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Corpi reclusi, diritti sospesi: la battaglia per l’affettività in carcere

La detenzione non priva soltanto della libertà di movimento, ma incide in profondità anche sulla sfera più intima della persona, quella affettiva e sessuale. Per anni, nelle carceri italiane, questo aspetto è rimasto ai margini del dibattito pubblico e istituzionale, sospeso tra silenzi, tabù culturali e una visione della pena ancora fortemente ancorata alla dimensione punitiva. La sessualità però non si esaurisce con l’ingresso in carcere, è parte integrante dell’identità, della dignità e delle relazioni umane e negarla solleva interrogativi sui limiti della detenzione e sui diritti che continuano a esistere anche dietro le sbarre.

Negli ultimi anni qualcosa ha iniziato a cambiare. Le pronunce della magistratura di sorveglianza, il contributo della società civile e, soprattutto, la sentenza n. 10 del 2024 della Corte Costituzionale hanno incrinato un silenzio durato troppo a lungo, affermando con chiarezza che affettività e sessualità non possono essere trattate come concessioni, ma come diritti fondamentali. Va in questa direzione anche la circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dell’aprile 2025, che prova per la prima volta a tradurre questi principi in indicazioni operative, introducendo la possibilità di colloqui intimi senza controllo visivo.

Un passaggio importante, ma non privo di criticità. Tra limiti strutturali, carenze di personale, sovraffollamento e criteri di accesso spesso discrezionali, il rischio è che il riconoscimento formale di un diritto non si traduca in una sua reale esigibilità.
Aperture normative e resistenze concrete accendono il dibattito sul diritto all’affettività in carcere, oggi più che mai al centro di una riflessione che riguarda non solo il sistema penitenziario, ma l’idea stessa di giustizia e di dignità della persona.

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Sofia Antonelli, ricercatrice di Antigone, e Stefano Graffagnino, Presidente Associazione Nazionale Funzionari del Trattamento (ANFT).

Un diritto rimosso: perché l’affettività in carcere resta un tema scomodo

Sofia Antonelli

«Il diritto all’affettività delle persone detenute è stato a lungo poco discusso nel dibattito pubblico per una combinazione di fattori culturali, politici e istituzionali», ci dice Antonelli. «Il carcere è concepito essenzialmente come luogo di punizione e privazione, più che come spazio di reinserimento sociale. In questa prospettiva, mantenere relazioni affettive o intime viene visto quasi come un privilegio, incompatibile con l’idea di pena. Politicamente è stato sempre considerato come un tema difficile da sostenere, per questo molti governi hanno evitato di affrontarlo apertamente, temendo reazioni negative dell’opinione pubblica o accuse di eccessiva indulgenza verso chi ha commesso reati. A ciò si aggiunge sicuramente un tema culturale legato ai tabù sulla sessualità che in Italia faticano ad essere sradicati».

«Più che di rimozione, parlerei di una complessità gestionale che ha richiesto tempi lunghi per essere maturata –  aggiunge Graffagnino. Il dibattito è stato spesso polarizzato, ma oggi le istituzioni sono consapevoli che l’affettività non è un tema isolato, ma una tessera di un mosaico più ampio che riguarda la qualità della vita detentiva. Di riflesso, questo incide direttamente sulle condizioni di lavoro di chi il carcere lo vive quotidianamente, poiché il benessere psicofisico della popolazione detenuta è strettamente correlato alla serenità operativa di tutto il personale».

Stanze dell’affettività, tra sicurezza e resistenze. I timori del sistema penitenziario

«Le osservazioni delle organizzazioni sindacali sono preziose perché pongono l’accento sulla sostenibilità operativa. È comprensibile che si guardi ai permessi con favore, essendo uno strumento collaudato, ma l’introduzione di spazi per l’affettività non va vista in antitesi, è un’evoluzione che può convivere con i permessi. La sfida è garantire che queste innovazioni siano accompagnate da risorse adeguate e da un corretto equilibrio tra l’area della sicurezza e quella del trattamento. L’obiettivo comune deve essere quello di non creare oneri aggiuntivi per la Polizia Penitenziaria, ma di trasformare queste innovazioni in opportunità per una gestione più serena e meno conflittuale degli istituti», afferma Graffagnino.

L’affettività in carcere è una tessera del mosaico più ampio, cioè la qualità della vita detentiva, con influenza anche sulle condizioni lavorative degli operatori

«Le critiche espresse rispetto all’introduzione delle stanze dell’affettività riflettono principalmente preoccupazioni in merito alle esigenze di sicurezza e alle difficoltà organizzative legate alla carenza di personale. Bisogna anzitutto ricordare che la possibilità di effettuare visite intime è sottoposta ad autorizzazione e quindi valutazione della situazione caso per caso, tenendo conto sia della condotta della persona che ovviamente di eventuali esigenze di sicurezza – aggiunge Antonelli. Inoltre non tutte le persone detenute possono accedere ai permessi premio, che quindi non rappresentano strumenti per garantire il diritto all’affettività a tutti nello stesso modo. Come accade per ogni novità nel sistema penitenziario, sicuramente non avvezzo al cambiamento, è ovviamente necessario adottare qualche forma di riorganizzazione interna che poi, con il passare del tempo, finirà per andare a regime. Si pensi a quanto accaduto con le videochiamate durante il Covid. All’inizio sembrava qualcosa di impensabile, poi piano piano, grazie agli sforzi degli operatori, sono diventate la norma e costituiscono oggi un prezioso strumento per mantenere i legami con i propri familiari».

Spazi che mancano, ostacoli normativi, organizzativi e culturali nelle carceri italiane

«Ad oggi sono circa una decina gli Istituti penitenziari che hanno previsto una stanza dell’affettività – specifica Antigone. Tenendo presente che complessivamente le carceri per adulti italiane sono 190, si tratta di una percentuale ancora assai ridotta. Durante le nostre visite in carcere ci viene spesso  detto che non si dispone degli spazi idonei e in alcuni casi viene riferito come “le priorità sono altre”. Sicuramente, soprattutto in alcuni istituti, possono esserci difficoltà di tipo logistico, ma l’impressione è anche che non vi sia un diffuso e reale impegno per l’affermazione di questo diritto».

Ad oggi sono circa una decina gli Istituti penitenziari in Italia che hanno previsto una stanza dell’affettività

«Le difficoltà sono principalmente di natura logistica e organizzativa. Molte nostre strutture sono antiche e non progettate per questi scopi – spiega il presidente ANFT. L’Amministrazione Penitenziaria sta facendo sforzi importanti, ma serve un piano d’azione condiviso che non riguardi solo gli spazi, ma la loro gestione. Serve un equilibrio che garantisca la sicurezza e il trattamento, superando l’impasse attraverso una reale sinergia tra le professionalità che operano all’interno delle strutture penitenziarie».

Oltre il pregiudizio, il cambiamento culturale necessario

«La pena detentiva deve limitarsi alla limitazione della libertà di movimento, che già di per sé costituisce una risposta punitiva assai lesiva soprattutto per i reati che non comportano particolare pericolosità sociale – ribadisce Antonelli.

Tutto ciò che si aggiunge alla limitazione della libertà di movimento è pura inflizione di sofferenze aggiuntive, senza alcuna ragione che ne giustifichi i motivi

Questo è il messaggio che dovrebbe passare, per l’affermazione del diritto alla sessualità così come per altri diritti spesso violati in carcere. In larga parte d’Europa il diritto alla sessualità è riconosciuto da tempo, mentre in Italia, probabilmente  anche per ragioni di tipo culturale, ha fatto molta fatica ad esser riconosciuto e oggi ad affermarsi realmente».

«Il cambiamento necessario è passare dalla logica del “conflitto tra diritti” alla logica della sicurezza partecipata. Bisogna promuovere l’idea che un clima interno più umano, rispettoso dei legami familiari e dei principi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione, riduca drasticamente le tensioni e gli eventi critici. Questo è un vantaggio per tutti: per i detenuti, per i Funzionari Giuridico-Pedagogici e per il personale di Polizia, che opererebbe in un contesto più stabile e sicuro», conclude Graffagnino.

Affettività negata, un diritto che riguarda salute, dignità e relazioni

«È un principio che l’Amministrazione Penitenziaria mira a tutelare in linea con il dettato costituzionale degli articoli 3 e 27 – afferma Graffagnino. Uno Stato autorevole sa coniugare la certezza della pena con il rispetto della dignità umana, trasformando la detenzione in un tempo costruttivo. Questo approccio, come dimostrano i dati, riduce la recidiva e garantisce, a lungo termine, una società più sicura per tutti i cittadini».

Proteggere l’affettività significa investire sulla tenuta psicologica della persona e sul suo reinserimento sociale

«La negazione della sessualità è una grave privazione sia in termini sanitari che in termini di dignità della persona e della sua sfera affettiva. È evidente che tutto ciò provoca una lesione del diritto alla salute, il quale secondo l’OMS va inteso come uno stato generale di benessere psico-fisico e non come mera assenza di malattia. Da questa privazione possono inoltre derivare gravi tensioni, inquietudine, frustrazioni, esposizione alla violenza. Negare la sessualità, soprattutto nei casi di pene medie o lunghe, significa compromettere, a volte anche per sempre, il rapporto con un esercizio sereno dell’attività sessuale.
Negare la sessualità vuol dire non tutelare i legami affettivi delle persone, fondamentali in una fase di sofferenza e solitudine come quella detentiva. Non si pensa poi all’impatto che questa negazione ha anche per il partner all’esterno, colpito anch’esso nella propria sfera affettiva», conclude Antonelli.

Al via il Forum Sanità Futura 2026: “formare il sistema” tra dati, innovazione e governance

Si rinnova per la quinta edizione il percorso del Forum Sanità Futura, promosso da Health Ecole, confermandosi come piattaforma stabile di confronto tra istituzioni, imprese, mondo accademico e professionisti della sanità. L’obiettivo, come emerso dalla giornata inaugurale, non è soltanto quello di discutere le traiettorie di sviluppo del sistema, ma di costruire nel tempo un metodo di lavoro condiviso con la Direzione generale Welfare di Regione Lombardia, capace di trasformare le priorità emerse in proposte operative.

Il Forum Sanità Futura costruisce un confronto stabile tra stakeholder per trasformare le priorità in proposte operative condivise

Come ha spiegato Lorenzo Minetti (Head di Health Ecole – Scuola di sanità), il valore dell’iniziativa sta proprio nella capacità di “condividere le tematiche di sviluppo con i referenti istituzionali” e accompagnarle lungo un percorso strutturato che si sviluppa durante l’anno. In questa prospettiva, si rafforza anche la dimensione comunicativa, con nuove media partnership – tra cui TrendSanità – pensate per ampliare la diffusione dei contenuti e «portare fuori il confronto, anche con parole semplici, per arrivare ai cittadini»

Il Forum Sanità Futura prevede quattro tavoli di lavoro tematici, presentati nel corso della giornata inaugurale: Ricerca e sviluppo, Sanità integrativa, Digitalizzazione e intelligenza artificiale, Procurement e HTA.

Nel messaggio di apertura, Nicoletta Luppi, vicepresidente di Assolombarda con delega Europa e Life Sciences, ha richiamato la necessità di leggere le trasformazioni in atto – invecchiamento, cronicità, innovazione tecnologica e sostenibilità – dentro un quadro di cooperazione: «Nessun attore può pensare di operare da solo». Il Forum si colloca così come spazio di integrazione tra innovazione, governance e sviluppo nell’ecosistema lombardo delle scienze della vita.

Ricerca, dati e intelligenza artificiale come leva di trasformazione

Come ha sintetizzato Carlo Nicora, responsabile scientifico del Forum, il 2025 ha segnato il passaggio «da complemento a partner strategico» nel rapporto pubblico-privato, mentre il 2026 introduce una sfida ulteriore: l’integrazione dell’intelligenza artificiale come leva di governance.

Nel contributo di Sergio Scaccabarozzi, vicepresidente Fondazione Ride2med e responsabile del tavolo Ricerca e sviluppo, emerge il peso della Lombardia, che concentra circa il 60% della ricerca clinica nazionale. Tuttavia, il contesto globale è sempre più competitivo: «l’Europa perde competitività», mentre Stati Uniti e Cina accelerano anche grazie all’AI.

Una criticità rilevante riguarda la frammentazione dei dati: «La Lombardia non ha un cruscotto» integrato della ricerca. L’intelligenza artificiale viene quindi indicata come strumento per aggregare informazioni già disponibili ma disomogenee, costruendo KPI e supportando la programmazione.

L’intelligenza artificiale può valorizzare dati frammentati e rafforzare competitività, programmazione e attrattività della ricerca

L’AI emerge anche come leva per l’efficientamento della ricerca clinica, dai centri sperimentali ai Comitati Etici, con la possibilità di ridurre attività oggi time-consuming «in pochi secondi». Al tempo stesso, questi organismi si trovano in una «tempesta perfetta» regolatoria e tecnologica che richiede nuove competenze.

Nel dibattito, Alessandro Venturi (Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo) e Giulio Pompilio (IRCCS Centro Cardiologico Monzino) hanno richiamato il tema della ricerca indipendente, sottolineando come il rischio sia quello di non tradurre i risultati in innovazione applicata. In questa prospettiva il rapporto pubblico-privato diventa condizione abilitante per portare la ricerca «al letto del paziente».

Fondamentale anche il tema della governance dei dati. Come emerso nel confronto, «il dato non è una commodity» e senza elaborazione ha «valore zero». La sfida è costruire ecosistemi collaborativi in cui pubblico e privato operino in sinergia, superando la dicotomia tradizionale.

Sanità integrativa: da rimborso a infrastruttura di sistema

Il tavolo sulla sanità integrativa evidenzia un cambio di paradigma: da strumento di rimborso a componente attiva nella progettazione dei servizi. L’obiettivo è costruire un modello che non si limiti «a finanziare prestazioni», ma contribuisca a «coprogettare percorsi, servizi e quindi salute», rafforzando l’integrazione con il sistema pubblico.

Come ha sottolineato Cristian Ferraris, vicedirettore generale di Assolombarda e DG di AIOP Lombardia, nonché responsabile scientifico del tavolo di lavoro, il nodo non è solo la scarsità di risorse, ma la loro allocazione inefficiente: «Non dobbiamo duplicare le attività». Il rischio è arrivare a una moltiplicazione della spesa fino a «sette-otto volte la stessa prestazione».

La sanità integrativa evolve da rimborso a strumento di progettazione, ma serve coordinamento per evitare duplicazioni di spesa

Il modello proposto si basa su un continuum of care e su una maggiore responsabilizzazione dei cittadini. La sanità integrativa può inoltre funzionare come spazio di sperimentazione, una sorta di «sandbox» per innovazioni non ancora pienamente integrate nel SSN.

Secondo Massimiliano Di Mambro (Gruppo San Donato), il settore sta evolvendo da complemento a infrastruttura stabile di accesso alla cura, con una crescita della componente intermediata e un cambiamento dei comportamenti dei cittadini, sempre più attenti a tempi e costi.

Digitalizzazione, AI e trasformazione dei processi

Il tavolo su digitalizzazione e intelligenza artificiale parte da un dato culturale significativo: solo il 42% degli italiani ha dato consenso alla consultazione del Fascicolo sanitario elettronico.

Come ha spiegato il responsabile scientifico del tavolo, Antonio Fumagalli, membro del CTS di Health Ecole, il 2026 segna il passaggio da digitalizzazione a utilizzo dell’AI come leva decisionale. Il valore sta nella capacità di trasformare rapidamente dati in informazione utile: «il dato secondario è informazione».

L’AI abilita nuovi modelli di cura, ma richiede qualità del dato, governance chiara e integrazione dei sistemi informativi

Per le aziende sanitarie, ha ricordato Francesco Laurelli (ASST Ovest Milanese), il punto centrale è la definizione di obiettivi chiari e condivisi e l’integrazione dei sistemi. La tecnologia, infatti, non è neutra ma richiede governance.

Su questo si inserisce il contributo di Andrea Provini (Global CIO di Bracco Imaging e Centro diagnostico italiano), che ha riportato al centro il tema della governance del dato come condizione abilitante per l’intelligenza artificiale. Il vero collo di bottiglia non è la disponibilità tecnologica, ma la qualità e l’integrazione dei dati nei diversi silos informativi del sistema sanitario. Senza architetture federate e interoperabili, ha evidenziato, l’AI rischia di restare uno strumento potenziale ma non realmente scalabile nei processi clinici e organizzativi.

Procurement e governance dei sistemi complessi

Il tavolo sul procurement e HTA, coordinato da Federico Lega, professore di Economia politica e Management sanitario dell’Università di Milano, si conferma uno degli assi portanti del Forum Sanità Futura, e mette in relazione programmazione, innovazione e sostenibilità in un equilibrio complesso tra sistema sanitario e industria. L’obiettivo rimane quello di garantire «il prodotto o il servizio giusto, al momento giusto, per il paziente giusto», dentro un contesto in cui la circolazione dei dati e delle informazioni è ancora disomogenea e genera asimmetrie tra attori.

Programmazione, dati e AI devono integrarsi per garantire valore multidimensionale e decisioni di acquisto più efficaci

Il tema centrale è la programmazione, che richiede una migliore integrazione delle informazioni oggi frammentate tra fabbisogni, disponibilità e traiettorie di innovazione. Accanto a questo si colloca il value-based procurement, che supera la logica del solo esito clinico e definisce il valore come dimensione multidimensionale, includendo sostenibilità economica, sicurezza e impatto organizzativo. In questo quadro, l’intelligenza artificiale diventa un fattore strutturale di trasformazione dei processi decisionali, con effetti diretti su gare, analisi e programmazione, e non più un semplice supporto tecnologico.

Nel contributo di Marco Pantera di ARIA, il ruolo dei dati e dell’AI nei processi regionali evidenzia una trasformazione già in atto nella gestione del procurement pubblico. L’intelligenza artificiale viene descritta come strumento di supporto alla decisione e alla qualità dei processi, ma sempre dentro una cornice di responsabilità umana, sintetizzata nel principio che «la responsabilità delle azioni è della persona».

Una iniziativa orientata al sistema

Nelle conclusioni, Emanuele Monti, presidente della IX Commissione Sostenibilità sociale, casa e salute di Regione Lombardia, ha richiamato la necessità di superare barriere comunicative e organizzative e di rafforzare il patto con i cittadini. Il sistema sanitario, ha sottolineato, deve valorizzare un ecosistema già competitivo e professioni di alto livello, spesso sottostimate.

Il presidente della IX Commissione ha ribadito come la forza del Forum risieda nella capacità di mettere insieme competenze diverse e generare progettualità concrete che si trasformano in politiche pubbliche.

Carlo Nicora, dando appuntamento alle prime riunioni dei tavoli di lavoro, previste per fine maggio, ha ricordato che, nell’iniziativa di Health Ecole, il valore sta nella capacità di porre domande più che di fornire risposte: «Forum Sanità Futura non nasce per formare individui, ma per contribuire a formare il sistema sanitario stesso».

Di Silverio: «Serve un “Piano Marshall” per la sanità, ma non è solo questione di fondi»

Pierino Di Silverio lancia una provocazione che va oltre il semplice aumento delle risorse: per salvare il Servizio sanitario nazionale serve un vero “Piano Marshall”. Secondo il segretario nazionale di Anaao Assomed, il nodo non è solo economico, ma riguarda organizzazione, professioni e capacità di rispondere ai nuovi bisogni di salute. In questa intervista a TrendSanità spiega perché, senza una riforma strutturale e una chiara volontà politica, il rischio è lasciare consumare lentamente la sanità pubblica.

In occasione di un recente evento organizzato da Adnkronos lei ha affermato che “occorre un Piano Marshall per la sanità”: cosa intendeva?

«Intendevo che serve un piano ad hoc che non abbia soltanto come obiettivo quello di mettere più soldi sul piatto, ma una riorganizzazione profonda e strutturale. Oggi ci concentriamo sulle percentuali (di spesa, ndg) rispetto al Pil e perdiamo di vista il vero problema, che non è solo economico ma organizzativo, legislativo e strutturale.

Non riusciamo a prendere in carico i pazienti nei posti giusti e nei tempi giusti: le liste d’attesa sono solo un sintomo. Dietro a tutto ciò c’è una disorganizzazione che riguarda tecnologia, luoghi, tempi e professionisti. Il paziente oggi è disorientato: non sa più da chi andare, quando e dove curarsi».

A suo avviso questa situazione comprende un problema più ampio che riguarda anche le professioni e l’organizzazione del sistema?

«Sì, c’è una confusione professionale importante. Alcune categorie crescono, altre restano ferme a modelli di quarant’anni fa. Serve rivedere profondamente il ruolo dei professionisti, i modelli organizzativi e la presa in carico del paziente.

Non riusciamo a prendere in carico i pazienti nei posti giusti e nei tempi giusti

Occorrerebbero degli stati generali per aggiornare le norme esistenti — dalla 833 alla 502 e alla 229 — e rivedere i rapporti tra ospedali, territorio, università e professionisti. È questo il senso del “piano Marshall”: un intervento complessivo, non frammentato».

Se capiamo bene, lei intende che si dovrebbe andare molto oltre il DM77. Anche se poi bisognerebbe fare i conti con i tempi lunghi dell’emanazione di nuove leggi, dei relativi decreti attuativi e la successiva applicazione concreta di quanto deciso: come si può fare?

«Quando si vuole, le leggi si fanno in pochi mesi. È una questione di volontà politica. E nel frattempo bisogna intervenire evitando soluzioni tampone, che non risolvono il problema.

Il senso del “piano Marshall” è predisporre un intervento complessivo, non frammentato

Il punto è che continuiamo a ragionare in termini emergenziali, mentre dovremmo passare dalla presa in cura alla presa in carico del paziente, che è più efficace sotto tutti i profili».

Perché secondo lei manca questa volontà politica? Si dice una cosa e se ne fa un’altra, al di là degli schieramenti?

«Non è chiaro se sia incapacità o mancanza di volontà. Forse non si crede più davvero nel servizio pubblico, oppure si sta andando verso un diverso equilibrio tra pubblico e privato. Ma un conto è cercare nuovi equilibri, un altro è lasciare che il pubblico si consumi da solo. La sanità è diventata terreno di scontro politico: quando si è all’opposizione si hanno soluzioni, quando si governa ci si scontra con la complessità e con la necessità di fare scelte coraggiose, spesso impopolari a livello locale o verso specifici interessi.

Serve anche un cambiamento culturale: far capire ai cittadini che la qualità della cura conta più della vicinanza fisica di una struttura».

Lei è favorevole al modello delle Case di Comunità come punto di accesso territoriale collegato agli ospedali ad alta intensità?

«Sì, se ben organizzate e dotate dei giusti professionisti e strumenti. Il territorio deve erogare prestazioni di primo livello e rappresentare il primo contatto con il paziente, offrendo risposte più complete.

L’ospedale deve tornare a essere un luogo di cura, non di diagnosi.

La presa in carico deve avvenire sul territorio, con una rete che includa anche gli ospedali di comunità, fondamentali per evitare il sovraccarico dei pronto soccorso. Solo così si può costruire un sistema più efficiente e sostenibile».

Farmacia di comunità, cresce il ruolo sul territorio tra prevenzione e prossimità

La farmacia di comunità si consolida come punto di riferimento sanitario sul territorio, ampliando il proprio ruolo oltre la dispensazione del farmaco. È quanto emerge dall’ottava edizione del Rapporto realizzato da Cittadinanzattiva in collaborazione con Federfarma, basato su un’indagine che ha coinvolto circa 2.000 farmacisti e oltre 1.000 cittadini.

Presentata l’ottava edizione del Rapporto realizzato da Cittadinanzattiva in collaborazione con Federfarma

Oggi circa tre farmacie su quattro dispongono di spazi dedicati ai servizi e solo una quota residuale non li offre, con maggiori difficoltà nelle aree rurali. Tra le prestazioni più diffuse figurano test diagnostici rapidi, screening di prevenzione, vaccinazioni e servizi di telemedicina come ECG e holter.

Prevenzione, cronicità e accesso ai servizi

L’utilizzo dei servizi è particolarmente rilevante tra pazienti cronici e popolazione più anziana. Più di un cittadino su quattro ha partecipato a campagne di screening, con un’adesione che cresce nelle fasce d’età più adulte, mentre circa una farmacia su due somministra il vaccino antinfluenzale.

La farmacia si consolida come presidio di prossimità, ma servono integrazione e uniformità nel SSN

«Non si tratta più solo di aggiungere nuovi compiti alle farmacie, ma di cambiare il modo in cui le consideriamo dentro il nostro sistema sanitario. I dati dicono chiaramente che le farmacie fanno già molto di più rispetto al passato; adesso la vera sfida è fare in modo che lo Stato e le Regioni le integrino per davvero, eliminando le differenze tra città e zone isolate. La vera svolta ci sarà solo quando ogni cittadino potrà accedere a questi servizi in modo facile, uguale per tutti e consapevole. Dobbiamo spingere la politica a creare un modello che metta la farmacia al centro del territorio per proteggere davvero il diritto alla salute di ognuno», ha dichiarato Anna Lisa Mandorino, sottolineando la necessità di una piena integrazione nel SSN e di un accesso uniforme ai servizi.

Farmaci, automedicazione e gestione delle carenze

Il Rapporto evidenzia anche il ruolo della farmacia nella promozione dei farmaci equivalenti, riconosciuti dalla maggioranza dei farmacisti come leva di sostenibilità e accessibilità. Tra i cittadini, la domanda resta stabile, con maggiore utilizzo tra i pazienti cronici e una crescente apertura tra i giovani.

Sempre più servizi, dalla prevenzione alla telemedicina

Parallelamente, l’automedicazione si conferma diffusa, con circa otto cittadini su dieci che si dichiarano informati sui farmaci da banco. In questo contesto, il farmacista rimane un punto di riferimento: sette persone su dieci chiedono consiglio prima dell’acquisto.

Sul fronte delle carenze, oltre un terzo dei cittadini ha riscontrato difficoltà nel reperire farmaci, con impatti più rilevanti per i pazienti cronici. In questo scenario, la farmacia di comunità si conferma un elemento di tenuta del sistema, contribuendo a garantire la continuità terapeutica.

Verso un modello strutturale nel SSN

«Con Cittadinanzattiva, attraverso una collaborazione ormai storica, condividiamo un approccio comune che ha l’obiettivo di leggere in modo concreto i bisogni dei cittadini e l’evoluzione della farmacia sul territorio. I dati di questa edizione confermano che la farmacia dei servizi è oggi una realtà riconosciuta sia a livello istituzionale, sia dai cittadini, che sempre più ne utilizzano le prestazioni. Occorre ora rendere questo modello pienamente operativo e omogeneo su tutto il territorio nazionale, rafforzando la collaborazione soprattutto con i medici di medicina generale, per garantire un accesso equo e una risposta sempre più efficace ai bisogni di salute di tutti i cittadini, compresi coloro che vivono nelle aree più remote del paese», ha dichiarato Marco Cossolo, Presidente di Federfarma Nazionale, evidenziando la necessità di rendere il modello pienamente operativo e omogeneo sul territorio.

Tra le priorità indicate dal Rapporto: stabilizzare la farmacia dei servizi nel SSN, rafforzare il ruolo nelle aree interne, integrare prevenzione e screening nei percorsi assistenziali e migliorare la gestione delle carenze attraverso modelli collaborativi.

Il consolidamento della farmacia di comunità emerge così come una leva strategica per rafforzare prossimità, equità di accesso e sostenibilità del sistema sanitario.

Nuovo Position Paper AIFA sui biosimilari: intercambiabilità e “switch informato” per la sostenibilità

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato il terzo Position Paper sui farmaci biosimilari, aggiornando il documento del 2018 alla luce delle recenti evoluzioni normative e delle indicazioni europee sull’intercambiabilità: in particolare è stata recepita la posizione espressa nel 2023 congiuntamente da European Medicines Agency e Heads of Medicines Agencies, secondo cui i biosimilari autorizzati nell’Unione europea sono da considerarsi intercambiabili con i farmaci originatori.

Il nuovo testo è stato approvato dalla Commissione Scientifica ed Economica (CSE) dell’AIFA, condiviso nell’ambito del Tavolo AIFA/Regioni e definitivamente consolidato grazie al coinvolgimento attivo degli stakeholder (società scientifiche, associazioni di pazienti e associazioni di categoria delle aziende farmaceutiche), che hanno potuto esprimere le loro considerazioni durante un apposito webinar svoltosi il 9 aprile scorso.

Intercambiabilità e “switch informato”

Nel documento, l’AIFA considera il rapporto beneficio-rischio dei biosimilari pari a quello dei farmaci di riferimento e li reputa intercambiabili sia per i pazienti naïve (al primo trattamento) sia per i pazienti già in cura.

Recepita l’indicazione europea per cui i biosimilari approvati nell’UE sono scientificamente considerati intercambiabili con i rispettivi originatori

Viene inoltre introdotta una forte raccomandazione allo “switch informato”: una procedura che consente al farmacista, con l’assenso del medico prescrittore, di sostituire il farmaco prescritto con un biosimilare o un biotecnologico a brevetto scaduto tra quelli risultati aggiudicatari nell’ambito dell’accordo quadro regionale, assicurando la piena tracciabilità della prescrizione e della dispensazione, nonché l’adeguata informazione al paziente.

Resta comunque garantita la libertà prescrittiva del medico curante, che può orientarsi verso prodotti diversi rispetto a quelli previsti dall’accordo quadro, motivandone la scelta sulla base di specifiche esigenze cliniche.

Sostenibilità e accesso alle terapie

L’aggiornamento del Position Paper si inserisce in un contesto di crescente pressione sulla spesa farmaceutica, in particolare per le terapie biotecnologiche.

Si raccomanda lo “switch informato” da parte del farmacista ma si garantisce sempre anche la libertà prescrittiva del medico curante

La diffusione dei biosimilari – il cui prezzo deve essere inferiore di almeno il 20% rispetto agli originatori – rappresenta uno strumento chiave per attivare dinamiche competitive e generare risparmi. Risorse che possono essere reinvestite per ampliare l’accesso alle terapie innovative.

La nota di AIFA sottolinea che “l’aggiornamento del Position Paper rappresenta uno strumento essenziale per promuovere il contenimento della spesa farmaceutica legata ai medicinali biotecnologici, ferma restando la prerogativa e la responsabilità ultima in capo alle singole Regioni per la sua attuazione pratica e l’esecuzione degli accordi quadro”.

  • Per leggere il Position Paper AIFA completo clicca qui

«Le case di comunità non rispondono esattamente al concetto di sanità di prossimità»

Non si può pensare che la sola casa di comunità sia in grado di garantire la sanità di prossimità. Il tema cambia radicalmente a seconda dei territori: nelle grandi aree metropolitane come Milano, Roma, Firenze, Bologna o Palermo, un bacino di 50 mila abitanti può corrispondere a una porzione limitata di quartiere, rendendo più concreta l’idea di prossimità.

Diverso è il caso delle aree interne, dove si concentra la maggior parte dei comuni italiani: qui 50 mila abitanti possono essere distribuiti su territori molto ampi, talvolta comprendenti più vallate. In questi contesti, dunque, non si può parlare di vera sanità di prossimità se si fa affidamento su un’unica struttura centrale.

La casa di comunità può diventare davvero un presidio di prossimità solo se evolve in un hub, anche tecnologico, capace di coordinare una rete diffusa di servizi. Attorno a questo nodo devono gravitare, in modo integrato e connesso anche attraverso la sanità digitale, gli ambulatori dei medici di medicina generale, quelli dei pediatri, le strutture specialistiche, le farmacie dei servizi e, più in generale, l’intero sistema delle RSA.

La casa di comunità può diventare davvero un presidio di prossimità solo se evolve in un hub, anche tecnologico, capace di coordinare una rete diffusa di servizi

In questo modello, i cittadini accedono ai servizi anche in presenza, mentre prestazioni erogate tramite telemedicina, teleassistenza e telemonitoraggio convergono verso la casa di comunità, dove vengono gestite e prese in carico. La prossimità, dunque, non è solo fisica ma anche organizzativa e digitale, resa possibile da una connessione virtuosa tra tutti i servizi sanitari, sociosanitari e amministrativi del territorio, inclusa la rete dei comuni.

Alla luce di ciò, emerge la necessità di un’evoluzione delle case di comunità previste dal PNRR: un vero e proprio upgrade che le trasformi in nodi centrali di una rete integrata. Da qui devono poter partire anche i servizi territoriali più capillari. È il caso, ad esempio, dell’infermiere di famiglia e di comunità, che può operare partendo dalla casa di comunità ma anche da presìdi decentrati, come farmacie dei servizi o RSA, per poi raggiungere il domicilio del paziente, soprattutto nelle aree interne.

Le informazioni e i dati raccolti sul territorio confluiscono quindi nella casa di comunità, dove vengono elaborati e consentono la presa in carico da parte dei medici di medicina generale o degli specialisti, completando così il ciclo dell’assistenza.

Danza e musica come terapia digitale contro il declino cognitivo

Intervenire prima che la malattia diventi evidente, quando il cervello conserva ancora margini di adattamento e recupero. È questa la direzione verso cui si muove oggi la riabilitazione neurologica, sempre più orientata a soluzioni integrate che combinano stimoli sensoriali e tecnologie digitali. In questo contesto si inserisce DANCEREX (DANCE Rehabilitation EXperience), un progetto che unisce danza, musica e innovazione per agire sulla plasticità cerebrale e sperimentare nuove modalità di intervento precoce nelle patologie neurodegenerative.

L’iniziativa, guidata dall’IRCCS Fondazione Don Gnocchi in collaborazione con l’IRCCS “Bonino Pulejo” di Messina, l’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia e l’Università Bicocca di Milano, è stata finanziata dall’Unione Europea nell’ambito del Next Generation EU e dal Ministero della Salute. Al centro del progetto, lo sviluppo di una terapia digitale (Digital Therapeutic, DTx) progettata per offrire un intervento riabilitativo strutturato, misurabile e accessibile anche a domicilio.

DANCEREX è stato studiato in due ambiti clinici: la sclerosi multipla e il decadimento cognitivo lieve a rischio di demenza, condizioni in cui la tempestività dell’intervento rappresenta un fattore decisivo per rallentare il declino funzionale e preservare le capacità motorie e cognitive nel tempo.

A TrendSanità ne parla Francesca Baglio, neurologa del Centro IRCCS “S. Maria Nascente” Fondazione Don Gnocchi di Milano e responsabile del progetto.

Dottoressa Baglio, come è nata l’idea di DANCEREX?

Francesca Baglio

«DANCEREX nasce dall’osservazione che nelle malattie neurologiche croniche il processo patologico inizia molto prima della comparsa dei sintomi clinici, e che proprio in questa fase precoce esiste una finestra di intervento fondamentale. La letteratura mostra come i meccanismi di riserva e di recupero possano attenuare il decorso della malattia, ma anche come questi meccanismi tendano progressivamente a esaurirsi con l’avanzare della patologia e dell’età. Da qui l’esigenza di intervenire tempestivamente, prima che la disabilità diventi manifesta.

A questa evidenza biologica si affiancano criticità pratiche ormai ben note: l’accessibilità limitata alla riabilitazione, a fronte di un numero sempre crescente di persone affette da patologie neurologiche, e la difficoltà nel mantenere nel tempo una buona aderenza ai programmi riabilitativi tradizionali. DANCEREX è stato concepito proprio per colmare questo divario, proponendo una soluzione digitale che permetta di portare una riabilitazione strutturata e scientificamente fondata direttamente al domicilio del paziente, rendendola sostenibile, precoce e continuativa».  

Quale ruolo hanno le componenti sensoriali, motorie, cognitive ed emotive, e come vengono coinvolte in questo progetto?

«Uno degli aspetti più innovativi di DANCEREX è l’integrazione di danza e musica come stimoli riabilitativi complessi, pensati per agire precocemente sui meccanismi di riserva e adattamento del cervello. La musica, infatti, non attiva una singola area, ma coinvolge simultaneamente reti distribuite che comprendono componenti sensoriali, motorie, cognitive ed emotive, rendendola uno strumento particolarmente efficace nelle fasi iniziali delle malattie neurologiche, quando le riserve e le capacità di recupero sono ancora presenti.

DANCEREX vuole portare la riabilitazione strutturata e scientificamente fondata al domicilio del paziente

In DANCEREX questa complessità è stata studiata attraverso tecniche avanzate di neuroimaging, in particolare con la risonanza magnetica funzionale ad alto campo, che ha permesso di analizzare la connettività cerebrale prima e dopo l’intervento riabilitativo. I risultati mostrano che il trattamento induce modificazioni funzionali dell’attività cerebrale associate a miglioramenti clinici misurabili. In particolare, l’aumento dell’attivazione nella rete motoria e nelle reti legate alla memoria episodica suggerisce come un approccio integrato e precoce possa favorire processi di riorganizzazione funzionale e plasticità cerebrale, rallentando nel tempo il declino funzionale». 

In che senso DANCEREX è una terapia digitale, ovvero un software terapeutico progettato per generare un beneficio clinico misurabile attraverso un intervento medico digitale?

«A differenza dei trattamenti tradizionali, una terapia digitale si sviluppa in modo dinamico e continuo: la produzione di evidenze cliniche procede in parallelo all’evoluzione del prodotto, anche dopo l’approvazione regolatoria, con un’attenzione costante non solo a efficacia e sicurezza, ma anche a usabilità, coinvolgimento e aderenza del paziente. 

Il meccanismo d’azione è comportamentale ed è stato studiato in sclerosi multipla e decadimento cognitivo lieve

Nel caso di DANCEREX la riabilitazione è proposta come un “applied game” che integra danza e musica in un programma strutturato, scientificamente fondato e clinicamente rilevante. Il meccanismo d’azione è comportamentale. Ogni attività è associata a parametri di performance significativi e inserita in una narrazione interattiva che si sviluppa in base ai risultati ottenuti dal paziente, che diventa parte attiva dell’esperienza terapeutica. In questo modo, la terapia si trasforma in un’esperienza immersiva e motivante, capace di sostenere nel tempo la partecipazione e l’aderenza al trattamento».

Quale utilizzo può avere questa terapia digitale?

«Dal punto di vista applicativo, DANCEREX è uno strumento di riabilitazione digitale pensato per essere utilizzato da persone con malattie neurologiche croniche, in affiancamento alle cure tradizionali fin dalle fasi precoci di malattia. In particolare, come detto, è stato studiato nella sclerosi multipla e nel decadimento cognitivo lieve a rischio di demenza, tipico delle fasi iniziali dell’invecchiamento patologico.  In entrambi i casi, intervenire precocemente è fondamentale per contrastare l’avanzare del processo neurodegenerativo e l’evoluzione clinica.

Nella pratica, DANCEREX può rendere la riabilitazione più accessibile e continuativa, anche a domicilio, aiutando queste persone a mantenere nel tempo le capacità motorie e cognitive e offrendo uno stimolo integrato che coinvolge movimento, attenzione, memoria ed emozioni. L’obiettivo clinico non è solo migliorare le singole funzioni, ma sostenere la funzionalità cerebrale nel suo insieme, rallentando l’evoluzione della malattia e contribuendo a preservare il più possibile autonomia e qualità della vita». 

Lavoro usurante in sanità: servono tutele per tutte le professioni

Se in Europa si parla sempre di più di riconoscimento del lavoro usurante per la professione medica, il dibattito non può escludere i circa 160mila i professionisti sanitari tecnici, della riabilitazione e della prevenzione che operano quotidianamente in contesti ad alta intensità, esposti a rischi biologici, chimici e fisici, impegnati su turni prolungati e a contatto diretto con la sofferenza dei pazienti. Figure professionali specializzate che condividono gran parte delle condizioni di stress e usura psicofisica che caratterizza il lavoro medico e sanitario, ma che faticano a veder riconosciuto lo status di professione usurante.

La crisi del SSN, con le poche risorse allocate che a cascata comportano carenza di personale, ritmi di lavoro non sempre sostenibili e stipendi non adeguati alla responsabilità, sta allontanando i giovani da queste professioni, mettendo a rischio la tenuta stessa del sistema sanitario. Per questo la FNO TSRM e PSTRP vorrebbe un approccio più inclusivo e multidisciplinare al tema del lavoro usurante, che riconosca il valore e le specificità di tutte le figure che concorrono al percorso di cura.

Ne parliamo a TrendSanità con Diego Catania, presidente della Federazione nazionale Ordini dei tecnici sanitari radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP) che da tempo chiede pari dignità e riconoscimenti per chi lavora in sanità.

Stipendi o status previdenziale: qual è il vero problema?

«Il dibattito sul riconoscimento del lavoro usurante per chi opera in sanità è ormai datato, come lo è la normativa vigente che ne definisce il perimetro nel nostro Paese. Oggi, con la forte pressione che si respira nei luoghi di cura, dovuta anche alla carenza di personale, negare che questo problema riguardi anche i professionisti sanitari, compresi coloro che si occupano di sociale, significa camuffare la realtà – spiega Catania – La FNO TSRM e PSTRP rappresenta oltre 160mila professionisti, altamente specializzati, che con autonomia e senso di responsabilità, garantiscono la salute pubblica.

Escludere alcune professioni dallo status di lavori usuranti, ad appannaggio di altre, non fa bene al sistema salute

Professionisti alle prese con modelli organizzativi passati, scarso riconoscimento sociale, valorizzazione economica insufficiente, sviluppi di carriera inesistenti, ritmi di lavoro faticosi e un intenso coinvolgimento psicofisico. Ciò determina condizioni insalubri, come stanchezza fisica cronica, depressione, stress da lavoro correlato e altri disturbi. Condizioni che riducono la capacità di reazione, rendendo queste persone vulnerabili a infortuni, nonché bersagli facili di aggressioni sul lavoro. Situazioni limite, che pervadono tutte le categorie professionali del settore.

Non è una questione legata a rivendicazioni corporativistiche. Per noi rappresenta una questione di coerenza rispetto ai principi che il nostro ordinamento dovrebbe garantire, ovvero la tutela di chi lavora al prezzo della propria salute».

Diego Catania

Pensionamenti anticipati: rischio o opportunità?

«Basterebbe introdurre sistemi di protezione a tutele progressive e proporzionate alle singole professioni e alle specializzazioni – evidenzia Catania. L’invecchiamento del personale sanitario è un tema da affrontare in modo chiaro, trasparente e massimamente inclusivo. Come già accade per il personale militare e per le forze dell’ordine, sarebbe auspicabile, che anche per le professioni sanitarie, si possa arrivare prima o poi al riconoscimento del ruolo di specificità o misure similari, che riconoscano un’anzianità contributiva superiore a quella effettivamente lavorata, che di fatto accelererebbe l’accesso all’età pensionabile».

Competenze specialistiche e responsabilità decisionale

«In questo quadro, non possiamo dimenticare che anche i professionisti sanitari tecnici, della riabilitazione e della prevenzione condividono una parte rilevante di queste condizioni di usura – osserva Catania. Molte delle nostre professioni lavorano in contesti ad alta intensità tecnologica e organizzativa, dove la responsabilità per la qualità e la sicurezza dei percorsi diagnostici, terapeutici e di prevenzione è quotidiana. Parliamo di professionisti che operano a stretto contatto con la sofferenza, con il dolore cronico, con la fragilità sociale, e nel contempo sono esposti a rischi biologici, chimici e fisici e che spesso assicurano la continuità dei servizi su turni prolungati, festivi e notturni.

Anche i professionisti sanitari tecnici, della riabilitazione e della prevenzione condividono in larga parte condizioni di lavoro usuranti

Il lavoro usurante non è solo quello legato all’atto medico in senso stretto, ma include tutte le competenze e le responsabilità che concorrono al percorso di cura. Per questo riteniamo sia necessario adottare una prospettiva multidisciplinare e interprofessionale, che riconosca nell’insieme delle specificità di chi opera per la salute pubblica».

Attrarre i giovani: il nodo tra previdenza, stipendi e organizzazione del lavoro

«Oggi, l’intero sistema sanitario è in crisi. Il mancato riconoscimento sociale, la questione salariale, nonché quella previdenziale scoraggiano chi già opera nei servizi e allontanano i giovani dall’intraprendere queste professioni. Occorrono retribuzioni adeguate alla responsabilità del lavoro, tutele previdenziali e modelli organizzativi sostenibili, che permettano una migliore conciliazione tra vita professionale e vita privata. Alzare gli stipendi, insieme a percorsi di crescita professionale e di sviluppi carriera chiari, migliorerebbe la percezione delle nostre professioni e la qualità della vita dei colleghi già in servizio, oltre ad attrarre nuove generazioni di professionisti.

Non possiamo pensare a una sanità efficace, se si negano le giuste protezioni, a chi contribuisce a rendere il SSN qualificato e performante. Coperture calibrate non solo ringiovanirebbero la forza lavoro, ma renderebbero le professioni sanitarie più attrattive per i giovani, favorendo un ricambio generazionale virtuoso. Un personale tutelato e motivato eleva l’intero sistema, garantendo cure di qualità e un servizio più efficace per i cittadini» – chiosa Catania.

Sanità siciliana in stallo: rete ospedaliera “non valutabile” dal Ministero

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La sanità siciliana attraversa uno dei suoi momenti più critici, stretta tra attese che in alcuni pronto soccorso, secondo i dati Agenas, superano le otto ore e tassi di abbandono che in alcune strutture sfiorano o superano il 20%, e una rete ospedaliera che il Ministero della Salute non ha semplicemente rimandato, ma definito ufficialmente “non valutabile”.

Il Ministero della Salute ha sospeso l’istruttoria tra incongruenze tecniche, posti letto fantasma e tensioni politiche

Quella che emerge è l’immagine di un sistema in stato confusionale, dove i dati tecnici si scontrano con una realtà territoriale drammatica. Centotrentacinque posti letto di psichiatria privi di codice identificativo e valori negativi – come i -49 e -35 posti letto segnalati come “da attivare” – sono alcuni dei dati che hanno bloccato la riorganizzazione ospedaliera in Sicilia.

Antonino Palermo

Un caos che Antonino Palermo, Segretario ANAAO Assomed Sicilia, il sindacato di medici e dirigenti sanitari italiani, conferma guardando ai dati della psichiatria: «Abbiamo scoperto che i fondi erogati non sono stati distribuiti come avrebbero dovuto e le psichiatrie in Sicilia sono profondamente carenti». Il medico allarga poi il campo all’intera gestione dei posti letto, definendola priva di criteri logici: «Il governo precedente aveva previsto una rete senza mai attivare circa 2.000 posti; quello attuale ha continuato a ridurre senza una visione chiara, seguendo logiche che sembrano più legate a equilibri locali che alle necessità dei cittadini e delle cittadine».

Le incongruenze tecniche della Tabella C

La missiva del Ministero della Salute evidenzia numerosi disallineamenti e incongruenze che rendono attualmente impossibile procedere con l’istruttoria della proposta regionale secondo gli standard fissati dal DM 70/2015, il regolamento italiano che definisce gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi dell’assistenza ospedaliera e fissa le regole per la riorganizzazione della rete ospedaliera, basandosi su tre livelli di complessità (base, I livello, II livello) e mira a garantire l’efficienza e la sicurezza delle cure.

In questo contesto, il destino del nuovo piano sanitario regionale si trova attualmente in una fase di stallo burocratico che agita i corridoi istituzionali. Al centro della contestazione ministeriale c’è la cosiddetta “Tabella C”, il documento tecnico che dovrebbe mappare l’offerta sanitaria ma che presenta errori strutturali profondi.

Al centro della contestazione la “Tabella C”, che dovrebbe mappare l’offerta sanitaria ma che presenta errori strutturali

Oltre ai letti psichiatrici “fantasma”, il Ministero segnala codici di struttura non validi, come nel caso del PO Casazza, che non risulta nemmeno descritto correttamente nella delibera regionale di riferimento (DGR 276/2025).

In diverse strutture sono stati assegnati posti letto a discipline che non risultano collegate a nessuna Unità Operativa specifica, creando un pericoloso vuoto organizzativo: è il caso del reparto di gastroenterologia del S. Giovanni di Dio di Agrigento, neuroriabilitazione del Piemonte di Messina o pneumologia della Fondazione Giglio di Cefalù.

Giovanni Burtone

Giovanni Burtone, onorevole del Partito Democratico all’ARS, l’Assemblea regionale siciliana, e componente della VI Commissione “Salute, Servizi sociali e Sanitari”, intervenendo sulla questione, ha voluto stemperare i toni parlando di un dialogo aperto con Roma: «Non c’è bocciatura del piano, ma un’interlocuzione da parte del Ministero che chiede spiegazioni. Ho chiesto all’assessore regionale alla Salute, Daniela Faraoni, la quale mi ha rassicurato che la discussione partirà nelle prossime settimane e successivamente informerà la VI Commissione».

«In merito alle osservazioni formulate dal Ministero della Salute sulla proposta di riorganizzazione della rete ospedaliera siciliana – ha aggiunto Giuseppe Laccoto, vice presidente del gruppo parlamentare all’ARS Prima l’Italia – Lega Salvini Premier e presidente della VI Commissione “Salute, Servizi Sociali e Sanitari” – è doveroso ribadire con chiarezza che non si tratta in alcun modo di una bocciatura del piano predisposto dalla Regione. Come già chiarito da Faraoni, siamo di fronte a rilievi di natura tecnica ed endoprocedimentale, che rientrano nella normale interlocuzione istituzionale tra Regione e Ministero nell’ambito dell’iter di approvazione del piano».

Giuseppe Laccoto

L’Assessorato regionale, ha sottolineato Laccoto, è già al lavoro per rispondere puntualmente alle osservazioni pervenute e apportare i necessari correttivi tecnici, proseguendo il confronto con spirito costruttivo e senso di responsabilità.

«La Sicilia presenta caratteristiche territoriali peculiari, legate alla sua condizione insulare, che impongono una programmazione attenta ai bisogni delle aree interne, delle isole minori e delle comunità più difficili da raggiungere, anche in relazione ai parametri previsti dal DM 70. C’è piena fiducia – ha concluso – sull’esito finale delle interlocuzioni in corso con il Ministero, nella consapevolezza che il dialogo istituzionale porterà a una soluzione condivisa, nell’interesse esclusivo del diritto alla salute dei cittadini siciliani».

La Regione sottolinea che i rilievi sono di natura tecnica e che si sta già lavorando per i necessari correttivi

Alle rassicurazioni politiche risponde con durezza Palermo, denunciando un isolamento istituzionale: «Come sindacato abbiamo più volte chiesto un incontro all’assessore sulla rete ospedaliera, ma non abbiamo avuto risposta alcuna: la proposta è stata fatta tenendo fuori le nostre idee e proposizioni». Secondo il medico, l’attuale stallo è figlio di una gestione autoreferenziale: «Quello che è stato elaborato ha evidentemente qualcosa che non va, se persino un ministero dello stesso colore politico lo blocca».

La denuncia dei sindacati e il Libro Bianco

«L’Assessore alla Salute, Daniela Faraoni, non dice tutta la verità», esordisce senza giri di parole Renato Costa, Responsabile sanità della CGIL siciliana, commentando le rassicurazioni istituzionali sulla tenuta del sistema. Secondo Costa, il giudizio del Ministero è ben più grave di una bocciatura nel merito: «La rete non è valutabile perché, di fatto, non è stata neanche scritta».

Per l’ex commissario per l’emergenza Covid, questo vuoto documentale e organizzativo impedisce qualsiasi programmazione seria, lasciando l’isola in un limbo pericoloso: «Non stiamo navigando a vista – incalza – stiamo navigando alla cieca, come una nave non governata in balia delle correnti».

I sindacati evidenziano lo stato di forte crisi della sanità siciliana e avanzano proposte di riforma

Alla “navigazione alla cieca” descritta da Costa, il Segretario di ANAAO Assomed Sicilia aggiunge il peso di un’organizzazione frammentata: «Chiedevamo la soppressione dei cosiddetti “reparti fotocopia”: troppe ortopedie o chirurgie vicine tra loro, ma tutte con personale insufficiente». L’alternativa proposta da ANAAO nel proprio “Libro Bianco” puntava su ospedali di prossimità per le patologie di bassa intensità, evitando che tutti i cittadini si riversino nei grandi centri di Palermo, Catania e Messina intasando i pronto soccorso.

Oltre alla gestione clinica, Costa denuncia una paralisi amministrativa che dura da mesi, alimentata da una perenne incertezza sui vertici dell’assessorato: «Non c’è nessuno in grado di dire cosa succederà la settimana prossima», osserva, evidenziando come l’instabilità politica impedisca qualsiasi interlocuzione con le parti sociali.

Renato Costa

Il responsabile sanità della Cgil siciliana punta il dito contro la proliferazione di ambulatori ospedalieri che non avrebbero motivo di esistere, poiché dovrebbero essere gestiti dal territorio. E cita esempi concreti come gli ambulatori per la celiachia o il diabete in gravidanza gestiti all’interno di aziende ospedaliere come il Policlinico: «Dobbiamo svegliare i direttori generali», dichiara, spiegando come centinaia di medici siano oggi «prigionieri di turni ambulatoriali inutili». Costa sostiene che liberare questi professionisti dalle attività che competerebbero ai medici di base o al territorio permetterebbe di riportarli nei reparti e nelle corsie, migliorando immediatamente il turnover dei ricoveri e riducendo la pressione sui pronto soccorso.

L’incertezza sui Dipartimenti di Emergenza

La confusione si estende anche alla gerarchia delle emergenze e alla gestione dei DEA di I e II livello: si tratta del Dipartimento di Emergenza e Accettazione, la struttura ospedaliera che integra pronto soccorso, rianimazione e reparti per l’urgenza.

Il Ministero chiede chiarimenti urgenti sugli accorpamenti di diverse strutture, citando i casi di DEA primo livello di “Villa delle Ginestre” a Palermo e di Avola-Noto, e DEA secondo livello di “Caltanissetta-San Cataldo” e del complesso “Umberto I Rizza”.

Si rilevano anche scostamenti tra quanto riportato in Tabella C, in merito al ruolo assegnato alle singole strutture nelle diverse reti assistenziali, e quanto descritto nella DGR 276/2025 con particolare riferimento alle reti dei punti nascita (ad esempio, Villa Sofia di Palermo), alla rete IMA (Infarto Miocardico Acuto). In particolare, per le emodinamiche (ad esempio, la Fondazione Istituto S. Raffaele – Giglio e l’Iscas Morgagni Nord srl), per la rete trauma, soprattutto sui ruoli di Centro Traumi di Zona (ad esempio, Villa Sofia di Palermo e il Centro Traumatologico Ortopedico) nonché alle Breast unit, non indicate in DGR ma identificate in Tabella C (ad esempio, Villa Sofia di Palermo).

Le sfide per sbloccare l’impasse

Per sbloccare l’impasse, la Regione Siciliana è chiamata a produrre anche una nuova pianificazione che descriva puntualmente le reti tempo-dipendenti (IMA, Trauma e Stroke) e la rete materno-infantile, inclusi i sistemi di trasporto in emergenza STAM e STEN. L’assetto deve integrare in modo coerente anche le reti specialistiche oncologiche, assicurando che ogni codice di struttura sia valorizzato correttamente e che ogni posto letto sia riconducibile a un’unità operativa certa.

SIHTA, lettera aperta al Ministro Schillaci sulla valutazione HTA della chirurgia robotica

La SIHTA (Società Italiana di Health Technology Assessment) ha inviato una lettera aperta al Ministro della Salute, Orazio Schillaci, per contribuire al dibattito pubblico sullo sviluppo e il rafforzamento dell’Health Technology Assessment (HTA) in Italia.

La decisione di intervenire pubblicamente nasce anche alla luce di quanto recentemente emerso a mezzo stampa, che ha portato la società scientifica a ritenere opportuno offrire un contributo di chiarimento su temi rilevanti per la governance delle politiche sanitarie.

In qualità di società scientifica di riferimento nazionale per l’HTA, SIHTA sottolinea la necessità di rafforzare il ruolo del processo valutativo come strumento centrale per il governo delle politiche di salute.

Il primo ciclo del PNHTA DM sulla chirurgia robotica

Il documento si inserisce nella fase conclusiva del primo ciclo di Valutazione di Tecnologia Sanitaria all’interno del Programma Nazionale HTA dei Dispositivi Medici (PNHTA DM), avviato con la pubblicazione del rapporto sui sistemi di chirurgia robotica in chirurgia generale, ginecologia e urologia e con la successiva messa in consultazione dell’appraisal.

Il sistema ha completato il primo giro di prova e, rientrato ai box, deve essere analizzato per migliorarne per migliorarne performance e sicurezza

SIHTA evidenzia come questo passaggio rappresenti una svolta significativa per il programma, che per la prima volta completa un intero ciclo valutativo strutturato, offrendo indicazioni potenzialmente rilevanti per la programmazione sanitaria.

Le raccomandazioni elaborate da una commissione multidisciplinare hanno infatti identificato sei procedure con indicazione positiva all’utilizzo della tecnologia e due procedure per le quali la raccomandazione è negativa. Restano invece 13 procedure collocate in una “zona grigia”, per le quali l’assenza di evidenze solide porta a una raccomandazione negativa all’uso routinario dell’approccio robotico, suggerendone l’impiego solo in contesti di ricerca o in presenza di ulteriori evidenze.

Evidenze, aree incerte e bisogno di dati real world

Secondo SIHTA, il lavoro di valutazione non può considerarsi concluso, ma apre la necessità di rafforzare strumenti condivisi di raccolta dati e validazione delle evidenze in contesto reale.

L’obiettivo è ridurre il gap conoscitivo nelle aree ancora incerte e supportare decisioni più solide in termini clinici, organizzativi ed economici, anche attraverso programmi coordinati a livello nazionale.

La società scientifica si dichiara disponibile a contribuire a questo percorso, in affiancamento alla regia istituzionale del PNHTA DM, nella prospettiva di tutelare cittadini, professionisti e sostenibilità del sistema.

Tracciabilità e codifica nazionale delle prestazioni

Tra le principali indicazioni contenute nella lettera, SIHTA sottolinea la necessità di rafforzare i meccanismi di tracciabilità delle prestazioni sanitarie.

In particolare, viene proposta l’introduzione di una codifica omogenea nazionale in grado di rendere possibile il monitoraggio sistematico dell’utilizzo delle diverse tecniche chirurgiche, inclusi approcci robotici, laparoscopici e open.

Un sistema di questo tipo consentirebbe di valutare in modo più accurato non solo i volumi di attività, ma anche le performance delle tecnologie in termini di esiti di salute e sostenibilità.

Appraisal e adeguatezza delle indicazioni

Un ulteriore punto riguarda il rafforzamento dei processi di appraisal, affinché risultino più aderenti ai contesti reali di utilizzo delle tecnologie.

SIHTA evidenzia come la gestione di tecnologie già diffuse ma supportate da evidenze limitate richieda modelli organizzativi in grado di garantire sia l’appropriatezza d’uso, sia la produzione progressiva di nuove evidenze attraverso l’osservazione nella pratica clinica.

In questo senso, viene richiamata la necessità di un raccordo strutturato con il Programma Nazionale di Generazione delle Evidenze (PNGE) e con il Programma Nazionale Esiti (PNE) di Agenas.

Una fase decisiva per l’HTA in Italia

SIHTA definisce l’attuale fase come cruciale per l’evoluzione dell’HTA nel Paese, sottolineando la necessità di una “manutenzione evolutiva del sistema” capace di renderlo sempre più efficace nel rispondere ai bisogni di cittadini, decisori, professionisti e imprese.

Un percorso che, secondo la società scientifica, deve consolidare l’HTA come strumento stabile di governo delle innovazioni in sanità, con un equilibrio tra evidenze, sostenibilità e capacità di programmazione.