e migliorare gli standard di cura in ambito renale, polmonare e cerebrale.
ANTHEM unisce genetica e intelligenza artificiale al servizio della medicina personalizzata
A pochi mesi dalla conclusione del progetto, prevista per novembre 2026, l’Istituto ha tracciato un bilancio di queste attività in occasione del convegno “Personalized medicine and digital health: achievements for rare disease patients”, ospitato nella sede di Bergamo all’interno del Kilometro Rosso. Protagonisti dell’incontro i giovani ricercatori che si sono occupati delle diverse linee progettuali e che hanno illustrato i risultati raggiunti.
Genetica umana: verso diagnosi più precise nelle malattie rare
Il laboratorio di Genetica Umana, diretto dallaDottoressa Marina Noris, ha ottenuto risultati rilevanti che rappresentano una base solida per sviluppi futuri. Grazie alle tecnologie acquisite con il progetto ANTHEM, è stato possibile completare il sequenziamento genetico avanzato in tutti i pazienti affetti da malattie rare senza una diagnosi riferiti al centro – 30 persone in totale – raggiungendo una diagnosi molecolare in circa il 50% dei casi. Un risultato in linea con i migliori dati riportati in letteratura. Per i restanti pazienti senza una diagnosi definitiva, sono stati sviluppati modelli cellulari specifici a partire da biopsie cutanee. È stata inoltre messa a punto una procedura standard per estrarre RNA di alta qualità, un passaggio fondamentale che permette di interpretare meglio le varianti genetiche e di studiarne le alterazioni.
Nell’ambito del progetto è stata infine acquisita e resa operativa una piattaforma dispatial transcriptomics, una tecnologia fondamentale, che permette di collegare il dato molecolare alla sua precisa localizzazione cellulare e istologica e che ora è pronta per applicazioni su tessuto renale.
Imaging e intelligenza artificiale: nuovi strumenti per la ricerca e la clinica
Il laboratorio di Medical Imaging, diretto dalla Dottoressa Anna Caroli, in collaborazione con l’Università degli Studi di Bergamo e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ha fornito un supporto trasversale ai diversi progetti pilota di ANTHEM nella gestione, modellazione e analisi integrata di dati clinici, genetici e di imaging.
Sono stati inoltre sviluppati diversi metodi per l’analisi automatica di immagini diagnostiche – renali, toraciche e cerebrali – utilizzando sia metodi tradizionali sia approcci basati sull’intelligenza artificiale. Tra i risultati principali, lo sviluppo di una procedura (pipeline) avanzata per l’elaborazione di immagini precliniche, in grado di segmentare automaticamente reni e cisti e di quantificare il numero di cisti renali e di ottenere così indicatori quantitativi fondamentali per valutare l’efficacia di terapie innovative per la cura delle malattie renali.
Sono stati sviluppati diversi metodi per l’analisi automatica di immagini diagnostiche
Questi strumenti sono già disponibili (o lo saranno a breve) su GitHub, una piattaforma per lo sviluppo di progetti open source, favorendone la diffusione e l’utilizzo nella comunità scientifica.
Parte delle apparecchiature utilizzate per queste ricerche, per un valore di circa due milioni di euro, è stata acquistata dall’Università di Bergamo con i fondi ANTHEM ed è attualmente in utilizzo presso le due sedi di Ranica e Bergamo dell’Istituto Mario Negri.
«Lo studio delle malattie rare è una priorità di sanità pubblica, perché tutti gli ammalati hanno il diritto di avere lo stesso tipo di trattamento, e questo è particolarmente importante per chi soffre di malattie che non hanno ancora una diagnosi – commenta Ariela Benigni, Segretario Scientifico dell’Istituto Mario Negri e responsabile delle ricerche di Bergamo e Ranica. Grazie al progetto ANTHEM, abbiamo la possibilità di avvicinarci sempre più a identificare queste malattie, mettendo insieme le conoscenze tradizionali e le tecnologie più sofisticate, tra cui l’intelligenza artificiale. Questi strumenti non sostituiscono i medici, ma integrano le loro capacità e le loro competenze, portandole a un livello di sofisticazione che si avvicina sempre di più alla verità. Ed è molto significativo che grazie ad ANTHEM siamo riusciti ad inserire in questo progetto anche diversi giovani ricercatori, supportando per questi anni il loro lavoro e favorendone la crescita e la formazione in ambito scientifico».
«Lo studio delle malattie rare è una priorità di sanità pubblica»
«La collaborazione con un istituto come il Mario Negri, riconosciuto in tutto il mondo per il rigore e la qualità delle sue ricerche, rappresenta per ANTHEM un valore prezioso – dichiara Stefano Paleari, Presidente di Fondazione ANTHEM. La genetica e lo studio delle malattie rare sono terreni in cui la nostra missione si esprime pienamente. Nei diversi progetti che ci vedono coinvolti abbiamo messo a disposizione macchinari di ultima generazione la cui tecnologia avanzata può dare un contributo significativo per il benessere dei pazienti, aiutando a dare un nome alla loro malattia, ad introdurre terapie più efficaci, a migliorare la qualità della loro vita. Ma la tecnologia, da sola, non basta. Collaborazioni come quella tra ANTHEM e Istituto Mario Negri sono in grado di generare un impatto concreto perché si fondano sulle alte competenze dei tanti ricercatori coinvolti e su una programmazione condivisa che permette di costruire un ponte reale tra ricerca e bisogni delle persone».
«Sono molto grato al Professor Paleari e a Fondazione ANTHEM per aver dato vita a questo importante network che ha favorito una collaborazione concreta tra istituzioni e ricercatori con tecnologie d’avanguardia», commenta Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto Mario Negri «un modello che rafforza la ricerca nell’ambito delle malattie rare e accelera lo sviluppo di una medicina sempre più in grado di rispondere ai bisogni degli ammalati».
L’aggiornamento delle Linee di Indirizzo Regionali per l’accesso alle tecnologie per il diabete approvato dalla Regione Puglia rappresenta un passaggio di grande rilievo per l’assistenza diabetologica. Il provvedimento recepisce le indicazioni formulate dal Tavolo Tecnico Regionale di Health Technology Assessment (HTA) e introduce importanti innovazioni che consentiranno di semplificare l’accesso ai dispositivi per il monitoraggio continuo della glicemia, migliorando la presa in carico delle persone con diabete.
Tra le principali novità figurano la prescrizione diretta dei dispositivi tecnologici da parte degli specialisti diabetologi, l’eliminazione dei passaggi burocratici che comportavano inutili doppie visite, una maggiore continuità terapeutica evitando cambi di dispositivo non giustificati da esigenze cliniche e l’estensione dell’accesso alle tecnologie avanzate a un numero più ampio di persone in terapia insulinica.
È stato semplificato l’accesso ai dispositivi per il monitoraggio continuo della glicemia
«Accogliamo con grande soddisfazione la delibera della Regione Puglia, di recente pubblicazione, che recepisce le indicazioni emerse dal lavoro del Tavolo Tecnico Regionale di Health Technology Assessment (HTA) e amplia in modo significativo l’accesso ai sistemi di monitoraggio continuo della glicemia», ha dichiarato Francesco Giorgino, Professore Ordinario all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Direttore dell’U.O.C. di Endocrinologia presso il Policlinico di Bari, Presidente dell’EASD (Società Europea per lo Studio del Diabete) «Si tratta di un provvedimento di grande rilevanza, che da un lato estende la possibilità di prescrizione anche agli specialisti ambulatoriali territoriali, favorendo una presa in carico più capillare e tempestiva delle persone con diabete, e dall’altro amplia la platea dei pazienti eleggibili, includendo anche coloro che sono in trattamento con insulina basale e non esclusivamente quelli in terapia insulinica multi-iniettiva.
Questa decisione rappresenta un importante passo avanti verso una maggiore equità di accesso all’innovazione e consentirà a un numero sempre più ampio di persone con diabete di beneficiare di tecnologie che hanno dimostrato di migliorare il controllo glicemico, ridurre il rischio di ipo- e iperglicemia, aumentare la sicurezza delle cure e favorire una migliore qualità della vita.
«Estende la possibilità di prescrizione anche agli specialisti ambulatoriali territoriali»
Desidero esprimere un sentito ringraziamento alla Dottoressa Elisabetta Graps, Coordinatrice del Tavolo Tecnico Regionale HTA, a tutti i componenti del Tavolo e alle associazioni di pazienti rappresentate da FAND, nella persona di Giuseppe Traversa, per il contributo offerto in un percorso di confronto qualificato, partecipato e orientato al miglioramento concreto dell’assistenza.
Esprimo infine il mio apprezzamento alla Regione Puglia per aver saputo valorizzare il lavoro tecnico e scientifico svolto nell’ambito del Tavolo HTA, traducendolo in un provvedimento concreto che rafforza l’appropriatezza prescrittiva, promuove un utilizzo più esteso delle tecnologie basato sulle evidenze scientifiche e contribuisce a rendere l’assistenza diabetologica sempre più moderna, personalizzata e centrata sui bisogni delle persone con diabete».
«Amplia la platea dei pazienti eleggibili»
L’approvazione della delibera rappresenta anche il risultato di un percorso di confronto istituzionale al quale FAND Associazione Italiana Diabeticiha partecipato con continuità, portando all’attenzione della Regione le esigenze delle persone con diabete e contribuendo, insieme agli altri componenti del Tavolo HTA, alla definizione di un modello assistenziale più semplice, appropriato ed equo.
Determinante è stato il convegno promosso da FAND alla fine di gennaio 2025, occasione nella quale sono state evidenziate le principali criticità del sistema alla presenza di rappresentanti delle istituzioni regionali e dello stesso Professor Francesco Giorgino. A quell’iniziativa è seguito un costante lavoro di interlocuzione con la Regione attraverso incontri, comunicazioni e proposte, mantenendo alta l’attenzione sulla necessità di garantire un accesso più ampio e uniforme alle tecnologie innovative.
«Condividiamo con soddisfazione un risultato che appartiene a tutta la comunità delle persone con diabete», ha detto Manuela Bertaggia, Presidente di FAND Associazione Italiana Diabetici «Questo provvedimento dimostra che il dialogo tra istituzioni, comunità scientifica e associazioni dei pazienti può tradursi in scelte concrete capaci di migliorare la qualità dell’assistenza e la tutela del diritto alla salute».
Rappresenta appena l’1% di tutte le neoplasie diagnosticate in Italia, eppure i numeri raccontano una realtà in netta e preoccupante crescita: ogni anno si registrano circa 5.000 nuovi casi, con un aumento stimato del 5%.
Con questi dati, Eugenio Gaudio, già Rettore dell’Università La Sapienza di Roma e Professore ordinario di Anatomia Umana e Clinica, contestualizza il colangiocarcinoma, tumore aggressivo delle vie biliari, e richiama la necessità di investire in salute e istruzione come condizioni essenziali per l’innovazione, l’equità e la sostenibilità del welfare. Una sfida che chiama in causa la capacità del sistema sanitario di ridurre il gap traslazionale e trasformare i progressi della medicina di precisione in cure accessibili.
Eterogeneità biologica e immunoevasione
Ilcolangiocarcinoma origina dai colangiociti, le cellule che rivestono i dotti biliari, e può svilupparsi all’interno del fegato o lungo le vie biliari.
È indispensabile un approccio terapeutico personalizzato
La sua complessità dipende soprattutto dall’eterogeneità biologica: esistono diversi sottotipi che presentano importanti differenze biologiche, rendendo indispensabile un approccio terapeutico personalizzato.
L’aggressività risiede anche nel microambiente tumorale che lo protegge.
«Il colangiocarcinoma elude la prima difesa del nostro organismo, i linfociti, che, normalmente, distruggono le cellule mutate», spiega Gaudio.
Una caratteristica che rende l’immunoterapia una delle linee di ricerca più promettenti, con l’obiettivo di stimolare il sistema immunitario a riconoscere ed eliminare le cellule neoplastiche.
L’immunoterapia è una delle linee di ricerca più promettenti
Gli studi della Sapienza analizzano inoltre il ruolo del sistema nervoso nella progressione della malattia e dei meccanismi che favoriscono la crescita del tumore.
Diagnosi precoce e profilazione genetica
Le prospettive cliniche restano critiche. «La sopravvivenza a cinque anni è inferiore al 20%, la terapia chirurgica è applicabile solo al 20-25% dei casi, presenta un rischio molto alto di recidiva. Nelle forme avanzate non operabili, la sopravvivenza media è inferiore a un anno», sottolinea Gaudio.
In questo scenario così critico, anticipare ladiagnosi è la vera priorità.
Le priorità sono diagnosi precoce e strategie terapeutiche mirate
Accanto a fattori di rischio noti – malattie infiammatorie croniche delle vie biliari, infezioni parassitarie, calcolosi biliare, cirrosi – ne emergono altri legati allo stile di vita, come fumo, obesità, diabete. Per rintracciarlo in tempo, la frontiera più promettente è oggi la biopsia liquida, capace di intercettare le cellule tumorali direttamente nel sangue.
La svolta decisiva passa però dalla mappatura dei diversi sottotipi di colangiocarcinoma, un campo in cui i ricercatori della Sapienza sono in prima linea per sviluppare strategie terapeutiche più mirate.
Se la scoperta del ruolodei recettori per gli estrogeni ha contribuito a chiarire la maggiore incidenza della patologia nelle donne, aprendo ad approcci mirati, oggi l’attenzione si sposta su tecnologie di altissima precisione per caratterizzare le cellule maligne e colpire nuovi bersagli molecolari – CNNM4 e MARCO – che potrebbero rappresentare future strategie terapeutiche.
Digital Twin
Accanto alla profilazione genetica, si sviluppano anche i Digital Twin. «Una metodologia che prevede di costruire dei pazienti reali o virtuali» spiega Gaudio, «per poter predire la risposta a una specifica terapia e somministrare quella più efficace». Un approccio in evoluzione, il cui progresso dipenderà dalla decodifica delle mutazioni tumorali.
ENSCCA: la rete globale per il colangiocarcinoma
Per favorire la condivisione dei dati e la collaborazione internazionale, il gruppo della Sapienza ha contribuito a promuovere l’ENSCCA, European Network for the Study of Cholangiocarcinoma. Un network multidisciplinare nato nel 2016 dalla collaborazione tra Sapienza, gruppi di ricerca spagnoli e danesi, che oggi riunisce oltre 600 membri di più di 300 istituzioni mondiali.
Il network ENSCCA promuove la condivisione delle conoscenze e la formazione di competenze specialistiche
«L’impegno del network è quello di creare registri ampi e aggiornati combinando dati clinici, istologici, molecolari e radiologici per avere una migliore caratterizzazione, riconoscere i diversi tipi di colangiocarcinoma ed individuare terapie personalizzate», spiega Eugenio Gaudio.
Coordinato dal gruppo della Sapienza, il progetto punta a favorire studi clinici multicentrici e a definire un modello metodologico replicabile anche in altre malattie rare. Un approccio che promuove la condivisione delle conoscenze e la formazione di competenze specialistiche, elementi essenziali per trasferire i risultati della ricerca nella pratica clinica.
Tumor board e Hub-Spoke
In questo contesto complesso, i tumor board rappresentano uno strumento centrale nella gestione della malattia: «Un approccio multidisciplinare e transdisciplinare che bisogna potenziare», afferma Gaudio.
Il modello più efficace potrebbe essere quello della rete Hub-Spoke con centri di eccellenza regionali o interregionali (Hub) collegati a ospedali territoriali (Spoke). Un’organizzazione che permetterebbe di indirizzare i pazienti verso strutture specializzate garantendo continuità assistenziale e corretta informazione. Un modello che richiede non solo investimenti tecnologici, ma anche percorsi formativi adeguati per i professionisti coinvolti.
Gap traslazionale
Il nodo centrale resta il divario tra ricerca e applicazione clinica, che rischia di trasformarsi in una frattura strutturale all’interno del Servizio sanitario nazionale.
Gaudio rintraccia la radice del problema nella progressiva aziendalizzazione degli ospedali che ha introdotto vincoli di bilancio spesso difficili da conciliare con i tempi e i costi della ricerca.
Il gap tra ricerca e applicazione clinica si può superare tramite una riorganizzazione strutturale
«Bisogna stare attenti al budget, tenere i pazienti il minimo tempo indispensabile», sottolinea, «ostacolando tutto ciò che è apparentemente costoso, ma che in realtà nel medio e lungo periodo consente di risparmiare».
Per colmare questo gap, la proposta si basa su una riorganizzazione strutturale differenziando gli ospedali di assistenza sul territorio dai grandi ospedali di ricerca chiamati a integrare attività assistenziale, didattica e di ricerca. Inoltre, Gaudio rimarca come «l’intelligenza, l’abnegazione, la passione, la formazione dei nostri ricercatori» sia riconosciuta a livello internazionale e richiama la necessità di valorizzare le nuove generazioni.
Ridurre il gap significa infatti investire nella ricerca, nella formazione e nella capacità del sistema sanitario di tradurre le conoscenze in innovazione clinica.
Dal sapere al far sapere
Gaudio delinea una strategia chiara, basata su tre macro-obiettivi cronologici: rafforzare la ricerca scientifica, potenziare i centri di eccellenza e migliorare l’informazione.
Un approccio che richiama i principi dell’andragogia medica: «Sapere, saper fare, saper essere e far sapere», secondo cui anche le innovazioni più avanzate rischiano di restare inefficaci senza una corretta conoscenza.
«Sapere, saper fare, saper essere e far sapere»
In questa prospettiva, la ricerca di base resta centrale per comprendere i meccanismi biologici e trasferire le conoscenze dal banco di laboratorio al letto del paziente.
Una visione che, in Sapienza, ha trovato applicazione concreta oltre vent’anni fa, quando Gaudio fondò il primo dottorato di ricerca traslazionale in epatologia sperimentale.
Salute e istruzione: pilastri del welfare
Dalla comunità accademica si alza così un messaggio diretto ai decisori politici: «Investirei di più sulla tutela della salute e l’istruzione, per me base di un welfare sostenibile», asserisce Gaudio, «perché significa garantire pari opportunità e poi ognuno giocherà la sua partita nella vita».
Un monito che poggia su una visione pragmatica: «Un Paese in salute e con cittadini più colti è un Paese che funziona meglio».
Uno spazio dedicato all’ascolto, all’accoglienza e al supporto relazionale per pazienti, familiari e operatori sanitari. Si chiama “Camera Amica” ed è stato inaugurato all’interno del reparto di Day Week Surgery dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria San Luigi Gonzaga di Orbassano.
Ricavata dalla riqualificazione di un locale precedentemente adibito a deposito, la Camera Amica è stata concepita come un ambiente polifunzionale destinato a ospitare colloqui tra medici, pazienti e familiari nei momenti più delicati del percorso assistenziale, incontri di aggiornamento e confronto per il personale, attività di informazione e orientamento, oltre a un programma culturale che integra arte e territorio, dal racconto della storia del Castello di Rivoli fino alle mostre del Museo d’Arte Contemporanea.
Un luogo tra cura, relazione e cultura
Le pareti dello spazio sono state progettate come un giardino attraverso un intervento partecipato di wall painting curato dal Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli. L’allestimento è stato realizzato insieme da pazienti e staff ospedaliero, configurando un processo di co-progettazione degli ambienti di cura.
Accanto alla nuova sala, il progetto prevede anche un’iniziativa di accesso culturale: i 3.000 pazienti che ogni anno afferiscono al reparto per interventi chirurgici potranno essere accolti al Castello di Rivoli – Residenza Sabauda, creando una continuità simbolica tra esperienza di cura e ritorno alla vita quotidiana.
La collaborazione tra ospedale, museo e ricerca introduce il welfare culturale nei contesti sanitari
«La Camera Amica nasce dalla convinzione che la qualità delle cure passi anche dalla qualità delle relazioni e dei luoghi in cui le persone vivono l’esperienza della malattia e dell’assistenza. Vogliamo offrire ai pazienti, ai loro familiari e ai professionisti uno spazio capace di accogliere, ascoltare e sostenere, contribuendo a rendere l’ospedale un ambiente sempre più attento ai bisogni emotivi e relazionali delle persone», dichiara Davide Minniti, Direttore Generale dell’AOU San Luigi Gonzaga.
Cultura e sanità: un modello integrato di welfare culturale
Il progetto si inserisce in una più ampia cornice di collaborazione tra sistema sanitario e istituzioni culturali, basata sui principi delle Medical Humanities e del welfare culturale.
«La qualità di un ospedale non si misura soltanto dalle tecnologie o dalle prestazioni che è in grado di offrire, ma anche dalla capacità di accogliere, ascoltare e accompagnare le persone nei momenti più delicati della loro vita. La “Camera Amica” rappresenta un esempio concreto di questa visione: uno spazio che mette al centro la relazione umana e che, attraverso il dialogo con il mondo della cultura e dell’arte, contribuisce a rendere i luoghi di cura più vicini ai bisogni di pazienti, familiari e operatori. È un progetto innovativo che interpreta pienamente gli obiettivi del nuovo Piano Socio-Sanitario Regionale, valorizzando il benessere della persona in tutte le sue dimensioni e confermando il ruolo del San Luigi come realtà capace di coniugare assistenza, innovazione e umanizzazione delle cure», sottolinea Federico Riboldi, assessore alla Sanità della Regione Piemonte.
«Il Castello di Rivoli – sottolinea il Direttore, Francesco Manacorda – aderisce al progetto come iniziativa veramente sperimentale nella riconsiderazione del ruolo dell’arte nella società di oggi. L’arte è un’esperienza in grado di incidere sulle dimensioni cognitive, emotive e relazionali dell’individuo. Da anni il nostro Dipartimento Educazione traduce questa esperienza in pratiche inclusive e accessibili, ma la convenzione con l’Azienda Ospedaliera Universitaria San Luigi Gonzaga rende esplicita, nel riconoscere l’apporto come trattamento, una diversa forma di accompagnamento verso il benessere. Questo riconosce il Museo come luogo di cura, assegnando all’esperienza artistica un ruolo attivo nei percorsi di salute e di ben-essere».
Una collaborazione strutturata tra ospedale, museo e ricerca
La Camera Amica rappresenta la prima azione concreta di una convenzione tra AOU San Luigi Gonzaga, Castello di Rivoli e CCW – Cultural Welfare Center, finalizzata a un percorso pluriennale di ricerca-azione sul contributo della cultura all’umanizzazione della cura.
Il progetto sarà monitorato per valutarne impatto su esperienza di cura e qualità organizzativa
Il programma prevede anche attività di ascolto e formazione per il personale sanitario e interventi di risemantizzazione degli spazi ospedalieri attraverso linguaggi artistici e processi partecipativi.
Secondo Catterina Seia, Presidente di CCW, «La “Camera Amica” rappresenta un passo concreto e altamente simbolico nel percorso di integrazione tra cultura e salute che stiamo costruendo insieme. In linea con crescenti evidenze scientifiche, è un luogo che non si limita a supportare i momenti più delicati della cura, ma che riconosce valore alla relazione, all’ascolto e alla qualità dell’esperienza vissuta da pazienti, familiari e operatori, come pratica quotidiana e misurabile, contribuendo a rendere i luoghi di cura sempre più umani, accoglienti e generativi di ben-essere, partendo da chi li vive ogni giorno».
Il percorso sarà monitorato e valutato per misurarne l’impatto su benessere degli operatori, esperienza dei pazienti e qualità dei luoghi di cura, con l’obiettivo di generare evidenze utili alla programmazione sanitaria e alla replicabilità del modello.
Al debutto Jazz’Inn 2026 a Ostra (Ancona), dal 29 giugno al 3 luglio, la decima edizione del laboratorio di innovazione collaborativa promosso da Fondazione Ampioraggio torna nei borghi per mettere in relazione startup, imprese, pubbliche amministrazioni e comunità locali, con l’obiettivo di promuovere nuovi modelli di sviluppo territoriale.
Jazz’Inn 2026 promuove innovazione collaborativa tra startup, PA e imprese nei territori
L’edizione 2026 segna un’evoluzione del format, che proseguirà poi a Roma dal 9 al 13 novembre all’Acquario Romano, configurandosi come un percorso in due tappe complementari tra territori e metropoli.
Un’Italia che si racconta tra borghi e città
La creatività dell’edizione è rappresentata da due figure femminili che si osservano, simbolo dell’Italia che guarda al proprio futuro e mette in dialogo territori diversi.
«Le due donne che si guardano rappresentano l’Italia di oggi che guarda al suo futuro – spiega Giuseppe De Nicola, Direttore Generale della Fondazione Ampioraggio e autore dell’idea grafica – Da Ostra partirà infatti un obiettivo ambizioso: trasformare l’intelligenza collettiva degli oltre 500 partecipanti attesi per elaborare insieme il primo “Manuale pratico dell’innovazione”, un documento che raccoglierà visioni, proposte, strumenti e raccomandazioni emerse durante le giornate marchigiane e che sarà consegnato ai decisori nazionali in vista della tappa conclusiva di Jazz’Inn Capitale».
L’edizione punta a costruire il primo “Manuale pratico dell’innovazione” nazionale condiviso
Il tema guida dell’edizione è “UAU! – Umanità AUmentata, Persone oltre la tecnologia”, con un focus sul rapporto tra innovazione e dimensione umana, e sulla necessità di preservare il valore sociale dei processi di trasformazione tecnologica.
Innovazione collaborativa e partecipazione diffusa
A inaugurare la manifestazione sarà il collegamento internazionale con le “Madri della Pace”, con le testimonianze di Laila AlSheikh, madre palestinese, e Robi Damelin, madre israeliana, entrambe del Parents Circle – Families Forum, in un confronto dedicato alla riconciliazione e alla pace come forma di innovazione sociale.
«La pace è la forma più radicale di innovazione umana» è il messaggio che accompagnerà l’apertura dei lavori.
Nel corso delle cinque giornate saranno coinvolti circa 60 Case Giver provenienti da tutta Italia, tra enti pubblici, imprese, terzo settore e organizzazioni culturali, che porteranno bisogni concreti su cui sviluppare soluzioni collaborative.
Laboratori, open talk e territori al centro
Il format prevede oltre 30 laboratori di innovazione dedicati a quattro aree tematiche: territori e comunità intelligenti, innovazione e impresa, sostenibilità e transizione ecologica, welfare e inclusione.
Il format unisce laboratori di co-progettazione, open talk e partecipazione diffusa
Accanto ai tavoli di lavoro, sono previsti cinque Open Talk sull’innovazione Made in Italy, oltre a momenti di confronto informale, networking e presentazioni di startup e PMI innovative.
Innovazione e musica come linguaggio comune
Jazz’Inn conferma anche la propria identità culturale, alternando i momenti di lavoro a concerti e attività conviviali.
«L’innovazione coinvolge la sfera creativa – conclude Giuseppe De Nicola, Direttore Generale Fondazione Ampioraggio – per questo abbiamo scelto, dieci anni fa, di creare con Jazz’Inn un legame con la musica e il Jazz in particolare. È infatti un genere che si rinnova costantemente e che stimola improvvisazione e interplay, cioè l’ascolto di altri musicisti che suonano insieme a te. La tappa di Ostra segna il ritorno nei borghi, con un lavoro a stretto contatto con le comunità locali e focus su rigenerazione territoriale, turismo sostenibile e nuove economie per le aree interne».