Manutenzione, gestione operativa e rinnovo delle apparecchiature sanitarie entrano in un unico modello contrattuale, con una parte del corrispettivo collegata ai risultati del servizio. È questa la novità al centro della nuova gara pubblicata da Consip per la gestione del parco tecnologico sanitario.
L’obiettivo è intervenire contemporaneamente sull’efficienza delle apparecchiature, sulla loro obsolescenza e sulla continuità dei servizi erogati dalle strutture pubbliche. Il modello supera la tradizionale separazione tra gestione delle tecnologie già disponibili e acquisizione di nuove apparecchiature, affidando a un unico operatore la responsabilità complessiva del servizio.
Corrispettivo legato alle performance
Il nuovo approccio contrattuale introduce indicatori di risultato per misurare sia lo stato e l’efficienza delle apparecchiature sottoposte a manutenzione sia la disponibilità delle nuove tecnologie introdotte nell’ambito del contratto.
Al via una gara che integra manutenzione, gestione operativa e rinnovo tecnologico, collegando parte del corrispettivo ai risultati del servizio
Il collegamento tra remunerazione e performance punta a orientare la gestione verso la continuità operativa, l’innovazione e il miglioramento del servizio, superando una logica basata esclusivamente sulla fornitura delle singole prestazioni.
La prima applicazione con l’ASL di Salerno
La gara, sviluppata in collaborazione con l’ASL di Salerno, interesserà inizialmente i fabbisogni dell’azienda sanitaria, per un valore di 57 milioni di euro.
Il contratto riguarderà oltre 22 mila apparecchiature sanitarie, a servizio di un bacino di circa un milione di cittadini. La fornitura comprende servizi di manutenzione e assistenza tecnica full risk, la disponibilità di nuove tecnologie in sei ambiti clinici e la gestione integrata dell’intero parco tecnologico.
La prima applicazione riguarda oltre 22 mila apparecchiature dell’ASL di Salerno
Sono previste attività di monitoraggio, conduzione e supporto, con livelli di servizio finalizzati a favorire una maggiore tempestività delle attività diagnostiche e terapeutiche e una più efficace organizzazione delle strutture sanitarie.
Un modello orientato al valore del servizio
La nuova gara si inserisce nel percorso di innovazione degli acquisti pubblici promosso da Consip e nel Piano Industriale 2026-2029, che indica tra gli obiettivi lo sviluppo di modelli contrattuali maggiormente orientati alla qualità dei servizi, ai risultati e alla creazione di valore per le amministrazioni.
Per la gestione delle tecnologie sanitarie, il passaggio è quindi da una logica centrata sulle singole componenti del servizio a una responsabilità integrata, nella quale manutenzione, disponibilità delle apparecchiature, rinnovo tecnologico e performance vengono ricondotti all’interno dello stesso contratto.
Il termine per la ricezione delle offerte è fissato al 30 settembre 2026.
Se l’inverno 2025 ha segnato una svolta storica in Italia con l’introduzione su larga scala degli anticorpi monoclonali per i neonati, raggiungendo coperture superiori all’80%, la primavera del 2026 ha aperto un nuovo capitolo: quello della vaccinazione in gravidanza. Il Virus Respiratorio Sinciziale (VRS) rimane la principale causa di ospedalizzazione pediatrica sotto l’anno di vita, con oltre 15 000 ricoveri annui stimati nella sola coorte dei nuovi nati in Italia. Tuttavia, come emerso durante il workshop europeo organizzato a Bruxelles da Cittadinanzattiva-Active Citizenship Network (ACN), la strategia sta virando verso un approccio di sistema che vede nell’immunizzazione materna un pilastro emergente.
Il passaggio dalla nicchia al sistema: il “ponte biologico”
Secondo Reali, la pediatria europea sta vivendo una trasformazione nel modo di intendere la profilassi, passando «dalla nicchia al sistema». Questo cambio di passo vede nell’immunizzazione materna un elemento cardine che agisce come un ponte biologico. Attraverso la somministrazione del vaccino alla donna in gravidanza, idealmente nell’ultimo trimestre gestazionale, avviene un trasferimento transplacentare di anticorpi IgG. «Tutti i bambini nascerebbero protetti sin dalla nascita», spiega la referente della ECPCP, sottolineando come studi recenti indichino che «la vaccinazione materna copre bene per tre mesi e cala gradualmente nei sei mesi successivi».
La vaccinazione materna offre una buona protezione nei primi tre mesi, che diminuisce gradualmente nei sei mesi successivi
Questa finestra di protezione iniziale è cruciale, poiché garantisce che il neonato sia coperto nel momento di massima vulnerabilità, anche laddove l’accesso immediato all’immunizzazione neonatale possa presentare difficoltà logistiche.
Strumenti complementari, non concorrenti
Un punto centrale del dibattito riguarda la convivenza tra il vaccino materno e gli anticorpi monoclonali di nuova generazione, come il nirsevimab, che offrono una protezione uniforme per circa cinque mesi. Per Reali, non vi è alcuna competizione: «Questi strumenti sono strettamente complementari all’interno di una strategia integrata. Mentre l’anticorpo monoclonale resta una strategia estremamente efficace, la vaccinazione materna fornisce un surplus di sicurezza fondamentale, specialmente per le gravidanze a rischio».
Nei nati pretermine o quando l’immunizzazione neonatale immediata è difficoltosa, la protezione materna diventa particolarmente importante
L’obiettivo deve essere quello di coprire i “buchi” del sistema. Reali chiarisce che il vaccino materno è essenziale laddove l’accesso all’immunizzazione neonatale immediata sia difficoltoso o per i nati pretermine che «non riescono a rispondere tanto bene alle somministrazioni di queste coperture». In molti paesi europei, come Francia e Spagna, questi programmi coesistono già con successo, con risultati preliminari incoraggianti sulla riduzione dei ricoveri.
Il ruolo dei professionisti e la coerenza del messaggio
In questo scenario, il ruolo dei medici di prossimità è determinante, ma si scontra spesso con una comunicazione frammentata. «Quello che vedo è la mancanza di coerenza del messaggio», avverte Reali. «Molto spesso le mamme arrivano cariche di incertezza perché i professionisti sanitari cui si rivolgono non sempre forniscono loro informazioni coerenti. La carenza di lavoro di rete e di formazione comune possono rappresentare un problema. Questa mancanza di coerenza genera dubbi e fa perdere tempo prezioso».
Possiamo fornire informazione e fare advocacy già durante i corsi di preparazione alla nascita
Secondo Reali, bisognerebbe replicare modelli virtuosi come quello del Piemonte, dove alla donna viene fornito sin dall’inizio della gravidanza un pannello completo di tutte le prestazioni e le scadenze vaccinali. Il pediatra, pur vedendo spesso i bambini dopo la nascita, deve attivarsi precocemente: «Possiamo fornire informazione e fare advocacy già durante i corsi di preparazione alla nascita, spiegando che la vaccinazione in gravidanza è un atto per proteggere al meglio il nascituro».
La sfida dell’equità e la sostenibilità
Nonostante l’evidenza scientifica, l’adozione universale di questa doppia protezione non è ancora realtà perché, come sottolinea Reali, «la scelta dipende da variabili forti come la sostenibilità economica e l’organizzazione dei diversi sistemi sanitari». In Italia, i dati dell’Osservatorio VRS di Cittadinanzattiva mostrano un paese a due velocità: se per l’anticorpo monoclonale si è raggiunta una partenza sincronizzata tra le Regioni, l’offerta del vaccino materno è rimasta limitata a contesti isolati come Sicilia, Marche e Basilicata.
L’innovazione scientifica deve tradursi in un diritto effettivamente esigibile, riducendo le disuguaglianze territoriali nell’accesso alle cure
Questa frammentazione è definita inaccettabile, poiché la protezione di un neonato non può dipendere dal “codice postale” di nascita. Sul fronte economico, il Ministero della Salute ha previsto uno stanziamento di 50 milioni di euro a valere sul Fondo sanitario nazionale per sostenere l’accesso alle strategie di immunizzazione. Tuttavia, gli esperti dell’Osservatorio ritengono la cifra insufficiente, poiché lo stanziamento è rimasto invariato rispetto all’anno precedente pur dovendo coprire ora anche la vaccinazione in gravidanza.
Mentre Cittadinanzattiva ricorda che ogni euro investito può produrre un risparmio tra 18 e 48 volte superiore, riducendo i costi sociali e ospedalieri, la Dottoressa Reali invita a una riflessione pragmatica: «La prevenzione non dovrebbe essere frenata da disponibilità economiche modeste e le istituzioni dovrebbero tenere ben fermo l’obiettivo di fondo, che è proteggere il bambino il meglio che si può». In attesa di un aggiornamento del Calendario Nazionale di Immunizzazione, la sfida resta quella di trasformare l’innovazione scientifica in un diritto effettivamente esigibile, superando le attuali disuguaglianze territoriali.
Il 76% dei carichi di cura ricade ancora sulle donne, con conseguenze sulla salute, sulla partecipazione al lavoro, sulla carriera e, nel lungo periodo, sulla situazione pensionistica. È il dato da cui è partito il confronto promosso a Torino dalla Consigliera di Parità della Città metropolitana di Torino in collaborazione con la Fondazione FARO, nel corso del convegno «Cariche di cura, Il lavoro invisibile delle donne tra salute, famiglia e occupazione».
Il convegno «Cariche di cura» accende i riflettori sull’impatto del lavoro assistenziale su salute, occupazione, pensioni
Il lavoro di cura comprende attività materiali, organizzative e relazionali: dall’assistenza a figli e familiari anziani, fragili o non autosufficienti alla gestione della vita domestica. Un lavoro indispensabile per il funzionamento della società e dell’economia, ma in larga parte non retribuito e poco riconosciuto, che nel modello di welfare italiano continua a fare affidamento sulle famiglie e soprattutto sulle donne.
Un carico che incide sulla salute
Ad aprire il confronto è stata Elisa Raffone, consigliera di Parità della Città metropolitana di Torino, che ha evidenziato il legame tra lavoro di cura e disuguaglianze professionali: «Il lavoro di cura rappresenta il motore invisibile che tiene in piedi un intero sistema produttivo, ma risponde a un’equazione economica strutturalmente sbilanciata, che crea profonde disuguaglianze di genere».
Sostenere chi cura richiede servizi territoriali integrati, formazione e maggiore sollievo per i caregiver
Il tema non riguarda però soltanto l’accesso e la permanenza nel mercato del lavoro. I carichi assistenziali possono avere conseguenze dirette anche sulla salute di chi cura. Chiara Benedetto, presidente della Fondazione Medicina a misura donna, ha sottolineato che «Le donne sostengono ancora oggi una quota rilevante – ben il 76% – dei carichi di cura, nella vita professionale come in quella familiare, spesso a discapito della propria salute».
Da qui la necessità, secondo Benedetto, di una prevenzione che tenga conto delle differenze di genere e di una responsabilità che non ricada esclusivamente sulle singole persone: «la salute di chi cura non può essere affidata soltanto alla responsabilità individuale».
Da sinistra: Giuseppe Formichella, Rossana Schillaci, Elisa Raffone, Luigi Stella, Maria Grazia Grippo, Valentina Vivarelli
Il welfare e il crescente care deficit
Il problema si inserisce in un quadro demografico caratterizzato dall’invecchiamento della popolazione e dal declino demografico. Manuela Naldini, professoressa ordinaria di Sociologia all’Università degli Studi di Torino, ha richiamato il crescente care deficit e il ruolo ancora centrale delle famiglie: «Nonostante i progressi compiuti, le disuguaglianze di genere restano profonde, soprattutto nel mercato del lavoro e nella distribuzione delle responsabilità di cura».
Per Naldini, la risposta passa da una diversa organizzazione delle responsabilità: «La sfida è ripensare le politiche sociali nella direzione di una società del prendersi cura, in cui uomini, donne e istituzioni pubbliche condividano più equamente responsabilità e tempi della cura».
Riconoscere il lavoro di cura significa anche contrastare le disuguaglianze che penalizzano carriera, retribuzione e pensioni delle donne
Anche la Fondazione FARO ha portato nel confronto il tema del riconoscimento del lavoro di cura. Luigi Stella, direttore generale della Fondazione, ha sottolineato come l’esperienza quotidiana nel settore renda evidente il peso che può assumere l’assistenza quando resta invisibile: «Come Fondazione FARO, lavorando ogni giorno nel settore della cura, sappiamo quanto questa sia importante ma anche quanto possa essere un peso da sostenere, soprattutto se quel peso rimane invisibile diventando quindi fattore di disuguaglianza».
Formazione e reti territoriali per sostenere la cura
Il riconoscimento passa anche dalla qualificazione di chi svolge professionalmente l’assistenza. Ileana Leardini, direttrice del Consorzio Ovest Solidale, e Massimo Rizzato, organizzatore didattico dello SFEP della Città di Torino, hanno richiamato la complessità delle situazioni affrontate da assistenti familiari e operatori: «Tra le assistenti familiari, gli operatori della cura e le persone che si stanno formando per entrare in questo settore emerge la fatica di gestire situazioni sanitarie complesse insieme alla dimensione emotiva».
Secondo i due esperti, occorre rafforzare il collegamento tra formazione, servizi e famiglie. «Riconoscere il valore della cura significa investire nella formazione delle assistenti familiari, valorizzarne le competenze, creare opportunità di aggiornamento e favorirne l’integrazione nelle reti territoriali dei servizi», hanno sottolineato.
Una maggiore condivisione della cura riguarda anche gli uomini. «Quando gli uomini assumono un ruolo attivo nella cura degli anziani, dei figli o delle persone fragili contribuiscono a modificare il modo in cui la società percepisce il valore della cura», hanno aggiunto Leardini e Rizzato.
Il bisogno sommerso dei caregiver
Dal punto di vista dei servizi sanitari e sociali, uno dei nodi è rappresentato dalla difficoltà di intercettare i bisogni di chi assiste un familiare. Paola Sderci, responsabile del Servizio Sociale dell’Asl TO3, ha osservato: «È in queste occasioni che ho potuto rilevare quanto i bisogni dei caregiver risultino veramente sommersi: si trovano ad affrontare problematiche sempre più importanti, con un grave impatto, che crea situazioni di stress, “burnout” e, soprattutto, grosse limitazioni nella vita sociale e lavorativa».
La distribuzione diseguale della cura si intreccia anche con i processi organizzativi delle aziende
Per queste persone, ha indicato Sderci, sono necessarie modalità di sollievo dal lavoro di cura e una maggiore integrazione tra servizi sanitari, servizi sociali e reti informali: «sarebbe utile che i professionisti dei Servizi Sanitari con i quali si relazionano (medici, infermieri, fisioterapisti) entrassero in relazione con le reti informali degli utenti con una metodologia vicina al modello del “lavoro di rete”».
Anche il lavoro deve cambiare
La distribuzione diseguale della cura si intreccia infine con i processi organizzativi delle aziende. Franco Tartaglia, psicologo del lavoro, psicoterapeuta, docente e consulente delle organizzazioni, ha sottolineato che la parità non dipende soltanto dalla disponibilità di servizi, ma anche dalle modalità con cui le organizzazioni gestiscono persone e carriere.
«La parità di opportunità si verifica quando accanto ad una serie di attenzioni “hard”, di tipo strutturale (ad esempio la presenza di un nido aziendale) c’è attenzione verso i processi soft», ha spiegato Tartaglia, richiamando, tra gli altri aspetti, percorsi di selezione privi di bias, criteri di valutazione oggettivi e una cultura organizzativa attenta alle persone.
Il confronto si è chiuso tornando al tema del riconoscimento. Per Raffone, la priorità per i prossimi anni è «il riconoscimento: economico, professionale e sociale». Valorizzare il lavoro di cura significa, quindi, intervenire non solo sulle condizioni di chi assiste, ma anche sulle disuguaglianze che ne derivano per le donne in termini di carriera, retribuzione, pensione e autonomia economica.
È entrato in vigore il 21 settembre 2026 il nuovo tariffario nazionale per le prestazioni di specialistica ambulatoriale e assistenza protesica. Il decreto del Ministero della Salute, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 218 del 19 settembre 2026, aggiorna gli importi riconosciuti dal Servizio sanitario nazionale alle strutture che erogano visite, esami diagnostici, trattamenti e dispositivi protesici.
Il provvedimento arriva dopo un lungo percorso di rinvii e il contenzioso che ha coinvolto il precedente tariffario del 25 novembre 2024. Quest’ultimo, entrato in vigore il 30 dicembre dello stesso anno, era stato impugnato da numerosi ricorrenti. Il TAR del Lazio ne aveva disposto l’annullamento, differendone gli effetti di 365 giorni dal deposito delle prime sentenze, avvenuto il 22 settembre 2025. I Ministeri hanno presentato appello e il contenzioso, secondo quanto riportato nel nuovo decreto, risulta ancora pendente. Per superare le criticità emerse, il Ministero ha avviato una nuova rilevazione dei costi delle prestazioni, coinvolgendo strutture pubbliche e private accreditate e ha ridefinito i valori tariffari. La revisione può tradursi, a seconda delle prestazioni, in aumenti, conferme degli importi precedenti o riduzioni.
Le nuove tariffe si applicano alle prestazioni prescritte a partire dal 21 settembre 2026.
Cosa cambia per i cittadini: tariffe più alte non significano ticket più cari
La prima distinzione da fare riguarda il significato delle tariffe. Gli importi stabiliti dal decreto non sono il prezzo che il cittadino deve pagare per una visita o un esame, ma la remunerazione riconosciuta dal Servizio sanitario nazionale alle strutture che erogano le prestazioni. Un aumento della tariffa, quindi, non comporta automaticamente un aumento del ticket, che continua a dipendere dalle regole sulla compartecipazione alla spesa sanitaria, dalle eventuali esenzioni e dalle disposizioni regionali.
Tariffe più aderenti ai costi possono sostenere l’offerta di prestazioni, ma non garantiscono da sole una riduzione delle liste d’attesa
Le conseguenze per i cittadini riguardano soprattutto la disponibilità delle prestazioni. Tariffe maggiormente aderenti ai costi effettivi possono contribuire a rendere economicamente sostenibile l’erogazione di visite, esami e trattamenti, anche da parte delle strutture private accreditate. Ciò non significa, però, che il nuovo tariffario determinerà automaticamente una riduzione delle liste d’attesa. L’accesso alle cure dipende anche dalla disponibilità di personale, dall’organizzazione dei servizi e dai volumi di prestazioni acquistati dalle Regioni. È lo stesso Ministero a richiamare questo obiettivo nella relazione metodologica, motivando la rivalutazione delle prime visite specialistiche anche con la necessità di mantenere tempi di attesa adeguati e garantire equità nell’accesso al Servizio sanitario nazionale.
Dalle visite cardiologiche agli esami diagnostici: alcuni esempi delle nuove tariffe
Per comprendere concretamente la portata dell’aggiornamento, basta guardare alcuni degli importi riportati nel decreto. Le prime visite specialistiche sono state rivalutate al rialzo, con una tariffa portata mediamente a 26 euro. La scelta tiene conto soprattutto del costo del personale medico, che è la componente principale della spesa necessaria per erogare queste prestazioni. Tra gli esempi contenuti nel nuovo tariffario figurano la prima visita neurologica (26 euro), prima visita cardiologica con ECG incluso (38 euro), Prima visita dermatologica/allergologica (26,40 euro), ecc.
Gli aggiornamenti interessano anche gli esami diagnostici. L’analisi ministeriale ha confrontato i costi reali sostenuti dalle strutture con i ricavi teorici calcolati applicando il tariffario del 2024, individuando lo scostamento più ampio nella diagnostica vascolare, dove i costi superano del 53% le tariffe attualmente in vigore. Divari significativi emergono anche per le biopsie e per elettromiografie ed endoscopie.
Le prime visite specialistiche sono state rivalutate al rialzo, con una tariffa portata mediamente a 26 euro
Tra le prestazioni rivalutate rientra anche la riabilitazione. La medicina fisica e riabilitativa (fisioterapia, logopedia, terapia occupazionale) presenta, infatti, un rapporto tra costi e tariffe superiore del 9% rispetto ai valori del 2024, un aggiornamento che riguarda un bacino ampio di pazienti, dai percorsi post-ictus alla riabilitazione ortopedica.
Per la dialisi, invece, è stata prevista una rivalutazione tariffaria media del 3,6%, che comprende sia i trattamenti extracorporei effettuati nelle strutture sanitarie sia la dialisi peritoneale, che può essere eseguita al domicilio del paziente.
Anche il prelievo di sangue venoso registra un incremento tariffario di 50 centesimi. Si tratta, ancora una volta, di un aumento dell’importo riconosciuto per la prestazione, non necessariamente della somma pagata dall’assistito.
Assistenza protesica: aumentano del 44% le tariffe di 98 ausili ottici
Una parte della revisione riguarda l’assistenza protesica su misura, che comprende dispositivi come ortesi, protesi per gli arti, calzature ortopediche, protesi oculari e ausili ottici. Per aggiornare gli importi, il Ministero ha tenuto conto dell’aumento dei costi dei materiali e della componentistica, dei tempi di lavorazione, della manodopera specializzata e degli oneri legati agli adempimenti normativi e amministrativi.
Tra le modifiche più rilevanti figura l’incremento del 44% delle tariffe sui 98 codici di ausili ottici, rimasti esclusi dagli aumenti previsti dal precedente decreto del novembre 2024. La rivalutazione è motivata sempre dall’aumento dei costi dei materiali.
Per i cittadini che hanno bisogno di dispositivi protesici, l’aggiornamento punta quindi a rendere la remunerazione maggiormente coerente con i costi sostenuti per la realizzazione e la fornitura degli ausili. Non modifica, di per sé, i requisiti per accedere all’assistenza protesica garantita dai LEA.
Le risorse stanziate: 100 milioni nel 2026 e 183 milioni annui dal 2027
La revisione del tariffario è accompagnata da risorse economiche vincolate dalla legge di Bilancio 2026. L’articolo 1, comma 350, della legge n. 199/2025 prevede infatti uno stanziamento di 100 milioni di euro per il 2026 e di 183 milioni annui a decorrere dal 2027, nell’ambito del finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale standard. Le somme devono consentire al Servizio sanitario nazionale di sostenere l’aggiornamento delle tariffe massime per la specialistica ambulatoriale e l’assistenza protesica, e sono il riferimento massimo nazionale per la remunerazione delle prestazioni. Le Regioni possono stabilire importi superiori, ma devono rispettare le condizioni previste dalla normativa e sostenere gli eventuali maggiori oneri con i propri bilanci.
La revisione del tariffario è accompagnata da risorse economiche vincolate dalla legge di Bilancio 2026
Per la specialistica ambulatoriale, gli importi valgono anche come riferimento per la compensazione della mobilità sanitaria interregionale, cioè per regolare economicamente le prestazioni erogate a cittadini residenti in altre Regioni. Il decreto ammette inoltre, nell’ambito degli accordi interregionali e nel rispetto degli equilibri di bilancio, una remunerazione aggiuntiva per determinati erogatori e prestazioni, quando siano presenti costi legati all’utilizzo di specifici farmaci ad alto costo.
Ricette specialistiche, validità di 180 giorni: cosa succede se l’appuntamento è oltre la scadenza?
Il decreto conferma anche le regole sulla validità delle ricette specialistiche, un aspetto importante soprattutto per chi deve fare i conti con le liste d’attesa. Le prescrizioni hanno una validità massima di 180 giorni dalla data di emissione, salvo eventuali termini più brevi stabiliti dalle singole Regioni. Ciò non vuol dire, però, che la visita o l’esame debbano necessariamente essere effettuati entro sei mesi. È sufficiente prenotare la prestazione prima della scadenza della ricetta. In questo caso, la prescrizione rimane valida fino al giorno dell’appuntamento, anche se fissato oltre i 180 giorni.
Se invece la prenotazione non è effettuata entro il termine previsto, la ricetta dematerializzata è automaticamente invalidata dal Sistema Tessera Sanitaria. La data di scadenza è riportata anche sul promemoria della prescrizione e può essere verificata attraverso il portale. Un’ultima precisazione riguarda l’applicazione del nuovo tariffario. Le tariffe entrate in vigore il 21 settembre 2026 si applicano alle prestazioni prescritte a partire da questa data. Per le visite e gli esami prescritti prima del 21 settembre continua, invece, ad applicarsi il precedente tariffario, anche se l’appuntamento è fissato successivamente.
Per quasi vent’anni l’infarto miocardico è stato classificato attraverso una sequenza di numeri, dal tipo 1 al tipo 5: ora quel sistema cambia, con una nuova classificazione basata sul meccanismo dell’evento.
Per capire cosa cambia nella pratica clinica e quali saranno le implicazioni organizzative della nuova classificazione, TrendSanità ha incontrato Alfredo Marchese, presidente della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE).
Professor Marchese, perché oggi si è sentita la necessità di cambiare il modo in cui definiamo e classifichiamo l’infarto miocardico?
«Direi che siamo di fronte a un cambiamento atteso da tempo, e per certi versi coraggioso. Per quasi vent’anni abbiamo lavorato con un sistema – quello dei “tipi” di infarto, dall’1 al 5, con le sottocategorie 4a, 4b, 4c – che era nato soprattutto per scopi di ricerca e che nella pratica clinica quotidiana creava più confusione che chiarezza. La Quinta Definizione Universale abbandona la logica numerica a favore di tre categorie basate sul meccanismo fisiopatologico. È un cambio di paradigma comunicativo prima ancora che classificativo: si passa da un’etichetta che il paziente non capisce a una spiegazione della causa del suo infarto».
Alfredo Marchese
Cosa cambia nella definizione? Quali le novità principali?
«Il cuore della novità è la sostituzione dei vecchi sette sottotipi con tre categorie cliniche. La prima è l’infarto primario, che comprende gli eventi spontanei legati a una patologia coronarica acuta: rottura di placca aterosclerotica, ma anche dissezione coronarica spontanea, spasmo, embolia coronarica, e, novità importante, la trombosi tardiva di stent oltre i 30 giorni. La seconda è l‘infarto secondario, causato da uno squilibrio tra domanda e apporto di ossigeno al miocardio legato a una condizione clinica esterna al circolo coronarico, tachiaritmie, ipotensione, anemia, sepsi, per il quale ora si richiede evidenza oggettiva, angiografica o di imaging, e non solo il dato di laboratorio. La terza è l’infarto procedurale, legato a complicanze entro 30 giorni da una procedura percutanea o da un intervento cardiochirurgico.
La nuova classificazione dell’infarto sostituisce i cinque tipi con tre categorie basate sul meccanismo dell’evento
Per ciascuna categoria, inoltre, si introducono due livelli diagnostici: una diagnosi “probabile”, basata su clinica, ECG e biomarcatori, e una diagnosi “confermata”, che richiede il supporto dell’imaging coronarico o cardiaco. Un altro elemento rilevante riguarda la MINOCA, che viene ridefinita concettualmente: da “infarto con coronarie non ostruttive” a “danno miocardico con coronarie non ostruttive”, con l’indicazione esplicita che si tratta di una diagnosi di lavoro, non definitiva, da approfondire con la risonanza cardiaca per identificare la vera causa, miocardite, Takotsubo, vero infarto».
La decisione si deve a quattro società scientifiche: quali sono le ragioni che hanno portato alla modifica?
«È la prima volta che ESC, ACC, AHA e WHF elaborano insieme, in un unico documento, la definizione di infarto miocardico, ed è un segnale di quanto il problema fosse sentito trasversalmente. Il presidente della task force ESC, Nicholas Mills, lo ha detto chiaramente: il sistema numerico precedente non era sempre facile da applicare nella pratica clinica, e questo generava diagnosi e trattamenti disomogenei tra centri, tra Paesi, perfino tra medici dello stesso reparto. Il tipo 2, in particolare, era diventato un contenitore troppo eterogeneo, che metteva sullo stesso piano condizioni con prognosi e gestione molto diverse tra loro. Anche le soglie arbitrarie di troponina usate per i tipi 4a e 5, cinque e dieci volte il 99° percentile, si sono rivelate poco predittive dal punto di vista prognostico».
Una convergenza di evidenze cliniche e di esigenze di standardizzazione internazionale ha reso necessario un aggiornamento strutturale, non solo cosmetico
L’applicazione della nuova definizione dovrebbe migliorare alcuni aspetti, tra cui semplificazione, comunicazione con i pazienti, uniformità internazionale ai fini della ricerca. Cosa può dire a questo proposito?
«L’obiettivo è quello di migliorare questi tre i fronti, ed è proprio questo il punto di forza dell’operazione. Sul piano della semplificazione, tre categorie legate a un meccanismo sono più intuitive di sette sottotipi numerati, e questo riduce il rischio di errore di classificazione.
Sul piano della comunicazione, è un cambiamento quasi rivoluzionario. Oggi posso dire a un paziente “Lei ha avuto un infarto per una dissezione spontanea della coronaria” o “Il suo infarto è dovuto a uno squilibrio tra domanda e apporto di ossigeno legato all’aritmia”, frasi che un paziente può comprendere, invece di un “infarto di tipo 4c” che non comunica nulla.
Sul piano della ricerca, l’uniformità dei criteri tra le grandi società scientifiche mondiali significa che i trial clinici, i registri e gli studi epidemiologici condotti in Europa, Stati Uniti e nel resto del mondo useranno finalmente lo stesso linguaggio, il che renderà i dati davvero confrontabili, un problema non banale, che negli anni ha complicato non poco le metanalisi internazionali».
Quali le ricadute e gli effetti attesi, a livello organizzativo e a livello clinico, sul percorso diagnostico?
«Sul piano clinico, il percorso diagnostico si arricchisce: la nuova definizione incoraggia un uso più sistematico dell’imaging-ecocardiografia, risonanza cardiaca, imaging coronarico, per arrivare a una diagnosi “confermata” e non fermarsi al livello “probabile”, e questo vale soprattutto per l’infarto secondario e per la MINOCA (Myocardial Infarction with Non-Obstructive Coronary Arteries). Contestualmente, restano centrali i protocolli accelerati basati sulla troponina ad alta sensibilità per il rule-in e il rule-out rapido in pronto soccorso. Sul piano organizzativo, l’impatto è più delicato: cartelle cliniche, codifiche interne, database dei registri, percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali dovranno essere aggiornati, e il personale, non solo cardiologico, ma anche di medicina d’urgenza e di medicina interna dovrà essere formato al nuovo linguaggio. È un investimento che richiede tempo, ma che io considero necessario».
Si prevedono effetti positivi per tenere conto delle differenze di genere e per una migliore diagnosi nelle donne?
«Questo è forse l’aspetto che mi sta più a cuore. La nuova definizione introduce soglie di troponina sesso-specifiche, proprio per evitare il bias sistematico che porta oggi a una sottodiagnosi nelle donne, i cui valori basali di troponina sono generalmente più bassi rispetto agli uomini: usare una soglia unica, tarata di fatto su una popolazione a prevalenza maschile, ha sempre significato perdere per strada una quota di infarti femminili.
Soglie di troponina sesso-specifiche e nuovi criteri possono migliorare il riconoscimento dell’infarto nelle donne
A questo si aggiunge il riconoscimento esplicito, all’interno della categoria dell’infarto primario, di condizioni come la dissezione coronarica spontanea, che colpisce in netta prevalenza le donne, spesso giovani e senza i classici fattori di rischio cardiovascolare, ed è tuttora sottodiagnosticata. Inserirla formalmente nei percorsi diagnostici standard, con codici ICD-11 dedicati, significa dare finalmente visibilità clinica ed epidemiologica a un fenomeno che per anni è rimasto ai margini».
Il passaggio alla completa adozione del nuovo sistema di classificazione potrebbe incontrare delle difficoltà?
«Sì, e sarei poco onesto se non lo dicessi. La difficoltà principale, a mio parere, riguarda l’equità di accesso alla diagnosi “confermata”: richiedere il supporto dell’imaging coronarico o cardiaco per completare l’inquadramento diagnostico è perfettamente ragionevole in un centro hub con disponibilità di risonanza cardiaca e di sala di emodinamica H24, ma diventa un ostacolo concreto in un ospedale periferico o in contesti a risorse limitate, dove il rischio è che molte diagnosi restino bloccate al livello “probabile” non per incertezza clinica, ma per limiti logistici. Lo stesso documento della task force, va detto, riconosce questo problema e prevede indicazioni adattate ai contesti a minori risorse. Un’altra difficoltà sarà culturale, prima ancora che organizzativa: cambiare un linguaggio diagnostico che i clinici usano da vent’anni richiede formazione capillare e tempo, e nella fase di transizione è probabile una convivenza, anche confusa, tra vecchia e nuova nomenclatura nelle cartelle e nei registri».
Cosa comporta l’inserimento della definizione nell’International Classification of Diseases (ICD-11)?
«È forse la novità con le ricadute più a lungo termine. Per la prima volta la definizione clinica di infarto miocardico viene allineata ai codici della classificazione internazionale delle malattie: la task force ha lavorato insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità per sviluppare codici ICD-11 dedicati anche a meccanismi finora poco riconosciuti a livello di codifica amministrativa, come la dissezione coronarica spontanea, l’embolia coronarica o lo spasmo. Questo significa dati epidemiologici più accurati, sistemi sanitari nazionali in grado di programmare le risorse sulla base di numeri reali e non sottostimati, ed endpoint più precisi negli studi clinici multicentrici. È un lavoro che, come indicato dagli stessi estensori, richiederà tempo per essere recepito pienamente nei sistemi informativi sanitari dei vari Paesi ma è la base su cui costruire una sorveglianza dell’infarto miocardico realmente comparabile a livello globale».
Un museo può diventare anche uno spazio di cura, relazione e partecipazione per le persone con Alzheimer e i loro caregiver. Dalla visita alle opere alle attività espressive e sensoriali, le esperienze artistiche stanno entrando in percorsi pensati per sostenere il benessere e contrastare l’isolamento sociale che può accompagnare la demenza.
I musei possono diventare spazi di relazione e partecipazione per le persone con Alzheimer e i caregiver
È l’approccio sperimentato da Airalzh ETS, che dal 2024 promuove anche progetti di ricerca dedicati all’arte-terapia e ha sviluppato esperienze in Toscana, Lombardia e, più recentemente, in collaborazione con il MUSE di Trento.
Non si tratta di sostituire le terapie tradizionali, ma di affiancarle con attività capaci di coinvolgere persone con demenza e caregiver attraverso emozioni, immaginazione, memoria affettiva e partecipazione condivisa.
I progetti museali in Toscana, Lombardia e in Trentino
Tra le esperienze già avviate c’è «Tracce di Memoria», sviluppata in Toscana da Airalzh ETS da tre anni insieme alle associazioni territoriali e alla Società per la Salute del Mugello, anche grazie al sostegno dei fondi dell’8×1000 Valdese. Il progetto coinvolge persone con Alzheimer, familiari e caregiver in piccoli gruppi accompagnati dagli operatori. I percorsi prevedono l’osservazione condivisa delle opere, ma anche attività partecipative all’interno degli spazi museali. Il lavoro si basa sul racconto, sul confronto e sull’esplorazione sensoriale, con l’obiettivo di favorire emozioni, immaginazione, memoria affettiva e partecipazione. Alla fine di settembre è previsto l’avvio di un nuovo ciclo di incontri.
Le esperienze artistiche possono affiancare le terapie tradizionali e ridurre il livello di stress
Dall’esperienza toscana è nato «Creative Age – Musei e arte per l’Alzheimer: percorsi di benessere e inclusione per persone con demenza e i loro caregiver», un progetto rivolto alle persone con demenza e alle loro famiglie nelle province di Bergamo, Brescia e Pavia. L’iniziativa è stata realizzata con il coinvolgimento della Fondazione Accademia Carrara di Bergamo e il patrocinio di Regione Lombardia. Professionisti del settore museale e socio-sanitario sono stati coinvolti in un percorso di formazione con docenti di MTA – Musei Toscani per l’Alzheimer, che ha previsto anche una fase pratica presso l’Accademia Carrara. Le attività rivolte a pazienti e caregiver nei musei coinvolti prenderanno il via alla fine di ottobre, secondo un calendario dedicato.
L’esperienza maturata in Toscana e Lombardia è alla base anche di «MUSE Piano Piano», nuovo progetto di Airalzh ETS in collaborazione con MUSE – Museo delle Scienze di Trento.
Contro l’isolamento sociale di pazienti e famiglie
Secondo Airalzh, queste esperienze possono contribuire anche a contrastare l’isolamento sociale che spesso coinvolge le famiglie.
«Dalla ricerca scientifica, negli ultimi anni, sono emerse alcune evidenze che hanno indicato come l’Arte e, più in generale, le esperienze artistiche e di inclusione museale, possano portare possibili benefici per il benessere e la qualità della vita delle persone affette da Alzheimer e dei loro famigliari e caregivers – afferma Alessandra Mocali, Presidente di Airalzh ETS –
Questo tipo di esperienze sono in grado di riattivare emozioni che portano a ridurre il livello di ansia e stress legate alla malattia. I progetti svolti ed in corso di svolgimento nei Musei toscani e lombardi, inoltre, aiutano ad interrompere l’isolamento: i pazienti, con i rispettivi carer, escono di casa ed entrano in un nuovo ‘ambiente’, dove incontrano persone nella loro stessa situazione e dove possono stringere nuove relazioni e legami, andando a ricostruire quella dimensione di ‘condivisione’ che la malattia tende a spezzare».
In occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer del 21 settembre, la Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio (SIGOT) richiama l’attenzione sull’evoluzione dell’approccio alle demenze: non solo diagnosi e assistenza quando la malattia è già conclamata, ma identificazione precoce del rischio, prevenzione della fragilità cognitiva e presa in carico integrata della persona.
In Italia gli over 65 sono 14,8 milioni, pari al 25,1% della popolazione, mentre gli over 85 superano i 2,5 milioni. In questo contesto, le demenze coinvolgono circa 1,1 milioni di persone, a cui si aggiungono circa 900mila cittadini con Mild Cognitive Impairment e 4 milioni di caregiver.
Biomarcatori e nuovi trattamenti
Negli ultimi anni la ricerca sull’Alzheimer ha introdotto nuovi strumenti per identificare la malattia nelle fasi iniziali. Tra questi, i biomarcatori plasmatici, attraverso semplici esami del sangue, potranno contribuire a individuare i segni biologici della malattia e a selezionare i pazienti da indirizzare verso approfondimenti diagnostici più complessi, come PET e analisi del liquor cefalorachidiano.
La geriatria punta a intercettare precocemente il rischio e la fragilità cognitiva
Anche i nuovi anticorpi monoclonali anti-amiloide hanno aperto una nuova fase della ricerca, pur in presenza di benefici clinici ancora contenuti, possibili effetti collaterali, costi elevati e una complessa organizzazione per la selezione e il monitoraggio dei pazienti. In Italia, la Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco dell’AIFA ha confermato la non ammissione alla rimborsabilità di alcuni di questi trattamenti.
Secondo SIGOT, l’attenzione della ricerca si sta quindi spostando sempre più verso le fasi precoci della malattia, quando il danno funzionale non è ancora evidente e l’intervento potrebbe risultare più efficace.
«L’Alzheimer resta una malattia complessa, ma oggi abbiamo più strumenti per riconoscere il rischio, intervenire prima e accompagnare meglio pazienti e famiglie – sottolinea Luca Cipriani, Presidente SIGOT – La geriatria deve essere protagonista di questa nuova fase, perché la demenza riguarda autonomia, fragilità, comorbidità, farmaci, caregiver, qualità della vita e continuità assistenziale. La valutazione multidimensionale geriatrica è lo strumento necessario per affiancare la diagnosi precoce a una rapida presa in carico, al fine di intercettare la fragilità cognitiva prima che diventi disabilità. I nuovi farmaci hanno aperto una strada, ma serve un lavoro di prevenzione, diagnosi precoce e costruzione di servizi capaci di accompagnare la persona lungo tutto il percorso».
14 fattori di rischio modificabili
Accanto alla ricerca farmacologica e diagnostica, la SIGOT sottolinea il ruolo della prevenzione. La demenza non è infatti necessariamente un esito inevitabile dell’invecchiamento: secondo la Lancet Commission, intervenire sui fattori di rischio modificabili potrebbe prevenire o ritardare fino al 45% dei casi.
La diagnosi precoce deve essere accompagnata da presa in carico e continuità assistenziale
I fattori individuati sono 14: bassa scolarità, perdita uditiva, ipertensione, fumo, obesità, depressione, inattività fisica, diabete, isolamento sociale, consumo eccessivo di alcol, trauma cranico, inquinamento atmosferico, colesterolo LDL elevato e perdita visiva non trattata.
La prevenzione richiede quindi interventi lungo tutto il corso della vita e non riguarda soltanto i comportamenti individuali, ma anche la capacità dei servizi sanitari di intercettare e gestire i fattori di rischio.
Una presa in carico oltre la diagnosi
Per SIGOT, la diagnosi precoce deve essere accompagnata da percorsi assistenziali capaci di rispondere alla complessità della persona anziana, spesso caratterizzata dalla presenza contemporanea di più patologie, terapie farmacologiche e bisogni clinici, funzionali, psicologici e sociali.
«Il nuovo Piano Nazionale Demenze deve essere l’occasione per trasformare le conoscenze scientifiche in percorsi realmente accessibili – sottolinea il Professor Lorenzo Palleschi, Past President SIGOT – La diagnosi precoce ha senso solo se dopo la diagnosi esistono presa in carico, continuità assistenziale, sostegno ai caregiver, integrazione tra Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze, medicina generale, territorio, ospedale e servizi sociali. In questo percorso, la geriatria può supportare nel leggere il paziente nella sua complessità: la persona con demenza è spesso un anziano fragile, con più patologie, terapie multiple, bisogni clinici, funzionali, psicologici e sociali».
In occasione della XXXIII Giornata Mondiale Alzheimer e del XV Mese Mondiale Alzheimer, Alzheimer Italia presenta il Rapporto Mondiale Alzheimer 2026 di Alzheimer’s Disease International (ADI), dedicato alla ricerca clinica sulla demenza. Il quadro mostra un’attività di ricerca in forte espansione, ma anche una criticità che rischia di rallentarne i progressi: la difficoltà di coinvolgere un numero sufficiente di partecipanti agli studi.
Sono 158 le possibili terapie attualmente in valutazione in oltre 192 studi clinici nel mondo, otto dei quali in fase III attesi al completamento entro il 2026. Secondo il rapporto, alcuni studi hanno mostrato per la prima volta che determinati trattamenti possono rallentare la progressione della condizione.
Il 75% delle persone con demenza non riceve una diagnosi formale a livello globale
Per sostenere gli studi attualmente attivi sono necessari circa 55.000 volontari, ma i criteri di selezione stringenti rendono necessario coinvolgerne almeno 350.000. Tra gli ostacoli al reclutamento figurano la difficoltà di accesso agli esami specialistici e, soprattutto, la diagnosi tardiva.
A livello globale, infatti, si stima che il 75% delle persone che convivono con una forma di demenza non riceva una diagnosi formale, con una percentuale che in alcuni Paesi può arrivare al 90%. Un dato rilevante anche per l’accesso ai nuovi trattamenti, che agiscono soprattutto nelle fasi iniziali della condizione.
Diagnosi precoce e riduzione del rischio
Proprio sulla diagnosi precoce si concentra la campagna di ADI «The Earlier You Know, The More You Can Do: A Dementia Diagnosis Matters», alla quale Alzheimer Italia aderisce in occasione del Mese Mondiale Alzheimer. L’iniziativa invita a parlare della demenza, a informarsi e a riconoscere i principali segnali d’allarme, tra cui perdita di memoria, difficoltà nelle attività abituali, problemi di linguaggio, disorientamento, cambiamenti dell’umore e ritiro dalle attività sociali.
Accanto alla diagnosi, un ruolo rilevante è attribuito alla riduzione del rischio. Secondo le stime della Lancet Commission, fino al 45% dei casi di demenza potrebbe essere ritardato o ridotto intervenendo sui fattori di rischio.
Per ridurre il rischio di demenza servono stili di vita sani e politiche pubbliche che rendano possibile prendersi cura della salute
Le indicazioni dell’OMS sono rivolte non soltanto alle singole persone e ai professionisti sanitari, ma anche a decisori politici e istituzioni, con l’obiettivo di integrare la riduzione del rischio nelle politiche e nei programmi di salute pubblica.
«Le evidenze scientifiche contengono un messaggio di speranza: non è mai troppo presto e non è mai troppo tardi per agire, come singoli e come società – afferma la presidente di Alzheimer Italia Katia Pinto – È importante però sottolineare che parliamo di riduzione del rischio e non di prevenzione garantita. La demenza resta una condizione complessa su cui incidono molti fattori e chi la sviluppa non deve sentirsi in colpa né giudicato. Perché ciascuno possa davvero prendersi cura della salute del proprio cervello, inoltre, servono adeguate politiche pubbliche, che garantiscano a tutti i cittadini ambienti di vita sani, aria pulita, spazi per il movimento e la socialità e servizi accessibili.»
Il nuovo Piano Nazionale Demenze
Ricerca, diagnosi precoce e riduzione del rischio devono però essere accompagnate da una presa in carico continuativa. È questo uno dei temi al centro del convegno «Le prospettive di sanità pubblica per le persone con demenza: verso il nuovo Piano Nazionale Demenze», organizzato il 21 settembre presso il Ministero della Salute.
Il Tavolo permanente sulle demenze presenta i risultati del lavoro svolto per la redazione del nuovo Piano Nazionale Demenze. Alzheimer Italia, che partecipa al Tavolo, richiama in particolare la necessità di un finanziamento stabile, considerato indispensabile per garantire continuità ai servizi.
Alzheimer Italia chiede finanziamenti stabili per il nuovo Piano Nazionale Demenze
«I fondi a termine, utilizzati finora, non sono in grado di rispondere a un bisogno continuativo: chi riceve oggi una diagnosi avrà bisogno di servizi per i dieci o quindici anni successivi, non per i trentasei mesi di durata di un progetto – afferma Mario Possenti, segretario generale di Alzheimer Italia, presente al convegno insieme alla presidente Pinto – Questo è il punto di partenza fondamentale per poter garantire una presa in carico tempestiva e globale: i passi avanti nella ricerca e la diagnosi precoce non servono se le persone poi vengono abbandonate a loro stesse. Oggi in Italia sono oltre 1.430.000 le persone con demenza, destinate a diventare 2.200.000 entro il 2050. In un Paese come il nostro, in cui la cura è ancora quasi interamente affidata ai caregiver, il sostegno all’intera famiglia è la condizione imprescindibile perché qualsiasi percorso funzioni».
Mentre in Parlamento si avvia a definire il primo quadro normativo italiano dedicato alle Digital Therapeutics (DTx), cresce l’attenzione verso una categoria di interventi che promette di affiancare, e in alcuni casi integrare, le terapie tradizionali attraverso software certificati e validati clinicamente. Secondo i dati dell’Osservatorio Life Science Innovation del Politecnico di Milano, a maggio 2026 erano 121 le terapie digitali attive nel mondo, nove in più rispetto all’anno precedente; di queste, il 40% è rivolto alla salute mentale e il 43% viene utilizzato in combinazione con un trattamento farmacologico. In Italia nessuna DTx è ancora approvata e commercializzata, ma il potenziale interesse appare significativo: il 63% dei pazienti dichiara che le utilizzerebbe su prescrizione medica e il 46% dei medici si dice disposto a prescriverle. Un dato che si accompagna a un’altra evidenza: tre specialisti su quattro ritengono che queste soluzioni dovrebbero essere accessibili senza costi per il paziente.
I dati dell’Osservatorio Life Science Innovation mostrano un interesse significativo di pazienti e medici verso le DTx
Quali passaggi serviranno ora per trasformare il quadro normativo in accesso e integrazione nei percorsi di cura? E quali condizioni potranno favorire l’adozione delle Digital Therapeutics nella pratica clinica? Sono questi i due aspetti approfonditi da Chiara Sgarbossa, Direttrice dell’Osservatorio Life Science Innovation, e Federico Chinni, General Manager di UCB Pharma e componente del Comitato di Presidenza di Farmindustria, in due interviste per TrendSanità.
Dalla legge all’accesso: verso l’integrazione nei percorsi di cura
Intervista a Chiara Sgarbossa, Direttrice dell’Osservatorio Life Science Innovation
Dottoressa Sgarbossa, la legge sulle terapie digitali rappresenta un punto di arrivo o un punto di partenza?
«Dopo l’approvazione della legge sarà necessario lavorare alla sua attuazione concreta. Uno dei passaggi più importanti riguarda l’inserimento delle terapie digitali nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), per definire le modalità di rimborso da parte del Servizio sanitario nazionale. Sarà inoltre necessario costituire i comitati di valutazione previsti dalla normativa e individuare criteri adeguati alle analisi di Health Technology Assessment (HTA)».
Chiara Sgarbossa
Quali saranno le principali sfide dopo l’approvazione della legge?
«Non si tratterà soltanto di applicare quanto previsto dal testo normativo. La vera sfida sarà integrare le terapie digitali nei percorsi di cura, sviluppare competenze adeguate tra professionisti sanitari e pazienti e favorirne l’adozione nella pratica clinica. Dobbiamo creare le condizioni affinché queste soluzioni passino dalla fase di sviluppo alla reale disponibilità e accessibilità all’interno del sistema sanitario».
I dati generati dalle terapie digitali potranno essere utilizzati anche per finalità secondarie, ad esempio di ricerca?
«Questo dipenderà dalle modalità con cui verrà raccolto il consenso dei pazienti. Per utilizzi diversi dalla finalità primaria di cura sarà necessario prevedere un consenso specifico e informato da parte degli utenti».
Dalla regolamentazione all’adozione: formazione, co-design e collaborazione
Intervista a Federico Chinni, General Manager di UCB Pharma e componente del Comitato di Presidenza di Farmindustria
Dottor Chinni, qual è il valore della legge sulle terapie digitali approvata dalla Camera e ora all’esame del Senato?
Federico Chinni
«Si tratta di un passaggio molto importante per la sanità italiana e soprattutto per i pazienti. Le terapie digitali sono già rimborsate in Paesi come Germania, Francia e Belgio; quindi, esisteva un vuoto normativo che andava colmato. La legge rappresenta un grande passo avanti, anche se alcuni aspetti dovranno essere ulteriormente chiariti, probabilmente attraverso decreti attuativi».
Quali aspetti richiedono ancora una definizione più precisa?
«Penso soprattutto alla valutazione HTA delle terapie digitali, sarà infatti necessario stabilire quali evidenze cliniche richiedere, come valutare la qualità degli studi e quali dossier dovranno presentare le aziende che chiederanno la rimborsabilità. Sono elementi che andranno codificati meglio, ma ritengo sia preferibile partire e migliorare progressivamente il sistema piuttosto che attendere indefinitamente un modello ideale».
Quanto pesa il tema della formazione per l’adozione delle terapie digitali?
«I professionisti sanitari sono stati formati in un modello nel quale, a una diagnosi, corrisponde una terapia farmacologica tradizionale. Prescrivere una terapia digitale, che può assumere forme molto diverse, richiede un cambiamento culturale significativo. Per questo la formazione deve coinvolgere sia i medici sia i pazienti».
La legge dovrà tradursi in regole per valutazione, rimborsabilità e inserimento delle DTx nei LEA
Oltre alla formazione, quali altri elementi possono favorire l’adozione delle Digital Therapeutics?
«Un aspetto fondamentale è il co-design delle soluzioni. Coinvolgere medici e pazienti fin dalle prime fasi di sviluppo aumenta le probabilità che le terapie digitali rispondano a bisogni reali e vengano poi integrate nella pratica clinica. È una precondizione per creare strumenti realmente utilizzabili».
La formazione dovrebbe riguardare anche l’università?
«Occorre agire su due livelli: da un lato aggiornare i professionisti che già operano nel sistema sanitario; dall’altro preparare le nuove generazioni di medici e operatori introducendo nei corsi universitari contenuti dedicati alla sanità digitale, alle terapie digitali e all’intelligenza artificiale applicata alla medicina».
«Il caso della Germania è particolarmente interessante. Il Paese ha costruito un modello regolatorio molto avanzato, ma l’adozione delle terapie digitali non è stata così ampia come ci si poteva aspettare. Una delle ragioni potrebbe essere proprio la mancanza di un investimento sufficiente nella formazione. Se i professionisti non comprendono il valore e le modalità di utilizzo di questi strumenti, anche il miglior sistema regolatorio rischia di non produrre i risultati attesi».
Un quadro regolatorio chiaro può favorire la collaborazione tra aziende e istituzioni sanitarie nello sviluppo delle DTx
Quale ruolo possono avere le tecnologie digitali nella sostenibilità del sistema sanitario?
«Le tecnologie digitali possono contribuire a rispondere a tre grandi sfide che caratterizzano oggi la sanità: la sostenibilità economica, la carenza di personale sanitario, in particolare infermieri e medici, e l’invecchiamento della popolazione. Se correttamente integrate, possono diventare un importante fattore abilitante».
Quanto conta la collaborazione tra pubblico e privato?
«Oggi esistono spesso delle diffidenze e delle incertezze che frenano la collaborazione. Serve un quadro regolatorio chiaro che definisca ruoli, strumenti e modalità operative. In questo modo sia le aziende sia le istituzioni sanitarie possono muoversi con maggiore sicurezza. Potrebbero essere utili anche strutture dedicate, simili agli uffici di technology transfer, ma focalizzate specificamente sulla collaborazione pubblico-privato in sanità».
In occasione della Giornata nazionale per la sicurezza delle cure e della persona assistita, che si è celebrata il 17 settembre 2026 insieme al World Patient Safety Day, il Ministero della Salute ha promosso l’evento «Sicurezza delle cure per le malattie non trasmissibili – Cure sicure per tutta la vita!». Al centro del confronto, la sicurezza lungo l’intero percorso di vita e di assistenza della persona, con attenzione alla prevenzione del rischio, alla gestione delle malattie croniche e al coinvolgimento di pazienti e caregiver.
Aprendo i lavori, il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha sottolineato il ruolo del monitoraggio degli eventi sentinella nel rafforzamento della sicurezza delle cure.
L’attività di monitoraggio degli eventi sentinella condotta dal Ministero della salute si sta rivelando strumento importante e strategico
«L’attività di monitoraggio degli eventi sentinella condotta dal Ministero della salute si sta rivelando strumento importante e strategico per rafforzare la sicurezza delle cure. Ciò anche grazie a un cambiamento culturale che ha reso possibile un aumento della segnalazione dell’errore».
Verso un Piano Nazionale per la Sicurezza del Paziente
Il Ministero, insieme alle Regioni e agli esperti di risk management, sta lavorando alla costruzione di un sistema di prevenzione e gestione del rischio orientato all’apprendimento e al miglioramento.
Il monitoraggio degli eventi sentinella contribuisce a rafforzare la prevenzione del rischio
«Insieme alle Regioni e agli esperti di risk management – ha aggiunto il Ministro – stiamo costruendo un sistema di prevenzione e gestione del rischio solido, moderno, capace di apprendere e migliorare. In questa direzione va l’avvio delle attività di predisposizione del Piano Nazionale per la Sicurezza del Paziente condotte dall’Osservatorio nazionale per le buone pratiche sulla sicurezza nella sanità di AGENAS. Il Piano si ispira al Global Patient Safety Action Plan contestualizzandolo nella realtà italiana».
Il nuovo Piano rappresenta quindi uno dei principali strumenti attraverso cui il sistema sanitario italiano punta a rafforzare un approccio strutturato alla sicurezza delle cure, in coerenza con il quadro internazionale definito dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Sicurezza lungo tutto il percorso di cura
L’edizione 2026 della Giornata ha affrontato la sicurezza delle cure in una prospettiva estesa all’intero percorso assistenziale. Oltre alla sicurezza diagnostica e farmacologica, l’attenzione si è concentrata sulla prevenzione e sulla promozione della salute attraverso corretti stili di vita, insieme all’empowerment del paziente e al coinvolgimento del caregiver.
Per le persone con malattie non trasmissibili, gli obiettivi del World Patient Safety Day 2026 hanno richiamato in particolare la necessità di aumentare la consapevolezza sui rischi per la sicurezza, favorire il coinvolgimento delle comunità nell’identificazione dei problemi e nelle soluzioni e integrare i principi di sicurezza nelle politiche e nei programmi dedicati alle patologie croniche.
Pazienti e caregiver sono parte integrante della sicurezza e della gestione della salute
La sicurezza delle cure viene così ricondotta non soltanto alla prevenzione degli errori e degli eventi avversi, ma anche alla capacità del sistema e delle persone di contribuire alla gestione sicura della salute lungo tutto l’arco della vita.
In occasione della Giornata, il Ministero della Salute si è inoltre illuminato di arancione, insieme ad altre istituzioni sanitarie nazionali e internazionali, per richiamare l’attenzione sul tema della sicurezza delle cure.