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12 marzo, Giornata contro le aggressioni ai sanitari: campagne e dati delle professioni sanitarie

In occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari, che si celebra il 12 marzo, sindacati e rappresentanze professionali tornano a richiamare l’attenzione su un fenomeno sempre più diffuso nel Servizio sanitario nazionale. Tra campagne di sensibilizzazione e nuovi dati di indagine, emerge la necessità di interventi culturali, organizzativi e istituzionali per contrastare le aggressioni nei luoghi di cura.

CIMO-FESMED: «Mani aperte per curare»

Il sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED ha lanciato sui social la campagna «Mani aperte per curare, non per difendersi o schivare», accompagnata da un video emozionale dedicato al valore del lavoro sanitario e al rapporto di fiducia con i pazienti.

«Il messaggio che vogliamo lanciare è semplice – dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED –. Le mani del personale sanitario servono per visitare, operare, assistere i pazienti, aiutarli nella riabilitazione, somministrare terapie, effettuare esami e analisi. Ogni volta che quelle mani sono costrette a difendersi da vili aggressioni, vengono sottratte alla loro missione: curare. E quando questo accade, la vittima non è solo il medico, l’infermiere o l’operatore socio-sanitario colpito, ma tutti i pazienti che hanno bisogno del loro aiuto».

Ogni atto di violenza contro gli operatori sanitari mina la cura e mette a rischio i pazienti

Guido Quici

Secondo Quici, la giornata del 12 marzo rappresenta un momento importante per mantenere alta l’attenzione su un fenomeno ormai strutturale. «Ogni anno questa Giornata rappresenta un momento fondamentale per accendere i riflettori su un fenomeno che ha ormai raggiunto livelli inaccettabili – prosegue –. Le aggressioni segnalate sono in aumento, ma questo dato potrebbe riflettere soprattutto una maggiore propensione a denunciare, frutto delle campagne di sensibilizzazione portate avanti negli ultimi anni. A queste si sono affiancati interventi normativi specifici, la cui reale efficacia potrà essere valutata solo nel tempo».

Il presidente della Federazione sottolinea inoltre la necessità di intervenire sul piano culturale e organizzativo: «Ciò che ancora manca è un vero cambiamento culturale e sociale, capace di ricostruire l’alleanza tra medico e paziente. Negli ospedali è necessario migliorare la comunicazione con pazienti e familiari, ripensare l’organizzazione del personale per favorire un rapporto più diretto con i professionisti sanitari. Serve una vera rivoluzione copernicana che rimetta il paziente al centro del Servizio sanitario nazionale».

La survey FNO TSRM e PSTRP: aggressioni diffuse e spesso non denunciate

A confermare la dimensione del fenomeno arrivano anche i primi risultati di una survey nazionale della FNO TSRM e PSTRP, la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione.

Secondo l’indagine, il 43% dei professionisti ha subito almeno un’aggressione negli ultimi 12 mesi, mentre il 38,4% ne ha vissuta almeno una nel corso della carriera. Oltre il 70% degli episodi è di tipo verbale, mentre la violenza fisica riguarda circa un professionista su sei.

Le aggressioni non riguardano soltanto ospedali e pronto soccorso: gli episodi segnalati coinvolgono anche operatori attivi sul territorio, nelle RSA, nelle comunità riabilitative, negli studi professionali, al domicilio degli assistiti, nelle scuole e durante attività di vigilanza e controllo.

Il 43% dei professionisti sanitari subisce aggressioni; formazione, protocolli e organici adeguati sono urgenti

L’indagine evidenzia inoltre conseguenze rilevanti sul benessere psicologico degli operatori. Il sondaggio, frutto del lavoro di analisi e collaborazione con il Ministero della salute, attraverso l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (ONSEPS), mette in evidenza che a seguito di episodi di violenza un professionista su tre riferisce un impatto psicologico significativo, con riduzione della serenità sul lavoro e stress persistente.

Diego Catania

«Non siamo di fronte a episodi isolati, ma a un fenomeno diffuso e sottostimato», afferma Diego Catania, Presidente della FNO TSRM e PSTRP. «Gli episodi di violenza, esito di una combinazione di fattori, legati all’organizzazione dei servizi, al sovraffollamento, alle liste d’attesa, alla carenza di personale, sommato alle condizioni in cui versano le persone assistite e al contesto sociale in cui ci troviamo a operare, sono all’ordine del giorno. Fattori che generano un clima di sfiducia e tensione che si scarica su chi, senza colpe, tiene in piedi il sistema sanitario».

Tra gli aspetti più critici segnalati dalla survey figura la sottosegnalazione degli episodi: il 57,3% dei professionisti non denuncia le aggressioni subite, mentre solo il 15% procede con una segnalazione formale, lasciando presumere che la dimensione reale del fenomeno sia ancora più ampia.

«Condanniamo ogni forma di aggressione. Colpire i professionisti sanitari, presidi di cura, mina il diritto alla salute di tutti. Il nostro obiettivo è di ricostruire un clima di fiducia con i cittadini. Chiediamo alle Istituzioni – sottolinea Catania – misure più efficaci contro la violenza nei luoghi di cura, prevenendola, allo scopo di rafforzare il dialogo con assistiti e familiari, nostri alleati nella tutela della salute».

Sicurezza negli impianti elettrici dei locali medici: corso AIIC giovedì 26 marzo ad Ancona

Le normative sugli impianti e sulle apparecchiature elettromedicali nei locali ad uso medico hanno conosciuto negli ultimi anni una crescita significativa, sia in termini quantitativi che di contenuto innovativo. Ai primi documenti emessi dagli enti normatori nazionali, come CEI e UNI, si sono aggiunti numerosi documenti applicativi, tra linee guida, guide e atti di indirizzo, rendendo il quadro delle prescrizioni sempre più complesso e specializzato.

L’AIIC (Associazione Italiana Ingegneri Clinici) organizza giovedì 26 marzo, dalle 9 alle 17, un corso introduttivo dedicato a progettazione, realizzazione e verifica degli impianti elettrici destinati a ospedali, case di cura, ambulatori e poliambulatori, secondo quanto definito dalla Norma CEI 64-8/7. «Il corso intende fornire tutte le informazioni e gli strumenti metodologici per un approccio integrato alle problematiche sulla sicurezza degli impianti in locali ad uso medico e delle apparecchiature elettromedicali che a tali impianti sono collegate», si legge nel comunicato.

Destinato a progettisti, installatori e tecnici manutentori, fornirà strumenti per un approccio integrato tra impianti e apparecchiature elettromedicali

L’iniziativa affronta le sfide normative, sottolineando l’importanza di superare l’approccio settoriale tra area impiantistica e apparecchiature, spesso causa di incoerenze e difficoltà applicative. Il corso rappresenta quindi un’occasione per progettisti, installatori, tecnici manutentori e verificatori di aggiornare le proprie competenze e garantire la sicurezza e l’efficienza degli impianti in ambienti sanitari.

L’evento è patrocinato dall’AOU delle Marche e dall’Università Politecnica delle Marche.

Il corso, organizzato dal referente AIIC Marche Mosé Carboni, in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera Universitaria delle Marche, si tiene presso la struttura di Via Conca 71 – Torrette, Ancona (Aula Totti – Piano -1).

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Giornata Mondiale del Rene: l’accesso alla terapia dietetico-nutrizionale ipoproteica è ancora un problema

Con circa dodici chili di alimenti aproteici al mese, ogni persona con malattia renale cronica avanzata potrebbe seguire un regime alimentare capace di ridurre i sintomi dell’insufficienza renale e posticipare l’ingresso in dialisi. Un’occasione a rischio per molti pazienti italiani che, a causa dei tetti di spesa adottati dalla maggior parte delle Regioni, possono acquistare poco più di 5 chili di alimenti speciali. Solo Lombardia e Basilicata rimborsano il quantitativo di prodotti necessario a seguire la dieta correttamente.

Garantire un accesso omogeneo alle cure su tutto il territorio nazionale significa includere pienamente anche la terapia dietetico-nutrizionale ipoproteica

A sollevare il problema, in occasione della Giornata Mondiale del Rene (12 marzo), sono il FORUM Nazionale delle Associazioni di Nefropatici, Trapiantati d’Organo e di Volontariato, l’Associazione Malati di Reni, la Fondazione Italiana del Rene (FIR), l’Associazione Scientifica Alimentazione Nutrizione e Dietetica (ASAND) e la Federazione Ordini Farmacisti Italiani (FOFI). Uniti in un tavolo di lavoro multidisciplinare, lanciano un appello affinché l’accesso alla Terapia Dietetica Nutrizionale (TDN) ipoproteica sia equamente garantito su tutto il territorio nazionale. La task force ha già presentato in Senato, nello scorso mese di novembre, il primo Manifesto per il diritto alla TDN ipoproteica.

Appello dei senatori e dei professionisti

«La Giornata Mondiale del Rene richiama l’attenzione delle Istituzioni nazionali e regionali sulle necessità delle persone con malattia renale cronica», afferma il Senatore Ignazio Zullo. «Garantire un accesso omogeneo alle cure su tutto il territorio nazionale significa includere pienamente anche la terapia dietetico-nutrizionale ipoproteica, che costituisce un elemento rilevante nel percorso assistenziale di questi pazienti. Il confronto avviato nei mesi scorsi prosegue con l’obiettivo di individuare, insieme a pazienti, professionisti sanitari e decisori pubblici, soluzioni sostenibili che consentano di ottimizzare le risorse disponibili e rafforzare l’equità del nostro Servizio sanitario».

Dieta ipoproteica: una vera terapia per pazienti cronici

«La malattia renale cronica coinvolge oltre quattro milioni di persone nel nostro Paese e ha un impatto significativo non solo sotto il profilo clinico, ma anche sociale ed economico», evidenzia Massimo Morosetti, Presidente FIR. «Negli stati avanzati della malattia, la dieta ipoproteica rappresenta una vera e propria terapia, spesso affiancata al trattamento farmacologico, in grado di mantenere l’organismo in condizioni ottimali e di ritardare l’ingresso in dialisi. Seguita oggi da circa 20.000 pazienti italiani, questa terapia comporta un investimento annuo di circa 32 milioni di euro, di cui oltre 8 milioni restano ancora a carico diretto dei cittadini».

Richieste delle associazioni

«Come già enunciato nel nostro Manifesto, anche in occasione della Giornata Mondiale del Rene, ribadiamo alcune richieste essenziali», dichiara Leonardo Loche, Presidente Forum Nazionale delle Associazioni di Nefropatici. «Chiediamo di valorizzare il canale distributivo della farmacia aperta al pubblico e di adottare un modello di rimborsabilità fondato sul piano terapeutico e sui quantitativi realmente necessari, non su tetti economici prefissati, così da garantire ai pazienti una dieta completa, varia ed equilibrata e la possibilità di scegliere tra un’ampia gamma di prodotti».

Il ruolo del dietista e del farmacista

«La terapia dietetico-nutrizionale ipoproteica si basa su un apporto controllato di proteine ed è personalizzata in base alle condizioni cliniche del paziente», spiega Ersilia Troiano, Presidente ASAND. «Il dietista accompagna il paziente nella gestione quotidiana del regime alimentare, migliorando l’aderenza al trattamento e i risultati clinici».

«La presenza capillare dei farmacisti sul territorio favorisce accesso, continuità terapeutica e supporto ai pazienti cronici», sottolinea Andrea Mandelli, Presidente FOFI. «L’esperienza della Lombardia nella dispensazione della terapia dietetico-nutrizionale attraverso i farmacisti dimostra che è possibile coniugare equità, appropriatezza e qualità di vita».

Fibromialgia, la ricerca indaga il legame con l’emicrania e il possibile ruolo del CGRP

L’inserimento della fibromialgia nei Livelli Essenziali di Assistenza, previsto nello schema di aggiornamento del DPCM 2026, è un primo importante riconoscimento delle necessità dei tanti pazienti che ne soffrono in Italia. Il provvedimento è stato recentemente approvato dalla Commissione XII Affari Sociali alla Camera dei deputati e ora, per completare l’iter istituzionale, si attende l’approvazione definitiva e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. L’aggiornamento dei LEA prevede l’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria per le forme cliniche severe di fibromialgia, identificate secondo criteri scientifici condivisi e limitatamente ai casi con maggiore impatto funzionale.

La fibromialgia resta spesso sotto-diagnosticata: diagnosi tardive e assenza di biomarcatori rendono complesso il percorso dei pazienti

La sindrome fibromialgica è caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico cronico e diffuso, associato a stanchezza persistente, disturbi del sonno, difficoltà cognitive, alterazioni dell’alvo, disturbi dell’umore e cefalea, con un marcato decadimento della qualità della vita. In Italia colpisce circa 1,5-2 milioni di persone, prevalentemente donne, con un rapporto donne-uomini pari a 9:1 e può presentarsi come forma primaria o isolata, oppure in forma secondaria, associata ad altre patologie reumatologiche o di altra natura. Si calcola che il 2-4% della popolazione generale ne sia affetto, con un’età media fra i 30 e i 50 anni. Le cause non sono ancora del tutto chiare. Si ritiene che ci sia una combinazione di predisposizione genetica e familiarità con eventi di vita stressanti come traumi, interventi chirurgici o malattie. La diagnosi resta complessa e spesso arriva in ritardo, dopo anni dall’esordio dei sintomi, proprio per l’estrema variabilità del quadro clinico e per l’assenza di biomarcatori specifici.

Verso nuove possibilità terapeutiche e il legame con l’emicrania

Annunziata Capacci

Sul fronte terapeutico, nessun farmaco riporta ancora un’indicazione specifica per la fibromialgia, ma la ricerca scientifica sta cercando di aprire nuove strade. La Fondazione Italiana per la Ricerca in Reumatologia (FIRA) ha finanziato con un bando di 50.000 euro uno studio presso il Policlinico Gemelli di Roma, avviato nel luglio 2023, con un obiettivo ambizioso: capire se fibromialgia ed emicrania condividano fattori comuni, individuare un biomarcatore in grado di diagnosticare la malattia e verificare se i farmaci monoclonali anti-CGRP, già approvati per l’emicrania, possano portare benefici anche ai pazienti fibromialgici. Lo studio intende arruolare 200 pazienti, seguiti con visite ogni tre mesi nell’arco di un anno, con esami del sangue e della saliva per misurare i livelli di CGRP nei diversi gruppi.

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Annunziata Capacci, responsabile dell’Ambulatorio Fibromialgia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma e coordinatrice del progetto di FIRA.

Il CGRP, un possibile biomarcatore comune a fibromialgia ed emicrania

L’ipotesi al centro della ricerca è che i pazienti affetti da fibromialgia possano avere livelli elevati di CGRP, un peptide già coinvolto nella fisiopatologia dell’emicrania. «Tutto nasce dal fatto che la fibromialgia, come l’emicrania, fa parte delle sindromi da sensibilizzazione centrale, dove questo meccanismo gioca un ruolo importante –  spiega Capacci. Da lì l’ipotesi che ci possa essere un meccanismo patogenetico comune a queste due patologie, motivo per cui chi ha la fibromialgia spesso ha anche l’emicrania. Lo studio sta verificando se nei pazienti con fibromialgia i livelli di CGRP siano più elevati rispetto ai controllo sani, misurando questo peptide nel sangue e nella saliva. Al momento sono stati arruolati 108 pazienti su un target di 200, di cui circa 70 hanno completato le valutazioni seriate ogni tre mesi per un anno. Stiamo provvedendo all’analisi dei campioni, ma è ancora troppo presto per trarre conclusioni», precisa la ricercatrice.

Nuove strategie terapeutiche: i farmaci anti-CGRP potrebbero aiutare anche la fibromialgia

Se i risultati fossero incoraggianti, si aprirebbe una strada importante. «I pazienti che hanno anche l’emicrania e sono trattati con farmaci anti-CGRP potrebbero avere un beneficio anche sulla fibromialgia – continua Capacci. Per verificarlo, ogni tre mesi i ricercatori valutano i cosiddetti Patient reported outcome, indici che misurano il miglioramento della qualità di vita e dei livelli di dolore. Sarebbe innanzitutto una strada verso un eventuale biomarcatore, il che sarebbe davvero non da poco e poi aprirebbe la possibilità di ampliare le strategie terapeutiche da utilizzare in corso di fibromialgia. Il trattamento oggi si basa su un approccio integrato: educazione del paziente, attività fisica, psicoterapia e farmacoterapia. Non ci sono farmaci specifici ma si usano integratori, miorilassanti, antidepressivi e anticonvulsivanti a seconda dei sintomi prevalenti. Il movimento può fare tantissimo, bisogna prediligere attività come il pilates, la posturale, il tai-chi e, laddove necessario, è importante anche un approccio con uno psicoterapeuta, perché questi pazienti spesso hanno un basso livello di resilienza e una tendenza al catastrofismo».

Se confermato, il legame con il CGRP potrebbe aprire nuove prospettive di ricerca e strategie terapeutiche

Una diagnosi ancora troppo tardiva

La fibromialgia è una sindrome con tante sfaccettature e non si presenta mai allo stesso modo. «Spesso il paziente arriva alla diagnosi dopo anni, avendo già effettuato visite da ogni tipo di specialista. Va prima dal neurologo per la cefalea, dallo psichiatra per la depressione, dal gastroenterologo per il colon irritabile – racconta Capacci. Poi arriva dal reumatologo già col trolley pieno di esami e nel frattempo sono passati anche anni. La diagnosi si basa sull’esclusione di altre cause organiche di dolore e sulla somministrazione di un questionario che valuta l’estensione del dolore e la presenza di altri sintomi come stanchezza, cefalea e disturbi del sonno. Non esiste un esame del sangue che la confermi. Il dolore tipico della fibromialgia è diverso da quello infiammatorio dell’artrite, poiché è presente iperalgia e allodinia, nel senso che uno stimolo che normalmente non dovrebbe dare dolore lo dà, e uno stimolo che dovrebbe darne poco è avvertito in maniera molto amplificata. Le cause restano ancora sconosciute, ma si ritiene che ci sia una combinazione di predisposizione genetica e fattori scatenanti come stress, infezioni, traumi o interventi chirurgici».

Formazione e consapevolezza

L’ingresso della fibromialgia nei LEA è un passo importante, ma non basta. «Conta anche sensibilizzare i medici di medicina generale nel riconoscere e inquadrare prima il paziente, perché prima si fa la diagnosi, più le strategie terapeutiche possono avere successo –  sottolinea la ricercatrice. I campanelli d’allarme da non sottovalutare sono un paziente che lamenta stanchezza persistente e dolore diffuso e migrante, che non risponde agli antinfiammatori e che presenta allodinia diffusa già alla visita. In quel caso vale la pena mandarlo a una visita reumatologica nel sospetto di fibromialgia.

In chiusura, un ringraziamento a FIRA: «Ha dato questa possibilità e messo in luce la necessità di cercare nuovi meccanismi sulla fibromialgia, che è ancora un territorio molto inesplorato dove c’è tanto da fare. Solo con la ricerca si possono fare passi avanti».

Quando l’algoritmo “legge” i tuoi esami: i rischi sui dati di salute senza protezione

Un’analisi del sangue caricata online in pochi secondi genera una risposta immediata da un algoritmo, creando l’illusione di aver compreso qualcosa sulla propria salute. Ancor prima dell’arrivo di ChatGPT Health, migliaia di persone hanno caricato quotidianamente referti e dati clinici su piattaforme di intelligenza artificiale generativa, rinunciando al controllo sulle proprie informazioni sanitarie, considerati dati personali estremamente sensibili.

Questo gesto apparentemente innocuo può trasformare un bisogno di rassicurazione in un rischio concreto: per la privacy, per l’accuratezza delle informazioni e, nei casi più estremi, per la salute stessa. Informazioni non mediate dal medico, sia esso medico di medicina generale o specialista, trasformano le piattaforme di AI generativa in strumenti privi delle regole e delle tutele previste per i dispositivi medici. In questo contesto, l’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, e il GDPR, che disciplina la protezione dei dati personali, affrontano tali problematiche. L’AI Act classifica le applicazioni di AI in base al loro rischio, imponendo requisiti rigorosi per quelle ad alto rischio, come nel settore sanitario. La loro attuazione e capacità di garantire sicurezza e trasparenza rimangono fondamentali ed è in questo ambito normativo e culturale che si collocano i rischi dell’uso dell’AI per le informazioni mediche.

TrendSanità ha affrontato il tema con alcune domande a Guido Scorza, Avvocato e Docente di Diritto delle nuove tecnologie e privacy, già componente del Collegio del Garante della protezione dei dati personali.

Guido Scorza

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa per ottenere informazioni sanitarie, interpretare esami o ipotizzare diagnosi è un fenomeno in forte crescita. Dal suo punto di vista, quali sono i principali rischi per i cittadini?

«I rischi principali sono almeno due e sono entrambi molto rilevanti. Il primo riguarda la perdita di controllo sui dati personali, in particolare sui dati sanitari, che sono dati estremamente sensibili. Quando una persona carica un’analisi del sangue o un referto su una piattaforma di intelligenza artificiale, l’esperienza può sembrare simile a quella di mostrarla a un medico, ma in realtà è profondamente diversa. Non c’è un professionista sanitario vincolato dal segreto professionale, non c’è uno studio medico, non c’è una catena di custodia dei dati regolata da norme sanitarie. Dall’altra parte ci sono società tecnologiche, spesso multinazionali, che non hanno come scopo sociale la cura o l’assistenza del paziente, ma la fornitura di servizi e, legittimamente, la generazione di profitto. Il secondo grande rischio è quello dell’inesattezza del trattamento. Le risposte fornite dai sistemi di intelligenza artificiale generativa sono basate su modelli probabilistici e statistici. Questo significa che l’AI può associare erroneamente a una persona una patologia che non ha, oppure al contrario non rilevare un problema reale. Dal punto di vista della privacy, questo si traduce in un trattamento inesatto dei dati personali, che può avere conseguenze anche molto gravi se quelle informazioni vengono conservate o, peggio, condivise con terzi».

Quali potrebbero essere, concretamente, queste conseguenze?

«Se il dato resta semplicemente archiviato, abbiamo comunque un’informazione falsa associata a una persona. Ma se quel dato entra in circuiti più ampi, come per esempio, nell’ambito di accordi di partnership con soggetti terzi, le conseguenze possono diventare rilevanti. Immaginiamo che un dato sanitario inesatto finisca, oggi o domani, nella disponibilità di una compagnia assicurativa: questo potrebbe incidere sulla possibilità di stipulare una polizza, sui premi assicurativi o su altri aspetti della vita giuridica della persona. Anche se questi scenari non dovrebbero verificarsi, il problema è che l’utente spesso non ha una reale consapevolezza di ciò che accade ai suoi dati».

Le piattaforme di intelligenza artificiale generativa dichiarano di tutelare i dati personali e di chiedere il consenso degli utenti. Questo non è sufficiente?

«Le informative privacy dei grandi fornitori sono generalmente dettagliate e spiegano come i dati vengono trattati, per quali finalità e con quali basi giuridiche. Nella pratica, però, sappiamo bene che la maggior parte degli utenti non legge queste informative, oppure le accetta senza comprenderne davvero l’impatto. Chi ha in mano un referto medico ed è preoccupato per la propria salute tende a cercare una risposta immediata, non a soffermarsi sulle condizioni di utilizzo di un servizio. È proprio in questo scarto tra teoria e pratica che i rischi diventano concreti».

Esistono meccanismi di protezione o correttivi efficaci per ridurre questi rischi?

«Oggi il principale correttivo è di natura culturale ed educativa. Bisogna far capire che questi strumenti non sono neutri e che i dati sanitari hanno un valore enorme. Anche se l’interfaccia è semplice e l’accesso immediato, è necessario fermarsi, leggere, capire e valutare. Dal lato dei fornitori, non credo che vi sia una sistematica volontà di fare un uso occulto dei dati: in genere ciò che viene fatto è dichiarato e subordinato al consenso dell’utente. Il problema è che l’utente spesso concede quel consenso in modo inconsapevole».

Lei ha esposto una sostanziale equiparazione tra questi strumenti e i dispositivi medici. Perché?

«Queste piattaforme, di fatto, svolgono funzioni che incidono direttamente su decisioni di carattere sanitario. Un termometro, per essere messo sul mercato, deve superare test, collaudi, garanzie e certificazioni oltre una valutazione del rischio. Non per capriccio, ma perché un errore nella misurazione può avere conseguenze serie. I servizi di intelligenza artificiale generativa, invece, sono arrivati sul mercato come strumenti generalisti, quasi paragonabili a piattaforme di intrattenimento, pur essendo utilizzati per interpretare esami o orientare scelte di salute. A mio avviso, almeno per le funzioni di carattere medico, questi strumenti non dovrebbero essere liberamente accessibili senza una filiera di controlli analoga a quella prevista per i dispositivi medici».

Cosa cambia quando l’intelligenza artificiale viene utilizzata dai medici?

«Se l’AI diviene uno strumento di supporto e il medico mantiene un approccio critico, la responsabilità resta in capo al professionista. Il medico decide, prescrive e risponde delle proprie scelte, indipendentemente dal fatto che abbia utilizzato un sistema di intelligenza artificiale come ausilio o meno. Dal punto di vista giuridico, quindi, non cambia molto. Cambia però la pratica quotidiana, perché entra in gioco un fenomeno ben noto: l’automation bias».

Di cosa si tratta?

«L’automation bias è il termine che definisce la tendenza dell’essere umano a fidarsi eccessivamente delle risposte fornite dalla tecnologia, soprattutto quando questa ha dimostrato nel tempo di essere efficace. Succede ai giudici, agli ingegneri, agli architetti e anche ai medici. Con il tempo e con l’uso ripetuto, il professionista può iniziare a prendere per buone le indicazioni dell’algoritmo senza esercitare un adeguato spirito critico. Questo è un rischio reale, documentato da numerosi studi e non riguarda solo chi non è esperto, ma anche gli specialisti nel proprio ambito di competenza».

A questo si aggiunge il rischio di una perdita di competenze?

«Il cosiddetto de-skilling si riferisce all’uso continuativo di strumenti automatizzati che può portare a una progressiva riduzione dell’esercizio di alcune capacità. È un fenomeno che abbiamo già vissuto tutti, banalmente, con l’uso della calcolatrice: sappiamo fare le operazioni, ma le facciamo sempre meno. In ambito medico, però, questo processo è molto più delicato, perché l’errore non si traduce in un semplice disagio, ma può avere conseguenze gravi per i pazienti».

I registri delle conversazioni con le chatbot possono essere utilizzati in sede giudiziaria?

«In casi recenti, questi registri sono stati acquisiti agli atti e costituiscono una prova dell’interazione tra l’utente e il sistema di intelligenza artificiale. Il problema, però, non è tanto dimostrare cosa sia stato detto, quanto stabilire se e in che misura il fornitore del servizio possa essere ritenuto responsabile. Si tratta di una questione di qualificazione giuridica, non di prova».

Finirei con chiederle quale messaggio si sente di dare ai cittadini che utilizzano l’intelligenza artificiale per questioni di salute?

«Il messaggio, oggi, è piuttosto netto: non fatelo. I servizi generalisti di intelligenza artificiale non sono medici e non sono stati progettati per interpretare esami o formulare diagnosi. Avere una risposta immediata, ma incerta, non risolve il problema, anzi può aumentare l’ansia o indurre a decisioni sbagliate. In molti casi è meglio aspettare qualche giorno e parlare con un professionista sanitario, anziché affidare dati di salute a strumenti pensati per tutt’altro scopo».

Gestione dei dati sanitari, le sfide dell’innovazione e l’adeguamento delle norme 

La gestione dei dati sanitari è al centro di una trasformazione che riguarda l’intero ecosistema della salute. Questa evoluzione tecnologica sta ponendo molti interrogativi sull’uso, la protezione e la condivisione delle informazioni dei pazienti. Le normative di conseguenza devono seguire l’evolversi delle innovazioni tecnologiche. È il caso della Legge 132/2025, che disciplina l’uso dell’intelligenza artificiale (AI) integrando il relativo regolamento europeo.

Nicola Bernardi

Conferma Nicola Bernardi, Presidente di Federprivacy: «Il sistema sanitario sta passando da una logica di conservazione e protezione del dato a una logica di circolazione controllata dell’informazione sanitaria». Il dato clinico non è più legato alla singola prestazione o struttura, ma accompagna il paziente lungo l’intero percorso assistenziale: ospedale, medicina territoriale, specialistica, telemedicina, prevenzione e ricerca.

«Il GDPR aveva già anticipato questo cambiamento, e lo stesso titolo del Regolamento europeo aveva dichiarato l’obiettivo di puntare alla protezione delle persone fisiche riguardo al trattamento dei loro dati personali, favorendone la loro libera circolazione», chiarisce il Presidente di Federprivacy.

Si tratta comunque di informazioni attentamente tutelate. I dati relativi alla salute sono qualificati dall’art. 9 del GDPR come categorie particolari di dati personali, ma il fatto che si tratti di informazioni sensibili non significa che siano “inutilizzabili”: possono essere trattati quando necessario per finalità di diagnosi, assistenza e terapia sanitaria o gestione dei sistemi e servizi sanitari, sotto responsabilità di professionisti soggetti al segreto professionale. Chiarisce Bernardi: «Anche se spesso osserviamo moduli di richiesta di autorizzazione per trattare i dati erroneamente sottoposti alla firma dei pazienti, non è però il consenso la base giuridica principale della cura, perché il presupposto per trattare lecitamente tali informazioni sensibili risiede nell’interesse pubblico in ambito sanitario e nell’erogazione della prestazione».  

«Il sistema sanitario sta passando a una logica di circolazione controllata dell’informazione sanitaria»

Oggi l’evoluzione normativa europea – in particolare lo Spazio Europeo dei Dati Sanitari (EHDS) – rafforza questa impostazione: la sfida non è impedire la condivisione, ma governarla. Si introducono concetti come accesso selettivo, tracciabilità degli accessi, minimizzazione e separazione tra uso per la cura e uso per ricerca o programmazione sanitaria.

«L’obiettivo di questo nuovo regolamento europeo – prosegue Bernardi – è quello di istituire un quadro comune per l’uso e lo scambio di dati sanitari elettronici in tutta l’UE, a vantaggio dei pazienti, degli operatori del settore e delle autorità regolatorie. I cittadini europei potranno accedere più facilmente ai propri dati sanitari e avere un maggior controllo su di essi. Al contempo sarà possibile, a certe condizioni, trattare tali dati per un loro uso secondario per finalità di ricerca e innovazione, attività regolatorie o statistiche, nonché per l’elaborazione di politiche sanitarie. Nel quadro europeo, l’intelligenza artificiale applicata alla sanità rientra tra i sistemi ad alto rischio. Questo significa che può essere utilizzata, ma solo a precise condizioni».

Oggi la sfida non è impedire la condivisione, ma governarla

«Per il personale sanitario questo richiede un cambiamento culturale. Seppur la riservatezza del paziente rimanga sempre un pilastro fondamentale, è però necessario smettere di pensare che per rispettare la normativa si debba semplicemente chiudere i dati in cassaforte. La privacy non è più un adempimento documentale né un modulo da firmare, ma un elemento della qualità organizzativa del sistema sanitario. La corretta gestione degli accessi, la profilazione degli operatori, la pseudonimizzazione (dotare di un codice o altro sistema di identificazione fittizio, in modo da non poter risalire direttamente alla persona), e l’anonimizzazione dei dati, la loro conservazione e la tracciatura delle consultazioni diventano strumenti di tutela del paziente tanto quanto la sicurezza clinica».

Il trattamento organizzato dei dati

L’innovazione tecnologica sta ridisegnando i confini della pratica clinica quotidiana in materia di privacy, perché la digitalizzazione ha trasformato il dato sanitario da informazione statica a dato “in movimento”. Sempre più svincolato dalla carta e sempre più digitale. Ora tutto viaggia su molti canali: televisite, refertazione online, fascicolo sanitario elettronico, piattaforme regionali e dispositivi domiciliari fanno sì che l’informazione sanitaria venga trattata in contesti molto più ampi rispetto al perimetro fisico della struttura.

Afferma Bernardi: «Questo ha un effetto diretto sulla pratica clinica quotidiana. Il GDPR ha introdotto il principio di “accountability”: non basta rispettare formalmente la norma, ma la struttura sanitaria deve essere in grado di dimostrare di aver organizzato il trattamento in modo sicuro e proporzionato. Significa, ad esempio, profilare gli accessi al fascicolo sanitario, limitare la consultazione ai soli operatori coinvolti nella cura, adottare sistemi di autenticazione adeguati e registrare i log degli accessi informatici».

«Per il professionista sanitario la privacy diventa quindi parte dell’atto professionale»

«Per il professionista sanitario, la privacy diventa quindi parte dell’atto professionale – prosegue Bernardi – Consultare il fascicolo di un paziente non in cura, utilizzare credenziali condivise, trasmettere informazioni sanitarie tramite canali non idonei o conservare referti su dispositivi personali non sicuri sono azioni che non solo possono comportare violazioni amministrative del GDPR e avere conseguenze sotto il profilo deontologico, ma incidono sulla sicurezza delle informazioni cliniche e sulla fiducia del paziente».

«Il legislatore sta progressivamente spostando l’attenzione dal consenso informato formale alla corretta organizzazione del trattamento. Le strutture devono adottare procedure interne, formare il personale e valutare preventivamente i rischi con valutazioni d’impatto quando introducono nuove tecnologie sanitarie digitali, specialmente se queste utilizzano soluzioni di intelligenza artificiale».

Una nuova fase e maggiori responsabilità

La Legge 132/2025 (che recepisce i principi del Regolamento europeo sull’AI Act) stabilisce i principi per l’uso corretto dei sistemi di AI. La sanità digitale entra in una nuova fase, segnata da maggiori responsabilità per professionisti e strutture sanitarie. Le norme devono stabilire i confini entro cui è possibile agire.

Spiega Bernardi: «Nel quadro europeo, l’intelligenza artificiale applicata alla sanità può essere utilizzata, ma solo a precise condizioni: supervisione umana, trasparenza, qualità dei dati di addestramento, gestione dei rischi e documentazione delle prestazioni del sistema. La normativa è chiara: l’AI non sostituisce il giudizio clinico. Il professionista deve poter comprendere il funzionamento del sistema, interpretarne l’output e, se necessario, discostarsene motivatamente. È il principio della “Meaningful Human Oversight”, ovvero una supervisione umana significativa. Un algoritmo può segnalare una probabilità diagnostica, ma la decisione resta un atto riservato al medico». 

Il ruolo centrale e insostituibile del medico

Le responsabilità maggiori ricadono soprattutto sulle strutture sanitarie. Prima dell’adozione di un sistema di AI occorre valutarne l’impatto, verificarne l’affidabilità, definire le modalità d’uso e formare gli operatori. Prosegue Bernardi: «Dal punto di vista della protezione dei dati, questo implica anche valutazioni di impatto privacy e attenzione ai possibili “granchi” che a volte può prendere l’intelligenza artificiale (bias algoritmici). Queste situazioni in sanità possono tradursi in discriminazioni o veri e propri errori clinici. Un esempio? In un caso che aveva catturato l’attenzione dei media, gli algoritmi di un sistema di diagnostica avevano raccomandato ai pazienti ad alto reddito di fare ulteriori accertamenti con una risonanza magnetica; mentre a quelli con un reddito più modesto veniva consigliato di non sottoporsi a ulteriori test, penalizzando così le loro possibilità di poter decidere di fare eventualmente un sacrificio economico per tutelare meglio la loro salute».

Il medico in ogni caso  svolge sempre e comunque un ruolo centrale e insostituibile nel percorso di diagnosi e cura del paziente. Ribadisce Bernardi: «In realtà l’AI non riduce il suo ruolo, ma lo qualifica ulteriormente. Più il sistema tecnologico è sofisticato, più diventa essenziale la capacità del professionista di contestualizzare il risultato, spiegare al paziente il processo decisionale e assumersi la responsabilità finale della cura. L’intelligenza artificiale resta uno strumento potente, ma la responsabilità terapeutica rimane necessariamente umana. Naturalmente, il professionista sanitario deve evolversi con i tempi, e curare il proprio aggiornamento con una visione strategica, includendo nella formazione non solo i temi strettamente medici – su cui si concentra la sua professione – ma anche quelli della governance dei sistemi di intelligenza artificiale e quelli della protezione dei dati». In tal modo il professionista sarà in grado di affrontare le sfide del prossimo futuro.

Screening via SMS, in equilibrio tra prevenzione e privacy

Un SMS può fare la differenza tra una diagnosi precoce e una tardiva? Il recente via libera del Garante per la protezione dei dati personali consente alle aziende sanitarie di inviare messaggi informativi sugli screening utilizzando i recapiti dei pazienti adulti, anche se questa finalità non era stata esplicitamente indicata al momento della raccolta del dato. Un passo per rafforzare l’adesione ai programmi di prevenzione, che però apre interrogativi su trasparenza, consenso e tutela dei dati sanitari.

TrendSanità ne ha parlato con Isabella Mori, Responsabile Tutela di Cittadinanzattiva, per capire come coniugare innovazione digitale, diritti e fiducia dei cittadini nel Servizio sanitario nazionale.

Rapporto Censis-Federfarma: la farmacia sempre più presidio sociosanitario integrato

Il riconoscimento normativo della farmacia come centro sociosanitario polifunzionale integrato nel Servizio sanitario nazionale conferma una realtà già consolidata: il 76% degli italiani non la considera più solo un luogo di distribuzione di farmaci, ma un presidio sociosanitario integrato.

L’85% degli italiani considera le farmacie punti di riferimento essenziali sul territorio

Secondo il Rapporto «La farmacia nella sanità di prossimità», realizzato dal Censis con il supporto di Federfarma, l’85% degli italiani considera le farmacie punti di riferimento essenziali sul territorio, il 97,2% le vede come un servizio fondamentale per le comunità, il 92,8% apprezza la presenza sanitaria continua e di facile accesso, e il 93,0% le ritiene fondamentali nelle aree rurali per anziani e persone con ridotta mobilità. Per il 78,8%, inoltre, contribuiscono a ridurre la pressione sui medici e sugli ospedali.

Dalla dispensazione ospedaliera alla farmacia

Al 68,4% degli italiani è capitato di recarsi in farmacia per ottenere farmaci o servizi precedentemente erogati da ospedali o Asl. I vantaggi principali della dispensazione in farmacia sono il risparmio di tempo (93,8%), la riduzione degli spostamenti (93,7%), la diminuzione dei tempi di attesa (93,0%), procedure più agili (92,4%) e un avvicinamento della sanità ai cittadini (90,7%). Inoltre, il 90,0% segnala una gestione più semplice delle cure e l’89,4% una migliore continuità tra pazienti cronici e farmacisti, migliorando l’aderenza terapeutica.

Servizi apprezzati e valore aggiunto

I cittadini valutano positivamente i numerosi servizi offerti dalle farmacie:

  • recapito a domicilio dei farmaci per persone fragili (94,4%)
  • distribuzione di farmaci e presidi per patologie croniche (94,1%)
  • consulenza sull’uso corretto dei farmaci (92,7%)
  • misurazione della pressione (91,5%)
  • orientamento ai servizi territoriali del SSN (91,1%)
  • prenotazioni di analisi e visite (90,5%)
  • supporto per seguire le terapie (90,4%)
  • test diagnostici come colesterolo, glicemia e emoglobina glicata (89,0%)
  • monitoraggio dei pazienti cronici (88,9%)
  • vaccini antinfluenzali e anti-Covid (88,7%)
  • screening al colon retto (87,6%)
  • telemedicina (86,2%)
  • altri vaccini come HPV e pneumococco (83,2%)

Le aspettative per il futuro

Per il 54,6% degli italiani, lo sviluppo della sanità di prossimità dovrebbe garantire servizi facilmente accessibili vicino a casa. Nella farmacia del futuro si auspica: maggiore collaborazione tra farmacisti, medici e altri professionisti della salute (89,7%), ampliamento della distribuzione di farmaci oggi ospedalieri (89%), potenziamento della consulenza ai cittadini (88,2%), più attività di prevenzione (85,2%) e un ventaglio più ampio di servizi sanitari facilmente accessibili (84,3%).

Fiducia e fidelizzazione

La fiducia nei farmacisti resta solida: il 91,3% dei cittadini ha fiducia nei farmacisti con cui interagisce e il 90,5% segue le loro indicazioni. La frequentazione è costante: il 21,7% si reca in farmacia almeno una volta a settimana, il 49,6% almeno una volta al mese, e il 71,9% ha una farmacia di riferimento abituale.

Presentazione del Rapporto

Il Rapporto è stato presentato a Roma da Giorgio De Rita, Segretario generale Censis, e Chiara Ryan, Ricercatrice Area Consumi, mercati e welfare Censis. Sono intervenuti: Paolo Calcinaro, Assessore alla salute Regione Marche, Marco Cossolo, Presidente Federfarma nazionale, Luigi D’Ambrosio Lettieri, Vicepresidente Fofi, Alessandro Dabbene, Vicesegretario nazionale Fimmg, Flori Degrassi, Presidente Andos Onlus Nazionale, Stefano Garau, Vicepresidente Fand-Associazione Italiana Diabetici, Annalisa Mandorino, Segretaria generale Cittadinanzattiva, Gianni Petrosillo, Presidente Sunifar. Le conclusioni sono state affidate a Marcello Gemmato, Sottosegretario alla salute.

Egualia, Riccardo Zagaria eletto presidente per il biennio 2026-2027

Riccardo Zagaria, amministratore delegato di Doc Pharma, è stato eletto presidente di Egualia, l’associazione italiana dei produttori di farmaci equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines, per il biennio 2026-2027. La nomina è avvenuta nel corso dell’assemblea degli associati che ha rinnovato gli organi istituzionali dell’organizzazione.

Zagaria subentra a Stefano Collatina, presidente e amministratore delegato di Baxter Spa, che ha guidato l’associazione nel precedente biennio e che resterà membro del Consiglio direttivo.

Manager con oltre 25 anni di esperienza internazionale nel settore farmaceutico, Zagaria ha ricoperto incarichi di leadership in aziende come Giuliani, Italchimici, Zambon, Nycomed, Altana e Sanofi.

«L’obiettivo principale del mio mandato – ha dichiarato Zagaria – sarà consolidare il ruolo di Egualia quale attore istituzionale autorevole nel dialogo con le istituzioni nazionali ed europee, valorizzando il contributo economico, sanitario e industriale delle aziende associate».

Tra le priorità strategiche indicate dal nuovo presidente figurano il rafforzamento del dialogo strutturato con Stato e Regioni per un’applicazione uniforme delle politiche di accesso e dei modelli distributivi dei farmaci equivalenti, la semplificazione dei processi regolatori e la tutela degli interessi industriali e occupazionali del comparto.

Tra le priorità, rafforzare dialogo Stato-Regioni, uniformare accesso farmaci, semplificare regolazioni e tutelare il comparto

Nel programma del nuovo vertice anche la revisione del meccanismo di payback della spesa farmaceutica diretta, con l’introduzione di fattori correttivi che tengano conto del ruolo dei produttori di equivalenti, e il rafforzamento della collaborazione con altri attori del sistema farmaceutico, in particolare con le aziende italiane associate a Farmindustria su dossier condivisi.

Tra i temi di confronto rientra inoltre l’attuazione delle normative europee a livello nazionale, con una interlocuzione costante con Aifa, Ministero delle Imprese e del Made in Italy e Ministero della Salute, a partire dall’applicazione del sistema Datamatrix, che – ha sottolineato Zagaria – non dovrà penalizzare le aziende del comparto.

Il nuovo Consiglio direttivo dell’associazione è composto, oltre che dal presidente Zagaria, da Salvatore Butti (EG Stada), Umberto Comberiati (Teva Italia), Marco Pianta (Fresenius Kabi Italia), Francesca Romana Ramundo (Sandoz), Fabio Torriglia (Viatris Italia), Stefania Badavelli (Zentiva Italia), Stefano Collatina (Baxter Spa), Andrea Francesco Rottura (Towa Pharmaceutical), Fabio Scaccia (Farmitalia), Giovanni Sala (Medac Pharma), Enrique Hausermann (Ipso Pharma), Serena Zucchetta (Neuraxpharm Italia), Paolo Angeletti (Salf Spa) e Maurizio Silvestri (DMX Pharma).

Rinnovati anche i vertici dei due gruppi autonomi dell’associazione. Il coordinamento dell’Italian Biosimilars Group (IBG) è stato affidato a Francesca Romana Ramundo (Sandoz), con Alessandro Pedone (EG Stada) e Francesca Ceccotti (Organon Italia) nel ruolo di vicecoordinatori. Alla guida del gruppo Value Added Medicines (VAM) sono stati invece confermati Geremia Seclì (Medac Pharma Italia) come coordinatore e Claudio Bellomo (Viatris) come vicecoordinatore.

Sport e diabete: incontro al Ministero della Salute per superare l’esclusione dagli sport militari

Sport e diabete, un connubio troppo spesso minato da uno stigma. Quello, cioè, che le persone con diabete non possano fare sport. Lo stesso stigma che perdura, attraverso una legge obsoleta del 1932, ancora oggi in Italia e impedisce agli atleti con diabete di fare parte dei gruppi sportivi militari, ostacolando i loro sogni. Una barriera che rappresenta non solo un ostacolo professionale, ma anche una questione di equità e di riconoscimento del merito. Tanti grandi campioni, con le loro imprese, hanno dimostrato che, col diabete, non solo si può essere atleti, ma anche raggiungere il tetto del mondo. Esempi, questi, che testimoniano la centralità del diritto alla pratica sportiva, che va garantito a chi dello sport desidera fare la propria vita.

Se ne è parlato presso il Ministero della Salute in un incontro dedicato al tema dell’attuale impossibilità per gli atleti con diabete di accedere ai gruppi sportivi militari. Il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha ascoltato una delegazione composta da rappresentanti della FeSDI, la Federazione delle Società Diabetologiche Italiane che riunisce AMD (Associazione Medici Diabetologi) e SID (Società Italiana di Diabetologia), dell’Intergruppo parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili edi atleti con diabete della Nazionale italiana e Ambassador FeSDI. 

Una legge del 1932 ancora oggi in Italia impedisce agli atleti con diabete di fare parte dei gruppi sportivi militari

Grazie ai significativi progressi nella gestione della patologia – tra cui l’impiego di sensori per il monitoraggio continuo della glicemia, pompe di infusione di insulina “intelligenti” e terapie innovative – oggi molti atleti con diabete possono praticare sport ad altissimo livello, in sicurezza. Per questo motivo chiedono che la loro condizione non sia più causa automatica di esclusione dai gruppi sportivi delle Forze Armate. L’accesso a tali gruppi consentirebbe, infatti, di beneficiare di un sostegno economico stabile, di strutture adeguate e di un supporto tecnico di alto livello, garantendo maggiore continuità e prospettive di carriera.  

Il Ministro Schillaci ha condiviso «l’opportunità di garantire agli atleti con diabete l’accesso ai gruppi sportivi militari. Come Ministero della Salute sottoporremo la questione ai Ministeri competenti affinché si possa rivedere una norma che risale al 1932. Da allora la medicina ha compiuto grandi progressi che hanno abbattuto ogni ostacolo sanitario e consentono la piena inclusione di questi atleti». 

L’opinione degli atleti

«Non avevo mai parlato del diabete in pubblico fino al 2021 – dichiara Anna Arnaudo, atleta azzurra di atletica leggera – Durante la stagione atletica migliore della mia vita ero riuscita a guadagnare l’attenzione di più gruppi sportivi militari. Entusiasta, lo avevo detto a mio padre, che fu il primo a consigliarmi di controllare i bandi di concorso per l’arruolamento. Ero del tutto ignara del fatto di non essere idonea, anche perché, a rigor di logica, per essere un atleta professionista bisogna avere i risultati e non il pancreas funzionante».

«L’esclusione dai gruppi sportivi militari non ci permette di rendere professionale la nostra attività sportiva, poiché non abbiamo uno stipendio»

Giulio Gaetani, atleta azzurro di scherma, nel 2002, a poco meno di due anni, ha scoperto di essere diabetico «Non ricordo ovviamente la mia vita prima del diabete – dichiara – e forse proprio per questo l’ho sempre vissuta come normalità. L’esclusione dai gruppi sportivi militari non permette ad atleti come noi di rendere del tutto professionale la nostra attività sportiva, poiché non abbiamo uno stipendio e un supporto fondamentale nelle scelte di selezione per le gare di maggior rilievo».

«Il rischio di questa esclusione dai gruppi sportivi militari – dichiara Federico Rizzardi, atleta azzurro di nuoto – è anche che passi un messaggio sbagliato: che la persona con diabete non possa praticare sport. In realtà è vero il contrario: l’attività fisica è fortemente raccomandata». 

L’opinione dei diabetologi

A sostegno delle istanze degli atleti, i diabetologi ribadiscono che, in virtù delle attuali innovazioni terapeutiche e tecnologiche, non sussistono elementi clinici che giustifichino questa discriminazione nei confronti delle persone con diabete.  

«Il tema che oggi affrontiamo è una questione di equità e di diritto – dichiara il Professor Riccardo Candido, Presidente Fondazione AMD, Associazione Medici Diabetologi – La storia dello sport internazionale dimostra che il diabete non è incompatibile con l’eccellenza agonistica: atleti come Gary Hall Jr., Sir Steve Redgrave e Alexander Zverev hanno raggiunto risultati di vertice mondiale e olimpico». 

«Oggi la diabetologia dispone di strumenti che consentono di raggiungere e mantenere un eccellente compenso metabolico anche durante lo svolgimento di attività sportive ad altissima intensità»

«Oggi la diabetologia dispone di strumenti diagnostici e di terapie sempre più personalizzate che hanno rivoluzionato la gestione della malattia e che consentono alle persone con diabete di raggiungere e mantenere un eccellente compenso metabolico, anche durante lo svolgimento di attività sportive ad altissima intensità – ricorda la Professoressa Raffaella Buzzetti, Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) – Superare delle barriere normative ormai anacronistiche significa riconoscere il valore del merito, promuovere l’inclusione e allineare le regole allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, nell’interesse degli atleti e del sistema Paese».

Le iniziative in Parlamento

In Parlamento sono state avviate iniziative sia alla Camera sia al Senato, anche nel quadro della recente riforma della sanità militare, che offre oggi l’opportunità di aggiornare criteri e modalità di valutazioni. Va accolto con favore quanto già votato dalla IV Commissione della Camera nella risoluzione “Sull’accesso nei gruppi sportivi delle Forze armate di soggetti affetti da diabete mellito di tipo 1 che siano idonei all’esercizio delle attività sportive agonistiche” dello scorso maggio, che impegna il Governo a superare questa discriminazione. Ora è necessario dare attuazione concreta a quell’indirizzo. «Come Intergruppo parlamentare siamo fortemente impegnati per dare piena attuazione all’articolo 33 della Costituzione sull’accesso universale alla pratica dello sport – aggiunge la Senatrice Daniela Sbrollini, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità diabete e malattie croniche non trasmissibili – Per questo nel corso della XIX Legislatura è stato depositato il 22 Ottobre 2024, a mia prima firma, il Disegno di legge-atto del Senato 1276, recante Disposizioni per l’arruolamento di atleti con diabete nei gruppi sportivi militari e dei corpi dello Stato».