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Hantavirus: il Ministero della Salute rafforza sorveglianza e misure di prevenzione

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di Ivana Barberini

Il Ministero della Salute ha diffuso l’11 maggio 2026 una circolare indirizzata a Regioni, Province autonome e principali istituzioni sanitarie italiane per aggiornare sul focolaio di hantavirus di tipo Andes (ANDV) registrato a bordo della nave da crociera MV Hondius e per definire le misure di sanità pubblica da adottare in Italia.

Sorveglianza e coordinamento nazionale

Il Ministero della Salute ha attivato un sistema di coordinamento con Regioni, Istituto Superiore di Sanità, Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani e organismi internazionali (OMS/RSI, EWRS, Health Security Committee, ECDC, Global Health Security Initiative) per monitorare l’evoluzione del focolaio, coordinare il contact tracing e organizzare la risposta laboratoristica.

L’8 maggio 2026, tramite il sistema di comunicazione EWRS della Commissione Europea, è pervenuta al Ministero l’informazione relativa a quattro persone presenti sul volo Sudafrica–Paesi Bassi del 25 aprile 2026 la cui ultima destinazione era l’Italia. Le Regioni interessate sono state immediatamente allertate e sono state attivate misure di quarantena fiduciaria e sorveglianza attiva. Nella stessa giornata si sono riuniti sia la Rete di esperti Dispatch, per la valutazione degli scenari di diffusione e dell’impatto sui servizi sanitari, sia il Gruppo di esperti per la rete nazionale dei laboratori, che include esperti dell’ISS, dell’INMI Spallanzani, degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali e di società scientifiche. Entrambi i gruppi hanno confermato la valutazione di rischio molto basso per la popolazione generale, raccomandando comunque un approccio di massima cautela e il rafforzamento della sorveglianza.

Rischio basso per l’Italia

Secondo l’European Centre for Disease Prevention and Control e l’OMS, il rischio per la popolazione generale europea è molto basso, mentre è considerato moderato per i passeggeri e l’equipaggio della nave MV Hondius. Anche la rete italiana di esperti Dispatch e il gruppo nazionale dei laboratori hanno concordato su questa valutazione, pur evidenziando che il rischio di trasmissione interumana comunitaria non è completamente trascurabile, alla luce dell’eterogeneità delle misure di sanità pubblica adottate dai diversi Paesi di origine dei passeggeri. In Italia, inoltre, non è presente il principale roditore serbatoio del virus Andes, Oligoryzomys longicaudatus.

I casi di hantavirus registrati nel nostro Paese sono stati finora sporadici e per lo più associati a esposizioni avvenute all’estero

È tuttavia documentata la presenza nel Nord Italia di roditori sieropositivi per altri ceppi di hantavirus (Puumala e Dobrava-Belgrade), associati alla febbre emorragica con sindrome renale.

Definizione dei casi

La circolare distingue tra:

  • Caso sospetto: persona che ha condiviso o transitato su un mezzo di trasporto con un caso confermato o probabile, oppure è stata a contatto con un passeggero o membro dell’equipaggio della MV Hondius a partire dal 5 aprile, E presenta almeno un sintomo compatibile (febbre, dolori muscolari, astenia, brividi, cefalea, vertigini, sintomi gastrointestinali o respiratori).
  • Caso probabile: caso sospetto con collegamento epidemiologico noto con un caso probabile o confermato.
  • Caso confermato: positività ai test PCR o sierologici per ANDV.
  • Non caso: soggetto con test negativi. Se sviluppa successivamente sintomi compatibili entro il periodo massimo di incubazione, deve essere nuovamente testato e riclassificato.
  • Contatti ad alto e basso rischio.

Sono considerati ad alto rischio tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio della nave, oltre alle persone che hanno condiviso cabine, bagni, pasti o contatti stretti con casi confermati, gli operatori sanitari con esposizione non protetta e, su voli di durata superiore a 6 ore, i passeggeri seduti nella stessa fila o entro due file dal caso (per il contesto nazionale, a scopo precauzionale, si considerano ad alto rischio tutti i passeggeri dello stesso volo indipendentemente dalla durata). Per questi soggetti è prevista:

  • quarantena fiduciaria per sei settimane (42 giorni), con uso di una stanza propria, distanza di almeno due metri dai familiari, non condivisione delle stoviglie e aerazione degli ambienti; è possibile uscire indossando una mascherina medica/chirurgica resistente ai liquidi ed evitando assembramenti;
  • divieto di utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico e dei voli commerciali;
  • sorveglianza attiva quotidiana da parte delle autorità sanitarie;
  • valutazione medica immediata in caso di comparsa di sintomi.

I contatti a basso rischio (tra cui passeggeri di aerei fuori dalla zona di vicinanza definita, contatti brevi occasionali o in porto, persone in ampi spazi aperti, operatori sanitari con DPI adeguati) devono effettuare automonitoraggio passivo per lo stesso periodo di 42 giorni, con obbligo di isolamento e segnalazione alle autorità sanitarie in caso di sintomi.

Test per la diagnosi

Il test molecolare PCR è raccomandato in via prioritaria nei soggetti sintomatici, in particolare con quadro compatibile con la sindrome cardiopolmonare da hantavirus. Nei contatti asintomatici non esistono evidenze scientifiche che giustifichino uno screening routinario, poiché i test eseguiti durante il periodo di incubazione possono risultare falsamente negativi. In caso di quadro clinico compatibile ma senza un chiaro collegamento epidemiologico con il focolaio, può essere contattato il medico reperibile dell’INMI Lazzaro Spallanzani.
Eventuali casi sospetti, probabili o confermati dovranno essere comunicati tempestivamente al Ministero della Salute corredati da breve relazione epidemiologica, in attesa della definizione di una scheda dedicata nel sistema nazionale PREMAL (sistema italiano di sorveglianza delle malattie infettive gestito dal Ministero della Salute).

Particolare attenzione è stata richiesta agli Uffici di Sanità Marittima, Aerea e di Frontiera (USMAF), chiamati a vigilare su eventuali eventi sanitari sospetti a bordo di aerei e navi, ad allertare tempestivamente gli Uffici centrali del Ministero in caso di sospetta trasmissione da hantavirus, a gestire i casi utilizzando idonei dispositivi di protezione individuale (FFP2, guanti, camice, protezione oculare) e a potenziare le attività di counselling ai viaggiatori sui rischi legati all’hantavirus. Le compagnie aeree sono tenute a segnalare tempestivamente agli USMAF eventuali sospetti di malattia infettiva a bordo e a coordinarsi per la raccolta dei Passenger Locator Form (PLF).

Che cosa sono gli hantavirus

Gli hantavirus sono virus zoonotici a RNA appartenenti al genere Orthohantavirus (famiglia Hantaviridae, ordine Bunyavirales), diffusi a livello globale. All’interno di questo genere sono state identificate oltre 20 specie virali. Il loro serbatoio naturale è costituito principalmente dai roditori, che possono trasmettere il virus all’uomo attraverso urine, feci e saliva contaminati, soprattutto per inalazione di particelle infette. L’esposizione avviene più frequentemente durante attività come la pulizia di ambienti infestati, ma può verificarsi anche nelle attività quotidiane in aree ad alta presenza di roditori. I casi umani sono più comuni in contesti rurali, come foreste, campi e fattorie.

L’infezione può causare forme cliniche anche molto gravi. Nelle Americhe prevale la sindrome cardiopolmonare da hantavirus (HPS), caratterizzata da sintomi inizialmente aspecifici (cefalea, febbre, mialgia, disturbi gastrointestinali), seguiti da un rapido peggioramento con distress respiratorio e ipotensione. I sintomi compaiono generalmente tra 1 e 6 settimane dall’esposizione, ma possono insorgere già dopo una settimana e fino a 8 settimane. In Europa e Asia è più frequente la febbre emorragica con sindrome renale (HFRS), che colpisce principalmente reni e vasi sanguigni e si manifesta di solito entro 1-2 settimane dall’esposizione.
Nonostante la trasmissione avvenga principalmente da animale a uomo, sono stati descritti rari casi di trasmissione interumana, limitati al virus Andes in contesti di contatto stretto e prolungato. Episodi di trasmissione secondaria, inclusi casi tra operatori sanitari, sono stati documentati ma rimangono eccezionali e sembrano più probabili nelle fasi iniziali della malattia. In Europa e Asia non è stata documentata trasmissione interumana.

Dati epidemiologici

Le infezioni da hantavirus sono relativamente rare a livello globale, ma presentano una significativa letalità. Nella Regione delle Americhe, nel 2025 sono stati segnalati 229 casi con 59 decessi (letalità del 25,7%), con un aumento significativo dell’incidenza in Bolivia e Paraguay e un incremento della letalità in Argentina e Brasile rispetto agli anni precedenti. Le aree considerate più rilevanti per la circolazione del virus Andes rimangono il sud dell’Argentina e il Cile, in particolare le regioni andino-patagoniche. In Europa, nel 2023 sono stati riportati 1.885 casi (0,4 per 100.000 abitanti), mentre in Asia orientale, in particolare in Cina e Corea del Sud, la HFRS continua a causare migliaia di casi ogni anno, sebbene con un trend in diminuzione.
Non esistono al momento vaccini autorizzati né terapie antivirali specifiche. La diagnosi si basa su test molecolari (PCR), in grado di rilevare la viremia nelle fasi iniziali, e test sierologici (IgM), che diventano positivi dopo la comparsa dei sintomi. Test diagnostici eseguiti durante il periodo di incubazione possono dare risultati falsamente negativi.

Da dove nasce il focolaio

Il 2 maggio 2026 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato un cluster di gravi malattie respiratorie a bordo della MV Hondius. All’11 maggio erano stati identificati nove casi, di cui sette confermati come infezione da virus Andes e due classificati come probabili. Tre persone sono decedute, con una letalità del 33%.
A bordo si trovavano 147 persone provenienti da 23 Paesi, mentre altre 34 erano già sbarcate sull’isola di Sant’Elena. Il caso indice ha sviluppato i sintomi il 6 aprile 2026; la prima diagnosi di hantavirus è stata effettuata su un suo contatto stretto il 26 aprile 2026, mentre la prima diagnosi specifica di ANDV è stata effettuata il 2 maggio 2026 su un ulteriore caso correlato.

Due voli di evacuazione medica, provenienti da Capo Verde, con a bordo tre passeggeri della nave (2 casi confermati sintomatici e 1 caso sospetto), sono atterrati nei Paesi Bassi il 6 e il 7 maggio 2026. All’8 maggio, quattro pazienti risultavano ricoverati: uno in terapia intensiva a Johannesburg (Sudafrica), due nei Paesi Bassi e uno a Zurigo (Svizzera). Il caso sospetto è stato trasferito in Germania, dove è risultato negativo sia al test PCR che a quello sierologico per il virus Andes, e non è pertanto più considerato un caso dalle autorità tedesche e dagli organismi internazionali. Il 6 maggio la nave ha lasciato Capo Verde diretta alle Isole Canarie, in Spagna, dove ha attraccato il 10 maggio 2026. Il focolaio ha richiesto un’ampia risposta internazionale coordinata, che comprende indagini epidemiologiche approfondite, isolamento e gestione clinica dei casi, evacuazioni mediche, test di laboratorio e tracciamento internazionale dei contatti. Sono in corso ulteriori indagini sulla potenziale fonte del focolaio, in collaborazione con le autorità di Argentina e Cile.

Sintomi e decorso clinico

I casi osservati hanno presentato inizialmente sintomi aspecifici, come cefalea, diarrea, febbre e disturbi respiratori lievi. In molte persone il quadro clinico è peggiorato rapidamente nell’arco di 24-48 ore con comparsa di astenia, vertigini, tachipnea, riduzione della diuresi e segni di coinvolgimento sistemico.
In alcuni casi il decorso è stato ancora più rapido, con sintomi gastrointestinali lievi seguiti entro 24 ore da polmonite severa, evoluta rapidamente in sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS) e morte, oppure con progressione verso shock, iperpiressia, vomito, incontinenza urinaria e dolore toracico che ha richiesto il ricovero in terapia intensiva.

Le conclusioni del Ministero

Pur confermando che il rischio di diffusione del virus Andes in Italia e in Europa è molto basso, il Ministero della Salute sottolinea la necessità di mantenere un elevato livello di attenzione clinica e diagnostica, al fine di individuare tempestivamente eventuali casi importati e attivare rapidamente le misure di prevenzione e controllo necessarie. Il Ministero continuerà a monitorare costantemente l’evoluzione del quadro epidemiologico internazionale, riservandosi di emanare ulteriori indicazioni sulla base delle evidenze tecnico-scientifiche progressivamente disponibili.

Fibromialgia, al via uno studio ISS su ansia e depressione

Dolore diffuso, stanchezza persistente e disturbi del sonno che compromettono la qualità della vita. Sono questi alcuni dei principali sintomi della fibromialgia, condizione cronica che colpisce dal 2% al 4% della popolazione nei Paesi Occidentali, soprattutto le donne.  

Oltre ai sintomi fisici, molte persone affrontano anche difficoltà emotive e psicologiche legate alla condizione che l’ISS vuole approfondire in un nuovo studio, lo studio Fibra, che prende il via in occasione della giornata mondiale della fibromialgia che si celebra il 12 maggio.

Lo studio Fibra intende approfondire le difficoltà emotive e psicologiche legate alla fibromialgia

Fibra è promosso dal Centro di Riferimento per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con il Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute e da Fondazione Isal-Ente del Terzo Settore.

L’invito a partecipare è rivolto a persone con diagnosi di fibromialgia e loro familiari, per raccogliere la loro esperienza e comprendere meglio il rapporto tra questa condizione e il benessere psicologico, le difficoltà nel percorso di cura e cosa ostacola e cosa invece favorisce il trattamento di ansia e depressione. Si stima che circa il 43% delle persone con fibromialgia presenti sintomi depressivi e circa il 30% disturbi d’ansia d’interesse clinico. La presenza di depressione e ansia si associa a ridotta funzionalità, maggiore intensità del dolore e, di conseguenza, a una qualità della vita deteriorata.

Le informazioni utili per candidarsi allo studio Fibra

Per partecipare allo studio o ricevere maggiori informazioni si può inviare una mail a studiofibra@iss.it.

Possono prendere parte alla ricerca persone con diagnosi di fibromialgia (che preliminarmente risponderanno a una breve intervista telefonica con un esperto di Fondazione ISAL, per la verifica dei criteri di inclusione previsti dallo studio). In gruppi di discussione separati anche i familiari.

«Condividere la propria esperienza aiuterà la ricerca a comprendere meglio i bisogni delle persone con fibromialgia»

Il primo focus group in presenza è previsto a Roma, nella mattina del 19 giugno 2026, presso la sede dell’Istituto Superiore di Sanità. A seguire, altri focus group saranno organizzati in altre città d’Italia. Gli incontri saranno prevalentemente in presenza, ma in alcuni casi potranno essere organizzati in modalità online.

«Condividere la propria esperienza – sottolinea la Responsabile scientifica del progetto Virgilia Toccaceli, del Centro di Riferimento per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’ISS – aiuterà la ricerca a comprendere meglio i bisogni delle persone con fibromialgia per fornire indicazioni utili allo sviluppo di servizi e percorsi di cura più efficaci e accessibili». Per maggiori informazioni sulla fibromialgia si può leggere la scheda aggiornata di ISSalute.

Fibromialgia, dal registro SIR la conferma: nelle donne è più invalidante che negli uomini

La fibromialgia non solo colpisce le donne più degli uomini (con un rapporto stimato di circa 3:1) ma lo fa anche in modo diverso. Un recente studio condotto sui dati del Registro italiano della patologia, istituito dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR), mostra che le donne presentano una maggiore compromissione fisica rispetto agli uomini, pur riportando una gravità complessiva della malattia simile. In altre parole, il peso della fibromialgia sulla capacità di svolgere attività quotidiane sembra essere più marcato nelle pazienti donne.

«I dati del nostro Registro confermano l’importanza di un approccio sempre più personalizzato alla fibromialgia, capace di considerare non solo i sintomi fisici, ma anche le differenze biologiche, sociali e psicologiche fra pazienti», commenta Andrea Doria, Presidente della Società Italiana di Reumatologia. L’11 maggio, alla vigilia della Giornata mondiale della fibromialgia del 12 maggio, la SIR ha dedicato alla patologia una diretta social.

Il peso della fibromialgia sulla capacità di svolgere attività quotidiane sembra essere più marcato nelle pazienti donne

«Il Registro SIR, che oggi raccoglie dati su circa 12.500 pazienti da oltre 50 centri di reumatologia di tutt’Italia, ci permette di continuare a migliorare la nostra conoscenza della malattia in tutti i suoi aspetti clinici», aggiunge il Professor Fausto Salaffi, Delegato dalla SIR per le malattie da dolore cronico e Responsabile del registro. «Grazie alle informazioni estrapolate da questo database è stato, inoltre, possibile identificare le forme di fibromialgia più gravi e farle includere tra le malattie croniche e invalidanti riconosciute nei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, il cui DPCM è nella fase finale di approvazione».

«Questo riconoscimento è fondamentale perché potrà favorire maggiori tutele e agevolazioni per i pazienti, migliorando concretamente il loro percorso di cura», sottolinea il professor Doria, che ricorda impatto e caratteristiche della malattia. «La fibromialgia è una sindrome cronica caratterizzata da dolore diffuso, affaticamento e disturbi del sonno. Con circa 1,5 milioni di persone che ne soffrono, è la terza malattia reumatologica più diffusa in Italia. Può essere indotta o aggravata da periodi prolungati di stress fisico o psicologico, che possono ridurre alcuni neurotrasmettitori, tra cui la serotonina a livello del sistema nervoso centrale. Questa sostanza svolge un ruolo chiave nella regolazione della soglia del dolore, della qualità del sonno e del tono dell’umore. Quando i livelli di serotonina si riducono, il paziente può sviluppare una maggiore sensibilità al dolore, sonno non ristoratore e alterazioni dell’umore, elementi che contribuiscono ad alimentare il circolo vizioso della malattia».

«La fibromialgia è la terza malattia reumatologica più diffusa in Italia»

«Come altre malattie reumatologiche – prosegue Doria – la fibromialgia risente del problema della diagnosi tardiva, che può arrivare oltre 4 anni dopo l’esordio dei primi sintomi. Anche qui tornano a farsi sentire le differenze di genere: negli uomini la diagnosi può essere ulteriormente ritardata dal fatto che la malattia fra loro è meno diffusa, quindi meno studiata e meno riconosciuta. L’avvio tempestivo della terapia permetterebbe, invece, di migliorare la qualità di vita dei pazienti. La fibromialgia, infatti, è una malattia curabile, ma richiede una gestione complessa, che integri terapia medica e attività fisica regolare, e un approccio multidisciplinare, con il coinvolgimento di diversi specialisti».

«Adesso siamo al lavoro per la stesura delle nuove linee guida SIR sulla gestione della fibromialgia che verranno pubblicate dopo l’estate. Inoltre, stiamo implementando ulteriormente il Registro di patologia: vogliamo raccogliere dati su un numero sempre più ampio di pazienti per identificare gruppi con caratteristiche simili e orientare meglio le terapie. Il prossimo passo sarà seguire i pazienti nel tempo, per capire come evolve la malattia sotto trattamento e individuare i fattori che possono predire la risposta alle cure. Per farlo sarà fondamentale coinvolgere sempre più centri specializzati e aumentare la possibilità di effettuare follow-up ripetuti», conclude il Professor Salaffi.

Fibromialgia, in Sicilia nasce Fibrocare: piattaforma digitale per diagnosi e monitoraggio

La Regione Siciliana punta sulla digitalizzazione per migliorare la presa in carico della fibromialgia con Fibrocare, una piattaforma telematica integrata, pensata per supportare diagnosi, monitoraggio e gestione di una patologia cronica che in Italia interessa circa due milioni di persone. L’obiettivo è ridurre le disomogeneità assistenziali e rendere più strutturata la raccolta dei dati clinici, in un ambito ancora segnato dall’assenza di marcatori biologici univoci.

Accessibile tramite app per Android e iOS, Fibrocare consente ai pazienti di registrare sintomi, andamento della malattia e impatto sulla qualità di vita, trasformando lo smartphone in uno strumento di monitoraggio continuo. I medici possono così disporre di una cronologia clinica oggettiva, utile per affinare la diagnosi, valutare l’evoluzione della patologia e personalizzare i percorsi terapeutici. La piattaforma mira anche a standardizzare i percorsi di cura e a migliorare l’efficienza degli ambulatori.

Fibrocare integra raccolta dati clinici e monitoraggio per migliorare la gestione della fibromialgia in Sicilia

Il progetto, finanziato con oltre 410mila euro di fondi statali e coordinato dall’ASP di Caltanissetta, coinvolge le strutture sanitarie regionali già impegnate nell’assistenza ai pazienti fibromialgici. Destinata a clinici e pazienti siciliani, l’app favorisce una partecipazione attiva al percorso terapeutico in una condizione spesso sottodiagnosticata, caratterizzata da dolore muscolare diffuso, disturbi del sonno, stanchezza cronica e difficoltà cognitive.

Secondo l’Assessorato regionale alla Salute, la piattaforma rafforza la collaborazione tra istituzioni, comunità scientifica e associazioni dei pazienti, con l’obiettivo di migliorare la presa in carico di una malattia complessa e ancora priva di cure definitive, oggi gestita attraverso approcci multimodali che includono farmaci, attività fisica, tecniche di rilassamento e supporto psicologico.

Approfondiamo il tema con Daniela Faraoni, già Assessore alla Salute di Regione Sicilia al momento della presentazione della piattaforma Fibrocare, e con la paziente esperta Giuseppina Fabio.

Intervista a Daniela Faraoni

Daniela Faraoni

La piattaforma Fibrocare punta alla raccolta strutturata dei dati clinici: come verranno utilizzate queste informazioni per costruire un vero PDTA regionale sulla fibromialgia e ridurre il ritardo diagnostico, che ancora oggi rappresenta uno dei principali problemi per i pazienti?

«La Regione Siciliana è una delle poche regioni ad avere già un PDTA sulla fibromialgia, approvato con Decreto Assessoriale n. 2381 del 30.12.2019 “Documento di Consenso Regionale – Indicazioni per la Diagnosi e trattamento della Sindrome fibromialgica”. L’approvazione del documento regionale ha permesso, nonostante la fibromialgia non sia ancora nei LEA, di creare tutti i presupposti per la presa in carico precoce del paziente fibromialgico e per garantire continuità diagnostica terapeutico-assistenziale ai malati che ne sono affetti. Il Documento ha individuato anche le modalità operative che permettono l’appropriatezza delle cure a partire dal MMG. La Piattaforma Fibrocare, dedicata ai pazienti fibromialgici, è una start up e, come tutte le innovazioni, è in una fase di avvio per creare un modello valutativo, che nel tempo permetterà di raccogliere dati clinici sulla patologia».

Considerato che la fibromialgia non è ancora inserita nei LEA e molti pazienti sostengono direttamente i costi delle cure, la Regione Siciliana intende utilizzare i dati raccolti da Fibrocare anche per definire misure di esenzione, accesso facilitato o modelli di presa in carico dedicati?

«Non potendo creare extra-LEA, la Regione Siciliana deve attendere la necessaria approvazione ministeriale del nuovo DPCM LEA».

La Regione Siciliana punta a rafforzare continuità assistenziale e omogeneità dei percorsi di cura

Il progetto è finanziato con fondi statali e vede l’ASP di Caltanissetta capofila: come sarà garantita l’omogeneità dell’accesso alla piattaforma e agli ambulatori dedicati su tutto il territorio regionale, evitando disuguaglianze tra province?

«La Piattaforma Fibrocare vede coinvolte le ASP e le Aziende sanitarie ospedaliere della Sicilia, alle quali sono già state inviate le indicazioni del Provider per la registrazione sulla piattaforma e la compilazione dei moduli per il consenso, secondo la normativa GDPR vigente. A breve, anche su mia sollecitazione, saranno pienamente integrate nel progetto anche le Asp di Agrigento e di Enna, così da garantire l’omogeneità dell’intervento sull’intero territorio regionale. Non solo le strutture possono caricare i pazienti che visitano, ma anche gli stessi pazienti potranno iscriversi alla Piattaforma e accedere ai test e alle schede disponibili, per un migliore inquadramento diagnostico da parte dello specialista (reumatologo, terapista del dolore, fisiatra, ecc…). Ciò garantirà maggiore omogeneità delle cure, sensibilizzazione verso la patologia, potenziamento di ambulatori dedicati su tutta l’Isola, a favore dell’equità delle cure».

Fibrocare si inserisce nel percorso di sanità digitale regionale: è previsto il collegamento con Fascicolo sanitario elettronico, medicina generale e centri di terapia del dolore per favorire una reale continuità assistenziale del paziente cronico?

«Fibrocare, come detto, è uno strumento tecnologico innovativo, mirato ad un settore assistenziale specifico. La piena maturità operativa in Sicilia anche del Fascicolo Sanitario Elettronico consentirà ai tecnici, quando possibile, di valutare la compatibilità dei due sistemi».

La voce della paziente esperta: un cambio di paradigma

Con Giuseppina Fabio, paziente esperta e persona con fibromialgia partiamo da un presupposto chiaro: la nascita della piattaforma Fibrocare rappresenta già di per sé un riconoscimento istituzionale di una patologia ancora percepita come “invisibile” e un passaggio che «segna un cambio di paradigma: la fibromialgia non è più solo una condizione difficile da inquadrare, ma una patologia che richiede una presa in carico strutturata e multidisciplinare». La raccolta sistematica dei dati è uno degli elementi chiave. Le istituzioni, spiega Fabio, chiedono numeri per valutare l’impatto sanitario ed economico della malattia. «La piattaforma consentirebbe di censire i pazienti, raccogliere informazioni cliniche e mettere a disposizione dati utili anche per la ricerca. Ma c’è anche un aspetto simbolico: registrarsi significa “avere un’identità”, superare la frammentazione di diagnosi parziali e presentarsi con una definizione chiara, quella di paziente fibromialgico».

Giuseppina Fabio

«Il progetto – prosegue Fabio – punta inoltre a integrare tutti i livelli di assistenza: centri di riferimento, strutture territoriali e medici di medicina generale». Proprio il coinvolgimento della medicina del territorio è considerato cruciale per la gestione della cronicità e per evitare che i pazienti restino soli tra diagnosi, terapia e follow-up.

«La piattaforma, una volta a regime – continua l’esperta – dovrebbe permettere teleconsulti, condivisione delle informazioni cliniche e un collegamento diretto tra specialisti e medici di famiglia, facilitando eventuali modifiche terapeutiche e riducendo le discontinuità assistenziali. Un altro elemento centrale è l’area di monitoraggio. I pazienti potranno compilare questionari validati scientificamente, autovalutare l’andamento dei sintomi e condividere i dati con i centri di riferimento. In questo modo, la piattaforma assume anche una funzione educativa e di empowerment, responsabilizzando i pazienti e creando una cartella clinica digitale consultabile nel tempo, utile anche in caso di trasferimento o cambio di centro».

Il ‘sentiment’ dei pazienti e la fibromialgia

Dal punto di vista dei pazienti, le criticità restano tuttavia rilevanti. Le principali riguardano l’accesso ai centri, le liste d’attesa e la continuità delle cure. In quest’ottica l’obiettivo è anche ridurre la pressione sui pochi centri di riferimento e favorire l’accreditamento di un numero più ampio di strutture.

Per i pazienti registrarsi alla piattaforma ha anche un valore simbolico: significa “avere un’identità”

Accanto a questo, emerge anche il tema della diagnosi: se in passato era spesso tardiva, oggi si osserva talvolta il fenomeno opposto, quello della sovradiagnosi, con il rischio di trascurare patologie concomitanti. Per questo, sottolinea ancora Giuseppina Fabio «diventa fondamentale la formazione dei medici, sia di medicina generale sia specialisti, per garantire un corretto inquadramento clinico».

Non mancano criticità organizzative e culturali. Alcuni specialisti, segnala, non prendono in carico pazienti fibromialgici nel servizio pubblico, mentre li visitano in regime privato; altri mettono ancora in dubbio l’esistenza stessa della patologia, nonostante evidenze scientifiche e studi di imaging che documentano alterazioni nei meccanismi centrali della percezione del dolore.

Il ruolo delle associazioni dei pazienti

Sul fronte dei dati, le associazioni dei pazienti rivendicano un ruolo attivo. La cosiddetta “sanità partecipata” prevede il coinvolgimento diretto nei tavoli istituzionali, negli studi clinici e nei board scientifici, portando il punto di vista di chi vive quotidianamente la malattia. Una collaborazione ritenuta essenziale per trasformare le informazioni raccolte in nuove strategie terapeutiche e in un maggiore riconoscimento istituzionale. In conclusione, l’appello di Giuseppina Fabio è duplice: trasformare Fibrocare in un modello nazionale e accelerare il percorso di riconoscimento della fibromialgia nei Livelli essenziali di assistenza. Parallelamente, si chiede un impegno politico per garantire continuità ai finanziamenti e alle progettualità avviate. Per i pazienti, la posta in gioco è chiara: uscire definitivamente dall’invisibilità e costruire un sistema di presa in carico stabile, integrato e riconosciuto.

Al Gemelli ART un videogioco che aiuta bambini e ragazzi ad affrontare la radioterapia

Si chiama Radiotherapy Training Game (RTTraining Game) l’innovativa applicazione digitale dedicata alla preparazione e al supporto dei pazienti pediatrici sottoposti a radioterapia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.

Un’equipe multidisciplinare è impegnata da anni nello sviluppo di un approccio psicosociale alla cura in radioterapia oncologica pediatrica

Il progetto nasce all’interno dell’esperienza clinica del Gemelli ART (Advanced Radiation Therapy), dove un’equipe multidisciplinare composta da medici, tecnici, infermieri e psicologi è impegnata da anni nello sviluppo di un approccio psicosociale alla cura in radioterapia oncologica pediatrica; grazie a interventi psicologici mirati e a progetti innovativi, è stato possibile migliorare significativamente la compliance terapeutica e ridurre il ricorso alla sedazione nei piccoli pazienti.

Maria Teresa Venturini Fendi e l’équipe del Gemelli ART

«RTTraining Game rappresenta un passo importante verso una medicina sempre più centrata sul paziente e supportata da tecnologie innovative – ha dichiarato la Professoressa Maria Antonietta Gambacorta – Integrare strumenti digitali, come un videogioco, nella pratica clinica significa migliorare concretamente l’esperienza terapeutica e i risultati di cura».

«Scienza, tecnologia, gioco, tutte componenti che mi coinvolgono personalmente e che vedo in questo training game interagire come prezioso aiuto medico e psicologico – ha sostenuto Maria Teresa Venturini Fendi – Ammiro l’impegno di Gemelli ART e sono felice che la Fondazione Carla Fendi abbia potuto contribuire a un progetto che può regalare momenti di serenità e di sorrisi a bambini e adolescenti in un percorso difficile, consapevole che donando, partecipando, condividendo si riceve sempre di più di quanto si è dato».

L’App è stata inaugurata nei giorni scorsi alla presenza della Dottoressa Maria Teresa Venturini Fendi, Presidente della Fondazione Carla Fendi, che ha sostenuto il progetto contribuendo in modo determinante alla sua realizzazione, e della Professoressa Maria Antonietta Gambacorta, Direttore del Dipartimento di Diagnostica per Immagini e Radioterapia Oncologica del Policlinico A. Gemelli IRCCS. Alla presentazione sono intervenute la Dottoressa Silvia Chiesa, Responsabile del percorso pediatrico, e la DottoressaElisa Marconi, Psiconcologa e Psicoterapeuta dell’Unità di Psicologia Clinica diretta dalla Professoressa Daniela Chieffo, che seguono i piccoli pazienti del Gemelli ART.

L’iniziativa conferma il ruolo del Gemelli ART quale centro di riferimento per l’innovazione in radioterapia oncologica, capace di coniugare eccellenza clinica, ricerca e attenzione alla dimensione umana della cura.

Il Radiotherapy Training Game

La diagnosi oncologica in età pediatrica rappresenta una condizione ad alto impatto psicologico per bambini, adolescenti e famiglie. In particolare, la radioterapia, pur non essendo invasiva dal punto di vista chirurgico o farmacologico, richiede una forte collaborazione da parte del paziente: è necessario comprendere e tollerare tempi e procedure, mantenere la posizione in stato di immobilizzazione mediante dispositivi specifici e affrontare la separazione dai genitori durante il trattamento, poiché nelle sale di irradiazione non può essere presente nessun accompagnatore.

App RTTraining Game: schermata relativa all’inizio dell’allenamento 1

Questi elementi possono generare elevati livelli di distress psico-fisico, rendendo fondamentale l’introduzione di strumenti innovativi di supporto. Il RTTraining Game nasce proprio per rispondere a questa esigenza, utilizzando il linguaggio del gioco, familiare e non stressante per i più giovani, per accompagnarli nel percorso terapeutico. Il videogioco consente ai pazienti di prepararsi alla radioterapia anche da casa, coinvolgendo familiari e amici e trasformando un’esperienza complessa in un percorso più accessibile e partecipativo.

Il progetto è rivolto a bambini e adolescenti in trattamento presso il Gemelli ART e si propone di offrire un supporto psico-educativo adeguato all’età, migliorando la comprensione del trattamento e favorendo una maggiore adesione terapeutica. Attraverso il coinvolgimento attivo del paziente, il videogioco rafforza l’alleanza terapeutica e promuove una partecipazione più consapevole e serena al percorso di cura. Inoltre, allo stesso tempo, contribuisce a sviluppare empowerment, aumentando il senso di controllo del paziente rispetto alle procedure mediche e alle relazioni con familiari e operatori sanitari. Il videogioco è accessibile sia all’interno del Policlinico Gemelli sia da remoto, garantendo continuità nel supporto durante tutto il percorso terapeutico.

Il progetto rappresenta una significativa innovazione nel campo dell’oncologia pediatrica: attraverso un approccio ludico e interattivo, mira a migliorare la compliance, ridurre il ricorso alla sedazione, aumentare la soddisfazione dei pazienti e delle famiglie e ottimizzare i tempi e i costi sanitari.

Robotica, realtà virtuale e neurotecnologie relazionali: lo sguardo centrato sulla persona

Robotica avanzata che accompagna il recupero del cammino, ambienti virtuali che allenano il cervello, tecniche capaci di raggiungere strutture cerebrali profonde senza bisturi. Queste alcune delle frontiere a cui guardano la neuromodulazione e le neurotecnologie nello scenario di ricerca, delineato durante il I Congresso nazionale della Italian Society of Neuromodulation and neuroTechnologies (ISNeT), tenutosi presso la Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma.

Robotica nella riabilitazione

L’uso di dispositivi robotici di assistenza alla deambulazione, affiancati alla fisioterapia tradizionale, aumenta significativamente le probabilità che un paziente post-ictus recuperi un’andatura autonoma su superfici piane. È la conclusione di una recente revisione sistematica Cochrane che ha analizzato oltre cento studi clinici, confermando come questi sistemi riducano la dipendenza fisica dal terapista, senza ridurre la qualità del recupero rispetto ai metodi tradizionali. I risultati spingono verso una progressiva integrazione della robotica nei percorsi riabilitativi neurologici, con la consapevolezza che le sfide non sono solo tecnologiche: la formazione degli operatori, la sostenibilità organizzativa e l’adattamento ai modelli di cura esistenti restano variabili determinanti per il trasferimento su larga scala.

Realtà virtuale, quali benefici?

Ambienti digitali interattivi che simulano movimenti quotidiani, graduabili per difficoltà e ripetibili senza rischi. La realtà virtuale applicata alla riabilitazione post-ictus mostra benefici modesti ma significativi rispetto alle terapie convenzionali, in particolare per la coordinazione degli arti superiori e l’equilibrio. Lo conferma un’aggiornata revisione sistematica Cochrane che ha esaminato 190 studi clinici, rilevando anche un impatto positivo sulla qualità di vita percepita dai pazienti. Inoltre, la simulazione di contesti ecologicamente validi favorisce motivazione e apprendimento motorio in modo più naturale rispetto all’esercizio tradizionale. La ricerca presentata al congresso ha mostrato anche applicazioni diagnostiche: compiti motori in ambiente virtuale possono rivelare marcatori sensorimotori precoci nel continuum della malattia di Alzheimer, aprendo prospettive nuove per la valutazione cognitiva.

«Le prove scientifiche finora raggiunte ci spingono a implementare gli studi in questi ambiti in cui l’integrazione della tecnologia nei percorsi di cura standard sembra favorire anche un miglioramento funzionale», afferma il Professor Giacomo Koch, Ordinario dell’Università di Ferrara e della Fondazione Santa Lucia IRCCS, Co-responsabile scientifico del Congresso e Presidente della ISNeT.

Stimolazione cerebrale profonda senza chirurgia: la frontiera della tTIS

Raggiungere strutture cerebrali profonde senza ricorrere all’intervento neurochirurgico: è l’obiettivo della Transcranial Temporal Interference Stimulation (tTIS), una delle tecniche più innovative presentate nella sessione plenaria. Attraverso l’interferenza di due campi elettrici ad alta frequenza applicati esternamente al cranio, la tTIS genera una stimolazione selettiva nelle aree bersaglio profonde, bypassando il limite delle tecniche non invasive convenzionali, confinato per lo più alla corteccia superficiale. Le evidenze preliminari su funzioni cognitive e motorie in soggetti sani e in pazienti neurologici sono promettenti, e la tecnica è oggi oggetto di ricerca traslazionale in più centri internazionali. Le sue potenziali applicazioni spaziano dal Parkinson alle demenze, fino alla riabilitazione di lesioni che coinvolgono strutture sottocorticali.

Il furto dei pensieri e le neurotecnologie relazionali

Come si progetta una neurotecnologia che sia non solo efficace, ma rispettosa della dignità e dell’autonomia della persona? È la domanda con cui la sessione plenaria si è chiusa, affrontando il tema delle neurotecnologie “relazionali”: dispositivi progettati per mantenere al centro la qualità della relazione terapeutica, la sicurezza del paziente e la sua esperienza soggettiva, anche quando la tecnologia interviene direttamente sul sistema nervoso.

L’emergere delle neurotecnologie impone una riflessione etica che è stata affrontata durante la due giorni a Roma. Al centro del dibattito globale si colloca, anche, il tema della libertà cognitiva, cioè il diritto di ognuno di gestire autonomamente le proprie facoltà mentali e di respingere qualsiasi forma di manipolazione esterna. Questa protezione si estende alla privacy mentale, necessaria per garantire che i segnali neurali e i pensieri più profondi restino inaccessibili a terzi, e all’integrità mentale, che difende lo stato psicologico e le funzioni cognitive da alterazioni forzate tramite dispositivi tecnologici. L’obiettivo primario è preservare l’agency umana, assicurando che le decisioni e i comportamenti rimangano frutto di una volontà libera e non influenzata da interferenze digitali. Non si tratta di fantascienza. Le Nazioni Unite hanno già evidenziato, nel recente rapporto sull’uso delle nuove tecnologie, come i tradizionali diritti alla privacy e alla libertà di pensiero siano messi a rischio da queste innovazioni.

«La tecnologia è uno strumento al servizio della persona, non il contrario»

«La ricerca normativa si sta già muovendo verso tutele legali concrete, come un rafforzamento del consenso informato, la protezione dei consumatori che utilizzano dispositivi non sotto il controllo medico e l’adozione di protocolli di sicurezza informatica e minimizzazione dei dati. Tutte misure indispensabili per prevenire fenomeni critici come il brain-hacking, ossia lo sfruttamento delle vulnerabilità delle interfacce cervello-computer (BCI) da parte di malintenzionati o criminali informatici, e l’uso improprio delle informazioni cerebrali», osserva la Professoressa Sofia Straudi, Professore Associato e Direttore della Scuola di Specializzazione di Medicina Fisica e Riabilitativa, Università degli Studi di Ferrara, Tesoriere ISNeT.

«L’innovazione tecnologica in neurologia e psichiatria deve essere guidata da un principio fondamentale: la tecnologia è uno strumento al servizio della persona, non il contrario. Consenso informato robusto, protocolli etici condivisi e sicurezza dei dati neurali non sono optional: sono la condizione perché queste tecniche abbiano un futuro nella pratica clinica ordinaria», aggiunge il Professor Giacomo Koch.

La salute del cervello e la ISNeT Academy

Sullo sfondo delle due giornate congressuali, il tema della salute del cervello come sfida di salute pubblica. Le stime globali parlano di una perdita di produttività di 2,5 trilioni di dollari correlata a tutte le patologie neurologiche. In Europa, i costi dei disturbi neurologici sono stimati in circa 300 miliardi di euro, con demenza e ictus tra le voci principali. Per affrontare il problema le tecnologie e la scienza non bastano e occorrono politiche pubbliche, in grado di proteggere il cervello, ridurre i rischi ambientali e sociali e costruire sistemi sanitari resilienti. L’European Academy of Neurology (EAN) ha promosso la Strategia per la Salute del Cervello, che rappresenta un cambio di paradigma nel contrasto all’impatto globale delle patologie neurologiche. I principali determinanti indicati dall’organizzazione europea per mantenere un cervello sano sono suddivisi in tre categorie principali: preservare, proteggere e prevenire, e pianificare. Anche a questi orizzonti guarda la nascita della ISNeT Academy all’interno della Società scientifica per alimentare un dialogo multidisciplinare tra medici, clinici, professionisti sanitari e ingegneri biomedici e tradurre le evidenze in standard formativi certificati accessibili su scala nazionale.

«Abbiamo bisogno che la ricerca e la clinica parlino la stessa lingua e che gli standard di formazione in neuromodulazione siano omogenei sul territorio. L’ISNeT Academy nasce per colmare questo gap: costruire competenze certificate, aggiornate sulle evidenze e condivise tra le diverse professioni che si occupano di salute del cervello», conclude la Dottoressa Graziella Madeo, Neurologa e Direttrice Medica Brain&Care Group, Segretario generale ISNeT, Co-responsabile scientifico del Congresso.

Sanità sotto pressione: cresce la violenza contro chi cura

Crescono, si moltiplicano e in molti casi restano invisibili. Le aggressioni ai danni di medici, infermieri e operatori socio-sanitari non sono più episodi isolati, ma un fenomeno strutturale che attraversa l’intero sistema sanitario. A certificarlo è la relazione 2025 dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie (ONSEPS), che restituisce una fotografia nitida in cui la violenza è ormai parte del quotidiano, soprattutto nell’emergenza-urgenza.

I numeri raccolti a livello regionale sulla violenza verso gli operatori sanitari parlano chiaro, pur con tutte le difficoltà di monitoraggio. In Emilia-Romagna si contano oltre 2.700 episodi in un anno, in Campania più di 300 segnalazioni con centinaia di operatori coinvolti, mentre anche realtà più piccole registrano decine di casi, segno di una diffusione capillare del fenomeno. Si tratta con ogni probabilità di una sottostima, perché molte aggressioni non sono denunciate.

Chi aggredisce un operatore sanitario, anche solo a parole, danneggia se stesso, perché contribuisce a erodere un servizio pubblico di cui prima o poi avrà bisogno

A essere colpiti sono soprattutto gli infermieri, seguiti da medici e operatori socio-sanitari. Le vittime sono in larga parte donne e gli episodi si concentrano nei luoghi più esposti alla pressione assistenziale come pronto soccorso, reparti di degenza, servizi territoriali ad alta complessità. Nella maggioranza dei casi la violenza è verbale, ma non mancano le aggressioni fisiche e i danneggiamenti. A preoccupare non è solo la frequenza, ma anche la natura delle aggressioni. Nella maggior parte dei casi l’autore è lo stesso paziente o un familiare, spesso nelle lunghe attese. Un dato che sposta il tema dalla sicurezza alla relazione di cura e all’organizzazione dei servizi.

Negli ultimi anni il legislatore è intervenuto con norme più severe, introducendo nuove tutele e sanzioni, ma il report ONSEPS sottolinea con chiarezza che la risposta non può essere solo repressiva. Servono prevenzione, formazione, migliori condizioni di lavoro e un cambiamento culturale che restituisca valore e rispetto a chi opera in sanità.
Partiamo da qui e ne parliamo a TrendSanità con Alessandro Riccardi, Presidente SIMEU (Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza).

Dal Piano alla realtà e lo stato dell’arte

«L’attuazione del Piano Nazionale, basato sulla Raccomandazione n. 8 del Ministero della Salute, procede a macchia di leopardo, con forti differenze da regione a regione e grandi dipendenze dalle risorse disponibili», spiega Riccardi. «Molte aziende sanitarie hanno inserito il rischio aggressione nei loro documenti di sicurezza, ma nella pratica le misure concrete sono ancora parziali. Molte strutture non hanno ancora sistemi di segnalazione efficaci e il personale spesso percepisce le procedure come una perdita di tempo, quindi rinuncia a denunciare. Come SIMEU vogliamo segnalare alcune esperienze positive, regioni che hanno scelto di combattere davvero questo problema. Il Piemonte, ad esempio, sta discutendo una legge che renderebbe la Regione stessa parte attiva nelle denunce per aggressioni agli operatori sanitari. La Liguria si sta muovendo nella stessa direzione.

Alessandro Riccardi

Chiedere a chi è stato aggredito di gestire da solo denuncia e iter legale, contro persone che sanno dove lavora e come raggiungerlo, è spesso troppo. Il risultato è che molti rinunciano. Per questo speriamo che sempre più regioni scelgano di stare dalla parte dei propri operatori. Va ricordato che esiste già una legge che prevede la denuncia d’ufficio e un’azione immediata contro chi aggredisce il personale sanitario. Sarebbe utile confrontare le denunce effettivamente sporte con il numero reale di aggressioni. Già questa analisi potrebbe aiutare a capire se la norma viene davvero applicata, e la sua applicazione potrebbe già da sola scoraggiare molti aggressori».

Formazione, gestione del conflitto e preparazione degli operatori

«C’è una distanza importante tra quello che si impara in aula e quello che si può fare davvero sul campo», sottolinea il presidente SIMEU. «Gli operatori ricevono formazione su come disinnescare le situazioni di tensione e gestire i conflitti, ma in un Pronto Soccorso sovraffollato e sotto organico, il tempo e la lucidità per mettere in pratica queste tecniche semplicemente non ci sono. Quando un infermiere deve occuparsi da solo di decine di pazienti in attesa, parlare con calma ed empatia diventa quasi impossibile.
Resta però un punto fondamentale: gli operatori sanitari sono professionisti della salute, non agenti di sicurezza. SIMEU chiede interventi che garantiscano loro la possibilità di andare al lavoro e fare il proprio mestiere senza paura di essere insultati o aggrediti».

Sicurezza e collaborazione con le forze dell’ordine

Prosegue Riccardi: «La presenza della polizia negli ospedali ha migliorato la risposta nei momenti di crisi, ma molti presidi non garantiscono la copertura nelle ore notturne, proprio quelle statisticamente più a rischio. Inoltre, i presidi di polizia sono quasi sempre nelle grandi città, mentre molti ospedali minori restano sguarniti.
Quanto alle nuove norme (Legge 171/2024), arresto in flagranza differita, denuncia d’ufficio, pene più severe rappresentano passi avanti importanti sul piano legale. Vorremmo però poter valutare l’effettiva applicazione su scala nazionale. Il limite è che molte aggressioni avvengono da parte di persone sotto l’effetto di alcol o sostanze e, in quelle condizioni, la paura di una sanzione penale semplicemente non esiste.

Sovraffollamento, carenze di personale e tempi di attesa sono i motori della violenza nei pronto soccorso

In questi casi, la formazione del personale nella gestione di pazienti in stato alterato e la possibilità di intervenire con sedazione farmacologica nei casi più gravi rappresentano una tutela concreta, prima di tutto per i pazienti stessi. Non è un tema secondario perché ancora oggi si registrano decessi di pazienti con stati di agitazione intensa, spesso a causa di manovre scorrette come la contenzione fisica in posizione prona o senza adeguato controllo dei sintomi».

Comunicazione e relazione di cura come strumenti di prevenzione

«Per SIMEU, la comunicazione è a tutti gli effetti uno strumento clinico e di sicurezza. Schermi con i tempi di attesa, spiegazioni chiare su come funziona il triage: queste cose riducono l’ansia e la frustrazione di chi aspetta. Anche la presenza dei familiari è un tema delicato: può essere rassicurante per il paziente, ma se non è regolamentata rischia di aumentare il caos. La comunicazione deve essere corretta, equilibrata e professionale. L’operatore deve saper leggere i segnali di tensione e adattare il proprio approccio anche se, spesso, il livello di aggressività è tale da rendere vano qualsiasi tentativo.

Per SIMEU, la comunicazione è a tutti gli effetti uno strumento clinico e di sicurezza

C’è anche un altro aspetto che vale la pena sottolineare: chi aggredisce un operatore sanitario, anche solo a parole, danneggia se stesso, perché contribuisce a erodere un servizio pubblico di cui prima o poi avrà bisogno».

Sovraffollamento, carenze di personale e tempi di attesa come fattori di rischio

«Per SIMEU, sovraffollamento, carenze di personale e tempi di attesa sono i veri motori della violenza nei pronto soccorso. Più si aspetta, più la situazione si surriscalda. Il boarding, cioè i pazienti che restano in barella in attesa di un posto letto in reparto, trasforma il Pronto Soccorso in un luogo invivibile, dove la mancanza di privacy e di dignità esaspera i familiari. La carenza di personale abbassa la soglia di resistenza degli operatori, generando un esaurimento che chiude un circolo vizioso: la violenza diventa il sintomo finale di un sistema che fa acqua da tutte le parti».

Conclude Riccardi: «La soluzione strutturale è chiara: restituire ai Pronto Soccorso la loro funzione originale, quella di gestire le emergenze vere, eliminando tutto ciò che non compete loro. Solo così si ridurranno le aggressioni e si restituirà dignità a chi ci lavora, con un beneficio diretto anche per i cittadini».

Hantavirus, il virus che torna a preoccupare

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di Ivana Barberini

L’Hantavirus è tornato al centro del dibattito pubblico dopo il sospetto focolaio individuato a bordo della nave da crociera MV Hondius, dove sono stati registrati alcuni contagi confermati e diversi decessi nel corso di una traversata tra il Sud America e Capo Verde. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avviato indagini epidemiologiche per chiarire l’origine delle infezioni e stabilire se vi sia stata trasmissione da persona a persona, evenienza ritenuta comunque molto rara.
La vicenda ha riportato sotto i riflettori un agente patogeno poco noto al grande pubblico ma da anni tenuto sotto controllo dalle autorità sanitarie di tutto il mondo. In Europa la circolazione dell’Hantavirus riguarda prevalentemente le regioni settentrionali e in Italia, al momento, non emergono casi di infezione e non vi sono ragioni per alimentare allarmismi.

Orfeo Mazzella

Sul fronte politico, tuttavia, le preoccupazioni ci sono. Il senatore Orfeo Mazzella (M5S) ha sollecitato l’adozione di misure preventive urgenti: «Non si tratta di allarmismo, ma di metodo e di scrupolosità. In un mondo globalizzato, dove l’Italia rappresenta un hub cruciale per il turismo internazionale e i collegamenti marittimi, sottovalutare i focolai internazionali significherebbe esporre il nostro Paese a rischi sanitari inaccettabili.

È imperativo rafforzare i controlli nei porti e negli aeroporti, attivare un monitoraggio costante sui passeggeri provenienti dalle zone a rischio e potenziare la rete di sorveglianza epidemiologica nazionale. La salute dei cittadini e la protezione dei più fragili devono essere la priorità».

Ilenia Malavasi

Analoga preoccupazione è stata espressa dalla parlamentare del PD Ilenia Malavasi, che ha presentato un’interrogazione al Ministro della Salute per richiedere trasparenza immediata e una valutazione puntuale dei rischi per il nostro Paese.

«I casi confermati in Europa e negli Stati Uniti e la dispersione dei passeggeri in più nazioni impongono la massima attenzione. Chiediamo di sapere se siano stati attivati protocolli di sorveglianza per i cittadini italiani coinvolti, quali controlli siano previsti in aeroporti e porti, quali strutture ospedaliere siano pronte a gestire eventuali casi e se il Governo intenda coinvolgere gli organismi tecnico-scientifici competenti».

Che cos’è l’Hantavirus

Con il termine Hantavirus si designa un insieme di virus appartenenti alla famiglia Hantaviridae. Il serbatoio naturale è costituito principalmente da roditori selvatici come i topi in grado di eliminare il patogeno attraverso urine, saliva e feci, senza manifestare sintomi evidenti di malattia. La via di trasmissione all’essere umano avviene principalmente per inalazione di particelle virali sospese nell’aria, in particolare negli ambienti chiusi o polverosi dove siano presenti deiezioni di roditori infetti. Meno frequentemente il contagio può verificarsi attraverso morsi, graffi o contatto diretto con materiali contaminati.

Secondo il Ministero della Salute, le patologie associate all’Hantavirus si manifestano in due forme principali: la febbre emorragica con sindrome renale (HFRS), più diffusa in Europa e in Asia, e la sindrome polmonare da Hantavirus (HPS), prevalente nelle Americhe e associata a gravi insufficienze respiratorie.

Perché c’è preoccupazione

Il timore nei confronti dell’Hantavirus deriva dalla capacità di alcune varianti di evolvere rapidamente verso quadri clinici severi. I sintomi iniziali (febbre, dolori muscolari, cefalea, nausea, vomito e stanchezza intensa) sono generici e facilmente confondibili con un’influenza comune e ciò rende complessa una diagnosi tempestiva.
Nella forma polmonare, a distanza di alcuni giorni possono insorgere tosse persistente, difficoltà respiratoria e accumulo di liquidi nei polmoni. In questi casi i tassi di letalità possono raggiungere il 35-38% nelle varianti più gravi.
A pesare sul quadro complessivo c’è anche l’assenza di una terapia antivirale mirata. Il trattamento è essenzialmente di supporto e punta a stabilizzare le condizioni del paziente, sostenere la funzione respiratoria e gestire le eventuali complicanze renali o cardiovascolari.

Va tuttavia precisato che, stando alle valutazioni degli esperti e dell’OMS, il rischio per la popolazione generale rimane basso e la trasmissione interumana è considerata del tutto eccezionale.

OMS conferma otto casi e tre decessi

Sono otto i casi accertati o sospetti legati al focolaio di Hantavirus. Lo ha comunicato il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Ghebreyesus, nel corso di una conferenza stampa, come riferito dalla Bbc. Cinque dei casi sono stati confermati, mentre i restanti tre restano ancora sotto indagine.
Il direttore generale ha inoltre ricordato come, nelle precedenti epidemie da Hantavirus, la trasmissione tra esseri umani si sia verificata soltanto con un contatto prolungato, circostanza che sembrerebbe ricorrere anche in questo caso.

L’OMS ha dichiarato di essere a conoscenza di altre segnalazioni su persone con sintomi compatibili che potrebbero aver avuto contatti con i passeggeri della nave e di essere in costante raccordo con le autorità sanitarie competenti. Tenuto conto che il periodo di incubazione della malattia può estendersi fino a sei settimane, non si esclude la comparsa di nuovi casi nelle prossime settimane. Ciononostante, l’organizzazione internazionale valuta il rischio per la salute pubblica complessivamente come basso.

Come prevenire il contagio da Hantavirus

Le indicazioni di OMS, CDC e Ministero della Salute puntano tutte nella stessa direzione, ridurre al minimo il contatto con i roditori e con i materiali che potrebbero essere stati contaminati. È fondamentale evitare qualsiasi esposizione a urine, saliva e feci di topi e ratti, così come non spazzare né aspirare la polvere in ambienti a rischio, per non disperdere nell’aria eventuali particelle virali. Prima di pulire locali chiusi a lungo inutilizzati, è consigliabile arieggiare per almeno trenta minuti. Durante le operazioni di pulizia e disinfezione è opportuno indossare guanti e mascherina, trattare le superfici con prodotti a base di candeggina e conservare alimenti e rifiuti in contenitori ermetici. Non va trascurato il controllo periodico di eventuali infestazioni da roditori, sia in casa che in ambienti di lavoro.

Gli esperti raccomandano inoltre di rivolgersi tempestivamente a un medico in caso di febbre improvvisa, dolori muscolari e difficoltà respiratorie, soprattutto se si è stati a contatto con roditori o con i loro escrementi.

Verso una sanità partecipata: al Senato il Consensus Paper per una governance appropriata e sostenibile

Una sanità costruita non più soltanto “per” i cittadini, ma “con” i cittadini. È questa la direzione indicata dal Consensus Paper “Verso un Sistema Sanitario Partecipato: consenso per una governance appropriata e sostenibile”, presentato al Senato nel corso dell’incontro promosso dal senatore Guido Quintino Liris insieme ad ALTEMS e UCB.

L’obiettivo è ridefinire la governance del Servizio sanitario nazionale attraverso un coinvolgimento strutturato di cittadini, pazienti e caregiver nei processi decisionali, organizzativi e assistenziali. Un modello che punta a rendere il sistema più equo, sostenibile e vicino ai bisogni reali delle persone, in un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione, dalla crescita delle cronicità e dall’aumento della domanda di salute.
Il documento nasce dal confronto tra istituzioni, comunità scientifica e associazioni di pazienti e si inserisce in un percorso di approfondimento già avviato negli ultimi anni. Alla base vi è l’idea che l’esperienza diretta della malattia sia una forma di conoscenza indispensabile per orientare le politiche sanitarie e i percorsi di cura. Ha avuto in tal senso un ruolo fondamentale il Patient Advocacy Lab, guidato dalla Direttrice Teresa Petrangolini, che ha gestito i lavori dell’evento.

Liris: «La partecipazione leva decisiva contro le disuguaglianze»

Guido Quintino Liris

«La sanità partecipata non riguarda solo l’equità nell’accesso alle cure, ma deve necessariamente confrontarsi con la sostenibilità a lungo termine, con particolare attenzione alle aree interne e ai territori periferici, che affrontano sfide uniche in termini di accessibilità e risorse. In un contesto storico segnato da risorse limitate e da una crescente domanda di salute, è fondamentale adottare modelli in grado di coniugare efficienza, innovazione e responsabilità. Il coinvolgimento attivo dei cittadini, delle comunità locali e delle istituzioni consente di progettare soluzioni più aderenti ai bisogni reali, ottimizzando l’utilizzo delle risorse e riducendo gli sprechi.

Questo processo contribuisce a rafforzare la resilienza complessiva del sistema, anche nelle aree più fragili. In questa direzione, la partecipazione diventa una leva decisiva non solo per ridurre le disuguaglianze territoriali, ma anche per garantire qualità e innovazione delle cure nel lungo periodo, superando le barriere geografiche e strutturali che limitano l’accesso alle persone che vivono nei territori più lontani», dichiara in apertura il Senatore Guido Quintino Liris.

Il ruolo dei pazienti nella governance sanitaria

Al centro del Consensus Paper c’è il concetto di “sanità partecipata”, definita come un processo strutturato e continuativo attraverso cui persone e comunità contribuiscono alle decisioni che riguardano la salute individuale e collettiva. Il documento sottolinea che cittadini e pazienti non devono essere considerati destinatari passivi dei servizi, ma attori attivamente coinvolti nella programmazione, regolazione, erogazione e valutazione delle cure.
 «La trasformazione dei sistemi sanitari contemporanei richiede modelli di governance in grado di rispondere a bisogni di salute sempre più complessi, personalizzati e diversificati. La sanità partecipata si configura pertanto come un paradigma strategico, nel quale cittadini, pazienti e caregiver non sono destinatari passivi dei servizi, ma soggetti pienamente coinvolti nella programmazione, regolazione, erogazione e valutazione della cura. ALTEMS è da sempre impegnata a contribuire all’innovazione della gestione sanitaria e promuove da anni questo modello di partecipazione, integrando i pazienti, la cittadinanza e i professionisti nei processi decisionali», dichiara Giuseppe Arbia, Direttore ALTEMS.

Le norme già introdotte e il nodo del RUAS

Il documento richiama anche il quadro normativo già esistente. L’Atto di indirizzo del Ministero della Salute del 2022 ha definito modalità e criteri per il coinvolgimento delle organizzazioni dei pazienti nei processi decisionali, mentre la Legge di Bilancio 2025 ha formalizzato il loro ruolo nei procedimenti del Ministero della Salute e di AIFA, introducendo il Registro Unico delle Associazioni della Salute (RUAS), che però non è ancora operativo. Tra gli strumenti già avviati è citata anche “AIFA Ascolta”, piattaforma nata per raccogliere le istanze dei pazienti, insieme alla rete dei portatori di interesse dell’Health Technology Assessment coordinata da AGENAS.

Il valore economico della partecipazione

Uno dei dati più significativi riportati nel Consensus riguarda l’impatto economico e sociale della partecipazione. Secondo recenti studi SROI, nel caso dello scompenso cardiaco ogni euro investito nei PROMs, gli strumenti che raccolgono gli esiti riferiti dai pazienti, ha generato 5,55 euro di valore sociale per pazienti e servizi sanitari. Il documento individua inoltre alcuni principi chiave della sanità partecipata: sostenibilità, appropriatezza, efficienza, equità, umanizzazione delle cure, fiducia, trasparenza, informazione, personalizzazione dei percorsi terapeutici e resilienza del sistema sanitario. Secondo il Consensus, la partecipazione può contribuire a ridurre sprechi e ricoveri evitabili, migliorare l’aderenza terapeutica, contrastare la disinformazione sanitaria e rendere i servizi più vicini ai bisogni delle persone.

Per Rocco Bellantone, Presidente dell’Istututo Superiore di Sanità «la vera domanda che il nostro sistema è chiamato ad affrontare non è solo come sostenere l’innovazione, ma come garantire che quell’innovazione arrivi in modo equo e tempestivo a tutte le persone.

È necessario un cambio di sguardo: accanto alla competenza clinica e alla conoscenza scientifica esiste un’altra forma di sapere, quella dell’esperienza vissuta

La sanità partecipata significa esattamente questo: cittadini e associazioni non sono interlocutori occasionali, ma parte stabile dei processi con cui si costruiscono le politiche sanitarie. Non si tratta di consultarli a valle delle decisioni, ma di coinvolgerli mentre quelle decisioni si prendono.»

Le reti oncologiche come modello virtuoso

Tra le esperienze considerate virtuose è citato il coinvolgimento delle associazioni di pazienti nelle Reti oncologiche regionali, promosso da AGENAS, dove gli enti del non profit partecipano ai processi decisionali insieme ai clinici.
«Le Reti Oncologiche Regionali rappresentano uno dei modelli più avanzati di organizzazione integrata dell’assistenza: mettono in relazione strutture, professionisti e servizi, favorendo presa in carico, multidisciplinarietà, appropriatezza e continuità dei percorsi. Il coinvolgimento strutturato delle associazioni dei pazienti, promosso da AGENAS e FAVO, consente quindi di portare dentro la governance delle reti il punto di vista di chi vive concretamente il percorso di cura. È una metodologia partecipativa che rafforza qualità, equità e capacità di risposta del sistema e che, proprio per l’esperienza maturata in oncologia, può diventare una best practice replicabile anche in altre aree terapeutiche», ha aggiunto Manuela Tamburo De Bella.
«Una presa in carico adeguata dovrebbe garantire l’intercettazione del bisogno di salute prima ancora che il paziente cerchi dove andare. Per questo vogliamo identificare il miglior modello organizzativo e di governance alla luce di cinque anni di monitoraggio. Guarderemo anche allo screening e a tutto il settore della prevenzione», conclude.

«La politica deve dare risposte legislative partendo proprio dall’ascolto delle associazioni dei pazienti», afferma l’On. Vanessa Catoi della Commissione Bilancio della Camera. «Il cancro non deve avere colore e soprattutto non deve avere colore politico. In questa legislatura sul tema oncologico abbiamo dato veramente delle risposte dove il valore della partecipazione è stato il punto di partenza. Le Case di comunità non devono rimanere scatole vuote ma gestire sempre più la continuità assistenziale sul territorio. Il malato oncologico deve trovare nel medico di medicina generale una prima attenzione, invece è troppo spesso dirottato direttamente al reparto di oncologia. Con il teleconsulto, ad esempio, il paziente può e deve trovare già nella Casa di comunità una prima risposta. Questo significa stare più vicini ai cittadini e rispondere a un bisogno primario e noi legislatori dobbiamo occuparci anche della continuità della cura.»

Le associazioni: «Coinvolgimento reale e strutturato»

Dal mondo delle associazioni di pazienti arriva infine la richiesta di trasformare il coinvolgimento da consultazione episodica a partecipazione stabile e strutturata.
«Come associazioni di pazienti chiediamo che il coinvolgimento non sia più occasionale o meramente consultivo, ma reale, pieno e strutturato lungo tutto il ciclo delle decisioni sanitarie: dalla programmazione alla valutazione dei servizi. In questa direzione, è necessario dare piena attuazione al RUAS, affinché la partecipazione delle associazioni sia riconosciuta e resa effettiva attraverso strumenti stabili, trasparenti e misurabili. Incoraggiamo pertanto iniziative che permettano alle associazioni di contribuire concretamente ai processi decisionali, come avvenuto nella corrente revisione del Position Paper sui biosimilari. In quella sede ci è stato possibile ribadire il valore della personalizzazione delle cure, della continuità terapeutica e della garanzia della migliore opzione terapeutica, nel rispetto della libertà prescrittiva del medico.

Solo attraverso un coinvolgimento sistematico e istituzionalizzato sarà possibile costruire politiche sanitarie più aderenti ai bisogni delle persone e rafforzare la sostenibilità del SSN

«Stiamo lavorando per ridurre la distanza tra associazioni e politica e quello che chiediamo è l’ascolto, un ascolto che però diventi concretezza», aggiunge Valeria Corazza, presidente APIAFCO.

Un investimento democratico per il futuro del SSN

Il Consensus si chiude con un messaggio chiaro: la sanità partecipata “non è solo una scelta organizzativa, ma un investimento democratico”, necessario per rafforzare il modello universalistico del Servizio sanitario nazionale e costruire un sistema più capace di ascoltare, comprendere e rispondere alle esigenze della popolazione.
Secondo il sentarore Liris infatti «se c’è un ambito dove la nazione può ritenersi al di sopra di tutti gli standard, è la sanità pubblica e dobbiamo essere prima noi a parlare bene della sanità pubblica. Quello che abbiamo è un modello unico nel suo genere, non ce ne sono modelli come quello italiano nel resto del mondo. Un modello universalistico che vede tutto a tutti senza discriminazione di sorta. La sanità partecipata riconosce che cittadini, pazienti, caregiver e associazioni non sono destinatari passivi dei servizi, ma attori da coinvolgere in modo strutturato perché l’esperienza dei pazienti porta informazioni che non troviamo nella letteratura scientifica o nei decreti, ma che sono fondamentali per prendere decisioni.»

Ascoltare i pazienti per cambiare la sanità

 «L’innovazione oggi ci porta a utilizzare strumenti e farmaci che un tempo nemmeno immaginavamo fosse possibile», spiega Filippo Anelli. Presidente FNOMCeO. «Oggi interveniamo su patologie che un tempo erano inguaribili e che in alcuni casi sono addirittura guaribili. Stiamo intervenendo sui meccanismi patogenetici, cioè sulle cause della malattia laddove un tempo utilizzavamo soltanto farmaci per curare i sintomi.
La professione medica sta cambiando radicalmente e un’alleanza stretta con le associazioni dei cittadini e dei malati diventa fondamentale. È vero, siamo oberati di lavoro e ci manca il tempo di parlare con la gente, ma la mancanza di tempo è la sottrazione della parte più nobile della nostra professione, del rapporto medico-paziente. Le competenze sono fondamentali, ma non sono sufficienti. Il tempo della cura diventa uno strumento essenziale, forse più importante dell’innovazione, perché la comunicazione è tempo di cura. Non siamo stati capaci di costruire modelli organizzativi che valorizzassero il tempo come momento essenziale della cura.»

Dirigenza sanitaria, la spinta della Fno Tsrm e Pstrp

Investire nella dirigenza delle professioni sanitarie è una scelta considerata ormai necessaria per garantire qualità, sostenibilità e capacità di innovazione al Servizio sanitario nazionale. È il messaggio rilanciato dalla Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Fno Tsrm e Pstrp) nel corso di un evento tenutosi al Senato della Repubblica, che ha riunito istituzioni, accademia e professionisti.

Al centro del confronto un dato che evidenzia un forte squilibrio strutturale: circa 1,7 dirigenti delle professioni sanitarie ogni 1.000 professionisti, a fronte di modelli europei molto più consolidati. Un divario che, secondo la Federazione, si riflette in modo diretto sulla capacità dei sistemi regionali di programmare, coordinare e innovare i modelli organizzativi.

Rafforzare la dirigenza sanitaria migliora governance e tenuta del SSN

A supporto della rilevanza del tema, il Report 2024 del Sistema di valutazione della performance dei sistemi sanitari regionali della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa evidenzia come i territori con una rete dirigenziale più strutturata registrino migliori esiti di salute e maggiore efficienza nell’erogazione dei servizi.

«Rafforzare la dirigenza delle professioni sanitarie significa dotare il sistema di una capacità di programmazione più solida, rendendolo più rapido ed efficiente nel rispondere ai bisogni di salute dei cittadini. È su questa capacità organizzativa che si gioca oggi una parte decisiva della tenuta dell’intero Sistema salute», ha dichiarato il presidente della Fno Tsrm e Pstrp Diego Catania.

Tre direttrici per il rafforzamento del sistema

La Federazione individua tre assi principali di intervento. Il primo riguarda lo sviluppo strutturale della dirigenza, con la richiesta di piena attuazione del quadro normativo esistente e l’istituzione dei Dipartimenti delle professioni sanitarie integrati nelle direzioni strategiche aziendali, considerati fondamentali per migliorare integrazione e utilizzo delle risorse.

Il secondo asse riguarda il riconoscimento contrattuale, con l’adeguamento delle condizioni economiche e normative, incluso il tema dell’indennità di esclusività, ritenuta necessaria per garantire equità tra le dirigenze e favorire la stabilità dei professionisti nel sistema pubblico.

Il divario europeo impone più competenze e riconoscimento dirigenziale

Il terzo ambito è lo sviluppo delle competenze e della leadership, attraverso un modello articolato su più livelli di crescita professionale e su 11 domini di competenza, costruiti con metodologia Delphi, per rafforzare il governo dei processi assistenziali e organizzativi.

Esperienze e nuovi ruoli organizzativi

Nel corso dell’evento sono state presentate esperienze che evidenziano il contributo della dirigenza anche nei ruoli di direzione socio-sanitaria e nella prevenzione, ambiti in cui il coordinamento delle attività assume un ruolo sempre più centrale nella gestione della complessità dei bisogni di salute.

La Federazione ha infine ribadito la propria disponibilità a collaborare con le istituzioni per tradurre le proposte in interventi normativi e contrattuali, nella convinzione che il rafforzamento della dirigenza rappresenti una condizione chiave per la tenuta e l’evoluzione del Servizio sanitario nazionale.