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Carenze di farmaci, nuovo dossier AIFA: nessuna emergenza attuale ma la filiera resta fragile

Le carenze di medicinali non rappresentano oggi un’emergenza sanitaria in Italia, ma restano un importante indicatore della fragilità delle catene globali di approvvigionamento. È il quadro delineato dal nuovo dossier dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), che analizza le dimensioni del fenomeno, le cause e gli strumenti disponibili per garantire la continuità delle cure.

Meno di 2.600 farmaci negli elenchi delle carenze

A settembre, i medicinali presenti negli elenchi delle carenze pubblicati da AIFA sono meno di 2.600. Quasi 2.000 hanno sul mercato nazionale equivalenti o alternative terapeutiche. Per i restanti circa 600 medicinali, corrispondenti a circa 280 principi attivi, AIFA prevede l’autorizzazione all’importazione dall’estero. Si tratta per la maggior parte di vecchi farmaci ospedalieri: solo una ventina viene effettivamente importata dalle strutture sanitarie, che negli altri casi ricorrono a prodotti più moderni.

AIFA punta su monitoraggio, importazioni e misure preventive per garantire la continuità delle cure

Secondo il dossier, quindi, il sistema dispone di diversi strumenti per assicurare la continuità terapeutica, attraverso equivalenti, alternative cliniche e procedure di importazione.

Tra le iniziative attivate negli anni c’è il Tavolo Tecnico Indisponibilità, istituito nel 2015 su iniziativa di AIFA con il coinvolgimento del Ministero della Salute, della Regione Lazio e del Comando Carabinieri NAS. Nel 2019 è stata inoltre sviluppata la piattaforma DrugGhost, dalla Società Italiana di Farmacia Ospedaliera (SIFO) in collaborazione con AIFA, per monitorare e prevedere carenze e indisponibilità di medicinali sul territorio nazionale ed europeo.

La produzione dei principi attivi sempre più concentrata

Il dossier evidenzia però come le carenze siano anche il riflesso delle trasformazioni dell’industria farmaceutica globale.

Una quota significativa della produzione di principi attivi è stata progressivamente trasferita fuori dall’Europa, concentrandosi soprattutto in Asia. In Cina e India si concentra oggi circa due terzi della capacità produttiva mondiale di principi attivi.

La dipendenza da un numero limitato di Paesi e, in alcuni casi, di stabilimenti produttivi espone la filiera a eventi esterni come problemi di qualità, interruzioni della produzione, calamità naturali, restrizioni commerciali e difficoltà logistiche.

Le carenze sono anche il riflesso delle trasformazioni dell’industria farmaceutica globale

A questa vulnerabilità si aggiungono le tensioni geopolitiche e le possibili conseguenze delle politiche commerciali internazionali.

Il possibile impatto delle politiche statunitensi

Tra i fattori analizzati dal dossier c’è il meccanismo Most Favored Nation (MFN) promosso dall’amministrazione statunitense, che punta ad allineare i prezzi dei medicinali venduti nell’ambito di Medicare e Medicaid a quelli più bassi praticati nei principali Paesi sviluppati.

Nel gruppo di riferimento rientra anche l’Italia, che potrebbe rappresentare un benchmark particolarmente rilevante per la presenza di prezzi spesso inferiori rispetto agli altri Paesi del paniere.

Per la politica USA del Most Favored Nation l’Italia potrebbe rappresentare un benchmark particolarmente rilevante per i prezzi spesso inferiori ad altri Paesi

Secondo il dossier, il meccanismo potrebbe indurre le aziende a evitare l’introduzione di alcuni farmaci nei mercati dei Paesi di riferimento, per scongiurare riduzioni automatiche dei prezzi sul più ampio mercato statunitense.

Esportazioni parallele e sostenibilità della produzione

Un altro elemento riguarda le esportazioni parallele, attività legittima che consente la libera circolazione dei medicinali nel mercato unico europeo. In presenza di differenziali di prezzo significativi, alcune confezioni acquistate in Italia possono essere rivendute all’estero e, in determinati casi, contribuire a creare indisponibilità sul mercato nazionale.

AIFA può intervenire, quando necessario, con provvedimenti temporanei di blocco dell’esportazione per specifici medicinali.

Il fast track di AIFA intende accelerare la rinegoziazione dei farmaci a rischio carenza per garantirne la disponibilità

Il dossier richiama inoltre la sostenibilità economica della produzione. Prezzi e margini ridotti per alcuni medicinali essenziali possono scoraggiare gli investimenti, ridurre il numero di operatori presenti sul mercato e aumentare il rischio di carenze.

In questa direzione AIFA ha introdotto percorsi di rinegoziazione mirati e rapidi, le cosiddette procedure fast track, per i farmaci a rischio di carenza sul mercato italiano, con l’obiettivo di garantire la permanenza sul mercato dei medicinali essenziali.

Le strategie europee per la sicurezza degli approvvigionamenti

Sul piano europeo, il dossier analizza il rafforzamento del monitoraggio delle disponibilità, il Critical Medicines Act e il ruolo di HERA, l’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie.

L’obiettivo è ridurre progressivamente la dipendenza da produzioni concentrate in poche aree del mondo e rafforzare l’autonomia strategica europea nel settore farmaceutico.

Nisticò: «Per leggere il fenomeno, è necessario partire dai dati»

Per il presidente AIFA Robert Nisticò, è necessario leggere il fenomeno partendo dai dati: «Quando si parla di carenze di medicinali è importante partire dai numeri e non dalle percezioni. In Italia fanno rumore le oltre 2.000 specialità medicinali presenti negli elenchi delle carenze, ma nella stragrande maggioranza dei casi esistono farmaci equivalenti o valide alternative terapeutiche che consentono di garantire senza interruzioni la continuità delle cure. I medicinali realmente privi di soluzioni alternative sono poche decine e proprio su questi concentriamo la massima attenzione attraverso strumenti come l’importazione dall’estero, il monitoraggio delle scorte e il coordinamento costante con Regioni, aziende sanitarie e operatori della filiera».

Robert Nisticò

Il presidente AIFA sottolinea tuttavia che il fenomeno richiede un’azione preventiva:«Questo non significa sottovalutare il fenomeno. Al contrario. Le carenze rappresentano uno dei principali indicatori delle trasformazioni che stanno interessando l’industria farmaceutica mondiale. Per questo AIFA non si limita a gestire le emergenze, ma lavora ogni giorno per prevenirle. Attraverso il monitoraggio continuo delle segnalazioni, il blocco delle esportazioni parallele quando necessario, il confronto con le aziende produttrici, il coordinamento con le istituzioni europee e l’adozione di misure straordinarie nei casi più critici, l’obiettivo è garantire che nessun paziente venga privato di una terapia indispensabile».

La prospettiva, conclude Nisticò, è quella di rafforzare la resilienza della filiera europea: «La vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto affrontare le singole carenze, ma costruire un sistema farmaceutico europeo più resiliente, capace di garantire accesso alle cure anche in un contesto internazionale sempre più instabile. La disponibilità dei medicinali non può più essere considerata un fatto scontato: è un bene strategico che va protetto con la stessa attenzione con cui proteggiamo la salute dei cittadini».

Fibrosi polmonare idiopatica, il Registro ISS per conoscere meglio la malattia

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Conoscere meglio la fibrosi polmonare idiopatica (IPF), ricostruirne la storia naturale e raccogliere dati utili a orientare la ricerca. Sono questi gli obiettivi del Registro italiano per la fibrosi polmonare idiopatica (Registro IPF), attivo presso l’Istituto superiore di sanità (ISS) e coordinato dal Centro nazionale malattie rare.

Il progetto nasce dalla necessità di superare la parzialità delle informazioni oggi disponibili sulla malattia, una patologia rara, cronica e progressiva che può manifestarsi inizialmente con mancanza di respiro sotto sforzo, tosse secca e affaticamento.

Un Registro per superare la parzialità dei dati

Secondo il Registro nazionale malattie rare, tra il 2017 e il 2023 risultano 3.517 persone con diagnosi di fibrosi polmonare idiopatica. Circa il 60% è di sesso maschile e l’età media alla diagnosi è di circa 70 anni.

Il Registro IPF dell’ISS ha già incluso 425 pazienti presi in carico da 17 Centri

Si tratta però di una fotografia parziale, perché l’IPF è ricompresa nel Registro nazionale all’interno del più ampio gruppo delle interstiziopatie polmonari.

Il Registro IPF dell’ISS è attualmente in fase di arruolamento e conta 425 pazienti presi in carico da 17 Centri che hanno aderito al progetto.

«Il Registro – sottolinea Maria Luisa Scattoni, direttore del Centro nazionale malattie rare dell’Iss– attualmente in fase di arruolamento, include ad oggi informazioni relative a 425 pazienti presi in carico da 17 Centri che hanno aderito al progetto. Attraverso una raccolta strutturata di dati clinici, l’obiettivo è costruire una conoscenza più approfondita dell’Ipf e supportare la ricerca: dalla definizione della storia naturale della malattia all’integrazione dei dati clinici con le immagini radiografiche, fino alla valutazione dell’efficacia delle terapie disponibili e di quelle in fase sperimentale».

La raccolta strutturata dei dati permetterà quindi di approfondire diversi aspetti della malattia, integrando informazioni cliniche e immagini radiografiche e valutando l’efficacia delle terapie disponibili e di quelle in fase sperimentale.

Nuove terapie per la fibrosi polmonare

La ricerca terapeutica rappresenta un altro fronte di sviluppo. Tra le novità citate nel corso del congresso nazionale Fimarp, che si è svolto all’ISS nei giorni scorsi, figura nerandomilast, al centro di due studi pubblicati sul New England Journal of Medicine.

Le ricerche sono state guidate dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalla Uoc di Pneumologia della Fondazione Policlinico Gemelli, diretta da Luca Richeldi, tra i relatori del congresso.

I risultati rappresentano un elemento di interesse nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche per la fibrosi polmonare idiopatica e potrebbero ampliare il panorama delle opzioni disponibili, a distanza di anni dall’introduzione delle principali terapie antifibrotiche oggi utilizzate.

Anticipare la diagnosi

Accanto alla ricerca di nuove terapie, l’obiettivo è arrivare a identificare la malattia in una fase più precoce.

«La ricerca – sottolinea Marco Salvatore, del Centro nazionale malattie rare dell’Iss – non guarda però soltanto alle terapie. Un altro obiettivo prioritario è anticipare la diagnosi, individuando precocemente i segnali della malattia e le persone maggiormente a rischio».

In questa direzione si inserisce lo studio Genesi, condotto dalla Fondazione Policlinico Gemelli insieme all’Università di Catania. Lo studio analizza le mutazioni genetiche dei pazienti con IPF e prevede lo screening dei familiari attraverso strumenti quali la Tac del torace e gli stetoscopi elettronici.

La ricerca punta anche ad anticipare la diagnosi individuando precocemente i pazienti a rischio

L’obiettivo è identificare caratteristiche e segnali associati a una maggiore predisposizione alla malattia, spostando progressivamente la diagnosi verso una fase più precoce del percorso patologico.

Il ruolo delle persone con IPF nella ricerca

Il Registro si inserisce anche nel percorso avviato da Fimarp, Federazione italiana IPF e malattie polmonari rare, che nel 2026 celebra dieci anni di attività.

«I dieci anni di Fimarp- spiega il presidente Matteo Buccioli – non rappresentano per noi un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase. La Federazione è nata dalla visione di Alessandro Giordani, che comprese l’importanza di unire le associazioni e dare ai pazienti una voce nazionale. Oggi vogliamo raccogliere quella eredità ed essere parte attiva del confronto con comunità scientifica e Istituzioni, portando i bisogni delle persone nei luoghi in cui si costruiscono ricerca, assistenza e politiche sanitarie. Il Registro e i nostri progetti nascono da questa visione: trasformare l’ascolto dei pazienti in azioni concrete capaci di migliorarne la vita».

Telemedicina, la Toscana definisce gli indirizzi per la presa in carico dei malati cronici

La telemedicina entra stabilmente nei percorsi di cura della sanità toscana. La Giunta regionale ha approvato nuovi indirizzi che definiscono modalità omogenee per l’utilizzo dei servizi di telemedicina nella cura e nella presa in carico delle persone con patologie croniche.

Gli ambiti prioritari individuati sono diabetologia, cardiologia, pneumologia, neurologia e oncologia. L’obiettivo è consentire, quando appropriato, lo svolgimento delle visite di controllo dal domicilio o dal presidio sanitario più vicino, riducendo gli spostamenti delle persone.

Televisite prioritarie per diabete, cardiologia, pneumologia, neurologia e oncologia

«Non vogliamo sostituire il rapporto diretto tra professionista e paziente – chiarisce l’assessora alla sanità della Toscana, Monia Monni -. L’obiettivo semmai è quello di rendere le cure più accessibili, coordinate e vicino alle persone». La telemedicina, aggiunge, «deve progressivamente diventare una componente ordinaria dell’organizzazione sanitaria e non un servizio separato. Lo facciamo con modalità omogenee per tutta la Toscana».

Dalla piattaforma alla definizione dei percorsi

La piattaforma regionale per visite e consulti da remoto è disponibile da luglio 2025. Superata la fase sperimentale, la Regione ha scelto di definire anche come e da chi la telemedicina possa essere utilizzata concretamente nei percorsi assistenziali.

Gli indirizzi sono stati elaborati insieme alle aziende sanitarie, all’agenzia regionale per la sanità e ai professionisti coinvolti.

Quando è possibile la televisita

La televisita potrà essere utilizzata per il controllo del diabete, dello scompenso cardiaco stabilizzato, delle patologie respiratorie, del Parkinson e delle demenze, anche con il supporto del caregiver, oltre che per alcuni follow-up oncologici.

Il ricorso alla televisita è previsto anche in alcune situazioni successive alla dimissione ospedaliera, per la restituzione degli esami e per il rinnovo o la modifica dei piani terapeutici.

La scelta tra televisita e visita in presenza spetta sempre al medico

Progressivamente il servizio sarà utilizzato anche nelle Rsa e negli istituti penitenziari, dove sono già in corso sperimentazioni.

La televisita non sostituisce automaticamente la visita in presenza. La scelta spetta al medico e il requisito fondamentale è che non sia necessario un esame obiettivo diretto o un accertamento diagnostico che richieda la presenza fisica.

Il servizio è rivolto soprattutto a pazienti già conosciuti e presi in carico, anche se in alcune situazioni può essere utilizzato per una prima valutazione.

Al termine della televisita viene prodotto un referto firmato digitalmente e inserito nel Fascicolo sanitario, rendendolo disponibile anche al medico di medicina generale.

Consulti a distanza tra più specialisti

Gli indirizzi regionali prevedono anche consulti da remoto tra professionisti, coinvolgendo due o più medici, anche appartenenti ad aziende sanitarie diverse.

Lo strumento è pensato in particolare per le persone con più patologie, consentendo al medico di famiglia di richiedere contemporaneamente il parere di uno o più specialisti.

I consulti a distanza coinvolgeranno più specialisti anche di aziende sanitarie diverse

Il consulto può servire a migliorare l’inquadramento diagnostico, impostare o modificare una terapia o gestire eventuali effetti collaterali. Quando non è necessario un esame diretto, questo modello può ridurre il numero di visite a cui deve sottoporsi il paziente e accelerare la risposta.

Per rendere possibile il coordinamento tra professionisti dovranno essere organizzate agende dedicate e sincronizzate.

Arte e sport: un’antica alleanza per la salute

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Nella cultura occidentale contemporanea, arte e sport sono spesso considerati sfere separate e, talvolta, concorrenti, soprattutto nell’ambito delle politiche pubbliche e dei sistemi di finanziamento. Entrambe dipendono infatti da risorse limitate e più facilmente comprimibili rispetto a settori considerati prioritari, come sanità, welfare o istruzione.

I dati europei mostrano che, nel 2023, la spesa pubblica dell’Unione Europea destinata ai servizi culturali rappresentava appena l’1,0% della spesa pubblica complessiva, mentre quella destinata ai servizi ricreativi e sportivi si attestava allo 0,8% [Eurostat, 2025]. In larga misura, la “competizione” tra cultura e sport deriva da un modello di allocazione delle risorse che colloca entrambi i settori tra le politiche discrezionali, particolarmente esposte ai tagli e chiamate a dimostrare continuamente il proprio valore sociale, educativo e sanitario.

Nell’UE i settori arte e sport sono particolarmente esposti ai tagli

Eppure, nella tradizione classica, e in particolare nella cultura greca, l’ideale della paideia si fondava su una concezione unitaria della crescita umana, attraverso la cura del corpo, della mente e delle relazioni con gli altri. L’educazione era intesa come un percorso volto a formare cittadini capaci di sviluppare insieme forza fisica, sensibilità estetica, capacità di pensiero e responsabilità civica. Non a caso, luoghi come i ginnasi erano al tempo stesso spazi di allenamento, apprendimento e socializzazione, mentre le grandi feste pubbliche univano competizioni sportive, musica, teatro e celebrazioni collettive. Arte e sport non costituivano quindi ambiti separati, ma componenti complementari di una medesima visione della fioritura umana.

Questa concezione conserva una sorprendente attualità. Negli ultimi anni, infatti, un numero crescente di studi ha iniziato a esplorare non soltanto i benefici specifici prodotti dalla partecipazione culturale e dall’attività fisica, ma anche il valore che emerge dalla loro integrazione. Le evidenze disponibili suggeriscono che l’incontro tra arte, cultura e sport possa generare effetti particolarmente significativi sul piano del ben-essere fisico, psicologico e sociale, invitando a superare le tradizionali divisioni settoriali che separano questi ambiti.

Ripensare il rapporto tra arte e sport

Uno studio condotto da ricercatori del Dipartimento di Scienze Cliniche e del Centro per la Ricerca sulle Cure Primarie della Lund University, pubblicato nel 2024, ha analizzato la relazione tra partecipazione culturale, attività sportiva e salute percepita in oltre 40.000 adulti residenti nella regione della Scania, nel sud della Svezia [Lindström et al., 2024]. I ricercatori hanno utilizzato i dati dell’indagine di salute pubblica realizzata nel 2019 nella Scania, chiedendo ai partecipanti se nel corso dell’ultimo anno avessero frequentato teatri o cinema, visitato musei o mostre d’arte oppure assistito a eventi sportivi. Le risposte sono state poi messe in relazione con la salute auto-percepita, un indicatore ampiamente utilizzato nella ricerca epidemiologica perché fortemente associato, nel lungo periodo, sia alla morbilità sia alla mortalità. Le analisi mostrano che le persone che partecipano ad attività culturali e sportive presentano più frequentemente caratteristiche associate a una migliore salute, come livelli più elevati di attività fisica e condizioni socioeconomiche più favorevoli. Il risultato più rilevante è che il legame tra partecipazione e salute percepita rimane significativo anche dopo aver tenuto conto delle principali variabili socioeconomiche e comportamentali. Questo suggerisce che la partecipazione culturale e sportiva possa costituire una risorsa di salute in sé, capace di contribuire al ben-essere attraverso meccanismi legati alla socialità, alla costruzione di relazioni e al senso di appartenenza.

La partecipazione culturale e sportiva può costituire una risorsa di salute in sé

Alcuni dati europei offrono ulteriori spunti di riflessione sul rapporto tra partecipazione culturale e pratica sportiva. Le ricerche sulla partecipazione culturale mostrano che, accanto all’interesse per i contenuti artistici, assumono un ruolo importante fattori quali la socializzazione e il desiderio di condividere esperienze [Janssen et al., 2025]. Analogamente, una review che ha analizzato 58 studi sulle motivazioni alla pratica sportiva evidenzia come, accanto ai benefici per la salute, assumano un ruolo rilevante anche l’interazione sociale e il supporto offerto dalle reti relazionali [Pedersen et al., 2021]. Cultura e sport sembrano quindi intercettare e soddisfare bisogni in parte comuni, legati alla dimensione sociale del ben-essere. I risultati acquistano particolare significato se letti alla luce della crescente attenzione che la sanità pubblica riserva alle relazioni sociali come determinanti della salute. Musei, teatri, cinema ed eventi sportivi possono infatti essere considerati contesti di partecipazione nei quali le persone costruiscono relazioni e condividono esperienze, dimensioni che contribuiscono a sostenere il ben-essere psicologico, contrastare la solitudine e rafforzare quelle risorse sociali che la letteratura scientifica riconosce sempre più come componenti essenziali della salute complessiva.

La sanità pubblica riserva una crescente attenzione alle relazioni sociali come determinanti della salute

Accanto alla dimensione relazionale, emerge anche l’importanza della dimensione sensoriale. Una review realizzata dal What Works Centre for Wellbeing evidenzia come i benefici associati alle attività artistiche, culturali e sportive non dipendano esclusivamente dai contenuti o dalle pratiche svolte, ma anche dalle caratteristiche degli spazi nei quali esse si realizzano [Mansfield et al., 2020]. Luoghi capaci di coinvolgere i sensi attraverso immagini, suoni, colori, movimento, contatto con la natura e altri stimoli ambientali possono infatti favorire processi di rilassamento, recupero e rigenerazione emotiva. Questa prospettiva richiama l’attenzione sul ruolo del corpo come punto di incontro tra arte, cultura e sport: in tutti e tre gli ambiti, il ben-essere emerge attraverso esperienze vissute che coinvolgono simultaneamente percezione, emozioni e relazione con l’ambiente circostante.

Quando il movimento incontra la creatività

Se entrambe le forme di partecipazione producono benefici attraverso meccanismi analoghi, cosa accade quando vengono combinate all’interno di un’unica esperienza?

Alcune pratiche, come la danza e più in generale le arti performative, offrono un punto di osservazione privilegiato per comprendere l’intersezione tra arte, cultura e sport, poiché intrecciano espressione artistica, movimento corporeo, esperienza estetica e partecipazione sociale. Un’umbrella review pubblicata nel 2021 ha analizzato 33 revisioni sistematiche, 9 studi osservazionali relativi a mortalità e rischio di malattie non trasmissibili e 87 studi sulle risposte della frequenza cardiaca associate alla pratica della musica e della danza, con l’obiettivo di comprendere gli effetti delle arti performative sulla salute [McCrary et al., 2021].

L’esperienza della danza mobilita dimensioni fisiche, cognitive, emotive e relazionali

La danza, ad esempio, richiede livelli di impegno corporeo che possono raggiungere intensità moderate o vigorose, comparabili a quelle raccomandate per l’attività fisica, pur mantenendo una finalità prevalentemente espressiva. Il ritmo musicale facilita la coordinazione motoria; l’apprendimento e la memorizzazione di sequenze coreografiche sollecitano attenzione, memoria e funzioni esecutive; l’interpretazione espressiva coinvolge processi emotivi complessi; la pratica collettiva favorisce sincronizzazione, cooperazione e interazione sociale. L’esperienza della danza mobilita quindi simultaneamente dimensioni fisiche, cognitive, emotive e relazionali. Ciò si traduce in effetti che interessano numerosi domini della salute. La review riporta benefici in 17 dei 18 ambiti analizzati, con evidenze relative alla salute mentale, alla salute percepita, al funzionamento sociale, alla forma fisica, alle funzioni cognitive e ad alcuni indicatori immunitari. Sul piano fisico, la danza è associata a miglioramenti della capacità cardiovascolare, della forza, dell’equilibrio, della mobilità e della flessibilità; sul piano cognitivo emergono effetti positivi sull’attenzione, sulla memoria, sul funzionamento cognitivo e su indicatori di plasticità cerebrale; sul piano psicologico e sociale si osservano benefici relativi all’umore, alla percezione di sé, alla soddisfazione di vita, alla gestione dello stress e al supporto sociale percepito.

Questi risultati trovano conferma anche in una precedente revisione sistematica dedicata agli interventi sportivi e di danza rivolti a giovani tra i 15 e i 24 anni [Mansfield et al., 2018]. I ricercatori hanno analizzato 11 studi esaminando programmi molto diversi tra loro, che includevano danza, sport di squadra, attività fisiche meditative e programmi di esercizio orientati all’empowerment. Le evidenze disponibili suggeriscono inoltre che la partecipazione a pratiche svolte in gruppo o sostenute dai pari sia associata a esiti particolarmente favorevoli, confermando la centralità dell’intreccio tra attivazione corporea e dimensione sociale.

La partecipazione a pratiche svolte in gruppo o sostenute dai pari è associata a esiti particolarmente favorevoli

Le ricerche trovano oggi una traduzione concreta in numerosi programmi sviluppati in Europa e Nord America. Iniziative come Dance for Parkinson’s [Mark Morris Dance Group], nato nel 2001 a New York dalla collaborazione tra la Mark Morris Dance Group e la Brooklyn Parkinson Group e oggi diffuso in numerosi Paesi del mondo, e Dance Well [Dance Well], sviluppato a partire dal 2013 presso il Museo Civico di Bassano del Grappa, mostrano come la danza possa rappresentare uno strumento integrato di promozione della salute. Si tratta di un approccio particolarmente interessante nei contesti di fragilità. In Italia, ad esempio, l’Attività Fisica Adattata (AFA) costituisce da anni uno degli strumenti più utilizzati per sostenere persone con patologie croniche, disabilità o condizioni neurodegenerative, attraverso programmi di esercizio strutturato finalizzati al mantenimento delle capacità funzionali, dell’autonomia e della qualità della vita. Esperienze come Dance Well suggeriscono tuttavia che l’integrazione tra attività fisica, cultura e creatività possa ampliare ulteriormente questi benefici. Il movimento non è più soltanto un mezzo per preservare funzioni fisiche compromesse, ma diventa anche occasione di espressione personale e costruzione di relazioni significative. Il programma propone infatti laboratori, rivolti a persone con Parkinson e non, all’interno di musei e spazi culturali, trasformando il patrimonio culturale in una risorsa per il ben-essere e creando occasioni nelle quali corpo, bellezza e comunità entrano in dialogo.

Le ricerche trovano una traduzione concreta in numerosi programmi sviluppati in Europa e Nord America

Un approccio analogo emerge anche dalla Football Cooperative [Football Cooperative] irlandese, fondata nel 2020 nella contea di Waterford e presentata al Global Social Prescribing Summit del 2025. In questo caso il calcio viene utilizzato come strumento di inclusione sociale e promozione del ben-essere, integrato con attività culturali, narrative, artistiche e comunitarie.

In una fase storica caratterizzata dall’aumento della solitudine, della sedentarietà e delle fragilità psicologiche, tali approcci mostrano come l’integrazione tra movimento, creatività e partecipazione possa aprire nuove possibilità per promuovere il ben-essere delle persone e delle comunità.

Bibliografia

Farmaci, il confezionamento personalizzato entra in una cornice nazionale

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di Ivana Barberini

Chi deve assumere più farmaci ogni giorno lo sa bene: orari diversi, dosaggi da ricordare, compresse da non confondere. Per rendere tutto questo più semplice (e più sicuro), il farmacista può preparare confezioni personalizzate con i medicinali che il paziente ha già acquistato, organizzate in base alla sua terapia. È un servizio che esiste già, ma finora è offerto in modo diverso da una regione all’altra.
Il decreto firmato l’11 settembre dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato approva le Linee di indirizzo nazionali per l’accesso personalizzato ai farmaci nelle farmacie territoriali. Il testo fissa standard minimi uguali per tutti e un quadro unico di riferimento, lasciando alle Regioni le proprie competenze e i propri modelli organizzativi.

Gabriella Guasticchi, Marcello Gemmato, Paola Minghetti

Se ne è parlato il 24 settembre 2026 all’Auditorium Cosimo Piccinno del Ministero della Salute, a Roma, durante l’incontro “Una terapia personalizzata per una cura più efficace”. L’obiettivo è spiegare cosa prevede il decreto, come si è arrivati alla sua definizione e che cosa cambierà per i pazienti, in particolare cronici e fragili, e per chi se ne prende cura.

«La cronicità assorbe l’80% del Fondo sanitario nazionale», spiega il sottosegretario alla Salute on. Marcello Gemmato. «Da un lato abbiamo un’aspettativa di vita di 84,1 anni, dall’altro c’è la denatalità. Per questo abbiamo bisogno di nuovi modelli organizzativi e di migliorare le performance del Servizio sanitario nazionale. Gli ultraottantenni assumono tra i 10 e i 15 farmaci al giorno. È un dato che racconta anche una difficoltà nell’aderenza terapeutica. L’anziano fragile, che vive a casa con una badante, con scarsi legami familiari e sociali, si trova davanti 15 scatole di farmaci e deve districarsi da solo. Se il cittadino aderisce meglio alla terapia e non finisce in ospedale, anche il SSN risparmia.

Il farmacista è custode, insieme al medico, dell’aderenza terapeutica

Con le nuove linee guida abbiamo reso omogenea una pratica che, come purtroppo accade spesso in Italia, vedeva le regioni andare a velocità diverse. Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia si erano già mosse, altre no, ma il SSN pubblico è uno solo e dobbiamo difenderne l’universalismo».

Come funziona il servizio

Il servizio è attivato su richiesta del paziente e il farmacista lo svolge in collaborazione con il medico di famiglia o il pediatra. Lo scopo è aiutare le persone a seguire correttamente la terapia e ridurre il rischio di errori o di interazioni tra farmaci. La preparazione deve rispettare le norme di buona preparazione della Farmacopea ufficiale, con attenzione all’igiene, alla sicurezza e alla conservazione. Ogni passaggio deve essere tracciabile e controllato, così da garantire l’integrità dei medicinali e poter sempre risalire al lotto d’origine, un’informazione che resta a disposizione del paziente.

«Per me è già innovativo tutto il tema del deblistering che, come Direzione, abbiamo seguito passo dopo passo», interviene Gabriella Guasticchi, Direttore generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico. Poi aggiunge che «per governare il fabbisogno di dispositivi e farmaci si deve partire dagli strumenti di cui disponiamo e dai bisogni clinici primari, appoggiandosi sul Programma nazionale esiti. Allo stesso tempo dobbiamo valutare una serie di indicatori, come incidenza, prevalenza, tassi di ospedalizzazione e impatto economico e sociale. Mettendo insieme tutti questi elementi possiamo avere un sistema fortemente predittivo rispetto ai bisogni e quindi orientare l’offerta dove ce n’è più bisogno».

Non un galenico, ma un confezionamento su misura

Sul funzionamento del servizio nello specifico, interviene Paola Minghetti, Presidente della Società Italiana Farmacisti Preparatori. «Personalmente il termine deblistering non mi piace, preferisco guardare al lato positivo. Noi creiamo un confezionamento personalizzato. Non si tratta di un preparato galenico, perché il farmacista non manipola in alcun modo la forma farmaceutica, interviene sul confezionamento. L’idea, però, è attenersi alle norme di buona preparazione per tutelare al massimo il paziente. È importante da una parte garantire l’accesso a questo servizio, dall’altra tutelare la sicurezza dei pazienti. È questo lo spirito che ha mosso il gruppo di lavoro. Quanto alla tracciabilità del medicinale, nelle linee guida è indicata tutta la documentazione da conservare e come conservarla, per garantire la tracciabilità fino all’ultima dose».

Ognuno ha la sua responsabilità, ma la collaborazione con il medico curante deve essere garantita per tutto il percorso

Il meccanismo non è complesso, spiega Minghetti. «Il paziente affida i farmaci prescritti dal medico curante al farmacista con una lettera di incarico, che contiene il consenso, lo schema terapeutico e una serie di informazioni. Da quel momento il farmacista valuta la fattibilità dal punto di vista tecnico-professionale e si assume la responsabilità della corretta conservazione di un prodotto che fino a un minuto prima era del paziente. Dopo l’allestimento del confezionamento personalizzato, c’è la consegna dei farmaci e le informazioni al paziente.  In caso di dubbio, il farmacista deve confrontarsi con il medico per essere sicuro che lo schema terapeutico sia corretto.

La cura si sposta sul territorio

Il servizio in farmacia è solo uno dei tasselli di un cambiamento più ampio, che coinvolge tutte le professioni sanitarie. Lo ha ricordato Diego Catania, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM E PSTRP) che a TrendSanità dichiara che «la personalizzazione delle cure richiede il contributo di tutti i professionisti sanitari, ciascuno per le proprie competenze e con le proprie responsabilità che sono chiamati a lavorare in modo integrato e a utilizzare tutte le opportunità, le tecnologie e i presidi che il sistema mette a disposizione.
Una trasformazione che sta cambiando il concetto di presa in carico. I professionisti sanitari sono sempre più presenti sul territorio, accanto alle persone, nei contesti di vita quotidiana e non soltanto nei luoghi tradizionali della cura. Le farmacie, per esempio, sono diventate, in molte realtà, importanti presidi di prossimità, soprattutto nelle aree interne e nei territori dove l’accesso ai servizi può essere più difficile. È proprio questa rete, fatta di competenze diverse e di professionisti che collaborano, che può rendere concreta la personalizzazione delle cure».

Payback dispositivi medici, Confindustria DM: il prelievo incide per il 16,5% sul fatturato

Nel 2025 il payback dei dispositivi medici ha inciso per il 16,5% del fatturato delle aziende. È uno dei dati evidenziati da Confindustria Dispositivi Medici nel rilanciare la richiesta di una revisione strutturale del meccanismo, anche alla luce della scadenza prevista per la nuova disciplina della spesa per i dispositivi medici.

Nel periodo 2019-2025, secondo il Centro Studi di Confindustria Dispositivi Medici, gli oneri complessivi hanno raggiunto circa 13 miliardi di euro, di cui 6,5 miliardi a carico delle imprese.

Secondo il Centro Studi di Confindustria DM, nel periodo 2019-2025 nessuna Regione ha rispettato il tetto di spesa per i dispositivi medici

Il tema torna al centro del confronto anche nell’ambito del contenzioso sul payback relativo al periodo 2015-2018. Nell’udienza di merito davanti al Consiglio di Stato, i giudici hanno sollevato dubbi sulla compatibilità del meccanismo con il diritto europeo. La decisione è attesa nei prossimi mesi.

Il superamento dei tetti di spesa

Secondo il Centro Studi di Confindustria Dispositivi Medici, nel periodo 2019-2025 nessuna Regione ha rispettato il tetto di spesa per i dispositivi medici. Nel 2019 erano 8 le Regioni che lo superavano di oltre il 50%; nel 2025 sono diventate 14, con punte di sforamento che toccano anche il 110%.

Fabio Faltoni

«Il problema, quindi, non è solo quanto si spende, ma l’adeguatezza di un tetto che viene sistematicamente superato. Se una soglia viene superata in modo strutturale, è la soglia che deve essere ripensata – dichiara Fabio Faltoni, Presidente di Confindustria Dispositivi Medici –. Non bastano aumenti marginali dello 0,2% l’anno: la soluzione è un modello di governo, già disponibile e attuabile, basato sulla programmazione, sull’utilizzo dei dati e sulla valutazione del valore delle tecnologie, spostando il focus dal costo ai risultati per il paziente e per il Servizio sanitario nazionale».

La nuova disciplina entro il 2026

Il legislatore ha già indicato una scadenza: l’art. 3-bis del DL n. 51/2023 prevede entro il 31 dicembre 2026 una nuova disciplina della spesa per i dispositivi medici, che tenga conto dell’evoluzione tecnologica e dell’innovazione del settore, anche attraverso l’Health Technology Assessment. Nelle more, la norma consente di modificare il sistema vigente.

Faltoni: «La prossima Legge di Bilancio è il momento per intervenire sul meccanismo»

«Il sistema del payback deve essere ripensato nella sua struttura – prosegue Faltoni –. La Corte costituzionale nel 2024 ha definito il meccanismo riferito al quadriennio 2015-2018 un ‘contributo di solidarietà non sproporzionato e temporaneo’. Un contributo considerato come temporaneo è oggi diventato strutturale».

Per Confindustria Dispositivi Medici, la prossima Legge di Bilancio è quindi il momento per intervenire sul meccanismo.

L’impatto sulle imprese

«La prossima Legge di Bilancio è quindi il momento per intervenire e superare strutturalmente il payback. Non possiamo chiedere alle imprese di investire in AI, digitale, ricerca e produzione in Italia e contemporaneamente mantenere un meccanismo che nel prossimo triennio può pesare circa 1,5 miliardi di euro l’anno sulle imprese, oltre alle tasse ordinarie – conclude Faltoni –. Se vogliamo attrarre capitali e consolidare la filiera della salute, oggi dobbiamo dare alle imprese certezza e capacità di programmare».

Nuove tariffe della specialistica, il nodo dei costi per le strutture accreditate

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Dal 21 settembre sono in vigore le nuove tariffe massime nazionali per la specialistica ambulatoriale e l’assistenza protesica. Il provvedimento interessa anche le strutture private accreditate che erogano queste prestazioni, dai laboratori ai centri diagnostici e ai poliambulatori. Secondo i rappresentanti delle strutture private accreditate, però, i nuovi rimborsi non sarebbero sufficienti a coprire i costi effettivamente sostenuti per l’erogazione delle prestazioni.

A dare voce alle rivendicazioni della categoria è FederANISAP, la Federazione Nazionale delle Associazioni Regionali o Interregionali delle Istituzioni Sanitarie Ambulatoriali Private. Insieme a UAP (Unione Nazionale Ambulatori, Poliambulatori, Ospedalità Privata), associazione fondata nel 2024 da FederANISAP e altri soggetti, la Federazione rappresenta oltre 27mila strutture private in Italia.

Un iter lungo oltre un decennio

L’iter legislativo ha richiesto tempi lunghi. Dopo oltre un decennio di attesa, a novembre 2024 veniva approvato il Nomenclatore Tariffario della specialistica ambulatoriale. L’anno successivo il documento era stato annullato dal TAR del Lazio. A luglio 2026 è uscita una nuova bozza ministeriale, e qui sono incominciati i conti dell’associazione. Tale aggiornamento viene comunque  giudicato insufficiente a coprire i costi reali sostenuti dalle strutture, evidenziando come la revisione abbia portato ad aumenti solo per una frazione ridotta delle oltre duemila voci interessate. 

Proposta per un modello strutturato a tre livelli

Il superamento della logica delle tariffe sanitarie bloccate per anni e la creazione di un meccanismo di aggiornamento stabile, trasparente e prevedibile rappresentano la richiesta centrale avanzata da UAP assieme a FederANISAP. La riflessione sulla specialistica ambulatoriale investe l’intero funzionamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e la sua capacità di programmazione integrata.

FederANISAP propone un modello di aggiornamento basato su costi, indicizzazione e revisioni periodiche

Nelle posizioni delle associazioni, la sanità privata accreditata viene indicata come parte integrante della rete del SSN e non come un elemento contrapposto alle strutture pubbliche. In questo modello, la responsabilità di guida, la conoscibilità dei bisogni di salute, il controllo della qualità e la definizione delle priorità, devono rimanere sotto la diretta gestione delle istituzioni pubbliche, mentre la capacità produttiva andrebbe pianificata impiegando ogni risorsa disponibile sul territorio.

Per superare queste criticità viene proposto un modello strutturato su tre livelli: 

  • calcolo analitico del costo base per ogni singola prestazione, formulato mediante un lavoro congiunto tra sanità pubblica, strutture accreditate, Regioni e organi tecnici
  • indicizzazione annuale legata a parametri ufficiali, per adeguare tempestivamente i corrispettivi all’inflazione e ai rincari energetici, tecnologici e del personale
  • revisione pluriennale per recepire i progressi tecnologici e le trasformazioni organizzative. 

La mancata valorizzazione di tutte le risorse disponibili, secondo UAP e FederANISAP, ha ripercussioni dirette sulle liste d’attesa e sulla prevenzione. Difficoltà di accesso o esaurimento dei budget erogabili provocano ritardi nei controlli e nelle diagnosi precoci, esponendo i cittadini al rischio di scoperture assistenziali e il sistema a costi successivi più elevati per la cura di patologie avanzate.

La mancata valorizzazione di tutte le risorse disponibili ha ripercussioni dirette sulle liste d’attesa e sulla prevenzione

La prospettiva delineata punta dunque a superare la contrapposizione ideologica tra pubblico e privato in favore di una gestione razionale della capacità diagnostica e terapeutica. L’obiettivo finale consiste nel garantire ai cittadini il diritto alla cura, alla prevenzione e alla continuità assistenziale entro tempi certi, indipendentemente dalla titolarità dell’apparecchiatura o della struttura che eroga il servizio.

I risultati delle analisi sulle tariffe

Per verificare l’impatto del nuovo aggiornamento, FederANISAP ha condotto un’analisi comparativa su 2.040 tariffe. Dallo studio emerge, secondo la Federazione, un disallineamento rispetto all’andamento dell’inflazione:

  • tariffe bloccate e inflazione. Su 2.040 prestazioni analizzate, ben 1.591 (il 78%) rimangono del tutto invariate. Tra le 448 tariffe che registrano un incremento, 156 crescono meno del 4,2%
  • sotto il valore d’inflazione. Complessivamente, 1.748 tariffe su 2.040 (l’85,7%) risultano inferiori al valore che avrebbero raggiunto con una semplice rivalutazione inflazionistica. Solo 292 tariffe (il 14,3%) superano tale soglia
  • variazione mediana nulla. Sebbene il sub-campione delle sole 448 tariffe aumentate registri un incremento mediano del +5,4%, la variazione mediana calcolata sull’insieme totale delle 2.040 prestazioni è pari a zero.

I costi reali di erogazione delle prestazioni

Come sottolineato dal Presidente FederANISAP Valter Rufini, il nodo fondamentale resta l’assenza di un calcolo analitico dei costi reali di erogazione delle prestazioni. In quest’ottica, FederANISAP sostiene la proposta UAP di determinare in modo trasparente il “costo efficiente” delle prestazioni, indicizzandolo annualmente e riservando le analisi strutturali dei costi a revisioni pluriennali.

Valter Rufini

C’è un aspetto fondamentale da sottolineare. Chiarisce Rufini:«Il privato accreditato è parte della rete del Servizio sanitario nazionale: integra il pubblico, non lo sostituisce. Nel 2024 la componente privata ha garantito il 28% dei ricoveri del Servizio sanitario nazionale: circa 2,2 milioni su oltre 7,7 milioni complessivi. A questa attività sono corrisposti 10 miliardi di euro sui 56,5 miliardi di valorizzazione complessiva dei ricoveri».

E prosegue: «Nella specialistica ambulatoriale – per la quale l’ultimo dato disponibile che abbiamo è il 2023 – la componente privata ha erogato il 36,2% delle prestazioni: oltre 291 milioni su più di 804 milioni complessive. La relativa valorizzazione è stata di 4,77 miliardi su 12,75 miliardi: il 37,4%. Sono dati che dimostrano una cosa difficilmente contestabile: la sanità privata accreditata non è una componente accessoria. È una parte strutturale della capacità di cura del Servizio sanitario nazionale. E se una parte così rilevante della capacità del SSN è già nella rete accreditata, la questione non è se utilizzarla. La questione è governarla bene, insieme alla capacità pubblica, sotto una forte regia pubblica».

Le criticità territoriali: patologia clinica e riabilitazione

Rufini mette in luce anche due storiche anomalie operative e organizzative.

La prima riguarda la patologia clinica e la soglia delle 200mila prestazioni: «L’attuale criterio per la definizione dell’attività autonoma (se una singola azienda non raggiunge 200mila prestazioni sanitarie annue, occorre che si accorpi con altre organizzazioni oppure, addirittura, dovrebbe chiudere l’attività) risente di sperequazioni storiche risalenti al passaggio dalle vecchie Mutue al sistema a contratto. La sommatoria del lavoro svolto in origine ha avvantaggiato le strutture convenzionate con più enti, generando differenziazioni strutturali tra piccole, medie e grandi strutture ancora oggi non superate».

La seconda anomalia riguarda terapia fisica e riabilitativa. Rileva Rufini: «Nonostante l’impatto rilevante sulle necessità di cura dei pazienti, il settore della terapia fisica e riabilitativa non è stato ancora convocato né dal Ministero della Salute né dalle Regioni per l’approfondimento e la gestione dei profili assistenziali».

TALES 2026: le immagini di Human Technopole raccontano la ricerca nella metro di Milano

Una rete di filamenti che ricorda le linee di una metropolitana. Cellule del cervello durante lo sviluppo che evocano una foresta. Sono le immagini scientifiche realizzate da Laura Bonanomi (Erdmann Group) e Emanuele Capra (Kalebic Group), due giovani ricercatori dello Human Technopole, esposte fino al 27 settembre sugli schermi delle stazioni Duomo, San Babila, Centrale, Cadorna, Garibaldi e Porta Genova.

Il citoscheletro: come una metropolitana nella città della cellula – Laura Bonanomi 

Le due immagini sono tra le 30 selezionate delle oltre 140 candidature al concorso TALES – The Art of the Life Sciences, promosso da BION – Cluster lombardo scienze della vita con il contributo di Regione Lombardia e il supporto di Fondazione Cariplo. Aperto ai ricercatori tra i 18 e i 40 anni, il concorso mira a valorizzare il talento, l’innovazione e l’impatto delle discipline STEM e dare voce alla nuova generazione della ricerca. Il 25 settembre, in occasione della Notte Europea dei Ricercatori e delle Ricercatrici, è prevista la premiazione finale delle immagini vincitrici.

Dietro le forme e i colori ci sono domande scientifiche: come osservare con maggiore precisione le strutture interne delle cellule? Come si forma la corteccia celebrale? Le immagini offrono uno sguardo sul lavoro quotidiano dei ricercatori e su un principio che guida la ricerca di Human Technopole: comprendere i meccanismi della vita è il punto di partenza per capire le malattie e contribuire a migliorare la salute delle persone. Esposte nei luoghi attraversati ogni giorno da cittadini e turisti, diventano un’occasione per avvicinarsi alla ricerca e scoprire ciò che normalmente è invisibile a occhio nudo.

Spiega Marino Zerial, Direttore di Human Technopole: «Iniziative come TALES mostrano come la ricerca possa dialogare con la società attraverso il linguaggio universale delle immagini, raccontando la straordinaria complessità della vita e la sua bellezza. Siamo particolarmente orgogliosi che due giovani ricercatori di Human Technopole siano tra i protagonisti di questa mostra, perché valorizzare il talento delle nuove generazioni e avvicinare il pubblico alla ricerca è parte integrante della nostra missione di costruire conoscenza e innovazione al servizio della salute e del benessere delle persone. Portare queste immagini negli spazi quotidiani della città significa anche ricordare che la ricerca è un patrimonio collettivo: nasce nei laboratori, ma il suo impatto riguarda tutta la società e contribuisce a costruire il futuro delle nuove generazioni».

Le immagini selezionate

La foresta della mente – Emanuele Capra 

Il citoscheletro: come una metropolitana nella città della cellula

L’autrice è Laura Bonanomi (Erdmann Group) del Centro di biologia strutturale Human Technopole.

Una rete di filamenti attraversa l’interno della cellula, come le linee di una metropolitana collegano i quartieri di una città. L’immagine mostra alcuni fibroblasti, cellule essenziali per rigenerare i tessuti del corpo, osservati al microscopio a fluorescenza. I filamenti visualizzati in rosso con una tecnica nota come “microscopia a espansione” servono per il trasporto dei componenti cellulari. Il nucleo colorato in blu contiene il genoma.

La foresta della mente

L’autore è Emanuele Capra (Kalebic Group) del Centro di Neurogenomica Human Technopole.

Durante lo sviluppo, le forme delle cellule della corteccia cerebrale evocano una foresta. L’immagine mostra la corteccia di un embrione di furetto: i progenitori neurali, le cellule da cui hanno origine i neuroni, sono evidenziati in verde. I nuclei dei progenitori appaiono invece in magenta. Lo studio indaga come i progenitori neurali si moltiplicano e si differenziano durante la formazione della corteccia celebrale. 

Diabete mellito e telemedicina: valutazione HTA dei sistemi CGM nel follow-up del diabete 1 e 2 rispetto ai percorsi tradizionali

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Introduzione: la sfida della cronicità digitale

Il diabete mellito rappresenta una delle principali sfide per i sistemi sanitari globali, non solo per la sua crescente prevalenza, che in Italia raggiunge il 6,6% della popolazione [Italian Barometer Diabetes Report, 2024], ma soprattutto per la complessità della gestione quotidiana, con un significativo impatto sia in termini di morbilità e mortalità, sia di costi sanitari e sociali associati. Solo nel 2024 sono attribuibili al diabete circa 6,7 milioni di decessi a livello globale. Ogni anno si registrano circa 25.000 ricoveri ospedalieri per eventi acuti correlati al diabete, come episodi legati a chetoacidosi o a ipoglicemia [ISS, 2013; Lombardo et al., 2013] – solo questi ultimi presentano un costo diretto stimato di oltre 107 milioni di euro. Considerando anche i costi indiretti (assenze lavorative, assistenza domiciliare, disabilità), la spesa annua complessiva per il diabete in Italia si avvicina agli 8 miliardi di euro [Kanavos et al., 2012].

L’integrazione dei sistemi di monitoraggio continuo del glucosio (CGM) nella telemedicina può migliorare continuità, qualità ed equità dell’assistenza

In questo scenario, l’evoluzione tecnologica ha permesso l’introduzione di sistemi di monitoraggio continuo del glucosio (CGM), strumenti capaci di trasformare radicalmente la qualità di vita del paziente e l’accuratezza clinica attraverso l’integrazione dello stesso all’interno di percorsi di telemedicina. Difatti, il percorso di telemedicina dedicato ai pazienti con diabete mellito rappresenta un modello organizzativo innovativo di erogazione di prestazioni sanitarie che, mediante l’impiego di tecnologie digitali, consente il monitoraggio continuo dei parametri glicemici e la fruizione della visita di follow-up a distanza. Esso offre numerosi potenziali vantaggi: equità di accesso, migliore qualità dell’assistenza, continuità delle cure, gestione più tempestiva ed efficace delle complicanze, riduzione degli accessi in Pronto Soccorso e delle ospedalizzazioni, razionalizzazione della spesa sanitaria. Tale percorso vede il coinvolgimento di diverse figure professionali (medico, infermiere, informatico) oltre al paziente, che assume un ruolo attivo nella gestione della propria condizione, assieme al caregiver.

Sulla scorta di queste premesse, si intende condurre una valutazione multidimensionale, seguendo la logica dell’Health Technology Assessment (HTA), volta a definire i vantaggi attesi del percorso di telemonitoraggio rispetto al follow-up tradizionale, in termini di efficacia e sicurezza nonché di efficienza economico-organizzativa, con l’obiettivo di ottimizzare la presa in carico e la qualità della vita dei pazienti con diabete mellito. Il fine ultimo è quello di supportare i decisori nella definizione delle modalità di gestione di una patologia caratterizzata da un rilevante burden economico e sociale.

Obiettivo: ottimizzare la presa in carico e la qualità di vita dei pazienti con diabete mellito

Degno di nota è segnalare inoltre come il raggiungimento di questo sfidante obiettivo si inserisce nel contesto nazionale relativo al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con la Missione 6 “Salute”, che intende rendere le strutture italiane più moderne, digitali e inclusive. Il diabete mellito è una delle cinque patologie incluse prioritariamente nei servizi di Telemedicina previsti dal PNRR.

Metodologia

È stata condotta una valutazione di HTA dal punto di vista aziendale, finalizzata a confrontare un percorso assistenziale innovativo basato su telemonitoraggio e televisita con il tradizionale follow-up ambulatoriale dei pazienti con diabete mellito seguiti presso l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano. L’analisi ha considerato i principali domini dell’HTA: efficacia clinica, sicurezza, impatto economico e finanziario, impatto organizzativo, aspetti etico-sociali, equità e dimensione legale.

Le dimensioni di cui sopra sono state presidiate utilizzando differenti fonti di dati. In primo luogo, è stata condotta un’analisi della letteratura disponibile sulla tematica, così da comprendere il profilo di efficacia e di sicurezza del percorso innovativo rispetto al percorso tradizionale. Il quesito clinico è stato formalizzato mediante il framework PICO illustrato in Tabella 1.

Strategia di ricerca

Dettagli

Criteri di inclusione

P: pazienti affetti da diabete mellito di tipo 1 e 2 che utilizzano sistemi di monitoraggio continuo del glucosio (CGM), in terapia insulinica o orale;

I: processo assistenziale di telemonitoraggio mediante utilizzo di dispositivi e piattaforme digitali per raccogliere e trasmettere regolarmente i dati glicemici;

C: visite tradizionali di follow-up in ambulatorio;

O: Emoglobina glicata (HbA1c), eventi di ipoglicemia e iperglicemia severa, time in range (TIR), time below range (TBR), time above range (TAR), aderenza terapeutica, livello di empowerment del paziente, numeri di visite ambulatoriali e ospedalizzazioni legate a complicanze acute del diabete.

Filtro temporale

Nessuno

Database

PubMed, Medline, EMBASE, Scopus

Tabella 1. PICO di indagine

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Le valutazioni economiche e organizzative sono state effettuate utilizzando dati di pratica clinica relativi all’attività svolta nel 2025 presso l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda. Sono stati raccolti dati circa il numero di visite in presenza e televisite, nonché i costi sostenuti per l’erogazione del follow-up dei pazienti diabetici nell’anno 2025. Dopo avere valorizzato economicamente i due percorsi, è stata condotta una analisi costo-efficacia, considerando come outcome clinico il Time in Range (TIR), quale parametro di efficacia continua e universalmente riconosciuto nella gestione del diabete.

Per valutare la sostenibilità economica del percorso innovativo è stata condotta una Budget Impact Analysis (BIA) con orizzonte temporale di tre anni, assumendo un incremento dell’incidenza della patologia pari al 5% nel secondo e nel terzo anno. L’analisi è stata sviluppata confrontando cinque scenari caratterizzati da un diverso livello di adozione del telemonitoraggio. In particolare, lo scenario 3 rappresenta lo scenario basale, corrispondente all’attuale modello organizzativo adottato presso l’Unità di Diabetologia dell’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, in cui circa il 50% dei pazienti eleggibili è seguito mediante telemonitoraggio e televisita. Gli scenari 1 e 2 sono stati inclusi per simulare contesti caratterizzati da una minore diffusione della telemedicina, consentendo di stimare l’impatto economico derivante dalla progressiva introduzione del telemonitoraggio in realtà ancora organizzate prevalentemente secondo il modello tradizionale. Gli scenari 4 e 5, invece, rappresentano livelli crescenti di implementazione del percorso innovativo, fino a ipotizzare la presa in carico mediante telemonitoraggio di tutti i pazienti eleggibili.

Scenario

Percorso innovativo

Percorso tradizionale

Significato

Scenario 1

0%

100%

Modello interamente tradizionale, senza telemonitoraggio

Scenario 2

25%

75%

Introduzione iniziale del telemonitoraggio

Scenario 3 (baseline/attuale)

50%

50%

Scenario attualmente adottato presso l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda

Scenario 4

75%

25%

Elevata diffusione del telemonitoraggio

Scenario 5

100%

0%

Telemonitoraggio esteso a tutti i pazienti eleggibili

Tabella 2. Scenari considerati nella Budget Impact Analysis (BIA)

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L’impatto organizzativo è stato stimato analizzando il numero di visite in presenza evitate e le risorse professionali coinvolte nei due modelli assistenziali, considerando un orizzonte temporale di 12 mesi.

Infine, per completezza di indagine, sono state raccolte le percezioni di un panel di professionisti (5 medici e 2 infermieri), così da comprendere i benefici attesi percepiti riferiti all’adozione del percorso di telemonitoraggio in termini di impatto sociale ed etico, impatto sull’equità e impatto legale, sulla base di una scala di valutazione variabile da – 3 a + 3.

Risultati

Analisi della letteratura: efficacia e sicurezza

La revisione della letteratura ha individuato due studi randomizzati controllati idonei alla valutazione comparativa [Ballesta et al., 2023; Jeong et al., 2018]. Complessivamente, le evidenze disponibili mostrano che il percorso basato su telemonitoraggio e televisita garantisce un controllo glicemico almeno sovrapponibile al follow-up tradizionale, con un miglioramento del Time in Range (0,616 vs 0,604 – espresso come proporzione 0-1 e definito come la percentuale di tempo in cui i valori glicemici si collocano nell’intervallo target tipicamente 70-180 mg/dL) [Ballesta et al., 2023]. Anche il profilo di sicurezza risulta favorevole al modello innovativo: nello studio di Jeong e colleghi gli eventi glicemici di lieve o moderata entità sono risultati meno frequenti nei pazienti seguiti mediante telemonitoraggio rispetto al percorso tradizionale (2,68% vs 6,19%) [Jeong et al., 2018].

Percorso

TIR [Ballesta et al., 2023]

Ipoglicemia/iperglicemia di lieve/moderata entità [Jeong et al., 2018]

Telemonitoraggio + Televisita

0,616

2,68%

Visita in presenza

0,604

6,19%

Tabella 3. Indicatori di efficacia e sicurezza evidence-based

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Ai fini della valorizzazione dei suddetti eventi avversi diabete-correlati, si considera il ricorso a una visita in presenza (costo stimato: €10,20) per ogni evento avverso di ipo/iperglicemia di lieve/moderata entità che non comporti, dunque, ospedalizzazione o accessi al Pronto Soccorso, ma semplicemente la valutazione clinica ed eventuale aggiustamento di terapia/abitudini alimentari/stile di vita.

Impatto economico e organizzativo

L’analisi ha confrontato due differenti modelli organizzativi adottati per il follow-up dei pazienti con diabete mellito. Nello specifico, il percorso innovativo, basato sull’integrazione di telemonitoraggio, televisite e visite in presenza, ha coinvolto 729 pazienti nell’arco del 2025. Il follow-up è stato garantito attraverso 240 giornate dedicate al telemonitoraggio, per un totale di 408 televisite e 1.458 visite ambulatoriali (circa due visite in presenza per paziente all’anno). L’erogazione del servizio richiede un’organizzazione multidisciplinare, che coinvolge diabetologi, infermieri e personale amministrativo, oltre all’utilizzo di una piattaforma di telemedicina e di specifiche attività di formazione del personale, determinando costi diretti e indiretti associati all’implementazione del modello.

Il percorso tradizionale, invece, ha interessato 773 pazienti, seguiti esclusivamente mediante visite ambulatoriali in presenza, per un totale di 1.824 prestazioni annue (circa 2,4 visite per paziente). In assenza di attività di telemonitoraggio e televisita, questo modello non richiede i costi legati alla piattaforma digitale e alla gestione del monitoraggio remoto, che rappresentano la principale voce di investimento del percorso innovativo.

L’analisi dei costi evidenzia che il percorso innovativo comporta un costo medio annuo superiore a paziente rispetto al follow-up tradizionale (€130,24 vs €30,04 per paziente – Tabella 4). Tale differenza è principalmente attribuibile ai costi della piattaforma di telemedicina, alle attività di telemonitoraggio svolte dal personale sanitario e agli investimenti tecnologici necessari per l’implementazione del servizio.

Categoria

Percorso tradizionale

(€)

Percorso innovativo

(€)

Personale

18.604,80

36.279,60

Attrezzature

256,00

968,00

Gestione eventi avversi

489,60

204,00

Piattaforma Telemedicina

0,00

50.000,00

Totale costi diretti sanitari

19.350,40

87.451,60

Formazione

0,00

703,20

Costi generali (20% diretti)

3.870,08

7.490,32

TOTALE COMPLESSIVO (annuo)

23.220,48

94.941,92

Costo per paziente

30,04

130,24

TOTALE COMPLESSIVO (6 mesi)

11.610,24

47.470,96

Tabella 4. Valorizzazione economica

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L’analisi costo-efficacia condotta nel breve periodo (6 mesi), come prevedibile, rileva una posizione sfavorevole per la tecnologia innovativa, considerato l’enorme investimento iniziale dell’infrastruttura digitale (CEV percorso tradizionale: 19.222,25 vs CEV percorso innovativo: 77.063,25). L’analisi andrebbe condotta estendendo il periodo preso in considerazione, per poter rilevare e valorizzare economicamente i reali benefici che si otterrebbero con l’introduzione della nuova tecnologia.

La Budget Impact Analysis evidenzia un incremento progressivo dei costi complessivi al crescere della quota di pazienti gestiti mediante telemonitoraggio. Tale andamento riflette il maggiore investimento richiesto per l’implementazione del modello innovativo, legato principalmente all’infrastruttura tecnologica, alle attività di telemonitoraggio e alle risorse professionali dedicate (Tabella 5).

Lo scenario 3, corrispondente all’attuale organizzazione dell’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, rappresenta il riferimento per il confronto tra i diversi livelli di implementazione del percorso innovativo. Rispetto a uno scenario completamente tradizionale (scenario 1), il modello attualmente adottato determina un incremento dei costi pari al 190%. Tale differenza si riduce al 49% quando il confronto viene effettuato con uno scenario caratterizzato da una diffusione iniziale del telemonitoraggio (scenario 2), evidenziando come una parte rilevante dell’investimento sia già sostenuta nelle prime fasi di implementazione. Al contrario, l’estensione del telemonitoraggio oltre lo scenario attuale determina incrementi economici progressivamente più contenuti: il passaggio allo scenario 4, con il 75% dei pazienti eleggibili seguiti mediante telemonitoraggio, comporta un aumento dei costi del 33%, mentre l’adozione del modello per l’intera popolazione eleggibile (scenario 5) determina un incremento del 65% rispetto allo scenario basale.

Costo complessivo Scenario 1 (€)

Costo complessivo Scenario 2 (€)

Costo complessivo Scenario 3 (€)

Costo complessivo Scenario 4 (€)

Costo complessivo Scenario 5 (€)

Anno 1

37.599,35

73.244,89

108.890,42

144.535,95

180.181,49

Anno 2

39.479,32

76.907,13

114.334,94

151.762,75

189.190,56

Anno 3

41.453,29

80.752,49

120.051,69

159.350,89

198.650,09

Totale Scenario

118.531,96

230.904,51

343.277,05

455.649,59

568.022,13

Differenza Scenario 3 vs Scenario 1

190%

Differenza Scenario 3 vs Scenario 2

49%

Differenza Scenario 4 vs Scenario 3

33%

Differenza Scenario 5 vs Scenario 3

65%

Tabella 5. Analisi di Budget Impact (BIA)

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Un elemento che contribuisce a migliorare la sostenibilità economica del modello innovativo è rappresentato dall’introduzione di specifiche tariffe regionali per le prestazioni di telemonitoraggio. Mentre il percorso tradizionale è remunerato esclusivamente attraverso la tariffa della visita diabetologica di controllo (circa €18 per prestazione), in Lombardia il telemonitoraggio beneficia di un rimborso dedicato, introdotto con la DGR 3630/2024, pari a €360 per piano trimestrale (Tabella 6). Dal punto di vista aziendale, questo meccanismo di remunerazione riduce il divario economico tra il percorso innovativo e quello tradizionale, favorendo una maggiore sostenibilità del telemonitoraggio, in particolare negli scenari caratterizzati da una più ampia adozione della tecnologia nei pazienti con maggiore complessità assistenziale.

Percorso innovativo

Tariffa di rimborso “PERCORSO DI TELEMONITORAGGIO DI LIVELLO 1 A GESTIONE OSPEDALIERA (cod.TM.01)-piano trimestrale” (DGR 3630/2024)

€360,00

N. piani trimestrali per 729 pazienti

2.916

TOTALE RICAVI

€1.049.760

Percorso tradizionale

Tariffa di rimborso visita diabetologica di controllo

€17,90

N. visite in presenza

1.824

TOTALE RICAVI

€32.649,60

Tabella 6. Sostenibilità economica: l’impatto dei nuovi tariffari

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Dal punto di vista organizzativo, l’introduzione del telemonitoraggio ha determinato una riduzione del 21% delle visite diabetologiche in presenza nell’arco di dodici mesi (Totale visite in presenza percorso innovativo: 1.478 vs Totale visite in presenza percorso tradizionale: 1.872). La diminuzione degli accessi ambulatoriali, resa possibile dall’integrazione delle televisite e del monitoraggio remoto, consente di ottimizzare il tempo dedicato dagli specialisti alle attività assistenziali, migliorando l’efficienza complessiva del percorso di presa in carico.

La maggiore disponibilità di capacità ambulatoriale può essere riallocata a favore dei pazienti che necessitano di valutazioni cliniche in presenza, contribuendo a ridurre le liste d’attesa e a migliorare l’accessibilità ai servizi. In termini operativi, ciò si traduce nella possibilità di incrementare il numero di pazienti presi in carico nell’arco dell’anno, con un aumento stimato pari al 27% (circa 197) per i pazienti inseriti nel percorso innovativo e al 21% (circa 164) per quelli seguiti mediante il percorso tradizionale.

Il telemonitoraggio migliora la continuità assistenziale, aumenta la capacità di presa in carico e favorisce un accesso più equo alle cure

Pur richiedendo una fase iniziale di riorganizzazione dei processi e di formazione del personale, il telemonitoraggio favorisce quindi una gestione più proattiva della cronicità, migliora la continuità assistenziale e incrementa la capacità produttiva dell’Unità Operativa, contribuendo a una maggiore equità nell’accesso alle prestazioni diabetologiche.

Le percezioni dei professionisti: impatto etico-sociale, impatto sull’equità e impatto legale

Il panel multidisciplinare ha espresso una valutazione complessivamente favorevole nei confronti del percorso di telemonitoraggio (Tabelle 7-9), che ha ottenuto punteggi medi superiori nelle dimensioni sociale (1,19 vs 0,81) e dell’equità (1,46 vs -0,03) rispetto al follow-up tradizionale.

Nella dimensione sociale, i principali benefici percepiti riguardano il maggiore coinvolgimento del paziente nel percorso di cura, con un incremento dell’engagement (2,43 vs 1,14) e dell’empowerment (2,00 vs 1,29), oltre al miglioramento della qualità di vita del paziente (1,71 vs 0,86) e dei caregiver (2,00 vs 1,00) (Tabella 7). È stato inoltre riconosciuto un potenziale contributo alla riduzione dei costi sociali associati agli spostamenti e alle assenze lavorative per l’accesso alle visite di controllo.

Dimensione sociale

Percorso tradizionale

Percorso innovativo

Capacità della tecnologia di salvaguardare l’autonomia del paziente

0,86

0,43

Capacità della tecnologia di salvaguardare i diritti umani

0,43

0,43

Capacità della tecnologia di salvaguardare l’integrità umana

0,43

0,43

Capacità della tecnologia di assicurare dignità umana al paziente

0,57

0,57

Capacità della tecnologia di salvaguardare credo e convinzioni religiose

0,00

0,00

Impatto della tecnologia sui costi sociali

0,00

0,57

Livello generale di comprensione della tecnologia da parte di pazienti, familiari e caregiver

1,43

1,14

Impatto sulla soddisfazione del paziente

1,43

2,14

Impatto sull’autoefficacia del paziente

1,14

1,57

Impatto sull’empowerment del paziente

1,29

2,00

Impatto sull’engagement del paziente

1,14

2,43

Impatto sulla qualità di vita del paziente

0,86

1,71

Impatto sulla qualità di vita del caregiver e dei familiari

1,00

2,00

Valore medio

0,81

1,19

Tabella 7. Punteggi medi attribuiti dai professionisti relativamente alla dimensione etica e sociale

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Anche la dimensione dell’equità risulta nettamente favorevole al telemonitoraggio, in particolare per quanto riguarda l’accessibilità ai servizi, la riduzione delle liste d’attesa e il contenimento della mobilità sanitaria (Tabella 8). L’unico elemento valutato meno favorevolmente riguarda la possibile presenza di fattori che potrebbero limitare l’accesso alla tecnologia per alcuni gruppi di pazienti. Tale criticità è riconducibile principalmente al fenomeno del digital divide, che può interessare soggetti con ridotte competenze digitali o limitato supporto familiare e che richiede interventi di accompagnamento e alfabetizzazione digitale, modulati in base alle caratteristiche del contesto territoriale.

Dimensione di equità

Percorso tradizionale

Percorso innovativo

Accessibilità della tecnologia sul territorio e nel contesto locale

0,86

1,57

Accessibilità della tecnologia alle categorie protette

0,29

1,71

Potenziale impatto sulle liste d’attesa

-0,71

2,43

Capacità della tecnologia di generare fenomeni di mobilità sanitaria

-1,00

2,00

Esistenza di fattori che potrebbero impedire ad alcuni gruppi di beneficiare della tecnologia

0,43

-0,43

Valore medio

-0,03

1,46

Tabella 8. Punteggi medi attribuiti dai professionisti relativamente alla dimensione di equità

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Per la dimensione legale, infine, non emergono differenze sostanziali tra i due modelli assistenziali (Tabella 9). Il telemonitoraggio ottiene valutazioni migliori relativamente agli aspetti di regolamentazione e introduzione delle tecnologie digitali, mentre il percorso tradizionale mantiene un lieve vantaggio per quanto riguarda la disponibilità di riferimenti normativi consolidati e l’applicabilità della tecnologia a tutte le categorie di pazienti eleggibili, a testimonianza di un quadro regolatorio della telemedicina ancora in progressiva evoluzione.

Dimensione legale

Percorso tradizionale

Percorso innovativo

Livello di autorizzazione e certificazione della tecnologia

0,43

0,57

Necessità di inserimento della tecnologia nei registri nazionali/europei

1,14

2,00

Conformità a linee di indirizzo e raccomandazioni

2,43

1,29

Conformità alle normative per la protezione dei dati personali

2,71

2,00

Conformità agli standard tecnici per lo scambio dei dati clinici

1,71

1,29

Identificazione dei diritti di proprietà intellettuale

0,43

0,43

Assoggettamento al controllo del prezzo

0,43

0,43

Necessità di regolamentare l’acquisizione della tecnologia

0,43

1,86

Garanzie di produzione (“security by design”)

0,71

0,57

Regolamentazione della tecnologia per tutte le categorie di pazienti

2,43

1,29

Manuale d’uso esaustivo

0,43

0,43

Valore medio

1,21

1,10

Tabella 9. Punteggi medi attribuiti dai professionisti relativamente alla dimensione legale

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Conclusioni

L’analisi multidimensionale condotta evidenzia come il telemonitoraggio integrato con sistemi di monitoraggio continuo del glucosio rappresenti un modello assistenziale maturo, capace di supportare l’evoluzione della presa in carico del paziente con diabete mellito verso un’assistenza più continuativa, personalizzata e orientata alla gestione proattiva della cronicità.

Le evidenze mostrano un controllo glicemico comparabile e, in alcuni casi, migliore rispetto al follow-up tradizionale

Le evidenze disponibili indicano che il telemonitoraggio garantisce un controllo glicemico almeno sovrapponibile, e in alcuni casi migliore, rispetto al follow-up tradizionale, associandosi a una riduzione degli episodi di ipo- e iperglicemia lieve o moderata. Parallelamente, il modello determina benefici organizzativi rilevanti, consentendo di ridurre le visite in presenza, ottimizzare l’impiego delle risorse professionali e incrementare la capacità di presa in carico dei servizi diabetologici, con potenziali ricadute positive sull’accessibilità e sull’equità dell’assistenza.

L’adozione del telemonitoraggio produce inoltre benefici di carattere sociale, favorendo il coinvolgimento attivo del paziente e del caregiver, riducendo gli spostamenti verso le strutture sanitarie, le giornate lavorative perse e l’impatto ambientale correlato agli accessi ospedalieri.

Sebbene l’implementazione del modello richieda un investimento iniziale in infrastrutture digitali, formazione del personale e riorganizzazione dei processi assistenziali, la presenza di specifici meccanismi di remunerazione per le prestazioni di telemedicina e i benefici clinici, organizzativi e sociali osservati ne supportano la sostenibilità e la progressiva diffusione.

Ridurre il digital divide è essenziale per garantire un accesso equo ai percorsi di telemonitoraggio

Per valorizzarne pienamente il potenziale sarà tuttavia necessario accompagnare l’implementazione con piattaforme interoperabili, percorsi formativi dedicati ai professionisti sanitari e strategie volte a ridurre il digital divide, affinché il telemonitoraggio possa diventare una componente strutturale dei percorsi di cura del diabete, garantendo un accesso equo e appropriato ai pazienti eleggibili.

Bibliografia

GIMBE su LEA 2024: 18 Regioni adempienti ma aumentano le rinunce alle cure

Nel 2024 le Regioni adempienti ai Livelli Essenziali di Assistenza sono salite da 13 a 18 su 21. Nello stesso anno, però, la quota di popolazione che ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria è passata dal 7,6% al 9,9%, arrivando a quasi 5,8 milioni di persone. Per la Fondazione GIMBE, i due dati evidenziano i limiti dell’attuale sistema di monitoraggio dei LEA nel rappresentare l’effettiva accessibilità delle cure.

«Sono due fotografie solo apparentemente contraddittorie. Se nel 2024 quasi tutte le Regioni – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – vengono “promosse” mentre aumentano la spesa privata e le rinunce alle prestazioni sanitarie, non possiamo concludere che la sanità sia improvvisamente migliorata. Significa piuttosto che la “pagella” ministeriale ha una capacità molto limitata nel misurare l’effettiva esigibilità dei LEA da parte dei cittadini».

Secondo GIMBE la riduzione delle Regioni formalmente inadempienti non coincide con un superamento delle differenze territoriali

Il monitoraggio 2024 del Ministero della Salute, pubblicato lo scorso luglio, utilizza il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG), introdotto nel 2020. Il sistema comprende 88 indicatori, ma la valutazione dell’adempimento si basa su 27 indicatori CORE, distribuiti nelle tre macro-aree della prevenzione collettiva e sanità pubblica, dell’assistenza distrettuale e dell’assistenza ospedaliera.

Una Regione è considerata adempiente se raggiunge almeno 60 punti in ciascuna delle tre aree.

Solo tre Regioni risultano inadempienti

Nel 2024 risultano inadempienti la Calabria nell’area distrettuale, la Provincia autonoma di Bolzano e la Sicilia nell’area della prevenzione. Nel 2023 erano otto le Regioni inadempienti.

I dati completi per ciascuna Regione, con i punteggi nelle tre macro-aree e lo status di adempimento, sono riportati nella Tabella 1.

Secondo GIMBE, tuttavia, la riduzione delle Regioni formalmente inadempienti non coincide con un superamento delle differenze territoriali. Nella classifica elaborata dalla Fondazione sommando i punteggi delle tre macro-aree, le prime dieci posizioni comprendono sette Regioni del Nord, due del Centro e una del Sud, la Puglia. Nelle ultime sette posizioni, con l’eccezione della Provincia autonoma di Bolzano, si trovano invece Regioni del Mezzogiorno.

La Tabella 2 riporta il punteggio complessivo elaborato da GIMBE, mentre la Figura 1 mostra la distribuzione delle Regioni nei quattro quartili.

Performance diverse anche all’interno della stessa Regione

La lettura separata delle tre macro-aree evidenzia inoltre differenze significative tra prevenzione, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera.

Alcune Regioni presentano risultati relativamente omogenei, come Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Veneto, mentre altre mostrano una maggiore variabilità tra le diverse aree, tra cui Calabria, Valle d’Aosta, Liguria e Provincia autonoma di Bolzano.

«Queste differenze – spiega il Presidente – confermano che in una Regione adempiente possono convivere performance molto diverse nelle tre macro-aree. E un Servizio Sanitario Regionale che funziona bene in un’area e arranca nelle altre non può certo considerarsi equilibrato».

Il dettaglio dei punteggi e delle posizioni nelle tre aree è disponibile nella Tabella 3.

Il miglioramento dei punteggi non coincide necessariamente con un migliore accesso

Rispetto al 2023, quindici Regioni migliorano il punteggio complessivo, cinque lo riducono e il Veneto rimane stabile. Gli incrementi più consistenti riguardano Valle d’Aosta (+48 punti) e Abruzzo (+47), mentre la variazione negativa più ampia è quella delle Marche (-11 punti).

I dati sono riportati nella Tabella 4.

«Il recupero delle Regioni in maggiore difficoltà è indubbiamente un segnale positivo – osserva Cartabellotta – anche se il cittadino potrebbe non percepire subito un corrispondente miglioramento dell’accesso alle cure e della qualità dell’assistenza».

È proprio il rapporto tra valutazione dei LEA e accesso effettivo alle prestazioni a rappresentare, secondo GIMBE, il principale elemento critico del sistema.

Il 60 come soglia di adempimento

Nel 2024 sei delle 18 Regioni adempienti presentano almeno una macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69. Secondo l’analisi GIMBE, se la soglia minima fosse fissata a 70 punti, le Regioni adempienti scenderebbero da 18 a 12; con una soglia di 80 punti sarebbero cinque.

GIMBE sottolinea che il punteggio di 60 non equivale al 60% di prestazioni erogate o di cittadini che ricevono i LEA. «Sessanta punti – precisa Cartabellotta – non significano matematicamente né che una Regione eroghi il 60% dei LEA né che li garantisca al 60% dei cittadini. Ma l’esercizio sulle soglie mostra quanto l’asticella sia bassa: 60 punti in ciascuna macro-area sono sufficienti alle Regioni per risultare adempienti. Una soglia decisamente troppo bassa per valutare la garanzia di un diritto che la Costituzione riconosce a tutti».

Liste d’attesa, rinunce e disuguaglianze restano fuori dalla pagella

Per GIMBE, il limite principale del sistema è che i 27 indicatori CORE sono indicatori sentinella e non restituiscono una fotografia completa dell’effettiva esigibilità dei LEA.

Per GIMBE la soglia di 60 punti non misura l’effettiva esigibilità dei LEA

Tempi di attesa, agende chiuse, difficoltà di prenotazione, distanza dai servizi, continuità assistenziale e completezza dei percorsi non vengono rilevati in modo sistematico. Inoltre, i valori medi regionali possono nascondere differenze tra Aziende sanitarie e Distretti, tra aree urbane e interne e tra diverse fasce socio-economiche.

Il dato sulle rinunce alle prestazioni sanitarie offre, in questo senso, un elemento di confronto. Tra il 2023 e il 2024, mentre le Regioni adempienti sono passate da 13 a 18, la quota di popolazione che ha rinunciato ad almeno una prestazione è cresciuta dal 7,6% al 9,9%, raggiungendo quasi 5,8 milioni di persone.

Si tratta di un indicatore che non misura esclusivamente l’accesso al Servizio sanitario nazionale, ma che per GIMBE rappresenta un segnale rilevante di domanda sanitaria rimasta insoddisfatta.

«Il paradosso è evidente: mentre aumentano le Regioni promosse – afferma Cartabellotta – cresce anche il numero di persone che rinunciano a visite ed esami. La “promozione” formale, dunque, non coincide con la garanzia per i cittadini di ottenere le prestazioni di cui hanno bisogno».

Dalla verifica dell’adempimento al miglioramento continuo

Un ulteriore limite individuato da GIMBE riguarda il meccanismo stesso della valutazione. Il sistema distingue tra Regioni adempienti e inadempienti sulla base del superamento della soglia minima, senza considerare, ai fini dell’adempimento, i progressi oltre tale soglia né la distanza rispetto alle Regioni con le performance migliori.

«Una volta raggiunti 60 punti in tutte le aree – osserva Cartabellotta – la Regione è promossa e il gioco finisce lì: che abbia totalizzato 60 o 100 punti non cambia il giudizio finale. In questo modo la “pagella” non incentiva il miglioramento e la riduzione dei divari regionali».

La Fondazione GIMBE chiede quindi una revisione delle regole del monitoraggio, con più indicatori, soglie più elevate, dati più tempestivi e misure capaci di rilevare accesso alle prestazioni, liste d’attesa, rinunce, esiti e disuguaglianze territoriali. L’obiettivo indicato è trasformare la verifica dei LEA in uno strumento di rendicontazione pubblica e di miglioramento continuo.