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Tumori pediatrici, FIAGOP e AIEOP: nuovi standard europei in italiano contro le disparità di cura

Garantire a bambini e adolescenti con tumore lo stesso livello di assistenza, indipendentemente dal Paese europeo in cui vivono. È l’obiettivo degli European Standards of Care for Children and Adolescents with Cancer, aggiornati rispetto all’edizione del 2008 e ora disponibili anche in lingua italiana.

Gli Standard sono stati elaborati dalla European Society for Paediatric Oncology Europe (SIOPE) e dalla Childhood Cancer International-Europe (CCI-E), con il contributo di oncologi pediatrici, giovani professionisti e rappresentanti dei pazienti. La traduzione italiana è stata curata dalla Federazione Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica (FIAGOP), con la supervisione dell’Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica (AIEOP), che ne hanno avviato la diffusione alle strutture oncologiche italiane.

Dalla diagnosi al lungo periodo

Il documento si articola in 11 capitoli e 130 pagine e prende in considerazione l’intero percorso oncologico: dalla diagnosi al trattamento, dalle cure di supporto alla riabilitazione, dalle cure palliative al follow-up e alla transizione dall’assistenza pediatrica a quella dell’adulto. Un capitolo è dedicato anche alla collaborazione transfrontaliera.

Gli Standard europei puntano a ridurre le disparità nelle cure oncologiche pediatriche

Gli Standard individuano sette pilastri dell’assistenza:

  • organizzazione dei reparti e presenza di team multidisciplinari con competenze specialistiche;
  • accesso equo ai trattamenti e all’innovazione, compresi farmaci e terapie di nuova generazione;
  • cure di supporto, gestione dei sintomi e terapia del dolore;
  • supporto psicosociale e riabilitazione, anche attraverso programmi fisioterapici e cognitivi;
  • cure palliative pediatriche integrate precocemente nel percorso di malattia;
  • follow-up a lungo termine e transizione guidata verso il sistema di cure per adulti;
  • coinvolgimento dei pazienti e ruolo delle associazioni di genitori e pazienti.

L’impostazione amplia quindi la prospettiva dalla sola fase terapeutica alla continuità assistenziale lungo l’intero corso di vita, includendo gli aspetti psicologici, sociali, riabilitativi e organizzativi della presa in carico.

In Italia una checklist per i centri

La diffusione degli Standard europei si accompagna a uno strumento sviluppato da AIEOP per i centri italiani.

«AIEOP è in linea con le linee guida internazionali: abbiamo costruito una checklist dedicata ai nostri centri», ha aggiunto la presidente di AIEOP, Angela Mastronuzzi, «che raccoglie e verifica tutti gli elementi essenziali per una cura di qualità, dalle competenze multidisciplinari ai servizi, ai requisiti tecnici e organizzativi necessari per la presa in carico del paziente pediatrico oncoematologico. È un lavoro che facciamo al fianco di FIAGOP con un obiettivo chiaro: prenderci cura sempre meglio e accompagnare sempre di più. Perché curare un bambino o un adolescente significa occuparsi della sua intera vita: del tempo della terapia e del tempo lungo del dopo, della scuola, delle relazioni, del suo diventare grande».

Il documento copre l’intero percorso, dalla diagnosi al follow-up e alla transizione all’età adulta

Per FIAGOP, gli Standard possono contribuire a ridurre le differenze nell’assistenza oncologica pediatrica tra i diversi Paesi europei.

«La diffusione anche in Italia dei nuovi Standard europei di cura per bambini e adolescenti affetti da tumore rappresenta uno strumento prezioso», ha dichiarato il presidente della FIAGOP, Sergio Aglietti, «non solo per orientare la pratica clinica e ospedaliera nel settore dell’oncologia pediatrica, ma anche per contribuire a ridurre al minimo le disuguaglianze nell’assistenza sanitaria in tutta Europa. L’attuazione di queste linee guida potrà dunque garantire cure eccellenti e anche un futuro migliore ai minori colpiti da tumore, a prescindere dal loro Paese di residenza».

Settembre d’Oro, la campagna per il cancro pediatrico

La diffusione italiana degli Standard avviene in occasione del Settembre d’Oro, la campagna annuale di sensibilizzazione sul cancro pediatrico. Dal 21 al 28 settembre FIAGOP e le 33 associazioni aderenti saranno impegnate nella campagna “Accendi d’Oro, Accendi la Speranza 2026”.

Monumenti, palazzi storici e altri luoghi simbolici saranno illuminati di luce dorata per richiamare l’attenzione sull’oncoematologia pediatrica. Durante la campagna sarà inoltre distribuito il Gold Ribbon, il nastrino dorato simbolo della lotta al cancro pediatrico.

Tra le iniziative previste anche “Ti voglio una sacca di bene”, progetto dedicato alla promozione della donazione di sangue a favore dei giovani pazienti oncologici, in collaborazione con i principali centri trasfusionali pediatrici italiani.

Mario Nobile (AgID): «L’AI Act non è un vincolo, ma una garanzia»

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L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più nei processi della sanità pubblica, dalla diagnostica al supporto alle decisioni cliniche, fino alla gestione dei dati e dei servizi. Ma mentre le sperimentazioni aumentano, per Asl, aziende ospedaliere e Regioni si apre una questione altrettanto importante: come utilizzare questi strumenti in modo sicuro, trasparente e conforme alle nuove regole europee e nazionali.

L’entrata in vigore progressiva dell’AI Act introduce un approccio basato sul rischio e impone alle organizzazioni che utilizzano sistemi di intelligenza artificiale nuovi obblighi in termini di valutazione, documentazione, qualità dei dati, supervisione umana e controllo lungo l’intero ciclo di vita delle tecnologie. Un cambiamento che riguarda anche il modo in cui la Pubblica amministrazione acquista e governa le soluzioni di AI.

L’innovazione deve procedere senza compromettere sicurezza dei pazienti, tutela dei dati e responsabilità professionale

Per la sanità, la sfida è particolarmente delicata: l’innovazione deve procedere senza compromettere sicurezza dei pazienti, tutela dei dati e responsabilità professionale. E proprio la regolazione può diventare, secondo AgID, non un freno ma lo strumento per superare la frammentazione delle tante sperimentazioni oggi in corso e costruire un’adozione dell’IA più omogenea e strutturale nel Servizio sanitario nazionale.

Di questo, e delle conseguenze concrete dell’AI Act per le amministrazioni sanitarie, parliamo con Mario Nobile, direttore generale di Agid (Agenzia per l’Italia Digitale).

Dottor Nobile, l’AI Act introduce un approccio basato sul rischio che, in sanità, può avere conseguenze particolarmente rilevanti. Quali saranno, concretamente, gli adempimenti aggiuntivi per Asl, aziende ospedaliere e Regioni che utilizzano sistemi di AI, soprattutto quando questi incidono su diagnosi, valutazione clinica o accesso alle cure?

Gran parte delle applicazioni clinico-diagnostiche sono sistemi ad alto rischio ma contemporaneamente hanno un grande impatto positivo sugli obiettivi di salute e di cura; non bisogna quindi scoraggiare la sperimentazione e l’adozione di sistemi che possono migliorare notevolmente la vita delle persone. L’approccio del legislatore europeo e nazionale mira, infatti, ad agganciare l’analisi del rischio agli obiettivi specifici delle singole strutture sanitarie. Nel concreto, le strutture dovranno effettuare la valutazione d’impatto sui diritti fondamentali (la cosiddetta Fria), censire e documentare i sistemi all’interno dei registri dedicati e verificare in modo rigoroso la qualità dei dati con cui vengono alimentati. Non si tratta di complicanze formali, ma di garanzie sostanziali di sicurezza per i cittadini.

Uno dei nodi più delicati è quello della responsabilità: con l’AI la decisione può essere supportata, o in alcuni casi fortemente condizionata, da un algoritmo, ma la responsabilità finale resta umana. Come dovranno organizzarsi le strutture sanitarie per garantire supervisione, tracciabilità delle decisioni e possibilità di intervenire quando il sistema produce un risultato errato o discriminatorio?

L’intelligenza artificiale non è un semplice prodotto “a scaffale”, ma uno strumento vivo che si inserisce in un ciclo di vita e richiede competenze umane continue. Per questo la responsabilità sanitaria ed amministrativa rimane e deve rimanere inderogabilmente in capo alle persone. Le Asl e gli ospedali dovranno strutturare workflow operativi di tipo human-in-the-loop. Ciò significa che le interfacce tecnologiche devono permettere al personale sanitario di comprendere l’inferenza dell’algoritmo, tracciarne la logica e, se necessario, disattivarla o modificarla in un istante. Parallelamente, dobbiamo combattere con decisione la shadow AI, ovvero l’uso informale di strumenti generici non autorizzati nelle attività di corsia o di amministrazione. Infine, serve una formazione che permetta al personale di guidare l’algoritmo e non di subirlo.

Le Asl e gli ospedali dovranno strutturare workflow operativi di tipo human-in-the-loop

Quanto l’AI Act cambierà concretamente il modo in cui il SSN acquista soluzioni di AI? In particolare, quali requisiti dovrebbero diventare imprescindibili nei capitolati di gara per valutare affidabilità, qualità dei dati, trasparenza degli algoritmi, sicurezza e possibilità di controllo da parte della PA? Le nuove linee guida AgID sul procurement puntano proprio a fornire alle amministrazioni un quadro operativo per l’acquisizione e il monitoraggio di queste soluzioni.

Oggi il procurement pubblico non può più limitarsi all’acquisto di software tradizionali. Le nuove Linee Guida AgID sul procurement dell’AI nascono con l’obiettivo di creare un linguaggio operativo comune tra amministrazioni e mercato, promuovendo al contempo autonomia tecnologica e libertà di scelta e riducendo il rischio di dipendenza da singoli fornitori.

I capitolati di gara per l’acquisizione di sistemi di intelligenza artificiale devono essere scritti in modo da garantire la modularità e la neutralità tecnologica delle architetture, la trasparenza e la possibilità di spiegare gli algoritmi, il rispetto degli standard di cybersecurity e la governance rigorosa della proprietà dei dati. Inoltre, è necessario prevedere clausole di monitoraggio continuo: il fornitore non deve limitarsi a consegnare un sistema, ma ne deve garantire l’affidabilità e le prestazioni lungo tutto il suo ciclo di vita.

La qualità e la disponibilità dei dati sanitari saranno determinanti per evitare che l’AI amplifichi bias e disuguaglianze. Quali responsabilità avranno le amministrazioni sanitarie nella gestione dei dati utilizzati per addestrare o alimentare i sistemi di AI e quali strumenti servono per garantire che questi dati siano rappresentativi, aggiornati e utilizzabili in sicurezza?

La qualità del dato è un punto fondamentale che sta alla base del buon funzionamento dei sistemi informativi, non solo dell’AI. Un dato parziale o distorto genererà un’assistenza sanitaria distorta, errata o ingiusta. La prima responsabilità delle amministrazioni sta quindi nella governance: assicurare la pulizia, l’aggiornamento e la rappresentatività dei dati con cui i modelli vengono addestrati o alimentati a livello locale. Per esempio, una delle pratiche da evitare in senso più assoluto è l’inserimento di dati sanitari protetti all’interno di modelli generici o non certificati.

Attualmente lo strumento principale su cui stiamo lavorando è l’integrazione degli ecosistemi dati: infrastrutture come il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 e la Piattaforma Nazionale Dati permettono di avere dati strutturati, interoperabili e rispettosi della privacy. Solo utilizzando dati di qualità possiamo garantire che si riducano le disuguaglianze anziché accentuarle.

Guardando ai prossimi anni, l’AI Act rischia di essere percepito dalla sanità pubblica soprattutto come un vincolo regolatorio oppure può diventare uno strumento per accelerare un’adozione più sicura e omogenea dell’AI nel SSN? E quali sono, secondo AgID, le condizioni che oggi mancano perché Asl, ospedali e Regioni possano passare dalle numerose sperimentazioni a un utilizzo dell’IA realmente strutturale?

L’AI Act non è un vincolo, è una garanzia. La credibilità e la reputazione regolatoria europea rappresentano un vantaggio competitivo enorme per fare in modo che la tecnologia guadagni la fiducia di medici e pazienti. La conformità normativa serve a trasformare l’AI da un insieme di “cantieri isolati” a una scelta di sistema.

L’AI Act non è un vincolo, è una garanzia

Oggi manca anzitutto una diffusione omogenea delle competenze: dobbiamo formare la dirigenza sanitaria e il personale clinico per superare il mito dell’algoritmo come “scatola nera” e considerarlo per ciò che è, ovvero un alleato di processo. Manca poi il superamento dei troppi progetti pilota diffusi a macchia di leopardo. Grazie alla nuova legge italiana sull’AI e alle linee guida di AgID, abbiamo oggi gli strumenti per abbandonare la frammentazione e adottare architetture trasparenti, sicure e integrate nei flussi di cura quotidiani.

Rispetto alla sua domanda, mi piace ricordare che la regolazione deriva dalla parola latina “regùla”, ovvero riga, stadia. Lo strumento usato dagli ingegneri romani per costruire ponti, strade, edifici. Non è stato un vincolo, visto che ancora oggi utilizziamo edifici, strade, acquedotti romani. La sanità pubblica può utilizzare l’AI Act come strumento per migliorare la salute e la cura delle persone.

Obesità, per oltre 7 adolescenti su 10 la condizione persiste in età adulta

L’obesità in età evolutiva non è una condizione transitoria, ma una patologia cronica che può accompagnare bambini e adolescenti fino all’età adulta, aumentando nel tempo il rischio di complicanze metaboliche, cardiovascolari e oncologiche, oltre alle conseguenze sulla salute mentale e sulla qualità della vita.

Il tema è stato al centro del convegno promosso dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) in collaborazione con l’Associazione Medici Endocrinologi (AME Ets), dedicato alle linee guida per la gestione del sovrappeso e dell’obesità in età adolescenziale.

Il “tracking” dall’infanzia all’età adulta

Gli studi longitudinali citati dall’ISS mostrano che circa il 55% dei bambini con obesità rimane obeso durante l’adolescenza, mentre oltre il 70% degli adolescenti con obesità continua a esserlo in età adulta. È il fenomeno definito tracking dell’obesità, determinato dall’interazione di fattori genetici, ambientali, comportamentali e socioeconomici.

Oltre il 70% degli adolescenti con obesità mantiene la condizione anche in età adulta

«Studi longitudinali – sottolinea il presidente dell’Iss Rocco Bellantone – hanno evidenziato che circa il 55% dei bambini obesi rimane obeso durante l’adolescenza e che oltre il 70% degli adolescenti con obesità continua a esserlo in età adulta». «Questi numeri – sottolinea Bellantone – non sono semplici dati clinici, ma testimoniano una sfida di sanità pubblica che si vince investendo sulla crescita culturale e sul ruolo strategico del sistema educativo».

In Italia, secondo il sistema di sorveglianza Okkio alla Salute, tra i bambini di 8-9 anni circa il 19% è in sovrappeso e il 10% presenta obesità, mentre il 2,6% è in condizione di obesità grave. I dati, pur mostrando un lieve miglioramento, collocano il Paese tra quelli europei con maggiore prevalenza di sovrappeso e obesità infantile. La sorveglianza HBSC conferma inoltre la presenza del fenomeno durante l’adolescenza, con differenze territoriali e una maggiore prevalenza nei contesti socioeconomici più svantaggiati.

Un continuum di malattia e di terapia

La persistenza dell’obesità nel tempo rende centrale l’intervento precoce, prima che la condizione si consolidi nell’età adulta.

«Il dato conferma che l’obesità non va considerata una fase transitoria, dalla quale si possa semplicemente attendere di uscire con la crescita – ci ricorda Roberto Vettor, direttore scientifico e coordinatore clinico del Centro per le Malattie Metaboliche e della Nutrizione dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Research Hospital di Rozzano – Quando l’obesità compare in età evolutiva, la probabilità che si mantenga nel tempo è elevata e con essa aumenta anche l’esposizione prolungata ai suoi effetti metabolici e alle potenziali complicanze. L’adolescenza rappresenta una finestra decisiva: intervenire precocemente modifica la traiettoria della malattia prima che questa si consolidi nell’età adulta. In altri termini: esiste un continuum di malattia e deve esistere anche un continuum di terapia: la presa in carico deve accompagnare il paziente nelle diverse fasi della vita, adattandosi all’evoluzione della condizione e alla risposta agli interventi».

L’obesità evolutiva richiede interventi precoci per modificare la traiettoria della malattia

L’obiettivo, sottolineano gli esperti, non è soltanto la riduzione del peso, ma la prevenzione o il ritardo delle complicanze e la modifica del rischio futuro.

Dal rischio cardiovascolare alla salute mentale

L’esposizione prolungata all’eccesso di tessuto adiposo può determinare un progressivo accumulo di danni metabolici e vascolari. Tra le conseguenze associate all’obesità rientrano diabete di tipo 2, ipertensione, dislipidemia e aterosclerosi subclinica, con un conseguente aumento del rischio cardiovascolare nel corso della vita.

La presa in carico deve garantire continuità nelle diverse fasi della vita

«L’esposizione prolungata all’eccesso di tessuto adiposo dovuta all’obesità infantile e adolescenziale – sottolinea Marco Silano, direttore del Dipartimento Malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e invecchiamento dell’ISS – determina un accumulo progressivo di danni metabolici e vascolari che possono manifestarsi pienamente nelle decadi successive della vita».

L’obesità è inoltre associata a un maggiore rischio di alcune forme tumorali e a disturbi del sonno, tra cui le apnee ostruttive. Sul piano psicosociale, possono aumentare bassa autostima, isolamento sociale, ansia e depressione, anche in relazione allo stigma associato al peso.

Prevenzione e presa in carico multidisciplinare

La gestione dell’obesità in età evolutiva richiede quindi un approccio che coinvolga sanità, famiglia, scuola e comunità, con interventi sulla corretta alimentazione, l’attività fisica e la riduzione della sedentarietà.

«Le strategie di prevenzione, fondate sulla promozione di una sana alimentazione, sull’attività fisica regolare e sulla riduzione dei comportamenti sedentari, rappresentano investimenti fondamentali per ridurre il carico futuro di diabete, malattie cardiovascolari, tumori e disabilità – prosegue Marco Silano –. Contrastare l’obesità infantile e adolescenziale significa migliorare la salute dell’intero corso di vita, ridurre le disuguaglianze sanitarie e garantire una maggiore sostenibilità dei sistemi sanitari nei decenni futuri».

La nuova Linea guida nazionale per gli adolescenti

In questo quadro si inserisce la Linea guida nazionale sulla terapia del sovrappeso e dell’obesità resistenti al trattamento comportamentale negli adolescenti tra i 12 e i 18 anni, pubblicata il 17 luglio 2026 nel Sistema Nazionale Linee Guida dell’ISS.

Il documento, di cui l’Associazione Medici Endocrinologi è società capofila, è stato realizzato insieme ad Adi, Amd, Fadoi, Sie, Siedp, Sio e Sisdca, con il coinvolgimento di società scientifiche, associazioni professionali e rappresentanti dei pazienti.

La nuova Linea guida nazionale definisce un percorso multidisciplinare per gli adolescenti

«La nuova Linea guida definisce un percorso di cura strutturato e basato sulle evidenze – conclude Marco Cappa, responsabile dell’Unità di Ricerca per le Terapie Innovative per le Endocrinopatie dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù Irccs –. L’approccio all’adolescente con sovrappeso e obesità non può essere ridotto a una semplice indicazione a mangiare meno o a fare più attività fisica: quando il trattamento comportamentale non è sufficiente, è necessario valutare il singolo paziente e garantire una presa in carico multidisciplinare, attraverso un percorso di cura appropriato e continuativo».

Assistenza domiciliare, Confindustria Dispositivi Medici: dopo il PNRR servono risorse strutturali

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Quasi 3 miliardi di euro investiti e un target nazionale superato del 115,2%. Il PNRR ha dato un impulso significativo all’assistenza domiciliare, ma con l’esaurimento delle risorse straordinarie si apre ora la fase del consolidamento. Per Confindustria Dispositivi Medici, l’assistenza a domicilio deve diventare una componente strutturale della sanità territoriale, con risorse stabili nella prossima Legge di Bilancio.

Il risultato del PNRR

La Missione 6 Salute, attraverso la linea “Casa come primo luogo di cura”, ha destinato 2,97 miliardi di euro all’assistenza domiciliare. Secondo il monitoraggio AGENAS sul 2025, gli assistiti hanno raggiunto quota 1.625.785, a fronte di un target di 1.496.417, portando all’11,3% la quota degli over 65 che ha ricevuto almeno una prestazione di assistenza domiciliare.

Il PNRR ha portato gli assistiti domiciliari a oltre 1,62 milioni nel 2025

«È un risultato importante che non possiamo disperdere. Con l’esaurimento delle risorse straordinarie del PNRR, l’assistenza domiciliare deve diventare una componente strutturale della sanità territoriale, con risorse stabili nella prossima Legge di Bilancio. È necessario dare continuità alle prese in carico attivate e garantire stabilità a un modello di cura che ha dimostrato di poter rispondere concretamente ai bisogni delle persone», ha dichiarato Filippo Lintas, Presidente dell’associazione Home&Digital Care di Confindustria Dispositivi Medici.

Per Lintas, il risultato raggiunto dimostra che, «in presenza di obiettivi chiari e risorse dedicate, l’assistenza domiciliare può crescere». La prossima fase dovrebbe quindi puntare a consolidare le prese in carico, rafforzare la capacità assistenziale dei territori e ridurre le differenze regionali.

Dalla quantità alla continuità della presa in carico

Il superamento del target quantitativo non esaurisce il bisogno di assistenza. La priorità indicata da Confindustria Dispositivi Medici è ora spostare l’attenzione sulla continuità e qualità delle prestazioni, l’appropriatezza dei percorsi e l’integrazione delle tecnologie.

La prossima fase deve puntare su continuità, qualità e appropriatezza delle prestazioni domiciliari

«Il superamento del target quantitativo non significa che il bisogno sia esaurito – ha proseguito Filippo Lintas –. La prossima fase dovrà puntare sulla continuità e sulla qualità delle prestazioni, sull’appropriatezza dei percorsi e sull’integrazione delle tecnologie. L’assistenza domiciliare non è una semplice somma di prestazioni, ma una presa in carico complessiva della persona, che parte dalla valutazione dei bisogni e integra competenze professionali, servizi, tecnologie e dispositivi medici lungo l’intero percorso di cura».

In questa prospettiva, l’assistenza domiciliare può contribuire a intercettare precocemente i bisogni, prevenire aggravamenti, sostenere le famiglie e ridurre ricoveri impropri, accessi non necessari al pronto soccorso e occupazione inappropriata dei posti letto.

Dimissioni protette e continuità ospedale-territorio

Un altro passaggio indicato dall’associazione riguarda le dimissioni protette. La Legge di Bilancio 2026 ha previsto l’adozione di linee guida nazionali per la gestione delle dimissioni protette, con l’obiettivo di rafforzare la continuità del percorso di cura tra ospedale e territorio e prevenire ricoveri evitabili.

«In questo percorso, un risultato importante è già stato raggiunto con la Legge di Bilancio 2026, che ha previsto l’adozione di linee guida nazionali per la gestione delle dimissioni protette, con l’obiettivo di rafforzare la continuità del percorso di cura tra ospedale e territorio e prevenire ricoveri evitabili – ha sottolineato Lintas –. Ora è importante dare piena e tempestiva attuazione a questa previsione, così da valorizzare il passaggio dall’ospedale al domicilio e rendere più efficace la presa in carico territoriale».

La richiesta per la prossima manovra è quindi di mettere a sistema quanto costruito con il PNRR, assicurando continuità alle persone già prese in carico e rafforzando la capacità dei servizi territoriali di rispondere ai bisogni di anziani, fragili e pazienti cronici.

Infezioni respiratorie, dalla prevenzione ai vaccini di nuova generazione: la ricerca guarda al futuro

Vaccinazioni antinfluenzali in rapido calo. Allontanandosi dal periodo della pandemia, gli italiani tendono a disertare questa pratica. Lo rileva la ricerca dell’Osservatorio Salute IQVIA “Gli italiani e la gestione dell’influenza: prevenzione, cura e ruolo dei farmaci di automedicazione”. L’indagine ha verificato che poco più del 20% degli italiani dichiara di essersi vaccinato contro l’influenza nell’ultimo anno, un dato dimezzato rispetto al 2021. L’adesione è più alta tra gli over 60 (38%), che si affidano soprattutto al medico di famiglia, mentre la farmacia è il principale punto di riferimento per i più giovani. Guardando avanti, un italiano su tre intende vaccinarsi nella prossima stagione (1 su 2 tra gli over 60), in calo rispetto al 2022: nelle intenzioni si rafforza il ruolo della farmacia come punto di accesso immediato. 

Fabrizio Pregliasco, Professore Associato del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano e Direttore Sanitario Aziendale dell’IRCCS Ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano, fa il punto sulla prossima stagione respiratoria e sull’evoluzione dei vaccini antinfluenzali, tra nuove piattaforme, somministrazioni innovative e preparedness.

Vaccinazione antinfluenzale, l’adesione rallenta

Fabrizio Pregliasco

«Durante la pandemia abbiamo sviluppato una sensibilità molto maggiore nei confronti delle infezioni respiratorie, del rischio di contagiare le persone fragili e dell’importanza della prevenzione. Oggi, però, una parte di quella attenzione sembra essersi progressivamente ridotta», commenta Pregliasco.

Il calo dell’adesione riporta quindi al centro una domanda di fondo: quale ruolo continua ad avere oggi la vaccinazione antinfluenzale, anche alla luce della circolazione contemporanea di diversi virus respiratori?

Prosegue Pregliasco: «Vaccinarsi non significa avere la certezza di non ammalarsi. Il valore del vaccino sta soprattutto nella riduzione delle forme gravi, delle complicanze e delle ospedalizzazioni, in particolare nei soggetti vulnerabili. Quest’anno il vaccino antinfluenzale può essere co-somministrato con quello contro il Covid-19 e, per gli anziani e le persone a rischio, l’appuntamento diventa l’occasione per valutare anche altre protezioni, dallo pneumococco alle strategie contro l’RSV, il virus respiratorio sinciziale».

Una stagione respiratoria ancora impegnativa

La prevenzione si inserisce in un quadro epidemiologico nel quale la circolazione dei virus respiratori continua a rappresentare un elemento di pressione per i servizi sanitari.

Sottolinea Pregliasco: «Dopo una stagione, quella passata, che ha superato i 15 milioni di casi, anche per il 2026-2027 ci attendiamo una circolazione sostenuta di virus respiratori – influenza, ma anche RSV, SARS-CoV-2 e rhinovirus – con una stima nell’ordine dei 12-14 milioni di casi complessivi. I segnali che arrivano dall’emisfero australe, dove al momento prevale il ceppo A/H3N2, ci invitano a non abbassare la guardia: la circolazione precoce di più virus può creare una sorta di “pre-stagione”, con un progressivo aumento degli accessi agli ambulatori dei medici di famiglia e dei pediatri, mentre l’influenza vera e propria tende a diventare protagonista nel cuore dell’inverno. La pressione sui servizi sanitari resta un rischio concreto, soprattutto per le fasce più fragili».

La prossima stagione potrebbe vedere una circolazione sostenuta di diversi virus respiratori

In questo scenario, la prevenzione non riguarda soltanto l’adesione alle vaccinazioni disponibili, ma anche la capacità della ricerca di sviluppare strumenti più flessibili e adattabili. È su questo terreno che si colloca l’investimento europeo sui vaccini antinfluenzali di nuova generazione.

Vaccini di nuova generazione: più ampia protezione e maggiore flessibilità

Qualche mese fa l’Unione Europea ha stanziato 225 milioni di euro per accelerare lo sviluppo di vaccini antinfluenzali di nuova generazione, con l’obiettivo di offrire una protezione più ampia e una maggiore adattabilità anche in caso di pandemia. Di che cosa si tratta?

Lo chiarisce Pregliasco: «È un investimento molto importante, perché punta a superare alcuni dei limiti degli attuali vaccini antinfluenzali. L’influenza è un bersaglio particolarmente difficile. I virus cambiano continuamente e ogni anno dobbiamo aggiornare la composizione dei vaccini cercando di anticipare quali ceppi circoleranno nella stagione successiva.

L’obiettivo dei vaccini di nuova generazione è duplice: ottenere una protezione più ampia, capace di coprire un maggior numero di varianti e possibilmente diversi sottotipi influenzali, e disporre di piattaforme produttive molto più rapide e flessibili, che possano essere adottate velocemente qualora emergesse un nuovo virus con potenziale pandemico.

Un aspetto particolarmente interessante è il ricorso agli appalti pre-commerciali

Un aspetto particolarmente interessante è il ricorso agli appalti pre-commerciali: il finanziamento non riguarda semplicemente l’acquisto di vaccini già disponibili, ma accompagna diversi cambiamenti lungo il percorso di sviluppo, comprese le sperimentazioni cliniche di fase I,II e III, fino alla preparazione per l’autorizzazione. I contratti hanno infatti una durata prevista di 98 mesi. È una modalità che consente anche di mantenere più tecnologie contemporaneamente in corsa, selezionando quelle che dimostrano risultati migliori. È un investimento in innovazione, ma soprattutto in preparedness: l’esperienza del Covid ci ha insegnato quanto sia importante non cominciare a costruire gli strumenti di risposta quando l’emergenza è già iniziata».

La ricerca, dunque, non punta soltanto a modificare la composizione dei vaccini, ma anche a intervenire sulle piattaforme tecnologiche e sulle modalità con cui la protezione può essere somministrata.

Somministrazioni per via nasale o patch: la ricerca avanza

«La ricerca è molto attiva – spiega il professore – ma noi dobbiamo distinguere ciò che è già disponibile dalle tecnologie ancora sperimentali. La vaccinazione antinfluenzale intranasale non è soltanto un’ipotesi; esistono già vaccini vivi attenuati somministrati per questa via, soprattutto in ambito pediatrico. La sfida della nuova generazione è però sviluppare piattaforme ancora più efficaci e utilizzabili in fasce più ampie della popolazione.

La via nasale è particolarmente interessante perché può stimolare l’immunità direttamente nelle mucose respiratorie, cioè nella porta d’ingresso del virus, inducendo non soltanto anticorpi sistemici, ma anche una risposta immunitaria locale. Questo potrebbe contribuire a contrastare più efficacemente l’infezione, e potenzialmente la trasmissione.

La ricerca è molto attiva ma occorre distinguere tra tecnologie già disponibili e sperimentali

Ancora più innovative sono le formulazioni orali e i patch con microaghi. Questi ultimi potrebbero semplificare enormemente la somministrazione, ridurre la necessità di personale sanitario e rendere ancora più agevoli le campagne vaccinali su larga scala. Sono però tecnologie che devono ancora dimostrare, attraverso studi clinici adeguati, sicurezza, efficacia, e capacità di produrre una risposta immunitaria sufficientemente robusta.

Non parliamo quindi di vaccini che sostituiranno domani mattina quelli tradizionali. Ma di una pipeline estremamente interessante. L’OMS segnala che, a febbraio 2026, erano 46 i vaccini antinfluenzali di nuova generazione in sviluppo clinico, basati su piattaforme differenti».

Non solo nuovi vaccini: la capacità produttiva

L’evoluzione delle piattaforme apre infine una questione che riguarda direttamente la capacità di risposta dei sistemi sanitari: i progressi della ricerca possono aiutare ad aumentare la scorta di vaccini disponibili?

Risponde Pregliasco: «Assolutamente sì. E questo è forse uno degli aspetti strategicamente più importanti. Non dobbiamo pensare soltanto a un “vaccino migliore”, ma a un sistema produttivo più diversificato, rapido e resiliente. Oggi una parte della produzione antinfluenzale dipende ancora da processi che richiedono tempi relativamente lunghi. Le nuove piattaforme – dall’RNA e dagli altri vaccini basati sugli acidi nucleici, alle colture cellulari e alle nuove tecnologie ricombinanti – possono consentire una maggiore rapidità di adattamento , e in prospettiva una produzione facilmente scalabile. L’iniziativa europea indica esplicitamente fra gli obiettivi proprio la capacità di aumentare rapidamente la produzione in caso di emergenza.

Non dobbiamo pensare soltanto a un “vaccino migliore”, ma a un sistema produttivo più diversificato, rapido e resiliente

Questo significa poter disporre di più produttori, più piattaforme tecnologiche e più candidati vaccinali, evitando di dipendere da un’unica soluzione. È particolarmente importante, nell’eventualità dell’emergere di un nuovo virus influenzale pandemico, quando poter produrre centinaia di milioni di dosi in tempi più brevi diventa determinante.

E abbiamo già segnali concreti della velocità con cui stanno evolvendo queste tecnologie: anche i vaccini antinfluenzali mRNA sono arrivati alle fasi avanzate della sperimentazione clinica, con risultati recenti di fase III molto interessanti. La prospettiva quindi è passare dalla logica della semplice “scorta” a quella della capacità di risposta: non soltanto accumulare dosi, che potrebbero non essere perfettamente adatte al virus che emergerà, ma possedere tecnologie, impianti e filiere produttive capaci di realizzare rapidamente il vaccino più appropriato. A mio avviso è questa una delle lezioni più importanti che dobbiamo portare con noi dopo la pandemia».

HIV, l’aderenza terapeutica va oltre l’assunzione della terapia

L’aderenza terapeutica nell’HIV non coincide soltanto con la corretta assunzione dei farmaci, ma riguarda la continuità dell’intero percorso di cura. A evidenziarlo sono due indagini condotte in Italia, che mostrano come, nonostante gli elevati risultati virologici raggiunti, persistano bisogni non pienamente soddisfatti.

Un’indagine quali-quantitativa condotta su 50 medici infettivologi e 101 persone con HIV rileva che circa la metà delle persone intervistate riferisce di dimenticare occasionalmente la terapia, nella maggior parte dei casi meno di una volta al mese. Dallo stesso studio emerge anche una significativa eterogeneità tra i clinici nella definizione di «non aderenza»: per alcuni il problema si presenta solo in caso di dimenticanze frequenti, mentre altri considerano rilevanti anche episodi sporadici.

Aderenza subottimale nonostante la soppressione virologica

Ulteriori evidenze arrivano dallo studio Positive Perspectives 3, condotto su 152 persone con HIV in terapia antiretrovirale residenti in Italia. A fronte di elevati tassi di soppressione virologica, quasi la metà dei partecipanti ha riportato un’aderenza subottimale. Il fenomeno è risultato associato in modo significativo al sesso femminile assegnato alla nascita e all’avvio tardivo del trattamento.

I partecipanti hanno inoltre evidenziato margini di miglioramento nell’assistenza e nei regimi terapeutici, nonostante l’elevata fiducia nei professionisti sanitari. Un elemento che suggerisce come l’aderenza possa essere influenzata anche dalla qualità e dall’organizzazione del percorso assistenziale.

«L’indagine ci mostra con chiarezza che l’aderenza non è solo un tema di ‘pillole prese o dimenticate’, ma il risultato di un percorso di cura che coinvolge il sistema sanitario, le persone con HIV e le loro reti di supporto. Se quasi una persona su due riferisce dimenticanze, anche occasionali, significa che dobbiamo lavorare di più sulla continuità di relazione, sull’ascolto dei bisogni e su modelli organizzativi che facilitino la retention in care», ha dichiarato Stefano Rusconi, primario di Malattie Infettive dell’Ospedale Civile Legnano e associato di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Milano.

Per Davide Moschese, del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Ospedale Luigi Sacco – Università degli Studi di Milano, co-autore dello studio Positive Perspectives 3, «pur in presenza di ottimi risultati virologici, quasi una persona su due vive un’aderenza subottimale e percepisce margini di miglioramento nella propria assistenza». Secondo Moschese, quindi, non basta disporre di terapie efficaci: occorre rendere il percorso di trattamento e cura più vicino ai bisogni reali delle persone.

Nuove opzioni e continuità della cura

Anche la prospettiva dell’innovazione terapeutica si inserisce in questo quadro. «Con i farmaci antiretrovirali a lento rilascio iniettabili abbiamo ora tutti gli elementi, unendo i vari tasselli, per ridurre in modo significativo la circolazione del virus: la partita si gioca nel coinvolgimento attivo delle persone vulnerabili, cioè di chi, per diverse ragioni, non trova una risposta completa nella terapia orale, non riesce ad inibire stabilmente la replicazione del virus o rischia di effettuare la prevenzione dell’infezione in modo irregolare. È in questo contesto che bisogna intervenire proattivamente offrendo opzioni farmacologiche che garantiscano aderenza», ha sottolineato Antonella Castagna, primario di Malattie Infettive dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e ordinaria di Malattie Infettive all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Il tema si inserisce anche nella Strategia Globale contro l’AIDS 2026–2031 di UNAIDS, che indica tra le priorità l’aumento dell’accesso e dell’aderenza al trattamento, insieme alla gestione delle coinfezioni e delle comorbilità e alla rimozione delle barriere che ostacolano l’accesso alle cure.

«L’aderenza è il punto in cui la qualità della ricerca incontra i risultati del mondo reale – ha aggiunto Fabio Vecchio, Market Access, Government Affairs and Communications Director di ViiV Healthcare Italia – Nelle patologie croniche, e nell’HIV in modo emblematico, anche terapie molto efficaci possono perdere parte del loro valore se non vengono seguite con continuità». Vecchio ha invitato infine a considerare l’aderenza una vera e propria variabile strategica della sostenibilità sanitaria: «Senza aderenza si riduce l’efficacia, si disperde valore e si indebolisce l’impatto dell’innovazione».

La nuova sezione “Aderenza in HIV”

È in questo contesto che ViiV Healthcare Italia ha realizzato la nuova sezione «Aderenza in HIV», pensata come strumento digitale di approfondimento per offrire a clinici e persone con HIV una fotografia aggiornata del contesto italiano.

La sezione raccoglie e mette a sistema raccomandazioni internazionali, evidenze scientifiche e percezioni di medici e pazienti, con l’obiettivo di approfondire il ruolo dell’aderenza all’interno del percorso di cura.

Dispositivi medici, Confindustria DM propone 10 raccomandazioni per un procurement più sostenibile

La sostenibilità entra nel procurement sanitario con la necessità di trasformare i criteri ESG da principio generale a requisiti applicabili, misurabili e proporzionati. È questo l’obiettivo delle 10 raccomandazioni per acquisti sostenibili presentate da Confindustria Dispositivi Medici, primo documento organico del comparto dedicato al Green Public Procurement (GPP).

Il documento, presentato il 15 settembre a Milano durante l’evento “Verso la transizione sostenibile della Sanità. Green public procurement, tecnologie e competenze al centro di una strategia condivisa”, propone un percorso per orientare la spesa pubblica verso soluzioni capaci di generare valore ambientale, sociale ed economico nel tempo, mantenendo fermi i requisiti di sicurezza ed efficacia clinica.

Criteri ESG chiari e introduzione graduale

Secondo Confindustria Dispositivi Medici, l’introduzione della sostenibilità negli acquisti sanitari deve partire dal dialogo con il mercato e dalle evidenze scientifiche, evitando criteri non omogenei o difficili da verificare.

I criteri ESG negli acquisti devono essere chiari, verificabili, proporzionati e introdotti gradualmente

«La sostenibilità è una componente qualificante del procurement sanitario, ma per produrre valore deve essere tradotta in criteri chiari, verificabili e proporzionati. Le nostre 10 raccomandazioni propongono un percorso concreto, che parte dal dialogo con il mercato e dalle evidenze, riconosce le specificità dei dispositivi medici e investe sulle competenze necessarie a costruire gare sostenibili. L’obiettivo è evitare che la sostenibilità si trasformi in burocrazia e farne invece una leva di sviluppo, qualità e innovazione, in dialogo con le istituzioni e con tutti gli attori del procurement. Vogliamo favorire un’evoluzione del procurement che valorizzi chi investe in sostenibilità, senza penalizzare, in questa fase, chi ancora sta costruendo la propria maturità ESG per non creare distorsioni del mercato», ha dichiarato Guido Beccagutti, Direttore Generale di Confindustria Dispositivi Medici.

Il rischio evidenziato dall’associazione è quello di una frammentazione dei criteri ESG, sia a livello regionale sia nel confronto con il mercato europeo. Requisiti differenti potrebbero aumentare gli oneri documentali per le imprese, soprattutto per le PMI, senza produrre un beneficio ambientale proporzionato e con possibili ricadute sull’equità di accesso alle tecnologie.

Le specificità dei dispositivi medici

Un elemento centrale del documento riguarda la necessità di tenere conto della diversità delle tecnologie disponibili. Secondo i dati dello studio “Decarbonising Healthcare: how a competitive MedTech industry can contribute” di MedTech Europe, i dispositivi medici incidono per il 15-25% delle emissioni complessive dei sistemi sanitari.

Con oltre 2 milioni di tecnologie sul mercato europeo, tuttavia, le caratteristiche e gli impatti ambientali possono variare significativamente da un dispositivo all’altro. Per questo, secondo Confindustria Dispositivi Medici, la sostenibilità non può essere ricondotta a un insieme uniforme di requisiti certificativi.

La formazione è essenziale per tradurre la sostenibilità in requisiti di gara applicabili

Tra le proposte rientra quindi il principio di equivalenza tra certificazioni e rating fondati su requisiti comparabili. Il documento propone inoltre di riconoscere le specificità dell’economia circolare, considerando reprocessing e refurbishment nel rispetto di MDR e IVDR, e di utilizzare la Life Cycle Assessment (LCA) come strumento di miglioramento interno alle aziende, anziché come criterio comparativo di gara.

Dalle competenze alle linee guida nazionali

Per rendere applicabili i criteri ESG servono anche competenze adeguate da parte di chi programma, governa e scrive gli acquisti. Il documento richiama quindi la necessità di rafforzare la formazione continua e di costruire un linguaggio condiviso tra settore pubblico e privato.

Servono linee guida nazionali per ridurre la frammentazione dei criteri ESG negli appalti sanitari

In questa direzione, la giornata ha segnato anche il lancio del nuovo percorso formativo di CDMS, la società di servizi di Confindustria Dispositivi Medici, dedicato al Green Procurement nei dispositivi medici.

L’obiettivo è arrivare alla definizione di metriche condivise e linee guida nazionali di settore, che possano supportare la valutazione di beni e servizi e favorire un procurement sostenibile più omogeneo sul territorio.

Le 10 raccomandazioni

Le proposte di Confindustria Dispositivi Medici prevedono:

  1. Promuovere il dialogo continuo — ascolto strutturato del mercato prima di introdurre criteri ESG.
  2. Riconoscere il principio di equivalenza — tra certificazioni e rating diversi ma basati su requisiti comparabili.
  3. Definire criteri ESG chiari e verificabili — fondati su evidenze scientifiche e standard tecnici riconosciuti.
  4. Rafforzare la programmazione strategica — partire dai fabbisogni reali, in logica value-based.
  5. Riconoscere le specificità dell’economia circolare — reprocessing e refurbishment secondo MDR e IVDR, non un generico «riuso».
  6. Usare la LCA come strumento di miglioramento — interno alle aziende, non come criterio comparativo di gara.
  7. Introdurre i criteri con gradualità — proporzionati alla maturità del mercato e al quadro normativo.
  8. Monitorare e aggiornare i criteri nel tempo — secondo un approccio value-based orientato agli esiti.
  9. Sostenere Linee Guida Nazionali — per un procurement sostenibile omogeneo su tutto il territorio.
  10. Investire nella formazione continua — competenze ESG per chi governa e scrive gli acquisti.

Carenza di medicinali, LIPHE: «Produzione e distribuzione devono agire insieme»

La carenza di medicinali richiede una maggiore capacità di anticipare i rischi e intervenire prima che le criticità di approvvigionamento si traducano in problemi per la continuità delle cure. È questo il focus del progetto avviato da LIPHE – Logistica Integrata Pharma Healthcare con IQVIA Italia, che punta a rafforzare il dialogo tra produzione e distribuzione attraverso una maggiore condivisione di dati e informazioni lungo la supply chain.

Oltre il 74% delle carenze europee interessa almeno otto Paesi contemporaneamente

Il fenomeno ha ormai una dimensione europea. Secondo i dati più recenti di IQVIA, sono circa 9mila le carenze attive segnalate pubblicamente in Europa, con un ricambio di 1.500-2.000 nuovi casi e casi risolti ogni mese.

Un’analisi condotta da IQVIA nel 2025 mostra inoltre che oltre il 74% delle carenze ha un impatto paneuropeo, interessando almeno otto Paesi contemporaneamente. Un dato che evidenzia la necessità di superare una gestione esclusivamente nazionale del fenomeno.

«Di fronte a questo scenario, la capacità della catena di approvvigionamento di tracciare precocemente e agire insieme è l’unico strumento in grado di proteggere la continuità terapeutica dei pazienti», spiega Pierluigi Petrone, presidente di LIPHE.

Dalle allerte alla prevenzione delle carenze

La capacità di intercettare tempestivamente i segnali di rischio è particolarmente rilevante anche per il sistema italiano. Un progetto pilota di IQVIA della durata di nove settimane ha rilevato che il 21% delle allerte sovranazionali relative a medicinali critici ha successivamente determinato una carenza in Italia.

Il dato suggerisce che un monitoraggio continuo possa contribuire a individuare più precocemente le possibili criticità e a consentire azioni di mitigazione tempestive.

LIPHE punta a rafforzare la prevenzione delle carenze attraverso una maggiore collaborazione nella supply chain

«Le carenze di medicinali sono una sfida crescente in tutta Europa e richiedono una maggiore collaborazione, visibilità e processi decisionali basati sui dati nell’intero ecosistema sanitario. In IQVIA, combiniamo advanced analytics, capacità di forecasting e una profonda competenza nel settore sanitario per aiutare gli stakeholder ad anticipare i rischi, rafforzare la resilienza della supply chain e proteggere l’accesso dei pazienti ai medicinali. La nostra collaborazione con LIPHE evidenzia il valore dei dati e delle partnership di settore nel sostenere sistemi sanitari più efficaci e sostenibili», ha dichiarato Antonella Levante, SVP & GM, Italy & Greece, IQVIA.

LIPHE: superare la gestione dell’emergenza

Per LIPHE, l’obiettivo è utilizzare queste informazioni per favorire un modello di gestione condiviso, capace di coinvolgere maggiormente industria, distribuzione e logistica.

«Dobbiamo superare la logica della gestione dell’emergenza per ideare, insieme all’industria, modelli di gestione virtuosa e condivisa, in linea con il percorso delineato dalla riforma dell’UE», afferma Mila De Iure, direttore generale di LIPHE.

Dati e forecasting possono favorire interventi più tempestivi sulle criticità di approvvigionamento

Il progetto con IQVIA Italia mira quindi a sostenere un dialogo continuo tra distributori e produttori, valorizzando dati, analisi e capacità previsionali. In questo quadro, la logistica sanitaria può contribuire a migliorare la visibilità lungo la supply chain e a sostenere gli obiettivi del Critical Medicines Act, attraverso maggiore trasparenza e interventi più tempestivi.

Per LIPHE, il passaggio è dunque da una logica prevalentemente reattiva a una capacità di prevenzione e gestione condivisa del rischio, con l’obiettivo di tutelare la disponibilità dei medicinali e la continuità terapeutica.

Cure intensive e nell’emergenza, nasce il nuovo infermiere specialista per il paziente critico

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Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche Specialistiche nelle Cure Intensive e nell’Emergenza: un percorso di specializzazione che si colloca in un contesto sanitario caratterizzato da una significativa e crescente complessità dell’assistenza ai pazienti critici anche per l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della cronicità, della multimorbilità e delle fragilità. Una complessità che richiede tempestività e appropriatezza degli interventi, rapidità decisionale per gestire l’instabilità clinica e garantire sicurezza e qualità dell’assistenza sia nelle strutture ospedaliere che sul territorio.

L’Università del Piemonte Orientale è uno dei nove atenei che attiveranno il percorso. Ne abbiamo parlato con Alberto Dal Molin, Professore Ordinario di Scienze Infermieristiche, Presidente del Corso di Laurea in Infermieristica.

Professor Dal Molin, perché oggi il Servizio sanitario ha bisogno di infermieri specialisti nelle Cure intensive e nell’Emergenza?

«La crescente presenza di persone anziane, fragili e con più patologie concomitanti rende gli eventi acuti più complessi, aumenta il rischio di rapido deterioramento clinico e richiede capacità specialistiche di valutazione, monitoraggio e intervento tempestivo. Il paziente critico, inoltre, non si trova soltanto in terapia intensiva: può essere assistito in pronto soccorso, nelle aree di emergenza-urgenza e nelle unità di terapia intensiva e sub-intensiva, nel sistema di emergenza territoriale o a domicilio. In questi contesti servono infermieri capaci di riconoscere precocemente l’instabilità, interpretare l’evoluzione delle condizioni della persona, individuare le priorità assistenziali e contribuire alla gestione dei percorsi tempo-dipendenti. La Laurea Magistrale Specialistica nasce per formare professionisti in grado di offrire risposte assistenziali a pazienti complessi, integrando competenza clinica, utilizzo appropriato delle tecnologie e capacità decisionale.

Le competenze specialistiche acquisite dovranno essere riconosciute e inserite nei modelli organizzativi

La sfida, tuttavia, non sarà soltanto formare questi professionisti, ma creare le condizioni affinché le competenze specialistiche acquisite siano riconosciute, inserite nei modelli organizzativi e utilizzate nei contesti nei quali possono produrre il maggiore beneficio per le persone assistite».

Il 5 ottobre si svolgeranno le selezioni per il nuovo Corso di Laurea Magistrale Specialistica: cosa offrirà ai professionisti che decideranno di iscriversi?

Alberto Dal Molin

«L’elemento qualificante del corso biennale è l’acquisizione di nuove competenze specialistiche in ambito clinico-assistenziale. Il percorso approfondirà la valutazione del paziente critico, il riconoscimento precoce dell’instabilità e del deterioramento clinico, la definizione delle priorità, la pianificazione degli interventi, il monitoraggio della risposta della persona e la prevenzione delle complicanze.

Non si tratterà soltanto di imparare a utilizzare tecnologie o applicare procedure specialistiche. Gli studenti saranno preparati a interpretare situazioni articolate, assumere decisioni assistenziali appropriate e affrontare condizioni caratterizzate da instabilità e rapida evoluzione.

Il percorso affiancherà alla preparazione clinico-assistenziale anche lo sviluppo di competenze nella pratica basata sulle evidenze, nella consulenza, nella leadership clinica, nella ricerca e nella formazione».

Come cambierà concretamente la risposta al paziente critico grazie a queste competenze specialistiche?

«Un elemento centrale sarà il consolidamento del ragionamento clinico a livello specialistico. Si tratta di una competenza propria di ogni infermiere, che nel percorso magistrale viene ulteriormente sviluppata per affrontare situazioni caratterizzate da elevata complessità, instabilità e rapida evoluzione. L’infermiere specialista sarà preparato a integrare e interpretare molteplici informazioni clinico-assistenziali, riconoscere tempestivamente i problemi e i segnali di deterioramento, formulare ipotesi, individuare le priorità e assumere decisioni coerenti con i bisogni della persona.

Il percorso rafforza ragionamento clinico, capacità decisionali e riconoscimento precoce del deterioramento

Il ragionamento clinico non si esaurisce nella valutazione iniziale, ma prosegue attraverso il monitoraggio, la rivalutazione continua degli interventi e il loro adeguamento all’evoluzione delle condizioni del paziente. L’infermiere specialista potrà così contribuire a una valutazione clinico-assistenziale più approfondita, alla pianificazione di interventi personalizzati, alla prevenzione delle complicanze e alla valutazione sistematica degli esiti assistenziali. Potrà inoltre sostenere l’équipe nella gestione delle situazioni a maggiore complessità e nell’impiego appropriato delle tecnologie.

Queste competenze rafforzeranno anche la presa in cura. L’assistenza non sarà limitata al singolo episodio acuto o alla corretta esecuzione di una procedura, ma accompagnerà la persona nelle diverse fasi del percorso, dall’emergenza e dalla stabilizzazione fino alle successive transizioni assistenziali».

Gli infermieri specialisti lavoreranno insieme agli infermieri generalisti e agli altri professionisti. Quale modello organizzativo immagina per valorizzare competenze diverse senza creare sovrapposizioni sia in ambito ospedaliero che territoriale?

«Il modello organizzativo deve partire dalla valorizzazione dell’infermiere formato con la laurea triennale, che rimane il riferimento dell’assistenza infermieristica nei diversi contesti di cura. Occorre continuare a rafforzarne la formazione e le competenze clinico-assistenziali, perché rappresentano la base sulla quale si fondano la qualità e la sicurezza dell’assistenza.

Le attività dell’infermiere specialista potranno svolgersi in contesti sia ospedalieri sia territoriali

Su questa base si inserisce l’infermiere specialista, che mette a disposizione competenze specifiche nelle situazioni caratterizzate da maggiore complessità, instabilità e intensità assistenziale. Il modello deve essere fondato sulla complementarità e sull’integrazione con gli infermieri generalisti, formati con laurea triennale, i medici e gli altri professionisti della salute.

In ospedale questa figura potrà essere valorizzata nelle terapie intensive, nei dipartimenti di emergenza-urgenza, nei percorsi tempo-dipendenti, nei team di risposta rapida e nelle unità nelle quali è più elevato il rischio di deterioramento clinico, esercitando le proprie competenze con autonomia professionale nell’ambito delle responsabilità attribuite e in raccordo con l’équipe. Sul territorio potrà contribuire ai sistemi di emergenza, alla gestione delle persone clinicamente instabili e al raccordo con le strutture ospedaliere, anche attraverso interventi autonomi di valutazione e assistenza, quando appropriato, secondo protocolli e criteri condivisi».

L’infermiere specialista potrà agire anche come facilitatore della relazione e dell’interazione tra professionisti sia nelle strutture ospedaliere che sul territorio per promuovere sicurezza e qualità in un ambito così specifico?

«Sì. Nella gestione del paziente critico, la sicurezza dipende anche dalla capacità dei professionisti di integrare tempestivamente valutazioni, informazioni e interventi. Grazie alle proprie competenze clinico-assistenziali avanzate, l’infermiere specialista potrà contribuire al confronto all’interno dell’équipe e favorire una lettura condivisa delle situazioni più complesse, nel rispetto delle competenze e delle responsabilità di ciascun professionista. Questo contributo sarà particolarmente importante nei momenti di transizione, tra emergenza territoriale, pronto soccorso, area intensiva, reparti ospedalieri e servizi territoriali, nei quali aumenta il rischio di frammentazione del percorso. Lo specialista potrà sostenere passaggi di consegna strutturati, facilitare la condivisione delle informazioni assistenziali rilevanti e contribuire alla continuità della presa in cura.

La sicurezza del paziente critico passa anche dalla condivisione tempestiva di informazioni e valutazioni tra i professionisti

Potrà inoltre mettere le proprie competenze a disposizione dell’équipe attraverso attività di consulenza, formazione sul campo e revisione dei percorsi e degli esiti assistenziali. Non si tratta di attribuirgli il coordinamento delle relazioni tra professionisti, ma di valorizzarne la capacità di collegare valutazione clinico-assistenziale, collaborazione interprofessionale e continuità del percorso della persona».

Accessibilità digitale, AgID, FISH e FAND rafforzano strumenti di tutela e segnalazione

L’accessibilità digitale resta un nodo aperto per garantire alle persone con disabilità pieno accesso a siti internet, applicazioni, documenti e servizi online. Se ne è discusso il 9 settembre in un incontro tra Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), FISH – Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e FAND – Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità.

Il confronto ha evidenziato criticità ancora presenti sia nei servizi pubblici sia in quelli privati, con particolare attenzione non solo all’accessibilità tecnica delle piattaforme, ma anche alla fruibilità dei documenti pubblicati online, che possono risultare incompatibili con le tecnologie assistive.

Reclami e segnalazioni per le barriere digitali

Tra i temi affrontati anche gli strumenti a disposizione dei cittadini per segnalare le violazioni dei requisiti di accessibilità. Attraverso il portale istituzionale di AgID è possibile accedere alla piattaforma per presentare reclami relativi a problemi di accessibilità riscontrati nei servizi digitali rientranti nell’ambito del D. Lgs. n. 82/2022 ed erogati da soggetti privati.

L’accessibilità deve essere considerata un elemento strutturale della trasformazione digitale

La piattaforma si affianca alla possibilità, già prevista dalla Legge 4/2004, di segnalare la non conformità ai requisiti di accessibilità di siti web, applicazioni o documenti digitali.

Per FISH e FAND, l’accessibilità non può essere ricondotta a un adempimento esclusivamente tecnico o formale, ma deve essere considerata una condizione necessaria per garantire autonomia, pari opportunità e partecipazione.

«La digitalizzazione può semplificare la vita delle persone, ma se non viene progettata secondo criteri di accessibilità rischia di creare nuove e più profonde discriminazioni», dichiarano Vincenzo Falabella, presidente nazionale FISH, e Nazaro Pagano, presidente nazionale FAND. «Non basta rendere accessibile la struttura di un sito: devono esserlo anche i documenti, i moduli, i servizi e tutte le procedure presenti al suo interno. È inoltre fondamentale che le persone conoscano gli strumenti disponibili per segnalare le inaccessibilità e ottenere risposte e interventi tempestivi».

Accessibilità nella trasformazione digitale

L’incontro ha richiamato anche le iniziative sviluppate da AgID per rafforzare competenze, strumenti e processi sull’accessibilità dei servizi digitali. Tra queste, il progetto da 80 milioni di euro finanziato dal PNRR dedicato al miglioramento dell’accessibilità dei servizi pubblici digitali.

I cittadini possono segnalare le barriere digitali attraverso specifici strumenti di reclamo e segnalazione

«AgID è impegnata da anni nel promuovere una cultura dell’accessibilità attraverso attività di indirizzo, monitoraggio e supporto alle amministrazioni e ai soggetti erogatori di servizi digitali. In questo percorso si è inserito anche il progetto da 80 milioni di euro finanziato dal PNRR dedicato al miglioramento dell’accessibilità dei servizi pubblici digitali, che ha rappresentato un’opportunità strategica per rafforzare competenze, strumenti e processi», afferma il Direttore Generale di AgID, Mario Nobile. «L’Agenzia continua ad affiancare le organizzazioni affinché l’accessibilità sia sempre più un elemento strutturale della trasformazione digitale del Paese».

AgID, FISH e FAND hanno confermato la volontà di proseguire il confronto, attraverso una maggiore informazione, il monitoraggio delle criticità e il coinvolgimento delle organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità.

L’obiettivo è intervenire sull’accessibilità fin dalla progettazione dei servizi digitali, superando la logica delle correzioni successive e rendendo i servizi della Pubblica amministrazione effettivamente utilizzabili da tutte e tutti.