In un contesto sanitario sempre più complesso, in cui i pazienti sono spesso informati attraverso web e strumenti di intelligenza artificiale, la comunicazione tra medico e assistito diventa parte integrante della terapia. Per rafforzare le competenze relazionali dei professionisti, la Società Italiana di Medicina Interna (SIMI) promuove la seconda edizione del corso “La Relazione che Cura. Basi teorico-pratiche della comunicazione empatica con il paziente”, rivolto ai medici internisti.
«Abbiamo costruito questo corso per offrire competenze concrete, teoriche e pratiche, che mettano il medico nella condizione di gestire in modo efficace la relazione con il paziente, colmando un gap formativo che ancora oggi persiste nell’ordinamento didattico – spiega Roberto Tarquini, Vice Presidente SIMI -. Relazionarsi in maniera empatica, chiara e rispettosa della sensibilità delle persone è una competenza che si può acquisire e che determina il successo della relazione di cura: il medico che comunica bene è percepito come più competente, crea fiducia, favorisce l’aderenza alle terapie e riduce il rischio di contenzioso».
Il percorso formativo affronta diversi aspetti della relazione terapeutica, dall’empatia alla gestione del tempo fino ai momenti più delicati della pratica clinica, come la comunicazione della diagnosi o le fasi avanzate della malattia.
Investire sulla comunicazione significa investire sulla qualità delle cure, sulla fiducia nel sistema sanitario e sulla sostenibilità della pratica medica
«Il medico deve saper cogliere e accogliere bisogni ed emozioni della persona che ha di fronte, modulando il proprio stile comunicativo – spiega Elena Pattini, Dottoressa di Ricerca in Psicologia e docente presso l’Università di Parma, che guiderà i partecipanti nel percorso formativo -. Il paziente più orientato agli aspetti cognitivi desidera spiegazioni dettagliate e tecniche, mentre il paziente emotivo ha bisogno prima di tutto di sentirsi ascoltato e che il suo vissuto della malattia venga riconosciuto. In entrambi i casi, la dimensione emotiva è decisiva quanto quella informativa. Soprattutto quando il tempo a disposizione è poco, saper ascoltare, osservare e offrire strumenti di comprensione ai pazienti e ai familiari in modo chiaro ed efficace sono aspetti che possono migliorare l’esperienza di cura».
«La distanza emotiva spesso viene utilizzata come strategia protettiva da parte del medico, tuttavia questo non tiene conto del fatto che per il paziente, già in una condizione di fragilità, vivere una relazione in cui non si sente a proprio agio peggiora la qualità delle cure e il suo vissuto di malattia, diminuendo fiducia e speranza che incidono sul percorso di cura – prosegue Pattini -. Imparare a riconoscere e gestire le emozioni, senza esserne sopraffatti, migliora la qualità della cura e tutela anche il benessere del medico riducendo il rischio di burn-out».
Il corso fornisce competenze per i giovani medici, ma rappresenta uno strumento utile anche per i veterani della professione che, attraverso attività di role-playing possono analizzare gli errori commessi e, con il supporto dei colleghi tutor, comprenderne la natura e imparare come alcuni accorgimenti possano facilitare la relazione medico-paziente e allentare la tensione che spesso sfocia in conflitti.
«Obiettivo del percorso formativo, giunto quest’anno alla seconda edizione, non è trasformare il medico di medicina interna in uno psicologo ma fornirgli gli strumenti per prendersi cura del paziente e di sé stesso a 360 gradi – conclude Tarquini –: ci troviamo in una fase storica in cui la complessità clinica cresce, ma cresce anche la fragilità delle persone che nella nostra professione incontriamo nel momento più difficile, di paura e incertezza. Investire sulla comunicazione significa investire sulla qualità delle cure, sulla fiducia nel sistema sanitario e sulla sostenibilità stessa della pratica medica».
Integrare marcatori molecolari e immunologici nel sangue con la TAC a basso dosaggio può rendere più preciso lo screening del tumore del polmone e ridurre gli esami inutili. È quanto emerge da uno studio condotto presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e pubblicato sulla rivista Journal of Thoracic Oncology nell’ambito del trial prospettico BioMILD.
La ricerca ha valutato l’integrazione tra un test molecolare basato su microRNA e un classificatore immunologico su campioni di sangue in 304 forti fumatori con noduli polmonari sospetti. La combinazione dei due biomarcatori ha mostrato una sensibilità del 96% per i tumori diagnosticati entro due anni e ha ridotto del 37% i falsi positivi rispetto all’utilizzo del solo test molecolare.
Il team multidisciplinare dello screening dell’Istituto Tumori lavora da oltre vent’anni allo sviluppo e all’implementazione della biopsia liquida nei programmi di screening polmonare. Con il trial BioMILD era già stato dimostrato che il test basato su microRNA può contribuire a personalizzare gli intervalli di screening, estendendo in sicurezza il tempo tra una TAC e la successiva nei soggetti a basso rischio. Il nuovo studio aggiunge un ulteriore livello di informazione attraverso l’analisi del profilo immunitario circolante. L’approccio integrato consente di massimizzare le informazioni ottenute da un singolo prelievo di sangue, combinando segnali molecolari e immunologici in un modello di stratificazione del rischio più raffinato.
L’integrazione di imaging e biopsia liquida fa avanzare la medicina preventiva di precisione nel tumore polmonare
Nel modello combinato, circa il 30% dei partecipanti potrebbe evitare il controllo TAC annuale, con una riduzione dell’esposizione a radiazioni e del carico diagnostico, mantenendo un’elevata capacità di intercettare i tumori clinicamente rilevanti. Inoltre, l’associazione tra lo score immunologico e l’aggressività biologica dei tumori osservata nei modelli sperimentali preclinici suggerisce che il test possa fornire informazioni non solo sulla presenza della malattia, ma anche sul suo potenziale evolutivo. L’integrazione tra imaging radiologico e biopsia liquida rappresenta un passo concreto verso una medicina preventiva di precisione nel tumore del polmone, con l’obiettivo di rendere lo screening sempre più efficace, sostenibile e poco invasivo, riducendo la mortalità senza aumentare inutilmente il peso diagnostico sui cittadini.
«Lo screening del tumore del polmone è oggi un tema centrale, perché parliamo della principale causa di mortalità oncologica al mondo», spiega Gabriella Sozzi, Director of Experimental Oncology Department Head of Epigenomics & Biomarkers of Solid Tumors Unit, Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. «Intercettare la malattia quando è molto piccola salva vite e riduce l’impatto sul sistema sanitario. La TAC spirale a basso dosaggio è uno strumento prezioso, ma la sua elevata sensibilità porta spesso a individuare numerosi noduli, non sempre facili da interpretare. Integrare l’imaging con marcatori molecolari e immunologici nel sangue consente di rendere lo screening più preciso e poco invasivo, distinguendo meglio i noduli a rischio da quelli innocui. Questo approccio permette anche di allungare in sicurezza gli intervalli tra una TAC e l’altra, riducendo l’esposizione alle radiazioni e gli esami inutili».
Secondo i ricercatori, l’integrazione tra imaging radiologico e biopsia liquida rappresenta un passo verso programmi di screening più efficaci, sostenibili e personalizzati nel tumore del polmone.
L’Italia è entrata definitivamente nell’era della longevità. Con circa 14 milioni di anziani, l’invecchiamento della popolazione non può più essere letto come un’emergenza, ma come una trasformazione strutturale che interpella welfare, sanità e società nel loro insieme. È in questo contesto che la Legge 33 segna un cambio di passo: superare una visione assistenziale frammentata per costruire un nuovo patto sociale, fondato su responsabilità collettiva, integrazione sociosanitaria e riconoscimento della fragilità come dimensione costitutiva dell’essere umano. È in occasione del convegno “Invecchiare bene in una società che cambia”, organizzato da Age-It insieme a INPS, che abbiamo posto 5 domande sul tema a Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente Emerito Pontificia Accademia per la Vita.
Con 14 milioni di anziani in Italia, l’invecchiamento è una trasformazione strutturale che coinvolge welfare, sanità e società
Monsignor Paglia, lei ha affermato che gli anziani non sono un peso, ma una risorsa per la società. Quali cambiamenti strutturali nel welfare e nella sanità ritiene prioritari per tradurre questa visione in politiche pubbliche efficaci?
«L’idea della vecchiaia come risorsa non nasce da un pregiudizio positivo, ma da un dato di realtà. In Italia gli anziani sono oggi circa 14 milioni di persone: una componente strutturale della società, non marginale. E i numeri economici lo confermano. Basti pensare ai circa 200 miliardi di euro che ruotano intorno al cosiddetto “mercato della vecchiaia” o al valore economico del tempo che i nonni dedicano ai nipoti, che, secondo una stima della Commissione per la riforma dell’assistenza alla popolazione anziana che presiedo, equivale a una vera e propria legge finanziaria. Il vero nodo, però, è culturale. Per troppo tempo una cultura miope, talvolta crudele, ha relegato la vecchiaia a una fase di scarto, quasi un naufragio. Oggi facciamo persino fatica a usare la parola “vecchio”, come se fosse offensiva. Questa contraddizione va superata. La Legge 33 introduce finalmente un cambio di paradigma: non più un approccio prestazionale e intermittente, ma un’assunzione di responsabilità collettiva. L’intera società – ovvero istituzioni, sanità, terzo settore, famiglie e volontariato – è chiamata a prendersi cura degli anziani, accompagnandoli nel loro contesto di vita, a domicilio o in piccole comunità. Questa è la vera rivoluzione che dobbiamo realizzare».
La Carta dei diritti della terza età e dei doveri della comunità propone un nuovo patto sociale verso gli anziani. Quali difficoltà istituzionali e culturali intravede nella sua attuazione?
«Le difficoltà si collocano su due piani. Il primo è culturale e riguarda la necessità di riconoscere pienamente che la vecchiaia è una risorsa e non un peso, come dicevo prima. Il secondo è strutturale. Persistono ancora organizzazioni ministeriali e amministrative che separano rigidamente il sanitario dal sociale: quello che definisco il “peccato originale” del nostro sistema. C’è poi il tema delle risorse economiche. La legge è stata approvata, ma finora è stata finanziata solo in parte.
La separazione degli aspetti sanitari da quelli sociali è il “peccato originale” del nostro sistema
I fondi stanziati consentono però di avviare sperimentazioni territoriali. In alcune aree, ad esempio, stiamo sperimentando un modello di presa in carico olistica degli anziani ultraottantenni: penso a Tor Bella Monaca, dove circa 3-4 mila anziani saranno seguiti attraverso telemedicina, nuovi operatori sanitari e un’assistenza domiciliare sociosanitaria integrata e continuativa. Nessuno verrà abbandonato. Parallelamente, avvieremo sperimentazioni nelle aree interne, come i Monti Simbruini ed Ernici, dove l’indice di vecchiaia è ancora più elevato. L’obiettivo è lo stesso: non lasciare soli gli anziani, ovunque vivano».
In che modo le collaborazioni internazionali possono offrire modelli replicabili per affrontare globalmente la sfida dell’invecchiamento, anche nei Paesi con risorse limitate?
«Finora alcuni modelli sono arrivati soprattutto dal Nord Europa o dagli Stati Uniti. Oggi, però, l’Italia si appresta a diventare essa stessa un riferimento internazionale. È il primo Paese ad essersi dotato di una legge organica sulla popolazione anziana. Abbiamo già presentato la legge e la Carta dei diritti degli anziani al governo della Serbia e a diversi Paesi arabi, a partire dal Bahrein. Nei prossimi mesi è prevista in Italia una grande conferenza con i Paesi dei Balcani e dell’Europa orientale, presso il Ministero degli Esteri. Un ulteriore obiettivo è portare la Carta dei diritti degli anziani alle Nazioni Unite e promuovere la creazione di un organismo internazionale dedicato agli anziani, sul modello dell’UNICEF per l’infanzia. In questo modo l’Italia può diventare promotrice di una nuova cultura e di una nuova politica globale sull’invecchiamento».
Lei parla di fragilità non come limite, ma come dimensione umana da riconoscere. Quali sono le priorità per garantire non solo longevità, ma qualità di vita e cure integrate?
«La legge che abbiamo promosso riguarda tutta la popolazione anziana, non solo i non autosufficienti. Il denominatore comune è la fragilità, che non va intesa come un handicap, ma come una condizione connaturata all’essere umano. Gli anziani, come i bambini, ricordano a tutti – giovani e adulti – che la fragilità è universale, sia fisica sia psichica. Se questa dimensione viene compresa fino in fondo, produce una conseguenza virtuosa: se siamo tutti fragili, allora siamo tutti chiamati a sostenerci reciprocamente.
L’Italia è il primo Paese ad essersi dotato di una legge organica sulla popolazione anziana
La fragilità aiuta a rafforzare la prevenzione, a promuovere l’attenzione e la cura, a sviluppare una cultura della solidarietà. Nessuno è invincibile. Questa consapevolezza non è una sconfitta, ma un modo più autentico di vivere insieme. Come ho scritto anche in un mio volume durante la pandemia, la fragilità non è il contrario della forza: è ciò che rende possibile una società più umana».
Qual è il ruolo del terzo settore nella tutela e nella cura della persona anziana?
«Il terzo settore è basilare, soprattutto nel campo della fragilità, sia essa degli anziani, dei bambini o delle persone con disabilità. È il luogo in cui la prossimità diventa reale e quotidiana. In una società sempre più tecnologica, il terzo settore rende possibili le relazioni, l’affettività, la complicità umana di cui tutti abbiamo bisogno per stare bene. Senza una dimensione amorevole, le leggi non bastano. Credo che il terzo settore debba sempre più riconoscersi in una prospettiva umanistica e solidaristica. In Italia, il volontariato gratuito rappresenta una risorsa straordinaria, anche grazie a una cultura della gratuità che affonda le radici nella dimensione religiosa e spirituale del Paese. È una delle espressioni più alte dell’essere umano. Inoltre, la prospettiva della creazione di un Istituto scientifico dedicato allo studio dell’invecchiamento è, a mio avviso, la “ciliegina sulla torta”. Ripensare la vecchiaia richiede anche uno sforzo intellettuale e organizzativo di alto livello. Abbiamo davanti trent’anni di vita in più rispetto al passato: vanno pensati, progettati, accompagnati. In questo senso, la convergenza con l’INPS e il mondo scientifico è estremamente promettente e apre scenari di grande valore per il futuro».
Ogni anno la mancata aderenza alle terapie genera un impatto economico e clinico rilevante per il Servizio sanitario nazionale. Secondo una stima dell’Agenzia Italiana del Farmaco, un miglioramento dell’aderenza terapeutica anche solo del 15% potrebbe generare un risparmio di circa 300 milioni di euro, a cui si aggiungerebbero benefici sociali e clinici difficilmente quantificabili, ma potenzialmente rilevanti. Una parte consistente di questa spesa potrebbe essere evitata non intervenendo sui farmaci, ma sulle cause che portano i pazienti a non seguire correttamente le cure prescritte. È da questa premessa che prende avvio il nuovo Instant Paper pubblicato da Cefriel, dedicato al ruolo della Causal AI nella gestione delle terapie complesse.
Il documento esplora come l’Intelligenza Artificiale Causale possa supportare medici e pazienti nell’individuare i fattori che determinano l’insuccesso terapeutico, aprendo la strada a interventi più mirati, personalizzati e sostenibili per il sistema sanitario.
Quando il farmaco funziona, ma la terapia fallisce
Uno degli aspetti centrali messi in evidenza dal paper è che l’efficacia farmacologica non coincide automaticamente con il successo terapeutico. Un farmaco può essere corretto dal punto di vista clinico, ma risultare inefficace se non viene assunto correttamente o con continuità.
La Causal AI si propone di modellare esplicitamente le relazioni di causa-effetto
Orari di assunzione incompatibili con la routine quotidiana, effetti collaterali sottovalutati, difficoltà organizzative o psicologiche sono solo alcune delle cause che possono compromettere l’aderenza. Comprendere queste dinamiche è una delle sfide più complesse della medicina moderna, perché richiede di andare oltre l’analisi dei dati clinici tradizionali.
La Causal AI come strumento di comprensione delle cause
A differenza di altri approcci di Intelligenza Artificiale basati principalmente su correlazioni statistiche, la Causal AI si propone di modellare esplicitamente le relazioni di causa-effetto. Questo consente non solo di osservare cosa accade, ma di comprendere perché accade.
«La Causal AI fornisce l’infrastruttura cognitiva per rappresentare in modo matematico e comprensibile la complessa rete di cause ed effetti che influenzano l’aderenza e l’esito di una terapia», spiega Gianluca Ripa, AI & Data Analytics Business Line Manager di Cefriel. «Non si tratta di sostituire il medico, ma di dotare l’intero sistema di cura di uno strumento di ragionamento condiviso, trasparente e orientato alle cause reali dei problemi».
Secondo il paper, questo approccio permette di superare una visione puramente reattiva dell’aderenza terapeutica, intervenendo in modo preventivo e mirato sui fattori che ne compromettono l’efficacia.
Un assistente virtuale basato su Causal AI
Il cuore del documento è rappresentato da un caso studio, presentato in forma esplorativa e dimostrativa, che descrive un assistente virtuale sanitario basato su Causal AI. L’obiettivo è supportare pazienti sottoposti a regimi terapeutici complessi, integrando informazioni di natura diversa in un unico modello interpretativo.
L’assistente combina dati clinici, comportamentali, sociali e psicologici per costruire un profilo personalizzato del paziente. Su questa base, è in grado di individuare le cause principali dei problemi di aderenza e di proporre soluzioni compatibili con le abitudini e le esigenze individuali.
Il modello può simulare analisi “what-if” e valutare l’effetto atteso di possibili cambiamenti prima di applicarli
Ad esempio, il sistema può riconoscere che la mancata assunzione di un farmaco non dipende da una scarsa motivazione, ma da un effetto collaterale specifico o da un’incompatibilità con la routine quotidiana, suggerendo un aggiustamento mirato prima che il problema si traduca in un fallimento terapeutico.
L’assistente può simulare scenari ipotetici, le analisi “what-if”, per valutare l’effetto atteso di possibili cambiamenti prima di applicarli nella pratica. Un altro elemento metodologico rilevante introdotto nel paper è il concetto di “gemello digitale” causale del paziente, un modello virtuale personalizzato che replica il comportamento di salute di un individuo e risponde a diversi stimoli o interventi.
Opportunità per aziende e digital health
Pur trattandosi di un caso esplorativo, l’Instant Paper offre spunti applicativi rilevanti per le aziende farmaceutiche, le società di digital health e i fornitori di soluzioni per il sistema sanitario. «Per le aziende del settore sanitario e della digital health la Causal AI rappresenta un’opportunità concreta per sviluppare soluzioni più efficaci e realmente centrate sul paziente», afferma Alessandro De Biasio, CEO di Cefriel. «Comprendere le cause che influenzano l’aderenza terapeutica significa progettare servizi e piattaforme con maggiore impatto clinico, maggiore fiducia da parte dei professionisti sanitari e un migliore ritorno degli investimenti».
Ricerca, trasferimento tecnologico e impatto sul sistema Paese
L’approccio descritto nel paper si inserisce nella missione più ampia di Cefriel, centro di innovazione digitale nato nel 1988 dalla collaborazione tra soggetti pubblici e privati. Il centro integra ricerca, trasferimento tecnologico, innovazione e formazione, operando in stretto rapporto con il Politecnico di Milano e con un ampio ecosistema di imprese e pubbliche amministrazioni.
Trent’anni di impegno civico indipendente con i fari puntati sulle criticità del Servizio sanitario nazionale (SSN) e sull’integrità della scienza. Con un evento nazionale in streaming, la Fondazione GIMBE ha aperto ufficialmente l’anno del trentennale di attività, presentando il nuovo report sulla mobilità sanitaria interregionale e rilanciando l’allarme sull’equità di accesso alle cure, le diseguaglianze territoriali, i ritardi della digitalizzazione e del PNRR e, più in generale, la sostenibilità del SSN e la disinformazione scientifica.
«In questa occasione non vogliamo celebrare il passato – ha dichiarato il Presidente GIMBE Nino Cartabellotta – ma rinnoviamo l’impegno per il futuro. Dopo trent’anni la nostra missione non è cambiata: usare dati ed evidenze scientifiche per difendere la sanità pubblica e distinguere tra proclami e realtà. Oggi, più che mai, serve una voce rigorosa e indipendente per contrastare gli attacchi scomposti alla scienza e per denunciare che il diritto alla tutela della salute è sempre più condizionato dal reddito e dal luogo di residenza».
Il percorso #GIMBE30 si fonda su scienza per orientare le decisioni pubbliche, tutela del SSN, rafforzamento della responsabilità civica per difendere il diritto alla salute
L’evento, che ha visto il Presidente Cartabellotta in conversazione con la Giornalista Maria Emilia Bonaccorso, inaugura il percorso #GIMBE30, 12 mesi in cui si susseguiranno attività istituzionali, iniziative divulgative, progetti editoriali e azioni di advocacy in una cornice unitaria fondata su tre pilastri: la scienza per orientare le decisioni pubbliche, la tutela del SSN come bene comune, il rafforzamento della responsabilità civica per difendere il diritto alla tutela della salute.
Nel corso dell’evento è stato presentato il nuovo Report GIMBE sulla mobilità sanitaria. «La migrazione sanitaria tra Regioni – ha sottolineato Cartabellotta – è tra gli indicatori più sensibili delle diseguaglianze del SSN: rileva dove i cittadini trovano risposte adeguate e dove, invece, sono costretti a spostarsi per curarsi».
La mobilità sanitaria interregionale nel 2023
Nel 2023, la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifra record di € 5,15 miliardi, il livello più alto di sempre, in aumento del 2,3% rispetto al 2022 (€ 5,04 miliardi). Le analisi della Fondazione GIMBE confermano il progressivo ampliamento dello squilibrio tra Nord e Sud, con un enorme flusso di risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso il Nord. In particolare, verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che si confermano le Regioni più attrattive.
Nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto il livello più alto di sempre
«Questi numeri – afferma Cartabellotta – indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità. Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche Regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale e richiede spostamenti che hanno anche un rilevante impatto economico sui bilanci delle famiglie». Un principio recentemente ribadito anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, il 28 febbraio scorso, ha ricordato come «il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, deve trovare uniforme applicazione sull’intero territorio nazionale», sottolineando che permangono disomogeneità territoriali non più accettabili.
Il Report GIMBE sulla mobilità sanitaria 2023 si basa su tre fonti ufficiali: i dati economici aggregati dal Riparto 2025; i flussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute; i dati del Report Agenas sulla mobilità sanitaria.
Flussi economici e squilibri territoriali
In Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto si concentra il 95,1% del saldo attivo della mobilità sanitaria, ovvero la differenza tra risorse ricevute per curare pazienti di altre Regioni e quelle versate per i propri residenti curati altrove. Sul versante opposto, a pagare il prezzo più alto sono Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna, che insieme assorbono il 78,2% del saldo passivo. «Non siamo più di fronte a semplici differenze regionali – avverte il Presidente – ma a un divario strutturale che nel tempo si è consolidato. In questo scenario, l’autonomia differenziata, con il via libera alle pre-intese per Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, amplierà inevitabilmente le disuguaglianze».
Regioni “attrattive” e pazienti “in fuga”
La mobilità attiva si concentra per oltre la metà in Lombardia (23,2%), Emilia-Romagna (17,6%) e Veneto (11,1%), seguite da Lazio (8,9%), Toscana (6,4%) e Piemonte (5,8%) (Figura 1).
Figura 1. Crediti per mobilità sanitaria attiva, anno 2023
Sul fronte opposto, i maggiori esborsi per cure ricevute dai propri residenti in altre Regioni sono a carico di Lazio (12,1%), Campania (9,4%) e Lombardia (9,2%), che da sole rappresentano quasi un terzo del totale, con oltre € 400 milioni ciascuna (Figura 2).
Figura 2. Debiti per mobilità sanitaria passiva, anno 2023
«La mobilità passiva – spiega Cartabellotta – non coincide esclusivamente con la fuga di pazienti da Sud a Nord. Esiste anche una mobilità di prossimità tra Regioni del Nord confinanti dotate di servizi di elevata qualità. Regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte registrano livelli rilevanti di mobilità passiva».
I dati relativi ai saldi regionali sono mostrati nel dettaglio qui di seguito e nella Figura 3:
saldo positivo rilevante: Lombardia (€ 645,8 milioni), Emilia-Romagna (€ 564,9 milioni) e Veneto (€ 212,1 milioni)
saldo positivo moderato: Toscana (€ 47,2 milioni)
saldo positivo minimo: Molise (€ 18,6 milioni), Provincia autonoma di Trento (€ 8 milioni)
saldo negativo minimo: Provincia autonoma di Bolzano (-€ 3,9 milioni), Friuli Venezia Giulia (-€ 10 milioni), Valle d’Aosta (-€ 12,8 milioni), Piemonte (-€ 20,7 milioni)
«I saldi regionali – commenta il Presidente – evidenziano un’enorme frattura strutturale tra Nord e Sud. Le sole Regioni con un saldo positivo superiore a € 100 milioni si trovano tutte al Nord, mentre quelle con un saldo negativo otre € 100 milioni appartengono tutte al Mezzogiorno, con l’eccezione del Lazio. Infine, la mobilità sanitaria riguarda prevalentemente i ricoveri ospedalieri e non restituisce le diseguaglianze nell’assistenza territoriale e socio-sanitaria. Ovvero, il divario reale tra le Regioni è ancora più marcato».
Il ruolo del privato convenzionato
Oltre 1 euro su 2 speso per ricoveri e prestazioni specialistiche erogate fuori Regione viene incassato dalla sanità privata convenzionata: € 1.966 milioni (54,5%), contro i € 1.643 milioni (45,5%) destinati alle strutture pubbliche. «La quota di mobilità che confluisce verso il privato convenzionato – sottolinea Cartabellotta – non è omogenea in tutte le Regioni, perché dipende dall’offerta e dalle capacità attrattive di strutture private d’eccellenza». Infatti, le strutture private assorbono oltre il 60% della mobilità attiva in Molise (90,2%), Lombardia (71,1%), Puglia (68,9%) e Lazio (63,8%). In altre Regioni la capacità attrattiva del privato resta invece inferiore al 20%: Valle D’Aosta (15,7%), Umbria (15,1%), Liguria (11,4%), Provincia autonoma di Bolzano (9,1%) e Basilicata (7,2%) (Figura 4).
Figura 4. Valore percentuale della mobilità sanitaria erogata da strutture private accreditate, anno 2023: ricoveri e specialistica ambulatoriale
Ricoveri ospedalieri e specialistica ambulatoriale
Secondo i dati Agenas, l’80,4% della mobilità per ricoveri è classificato come effettiva (€ 2.311 milioni), ovvero dipende dalla scelta del paziente. Il 16,7% (€ 480 milioni) è invece legato a prestazioni urgenti (mobilità casuale) e il 3% (€ 85 milioni) riguarda casi in cui il domicilio del paziente non coincide con la Regione di residenza (mobilità apparente). Della mobilità effettiva, solo il 6,5% riguarda ricoveri ordinari a rischio di inappropriatezza (Figura 5).
Figura 5. Mobilità sanitaria effettiva per ricoveri in relazione alla complessità del DRG (dati Agenas, 2023)
Della specialistica ambulatoriale erogata in mobilità, quasi il 93% si concentra in tre categorie: prestazioni terapeutiche (33,1%), diagnostica strumentale (31,5%) e prestazioni di laboratorio (28%) (Figura 6).
Figura 6. Mobilità sanitaria per specialista ambulatoriale (dati Agenas, 2023)
«I dati sulla mobilità sanitaria – prosegue il Presidente – ci ricordano che il diritto alla tutela della salute non può dipendere dal codice di avviamento postale. Il nostro impegno per il futuro è di continuare a monitorare con rigore le diseguaglianze e a condurre analisi indipendenti per ricostruire un SSN equo e universalistico. E da attività come questa prende forma il nuovo percorso avviato con il trentennale: trasformare il monitoraggio GIMBE in strumento di consapevolezza pubblica e advocacy istituzionale».
«Il trentennale GIMBE – conclude Cartabellotta – segna l’inizio di un nuovo capitolo per la Fondazione: l’avvio di un coinvolgimento della comunità, con strumenti dedicati a rafforzare in modo strutturale la ricerca indipendente, l’educazione alla salute, l’uso consapevole della sanità pubblica e l’advocacy politico-istituzionale finalizzata a rilanciare il SSN. Perché l’indipendenza, nostro valore fondante, si tutela con trasparenza, partecipazione e responsabilità condivisa. E perché difendere la sanità pubblica significa garantire decisioni guidate dalle evidenze scientifiche e dai dati, non da interessi opportunistici o di categoria. Ma significa anche costruire una comunità consapevole del valore del SSN e pronta a sostenerlo come pilastro della democrazia e strumento di coesione sociale».
Il 4 marzo si celebra la Giornata mondiale dell’Obesità. In Italia l’appuntamento è stato presentato in Senato dalle organizzazioni aderenti e partner della World Obesity Federation, in un evento promosso su iniziativa della Daniela Sbrollini, in collaborazione con l’Intergruppo parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili.
L’Italia arriva a questa ricorrenza con un primato: è il primo Paese al mondo ad aver adottato una legge specifica sull’obesità, riconosciuta come malattia cronica e inserita nei Livelli essenziali di assistenza (LEA).
Un’emergenza globale con numeri in crescita
Secondo i dati diffusi dalla World Obesity Federation, oltre 1 miliardo di persone nel mondo convive con l’obesità. Entro il 2035, più della metà della popolazione globale vivrà in sovrappeso o con obesità, con un impatto economico stimato in 3,23 trilioni di dollari già nel 2030. Nel 2025 sono 543 milioni i bambini e adolescenti in sovrappeso o con obesità; ogni anno si registrano 1,7 milioni di decessi prematuri per malattie non trasmissibili correlate.
Presentata a Roma la Carta di Erice sull’obesità per promuovere la presa in carico omogenea su tutto il territorio nazionale
Lo slogan dell’edizione 2026, “8 Billion Reasons To Act on Obesity”, richiama la necessità di un’azione collettiva fondata su evidenze scientifiche, prevenzione, contrasto allo stigma e politiche pubbliche efficaci.
Il quadro italiano: dati e disuguaglianze
In Italia, secondo l’Italian Barometer Obesity Report 2025 di IBDO Foundation, l’11,8% della popolazione adulta vive con obesità (era l’11,4% nel 2022), mentre il 36,1% è in sovrappeso. Tra i bambini di 8-9 anni, circa il 19% è in sovrappeso e il 9,8% obeso. L’impatto è più marcato nelle regioni meridionali e nelle aree socio-economicamente svantaggiate.
Il ruolo delle istituzioni: dalla legge ai LEA
«In questa giornata rinnoviamo con forza il nostro impegno nel contrasto all’obesità, patologia che in Italia riguarda milioni di persone, sia adulti sia bambini. Il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica e il suo inserimento nel Piano Nazionale della Cronicità rappresentano un passaggio fondamentale: non un atto simbolico, ma risposte concrete ai bisogni delle persone. Ma possiamo fare ancora molto. Il Ministero della Salute continuerà a rafforzare il proprio impegno per la prevenzione, per una presa in carico sempre più efficace e per un accesso equo alle cure su tutto il territorio nazionale, affinché nessun cittadino sia lasciato solo. Così come continueremo a contrastare lo stigma nei confronti di chi è affetto da questa patologia. La sfida dell’obesità richiede il contributo di tutti e per questo è fondamentale lavorare insieme: istituzioni, professionisti e cittadini», dichiara il Ministro della Salute Orazio Schillaci.
Un passaggio chiave è rappresentato dall’approvazione della Legge n. 149/2025, proposta dall’On. Roberto Pella, che riconosce l’obesità come malattia e la include nei LEA, affiancata dal Fondo per la prevenzione dell’obesità (2025-2027) e da nuove iniziative dedicate all’età adolescenziale.
Parlamento e lotta allo stigma
«La Giornata Mondiale dell’obesità è un’occasione importante per dare voce ai numeri e alle criticità che riguardano questa malattia – dichiara la Senatrice Daniela Sbrollini – Come Intergruppo parlamentare abbiamo portato avanti in questa legislatura un lavoro intenso condiviso con tutti gli attori, la comunità scientifica, il mondo dei pazienti, per dare risposte concrete ai bisogni delle persone che vivono con questa malattia. E proprio a questo scopo, all’inizio di questa Legislatura l’Intergruppo parlamentare ha fortemente promosso un Patto di legislatura che si poneva come obiettivi centrali una legge che riconoscesse anzitutto l’obesità come malattia, e l’inserimento dell’obesità nel Piano Nazionale Cronicità. Oggi, grazie al raggiungimento di questi obiettivi, abbiamo la possibilità di contribuire non solo a migliorare la qualità della vita sotto il profilo sanitario delle persone con obesità, ma anche a contrastare sul piano culturale lo stigma che troppo spesso ancora oggi colpisce queste persone».
Sulla stessa linea l’Onorevole Roberto Pella: «L’obesità rappresenta un’emergenza globale, che interessa fortemente anche il nostro Paese. Riconoscerla come una vera e propria malattia e affrontarla come una priorità nazionale è il principale contenuto della legge che io ho proposto e che il Parlamento ha approvato in via definitiva lo scorso ottobre con largo consenso. Con questo passo importante, l’Italia è diventato il primo Paese al mondo ad avere una legge simile, e l’auspicio è che possa farsene anche portavoce a livello europeo: la legge sarà fondamentale per avviare iniziative di prevenzione e di sensibilizzazione. Ora è importante proseguire questo cammino e arrivare a una piena applicazione di quanto previsto per le persone che vivono con questa malattia e allo stesso tempo per promuovere la sostenibilità del nostro sistema sanitario».
La Carta di Erice 2026
Nel corso dell’evento è stata presentata la “Carta di Erice 2026 sull’Obesità”, promossa dalla Società Italiana dell’Obesità con il coinvolgimento di 20 organizzazioni scientifiche e rappresentanze dei pazienti.
«Con questa Carta il mondo scientifico italiano assicura il proprio fermo impegno a riconoscere l’obesità come malattia cronica e garantire accesso equo ed appropriato a tutte le possibilità di cura, incluse quelle farmacologiche e chirurgiche. Fra gli obiettivi centrali della Carta vi è quello di promuovere la presa in carico delle persone con obesità in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, contrastare stigma e qualsivoglia disuguaglianza, nonché promuovere l’Italia quale modello scientifico e istituzionale internazionale per il contrasto all’obesità», dichiara il presidente SIO Silvio Buscemi.
Un approccio integrato e multidisciplinare
«Ora è importante continuare a lavorare insieme affinché si sviluppi una rete regionale di centri multidisciplinari in grado di accogliere i pazienti con obesità e, allo stesso tempo, affinché il Servizio Sanitario Nazionale garantisca l’accesso alle cure tramite l’inserimento dell’obesità nei LEA. Tale innovazione assicurerebbe altresì una maggiore sostenibilità e una più equa accessibilità al SSN, prevenendo molte delle complicanze che questa malattia comporta», sottolinea Andrea Lenzi, presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e di OPEN Italy.
Per Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia, obesità e diabete «sono strettamente correlati e condividono fattori di rischio, determinanti sociali e conseguenze cliniche. Per questo è fondamentale un approccio integrato che rafforzi la prevenzione, favorisca la diagnosi precoce e garantisca percorsi terapeutici personalizzati e multidisciplinari. Solo attraverso una presa in carico strutturata e continuativa possiamo ridurre il peso delle complicanze e migliorare concretamente la qualità di vita delle persone».
Linguaggio, cultura e diritti
«La responsabilità per la prevenzione e il trattamento dell’obesità non ricade solo sulle professioni sanitarie, ma coinvolge le istituzioni politiche nazionali e locali, gli amministratori dei sistemi sanitari, le istituzioni educative ad ogni livello, i luoghi di lavoro, i cittadini» ricorda Luca Busetto, vicepresidente EASO (European Association for the Study of Obesity) per l’Europa meridionale. «L’EASO ha proposto una tassonomia dell’obesità in grado di fornire un linguaggio comune su questa malattia e utilizzabile nei molteplici contesti di interesse: l’Italia è stata il primo elemento dell’associazione a proporre un adattamento della tassonomia alla lingua nazionale, con l’obiettivo di incoraggiare i cittadini Italiani all’utilizzo di un linguaggio corretto, rispettoso, e scientificamente accurato, per promuovere la salute e il benessere non solo di chi è affetto da questa malattia, ma di tutti».
«La cura dell’obesità richiede lo stesso livello di urgenza riservato alle altre malattie non trasmissibili, per le quali rappresentano un punto fermo aspetti quali un accesso equo alle cure, la centralità della persona e la presenza di risorse adeguate», aggiunge Paolo Sbraccia, presidente di IBDO Foundation: «È giunto il momento di mettere in atto soluzioni di politica sanitaria e di governance clinica che siano in grado di dare risposte concrete alle persone con obesità e soprattutto che coinvolgano e siano disponibili per l’intera popolazione, al fine di aumentare il supporto e diminuire le disuguaglianze di accesso alle cure sul territorio».
La voce delle reti e dei pazienti
«Nel contrasto all’obesità è fondamentale che sia considerata da parte dei governi, dei sistemi sanitari e delle stesse persone con obesità, come già fatto dalla comunità scientifica, una malattia cronica che richiede una gestione di lungo termine, e non una responsabilità del singolo», dichiara Giuseppe Fatati, presidente dell’Italian Obesity Network, sottolineando come sia necessario «un approccio multidisciplinare, di cui sia parte centrale, accanto alle politiche di prevenzione e agli interventi mirati su alimentazione e sport, anche la lotta allo stigma sociale e agli episodi di discriminazione verso chi ne è affetto».
«Occorre garantire pari dignità alle persone con obesità per favorire l’accesso alle terapie», conclude Iris Zani, presidente della Federazione Italiana Associazioni Obesità, indicando nella legge e nel Piano nazionale della cronicità un punto di partenza per rendere effettivo il diritto alla cura: «È essenziale considerare e trattare l’obesità come una malattia vera e propria, al pari delle altre patologie croniche non trasmissibili, piuttosto che come una semplice questione di scelte alimentari sbagliate o responsabilità individuali.La legge approvata nel nostro Paese e l’inserimento dell’obesità nel Piano Nazionale Cronicità segnano un’importante inversione di rotta, che va visto come un punto di partenza per la piena garanzia di accesso alle cure delle persone con questa malattia».
La telemedicina entra sempre più nel cuore dell’assistenza alle persone con demenza, ridefinendo tempi, modalità e luoghi della cura. Negli ultimi anni, anche grazie alle indicazioni nazionali e ai fondi dedicati, questo strumento si è trasformato da soluzione emergenziale a risorsa strutturale, capace di garantire continuità assistenziale, ridurre gli spostamenti e migliorare il supporto ai caregiver.
La tecnologia può facilitare il monitoraggio clinico, raggiungere anche le aree più remote e offrire risposte più tempestive
In Emilia-Romagna, grazie al coinvolgimento dei Centri Disturbi Cognitivi e Demenze (CDCD) dell’Ausl di Bologna all’interno del Fondo Nazionale Demenze Regione Emilia Romagna (RER) 2021-2023 (rinnovato per il triennio successivo) si sta sperimentando su larga scala l’uso della televisita e del teleconsulto. Le sedi in cui si eroga la televisita sono 3 (CDCD Bologna Poliambulatorio Byron, CDCD Appennino Castiglione dei Pepoli e CDCD Reno Lavino Samoggia Casalecchio di Reno) con il coordinamento progettuale e tecnico del Board di Telemedicina Ausl Bologna, che ha avuto un ruolo strategico nell’implementazione del modello. Un’esperienza che ha mostrato come la tecnologia, se ben integrata nei percorsi di cura, possa facilitare il monitoraggio clinico, raggiungere anche le aree più remote e offrire risposte più tempestive ai bisogni dei pazienti e delle famiglie.
A partire da questa esperienza, abbiamo intervistato Simona Linarello, Dirigente medico di Geriatria presso l’Azienda USL di Bologna e Direttrice dell’Unità Operativa Complessa di Cure Intermedie, per capire quali siano i reali benefici della telemedicina nella gestione della demenza, i limiti ancora da superare e le prospettive future.
Simona Linarello
Qual è il cambiamento più importante che avete osservato con l’introduzione della telemedicina rispetto al modello tradizionale in presenza?
«Sicuramente uno degli aspetti più evidenti riguarda il benessere delle persone con demenza. Parliamo di pazienti che spesso presentano disturbi del comportamento e per i quali lo spostamento, l’uscita dall’ambiente familiare, il trasporto verso una struttura sanitaria possono rappresentare un momento di forte stress. In molti casi, portarli fuori da casa diventa quasi una forzatura. La televisita ci consente di evitare questi momenti traumatici, mantenendo comunque una continuità assistenziale. Inoltre ci permette di entrare, seppur virtualmente, nel contesto di vita della persona: vedere l’ambiente domestico, cogliere alcuni aspetti quotidiani che spesso sono fondamentali anche per impostare interventi non farmacologici».
La televisita, quindi, non è solo un’alternativa logistica, ma uno strumento clinico vero e proprio.
«Esatto. Un altro grande vantaggio è la possibilità di intervenire in tempi rapidi. Parliamo di pazienti già in carico al servizio, con una cartella clinica aperta. In caso di cambiamenti improvvisi (un peggioramento, un aumento dei disturbi comportamentali, una maggiore sonnolenza) possiamo attivare una televisita anche in giornata per gestire eventuali disturbi del comportamento in fase acuta. Questo vale sia per le abitazioni private sia per le strutture residenziali, come case di riposo o comunità alloggio, e significa anche ridurre il ricorso al trasporto sanitario, alle ambulanze, con un risparmio di risorse e un impatto ambientale minore.
Un altro aspetto importante riguarda anche le aree più remote, le zone appenniniche o comunque più lontane dai centri specialistici. In questi casi lo spostamento può essere molto complesso, soprattutto per persone fragili o allettate. La telemedicina ha permesso di raggiungere anche questi territori, garantendo una consulenza rapida ed efficace. In questi casi basta una connessione e un dispositivo. Si attiva la televisita e si riesce comunque a fornire un supporto clinico tempestivo».
Una delle criticità più frequenti riguarda però le difficoltà tecnologiche. Come le avete affrontate?
«All’inizio era una nostra preoccupazione, ma l’esperienza ci ha rassicurato. Più che il territorio in sé, fa la differenza il contesto familiare. Oggi la maggior parte dei caregiver, anche sopra i 60 anni, utilizza smartphone e computer senza particolari problemi. La televisita può avvenire anche semplicemente tramite cellulare. Dall’altra parte noi lavoriamo con doppio monitor, in modo da gestire al meglio sia la parte clinica sia il contatto visivo».
Le criticità emergono nella fragilità sociale, ma il futuro vede anziani progressivamente più digitalizzati
Dal punto di vista relazionale, non si perde qualcosa rispetto alla visita in presenza?
«In realtà no, o quantomeno non più di quanto possa accadere anche in presenza. La qualità della relazione non dipende dallo strumento, ma da come lo si utilizza. Anzi, spesso gli anziani vivono la televisita con curiosità, quasi come un gioco. Molti già utilizzano tablet per la stimolazione cognitiva, quindi non percepiscono lo schermo come una barriera. Ovviamente resta fondamentale la valutazione clinica. Ci sono situazioni in cui la visita in presenza è necessaria ed è successivamente poi programmata. La telemedicina non sostituisce la visita tradizionale, la affianca».
Avete esteso questo modello anche al supporto psicologico?
«Sì, ed è stata un’esperienza molto positiva. Abbiamo attivato colloqui psicologici in telemedicina per i caregiver, che spesso hanno difficoltà a spostarsi, a prendere permessi dal lavoro o a gestire gli impegni familiari. Il telecolloquio consente di ritagliarsi 50 minuti senza dover affrontare viaggi o spostamenti in auto per raggiungere la sede fisica in cui si trova lo psicologo. Anche in questo caso è lo psicologo a valutare se la modalità è adeguata, ma l’adesione è stata alta e il gradimento molto buono».
Ci sono già dati che dimostrano l’efficacia di questo modello?
«Sì. Nell’ambito del Fondo Nazionale Demenze 2021-2023 sono stati raccolti dati molto interessanti tramite la piattaforma REDcap del progetto di telemedicina del Fondo per l’Alzheimer. La telemedicina ha dimostrato di garantire una presa in carico più tempestiva, un monitoraggio più continuo e anche una riduzione degli accessi in pronto soccorso. Un dato importante riguarda la possibilità di prescrivere meno farmaci, perché grazie al monitoraggio costante si è riusciti a ridurre il numero di farmaci in alcuni pazienti, migliorando l’appropriatezza delle cure».
La qualità della relazione non dipende dallo strumento, ma da come lo si utilizza
Come è nato questo progetto?
«Tutto parte dalle linee guida ministeriali e dal DM 77, che già indicavano la telemedicina come uno strumento strategico. Dopo il Covid, l’Azienda USL di Bologna ha attivato un board aziendale dedicato alla telemedicina e noi abbiamo presentato un progetto specifico per i pazienti con demenza. Successivamente è arrivato anche il finanziamento del Fondo Nazionale Demenze, che ci ha permesso di strutturare e rendere stabile l’attività».
Il fondo è stato rinnovato?
«Sì, per il triennio 2024-2026. Ciò ci ha consentito di ampliare ulteriormente il progetto, introducendo anche interventi psicosociali e percorsi di formazione. Oggi la televisita per noi non è più una sperimentazione, ma parte integrante della routine clinica».
Quali sono le prospettive future?
«La direzione è chiara: maggiore integrazione tra professionisti e più lavoro in rete. Abbiamo già attivato con l’area socio-sanitaria aziendale dei teleconsulti multidisciplinari con le strutture per anziani, coinvolgendo geriatri, palliativisti, psichiatri e infermieri esperti. È un modello che permette di gestire i casi complessi in modo condiviso, senza spostamenti inutili. Il prossimo passo è investire ancora di più sulla formazione del personale e sul potenziamento delle piattaforme tecnologiche, perché la telemedicina funzioni davvero come supporto alla clinica e non come suo surrogato. Non sostituisce il rapporto umano, ma lo rende più accessibile, continuo ed efficace e con l’invecchiamento della popolazione, carenza di personale e aumento delle cronicità, diventerà una risorsa fondamentale per il futuro della sanità pubblica».
«Il Lazio è stata tra le prime Regioni a portare avanti e a concludere il percorso relativo al Fascicolo sanitario elettronico. Tuttavia, uno strumento così strategico non può funzionare solo imponendo obblighi dall’alto. Serve un’organizzazione capace di coinvolgere medici, infermieri e pazienti, che devono essere informati e messi nelle condizioni di partecipare attivamente alla gestione della propria salute», spiega Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri (Omceo) della provincia di Roma.
I dati regionali confermano la criticità: secondo il presidente della Regione, Francesco Rocca, nel Lazio l’adesione al Fascicolo sanitario elettronico è inferiore al 20%, mentre in altre Regioni raggiunge il 70%. «Si tratta di un vero campanello d’allarme. Non solo molti cittadini non hanno ricevuto informazioni adeguate, ma anche diversi professionisti sanitari non hanno ancora aderito. L’adesione volontaria, quando accompagnata da formazione e chiarezza sui vantaggi, produce scelte più consapevoli; la logica dell’imposizione, invece, limita i risultati», sottolinea Magi.
Nel Lazio l’adesione al Fascicolo sanitario elettronico è inferiore al 20%
Secondo il presidente dell’Omceo Roma, la soluzione passa da un approccio di équipe multiprofessionale: «Le diverse professioni sanitarie esistono perché ciascuna è fondata su uno specifico percorso di studi e su competenze ben definite. Oggi, però, non è più possibile ragionare in termini di singolo professionista: bisogna pensare e operare come gruppo. Anche quando si parla di prescrizioni è necessario evitare messaggi fuorvianti. La prescrizione è un atto medico, ma l’infermiere fa parte di un’équipe in cui il medico si occupa della diagnosi e della cura, mentre l’infermiere si concentra principalmente sull’assistenza. Lavorando all’interno dello stesso gruppo, può accadere che l’infermiere richieda un presidio sanitario, ma sempre nell’ambito di una diagnosi già formulata».
Antonio Magi
Gli esempi pratici chiariscono il concetto: «Se si richiede un pannolone, significa che c’è una diagnosi di incontinenza. Se si prescrive una carrozzina elettrica da 50mila euro, la valutazione clinica ha stabilito che quella soluzione è necessaria. Tutto fa parte di un percorso condiviso dall’équipe multiprofessionale».
«L’errore – ribadisce Magi – è pensare che i problemi del Servizio sanitario possano essere risolti da una sola categoria. Solo lavorando insieme i professionisti sanitari migliorano la presa in carico del paziente», conclude il presidente dell’Omceo Roma.
Per rendere immediata l’idea della forza del lavoro di squadra, Magi ricorre a una metafora sportiva: «Pensiamo al pit-stop nelle gare automobilistiche: ai tempi di Tazio Nuvolari durava anche 40 minuti, perché mancava la suddivisione delle competenze. Oggi, grazie alla specializzazione del team, dura appena quattro secondi: un tempo che può fare la differenza tra vittoria e sconfitta».
Il Consiglio di Stato interviene su due dei principali nodi che gravano sul settore dei dispositivi medici, disponendo da un lato la sospensione cautelare delle richieste di payback 2015-2018 e dall’altro rinviando alla Corte costituzionale la questione di legittimità del contributo dello 0,75% destinato al Fondo per la governance del comparto.
Sul fronte payback, le associazioni AFORP–Associazione Fornitori Ospedalieri Pluriregionale e di Filiera, Confimi Industria Sanità e Confindustria Dispositivi Medici accolgono con favore lo stop alle compensazioni per le imprese ricorrenti, in attesa del giudizio di merito, la cui udienza è stata calendarizzata per il 24 settembre 2026. Una misura cautelare temporanea che, sottolineano, rappresenta comunque «un segnale di attenzione importante rispetto alle criticità più volte evidenziate dalle imprese», accompagnato dalla richiesta di «riconvocare con urgenza il tavolo sul payback presso il ministero dell’Economia e delle finanze affinché si lavori quanto prima al superamento definitivo del meccanismo».
Il Consiglio di Stato interviene su due dei principali nodi che gravano sul settore dei dispositivi medici
Parallelamente, il Consiglio di Stato ha rimesso alla Consulta la valutazione sul contributo dello 0,75% per il Fondo dispositivi medici. Per il presidente di Confindustria DM, Fabio Faltoni, si tratta di «un passaggio importante perché sottolinea la necessità di un quadro normativo organico per il settore, evitando una stratificazione di oneri – dal payback al contributo sul fatturato – che nel loro insieme rischiano di generare effetti distorsivi e cumulativi per le imprese». Una decisione che, secondo Faltoni, rappresenta «un’occasione per finalmente avviare una riflessione più ampia sul modello di governance e di finanziamento del settore», con la richiesta di convocare con urgenza il tavolo presso il Ministero della Salute.
Valutazione positiva anche da parte di Conflavoro PMI Sanità. Sul payback, il presidente Gennaro Broya de Lucia evidenzia che Palazzo Spada ha ritenuto prevalente l’interesse delle imprese a mantenere la res adhuc integra, disponendo la sospensione degli effetti delle sentenze del Tar: «È un’ottima notizia per chi non si è arreso e continua a confidare nel fatto che la giustizia farà il suo corso». Quanto al Fondo 0,75%, l’associazione parla di «un passaggio fondamentale per il comparto», auspicando «un chiarimento definitivo nell’interesse della certezza del diritto e della stabilità del settore».
Grazia Guida, presidente AFORP, ha sottolineato: «La decisione relativa al payback rappresenta una misura cautelare temporanea, ma costituisce un segnale di attenzione significativo rispetto alle criticità più volte evidenziate dalle imprese del settore. La partita relativa al periodo 2019-2025 è ancora aperta e rischia di risultare economicamente insostenibile per molte imprese, con possibili ripercussioni sull’intera filiera e sulla continuità delle forniture al sistema sanitario». Anche per questo la presidente AFORP chiede «che vengano tutelati i diritti di tutte le aziende, sia di quelle che hanno provveduto al pagamento del payback, sia di quelle che hanno ritenuto di non versare né il payback né il contributo dello 0,75% sul fatturato annuo, in attesa di un chiarimento definitivo sul piano normativo e costituzionale».
Le recenti decisioni del Consiglio di Stato, dunque, pur su piani distinti, riaprono il confronto su sostenibilità, governance e carico regolatorio del medtech italiano, con passaggi giudiziari chiave attesi nei prossimi mesi.
Prevenzione, diagnosi precoce e presa in carico dei disturbi uditivi sono al centro del World Hearing Day, la Giornata mondiale dell’udito che si celebra ogni 3 marzo su iniziativa dell’Organizzazione mondiale della sanità. Un’occasione per richiamare l’attenzione su una condizione cronica spesso sottovalutata ma ad alto impatto sociale.
La perdita dell’udito, infatti, rappresenta una delle condizioni croniche più diffuse al mondo. Secondo le stime dell’OMS (World Report on Hearing 2021), attualmente più di 1,5 miliardi di persone – quasi il 20% della popolazione totale – convivono con una perdita uditiva; di queste 430 milioni soffrono di una perdita dell’udito invalidante. Si prevede che entro il 2050 saranno oltre 700 milioni le persone per cui il problema diventerà invalidante.
Non è solo una questione di decibel, ma di qualità di vita e di relazioni
A oggi i dati nostrani, ci dicono che in Italia le persone ipoacusiche sono circa 7 milioni. Dati che fanno riflettere, che impongono un cambio di prospettiva, perché non è solo una questione di decibel, ma di qualità di vita e di relazioni.
Dallo screening neonatale ai controlli in età scolare, fino al monitoraggio dell’adulto e dell’anziano, l’intervento tempestivo consente di prevenire conseguenze rilevanti sullo sviluppo del linguaggio, sul rendimento scolastico, sulla produttività lavorativa e sul rischio di isolamento sociale.
L’attività si inserisce in un lavoro multidisciplinare strutturato: «I tecnici audiometristi operano in stretta collaborazione con medici otorinolaringoiatri, audiologi, logopedisti e tecnici audioprotesisti, contribuendo alla definizione del quadro clinico attraverso esami oggettivi e soggettivi altamente specializzati».
Accanto alla diagnosi, cresce anche l’impegno sul fronte dell’educazione sanitaria e della prevenzione, in risposta alla diffusione di comportamenti a rischio e all’ipoacusia da rumore, ancora oggi tra le principali malattie professionali. In un contesto di rapida evoluzione tecnologica, tra strumentazioni digitali avanzate e tele-audiologia, il tecnico audiometrista è chiamato a un costante aggiornamento per garantire qualità, sicurezza e appropriatezza delle cure.
La Giornata mondiale dell’udito diventa così un’occasione per valorizzare una professionalità spesso poco visibile ma strategica per la tutela della salute pubblica, perché «sentire bene non significa solo percepire suoni, ma vivere pienamente la dimensione sociale, relazionale e lavorativa».