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Fentanyl tra sicurezza e cure: come proteggere la filiera senza alimentare allarmismi

Il furto di fentanyl avvenuto all’Ospedale Israelitico di Roma ha riportato sotto i riflettori uno dei farmaci più delicati e indispensabili della medicina moderna. Ma quali sono i rischi reali legati alla sua sottrazione dai circuiti sanitari e quanto il racconto mediatico influenza la percezione pubblica di questa molecola?

Per distinguere tra allarme, evidenze scientifiche e bisogni di cura, ne parliamo a TrendSanità con Patrizia Romualdi, ordinario di Farmacologia all’Università di Bologna e membro del Gruppo di Lavoro “Dipendenze Patologiche” della Società Italiana di Farmacologia.

Il furto di fentanyl a Roma ha generato forte preoccupazione nell’opinione pubblica. Dal punto di vista farmacologico e sanitario, qual è oggi il rischio reale associato alla dispersione di questo farmaco al di fuori dei percorsi assistenziali autorizzati? Quali sono oggi i punti più critici della filiera, dalla farmacia ospedaliera al letto del paziente?

Patrizia Romualdi

«Certamente, la notizia ha lasciato sbigottito chi non aveva mai pensato che si potesse entrare in un ospedale e avvicinarsi all’armadio di farmaci come gli oppiacei che devono stare sottochiave e da lì sottratti. Dal punto di vista sanitario, il rischio della dispersione del fentanyl è rappresentato genericamente dall’utilizzo da parte di tossicodipendenti che lo acquistano per farne uso voluttuario. Inoltre, ed in maniera più pericolosa, è anche probabile che questi ultimi, ignari del reale dosaggio correntemente ottenuto nell’indefinito mercato di strada ed assunto in condizioni di tolleranza, vadano incontro alla classica “overdose” o sovradosaggio con conseguente e fatale depressione respiratoria.

Inoltre, ritengo che la filiera di distribuzione di questo farmaco, tanto importante per il dolore cronico severo di un malato oncologico, non dovrebbe avere punti deboli, dalla produzione al letto del paziente, attraverso tutte le fasi di stoccaggio, trasferimento e somministrazione. Controlli severi e continui, che in gran parte già sono presenti nella nostra realtà, dovrebbero garantirlo».

Il fentanyl è un farmaco indispensabile in anestesia, terapia intensiva e terapia del dolore. Quali sono oggi gli standard che dovrebbero garantire la sicurezza della sua conservazione, tracciabilità e somministrazione all’interno degli ospedali?

Il fentanyl è un farmaco essenziale per il trattamento del dolore severo e non deve essere stigmatizzato

«Il fentanyl è un farmaco importantissimo per un adeguato risultato in anestesia, in terapia intensiva e nella terapia del dolore cronico severo. Gli standard di sicurezza sono gli stessi in ogni ambito pubblico, ospedaliero, ambulatorio medico, farmacie territoriali e ospedaliere e il rispetto di norme severe da parte di tutti gli attori della filiera dovrebbe poter garantire che non accadano furti come questo».

Ogni volta che il fentanyl finisce al centro delle cronache emerge il rischio di associare questa molecola esclusivamente ad abuso e overdose. Come si può evitare che ciò penalizzi i pazienti che ne hanno bisogno per il controllo del dolore severo o oncologico?

«La prima cosa da fare sarebbe rispettare e tranquillizzare tutte le persone che ne hanno bisogno da un lato, ma che ne sono impaurite quando vedono le immagini o sentono le notizie delle conseguenze mortali di abuso e overdose di fentanyl. Occorre spiegare ai pazienti che i dosaggi da loro utilizzati, secondo professionali precise prescrizioni mediche, non produrranno mai quegli effetti fatali. Certamente, la mancanza del farmaco a causa di un furto penalizza anche i pazienti nel caso di insufficienza delle scorte ed è per questo che occorre monitorare ogni passaggio del farmaco dalla produzione al letto del paziente».

Il rischio del fentanyl nasce dalla sua dispersione fuori dai percorsi assistenziali, non dall’impiego clinico appropriato

Negli Stati Uniti il fentanyl illecito è stato uno dei protagonisti della crisi degli oppioidi. Quali differenze esistono tra il contesto statunitense e quello italiano e quali insegnamenti dovrebbero essere applicati per prevenire fenomeni analoghi?

«Esistono differenze enormi tra ciò che è accaduto negli Stati Uniti e il contesto italiano. Oltre Atlantico esistevano, quantomeno durante gli anni più bui della Opioid Crisis statunitense, controlli minimi per non dire inesistenti, nonché pubblicità predatoria ovunque, secondo meccanismi culturalmente consolidati di marketing selvaggio ed immorale, sia dal punto di vista sociale sia medico-scientifico. In questo quadro, medici e ditte compiacenti hanno inoltre moltiplicato l’uso di ossicodone, prima ancora del fentanyl anche tra persone come pazienti odontoiatrici, che sono diventati velocemente dipendenti dalle sostanze oppiacee assunte. Tutto ciò ha aumentato il mercato nero provocando la morte di centinaia di migliaia di persone in media tra i 25 e i 36 anni, certamente non malati cronici che avrebbero avuto un beneficio nell’uso di fentanyl.

L’esperienza degli Stati Uniti non è sovrapponibile al contesto italiano, caratterizzato da un sistema di controlli più rigoroso

Al contrario, in Italia questo non è accaduto per la rete di controllo a tutti i livelli del percorso di questo farmaco nei contesti assistenziali regolarmente autorizzati che lo ha protetto dalla dispersione fino ad oggi con l’evento di cui stiamo parlando. La conoscenza scientifica deve insegnarci ad applicare regole rigide, controlli continui che impediscono in Italia i disastri accaduti negli Stati Uniti, in Canada ed in alcune aree del nord Europa. Germania, Svizzera, Italia non hanno avuto problematiche così tragiche. Desidero aggiungere che il fentanyl di cui si parla in America non è il farmaco che viene somministrato a pazienti con dolore cronico ma, trattandosi di mercato “nero” è una miscela di molte sostanze aggiunte all’oppiaceo come la xilazina, la cocaina che aumentano il pericolo di morte per depressione respiratoria, oltre che trasformare la persona in uno zombie».

Guardando al futuro, ritiene che le strutture sanitarie italiane debbano rafforzare ulteriormente i sistemi di monitoraggio degli oppioidi ad alta potenza? E quali innovazioni, digitali, organizzative o formative, potrebbero contribuire a ridurre il rischio di furti, usi impropri o errori nella gestione di questi farmaci?

«Continuare a controllare, verificare, quantificare in ogni struttura sanitaria, in ogni filiera i passaggi tra persone, dipendenti anche con l’utilizzo di metodi innovativi, digitali, per ridurre al minimo eventi come questo. Per i furti sicuramente un sistema più sicuro, come cassaforti, per gli errori nella gestione dei farmaci una formazione medica più aggiornata e per gli usi impropri evidenziare il rischio di morte».

Negli ultimi anni il fentanyl è diventato nell’immaginario collettivo più un simbolo di paura che un farmaco. Quanto conta, dal punto di vista della salute pubblica, la narrazione che media, social network e cronaca costruiscono attorno a queste sostanze? E c’è il rischio che la percezione del pericolo finisca per influenzare anche le decisioni cliniche e l’accesso alle cure?

«Osservazione giusta: conta molto per la salute pubblica vedere o sentire tutto ciò che i social e i media ci mostrano. Immaginate una persona che usa il fentanyl a casa per un dolore cronico oncologico e vedendo le immagini spaventose va a controllare il nome scientifico e crede sia lo stesso farmaco!

Informazione corretta e appropriatezza prescrittiva sono strumenti chiave per prevenire abusi senza limitare l’accesso alle cure

La percezione del pericolo è altissima e potrebbe influenzare negativamente il malato che non accetta più il farmaco, a suo grande svantaggio negandosi l’accesso alla cura».

Se domani riuscissimo a rendere impossibile il furto di fentanyl dagli ospedali, avremmo davvero risolto il problema? Oppure le esperienze internazionali ci insegnano che il vero terreno di prevenzione è la cultura dell’uso appropriato degli oppioidi, dentro e fuori i contesti sanitari?

«Noi società dobbiamo fare di tutto per impedire i furti di farmaci come il fentanyl, anche se non risolveremmo il problema che, attraverso altre vie, potrebbe continuare a creare tossicodipendenti o morti. Come già detto prima, il terreno della prevenzione è la conoscenza scientifica, la cultura dell’appropriatezza prescrittiva dell’utilizzo degli oppiacei nei contesti sanitari».

Eurostat, posti letto in Italia sotto la media UE: l’allarme della UGL Salute

L’Italia si conferma ai margini dell’Europa per la dotazione di posti letto ospedalieri e per l’assistenza residenziale. Secondo gli ultimi dati Eurostat, il nostro Paese dispone di appena 311,73 posti letto ogni 100mila abitanti rispetto a una media UE di 507,35 (il 40% in meno), registrando un calo del 3,3% nell’ultimo decennio che il lieve recupero del 2024 non è riuscito a colmare.

Sul tema è intervenuto il Segretario Nazionale della UGL Salute, Gianluca Giuliano, dichiarando: «Siamo di fronte a un’autentica criticità che mette a rischio il diritto alla salute dei cittadini. La carenza di posti letto si traduce ogni giorno nella sofferenza nei pronto soccorso, in tempi d’attesa interminabili per un ricovero ordinario e in carichi di lavoro ormai insostenibili per tutto il personale sanitario».

L’Italia dispone del 40% di posti letto in meno rispetto alla media UE

Il sindacalista poi prosegue: «Il confronto con la Germania, che vanta oltre il doppio dei nostri posti letto (758,59), o con Francia (533,80) e Belgio (534,17), dimostra tutti i limiti del DM 70».

Anche sul fronte delle RSA e dell’assistenza a lungo termine per la non autosufficienza l’Italia resta indietro rispetto ai partner europei, nonostante l’aumento dei posti letto residenziali saliti a 531,1 ogni 100mila abitanti nel 2024. Su questo aspetto, Giuliano ha dichiarato: «Non si può spacciare la riduzione dei posti letto ospedalieri come il fisiologico risultato di un potenziamento del territorio. La verità è che la rete assistenziale e residenziale italiana è ancora debole e incapace di rispondere ai bisogni reali di una popolazione che invecchia rapidamente e con patologie croniche in forte aumento».

Per uscire da questa emergenza, la UGL Salute chiede al Governo soluzioni immediate e concrete: un piano straordinario per il riequilibrio e l’adeguamento dei posti letto, la valorizzazione del personale e un reale finanziamento della rete delle RSA e delle strutture sociosanitarie.

Sanità nei piccoli comuni: più telemedicina, formazione e ricerca sul territorio

Il 15 luglio si terrà, presso la sala consiliare del Comune di Castelluccio Valmaggiore, piccolo centro della provincia di Foggia, la firma del protocollo d’intesa tra l’Associazione Società Scientifica Interdisciplinare e di Medicina di Famiglia e Comunità (ASSIMEFAC) e il Coordinamento Nazionale Piccoli Comuni Italiani.

Il protocollo d’intesa sarà firmato da Leonida Iannantuoni, Presidente di ASSIMEFAC e Virgilio Caivano, Presidente del Coordinamento Nazionale Piccoli Comuni Italiani.

Questo protocollo d’intesa punta ad assicurare una migliore assistenza sanitaria territoriale nei piccoli comuni

La scelta di svolgere la cerimonia in un piccolo comune non è casuale ma voluta e fortemente simbolica nell’intento di dare corso a un progetto di rilancio della qualità di vita in quei comuni italiani, che sono ben oltre 5.000 su 7.895 complessivi, con meno di 5.000 abitanti.

Questo protocollo d’intesa e la nascente collaborazione tra ASSIMEFAC e il Coordinamento Nazionale Piccoli Comuni Italiani puntano ad assicurare, tramite specifica progettualità, una migliore assistenza sanitaria territoriale nei piccoli comuni, attraverso iniziative che rendano più attrattiva la scelta del medico di operare in queste realtà. In un contesto nazionale dove grande perplessità suscita il recente accordo sulle Case di Comunità (CdC). Accordo che non prevede l’insediamento di CdC nei piccoli centri, rischiando, così, di pregiudicare l’assistenza del medico di famiglia per centinaia di migliaia di cittadini.

L’intesa, inoltre, intende incentivare l’uso della telemedicina e l’aggiornamento professionale per i medici

L’intesa, inoltre, intende, attraverso l’uso della telemedicina, incentivare gli accertamenti diagnostici a distanza per i pazienti, soprattutto per quelli anziani, sinora spesso costretti per l’assistenza a spostamenti di chilometri in condizioni di viabilità disagiata.

Vogliamo puntare, in questo modo, a una migliore qualità delle cure attraverso un più puntuale aggiornamento professionale per i medici che operano in tali contesti territoriali e che spesso sono ai margini dei grandi eventi scientifici. In questo senso, obiettivi prioritari dell’intesa saranno la progettazione e la realizzazione di eventi scientifici nelle aree rurali.

L’ASSIMEFAC, inoltre, si pone l’ambizioso progetto di istituire un’area di ricerca di “rural medicine” con la finalità di condurre studi clinici sul territorio e in ambiti diversi dalle realtà urbane.

Screening oncologici: adesioni basse e divari regionali frenano la prevenzione in Italia

Nel 2024, il 54% della popolazione target, oltre 7,6 milioni di persone, è rimasto fuori dai programmi gratuiti di screening oncologico, soprattutto nel Mezzogiorno: in parte perché non ha ricevuto l’invito, molto più spesso perché non ha aderito. «Adesioni ancora troppo basse e profonde diseguaglianze territoriali – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – compromettono l’efficacia dello strumento più idoneo per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose. Il bilancio è pesantissimo: oltre 50.300 casi non intercettati dai programmi organizzati di screening».

Gli screening oncologici inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che tutte le Regioni devono garantire gratuitamente, comprendono la mammografia per le donne tra 50 e 69 anni, lo screening del tumore della cervice uterina per le donne tra 25 e 64 anni e quello del tumore del colon-retto per donne e uomini tra 50 e 69 anni. «Al netto degli esclusi dal target – afferma Cartabellotta – nel 2024 sono state invitate a eseguire un test di screening oltre 14,1 milioni di persone (14.101.942), ma hanno aderito meno di 6,5 milioni (6.481.002). Il dato nasconde profonde differenze non solo tra i tre programmi di screening, ma soprattutto tra Regioni e aree geografiche del Paese».

«Adesioni ancora troppo basse e profonde diseguaglianze territoriali»

Sulla base dei dati del Report 2024 dell’Osservatorio Nazionale Screening (ONS), il network che monitora gli screening oncologici offerti dal Servizio sanitario nazionale (SSN), la Fondazione GIMBE ha analizzato punti di forza e criticità dei tre programmi «con un duplice obiettivo: sensibilizzare i cittadini sull’importanza di aderire agli screening organizzati e sollecitare Regioni e Aziende Sanitarie Locali a rafforzare l’organizzazione e la comunicazione pubblica su questo pilastro della prevenzione oncologica», spiega il Presidente.

Il Report ONS mette a disposizione numerosi indicatori per valutare la qualità dei programmi di screening, la cui erogazione presenta un’elevata variabilità regionale nelle modalità di invito, nelle strategie di recupero e, soprattutto, nella copertura della popolazione target. Per comprenderne le dinamiche, tre indicatori sono fondamentali:

  • Popolazione target da invitare. Per ciascuno dei tre programmi, la popolazione residente ISTAT al 1° gennaio 2024 nelle fasce di età previste viene rapportata alla periodicità del test: ogni 2 anni per gli screening mammografico e colon-rettale, ogni 3 anni per quello cervicale.
  • Estensione dello screening. Indica il numero di inviti effettivamente spediti, al netto di quelli non recapitati, rispetto alla popolazione target. Non vengono conteggiate le persone escluse prima dell’invio per ragioni cliniche, perché già sottoposte al test di screening o a un esame di secondo livello oppure con una diagnosi oncologica. L’estensione può superare il 100% quando le Regioni effettuano inviti aggiuntivi per recuperare gli inviti non effettuati negli anni precedenti a causa della pandemia, del mancato recapito o della mancata adesione.
  • Adesione allo screening. Indica la percentuale di persone che si sottopongono al test rispetto alla popolazione target, al netto delle esclusioni effettuate prima dell’invio per ragioni cliniche. L’indicatore rientra nel Nuovo Sistema di Garanzia, con cui il Ministero della Salute monitora l’adempimento regionale ai LEA.

Estensione delle fasce d’età

La Legge di Bilancio 2026 ha previsto un finanziamento dedicato per ampliare progressivamente le fasce di età dei programmi di screening oncologico. Diverse Regioni avevano già anticipato questa scelta con risorse proprie extra-LEA, offrendo la mammografia anche alle donne di 45-49 e 70-74 anni e lo screening del colon-retto anche alle persone di 70-74 anni. «L’ampliamento delle fasce di età rappresenta un’evoluzione importante delle strategie di prevenzione oncologica – commenta Cartabellotta – ma deve essere attuato solo dopo aver garantito un’elevata copertura della popolazione già destinataria degli screening inclusi nei LEA. Altrimenti si rischia di ampliare ulteriormente i divari tra le Regioni in grado di estendere l’offerta e quelle che non riescono ancora a garantire efficacemente quella ordinaria».

Screening mammografico

  • Popolazione target da invitare. È offerto a tutte le donne tra 50 e 69 anni. In caso di esito positivo, il percorso prevede ulteriori approfondimenti diagnostici mediante test di imaging (ecografia, TAC, risonanza magnetica), esame citologico o biopsia.
  • Estensione dello screening. Nel 2024 in Italia è stato invitato il 97,3% (n. 4.185.888) della popolazione target, con marcate differenze regionali: dal 110,4% della Lombardia al 58,1% della Valle d’Aosta (Figura 1). «Con l’eccezione del Molise – commenta Cartabellotta – nessuna Regione del Sud raggiunge la soglia del 100%, segnale di criticità organizzative ancora rilevanti nella gestione degli inviti».
  • Adesione allo screening. A livello nazionale ha aderito allo screening mammografico il 50% delle donne invitate, con marcate differenze regionali: dal 74% della Provincia Autonoma di Trento al 15,2% della Calabria (Figura 2). Tutte le Regioni del Sud, ad eccezione della Basilicata, registrano livelli di adesione inferiori alla media nazionale.

Screening cervicale

  • Popolazione target da invitare. È offerto a tutte le donne tra 25 e 64 anni: nelle fasce più giovani, tra 25 e 30/35 anni, viene proposto il Pap-test ogni 3 anni; nelle fasce d’età successive, il test per il virus del papilloma umano (HPV test) ogni 5 anni. Alcune Regioni hanno adottato protocolli personalizzati in base allo stato vaccinale per l’HPV. In caso di esito positivo, viene proposta la colposcopia come test di secondo livello, eseguita nel 2024 da quasi il 93% delle donne positive allo screening.
  • Estensione dello screening. Nel 2024 sono state invitate 4.048.525 donne: il 78,7% (n. 3.190.938) con HPV test e il 21,3% (n. 857.587) con Pap-test. Complessivamente, è stato invitato il 117,2% della popolazione target, con forti differenze regionali: dal 167,9% delle Marche al 74,3% della Calabria (Figura 3). «In 14 Regioni – spiega Cartabellotta – l’estensione supera il 100%: un dato che conferma come nel 2024 fosse ancora necessario recuperare numerosi inviti non effettuati negli anni della pandemia».
  • Adesione allo screening. A livello nazionale ha aderito allo screening cervicale il 51% delle donne invitate, con forti differenze regionali: dal 90,3% della Provincia Autonoma di Trento al 12,2% della Calabria (Figura 4).

Screening colon-rettale

  • Popolazione target da invitare. È offerto a tutte le persone tra 50 e 69 anni e consiste nella ricerca del sangue occulto nelle feci. In caso di esito positivo viene proposta, come test di secondo livello, la colonscopia, eseguita nel 2024 dall’83,7% delle persone positive allo screening.
  • Estensione dello screening. Nel 2024 è stato invitato il 94% (n. 7.984.447) della popolazione target, con marcate differenze regionali: dal 118,8% dell’Emilia-Romagna al 60,8% della Sardegna (Figura 5).
  • Adesione allo screening. A livello nazionale ha aderito il 33,3% delle persone invitate, con marcate differenze regionali: dal 64,1% della Valle d’Aosta al 4,5% della Calabria (Figura 6). In tutte le Regioni del Mezzogiorno i livelli di adesione sono inferiori alla media nazionale.

«Il tasso di adesione agli screening – spiega Cartabellotta – riflette anche la capacità dei Servizi sanitari regionali di governare l’intero percorso: aggiornare costantemente le anagrafiche della popolazione target, programmare e spedire gli inviti, realizzare campagne di sensibilizzazione ed erogare i test». Il posizionamento di ciascuna Regione nei tre programmi risulta nel complesso omogeneo, confermando differenze strutturali nella capacità organizzativa dei sistemi sanitari regionali, pur con alcune eccezioni (Tabella 1).

RegioneMammellaCerviceColon-retto
Prov. Aut. di Trento113
Emilia-Romagna224
Veneto442
Umbria368
Toscana577
Friuli Venezia Giulia795
Lombardia6106
Valle d’Aosta11131
Piemonte1089
Basilicata91210
Marche17313
Puglia14515
Abruzzo121114
Prov. Aut. di Bolzano81811
Liguria131712
Lazio161416
Molise151517
Sardegna181618
Campania191920
Sicilia202019
Calabria212121
Nota: le Regioni e le Province Autonome sono ordinate in base alla posizione media ottenuta per la copertura dei tre programmi di screening
Tabella 1. Adesione agli screening: posizione in classifica (elaborazione GIMBE su dati ONS, anno 2024)

«I dati ONS 2024 – aggiunge il Presidente – mostrano una crescita sia degli inviti sia della copertura della popolazione. Tuttavia, l’Italia resta molto lontana dall’obiettivo fissato nel 2022 dal Consiglio dell’Unione Europea: garantire entro il 2025 una copertura degli screening oncologici di almeno il 90% della popolazione target. Il Piano Nazionale di Prevenzione 2026-2031, recentemente approvato dalla Conferenza Stato-Regioni, colloca questo traguardo al 2029, con obiettivi intermedi di almeno il 70% nel 2027 e l’80% nel 2028».

L’impatto degli screening mancati

Assumendo come obiettivo una copertura del 90% della popolazione target e considerando sia le persone non invitate o che non hanno aderito, sia il tasso di identificazione dei tumori (detection rate), è possibile stimare quanti tumori e lesioni precancerose non siano stati intercettati dai programmi di screening organizzati.

«Nel 2024 – spiega il Presidente – si stima che il mancato raggiungimento di una copertura del 90% non abbia consentito di identificare oltre 11.000 carcinomi della mammella, di cui più di 2.300 invasivi di piccole dimensioni; quasi 9.700 lesioni precancerose del collo dell’utero; 4.700 tumori del colon-retto e quasi 25.000 adenomi avanzati. Nel complesso, oltre 50.300 tumori e lesioni che i programmi organizzati avrebbero potuto intercettare, permettendo di avviare tempestivamente gli approfondimenti diagnostici e, quando necessario, il trattamento specifico». In dettaglio:

  • Tumori della mammella. Applicando un tasso di identificazione dello 0,52% per tutti i carcinomi e dello 0,14% per quelli invasivi di dimensioni ≤10 mm alle 1.675.708 donne che non si sono sottoposte allo screening, si stima che nel 2024 non siano stati identificati 11.026 tumori, di cui 2.312 carcinomi invasivi di dimensioni ≤10 mm.
  • Tumori della cervice uterina. Applicando un tasso di identificazione delle lesioni precancerose (istologia CIN2+) dello 0,82% per l’HPV test e dello 0,64% per il Pap-test alle 969.986 donne che non hanno ricevuto o non hanno aderito all’invito per l’HPV test e alle 272.011 che non hanno ricevuto o non hanno aderito all’invito per il Pap-test, si stima che nel 2024 non siano state identificate complessivamente 9.695 lesioni con istologia CIN2+.
  • Tumori del colon-retto. Applicando un tasso di identificazione dello 0,10% per il carcinoma del colon-retto e dello 0,52% per gli adenomi avanzati alle 4.703.236 persone che non hanno aderito allo screening, si stima che nel 2024 non siano stati identificati 4.703 carcinomi e 24.927 adenomi avanzati.

«L’indagine campionaria del sistema di sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità – spiega Cartabellotta – documenta che molte persone dichiarano di sottoporsi a controlli periodici per “iniziativa spontanea”. Per questi test, tuttavia, non sono disponibili indicatori oggettivi, quali il tasso di identificazione dei tumori e la percentuale di persone positive che eseguono il test di secondo livello, né controlli standardizzati sulla qualità dei test. Non vi è inoltre alcuna certezza che, in caso di esito positivo, venga attivato un percorso diagnostico-terapeutico adeguato. Infine, un’indagine campionaria, pur fornendo informazioni rilevanti sui fattori di rischio e sui determinanti socio-economici, non consente di certificare la copertura degli screening oncologici per “iniziativa spontanea”».

La cultura della prevenzione deve nascere tra i banchi di scuola

La scarsa adesione agli screening organizzati riflette anche una conoscenza insufficiente dei programmi di prevenzione oncologica. Nell’ambito del progetto La Salute tiene banco, promosso dalla Fondazione GIMBE nelle scuole secondarie di secondo grado, è stato chiesto a 467 studenti degli ultimi due anni di indicare i tre screening oncologici organizzati e gratuiti offerti dal SSN. Solo il 51,2% ha identificato correttamente mammella, colon-retto e cervice uterina. «Questo dato – commenta Cartabellotta – conferma che la cultura della prevenzione va coltivata molto prima dell’età prevista per gli screening. Investire nell’educazione sanitaria dei giovani significa formare cittadini più consapevoli, capaci oggi di promuovere i programmi di screening tra i propri familiari e domani più propensi ad aderirvi».

«Prevenzione e promozione della salute – conclude Cartabellotta – sono pilastri essenziali per ridurre l’incidenza delle malattie e garantire la sostenibilità del SSN. Eppure oggi emerge un paradosso evidente: da un lato milioni di cittadini attendono esami diagnostici, non sempre appropriati; dall’altro milioni non aderiscono ai programmi di screening organizzati. Molte Regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, devono rafforzare la propria capacità organizzativa, ma il nodo principale resta la scarsa partecipazione. Servono una comunicazione più efficace, un’informazione capillare e il coinvolgimento attivo dei cittadini. Aderire agli screening organizzati significa diagnosticare precocemente i tumori, trattare tempestivamente le lesioni precancerose, aumentare le probabilità di guarigione definitiva, ridurre sofferenze e costi per il SSN e, soprattutto, salvare vite umane».

Ricerca Corrente Agenas 2025-2027: qualità e innovazione negli IRCCS

Rafforzare il collegamento tra ricerca scientifica e assistenza, sviluppare strumenti condivisi per valutare qualità delle cure, sicurezza dei pazienti e impatto degli studi clinici. Sono gli obiettivi della nuova programmazione della Ricerca Corrente Agenas 2025-2027, avviata con il primo incontro nazionale tra Agenas, Ministero della Salute e gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS).

Il programma, approvato dal Comitato Tecnico Sanitario del Ministero della Salute il 3 dicembre 2025, coinvolge i 55 IRCCS italiani – 25 pubblici e 30 privati – con l’obiettivo di mettere a disposizione del Servizio sanitario nazionale metodologie e indicatori in grado di favorire il miglioramento continuo dell’assistenza e il trasferimento delle evidenze scientifiche nella pratica.

La nuova Ricerca Corrente Agenas rafforza il ruolo degli IRCCS nell’innovazione del Servizio sanitario nazionale

«La nuova programmazione della Ricerca Corrente rappresenta un’opportunità per rafforzare il ruolo dell’attività scientifica quale leva strategica per l’innovazione del Servizio sanitario nazionale. Il confronto con gli IRCCS consente di valorizzare competenze, esperienze e capacità di fare rete, promuovendo un lavoro sempre più orientato ai bisogni di salute dei cittadini e al trasferimento dei risultati nella pratica clinica e organizzativa», ha dichiarato Maria Rosaria Campitiello, Capo del Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie del Ministero della Salute.

Quattro linee progettuali

La nuova programmazione amplia il lavoro avviato nel triennio 2022-2024 e si concentra su quattro ambiti principali.

La prima linea riguarda la valutazione dell’assistenza, con il consolidamento di indicatori sulle performance assistenziali e organizzative degli IRCCS. La seconda è dedicata alla sicurezza delle cure, attraverso strumenti per il monitoraggio del rischio clinico e il miglioramento continuo dei processi.

La centralità della persona entra tra gli ambiti di valutazione degli IRCCS

Il terzo ambito riguarda la valutazione degli studi clinici, con l’obiettivo di definire indicatori condivisi per misurare qualità e impatto della ricerca. La quarta linea progettuale punta invece sulla centralità della persona, sviluppando strumenti per valutare l’esperienza dei pazienti e il livello di umanizzazione delle cure.

Una rete di IRCCS per trasformare la ricerca in innovazione assistenziale

Gli IRCCS rappresentano una componente strategica del sistema sanitario italiano, integrando attività assistenziale altamente specialistica e ricerca biomedica, clinica e traslazionale. Il nuovo Programma Agenas punta a rafforzare proprio questa funzione, favorendo una maggiore collaborazione tra gli istituti e la diffusione delle migliori pratiche nel Servizio sanitario nazionale.

La programmazione si inserisce inoltre nel percorso di riforma degli IRCCS previsto dal decreto legislativo n. 200 del 2022, aggiornato dal decreto legislativo n. 67 del 2026, che mira a consolidare il rapporto tra innovazione scientifica e assistenza sanitaria, sostenendo il trasferimento tecnologico e la collaborazione tra gli istituti.

La rete degli IRCCS sarà valorizzata come infrastruttura nazionale per innovazione e qualità delle cure

Nel corso dell’incontro inaugurale sono stati presentati i risultati della precedente programmazione 2022-2024, definiti gli obiettivi operativi del nuovo triennio e avviata l’individuazione dei referenti degli IRCCS per ciascuna linea progettuale.

«La Ricerca Corrente di Agenas conferma un modello di lavoro fondato sulla collaborazione tra istituzioni e rete degli IRCCS. Con la programmazione 2025-2027 vogliamo sviluppare nuovi ambiti di attività e, in particolare, un sistema di indicatori di performance specifici per gli IRCCS, affinché il lavoro scientifico produca un impatto concreto sul miglioramento della qualità dell’assistenza e sulla centralità della persona», ha concluso Angelo Tanese, Direttore Generale di Agenas.

Beta-talassemia, al via uno studio di fase IIb con terapia genica ottimizzata in Italia

Al via presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele (OSR) di Milano e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (OPBG) di Roma uno studio clinico di terapia genica di fase IIb per pazienti con beta-talassemia trasfusione-dipendente, sponsorizzato dalla Fondazione Telethon e dall’Ospedale San Raffaele. L’obiettivo sarà valutare profilo di sicurezza ed efficacia di una versione ottimizzata dell’approccio messo a punto all’Istituto San Raffaele-Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) di Milano e già oggetto di una precedente sperimentazione.

Beta-talassemia: il bisogno di nuove opzioni terapeutiche

La beta-talassemia trasfusione-dipendente è una malattia genetica del sangue che richiede un trattamento continuativo con trasfusioni e terapia ferrochelante, con un impatto rilevante sulla qualità di vita e sul rischio di complicanze legate al sovraccarico di ferro.

Attualmente, il trapianto di cellule staminali emopoietiche da donatore compatibile è un’opzione terapeutica curativa, ma è praticabile solo in una minoranza dei pazienti ed è associato ad alcuni rischi. Da poco è, inoltre, disponibile in Italia, per specifiche categorie di pazienti, una terapia basata su cellule staminali ematopoietiche corrette con l’editing genetico. L’avvio di questo studio si inserisce, quindi, in un contesto in cui alcune terapie avanzate già autorizzate per la beta-talassemia presentano limitazioni legate all’età dei pazienti, a specifiche caratteristiche genetiche o alla disponibilità del trattamento.

Lo studio clinico  

Il nuovo protocollo rappresenta l’evoluzione di quello dello studio clinico pilota avviato nel 2015 da Fondazione Telethon e OSR, che prevedeva la correzione con un vettore lentivirale delle cellule staminali ematopoietiche prelevate dai pazienti. In quello studio (NCT02453477), alcuni pazienti avevano ottenuto una riduzione del fabbisogno trasfusionale e, in alcuni casi, una duratura indipendenza dalle trasfusioni (vedi Marktel e colleghi, Nature Medicine 2019).

Alla luce dei dati ottenuti, i ricercatori dell’SR-Tiget hanno ottimizzato il processo di preparazione delle cellule riducendo il tempo di coltura e aumentando l’efficienza della correzione genica, ottenendo così un maggior numero di cellule corrette capaci di attecchire stabilmente e produrre livelli adeguati e duraturi di emoglobina funzionale.

Il nuovo studio (BTHAL-FT007-01) si svolgerà presso OSR e OPBG, Istituzione quest’ultima che ha già coordinato il protocollo di trattamento basato sul gene editing, e coinvolgerà complessivamente nove pazienti di età compresa tra 3 e 35 anni. In una prima fase saranno trattati tre pazienti adulti; successivamente, dopo una valutazione indipendente dei dati di sicurezza ed efficacia, il trattamento sarà esteso ad altri sei pazienti, inclusi bambini e adolescenti.

Una proficua collaborazione accademica

Le cellule staminali saranno raccolte presso i centri clinici partecipanti, mentre la produzione centralizzata del farmaco sperimentale sarà effettuata presso l’Officina Farmaceutica di OPBG dedicata alle terapie avanzate. La realizzazione del prodotto in un contesto accademico rappresenta un elemento distintivo del progetto ed è frutto della collaborazione fra Fondazione Telethon, il Process Development Lab di SR-Tiget e l’Officina Farmaceutica di OPBG, che hanno fruito del supporto di finanziamenti nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), in particolare nell’ambito dell’RNA & Gene Therapy National Research Center (area M4C2, Spoke 10 “Pre-clinical Development, GMP Manufacturing and Clinical Trials of GTMP”).

Valutare l’indipendenza trasfusionale e ampliare le opzioni terapeutiche

Lo studio valuterà se la terapia permetterà di raggiungere l’indipendenza trasfusionale, cioè l’assenza di necessità di trasfusioni per almeno 12 mesi consecutivi dall’infusione. Saranno, inoltre, valutati la sicurezza del trattamento, il grado di attecchimento delle cellule corrette geneticamente, la riduzione del sovraccarico di ferro e più in generale la qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie.

I partecipanti saranno monitorati per due anni dopo il trattamento e successivamente inseriti in un programma di follow-up a lungo termine, previsto per le terapie avanzate, che consentirà di continuare a valutarne efficacia e sicurezza fino a 15 anni dall’infusione.

Verso terapie geniche più accessibili e applicabili

L’avvio dello studio rappresenta un ulteriore passaggio nello sviluppo delle terapie geniche per la beta-talassemia trasfusione-dipendente, con l’obiettivo di migliorare l’efficacia dell’approccio già sperimentato e ampliare la platea di pazienti potenzialmente trattabili.

Secondo Giuliana Ferrari, Responsabile dell’Unità di Trasferimento Genico in Cellule Staminali di SR-Tiget, l’ottimizzazione del processo di produzione delle cellule corrette geneticamente punta a superare uno dei principali limiti emersi nelle precedenti sperimentazioni, cioè la quantità e la capacità di attecchimento delle cellule staminali modificate: «Ridurre il tempo in coltura delle cellule staminali ematopoietiche ci permette di preservarne meglio le proprietà essenziali per attecchimento e ricostituzione dell’ematopoiesi dopo trapianto, mentre l’introduzione di specifici potenziatori della trasduzione aumenta l’efficienza del trasferimento del gene terapeutico. I risultati ottenuti finora ci fanno guardare con fiducia al potenziale di questo nuovo approccio»

Per Alessandro Aiuti, Vice-direttore di SR-Tiget e Principal investigator dello studio presso l’Ospedale San Raffaele, i risultati della precedente sperimentazione hanno confermato il potenziale della terapia genica, evidenziando però la necessità di aumentare il contributo delle cellule corrette alla produzione di emoglobina: «Il nuovo protocollo nasce proprio per affrontare questa sfida: l’obiettivo è aumentare il numero di cellule corrette che contribuiscono alla produzione di emoglobina e migliorare così le probabilità di raggiungere l’indipendenza dalle trasfusioni, mantenendo il favorevole profilo di sicurezza osservato finora».

Franco Locatelli

Sul fronte pediatrico, Franco Locatelli, Direttore dell’Area Clinica di Oncoematologia, Terapia Cellulare, Terapie Geniche e Trapianto Emopoietico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e Principal investigator dello studio presso OPBG, sottolinea il valore di sviluppare nuove possibilità terapeutiche per quei pazienti che oggi non possono accedere alle strategie disponibili: «Questo studio potrà offrire una futura, ulteriore opportunità terapeutica anche a pazienti che oggi non hanno accesso ad altre strategie innovative. Inoltre, sviluppare e produrre queste terapie in ambito accademico rappresenta un elemento importante per favorire sostenibilità e accessibilità delle cure avanzate».

Oltre la cura: dalla rappresentanza alla partecipazione e il nuovo ruolo delle associazioni di pazienti

La trasformazione del contesto sanitario

Per molti anni le associazioni di pazienti hanno svolto principalmente il ruolo di “dare voce” ai bisogni delle persone malate e delle loro famiglie, sensibilizzando l’opinione pubblica e promuovendo il riconoscimento e la tutela di diritti spesso poco considerati.

Tale funzione, primaria e imprescindibile, mantiene ancora oggi tutta la sua rilevanza nel mondo dell’associazionismo, soprattutto alla luce delle profonde trasformazioni che stanno interessando i sistemi sanitari.

Per molti anni le associazioni di pazienti hanno svolto principalmente il ruolo di “dare voce”

L’invecchiamento della popolazione, l’aumento della prevalenza delle patologie croniche, la diffusione di nuove tecnologie, l’adozione crescente di soluzioni di telemedicina e il progressivo rafforzamento dell’assistenza territoriale stanno infatti contribuendo ad accrescere il livello di complessità. In questo scenario, le decisioni che incidono sulla salute e sulla qualità della vita delle persone sono sempre più articolate e distribuite tra attori, livelli organizzativi e ambiti istituzionali.

In particolare, il diabete rappresenta uno degli ambiti in cui questa evoluzione appare particolarmente evidente. La gestione della patologia richiede infatti una presa in carico multidisciplinare e continuativa, capace di rispondere ai bisogni delle persone con diabete di tipo 1 e di tipo 2 nelle diverse fasi della malattia. Accanto alla figura del diabetologo, intervengono frequentemente professionisti con competenze differenti, tra cui cardiologi, nefrologi, neurologi, dietisti, infermieri, psicologi e, in specifici contesti, specialisti della medicina dello sport, per prevenire, monitorare e gestire le possibili complicanze e supportare il paziente lungo tutto il percorso assistenziale.

Ora possono anche diventare attori del cambiamento

In questo contesto, le associazioni di pazienti non sono soltanto portatori di istanze, ma possono diventare attori del cambiamento. La loro capacità di intercettare, rappresentare e tradurre i bisogni dei pazienti in proposte concrete, le rende partner essenziali nella progettazione, nell’implementazione e nella valutazione di servizi e innovazioni.

Oltre la rappresentanza: partecipare alle decisioni

La qualità dell’assistenza alle persone con diabete non dipende esclusivamente dalle scelte cliniche, ma anche da come vengono organizzati i servizi, introdotte le innovazioni, progettati i percorsi di cura e allocate le risorse.

In questo contesto, le associazioni sono sempre più spesso chiamate a contribuire a tali processi, partecipando a tavoli istituzionali, percorsi di consultazione e iniziative di co-design con professionisti [Zogas et al., 2024], organizzazioni sanitarie e decisori pubblici, affinché la prospettiva dei pazienti possa concorrere alla progettazione, alla valutazione e al miglioramento dei servizi.

La qualità dell’assistenza nel diabete si costruisce anche attraverso organizzazione, innovazione e coinvolgimento delle associazioni

La patient advocacy evolve così da funzione prevalentemente rappresentativa a componente attiva dei processi di governo e innovazione del sistema sanitario [Hilliard et al., 2015].

Formazione e futuro della patient advocacy

Per rispondere a tutti questi bisogni è nato il Corso di Alta Formazione in Patient Advocacy e Management per il Diabete (AMICI) sviluppato da LIUC Business School, con il contributo non condizionante di MiniMed Medtronic.

L’analisi preliminare dei bisogni formativi, condotta dal team LIUC su 28 rappresentanti di associazioni provenienti da tutta Italia, ha evidenziato un campione composto prevalentemente da Presidenti e Direttori, con una consolidata esperienza sui temi del patient involvement e della rappresentanza dei pazienti, ma con minore familiarità con i processi decisionali istituzionali. Tra le priorità formative sono emerse gli approcci di co-design al fine di costruire soluzioni e percorsi con i professionisti sanitari (punteggio 4,28 su una scala di 5), le strategie di negoziazione (4,21/5), gli strumenti di Health Technology Assessment (HTA) (4,21/5) e la comprensione dei processi di cambiamento organizzativo (4,21/5).

Le nuove competenze della patient advocacy

In linea con le esigenze espresse dai partecipanti, il Corso è stato progettato per offrire una visione integrata dei contesti nei quali vengono assunte le decisioni nel sistema sanitario e per fornire strumenti concreti da applicare nei diversi contesti operativi. Il percorso ha affrontato i principali ambiti nei quali è previsto il coinvolgimento delle associazioni di pazienti, dall’organizzazione dei servizi all’Health Technology Assessment (HTA), dalla valutazione partecipativa, al procurement, dal co-design alla comunicazione istituzionale.

L’obiettivo è stato quello di sviluppare competenze che consentano alle associazioni di comprendere i processi decisionali, rilevare e rappresentare i bisogni dei pazienti con approcci strutturati e contribuire in modo sempre più efficace alla progettazione, all’implementazione e alla valutazione di servizi e innovazioni.

Lo sviluppo progettuale, la capacità comunicativa e il confronto tra Associazioni

La fase conclusiva del Corso è stata dedicata a un’attività esperienziale, pensata per trasformare le competenze acquisite in strumenti operativi. I partecipanti hanno sviluppato e discusso progetti concreti delle proprie associazioni, dalla progettazione di campi scuola ai percorsi di miglioramento organizzativo, fino alla revisione dei PDTA in linea con le più recenti raccomandazioni.

Il valore aggiunto dell’esperienza è stato il confronto diretto con un Direttore Sanitario, che ha simulato il ruolo dell’interlocutore istituzionale chiamato a valutare le proposte. Questo ha consentito alle associazioni di sperimentare una situazione difficilmente riproducibile nella pratica quotidiana: ricevere un riscontro puntuale sulla qualità progettuale delle iniziative, sulla loro fattibilità organizzativa e sull’efficacia della comunicazione.

L’attività esperienziale ha mostrato quali elementi rendono una proposta convincente per le istituzioni

Il feedback ricevuto ha permesso di comprendere quali elementi rendono una proposta realmente convincente per le istituzioni, quali criticità possono limitarne l’attuazione e come migliorare la capacità di dialogo con i decisori. Un apprendimento basato sull’esperienza diretta che ha rafforzato non solo le competenze progettuali, ma anche la consapevolezza del ruolo che le associazioni possono svolgere nei processi decisionali del sistema sanitario.

Accanto alle competenze sviluppate, il Corso ha favorito anche la costruzione di una rete tra associazioni provenienti da contesti territoriali, esperienziali e organizzativi differenti. Il confronto continuo tra vissuti, criticità e buone pratiche ha permesso ai partecipanti di riconoscere sfide comuni, condividere soluzioni e sviluppare una visione più ampia e condivisa del ruolo della patient advocacy [Fisher et al., 2024; Westerink et al., 2023].

Non una conclusione, ma un punto di partenza

Il percorso formativo si conclude, ma il suo valore si misurerà nella capacità di tradurre quanto appreso in azioni concrete. Le competenze acquisite non rappresentano infatti un patrimonio riservato ai partecipanti del Corso, ma un riferimento per tutte le associazioni che desiderano contribuire in modo autorevole all’evoluzione del sistema sanitario.

In un contesto sempre più complesso, il valore della partecipazione non risiede nella semplice presenza ai tavoli decisionali, ma nella qualità del contributo che le associazioni sono in grado di offrire. Questo richiede competenze, metodo e la capacità di trasformare l’esperienza dei pazienti in conoscenze utili a orientare le decisioni, mettendo in piedi un dialogo costruttivo con istituzioni, professionisti e tutti gli attori del sistema, nella consapevolezza che la collaborazione genera più valore della contrapposizione.

Dalla rappresentanza alla partecipazione competente, dalla testimonianza alla co-progettazione, dal dialogo alla corresponsabilità

La patient advocacy è oggi chiamata a compiere un’evoluzione: dalla rappresentanza alla partecipazione competente, dalla testimonianza alla co-progettazione, dal dialogo alla corresponsabilità [Gonzato, 2022].

Una trasformazione che richiede anche di investire nel ricambio generazionale, coinvolgendo i più giovani e offrendo loro gli strumenti per comprendere il funzionamento del sistema sanitario, sviluppare competenze e assumere un ruolo attivo nei processi decisionali.

La vera sfida dei prossimi anni sarà costruire associazioni capaci non solo di rappresentare i pazienti, ma anche di generare competenze, valorizzare nuove energie e formare una nuova generazione di patient advocate in grado di dialogare con il sistema sanitario con autorevolezza, spirito collaborativo e responsabilità. Perché il futuro della partecipazione non dipenderà solo dall’avere un posto al tavolo delle decisioni, ma dalla capacità di contribuire, insieme, a decisioni migliori per i pazienti e per l’intero sistema sanitario.

Il futuro della partecipazione dipenderà dalla capacità di contribuire a decisioni migliori

Ulteriore elemento di rilievo è legato al fatto che uno dei risultati più significativi del percorso, al di là della generazione di nuove competenze, è rappresentato proprio dalla nascita di un capitale relazionale tra associazioni che, pur operando in realtà diverse, hanno potuto conoscersi, instaurare rapporti di fiducia e riconoscersi come parte di una comunità orientata a obiettivi comuni. Si tratta di un patrimonio che non può esaurirsi con la conclusione delle attività formative, ma che richiede di essere alimentato attraverso occasioni continue di confronto, collaborazione e scambio di esperienze.

Solo una rete viva e capace di evolvere nel tempo può favorire la diffusione delle competenze, contribuire a ridurre le disomogeneità tra contesti territoriali e organizzativi, promuovere progettualità condivise e rafforzare la capacità delle associazioni di generare un impatto concreto sui processi decisionali e sull’innovazione del sistema sanitario.

In collaborazione con il gruppo di lavoro e i discenti del Corso di Alta Formazione in Patient Advocacy e Management per il diabete – AMICI di LIUC Business School

Bibliografia

Bollino Azzurro 2027-2028: più aree cliniche per la salute degli uomini negli ospedali

Si rinnova integralmente nei contenuti e nei criteri di valutazione il nuovo bando Bollino Azzurro 2027-2028 promosso da Fondazione Onda ETS. Giunto alla sua terza edizione, valuterà non soltanto i servizi dedicati alle patologie uro-andrologiche, ma anche quelli rivolti ad aree cliniche spesso trascurate o poco considerate quando si parla della salute dell’uomo: tumori dell’apparato riproduttivo e della mammella maschile, salute mentale e neurologica, malattie endocrinologiche e reumatologiche autoimmuni.  

Gli uomini vivono mediamente meno delle donne, con un divario di circa 4 anni e una prevalenza tra i centenari pari solo al 17,4%, accedono più tardi ai percorsi di prevenzione e tendono a rivolgersi ai servizi sanitari quando la malattia è già manifesta.

Il nuovo bando Bollino Azzurro valuterà anche i servizi rivolti ad aree cliniche poco considerate della salute dell’uomo

Nato nel 2021 per rispondere a questa sfida, il Bollino Azzurro è il riconoscimento biennale attribuito agli ospedali e alle case di cura pubbliche e private accreditate al Servizio sanitario nazionale che si distinguono per l’offerta di servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle patologie maschili e per l’adozione di percorsi assistenziali attenti alle differenze di sesso e genere. Oggi la rete nazionale è composta da 156 ospedali distribuiti su tutto il territorio italiano.  

Francesca Merzagora, Presidente di Fondazione Onda ETS, dichiara: «Da oltre vent’anni Fondazione Onda ETS promuove una cultura della salute attenta alle differenze di sesso e genere. Attraverso il Bollino Azzurro, così come rinnovato, intendiamo valorizzare gli ospedali che investono in servizi dedicati, percorsi multidisciplinari e modelli organizzativi innovativi, offrendo al tempo stesso ai cittadini uno strumento concreto per orientarsi nella scelta delle strutture più attente ai loro bisogni di salute. Un beneficio che riguarda da vicino anche le donne, che nella maggior parte dei casi sono le principali caregiver in famiglia e che, grazie al Bollino Azzurro, potranno trovare risposte concrete sui servizi ospedalieri più adatti al marito, al compagno o al padre. Prendersi cura della salute delle donne significa, anche in questo, dare loro strumenti per prendersi cura di chi hanno accanto.»

«La salute maschile richiede un approccio che tenga conto delle differenze di sesso e genere»

Elena Ortona, Direttrice del Centro di Medicina di genere dell’Istituto Superiore di Sanità, aggiunge: «La salute maschile richiede un approccio che tenga conto delle differenze di sesso e genere. Il Bollino Azzurro rappresenta un’opportunità per promuovere percorsi assistenziali più appropriati e personalizzati, migliorando prevenzione, diagnosi e cura in base alle specifiche esigenze degli uomini.»

La candidatura avviene attraverso un questionario sviluppato da Fondazione Onda ETS insieme a un advisory board multidisciplinare composto da esperti di rilievo nazionale nell’ambito dell’urologia, dell’oncologia, della medicina di genere e delle neuroscienze. Il sistema di valutazione prende in esame 170 punti complessivi distribuiti in quattro macroaree, con l’obiettivo di valorizzare gli ospedali che investono in percorsi multidisciplinari, innovazione organizzativa, continuità assistenziale e personalizzazione delle cure.  

La rete del Bollino Azzurro favorisce l’accesso dei cittadini a servizi sempre più appropriati e personalizzati

Entrare a far parte del network Bollino Azzurro significa ottenere un riconoscimento istituzionale distintivo a livello nazionale, consolidare la reputazione della struttura, partecipare a iniziative di formazione, sensibilizzazione e networking promosse da Fondazione Onda ETS e contribuire alla costruzione di una rete capace di favorire l’accesso dei cittadini a servizi sempre più appropriati e personalizzati.  

Le candidature resteranno aperte dal 13 luglio fino al 16 ottobre 2026 e potranno essere presentate dagli ospedali e dalle case di cura pubbliche e private accreditate al SSN. I risultati saranno validati dalla Fondazione e dall’advisory board e consentiranno di individuare le strutture che entreranno a far parte del network Bollino Azzurro per il biennio 2027-2028.

La salute maschile a 360°

Il rinnovamento del Bollino Azzurro nasce dalla consapevolezza che la salute maschile richiede un approccio più ampio rispetto alle sole patologie uro-andrologiche, secondo i principi della medicina di genere. Accanto alle malattie dell’apparato urinario, saranno promossi servizi dedicati ai tumori dell’apparato riproduttivo e della mammella maschile: quest’ultima rappresenta meno dell’1% di tutti i tumori mammari e, a causa della scarsa consapevolezza della malattia, viene frequentemente diagnosticata in stadi più avanzati rispetto a quanto avviene nelle donne. Saranno inoltre offerti servizi dedicati alla salute mentale e neurologica: si pensi, per esempio, che gli uomini presentano un tasso di suicidio circa tre volte superiore rispetto alle donne. L’attenzione del Bollino Azzurro si estenderà anche alle malattie endocrinologiche e reumatologiche autoimmuni che, sebbene interessino prevalentemente il sesso femminile (circa 8 pazienti su 10 sono donne), possono presentare negli uomini forme cliniche più severe, come nell’artrite reumatoide (spesso associata a più erosioni articolari e prognosi peggiore) e nel lupus eritematoso sistemico (più frequentemente caratterizzato da interessamento renale, cardiovascolare e neurologico, con un decorso generalmente più severo), oltre a essere diagnosticate più tardivamente.

L’advisory board

  • Carlo Bettocchi, Direttore USD di Andrologia e Chirurgia ricostruttiva dei genitali esterni, Azienda Ospedaliero Universitaria di Foggia – Ospedali Riuniti, Presidente della Sezione Andrologica presso la EAU – European Association Urology
  • Orazio Caffo, Direttore Dipartimento Oncologia medica, APSS Trento – Presidio Ospedaliero S. Chiara; 
  • Roberto Carone, già Primario della Neuro-Urologia e Unità spinale, AOU Città della Salute di Torino e Presidente emerito della Fondazione Italiana Continenza; 
  • Giario Conti, Urologo e Segretario SIURO – Società Italiana di Uro-Oncologia; 
  • Rolando D’Angelillo, UOC di Radioterapia, Fondazione PTV Policlinico Tor Vergata di Roma; 
  • Carmen Maccagnano, Dirigente medico di I livello, Centro avanzato di Urotecnologie, Istituto Auxologico Italiano – IRCCS Capitanio di Milano, EMMAS SdA Bocconi, Coordinatore regionale SIURO – Società Italiana di Urologia Oncologica e S.I.E.U.N. – Società Italiana di Diagnostica Integrata in Urologia, Andrologia e Nefrologia; 
  • Giorgio Macellari, Chirurgo Senologo e Senior consultant, Breast Unit MultiMedica di Milano, membro del Consiglio Direttivo di Europa Uomo Italia e membro del Comitato etico e scientifico della Fondazione Umberto Veronesi; 
  • Elena Ortona, Direttrice del Centro di Medicina di genere dell’Istituto Superiore di Sanità.

Contributi e patrocini

L’iniziativa, realizzata grazie al contributo non condizionante di Boston Scientific e Coloplast, ha il patrocinio di: AGENAS – Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali; AIOM – Associazione Italiana Oncologia Medica; AIRO – Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia clinica; ANISC – Associazione Nazionale Italiana Senologi Chirurghi; Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere; Europa Uomo; GISeG – Gruppo Italiano Salute e Genere; SIAMS – Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità; SIDeMaST – Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse; SIE – Società Italiana di Endocrinologia; SIFES e MR – Società Italiana di fertilità e sterilità; SIMG – Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie; SIOMMMS – Società Italiana dell’Osteoporosi del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro; SIN – Società Italiana di Neurologia; SIP – Società Italiana di Psichiatria; SIU – Società Italiana di Urologia; SIUD – Società Italiana di Urodinamica; SIUrO – Società Italiana di Uro-Oncologia.

Emergenza calore, la best practice SIMEU per i Pronto Soccorso italiani

Quando le temperature salgono e si inizia a parlare di emergenza caldo, nei Pronto Soccorso non aumentano tanto i colpi di calore in senso stretto, quanto gli scompensi acuti delle patologie croniche preesistenti negli over 65: insufficienza cardiaca e renale, diabete, malattie respiratorie, demenza, condizioni che il caldo estremo fa precipitare, anche perché molti dei farmaci assunti quotidianamente da questi pazienti interferiscono con la termoregolazione. Un fenomeno confermato dalla letteratura internazionale che ha rilevato come, a ogni grado in più di temperatura, corrisponda un aumento di morbilità e mortalità nella popolazione anziana, con i rischi maggiori proprio nelle aree a clima mediterraneo.

Nei Pronto Soccorso, l’impatto del caldo si misura soprattutto negli scompensi delle patologie croniche degli anziani

È lo scenario che Mario Guarino, vice presidente SIMEU e Direttore dell’Unità operativa complessa di Medicina d’Emergenza-Urgenza del CTO di Napoli, ha illustrato alla riunione della Cabina di regia interistituzionale convocata al Ministero della Salute nell’ambito del Piano operativo nazionale sugli effetti del caldo, aperta dal Ministro Orazio Schillaci e alla quale hanno partecipato, tra gli altri, FIASO, Federsanità, SIMG e Protezione Civile.
In quella sede SIMEU ha annunciato la costituzione di un gruppo di lavoro per la redazione di un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale nazionale sull’emergenza calore, con l’obiettivo di uniformare la gestione di questi pazienti in tutti i Pronto Soccorso italiani, dalla fase pre-ospedaliera al triage, dall’Osservazione Breve Intensiva alla Medicina d’Urgenza.

Ne abbiamo parlato con lui a TrendSanità in questa intervista.

Il gruppo di lavoro riguarda solo l’emergenza calore o è più generale?

Mario Guarino

«Riguarda l’emergenza calore. L’obiettivo è produrre una best practice, cioè un documento che tenda a omogeneizzare i processi assistenziali all’interno dei Pronto Soccorso italiani, chiaramente contestualizzati, perché l’impatto climatico è diverso da regione a regione. A parità di gradi centigradi, il tasso di umidità cambia molto da zona a zona e, a parità di riscaldamento globale, il caldo è percepito anche in base a dove si vive, un po’ come il freddo per chi vive in montagna.
A parità di temperatura, tuttavia, il tasso di umidità influisce moltissimo sulle patologie croniche, come per i pazienti con insufficienza respiratoria cronica e BPCO, con scompenso cardiaco, pazienti oncologici, con insufficienza renale cronica o con demenza, che normalmente non avvertono lo stimolo della sete. Se il tasso di umidità è alto, aumenta la sudorazione, con dispersione di acqua ed elettroliti. Le indicazioni sono valide per tutti e quando arriva il paziente si fanno delle valutazioni, anche per le tecniche di raffreddamento, la stratificazione della gravità ecc., ma è chiaro che ciascuno deve poi mettere in atto il livello di allerta in base al proprio contesto e alla propria regione, questo non è standardizzabile».

Come sarà composto il gruppo di lavoro e che tempi avete per la stesura?

«Il documento è già steso ed è alla valutazione dell’ufficio di presidenza e del direttivo nazionale SIMEU. Il gruppo è formato da medici e infermieri di emergenza-urgenza, perché tutti i documenti e le azioni della nostra società scientifica coinvolgono entrambe le figure professionali. Siamo una delle pochissime società scientifiche che pensa a entrambe le professioni perché, lavorando gomito a gomito, ogni giorno, ci sembra impensabile fare diversamente. Vogliamo pubblicarlo quanto prima sul sito in modo da renderlo fruibile a chi ha difficoltà a gestire queste criticità e può così contare su un documento di aiuto, senza dover ricorrere allo studio della letteratura. Presenteremo il documento al Ministero della Salute al prossimo incontro».

Ci sarà un modo per monitorare l’applicazione di queste linee guida?

«Il documento prevede un cruscotto di monitoraggio della qualità del PDTA (il percorso diagnostico terapeutico assistenziale) e della sua applicazione. Questo però è un obiettivo a lungo termine, mentre le ondate di calore e le alte temperature si ripresenteranno. Il Pronto Soccorso, di fatto, è l’emblema del One Health: tutte le intossicazioni ambientali arrivano in emergenza, quindi siamo anche un campanello d’allarme, un warning di quanto sia importante il cambiamento climatico.

Il Pronto Soccorso è un avamposto del disagio sociale, soprattutto per quelli considerati “invisibili” e i fragili

A questo proposito, lei ha definito il Pronto Soccorso “l’avamposto degli invisibili”

«Ed è vero. L’altra notte è venuta una signora senza fissa dimora, che vive per strada, e ci ha detto, in tutta sincerità, “Ho tanto caldo e vengo qui la sera solo perché c’è l’aria condizionata e non ci sono supermercati aperti la notte”. Sarà inappropriato quanto vuole in termini scientifici, ma è quello che facciamo, noi siamo la medicina delle necessità per definizione. Al triage del CTO di Napoli abbiamo anche installato distributori gratuiti di acqua, refrigerata e a temperatura ambiente. Il Pronto Soccorso è un avamposto del disagio sociale anche per molti anziani, che non possono permettersi un condizionatore o altri sistemi di raffreddamento, alcuni magari lo hanno, ma non possono accenderlo perché impatta sulla bolletta.

Pensiamo anche solo al vestiario, una volta lo cambiavamo molto più raramente. Oggi il consumismo consente, a chi può permetterselo, di rinnovarlo velocemente, mentre chi non può accede solo a capi di bassa qualità, che certamente non lo tutelano».

Queste best practice prendono in considerazione anche il territorio, un accordo con i medici di famiglia per intercettare i più fragili prima che arrivino in Pronto Soccorso?

«La principale criticità che abbiamo evidenziato, e che andrebbe risolta, è la preparazione del paziente. La terapia per malattie croniche andrebbe rivalutata al cambio di stagione, perché alcuni trattamenti vanno sospesi o rimodulati rispetto al clima. Ciò però non avviene e la medicina del territorio ha perso un po’ la sua funzione di medicina della prossimità. Questi pazienti spesso non hanno la possibilità di accedere in tempo agli specialisti ambulatoriali e continuano a seguire la stessa terapia. Penso ai diuretici o agli antidepressivi, che riducono ancora di più il senso della sete, soprattutto nelle persone anziane.

Il cambiamento climatico sta ampliando le disuguaglianze sociali nel campo della salute


Come per l’influenza c’è la campagna vaccinale, in questo caso va fatta la riconciliazione farmacologica, cioè rimodulare tutta la terapia in base alle necessità e al contesto climatico. Bisogna attrezzarsi, ad esempio, per avere una scorta di flebo in frigorifero a 4 gradi centigradi con cui fare il raffreddamento vascolare interno, per eseguire il lavaggio vescicale con liquidi freddi e ridurre la temperatura interna. Il tutto tutelando sempre l’equilibrio fragile del paziente anziano alla luce della terapia che assume, perché i farmaci non scompaiono velocemente dal circolo, bisogna rispettare i tempi di wash out».

A quali linee guida vi siete attenuti per la stesura?

«Alla letteratura scientifica, che è piena di linee guida e di buone pratiche. In realtà quello che ci preoccupa meno è il cosiddetto colpo di calore. È certamente un’emergenza, può succedere, ma non è così impattante dal punto di vista numerico. Ecco perché è bene non guardare solo il numero degli accessi in più per il caldo, durante il periodo influenzale ne vediamo di più. Dobbiamo guardare il peso specifico di questi malati. Sono pazienti già cronici, fragili, che stanno su un equilibrio metabolico ed elettrolitico delicato e possono crollare da un momento all’altro.

Quando crollano per effetto del caldo, che fa da amplificatore di criticità, diventano pazienti ancora più complessi, che richiedono più attenzione e più assistenza in un Pronto Soccorso già estremamente sotto pressione e se il cambiamento climatico prosegue, le emergenze saranno sempre di più.
SIMEU è disponibile a collaborare con tutte le istituzioni per migliorare i processi di accoglienza e di cura, perché il calore non è un’emergenza stagionale, è la nuova normalità climatica e il sistema sanitario deve attrezzarsi strutturalmente per affrontarla».

Rapporto Fnomceo-Censis. ANAAO: i medici chiedono dignità, autonomia e investimenti nel SSN

«Il Rapporto Fnomceo-Censis presentato a Roma – commenta Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed – offre indicazioni e riflessioni utili su come sia cambiato il rapporto soggettivo dei medici con la professione, sulla scia della più ampia trasformazione del rapporto tra gli italiani e il lavoro. Rischia però di essere letto in modo distorto su un punto che ci riguarda direttamente, e su cui non possiamo tacere: il giudizio sul lavoro dipendente. Non permetteremo che un dato di insoddisfazione verso le condizioni concrete in cui si esercita la professione si trasformi, nel dibattito pubblico, in un atto d’accusa contro chi ha scelto, o si trova, nella stragrande maggioranza dei casi, a dover scegliere, di lavorare come dipendente negli ospedali pubblici italiani.»

Pierino Di Silverio

Il Rapporto certifica che l’81,5% dei medici associa il lavoro dipendente a un eccesso di burocrazia e il 54% a una compressione dell’autonomia decisionale. «Sono numeri che raccontano un disagio reale, prosegue Di Silverio. Ma attenzione a non confondere causa ed effetto: non è la natura giuridica del rapporto di lavoro a generare questo malessere, è l’aziendalizzazione degli ultimi trent’anni, il sottofinanziamento cronico, la carenza di organici e il carico burocratico scaricato sul personale a rendere insopportabile ciò che potrebbe e dovrebbe funzionare bene. Il medico ospedaliero dipendente non è un esecutore di procedure per vocazione mancata: lo diventa quando il sistema lo costringe a scegliere tra la relazione con il paziente e la scrivania piena di adempimenti».

Secondo ANAAO, il modello di governance ha progressivamente compresso l’autonomia clinica in nome di logiche produttive ed economiche

«Continuiamo a dirlo da anni: il problema non è essere dipendenti del Servizio sanitario nazionale, il problema è che il modello di governance nato con il DLGS 502/1992 ha progressivamente compresso l’autonomia clinica in nome di logiche produttive ed economiche. È quella la riforma da fare, non la fuga dal lavoro dipendente verso presunte terre promesse di libertà professionale».

«Respingiamo con fermezza – dichiara Di Silverio – ogni lettura che voglia trasformare questi dati in una sorta di bocciatura morale dei medici che ogni giorno reggono pronto soccorso, sale operatorie e reparti del Servizio sanitario nazionale, spesso ben oltre i turni contrattuali, spesso subendo aggressioni, quasi sempre senza il riconoscimento economico che meriterebbero. Sono loro, ad aver garantito la tenuta del sistema nella pandemia e negli anni difficili che sono seguiti. Additarli come vittime rassegnate di una scelta professionale sbagliata, o peggio come medici di “serie B” rispetto alla libera professione, è un’operazione ingenerosa quanto sbagliata nel merito».

«I medici ospedalieri non chiedono di scappare dal SSN. Chiedono di poter lavorare in un SSN che funzioni come dovrebbe»

Il Rapporto stesso lo conferma: l’83% dei medici indica la professione come un modo per realizzarsi nella vita, l’80,2% si dichiara alla fin fine soddisfatto. Sono numeri che valgono anche per chi lavora da dipendente negli ospedali, e che raccontano una tenuta di valori e motivazioni ben più solida di quanto la narrazione sul “meglio il lavoro autonomo” lasci intendere.

«Chiediamo – aggiunge Di Silverio – che il dibattito seguito a questo Rapporto non si trasformi nell’ennesima occasione per proporre scorciatoie come la fuga dal rapporto di dipendenza come soluzione ai mali della sanità pubblica. La soluzione non è smontare il pilastro del lavoro dipendente su cui si regge il Servizio sanitario nazionale universalistico, ma restituirgli dignità: superare l’aziendalizzazione, abbattere il tetto di spesa per il personale, investire su organici e retribuzioni, restituire ai medici il tempo per la relazione di cura che il Rapporto stesso indica come cuore pulsante della professione».

«I medici ospedalieri – conclude – non chiedono di scappare dal Servizio sanitario nazionale. Chiedono di poter lavorare in un SSN che funzioni come dovrebbe. È questa la riforma che serve, non l’ennesima delegittimazione di chi, ogni giorno, tiene in piedi gli ospedali italiani».