Home Blog Page 270

Medici, al via i lavori per il nuovo Codice deontologico

Quattro gruppi di lavoro, dedicati ad altrettante aree di riforma del Codice di Deontologia medica: i diritti fondamentali, la comunicazione, le nuove tecnologie, la responsabilità, autonomia e rischio clinico. A individuarli, la Consulta deontologica nazionale, coordinata da Pierantonio Muzzetto, della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi degli Odontoiatri, La Fnomceo, insieme al Board interdisciplinare di deontologia.

I gruppi di lavoro si riuniranno più volte da febbraio a giugno, per raccogliere le proposte di riforma del Codice, da presentare poi in un Convegno a metà luglio. Obiettivo: indicare i contenuti essenziali, le problematiche, le necessità di riforma del Codice; e confrontare tali profili con l’edizione vigente, per integrarne, valorizzarne, modificarne i contenuti. Alla Consulta spetterà poi il compito di riscrittura, sempre confrontandosi con il board e con la società civile. Il nuovo testo potrebbe essere pronto per la fine del 2024.

Il nuovo Codice sarà incentrato sui diritti fondamentali dei cittadini– spiega il presidente della Fnomceo, Filippo Anelliche sono garantiti dalla definizione dei doveri del medico, e di quei suoi diritti che sono funzionali alla tutela di quelli degli assistiti. Ad esempio, il diritto del medico ad esercitare in sicurezza è funzionale alla sicurezza delle cure. Vogliamo innestare alcune novità sull’impianto, ancora valido, del Codice vigente, per meglio garantire tali diritti”.

“Dal convegno di novembre – conclude – sono emerse quattro direttrici sulle quali lavorare: i “nuovi” diritti, come l’autodeterminazione, il pluralismo culturale, la libertà della ricerca e della scienza; la comunicazione, intesa come rapporto medico paziente, con le altre professioni, e con l’esterno; le nuove tecnologie, tra le quali l’intelligenza artificiale, la robotica, la telemedicina; e la responsabilità, autonomia e rischio clinico, che riguarda, tra le altre cose, il conflitto di interesse e il rapporto tra il Codice e la Legge. Si tratta di tematiche che riguardano non solo i medici, ma l’intera società civile. Per questo abbiamo voluto affrontarle aprendoci al confronto con giuristi, ricercatori, rappresentanti dei cittadini, giornalisti”.

Sigarette elettroniche, nuove regole in arrivo fra divieto e prevenzione

0

Con la legge del 10 gennaio del 2005, l’allora ministro della salute Girolamo Sirchia spegneva le sigarette degli italiani, vietando il fumo al chiuso in tutti i locali pubblici. A distanza di tre anni dall’entrata in vigore della norma il numero dei fumatori era già sceso di un milione. Da un’analisi portata avanti dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2020 è emerso che grazie al divieto è sicuramente cresciuta la consapevolezza dei cittadini rispetto ai danni dell’uso del tabacco.

A questo provvedimento cardine ne sono seguiti altri, tra cui, nel 2016, il recepimento della direttiva europea che ha introdotto il divieto di fumo in macchina in presenza di bambini e donne incinte, nei giardini degli ospedali, così come i nuovi pacchetti con le immagini e il testo che coprono il 65% della superficie per avvisare i consumatori dei rischi collegati al fumo. 

In linea con le indicazioni dell’OMS, l’Istituto superiore di Sanità ha affermato che “gli interventi di carattere legislativo rappresentano uno degli strumenti di salute pubblica più efficaci nella lotta al tabagismo. In particolare, le misure che tutelano i non fumatori dal fumo passivo, ovvero i divieti di fumo, hanno effetti positivi sia sui non fumatori che sui fumatori”.

Ora potrebbe toccare alle sigarette elettroniche, nuovo bersaglio dell’azione legislativa del ministro Orazio Schillaci, che ha dichiarato di voler estendere il divieto anche all’aperto in presenza di minori con l’obiettivo di arrivare, nel 2040, a portare al 5% la percentuale dei fumatori fra la popolazione.

Riuscirà la nuova legge a fare da traino a un ulteriore significativo cambiamento? Abbiamo parlato del rapporto fra prevenzione e divieto con Guendalina Graffigna, professore ordinario di Psicologia dei Consumi e della Salute all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Cremona e direttore Centro di Ricerca EngageMinds Hub.

Gli effetti del divieto sulla vendita di sigarette

Dal 2005 al 2020 la legge antifumo ha fatto passare le vendite delle sigarette tradizionali da 92.822 tonnellate nel 2005 a 67.460 tonnellate nel 2018, con una diminuzione pari al 27,3%. Il tutto è successo però nei primi tre anni dall’entrata in vigore della legge, che ha portato ad una diminuzione costante del numero di fumatori che nel 2008 erano scesi fino a rappresentare il 22% della popolazione (26,4% gli uomini, 17,9% le donne). Si trattava probabilmente di un fenomeno legato a quei fumatori che, intenzionati a smettere, avevano trovato nell’entrata in vigore della nuova legge e dei suoi divieti una spinta alla cessazione. La spinta, infatti, non ha retto negli anni successivi: le percentuali di fumatori rilevate nel 2008 sono infatti assolutamente sovrapponibili a quelle registrate nel 2019.

La comparsa sul mercato negli ultimi anni dei prodotti alternativi alla sigaretta tradizionale non ha contribuito a ridurre la prevalenza dei fumatori

Secondo l’analisi dell’ISS la diminuzione nelle vendite delle sigarette tradizionali registrata dal 2005 al 2020 è sicuramente attribuibile da una parte ad una variazione nei consumi (il 18,3% dei fumatori consuma sigarette rollate a mano), ma anche all’ingresso sul mercato di nuovi prodotti quali le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato. Nel 2019, il consumo (prevalente o occasionale) di sigarette elettroniche contenenti nicotina ha riguardato il 4,6% dei fumatori, mentre quello di prodotti a tabacco riscaldato il 3,5%. La comparsa sul mercato negli ultimi anni dei prodotti alternativi alla sigaretta tradizionale non ha contribuito a ridurre la prevalenza dei fumatori. Infatti, i consumatori di sigarette elettroniche o di sigarette a tabacco riscaldato sono fondamentalmente fumatori duali o non fumatori. Sempre dall’analisi del 2020 dell’Istituto Superiore di Sanità è emerso che gli utilizzatori (abituali e occasionali) di sigaretta elettronica sono l’1,7% degli italiani (circa 900 mila persone) e di questi circa l’80% sono fumatori, dunque consumatori duali che fumano la sigaretta tradizionale contemporaneamente alla sigaretta elettronica, e che i prodotti a tabacco riscaldato sono utilizzati dall’1,1% degli italiani (circa 600 mila persone).

Di fronte ad una forma di divieto, le persone percepiscono inconsciamente frustrazione: tendenzialmente a nessuno di noi piace essere messo davanti a un limite – ha spiegato la professoressa Graffigna –. Le persone fortemente dipendenti e non in grado di elaborare razionalmente l’utilità sociale del divieto sono portate a sviluppare la cosiddetta ‘reattanza’, che si manifesta con tutti quei comportamenti di ribellione vera e propria verso il divieto oppure tramite la messa in atto di strategie per aggirare la regola”.

Diverso invece è l’impatto che una nuova restrizione avrà psicologicamente sulle fasce della popolazione che, per motivi diversi, non aveva ancora contratto il vizio del fumo: “I più giovani e le persone che ancora non hanno messo in atto il comportamento su cui agisce il vietato avranno un impatto benefico molto forte. L’azione infatti tenderà a venire fortemente inibita, scoraggiata e valutata come più nociva di come veniva percepita prima dell’entrata in vigore della norma”.

Dove vuole arrivare la nuova legge

Lo scopo dichiarato è di creare una “generazione libera dal tabacco” entro il 2040

Il ministro Schillaci, con il suo piano di arrivare al 5% dei fumatori nel 2040, ha deciso di prendere di mira anche i consumatori di tabacco elettronico, con l’obiettivo di far entrare in vigore le nuove restrizioni nell’ottobre 2023. Per gli “svapatori” e per i consumatori di prodotti del tabacco riscaldato, se la legge verrà approvata, fumare diventerà vietato anche in altri luoghi all’aperto, in presenza di minori e donne incinte, oltre che nei luoghi chiusi. Sarà anche proibita la pubblicità dei nuovi prodotti contenenti nicotina e dei dispositivi per consumare il tabacco riscaldato. In sostanza, sarà fatta un’estensione della legge Sirchia, che ha da poco festeggiato il suo 20esimo anniversario, anche per tutti quei prodotti venduti come l’alternativa più salutare alla sigaretta tradizionale.

“Dovranno essere adottate misure atte a garantire a tutti i cittadini la massima tutela della salute, fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività – ha annunciato il Ministro in Commissione Affari sociali della Camera –, tenendo conto della costante crescente diffusione nel mercato di nuovi prodotti e delle sempre più numerose evidenze sui loro possibili effetti dannosi per la salute”.

L’obiettivo dichiarato è quello di creare una “generazione libera dal tabacco” entro il 2040, in accordo con gli obiettivi del Piano Europeo contro il cancro 2021.

Leggi ed engagement, le basi per una corretta prevenzione

Il piano antifumo, secondo gli esperti, non dovrebbe essere l’unica misura a disposizione del governo per agire efficacemente sulla prevenzione dei comportamenti a rischio per la salute, come il fumo o l’abuso di alcol.

È fondamentale far capire alle persone che sono artefici della propria salute

“I divieti sono sicuramente utili a tutelare i non fumatori e a creare una consapevolezza sociale della reale pericolosità di alcuni comportamenti. Questo provvedimento sarà sicuramente positivo perché cambierà la rappresentazione sociale della sigaretta elettronica – ha aggiunto la docente di psicologia dei consumi e della salute, Graffigna –: da un punto di vista psicologico la sigaretta elettronica oggi è percepita come meno nociva. Imporre un divieto porterà invece l’opinione pubblica a problematizzarne molto di più la rappresentazione, insinuando la presenza di dubbi e di elementi di rischio”.

D’altro canto, scoraggiare e vietare i comportamenti a rischio per la salute non dovrebbero essere le uniche frecce all’arco della prevenzione, per quanto efficaci. Secondo Graffigna, che dirige un centro di ricerca sull’engagement che sono in grado di raggiungere le varie campagne di comunicazione legate a vari temi fra cui la salute, è necessaria una strategia multidisciplinare: “Il concetto di engagement si applica anche alla prevenzione perché è fondamentale far capire alle persone che sono artefici della loro stessa salute. Non si può parlarne solo a posteriori perché i divieti non basteranno, da soli, a non farci ammalare”.

L’azione legislativa, insomma, non può e non dovrebbe limitarsi ad agire in acuzie, ma programmare una campagna di prevenzione che inizia dalla scuola dell’obbligo e educa il cittadino a farsi parte attiva della propria salute.

Consultazione pubblica su piattaforma multistakeholder per migliorare le sperimentazioni cliniche nell’UE

Il 3 febbraio 2023, l’EMA, i direttori delle agenzie per i medicinali (HMA) e la Commissione europea (CE) hanno avviato una consultazione pubblica sulla creazione di una piattaforma multistakeholder per migliorare le sperimentazioni cliniche nell’Unione europea (UE). La piattaforma multi-stakeholder è un risultato dell’iniziativa congiunta Accelerating Clinical Trials in the EU (ACT EU).

Gli studi clinici di successo necessitano della collaborazione di un’ampia gamma di stakeholder. La creazione di una piattaforma comune incoraggerà le interazioni tra gli stakeholder a livello dell’UE, promuovendo una consapevolezza condivisa e consentendo un’azione concertata per migliorare il panorama delle sperimentazioni cliniche a vantaggio dell’innovazione e di tutti i cittadini europei.
Le parti interessate sono invitate a inviare i loro commenti sull’ACT EU multi-stakeholder platform concept paper, dare consigli sulle priorità chiave per la discussione ed esprimere il loro interesse ad aderire alla piattaforma tramite un modulo online fino al 3 marzo 2023 a mezzanotte.

L’esperienza con la pandemia di COVID-19 ha dimostrato la necessità di accelerare il cambiamento e l’innovazione nel modo in cui le sperimentazioni cliniche sono progettate, regolamentate e condotte per massimizzare la loro efficienza e migliorare l’accesso dei pazienti alle cure. La piattaforma multi-stakeholder stimolerà le discussioni nel panorama della ricerca clinica, faciliterà l’evoluzione dei metodi e degli approcci della sperimentazione clinica, aiuterà a identificare le aree di miglioramento e le soluzioni pratiche per consentire e guidare il cambiamento.

I partecipanti alla piattaforma si incontreranno regolarmente per discutere le priorità e saranno supportati da gruppi tematici responsabili delle discussioni tecniche. A seguito della consultazione pubblica, nel secondo trimestre del 2023 si terrà una riunione di avvio.

ACT EU

ACT EU è una collaborazione tra CE, HMA ed EMA che mira a trasformare il modo in cui le sperimentazioni cliniche vengono lanciate, progettate ed eseguite. L’iniziativa è stata lanciata nel gennaio 2022 e mira a far crescere ulteriormente l’UE come punto focale per la ricerca clinica, a promuovere lo sviluppo di medicinali di alta qualità, sicuri ed efficaci e a integrare meglio la ricerca clinica nel sistema sanitario europeo. ACT EU presenta dieci aree di azione prioritarie che costituiscono la base del piano di lavoro ACT EU 2022-2026 workplan.

Tumori, in Europa una morte su tre è associata a povertà e bassa istruzione

In Europa il 32% delle morti per cancro negli uomini e il 16% nelle donne sono associati alle disuguaglianze socioeconomiche, in particolare a bassi livelli di istruzione e reddito. Le persone meno istruite e più povere adottano stili di vita scorretti, eseguono con scarsa frequenza gli screening, non accedono ai sistemi sanitari e troppo spesso arrivano alla diagnosi di tumore in fase già avanzata. Queste disparità sono meno evidenti nei Paesi che presentano sistemi sanitari universalistici come il nostro, in grado di garantire le cure a tutti. L’Italia, però, deve colmare il divario nell’adesione ai programmi di screening che ancora permane fra Nord e Sud. Serve un grande piano di sensibilizzazione per recuperare queste lacune. Inoltre, nel nostro Paese, più del 50% del tempo di ogni visita oncologica è assorbito da adempimenti burocratici. Per questo gli specialisti chiedono di assumere personale che possa occuparsi di questi aspetti. Solo così avranno più tempo a disposizione per visitare i pazienti. La richiesta viene dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) nel Convegno nazionale “Close the Care Gap” oggi al Senato, con gli interventi del Ministro della Salute, Prof. Orazio Schillaci, e del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), Prof. Silvio Brusaferro. Il Convegno si svolge alla vigilia della Giornata Mondiale contro il Cancro (World Cancer Day), che si celebra il 4 febbraio. L’obiettivo dell’evento è proprio sensibilizzare i cittadini sulle differenze nell’accesso alle cure.

“In tutto il Pianeta, ogni anno, si stimano 18 milioni di nuovi casi di tumore e sono quasi 10 milioni i decessi – afferma Saverio Cinieri, Presidente AIOM -. In uno studio pubblicato recentemente, è stato evidenziato che, in Europa, il rischio di morire di cancro aumenta progressivamente al diminuire del livello socioeconomico. Le neoplasie che più risentono del gradiente sociale sono quelle del polmone, stomaco e cervice uterina. Più si comprendono i processi biologici, i fattori di rischio e i determinanti della salute che favoriscono l’insorgere dei tumori, più efficaci diventano la prevenzione, la diagnosi e il trattamento. Vanno contrastati i principali fattori di rischio, tenendo conto di tutti i determinanti della salute, tra cui istruzione e status socioeconomico. Serve una visione a 360 gradi, che includa anche le condizioni di disagio dei cittadini, per non lasciare indietro nessuno”.

In Europa circa un terzo delle morti per tumore negli uomini è associato a disuguaglianze socioeconomiche (si arriva a quasi la metà nell’Europa dell’Est), per le donne questa proporzione è uno a sei (una su quattro nell’Europa dell’Est). “L’Italia, come altri Paesi mediterranei, sembra soffrire meno delle disuguaglianze sociali nei tumori – continua il Presidente Cinieri -. Ma vi sono aree su cui servono interventi urgenti, a partire dalla sensibilizzazione dei cittadini sui corretti stili di vita. Nel 2022, in Italia, sono state stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro. Il 40% dei casi può essere evitato agendo su fattori di rischio modificabili. In particolare il fumo di tabacco è il principale fattore di rischio, associato all’insorgenza di circa un tumore su tre e a ben 17 tipi di neoplasia, oltre a quella del polmone. Le differenze sociali nel fumo, che vedono più esposte le persone con minori risorse economiche o basso livello di istruzione, nel nostro Paese si mantengono nel tempo ampie e significative, a fronte di una riduzione che coinvolge di più gli individui meno svantaggiati”.

Nel 2021 l’abitudine tabagica fra i cittadini che dichiarano di affrontare molte difficoltà economiche ad arrivare alla fine del mese è stata pari al 37% e analoga a quanto si osservava nel 2008, mentre fra chi non ha problemi finanziari la quota di fumatori è scesa dal 27% al 20% fra il 2008 e il 2021. Non solo. “Secondo stime del ‘World Cancer Research Fund’, il 20-25% dei casi di tumore è attribuibile a un bilancio energetico troppo ricco, legato al binomio eccesso ponderale e sedentarietà – sottolinea Francesco Perrone, Presidente eletto AIOM -. In Italia, il 31% dei cittadini è sedentario e il 10% è obeso, ma queste percentuali raggiungono, rispettivamente, il 45% e il 17% fra coloro che sono in difficoltà economiche o presentano un basso livello di istruzione. È necessario potenziare le azioni volte a diffondere l’adozione consapevole di uno stile di vita sano e attivo in tutte le età, integrando cambiamento individuale e trasformazione sociale, attraverso lo sviluppo di programmi di promozione della salute”.

Servono più sforzi anche per implementare i programmi di screening. “Nel 2021 – continua il Prof. Perrone – si è osservato un ritorno ai dati pre-pandemici per quanto riguarda la copertura dei programmi di prevenzione secondaria. Ma non basta, perché restano ancora troppe differenze regionali. In particolare, nel 2021, al Nord i valori di copertura della mammografia hanno raggiunto il 63% rispetto al 23% al Sud. Per lo screening colorettale (ricerca del sangue occulto nelle feci) il dato è del 45% rispetto al 10%. Nello screening cervicale, al 41% delle Regioni settentrionali fa da contraltare il 22% di quelle meridionali. Il divario Nord-Sud era già evidente prima della pandemia, ma molte Regioni meridionali non sono ancora riuscite a recuperare i ritardi accumulati durante l’emergenza sanitaria. È necessario un impegno straordinario per migliorare i livelli di adesione in queste aree. Per quanto riguarda, ad esempio, la ricerca del sangue occulto nelle feci per l’individuazione del tumore del colon-retto si può prevedere il coinvolgimento dei farmacisti. Per colmare il divario territoriale, la nostra società scientifica lancerà nelle prossime settimane una grande campagna di sensibilizzazione rivolta alle Regioni del Sud”.

Un’altra forte criticità, che rischia di compromettere la qualità delle cure, riguarda gli adempimenti burocratici che assorbono più della metà del tempo di ogni visita oncologica. “Una ricerca svolta in 35 strutture ospedaliere, per un totale di 1469 pazienti visitati, ha mostrato che, durante un appuntamento, per 11 minuti dedicati alla visita della persona, ulteriori 16 vengono spesi per la compilazione di moduli, prenotazione di appuntamenti, visite, esami, letti e poltrone per ricoveri o day hospital, prescrizioni, invio di e-mail – spiega Rossana Berardi, membro del Direttivo Nazionale AIOM -. Un dato che probabilmente è addirittura sottostimato, perché molti centri dedicano giorni fissi a queste attività”.

La scarsità dei clinici è diventata una vera emergenza, causata da molti fattori: la pandemia, il numero chiuso delle Facoltà di Medicina mantenuto per troppi anni, l’alto numero di pensionamenti e il blocco del turnover – continua la Prof.ssa Berardi –. Le Regioni potrebbero affrontare questa situazione e liberare i clinici dalle attività burocratiche. Come AIOM proponiamo un modello di affiancamento di nuovo personale agli oncologi. Figure amministrative e paramediche, biologi o data manager in grado di supportare il personale sanitario durante le visite, per accorciarne la durata e aumentarne il numero. Meno tempo dedicato a compilare moduli significa più ore a disposizione per le visite dei pazienti. Si tratta di una soluzione concreta, con effetti immediati e misurabili sull’emergenza, che comporterebbe una valorizzazione del lavoro del clinico e una ricaduta positiva su tutto il sistema”.  

Il numero chiuso nelle Facoltà di Medicina è stato la regola per anni e oggi ne paghiamo il prezzo – conclude il Presidente Cinieri -. Ci vorranno anni perché i nuovi iscritti possano iniziare a lavorare e a coprire il vuoto che si è creato. Mancano medici di famiglia, professionisti nei Pronto Soccorso e nei reparti ospedalieri, specialisti negli studi. Nei prossimi anni, molti clinici oggi attivi andranno in pensione. È necessario attivarsi con proposte concrete di politica sanitaria. Sollevare i medici dalle attività amministrative permetterebbe di tamponare la situazione prima che si aggravi ulteriormente. Chiediamo maggior attenzione per affrontare la pandemia di cancro, più spazi fisici e più professionisti in staff, comprese figure di aiuto come gli psiconcologi, data manager e case manager”.

Rinnovo contratto medici e sanitari: al via le trattative

Ieri mattina, presso la sede Aran, si sono aperte le trattative per il rinnovo del contratto di lavoro 2019-2021 di 120.000 dirigenti medici, veterinari e sanitari che, di certo, seguiranno lo svolgimento dei lavori con la massima attenzione. Un tavolo che, alla partenza, ha fatto registrare una condivisione di intenti significativa e di buon auspicio per una positiva chiusura in tempi ravvicinati.

I dirigenti medici, veterinari e sanitari, che hanno dovuto affrontare una pandemia in condizioni difficili, meritano un contratto che tenga conto del contesto di lavoro profondamente cambiato.  

Il Servizio Sanitario Nazionale si trova dinanzi ad un bivio: se si intende salvarlo, è necessario bloccare la fuga dei medici dagli ospedali e i sanitari dai servizi pubblici e rendere la sanità pubblica nuovamente attrattiva per i giovani, migliorando le condizioni di lavoro e la qualità della vita del personale. E l’unico strumento oggi a disposizione per raggiungere questi obiettivi è un contratto di lavoro capace di garantire ruolo, anche nella organizzazione del lavoro, carriera e condizioni lavorative coerenti con il valore sociale e civile dell’attività svolta.

Il malcontento dei medici, dei veterinari e dei dirigenti sanitari è diffuso in tutti gli ospedali e presidi territoriali del Paese, ed è dovere delle organizzazioni sindacali rappresentarlo rispondendo alle aspettative della categoria.

Per questo le organizzazioni sindacali ritengono essenziale:

  • garantire l’esigibilità e la corretta applicazione del contratto in tutte le Aziende, affidando nei tempi previsti e con modalità trasparenti gli incarichi professionali anche ai neoassunti, nella prospettiva della progressione di carriera;
  • incrementare il personale anche per ridurre il numero individuale di guardie e pronte disponibilità notturne e festive e rispettare il diritto al riposo, sancito da leggi nazionali ed europee;
  • assicurare all’attività svolta in prestazione aggiuntiva tariffe non inferiori a quelle riconosciute alle cooperative ed ai gettonisti;
  • stanziare risorse extra contrattuali per attualizzare il valore del lavoro di medici, veterinari e sanitari
  • definire il ruolo dirigenziale dei medici e degli altri dirigenti sanitari in formazione specialistica, insieme con l’introduzione di un riconoscimento per i loro “tutor”;
  • impedire alle Aziende l’utilizzo improprio dei fondi contrattuali, garantendo anche il recupero dei residui annuali.

Un CCNL 2019/2021 con tali obiettivi potrà rappresentare un freno alla deriva di sgretolamento del SSN in atto, un primo passo indispensabile per ridare valore al lavoro nella sanità pubblica, insieme sia all’utilizzo di tutte le risorse extracontrattuali già stanziate dalle leggi vigenti, sia allo stanziamento di nuovi finanziamenti aggiuntivi a quelli già definiti per il nuovo contratto, che le organizzazioni sindacali continueranno a chiedere alla politica.

L’alternativa sarebbe dichiarare una volta per tutte il fallimento del Servizio Sanitario Nazionale.

ANAAO ASSOMED – CIMO-FESMED (ANPO-ASCOTI – CIMO – CIMOP – FESMED) – AAROI-EMAC – FASSID (AIPAC-AUPI-SIMET-SINAFO-SNR) – FP CGIL MEDICI E DIRIGENTI SSN – FVM Federazione Veterinari e Medici – UIL FPL COORDINAMENTO NAZIONALE DELLE AREE CONTRATTUALI MEDICA, VETERINARIA SANITARIA – CISL MEDICI

Autismo e pronto soccorso: come gestire l’emergenza

0

I bambini con Disturbo dello Spettro Autistico (Autism Spectrum Disorder/ASD) appartengono a una popolazione di pazienti unica, caratterizzata da un disturbo dello sviluppo che comporta difficoltà nelle funzioni sociali e comunicative anche gravi.

Il DSM 5 ha ridefinito i diversi livelli di autismo definendolo “disturbo dello spettro autistico”, per inquadrare la diagnosi in base al bisogno di supporto e assistenza e al funzionamento della persona. L’ASD, infatti, è una sindrome molto complessa che riguarda l’età evolutiva. I sintomi e i deficit che la caratterizzano sono molteplici, per questo si parla di “spettro autistico”.

Sono tre i livelli di autismo che aiutano a delineare la gravità dei sintomi in base alle aree di riferimento diagnostiche riassunte così dall’American Psychiatric Association: deficit nell’interazione sociale, nella comunicazione verbale e non verbale, comportamenti e interessi ristretti e ripetitivi.

  • Il livello 1 di autismo è il meno grave ed è definito autismo lieve. Rientra in questa categoria l’autismo ad alto funzionamento.
  • Il livello 2 è in una zona intermedia in termini di gravità dei sintomi e di necessità di supporto.
  • Il livello 3 è la forma più grave del disturbo dello spettro autistico.

I bambini o i ragazzi autistici accedono con più frequenza al Pronto Soccorso rispetto ai loro coetanei

Secondo le statistiche i bambini o i ragazzi autistici accedono con più frequenza al Pronto Soccorso (PS) rispetto ai loro coetanei, per problematiche mediche e comportamentali, in particolare aggressività e comportamenti autolesionistici e traumi. Durante l’accesso in PS, il livello di stress e le manifestazioni imprevedibili sono dovuti a diversi fattori. La difficoltà nella comunicazione, l’ipersensorialità verso stimoli uditivi, visivi e tattili, ambienti sconosciuti o non prevedibili diventano per la persona autistica aspetti insostenibili.

Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Pediatrics mette in evidenza alcune raccomandazioni per la gestione delle persone con autismo in Pronto Soccorso e analizza le difficoltà incontrate dai genitori quando accedono a tale servizio di emergenza. Autismo e pronto soccorso in Italia, al momento, è un binomio orfano di un protocollo che permetta a medici e operatori sanitari del reparto di emergenza di gestire efficacemente questi casi.

Le difficoltà maggiori al momento dell’accesso al pronto soccorso riguardano le lunghe liste di attesa, la cattiva comunicazione, gli esami fisici e le procedure invasive che impongono di “toccare il corpo” e il sovraccarico sensoriale legato alle caratteristiche ambientali del reparto (rumore intenso, luce forte, setting affollato).

Parliamo di autismo e pronto soccorso con Luigi Mazzone, Professore ordinario, Direttore della Scuola di Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e della U.O.S.D. di Neuropsichiatria Infantile del Policlinico Tor Vergata.

Quali sono le cause più frequenti dell’accesso dei bambini o ragazzi autistici in pronto soccorso?

Nella mia esperienza, soprattutto casi di agitazione psicomotoria e crisi comportamentali, che possono mascherare l’insorgenza o l’amplificazione di veri e propri disturbi psichiatrici in comorbidità. Ad esempio, i disturbi dell’umore e i disturbi d’ansia sono la ragione più comune per l’utilizzo del DEA (Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione) per i pazienti autistici. Si assiste poi a un aumento degli accessi in pronto soccorso soprattutto quando finisce la scuola. Perché la scuola, comunque, è un contenitore, scandisce temporalmente le giornate sia del bambino, sia della famiglia. Quando iniziano le vacanze, quindi, si crea una specie di vuoto da colmare e il rischio è che il bambino si possa un po’ “scompensare”, privato di quella routine.

In altre parole, tutte quelle problematiche che sono “protette” dalla routine scolastica, durante il periodo estivo emergono con più forza. Poi ci sono sicuramente tutte le questioni legate agli aspetti medici, come dolori dovuti a condizioni mediche sottostanti, ma sostanzialmente nell’accesso al DEA di un paziente autistico prevale la componente comportamentale. Consideri che la percentuale degli atti suicidari tra le persone autistiche è maggiore rispetto ai non autistici. Ci sono diverse evidenze scientifiche che lo affermano: alcune di queste ricerche riportano che l’ideazione suicidaria è presente nel 32% dei soggetti autistici, il tasso dei tentativi di suicidio invece è del 24,6%, dovuto proprio a condotte autolesionistiche, in cui il fattore di rischio più importante è la depressione.

Quali sono le difficoltà più rilevanti che si trova ad affrontare la persona autistica e il suo caregiver quando accede in un pronto soccorso?

Dovrebbe esserci per prima cosa più attenzione nei DEA al disturbo dello spettro autistico, perché spesso il personale non è adeguatamente preparato e manca una corretta gestione dei tempi di attesa. Una persona autistica non può aspettare tante ore su una sedia, non sa sostenere un tempo prolungato in DEA e questo amplifica tutta una serie di problematiche.

Dopo una lunga attesa, ad esempio, sarà ancora più difficile visitarlo. Riassumendo, gestione dei tempi di attesa e personale preparato sono le basi per l’accoglienza di questo tipo di pazienti in emergenza.

Cosa si potrebbe fare per una migliore gestione dell’attesa?

Come detto, i bambini con autismo tendono a “destabilizzarsi” più facilmente dei bambini a sviluppo tipico rispetto alle lunghe attese e questo contribuisce in modo determinante ad amplificare i comportamenti disadattivi.

Sarebbero necessari spazi dedicati all’interno del DEA, possibilmente silenziosi, e non luoghi rumorosi e affollati; servirebbero stanze dotate di materiale specifico che possa aiutare la gestione dei tempi di attesa.

Quanto conta la preparazione del personale sanitario?

È importante fornire agli operatori sanitari le competenze necessarie per gestire efficacemente i pazienti con autismo

Per quanto ne so, non ci sono attualmente percorsi formativi specifici per affrontare l’emergenza nelle persone autistiche e il personale sanitario presente nei DEA, come già affermato, non è sempre preparato a gestire questa tipologia di pazienti. È importante, invece, fornire agli operatori sanitari le competenze necessarie per gestire efficacemente i pazienti con autismo, attraverso l’aggiornamento professionale, la condivisione di risorse da parte di strutture specializzate e l’utilizzo di strumenti specifici.

È anche fondamentale che acquisiscano abilità per fronteggiare eventuali comportamenti aggressivi associati all’autismo. Sarebbe quindi utile avere a disposizione una stanza priva di elementi di pericolo, dove poter effettuare una “descalation”, cioè trovare delle strategie che aiutino il paziente a stare più tranquillo. Altro problema è la tipologia del paziente che il personale sanitario si trova di fronte: nei casi di autistici di livello 1, in cui le funzioni cognitive non sono compromesse, è certamente più semplice, ma se parliamo di livello 3, capire il sintomo diventa una bella sfida. Se ad esempio c’è agitazione causata da un esordio psicotico, non è facile comprendere, così come capire se l’agitazione è dovuta a una problematica medica o a un evento traumatico che ha destabilizzato il paziente.

Cosa vuol dire che un paziente è agitato, come si interagisce con il paziente autistico agitato e quali sono le strategie?

L’agitazione è tipicamente definita come uno stato di irrequietezza cronica con aumentata attività psicomotoria, generalmente osservata come espressione di tensione emotiva e caratterizzata da un’attività senza scopo e inquieta. Per esempio, camminare, parlare, piangere e ridere sono comportamenti che il paziente mette in atto per rilasciare la tensione nervosa associata ad ansia, paura o altro stress mentale. Per le persone con autismo, questi sintomi sono spesso espressi in modi atipici e insoliti.

Nel considerare come trattare l’agitazione nei pazienti con autismo, è imperativo determinare se esiste una causa medica sottostante (ad esempio, epilessia, costipazione, insonnia) al cambiamento del comportamento che richiede un intervento. In tutti i casi, è lecito presumere che possa esistere sempre una causa medica di agitazione acuta percepita come cambiamento di comportamento da parte del caregiver, fino a prova contraria. È difficile riassumere in poche righe come approcciarsi al paziente in DEA, ma sicuramente alcune domande iniziali potrebbero includere: Quali sono i comportamenti di crisi presenti? Questi comportamenti sono un cambiamento rispetto alla tipica presentazione dei sintomi del paziente? In che modo sono cambiati i comportamenti di crisi?

Ad esempio: i comportamenti di crisi sono nuovi per l’individuo o sono i comportamenti di crisi che rappresentano un deterioramento o un’escalation di comportamenti esistenti di vecchia data? In quali situazioni di solito si verificano questi comportamenti (ci sono antecedenti)? Quali sono le tipiche risposte o (conseguenze) fornite quando si osservano questi comportamenti?

La comunicazione terapeutica che utilizza tecniche di de-escalation verbale è sempre preferibile per la sicurezza del paziente e del personale, ma potrebbero essere necessari dei farmaci.

In Italia non esistono delle linee guida nella gestione delle persone con lo spettro autistico, mentre qualcosa c’è a livello internazionale, quindi cosa può fare secondo lei nella pratica di tutti i giorni?

Basterebbe cominciare dalla gestione dell’attesa, dalla formazione del personale sanitario, dalla creazione di stanze dedicate, dalla presenza di un team specializzato, nonché da ospedali “autism friendly”, almeno uno in ogni città italiana, con un personale che sappia come muoversi.

Se consideriamo le ultime stime, c’è un bambino autistico ogni 44, cioè circa l’1,5% della popolazione; ciò vuol dire che in una settimana o in un mese è molto alta la possibilità di interagire in PS con una persona autistica per un problema medico o comportamentale.

Ci sono alcuni ospedali al nord che hanno attivato dei percorsi dedicati, come quelli che stiamo cercando di fare anche al Policlinico Tor Vergata per la gestione medica del paziente autistico. Serve però un team di reparto specializzato per migliorare l’assistenza e ottimizzare la comunicazione con i bambini.

Chi monitoria poi l’andamento della cura? Ci sono protocolli specifici per i caregiver?

Dopo la dimissione dal DEA molto resta in carico alle famiglie

Quando l’autistico arriva al DEA, il medico del DEA per prima cosa chiama il consulente neuropsichiatra o psichiatra, in base all’età del paziente; tuttavia in base alla problematica può chiamare altri consulenti, come ad esempio il neurologo. Un autistico può, infatti, arrivare in PS anche per crisi epilettica, poiché nel 30% dei casi l’autismo è associato all’epilessia.

Se è previsto il ricovero, dopo le dimissioni, grazie al controllo post ricovero, si potrà verificare l’andamento della cura. Se invece il medico del DEA e il consulente decidono che non sussistono gli estremi per un ricovero, il paziente verrà inviato alla struttura che solitamente lo segue o al medico competente. Devo dire tuttavia che dopo la dimissione dal DEA molto resta in carico alle famiglie. Soprattutto dopo i 18 anni d’età del paziente, sono spesso lasciate sole nella gestione della persona autistica in età adulta. 

World Cancer Day: schieramenti politici compatti per i diritti dei pazienti

Approvata all’unanimità alla Camera dei Deputati una mozione unitaria, sottoscritta da tutti i colori politici, che chiede al Governo un impegno preciso sui 12 punti del nuovo Accordo di Legislatura 2022/2027 siglato dalle Associazioni del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” con i partiti. La mozione, con prima firmataria l’On. Vanessa Cattoi, coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare “Insieme per un impegno contro il cancro” alla Camera, dà ufficialmente il via ai lavori per la XIX Legislatura dell’Intergruppo, che si è ufficialmente ricostituito anche al Senato.

Un chiaro e rilevante segnale di compattezza di tutti gli schieramenti politici dal punto di vista dell’impegno per i diritti dei pazienti oncologici e onco-ematologici e un importante traguardo per le attività del Gruppo, proprio alla vigilia della data del 4 febbraio, nella quale si celebra in tutto il mondo il World Cancer Day, giornata internazionale per aumentare la consapevolezza sul cancro, promuoverne la prevenzione e sensibilizzare sull’accesso alle cure.

«L’Intergruppo rappresenta l’impegno della politica italiana per i diritti dei pazienti oncologici e onco-ematologici – dichiara Annamaria Mancuso, Presidente Salute Donna Onlus e Coordinatrice del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” – siamo convinti che l’Intergruppo possa promuovere presso il Governo importanti e forti azioni di promozione delle istanze più cogenti dei malati. Diamo atto ai politici di tutti gli schieramenti di una grande presa di coscienza rispetto alle tematiche e le esigenze dei pazienti in questi ultimi due anni. Ringrazio i deputati e i senatori che hanno consentito attraverso la continua condivisione e lo scambio reciproco di idee e riflessioni, la ricostituzione tempestiva dell’Intergruppo, strumento fondamentale di aperto e proficuo dialogo tra Associazioni dei pazienti e Parlamento».

La mozione presentata dall’Intergruppo “Insieme per un impegno contro il cancro” e approvata ieri alla Camera all’unanimità chiede l’attuazione del nuovo Piano Oncologico Nazionale (PON) e la disponibilità dei fondi europei per il programma EU4 Health; chiede inoltre di favore l’adozione di un Tavolo permanente presso il Ministero della Salute con le Società scientifiche, le Associazioni dei pazienti e i membri dell’Intergruppo per identificare obiettivi, coperture economiche e risultati dei processi. Ma la mozione spinge anche sul fronte della prevenzione e delle reti oncologiche, della ricerca clinica e delle terapie innovative.

«Sono fiera di poter coordinare l’Intergruppo alla Camera e ringrazio ancora tutti i colleghi – afferma l’On. Vanessa Cattoi – mi auguro che anche nel corso di questa Legislatura saremo in grado di portare avanti le istanze che giungono dalle Associazioni dei pazienti e dal Comitato tecnico-scientifico. Noi tutti siamo davanti ad una grande sfida: coniugare la sostenibilità economica con l’accessibilità all’innovazione fermo restando la necessità di porre sempre al centro l’interesse del malato. Questo è il compito del legislatore e con la mozione che abbiamo votato all’unanimità abbiamo iniziato un percorso nuovo di responsabilità che tutti i parlamentari oggi si sono assunti nei confronti dei pazienti oncologici e delle loro famiglie».

Codice appalti, Assosistema in audizione alla Camera

Assosistema Confindustria oggi è stata in audizione alla Camera sul nuovo Codice Appalti. “Abbiamo posto al centro dell’audizione il tema della chiarezza e del risultato – commenta Matteo Nevi, Direttore Generale di Assosistema Confindustria – è impensabile, infatti, che nonostante i 59,4 miliardi di volume di affidamenti in ambito dei servizi, la maggioranza di tutti quelli gestiti dal Codice, ci troviamo di fronte  nuovamente ad un pacchetto normativo che non tiene conto proprio delle esigenze di comparti specifici come i servizi e  le forniture, in particolar modo rivolti al settore sanitario pubblico. Alcune norme sono ancora costruite su modelli adatti per il settore dei lavori è impossibile prevedere un unico meccanismo di revisione prezzi per tutti i settori: costruire delle opere o servire un ospedale hanno esigenze diverse tra loro”.

“Su questo punto dobbiamo essere chiari – prosegue Nevi – la revisione prezzi non deve essere un’opzione ma un principio attuativo obbligatorio al fine di mantenere intanto un equilibrio contrattuale tra soggetto pubblico e privato, soprattutto per i contratti di lunga durata. È inconcepibile, infatti, che un contratto che dura 8 anni non abbia al centro proprio l’istituto della revisione prezzi. Semplificare significa anche ridurre il contenzioso e facilitare l’applicazione delle norme. Per questo chiediamo che su alcuni istituti si faccia chiarezza dividendo il campo applicativo tra settori. Solo cosi potremmo arrivare al risultato di velocizzare la macchina della pubblica amministrazione”.

“È necessario, quindi, – continua Nevi – ripristinare e valorizzare il criterio della qualità nell’aggiudicazione della gara. Ad oggi, invece si stanno incentivando le aggiudicazioni al massimo ribasso. Dobbiamo ripristinare la logica del “cosa compro” e non del “quanto compro”. Ridurre la qualità nei servizi pubblici essenziali alla sanità è un problema enorme per tutti i cittadini e su questo qualcuno se ne deve assumere la responsabilità”.

“Siamo fiduciosi – conclude Nevi – che il Governo apporrà i giusti cambiamenti ad una norma che va bene ma deve essere resa applicabile sia per eseguire un lavoro, che per erogare un servizio e per affidare una fornitura”.   

Report Gimbe sul regionalismo differenziato in sanità

Approda oggi in Consiglio dei Ministri la nuova bozza del DdL Calderoli per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario. «Un testo – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – che al momento “blinda” l’autonomia differenziata come un affaire tra Governo e Regioni esautorando il Parlamento, non prevede risorse per finanziare i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) e consente il trasferimento delle autonomie alle Regioni prima senza recuperare i divari tra le varie aree del Paese». In dettaglio, secondo la bozza approdata al pre-Consiglio dei Ministri il 30 gennaio 2023:

  • Ambiti di autonomia. Il testo non entra nel merito delle motivazioni che portano le Regioni a richiedere maggiore autonomia sulle 23 materie.
  • Ruolo del Parlamento. Sulle intese definite tra il Ministro degli Affari Regionali e le Regioni al Parlamento è concesso solo di esprimere un parere non vincolante e un voto di ratifica senza possibilità di emendamenti. Le Camere non avranno alcun potere di intervento sulle disposizioni relative al trasferimento di risorse umane e finanziarie alle Regioni, né parteciperanno alla definizione dei LEP. Ovvero il ruolo del Parlamento è assolutamente marginale.
  • Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP). Saranno definiti attraverso DPCM da una apposita Commissione Tecnica e, in quanto atti amministrativi, potranno essere impugnati solo davanti al TAR, ma non davanti alla Corte Costituzionale. Formalmente dovrebbero essere garantiti a tutti i cittadini, ma restano orfani di risorse, fondamentali per allineare la qualità dei servizi delle Regioni del Centro-Sud a quelle del Nord.
  • Trasferimento delle funzioni alle Regioni. Potrà essere effettuato già dopo la definizione dei LEP, senza attenderne l’attuazione, ovvero l’autonomia precede il recupero dei divari tra le varie aree del Paese.

La Fondazione GIMBE ha elaborato il report Il regionalismo differenziato in Sanità, per diffondere la consapevolezza politica e sociale che l’attuazione delle maggiori autonomie nella materia “tutela della salute” «darà il colpo di grazia al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) – precisa Cartabellotta – aumenterà le diseguaglianze regionali e legittimerà normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute».

Il report GIMBE, ripercorre la “cronistoria” del regionalismo differenziato, analizza le criticità della bozza del DdL, valuta il potenziale impatto sul SSN delle autonomie richieste da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, “fotografa” l’entità delle diseguaglianze regionali sull’adempimento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e della mobilità sanitaria, formula alcune considerazioni conclusive e avanzanza precise richieste al Governo.

«Il report analizza esclusivamente le maggiori autonomie richieste dalle Regioni in materia di tutela della salute – spiega il Presidente – anche se, secondo il principio Health in all policies e il recente approccio One Health, numerosi ambiti di maggiori autonomie hanno un potenziale impatto sulla salute pubblica». In particolare, tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, tutela e sicurezza del lavoro, alimentazione, ordinamento sportivo; ma anche governo del territorio, grandi reti di trasporto e di navigazione e previdenza complementare e integrativa.

Dall’analisi delle richieste di maggiore autonomia avanzate da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto nell’ambito “tutela della salute” emergono alcune considerazioni generali, suffragate da quasi 2.000 stakeholder della sanità in occasione della survey promossa dalla Fondazione GIMBE:

  • L’abolizione dei tetti di spesa per il personale sanitario e l’istituzione di contratti di formazione-lavoro per anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro di specialisti e medici di famiglia rappresentano oggi strumenti fondamentali per fronteggiare la grave carenza di personale sanitario che andrebbero estesi a tutte le Regioni.
  • Alcune forme di autonomia rischiano di sovvertire gli strumenti di governance del SSN aumentando le diseguaglianze nell’offerta dei servizi: sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione, sistema di governance delle aziende e degli enti del Servizio Sanitario Regionale, determinazione del numero di borse di studio per specialisti e medici di famiglia.
  • Altre istanze risultano francamente “eversive”. Una maggiore autonomia in materia di istituzione e gestione di fondi sanitari integrativi darebbe il via a sistemi assicurativo-mutualistici regionali sganciati dalla, seppur frammentata, normativa nazionale. Inoltre, la richiesta del Veneto di contrattazione integrativa regionale per i dipendenti del SSN, oltre all’autonomia in materia di gestione del personale e di regolamentazione dell’attività libero-professionale, rischia di concretizzare una concorrenza tra Regioni con “migrazione” di personale dal Sud al Nord, ponendo una pietra tombale sulla contrattazione collettiva nazionale e sul ruolo dei sindacati.

«La richiesta di maggiori autonomie – continua Cartabellotta – viene proprio dalle Regioni che fanno registrare le migliori performance nazionali in sanità». Infatti, dalla “fotografia” sugli adempimenti al mantenimento dei LEA relative al decennio 2010-2019 emerge che le tre Regioni che hanno richiesto maggiori autonomie si collocano nei primi 5 posti della classifica, rispettivamente Emilia Romagna (1a), Veneto (3a) e Lombardia (5a), mentre nelle prime 10 posizioni non c’è nessuna Regione del Sud e solo 2 del Centro (Umbria e Marche). Inoltre, l’analisi della mobilità sanitaria conferma la forte capacità attrattiva delle Regioni del Nord, cui corrisponde quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud, visto che nel decennio 2010-2019, tredici Regioni, quasi tutte del Centro Sud, hanno accumulato un saldo negativo pari a € 14 miliardi. E tra i primi quattro posti per saldo positivo si trovano sempre le tre Regioni che hanno richiesto le maggiori autonomie: Lombardia (+€ 6,18 miliardi), Emilia-Romagna (+€ 3,35 miliardi), Toscana (+€ 1,34 miliardi), Veneto (+€ 1,14 miliardi). Al contrario, le cinque Regioni con saldi negativi superiori a € 1 miliardo sono tutte al Centro-Sud: Campania (-€ 2,94 miliardi), Calabria (-€ 2,71 miliardi), Lazio (-€ 2,19 miliardi), Sicilia (-€ 2 miliardi) e Puglia (-€ 1,84 miliardi).

«Questi dati – continua Cartabellotta – confermano che nonostante la definizione dei LEA dal 2001, il loro monitoraggio annuale e l’utilizzo da parte dello Stato di strumenti quali Piani di rientro e commissariamenti, persistono inaccettabili diseguaglianze tra i 21 sistemi sanitari regionali, in particolare un gap strutturale Nord-Sud che compromette l’equità di accesso ai servizi e alimenta un’imponente mobilità sanitaria in direzione Sud-Nord». Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità, richieste proprio dalle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione, non potrà che amplificare le inaccettabili diseguaglianze registrate con la semplice competenza regionale concorrente in tema di tutela della salute. «Il regionalismo differenziato in sanità – spiega il Presidente – finirà per legittimare normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute. Peraltro in un momento storico in cui il Paese ha sottoscritto con l’Europa il PNRR, il cui obiettivo trasversale è proprio quello di ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali».

«Tenendo conto della grave crisi di sostenibilità del SSN e delle imponenti diseguaglianze regionali – conclude Cartabellotta – la Fondazione GIMBE invita il Governo a mettere da parte posizioni sbrigative e propone in prima istanza di espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. In subordine, chiede che l’eventuale attuazione del regionalismo differenziato in sanità venga gestita con estremo equilibrio, colmando innanzitutto il gap strutturale tra Nord e Sud del Paese, modificando i criteri di riparto del Fabbisogno Sanitario Nazionale e aumentando le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni. È indispensabile salvaguardare la capacità di redistribuzione del reddito senza compromettere l’esercizio dei diritti costituzionali fondamentali, in particolare il diritto alla tutela della salute: altrimenti, la sanità rischia di essere un bene pubblico per i residenti nelle Regioni più ricche e un bene di consumo per quelle più povere».

Per approfondire

Strategie vaccinali per pazienti diabetici

La Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), la Società Italiana di Diabetologia (SID) e l’Associazione Medici Diabetologi (AMD) hanno elaborato un documento scientifico contenente tutte le raccomandazioni per la profilassi vaccinale nei soggetti affetti da diabete mellito di tipo 1 e di tipo 2.

Questa malattia, infatti, rappresenta un’importante problematica di Sanità pubblica a livello mondiale. Nel 2021, infatti, secondo l’International Diabetes Federation (IDF), sono più di 536 milioni, nel mondo, i soggetti affetti da diabete nella fascia di età 20-79, a cui si aggiungono 1.2 milioni, tra bambini ed adolescenti, con diabete di tipo 1. In Italia invece, secondo dati ISTAT del 2020, la prevalenza del diabete sarebbe pari al 5.9%, ovvero oltre 3.5 milioni di persone, con un trend in lento aumento negli ultimi anni.

“Le vaccinazioni – dichiara il Prof. Giovanni Gabutti, Coordinatore del Gruppo di Lavoro ‘Vaccini e Politiche vaccinali’ della Società Italiana d’Igiene rappresentano un presidio fondamentale per la prevenzione primaria e sono una priorità per la Sanità pubblica. Esiste, in particolare, un elevato rischio derivante dalle malattie infettive e dalle loro complicanze nei pazienti affetti da co-morbosità, tra i quali, appunto, i soggetti diabetici. Per questo tipo di pazienti, la prevenzione dev’essere un obiettivo di Salute pubblica ed individuale di fondamentale importanza”.

Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (2017-2019, ultimo vigente) includeva già i pazienti diabetici come categoria a rischio, in quanto la presenza della malattia aumenta la suscettibilità, la gravità e la letalità di un’ampia gamma di malattie infettive. Di conseguenza, emerge la necessità di implementare idonee strategie vaccinali: da quella antinfluenzale a quella anti-pneumococcica, passando per l’anti-dTpa (difterite, tetano, pertosse) e tutte le malattie batteriche invasive non pneumococciche. Da non dimenticare, infine, l’anti-Herpes Zoster, l’anti-Epatite B, l’anti-Morbillo-Parotite-Rosolia e anti-Varicella e, infine, la vaccinazione contro il Covid-19.

“L’obiettivo di questo documento scientifico – conclude il Prof. Giovanni Gabutti è quello di raccogliere le più recenti raccomandazioni e posizioni scientifiche sulle vaccinazioni del paziente diabetico per prevenire le malattie infettive al fine di favorire l’implementazione di idonee strategie vaccinali tramite campagne che dovranno necessariamente integrare le diverse figure sanitarie di riferimento, come gli Igienisti, i Diabetologi ed i Medici di Medicina Generale”.