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Cure palliative e suicidio medicalmente assistito, la SICP: «Due risposte diverse a domande diverse»

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Il suicidio medicalmente assistito è oggi uno dei temi più delicati e dibattuti del panorama sanitario, giuridico ed etico italiano. Al centro del confronto non ci sono soltanto norme e sentenze ma questioni profonde che riguardano la dignità della persona, la libertà di scelta, il significato della cura e il modo in cui la società accompagna chi vive la fase finale della vita.

È su questo terreno, segnato dalle evoluzioni giurisprudenziali degli ultimi anni a partire dalla sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale e dalle successive pronunce, che la Società Italiana di Cure Palliative (SICP) ha deciso di prendere posizione pubblicando un Position Paper dedicato al rapporto tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito (SMA).

La Società Italiana di Cure Palliative ha elaborato e pubblicato su Position Paper sul rapporto tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito

Il documento, approvato il 5 giugno 2026 dal Consiglio Direttivo della società scientifica al termine di oltre un anno di confronto e approfondimento condotto dal Comitato per le Questioni Etiche (COMETE), nasce con l’obiettivo di offrire ai professionisti sanitari, alle istituzioni e alla società civile uno strumento di orientamento scientifico, etico e organizzativo su un tema complesso, che continua a interrogare la medicina e la coscienza collettiva.

Danila Valenti

«Le diverse sensibilità etiche, culturali e professionali presenti all’interno del Comitato per le questioni etiche della SICP hanno rappresentato il presupposto metodologico indispensabile per la costruzione di un documento capace di individuare, attraverso il dialogo argomentato guidato dalla ricerca di una bioetica condivisa, punti di convergenza solidi e condivisibili», spiega Danila Valenti, vicepresidente della SICP e presidente esecutiva del COMETE a TrendSanità. «Le Cure Palliative e il SMA rappresentano, infatti, due approcci profondamente differenti al fine vita, poiché rispondono a domande umane, cliniche ed etiche diverse. Non sono né complementari né alternative al SMA, sono diverse dal SMA. Evidenziare questa differenza non significa disconoscere l’importanza che il SMA sia normato e disciplinato, come più volte indicato dalle pronunce della Corte costituzionale.
Tale distinzione va ribadita nel dibattito pubblico, affinché possa essere garantita una piena libertà di scelta a chi ha bisogno di Cure Palliative ma non richiede il SMA. In ogni caso, per la natura stessa delle Cure Palliative e dell’etica della Cura alla quale si ispirano, i professionisti delle Cure Palliative non abbandonano mai la persona malata e la loro famiglia nel percorso, sempre difficile e sofferto, di qualunque scelta nella malattia».

Un anno di confronto per una bioetica condivisa

Per affrontare un tema tanto delicato, la SICP ha costituito un gruppo di lavoro multidisciplinare composto da 25 professionisti tra medici, infermieri, psicologi, bioeticisti, filosofi, giuristi ed esperti di assistenza spirituale. Il percorso di elaborazione del documento è stato guidato dal principio della cosiddetta “bioetica condivisa”. Le diverse sensibilità culturali, etiche e professionali presenti nel Comitato non hanno rappresentato un ostacolo, ma il presupposto metodologico indispensabile per costruire una riflessione capace di confrontarsi con la complessità del tema e di individuare punti di convergenza condivisi.
Il risultato è un Position Paper che non si limita ad affrontare il tema del suicidio medicalmente assistito, ma prova a chiarire quale sia il ruolo delle cure palliative e quali debbano essere i confini tra i due percorsi.

Due domande diverse, due risposte diverse

Il cuore del documento è racchiuso in una formula che compare più volte nel documento: cure palliative e suicidio medicalmente assistito sono “due risposte diverse a domande diverse”. La richiesta di cure palliative può essere sintetizzata nella domanda: «Aiutatemi a vivere la vita fino alla fine in modo per me dignitoso, con sofferenze sostenibili e un rinnovato senso della vita nella malattia». Diversa è invece la richiesta di suicidio medicalmente assistito: «Aiutatemi a porre fine alla mia vita in modo per me dignitoso perché la mia sofferenza è diventata insopportabile e priva di senso».

Entrambe le richieste meritano rispetto ma esprimono concezioni differenti della dignità e richiedono risposte diverse. Le cure palliative appartengono, infatti, a una medicina della cura e dell’accompagnamento. Richiamando la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità, il documento ricorda che esse «affermano la vita e considerano il morire un processo naturale» e non hanno l’obiettivo né di accelerare, né di ritardare la morte. La loro finalità è alleviare la sofferenza, accompagnare la persona, sostenere la qualità della vita, preservare relazioni e dignità ed evitare l’abbandono.
Il suicidio medicalmente assistito appartiene, invece, a un paradigma differente, nel quale la morte intenzionalmente anticipata e autoprocurata può essere considerata una risposta a una sofferenza ritenuta intollerabile dalla persona che la vive. La distinzione etica fondamentale, sottolinea il Position Paper, risiede nell’intenzionalità: nelle cure palliative l’obiettivo è alleviare la sofferenza fino alla morte naturale, nel suicidio medicalmente assistito l’intenzione è provocare la morte per eliminare la sofferenza.

Nelle cure palliative l’obiettivo è alleviare la sofferenza fino alla morte naturale, nel suicidio medicalmente assistito l’intenzione è provocare la morte per eliminare la sofferenza

Il “Gap di Calman” e il significato della sofferenza

Tra gli elementi più originali del documento vi è il richiamo al cosiddetto “Gap di Calman”, un modello elaborato negli anni Ottanta secondo cui la qualità della vita dipende dalla distanza tra aspettative, desideri e realtà vissuta dalla persona. Quando questo divario aumenta, aumenta anche la sofferenza.
Le cure palliative cercano di ridurre questo gap attraverso il controllo dei sintomi, il supporto psicologico, sociale e spirituale, la relazione di cura e la ridefinizione degli obiettivi di vita nella malattia. Anche la richiesta di suicidio medicalmente assistito può nascere dalla percezione di un divario diventato insostenibile, ma propone una risposta diversa: non ridurre il gap mantenendo la vita, bensì eliminarlo attraverso una morte intenzionalmente anticipata.

Il ruolo delle cure palliative nelle richieste di suicidio medicalmente assistito

Pur ribadendo la distinzione tra i due percorsi, il documento attribuisce alle cure palliative un ruolo importante nelle fasi informative e valutative delle richieste di suicidio medicalmente assistito. Le équipe palliative possiedono, infatti, competenze specifiche nell’ascolto della persona, nella comunicazione, nella valutazione della sofferenza globale, dei sintomi refrattari, della vulnerabilità psicologica, della sofferenza esistenziale, dei bisogni relazionali e spirituali e delle paure legate all’abbandono o al timore di essere un peso per i propri familiari. La loro presenza consentirebbe inoltre di verificare se il paziente abbia realmente avuto accesso a cure palliative tempestive e di qualità oppure se la richiesta di suicidio medicalmente assistito sia influenzata da una presa in carico insufficiente e potenzialmente migliorabile.

Il documento attribuisce alle cure palliative un ruolo importante nelle fasi informative e valutative delle richieste di suicidio medicalmente assistito

È per questo che emerge con chiarezza uno dei concetti chiave del documento, la “libertà autentica”. Secondo la SICP, la libertà non coincide semplicemente con il riconoscimento astratto di un diritto, ma richiede che la persona possa scegliere senza paura, senza ambiguità, senza condizionamenti impliciti e dopo aver ricevuto tutte le informazioni e le opportunità assistenziali disponibili.

Dalla sentenza 242 alle pronunce più recenti

Il Position Paper dedica un capitolo al contesto normativo italiano. La sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale ha stabilito i requisiti che permettono di richiedere il SMA, rendendo possibili le prime richieste da parte di cittadini italiani. Secondo la Corte, la persona malata deve essere affetta da una patologia irreversibile, deve trovarsi in una condizione di sofferenza fisica o psicologica che ritiene assolutamente intollerabile, deve essere tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, ma deve restare capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
La stessa sentenza ha affidato la verifica di queste condizioni alle strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale, prevedendo l’intervento di un organo collegiale terzo: i comitati etici territorialmente competenti. Ha inoltre richiesto un ulteriore passaggio procedurale, cioè che la persona abbia avuto la concreta possibilità di accedere alla terapia del dolore e alle cure palliative.

La sentenza n. 135 del 2024 ha poi chiarito un punto molto discusso, cosa si intenda per “trattamento di sostegno vitale”. La Corte ha ribadito che si tratta di una valutazione clinica, di competenza del personale medico, ma ha anche affermato il diritto di ogni paziente di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario sul proprio corpo, indipendentemente da quanto sia tecnicamente complesso o invasivo. Tra gli esempi discussi durante l’udienza pubblica, la Corte ha citato procedure come l’evacuazione manuale dell’intestino, l’inserimento di cateteri urinari o l’aspirazione del muco dalle vie bronchiali: se necessarie ad assicurare funzioni vitali del paziente, al punto che la loro interruzione ne causerebbe la morte in breve tempo, vanno considerate trattamenti di sostegno vitale ai fini dell’applicazione dei principi della sentenza 242.
In assenza di una legge nazionale, alcune Regioni — tra cui Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna, Piemonte e Lombardia — hanno definito percorsi propri attraverso atti legislativi o amministrativi. Una frammentazione regionale, osserva il documento, che ha il vantaggio di dare un’organizzazione concreta a un diritto già riconosciuto dalla Corte costituzionale, ma comporta anche il rischio di creare disuguaglianze nell’accesso al SMA tra una regione e l’altra.

Perché la SICP chiede di restare fuori dalla fase attuativa

Diverso è invece il tema della partecipazione diretta alla procedura di suicidio medicalmente assistito. La società scientifica riconosce che i singoli professionisti possano scegliere, secondo coscienza e a titolo personale, di partecipare a tali procedure. Tuttavia ritiene fondamentale mantenere distinta l’identità delle cure palliative dalla finalità propria del suicidio medicalmente assistito e preservare la specifica missione della medicina palliativa.

Il timore è che una sovrapposizione tra i due ambiti possa compromettere la fiducia nelle cure palliative e limitarne l’accesso da parte delle persone più fragili

La ragione, spiegano gli autori, non è ideologica. Il timore è che una sovrapposizione tra i due ambiti possa compromettere la fiducia nelle cure palliative e limitarne l’accesso da parte delle persone più fragili. Il documento richiama a questo proposito il concetto di “euristica della disponibilità” elaborato da Daniel Kahneman e Amos Tversky: le persone tendono a valutare situazioni complesse sulla base delle immagini e delle associazioni più immediate presenti nella memoria collettiva. Se hospice, assistenza domiciliare e cure palliative fossero associati culturalmente al suicidio medicalmente assistito, alcuni pazienti o familiari potrebbero temere che tali percorsi nascondano una logica eutanasica e decidere di evitarli. Il risultato sarebbe un ritardo nell’accesso alle cure o addirittura il rifiuto di servizi assistenziali di cui avrebbero bisogno. Secondo la SICP, questo descriverebbe una riduzione della libertà reale delle persone e un ostacolo all’accesso alle cure palliative.

Diritto alla richiesta e principio del non abbandono

Gianpaolo Fortini

Nelle conclusioni, il Position Paper afferma che in una società pluralista può essere riconosciuto il diritto individuale a richiedere il suicidio medicalmente assistito secondo le condizioni previste dall’ordinamento giuridico. Proprio per questo, sostengono gli autori, è necessario mantenere una distinzione chiara tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito. La presenza delle équipe palliative nelle fasi informative e valutative delle richieste è considerata appropriata e importante. Diverso rimane invece il piano della fase attuativa, rispetto alla quale il documento ritiene essenziale preservare una distinzione simbolica, culturale e professionale tra l’accompagnamento della persona nella vita fino alla morte naturale e l’anticipazione intenzionale della morte.

«Questo documento nasce dalla responsabilità scientifica e civile della SICP. Su un tema tanto complesso abbiamo ritenuto necessario offrire un contributo rigoroso, pluralista e orientato alla tutela delle persone più fragili, affinché il dibattito pubblico possa svilupparsi su basi chiare e rispettose della dignità di ogni persona», afferma Gianpaolo Fortini, presidente della SICP. «In ogni caso, per la natura stessa delle Cure Palliative e dell’etica della cura alla quale si ispirano, i professionisti delle Cure Palliative non abbandonano mai la persona malata e la sua famiglia nel percorso, sempre difficile e sofferto, di qualunque scelta nella malattia».

Anaao Assomed: «Contratti costruiti vent’anni fa non sono più adeguati al SSN di oggi»

Il lavoro nella sanità pubblica cambia, ma i modelli organizzativi e contrattuali continuano a essere quelli di oltre vent’anni fa. È da questa considerazione che parte la proposta di riforma presentata da Anaao Assomed durante il 26° Congresso nazionale, con l’obiettivo di ripensare profondamente organizzazione del lavoro, percorsi di carriera, governance e ruolo della dirigenza medica e sanitaria nel Servizio sanitario nazionale.

Secondo il sindacato, la crisi del lavoro sanitario non può essere affrontata soltanto con un incremento delle risorse economiche, oggi comunque non sufficienti rispetto ai bisogni reali del sistema. L’evoluzione tecnologica, la crescente complessità organizzativa, la carenza di professionisti, l’aumento dei carichi di lavoro e l’impatto dell’intelligenza artificiale richiedono una revisione strutturale delle regole che governano il lavoro pubblico in sanità.

Anaao Assomed propone una riforma che punti su nuove carriere, welfare, flessibilità e nuove regole per l’intelligenza artificiale

L’attuale modello contrattuale, sottolinea Anaao Assomed, non riesce più a rispondere alle esigenze di professioniste e professionisti, con il rischio di rendere il SSN sempre meno attrattivo, soprattutto per le nuove generazioni. Per questo, secondo il sindacato, non è più sufficiente una manutenzione economica dei contratti nazionali, ma serve un progetto legislativo e contrattuale capace di riconoscere la specificità della dirigenza sanitaria rispetto al resto del pubblico impiego, rafforzandone autonomia professionale, ruolo organizzativo e condizioni di lavoro.

Dalla carriera al welfare: le proposte per rendere attrattivo il SSN

Tra gli obiettivi indicati da Anaao Assomed ci sono una maggiore conciliazione tra vita professionale e familiare, percorsi di carriera più dinamici e basati sul merito, il miglioramento del clima lavorativo, il rafforzamento della sicurezza clinica e degli operatori, l’introduzione di strumenti di welfare e una valorizzazione economica coerente con il livello di responsabilità della professione.

Il superamento dell’immobilità professionale diventa centrale per rendere il lavoro nel SSN più sostenibile e attrattivo

Un tema centrale riguarda anche l’organizzazione dell’attività lavorativa, a partire dalla tutela rispetto ai carichi eccessivi, dalla revisione delle guardie e delle pronte disponibilità, dal riconoscimento delle attività formative e di tutoraggio e dalla possibilità di sviluppare forme regolamentate di lavoro agile per le attività compatibili con la sicurezza clinica.

Superare l’immobilità professionale

Tra i nodi individuati dal sindacato vi è l’attuale sistema di progressione professionale: oggi un dirigente medico o sanitario può infatti rimanere nello stesso livello anche per vent’anni. Da qui la proposta di introdurre un vero e proprio “ascensore professionale”, fondato su percorsi di crescita dinamici, valorizzazione delle competenze e criteri meritocratici.

La proposta sarà al centro del confronto sul rinnovo del Contratto collettivo nazionale di lavoro 2025-2027 e del percorso di riforma che Anaao Assomed intende promuovere nei prossimi anni, con l’obiettivo di evitare che la crisi delle professioni sanitarie si traduca in una crisi irreversibile della sanità pubblica.

Dispositivi medici, il 58% delle imprese rendiconta già le performance ESG

La sostenibilità nel settore dei dispositivi medici non è più un obiettivo futuro, ma un processo già avviato. A confermarlo sono i dati della Relazione di impatto 2025 e della survey realizzata da Confindustria Dispositivi Medici tra le aziende associate, presentate il 16 giugno a Milano in occasione dell’assemblea dell’Associazione.

Il quadro che emerge evidenzia una trasformazione in corso, ma a velocità differenti a seconda della dimensione aziendale. Oggi il 58% delle imprese rendiconta le proprie performance ESG e il 62% dispone di certificazioni dedicate. Inoltre, il 33,3% delle aziende ha già sviluppato un percorso strutturato di sostenibilità e un ulteriore 24,4% prevede di farlo nei prossimi tre anni.

Presentata la Relazione di impatto 2025 di Confindustria Dispositivi Medici

«I dati ci dicono che la sostenibilità nel settore è già entrata nella dimensione industriale», dichiara Fabio Faltoni, Presidente di Confindustria Dispositivi Medici. «Ma è una transizione ancora disomogenea: le grandi imprese sono più strutturate, mentre molte PMI hanno bisogno di strumenti e competenze per affrontare questo percorso. La sfida oggi è rendere la sostenibilità accessibile e concreta lungo tutta la filiera».

Il divario tra grandi imprese e PMI

La survey mette infatti in evidenza un gap organizzativo soprattutto tra le realtà di minori dimensioni: il 53% delle piccole imprese non dispone di personale dedicato alla sostenibilità e la presenza di figure specializzate è strettamente collegata alla capacità di integrare gli obiettivi ESG nei processi aziendali e di realizzare attività di rendicontazione.

Tra le competenze considerate sempre più strategiche emergono quelle legate alla compliance e al regolatorio ambientale, mentre le aziende concentrano oggi i maggiori sforzi sulla riduzione delle emissioni e sull’efficientamento energetico, accanto a una crescente attenzione agli aspetti sociali e di governance.

La sostenibilità come leva di competitività e innovazione

La sostenibilità, secondo Confindustria Dispositivi Medici, non rappresenta più solo un adempimento normativo o un elemento reputazionale, ma un fattore strategico per lo sviluppo del settore e per l’evoluzione dei modelli di cura.

«La sostenibilità non può più essere interpretata come un tema esclusivamente reputazionale o di compliance, ma anche e soprattutto di sviluppo. È uno strumento di orientamento delle strategie aziendali e sta diventando un fattore di competitività per il settore dei dispositivi medici», sottolinea Faltoni.

La sostenibilità è un fattore strategico per lo sviluppo del settore e per l’evoluzione dei modelli di cura

«Il sistema salute è sempre più consapevole della necessità di contribuire alla riduzione degli impatti ambientali, al miglioramento dell’equità sociale e all’aumento dell’efficienza complessiva del sistema secondo un approccio One Health. Per questo continueremo ad accompagnare le imprese, soprattutto le PMI, con strumenti concreti, competenze e modelli di rendicontazione proporzionati, affinché la transizione ESG possa trasformarsi in innovazione e crescita per l’intera filiera», conclude il Presidente di Confindustria Dispositivi Medici.

Cultura e salute, al via la survey 2026 nel Nord-Ovest: focus su over 65 e caregiver

Prende il via l’edizione 2026 della ricerca “Cultura, Ben-essere e Salute nel Nord-Ovest”, promossa da Fondazione Compagnia di San Paolo e CCW – Cultural Welfare Center, in collaborazione con DoRS – Centro di Documentazione per la Promozione della Salute della Regione Piemonte e Rete HPH.

L’iniziativa mira a censire e analizzare i progetti che, in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, integrano cultura, salute e welfare per promuovere benessere, partecipazione e qualità della vita, con particolare attenzione alla popolazione over 65 e ai caregiver.

La survey 2026 aggiorna la mappatura delle esperienze di “cultural welfare” nel Nord-Ovest

La survey si rivolge a organizzazioni pubbliche e private attive nei settori culturale, sanitario, sociale, della ricerca e dell’educazione che negli ultimi cinque anni abbiano sviluppato esperienze in grado di generare impatti su relazioni sociali, salute e inclusione.

Cultura come determinante di salute nella società longeva

L’iniziativa si inserisce nel quadro delle sfide poste dall’invecchiamento della popolazione, sempre più centrale nelle agende di salute pubblica e di welfare. In questo contesto, cresce l’evidenza scientifica sul ruolo delle attività culturali e artistiche nel contrastare isolamento sociale, fragilità e declino delle capacità cognitive ed emotive.

Dal 2020, Fondazione Compagnia di San Paolo e CCW monitorano l’evoluzione delle pratiche di cultura e salute nel Nord-Ovest, costruendo una base di conoscenza condivisa su modelli, esperienze e impatti territoriali.

Mappare esperienze per orientare politiche integrate

Con l’edizione 2026, la ricerca punta ad aggiornare la mappatura delle iniziative esistenti, analizzarne l’evoluzione e valorizzare le esperienze più rilevanti di integrazione tra cultura, salute e welfare.

L’obiettivo è rafforzare conoscenza, integrazione tra settori e sviluppo di politiche pubbliche basate su evidenze

La partecipazione alla survey è indicata come strumento per rafforzare il dialogo tra organizzazioni e professionisti e contribuire allo sviluppo di politiche più integrate e basate su evidenze.

Partecipa alla survey

È possibile partecipare compilando il questionario online entro il 30 settembre 2026. La compilazione richiede circa 25–30 minuti.

👉 Partecipa alla survey cliccando qui

Tumore del pancreas, tra slow violence e speranza: l’advocacy come antidoto al sensazionalismo

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di Silvia Pogliaghi

C’è una forma di violenza che non fa rumore, non occupa le prime pagine con la brutalità dei numeri, ma si insinua nel tempo, erodendo fiducia e lucidità. È la slow violence: dall’ambiente, alla sanità, liste d’attesa che si allungano, disuguaglianze che si stratificano, percorsi di cura frammentati. Ma anche titoli sensazionalistici che promettono “la cura” quando la ricerca è ancora agli “albori”. Così anche nel tumore del pancreas, l’enfasi mediatica può trasformarsi in un’ulteriore ferita: alimenta aspettative irrealistiche, sposta l’attenzione dal lavoro silenzioso dei trial clinici e rende più fragile il confine tra speranza e illusione. Raccontare la scienza con rigore non è prudenza accademica: è un atto di responsabilità verso pazienti e famiglie.

Oggi torniamo a parlare di tumore al pancreas, dopo la presentazione al meeting annuale di ASCO 2026 (American Society of Clinical Oncology) dello studio di fase III RASolute 302 che ha mostrato che daraxonrasib, un inibitore multi-selettivo RAS(ON), quasi raddoppia la sopravvivenza globale rispetto alla chemioterapia standard nei pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già trattato. Anche se non è ancora disponibile in Europa, nemmeno per uso compassionevole.

In occasione di un incontro organizzato da FAVO sulle Reti Oncologiche Regionali in Regione Lombardia, TrendSanità ha incontrato Piero Rivizzigno, presidente e cofondatore di Codice Viola, associazione di pazienti affetti da adenocarcinoma del pancreas.

Piero Rivizzigno
Piero Rivizzigno

Nel 1994 perde il padre a causa di un tumore del pancreas; anni dopo, la stessa diagnosi colpisce la moglie. È nell’esperienza di caregiver, vissuta due volte in prima persona, che nasce la scelta di trasformare un dolore privato in impegno pubblico, dando vita a Codice Viola.

All’inizio è un blog. «Avevo letto i dati sulla mortalità della chirurgia pancreatica ed ero rimasto scioccato», racconta Rivizzigno. Pochi numeri, frammentati, difficili da reperire. L’idea però è semplice e radicale: mettere a disposizione dei pazienti informazioni validate scientificamente. In quegli anni i social sono ancora agli esordi, ma i gruppi Facebook diventano luoghi di scambio tra malati e familiari. Da lì, il passo verso la formalizzazione dell’associazione è quasi obbligato: per organizzare eventi, dialogare con ospedali e istituzioni, serviva un soggetto giuridico riconosciuto.

Da informazione e ricerca all’advocacy: così si è evoluta la missione di Codice Viola

L’obiettivo iniziale è duplice: informazione rigorosa e raccolta fondi per la ricerca. Poi, quasi naturalmente, si aggiunge una terza direttrice: l’advocacy. «Se non porti la voce dei pazienti nei luoghi decisionali, il cambiamento non avviene». In Lombardia, l’istituzione delle Pancreas Unit, ovvero centri ad alta specializzazione per la presa in carico del tumore pancreatico, diventa un banco di prova. Un modello organizzativo che contribuisce a ridurre la frammentazione delle cure e che, nel primo anno di applicazione, mostra un dato clinicamente cruciale: la riduzione della mortalità chirurgica a 90 giorni. Non un dettaglio statistico, ma vite salvate.

Il tema della mortalità a 90 giorni è oggi centrale anche nel dibattito nazionale. Nel 2025, per la prima volta, il Piano Nazionale Esiti considera questo indicatore specifico per il tumore del pancreas, superando il precedente riferimento ai 30 giorni. «Dal punto di vista clinico è il dato che conta davvero», sottolinea il presidente di Codice Viola. Un passaggio per Codice Viola che arriva anche grazie al confronto con le istituzioni e al lavoro tecnico avviato con Agenas.

La qualità della cura passa anche da una comunicazione scientifica chiara e affidabile

Accanto all’organizzazione dei percorsi, c’è però un altro fronte, più scivoloso: la comunicazione scientifica. La recente enfasi mediatica su uno studio preclinico spagnolo, presentato come possibile “cura”, ha riacceso speranze in molti pazienti. «Non credo sia colpa dei ricercatori, ma di come la notizia sia stata raccontata», osserva. La ricerca oncologica segue tappe precise: fase preclinica, poi fase I per la sicurezza, fase II per i primi segnali di efficacia, fase III randomizzata come gold standard. Un percorso che richiede in media 7-10 anni e che, in oncologia, fallisce nell’80-85% dei casi. Nel tumore del pancreas la percentuale è ancora più severa: negli ultimi dieci anni, solo quattro trial hanno avuto esito positivo.

Il problema non è la speranza, ma la sua decontestualizzazione. Nei giorni della notizia, l’associazione riceve telefonate e messaggi in cerca di conferme. «Le persone disperate cercano qualcuno che dica loro ciò che vogliono sentirsi dire». Emblematica la testimonianza di una figlia che, dopo aver perso il padre, scrive convinta che “ora c’è la cura”. È il cortocircuito tra dolore e titoli sensazionalistici.

Eppure, mentre alcune notizie vengono amplificate oltre misura, altre passano quasi sotto silenzio. È il caso di uno studio italiano di fase III, pubblicato su The Lancet, che ridefinisce lo standard terapeutico in ambito neoadiuvante. Un trial indipendente, sostenuto in larga parte da associazioni di pazienti, tra cui Codice Viola, che, per statuto, non accetta finanziamenti dall’industria farmaceutica. «Un elemento di trasparenza che riteniamo essenziale».

Sul fronte della ricerca traslazionale, segnali incoraggianti arrivano anche dai trial mirati alla mutazione KRAS, a lungo considerata “undruggable”, non aggredibile farmacologicamente. Negli ultimi due anni, nuovi composti hanno mostrato risultati preliminari promettenti, tanto che uno studio è stato inserito tra i trial più innovativi in ambito oncologico per il 2026. Non una cura definitiva, ma un avanzamento concreto nella comprensione biologica e terapeutica della malattia.

Informazione corretta, organizzazione delle cure, sostegno alla ricerca: per Codice Viola sono tre pilastri inseparabili. «Il fact checking è importante, ma lo è altrettanto dimostrare che i cambiamenti organizzativi producono esiti migliori». In una patologia ancora gravata da prognosi severa, l’equilibrio tra rigore scientifico e bisogno di speranza è fragile. Tenere insieme questi due poli senza cedere né al sensazionalismo né al cinismo è oggi una delle responsabilità più delicate per chi comunica, cura e rappresenta i pazienti.

Famulari: la riabilitazione psichiatrica tra innovazione e continuità di cura

La salute mentale è oggi attraversata da trasformazioni profonde: l’aumento dei bisogni, l’impatto dei cambiamenti sociali e tecnologici, la necessità di garantire continuità tra i diversi setting assistenziali impongono una riflessione sull’evoluzione dei modelli di cura. In questo scenario, la riabilitazione psichiatrica rappresenta un tassello fondamentale per accompagnare la persona lungo il percorso di recupero e inclusione sociale.

Ne parliamo con Roberta Famulari, Presidente della Commissione di albo nazionale dei Tecnici della riabilitazione psichiatrica (TeRP), a pochi giorni dal Congresso nazionale dedicato al tema delle transizioni tra innovazione, continuità di cura e nuovi bisogni di salute mentale.

Presidente, oggi la salute mentale è sempre più al centro del dibattito pubblico. Qual è il ruolo della riabilitazione psichiatrica in questo contesto?

«Il mondo che viviamo è un mondo caratterizzato dall’accelerazione, da cambiamenti anche profondi che si verificano in maniera molto rapida. Alcuni elementi incidono e sicuramente hanno modificato quelli che sono i nostri riferimenti sociali. Mi riferisco, per esempio, alle tecnologie, ai nuovi dispositivi digitali, ai social network, a un maggiore stress anche correlato al mondo del lavoro, che è anche fatto di precarietà. Tutti fattori che possono avere degli effetti. Si pensi a cosa ha portato la pandemia da Covid-19.

Ciascuno di questi fattori può procurare un maggiore livello di stress, a cui tutti noi siamo sottoposti. Chi presenta una vulnerabilità biopsicosociale fa più fatica a stare dietro a questi cambiamenti repentini e può anche presentare delle forme di disagio psicologico. I dati epidemiologici ci indicano che disagi e disturbi in questo ambito sono in aumento.

La riabilitazione psichiatrica è un ponte tra cura clinica e inclusione sociale

A tal proposito, è importante un distinguo tra salute mentale e psichiatria. Con la prima intendiamo un ambito più largo che include la prevenzione e la promozione del benessere. Comprende condizioni ambientali e sociali, che incidono sullo stato psicologico e psicofisico delle persone. Mentre la psichiatria converge maggiormente verso aspetti clinici e si concentra sulla diagnosi e sui trattamenti farmacologici. La riabilitazione psichiatrica unisce questi due settori e li comprende entrambi. Un ponte tra la gestione sintomatologica e il funzionamento personale e sociale di chi è portatore di un disagio, di un disturbo vero e proprio. La riabilitazione ci fa vedere un orizzonte di buon esito, ci fornisce speranza e ci dirige verso concrete possibilità di miglioramento della qualità della vita.»

In questo momento, in che cosa risiede l’innovazione più autentica nell’ambito della riabilitazione psichiatrica?

«Quando si parla di innovazione nel campo della salute mentale, penso prima di tutto ai modelli organizzativi dei servizi, che incidono in maniera notevole sugli esiti terapeutici.

Vale la pena chiederci come sono strutturati i sistemi di cura e come funzionano nella pratica quotidiana. Una criticità che emerge in questo ambito risiede proprio nelle transizioni non governate, che possono generare discontinuità assistenziale fino ad arrivare a delle interruzioni della presa in carico. Criticità che emergono tra servizi per l’adolescenza e l’età adulta tra servizi di psichiatria e quelli per le dipendenze o tra ospedale e territorio o tra quelle che sono le strutture residenziali a carattere terapeutico e riabilitativo e il domicilio della persona assistita. E ancora tra i servizi sanitari e i servizi sociali.

Quando si spezza la rete, i percorsi riabilitativi si indeboliscono. Peggiorano gli esiti e aumenta il rischio di cronicizzazione e aumentano anche i costi relativi alla spesa pubblica.

Innovazione e competenze avanzate ridisegnano il ruolo del TeRP

In riabilitazione psichiatrica, la realtà virtuale sta assumendo sempre un ruolo di rilievo e anche con delle buone prospettive. Essa consente di gestire delle attività con esposizione controllata di vita reale e ci permettono di intervenire e allenare quelle che sono le funzioni cognitive e il funzionamento psicosociale.

Non solo. Esistono software dedicati alla riabilitazione delle funzioni cognitive e alla psicoeducazione. Inoltre, la teleriabilitazione e il teleconsulto amplificano la possibilità di raggiungere tante persone. Elementi che contribuiscono a ridurre le diseguaglianze rispetto all’accessibilità ai servizi. Per contribuire alla sostenibilità dei servizi di salute mentale sarà necessario ricercare una dialettica armonica integrando gli strumenti innovativi nei percorsi di cura con i metodi tradizionali. E questo ovviamente potrà essere effettuato anche grazie all’intervento di professionisti sempre più specializzati.»

Come in tutte le branche della salute, il ruolo del professionista che ha a che fare con i percorsi terapeutici e con la persona che deve essere assistita è imprescindibile. In che modo i tecnici della riabilitazione psichiatrica (TeRP) stanno evolvendo in questo scenario?

«I servizi della salute stanno cambiando repentinamente. Il Tecnico della riabilitazione psichiatrica, in una proiezione evolutiva, passa da professionista che eroga interventi a un professionista polivalente, strategico, che attraverso le sue competenze avanzate, amplia il suo intervento. Nel futuro prossimo, questo professionista sarà chiamato a coordinare quelle famose transizioni critiche. Un’evoluzione che rafforza quello che è la specificità del Tecnico della riabilitazione psichiatrica delimitandolo in un ambito di intervento specifico rispetto ad altre figure di area riabilitativa.»

Presidente, si è appena svolto il vostro congresso, dedicato proprio al tema delle transizioni che lei citava poco fa. Perché questa scelta e quale è stato il valore aggiunto per chi ha partecipato al vostro congresso?

«Le transizioni rispecchiano fortemente il momento storico e politico che stiamo vivendo. Quindi abbiamo ritenuto necessario affrontare questi passaggi critici all’interno dello spazio congressuale, all’interno del quale abbiamo esplorato il tema della transizione da diverse angolature e in particolare è stato articolato in quattro dimensioni principali.

I passaggi tra età, servizi e setting assistenziali rappresentano momenti di fragilità: governare le transizioni è una sfida cruciale per la salute mentale

Transizioni sociali e organizzative: mi riferisco alle riforme che riguardano le professioni sanitarie, la formazione e il sistema ordinistico che sono in agenda e all’attenzione della politica. Transizioni cliniche assistenziali, ovvero i passaggi tra i vari setting di cura e tra i servizi.

Le transizioni di vita, che riguardano i passaggi tra le fasce di età, e le transizioni innovative, che riguardano l’introduzione di strumenti innovativi digitali, come la teleriabilitazione, la realtà virtuale, dispositivi specifici e le riforme dei modelli organizzativi dei servizi.

Infine, il congresso si è concluso con una tavola rotonda dedicata al linguaggio e alla comunicazione in psichiatria dal titolo “Parole che curano, parole che feriscono”, seguita da una videointervista ad Alcide Pierantozzi, autore del romanzo autobiografico “Lo Sbilico”: un’esplorazione della malattia mentale dall’interno, l’esperienza vissuta che diventa fonte di sapere e conoscenza. Lo scrittore non ha potuto raggiungerci, come da programma, perché vincolato dai premi Campiello e Strega, essendo finalista per entrambi.

In sintesi, il valore aggiunto dei TeRP risiede nel modello organizzativo adottato, basato sulla sinergia tra l’Associazione tecnico-scientifica e la Commissione di albo nazionale dei Tecnici della riabilitazione psichiatrica. Questa collaborazione manifesta una volontà ben precisa che è quella di integrare la dimensione tecnica e quella scientifica con quelle ordinistica e istituzionale, rafforzando l’identità professionale dei TeRP all’interno del servizio sanitario.»

Guardando al futuro della vostra professione, che cosa si augura per i tecnici della riabilitazione psichiatrica?

«L’augurio che rivolgo ai colleghi è che la professione possa ottenere un riconoscimento sempre maggiore e una concreta valorizzazione, sia sul piano sociale che su quello economico, fino a essere pienamente integrata nei sistemi di cura.

Rafforzare il ruolo del TeRP nei processi decisionali e nelle transizioni di cura migliora continuità e inclusione dei pazienti

La figura professionale del TeRP è unica nel panorama nazionale e internazionale proprio per le competenze specifiche sviluppate all’interno di un ambito disciplinare che è quello della riabilitazione psichiatrica. In quest’ottica, auspico che questo riconoscimento si traduca in azioni concrete. Tra queste l’inserimento stabile nei percorsi decisionali e progettuali all’interno dei servizi di salute mentale, con un maggiore investimento nella formazione sia di base che continua, nella supervisione professionale.

È inoltre auspicabile un ruolo più forte e adeguatamente riconosciuto all’interno dell’équipe, nei processi di coordinamento delle transizioni critiche, oltre a maggiori opportunità di ricerca e di partecipazione ai progetti innovativi.

Credo che questa sia l’unica strada per rafforzare il ruolo della professione e migliorare la qualità delle cure e garantire una continuità maggiore nei percorsi riabilitativi, a vantaggio dei cittadini. Il focus principale resta infatti l’offerta di interventi sempre più efficaci e integrati, con l’obiettivo di promuovere maggiore inclusione della persona nel contesto in cui vive.»

Dallo spazio agli ospedali: l’ingegneria clinica apre nuove frontiere per la salute

La salute nello spazio non è più un tema di fantascienza, ma una nuova frontiera della ricerca tecnologica e clinica. È quanto emerso dalla sessione “Sanità e Spazio: il futuro è ora”, ospitata nell’ambito del 26° Convegno nazionale dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC), conclusosi a Torino. Al centro del confronto, una domanda destinata a diventare sempre più concreta: come garantire il monitoraggio e la tutela della salute degli equipaggi nelle future missioni sulla Luna e su Marte e come trasferire queste conoscenze nella sanità di tutti i giorni.

La salute in orbita tra monitoraggio continuo e nuove competenze

A raccontare le sfide della vita nello spazio è stato Paolo Nespoli, astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea e della NASA con 313 giorni trascorsi in orbita. «Tutto l’equipaggio in orbita deve fare tante cose, comprese le attività che si avvicinano al mestiere del farmacista e dell’infermiere, perché a bordo abbiamo farmaci leggeri, che servono per piccoli malesseri, ed anche prodotti per episodi impegnativi da gestire sotto controllo medico a distanza».

Nespoli ha inoltre ricordato come la salute rappresenti uno degli ambiti centrali della ricerca sulla Stazione Spaziale Internazionale: «Sulla ISS circa la metà degli esperimenti è proprio di carattere biomedico, indagini realizzate per comprendere come funziona il corpo umano in assenza di gravità, o gravità ridotta. Così quando siamo in orbita, ogni mese viene aggiornata una cartella medica personalizzata e realizzato un controllo generale dello stato di salute fisico, comprendente anche un consulto con uno psicologo. Nulla è lasciato al caso proprio nell’ambito della salute di chi è in orbita».

La medicina spaziale rappresenta oggi un ambito concreto di innovazione, con ricadute potenziali sulla sicurezza e sul monitoraggio dei pazienti anche negli ospedali

A confermare l’importanza del monitoraggio fisiologico nelle missioni spaziali è stato il Maggiore Alessandro Scagliusi, medico sperimentatore di volo e Capo Gruppo Fattori Umani del Reparto di Medicina Aeronautica e Spaziale: «Viene sviluppato il massimo sforzo per comprendere la fisiologia umana nello spazio. Ciò significa monitorare come l’organismo si adatta a un ambiente estremo: dal sistema cardiovascolare fino all’apparato muscolo-scheletrico e alla performance cognitiva. La sfida è trasformare questi cambiamenti in dati misurabili, trasmissibili e interpretabili, anche a bordo, attraverso tecnologie affidabili e procedure standardizzate».

Guardando alle prossime tappe dell’esplorazione spaziale, Vincenzo Giorgio, Vice Presidente Thales Alenia Space, ha evidenziato che «la presenza permanente sulla luna sarà la prossima frontiera di esplorazione strutturata dello spazio, dove l’essere umano rimane al centro della sfida tecnologica, mentre per l’obiettivo-Marte la tempistica è decisamente più lunga, per problematiche che riguardano prima di tutto i sistemi di propulsione e la tempistica del viaggio».

Il Piemonte laboratorio della collaborazione tra sanità e aerospazio

Il Piemonte rappresenta oggi uno dei principali ecosistemi italiani nel settore aerospaziale, grazie alla presenza di competenze industriali, tecnologiche e di ricerca legate alla Stazione Spaziale Internazionale e al programma Lunar Gateway.

Il Piemonte rappresenta oggi uno dei principali ecosistemi italiani nel settore aerospaziale

In questo contesto, secondo Walter Cugno, Vice Presidente del Distretto Aerospaziale Piemonte, il contributo delle piccole e medie imprese è decisivo: «Le PMI rivestono un ruolo centrale nell’ideare e sviluppare soluzioni innovative: dalla sperimentazione di nuove terapie in ambito spaziale, fino all’applicazione di tecnologie avanzate per la salute sulla Terra. Come Distretto Aerospaziale Piemonte, valorizziamo il contributo delle PMI, promuovendo collaborazioni e progetti che rafforzino la ricerca biomedica grazie alle competenze e alle tecnologie del settore aerospaziale».

DigiSKY: il laboratorio volante che porta l’ingegnere clinico nello spazio

Durante la sessione – a cui hanno contribuito anche il tenente Giovanni Tassi Stabile (Istituto di Medicina Aerospaziale), Cesare Capararo (ALTEC, Torino) e Alberto Audenino (Politecnico di Torino) – è stato presentato anche il primo risultato di una sperimentazione in volo promossa da AIIC con il progetto DigiSKY, che ha trasformato un velivolo Piper PA32 in un laboratorio volante capace di simulare le sollecitazioni psicofisiche delle missioni spaziali, comprese le condizioni di assenza di gravità attraverso voli parabolici.

L’obiettivo è monitorare in tempo reale i parametri fisiologici degli equipaggi e trasferire queste conoscenze alla sanità terrestre, migliorando la sicurezza nelle sale operatorie e nelle terapie intensive.

«È la medicina del futuro che estende i propri confini oltre le mura dell’ospedale e punta dritta allo spazio: un’attività d’avanguardia promossa da AIIC che unisce sanità, aviazione ed esplorazione spaziale», ha spiegato Paolo Pari, storico esponente dell’ingegneria clinica italiana e promotore del progetto.

Le competenze dell’Ingegnere Clinico – dalla gestione delle tecnologie per la salute alla validazione dei dati – diventano l’anello di congiunzione indispensabile in contesti ad altissima criticità

Nel progetto l’ingegnere clinico assume il ruolo di “specialista di missione”: la sua figura, uscendo dal contesto corsia/ospedale, si è integrato nello staff tecnico-operativo di una missione aerospaziale, con un ruolo fondamentale per supportare gli ingegneri aerospaziali nell’allestimento di bordo e nella gestione dei dispositivi medici integrati nell’aereo. L’obiettivo finale del progetto è l’applicazione dei principi di Human Factors e monitoraggio avanzato direttamente nella sanità nazionale, per elevare gli standard di sicurezza nelle sale operatorie e nelle terapie intensive del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). L’iniziativa è stata frutto di una sinergia strategica guidata da AIIC in collaborazione con partner d’eccellenza del territorio piemontese come DigiSky (che ha messo a disposizione e allestito l’aeromobile) e Altec (che gestisce già oggi la Stazione Spaziale Internazionale), con il coinvolgimento di istituzioni chiave come l’Istituto di Medicina Aerospaziale e il DAP.

«Con questa missione abbiamo dimostrato che le competenze dell’Ingegnere Clinico – dalla gestione delle tecnologie per la salute alla validazione dei dati – diventano l’anello di congiunzione indispensabile in contesti ad altissima criticità. Saper integrare e far dialogare sistemi complessi è una capacità cruciale: serve oggi a bordo di un laboratorio volante o di una stazione spaziale, ma ha una ricaduta diretta e immediata per innalzare gli standard di sicurezza e cura nei nostri ospedali: si tratta dei cosiddetti processi di cross-fertilization che già in altri ambiti hanno dato ottimi risultati», ha concluso Pari.

L’obiettivo finale è consolidare una collaborazione strutturata tra AIIC e il Distretto Aerospaziale Piemonte affinché gli ingegneri clinici possano contribuire anche alla progettazione e alla validazione dei futuri moduli spaziali, mettendo le proprie competenze al servizio della tutela della salute degli equipaggi e, allo stesso tempo, dell’innovazione del Servizio sanitario nazionale.

Jazz’Inn, il modello di innovazione collaborativa che mette al centro territori, comunità e persone

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Oltre 90 milioni di euro di ricadute economiche, centinaia di partnership, nuovi progetti territoriali e reti nazionali tra pubblico e privato. Sono questi i numeri che Jazz’Inn porta in dote alla sua decima edizione. Il Living Lab nazionale ideato da Fondazione Ampioraggio quest’anno raddoppia: prima tappa a Ostra (AN), dal 29 giugno al 3 luglio, poi a Roma, dal 9 al 13 novembre all’Acquario Romano, con Jazz’Inn Capitale. Due appuntamenti complementari per rappresentare la doppia anima dell’Italia (borghi, cuore del saper fare, e metropoli, hub di servizi e ricerca) e costruire ponti concreti tra territori troppo spesso distanti.

A raccontare il percorso di Jazz’Inn 2026 sarà anche TrendSanità, media partner dell’iniziativa, che seguirà le due tappe del Living Lab, offrendo approfondimenti, interviste e contenuti dedicati ai temi del rapporto tra tecnologia, territori e persone.

Jazz’Inn è un living lab che connette startup, istituzioni e territori per trasformare l’innovazione in progetti concreti

La presentazione ufficiale si è tenuta il 12 giugno in Campidoglio alla presenza delle istituzioni romane, della sindaca di Ostra, di imprese, startup e innovatori. Un segnale politico preciso: l’innovazione non è più un tema riservato alle grandi città, ma una sfida che attraversa l’intero Paese.

La PA come abilitatore, non come spettatore

Federica Fanesi, Riccardo Corbucci, Antonella Melito

«Siamo molto felici come Roma Capitale di ospitare a novembre la seconda tappa di Jazz’Inn 26 insieme a Fondazione Ampioraggio. Stiamo costruendo un grande evento che ospiterà tantissime realtà associative, startup, aziende, istituzioni. Saranno presenti numerosi amministratori provenienti da tutto il resto d’Italia per parlare insieme non solo di innovazione tecnologica ma di innovazione sociale e dell’importanza di dar voce ai territori nella trasformazione che stiamo vivendo in questi anni», ha sottolineato Riccardo Corbucci, Presidente Commissione Innovazione Tecnologica Roma Capitale che aggiunge: «La pubblica amministrazione deve essere abilitatore delle innovazioni, non soggetto passivo. Deve creare ecosistemi e garantire che il valore generato dall’innovazione sia per tutti. La co-progettazione è essenziale per disegnare insieme la città e la tecnologia, ormai pervasiva, deve tenere conto dei bisogni e delle necessità dei cittadini che devono usarla».

Una posizione condivisa dalla Vicepresidente della stessa Commissione, Antonella Melito, che ha evidenziato l’importanza di un progetto di co-intelligenza urbana e della visione di una mano pubblica sull’innovazione e che inquadra Jazz’Inn come metodo prima ancora che come evento. «Roma sa guardare al futuro senza perdere il legame con la storia. Jazz’Inn nasce dall’incontro di competenze sui territori: non è solo un evento, ma un laboratorio permanente che mette in relazione mondi che non sempre dialogano tra loro, come università, istituzioni, start-up, amministrazione. La tecnologia può ampliare le qualità umane, ridurre le disuguaglianze e creare nuove opportunità. Il futuro si costruisce insieme, guardando avanti senza perdere di vista l’intelligenza umana».

Dieci anni di territori, bisogni reali e intelligenza collettiva

Il decennale di Jazz’Inn è anche l’occasione per fare un bilancio di un modello che ha saputo tenere insieme tre dimensioni spesso separate. Come spiega Guglielmo De Gennaro, Presidente del Comitato Scientifico di Fondazione Ampioraggio: «Innovazione tecnologica, intelligenza collettiva, sviluppo sostenibile sono elementi che si collegano nei territori, dove vivono le persone, e che si sono incontrati in dieci anni di Jazz’Inn. Quando si parla di bisogni reali, occorre mettere sul tavolo i fabbisogni e chi ha le idee per risolverli».

La formula, spiega Giuseppe De Nicola, Direttore Generale della Fondazione, non è quella della fiera o del convegno tradizionale. «Jazz’Inn è un living lab dell’innovazione. Partiamo dagli innovatori per approfondire tematiche di vario genere e offriamo un laboratorio di rigenerazione e sperimentazione. Roma è una vetrina nazionale: le idee condivise da tutta Italia diventeranno interventi e politiche sul futuro». L’innovazione tecnologica è solo uno strumento, il fine ultimo è l’uomo. Un messaggio che si ritrova potente nell’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, pubblicata il 25 maggio.

L’innovazione tecnologica è solo uno strumento, il fine ultimo è l’uomo

«Il tema di Jazz’inn 2026 “Umanità Aumentata. Persone oltre la tecnologia” entra in una sorprendente e profonda comunione con la prima enciclica di Papa Leone XIV, ‘Magnifica Humanitas’ – aggiunge De Nicola. Leggendone le prime sintesi ho ritrovato una visione che nasce dalla stessa consapevolezza: la tecnologia non può essere il fine del progresso umano, ma restare uno strumento al servizio della persona, delle comunità e della dignità umana. L’enciclica di Leone XIV afferma che l’intelligenza artificiale non è ‘di per sé un male’, ma non è nemmeno neutrale, perché assume il volto di chi la progetta, la finanzia, la governa e la utilizza. È esattamente il punto da cui parte Jazz’Inn: non celebrare la tecnologia come mito, ma creare spazi in cui persone, territori, imprese, startup, istituzioni e comunità possano interrogarsi insieme su quale umanità costruire nell’era dell’AI e come metterla a disposizione delle esigenze centrali del Paese: reddito, competenze, salute, rigenerazione, benessere, futuro sostenibile».

Ostra: il debito morale come motore del cambiamento

La prima tappa marchigiana non è scelta per caso. Ostra è il primo socio di Fondazione Ampioraggio e aveva già partecipato all’edizione 2025 come portatore di sfida territoriale. La sindaca Federica Fanesi si è detta grata di vedere presto il suo borgo trasformato in un laboratorio diffuso di innovazione che ospiterà imprese, startup, pubbliche amministrazioni, investitori, ricercatori e stakeholder chiamati a confrontarsi su sfide reali e soluzioni concrete e racconta la spinta profonda che ha portato il borgo a candidarsi come sede del decennale. «Vogliamo creare un ponte ideale con la capitale, ma anche un collegamento concreto per le buone pratiche e le idee per risolvere i problemi. Il motore per intraprendere questo percorso è il debito morale che sentiamo verso i nostri imprenditori, dopo l’alluvione del 2022. In quel caso, gli imprenditori hanno perso tutto, materiali, edifici, tutto, ma hanno rimesso in piedi la loro azienda decidendo di restare sul territorio e di non arrendersi. La possibilità di incontrare altri imprenditori che arrivano da diversi territori è una bella opportunità».

Ostra, dunque, non vuole solo ospitare un evento, vuole guidare il cambiamento. “Umanità aumentata”, il tema scelto per il 2026, è anche la cifra di questa ambizione, spingere lo sguardo più lontano, senza rinunciare alla propria storia

Dal 29 giugno al 3 luglio Ostra diventerà un vero e proprio “demo smart lab”

Per cinque giorni il centro storico del borgo marchigiano ospiterà quindi tavoli di lavoro, open talk, keynote speech, startup challenge, laboratori di innovazione e momenti di networking informale, trasformando piazze, spazi culturali e luoghi della comunità in ambienti di confronto aperto tra pubblico e privato. Un modello che supera la logica dell’evento tradizionale per favorire relazioni autentiche, progettualità condivise e nuove connessioni tra persone, imprese e istituzioni. Ostra diventa così un vero e proprio “demo smart lab”, grazie al contributo di alcune realtà appartenenti all’ecosistema di Fondazione Ampioraggio che trasformeranno il borgo in uno spazio di sperimentazione tecnologica applicata ai territori,

Il programma: 60 startup, due città, un modello

Sul fronte operativo, Jazz’Inn 2026 prevede la selezione di 60 startup e PMI innovative che parteciperanno a entrambe le tappe, contribuendo a sfide territoriali reali. Le aree di interesse spaziano dall’AI alla Blockchain, dall’IoT alla sostenibilità, fino a settori chiave come Agrifood, Digital Health, Smart Lands, Turismo, Energia, Cultura e Media. Un ecosistema multidisciplinare che mette in relazione tecnologie emergenti, innovazione sociale e sviluppo territoriale, con particolare attenzione a progettualità capaci di generare impatto concreto e sostenibile per comunità, imprese e territori.

Roma Capitale sarà protagonista della seconda tappa di novembre, confermando la volontà dell’amministrazione capitolina di fare dell’innovazione una leva di competitività e coesione sociale. «Roma può tornare competitiva attraverso queste esperienze», ha ricordato Melito. «Jazz’Inn rappresenta un incontro di tante intelligenze per fare in modo che ai giovani del nostro Paese possa essere restituito un futuro e la speranza di lavoro, di capacità professionali, di competitività».

Piemonte, nasce il primo IRCCS pubblico: è l’AOU SS. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria

Il Ministro della Salute Orazio Schillaci, d’intesa con il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, ha firmato il decreto che riconosce l’Azienda Ospedaliero-Universitaria SS. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria come Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS).

Si tratta del primo IRCCS pubblico del Piemonte, un traguardo che consente alla Regione di entrare nella rete nazionale degli istituti di eccellenza dedicati alla ricerca e all’assistenza ad alta specializzazione.

«Oggi siamo davanti a un risultato importante per la Regione Piemonte, ma direi per la sanità italiana tutta che si arricchisce di un’altra eccellenza. Gli IRCCS sono, infatti, strutture di primo piano del sistema sanitario nazionale e gli straordinari risultati delle attività di ricerca raggiunti ogni anno con cure e nuove terapie in queste realtà rappresentano la vera speranza per la salute di milioni di italiani», ha dichiarato il Ministro della Salute Orazio Schillaci.

Dalla lotta all’amianto un patrimonio di ricerca e competenze

Le radici del nuovo IRCCS Alessandria-Casale sono strettamente legate alla storia di Casale Monferrato, territorio simbolo della lotta all’amianto e alle patologie asbesto-correlate. Da questa esperienza è nato nel tempo un patrimonio di competenze cliniche e scientifiche che ha portato al riconoscimento ministeriale nell’area tematica “Cardiologia-Pneumologia”.

Le radici del nuovo IRCCS Alessandria-Casale sono strettamente legate alla storia di Casale Monferrato, territorio simbolo della lotta all’amianto

Tra le eccellenze che caratterizzano il nuovo istituto figurano la Banca Biologica del Mesotelioma Maligno, tra le più importanti collezioni europee del settore, e il Centro regionale per la ricerca, sorveglianza e prevenzione dei rischi da amianto, sviluppati all’interno del DAIRI (Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione).

«La tragedia dell’amianto a Casale Monferrato è stata la spinta decisiva. La richiesta del territorio ci ha imposto una responsabilità scientifica che abbiamo cercato di onorare ogni giorno», ha sottolineato Antonio Maconi, Commissario straordinario per il riconoscimento dell’IRCCS pubblico Alessandria-Casale e direttore del DAIRI.

Una rete regionale per ricerca, innovazione e nuove opportunità di cura

Il percorso verso il riconoscimento, avviato nel 2019, ha coinvolto Ministero della Salute, Regione Piemonte, AOU di Alessandria, Università del Piemonte Orientale, ASL AL, professionisti sanitari, amministrazioni locali e rappresentanti del territorio.

Secondo il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, «la firma del decreto da parte del Ministro Schillaci rappresenta una giornata storica per il Piemonte. Con il riconoscimento dell’IRCCS pubblico Alessandria-Casale la nostra Regione entra per la prima volta nella rete degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico pubblici, dotandosi di un presidio di eccellenza destinato a rafforzare la ricerca, l’innovazione e la qualità delle cure».

L’IRCCS, ha aggiunto Cirio, «non sarà soltanto un patrimonio del territorio alessandrino, ma un’infrastruttura di ricerca al servizio di tutto il Piemonte, grazie anche alla rete costruita dal DAIRI con le aziende sanitarie regionali e ai rapporti con il sistema universitario».

Una nuova infrastruttura di ricerca al servizio della Regione

Anche l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi ha evidenziato il valore del percorso compiuto: «Le radici dell’IRCCS pubblico Alessandria-Casale affondano nella storia di un territorio che ha conosciuto il dramma dell’amianto e del mesotelioma, ma che da quella ferita ha saputo generare ricerca, competenze e innovazione. Oggi quel patrimonio riceve il riconoscimento che merita e si trasforma in una risorsa a disposizione dell’intero Paese».

Dal riconoscimento ministeriale una nuova fase di sviluppo

Il nuovo IRCCS pubblico Alessandria-Casale entra nel ristretto gruppo delle Regioni italiane che ospitano un IRCCS pubblico universitario e punta a rafforzare il ruolo della ricerca integrata con l’assistenza sanitaria.

Per Maconi questo traguardo rappresenta però anche l’inizio di una nuova fase: «Essere tra i pochissimi IRCCS policlinici in Italia significa diagnosi più precoci, accesso a sperimentazioni cliniche e percorsi specializzati disponibili vicino a casa, anche grazie a personale altamente specializzato del DAIRI, sia ospedaliero che universitario. Attraverso il DAIRI-R estenderemo questa capacità a tutto il sistema sanitario regionale, connettendo il Piemonte alla rete ministeriale degli IRCCS».

Anche Riboldi ha sottolineato la prospettiva futura del nuovo istituto, definendo il riconoscimento «una vittoria del territorio e della sua capacità di fare squadra attorno a un obiettivo comune», ma ricordando che si tratta di «un punto di partenza e non di arrivo».

AI nel Pharma, cresce il divario tra grandi aziende e PMI

Con un terzo delle imprese italiane che a inizio 2026 ha già integrato in modo strutturato soluzioni di intelligenza artificiale nei propri processi, la trasformazione digitale rappresenta sempre più un fattore decisivo di competitività industriale. Nel settore farmaceutico, tra i più avanzati nell’adozione delle nuove tecnologie, emerge però una crescente distanza tra grandi aziende e piccole-medie imprese.

La transizione digitale avanza, ma non in modo uniforme

Il tema è stato al centro della seconda giornata del 65° Simposio nazionale dell’Associazione Farmaceutici dell’Industria (AFI), in corso a Rimini, dove esperti e rappresentanti del settore hanno analizzato opportunità e ostacoli di una trasformazione che coinvolge l’intera filiera del farmaco.

I colli di bottiglia della transizione digitale

Secondo Giorgio Bruno, Presidente di AFI, il passaggio verso modelli produttivi sempre più guidati dall’intelligenza artificiale incontra criticità che riguardano tre dimensioni: culturale, tecnologica e finanziaria.

Dati, competenze e cultura aziendale sono le leve della competitività

«Nel passaggio da una produzione farmaceutica tradizionale a modelli sempre più guidati dall’intelligenza artificiale – ha spiegato Bruno – le aziende pharma italiane si confrontano oggi con alcuni colli di bottiglia ricorrenti, che riguardano tre dimensioni principali. Sul piano culturale, permane spesso una difficoltà nell’evolversi da modelli produttivi consolidati verso approcci realmente data-driven, che richiedono nuove competenze, una maggiore integrazione tra funzioni e una diffusa fiducia nell’uso dell’IA nei processi decisionali e produttivi. Sul piano tecnologico, la principale criticità è legata alla frammentazione dei dati e alla disomogeneità delle infrastrutture digitali, che limitano l’interoperabilità dei sistemi e quindi la piena scalabilità delle soluzioni di intelligenza artificiale lungo la filiera produttiva. Infine, sul piano finanziario, gli investimenti necessari per una digitalizzazione avanzata, un’automazione e uno sviluppo di competenze specialistiche non sono sempre sostenibili in modo uniforme, soprattutto per le realtà di minori dimensioni. Superare questi vincoli è condizione essenziale per rafforzare la competitività del settore e accelerare una trasformazione industriale ormai imprescindibile».

Le difficoltà delle imprese di minori dimensioni trovano riscontro anche nei dati della Banca d’Italia: oltre l’80% delle grandi aziende ad alta tecnologia ha già avviato progetti di digitalizzazione avanzata, mentre la quota scende sotto il 25% tra le PMI, soprattutto per effetto delle barriere finanziarie e della scarsità di profili tecnici specializzati.

Dalla ricerca alla fabbrica intelligente: l’AI per arrivare prima ai pazienti

Il valore strategico dell’intelligenza artificiale nel ciclo di vita del farmaco è stato approfondito da Massimo Scaccabarozzi, Direttore del Think Tank “On Radar” della Fondazione Menarini, che ha evidenziato il ruolo delle tecnologie digitali nell’accelerare ricerca, sviluppo e produzione.

«Nella ricerca e sviluppo – ha detto il Direttore – a partire dalla fase di discovery sino ad arrivare, attraverso gli step di non clinical research, early clinical research, late stage clinical trial e regulatory submission & approval, passando poi per il manufacturing e le good manufacturing practices e, infine, per le post approval activities, la farmacovigilanza, il monitoraggio e gli studi di efficacia e sicurezza, l’obiettivo (e il contributo che l’intelligenza artificiale sta portando) è quello di ridurre i tempi e i fallimenti per arrivare prima ai pazienti».

L’innovazione deve tradursi in benefici per pazienti e sistemi sanitari

Per Scaccabarozzi, la leadership del Pharma italiano passa anche dalla capacità di valorizzare il capitale umano attraverso nuove competenze e nuovi ruoli professionali.

«Il percorso del ciclo di vita è un percorso complesso e le nuove tecnologie possono renderlo ancora più complesso se non adeguatamente integrate. Nuove competenze e nuovi ruoli sono fondamentali. In passato ci siamo avvalsi dei transformation officer e oggi credo dovremmo creare figure quali lo chief AI officer per gestire il passaggio e lo sviluppo adeguato di questi nuovi sistemi. Il capitale umano sarà ancor più valorizzato se saremo in grado di comprendere che l’intelligenza artificiale è uno strumento ad uso e consumo dell’intelligenza umana e l’approccio dovrà essere umanocentrico».

Il paradigma indicato è quello della “co-intelligence”, in cui intelligenza artificiale e intelligenza umana collaborano valorizzando le rispettive capacità.

Farmaci equivalenti e biosimilari, una leva per autonomia strategica e sostenibilità

Il dibattito ha coinvolto anche il settore dei farmaci equivalenti, biosimilari e medicinali a valore aggiunto. Secondo Riccardo Zagaria, Presidente di Egualia, questo comparto rappresenta oggi un elemento strategico per garantire resilienza produttiva e sicurezza sanitaria europea.

«L’industria dei farmaci equivalenti, biosimilari e value added medicines rappresenta oggi una componente essenziale della sicurezza sanitaria europea. In un contesto segnato da crescenti tensioni geopolitiche e vulnerabilità delle catene di approvvigionamento, è fondamentale riconoscere il valore strategico del comparto off patent per garantire continuità delle forniture, accesso alle cure e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale».

La sfida, secondo Egualia, è costruire un quadro normativo e industriale capace di rafforzare la capacità produttiva europea e valorizzare un settore che contribuisce quotidianamente alla tenuta dei sistemi sanitari e alla tutela dei pazienti.