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Alparone: «La vera innovazione è mettere la tecnologia al servizio dei processi di cura»

Quando si parla di innovazione in sanità, il rischio è ridurla a una questione di strumenti: più intelligenza artificiale, più telemedicina, più dati. Mario Alparone, Direttore Generale di Finpiemonte, guarda invece oltre la tecnologia. La sua lettura nasce da anni di esperienza sia alla guida di aziende sanitarie sia nel mondo della finanza e dello sviluppo economico, e parte da una convinzione precisa: la tecnologia crea valore solo se accompagnata da una revisione profonda dei processi di cura e dei modelli organizzativi.

Una prospettiva che parla direttamente a chi, nei board delle aziende sanitarie e nelle direzioni regionali, si trova ogni giorno a decidere come allocare risorse limitate per ottenere risultati di salute misurabili e di valore per il paziente.

Direttor Alparone, dopo una lunga esperienza nella direzione di aziende sanitarie, da qualche anno è alla guida di Finpiemonte. In che modo questa doppia prospettiva influenza la sua visione dell’innovazione in sanità? E quali sono oggi le principali sfide che accomunano il sistema sanitario e quello dello sviluppo territoriale?

«La mia esperienza nasce proprio dalla contaminazione tra ambiti diversi. Ho una doppia anima: una più legata al metodo, all’economia e alla gestione delle risorse, maturata attraverso le mie esperienze nel settore bancario e assicurativo, e una sanitaria, costruita negli anni in cui ho ricoperto il ruolo di direttore generale di aziende sanitarie.

Queste due prospettive si sono influenzate reciprocamente e mi hanno permesso di trasferire competenze e approcci da un settore all’altro. Uno degli insegnamenti più importanti riguarda il modo in cui guardiamo alla sanità: non dobbiamo considerarla esclusivamente come un tema di spesa, ma come un investimento finalizzato a produrre salute e risultati concreti per i cittadini.

Senza revisione dei processi organizzativi, la tecnologia rischia di rimanere inattuata

In economia le risorse vengono allocate valutando il ritorno dell’investimento. Anche in sanità dobbiamo adottare un approccio simile, ma orientato a un obiettivo diverso e ancora più rilevante: il risultato di salute per il paziente. È il concetto espresso da Michael Porter con il principio del value-based healthcare: non conta solo quanto spendiamo, ma quali risultati di salute otteniamo rispetto alle risorse impiegate.

La sostenibilità del sistema sanitario passa quindi dalla capacità di allocare meglio le risorse disponibili e di valutarne l’impatto in termini di outcome. La spesa sanitaria negli ultimi anni è cresciuta in modo significativo, passando da circa 122 a 145 miliardi di euro, ma il contesto complessivo della finanza pubblica rende difficile immaginare ulteriori incrementi illimitati. La spesa sanitaria, insieme alla componente previdenziale e alla long term care, rappresenta una quota molto rilevante del PIL e la possibilità di espansione è necessariamente condizionata.

Per questo credo che il tema centrale oggi non sia soltanto chiedere più risorse, ma imparare a utilizzare meglio quelle che abbiamo. La mia esperienza mi ha insegnato proprio questo: programmare, allocare e monitorare le risorse in funzione del valore prodotto, cioè dei risultati di salute che riusciamo a garantire ai pazienti».

Il settore salute e life sciences rappresenta uno degli ambiti più dinamici per innovazione e investimenti. Quale ruolo può svolgere Finpiemonte per sostenere la crescita di questo ecosistema e favorire l’incontro tra ricerca, imprese, sistema sanitario e istituzioni?

«Finpiemonte può svolgere un ruolo molto importante perché il settore della salute e delle life sciences rappresenta una delle direttrici strategiche su cui si concentra il sostegno allo sviluppo del territorio. Solo in questo ambito investiamo oltre 40 milioni di euro, considerando sia le misure regionali sia gli investimenti realizzati attraverso fondi di private equity e venture capital.

Il settore salute e life sciences è una delle filiere più rilevanti per il nostro Paese e, personalmente, rappresenta un ambito al quale sono particolarmente legato, anche per il valore sociale che porta con sé. La sanità, infatti, rappresenta una componente fondamentale dell’economia regionale: arriva a pesare per circa il 70-80% dei bilanci delle Regioni e costituisce quindi uno degli elementi più rilevanti nella gestione delle risorse pubbliche.

Finpiemonte fa da cerniera tra mondo finanziario e imprenditoriale nelle life sciences

In questo contesto Finpiemonte può svolgere un ruolo di regia, perché si trova in una posizione privilegiata all’interno dell’ecosistema. Da una parte conosciamo le imprese, che possono essere beneficiarie delle nostre misure o oggetto di investimento attraverso i fondi di private equity nei quali partecipiamo; dall’altra conosciamo il mondo finanziario, che spesso incontra difficoltà nell’accompagnare aziende innovative nelle prime fasi del loro percorso di crescita.

Il nostro compito è proprio quello di fare da cerniera tra il mondo finanziario e quello imprenditoriale, accompagnando le aziende dal momento dell’idea fino alla fase in cui riescono a raggiungere una maggiore autonomia e solidità. È questa la funzione della finanza agevolata e, più in generale, delle finanziarie regionali: sostenere lo sviluppo nei momenti in cui gli strumenti tradizionali non sono ancora sufficienti.

Per questo non interpretiamo il nostro ruolo come una semplice attività di erogazione di risorse. Crediamo di poter contribuire alla costruzione dell’ecosistema, mettendo in relazione ricerca, imprese, sistema sanitario e investitori e creando le condizioni affinché le innovazioni possano trasformarsi in valore per il territorio e per i cittadini».

Elaborazione Finpiemonte


Negli ultimi anni abbiamo assistito a una forte accelerazione nell’ambito della telemedicina, dell’intelligenza artificiale e della gestione dei dati sanitari. Quali sono, a suo avviso, le condizioni necessarie affinché queste innovazioni producano un impatto concreto sull’organizzazione dei servizi e sulla qualità dell’assistenza?

«Credo che le condizioni fondamentali siano principalmente due: le risorse economiche e la capacità di accompagnare l’innovazione con una revisione dei processi organizzativi. Sono un grande sostenitore della tecnologia, ma la tecnologia da sola rischia di rimanere inattuata se non è inserita all’interno di modelli organizzativi adeguati.

Questo vale, ad esempio, per la riorganizzazione della medicina territoriale. In questo periodo si è molto parlato del ruolo dei medici di medicina generale all’interno delle Case di Comunità, un passaggio importante per rendere concreta la prossimità prevista dalla riforma dell’assistenza territoriale. Ma per costruire una sanità realmente vicina ai cittadini non basta introdurre strumenti tecnologici: occorre definire come devono interagire tra loro i diversi professionisti coinvolti.

La presa in carico del paziente richiede infatti un’integrazione tra medici di medicina generale, infermieri di famiglia e comunità, specialisti ospedalieri e, nei casi di maggiore fragilità, servizi sociali. Questa infrastruttura organizzativa è fondamentale per passare da una sanità che reagisce al bisogno a una sanità capace di programmare e gestire in modo proattivo la domanda di salute.

Aumentare l’offerta senza cambiare la presa in carico genera domanda inappropriata

Se ci limitiamo ad aumentare l’offerta senza modificare il modello di presa in carico, rischiamo di generare ulteriore domanda inappropriata e di non riuscire a governare il sistema. La vera innovazione consiste quindi nel riuscire a utilizzare le tecnologie per supportare nuovi processi di cura.

Un esempio concreto è il progetto PiemontAIS, che stiamo finanziando con l’obiettivo di utilizzare l’intelligenza artificiale per sviluppare algoritmi in grado di supportare la medicina territoriale e i percorsi di presa in carico. L’obiettivo è aiutare il sistema a valutare e programmare la domanda di salute, anche attraverso una gestione più efficace delle liste d’attesa, passando da un approccio prevalentemente reattivo a uno più predittivo e organizzato.

Si tratta di un progetto del valore complessivo di circa 6 milioni di euro, finanziato da Regione Piemonte con 3 milioni, che rappresenta bene il modello di ecosistema che vogliamo sostenere: coinvolge imprese private, l’Università di Torino, due aziende sanitarie pubbliche piemontesi e l’outsourcer regionale dei sistemi informativi. È un esempio di come tecnologia, ricerca, imprese e sistema sanitario debbano lavorare insieme.

Questo approccio si inserisce in una strategia regionale più ampia. Regione Piemonte ha costruito una serie di strumenti di finanziamento collegati tra loro lungo il ciclo di vita delle imprese: dai bandi dedicati alle startup nelle diverse fasi di crescita, come “Prima crescita” e “Consolidamento”, di prossima uscita, ai programmi per la ricerca e l’innovazione, come “SWIch (Support of the Whole Innovation Chain)” e “Step (Strategic Technologies for Europe Platform)”, fino agli strumenti dedicati allo sviluppo delle competenze (“Matching”) e delle infrastrutture.

In particolare, i bandi dedicati alla ricerca consentono di sostenere progetti sviluppati attraverso partenariati pubblico-privati, favorendo la crescita di idee innovative fino alla loro applicazione concreta. Un altro elemento fondamentale riguarda le infrastrutture di ricerca: attraverso strumenti come “Infra+” abbiamo sostenuto, ad esempio, la realizzazione di laboratori avanzati, tra cui le cell factory dedicate alla produzione di cellule CAR-T.

Queste tecnologie rappresentano un investimento strategico per il futuro della medicina. La possibilità di produrre internamente terapie cellulari avanzate può avere un impatto significativo anche sulla sostenibilità economica: oggi un trattamento CAR-T può arrivare a costare tra 200 e 300 mila euro per paziente, mentre sviluppare capacità produttive interne permette di ridurre sensibilmente i costi e aumentare la capacità del sistema di offrire queste terapie.

Nel caso delle CAR-T, inoltre, il Piemonte ha scelto un modello di concentrazione delle competenze e della produzione in un unico centro, una scelta che può favorire economie di scala e rendere più efficace il collegamento tra ricerca e applicazione clinica».

Elaborazione Finpiemonte

Molte innovazioni nascono da startup, spin-off universitari e PMI innovative, ma spesso incontrano difficoltà nel dialogo con il sistema sanitario. Come si può rafforzare il trasferimento dell’innovazione verso la pratica clinica e il mercato, creando valore per il territorio?

«Siamo presenti negli incubatori universitari, sia quello dell’Università di Torino sia quello del Politecnico di Torino, che hanno caratteristiche complementari: uno più orientato al mondo della ricerca, l’altro maggiormente focalizzato sugli aspetti tecnologici. Inoltre, Finpiemonte detiene una partecipazione di maggioranza nel Bioindustry Park Silvano Fumero, realtà dedicata alla costruzione di un ecosistema regionale nel settore delle life sciences.

Queste partecipazioni ci consentono di svolgere un ruolo che va oltre quello di un soggetto finanziatore. Non pensiamo alla finanziaria regionale come a un semplice erogatore di risorse, ma come a un attore in grado di accompagnare il percorso che porta un’idea di ricerca a trasformarsi in un progetto concreto.

Non mancano gli strumenti: manca la capacità di collegarli in un ecosistema coordinato

Lo facciamo mettendo in relazione mondi che spesso faticano a dialogare tra loro: gli incubatori, le università, le imprese, il sistema creditizio e gli altri soggetti che compongono gli ecosistemi dell’innovazione. Molte volte ci capita di intercettare idee e opportunità di sviluppo e di contribuire a farle crescere attraverso il coinvolgimento degli attori più adeguati.

Il nostro ruolo è quindi quello di creare connessioni tra la domanda di salute e l’offerta di risorse, competenze e strumenti necessari per sviluppare innovazione. È una funzione di coordinamento e accompagnamento che riteniamo fondamentale per trasformare la ricerca in valore per il territorio».

Il Piemonte sta investendo su innovazione, ricerca e sviluppo delle life sciences. Quali opportunità vede per la Regione nei prossimi anni e quali asset ritiene strategici per rafforzarne il posizionamento come polo di innovazione nel settore salute?

«Credo che la Regione Piemonte stia facendo un buon lavoro, sia per quanto riguarda la strategia sia per gli strumenti messi in campo. Un elemento importante è aver individuato nelle life sciences e nell’healthcare uno degli ambiti prioritari della programmazione dei fondi FESR 2021-2027, all’interno della Smart Specialization Strategy (S3) regionale.

La Regione ha orientato gli investimenti verso aree strategiche per il futuro della salute: dalle tecnologie per la medicina territoriale e la prossimità, all’innovazione di prodotto in ambito farmacologico, dalle soluzioni innovative per la diagnosi, la cura e il follow-up delle patologie, in particolare quelle non trasmissibili, fino agli strumenti a supporto della ricerca.

La disponibilità di risorse rappresenta un elemento fondamentale e la programmazione attuale offre opportunità importanti per rafforzare il posizionamento del Piemonte nel settore delle life sciences. Ma credo che ci sia un ulteriore elemento su cui dobbiamo lavorare tutti: la capacità di mettere insieme i diversi punti dell’ecosistema.

Spesso la difficoltà maggiore non è nella mancanza di strumenti, perché oggi gli strumenti esistono, ma nella capacità di utilizzarli in modo coordinato. Occorre riuscire a collegare le sollecitazioni che arrivano dal territorio con le opportunità di finanziamento, mettendo in relazione le idee, le competenze, le risorse e gli attori necessari per trasformarle in progetti concreti.

Questo è il ruolo che Finpiemonte cerca di svolgere: intercettare opportunità, facilitare le connessioni e accompagnare la realizzazione di iniziative che richiedono il contributo di soggetti diversi, sia dal punto di vista industriale sia dal punto di vista della ricerca.

È proprio questa capacità di fare rete che può rappresentare il vero elemento distintivo del Piemonte: non solo avere strumenti e risorse, ma riuscire a costruire un ecosistema nel quale ricerca, imprese, sistema sanitario e istituzioni collaborino per trasformare l’innovazione in risultati concreti per i pazienti e per il territorio».

Infermiere nel territorio, una “scommessa” per la professione

«Essere infermiere nel territorio è una “scommessa”: bisogni di cura e presa in carico sono sempre maggiori e più complessi ma anche e, forse prioritariamente, “perché significa esporsi non in senso retorico ma concreto. Nella presa in carico a lungo termine, a domicilio o in ambulatorio, significa entrare nelle vite degli altri quando sono già incrinate e restare lì abbastanza a lungo da sentirne il peso senza la protezione dei ruoli ben delimitati». Queste le parole che Jessica Longhini, Presidente dell’Associazione dei Servizi Territoriali e Residenziali Nazionali (STeRN) e ricercatrice dell’Università di Padova, scrive agli infermieri del territorio in occasione della loro Giornata internazionale: così le commenta per TrendSanità.

Una scommessa, dunque, tutt’altro che facile.

«Sì, ma una scommessa che si può vincere in un periodo storico che per l’assistenza infermieristica territoriale echeggia come un’occasione da non disperdere, a partire da una riflessione e un ripensamento della pratica, dei modelli organizzativi, della formazione e della ricerca, restituendo centralità a un patrimonio di competenze e cultura professionale sedimentato nel territorio e, per troppo tempo trascurato o considerato un sapere tacito anziché un autentico patrimonio disciplinare».

Jessica Longhini

La famiglia e il caregiver sono sempre più cruciali nell’assistenza e nel supporto alla persona. Quale ruolo di intermediazione con i servizi sanitari possono assumere per favorire la domiciliarità?

«Il caregiver e la famiglia rappresentano il principale punto di raccordo tra la persona e la rete dei servizi, ma questa funzione di intermediazione non può essere data per scontata. Perché possano orientarsi tra i servizi, riconoscere precocemente i bisogni, prendere decisioni appropriate e attivare le risorse disponibili, devono essere sostenuti attraverso interventi strutturati e basati sulle evidenze scientifiche.

In particolare, è fondamentale valutare precocemente il livello di engagement del caregiver, il burden assistenziale, il funzionamento familiare, la capacità di adattamento ai nuovi ruoli, la distribuzione delle responsabilità di cura e la capacità della famiglia di esprimere i propri bisogni e prendere decisioni condivise. Questi elementi determinano la reale capacità della famiglia di mantenere la persona al domicilio, spesso molto più della sola complessità clinica.

L’intervento deve quindi essere prevalentemente preventivo e non reattivo. Aspettare la comparsa del burnout del caregiver, dei conflitti familiari o del rifiuto dell’assistenza significa intervenire quando il sistema familiare è già in difficoltà. Al contrario, è necessario accompagnare fin da quanto prima possibile la transizione al ruolo di caregiver, fornendo competenze, strategie di coping, supporto emotivo e facilitando l’integrazione con la rete dei servizi sanitari e sociali. In questa prospettiva, il caregiver non è semplicemente un erogatore di assistenza, ma diventa un’unità di cura.

Questo richiama anche una riflessione sul ruolo dell’infermieristica delle cure primarie.

L’infermieristica territoriale deve evolvere dalla risposta ai bisogni clinici alla promozione di autonomia, autocura ed engagement

Ancora oggi il nostro contributo viene spesso identificato prevalentemente con la gestione dei problemi clinici o con l’esecuzione di prestazioni, mentre il focus dell’assistenza infermieristica è un altro: promuovere l’autonomia, l’autocura, il benessere e la capacità delle persone, delle famiglie e della comunità di integrare la salute nella propria vita quotidiana. Il ruolo dell’infermiere nel territorio e, ancor di più, del futuro specialista dovrà evolvere sempre più, integrando la capacità di risolvere problemi con la facilitazione dei processi di salute.

L’obiettivo non è sempre sostituirci alle persone o fornire continuamente soluzioni, ma aiutarle ad attivare le proprie risorse, sviluppare senso di responsabilità verso la salute, trovare le proprie motivazioni e costruire competenze che consentano loro di affrontare in autonomia, o con il supporto necessario, le sfide della malattia e della quotidianità. Questo non può essere affidato alla sola esperienza o a una generica attitudine relazionale. Richiede competenze avanzate supportate da modelli teorici e comunicativi strutturati e validati scientificamente, insieme a strumenti per la valutazione del burden del caregiver e del funzionamento familiare che fungono da trigger intercettatori per l’attivazione degli infermieri nel territorio, non solo problemi clinici e prestazioni come attualmente avviene.

Solo così concetti come empowerment, engagement e people-centred care smettono di essere slogan. Una domiciliarità realmente sostenibile nasce quando questo sistema è in equilibrio, i ruoli sono condivisi, il caregiver è supportato, la famiglia mantiene un funzionamento positivo e ciascun componente sviluppa le competenze necessarie per contribuire alla salute comune».

La famiglia ma non solo: essere nel territorio significa lavoro con le comunità e integrazione con il sociale. Come?

«Il lavoro con le comunità richiede lo sviluppo di competenze avanzate nell’analisi dei bisogni di comunità attraverso metodologie strutturate di partecipazione, dialogo deliberativo, co-progettazione e co-produzione dei servizi. È indispensabile che l’infermiere sia tra i primi punti di riferimento e interlocutori per quell’ambito comunitario al fine di identificare precocemente i trend nei bisogni da un punto di vista biopsicosociale, con la capacità poi di erogare interventi infermieristici creando percorsi e eventi formativi strutturati.

L’infermiere di famiglia e di comunità può contribuire a una stratificazione della popolazione che integri dimensioni cliniche, sociali e relazionali

In questa prospettiva, l’integrazione con il sistema sociale assume un ruolo strategico. Vanno ripensati in prospettiva, gli attuali modelli di stratificazione della popolazione. Oggi i sistemi maggiormente utilizzati si basano prevalentemente su algoritmi alimentati da dati di flusso amministrativi e sanitari, quali diagnosi, consumo di farmaci, ricoveri e, in alcuni casi, determinanti sociali. Sebbene tali strumenti rappresentino un importante supporto programmatorio, mostrano limiti significativi nella capacità di intercettare precocemente le condizioni di vulnerabilità, soprattutto quelle di natura psicologica, relazionale e sociale.

L’infermiere nel territorio potrebbe assumere un ruolo determinante come integratore di conoscenze e promotore di una stratificazione più evoluta, orientata non solo all’identificazione delle persone già fragili, ma soprattutto all’individuazione precoce di coloro che presentano fattori di rischio per lo sviluppo della fragilità, con particolare attenzione alle dimensioni comportamentali di self-care, sociali e relazionali, oltre che a quelle strettamente cliniche».

In uno scenario così complesso come quello dell’assistenza territoriale quale può essere il contributo della digitalizzazione?

«Il contributo della digitalizzazione può estendersi a numerosi ambiti dell’assistenza infermieristica e, più in generale, dell’assistenza territoriale multiprofessionale. Un primo elemento riguarda lo sviluppo di sistemi informativi progettati specificamente per il contesto delle cure primarie e capaci di valorizzare il contributo disciplinare dell’infermieristica.

Le cartelle cliniche informatizzate dovrebbero integrare strumenti di assessment dedicati alle dimensioni tipiche del nursing, quali la valutazione dell’autocura, dell’engagement e dell’attivazione della persona, del burden del caregiver, del funzionamento familiare e della rete di supporto sociale. L’integrazione di tali informazioni consentirebbe di generare alert assistenziali, favorendo l’identificazione precoce delle situazioni a rischio, l’attivazione di screening proattivi e la tempestiva presa in carico infermieristica.

La digitalizzazione deve sostenere la presa in carico proattiva con sistemi interoperabili e strumenti di assessment dedicati alle cure primarie

 La digitalizzazione può inoltre rappresentare un elemento cardine per il monitoraggio clinico e per l’educazione terapeutica della persona e della famiglia. Piattaforme e applicazioni dedicate potrebbero mettere a disposizione materiali educativi personalizzati, multilingue e multimodali, adattati ai differenti livelli di alfabetizzazione sanitaria, alle diverse caratteristiche culturali e ai bisogni specifici di pazienti e caregiver, favorendo così percorsi educativi altamente personalizzati.

Ancora, la disponibilità di strumenti infermieristici digitali intuitivi e strutturati potrebbe facilitare la registrazione delle consegne e dei percorsi assistenziali, rendendone maggiormente visibili gli interventi e consentendo, al tempo stesso, il monitoraggio sistematico degli esiti assistenziali.

Per questo serve un sistema informativo realmente interoperabile, capace di mettere in comunicazione i professionisti sanitari, i servizi sociali e, in una prospettiva futuristica, anche le organizzazioni del Terzo Settore per superare l’attuale frammentazione informativa e costruire una presa in carico realmente continuativa, proattiva e centrata sulla persona».

Bambino Gesù: cellule Natural Killer modificate geneticamente per superare le difese dei tumori

Una nuova generazione di cellule immunitarie ingegnerizzate per superare tre dei principali ostacoli all’immunoterapia: riconoscere i tumori che riescono a ingannare il sistema immunitario, bloccare i meccanismi con cui i tumori indeboliscono le difese e mantenere nel tempo la propria efficacia. È quanto emerge da uno studio internazionale coordinato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e pubblicato sulla rivista «Signal Transduction and Targeted Therapy» del gruppo “Nature”. «La pubblicazione rappresenta un importante riconoscimento internazionale dell’elevato valore innovativo della ricerca e del suo potenziale impatto clinico» commenta la Dottoressa Paola Vacca, Responsabile dell’Unità di Cellule Linfoidi dell’Immunità Innata del Bambino Gesù.

Le cellule Natural Killer e gli inganni dei tumori

Paola Vacca

Le cellule Natural Killer (NK) sono linfociti appartenenti al sistema immunitario innato. Rappresentano una prima linea di difesa dell’organismo e per questo sono capaci di riconoscere ed eliminare rapidamente cellule infettate da virus e cellule tumorali fin dal primo incontro. Molti tumori riescono però a neutralizzarne l’attività attraverso il microambiente tumorale, cioè l’ecosistema che circonda le cellule malate e che può favorire la crescita del tumore, la diffusione e la resistenza alle terapie.

«Uno dei principali ostacoli nello sviluppo delle immunoterapie è la capacità dei tumori di attivare contemporaneamente più meccanismi di evasione immunitaria – spiega Paola Vacca – Per questo abbiamo sviluppato una piattaforma innovativa di cellule NK multifunzionali, progettate per contrastare diverse strategie utilizzate dal tumore per sfuggire al controllo del sistema immunitario».

Le nuove cellule NK geneticamente modificate

I ricercatori hanno progettato cellule NK ingegnerizzate che integrano tre funzioni terapeutiche:

  • la prima permette di riconoscere e attaccare le cellule tumorali che esprimono selettivamente PD-L1, una sorta di “scudo molecolare” che molti tumori utilizzano per spegnere la risposta immunitaria;
  • la seconda consente di neutralizzare il sistema HLA-E/NKG2A, uno dei principali meccanismi con cui i tumori inattivano le cellule NK e sfuggono alla loro azione;
  • la terza consiste nella produzione autonoma di IL-15, una molecola naturalmente presente nell’organismo che aiuta queste cellule immunitarie a sopravvivere, moltiplicarsi e rimanere attive più a lungo.

«L’elemento distintivo della nostra strategia è la capacità di combinare in una singola piattaforma il riconoscimento del tumore, il superamento dell’immunosoppressione e il mantenimento della funzionalità delle cellule NK – prosegue Vacca – È un approccio che punta a renderle più efficaci, più resistenti e più durature nel tempo».

La piattaforma è stata valutata in sistemi sperimentali preclinici in cui si è cercato di riprodurre diverse neoplasie sia pediatriche sia degli adulti, tra cui neuroblastoma, medulloblastoma, leucemie e adenocarcinoma pancreatico. Nei modelli studiati, le cellule NK ingegnerizzate hanno mostrato una significativa attività antitumorale e una maggiore capacità di persistere nel tempo, mantenendo la propria efficacia anche nei tumori caratterizzati da elevati livelli di immunosoppressione, una delle principali cause di mancata risposta alle attuali immunoterapie.

«È un approccio che punta a renderle più efficaci, più resistenti e più durature nel tempo»

I risultati rappresentano una solida prova di principio per lo sviluppo di una nuova generazione di immunoterapie cellulari “pronte all’uso”, potenzialmente producibili su larga scala e disponibili per un numero elevato di pazienti. La possibilità di superare contemporaneamente più meccanismi di evasione immunitaria potrebbe ampliare le opportunità terapeutiche per pazienti con tumori aggressivi o resistenti ai trattamenti convenzionali.

«Questa ricerca apre prospettive molto promettenti per il futuro dell’immunoterapia – conclude Paola Vacca – Sebbene siano necessari ulteriori studi per trasferire questi risultati alla pratica clinica, le evidenze ottenute dimostrano il potenziale di una nuova generazione di cellule NK progettate per affrontare alcune delle principali sfide poste dal microambiente tumorale».

Potrebbe ampliare le opportunità terapeutiche per tumori aggressivi o resistenti ai trattamenti convenzionali

Il prossimo passo del gruppo di ricerca sarà proseguire lo sviluppo traslazionale della piattaforma per avvicinare le cellule NK ingegnerizzate alla sperimentazione clinica e, in prospettiva, offrire nuove opportunità terapeutiche ai pazienti con tumori ad alto rischio e resistenti alle terapie oggi disponibili.

La ricerca è il risultato di una collaborazione scientifica multidisciplinare e internazionale che ha coinvolto ricercatori dell’Unità di Cellule Linfoidi dell’Immunità Innata e dell’Unità di Immunologia dei Tumori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova, del Dipartimento di Ematologia, Oncologia e Trapianto di Cellule Staminali Pediatriche dell’Ospedale Universitario di Würzburg, in Germania, e del Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Lo studio si è avvalso del contributo scientifico del Professor Lorenzo Moretta e del lavoro dei ricercatori del Bambino Gesù Piera Filomena Fiore, Sergio Forcelloni, Maria Rita Assenza, Maria Teresa Bilotta, Manuela Giansanti e Nicola Tumino, nonché della collaborazione di Francesca Nazio, dell’Università di Roma Tor Vergata, e Ignazio Caruana, dell’Università di Würzburg, insieme agli altri ricercatori dei centri coinvolti.

Lo studio è stato realizzato grazie al sostegno di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro al progetto Investigator Grant IG2022-ID 27065, dal titolo “Arming NK cells with innovative chimeric activating immunocheckpoints to target suppressive tumor microenvironment”, di cui la Dottoressa Paola Vacca è Principal Investigator. I fondi erogati da AIRC hanno reso possibile lo sviluppo di una ricerca altamente innovativa con importanti prospettive di trasferimento clinico e potenziali ricadute future per i pazienti affetti da tumori ad alto rischio.

Cooperazione sanitaria: il Veneto porta in Africa il modello delle emergenze mediche

«La sanità veneta fa scuola anche all’estero. Tra i settori di riferimento ora è entrato stabilmente anche quello della gestione dell’emergenza ed urgenza, ambito su cui solo una minoranza di Paesi sub-africani dispone di un servizio universale. Da qualche anno il Mozambico, che non possiede un Sistema di Emergenza e Urgenza Medico (SUEM) pre-ospedaliero universale, pubblico e strutturato ha iniziato a cooperare con il Veneto per fare proprie le buone pratiche del SUEM, sia nell’ambito della gestione sanitaria, ed in specie per le emergenze materne e neonatali, sia per i servizi in occasione dei sempre più frequenti disastri climatici. E questo ci rende orgogliosi».

Lo dice con soddisfazione il Presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, alla luce della nuova occasione di cooperazione sanitaria con l’Africa delineata dal progetto “HELP”, che vede la Regione Veneto capofila del processo di trasferimento delle buone pratiche sanitarie al Governo mozambicano. Un’iniziativa che il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) ha recentemente finanziato con un contributo di 7 milioni di euro.

Con il progetto “HELP” la Regione Veneto è capofila del trasferimento delle buone pratiche sanitarie al Governo mozambicano

“HELP” rappresenta il consolidamento di un percorso di cooperazione internazionale che la Regione Veneto, grazie al supporto in loco di Medici con l’Africa CUAMM di Padova, porta avanti da anni. Questa nuova iniziativa si fonda infatti sui risultati raggiunti in precedenza attraverso i progetti UR-Beira I e UR-Beira II, che hanno permesso di istituire e rafforzare i servizi di emergenza e urgenza medica nelle città di Beira e, proprio in questi mesi, a pianificarne l’estensione a Maputo.

«Attraverso queste iniziative – evidenzia Stefani – la Regione Veneto sta esportando con successo le proprie buone pratiche e il proprio know-how organizzativo, supportando chi ne è privo nella creazione di un sistema di risposta alle emergenze, ispirato ai più alti standard di efficienza».

A beneficiare maggiormente di questo sistema di emergenza e urgenza sono le fasce più vulnerabili della popolazione

I numeri delle precedenti attività testimoniano l’impatto vitale di questo modello: nel solo periodo tra agosto 2025 e aprile 2026, la Centrale Operativa delle Emergenze Mediche di Beira ha ricevuto e gestito 7.889 chiamate di soccorso. L’efficacia della rete di trasporto si è tradotta in 7.165 pazienti trasferiti con successo dalle unità sanitarie di primo livello agli ospedali di riferimento, con una media di quasi 800 trasferimenti mensili. Si tratta di interventi salvavita in situazioni di estrema criticità, con la maggioranza dei casi che ha richiesto un trasferimento ad alta priorità. A beneficiare maggiormente di questo sistema di emergenza e urgenza (che il nuovo progetto “HELP” andrà a potenziare ulteriormente) sono le fasce più vulnerabili della popolazione: i dati evidenziano infatti che il 41% dei trasferimenti (2.958 casi) ha riguardato emergenze ostetriche e materne, seguite da un 25% (1.757 casi) di urgenze in ambito neonatale e pediatrico.

«Questa è cooperazione reale e solidarietà concreta – conclude Stefani – per portare mezzi, conoscenza e scienza dove ce n’è più bisogno».

L’HTA deve evolvere insieme all’innovazione. Nollo (SIHTA): «Oggi servono competenze, dati e un nuovo modello di valutazione» 

Dopo anni di incertezze, il nuovo Programma nazionale HTA per i dispositivi medici rappresenta un punto di svolta per il sistema italiano di Health Technology Assessment (HTA). Per la prima volta il Piano dispone di risorse dedicate e definisce una cornice più strutturata per integrare le valutazioni delle tecnologie sanitarie nei processi decisionali del Servizio sanitario nazionale (SSN). Ma il finanziamento, da solo, non basta. Perché il sistema possa realmente sostenere l’innovazione occorrono competenze, organizzazione e un’evoluzione metodologica che renda l’HTA capace di valutare tecnologie sempre più dinamiche, dall’intelligenza artificiale alla robotica, fino alle digital therapeutics. Ne è convinto Giandomenico Nollo, presidente della SIHTA (Società Italiana di Health Technology Assessment), che analizza per TrendSanità punti di forza e criticità del nuovo Programma e indica le priorità per trasformare l’HTA in uno strumento sempre più centrale per il governo dell’innovazione. 

Presidente Nollo, il nuovo Programma nazionale HTA dispone finalmente di risorse dedicate. È questo il vero cambio di passo rispetto al passato? 

«Sicuramente è una delle novità più importanti. Senza risorse è difficile costruire qualsiasi sistema e il fatto che i finanziamenti siano già disponibili rappresenta un segnale concreto di fiducia verso l’HTA.

Giandomenico Nollo
Giandomenico Nollo

Detto questo, oggi il problema non è tanto economico quanto organizzativo. Le risorse ci sono, ma servono competenze, strutture e professionalità capaci di sostenere l’intero processo di valutazione. 

La rete dei centri collaborativi è stata avviata e costituisce un passaggio importante, ma dobbiamo essere consapevoli che i processi di HTA sono estremamente impegnativi e che il numero delle tecnologie da valutare è destinato a crescere rapidamente. Non sono certo che i soli centri collaborativi possano sostenere questo carico di lavoro. 

Come SIHTA stiamo riflettendo su modelli di supporto complementari che possano evitare quello che rischia di diventare un vero collo di bottiglia nella produzione dei report di HTA. 

Va poi ricordato un altro elemento. Nel 2014 il sistema dell’HTA ha subito una brusca interruzione e questo ha rallentato la crescita delle competenze all’interno delle aziende sanitarie e delle amministrazioni regionali. Oggi il settore sta recuperando terreno, ma stiamo ricostruendo un patrimonio professionale che avrebbe potuto consolidarsi negli anni. Alcuni centri universitari hanno continuato a sviluppare queste competenze, tuttavia nel complesso il sistema deve ancora maturare. 

Per la prima volta il Programma nazionale HTA per i dispositivi medici dispone di risorse dedicate

Accanto alle risorse, il nuovo Programma introduce anche elementi di forte discontinuità. Per la prima volta si parla esplicitamente di procurement, di aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza, di investimenti e di sostituzione delle tecnologie obsolete. L’HTA viene finalmente collegato ai processi decisionali che riguardano l’adozione dell’innovazione. Fino a oggi il Programma rappresentava soprattutto una visione; adesso inizia ad assumere una dimensione realmente operativa». 

Il Piano prevede un aumento significativo delle valutazioni HTA. Il sistema è pronto a sostenere questa sfida? 

«Credo di no, almeno non ancora. Lo stesso Programma riconosce questa criticità destinando una quota importante delle risorse alla formazione. 

La sfida non consiste soltanto nell’aumentare il numero delle valutazioni, ma nel creare una cultura dell’HTA. Dobbiamo formare chi produce le valutazioni, ma anche chi dovrà utilizzarle nelle decisioni di acquisto, programmazione e organizzazione dei servizi. 

È un cambiamento culturale profondo. Significa passare da decisioni prevalentemente amministrative a decisioni realmente basate sulle evidenze. 

L’entrata in vigore del Regolamento europeo sull’HTA accelererà ulteriormente questo processo. Le valutazioni cliniche congiunte europee cambieranno il modo di lavorare delle aziende sanitarie e delle Regioni. Non elimineranno il lavoro da svolgere, ma sposteranno l’attenzione sempre di più verso gli aspetti organizzativi, economici e di implementazione.

L’HTA viene finalmente collegato ai processi decisionali che riguardano l’adozione dell’innovazione

In questo percorso, tuttavia, resta ancora da sviluppare un collegamento più forte tra le valutazioni HTA e gli strumenti con cui l’innovazione viene realmente introdotta nella pratica clinica, a partire dai Percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali. 

La cultura dell’HTA riguarda tutti gli attori del sistema: imprese, istituzioni e aziende sanitarie. Le imprese stanno progressivamente adottando una logica orientata al valore e sempre più spesso parlano di value-based care. È un’evoluzione positiva, ma perché il sistema funzioni bisogna arrivare al tavolo dell’HTA con evidenze solide e metodologicamente robuste. 

Occorre un link più forte tra le valutazioni HTA e i PDTA 

Se la documentazione è incompleta o debole, inevitabilmente anche il processo decisionale rallenta. È una criticità che osserviamo ancora oggi soprattutto nel settore dei dispositivi medici. Pensiamo, ad esempio, alla chirurgia robotica: disponiamo di tecnologie estremamente promettenti, ma non sempre di un patrimonio di evidenze sufficiente a dimostrarne in maniera definitiva il valore aggiunto rispetto alle alternative disponibili».  

Tra le novità del Programma c’è anche una definizione più ampia di tecnologia sanitaria, che comprende intelligenza artificiale, software e terapie digitali. L’HTA è pronto a valutare innovazioni che evolvono molto più rapidamente rispetto ai dispositivi tradizionali? 

«Questa è probabilmente la sfida più importante che abbiamo davanti. Come SIHTA sosteniamo da tempo che sia necessario ripensare il modello stesso di HTA. 

Le tecnologie digitali, l’intelligenza artificiale, la robotica e le digital therapeutics evolvono con una rapidità tale da mettere in discussione gli strumenti tradizionali di valutazione. Per questo ritengo che dobbiamo superare un’idea di HTA “statica”, nella quale ci si limita ad analizzare le evidenze disponibili in un determinato momento, per arrivare a un’HTA “dinamica”, capace di accompagnare l’intero ciclo di vita dell’innovazione. 

Produzione di evidenze: farà la differenza nella capacità di governare le innovazioni

In molti casi non possiamo permetterci di attendere anni prima di disporre di evidenze consolidate. Dobbiamo imparare a generarle mentre la tecnologia viene introdotta nella pratica clinica. Questo rappresenta un vero cambio di paradigma metodologico e culturale. 

Il Programma nazionale richiama il tema della produzione delle evidenze, ma credo che questo aspetto avrebbe potuto occupare una posizione ancora più centrale, perché è proprio qui che si giocherà la capacità del sistema di governare le innovazioni dei prossimi anni». 

Il Piano attribuisce un ruolo strategico alla Real World Evidence. Quanto sarà determinante per rendere le valutazioni sempre più aderenti alla pratica clinica? 

«La Real World Evidence sarà uno dei pilastri del nuovo HTA. Tuttavia, produrre evidenze non significa soltanto raccogliere dati. Occorre costruire un ecosistema. Serve innanzitutto una cultura condivisa, ma anche un’organizzazione capace di accompagnare la tecnologia lungo tutto il suo percorso di sviluppo. L’HTA non può limitarsi a valutare ciò che esiste: deve contribuire alla generazione delle evidenze

Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile che tutti gli attori del sistema lavorino insieme: ministero della Salute, Agenas, società scientifiche, imprese e comunità scientifica. 

L’esperienza della chirurgia robotica, così come quella di molte tecnologie cardiovascolari, ci insegna che spesso manca ancora un linguaggio comune. In alcuni casi non disponiamo neppure di indicatori condivisi con cui misurare gli esiti clinici. Se non definiamo registri nazionali, criteri omogenei di raccolta dei dati e indicatori validati, sarà molto difficile costruire evidenze realmente confrontabili

Anche le imprese possono svolgere un ruolo decisivo. Quando propongono una tecnologia innovativa dovrebbero presentare, insieme al dispositivo, un progetto di valutazione che definisca fin dall’inizio quali pazienti coinvolgere, quali indicatori misurare e come raccogliere i dati. Le tecnologie digitali consentono oggi di automatizzare buona parte di questi processi, riducendo il rischio di errore e accelerando la disponibilità delle evidenze. È un’opportunità che dovremmo sfruttare molto di più». 

Con l’entrata a regime del Regolamento europeo sull’HTA cambierà anche il rapporto tra valutazioni europee e decisioni nazionali. Come dovrà evolvere il modello italiano? 

«Le Joint Clinical Assessment europee interesseranno ancora un numero limitato di tecnologie. Il grosso del lavoro continuerà quindi a essere svolto a livello nazionale e regionale. 

Proprio per questo dovremo concentrare gli sforzi sui cosiddetti domini non clinici: organizzazione, sostenibilità economica, aspetti etici, impatto sui servizi e modelli assistenziali. È su questi elementi che il sistema italiano può sviluppare competenze distintive. 

Il procurement deve diventare strumento di promozione dell’innovazione 

C’è poi un altro aspetto decisivo: il collegamento tra HTA e procurement. Quando una tecnologia dimostra di produrre un reale valore aggiunto per il paziente, per i professionisti e per il sistema sanitario, deve poter trovare un percorso preferenziale verso l’adozione. Naturalmente il confronto competitivo resta fondamentale, ma il procurement non può limitarsi a essere uno strumento di contenimento della spesa. Deve diventare anche uno strumento di promozione dell’innovazione. 

Per questo ritengo che sarebbe opportuno istituire un fondo dedicato all’innovazione nei dispositivi medici. Le tecnologie realmente disruptive sono relativamente poche e il loro impatto economico, se rapportato alla spesa sanitaria complessiva, è sostenibile. Dovremmo considerare questo fondo come un investimento strategico e non come un costo aggiuntivo». 

Quale sarà, in definitiva, il vero banco di prova del nuovo Programma nazionale HTA? 

«La sfida più importante sarà trasformare l’HTA in una cultura diffusa del Servizio sanitario nazionale. Oggi continuo a percepire un’impostazione ancora troppo centralistica. In un sistema come quello italiano dobbiamo rafforzare la capacità di utilizzare l’HTA a tutti i livelli, facendone non soltanto uno strumento di valutazione, ma un vero metodo di governo dell’innovazione. 

Il successo del nuovo Programma non si misurerà dal numero dei report prodotti, ma dalla capacità di ridurre i tempi di accesso alle tecnologie mantenendo elevati livelli di appropriatezza e sicurezza. 

L’obiettivo non è produrre più report, ma ridurre i tempi di accesso alle tecnologie senza compromettere qualità e sicurezza

La vera filiera da rafforzare è quella che collega valutazione, decisione, procurement e implementazione

L’innovazione non può essere valutata esclusivamente attraverso il rapporto costo-beneficio. Occorre considerare anche l’impatto sull’organizzazione, sulla crescita delle competenze professionali e sulla capacità del sistema sanitario di evolvere. 

Alcune tecnologie devono essere introdotte proprio perché consentono al sistema di fare un salto di qualità. Naturalmente devono essere adottate nei contesti più appropriati e accompagnate da un monitoraggio continuo. È questa, a mio avviso, la direzione verso cui dovrà evolvere l’HTA nei prossimi anni». 

Copertura vaccinale globale: OMS e UNICEF chiedono più fondi, dati e fiducia pubblica

Nel 2025, il 90% dei bambini nel mondo – quasi 116 milioni – ha ricevuto almeno una dose di vaccino contro difterite, tetano e pertosse (DTP), mentre l’85% – pari a 110 milioni – ha completato l’intero ciclo di tre dosi, secondo le stime annuali OMS-UNICEF sulla copertura vaccinale nazionale (WHO-UNICEF Estimates of National Immunization Coverage – WUENIC) appena pubblicate.

Sebbene entrambi gli indicatori siano aumentati di un punto percentuale rispetto all’anno precedente, la copertura globale resta inferiore di un punto rispetto ai livelli del 2019 e continua a oscillare nello stesso range ristretto dal 2009.

La copertura globale resta inferiore di un punto rispetto ai livelli del 2019

Secondo i dati, circa 13,5 milioni di bambini “zero-dose” non hanno ricevuto alcun vaccino durante il primo anno di vita nel 2025. Pur trattandosi di quasi 750.000 bambini in meno rispetto all’anno precedente, i progressi sono controbilanciati dall’aumento del numero di bambini che iniziano il calendario vaccinale ma non lo completano. La maggior parte di questi bambini vive in Paesi in cui i programmi nazionali di immunizzazione ricevono il sostegno di Gavi, the Vaccine Alliance (l’Alleanza per i vaccini).

A livello globale, si stima che 7,3 milioni di bambini abbiano ricevuto la prima dose di DTP ma abbiano interrotto il percorso prima della prima dose contro il morbillo. Questo tasso di abbandono ha contribuito alla stagnazione della copertura contro il morbillo: l’84% dei bambini ha ricevuto la prima dose (MCV1) e il 77% la seconda (MCV2). Entrambi i valori sono molto lontani dalla soglia del 95% necessaria per prevenire focolai di questo virus altamente contagioso. Di conseguenza, 57 Paesi hanno segnalato focolai di morbillo estesi o con effetti rilevanti nel 2025.

La copertura vaccinale contro il morbillo è insufficiente. Di conseguenza, 57 Paesi hanno segnalato focolai di morbillo estesi nel 2025

«I governi e gli operatori sanitari hanno contribuito alla ripresa dei tassi globali di vaccinazione dopo il forte calo registrato durante la pandemia di COVID-19», ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice generale dell’UNICEF. «Ma milioni di bambini vulnerabili continuano a rimanere senza protezione a causa di conflitti, sfollamenti e povertà. Dobbiamo raggiungere ogni bambino e ricostruire la fiducia laddove si sta indebolendo. Nessun bambino dovrebbe soffrire per una malattia che un semplice vaccino può prevenire».

I dati provenienti da 195 Paesi mostrano che, dal 2019, 100 Paesi hanno mantenuto una copertura di almeno il 90% con tre dosi di vaccino DTP, ma il gruppo si è ampliato di poco. Tra i Paesi che nel 2019 avevano una copertura inferiore al 90%, 30 hanno migliorato i propri tassi negli ultimi sei anni, mentre 65 sono in stagnazione o in arretramento, compresi 13 Paesi fragili, colpiti da conflitti o vulnerabili (fragile, conflict-affected or vulnerable – FCV).

«Milioni di bambini vulnerabili continuano a rimanere senza protezione a causa di conflitti, sfollamenti e povertà»

Rispetto ai livelli di riferimento del 2019, le Americhe e il Sud-Est asiatico hanno recuperato pienamente e migliorato le proprie prestazioni; quest’ultima è oggi la regione con i risultati migliori. Sebbene lo scorso anno Africa, Mediterraneo orientale ed Europa abbiano registrato progressi, la loro copertura rimane inferiore ai livelli precedenti alla pandemia di COVID-19. Al contrario, il Pacifico occidentale ha registrato un calo ed è oggi la regione più distante dal proprio livello di riferimento del 2019.

Dietro queste medie globali e regionali persistono minacce che determinano forti differenze e instabilità nella copertura vaccinale dei singoli Paesi.

Più della metà di tutti i bambini zero-dose vive in contesti FCV, nonostante tali contesti rappresentino soltanto circa un terzo della popolazione infantile mondiale. In queste aree, i programmi di immunizzazione sono spesso messi sotto pressione da instabilità politica, insicurezza o cronica carenza di finanziamenti. In un solo anno, per esempio, la Siria ha perso 6 punti percentuali nella copertura DTP1 e 12 punti nella MCV1. Il Sudan, tuttavia, ha registrato lo scorso anno il maggiore miglioramento a livello mondiale per singolo Paese, aumentando la copertura DTP1 di 35 punti percentuali e quella MCV1 di 22 punti, a dimostrazione di ciò che è possibile ottenere quando migliora l’accesso ai servizi, anche in presenza di un conflitto in corso.

Nei Paesi a medio e alto reddito la copertura sta diminuendo a causa del mutare dell’impegno politico, di problemi strutturali o della crescente esitazione vaccinale

Nei Paesi a medio e alto reddito, anche laddove i vaccini sono pienamente accessibili, la copertura sta diminuendo a causa del mutare dell’impegno politico, di problemi strutturali o della crescente esitazione vaccinale. In Sudafrica, per esempio, la copertura DTP1 è diminuita di 20 punti percentuali dal 2019 e ha continuato a calare nel 2025. Dopo avere registrato nel 2024 il maggiore incremento regionale della copertura MCV1, la Bosnia-Erzegovina ha subìto lo scorso anno una riduzione di 23 punti.

«Ogni bambino, che nasca nella ricchezza o nella povertà, in pace o in guerra, merita la protezione salvavita offerta dai vaccini. L’immunizzazione è uno degli interventi più convenienti, equi e affidabili per tutelare la salute e il benessere dei bambini», ha dichiarato il Dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’OMS. «La nostra sicurezza più importante comincia dal garantire che tutti, ovunque vivano, siano protetti dalle malattie mortali che i vaccini hanno il potere di prevenire».

Nei Paesi sostenuti da Gavi oggi i bambini hanno una copertura media del 74%

Negli ultimi 25 anni, investimenti costanti da parte di governi e partner, l’impegno delle comunità, il rafforzamento dei programmi e un’ampia fiducia dell’opinione pubblica hanno ridotto del 40% il numero annuo di bambini zero-dose. Nei Paesi sostenuti da Gavi, per esempio, oggi i bambini sono protetti contro un numero di malattie mai raggiunto prima, con una copertura media del 74% per il ciclo completo dei vaccini raccomandati dall’OMS.

«Gli storici livelli di immunizzazione che stiamo osservando nei Paesi a basso reddito mostrano ciò che si può ottenere quando tutte le parti interessate lavorano insieme verso un obiettivo comune», ha dichiarato la Dottoressa Sania Nishtar, Amministratrice delegata di Gavi, the Vaccine Alliance «Mentre Gavi entra in un nuovo periodo quinquennale, la nostra grande sfida sarà mantenere questo slancio di fronte ai vincoli finanziari, all’incertezza geopolitica e all’aumento dei focolai, intensificando al tempo stesso gli sforzi per raggiungere i bambini che ancora non hanno accesso all’immunizzazione».

Sia i finanziamenti sanitari internazionali sia gli investimenti nei sistemi informativi correlati hanno subìto tagli

Le basi che hanno consentito questi progressi sono tuttavia sottoposte a una forte pressione. L’impatto completo dei tagli ai finanziamenti sanitari internazionali annunciati negli ultimi due anni non è ancora riflesso in queste stime, ma gli stessi sistemi di dati necessari per misurarlo e prevenire nuovi arretramenti mostrano segnali di difficoltà.

Secondo i dati, in questa tornata sono state condotte e presentate soltanto 18 indagini nazionali sull’immunizzazione, rispetto alle 50 del 2024 e a una media di 33 all’anno tra il 2015 e il 2019. L’indebolimento degli investimenti nei sistemi informativi necessari per individuare e raggiungere i bambini esclusi dalla vaccinazione provocherà focolai e decessi che avrebbero potuto essere evitati, avvertono le agenzie.

L’OMS e l’UNICEF collaborano con Gavi e con altri partner per realizzare l’obiettivo dell’Agenda globale per l’immunizzazione 2030 (Immunization Agenda 2030 – IA2030), affinché i vaccini raggiungano ogni persona, ovunque e a ogni età. Tuttavia, il mondo si sta allontanando ulteriormente dall’obiettivo globale di ridurre il numero di bambini zero-dose.

Per imprimere una decisa correzione di rotta e colmare questo divario critico, OMS e UNICEF invitano i governi e i partner interessati a:

  • rafforzare l’immunizzazione nei contesti fragili e di conflitto, per raggiungere i bambini e garantire la continuità dei percorsi vaccinali;
  • contrastare le informazioni sanitarie false e fuorvianti e sostenere pienamente l’accelerazione dell’adesione alle vaccinazioni;
  • aumentare e rendere continuativi i finanziamenti nazionali e globali destinati ai programmi e alle partnership per l’immunizzazione, compresa Gavi;
  • investire in sistemi più solidi di raccolta dati e sorveglianza delle malattie, per orientare e guidare interventi ad alto impatto volti a rafforzare i programmi di immunizzazione.

Salutequità: Legge liste d’attesa, solo 2 Regioni in regola

di Tonino Aceti

Sono trascorsi due anni dall’approvazione della Legge sulle liste di attesa e tra le novità più rilevanti introdotte c’è la Piattaforma Nazionale sulle liste di attesa.

Proprio grazie all’ultima versione della Piattaforma, se da una parte sappiamo, come ci ha anche detto l’Agenas, che la capacità delle Regioni di rispettare i tempi massimi di attesa è in miglioramento rispetto al 2025, dall’altra, dai dati pubblicati sulla stessa piattaforma, aggiornati a giugno 2026, è allarme sul rispetto dei tempi massimi di attesa previsti dalla Legge:

  • per le prime visite, da gennaio a maggio 2026, sono solo 2 le Regioni in grado di garantire il rispetto dei tempi massimi di attesa per i codici di priorità B (Breve, 10 giorni), D (Differita, 30 giorni) e P (Programmata, 120 giorni) in almeno il 90% dei casi;
  • per gli esami diagnostici, da gennaio a maggio 2026, sono solo 2 le Regioni in grado di garantire il rispetto dei tempi massimi di attesa per i codici di priorità B, D e P in almeno il 90% dei casi.

Queste sono alcune delle evidenze che emergono dall’analisi realizzata dall’Osservatorio di Salutequità a giugno 2026, sui dati contenuti nella Piattaforma nazionale sulle liste di attesa gestita dall’Agenas e relativi al periodo gennaio-maggio 2026.

Secondo il Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa (PNGLA) 2019-2021 (vigente a maggio 2026) “per tutte le prestazioni ambulatoriali oggetto di monitoraggio (visite specialistiche e prestazioni strumentali),…..il tempo massimo di attesa indicato dalla Regione e Provincia Autonoma dovrà essere garantito (ai fini del monitoraggio) almeno per il 90% delle prenotazioni con Classi di priorità B e D, riferite a tutte le strutture sanitarie…e a decorrere dal 2020 il monitoraggio sarà esteso anche alla classe P”.

A due anni dall’approvazione della Legge sulle liste d’attesa, Salutequità analizza lo stato di attuazione nelle Regioni

Il 90% è quindi la soglia di garanzia prevista dal PNGLA 2019-21 e confermata anche dal nuovo PNGLA 2026-28, approvato a giugno 2026, per la piena adempienza delle Regioni in materia di rispetto dei tempi di attesa.

I dati delle Regioni

Secondo l’analisi realizzata da Salutequità, le Regioni che nei primi 5 mesi del 2026 sono in grado di garantire il rispetto dei tempi massimi di attesa per le prime visite con codici di priorità B, D e P in almeno il 90% dei casi, sono la Basilicata (anche se per la classe di priorità U (Urgente, 3 giorni) non viene riportato alcun dato) e le Marche.

Il Veneto invece riesce a centrare il risultato per i codici B e P, mentre per la classe D è lievemente sottosoglia. Anche il Lazio si avvicina alla soglia di garanzia del 90% per le classi B e D (ma non la raggiunge), mentre è pienamente adempiente sulla classe P. Particolarmente distanti dalla soglia di garanzia la Puglia, la Provincia Autonoma di Trento, Umbria, Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo.

La soglia di garanzia del 90% dei casi di rispetto dei tempi di attesa viene ampiamente centrata, in media a livello nazionale, solo in ambito oncologico

La soglia di garanzia del 90% dei casi di rispetto dei tempi di attesa viene ampiamente centrata, in media a livello nazionale, solo in ambito oncologico (95,9%). Arrancano dermatologia e allergologia (61,8%), oculistica 66,6% e urologia 68,7%.
Per quanto riguarda gli esami diagnostici risultano pienamente adempienti rispetto alla soglia di garanzia la Regione Basilicata (anche se per la classe di priorità U non viene riportato alcun dato) e il Veneto. Più critiche invece Umbria, Sicilia, Puglia, PA Trento, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo.

Praticamente in Italia solo 6.862.469 di cittadini vedono rispettati i tempi massimi di attesa previsti dalla Legge, cioè l’11,64%.

Servono altre evidenze

Per un’analisi più completa e ragionata, i dati sul rispetto dei tempi di attesa, che emergono dalla Piattaforma, andrebbero letti in combinato disposto anche con altre evidenze.
Innanzitutto, la piattaforma monitora i tempi di attesa di sole 55 prestazioni di specialistica ambulatoriale (esami diagnostici e prime visite) su 2.108 cioè il 2,61%, quindi una parte molto residuale di tutte le prestazioni garantite nei LEA. Anche l’eventuale adempienza delle Regioni è quindi relativa ad una quota molto parziale di prestazioni, non sufficiente a fotografare la reale e piena capacità delle Regioni di garantire il rispetto del diritto dei cittadini ad ottenere tutte le cure nei tempi giusti.

In secondo luogo, alcune regioni presentano una percentuale di prenotazioni con classi di priorità P di gran lunga superiori alle altre. È il caso della Basilicata, che pur essendo adempiente su classi B, D, e P, mentre nessun dato è disponibile per la classe di priorità U, ha l’85% di prenotazioni in classe P, contro l’8,8% dell’Emilia-Romagna e il 7,8% della Toscana (dati Agenas).

In conclusione, i dati ci restituiscono un quadro di un’Italia che ha grandi difficoltà a garantire il diritto dei cittadini ad ottenere un accesso tempestivo alle cure e con profonde differenze tra Regioni.

I margini di rafforzamento della Piattaforma Nazionale Liste di attesa

Se la Piattaforma Nazionale sulle Liste di Attesa rappresenta un risultato e un’innovazione importante nella governance del SSN, i margini per un suo rafforzamento, anche in una chiave di trasparenza e accountability, sono ancora molto importanti e un imperativo categorico per il sistema.

Innanzitutto, i dati contenuti nella Piattaforma dovrebbero rilevare e concorrere alla valutazione istituzionale della capacità delle Regioni di garantire i LEA, arricchendo con batterie di indicatori l’attuale Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA (NSG), che attualmente ha un solo indicatore “core” sulle liste di attesa.

La Piattaforma nazionale è un’innovazione importante nella governance del SSN ma Salutequità evidenzia alcuni aspetti chiave da migliorare

La Piattaforma dovrebbe inoltre essere aggiornata in tempo reale. Ad oggi è ancora ferma a maggio 2026.

Le prestazioni monitorate sono ancora troppo poche rispetto all’intero paniere LEA. Manca una sezione che renda chiaro ai cittadini, con un quadro di insieme, quali siano le Regioni che garantiscono i tempi massimi di attesa, rispettando la soglia di garanzia del 90% dei casi, prevista dalla Legge.

Non ci sono sezioni e dati sull’attivazione e sull’efficacia dei percorsi di tutela per i cittadini (salta code) attivabili quando le Regioni non siano in grado di rispettare i tempi massimi di attesa.

Manca inoltre una sezione che illustri le caratteristiche degli ambiti di garanzia delle Regioni, cioè l’ambito di territorio entro il quale devono essere garantiti i tempi massimi di attesa, nonché il loro livello di rispetto dello standard nazionale e cioè “raggiungibilità e prossimità”. Infine, non c’è ancora una sezione dedicata all’informazione al cittadino sulle modalità di tutela dei suoi diritti in caso di superamento dei tempi massimi di attesa e anche sui suoi doveri.

Fonte: elaborazione Salutequità su dati Nuova Piattaforma nazionale liste di attesa 2026 (Agenas) – giugno 2026
NOTA: Il Piano nazionale liste di attesa 2019-2021 (vigente anche nel periodo gennaio-maggio 2026) prevede che si debbano garantire i tempi massimi di attesa per tutte e tre le classi di priorità B, D e P in almeno il 90% dei casi, presupponendo quindi che anche se una sola classe non raggiunge la soglia minima di garanzia del 90%, l’obiettivo del Piano non è pienamente centrato. Il PNGLA (2019-21) non fa riferimento a soglie di garanzia per la classe U, riportata quindi nella tabella a puro titolo informativo. Il PNGLA 2026-2028 (approvato l’11 giugno 2026) conferma la soglia di garanzia del 90%.

Ictus ischemico acuto: il valore del tempo e delle reti di emergenza

L’ictus ischemico acuto rappresenta una delle principali cause di disabilità e mortalità, ma anche una delle patologie in cui il fattore tempo incide fortemente sugli esiti clinici. La tempestività nel riconoscimento dei sintomi, l’attivazione corretta dei soccorsi e l’accesso rapido alle strutture specializzate sono elementi determinanti per garantire ai pazienti le migliori opportunità di trattamento. In questo percorso, il momento che precede l’arrivo in ospedale assume un’importanza cruciale e chiama in causa cittadini, professionisti dell’emergenza, organizzazione delle reti assistenziali e capacità del sistema sanitario di indirizzare il paziente verso il setting più appropriato.

La Live di TrendSanità approfondisce le principali sfide organizzative e di sistema legate alla gestione dell’ictus ischemico acuto, con particolare attenzione al funzionamento delle reti tempo-dipendenti, alle differenze territoriali nell’accesso alle cure e agli strumenti per monitorare e migliorare i percorsi assistenziali.

Attraverso il confronto tra il punto di vista del clinico e della rappresentanza dei pazienti, l’incontro offre ai decisori sanitari l’occasione di riflettere sulle strategie necessarie per rafforzare l’equità di accesso, aumentare la consapevolezza della popolazione e garantire una presa in carico sempre più tempestiva ed efficace lungo tutto il territorio nazionale.

Ne parliamo con:

  • Paola Santalucia
    Presidente ISA-AII (Italian Stroke Association – Associazione Italiana Ictus)
  • Andrea Vianello
    Presidente A.L.I.Ce. Italia ODV (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale)

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Ausili e assistenza protesica: superare lo stallo e ridurre i divari territoriali

Gli ausili e l’assistenza protesica sono strumenti essenziali per garantire autonomia, salute e la miglior qualità della vita alle persone con disabilità. Per questo è urgente superare una situazione di stallo – legata a una normativa di riferimento che non riesce a stare al passo con i bisogni presenti – che rallenta l’accesso agli ausili, con il rischio concreto di accentuare i divari territoriali e rendere sempre più incerta l’esigibilità effettiva del diritto.

È questo il messaggio che emerge con forza da un incontro promosso in seguito alle Manifestazioni Nazionali dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare (UILDM) 2026, dove il tema degli ausili e dell’assistenza protesica è stato posto al centro di una riflessione condivisa tra associazioni e rappresentanti dell’Associazione Ausili di Confindustria Dispositivi Medici.

«Gli ausili sono presidi fondamentali per la dignità della persona con disabilità»

«Gli ausili non sono strumenti accessori, ma presidi fondamentali per la vita quotidiana, per la mobilità, per la comunicazione, per l’autonomia e per la dignità della persona con disabilità», dichiara Maurizio Conte, Consigliere nazionale dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare.

Il confronto ha ribadito un concetto chiaro: il diritto all’ausilio appropriato non può dipendere dal luogo di residenza, dalla capacità della persona di orientarsi nella burocrazia e dalla possibilità di sostenere costi aggiuntivi. Quando il sistema non garantisce uniformità e tempestività delle risposte, a pagare il prezzo più alto sono soprattutto le persone più fragili e le famiglie meno attrezzate nel far sentire la propria voce.

A pagare il prezzo più alto sono le persone più fragili e le famiglie meno attrezzate nel far sentire la propria voce

«Oggi il rischio più grande è che il diritto all’ausilio venga vissuto come un percorso a ostacoli e che nascere o vivere in un determinato territorio possa trasformarsi in uno svantaggio», continua Conte. «È necessaria una responsabilità condivisa e serve costruire un’alleanza capace di portare alle istituzioni una richiesta chiara di cambiamento».

Dalla riflessione emerge anche il valore potenziale degli ausili e delle tecnologie assistive, non soltanto in termini di costo, ma nella loro capacità di offrire benefici concreti per la persona e per l’intero contesto di vita: dalla salute alla partecipazione scolastica, lavorativa, relazionale e sociale.

«Un ausilio appropriato libera risorse all’interno del nucleo familiare e riduce un costo sociale nascosto»

«Troppo spesso il sistema si concentra sul costo del dispositivo e non sul valore che un ausilio appropriato produce nella vita della persona e nel suo contesto di vita, sociale e lavorativo liberando risorse all’interno del nucleo familiare e contribuendo positivamente a ridurre un costo sociale nascosto, che spesso non viene considerato», sottolinea Elena Menichini, Presidente dell’Associazione Ausili di Confindustria Dispositivi Medici. «Oggi ci confrontiamo con un impianto normativo rigido e con procedure che, in molti casi, non riescono a stare al passo con l’innovazione, con la personalizzazione dei bisogni e con la necessità di risposte tempestive. È indispensabile aprire una fase nuova di collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti, perché migliorare il sistema significa migliorare concretamente la vita delle persone pur nel rispetto delle esigenze di sostenibilità del sistema».

«Da qui la richiesta di UILDM: meno frammentazione a livello del Paese, meno burocrazia, più ascolto dei bisogni reali e maggiore coinvolgimento delle associazioni delle persone con disabilità nei processi decisionali. In questa prospettiva, il tema degli ausili e dell’assistenza protesica si lega direttamente a una visione più ampia dei diritti, dell’autonomia e del progetto di vita della persona, che richiede strumenti concreti a sostegno delle fragilità e percorsi di formazione per persone con disabilità e famiglie», conclude Maurizio Conte.

La sanità che cresce e quella che resta indietro: cosa dicono i dati LEA 2024

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di Ivana Barberini

La buona notizia c’è, ed è giusto partire da lì. Nel 2024 la sanità italiana, misurata con il metro dei Livelli essenziali di assistenza, migliora. Il monitoraggio appena chiuso dal Ministero della Salute registra una crescita netta nella prevenzione e nell’assistenza sul territorio rispetto all’anno precedente, con la sola area ospedaliera in lieve arretramento.
La prevenzione, in particolare, avanza in quasi tutte le Regioni. Quasi tutti i territori raggiungono la sufficienza in ogni area, fanno eccezione la Sicilia e la Provincia autonoma di Bolzano nella prevenzione e la Calabria nell’assistenza territoriale. Il problema è che una media in salita può convivere con distanze che non si accorciano e i numeri regione per regione, più delle medie nazionali, raccontano un Paese che continua a curare in modo diseguale.

Un sistema che non fa sconti

Per capire cosa significano questi punteggi conviene ricordare come funziona il Nuovo Sistema di Garanzia, in vigore dal 2020. A ogni Regione è assegnato un voto da 0 a 100 in tre grandi aree (prevenzione, assistenza distrettuale, cioè i servizi sul territorio, e assistenza ospedaliera) sulla base di un 27 indicatori-core così suddivisi: 6 per la prevenzione, 10 per l’assistenza distrettuale, 9 per quella ospedaliera, oltre a un indicatore di equità e uno dedicato ai PDTA.

Nel nuovo sistema di valutazione una Regione deve superare la soglia in tutte e tre le aree e non può più compensare un’area debole con un’altra migliore

La differenza rispetto alla vecchia “griglia LEA” è sostanziale: oggi una Regione deve superare la soglia in tutte e tre le aree e non può più compensare un’area debole con un’altra migliore. Un’ottima rete ospedaliera, in altre parole, non riscatta più un territorio che non funziona. È un cambio di logica che mette sotto i riflettori proprio l’assistenza di prossimità, quella che si gioca fuori dall’ospedale.

C’è poi una novità che vale la pena segnalare, perché guarda alla sanità dal punto di vista di chi la usa: dal 2024 il sistema misura anche la rinuncia alle cure, cioè quante persone rinviano o abbandonano visite e accertamenti per le liste d’attesa o per il costo. Un indicatore che sposta l’attenzione dai processi alle persone e che dice qualcosa che i numeri sugli ospedali, da soli, non riescono a dire. Nella stessa direzione va anche l’analisi presentata dall’Istat in un’audizione parlamentare di inizio luglio, che ha quantificato in quasi sei milioni le persone che nel 2024 hanno rinunciato ad almeno una prestazione di cui avevano bisogno.

I numeri, regione per regione

A guardare la tabella del monitoraggio SNG, la distanza tra i territori è netta. In cima c’è un gruppo che sfiora l’en plein: il Veneto tocca 96 nella prevenzione, 95 nel territorio e 97 negli ospedali; l’Emilia-Romagna si attesta su 97, 94 e 91; la Toscana su 96, 94 e 90. Sono Regioni che garantiscono le cure in modo omogeneo su tutti e tre i fronti.
All’estremo opposto, i punteggi insufficienti raccontano difficoltà molto diverse tra loro: la Sicilia si ferma a 49 nella prevenzione, la Provincia autonoma di Bolzano a 59 nello stesso ambito, mentre la Calabria cede sul territorio con un 52 che la colloca ultima in quell’area.
In mezzo, un ventaglio di situazioni a macchia di leopardo.

Alcune Regioni brillano in un’area e arrancano in un’altra: la Provincia autonoma di Trento vola nella prevenzione (98) ma scende a 79 sul territorio; la Campania supera di poco la sufficienza nella prevenzione (61), fa meglio nel distretto (80) e resta più indietro negli ospedali (68).

Dal 2024 viene monitorata anche la rinuncia alle cure

Anche il dettaglio degli indicatori aiuta a capire dove si gioca la qualità dell’assistenza. Nel 2024 il monitoraggio si è arricchito di alcune voci che parlano molto della sanità reale: oltre alla rinuncia alle cure, è entrata la quota di pazienti con scompenso cardiaco che seguono correttamente la terapia con beta-bloccanti (un indicatore che misura la capacità del territorio di seguire i malati cronici nel tempo) e, sul versante ospedaliero, il numero di donatori di organi in morte encefalica.

Il territorio, dove si decide la partita

Se c’è un’area che merita attenzione, è proprio quella distrettuale. È qui che la geografia dei punteggi si fa più netta: accanto a un gruppo di Regioni capaci di mantenere punteggi elevati in tutte le aree di assistenza, il Centro-Sud continua a volare più in basso, con la Calabria che scivola sotto la soglia. Ci sono eccezioni che vale la pena citare, come la Puglia, che migliora, ma il quadro complessivo conferma un Mezzogiorno che fatica in un ambito, quello dell’assistenza territoriale, che tocca la vita quotidiana di tutti: è il medico di base, la presa in carico del malato cronico, le cure a domicilio, la possibilità di essere seguiti vicino a casa senza dover ogni volta passare dall’ospedale. Quando questa rete è fragile, il peso si sposta sulle spalle delle persone e delle famiglie ed è una fragilità che il rafforzamento previsto dal PNRR, con le Case di Comunità e i nuovi servizi di prossimità, punta a correggere, ma i cui effetti sui territori più indietro sono ancora tutti da verificare.
Nel frattempo i risultati del 2024 non resteranno sulla carta, confluiscono nel sistema che regola l’accesso delle Regioni alle risorse premiali e alimenteranno la relazione al Parlamento sulla qualità dell’assistenza. Serviranno, cioè, a decidere e il messaggio che arriva dai numeri è che l’universalità del Servizio sanitario nazionale, sulla carta garantita a tutti allo stesso modo, nella pratica continua a dipendere da un fattore che con la salute non dovrebbe avere nulla a che fare, la regione di residenza.