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Monitoraggio Lea: pubblicati i risultati 2020

Il monitoraggio dell’erogazione dei LEA viene effettuato dal Ministero della Salute (tramite il Comitato LEA) per verificare che tutti i cittadini italiani ricevano le cure e le prestazioni rientranti nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), secondo le dimensioni dell’equità, dell’efficacia, e della appropriatezza. Quest’anno per la prima volta è stato redatto attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG).

Il NSG è uno strumento operativo dal 1° gennaio 2020 grazie all’entrata in vigore del DM 12 marzo 2019, aggiorna il Sistema di Garanzia introdotto nel 2000 e rappresenta una svolta significativa nelle metodologie di monitoraggio dei LEA, inoltrre sostituisce la cosiddetta “Griglia LEA”, in vigore fino al 2019.

L’anno 2020 è stato, tuttavia, caratterizzato dall’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di COVID-19, in seguito alla quale i Servizi sanitari regionali (SSR) hanno dovuto attivare appositi percorsi per garantire l’erogazione delle prestazioni essenziali ed urgenti e contestualmente definire specifiche misure di contenimento del contagio, nell’ambito della normativa emergenziale.

Alla luce di queste considerazioni, il Comitato LEA ha stabilito che il monitoraggio dell’erogazione dei LEA per l’annualità 2020 venisse effettuato attraverso il calcolo degli indicatori del NSG a scopo informativo.

I risultati di tale monitoraggio vengono illustrati nella Relazione “Monitoraggio dei LEA attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia – Metodologia e risultati dell’anno 2020”, a cura dell’Ufficio 6 della Direzione generale della programmazione sanitaria del Ministero della Salute.

La lettura dei dati per le tre macro-aree di assistenza (prevenzione, distrettuale e ospedaliera) evidenzia, relativamente agli indicatori del cosiddetto sottoinsieme “CORE”, diverse criticità attribuibili all’evento pandemico:

  • nell’area ospedaliera, la dinamica dei punteggi per diversi indicatori di appropriatezza è alterata a causa della notevole diminuzione dei ricoveri
  • nell’area prevenzione, i punteggi di quattro indicatori su sei (screening, vaccinazioni, copertura delle attività di controllo su animali) hanno subìto un peggioramento marcato rispetto al 2019
  • anche l’area distrettuale registra variazioni anomale rispetto all’anno precedente (aumento tempi registrati nell’area emergenza-urgenza, riduzione consumo di antibiotici, riduzione re-ricoveri e ricoveri inappropriati in un contesto di generale riduzione delle ospedalizzazioni).

Complessivamente, nell’anno 2020, ricordando che si tratta di un monitoraggio a scopo informativo, Piemonte, Lombardia, P.A. di Trento, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio e Puglia registrano un punteggio superiore a 60 (soglia di sufficienza) in tutte le macro-aree.

Le Regioni che presentano un punteggio inferiore alla soglia in una o più macro aree sono:

  • Liguria, Abruzzo, Molise e Sicilia, in una sola macro-area;
  • Campania, Basilicata, Valle d’Aosta, P.A. di Bolzano e Sardegna, in due macro-aree;
  • Calabria, in tutte le macro-aree.

Il percorso di validazione dei dati da parte del Comitato LEA si è concluso nella riunione del 7 novembre 2022.

Per l’anno 2020 il sottoinsieme CORE, calcolato a scopo informativo, è stato affiancato da un “Sistema dedicato”, realizzato ad hoc per il monitoraggio della capacità di resilienza e ripresa delle Regioni nel periodo pandemico, i cui risultati sono anch’essi illustrati nella Relazione “Monitoraggio dei LEA attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia – Metodologia e risultati dell’anno 2020”.

Per approfondire

Al via la piattaforma dinamica di studi osservazionali sull’antimicrobicoresistenza

Il fenomeno dell’antimicrobicoresistenza rappresenta purtroppo da anni una crescente emergenza sanitaria di difficile contenimento in Italia, anche a causa dell’assenza di una rete clinica di monitoraggio e conduzione di studi nazionali che permetta sia di accrescere che di aggiornare rapidamente ed in modo scientificamente solido le conoscenze in tale ambito.

SITA, la Società Italiana di Terapia Antinfettiva, come risposta alla crescente sfida del contrasto ai microrganismi resistenti, ha varato il progetto dinamico MULTI-SITA: una piattaforma di studi osservazionali coordinata dall’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova e che coinvolge altri 22 Centri di infettivologia su tutto il territorio nazionale. Un progetto unico nel suo genere, che si basa sulle solide esperienze di SITA per quanto riguarda la conduzione di studi nazionali sulle infezioni batteriche e fungine, nonché sulla loro diagnosi e sull’utilizzo dei farmaci antibatterici ed antifungini nella pratica clinica quotidiana. La piattaforma MULTI-SITA permetterà un controllo centralizzato e più puntuale delle dinamiche delle infezioni resistenti nel nostro Paese, contribuendo a migliorare la reattività del sistema.

«In Italia non abbiamo un sistema di monitoraggio centrale delle infezioni da microrganismi resistenti – spiega Matteo Bassetti, Presidente SITA, Direttore Clinica Malattie Infettive, Ospedale Policlinico San Martino IRCCS, Genova e Professore Ordinario di Malattie Infettive, Università degli Studi di Genova – I dati di cui disponiamo vengono raccolti a livello europeo e riguardano solo le percentuali di resistenza, ad eccezione di alcune sorveglianze specifiche attivate una tantum. Con la piattaforma MULTI-SITA avremo finalmente modo di monitorare strettamente i vari tipi di microrganismi, producendo delle solide evidenze su quanto i vari microrganismi resistenti impattano sulla salute pubblica e quindi sulle ricadute a livello di morbidità, di mortalità, di lunghezza della degenza; ma anche sulla pratica clinica quotidiana nella gestione di queste infezioni, sia per quanto riguarda la diagnostica, che, soprattutto, per quanto riguarda l’utilizzo dei farmaci antibiotici e antifungini, vecchi e nuovi. Il vantaggio di avere un network di questo tipo a disposizione è sicuramente quello di essere reattivi e veloci nell’affrontare le sfide quotidiane che il fenomeno dell’antimicrobicoresistenza ci pone dinnanzi».

Il progetto dinamico MULTI-SITA è attualmente attivo ed i risultati dei primi studi saranno già disponibili nel corso del 2023. Il lungo iter approvativo degli ultimi due anni è stato necessario al fine di creare una piattaforma unica che rappresenta un avanzamento cruciale nel garantire un’adeguata reattività della ricerca italiana alle sfide delle infezioni batteriche e fungine e alla loro straordinaria dinamicità. Il progetto dinamico MULTI-SITA rappresenta pertanto uno strumento comune per la conduzione di studi a livello nazionale che permettano di meglio comprendere e combattere la diffusione dell’antimicrobicoresistenza nel nostro Paese e di migliorare la cura dei pazienti che sviluppano infezioni da patogeni resistenti agli antimicrobici.

«Sono già stati condotti uno studio completo, la cui raccolta dati è stata completata e di cui siamo in fase di analisi e sono in corso altri 3 studi – dichiara Daniele Roberto Giacobbe, Segretario SITA, Dirigente medico Malattie Infettive, Ospedale Policlinico San Martino IRCCS, Genova e Assistant Professor di Malattie Infettive, Università degli Studi di Genova – siamo quindi vicini alla pubblicazione dei primi risultati. Sicuramente l’obiettivo più importante della piattaforma MULTI-SITA è quello di aumentare la qualità della ricerca e della reattività della conduzione degli studi su queste patologie, che sono molto dinamiche. Il progetto conta su una piattaforma informatica specifica per il progetto: questo permette di essere più veloci e più reattivi alle nuove sfide, che possono essere rappresentate da un patogeno particolarmente resistente, oppure da infezioni batteriche o fungine che colpiscono pazienti già debilitati da altre patologie, come le infezioni che colpiscono i pazienti con Covid-19. La piattaforma informatica per la raccolta dei dati è supervisionata da uno staff dedicato, permettendo di avere un feedback in tempo reale sulla qualità del dato raccolto. Questo, unito all’organizzazione di una rete già pronta e costituita, che coinvolge Centri di alta specializzazione in tutta Italia, consente di aumentare moltissimo la qualità dei dati raccolti e quindi, in assoluto, della ricerca, portando a risultati più solidi, più applicabili al paziente e al miglioramento delle cure».

I centri che aderiscono a MULTI-SITA

Approvato nel primo centro (IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova) nel 2020, negli anni successivi il progetto ha completato il necessario iter approvativo in altri ventidue centri italiani:

  • ·       Policlinico Sant’Orsola di Bologna
  • ·       IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano
  • ·       AO Santa Croce e Carle di Cuneo
  • ·       AOU Careggi di Firenze
  • ·       Policlinico Riuniti di Foggia
  • ·       Ospedale Galliera di Genova
  • ·       Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma
  • ·       ASST Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano
  • ·       Terapia Intensiva Policlinico Paolo Giaccone di Palermo
  • ·       Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia
  • ·       IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano
  • ·       AO SS. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria
  • ·       A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino
  • ·       Ospedale di Portogruaro
  • ·       Ospedale Città di Castello
  • ·       Azienda Ospedale-Università di Padova
  • ·       AOU Mater Domini di Catanzaro
  • ·       Istituto ISMETT di Palermo
  • ·       Policlinico San Matteo Fondazione IRCCS di Pavia
  • ·       Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese di Siena
  • ·       Ospedale San Paolo di Savona
  • ·       Azienda Ospedaliero-Universitaria di Sassari

Ulteriori centri hanno inoltre avviato il necessario iter approvativo, ed altri hanno recentemente inviato a SITA una richiesta di adesione al progetto.

Per approfondire

Gli adolescenti italiani dopo la pandemia nella fotografia dell’ISS

I giovani hanno una discreta percezione della loro qualità di vita, anche se inferiore rispetto agli anni passati e maggiore tra i ragazzi rispetto alle ragazze. Nel complesso, gli adolescenti italiani si sentono supportati da amici e compagni di classe, si fidano degli insegnanti ma sono spesso stressati dagli impegni scolastici. Un adolescente su due ha dichiarato un impatto positivo della pandemia sui propri rapporti familiari e due su cinque sul rendimento scolastico. Pur dichiarando, sempre due adolescenti su cinque, che la propria salute mentale e la propria vita in generale ne abbiano risentito negativamente.

“La sorveglianza degli stili di vita dei nostri ragazzi e ragazze è, oggi, particolarmente preziosa – afferma Silvio Brusaferro, Presidente dell’ISS – perché ci aiuta ad intercettare fenomeni nuovi, come il cyberbullismo legato all’uso dei social media, dai quali dipendono in modo significativo la loro salute e la loro qualità di vita”.

Abitudini alimentari e stili di vita possono migliorare: il consumo quotidiano della prima colazione diminuisce al crescere dell’età, specie tra le ragazze, e meno di un giovane su 10 svolge attività fisica tutti i giorni. Quasi tutti si relazionano tra loro attraverso i social media, un fenomeno in crescita ma non esente da criticità: il 17% delle ragazze (che arrivano al 20% tra le 15enni, quindi una su cinque) e il 10% dei ragazzi ne fanno un uso problematico con conseguenze negative sul loro benessere fisico e psicologico. Permangono comportamenti a rischio, quali l’assunzione di alcol, in aumento tra le ragazze (una su cinque tra le 15enni si è ubriacata almeno due volte nella vita), l’abitudine al fumo di sigaretta che vede ancora prevalere le ragazze (29% vs 20% dei ragazzi di 15 anni) e la propensione al gioco d’azzardo, che invece è un fenomeno prettamente maschile (il 47,2% dei ragazzi e il 21,5% delle ragazze 15enni hanno scommesso o giocato del denaro almeno una volta nella vita).

La fotografia dei comportamenti degli adolescenti italiani nel periodo post pandemia è stata scattata dalla VI rilevazione 2022 del Sistema di Sorveglianza HBSC Italia (Health Behaviour in School-aged Children – Comportamenti collegati alla salute dei ragazzi in età scolare), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità insieme alle Università di Torino, Padova e Siena, con il supporto del Ministero della Salute, la collaborazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito e tutte le Regioni e Aziende Sanitarie Locali. La ricerca, che viene condotta ogni quattro anni, ha permesso inoltre un confronto con lo stato di salute di un gruppo analogo di adolescenti nel 2017/2018 consentendo così una stima degli effetti sul loro stato di salute e sui comportamenti ad esso legati.

L’indagine ha coinvolto un campione rappresentativo in tutte le Regioni di giovani di 11, 13, 15 e, per la prima volta quest’anno, di 17 anni. Per un totale di oltre 89.000 ragazzi e ragazze, più di 6.000 classi e più di 1800 istituti scolastici.  I dati raccolti consentono all’Italia di essere rappresentata nel network internazionale HBSC, patrocinato dall’OMS, che conta più di 50 Paesi tra l’Europa e il Nord America.

I risultati della raccolta dati 2022 vengono illustrati oggi nell’Aula Pocchiari dell’ISS alla presenza dei referenti regionali e aziendali che hanno coordinato a livello locale le attività di raccolta dati e alla presenza di alcune delle più importanti Società Scientifiche, Federazioni e Ordini professionali che da anni si occupano della salute dei ragazzi e delle ragazze.

Salute e benessere 

La percentuale di ragazzi che si reputano in buona salute è sensibilmente in calo rispetto al 2017/2018. In entrambi i generi, la percezione di ‘buona’ salute diminuisce all’aumentare dell’età, risultando più bassa tra le ragazze rispetto ai coetanei maschi sin dagli 11 anni: 91% vs 93% in femmine e maschi undicenni, rispettivamente, fino a 75% vs 89% nei quindicenni. Analogamente, meno della metà delle ragazze di 13 e 15 anni pensa di avere un buon benessere psicologico (43% e 32%, rispettivamente), a fronte del 73% e 64% dei coetanei maschi.

Il 49% dei ragazzi e il 74% delle ragazze riferisce di presentare almeno due dei seguenti sintomi – mal di testa, di stomaco, di schiena, sentirsi giù di morale, irritabilità, nervosismo, giramenti di testa e difficoltà nell’addormentamento – più di una volta a settimana negli ultimi sei mesi, dato in crescita rispetto ai dati 2017/2018. Le ragazze riferiscono più sintomi rispetto ai coetanei con un andamento crescente per età. Complessivamente, il 62% dei ragazzi dichiara di aver fatto ricorso a farmaci per almeno uno dei sintomi riferiti, e tra le ragazze il loro utilizzo cresce all’aumentare dell’età.

Alimentazione e stato ponderale

Sulla base di quanto auto-dichiarato, il 18,2% dei ragazzi di 11, 13 e 15 anni è in sovrappeso e il 4,4% obeso; l’eccesso ponderale diminuisce lievemente con l’età, è maggiore nei maschi e nelle Regioni del Sud. Rispetto alla precedente rilevazione, effettuata nel 2017/2018, tali valori risultano in aumento per entrambi i generi (17% sovrappeso e 3% obeso).

Tra i comportamenti alimentari scorretti, permane l’abitudine di non consumare la colazione nei giorni di scuola, con prevalenze che vanno dal 21% a 11 anni, al 27,9% a 13 anni e al 29,6% a 15 anni; tale percentuale è maggiore nelle ragazze in tutte le fasce d’età considerate ed è sostanzialmente stabile rispetto al passato.

Solo un terzo dei ragazzi consuma frutta almeno una volta al giorno (lontano dalle raccomandazioni) con valori migliori tra le ragazze e nella fascia d’età degli 11enni. Il consumo di verdura almeno una volta al giorno è raggiunto da solo un adolescente su quattro ed è maggiore nelle ragazze. 

Le bibite zuccherate/gassate sono consumate più dai maschi in tutte e tre le fasce d’età considerate (le consumano almeno una volta al giorno: il 14,4% degli undicenni; il 14,5% dei tredicenni; il 12,6% dei quindicenni). Il trend, in discesa dal 2010 al 2018, subisce un arresto in quest’ultima rilevazione.

Attività fisica e sedentarietà

Siamo lontani dalla realizzazione delle raccomandazioni dell’OMS, per cui i giovani tra i 5 e i 17 anni dovrebbero svolgere quotidianamente almeno 60 minuti di attività motoria moderata-intensa, svolgere almeno tre volte a settimana attività fisica intensa e contemporaneamente ridurre i livelli di sedentarietà.

Dai dati emerge che meno di un adolescente su 10 svolge almeno 60 minuti al giorno di attività motoria moderata-intensa e questa abitudine diminuisce all’aumentare dell’età. In ogni classe di età si rilevano differenze di genere rispetto all’attività motoria moderata-intensa, con frequenze maggiori nei maschi. Rispetto alla rilevazione del 2017/2018 si evidenzia una lieve riduzione della percentuale di giovani che svolge ogni giorno almeno 60 minuti di attività fisica moderata-intensa (8,2% vs 10%). La metà dei giovani – in maggioranza ragazzi – svolge, almeno tre volte a settimana, attività fisica intensa. Relativamente ai comportamenti sedentari, con l’aumentare dell’età sia ragazzi che ragazze passano più tempo sui social network e a guardare DVD in TV e video su TV e You Tube, mentre dai 13 ai 15 anni diminuisce il tempo dedicato ai videogiochi. Le ragazze, in ogni fascia d’età, trascorrono meno tempo a giocare ai videogiochi rispetto ai loro coetanei maschi, ma dedicano più tempo ai social media.

Fumo, alcol, cannabis e gioco d’azzardo

La quota di adolescenti che dichiara di aver fumato almeno un giorno nell’ultimo mese aumenta con l’età, passando dall’1% a 11 anni, all’8% a 13, al 24% a 15 anni. Le ragazze di 15 anni fumano di più rispetto ai coetanei maschi: il 29% delle ragazze (erano il 32% nel 2017/2018) rispetto al 20% dei ragazzi (25% nel 2017/2018) ha fumato almeno un giorno nell’ultimo mese. 

L’11% dei 15enni (16% nel 2017/2018) e il 10% delle coetanee femmine dichiara di aver fatto uso di cannabis nel corso degli ultimi 30 giorni.

Per quanto riguarda il fenomeno di abuso di sostanze alcoliche, si evidenzia un aumento rispetto al passato tra le ragazze di 15 anni che dichiarano di essersi ubriacate almeno due volte nella vita: nel 2022 la quota raggiunge il 21% fra le femmine e scende al 16% fra i maschi, laddove lo aveva riportato il 16% delle 15enni sia nel 2017/2018 che nel 2014, e il 19 e 20%, rispettivamente, dei coetanei maschi).

Il gioco d’azzardo si conferma un fenomeno prevalentemente maschile. La quota di quindicenni che ha dichiarato di aver scommesso o giocato del denaro almeno una volta nella vita è pari al 47,2% dei ragazzi rispetto al 21,5% delle ragazze. La percentuale di giocatori d’azzardo negli ultimi 12 mesi è del 37,5% dei ragazzi rispetto al 14% delle ragazze. Risultati in netta riduzione per i ragazzi rispetto al 2017/2018 quando il 62,5% aveva giocato una volta nella vita e il 50,3% aveva giocato una volta negli ultimi 12 mesi.

Il rapporto tra pari, il contesto scolastico, il bullismo e il cyberbullismo

La maggioranza degli adolescenti non ama la scuola. Solo il 13% dei ragazzi, con proporzioni leggermente maggiori per le ragazze e per i più piccoli, dichiara di apprezzare la scuola. Percentuale che scende drammaticamente al 6% tra i 15enni.  All’incirca il 75% dei ragazzi si sente accettato dai propri insegnanti ma solo la metà si fida molto di loro (55%) e percepisce da parte dei professori un vero interessenei propri confronti (49%), con un trend in riduzione al crescere delle età. Di contro, circa la metà degli 11enni si sente molto stressato dagli impegni scolastici per crescere al 60% e al 78% rispettivamente nei ragazzi e nelle ragazze di 15 anni.

In merito ai rapporti con i pari, il 60% dei giovani dichiara di avere amici disponibili e circa il 70% di sentirsi accettato per come è. 

Nei comportamenti relazionali più critici, invece, il bullismo sembra mantenere le sue peculiarità senza importanti variazioni. La sua occorrenza si colloca intorno al 15% complessivamente e decresce con l’aumentare dell’età, con proporzioni del 19% tra gli undicenni, il 16% nei tredicenni e poco più del 9% tra i 15enni. Analoghe proporzioni si osservano per il cyberbullismo, più frequente nelle ragazze (17% contro 13%) e nelle età più giovani: 19% a 11 anni, 16% a tredici e 10% a 15 anni.

Il contesto familiare

I dati evidenziano che i nuclei familiari maggiormente presenti sono le famiglie di tipo tradizionale, che rappresentano l’82% e l’81% delle famiglie rispettivamente nelle regioni del Nord e del Sud, mentre sono leggermente inferiori nelle regioni del Centro (79%).

Per quanto riguarda la comunicazione all’interno della famiglia, i dati HBSC confermano che al crescere dell’età diminuisce la facilità con cui i ragazzi si aprono ad entrambi i genitori. Le ragazze 13enni e 15enni, rispetto ai ragazzi coetanei, hanno una maggiore difficoltà a parlare con la figura paterna. In generale la madre rappresenta la figura di riferimento con cui i ragazzi e le ragazze comunicano maggiormente.

Si fanno più difficili i rapporti in famiglia. Il 68% dei ragazzi e il 60% delle ragazze percepisce una famiglia capace di sostenerli ed aiutarli nel prendere decisioni, di dare loro un supporto emotivo quando ne hanno bisogno, e di prestare ascolto ai loro problemi. Negli adolescenti 15enni però questa percentuale scende al 52% nelle ragazze ed al 61% nei ragazzi, evidenziando un trend negativo rispetto alla rilevazione del 2017/18 (67% nelle ragazze e 70% nei ragazzi). 

L’uso problematico dei social media

La diffusione e l’uso dei social media richiede un’attenzione particolare. Se è vero che un uso responsabile può avere degli effetti positivi, l’uso problematico comporta conseguenze negative sul benessere fisico e psicologico dei giovani. I risultati mostrano che i giovani che fanno uso problematico dei social media sono il 16,9% delle ragazze e il 10,3% dei ragazzi. Tra le ragazze di 15 anni, la prevalenza arriva a superare il 20%.

Rispetto ai dati del 2017/2018, si può osservare un incremento di tale uso, soprattutto tra le ragazze, per cui la prevalenza aumenta del 5% (da 11,8% a 16,9%, rispetto ai ragazzi che passano dal 7,8% al 10,3%).

Le abitudini sessuali

Il 20% dei 15enni (21,6% maschi vs 18,4% femmine) dichiara di aver avuto rapporti sessuali completi. Il 66% dei ragazzi e delle ragazze che hanno avuto rapporti sessuali completi hanno dichiarato di aver usato il condom come contraccettivo, l’11,9% la pillola e il 56,3% il coito interrotto. Il 12,6% dichiara essere ricorso alla contraccezione di emergenza. La sezione riguardante le abitudini sessuali è stata rivolta solamente alla fascia dei 15enni e dei 17enni.

Sezione Covid (novità raccolta dati 2022)

Tra le novità dell’indagine 2022 vi è l’inserimento di una sezione dedicata all’impatto che la pandemia di COVID-19 ha avuto su vari aspetti della vita dei ragazzi e delle ragazze, quali sono state le loro principali fonti di informazione relative al COVID-19 e le misure di protezione adottate.

Il questionario ha indagato l’impatto che le misure di distanziamento quali lockdown, chiusure scolastiche, apprendimento a distanza (DAD), chiusura di palestre/piscine/centri sportivi dovute alla pandemia, hanno avuto sulla vita dei giovani. I dati mostrano un effetto positivo sui rapporti dei ragazzi e delle ragazze con le loro famiglie e sul rendimento scolastico, mentre negativo sulla vita nel suo insieme e sulla loro salute mentale (gestione delle emozioni, stress). Il 54% degli adolescenti dichiara un impatto positivo della pandemia sui rapporti famigliari e il 42% sul rendimento scolastico, mentre il 41% ritiene che la propria salute mentale ne abbia risentito negativamente, così come il 37% la propria vita in generale. In particolare, l’effetto positivo sulle relazioni familiari decresce con l’età, dal 67% degli undicenni al 45% dei diciassettenni, e tra gli undici e i quindici anni è prevalentemente maschile, mentre nei più grandi non si osservano differenze di genere. Anche sull’impatto positivo del rendimento scolastico si registra lo stesso andamento per età, dal 50% dei più giovani al 37% dei diciassettenni, senza sostanziali differenze tra maschi e femmine. L’effetto negativo è invece un fenomeno soprattutto femminile e crescente con l’età. Riguardo la domanda sulla propria salute mentale, il 52% delle ragazze dichiara un impatto negativo a fronte del 31% dei ragazzi, e si osserva tale risposta nel 29% degli undicenni (33% delle femmine e 25% dei maschi) e nel 53% dei diciassettenni (66% e 41%, rispettivamente).

Le principali fonti di informazione sulla pandemia sono state giornali e TV (55%), la famiglia (47%) e i social media (47%).

Tra le misure di prevenzione igienico-sanitarie, l’87% degli intervistati ha dichiarato di aver utilizzato spesso o sempre la mascherina (91% delle ragazze e 83% dei ragazzi) e il 73% di essersi lavato regolarmente le mani (78% vs 68%), mentre tra le misure di distanziamento sociale prevalgono l’essere rimasti a casa in presenza di sintomi (75%) e l’aver evitato contatti a rischio (66%). Eccetto che per i contatti a rischio, per tutte le altre misure di prevenzione si evidenzia una diminuzione dell’adesione con il crescere dell’età.

17 enni (novità raccolta dati 2022)

I ragazzi e le ragazze di 17 anni sono stati coinvolti per la prima volta nella rilevazione HBSC 2022 poiché il DPCM del maggio 2017 ha esteso la sorveglianza sugli adolescenti anche a questa fascia d’età che, per competenze relazionali e cognitive nonché differenze legate allo sviluppo corporeo, si differenzia notevolmente dai ragazzi di 11, 13 e 15 anni. Per tale motivo, la descrizione delle loro caratteristiche e dei loro stili di vita è stata volutamente trattata separatamente.

L’eccesso ponderale a questa età è pari al 19,3% (15,9% sovrappeso e 3,9% obesità) ed è sensibilmente maggiore nei maschi (maschi sovrappeso e obesi: 19,8% e 3,9% vs femmine: 11,7% e 2,8%). Circa un diciassettenne su due consuma tutti i giorni la prima colazione con valori lievemente inferiori tra le ragazze. Le ragazze consumano, più dei ragazzi, frutta e verdura almeno una volta al giorno (32% consumo di frutta e 36% consumo di verdura vs frutta 29% e verdura 24%).

L’attività fisica quotidiana è nettamente maggiore tra i maschi (7,1% vs 3%); per contro le ragazze a questa età passano più tempo davanti agli schermi.

Circa un ragazzo su tre e due ragazze su cinque hanno dichiarato di aver fumato almeno un giorno negli ultimi 30 giorni. Il consumo di alcol almeno una volta negli ultimi 30 giorni (7 ragazzi/e su 10) ha differenze di genere meno marcate.

L’83% delle ragazze e il 78% dei ragazzi dichiara di non aver mai fumato cannabis negli ultimi 30 giorni.

La percezione del proprio stato di salute come “eccellente/buono” è maggiore tra i maschi (86,7%) rispetto alle ragazze (72,6%).

Il 39,3% ha giocato d’azzardo almeno una volta nella vita con marcate differenze di genere (maschi 57,6% vs femmine 20,2%).

Rispetto ai comportamenti sessuali, il 43% ha dichiarato di aver avuto rapporti sessuali completi (42,5% maschi e 43,6% femmine). Il 61% dei ragazzi e delle ragazze che hanno avuto rapporti sessuali completi hanno dichiarato di aver usato il condom come contraccettivo, il 15,9% la pillola e il 57% il coito interrotto. Il 9% dichiara essere ricorso alla contraccezione di emergenza.

Altems-Sumai: nasce Fare Salute per formare professionisti assistenza territoriale

L’associazione Fare Salute, costituitasi tra ALTEMS, Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica, Campus di Roma, e il Sumai Assoprof, Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell’Area Sanitaria, ha presentato a Roma, presso il museo Ninfeo, il corso di perfezionamento per l’anno accademico 2022/2023 “La sfida dell’assistenza territoriale integrata. Sinergie professionali e multidisciplinari per lo sviluppo della casa di Comunità” che inizierà nel mese di aprile. Il corso sarà articolato in 10 moduli da 10 ore ciascuno, si svilupperà lungo tre macroaree (dinamicità del contesto, integrazione, miglioramento continuo della qualità) e sarà diretto da Gianfranco Damiani, Professore in Igiene Generale e Applicata dell’Università Cattolica.

“Questo corso – ha spiegato Gianfranco Damiani  è, innanzitutto, un’opportunità per i professionisti, indipendentemente dal loro livello di cultura o di professione, che in qualche modo accettano la sfida della complessità. Una complessità caotica che i nostri servizi sanitari stanno vivendo in questo momento storico e che trova nello sviluppo dell’assistenza territoriale, con una prospettiva comunitaria, una possibile soluzione per creare quelle sinergie che sono l’unico elemento che ci permette di superare le solitudini dei pazienti, dei cittadini, dei medici, degli infermieri e delle altre professioni sanitarie, dei farmacisti e di tanti attori che svolgono perfettamente il loro compito specialistico per il quale sono stati formati”. Secondo Damiani “laddove esiste la collaborazione multidisciplinare e multiprofessionale, si realizzano migliori risultati, sia in termini di efficacia, sia di economicità e di sostenibilità sociale. Gli obiettivi del corso sono quelli di fornire logiche, linguaggio e strumenti operativi efficaci a chi seguirà il corso ma non come spettatore passivo, ma come attore responsabile del processo trasformativo”.

“Oltre alla formazione, Fare Salute consta anche di altri due core business: – ha spiegato il direttore di ALTEMS, Americo Cicchetti – la ricerca e la promozione di eventi che favoriscono in maniera trasversale la diffusione e la promulgazione degli sviluppi nell’ambito della progettualità delle Case della Comunità. Fare Salute vuole essere una piattaforma di collaborazione aperta, su cui si può lavorare e mi riferisco al DM 77. Per quanto riguarda, invece, le competenze manageriali, queste vanno adattate: non è semplicemente un tema di top management, ma di middle management. Sul fronte dell’innovazione tecnologica e dell’innovazione digitale – ha aggiunto Cicchetti – fare telemedicina piuttosto che utilizzare soluzioni digitali non è semplicemente comprare degli applicativi ma significa cambiare il modo di lavorare. Per quanto riguarda l’assistenza primaria e della gestione della cronicità, infine, ci sono alcune innovazioni di natura più tecnologica che sono fondamentali, dove c’è un enorme valore”.

“Questo è un percorso che ha preso il via qualche anno fa, prima del Covid, quando si cominciava a pensare come poter lavorare insieme- ha dichiarato il segretario generale del Sumai Assoprof, Antonio Magi-. Non c’era alcun indirizzo, avevamo l’idea di essere noi i primi a partire come operatori. Un sindacato, dunque, non tale per i propri iscritti ma un sindacato attivo, che facesse sistema, che cercasse di mettere insieme tutte le categorie professionali per lavorare in sinergia. Sono anni che sostengo l’idea di essere un blocco unico come sanitari, perché insieme possiamo davvero creare quelle condizioni per migliorare il Servizio sanitario nazionale. Fare Salute è aperto a tutti, è nato per mettere a sistema tutti quanti, comprese le persone che non fanno attività sindacale e mettendo le diverse professioni l’una accanto all’altra. Il percorso è stato lungo e non è stato facile, ma sono molto contento della risposta che c’è stata oggi. La sanità è una, non possiamo parlare solo di territorio senza parlare anche di ospedale”.

Per informazioni sul Corso di perfezionamento per l’anno accademico 2022/2023 “La sfida dell’assistenza territoriale integrata. Sinergie professionali e multidisciplinari per lo sviluppo della casa di Comunità” che inizierà ad aprile rivolgersi ad Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari Università̀ Cattolica del Sacro Cuore Tel. 06.30155863 Fax 06.30155779 Largo Francesco Vito, 1 – 00168 Roma https://altems.unicatt.it

Trasparenza dei dati clinici, le difficoltà italiane

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Il 31 gennaio di quest’anno è ufficialmente entrato in vigore il Regolamento europeo 536/2014 sulle sperimentazioni cliniche: in quella data si è infatti concluso il periodo di transizione di un anno che ha dato modo agli Stati membri di adeguarsi. L’Italia lo ha fatto solo recentemente, con la firma da parte del Ministro della Salute Orazio Schillaci di quattro decreti riguardanti i Comitati etici.

«Questa armonizzazione normativa è un grande passo avanti, che ci rende competitivi a livello europeo», ha commentato durante la conferenza stampa di presentazione sul come cambieranno le sperimentazioni cliniche in Italia Francesco Cognetti, presidente della Confederazione degli Oncologi, dei Cardiologi e degli Ematologi (Foce).

Dal 31 gennaio è infatti diventato obbligatorio l’uso del Clinical Trial Information System, un nuovo sistema informatico europeo gestito direttamente dall’Agenzia europea del farmaco (Ema), che costituirà il punto di accesso unico per gli sponsor e le autorità di regolamentazione e sperimentazione cliniche per la presentazione e la valutazione dei dati delle sperimentazioni cliniche.

“Fino ad oggi, gli sponsor dovevano presentare le domande separatamente alle autorità nazionali competenti e ai comitati etici di ciascun Paese per ottenere l’approvazione regolatoria”, ha spiegato Guido Rasi, Past Executive Director dell’Ema e professore ordinario di Microbiologia all’Università di Roma Tor Vergata. Mancava quindi un sistema unico a livello europeo.

Nel 2022, considerato un anno di transizione, gli sponsor hanno potuto decidere se sottomettere le nuove sperimentazioni seguendo gli standard precedenti o in accordo con quelli aggiornati: “L’Italia ha rischiato di perdere questo treno perché non attrattiva in quanto non adeguata dal punto di vista normativo – ha continuato Rasi – Ora possiamo di nuovo attrarre investimenti in questo settore, continuando a collaborare con i grandi centri di respiro internazionale”.

Due terzi dei trial interessano i tumori, le malattie ematologiche e cardiovascolari

Nel 2019, in Italia, sono state autorizzate 672 sperimentazioni, 516 profit e 156 no profit. I due terzi delle quali dedicate a tumori, malattie del sangue e dell’apparato cardiovascolare. “Il mancato adeguamento al Regolamento europeo ha portato a una flessione nel numero degli studi che hanno coinvolto il nostro Paese: da gennaio a ottobre 2022, sono state presentate 428 domande di avvio di studi (clinical trial application), e solo 87 di queste hanno coinvolto l’Italia rispetto alle 142 della Francia, 132 della Spagna e 116 della Germania”, ha riportato Cognetti.

In assenza dell’adeguamento normativo, è stato stimato un vero e proprio dimezzamento. Secondo il presidente di Foce, “sarebbero stati persi circa 300 studi rispetto ai 672 del 2019. I decreti del ministro Schillaci hanno scongiurato un danno serissimo ai circa 40 mila pazienti italiani che traggono beneficio dal trattamento precoce con farmaci e strategie innovative, oltre a portare alla formazione di professionisti di altissimo livello”.

La carenza di personale

Negli ultimi anni è in corso in Italia e in Europa un grande cambiamento per quanto riguarda i trial clinici. L’obiettivo è avere a disposizione dati sempre più precisi e aggiornati in tempo reale, condivisi tra tutti gli Stati membri. In questo modo, qualunque esperto può avere una fotografia di che cosa sta accadendo in un certo ambito di ricerca.

Tra i traguardi da raggiungere, ovviamente, l’evitare i conflitti di interesse preservando l’indipendenza della ricerca clinica.

Durante la conferenza stampa, Saverio Cinieri, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) ha sottolineato come sia importante che “i decreti, una volta firmati, siano anche finanziati”. Per lo specialista infatti “la nostra ricerca clinica ha bisogno di risorse: finora, pur avendone poche, gli studi condotti in Italia hanno cambiato la pratica clinica a livello internazionale in diversi tipi di tumori, portando alla modifica di linee guida e raccomandazioni”.

Tra gli elementi chiesti a gran voce dagli esperti, anche le risorse umane: “Abbiamo bisogno di poter assumere personale tecnico di supporto, figure indispensabili per far progredire la ricerca, ma non previste dal nostro ordinamento”, ha sottolineato Paolo Corradini, presidente della Società Italiana di Ematologia (Sie).

Finora non è stato possibile, in Italia, fornire un inquadramento contrattuale stabile per le figure professionali dedicate espressamente alla ricerca clinica

Finora non è stato possibile, in Italia, fornire un inquadramento contrattuale stabile per quelle figure professionali dedicate espressamente alla ricerca clinica (dal coordinatore di ricerca clinica agli infermieri di ricerca), innescando un forte turnover negli organici delle diverse strutture e favorendo un’elevata frammentazione del lavoro.

Le richieste negli anni si sono moltiplicate e i ricercatori non riescono a farvi fronte, se vogliono impegnarsi in laboratorio.

Secondo Giovanni Apolone, direttore scientifico dell’Istituto nazionale dei tumori (Int), questo è uno dei nodi che impedisce ai centri clinici di ottemperare a tutti gli adempimenti di legge. A fine 2022, infatti, l’istituto di ricerca indipendente Transparimed, ha pubblicato un report da cui emergono le carenze dei diversi Stati nella compilazione del Clinical Trial Information System, proprio quello diventato obbligatorio qualche giorno fa.

La trasparenza dei dati

Secondo Transparimed, sarebbero almeno 5.488 a livello europeo gli studi finanziati con soldi pubblici di cui non si saprebbe più nulla: né lo stato d’avanzamento né l’eventuale conclusione. L’Italia in questa classifica occupa gli ultimi posti, con 1.299 studi che mancano all’appello. Il periodo considerato va dal 2015 al luglio 2022: 9 dei 15 istituti di ricerca che hanno performato peggio a livello europeo si trovano in Italia. Tra questi, anche l’Istituto nazionale dei tumori, che si piazza al terzo posto (dopo Policlinico Gemelli di Roma e l’Azienda ospedaliero-universitaria di Bologna). Al di là dei numeri, è un dato di fatto che alcune delle realtà più virtuose del nostro Paese nella ricerca clinica occupino gli ultimi posti di questa classifica. Come mai?

“Non siamo attrattivi – sintetizza Apolone –: i nostri strumenti per acquisire personale tecnico-amministrativo di supporto alla ricerca implicano una selezione pubblica, che richiede 3-4 mesi di tempo, e gabbie salariali non competitive con il privato o con le proposte che arrivano dall’estero”.

Apolone distingue tra due tipi di pubblicazione: “La prima è quella che riguarda il disegno di ricerca, che viene depositato in uno dei database nazionali, e la divulgazione dei risultati sulle riviste scientifiche. Questa viene effettuata direttamente dai ricercatori, che hanno un interesse diretto ai fini dell’avanzamento della carriera”.

Publish or perish: è questo il mantra della ricerca scientifica. Un ricercatore con un curriculum povero di pubblicazioni avrà più difficoltà a vincere grant internazionali, per esempio. “C’è anche un dovere morale che ci spinge a divulgare il più possibile i risultati dei nostri lavori, che sono finanziati con soldi pubblici”, ricorda l’esperto.

A questo si affianca l’obbligo di pubblicazione sulla piattaforma europea: “Qui si tratta di aggiornare periodicamente l’andamento degli studi, segnalando anche quelli conclusi. Ammetto che, per un concorso di responsabilità, questa parte finora è stata trascurata. Questo si deve a una scarsa conoscenza delle regole da parte dei ricercatori, a una comunicazione spesso carente da parte delle agenzie e dei ministeri che dovrebbero far rispettare le norme e a una bassa priorità che noi direttori scientifici abbiamo attribuito loro”.

In questo momento all’Int sono in corso circa 850 studi clinici, per la metà clinical trial, di cui il 40% finanziato dall’istituto stesso. “È evidente che facciamo fatica ad avere personale con una buona formazione e stabile, soprattutto per quanto riguarda i project e i data manager – afferma il direttore scientifico Apolone – Abbiamo un turnover molto elevato e dobbiamo dare priorità alla corretta esecuzione degli studi”.

La riforma degli Irccs

C’è la volontà di facilitare i tempi e le modalità di assunzione del personale

Un altro cambiamento in atto, che potrebbe influenzare questi aspetti, è la riforma degli Irccs, gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. La volontà è di rivedere e snellire l’assetto normativo di questi istituti, rendendo più agili alcuni passaggi e incrementando la qualità della ricerca traslazionale, adeguandoli agli standard europei

In Italia ci sono 52 Irccs, di cui 22 pubblici e 30 privati. L’eterogeneità, poi, non si ferma qui. Variano le dimensioni e le specialità (alcuni ne hanno una sola, altri sono “generalisti”, altri ancora universitari). In queste condizioni, è complesso disegnare una riforma che metta d’accordo tutti.

Il principale aspetto negativo, per Apolone, è legato proprio alle tante differenze che il progetto di riforma non va a risolvere. “Purtroppo questa parte non subirà cambiamenti significativi”, afferma.

Quello che invece potrebbe migliorare è legato proprio alle risorse umane: “È importante la volontà di favorire veramente la ricerca con interventi a livello nazionale o regionale, che dovrebbero liberare i grandi istituti di ricerca, pubblici o privati, che sono un’eccellenza, da alcuni vincoli che faciliterebbero i tempi e le modalità di assunzione del personale”, conclude.

Sangue ed emoderivati, trasportati con il drone, rimangono integri

Talvolta per i veicoli delle Asl trasportare su strada beni salvavita, quali sangue ed emocomponenti, equivale ad una corsa contro il tempo a causa della congestione del traffico. Da alcuni anni il settore della logistica biomedicale mediante velivoli a guida autonoma, cioè i droni, è diventata una realtà in diversi distretti sanitari. Ma quanto è sicuro il trasporto di sangue e materiali biologici attraverso questi mezzi? Ci sono rischi per la salute dei pazienti nell’utilizzo di tali prodotti una volta sottoposti a questo genere di trasporto? Uno studio congiunto dell’Istituto di fisica applicata ‘Nello Carrara’ del Consiglio nazionale delle ricerche di Firenze (Cnr-Ifac), della ASL Toscana Nord Ovest, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, in collaborazione con ABzero, uno spin off della Scuola Superiore Sant’Anna, ha dimostrato l’integrità biologica di campioni ematici, trasportati in una ‘smart-capsule’ attraverso un drone. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista ‘Drones’.

“Tra le varie realtà che si stanno cimentando nella risoluzione di tale esigenza, la spin off della Scuola Superiore Sant’Anna ABzero, incubata presso il Polo Tecnologico di Navacchio (Pi), ha ideato un contenitore intelligente progettato appositamente per questo tipo di trasporti. Nello specifico, la capsula sensorizzata, disegnata per contenere sangue ed emocomponenti, nel pieno rispetto delle normative UN3373 e delle direttive 2002/98/EC, è stata sviluppata in modo da poter monitorare in tempo reale le condizioni dei materiali, rilevandone la temperatura, l’umidità, il pH ed l’emolisi, ed attivando procedure di allerta e di risposta in caso di necessità”, spiega Angela Pirri del Cnr Ifac.

droni

L’effettivo controllo della qualità dei beni ha coinvolto gli ideatori del dispositivo, Giuseppe Tortora (ABzero, Scuola Supeiore Sant’Anna) ed Andrea Cannas (ABzero) insieme ad Angela Pirri, Fabrizio Niglio e Paola Comite (ASL toscana NordOvest), ed è consistito in una serie esami di laboratorio e sul campo, che hanno validato l’efficacia della modalità.

Sperimentazioni analoghe sono state recentemente attivate in USA e in Francia

“Lo studio ha dimostrato che lo sviluppo di una capsula dotata di intelligenza artificiale (AI), trasportabile con un drone, è in grado di preservare le condizioni termiche dei materiali biologici trasportati, in tutte le condizioni di volo (diverse altitudini, velocità, accelerazioni/decelerazioni), mentre i test chimici hanno confermato l’integrità dei campioni prima e dopo le operazioni di trasporto su drone”, spiega Angela Pirri, Cnr-Ifac. “La performance complessiva del sistema è stata validata durante lo svolgimento di otto differenti missioni di volo, di circa 13 minuti di durata ciascuna, e coprendo una distanza totale di 105 km di volo per complessive 39 ore di volo”.

In Italia, la possibilità di ridurre drasticamente i costi ed i tempi di consegna di beni salvavita, quale sangue, medicinali e organi, tra i centri di raccolta ed i poli di lavorazione e/o gli ospedali, potrebbe rivelarsi una scelta strategica, soprattutto in quei territori dove la problematica della mobilità urbana inficia in modo rilevante sulle tempistiche di consegna, e di conseguenza sull’integrità e l’utilizzo immediato di beni altamente deperibili, ma anche per ragioni di efficienza economica legati al sistema di trasporto questi di materiali. “Per il passo successivo, ovvero trasfonderlo su pazienti, occorre il consenso della commissione etica” spiegano gli autori. In prospettiva, i droni possono rappresentare un’evoluzione dell’attuale posta pneumatica all’interno degli edifici ospedalieri, nonché un sistema alternativo di consegna di materiale biologico pericoloso dai reparti ospedalieri ai laboratori in caso di crisi sanitarie o pandemiche.

Flessibile, integrato, digitale e sostenibile: è l’ospedale del futuro

Flessibile, integrato con la società e nel contesto urbano, attento alle esigenze di pazienti, medici e caregiver. E, naturalmente, digitale e sostenibile.

Sono queste le principali caratteristiche che dovrà avere l’ospedale del futuro secondo il Joint Research Platform Healthcare Infrastractures di Politecnico di Milano e Fondazione Politecnico di Milano, che ha presentato le prime indicazioni su come realizzare le strutture ospedaliere che dovranno far parte del nuovo Sistema sanitario in corso di riforma.

“L’ospedale del futuro dovrà essere connotato da una forte flessibilità tra ricoveri brevi e lunghi e tra diverse aree specialistiche, e dovrà poter interagire con le altre strutture sanitarie del territorio. Nell’ottica di una maggiore appropriatezza”, ha affermato il direttore generale del Welfare di Regione Lombardia Giovanni Pavesi intervenendo alla presentazione del report “The Next Generation Hospital” presentato dall’ateneo milanese.

Una città nella città

In effetti, secondo gli esperti la vision è proprio quella di un ospedale di nuova generazione. Dove l’ospedale è visto come una vera e propria infrastruttura sociale urbana che non ospita solo servizi diagnostici e sanitari, ma è anche luogo di ricerca e formazione. Una sorta di “città nella città”, come l’ha definito Stefano Capolongo, docente di Hospital Design del Politecnico e responsabile scientifico dell’iniziativa.

Per assolvere  tutte queste diverse finalità e rispondere alle sfide presenti e future dal nome “invecchiamento della popolazione”, “digitalizzazione”, “cambiamenti climatici” e “one health”, gli esperti di progettazione ospedaliera hanno stilato un decalogo si strategie metaprogettuali. Tra le indicazioni che dovranno essere tenute in considerazione, il fatto che l’ospedale dovrà essere dotato di flessibilità e resilienza fin dalla progettazione della maglia strutturale, essere dotato di digitalizzazione pervasiva e trasversale, essere sostenibile sotto il profilo sociale, ambientale ed economico, essere attento al well-being di tutti gli utenti e prevedere una prevalenza di camere singole.

“Oggi l’ospedale è concepito per il ricovero dei pazienti, ma dovrà diventare accogliente anche per il caregiver e per il personale sanitario. Oggi dopo il triage non è possibile accompagnare il paziente lungo il percorso di cura. Ma dobbiamo tendere all’umanizzazione delle cure”, anche a partire dalle strutture, ha precisato Pavesi.

Flessibilità e camere singole

Oggi l’80% dell’assistenza sanitaria avviene all’interno delle camere

Ecco quindi che tra gli elementi strutturali vitali per progettare l’ospedale del futuro vi è la necessità di dividere gli spazi per macroaree ospedaliere a complessità omogenea, come diagnostica, terapia e Pronto soccorso. La prevalenza delle camere singole è determinata dal fatto che oggi l’80% dell’assistenza sanitaria avviene all’interno delle camere. Se esse saranno singole ma trasformabili in doppie non per ospitare altri pazienti ma il caregiver, si genereranno risparmi operativi giacché il caregiver potrà sostituire in parte alcune attività oggi svolte dagli operatori socio sanitari. Quanto alla tecnologia abilitante, la digital health, sempre più fine e presente, dovrà servire per liberare tempo di qualità al personale sanitario da dedicare alle attività di cura.

Palese è il fatto che una rilevante quota dei nosocomi italiani possiede strutture vecchie, se non addirittura obsolete. E il classico dilemma se sia meglio ristrutturare o ricostruire torna a fare capolino. Ebbene, per guardare all’ospedale del futuro partendo da uno già esistente si dovrà prevedere un nuovo building ad alta intensità dismettendo le strutture obsolete o riconfigurandole con funzione a bassa complessità o accessoria.

Logistica 4.0 e droni

Un ruolo chiave avrà anche la logistica, che dovrà essere progettata secondo i principi del ‘just in time’, che sfrutta al massimo l’automatizzazione. Tutto per consentire di ridurre le dimensioni dei depositi e i costi di gestione. E così via libera a hub logistici esterni integrati con i sistemi dei servizi generali, logistici e farmaceutici, finanche all’utilizzo dei droni per il trasporto di medicinali e provette, persino tra strutture sanitarie differenti o all’interno dei corpi di strutture sanitarie particolarmente estese. Come già avviene dal 2018 negli Ospedali di Lugano dopo un test e come è in fase di sperimentazione all’ospedale San Raffaele di Milano.

A tutta sostenibilità

Quanto alla sostenibilità, si tratta di uno dei temi più rilevanti che dovranno essere affrontati e risolti dai progettisti dei nuovi ospedali. Partendo dalla consapevolezza che l’ospedale è l’edificio energivoro per antonomasia e che uno studio del 2018 pubblicato su The Lancet Planetary Health ci restituisce un dato inquietante: il settore sanitario produce il 3-10% delle emissioni di CO2 a livello mondiale.

Se i sistemi sanitari del mondo fossero una nazione sarebbero il quinto Paese più inquinante

Ha aggiunto Luigi Bertinato, responsabile della Segreteria scientifica della Presidenza dell’Istituto superiore di sanità: “Se i sistemi sanitari del mondo fossero una nazione sarebbero il quinto Paese più inquinante. Ecco perché l’ospedale del futuro deve essere non inquinante”. Ciò si dovrà declinare non solo pensando di sfruttare le energie rinnovabili, ridurre le emissioni climalteranti dirette e indirette, ma anche utilizzando materiali sostenibili ecologicamente ed economicamente. In questo senso vale il principio del ‘chi più spende meno spende’. Infatti gli esperti concordano nel sostenere che una progettazione sostenibile può essere più costosa rispetto all’utilizzo di materiali non sostenibili. Ma che l’adozione di progettualità volte alla sostenibilità compensa i costi elevati nel tempo, perché la riduzione di consumi energetici porterà alla diminuzione dei costi operativi dell’ospedale.

Smart and digital

Ma l’ospedale del futuro sarà anche smart. Il che significa essere progettati e realizzati in modo che l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione sia distribuita a tutti i livelli per poter interagire con personale sanitario e pazienti in modo flessibile a seconda delle esigenze specifiche. Smart significa anche essere connesso con le altre strutture sanitarie del territorio per consentire la continuità assistenziale. Un ospedale che risulta quindi fisico e digitale, locale e in cloud allo stesso tempo.

Come ha commentato il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro: “Bisogna intervenire nel Ssn a livello di organizzazione, contratti e competenze delle diverse professionalità. Le strutture sono facilitatori del rendere operativi i modelli organizzativi. Le cure primarie e l’ospedale fanno parte dei una rete di assistenza sanitaria unica. Questi ultimi devono essere progettati in modo che possano dialogare tra loro e con il territorio con l’obiettivo della prossimità delle cure e del riuscire a rispondere efficacemente ai bisogni di salute. Dobbiamo creare una dimensione unitaria dei percorsi di cura”.

Ema: azioni a sostegno dello sviluppo di medicinali per bambini

Le autorità di regolamentazione dell’Unione europea (UE) hanno adottato diverse iniziative negli ultimi quattro anni per aumentare l’efficienza dei processi di regolamentazione pediatrica e promuovere lo sviluppo di medicinali per bambini. Questi risultati sono evidenziati nella relazione conclusiva del piano d’azione dell’EMA e della Commissione europea (CE) sulla pediatria.

Tra i principali miglioramenti apportati dal piano d’azione:

  • Maggiore attenzione ai bisogni medici insoddisfatti: negli ultimi quattro anni, l’EMA e gli stakeholder si sono sistematicamente riuniti per identificare e sensibilizzare sulle aree in cui i medicinali per bambini sono particolarmente necessari, con l’obiettivo di spostare l’agenda della ricerca su queste aree. Ad esempio, si sono svolti forum strategici multi-stakeholder per discutere e concordare le esigenze dei bambini malati di cancro e dei bambini con malattia infiammatoria intestinale. Gli insegnamenti tratti da questi incontri che coinvolgono medici, pazienti pediatrici e i loro rappresentanti, mondo accademico, autorità di regolamentazione, organismi di HTA e sviluppatori vengono presi in considerazione dall’EMA durante la discussione dei piani di indagine pediatrica (paediatric investigation plans (PIPs) per nuovi farmaci.
  • Adeguare i processi normativi per sostenere meglio l’innovazione: per facilitare l’istituzione di PIP, i processi normativi sono stati adattati e i processi complessivamente semplificati. Uno dei principali risultati di questo lavoro è l’avvio di una fase pilota per un accordo “stepwise PIP”: in alcuni casi sarà possibile concordare un programma di sviluppo parziale, subordinato allo sviluppo di un PIP completo una volta che le evidenze diventano disponibile nel tempo. Ciò consentirà di concordare PIP per farmaci innovativi in cui le informazioni necessarie per definire alcune parti del piano non sono ancora disponibili, pianificando al contempo le condizioni e le scadenze per le aziende per tornare al comitato pediatrico dell’EMA (PDCO) e discutere i punti ancora da chiarire una volta che i dati saranno disponibili. Maggiori informazioni su questo framework di nuova concezione, lanciata oggi, sono fornite nella guida per il progetto pilota “stepwise PIP”.
  • Maggiore allineamento dei requisiti in materia di dati tra i decisori: per facilitare la compatibilità dei requisiti pediatrici tra autorità di regolamentazione, l’EMA ha rafforzato la sua collaborazione con i partner internazionali e in particolare all’interno del suo cluster pediatrico con la Food and Drug Administration (FDA) statunitense e altri enti regolatori internazionali. Il lavoro è stato svolto anche attraverso la rete europea di ricerca pediatrica presso l’EMA (Enpr-EMA) per allineare i requisiti internazionali per l’autorizzazione e gli standard delle sperimentazioni cliniche pediatriche.

Nel 2017, la CE ha pubblicato una relazione decennale sull’attuazione del regolamento pediatrico (Pediatric Regulation). Questa relazione ha evidenziato un successo complessivo del regolamento con un aumento dei medicinali autorizzati per i bambini, ma ha anche individuato alcune sfide, rilevando in particolare che alcune aree terapeutiche (ad esempio oncologia, neonatologia) non avevano ancora sviluppi sufficienti per i bambini.

Sulla base di questo rapporto, nel 2018 l’EMA insieme alla CE ha tenuto un seminario multistakeholder per identificare i modi per migliorare l’attuazione del regolamento pediatrico. A seguito del workshop è stato sviluppato il piano d’azione pediatrico per fornire alcune soluzioni immediate a queste sfide nell’ambito dell’attuale quadro normativo. Questo lavoro contribuirà all’applicazione del regolamento pediatrico, mentre la CE sta attualmente finalizzando una proposta di revisione della legislazione farmaceutica dell’UE, che includerà una revisione del quadro legislativo applicabile ai medicinali per bambini. L’adozione della proposta è prevista per il prossimo mese.

Maggiori informazioni sul Regolamento Pediatrico

Il regolamento pediatrico (Pediatric Regulation) è entrato in vigore nell’UE nel 2007 per incoraggiare i produttori a ricercare e sviluppare farmaci per le esigenze terapeutiche specifiche dei bambini utilizzando un sistema di ricompense e obbligando gli sviluppatori a pianificare in modo specifico lo sviluppo del proprio farmaco per bambini (ad esempio integrandolo nello sviluppo per adulti) e inviare un PIP corrispondente. Un PIP è un piano di sviluppo volto a garantire che i dati necessari siano ottenuti attraverso studi sui bambini, per supportare l’autorizzazione di un medicinale per pazienti pediatrici. Tutte le domande di autorizzazione all’immissione in commercio di nuovi medicinali devono includere i risultati degli studi descritti in un PIP concordato, a meno che il medicinale non sia esente a causa di un rinvio o di una rinuncia.

Test genetici, cosa ne pensano gli italiani?

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per quegli esami che permettono di avere informazioni sul proprio patrimonio genetico, in particolare per riscontrare la predisposizione a specifiche patologie. Lo conferma anche l’ultima indagine dell’Osservatorio Sanità di UniSalute[1], che insieme all’istituto di ricerca Nomisma ha analizzato l’atteggiamento di italiane e italiani verso questo tipo di test, con un sondaggio svolto su un campione di 1.200 persone.

Lo studio ha indagato innanzitutto quanto gli italiani conoscano questi esami: è emerso come meno di uno su quattro (23%) dichiari di essere ben informato sui test genetici, e appena il 15% ne abbia già effettuato uno o si appresti a farlo. La maggioranza (64%) ne ha solo sentito parlare e non sa di preciso di cosa si tratti, con due su tre (67%) che affermano di volerne saperne di più, soprattutto per poter escludere o prevenire patologie (64%), o per la presenza di malattie ereditarie in famiglia (38%).

UniSalute ha poi interrogato il campione di chi ha già eseguito un test genetico: l’esame si è rivelato utile? Nella grande maggioranza dei casi, quasi quattro su cinque (77%), sì: o perchéha escluso la presenza di un’anomalia genetica (45%), o perché l’ha confermata (32%). La ragione predominante per effettuare il test, tra chi lo ha già svolto o sta per farlo, è la presenza di malattie ereditarie in famiglia (54%); chi effettua questi esami lo fa anche solo a scopo preventivo (39%), mentre più raramente a seguito dell’insorgere di una patologia (8%).

Le malattie per cui più frequentemente si svolge un test genetico includono la fibrosi cistica (24%), le patologie cardiache (24%) e il diabete (23%); considerando solo le donne del campione, è invece il tumore al seno (31%) la patologia per cui si effettuano più test.

Nel campione interrogato dal sondaggio c’è però anche chi afferma di non essere interessato ai test genetici, quasi un italiano su cinque (18%). Come mai? In gran parte, chi non ha interesse per questi esami dichiara di preferire non conoscere la propria predisposizione ad alcune patologie (61%), anche perché in molti casi non si hanno malattie ereditarie in famiglia (43%). Gli italiani, comunque, ritengono il patrimonio genetico sia molto importante nella salute di una persona: oltre uno su tre (36%) lo indica come uno dei fattori principali, secondo solo al tipo di alimentazione (41% delle risposte).


[1] Indagine CAWI condotta dall’istituto di ricerca Nomisma nell’estate 2022 su di un campione di 1.200 persone stratificato per età (18-75 anni), sesso ed area geografica con sovracampionamento nelle province di Milano, Torino, Padova, Bologna, Napoli

Farmaci: “Mettere in sicurezza catena delle forniture in Europa”

Introdurre flessibilità normative sugli imballaggi (soprattutto riguardo al foglietto illustrativo) per facilitare la riassegnazione dei medicinali attraverso le frontiere interne dell’UE; adottare misure immediate per alleggerire il peso dell’inflazione sui farmaci generici, promuovendo l’adozione di criteri di gara basati sull’offerta economicamente più vantaggiosa, o accordi quadro previsti dalla direttiva sugli appalti pubblici; migliorare la prevedibilità della domanda condividendo dati con i produttori di medicinali.

Queste – secondo Medicines for Europe – le misure da adottare a breve termine per mitigare il rischio di nuove carenze di farmaci nel corso dell’anno.

Le proposte sono contenute in una lettera aperta che la presidente, Elisabeth Stampa e i membri dell’esecutivo dell’associazione europea dei produttori di generici, biosimilari e Value added medicines hanno inviato alla presidente del Parlamento UE, Roberta Metsola e ai membri della Commissione UE, sollecitando un «nuovo contratto di sicurezza sui farmaci per l’Europa» in vista della definitiva revisione della legislazione farmaceutica che la Commissione avrebbe dovuto di adottare entro la fine del 2022.

Tra gi esempi di “buone pratiche” citate nel messaggio, quello del Canada, che per regolamentare il mercato applica un sistema di prezzi di riferimento a scaletta che aumenta i prezzi quando ci sono pochi fornitori e riduce i prezzi quando invece sono molti e quello della Germania, che sta rivedendo la legislazione di settore per autorizzare la revisione dei prezzi quando le supply chain sono troppo consolidate.

La lettera sollecita a tale proposito un Medicines Security Act che preveda investimenti orientati al raggiungimento dell’autonomia strategica dell’UE sia nella produzione di principi attivi farmaceutici che di medicinali. Ma reca anche un preciso avvertimento: non ci si illuda di risolvere la questione delle carenze con l’ipotesi di appalti congiunti che avrebbero invece il potere di aggravarle.

«I requisiti nazionali in materia di scorte e carenze, nonché le multe ad essi correlate inducono produttori e grossisti a detenere grandi volumi nei magazzini di ciascuno Stato membro, compromettono il principio della solidarietà dell’UE, aumentano il consolidamento delle catene di approvvigionamento incrementando i costi, riducono la disponibilità di medicinali in altri mercati e impediscono all’industria di adottare misure di mitigazione – spiega la lettera -. Gli appalti congiunti a livello europeo diminuirebbero la prevedibilità della domanda a livello nazionale, destabilizzano i contratti locali e i canali di fornitura esistenti e aggraverebbero ulteriormente l’impennata globale della domanda».

«Siamo invece disponibili – prosegue la lettera – a collaborare con HERA (Autorità per le emergenze sanitarie) su un concetto di “riserva strategica europea” basata su riserve mobili, sul modello adottato in passato dal Regno Unito e oggi dall’Australia. Questo modello – conclude Medicines for Europe – offre un elevato grado di sicurezza per i pazienti, è flessibile per i produttori e a basso costo per Governi e Unione Europea».