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PETRA, progetto nazionale per l’uso appropriato del plasma: al via la rete nazionale

Ridurre l’uso inappropriato del plasma negli ospedali italiani, migliorandone sicurezza, appropriatezza clinica e sostenibilità del sistema trasfusionale. È questo l’obiettivo del progetto PETRA (Programma strategico Educazionale per la Trasfusione Appropriata di plasma), finanziato dal Centro Nazionale Sangue nell’ambito del bando 2024–2025 e avviato operativamente nel 2026.

Il progetto è coordinato dall’ASST Valle Olona di Varese e coinvolge una rete nazionale di aziende ospedaliere, con UniCamillus come unico partner accademico incaricato di sviluppare la componente formativa rivolta ai professionisti sanitari.

Una risorsa strategica da utilizzare in modo appropriato

PETRA nasce dall’esigenza di affrontare in modo sistematico la gestione del plasma per uso clinico, una risorsa limitata e strategica per il Servizio sanitario nazionale, in parte ancora dipendente da approvvigionamenti esteri.

La formazione dei medici prescrittori è centrale per ridurre l’uso non appropriato

L’obiettivo è ridurre le pratiche non pienamente aderenti alle linee guida e promuovere un impiego più razionale dell’emocomponente, anche alla luce delle evidenze scientifiche che segnalano margini di miglioramento nell’appropriatezza prescrittiva.

«In Italia la disponibilità di plasma e soprattutto plasma derivati è limitata e il sistema sanitario dipende in parte da approvvigionamenti esteri. È quindi fondamentale garantire un uso rigoroso e appropriato di questo emocomponente strategico, che, pur essendo sicuro, non è privo di potenziali rischi per il paziente» spiega Matteo Bolcato, Professore Associato di Medicina Legale, Docente UniCamillus e responsabile scientifico del progetto insieme al Dottor Ivo Beverina del servizio trasfusionale della ASST Valle Olona.

Formazione clinica e strumenti operativi per i professionisti

Uno dei pilastri del progetto è la formazione dei medici prescrittori, con la traduzione delle evidenze scientifiche in strumenti operativi per la pratica clinica.

Il programma educativo prevede linee di indirizzo, materiali informativi, webinar e attività di aggiornamento continuo, con l’obiettivo di rafforzare la cultura dell’appropriatezza e la sicurezza del paziente.

La collaborazione multicentrica rafforza governance e sostenibilità del sistema trasfusionale

«Con il progetto PETRA, l’Ateneo mette la propria competenza didattica al servizio di una sfida nazionale cruciale – dichiara Gianni Profita, Rettore UniCamillus – Formare i medici all’uso appropriato del plasma non è solo una scelta clinica, ma un dovere etico per tutelare una risorsa limitata, indispensabile anche per la produzione di farmaci plasmaderivati salvavita. Il nostro obiettivo è garantire la massima sicurezza dei pazienti e rafforzare la sostenibilità dell’intero sistema sanitario».

Una rete nazionale per monitoraggio e appropriatezza

Il progetto prevede lo sviluppo di indicatori di appropriatezza d’uso del plasma e sistemi di monitoraggio basati sui dati raccolti nei centri clinici coinvolti.

La natura multicentrica di PETRA è garantita dalla partecipazione, oltre a UniCamillus e ASST Valle Olona, di ASST Fatebenefratelli Sacco, Azienda USL di Bologna, Policlinico di Bari e Azienda Ospedaliera Villa Sofia-Cervello di Palermo.

L’iniziativa si inserisce in un contesto internazionale orientato alla sicurezza del paziente, alla medicina personalizzata e all’approccio One Health, in linea con le più recenti normative europee sui prodotti di origine umana (SoHO).

Dati sanitari, la vera svolta non è accedervi ma trasformarli in valore

Per anni il dibattito sui dati sanitari si è concentrato quasi esclusivamente su una domanda: chi può accedervi? Oggi, però, la questione è cambiata. La vera sfida non è più soltanto aprire i cassetti digitali della sanità, ma capire come trasformare un patrimonio informativo enorme in uno strumento concreto di innovazione, ricerca e governo della salute.

Perché i dati ci sono. Il problema è che spesso non dialogano tra loro.

Molto spesso i dati non sono utilizzabili perché depositati in archivi che non fanno parte di un ecosistema digitale integrato

«La situazione della disponibilità dei dati è ancora molto frammentaria», spiega Fidelia Cascini, responsabile della Segreteria scientifica di Presidenza dell’Istituto superiore di sanità e delegato nazionale nel Comitato UE sullo Spazio europeo dei Dati sanitari. «Anche quando i dati esistono, non sono facilmente utilizzabili perché distribuiti in sistemi diversi, con infrastrutture che non sono interoperabili e, in molti casi, ancora depositati in archivi che non fanno parte di un ecosistema digitale integrato».

Una fotografia che racconta bene l’eredità storica italiana. Mentre altri Paesi europei hanno avviato prima la trasformazione digitale dei sistemi sanitari, l’Italia si trova oggi a fare i conti con un mosaico di banche dati, registri, archivi e piattaforme spesso incapaci di comunicare tra loro.

Dall’accesso alla qualità del dato

Negli ultimi anni, inoltre, nel nostro Paese un’altra barriera ha limitato la valorizzazione delle informazioni sanitarie: un’interpretazione particolarmente prudente delle norme sulla protezione dei dati personali.

Fidelia Cascini

Secondo Cascini, però, questo scenario sta rapidamente cambiando: «L’interpretazione più restrittiva che è stata data in Italia al Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) ha limitato molto l’utilizzo dei dati. Oggi questa situazione è in fase di superamento, perché c’è una volontà crescente di valorizzare il patrimonio informativo disponibile a beneficio della collettività».

Se il nodo normativo appare sempre meno critico, resta invece aperta la questione più complessa: quella tecnica. «Forse oggi il limite legale è meno preoccupante di quello tecnologico», osserva Cascini. «Le norme stanno evolvendo. Quello che non può essere risolto con una legge è il problema delle infrastrutture, delle competenze e degli investimenti necessari per rendere davvero disponibili e interoperabili i dati». È qui che si gioca la partita più importante.

Perché senza qualità e interoperabilità, anche la maggiore disponibilità di dati rischia di produrre poco valore.

EHDS: un obbligo che può diventare un vantaggio competitivo

In questo scenario entra in gioco l’European Health Data Space (EHDS), il nuovo regolamento europeo destinato a rivoluzionare l’accesso e il riutilizzo dei dati sanitari.

La novità principale è che non si tratta di una semplice raccomandazione. «Non vedo il rischio che resti un’opportunità teorica», afferma Cascini. «Essendo un regolamento europeo, tutti gli Stati membri hanno l’obbligo di adeguarsi. I dati dovranno essere resi disponibili e tutti i titolari dei dati sanitari dovranno conformarsi alle nuove disposizioni».

La differenza sarà tra chi applicherà rapidamente la norma sull’EDHS e chi resterà indietro

La vera differenza, dunque, non sarà tra chi applicherà la norma e chi no, ma tra chi riuscirà a farlo rapidamente e chi resterà indietro. «L’elemento di discrimine sarà la velocità con cui questa opportunità verrà colta», sottolinea Cascini. «Se sapremo interpretare il regolamento non solo come un obbligo ma come una leva di sviluppo, l’Italia potrà diventare davvero competitiva nell’innovazione, nella ricerca clinica, nella programmazione sanitaria e nella salute pubblica».

Una sfida che riguarda tanto le istituzioni quanto gli ospedali, gli enti di ricerca, le aziende sanitarie e l’intero ecosistema dell’innovazione.

Senza dati di qualità non c’è intelligenza artificiale

Il tema diventa ancora più strategico nell’era dell’intelligenza artificiale. Mentre cresce la domanda di dati per addestrare algoritmi e sviluppare nuovi modelli predittivi, emerge con forza una domanda fondamentale: stiamo investendo abbastanza sulla qualità delle informazioni?

La risposta di Cascini è prudente. «C’è ancora molto da fare», ammette. «Ma il regolamento europeo introduce obblighi precisi anche sulla qualità del dato, soprattutto per tutte le informazioni generate grazie a finanziamenti pubblici».

Stiamo investendo abbastanza sulla qualità delle informazioni?

Il perimetro in cui si deve giocare questa partita, peraltro, è enorme: ministeri, ospedali pubblici, Istituto superiore di sanità, registri e sistemi di sorveglianza dovranno progressivamente adeguarsi a standard condivisi.

Il beneficio, però, è evidente: dati migliori generano algoritmi migliori. «Utilizzare sistemi di intelligenza artificiale su dati di qualità significa ottenere risposte di qualità», sintetizza Cascini.

Ma la qualità del dato rappresenta soltanto il primo passo.

La governance dell’AI sanitaria è ancora tutta da costruire

Il vero terreno ancora inesplorato riguarda infatti la governance dell’intelligenza artificiale (AI) nella pratica clinica e organizzativa.

Se le regole europee definiscono con crescente precisione come i dati possano essere utilizzati, molto resta ancora da chiarire su chi debba assumersi le responsabilità delle decisioni prese con il supporto degli algoritmi.

La diffusione dell’AI apre nuovi scenari di responsabilità che richiedono regole chiare e condivise

«Abbiamo principi normativi e una cornice legislativa già abbastanza solida», evidenzia l’esperta. «Ma dobbiamo ancora definire in modo puntuale responsabilità, processi, condizioni di utilizzo e limiti applicativi dell’intelligenza artificiale in sanità». Una questione tutt’altro che teorica. Dall’assistenza clinica alla programmazione sanitaria, fino ai sistemi di supporto alle decisioni, la diffusione dell’AI apre nuovi scenari di responsabilità che richiedono regole chiare e condivise. «È un percorso necessario per garantire fiducia e sicurezza ai cittadini», osserva la professoressa.

La fiducia nasce dalla conoscenza

Ed è proprio la fiducia il vero fattore critico di successo dell’European Health Data Space. Secondo Cascini, il nuovo regolamento europeo introduce già importanti garanzie: ambienti sicuri di trattamento, organismi pubblici responsabili dell’accesso ai dati, utilizzo consentito esclusivamente per finalità di interesse pubblico e persino la possibilità per il cittadino di opporsi alla condivisione dei propri dati.

Le tutele, insomma, esistono. Quello che ancora manca è la consapevolezza diffusa.

«La conoscenza crea fiducia. Tutto ciò che resta nebuloso genera inevitabilmente resistenze»

«La conoscenza crea fiducia. Tutto ciò che resta nebuloso genera inevitabilmente resistenze».

Per questo la sfida non può essere lasciata esclusivamente alle istituzioni. Università, divulgatori scientifici, professionisti della salute, imprese e media dovranno contribuire a tradurre temi complessi in linguaggio comprensibile.

Perché il futuro della sanità digitale non si costruisce soltanto con nuove piattaforme, algoritmi e regolamenti. Si costruisce soprattutto con cittadini informati e consapevoli.

E forse è proprio qui che si gioca la partita più importante. Non nei data center, né nei tavoli tecnici di Bruxelles. Ma nella capacità di spiegare alle persone che i dati sanitari non sono semplicemente informazioni da proteggere: sono una risorsa collettiva da valorizzare. Perché quando diventano conoscenza, possono trasformarsi in cure migliori, ricerca più veloce e decisioni più intelligenti. In una parola: salute.

Ricerca e dati: cosa cambia con le Linee guida EDPB

La crescente centralità dei dati nella ricerca scientifica rende sempre più necessario chiarire le regole per il loro utilizzo nel rispetto delle normative. In questo contesto, l’European Data Protection Board (EDPB) ha pubblicato specifiche linee guida per offrire maggiore chiarezza e orientamento operativo ai soggetti coinvolti nella ricerca scientifica.
La Live XL di TrendSanità approfondisce i principali aspetti del documento e le sue ricadute operative per il sistema della ricerca, dalle basi giuridiche del trattamento al riutilizzo dei dati e alle garanzie a tutela degli interessati, con l’analisi dei possibili impatti su università, IRCCS, aziende sanitarie e soggetti privati.
Con l’introduzione di Francesca Aurora Sacchi e il contributo dell’avvocata Silvia Stefanelli, l’incontro sarà anche l’occasione per rispondere a dubbi e quesiti dei partecipanti, favorendo un confronto diretto su un tema destinato ad avere un impatto crescente sull’organizzazione della ricerca sanitaria e sull’innovazione basata sui dati.

Ne parliamo con:

  • Francesca Aurora Sacchi
    Membro Consiglio Direttivo SIIAM
  • Silvia Stefanelli
    Avvocato Studio Stefanelli & Stefanelli, Membro Gruppo Policy SIIAM

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Case di Comunità, intesa sull’ACN dei medici di medicina generale

La Conferenza Stato-Regioni ha raggiunto l’intesa sull’ipotesi di Accordo Collettivo Nazionale (ACN) che disciplina i rapporti con i medici di medicina generale e definisce il loro coinvolgimento nelle Case di Comunità. L’accordo punta a garantire la piena operatività delle nuove strutture territoriali entro il 30 giugno 2026, in linea con gli obiettivi del PNRR.

Presidio delle Case di Comunità fino a sei ore settimanali

L’intesa prevede che i medici di medicina generale assicurino la propria presenza nelle Case di Comunità fino a un massimo di 6 ore settimanali obbligatorie, per 48 settimane all’anno, nel rispetto degli standard previsti dal DM 77.

L’accordo punta a rendere operative le Case di Comunità attraverso una presenza strutturata dei medici di medicina generale

Il nuovo assetto consentirà di garantire un presidio delle strutture dal lunedì al venerdì, nella fascia oraria 8.00-20.00.

Rispetto al precedente ACN 2024, che prevedeva 4 ore settimanali facoltative, il nuovo accordo introduce la possibilità di arrivare fino a sei ore. Il Ministero della Salute stima tuttavia che l’impegno medio effettivo possa attestarsi intorno alle 3 ore settimanali.

Marcello Gemmato

Un accordo frutto del confronto tra Governo, Regioni e sindacati

Commentando il via libera della Conferenza Stato-Regioni, il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha sottolineato il percorso condiviso che ha portato all’intesa: «L’Accordo è il risultato di un confronto serrato e di un dialogo costante con le Regioni e con le organizzazioni sindacali della medicina generale. Abbiamo svolto un lavoro di mediazione politica continuo, a tratti complesso, tenendo insieme esigenze diverse, ma senza mai perdere di vista l’obiettivo: arrivare a un’intesa condivisa e sostenibile. È così che si costruiscono soluzioni efficaci per i cittadini e si rispettano gli impegni assunti a livello europeo».

Risorse previste nel nuovo ACN 2025-2027

Il fabbisogno finanziario massimo stimato per l’applicazione dell’accordo è pari a circa 120 milioni di euro l’anno, risorse che saranno ricomprese nel nuovo ACN 2025-2027, la cui formalizzazione è prevista dal Ministero della Salute nel prossimo autunno.

La presenza dei medici nelle Case di Comunità sarà organizzata secondo gli standard previsti dal DM77

«All’ACN si affianca un accordo politico sottoscritto da Ministero della Salute, Regioni e rappresentanze della medicina generale, che conferma la volontà condivisa di individuare soluzioni sostenibili, mettendo al centro i bisogni dei cittadini e il rafforzamento della sanità pubblica», conclude Gemmato.

Anziani non autosufficienti, arriva il nuovo Piano nazionale 2025-2027

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di Ivana Barberini

Il Governo ha adottato il nuovo Piano nazionale per l’assistenza e la cura della fragilità e della non autosufficienza nella popolazione anziana, il documento (presentato in Conferenza delle regioni) che per il triennio 2025-2027 stabilisce chi ha diritto all’assistenza pubblica, come saranno valutati i bisogni delle persone e quante risorse arriveranno alle Regioni. È un passaggio importante, perché per la prima volta le politiche per gli anziani non autosufficienti hanno una programmazione tutta loro, separata da quella pensata per le persone con disabilità. Il Piano nasce dalla legge 33/2023 e dal decreto legislativo 29/2024, che hanno avviato la riforma del settore e arriva mentre l’Italia fa i conti con un ’invecchiamento della popolazione sempre più rapido.

Chi può accedere ai servizi

Il Piano riguarda le persone anziane non autosufficienti che hanno compiuto 70 anni. Chi ha tra 65 e 70 anni resta invece nel raggio d’azione del Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027, il documento “gemello” che si occupa anche delle persone con disabilità. Una distinzione pensata per dare risposte più mirate a bisogni diversi, ma che mantiene un principio di continuità: chi ha già una disabilità riconosciuta e compie 65 anni non perde i servizi di cui beneficiava e continua ad avere accesso anche alle misure pensate specificamente per la disabilità.

«Il nuovo Piano nazionale per gli anziani non autosufficienti 2025-2027 rafforza alcuni pilastri fondamentali della riforma dell’assistenza agli anziani: domiciliarità, presa in carico integrata, sviluppo dei PUA (Punti Unici di Accesso) e attuazione dei LEPS», spiega Dario Leosco, Presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) a TrendSanità. «Si tratta di una direzione condivisibile, che punta a superare la frammentazione degli interventi sanitari e sociali e a costruire percorsi più appropriati e personalizzati».

Dario Leosco

Come cambia il percorso di presa in carico

Il cuore del nuovo sistema è il Punto Unico di Accesso (PUA), lo sportello collocato nelle Case della Comunità cui il medico di famiglia indirizza la persona anziana con bisogni assistenziali. Qui entra in azione l’Unità di Valutazione Multidimensionale (UVM), un’équipe che mette insieme professionisti sociali e sanitari per valutare la persona non solo dal punto di vista clinico, ma anche sociale e relazionale. Da questa valutazione nasce il Progetto Assistenziale Individualizzato (PAI), che indica quali servizi attivare e chi se ne occuperà, coinvolgendo anche la famiglia. Le priorità di accesso vanno alle persone definite “grandi anziane” e a chi convive con una patologia cronica. I criteri definitivi, comuni a tutta Italia, arriveranno con un decreto attuativo ancora da adottare.

«Il ruolo del geriatra appare centrale e non sostituibile. La complessità clinica dell’anziano fragile, spesso caratterizzata da multimorbilità, polifarmacoterapia, declino funzionale e bisogni socioassistenziali intrecciati, richiede competenze specifiche che solo la geriatria può garantire in modo sistematico.

La Valutazione Multidimensionale, richiamata come strumento cardine del nuovo modello di presa in carico è, infatti, uno degli ambiti distintivi della disciplina geriatrica

Perché il Piano produca risultati concreti, il geriatra deve essere coinvolto non solo nelle fasi di valutazione, ma anche nella definizione dei Progetti Assistenziali Individualizzati, nel coordinamento delle reti territoriali e nel supporto ai team multiprofessionali che operano tra ospedale, territorio e domicilio. Senza una forte presenza della geriatria, il rischio è che l’integrazione resti prevalentemente organizzativa, senza tradursi in una reale personalizzazione delle cure», afferma Leosco.

Le risorse: oltre 900 milioni l’anno

Il Piano è finanziato dal Fondo per le Non Autosufficienze e indica con precisione come saranno usate le risorse destinate agli anziani:

  • 250 milioni di euro l’anno per realizzare i servizi essenziali (LEPS): assistenza domiciliare sociale, servizi di sollievo per le famiglie e servizi di supporto;
  • 50 milioni di euro l’anno per assumere personale sociale e rafforzare i Punti Unici di Accesso sul territorio;
  • una quota “indistinta”, ripartita tra le Regioni in base a nuovi criteri concordati con i territori, pari a 605,1 milioni nel 2025, 619,9 milioni nel 2026 e 793,8 milioni nel 2027.

Sommando le voci, il conto supera i 900 milioni di euro nel 2025 e arriva a oltre un miliardo nel 2027. Per evitare che alcune Regioni perdano risorse rispetto al 2024 a causa dei nuovi criteri di riparto, il Piano prevede inoltre fondi aggiuntivi di compensazione, soprattutto per il primo biennio.

La Prestazione Universale: come funziona

Tra gli strumenti già operativi in via sperimentale c’è la Prestazione Universale (PU), riconosciuta dall’INPS a chi presenta un bisogno assistenziale gravissimo, accertato attraverso una valutazione sanitaria e sociale con punteggio minimo di 8 punti. Si richiede online tramite l’Hub delle prestazioni non pensionistiche dell’INPS oppure rivolgendosi a un patronato.
Il beneficio economico, esente da tasse, si compone di due parti: una quota fissa pari all’indennità di accompagnamento già esistente, più una quota integrativa di 850 euro al mese, chiamata “assegno di assistenza”, da usare per pagare un assistente familiare regolarmente assunto o servizi di cura qualificati. Per finanziare la misura sono stati stanziati 250 milioni di euro nel 2025 e altrettanti nel 2026.

Le prossime tappe

La parte più innovativa del sistema, la valutazione multidimensionale unificata che dovrà uniformare i criteri di accesso in tutta Italia, partirà in via sperimentale dal 1° gennaio 2027, per dodici mesi, in alcuni territori scelti a campione tra Nord, Centro e Sud Italia. Solo dal 1° gennaio 2028 il nuovo modello di valutazione diventerà operativo su tutto il territorio nazionale. Nel frattempo, ogni Regione dovrà tradurre gli indirizzi del Piano in un proprio atto di programmazione, indicando come userà le risorse assegnate e come si è confrontata con i Comuni, le parti sociali e il Terzo settore. Sarà da questi piani regionali, più che dal testo nazionale, che si capirà quanto davvero cambierà la vita quotidiana delle persone anziane non autosufficienti e delle famiglie che se ne prendono cura.

«La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto aumentare i servizi, ma garantire che siano appropriati, coordinati e centrati sulla persona. In questa prospettiva, investire sulla geriatria e valorizzare il ruolo del geriatra significa dare al Piano uno degli strumenti più efficaci per raggiungere i suoi obiettivi di qualità, continuità assistenziale e sostenibilità», conclude il Presidente SIGG.

La riforma che rompe i tabù del Servizio sanitario nazionale

Per quasi cinquant’anni il Servizio sanitario nazionale è stato il simbolo di una delle più importanti conquiste della Repubblica. Universale, pubblico, fondato sul principio che il diritto alla salute non dovesse dipendere dal reddito o dal luogo di nascita. Un modello che l’Italia ha spesso rivendicato come elemento distintivo del proprio welfare.

Nel frattempo, però, il Paese è cambiato. È invecchiato, sono aumentate le patologie croniche, la non autosufficienza è diventata una delle principali emergenze sociali, le liste d’attesa si sono allungate e milioni di cittadini hanno iniziato a rinunciare alle cure o a pagare di tasca propria visite ed esami.

È da questo paradosso che nasce Idee nuove per un SSN equo e sostenibile, il documento presentato all’Università Bocconi da oltre quaranta studiosi di economia sanitaria, management, organizzazione e politiche della salute provenienti da quattordici università italiane. Un testo che non si limita a suggerire interventi tecnici, ma prova a rompere alcuni dei principali tabù del dibattito sanitario.

La provocazione è chiara: continuare a promettere tutto a tutti è il modo più rapido per perdere davvero universalismo ed equità.

Il paradosso di un sistema che promette tutto ma non riesce più a garantire tutto: «È arrivato il momento di essere adulti»

La frase che probabilmente riassume meglio il senso dell’intera proposta arriva al termine della mattinata, quando l’editorialista del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli chiede quale sia il vero ostacolo alla riforma. Francesco Longo, professore della SDA Bocconi e tra i coordinatori del progetto, non indica la politica né le corporazioni: «Questo documento è un tentativo di essere adulti», osserva. «Viviamo in una società largamente infantilizzata che propone continuamente soluzioni consolatorie. Ma se sappiamo che la popolazione invecchia, che i bisogni aumentano e che le risorse non sono infinite, allora dobbiamo avere il coraggio di definire delle priorità.»

Per difendere universalismo, equità e solidarietà è necessario aggiornare le regole di un sistema progettato quasi cinquant’anni fa, dicono gli autori del documento

È un cambio di prospettiva radicale. Gli autori non mettono in discussione i principi fondanti della Legge 833. Al contrario, sostengono che proprio per difendere universalismo, equità e solidarietà sia necessario aggiornare le regole di un sistema progettato quasi cinquant’anni fa, in un contesto demografico, epidemiologico ed economico completamente diverso da quello attuale.

Un servizio sanitario costruito per un Paese che non esiste più

La diagnosi è affidata ai numeri illustrati da Federico Spandonaro, Professore aggregato all’Università degli studi di Roma Tor Vergata 
Fondatore e Presidente del Comitato Scientifico C.R.E.A. Sanità.

Oggi quasi la metà della popolazione convive con almeno una patologia cronica, oltre quattro milioni di persone sono non autosufficienti e quasi sei milioni di italiani dichiarano di aver rinunciato alle cure. Più della metà delle visite specialistiche viene ormai pagata direttamente dalle famiglie o attraverso fondi integrativi, mentre la spesa sanitaria pubblica pro capite resta inferiore alla media europea.

«Il sistema continua a essere organizzato sulle acuzie», spiega Spandonaro, «mentre oggi i bisogni sono la cronicità e la non autosufficienza. Il finanziamento è disallineato rispetto alle promesse che facciamo: il diritto è formalmente garantito, ma non sempre realmente esigibile».

Il sistema è organizzato sulle acuzie, mentre oggi i bisogni sono cronicità e non autosufficienza

Da qui nasce la proposta destinata a far discutere più di tutte: “promettere solo ciò che il sistema può mantenere”. Non si tratta, precisano gli autori, di ridurre i diritti, ma di evitare che il loro razionamento continui ad avvenire in modo implicito. Perché oggi a decidere chi riesce davvero a curarsi sono spesso il reddito, il territorio di residenza o la capacità di orientarsi nel sistema.

La riforma non si limita a chiedere maggiori risorse. Propone soprattutto un cambio di paradigma.

Il primo pilastro è l’adozione dell’approccio One Health, che considera la salute come il risultato dell’interazione tra fattori sanitari, ambientali, sociali ed economici. Prevenzione, stili di vita, ambiente, alimentazione e innovazione non diventano più elementi esterni al Servizio sanitario, ma parte integrante delle politiche pubbliche.

Non si tratta di ridurre i diritti, ma di evitare che il loro razionamento avvenga in modo implicito

Parallelamente cambia il modello assistenziale. Il documento propone di superare una sanità costruita sulla singola prestazione per passare a una vera medicina di iniziativa. Il sistema dovrebbe identificare precocemente le persone più fragili, prenderle in carico e accompagnarle lungo l’intero percorso assistenziale, monitorando l’aderenza alle terapie e gli esiti di salute.

Anche il rapporto con il cittadino cambierebbe profondamente. Una prescrizione non dovrebbe più limitarsi a indicare una visita o un esame, ma trasformarsi automaticamente in una prenotazione, con un piano assistenziale individuale che garantisca continuità delle cure e tempi certi.

Le proposte che ridisegnano il SSN

La proposta interviene contemporaneamente sui principi, sulla governance e sull’organizzazione del sistema.

Gli autori chiedono innanzitutto una revisione dei Livelli essenziali di assistenza affinché siano coerenti con le risorse realmente disponibili, rendendo esplicite le priorità di accesso e superando l’attuale razionamento implicito.

Propongono inoltre di distinguere tre livelli di governance: la tutela della salute, il sistema dei servizi per la salute e il Servizio sanitario nazionale. L’obiettivo è attribuire allo Stato una funzione più ampia di regia, capace di coordinare non solo il SSN, ma anche la spesa sanitaria privata, i fondi integrativi, la ricerca, la prevenzione e tutti gli attori che contribuiscono alla produzione di salute.

Tra le riforme figurano anche un Fascicolo sanitario elettronico realmente interoperabile, una governance nazionale dei dati a supporto della ricerca e dell’intelligenza artificiale, un corpo manageriale nazionale per favorire la mobilità delle competenze tra le regioni, una programmazione dei professionisti sanitari costruita sui bisogni futuri e non soltanto sulle carenze attuali e una revisione della Long Term Care attraverso un fondo unitario che integri le risorse oggi distribuite tra Servizio sanitario, INPS ed enti locali.

Grande attenzione viene riservata anche all’equità territoriale, con modelli organizzativi più flessibili, équipe multiprofessionali, servizi di prossimità e strumenti digitali per garantire continuità assistenziale soprattutto nelle aree interne e nei territori più fragili.

Più governance, non meno Stato

Uno dei messaggi più innovativi del documento riguarda il rapporto tra pubblico e privato. «Non significa che il pubblico debba fare un passo indietro», chiarisce Longo. «Significa esattamente il contrario.»

Lo Stato deve essere capace di coordinare l’intero ecosistema della salute secondo una strategia unica

Oggi il decisore pubblico governa il perimetro del Servizio sanitario nazionale, ma non esercita una reale regia sui circa 50 miliardi di euro di spesa sanitaria privata e sui 25 miliardi destinati alla non autosufficienza. La proposta immagina quindi uno Stato capace di coordinare l’intero ecosistema della salute, integrando ricerca, politiche industriali, welfare, innovazione e servizi sanitari in un’unica strategia.

La vera sfida è culturale

Molte delle proposte richiederanno inevitabilmente decisioni politiche difficili. Ma gli autori sono convinti che l’ostacolo principale non sia tecnico né finanziario. È culturale. È forse questa la vera rottura con il passato.

Il quesito è: come utilizzare al meglio le risorse disponibili, dichiarando le priorità e misurando gli esiti di salute ottenuti?

Per decenni il dibattito sanitario si è concentrato quasi esclusivamente sulla richiesta di maggiori risorse. Il documento propone invece di affrontare una domanda ancora più scomoda: come utilizzare al meglio quelle disponibili, dichiarando con trasparenza le priorità e misurando il successo del sistema non dal numero delle prestazioni erogate, ma dagli esiti di salute ottenuti.

La domanda non è più se il Servizio sanitario nazionale debba cambiare. La domanda è se il Paese sia disposto ad accettare che difendere l’universalismo, oggi, significhi avere il coraggio di ripensarne le regole.

Perché il rischio non è riformare il Servizio sanitario nazionale. Il rischio è continuare a chiamarlo universale quando, lentamente, ha già iniziato a non esserlo più.

Quando l’innovazione supera i modelli organizzativi: ripensare la presa in carico dei pazienti eleggibili alle terapie con radioligandi

Introduzione

Nel corso degli ultimi anni, le Radioligand Therapies (RLTs) hanno conosciuto una significativa espansione nell’ambito della medicina nucleare, rappresentando una delle frontiere più promettenti della medicina di precisione. Le RLTs consentono infatti di veicolare radionuclidi direttamente verso specifici bersagli molecolari espressi dalle cellule tumorali, permettendo un trattamento altamente selettivo e personalizzato, con un potenziale miglioramento dell’efficacia clinica e della tollerabilità rispetto ad approcci terapeutici più tradizionali.

Dal 2019 l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha rimborsato due Radioligand Therapies (G.U. n° 75 del 29.03.2019 [AIFA, 2019] e G.U. n° 51 del 03.03.2025 [AIFA, 2025]). Al momento della stesura di questo articolo, non risultano approvate a livello europeo altre terapie a base di radioligandi.

Le RLTs consentono di veicolare radionuclidi verso specifici bersagli molecolari espressi dalle cellule tumorali

Parallelamente alle opportunità cliniche offerte da tali innovazioni, emergono tuttavia importanti sfide di natura organizzativa, regolatoria ed economica. Storicamente, la normativa italiana in materia di radioprotezione prevedeva che la somministrazione di tali terapie avvenisse in strutture dotate di degenza protetta con sistemi di raccolta delle deiezioni e autorizzate alla detenzione dei radionuclidi. In particolare, il DLGS 26 Maggio 2000, n. 187 stabiliva la necessità di ricovero in degenza protetta per la somministrazione di radiofarmaci terapeutici come il Lutezio-177. Tuttavia, con l’entrata in vigore del DLGS n. 101 del 2020, che ha recepito la Direttiva EURATOM 2013/59, è stato superato l’obbligo di ricovero in degenza protetta per i pazienti trattati con radiofarmaci diversi dallo iodio-131, aprendo la possibilità a modelli organizzativi alternativi di erogazione delle terapie radiometaboliche.

Ulteriori elementi di peculiarità riguardano l’organizzazione del percorso assistenziale. La prescrizione delle RLTs è generalmente limitata a centri selezionati dalle Regioni autorizzati alla detenzione dei radiofarmaci e dotati di specifico nulla osta radioprotezionistico. Inoltre, non tutte le strutture dispongono di team multidisciplinari dedicati alla gestione dei pazienti candidati a queste terapie, elemento che può influenzare la capacità di presa in carico e la qualità del percorso clinico-assistenziale.

La prescrizione delle RLTs è generalmente limitata a centri selezionati

In Italia, il Decreto Ministeriale n. 70 del 2015 disciplina il numero delle unità operative di Medicina Nucleare in relazione ai bacini di utenza e alla relativa missione, diagnostica o terapeutica, salvo che le Regioni dimostrino di aver già strutturato una rete caratterizzata da efficacia e appropriatezza, pur con un numero di strutture inferiore agli standard previsti. Per le attività terapeutiche, il decreto individua bacini di utenza compresi tra 2 e 4 milioni di abitanti. Una delle principali criticità risiede nel fatto che la rete nazionale delle degenze protette si è sviluppata antecedentemente al DM 70/2015, determinando una distribuzione delle strutture non basata sulla densità di popolazione, bensì su assetti storici consolidati, con la conseguente coesistenza di piccoli centri provinciali dotati di degenze e grandi aree metropolitane prive o carenti di tali servizi.

Pertanto, il numero di Unità Operative è relativamente limitato e i posti letto dedicati risultano spesso insufficienti. In questo contesto, l’erogazione delle RLTs prevalentemente in regime di ricovero ordinario comporta un utilizzo intensivo di posti letto dedicati alla radioprotezione e di personale altamente specializzato, con il rischio di determinare ritardi nella presa in carico dei pazienti, allungamento delle liste d’attesa e una riduzione dell’accesso tempestivo alle cure.

I posti letto dedicati risultano spesso insufficienti: ne conseguono ritardi nella presa in carico

Da questo punto di vista, nel marzo 2024, l’Associazione Italiana di Medicina Nucleare Imaging Molecolare e Terapia (AIMN) e l’Associazione Italiana di Fisica Medica e Sanitaria (AIFM) hanno pubblicato un documento con indicazioni generali sulla gestione dei pazienti trattati con radiofarmaci marcati con Lutezio-177, delineando diversi possibili scenari organizzativi per la somministrazione della terapia [AIMN-AIFM, 2024]. Tra questi, viene considerata anche la possibilità di modelli di gestione più flessibili, compatibili con il quadro normativo vigente. In tale prospettiva, l’introduzione della somministrazione ambulatoriale della RLT potrebbe rappresentare una strategia organizzativa potenzialmente efficace per migliorare l’efficienza del Servizio sanitario nazionale (SSN), ridurre la pressione sui posti letto ospedalieri e garantire un accesso più rapido ed equo ai trattamenti per i pazienti eleggibili. Tuttavia, a oggi non esiste una tariffa ambulatoriale codificata per la somministrazione delle RLTs, ponendo quindi gli operatori sanitari davanti al quesito di come poter adottare in toto questo percorso di presa in carico, di per sé supportato dal framework legislativo vigente. L’adozione del setting di somministrazione ambulatoriale potrebbe consentire di sgravare i setting ospedalieri tradizionali, offrendo un’alternativa organizzativa sostenibile e accessibile per specifiche popolazioni di pazienti. Difatti, focalizzando l’attenzione sulle modalità di remunerazione, la somministrazione delle RLTs in ricovero è attualmente associata al DRG 409. Sebbene tale sistema di codifica consenta una copertura parziale dei costi sostenuti dalle strutture sanitarie, esso può risultare non pienamente appropriato dal punto di vista organizzativo e delle performance, in quanto incentiva il ricorso al ricovero ordinario anche in situazioni in cui modalità alternative di erogazione potrebbero essere più efficienti.

Inoltre, come evidenziato ancora da Al-Ibraheem e colleghi [Al-Ibraheem et al., 2024], ad oggi sono in fase di sviluppo molte terapie a base di radioligandi, in diverse aree terapeutiche e con focus su differenti radio-isotopi. Questa evoluzione richiederà al SSN un ripensamento organizzativo, nonché la revisione dei percorsi per la presa in carico dei pazienti candidabili alla RLT.

La somministrazione ambulatoriale della RLT potrebbe migliorare l’efficienza del SSN

Alla luce delle recenti evoluzioni normative, come sopra illustrato, la somministrazione di tali terapie non risulta più necessariamente vincolata al ricovero ordinario, ma può essere modulata in funzione delle caratteristiche cliniche dei pazienti e dei contesti organizzativi, aprendo alla possibilità di modelli più flessibili, inclusi quelli ambulatoriali. Questo cambiamento implica tuttavia la necessità di una chiara definizione di Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA) condivisi e di un forte coordinamento tra i diversi professionisti coinvolti (medici nucleari, oncologi, fisici sanitari, farmacisti ospedalieri), al fine di garantire appropriatezza clinica, sicurezza e continuità assistenziale lungo tutto il percorso di cura. In questo contesto, emerge l’esigenza non solo di valutare modelli organizzativi alternativi, ma anche di comprendere in modo sistemico le determinanti che influenzano le scelte organizzative, i processi decisionali e le criticità legate agli attuali sistemi di rendicontazione e rimborsabilità.

Diviene prioritario esplorare possibili scenari di riorganizzazione del percorso di somministrazione della RLT, valutando la fattibilità della sua erogazione anche in setting ambulatoriale e proponendo elementi utili alla definizione di possibili modalità di remunerazione della prestazione. Alla luce di tali premesse, l’obiettivo dell’articolo è quello di fornire strumenti conoscitivi utili ai decisori pubblici e ai professionisti sanitari per avviare una riflessione informata sull’evoluzione dei modelli organizzativi per la gestione delle terapie a base di radioligandi.

Metodologia

L’attività di ricerca si è sviluppata a partire da una fase preliminare di analisi esplorativa, conosciuta come problem space exploration [Lamé et al., 2024], finalizzata a comprendere le principali criticità organizzative, decisionali e gestionali associate all’erogazione della RLT, con particolare riferimento ai modelli di presa in carico dei pazienti e ai sistemi di rendicontazione attualmente in uso. Tale fase è stata condotta adottando un approccio di co-design [Sanders et al., 2008; Bird et al., 2021] volto a coinvolgere attivamente i principali stakeholder del percorso assistenziale nella identificazione degli elementi chiave che influenzano le scelte organizzative e i modelli di erogazione della terapia. Questo approccio ha consentito di integrare prospettive multidisciplinari e di sviluppare una comprensione condivisa delle criticità e delle opportunità di evoluzione del sistema.

Dal punto di vista teorico, l’analisi è stata guidata da un approccio di co-creation, radicato nei principi del service design [Blomkvist et al., 2010] e ispirato al framework del “Double Diamond” [Kochanowska et al., 2022], con un focus specifico sulle fasi di esplorazione e definizione del problem space. In tale prospettiva, la problem space exploration è finalizzata ad ampliare e approfondire la comprensione del contesto sanitario, considerando congiuntamente i bisogni degli utenti e i vincoli organizzativi, al fine di costruire una definizione condivisa e informata del problema prima della progettazione delle soluzioni. Questa fase rappresenta un momento critico di generazione di conoscenza, in cui evidenze scientifiche, competenze professionali e conoscenze esperienziali vengono integrate, contribuendo a orientare in modo più robusto le successive scelte organizzative [Lamé et al., 2024].

La fase esplorativa dell’analisi ha coinvolto diversi profili professionali

L’impianto metodologico si ispira ai principi della service logic [Vargo et al., 2008], secondo cui i servizi sanitari sono il risultato di interazioni tra diversi attori che co-creano valore all’interno di uno specifico ecosistema. In questa prospettiva, l’analisi si è focalizzata sui processi decisionali, sulle dinamiche di coordinamento e sulle relazioni tra i professionisti coinvolti nella gestione del paziente eleggibile a RLT, piuttosto che sulla sola descrizione delle attività operative.

Tale fase esplorativa ha previsto la partecipazione di diversi profili professionali direttamente coinvolti nel percorso di somministrazione della RLT, tra cui medici nucleari, oncologi, radiofarmacisti, farmacisti ospedalieri, figure manageriali ed economisti sanitari, al fine di raccogliere una pluralità di punti di vista e delineare in modo completo il perimetro delle criticità. Attraverso momenti strutturati di confronto e discussione, sono stati identificati i principali elementi che incidono sulla progettazione dei percorsi assistenziali, tra cui:

  1. i criteri di selezione e stratificazione dei pazienti;
  2. le possibili modalità di erogazione della terapia;
  3. le criticità associate ai sistemi di rendicontazione e ai meccanismi di finanziamento;
  4. le esigenze di integrazione e coordinamento tra i diversi attori coinvolti nel percorso.

Gli esiti del confronto sono stati sistematizzati attraverso una analisi SWOT (Strengths, Weaknesses, Opportunities, Threats) [Weihrich, 1982], uno strumento di analisi strategica che consente di sintetizzare in modo strutturato i fattori interni ed esterni che influenzano l’implementazione di un modello organizzativo.

Gli esiti del confronto sono stati sistematizzati attraverso una analisi SWOT

In questo contesto, la SWOT si è rivelata particolarmente utile per integrare le diverse prospettive emerse durante il co-design, facilitando una lettura sintetica ma sistemica delle principali leve di sviluppo e delle criticità associate alla possibile introduzione di modelli alternativi di erogazione della RLT. L’utilizzo della analisi SWOT ha quindi permesso di tradurre gli elementi qualitativi emersi nella fase esplorativa in un framework interpretativo utile a supportare il processo decisionale, orientando la successiva riflessione sui modelli organizzativi e sulle implicazioni per il sistema sanitario.

L’approccio adottato consente quindi di sviluppare una lettura sistemica del percorso di cura, evidenziando le determinanti che possono impattare sul disegno organizzativo e di public health sottostante l’erogazione delle RLTs, in ragione delle modifiche normative intercorse ma anche degli orizzonti di sviluppo e utilizzo delle tecnologie stesse in setting erogativi differenti, come quello ambulatoriale.

Discussione dei contenuti

L’attività di analisi ha consentito di ricostruire i principali elementi che influenzano l’organizzazione e l’erogazione delle RLTs, evidenziando come la crescente diffusione di queste terapie richieda un ripensamento dei modelli assistenziali tradizionali.

In questo contesto, la SWOT analysis ha rappresentato uno strumento interpretativo centrale per sintetizzare le evidenze emerse durante la fase di co-design, permettendo di mettere in relazione fattori organizzativi, vincoli normativi e opportunità di sviluppo.

Strengths (Punti di forza)

Weaknesses (Debolezze)

  • Maggiore efficienza organizzativa: la possibilità di somministrare la RLT in setting ambulatoriale potrebbe contribuire a ridurre la pressione sui posti letto ospedalieri, migliorando l’utilizzo delle risorse disponibili nelle unità di medicina nucleare.
  • Migliore accessibilità alle cure: un modello più flessibile potrebbe consentire di aumentare la capacità di trattamento dei centri e ridurre i tempi di attesa per i pazienti eleggibili.
  • Maggiore sostenibilità del sistema sanitario: l’ottimizzazione dei percorsi assistenziali potrebbe favorire una gestione più efficiente delle risorse economiche e organizzative del SSN.
  • Maggiore accettabilità per il paziente: l’erogazione della terapia in modalità ambulatoriale potrebbe ridurre l’impatto sociale e psicologico associato al ricovero ospedaliero.
  • Assenza di un modello tariffario dedicato per la somministrazione ambulatoriale della RLT.
  • Necessità di revisionare gli attuali percorsi destinati alla somministrazione della RLT: pur in un contesto ambulatoriale semplificato e senza necessità di manipolazione del farmaco, la gestione del paziente in setting ambulatoriale richiede percorsi dedicati.
  • Limitata disponibilità di personale altamente specializzato (medici nucleari, fisici sanitari, tecnici di medicina nucleare).
  • Variabilità organizzativa tra regioni e centri clinici, che potrebbe rendere più complessa l’adozione di modelli standardizzati.

Opportunities (Opportunità)

Threats (Minacce)

  • Evoluzione normativa favorevole, che consente maggiore flessibilità nella gestione delle RLT.
  • Sviluppo di nuove RLTs, che potrebbe ampliare significativamente il numero di pazienti candidabili a questo tipo di trattamento.
  • Possibilità di ridefinire modelli di rimborsabilità più coerenti con i nuovi percorsi assistenziali e tecnologie sanitarie.
  • Integrazione con strategie più ampie di riorganizzazione dell’assistenza ospedaliera, orientate all’appropriatezza e alla deospedalizzazione.
  • Crescente domanda di trattamenti, che potrebbe mettere sotto pressione le strutture esistenti.
  • Persistenza di disomogeneità regionali nei modelli di organizzazione e finanziamento dell’assistenza sanitaria.
  • Possibili barriere organizzative o regolatorie nell’implementazione di nuovi modelli di erogazione.
  • Rischio di sottofinanziamento dei percorsi assistenziali in assenza di un adeguato riconoscimento tariffario.

Tabella 1. Analisi SWOT (Strengths, Weaknesses, Opportunities, Threats) in riferimento alla possibilità di erogare RLT (Radioligand Therapies) in setting ambulatoriale

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Tra i principali punti di forza emerge la possibilità di migliorare l’efficienza complessiva del sistema attraverso l’introduzione di modelli più flessibili di erogazione, in grado di ottimizzare il ricorso al ricovero ordinario, destinando i posti letto alle attività cliniche a maggiore complessità e appropriatezza. Tale riorganizzazione consente inoltre di ampliare l’accesso ai trattamenti, favorendo l’erogazione della terapia anche in centri privi di posti letto di degenza protetta, ma comunque in grado di gestire il paziente in setting ambulatoriale o di day service, contribuendo così a un potenziale incremento della rete dei centri autorizzati alla somministrazione della RLT. Allo stesso tempo, la maggiore accettabilità per il paziente e la potenziale riduzione dei tempi di attesa rappresentano elementi rilevanti in termini di qualità dell’assistenza.

La gestione del paziente in setting ambulatoriale richiede percorsi dedicati

Accanto a tali elementi, l’analisi evidenzia alcune criticità significative, tra cui la necessità di rivedere i protocolli organizzativi esistenti, la limitata disponibilità di personale altamente specializzato e l’assenza di modelli tariffari coerenti con setting alternativi al ricovero ordinario. Questi fattori possono rappresentare barriere concrete all’implementazione di nuovi modelli organizzativi.

Dal punto di vista delle opportunità, l’evoluzione normativa e lo sviluppo di nuove indicazioni cliniche per le RLTs configurano uno scenario favorevole all’adozione di soluzioni innovative. Tuttavia, persistono elementi di incertezza legati alla variabilità regionale e al rischio di disallineamento tra innovazione clinica e modelli di finanziamento.

Si potrebbero delineare diversi modelli di erogazione della terapia a seconda delle condizioni cliniche

Nel complesso, i risultati suggeriscono come la transizione verso modelli di erogazione più flessibili non possa essere interpretata esclusivamente come un cambiamento logistico-organizzativo, ma richieda una revisione più ampia delle logiche di funzionamento del sistema, che includa aspetti decisionali, professionali e istituzionali. Inoltre, l’analisi condotta potrebbe contribuire a delineare diversi possibili modelli di erogazione della terapia, basati su una stratificazione dei pazienti in funzione delle loro condizioni cliniche e dei bisogni socio-assistenziali. In questo contesto, il ricovero ordinario potrebbe rimanere appropriato per i pazienti con condizioni cliniche più complesse, mentre il day hospital o l’ambulatorio potrebbero rappresentare alternative adeguate a pazienti con quadro clinico stabile e minori esigenze di monitoraggio.

Conclusioni

La RLT rappresenta una delle innovazioni più rilevanti nel trattamento di diverse patologie oncologiche ed è destinata ad assumere un ruolo sempre più centrale. In questo contesto, la definizione di modelli organizzativi e tariffari sostenibili diventa un elemento fondamentale per garantire la diffusione di queste tecnologie e l’equità di accesso alle cure.

Questa fase è risultata essere la base conoscitiva e informativa per la successiva revisione del percorso assistenziale, orientata a individuare soluzioni organizzative coerenti con l’evoluzione normativa e con l’ampliamento delle indicazioni cliniche delle RLTs. L’implementazione di un regime ambulatoriale per la somministrazione delle RLTs rappresenta, infatti, un passaggio potenzialmente rilevante per migliorare l’efficienza del sistema sanitario e ampliare l’accesso a trattamenti innovativi. Tuttavia, la transizione verso un modello di erogazione più flessibile deve essere guidata da una valutazione che tenga conto di tre aspetti chiave:

  1. l’ottimizzazione dell’utilizzo dei posti letto nelle Unità Operative di Medicina Nucleare e del personale specializzato coinvolto nell’erogazione della terapia;
  2. l’assenza di tariffe di rimborso adeguate o dedicate alla somministrazione della RLT nei diversi setting assistenziali;
  3. la necessità di stratificare le modalità di erogazione della terapia in funzione delle condizioni cliniche della popolazione trattata e dei bisogni socio-assistenziali.

Questi elementi costituiscono il fondamento dell’attività di ricerca sviluppata nell’ambito del progetto in oggetto, con l’obiettivo di fornire evidenze utili per orientare le future decisioni di policy sanitaria. Tale attività di problem space exploration relativa al percorso di somministrazione di RLT è utile al fine di stimolare una riflessione condivisa tra professionisti sanitari, manager della sanità e decisori pubblici, così da poter inquadrare la fattibilità della soluzione organizzativa. Una volta vagliata in prima istanza questa opportunità, è indispensabile strutturare quantitativamente i percorsi assistenziali per definirne la sostenibilità e analizzarne gli adeguati modelli tariffari, elementi che rappresentano una condizione essenziale per garantire, nel prossimo futuro, un accesso equo ed efficiente alle terapie innovative basate sui radioligandi.

L’obiettivo è fornire evidenze utili per orientare le future decisioni di policy sanitaria

La capacità di rendere espliciti, condivisi e misurabili i processi rappresenta infatti una condizione abilitante per supportare l’evoluzione dei modelli organizzativi e per allinearli ai meccanismi di finanziamento. La revisione dei percorsi non deve quindi limitarsi a una dimensione organizzativa, ma deve essere accompagnata da un riconoscimento del valore generato lungo tutto il percorso di cura, anche in termini di coordinamento, gestione del paziente e integrazione delle competenze.

In questa prospettiva, gli elementi proposti intendono rappresentare un approccio concreto per armonizzare i modelli organizzativi e allineare le opportunità di gestione e presa in carico dei pazienti con le modalità di rimborso, favorendo al contempo una maggiore coerenza dei percorsi e delle pratiche operative, nonché delle competenze professionali. L’obiettivo ultimo è migliorare complessivamente la qualità dell’assistenza, ampliando il portfolio di servizi a disposizione delle categorie più fragili e bisognose di alternative terapeutiche e assistenziali, come i pazienti oncologici.

Questa attività è stata commissionata da Novartis Farma S.p.A. all’Università Carlo Cattaneo – LIUC

Bibliografia

Carceri sempre più affollate, cresce la pressione sulla salute dei detenuti e degli operatori

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di Ivana Barberini

Le carceri italiane stanno vivendo una delle fasi più critiche degli ultimi anni. Secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aggiornati al 31 maggio 2026, le persone detenute hanno raggiunto quota 64.741, il numero più alto dell’ultimo decennio, portando il tasso di affollamento nazionale al 139%.

In alcune realtà la situazione appare ancora più grave. Secondo le dichiarazioni di Stefano Anastasia, Garante delle persone private della libertà della regione Lazio, in questa regione il sovraffollamento raggiunge il 143%, mentre nel carcere di Latina si arriva al 200% della capienza regolamentare. L’aumento delle presenze riguarda anche gli Istituti penali per i minorenni, che registrano un nuovo record con 1.969 ragazzi detenuti, segnale di una crescita costante della popolazione ristretta anche nel circuito minorile. In aumento anche il numero dei bambini presenti in carcere con le madri detenute, passati dai 26 di marzo ai 30 registrati a fine maggio.

Un quadro che evidenzia un progressivo peggioramento delle condizioni di detenzione e una pressione sempre maggiore su strutture già alle prese con una cronica carenza di spazi e risorse. Ma quali conseguenze può avere il sovraffollamento sulla salute fisica e psicologica delle persone detenute? E quali ricadute produce sul lavoro dei professionisti chiamati a garantire l’assistenza sanitaria all’interno degli istituti penitenziari?

Sovraffollamento e il rischio per la salute dentro e fuori le celle

Antonio Maria Pagano

Tra le conseguenze sanitarie più probabili del sovraffollamento figurano soprattutto le malattie infettive. «Non esistono patologie specifiche da sovraffollamento, ma alcune condizioni possono essere favorite da queste situazioni», ci spiega Antonio Maria Pagano, Presidente del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe).
Tra queste vi sono le infezioni cutanee e la tubercolosi latente, che secondo i dati presentati nell’ultimo Congresso della SIMSPe sta mostrando un incremento tra la popolazione detenuta. «Molte persone detenute poi provengono da contesti che hanno avuto pochi contatti con il sistema sanitario. A tutto ciò si aggiungono le conseguenze sul benessere psicologico, perché a questi livelli di affollamento l’impatto sulla psiche è inevitabile. Così come è inevitabile che l’aumento della popolazione detenuta comporti inevitabilmente una crescita della domanda di assistenza sanitaria».

Celle sovraffollate e tutela della salute

«Questa situazione emergenziale non può non ricordarci la sentenza Torreggiani, che al di là dell’aspetto igienico-sanitario, portò alla condanna dell’Italia per le condizioni detentive e per l’insufficienza degli spazi destinati ai detenuti», prosegue Pagano.
Adottata l’8 gennaio 2013 dalla Corte europea per i diritti dell’uomo, ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU), che pone a carico delle autorità “un obbligo positivo che consiste nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana”. Il caso riguarda trattamenti inumani o degradanti subiti dai ricorrenti, sette persone detenute nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, in celle triple e con meno di quattro metri quadrati a testa a disposizione.
«La pronuncia della Corte di Strasburgo nel caso Torreggiani (definita dagli stessi giudici come “sentenza pilota”) ha affrontato il problema strutturale del disfunzionamento del sistema penitenziario italiano».

La doppia sfida della sanità penitenziaria

Il tema del sovraffollamento richiama anche un principio fondamentale dell’ordinamento italiano: il diritto alla salute deve essere garantito anche durante la detenzione. «La giurisprudenza ha più volte ribadito che le esigenze di sicurezza non possono giustificare trattamenti lesivi della dignità e della salute della persona detenuta. Allo stesso tempo, la presenza di una patologia non rende automaticamente incompatibile la detenzione, purché sia possibile assicurare cure adeguate. La sanità penitenziaria svolge infatti una duplice funzione. Da un lato si occupa di prevenzione e monitoraggio, attraverso triage sanitari, screening e protocolli per la prevenzione del suicidio; dall’altro è chiamata a valutare la compatibilità tra condizioni di salute e regime detentivo, in un equilibrio spesso delicato tra tutela della persona ed esecuzione della pena».

Poche risorse e una domanda crescente di assistenza: carcere e territorio condividono la stessa criticità

Il principio di equivalenza tra assistenza sanitaria in carcere e assistenza garantita ai cittadini liberi è stato sancito dal decreto legislativo n. 230 del 1999.

Nella pratica, tuttavia, gli operatori si confrontano quotidianamente con numerose criticità, tra cui difficoltà nei trasferimenti verso strutture esterne, carenza di personale specializzato, limitazioni diagnostiche, problemi di approvvigionamento di farmaci e, soprattutto, il sovraffollamento degli istituti.

Una sanità penitenziaria sotto pressione

La crescita delle richieste di assistenza rende più difficile il lavoro degli operatori sanitari che lavorano negli istituti penitenziari. «La difficoltà è che siamo pochi e le richieste aumentano. È una situazione che condividiamo con molti colleghi che lavorano sul territorio, poche risorse e una domanda crescente di assistenza».
Nonostante questo, l’impegno degli operatori resta costante. «Noi continueremo a garantire le cure, spesso senza guardare l’orario, ma è evidente che si tratta di una situazione impegnativa», afferma Pagano, che aggiunge «l’assistenza sanitaria ai detenuti non è garantita soltanto all’interno del carcere, ma anche attraverso le strutture presenti sul territorio».
Per questo motivo potrebbe aumentare il ricorso agli ambulatori territoriali e alle altre risorse disponibili all’esterno degli istituti. Un ruolo importante potrebbe essere svolto anche dalla telemedicina. «Consentirebbe di aumentare la capacità assistenziale anche con risorse umane limitate. Le aziende sanitarie si stanno già muovendo in questa direzione», conclude il Presidente SIMSPe.

Carenza di medici e rischio burnout

Di fronte all’aumento dei bisogni sanitari, il problema principale resta la mancanza di professionisti. «Anche se volessimo aumentare il numero dei medici, oggi è molto difficile trovarli. È una difficoltà che riguarda tutti i settori della sanità», prosegue Pagano. Il risultato è un incremento del carico di lavoro per il personale già in servizio, con conseguenze importanti sulla qualità dell’assistenza e sulla tenuta degli operatori. «Questo aumenta il rischio di burnout e di disaffezione verso il lavoro. Inoltre molti professionisti potrebbero scegliere altri incarichi. Tutto questo comporta una perdita di continuità assistenziale e anche di professionalità».

Biosimilari a dieci anni dalla Legge 232/2016

Dieci anni dopo l’approvazione della Legge 232/2016, il modello italiano dei farmaci biosimilari viene indicato come una delle esperienze più avanzate in Europa per la capacità di coniugare accesso alle cure, sostenibilità del Servizio sanitario nazionale e libertà prescrittiva del medico. Oggi, tuttavia, quel modello è chiamato a confrontarsi con nuove sfide legate alla sostenibilità del mercato, alla gestione delle gare pubbliche e alla continuità delle forniture.

I biosimilari hanno ampliato l’accesso alle cure, ma la sostenibilità del mercato resta una condizione da preservare

Sono questi i temi al centro dell’incontro “Biosimilari in Italia, 10 anni dalla Legge 232/2016 tra governance, sostenibilità e nuove sfide”, promosso a Roma dall’Italian Biosimilars Group (IBG) di Egualia, che ha riunito istituzioni, comunità scientifica, associazioni di pazienti e operatori del settore.

I risultati raggiunti in dieci anni

Ad aprire il confronto sono stati i risultati preliminari di uno studio economico realizzato con il contributo di Giorgio Lorenzo Colombo, Presidente e Direttore Scientifico del Centro di ricerca S.A.V.E. (Studi Analisi e Valutazioni Economiche), dedicato al rapporto tra sostenibilità della spesa, dinamiche competitive e resilienza della filiera dei farmaci biologici e biosimilari.

«I biosimilari hanno dimostrato di poter ampliare l’accesso alle cure e generare risparmi significativi per il Servizio sanitario nazionale», ha spiegato Colombo. «Il vero risultato non si misura soltanto nel numero di biosimilari utilizzati, ma nella capacità di trattare più pazienti e di ridurre il costo delle terapie».

I dati confermano il ruolo crescente del comparto. Secondo il Report annuale sul mercato dei biosimilari dell’Ufficio Studi Egualia, nel 2025 le 21 molecole biosimilari disponibili in Italia hanno registrato un incremento dei consumi del 7%, mentre le vendite degli altri farmaci biologici hanno segnato una contrazione del 6,1%.

I biosimilari rappresentano oggi quasi il 55% del mercato di riferimento, in crescita rispetto al 51,2% registrato nel 2024, superando complessivamente i farmaci originatori.

La criticità delle gare concentrate su un solo fornitore

Accanto ai risultati positivi, il confronto ha evidenziato alcune criticità emerse nell’applicazione regionale della normativa.

Negli ultimi anni molte procedure di acquisto si sono orientate verso la massimizzazione del risparmio immediato, concentrando progressivamente i volumi sul primo aggiudicatario delle gare. Una dinamica che, secondo i partecipanti all’incontro, rischia di ridurre la concorrenza e compromettere la resilienza del sistema.

La ricerca del massimo risparmio non dovrebbe compromettere la resilienza della filiera e la continuità delle cure

La concentrazione degli approvvigionamenti su un unico operatore potrebbe infatti aumentare il rischio di interruzioni o carenze di fornitura, con possibili ripercussioni sulla continuità terapeutica dei pazienti.

Le richieste delle associazioni dei pazienti

Tra i temi più discussi è emerso quello dell’equità di accesso ai trattamenti sul territorio nazionale.

Secondo Silvia Tonolo, presidente di ANMAR (Associazione Nazionale Malati Reumatici), le differenze regionali continuano a rappresentare un elemento di criticità.

L’equità di accesso richiede regole omogenee e continuità terapeutica indipendentemente dalla Regione di residenza

«I pazienti chiedono soprattutto uniformità di accesso alle cure e continuità terapeutica», ha affermato. «Le scelte organizzative e di acquisto non dovrebbero tradursi in cambiamenti di trattamento non motivati da esigenze cliniche».

L’associazione sottolinea la necessità di garantire la disponibilità delle terapie e la tutela dei pazienti in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale, evitando che la scelta terapeutica venga determinata esclusivamente da fattori amministrativi.

Lo scenario internazionale e il rischio di minore concorrenza

Le preoccupazioni sul futuro del comparto si inseriscono in uno scenario globale che potrebbe ridurre ulteriormente la pressione competitiva.

Secondo recenti analisi di settore, oltre il 75% dei farmaci biologici che perderanno la copertura brevettuale entro il 2032 potrebbe non avere biosimilari in sviluppo. Una prospettiva che rischia di limitare i risparmi attesi dai sistemi sanitari europei e di ridurre le opportunità di accesso a terapie più sostenibili.

In questo contesto, gli operatori ritengono fondamentale preservare condizioni di mercato in grado di favorire investimenti, innovazione e presenza di una pluralità di produttori.

Il richiamo di AIFA e il futuro della governance

Il recente III Position Paper di AIFA sui farmaci biosimilari richiama diversi principi contenuti nella Legge 232/2016, ribadendo il valore di un modello fondato sulla valutazione clinica del medico, sulla corretta informazione del paziente e sulla presenza di più operatori in grado di garantire continuità delle forniture.

Il futuro dei biosimilari dipenderà dall’equilibrio tra concorrenza, sostenibilità economica e tutela dei pazienti

Secondo Francesca Romana Ramundo, vicepresidente Egualia e coordinatrice dell’Italian Biosimilars Group, il richiamo contenuto nel documento rappresenta un segnale importante.

L’obiettivo, ha spiegato, è favorire un confronto tra Parlamento, AIFA, Regioni e industria per individuare soluzioni condivise nell’ambito della revisione del Testo unico della farmaceutica e promuovere un’applicazione più uniforme della normativa sul territorio nazionale.

Francesco Sofi eletto nuovo presidente della Società Italiana di Nutrizione Clinica

La Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) ha eletto Francesco Sofi alla presidenza per il biennio 2026-2028. Professore ordinario di Scienze dell’Alimentazione e delle Tecniche Dietetiche Applicate all’Università degli Studi di Firenze, Sofi è responsabile della Struttura Operativa Dipartimentale di Nutrizione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi e presidente del Corso di laurea magistrale in Scienze dell’Alimentazione dell’Ateneo fiorentino.

La nutrizione è sempre più una leva strategica di salute pubblica e prevenzione delle malattie croniche

Il nuovo presidente guiderà la società scientifica insieme al Consiglio Direttivo appena rinnovato, raccogliendo il testimone di un biennio che ha visto, tra i principali risultati, la pubblicazione della V Revisione dei LARN, i Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana, realizzata grazie al contributo di 150 esperti.

La missione della SINU tra ricerca e prevenzione

Fin dalla sua fondazione, la SINU promuove un approccio multidisciplinare alle tematiche nutrizionali, sostenendo modelli alimentari salutari e sostenibili e valorizzando il ruolo della nutrizione nella prevenzione delle patologie, in particolare quelle cronico-degenerative.

«Oggi la nutrizione non è più solo una scelta quotidiana, ma un pilastro fondamentale per la salute pubblica e il benessere collettivo», ha dichiarato Sofi. «Attraverso la ricerca rigorosa e la divulgazione scientifica, la SINU contribuisce a contrastare la disinformazione e a promuovere stili di vita consapevoli».

I tre pilastri del nuovo mandato

Il programma del nuovo Consiglio Direttivo si sviluppa attorno a tre direttrici strategiche che guideranno l’attività della Società nel prossimo biennio.

Rafforzare reti e gruppi di lavoro

Il primo obiettivo riguarda il consolidamento delle sezioni regionali e dei gruppi di lavoro che costituiscono il cuore delle attività della SINU. La società intende rafforzare iniziative consolidate come “SINU-Education”, “Giovani SINU” e “Meno sale più salute”, affiancandole allo sviluppo di aree più recenti dedicate a nutrizione sportiva, nutrizione in oncologia e promozione della Dieta Mediterranea.

Obesità, disturbi alimentari e sostenibilità richiedono competenze multidisciplinari e una rete scientifica sempre più integrata

L’obiettivo è favorire una collaborazione sempre più multidisciplinare per affrontare sfide come obesità, disturbi del comportamento alimentare e transizione verso sistemi alimentari sostenibili.

Comunicazione scientifica e contrasto alle fake news

Un secondo asse strategico riguarda il contrasto alla disinformazione alimentare, fenomeno che continua a trovare ampia diffusione soprattutto sui canali digitali.

Per questo la SINU punta a potenziare l’attività di comunicazione, rafforzando l’ufficio stampa e rinnovando la presenza sui social media, con l’obiettivo di raggiungere in particolare le fasce più giovani della popolazione.

Contrastare le fake news significa rendere l’informazione scientifica accessibile e credibile soprattutto per i più giovani

La società scientifica intende consolidare il proprio ruolo come punto di riferimento digitale per l’educazione alimentare basata sulle evidenze scientifiche.

Dieta Mediterranea e ricerca al centro

Il terzo pilastro del mandato riguarda la promozione della ricerca scientifica e la valorizzazione della Dieta Mediterranea, che continuerà a rappresentare il riferimento centrale delle attività della società.

La SINU prevede di sostenere la ricerca attraverso eventi scientifici di carattere internazionale, nazionale e locale, offrendo occasioni di aggiornamento e confronto per professionisti e ricercatori. La Dieta Mediterranea sarà promossa non soltanto per i suoi effetti positivi sulla salute e sulla longevità, ma anche per il suo contributo alla sostenibilità ambientale.

Rinnovato il Consiglio Direttivo

Rinnovate anche le altre cariche sociali, che vedono tra i membri del nuovo Consiglio Direttivo:

  • Anna Tagliabue, Past President, già Professore Ordinario di Scienza dell’Alimentazione Università degli Studi di Pavia;
  • Nicoletta Pellegrini, Vicepresidente, Professore Ordinario di Scienze dell’Alimentazione e delle Tecniche Dietetiche Applicate, Dipartimento di Scienze Agroalimentari, Ambientali, Animali, Università degli Studi di Udine;
  • Cristian Del Bo’, Segretario, Professore Associato di Scienza dell’Alimentazione e delle Tecniche Dietetiche Applicate, Dipartimento di Scienze per gli Alimenti, la Nutrizione e l’Ambiente, Università degli Studi di Milano;
  • Giulia Cairella, Tesoriere, Dirigente Medico in Scienza dell’Alimentazione e Dietetica, Area della Nutrizione, Dipartimento di Prevenzione ASL Roma 2.

Eletti come Consiglieri:

  • Marialaura Bonaccio, Ricercatore in Epidemiologia della Nutrizione, Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione, IRCCS Neuromed, Pozzilli, Isernia;
  • Letizia Bresciani, Professore Associato in Scienze dell’Alimentazione e delle Tecniche Dietetiche Applicate, Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco, Università degli Studi di Parma,
  • Monica Dinu, Ricercatore a Tempo Determinato in Scienze dell’Alimentazione e delle Tecniche Dietetiche Applicate, Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica, Università degli Studi di Firenze,
  • Silvia Lisciani, Ricercatore  presso il CREA-AN (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria – Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione, Roma),
  • Domenico Rendina, Professore Associato di Medicina Interna, Responsabile Unità Operativa Semplice, Dipartimento di Medicina Clinica e Chirurgia, Università degli Studi di Napoli Federico II;
  • Francesco Visioli, Professore Associato di Scienze dell’Alimentazione e delle Tecniche Dietetiche Applicate, Dipartimento di Medicina Molecolare, Università degli Studi di Padova;
  • Mariangela Rondanelli, Professore Ordinario in Scienze dell’alimentazione, Università degli Studi di Pavia.

Un biennio tra continuità e rinnovamento

Nel suo primo intervento da presidente, Sofi ha sottolineato la volontà di proseguire il percorso intrapreso dalla società scientifica, rafforzandone il ruolo nel dibattito pubblico e nella promozione di una cultura alimentare basata sulle evidenze.

La corretta educazione alimentare è uno strumento di prevenzione che richiede ricerca, divulgazione e partecipazione

«Le sfide globali legate all’alimentazione richiedono oggi risposte sempre più tempestive, autorevoli e vicine sia alla comunità scientifica sia ai cittadini», ha concluso.