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Tubercolosi in Italia: il paradosso tra eccellenza clinica e buchi neri informativi

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Mentre l’Europa si prefigge l’obiettivo ambizioso di eradicare la tubercolosi (TB), l’Italia presenta un quadro epidemiologico profondamente contraddittorio: un’incidenza complessivamente bassa, ma un aumento costante dei casi che sfida i trend di molti partner europei.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) 2026, basato sui dati 2024, il nostro Paese ha registrato un incremento annuo medio dell’8,6% nel tasso di notifica tra il 2020 e il 2024, muovendosi in controtendenza rispetto a nazioni come l’Islanda o la Slovenia, dove la malattia è in calo.

L’assenza di un protocollo nazionale sulla tubercolosi in Italia ha conseguenze rilevanti sia cliniche che di sanità pubblica

Sebbene il tasso di notifica italiano (5,3 casi ogni centomila abitanti) resti inferiore alla media europea di 8,4, il ritmo di crescita desta allarme, soprattutto se associato a gravi lacune nella raccolta dei dati clinici essenziali.

Come osserva con preoccupazione Chiara Montaldo, Responsabile Medica di Medici Senza Frontiere (MSF), «l’assenza di un protocollo nazionale sulla tubercolosi in Italia, non solo per il monitoraggio della terapia, ma anche per lo screening, la diagnosi, e il follow‑up, ha conseguenze rilevanti sia cliniche che di sanità pubblica». Questa mancanza di coordinamento rischia di trasformare una malattia curabile in una minaccia strutturale, alimentata dalle vulnerabilità dei gruppi più fragili.

Vulnerabilità e impegno di Medici Senza Frontiere (MSF)

Chiara Montaldo

L’analisi del profilo dei pazienti rivela una spaccatura netta: il 63,2% dei casi di TB in Italia riguarda persone di origine straniera, con un’età media di soli 38,8 anni, contro i 52,2 degli italiani.

Questa sproporzione non è un dato biologico, ma il riflesso di condizioni di vita e barriere d’accesso che MSF denuncia da anni. Montaldo spiega che l’attuale percorso migratorio espone le persone a gravi traumi fisici e psicologici, carenza nutrizionale e patologie debilitanti che facilitano lo sviluppo della malattia: «Le condizioni di scarsa igiene e di sovraffollamento in cui spesso le persone sono costrette a vivere aumentano il rischio di infezioni a trasmissione respiratoria», sottolinea, precisando che tale precarietà persiste spesso anche una volta giunti in Italia, sia all’interno che all’esterno di un sistema di accoglienza talvolta carente.

Il labirinto burocratico e il codice STP

Le barriere che impediscono a un giovane o a una giovane migrante l’accesso a una diagnosi precoce sono molteplici e stratificate. Esistono ostacoli amministrativi, esacerbati dalle differenze regionali che complicano i percorsi di assistenza, e barriere culturali aggravate dalla mancanza di adeguati servizi di mediazione interculturale.

Senza monitoraggio è impossibile valutare l’efficacia dei programmi o correggere le politiche sanitarie

Molte persone ignorano i propri diritti, perdendosi nella burocrazia per l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale o ignorando l’esistenza del codice STP (Straniero Temporaneamente Presente), che pure garantirebbe cure essenziali per la TB. A ciò si aggiunge il timore che l’accesso alle cure comporti segnalazioni alle autorità, oltre alla paura della discriminazione e dello stigma ancora legati a questa patologia. MSF evidenzia inoltre l’impatto delle condizioni lavorative: contratti precari e orari rigidi impediscono spesso di assentarsi per le visite, mentre i costi indiretti come i trasporti rendono difficile la continuità terapeutica anche quando i farmaci sono gratuiti.

L’opacità dei dati e il rischio della tubercolosi multiresistente

Il punto più critico sollevato da MSF riguarda però il “buco nero” dei dati. Il rapporto ufficiale indica uno 0,0% di monitoraggio nazionale degli esiti terapeutici, una cecità istituzionale che impedisce di sapere quanti pazienti effettivamente guariscano o interrompano le cure. Questa carenza ha un impatto diretto sull’epidemiologia della tubercolosi multiresistente (MDR-TB), che in Italia interessa circa il 6% dei casi testati. «Il rischio è quello di aumentare i casi di MDR-TB, che è più difficile e costosa da trattare», avverte Montaldo, precisando che senza monitoraggio è impossibile valutare l’efficacia dei programmi o correggere le politiche sanitarie. Questa dinamica amplifica le disuguaglianze in contesti già vulnerabili, come i centri di accoglienza, le carceri e le residenze per anziani, dove la trasmissione di ceppi resistenti trova terreno fertile.

Analisi epidemiologica e determinanti sociali

Giovanni Sotgiu

Sul versante tecnico-scientifico, Giovanni Sotgiu — Membro del Consiglio Superiore di Sanità (CCS) e Professore ordinario di Statistica medica ed Epidemiologia presso l’Università degli Studi di Sassari — offre una lettura analitica della crescita dei contagi. Secondo il professore, l’incremento dell’8,6% riflette in parte un recupero diagnostico post-pandemia, simile a quanto avvenuto globalmente con il ritorno alla normale operatività dei servizi sanitari e della cosiddetta “cascata di cura”.

Tuttavia, i dati indicano chiaramente che la tubercolosi rimane un problema di sanità pubblica che richiede un’attenzione costante. Sotgiu evidenzia come quasi il 70% dei casi diagnosticati riguardi la forma polmonare, ovvero quella più contagiosa, rendendo cruciali le indagini epidemiologiche per l’identificazione dei contatti.

L’elevata incidenza nella fascia d’età produttiva (25-44 anni, con oltre mille casi) trova spiegazione nei due diversi andamenti della malattia in Italia. Da un lato vi è la popolazione nativa, composta prevalentemente da anziani con comorbidità che impattano il sistema immunitario; dall’altro la popolazione migrante, in cui si osserva spesso la riattivazione di un’infezione latente acquisita nel Paese di origine.

Condizioni di vulnerabilità sociale, barriere di accesso al servizio sanitario, condizioni abitative precarie e professionali sfavorevoli rappresentano determinanti di malattia

«Condizioni di vulnerabilità sociale, barriere di accesso al servizio sanitario, condizioni abitative precarie e professionali sfavorevoli rappresentano determinanti di malattia», spiega Sotgiu, sottolineando come tali fattori alterino il sistema immunitario favorendo la progressione verso la forma attiva. Per l’esperto del CSS, non esistono rischi specifici per la popolazione generale a patto che venga eseguita una diagnosi precoce e prescritta una terapia appropriata.

Strategie comunitarie e governance nazionale

L’efficacia della risposta italiana alla TB si gioca quindi sul campo della prevenzione e dell’identificazione dei soggetti ad alto rischio, seguendo le raccomandazioni dell’OMS. Sotgiu pone l’accento sulla necessità di gestire al meglio il follow-up dei soggetti in terapia, inclusi quelli con forme farmaco-resistenti, per evitare riprese della malattia dovute a una scarsa aderenza terapeutica. «Fondamentale, in termini preventivi, agire sui determinanti sociali di malattia», conclude il professore, richiamando l’istituzione a un approccio che superi la mera gestione clinica del singolo caso per abbracciare una strategia di controllo comunitario più robusta.

L’efficacia della risposta italiana alla TB si gioca sul campo della prevenzione e dell’identificazione dei soggetti ad alto rischio

Il confronto europeo mette a nudo le fragilità della rendicontazione italiana. Se quasi tutti i Paesi dell’area UE/EEA hanno sistemi di sorveglianza quasi completi (>95%) per variabili anagrafiche, l’Italia crolla drammaticamente sulla trasparenza dei risultati terapeutici e dei test di suscettibilità ai farmaci. Inquieta notare come il nostro Paese abbia riportato lo 0,0% di dati completi sullo stato HIV dei pazienti affetti da TB, un’informazione vitale per gestire le co-infezioni e ridurre la mortalità, che in Italia causa circa 300 decessi all’anno. Inoltre, solo per il 58,1% dei casi è disponibile la storia clinica precedente, contro una media europea vicina al 90%.

La mancanza di dati trasforma una patologia curabile in una sfida per la sicurezza sanitaria nazionale

Questa opacità informativa impedisce una governance efficace. Come ribadito da Montaldo, la mancanza di dati trasforma una patologia curabile in una sfida per la sicurezza sanitaria nazionale, colpendo in modo sproporzionato i soggetti più fragili. La tubercolosi polmonare, rappresentando il 69,9% dei casi italiani, richiede una capacità di intervento rapida e uniforme su tutto il territorio nazionale. L’attuale frammentazione regionale e l’assenza di protocolli di monitoraggio standardizzati creano “zone d’ombra” in cui il batterio può continuare a circolare, alimentando potenzialmente ceppi sempre più resistenti ai trattamenti convenzionali.

Il rapporto Oms Europa-Ecdc 2026 funge dunque da monito: l’Italia non può permettersi di ignorare il trend di crescita né di continuare a gestire la TB con un sistema di sorveglianza parziale.

La strada indicata dagli esperti coinvolge un duplice binario: da un lato, l’abbattimento delle barriere burocratiche e sociali che impediscono ai giovani migranti di curarsi tempestivamente, come auspicato da MSF; dall’altro, un potenziamento delle indagini epidemiologiche e della medicina preventiva per colpire i determinanti sociali della malattia, come suggerito dal professor Sotgiu.

Solo attraverso una trasmissione dati rigorosa e una strategia nazionale coordinata l’Italia potrà uscire dalla sua attuale condizione di controtendenza europea e contribuire concretamente all’obiettivo globale di un mondo libero dalla tubercolosi.

Osservatorio Salute Benessere e Resilienza: nuove fragilità sociali e sostenibilità del SSN

Il Servizio sanitario italiano si trova davanti a una trasformazione profonda, determinata da cambiamenti demografici, epidemiologici, sociali, tecnologici e ambientali. È il quadro delineato dal IV Rapporto dell’Osservatorio Salute, Benessere e Resilienza (OSBR) della Fondazione RiES ETS, presentato al Senato nel corso del convegno “La salute che cambia: nuovi bisogni, nuove risposte”, promosso su iniziativa del Senatore Francesco Zaffini, Presidente della 10ª Commissione permanente del Senato.

Attraverso l’Indice di Vicinanza della Salute (IVS®), che analizza l’evoluzione del sistema lungo 72 indicatori dal 2010 al 2025, il Rapporto evidenzia un quadro caratterizzato da luci e ombre: mentre resistono gli ambiti più strettamente legati all’erogazione delle prestazioni sanitarie, emergono criticità legate alla sostenibilità futura del sistema, all’equità territoriale e alle condizioni sociali in cui vivono le persone.

Isolamento, salute mentale e fragilità relazionali: gli effetti persistenti del post-pandemia

A cinque anni dalla fase più acuta della pandemia, alcuni indicatori sociali non sono ancora tornati ai livelli precedenti al 2020. L’isolamento sociale resta a 84 punti rispetto agli 86 del 2019, la coesione sociale è scesa a 93 rispetto ai 102 pre-pandemici, mentre l’indicatore relativo alla salute mentale registra un calo da 107 nel 2023 a 101 nel 2025.

A cinque anni dalla fase più acuta della pandemia, alcuni indicatori sociali non sono ancora tornati ai livelli precedenti al 2020

Secondo il Rapporto, l’indebolimento delle reti familiari e di prossimità, aggravato dall’invecchiamento della popolazione e dalle migrazioni interne, riduce la capacità delle famiglie di assistere le persone più fragili, alimentando il fenomeno della non autosufficienza sommersa.

«La transizione demografica e la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale sono oggi due facce della stessa sfida — ha dichiarato il Senatore Francesco Zaffini, Presidente della 10ª Commissione permanente (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica —. La società che invecchia impone al legislatore di accelerare sull’integrazione sociosanitaria e sulla piena attuazione del Sistema Nazionale per la popolazione Anziana Non Autosufficiente. Il IV Rapporto OSBR offre una base scientifica preziosa per orientare le scelte di politica pubblica».

Carenza di professionisti, rinuncia alle cure e divari territoriali

Il Rapporto evidenzia anche le difficoltà organizzative del sistema sanitario. I medici di medicina generale passano da 7,6 ogni 10.000 abitanti nel 2012 a 6,7 nel 2022, mentre cresce la quota dei medici con massimale di assistiti, dal 27,3% al 47,7%.

Aumenta inoltre la rinuncia alle prestazioni sanitarie, che nel 2024 riguarda il 9,9% della popolazione, pari a circa sei milioni di persone, contro il 6,3% del 2019. Persistono anche importanti differenze territoriali nella capacità economica dei cittadini, con il Mezzogiorno che presenta un gettito IRPEF pro capite pari al 73% della media nazionale, contro il 129% del Nord, con ricadute sulla possibilità di accedere alle cure anche attraverso forme integrative.

Le nuove risposte: integrazione sociosanitaria, welfare complementare e digital health

Di fronte a questo scenario, il Rapporto individua la necessità di un cambio di paradigma. «La metafora cardine del Rapporto — nuovi bisogni, nuove risposte — sintetizza la necessità di un cambio di paradigma assistenziale», spiega Duilio Carusi, Coordinatore scientifico dell’Osservatorio Salute, Benessere e Resilienza.

«Servono nuove risposte su tre direttrici strettamente interconnesse: la definizione dell’integrazione sociosanitaria come superamento della frammentazione tra dimensione sanitaria e sociale; l’estensione del welfare sanitario integrativo come pilastro complementare e non sostitutivo del SSN, da governare con strumenti fiscali e regolatori adeguati; la riforma dei caregiver da sviluppare anche attraverso l’individuazione di nuove figure a contrasto del crescente burden sociale».

Le disuguaglianze di salute non sono un effetto collaterale della transizione, ma il suo principale fattore di accelerazione

Anche Chris Brown, Head del Venice Office for Investment for Health and Development dell’OMS Europa, richiama il tema delle disuguaglianze: «Le disuguaglianze di salute non sono un effetto collaterale della transizione, ma il suo principale fattore di accelerazione. Investire in equità economica, sociale e digitale è oggi la più efficace politica di salute pubblica».

Sulla necessità di superare le disparità territoriali si è soffermato anche Angelo Tanese, Direttore generale di AGENAS: «Il Rapporto della Fondazione RiES mette bene a fuoco l’evoluzione dei bisogni di salute della popolazione italiana, e al tempo stesso, le sfide che il nostro sistema di welfare è chiamato ad affrontare superando la frammentazione delle competenze istituzionali e le disparità territoriali. Oggi implementando il modello delle Case della Comunità e la completa digitalizzazione del sistema dobbiamo ridurre progressivamente le distanze geografiche, sociali e organizzative che ancora limitano l’accesso alle cure, e far sì che nessun cittadino si senta abbandonato o lasciato solo».

Tra le direttrici indicate dal IV Rapporto OSBR figurano inoltre la social prescription, il rafforzamento della health literacy, il coinvolgimento dei giovani, la valorizzazione degli asset del territorio e una maggiore armonizzazione tra LEA, LEP e LEPS.

Ingegneri clinici, una professione ponte tra tecnologia, cura e innovazione

Innovazione, formazione e nuove competenze per governare le tecnologie per la salute. Sono questi i temi che hanno aperto la prima giornata del 26° Convegno nazionale dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC), in corso a Torino fino al 13 giugno, con le sessioni “Touchpoint ingegneria clinica” e “Connessioni di valore: impresa, sanità e innovazione”.

Ripercorrendo l’evoluzione della professione, Lorenzo Leogrande, presidente del 26° Convegno nazionale AIIC, ha ricordato come il ruolo dell’ingegnere clinico sia cambiato profondamente nel tempo: «Negli anni Sessanta era la figura che si occupava della manutenzione delle tecnologie, ma dalla riforma sanitaria del 1978 il ruolo ha seguito l’evoluzione della tecnologia, fino ad arrivare al prodotto e alla sua valutazione».

Oggi, ha spiegato Leogrande, la sfida è diversa: «Non basta far funzionare un dispositivo in sicurezza o acquistare in modo sostenibile: l’ingegnere clinico deve impattare sui processi e sul loro utilizzo, ottimizzando l’organizzazione sanitaria. Nel futuro questo professionista non sarà solo parte, ma motore dell’innovazione».

Gli ingegneri clinici rappresentano il punto di incontro tra bisogni di cura, innovazione tecnologica e capacità organizzativa

Sulla centralità della formazione si è soffermata anche Paola Freda, già presidente AIIC e prima donna alla guida dell’associazione, sottolineando che «per un’autentica formazione sono necessarie curiosità e originalità dell’essere umano e, anche in tempi di intelligenza artificiale ed evoluzione tecnologica galoppante, è l’umano a fare la differenza».

Giovanni Poggialini, componente del Direttivo AIIC e coordinatore dei corsi di formazione del Convegno, ha evidenziato come oggi le responsabilità dell’ingegnere clinico vadano oltre la dimensione tecnica: «Partecipare alla progettazione di una sala operatoria, ibridizzarla, riempirla di tecnologia non basta: devo sapere quanti pazienti posso curare, come organizzare il sistema perché possa fornire più salute. Questa è la gestione operativa: studiare i processi produttivi dell’azienda sanitaria e fare in modo che i processi produttivi vengano ottimizzati».

Una figura di collegamento tra chi sviluppa le tecnologie e chi cura

Il concetto di “professione ponte” è stato al centro dell’intervento di Filippo Molinari, prorettore del Politecnico di Torino, che ha sottolineato che la professione dell’ingegnere clinico si trova ad essere «un ponte tra chi sviluppa e produce la tecnologia e chi la impiega per risolvere problemi. All’ingegnere clinico è infatti chiesto di occuparsi dell’integrazione della tecnologia in quelli che sono i flussi clinici, diagnostici o terapeutici, che sono necessari per fornire un buon servizio al cittadino». Ha ribadito Molinaro: «Il mondo della medicina, della salute, è uno degli ambiti in cui le innovazioni tecnologiche sono più rapidamente assorbite e integrate perché permettono diagnosi più precoci, migliori cure, un valore maggiore in termini di salute. Le nuove tecnologie vanno valutate per quello che effettivamente possono fare, per il valore che apportano».  

Con un contributo scritto efficace e puntuale, l’assessore regionale alla formazione Daniela Cameroni ha ricordato che per affrontare la trasformazione in atto nell’incrocio tra bisogni di salute e tecnologie avanzate «servono programmazione, visione e una forte collaborazione tra istituzioni, sistema sanitario, università e mondo produttivo. Il Piemonte ha tutte le carte in regola per essere protagonista di questa sfida: eccellenze universitarie, centri di ricerca di livello internazionale, un tessuto industriale innovativo e competenze professionali di altissimo livello. In questo scenario il ruolo degli ingegneri clinici è strategico, perché realizza il collegamento tra innovazione tecnologica e bisogni assistenziali, tra ricerca e applicazione concreta. È dall’alleanza tra competenze, ricerca, tecnologia e formazione che può nascere la sanità del futuro. Una sanità nella quale l’innovazione nasce sì in corsia, ma cresce grazie alle competenze».

Dalla filiera produttiva la richiesta di un ecosistema più sostenibile

Nella sessione dedicata al rapporto tra innovazione sanitaria, sviluppo industriale e sostenibilità, Andrea Tronzano, assessore al Bilancio e alle Attività produttive della Regione Piemonte, ha sottolineato come l’healthtech possa rappresentare uno dei principali ambiti di crescita economica e sociale del territorio. «Gli ingegneri clinici rappresentano il punto di incontro tra bisogni di cura, innovazione tecnologica e capacità organizzativa – ha dichiarato Tronzano –. La sfida è costruire una governance stabile e una visione condivisa che metta in connessione ospedali, università, centri di ricerca, imprese e istituzioni».

Per sviluppare un ecosistema dell’healthtech sostenibile servono alleanze stabili tra sanità, università, istituzioni, imprese e professionisti

Dal punto di vista delle aziende, Alessandro Preziosa, presidente dell’Associazione Elettromedicali e Servizi Integrati di Confindustria Dispositivi Medici, ha richiamato la necessità di garantire condizioni favorevoli agli investimenti in ricerca e sviluppo: «Da soli non riusciremo più a sostenere il peso di un mercato sempre più esigente, che richiede innovazione continua».

In questa sessione anche Cesare Mangone (Unione Industriali Torino)Gennario Broya de Lucia (presidente nazionale Conflavoro PMI Sanità), Alberta Pasquero (Bio Industry Park) e Adriano Leli (presidente FARE), hanno messo l’accento sulle problematiche vissute dal mondo produttivo (in particolare PMI e startup), ma anche sulle opportunità rappresentate dalla dinamicità di alcuni settori imprenditoriali, e dalla capacità del mondo dei provveditori di interpretare l’innovazione in termini di procurement. 

In conclusione Mario Alparone (direttore generale FinPiemonte) ha sottolineato come occorra sviluppare un nuovo modello di sanità, perché quello attuale rischia di non essere più sostenibile. «E un modello», ha precisato Alparone, «non lo si costruisce a tavolino, ma partendo dalle competenze reali, dal coinvolgimento strategico di professionisti che sono in grado di offrire già la prima risposta concreta». In questo senso Mangone ha invitato AIIC a farsi protagonista delle proposta di realizzare “tavoli di confronto” tra professioni, istituzioni, mondo della sanità e mondo produttivo per sviluppare nuove e più avanzate forme di collaborazione tra i protagonisti del comparto delle tecnologie healthcare. Una proposta che è stata ripresa immediatamente da Umberto Nocco (presidente AIIC) ed Alessio Rebola (coordinatore AIIC Piemonte) con estremo favore. A conferma della possibilità che gli ingegneri clinici siano “ponte” tra professioni, ambiti strategici e tra presente e futuro.

Malattia renale cronica, oltre l’innovazione serve una riorganizzazione del sistema

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Con una prevalenza in costante aumento e un impatto significativo in termini di mortalità, qualità di vita e costi sanitari, la malattia renale cronica è oggi riconosciuta come un problema crescente di salute pubblica. Nel maggio 2025 una resolution dell’OMS l’ha indicata come priorità di salute pubblica globale, portandola per la prima volta all’attenzione della politica con l’obiettivo di contrastare sotto-diagnosi e diagnosi tardiva e promuovere programmi di screening mirati nelle popolazioni a rischio. Un passaggio che segna un cambio di paradigma nella gestione della patologia, rafforzato dalla disponibilità di farmaci in grado di rallentarne la progressione verso le fasi terminali in diverse popolazioni di pazienti. La Società Italiana di Nefrologia (SIN) ha pubblicato il documento “Linea guida per la gestione della malattia renale cronico con nuovi farmaci nefroprotettivi” destinato ai clinici per supportare l’impiego dei nuovi farmaci. 

Con Giovanni Strippoli, coordinatore del gruppo di lavoro linee guida SIN, TrendSanità ha approfondito questi temi e le difficoltà organizzative e di sistema che ne limitano la diffusione.

Giovanni Strippoli

La malattia renale cronica (MRC), silente nelle fasi iniziali, interessa in Italia circa l’8% della popolazione, con una prevalenza che sale al 17% negli over 70. In assenza di interventi efficaci può progredire fino alla necessità di dialisi o trapianto; negli ultimi trent’anni il ricorso alla dialisi è aumentato del 43% e assorbe ogni anno il 2,3% delle risorse del SSN. In pazienti selezionati, il trattamento con inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2i), agonisti del recettore del peptide-1 simil-glucagone (GLP-1 RA) o antagonisti non steroidei del recettore dei mineralcorticoidi (ns-MRA) può rallentare l’evoluzione della malattia e ritardare il ricorso alla dialisi, oltre a ridurre gli eventi cardiovascolari e migliorare gli esiti clinici complessivi.

Spiega Strippoli: «Negli ultimi anni l’introduzione di nuovi farmaci ha modificato in modo sostanziale il panorama terapeutico della MRC non solo perché in grado di rallentare la progressiva perdita della funzionalità renale, ma anche per la capacità di ridurre il rischio di complicanze cardiovascolari. Numerosi trial randomizzati e meta-analisi hanno dimostrato che alcune terapie farmacologiche rallentano la progressione della malattia in specifiche popolazioni di pazienti, inclusi pazienti con diabete o altri fattori di rischio cardiovascolare e renale. Questo richiede un’evoluzione dell’approccio del sistema sanitario: l’obiettivo non è più gestire le fasi avanzate della malattia, ma intervenire prima, identificando precocemente i pazienti da avviare al trattamento».

L’obiettivo non è più gestire le fasi avanzate della malattia, ma intervenire prima, identificando precocemente i pazienti da avviare al trattamento

Si tratta di un cambiamento che richiede un adattamento del sistema sanitario: servono diagnosi più precoci, maggiore coordinamento tra medicina territoriale e specialistica e accesso appropriato alle terapie. Le linee guida SIN hanno l’obiettivo di incoraggiare, alla luce di raccomandazioni evidence-based, la prescrizione di questi farmaci ancora sottoutilizzati; le indicazioni riguardano diverse popolazioni di pazienti con MRC secondo specifici criteri clinici e livelli di rischio.

Ostacoli alla diffusione delle nuove terapie

A fronte di un quadro in evoluzione e di chiare indicazioni cliniche, l’accesso alle nuove terapie per la MRC incontra ancora barriere organizzative che rallentano la transizione verso una strategia orientata alla prevenzione. Prosegue Strippoli: «Le difficoltà riguardano in primo luogo la diagnosi tardiva: molti pazienti vengono identificati quando la funzione renale è già compromessa, riducendo l’efficacia degli interventi. A questo si aggiunge la frammentazione dei percorsi assistenziali, con una scarsa integrazione tra medici del territorio e specialisti, che sarebbe invece cruciale per intercettare soggetti a rischio, come diabetici e ipertesi».

«Anche l’inerzia terapeutica gioca un ruolo importante, con una resistenza ancora presente all’adozione di farmaci di comprovata efficacia: persistono fenomeni di inerzia terapeutica e variabilità prescrittiva, talvolta legati all’attesa di ulteriori evidenze o a incertezze applicative».

L’accesso alle nuove terapie per la MRC incontra ancora barriere organizzative che rallentano la transizione verso una strategia orientata alla prevenzione

A pesare è anche la forte variabilità regionale, legata a un’organizzazione dei servizi sanitari in larga parte decentrata. «Il percorso di accesso alle terapie innovative non è uniforme sul territorio nazionale; le differenze possono riguardare la diffusione dei programmi di diagnosi precoce e l’organizzazione delle reti nefrologiche, così come l’integrazione tra medicina specialistica e territoriale e le modalità di prescrizione o distribuzione dei nuovi farmaci. Questo può rendere disomogeneo il percorso di accesso alle terapie innovative, rafforzando la necessità di percorsi assistenziali condivisi» aggiunge Strippoli.

Interventi per facilitare l’accesso

Il superamento degli ostacoli richiede snellimento dei processi burocratici e uniformità dei piani terapeutici (PDTA) sul territorio, oltre al potenziamento della formazione di medici e operatori sanitari, come sottolineato dalle linee guida.

«A livello organizzativo l’accesso ai nuovi farmaci sarebbe facilitato da procedure più semplici e uniformi, con piani terapeutici digitalizzati e condivisi tra specialisti e medicina territoriale, così da garantire ai pazienti idonei un avvio rapido della terapia. Tra le esigenze principali, non solo in Italia, vi sono quelle di semplificare e uniformare le procedure, ridurre la burocrazia e rendere molto chiari i criteri di accesso; purtroppo i piani terapeutici divengono talvolta un passaggio amministrativo complesso che rallenta l’avvio della terapia», precisa Strippoli.

Un passaggio fondamentale riguarda la digitalizzazione dei PDTA che, quando attiva, consente una gestione più rapida, tracciabile e semplice, facilitando il monitoraggio degli esiti clinici e dei reali costi delle terapie, a vantaggio di migliori valutazioni economiche e di una programmazione sanitaria più accurata.

La digitalizzazione dei PDTA potrebbe abilitare una gestione più rapida e tracciabile dei percorsi, favorendo il monitoraggio degli esiti clinici e dei reali costi di terapia

«Diversi studi di farmacoeconomia suggeriscono che queste terapie possono risultare costo-efficaci, soprattutto nei pazienti ad alto rischio e se introdotte precocemente. A fronte di un possibile aumento dei costi diretti nel breve periodo, gli studi modellistici suggeriscono una potenziale riduzione dei costi complessivi nel lungo termine. Il beneficio economico per il sistema tende a essere maggiore quanto più tempestivo è l’intervento. Inoltre i PDTA dovrebbero essere inseriti in un percorso assistenziale ben definito, fondato su una fluida collaborazione tra medici di medicina generale e specialisti. I casi inviati al nefrologo sono per lo più in fase avanzata di malattia, ma evidenze recenti suggeriscono benefici anche in categorie di pazienti a rischio inferiore, sebbene con differente forza delle evidenze e secondo specifici criteri clinici. Per questo l’intervento precoce è così importante».

In sintesi, la priorità è identificare precocemente i pazienti e rafforzare l’integrazione tra medicina del territorio e specialistica. Per la sanità pubblica questo significa puntare su screening mirati nelle popolazioni ad alto rischio, percorsi assistenziali condivisi e digitalizzati, maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale nella gestione precoce e riduzione delle diseguaglianze territoriali nell’accesso alle cure.

I prossimi passi

Per favorire una più efficace presa in carico e gestione terapeutica della MRC è auspicabile la messa in atto di interventi che riguardano semplificazione regolatoria, maggiore ruolo della medicina territoriale e percorsi di cura integrati per le malattie cardiorenali e metaboliche.

La priorità è identificare precocemente i pazienti e rafforzare l’integrazione tra medicina del territorio e specialistica

«Negli ultimi tempi crescono le iniziative volte a colmare queste lacune. In Italia, per esempio, alcune modifiche regolatorie e determine AIFA hanno semplificato l’accesso ad alcune terapie cardiorenali e metaboliche, anche attraverso la revisione dei piani terapeutici e, per specifici farmaci e indicazioni, l’ampliamento della prescrivibilità da parte dei medici di medicina generale. La SIN svolge una continua azione di advocacy con le istituzioni sanitarie per favorire un accesso più rapido e privo di ostacoli burocratici, e promuove campagne educational per favorire lo screening precoce delle nefropatie».

Neonatologia, dalla SIN un appello per rafforzare reti, ricerca e formazione

La riduzione delle nascite non può tradursi in una minore attenzione verso la salute dei neonati. È questo il messaggio emerso dal convegno nazionale “Il futuro della Neonatologia in Italia”, promosso dalla Società Italiana di Neonatologia (SIN) presso il Ministero della Salute, con la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e dei professionisti del settore.

L’incontro ha acceso i riflettori sulle sfide che attendono il sistema sanitario in un contesto segnato dalla denatalità. Secondo i dati Istat richiamati durante l’evento, nel 2025 si è registrato un nuovo minimo storico con 355 mila nuovi nati e una riduzione del 3,9% rispetto all’anno precedente. Un fenomeno che, secondo la SIN, rischia di ridurre l’attenzione e le risorse dedicate alla salute perinatale e neonatale proprio mentre cresce la necessità di garantire cure sempre più specialistiche e integrate.

La SIN chiede il pieno riconoscimento accademico della Neonatologia in Italia

Ad aprire il confronto è stato il Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, che ha sottolineato il valore strategico dei primi anni di vita: «Parlare di neonatologia oggi significa parlare di prevenzione e diagnosi precoce, di equità e di capacità del servizio sanitario di accompagnare i cittadini fin dall’inizio della vita. I primi mille giorni rappresentano una finestra determinante per il bambino: è in questa fase che si pongono le basi dello sviluppo cognitivo, immunologico e relazionale della persona».

“Ogni neonato conta”: la richiesta di un piano nazionale

Nel corso dell’incontro il presidente della SIN, Massimo Agosti, ha richiamato la necessità di una strategia nazionale che sostenga sia la natalità sia l’intero sistema delle cure neonatali.

«Ogni neonato conta. Bisogna investire sulle nascite, con un piano nazionale che parta dagli incentivi attualmente previsti, integrandoli in politiche strutturate a sostegno della genitorialità e delle famiglie, e sulla Neonatologia, in tutti i suoi ambiti, dall’Università, alla ricerca, alla riorganizzazione delle reti perinatali, per garantire le cure migliori ai neonati, che sono il futuro della nostra Nazione».

La SIN evidenzia come la Neonatologia rappresenti una disciplina altamente specialistica, capace di integrare competenze che spaziano dalla medicina materno-fetale alla terapia intensiva, dall’anestesiologia alla genetica, accompagnando il neonato e la famiglia dalla gravidanza fino al percorso assistenziale successivo alla dimissione.

Il nodo del riconoscimento accademico

Uno dei temi centrali del convegno ha riguardato il limitato riconoscimento universitario della Neonatologia in Italia. Nonostante il consolidato ruolo ospedaliero della disciplina, la sua presenza accademica resta insufficiente, con ripercussioni sulla formazione, sulla ricerca e sull’innovazione.

Reti perinatali e trasporto neonatale vanno rafforzati in modo omogeneo sul territorio

Secondo quanto illustrato dal professor Daniele De Luca dell’Università Paris-Saclay, l’Italia risulta in ritardo rispetto ad altri Paesi europei per numero di professori ordinari di Neonatologia. Un dato che, secondo i partecipanti, rende necessario un pieno riconoscimento accademico della disciplina e un rafforzamento dei percorsi di reclutamento e formazione specialistica.

Sul tema è intervenuto anche il presidente del Consiglio Universitario Nazionale, Paolo Pedone, evidenziando la necessità di individuare soluzioni coerenti con l’evoluzione del sistema di classificazione dei saperi universitari.

Reti perinatali, trasporto neonatale e ricerca

Tra le priorità indicate dalla SIN figura anche il rafforzamento dell’organizzazione territoriale delle cure perinatali. In particolare, è stata sottolineata l’esigenza di una diffusione più omogenea del Servizio di Trasporto d’Emergenza Neonatale (STEN) e di modelli assistenziali centrati sulla famiglia, in grado di garantire continuità delle cure e prossimità ai pazienti.

Un altro fronte riguarda la ricerca e lo sviluppo di nuove terapie. Nel corso dell’incontro il presidente dell’AIFA, Robert Giovanni Nisticò, ha ricordato l’impegno dell’Agenzia nel favorire lo sviluppo di farmaci destinati alle patologie neonatali, anche attraverso il sostegno alla partecipazione dei centri italiani ai programmi di ricerca avanzata e ai finanziamenti dedicati alle malattie rare.

Le richieste della SIN

A conclusione del confronto, la Società Italiana di Neonatologia ha ribadito la necessità di un pieno riconoscimento della disciplina sul piano accademico e organizzativo, insieme al rafforzamento delle reti perinatali e delle Terapie Intensive Neonatali.

«Ringrazio le Istituzioni che ci hanno dato la possibilità di dar voce alle problematiche relative alle cure dei nostri piccoli pazienti e auspico un pieno riconoscimento della Neonatologia italiana da un punto di vista accademico, così da poter dare impulso e valore ad una disciplina che ha l’importante compito di garantire la migliore assistenza sanitaria ai cittadini italiani all’inizio della loro vita. Le Terapie Intensive Neonatali restano un presidio irrinunciabile: per i prematuri, per i neonati con patologie complesse, per ogni bambino che ha bisogno di un inizio protetto, a cui dobbiamo garantire la presenza costante dei genitori, in primis con l’apertura h24», ha concluso Agosti.

Torino, al convegno AIIC l’innovazione che nasce dai bisogni di salute

Come nasce una nuova tecnologia sanitaria? Quali bisogni portano allo sviluppo di strumenti diagnostici, dispositivi medici o soluzioni basate sull’intelligenza artificiale? Sono le domande che guideranno il 26° Convegno nazionale dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC), in programma dal 10 al 13 giugno alle Officine Grandi Riparazioni di Torino.

Il titolo scelto per l’edizione 2026, “Facciamo innovazione: come le tecnologie nascono in corsia”, sintetizza l’approccio proposto dagli ingegneri clinici: partire dai bisogni di salute concreti per comprendere come si sviluppano le innovazioni che entrano nella pratica assistenziale.

L’innovazione sanitaria deve partire dai bisogni reali di pazienti e professionisti

«Al centro del nostro evento nazionale ci sta la necessità di riportare tutta l’attenzione sul tema della salute e sui bisogni di una popolazione che è sempre più cronica e sempre più anziana. Desideriamo partire da qui, dal bisogno più che dalla rivoluzione tecnologica, e quindi parlare di quella innovazione che nasce dal letto di degenza, dalla corsia, dall’esigenza di salute colta dentro l’ospedale, e che si traduce in strumenti innovativi a tutto vantaggio dei pazienti», ha spiegato Lorenzo Leogrande, presidente del Convegno AIIC.

Tecnologia, AI e nuovi modelli organizzativi

Secondo il presidente AIIC Umberto Nocco, l’innovazione sanitaria deve essere il risultato della collaborazione tra professionisti, cittadini, organizzazioni e industria. «Privilegiamo l’analisi delle necessità di salute colte attraverso la collaborazione con i clinici, la voce dei cittadini, il dialogo con le organizzazioni ed anche con i produttori affinché si possano produrre benefici per i pazienti, oltre che per l’insieme del Ssn», ha sottolineato.

AI, telemedicina e tecnologie digitali protagoniste del Convegno AIIC 2026

Il programma prevede 45 sessioni scientifiche dedicate ai principali temi dell’innovazione sanitaria. Ampio spazio sarà riservato all’evoluzione delle tecnologie biomediche, all’integrazione dell’intelligenza artificiale nei percorsi clinici, alla diagnostica digitale, ai dispositivi intelligenti per monitoraggio e cura, ma anche ai modelli di procurement, alla gestione del rischio tecnologico e alla valutazione delle tecnologie sanitarie.

«Nelle giornate torinesi parleremo con gli oltre duemila iscritti al Convegno di innovazione tecnologica, di innovazione dei processi, di innovazione generata dall’industria e di innovazione proposta dalle strutture sanitarie, dai centri di ricerca e dalle start up con elementi di radicamento nella concretezza ospedaliera», ha evidenziato Stefano Bergamasco, presidente del Comitato scientifico.

Un confronto tra professioni, ricerca e industria

L’edizione 2026 si caratterizza anche per il forte coinvolgimento di altri attori del sistema salute. Tra gli ospiti della sessione inaugurale figurano Leonardo Chiariglione, inventore degli standard MPEG e MP3, e Claudio Ronco, nefrologo di fama internazionale che ha contribuito allo sviluppo di tecnologie avanzate per l’emodialisi.

Numerose le sessioni congiunte con società scientifiche, associazioni professionali e organizzazioni del Servizio sanitario nazionale. AIIC dialogherà, tra gli altri, con radiologi, manager di sala operatoria, dirigenti sanitari, esperti di sanità digitale e ingegneri gestionali.

Tra gli appuntamenti più attesi figurano inoltre le plenarie dedicate a sanità e spazio, ai modelli organizzativi dell’assistenza tecnica, all’ecosistema delle startup e agli approcci per la creazione dell’innovazione tecnologica, oltre a focus specifici su telemedicina, giovani ingegneri biomedici e sviluppo delle Case e degli Ospedali di Comunità.

L’ingegnere clinico come professione di connessione

Per AIIC, la sfida dell’innovazione non riguarda solo le tecnologie, ma anche la capacità di mettere in relazione competenze diverse e tradurre i bisogni assistenziali in soluzioni concrete.

L’ingegnere clinico si conferma figura di raccordo nell’ecosistema dell’innovazione sanitaria

«Affermare che l’innovazione nasce in corsia significa sottolineare che è nella contaminazione dei saperi e nella collaborazione effettiva che nasce la risposta tecnologica ai bisogni di salute», ha ricordato Umberto Nocco.

Un concetto ripreso anche da Lorenzo Leogrande nelle conclusioni del programma congressuale: «Il convegno 2026 di AIIC propone un programma complessivo ricco e vastissimo che conferma anche con queste sessioni congiunte la vocazione degli ingegneri clinici ad essere professione di connessione tra gli operatori della sanità».

HIV e terapie legacy: quanto pesano ancora i regimi con inibitori delle proteasi?

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Negli ultimi anni l’evoluzione della terapia antiretrovirale è stata caratterizzata dall’introduzione del concetto di semplificazione: ampio utilizzo di regimi più maneggevoli, meglio tollerati, più adatti a gestire l’HIV come una condizione cronica di lungo periodo. In questo scenario, però, una parte dei pazienti continua a ricevere regimi basati su inibitori delle proteasi (IP). In molti casi la scelta è del tutto giustificata — storia terapeutica complessa, resistenze, fallimenti precedenti, stabilità raggiunta. In altri, può valere la pena di organizzare una rivalutazione. Ed in questo sentiero che la Regione Lombardia si è avviata con costanza da un anno.

Abbiamo provato a misurare quanto pesa oggi questo perimetro, in termini economici e organizzativi, partendo dai dati della Lombardia e costruendo una stima nazionale a partire dai dati AIFA OsMed 2024.

Perché parlare di terapie legacy

Legacy non significa “sbagliata” o “superata”. Indica regimi storicamente consolidati, ancora presenti nella pratica clinica, ma meno centrali rispetto alle opzioni più recenti. Gli inibitori delle proteasi hanno avuto un ruolo decisivo nella storia della terapia anti-HIV e restano una risorsa per profili specifici di pazienti, in particolare i soggetti HTE (Highly Treatment Experienced). Per questo la loro presenza nei dati di spesa va letta con equilibrio, non è un errore da correggere.

Una parte delle cure erogate può ancora essere rivalutata per rafforzare appropriatezza ed efficienza assistenziale

L’analisi guarda a due perimetri: uno più stretto – gli IP legacy, cioè darunavir, atazanavir e lopinavir/ritonavir – e uno più ampio, i regimi IP-containing, che comprende tutti i regimi contenenti un inibitore delle proteasi. Il perimetro ampio non identifica trattamenti inappropriati: fotografa un bacino di pazienti e di spesa che si può analizzare con strumenti clinici e gestionali più fini.

I numeri della Lombardia

Il fenomeno è in calo, ma non è marginale. La spesa lombarda riconducibile a questo perimetro – complessivamente IP-legacy/IP-containing – è scesa da circa 24,1 milioni di euro nel 2018 a 13,37 milioni nel 2024: segno di una transizione terapeutica già ampiamente avviata.

Il valore residuo, però, vale ancora l’8,4% della spesa regionale per i farmaci anti-HIV e intercetta 3.113 assistiti/trattamenti, pari al 9,2% del totale regionale.

La stima nazionale

Per l’Italia abbiamo usato i dati OsMed 2024, calibrati sul dato lombardo: la Lombardia concentra una spesa anti-HIV superiore alla media; quindi, non può essere semplicemente moltiplicata per il resto del Paese.

La proiezione parte dalla misura del mercato per i regimi più impiegati nella pratica clinica, stimando il dato lombardo verso l’intero Paese.

Il perimetro stretto degli IP legacy vale circa 18 milioni di euro; quello ampio dei regimi IP-containing arriva a circa 54,6 milioni, l’8,5% della spesa nazionale anti-HIV. La popolazione interessata si colloca intorno ai 13 mila pazienti/trattamenti equivalenti, circa l’8-9% del totale HIV stimato.

Una proiezione alternativa che indica ~80 milioni di euro è meno solida, perché si basa sulla popolazione HIV generale e non sul mercato dei farmaci anti-HIV.

AmbitoIndicatoreValoreIncidenza
LombardiaSpesa 2024 per regimi IP legacy / IP-containing13,37 mln €8,4% della spesa HIV regionale
LombardiaAssistiti / trattamenti3.1139,2% del totale regionale
ItaliaSpesa IP legacy (perimetro stretto)≈ 18 mln €2,8% della spesa nazionale anti-HIV
ItaliaSpesa regimi IP-containing (perimetro ampio)≈ 54,6 mln €8,5% della spesa nazionale anti-HIV

Tabella 1. Indicatori sintetici di spesa dei regimi IP legacy / IP-containing. Elaborazione su dati ARIA/GAT e OsMed 2024

Cosa ci dicono questi dati

Il messaggio non è clinico, ma di policy. Esiste ancora una quota misurabile di trattamento legacy che può diventare oggetto di audit clinico, confronto multidisciplinare e governo dell’appropriatezza. Il dato economico, da solo, non misura inappropriatezza: dove il regime con IP è giustificato, la continuità terapeutica resta la scelta corretta. Dove invece esistono alternative più semplici e sostenibili, una revisione regolare e condivisa può migliorare la presa in carico e l’uso delle risorse.

Le scelte terapeutiche devono coniugare efficacia, continuità assistenziale e uso appropriato delle risorse

Va tenuto presente un limite importante: i dati disponibili contano “assistiti/trattamenti” e pazienti-equivalenti, non pazienti unici. La cifra economica non è risparmio, ma la dimensione di un bacino da analizzare meglio – idealmente con flussi dotati di identificativo paziente pseudonimizzato, collegati a durata del trattamento e informazioni cliniche essenziali.

In sintesi: i regimi con IP legacy pesano oggi meno che in passato, ma restano una componente non trascurabile della spesa e dell’organizzazione dei percorsi di cura. Misurarli meglio, capirne le ragioni cliniche e intervenire solo dove esiste una reale opportunità di semplificazione: è questo l’uso più utile del dato, e un tassello di una governance più attenta all’appropriatezza e alla sostenibilità del servizio.

Nel futuro sarebbe opportuno estendere questa analisi anche agli NNRTI.

Bibliografia

Zverev vincitore del Roland Garros: il diabete non è un limite nello sport

La vittoria di Alexander Zverev al Roland Garros diventa per la comunità diabetologica un caso simbolico che va oltre lo sport. Il primo titolo del Grande Slam conquistato dal tennista tedesco, che convive con il diabete di tipo 1 dall’infanzia, viene infatti letto come una conferma concreta del fatto che la patologia non rappresenta un limite alla performance agonistica.

Per la Federazione delle Società Diabetologiche Italiane FeSDI (AMD-SID), il risultato rappresenta un messaggio diretto soprattutto ai più giovani e a chi ha ricevuto da poco la diagnosi. Troppo spesso, infatti, sul rapporto tra diabete e sport pesa ancora il pregiudizio che chi convive con questa condizione debba rinunciare all’attività fisica, e a maggior ragione all’agonismo. La realtà, oggi, racconta l’esatto contrario.

Un messaggio oltre il risultato sportivo

«Risultati come quello di Zverev ci ricordano che, nello sport, contano il talento, l’idoneità riconosciuta dagli specialisti e i risultati, non l’etichetta di una diagnosi», sottolinea Salvatore De Cosmo, Presidente FeSDI e AMD. «È un messaggio importante soprattutto per i più giovani e per chi ha appena scoperto di avere il diabete. Con la giusta gestione, nessun traguardo è precluso. Campioni di questo livello diventano punti di riferimento preziosi, e storie come questa aiutano a superare i pregiudizi che purtroppo, ancora oggi, caratterizzano talvolta il binomio diabete e sport: è il caso della mancata ammissione degli atleti con diabete nei Gruppi sportivi militari, che FeSDI sta cercando di superare in dialogo con il legislatore».

Con le terapie e le tecnologie di cui disponiamo oggi, lo sport si può praticare in piena sicurezza

Diabete e sport: sicurezza e performance sono compatibili

Secondo la comunità diabetologica, le evidenze scientifiche e l’esperienza degli atleti di alto livello dimostrano che sport e diabete non sono incompatibili, se adeguatamente gestiti con terapie e tecnologie appropriate.

«La vittoria di Zverev è un messaggio prezioso per tutte le persone con diabete”, osserva Raffaella Buzzetti, Presidente SID. “Con le terapie e le tecnologie di cui disponiamo oggi, lo sport si può praticare in piena sicurezza, come dimostrano i tanti campioni olimpici e mondiali che convivono con questa patologia. E l’attività fisica non è soltanto compatibile con il diabete, ma è una valida alleata per la sua corretta gestione».

Esperienze dirette e ruolo degli atleti ambassador

Anche gli atleti con diabete che competono ad alto livello ribadiscono il valore simbolico della vittoria di Zverev come strumento di consapevolezza e superamento dello stigma.

Le storie degli atleti aiutano a ridurre stigma e pregiudizi sulla malattia

«La vittoria di Zverev parla a tutti, a noi atleti con diabete, perché racconta una sfida che conosciamo bene, ma anche a chi ha da poco ricevuto una diagnosi e teme per le sue passioni», aggiunge Giulio Gaetani, schermidore azzurro e Ambassador FeSDI.

«Ho il diabete tipo 1 da quando avevo meno di due anni e oggi gareggio per l’Italia nella scherma. Ogni giorno ho la dimostrazione che lo sport, anche ai massimi livelli, e il diabete possono andare insieme, che con le terapie e gli strumenti di oggi, l’unico limite è quello che scegliamo di darci».

Cronicità, appello per includere oncoematologia e psoriasi nel Piano Nazionale della Cronicità

Roma è stata il teatro dell’appello congiunto delle associazioni, presentato nel corso dell’evento “Equità di accesso alle cure in oncoematologia e psoriasi. L’aggiornamento del Piano Nazionale Cronicità per garantire più diritti dei pazienti”, promosso da Salutequità con il patrocinio di AIL (Associazione Italiana contro Leucemie, Linfomi e Mieloma) e APIAFCO (Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza).

Secondo le organizzazioni promotrici, centinaia di migliaia di pazienti con patologie croniche complesse restano oggi esclusi dalla programmazione del Piano Nazionale della Cronicità, con conseguenze su equità di accesso, continuità assistenziale e sostenibilità sociale ed economica.

Un Piano aggiornabile ma ancora incompleto

Il Piano Nazionale della Cronicità prevede la possibilità di aggiornare periodicamente le schede di patologia nella sua parte seconda. È su questo elemento che si fonda la richiesta di inserire formalmente oncoematologia cronica e psoriasi.

Neoplasie ematologiche croniche e psoriasi rispondono pienamente ai criteri di cronicità definiti dal PNC

«Il nuovo Piano Nazionale prevede la possibilità di aggiornare periodicamente le schede di patologia contenute nella sua parte seconda. Neoplasie ematologiche croniche e psoriasi rispondono pienamente ai criteri di cronicità definiti dal PNC. Lavorare su questo fronte significa costruire un sistema che non lasci indietro nessuno – e oggi insieme alle associazioni pazienti stiamo chiedendo esattamente questo alle Istituzioni», ha dichiarato Tonino Aceti, Presidente di Salutequità.

Oncoematologia: una cronicità ormai strutturale

Le neoplasie ematologiche interessano circa 500mila persone in Italia, con oltre 30mila nuovi casi ogni anno. I progressi terapeutici hanno trasformato molte di queste patologie in condizioni croniche a lunga sopravvivenza.

«Oggi molte neoplasie ematologiche sono diventate patologie croniche», ha dichiarato Gaetano Biallo, Direttore Generale AIL.

«I progressi della ricerca ci hanno consegnato pazienti che vivono più a lungo – in molti casi con un’aspettativa di vita sovrapponibile a quella della popolazione sana. È una conquista straordinaria. Ma la programmazione sanitaria deve progredire velocemente. L’ingresso nel Piano Cronicità è indispensabile per garantire continuità assistenziale e supporto ai pazienti e alle famiglie.»

Psoriasi: impatto clinico ed economico sottovalutato

La psoriasi viene indicata come malattia cronica sistemica con impatto significativo epidemiologico, clinico ed economico.

«La psoriasi, oggi denominata malattia psoriasica, non è una semplice patologia della pelle, è una malattia cronica sistemica con una importante rilevanza epidemiologica e un significativo impatto clinico ed economico», ha dichiarato Valeria Corazza, Presidente APIAFCO.

«Oggi più che mai è fondamentale riconoscere alla psoriasi la piena dignità normativa: una patologia troppo a lungo ignorata, che deve essere trattata al pari delle altre malattie croniche già incluse nel Piano Nazionale delle Cronicità.»

Le criticità: disuguaglianze e frammentazione

L’esclusione dal Piano determina, secondo le associazioni, maggiore frammentazione dei percorsi, disomogeneità territoriale e aumento dei costi indiretti per famiglie e sistema pubblico.

Tra le conseguenze principali: difficoltà di accesso alle cure, percorsi non uniformi, ridotto accesso alle terapie innovative e scarsa integrazione tra ospedale e territorio.

Le richieste alle istituzioni

Le associazioni promotrici chiedono con urgenza:

1. L’inclusione formale delle neoplasie ematologiche croniche e della psoriasi nella     parte seconda del Piano Nazionale della Cronicità.

2. La conseguente indicazione prioritaria di definire percorsi diagnostico-terapeutico   assistenziali (PDTA), anche integrati dalla Digital Health, con indicatori precisi e   monitorabili.

3. Il rafforzamento dell’integrazione ospedale–territorio, in particolare per una diagnosi   più tempestiva, il follow-up e la gestione a lungo termine.

4. La valorizzazione del ruolo delle associazioni di pazienti nei processi di programmazione, monitoraggio e valutazione della cronicità, come previsto dallo stesso Piano Nazionale Cronicità.

Il messaggio conclusivo sintetizza la posizione condivisa: garantire equità di accesso alle cure significa non lasciare indietro nessuno.

Case di Comunità, il nodo dell’integrazione tra sanitario e sociale in Lombardia

Le Case di Comunità entrano in una fase cruciale del loro percorso di sviluppo. Entro il 30 giugno, infatti, le Regioni saranno chiamate a rendicontare lo stato di avanzamento degli interventi previsti dal PNRR per il rafforzamento dell’assistenza territoriale, comprese le strutture introdotte dal DM 77/2022. Accanto agli aspetti infrastrutturali e ai target quantitativi richiesti a livello nazionale, resta aperta una questione decisiva: quanto è realmente integrata la risposta tra sistema sanitario e sistema sociale all’interno delle Case di Comunità?

Ora ambito sanitario e ambito sociale devono lavorare assieme per rispondere ai bisogni dei cittadini e delle comunità

Per contribuire a rispondere a questo interrogativo, ANCI Lombardia e l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS (con il Dipartimento di Politiche per la Salute) hanno promosso un percorso di ricerca che ha coinvolto oltre cento tra amministratori, professionisti, rappresentanti del terzo settore e cittadini attivi. Il lavoro si è concluso con la definizione di 13 proposte operative per rafforzare l’integrazione socio-sanitaria e con l’avvio di una nuova fase dedicata alla costruzione di indicatori capaci di misurare non solo la presenza dei servizi, ma anche la qualità dei modelli organizzativi adottati nei territori.

La ricerca ANCI – Mario Negri

Il workshop “Proposte operative per sviluppare l’integrazione tra sociale e sanitario nelle Case della Comunità in Lombardia” ha concluso il percorso di studio delle differenti questioni portate avanti da sei laboratori focalizzati su differenti tematiche. L’obiettivo era offrire un supporto per migliorare e completare il funzionamento delle Case di Comunità lombarde, secondo i percorsi delineati da Decreto Ministeriale 77/2022. La normativa vuole riorganizzare l’assistenza sanitaria territoriale, puntando su prossimità, digitalizzazione e reti multidisciplinari per ridurre le disuguaglianze e la pressione ospedaliera. 

 La definizione degli indicatori

Alessandro Nobili

Conferma Alessandro Nobili, responsabile del Dipartimento Politiche per la Salute del Mario Negri IRCSS: «La ricerca ha approfondito l’aspetto del DM 77 dove veniva definito un ruolo chiave alla integrazione tra la parte sanitaria (per la Lombardia in capo alle ATS e ASST) e quella sociale (in capo ai Comuni e agli ambiti territoriali).

Il lavoro di oltre un centinaio di operatori attivi all’interno di queste realtà ha portato un contributo sostanziale e pragmatico ai temi in discussione. Dopo aver presentato il documento ai responsabili di Regione Lombardia, il prossimo passo sarà quello di costruire un sistema di indicatori che, per ognuna di queste proposte, ci permetta di fare una fotografia della situazione relativamente alle modalità di integrazione tra sociale e sanitario nelle case della comunità già attive in Lombardia».

«Nella prima fase dei lavori abbiamo presentato le proposte – prosegue Nobili – adesso dobbiamo capire a che punto sia la integrazione tra ambito sanitario e quello sociale. Dove ci sono situazioni virtuose e dove invece persistono ancora elementi di criticità. Bisogna fare in modo che queste nuove strutture non rimangano quello che erano i poliambulatori, dove erano preminenti gli aspetti sanitari e prestazionali. Ora ambito sanitario e ambito sociale devono lavorare assieme per rispondere ai bisogni dei cittadini e delle comunità. I contesti dove andranno a sorgere le Case di Comunità sono molto diversi, variano da un’area urbana a piccolo centro montano. Entro fine giugno vorremmo definire gli indicatori, presentarli e discuterli con i responsabili regionali».

Nella valutazione dei territori, ci sono, ricorda Nobili, alcune differenze. Regione e Agenas hanno lavorato sinora su dati strutturali e quantitativi, che monitorano e segnalano se un servizio c’è o non c’è. Le 13 proposte operative vogliono poter descrivere e monitorare anche gli aspetti qualitativi e organizzativi dei differenti modelli messi in atto nelle diverse case della comunità.

Non solo presenza dei servizi: servono indicatori per valutare qualità organizzativa e integrazione nelle Case di Comunità

È essenziale valorizzare il Punto Unico di Accesso (PUA) come porta di accesso integrata per servizi sanitari, sociali e socio-sanitari. Chiarisce Nobili: «Il nostro è un contributo che vuole essere complementare alle informazioni già fornite da Regione e Agenas. Abbiamo anche dato un’indicazione su come lavorare con le risorse esistenti sia di personale che dei servizi al momento disponibili. Si tratta di fare in modo di lavorare al meglio con le risorse ad oggi disponibili nei vari contesti».

Condizioni per l’integrazione

Per favorire una reale integrazione tra sanitario e sociale, il documento individua alcune azioni prioritarie. Tra queste, il rafforzamento della formazione delle équipe multidisciplinari delle Case di Comunità, affinché possano condividere esperienze, pratiche e strumenti di lavoro, sviluppando al tempo stesso una cultura della valutazione. Un altro passaggio fondamentale riguarda la definizione di procedure e strumenti condivisi per lo scambio delle informazioni essenziali sulle persone prese in carico, attraverso accordi tra Aziende Socio-Sanitarie Territoriali e Ambiti Territoriali Sociali.

Le proposte puntano inoltre a introdurre sistemi di monitoraggio basati su indicatori semplici e condivisi, in grado di valutare attività e risultati delle Case di Comunità. Allo stesso tempo, viene sottolineata l’importanza di costruire alleanze con altre realtà professionali e territoriali, favorendo una rete di collaborazioni stabile e orientata ai bisogni della comunità.

Un ruolo centrale è attribuito anche alla trasparenza, attraverso la diffusione di report pubblici, il coinvolgimento della cittadinanza e la pubblicazione accessibile dei dati sull’utilizzo dei servizi. L’obiettivo finale è valorizzare e mettere in connessione le risorse già presenti nei territori, accompagnando gradualmente i cambiamenti organizzativi necessari per consolidare il ruolo delle Case di Comunità come fulcro della rete locale dei servizi.

Il percorso è ancora in evoluzione, ma le indicazioni emerse dalla ricerca offrono una base concreta per orientarne lo sviluppo.