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Tumore del colon-retto, 48.100 casi in Italia nel 2022. + 4.400 in 2 anni

Nel 2022, in Italia, sono state stimate 48.100 nuove diagnosi di tumore del colon-retto (erano 43.702 nel 2020). In due anni l’incremento è stato di quasi 4.400 casi (4.398). L’impatto della pandemia e dei ritardi negli screening accumulati durante l’emergenza sanitaria è evidente nei numeri e si traduce in una vera e propria epidemia di neoplasie colorettali. È dimostrato che il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci è in grado di ridurre la mortalità di circa il 30%. Non solo. Proprio questa neoplasia, in epoca prepandemica, è stata l’esempio dell’efficacia dei programmi di prevenzione secondaria: nel nostro Paese, nel 2020, i tassi di incidenza erano in diminuzione del 20% rispetto al picco del 2013. Ma lo stop agli screening durante il picco pandemico e i successivi ritardi nella ripresa dei programmi hanno vanificato gli ottimi risultati ottenuti. E sette cittadini su 10 non eseguono il test per la ricerca del sangue occulto, che il sistema sanitario offre gratuitamente ogni due anni a tutti i 50-69enni. Per questo l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) promuove un grande progetto di sensibilizzazione per migliorare l’adesione al test, che partirà nelle prossime settimane. Saranno realizzati spot, opuscoli, una forte campagna social ed è previsto il coinvolgimento attivo delle farmacie. L’annuncio viene dal Convegno AIOM dedicato alle neoplasie gastrointestinali (“News in GI Oncology”), che si è aperto a Padova.

“Il tumore del colon-retto in Italia è il secondo più frequente dopo quello della mammella – afferma Saverio Cinieri, Presidente Nazionale AIOM -. La sopravvivenza a 5 anni raggiunge il 65%. Lo screening colorettale è in grado di individuare, oltre alla presenza della neoplasia ogni 850 persone asintomatiche, anche adenomi, cioè polipi, potenzialmente in grado di trasformarsi in cancro ogni 150 individui analizzati. La loro rimozione prima dello sviluppo della neoplasia permette di ridurre i nuovi casi. Stiamo assistendo a un lento riavvio dei programmi di screening, ma non è sufficiente. Servono iniziative concrete per frenare l’incremento delle diagnosi. Vanno anche colmate le differenze territoriali, visto che al Nord l’adesione raggiunge il 45%, al Centro il 31% e al Sud solo il 10%. Inoltre, è importante che il test sia esteso anche agli over 70. Così potremo salvare più vite. Il progetto della nostra società scientifica è in linea con obiettivi del Piano Oncologico Nazionale recentemente approvato, che mira ad aumentare l’adesione ai programmi di screening, soprattutto a quello del tumore del colon-retto, e ad allargare la fascia d’età dei cittadini da invitare dai 50 ai 74 anni”.

Solo cinque Regioni superano il target del 50% di adesione: il Veneto è la più virtuosa (quasi il 70%), seguono il Trentino, la Valle d’Aosta, l’Emilia-Romagna e il Friuli Venezia Giulia. In Veneto, nel 2022, sono stati diagnosticati 3.601 nuovi casi (1.970 uomini, 1.631 donne).  

“Il tumore del colon-retto insorge, in oltre il 90% dei casi, a partire da lesioni precancerose che subiscono una trasformazione neoplastica maligna – spiega Sara Lonardi, Direttore FF dell’Oncologia 3 all’Istituto Oncologico Veneto IRCCS di Padova –. Per questo lo screening è così efficace: ci permette di rimuovere i polipi prima che diventino neoplastici, costituendo quindi una vera e propria prevenzione primaria. Inoltre, se individuiamo la neoplasia durante le prime fasi, possiamo intervenire tempestivamente e raggiungere i migliori risultati in termini di guarigione. Tra i fattori di rischio rientrano gli stili di vita scorretti, in particolare sedentarietà, fumo di sigaretta, sovrappeso, obesità, consumo eccessivo di farine e zuccheri raffinati, carni rosse, alcol ed insaccati e ridotta assunzione di fibre vegetali. Gli stili di vita sani devono essere rispettati anche dopo la diagnosi, sia per prevenire l’insorgenza di recidive che per migliorare l’efficacia dei trattamenti. I segni della malattia precoce non sono specifici e includono modifiche delle abitudini intestinali, fastidio addominale, perdita di peso e stanchezza persistente. Quando la patologia è più avanzata si possono manifestare perdite di sangue durante l’evacuazione, dolori addominali, nausea o vomito. Il 20% dei casi, purtroppo, è scoperto tardi, quando sono già sviluppate metastasi, ma la prognosi di questi pazienti è migliorata sensibilmente negli ultimi anni. Questi passi avanti sono legati da una parte alle nuove conoscenze biologiche, dall’altra all’individuazione di particolari bersagli molecolari che costituiscono il target di terapie innovative”.

“È una neoplasia estremamente eterogenea dal punto di vista genetico-molecolare – sottolinea Filippo Pietrantonio dell’Oncologia Medica Gastroenterologica alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano e membro del Direttivo Nazionale AIOM -. La maggior parte dei pazienti con tumore del colon-retto metastatico non è eleggibile ad un intervento chirurgico potenzialmente curativo. Al momento di iniziare il trattamento, deve essere effettuata la valutazione dello stato mutazionale dei geni indicati con l’acronimo RAS (KRAS e NRAS), di BRAF e di quelli coinvolti nelle funzioni di riparazione del DNA ‘mismatch repair’ ed elevata instabilità dei microsatelliti. Questi geni funzionano come ‘interruttori’ che attivano i meccanismi di crescita e replicazione delle cellule tumorali e possono essere nello stato normale o mutato. Lo stato normale di KRAS e NRAS, che rappresenta circa il 40-45% del totale dei casi di carcinoma del colon-retto metastatico, indica che il paziente ha maggiori probabilità di rispondere alla terapia a base di anticorpi monoclonali anti-EGFR”. “La mutazione di BRAF – continua Filippo Pietrantonio – è individuata in circa il 10% dei casi ed è associata a una prognosi peggiore, perché il tumore è più aggressivo e per una maggiore resistenza alle terapie. La mutazione V600E è la più frequente tra quelle di BRAF e il rischio di mortalità in questi pazienti è più che raddoppiato rispetto a quelli ‘non mutati’. In questi casi, la disponibilità di una terapia mirata permette miglioramenti della sopravvivenza globale, della risposta obiettiva e della sopravvivenza libera da progressione”. “Circa il 5% dei pazienti con tumore del colon-retto metastatico mostra elevata instabilità dei microsatelliti, da cui deriva un alto numero di mutazioni – spiega Sara Lonardi -. Questa caratteristica sembrava ridurre la probabilità di trarre beneficio dalla chemioterapia tradizionale, ma ora si trasforma in un certo senso in un vantaggio, perché permette di selezionare un sottogruppo di pazienti molto responsivi all’immunoterapia”.

I progressi nelle terapie si traducono nelle cifre: oggi in Italia 513.500 persone vivono dopo la diagnosi. “L’oncologia di precisione richiede che siano individuate le caratteristiche molecolari della neoplasia, cioè i geni che ci aiutano a stabilire la cura più efficace – conclude il Presidente Cinieri -. Vi sono alterazioni geniche che, se presenti, possono fornire al clinico informazioni molto importanti sull’aggressività biologica del tumore e sulla possibilità di rispondere o meno alle terapie. In questo modo, possiamo individuare la migliore strategia per il singolo paziente, con risparmi per il sistema sanitario”.

Un fascio di luce per individuare le cellule tumorali nel sangue

Un gruppo di ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ha sviluppato e combinato nuove tecnologie di imaging che, analizzando la luce che attraversa le cellule e il loro metabolismo, permettono l’identificazione delle cellule tumorali circolanti nel sangue (CTC). Le CTC, verosimilmente responsabili della diffusione delle metastasi, derivano da tumori solidi e circolano nel sangue periferico ma, essendo presenti in quantità minime, sono difficili da individuare ed eliminare con i farmaci attualmente disponibili. I ricercatori coinvolti nella ricerca, che è stata pubblicata sulla rivista Frontiers in Bioengineering and Biotechnology, afferiscono all’Istituto di endocrinologia e oncologia sperimentale ‘G. Salvatore’ (Cnr-Ieos) e all’Istituto di scienze applicate e sistemi intelligenti (Cnr-Isasi) di Napoli.

“Le cellule tumorali hanno la capacità di assimilare grandi quantità di glucosio, fino a dieci volte più velocemente di quanto facciano le cellule normali. Abbiamo utilizzato la microscopia Raman per studiare l’assorbimento delle molecole di glucosio da parte delle cellule tumorali e osservare il loro metabolismo. Si tratta di un sistema di radiazione laser con il quale vengono illuminate le molecole, che ci permette di identificarle in maniera univoca, senza utilizzare particolari marcature”,  spiega Alberto Luini, ricercatore associato del Cnr-Ieos.

“Abbiamo dimostrato che la capacità delle cellule tumorali di assorbire il glucosio più velocemente determina l’accumulo di lipidi in forma di goccioline, diversamente da quanto accade, per esempio, con i leucociti, le cellule sane del sangue. Questo ci fornisce un parametro affidabile per distinguere le cellule tumorali da quelle del sangue”, illustra Anna Chiara De Luca, ricercatrice del Cnr-Ieos.

“Per individuare le goccioline lipidiche con tempistiche simili a quelle di uno screening rapido, abbiamo combinato la microscopia Raman con l’imaging olografico in polarizzazione (PSDHI). Questa tecnica di imaging permette di identificare la morfologia delle cellule e mappare le proprietà birifrangenti delle goccioline lipidiche. Siamo così riusciti a distinguere le CTC dai leucociti in pochi secondi, con un’affidabilità vicina al 100%”, rivela Maria Antonietta Ferrara, ricercatrice del Cnr-Isasi.

“Questo approccio pone le basi per lo sviluppo di un nuovo metodo di isolamento delle cellule tumorali, semplice e universalmente applicabile. La raccolta e la coltura in vitro delle CTC, inoltre, ci consente di esaminare le loro caratteristiche genetiche e biochimiche e valutare la sensibilità a farmaci specifici”, afferma Giuseppe Coppola ricercatore del Cnr-Isasi.

Il rilevamento e la quantificazione delle cellule tumorali attraverso questo sistema combinato, realizzato grazie al sostegno di Fondazione Airc per la ricerca sul cancro e della Regione Campania, dopo la validazione in successivi studi preclinici e clinici, potrà essere utilizzato per lo screening, la diagnosi, la selezione della terapia e il monitoraggio della progressione delle patologie tumorali e delle eventuali recidive.

Corte Costituzionale: legittimo l’obbligo vaccinale per il personale sanitario

Depositate ieri, 9 febbraio, le tre sentenze della Corte Costituzionale che hanno respinto altrettante questioni di legittimità poste sull’obbligo vaccinale contro il Covid per gli operatori sanitari. Ecco nel dettaglio quanto comunicato dalla Consulta.

Obbligo vaccinale: inammissibile la questione di legittimità costituzionale sulla sospensione dell’esercizio della professione sanitaria anche se le mansioni non comportano contatti personali

È inammissibile la questione di legittimità dell’art. 4, comma 4, del decreto-legge 44 del 2021, come modificato dal d.l. n. 172 del 2021, laddove, in caso di inadempimento dell’obbligo vaccinale, non si limita la sospensione dall’esercizio della professione sanitaria a quelle sole prestazioni o mansioni che implicano contatti personali o che comportano, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del Covid-19.

Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n.16 del 2023, depositata oggi (redattore Augusto Antonio Barbera), la cui motivazione è stata anticipata con il comunicato del 1 dicembre 2022.

Il TAR Lombardia, chiamato a decidere un ricorso di una psicologa che, a causa dell’inosservanza dell’obbligo vaccinale, era stata sospesa dall’esercizio della professione, ha dubitato della legittimità costituzionale della citata norma, ritenendola in contrasto con i principi di ragionevolezza e di proporzionalità, di cui all’articolo 3 della Costituzione.

In caso di omessa vaccinazione, infatti, la disposizione censurata estenderebbe irragionevolmente il divieto di svolgere la professione sanitaria a tutte le attività che richiedono l’iscrizione ad albi professionali, anche se dette attività non comportano alcun rischio di diffusione del COVID-19, potendo essere svolte da remoto, mediante l’utilizzo di strumenti telematici e telefonici.

Le questioni sono state dichiarate inammissibili in ragione di un preliminare profilo processuale, che ha escluso una valutazione nel merito delle stesse: il difetto di giurisdizione del tribunale amministrativo regionale che le ha sollevate.

Secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione – che è l’unico giudice competente a decidere sulla giurisdizione – appartiene alla cognizione del giudice ordinario la controversia in cui viene in rilievo un diritto soggettivo – nel caso, quello ad esercitare la professione sanitaria – non intermediato dall’esercizio del potere amministrativo.

La sospensione dall’esercizio della professione sanitaria discende automaticamente dall’accertato inadempimento dell’obbligo vaccinale, imposto come requisito essenziale dalla legge.

La competenza sulle relative controversie è, dunque, del giudice ordinario, non di quello amministrativo.

Covid-19: i dati scientifici disponibili hanno imposto per il personale sanitario l’obbligo vaccinale non sostituibile dalla misura del tampone per la prevenzione dall’infezione

La sentenza n.15 del 2023 (redattore Stefano Petitti) depositata oggi, anticipata con il comunicato stampa del 1 dicembre 2022, ha stabilito che la previsione, per i lavoratori impiegati in strutture residenziali, socio-assistenziali e socio-sanitarie, dell’obbligo vaccinale per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2 anziché di quello di sottoporsi ai relativi test diagnostici (c.d. tampone), non ha costituito una soluzione irragionevole o sproporzionata rispetto ai dati scientifici disponibili.

In risposta alle questioni di legittimità costituzionale sollevate dai Tribunali ordinari di Brescia, di Catania e di Padova, la Corte ha affermato che la normativa censurata ha operato un contemperamento non irragionevole del diritto alla libertà di cura del singolo con il coesistente e reciproco diritto degli altri e con l’interesse della collettività, in una situazione in cui era necessario assumere iniziative che consentissero di porre le strutture sanitarie al riparo dal rischio di non poter svolgere la propria insostituibile funzione.

Il sacrificio imposto agli operatori sanitari non ha ecceduto quanto indispensabile per il raggiungimento degli scopi pubblici di riduzione della circolazione del virus, ed è stato costantemente modulato in base all’andamento della situazione sanitaria, peraltro rivelandosi idoneo a questi stessi fini.

La mancata osservanza dell’obbligo vaccinale ha riversato i suoi effetti sul piano degli obblighi e dei diritti nascenti dal contratto di lavoro, determinando la temporanea impossibilità per il dipendente di svolgere mansioni implicanti contatti interpersonali o che comportassero, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del contagio.
La sentenza ha ritenuto non contraria ai principi di eguaglianza e di ragionevolezza anche la scelta legislativa di non prevedere, per i lavoratori del settore sanitario che avessero deciso di non vaccinarsi, un obbligo del datore di lavoro di assegnazione a mansioni diverse, a differenza di quanto invece stabilito per coloro che non potessero essere sottoposti a vaccinazione per motivi di salute o per il personale docente ed educativo della scuola. La Corte ha considerato tale scelta giustificata dal maggior rischio di contagio, sia per sé stessi che per la collettività, correlato all’esercizio delle professioni sanitarie.

La sentenza, infine, ha deciso che quanto previsto dalle norme censurate – secondo cui al lavoratore che avesse scelto di non sottoporsi alla vaccinazione non erano dovuti, nel periodo di sospensione, la retribuzione né altro compenso o emolumento – ha giustificato anche la non erogazione al dipendente sospeso di un assegno alimentare in misura non superiore alla metà dello stipendio. La Corte, infatti, ha ritenuto non comparabile la posizione del lavoratore che non ha inteso vaccinarsi con quella del lavoratore del quale sia stata disposta la sospensione dal servizio a seguito della sottoposizione a procedimento penale o disciplinare, casi questi ultimi in cui l’assegno alimentare può essere erogato.

In particolare, la Corte ha escluso che fosse costituzionalmente obbligata la soluzione di porre a carico del datore di lavoro l’erogazione solidaristica di una provvidenza di natura assistenziale in favore del lavoratore che non avesse inteso vaccinarsi e che fosse, perciò, temporaneamente inidoneo allo svolgimento della propria attività lavorativa.

Covid-19: l’obbligo vaccinale per il personale sanitario non costituisce una misura irragionevole né sproporzionata se l’obiettivo è quello di prevenire la diffusione del virus e di salvaguardare la funzionalità del sistema sanitario

Con la sentenza n.14 del 2023 (redattore Filippo Patroni Griffi) depositata oggi, la Corte ha ritenuto non fondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana, concernente l’obbligo vaccinale per la prevenzione dell’infezione da SARS-Cov-2 per il personale sanitario.

Come anticipato con il comunicato del 1° dicembre scorso, la Corte ha ritenuto che la scelta assunta dal legislatore al fine di prevenire la diffusione del virus, limitandone la circolazione, non possa ritenersi irragionevole né sproporzionata, alla luce della situazione epidemiologica e delle risultanze scientifiche disponibili.

In continuità con la propria giurisprudenza in materia di trattamenti sanitari obbligatori, la Corte ha ribadito innanzitutto che l’articolo 32 della Costituzione affida al legislatore il compito di bilanciare, alla luce del principio di solidarietà, il diritto dell’individuo all’autodeterminazione rispetto alla propria salute con il coesistente diritto alla salute degli altri e quindi con l’interesse della collettività.

In applicazione di questi princìpi, la Corte ha giudicato non fondati i dubbi di costituzionalità prospettati dal giudice rimettente: di fronte alla situazione epidemiologica in atto, infatti, il legislatore ha tenuto conto dei dati forniti dalle autorità scientifico-sanitarie, nazionali e sovranazionali, istituzionalmente preposte al settore, quanto a efficacia e sicurezza dei vaccini; e, sulla base di questi dati scientificamente attendibili, ha operato una scelta che non appare inidonea allo scopo, né irragionevole o sproporzionata. Come emerge dall’analisi comparata, del resto, misure simili sono state adottate anche in altri Paesi europei.

Nella sua pronuncia, in particolare, la Corte ha chiarito – sempre in linea con la propria giurisprudenza – che il rischio remoto, non eliminabile, che si possano verificare eventi avversi anche gravi sulla salute del singolo, non rende di per sé costituzionalmente illegittima la previsione di un trattamento sanitario obbligatorio, ma costituisce semmai titolo all’indennizzo.

“Non può, pertanto, condividersi – si legge nella motivazione della sentenza -– la lettura che il Collegio rimettente dà della giurisprudenza di questa Corte, la quale ha, per contro, affermato che devono ritenersi leciti i trattamenti sanitari, e tra questi le vaccinazioni obbligatorie, che, al fine di tutelare la salute collettiva, possano comportare il rischio di ‘conseguenze indesiderate, pregiudizievoli oltre il limite del normalmente tollerabile’ (sentenza numero 118 del 1996)”.

Quanto, infine, alla censura di contraddittorietà di una disciplina che impone il consenso a fronte di un obbligo vaccinale, la Corte ha rilevato che “l’obbligatorietà del vaccino lascia comunque al singolo la possibilità di scegliere se adempiere o sottrarsi all’obbligo, assumendosi responsabilmente, in questo secondo caso, le conseguenze previste dalla legge”.

“Qualora, invece, il singolo – continua la sentenza – adempia all’obbligo vaccinale, il consenso, pur a fronte dell’obbligo, è rivolto, proprio nel rispetto dell’intangibilità della persona, ad autorizzare la materiale inoculazione del vaccino”.

Cineca e Assd insieme per la formazione digitale del personale sanitario

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“Questo accordo nasce dall’esigenza di contribuire a realizzare una sanità maggiormente efficace ed efficiente, coniugando le tecnologie sempre più sofisticate e le esigenze sempre più pressanti del territorio e delle professioni sanitarie, dei pazienti e dei loro caregiver. I primi risultati sono attesi già nel 2023”. Così il direttore generale del Cineca, David Vannozzi e il presidente dell’Associazione scientifica per la sanità digitale (Assd), Gregorio Cosentino, entrambi convinti dell’importanza di investire sullo sviluppo di progetti formativi di digital health, per replicare, con sempre maggiore precisione e puntualità, alle esigenze di salute in termini di funzionalità, attenzione nei confronti dell’utente e riduzione dei costi.

L’obiettivo è coniugare tecnologie sempre più sofisticate ed esigenze sempre più pressanti del territorio e delle professioni sanitarie, dei pazienti e dei loro caregiver

Il protocollo d’intesa condiviso tra le parti, volto alla formazione digitale del personale sanitario mediante un approccio multiprofessionale e multidisciplinare, si inserisce nel contesto delle attuali linee programmatiche del Ministero della Salute, perseguite anche al di fuori dei confini nazionali, in cui la telemedicina e le nuove tecnologie costituiscono la componente chiave per supportare al meglio l’interazione dei differenti professionisti sanitari con l’assistito durante le diverse fasi di valutazione del bisogno assistenziale, di erogazione delle prestazioni nonché di monitoraggio delle cure.

Ambiti di intervento per potenziare le competenze digitali

Dalla mobile application alla business intelligence, business analytics e big data; dall’area del cognitive computing al suo utilizzo nel campo della genomica alla robotica; dall’internet of things alla telemedicina, dalla digital pathology alla stampa 3d: l’intesa raggiunta tra l’Associazione scientifica per la sanità digitale e il Cineca Consorzio Interuniversitario prevede un’ampia tipologia di corsi, iniziative e percorsi formativi di valore indirizzati agli stakeholders del comparto.

Le competenze di e-leadership sono un fattore critico di successo nella gestione dei progetti di sanità digitale

Riprendono Vannozzi e Cosentino: “La priorità fondamentale concerne lo sviluppo di competenze digitali specialistiche per il personale informatico delle strutture sanitarie. Ma altrettanto importante è ritenuto l’accrescimento di competenze digitali di base per gli operatori sanitari e amministrativi, che dovranno essere poi in grado di utilizzare gli strumenti messi a disposizione. Non manca, infine, l’esigenza di formazione digitale di base per i cittadini e i pazienti, in grado di produrre sia una cultura sia una abilità nuova”.

Investire sul personale sanitario: il Pnrr come opportunità

Nell’ambito dell’intesa tra Cineca e Assd saranno progettati corsi per incrementare competenze di e-leadership, in grado di perseguire obiettivi fondati sull’Information and Communications Technology attraverso l’attivazione di risorse umane e l’uso della tecnologia. Basilari tanto nel comparto privato tanto in quello pubblico, tali peculiarità rappresentano un fattore critico di successo nella gestione dei progetti di e-health.

Gregorio Cosentino

A questo proposito, il dg del Cineca e il presidente dell’Assd illustrano: “La formazione digitale del personale sanitario è una richiesta unanime, come anche confermato dal ruolo prioritario indicato nel Piano nazionale di ripresa e resilienza”. In particolare, riprendono, “all’interno di Assd è stato costituito un osservatorio con l’obiettivo di analizzare e verificare (tramite l’invio di un questionario e confronto con le professioni sanitarie e qualificati operatori del settore, e ora anche con i pazienti e i loro caregiver) lo stato dell’arte, le diverse tipologie di competenze e i conseguenti percorsi di formazione richiesti per le varie figure coinvolte. A sostegno del miglioramento e dell’innovazione del sistema tutto”.

Il supercomputer Leonardo a disposizione dell’e-health

David Vannozzi (foto Francesco Pierantoni)

“Quello che abbiamo raggiunto è un accordo molto importante per il settore sanitario”. Il presidente di Assd non nutre alcun dubbio. Lo stesso vale per il direttore generale di Cineca: “Grazie a questa intesa il nostro Consorzio compie un ulteriore passo in avanti. Da anni, infatti, Cineca, lavora nell’ambito della dematerializzazione e mette a disposizione la propria competenza e le proprie tecnologie sul tema della ricerca clinica e dei big data per offrire supporto nella progettazione delle architetture e-health di ultima generazione, affiancando i diversi attori coinvolti. L’accordo con l’Associazione scientifica per la sanità digitale va proprio in questa direzione, interessando uno tra i comparti che maggiormente potranno sfruttare le potenzialità anche del supercomputer Leonardo, che ha iniziato la sua attività al Tecnopolo di Bologna”.

Di recente classificato come il quarto supercomputer più potente al mondo, Leonardo assicura l’80% della potenza di calcolo italiana e il 20% di quella europea. Costato 240 milioni di euro (per metà a carico dell’Unione europea e per metà investiti dal governo italiano), ha una capacità senza precedenti nel nostro Paese, ed è al servizio degli istituti di ricerca, delle università e dei ricercatori dell’Ue.

L’effetto Covid sulla sanità digitale: le opportunità da cogliere

La pandemia ha velocizzato la trasformazione nei confronti di una sanità più digitale e virtuale evidenziando, in parallelo, le criticità del sistema nazionale, che solo parzialmente è riuscito a ricorrere ad un approccio tecnologico ben strutturato capace di seguire ogni componente del patient journey.

Sul tema, Vannozzi e Cosentino sottolineano “quanto sia stato fondamentale ciò che noi chiamiamo istante T0, collegato all’emergenza pandemica, che nella sua tragicità ha favorito anche cambiamenti positivi nel settore. All’improvviso, infatti, sono state superate resistenze culturali, modalità lavorative consolidate, lunghezze burocratiche e vincoli eccessivi del codice degli appalti. Si è finalmente compreso in pieno il valore della digital health, intesa come l’applicazione all’area medica e a quella della assistenza socio/sanitaria dell’Information and Communications Technology”.

È necessario prevedere percorsi di formazione in sanità digitale nei corsi Ecm, in quelli di laurea, nei corsi delle strutture sanitarie ma anche nei master universitari

Una sorta di spartiacque, a partire dal quale molto si sta facendo per potenziare la formazione digitale del personale sanitario, come attesta il notevole investimento previsto all’interno del Pnrr (Missione Salute). Ciò nonostante, chiosano gli esperti, “le diverse analisi di mercato, tra cui quelle svolte da Assd, confermano che bisogna fare ancora molto, in particolare favorendo l’introduzione di percorsi di formazione sulla sanità digitale nei corsi Ecm, in quelli di laurea, nei corsi promossi delle strutture sanitarie ma anche all’interno dei master universitari. Dobbiamo, con convinzione e professionalità, sostenere questo inarrestabile percorso evolutivo”.

Al via il progetto europeo Melcaya per combattere il melanoma giovanile

Nell’infanzia, nell’adolescenza e nei giovani adulti (CAYA), il melanoma è poco studiato e l’assenza di linee guida cliniche personalizzate e di approcci standardizzati comporta una variabilità nella gestione di questi pazienti, che portano spesso a risultati non ottimali. Il progetto MELCAYA mira a comprendere meglio i fattori di rischio e i determinanti del melanoma giovanile per migliorarne la prevenzione, la diagnosi e la prognosi. Partecipano al progetto oltre 21 istituzioni, tra istituzioni, enti di ricerca, associazioni e produttori di tecnologie sanitarie provenienti da 10 Paesi diversi.

Nel progetto, secondo la logica di valutazione multidimensionale propria dell’Health Technology Assessment, sono coinvolti esperti clinici, ricercatori, policy makers, eticisti, sociologi, ecc.

MELCAYA si propone di: 1) integrare i registri europei di riferimento esistenti; 2) studiare i fattori di rischio genetici e ambientali e il loro impatto sullo sviluppo e progressione del melanoma giovanile. Grande rilevanza nel progetto assumono le scienze omiche per lo studio delle diverse fasi di evoluzione della malattia. Informazioni che contribuiranno a sviluppare una nuova tassonomia del melanoma giovanile.

MELCAYA svilupperà anche strumenti basati sull’utilizzo di algoritmi di intelligenza artificiale che, a partire dai dati omici, dovrebbe consentire una diagnosi precoce e più accurata. Il trasferimento dei risultati del progetto Melcaya alle politiche sanitarie è un altro degli obiettivi del progetto. MELCAYA, infatti, progetterà e implementerà strategie di salute pubblica, per massimizzare l’impatto delle strategie diagnostiche e preventive.

AGENAS è partner del progetto e opererà, in particolare ma non solo, nel pacchetto di lavoro 7, focalizzato sull’implementazione delle strategie del sistema sanitario per informare la politica e la dimensione etica, e n. 8, incentrato invece sulla comunicazione, diffusione, sfruttamento e messa a sistema dei risultati.

Green procurement in sanità: gli appalti verdi in Italia e in Europa

L’articolo 34 del Codice degli Appalti ha reso obbligatoria l’applicazione dei Criteri ambientali minimi (CAM). La spesa della Pubblica Amministrazione interessata è pari a 199 miliardi di euro (ANAC, 2022), una quota importante per orientare verso la sostenibilità ambientale il mercato ed il Green Public Procurement (GPP). Ma quanto l’obbligatorietà è rispettata? Legambiente e Fondazione Ecosistemi hanno lanciato l’Osservatorio Appalti verdi per promuoverla e per monitorarne la concreta attuazione a partire dagli Enti Locali e aprendosi dallo scorso anno anche alle ASL.

Anche a livello europeo si va sempre di più verso una maggiore attenzione al GPP: proprio nelle scorse settimane la Commissione europea ha proposto di rendere in alcuni casi il Sustainable Public Procurement (SPP) obbligatorio. Tra chi ne studia le opportunità, la rete Sapiens Network, di cui fanno parte dieci università e 18 partner a livello internazionale: è nata per far crescere il potenziale del SPP, che richiede una nuova generazione di esperti che, oltre a conoscerne le metodologie, siano in grado di spaziare tra più discipline (giurisprudenza, economia, management).

Qual è quindi lo stato dell’arte e cosa aspettarsi per il futuro?

Ne parliamo con:

  • Roberto Caranta
    Professore di Diritto Amministrativo Università degli Studi di Torino, coordinatore Sapiens Network
  • Marco Mancini
    Coordinatore Osservatorio Appalti – Ufficio Scientifico Nazionale Legambiente APS

Conduce:

  • Adriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario

Per approfondire

Autonomia differenziata, Macchia (Ispe Sanità): “La sanità non sia tra le materie oggetto di maggiori autonomie”

“L’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del disegno di legge, a firma del Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Roberto Calderoli, desta profonda preoccupazione e l’ipotesi di inserire la Sanità tra le materie oggetto di maggiori autonomie necessita di un’attenta riflessione”. Lo afferma Francesco Macchia, Presidente dell’Istituto per la Promozione dell’Etica in Sanità-ISPE Sanità, ricordando che “la Riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 ha già portato a differenze laceranti tra i sistemi sanitari delle diverse Regioni e Province autonome: a testimoniarlo in modo inequivocabile ci sono le disparità negli adempimenti LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e la sempre crescente migrazione sanitaria tra le Regioni”.

L’intento dichiarato è quello di innescare una competizione virtuosa tra Regioni. Ma occorre ricordare che se si indice una competizione c’è sempre qualcuno che perde, e questo non è lo spirito del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) dove nessuno, invece, dovrebbe essere lasciato indietro. In questo caso a perdere sarebbero i cittadini che vivono in territori più svantaggiati. “Non solo, – prosegue il Presidente ISPE e Vice Presidente dello European Healthcare Fraud and Corruption Network (EHFCN) – se venissero accettate le richieste di alcune Regioni, come la possibilità di gestire fondi integrativi o modificare la governance dell’offerta ospedaliera, ci troveremmo in concreto ad avere 21 Servizi Sanitari Regionali. Comprensibile che le Regioni più ricche lo richiedano, inaccettabile che il Governo possa pensare di concederlo rinunciando a quel SSN che in 35 anni ha portato salute ed equità nel nostro Paese”.

Negli ultimi giorni, il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha più volte ricordato che la sanità è già competenza regionale e le Regioni si occupano della messa in campo dei fondi erogati dal Ministero. L’auspicio del Ministro è che l’autonomia non impatti in modo negativo e l’intenzione è che il Governo abbia competenze in più per verificare chi fa bene e chi no e intervenga dove ci sono delle chiare mancanze. “ISPE Sanità sostiene la posizione di Schillaci, nella speranza che si continui a lavorare nell’interesse di tutti i cittadini, senza differenze di appartenenza regionale, e della salute dell’intera popolazione”, conclude Macchia.

Milleproroghe, Fnopi: “Bene estensione del tetto dell’attività libero professionale”

“La Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) accoglie con soddisfazione l’approvazione, in Commissioni riunite Affari Costituzionali e Bilancio del Senato, di un emendamento al Milleproroghe che consente di estendere la possibilità di svolgere attività libero professionale anche presso strutture diverse da quella di appartenenza, sulla base di accordi decentrati ovvero presso la medesima struttura in regime di esclusività, ma anche elevando da 4 a 8 il monte ore in cui l’attività è consentita”.

“Un intervento che contribuisce ad affrontare in modo strutturale la carenza di personale sanitario. Il vincolo di esclusività per gli operatori sanitari era stato infatti già allentato, con risultati incoraggianti, soltanto per consentire agli infermieri dipendenti pubblici, impegnati nella campagna vaccinale, di effettuare vaccinazioni anche dopo il loro orario di lavoro. Sempre in via eccezionale, era già stata prevista la possibilità di svolgere attività libero professionale, oltre l’orario di lavoro presso le aziende pubbliche, nel limite di quattro ore settimanali fino al 31 dicembre 2022 per il personale sanitario”.

“Nel complesso la strada intrapresa è quella corretta, ora occorrono nuovi investimenti per assumere nuovo personale e consentire una riorganizzazione che eviti turni massacranti e insostenibili.”

Medico o robot? I rischi dell’Intelligenza Artificiale in sanità

Chatbot che dialogano con i pazienti, studi scientifici scritti da ChatGPT e algoritmi che definiscono le priorità in sala d’attesa. Che ruolo ha l’Intelligenza Artificiale in sanità e cosa accadrà nel prossimo futuro? Quali sono i pericoli e le opportunità?

Ne discutiamo con Guido Boella, professore del dipartimento di Informatica e vice rettore ai rapporti con le aziende dell’Università degli Studi di Torino, che martedì 14 febbraio sarà tra i relatori dell’incontro organizzato dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Torino al Circolo dei Lettori, alle 18, dal titolo “Medico o robot? Vantaggi e rischi dell’applicazione dell’intelligenza artificiale alla medicina” insieme al filosofo Maurizio Ferraris e la bioeticista e ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità Chiara Mannelli.

Chi ci curerà nel futuro, un medico o un robot?

Il titolo dell’evento cui parteciperò è un po’ provocatorio. Spieghiamolo. L’immagine del robot viene associata di solito soprattutto al lavoro in fabbrica e ai cosiddetti “colletti blu”, gli operai, che rischiano di perdere il lavoro se sostituiti dalle macchine. Invece, come si legge ormai su tutti i giornali, negli ultimi mesi l’enorme accelerazione delle tecnologie di Intelligenza Artificiale si avvicina a lavori “di concetto”, creativi, più intellettuali e legati aspetto cognitivo della persona. Allo stesso tempo, anzi, novità più “corporee” attese da tempo come i veicoli a guida autonoma tardano a comparire e, come nel caso di Tesla, continuano ad avere guai e incidenti. In modo inaspettato, compiti come la scrittura di testi e la creazione di immagini, presto probabilmente anche di video, e perfino parte del lavoro del medico, soprattutto in fase diagnostica, rischiano di essere compiti che verranno svolti da un computer molto prima del previsto.

Come si è arrivati a questo punto?

L’accelerazione del processo è dovuta a una nuova tecnologia che si è sviluppata negli ultimi dieci anni, chiamata deep learning: si tratta di un potenziamento del modello tradizionale delle reti neurali, che esiste da sessant’anni, che si è trovato liberato dalle limitazioni dei computer rispetto a qualche anno fa perché con i sistemi di supercalcolo e con l’enorme quantità di dati, testi, immagini oppure referti diagnostici a disposizione, questi possono essere dati in pasto ai nuovi sistemi che molti casi imparano da soli, senza la necessità di etichettare i dati e le informazioni manualmente, cosa che per altro è molto costosa.

Si aprono quindi nuovi scenari e problemi: le scuole e le università sono messe alla prova da uno strumento come ChatGPT, soprattutto visto che dalla pandemia molti esami avvengono davanti al computer. Analogamente accade in ambito medico, dove si pongono due diversi tipi di problematiche. Un primo problema è legato a domande di tipo etico-giuridico: un medico che ha a disposizione un’immagine radiografica e un algoritmo in grado di fornire una diagnosi possibilmente, in un futuro vicino, ancora più accurata della propria, si trova in difficoltà. Cosa succede se guarda prima la diagnosi del computer anziché farsi un’idea sua? Cosa succede se ci sono opinioni diverse? Di chi diventa la responsabilità del fidarsi della macchina o della propria conoscenza e del proprio intuito?

Il problema più grande è che spesso si tende a dimenticare l’aspetto economico e politico

Ma il problema più grande è che spesso si tende a dimenticare l’aspetto economico e politico. Ormai la maggior parte di questi sistemi è in mano ai grandi player informatici: è notizia di pochi giorni fa il nuovo investimento da 10 miliardi di Microsoft in OpenAI, che produce ChatGPT. Sistemi di deep learning come questi hanno bisogno di decine di migliaia computer per elaborare e i costi di funzionamento sono nell’ordine di milioni di dollari, anche a livello energetico. Sono quindi parte di un meccanismo economico-politico che ha il suo peso e vuole vedere ripagate le decine di miliardi che sta investendo.

La combinazione di questi meccanismi con la generale decrescita dei budget per la sanità in molti Paesi, comprese l’Italia e l’Inghilterra che è nella nostra stessa situazione, crea per i policy maker tentazioni pericolose: abbiamo visto che per risparmiare gli ospedali si sono rivolti ai gettonisti creando molti problemi, figuriamoci se trovano la possibilità di sostituire un radiologo con una macchina che dà referti abbastanza accurati.

È in gioco più la politica dell’etica, quindi?

Queste tecnologie non esistono senza un apparato economico alle spalle

Lo studioso Paolo Benanti, teologo della Pontificia Università Gregoriana, ha coniato il termine algoretica. Lo trovo un po’ traviante: si rischia di mettere al centro della discussione l’algoritmo, ma queste tecnologie non esistono senza un apparato economico alle spalle. Il pericolo è di astrarre il problema dalla realtà, che è decisamente più ampia: in definitiva si potrebbe addivenire a compromessi etici perché l’influenza economico-politica e di lobbying è molto forte. Del resto gli interessi in gioco sono tantissimi, tanto più in un momento in cui i grandi player ICT licenziano 10mila impiegati alla volta, che significa anche il 10-20% della loro forza lavoro.

Possiamo immaginarli come squali affamati in cerca di un nuovo business, tenendo conto anche del fatto che il loro valore in borsa è giustificato dalle prospettive di crescita: per rimanere a quel livello, avranno l’enorme tentazione di entrare e sostituire dove possono il personale e la sanità è un settore che già in crisi, in cui mancano competenze per via dei numeri chiusi, mancano assunti, mancano fondi. Il problema è quasi più economico-politico che etico di per sé, e i problemi etici vanno affrontati di pari passo con quelli economico-politici.

Che fine fa l’algoretica?

Dal punto di vista puramente etico ci sono varie problematiche. Si va dal fatto che il sistema è tendenzialmente addestrato su immagini radiografiche digitalizzate di uomini, bianchi, anglosassoni – quindi ad esempio per una minoranza razziale si possono avere prestazioni più scadenti – a problemi di tipo concettuale. Come Kate Crawford fa notare in “Atlas of AI”, molti nodi che sembrano tecnologici e che i tecnologi pensano di poter risolvere sul piano tecnologico, sono in realtà di tipo politico: le classificazioni, le etichette dei database di immagini o di testi scaricati per creare ChatGPT e il modo in cui vengono usati dipendono da scelte fatte da qualcuno, che sono scelte politiche. È nato un caso quando Margaret Mitchell e Timnit Gebru sono stati licenziati da Google per via dell’articolo On the Dangers of Stochastic Parrots: Can Language Models Be Too Big? in cui andavano a criticare quelli che si chiamano large language models, cioè le tecnologie che stanno dietro ChatGPT e simili: un evento concreto che sottende a ragionamenti complessi.

C’è il rischio che il massimo dell’innovazione si ritrovi a essere qualcosa di conservatore by design, perché guarda al passato

Inoltre, andando questi strumenti a imparare sul web come avviene ora, di fatto si ignorano tutti i trend più recenti, come ad esempio il Me Too oppure Black Lives Matter, che nascono come movimenti di nicchia e vengono fuori piano piano. Si crea il paradosso per cui il massimo dell’innovazione tecnologica si ritrova a essere qualcosa di conservatore by design, perché guarda al passato.

La scelta di fare tecnologia in questo modo diventa quindi politica. Chi la sta creando lo sa, chi la usa no, però gli effetti sono questi. E quando testi creati con ChatGPT finiscono in rete e vengono raccolti dai motori di ricerca, si crea anche un rafforzamento.

Preoccupante. Cosa si può fare?

Contribuire a far conoscere al largo pubblico un progetto come AI Aware di Unito e intraprendere iniziative di attivismo politico nei confronti dei policy maker. Ci stiamo muovendo abbastanza bene in Europa con il GDPR e la nuova strategia europea sui dati nell’ottica di proteggersi da molti di questi punti che subiscono l’influsso delle lobby, ma dobbiamo sempre tenere a mente che le leggi da sole non bastano: bisogna condividere i principi perché siano efficaci.

Milleproroghe: Mandelli (FOFI), bene proroga ricetta elettronica

“La ricetta elettronica ha impresso una notevole accelerazione al processo di digitalizzazione della dispensazione del farmaco. La scelta di prorogarne l’utilizzo fino a tutto il 2024 non può che vederci, dunque, pienamente favorevoli”. Così il presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (FOFI), Andrea Mandelli, commenta la norma approvata dalle commissioni Affari costituzionali e Bilancio del Senato nell’ambito del Dl Milleproroghe. “La possibilità di ricevere la prescrizione medica via e-mail o su uno smartphone ha notevolmente semplificato l’accesso alle cure per i pazienti. E se tutto questo è stato possibile lo si deve alla professionalità dei farmacisti che, con grande prontezza e capacità di adattamento anche sul fronte delle dotazioni tecnologiche, hanno reso possibile un cambiamento che scontata non era: la trasformazione di una e-mail o di un sms in una prestazione sanitaria”, conclude.

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