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Il cuore d’Europa batte male. Quello italiano si difende, ma restano molti gap da colmare

“La salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente”, scriveva Arthur Schopenhauer. E se c’è un campo in cui questa frase smette di essere aforisma e diventa contabilità pubblica, è quello delle malattie cardiovascolari.

Il cuore d’Europa batte male. Un decesso su tre è legato a patologie cardiovascolari: 1,7 milioni di morti l’anno, oltre 62 milioni di persone convivono con una malattia cardiaca o cerebrovascolare. Il costo sociale raggiunge i 282 miliardi di euro annui, pari a circa il 2% del Pil dell’Unione europea: 630 euro per cittadino, neonati compresi. È la fotografia scattata dal rapporto Ocse–Commissione europea “The State of Cardiovascular Health in the European Union”, che evidenzia come un problema clinico possa trasformarsi in una questione economica e sociale di prima grandezza.

Il rapporto Ocse-Commissione europea evidenzia l’impatto sociale ed economico delle patologie cardiovascolari, tra fattori di rischio e carenze nell’assistenza territoriale

L’Italia, nel confronto, resta nel gruppo dei Paesi a mortalità più bassa, lontana dai picchi di Bulgaria, Romania o Lettonia (oltre 800 morti ogni 100mila abitanti) e più vicina a Francia e Spagna, sotto quota 220. Ma la posizione relativa non equivale a una vittoria strutturale. Conta il trend, più della fotografia.

Meno morti, ma progressi più lenti

Tra il 2012 e il 2022 la mortalità cardiovascolare è diminuita nell’Ue di circa il 20–22%. Anche l’Italia ha registrato un calo. Tuttavia il rapporto segnala un rallentamento rispetto ai decenni precedenti e una fragilità emersa con la pandemia. Tra il 2019 e il 2021 molti Paesi hanno visto risalire i decessi cardiovascolari. L’Italia ha tenuto meglio dell’Est Europa, ma peggio di altri Paesi occidentali come Portogallo o Lussemburgo, che hanno continuato a migliorare. Il sistema ha retto l’urto, ma non ha assorbito pienamente lo shock, segno di criticità nella prevenzione e nella continuità delle cure territoriali.

Fattori di rischio: il tallone d’Achille

Pasquale Perrone Filardi

Oltre il 75% delle morti cardiovascolari è legato a fattori modificabili. In Europa il 22% della popolazione vive con ipertensione, il 15% è obeso, l’8% ha il diabete e il 27% degli over 45 presenta sintomi depressivi significativi.

L’Italia non fa eccezione. «In Italia l’aspettativa di vita è di 84,1 anni, sei mesi superiore alla media europea, il che pone il nostro Paese al primo posto in Europa per longevità. Tuttavia, rimane un 15% di prevalenza delle malattie cardiovascolari che corrisponde a oltre 9 milioni di individui in Italia. Un dato in crescita che è proiettato nel 2050 con un quasi raddoppio della prevalenza: arriveremo a 15-16 milioni di persone affette da malattie cardiovascolari nel giro di 25 anni, principalmente per l’aumento dell’età media della popolazione», spiega Pasquale Perrone Filardi, past president della Società italiana di Cardiologia.

«Oggi abbiamo il 24-25% di soggetti sopra i 65 anni, ma entro il 2050 arriveremo al 35%. È chiaro che la prevalenza delle malattie cardiovascolari è destinata ad aumentare in termini di incidenza e soprattutto di prevalenza».

L’invecchiamento, però, non è l’unica variabile. «Non è immediatamente così, perché a fronte dell’aumento dell’età purtroppo non c’è un uguale miglioramento del controllo dei fattori di rischio. Tra le persone tra 45 e 55 anni più di una su tre non misura la pressione nemmeno una volta all’anno. Circa il 50% di persone ipertese non sa di esserlo o tratta male la pressione arteriosa. E l’ipertensione è il fattore di rischio più impattante dal punto di vista epidemiologico, perché è il più diffuso».

Anche l’obesità e la sedentarietà pesano. «Oltre il 50% dei giovani è sedentario: un problema di grande rilevanza epidemiologica e clinica», sottolinea il cardiologo. Screening semplici e a basso costo non raggiungono ancora tutti, nonostante una rete di medicina generale capillare.

Figura 1. Le valutazioni economiche nel tempo mostrano un crescente onere finanziario legato alle malattie cardiovascolari nell’Ue. Fonte: The State of Cardiovascular Health in the European Union

Ospedali pieni, territorio debole

In Europa si registrano 9,2 milioni di ricoveri cardiovascolari l’anno, pari al 14% di tutte le dimissioni ospedaliere. Anche in Italia i ricoveri sono diminuiti rispetto al passato, ma molti restano evitabili. Una migliore assistenza territoriale potrebbe far risparmiare fino a 45 miliardi di euro l’anno nell’Ue, circa il 16% della spesa cardiovascolare totale.

In Ue una migliore assistenza territoriale potrebbe generare fino a 45 miliardi di risparmi l’anno

«Si potrebbero evitare sia ricoveri in acuto che deriva dalla carenza del sistema territoriale. Il 70% degli accessi in pronto soccorso è in codice verde o giallo; quindi spesso non ci sarebbe necessità di recarsi lì», osserva Filardi. Inoltre, «se le patologie cardiovascolari fossero seguite più capillarmente sul territorio, si eviterebbero riacutizzazioni come lo scompenso cardiaco e l’identificazione precoce di soggetti ad altissimo rischio potrebbe ridurre l’incidenza di infarti o ictus inattesi».

Il modello delle case di comunità? «Potrebbe essere decisivo, ma purtroppo siamo lontanissimi: mancano abbondantemente i due terzi di quanto si doveva realizzare. Se diventassero davvero presidi territoriali in grado di fare da sbarramento ai ricoveri inappropriati il sistema potrebbe tornare più economico, sostenibile e virtuoso. Ma oggi non possiamo ritenerci soddisfatti».

Ritardo digitale e farmacia dei servizi

Il confronto con Francia, Danimarca e Paesi Bassi evidenzia il ritardo italiano nell’uso dei dati clinici e nelle tecnologie di follow-up.«Sul tema dei dati siamo fortemente indietro. Il fascicolo sanitario elettronico ancora non è realmente utilizzato. I sistemi non comunicano e non esiste una vera telemedicina», afferma Filardi.

«La telemedicina dovrebbe essere un asse portante dell’assistenza territoriale. Così come dobbiamo integrare la farmacia dei servizi che potrebbe contribuire anche allo screening cardiovascolare, cardio-nefro-metabolico e altro, secondo standard di qualità e appropriatezza».

Il costo nascosto per le famiglie

Le malattie cardiovascolari costano in Ue 282 miliardi l’anno, più del cancro (circa 203 miliardi, esclusa l’assistenza informale). Di questi, 79 miliardi sono legati all’assistenza informale e 47 miliardi alla produttività persa.

In Italia il costo annuo raggiunge circa 13,1 miliardi: 8,7 di spesa sanitaria e sociale formale, 4,1 di assistenza informale e 2,1 di produttività persa. Quasi un euro su tre grava direttamente sulle famiglie.

Il nodo è politico e strutturale: c’è carenza di fondi e di personale

«Solo il 10% della spesa territoriale italiana è destinata all’assistenza alle famiglie. È stata approvata la legge sul riconoscimento economico dei caregiver: un primo piccolo passo, da potenziare. Ci sono costi indiretti che incidono anche indirettamente sulla produttività dei caregiver familiari».

Figura 2. Le malattie cardiovascolari comportano costi sociali più elevati rispetto al cancro nella maggior parte dei paesi dell’UE, in alcuni casi superandoli di oltre il doppio. Fonte: The State of Cardiovascular Health in the European Union

Per Filardi il nodo resta politico e strutturale: «Serve maggiore attenzione sulle patologie cardiovascolari che sono la prima causa di mortalità, morbilità e disabilità nel Paese. Il problema è sempre lo stesso: i fondi a disposizione e una sanità pubblica carente di medici. Serve una visione strategica se vogliamo mantenere il Ssn come lo conosciamo oggi. Non contare su interventi puntuali che tamponano le emergenze, ma avviare riforme strutturali. Questa è la strada che andrebbe imboccata».

Il rapporto Ocse non lascia spazio a letture consolatorie: l’Italia è ancora tra i “buoni”, ma rischia di scivolare verso la mediocrità per inerzia. E dalla buona sanità del passato, se non si investe oggi, non nasce la salute di domani.

Riforma della non autosufficienza e futuro delle RSA: tra sostenibilità, territorio e prospettive

L’invecchiamento della popolazione e l’aumento della non autosufficienza stanno mettendo sotto pressione il sistema delle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali), chiamato oggi a ripensare sia la sostenibilità sia il ruolo e i modelli di cura. Alla luce del decreto legislativo 29/2024 e della riforma dell’assistenza agli anziani, il dibattito non riguarda più solo il numero dei posti letto, ma la capacità delle strutture di integrarsi con il territorio, oltre a garantire competenze adeguate e rispondere a bisogni sempre più complessi.

Carlo Nicora, Direttore generale della Fondazione Molina Onlus di Varese, analizza criticità e prospettive del sistema, mettendo al centro sostenibilità economica, competenze professionali e integrazione con il territorio.

Carlo Nicora

Partiamo dall’inquadramento generale. Il decreto legislativo 29/2024 ha avviato il primo provvedimento attuativo della riforma sulla non autosufficienza, definendo criteri nazionali di accreditamento e standard qualitativi. Oggi le RSA sono in fermento: è una lettura corretta?

«Direi di sì, ed è un fermento che nasce da ragioni strutturali. Mi spiego meglio: il sistema delle RSA in Italia, gestito in larga parte dal privato, prevalentemente non profit, accoglie circa 300mila anziani non autosufficienti. In Lombardia parliamo di circa 60mila posti letto. Si tratta di una risorsa fondamentale del Servizio sanitario nazionale, soprattutto nelle regioni del Nord, ma che intercetta meno della metà degli anziani ad alto rischio. La domanda cresce, perché cresce l’età media della popolazione e questo mette sotto pressione un sistema che è nato in un contesto completamente diverso da quello attuale».

Quanto pesa il fattore demografico?

«Oggi l’età media in Italia è intorno agli 83-84 anni e aumenta di circa due mesi ogni anno. Questo significa che nel giro di poco più di un decennio avremo due o tre anni in più di età media. A questo si aggiunge l’ingresso dei baby boomer nella fascia della pensione: i nati nel 1964, anno di picco della natalità con un milione di nascite, che raggiungeranno i 67 anni nel 2027. Al contrario, i nati nel 2023 sono stati circa 380mila. Avremo quindi sempre più anziani e sempre meno forza lavoro, anche nei settori sanitari e assistenziali».

Un problema quantitativo, ma anche sociale, conferma?

«Oltre all’età, infatti, c’è il tema della solitudine. Oggi il 36% delle famiglie italiane è composto da persone sole e quasi il 30% da coppie con figli lontani. Se sommiamo i nuclei monogenitoriali arriviamo a circa il 70%. Questo significa che quando sopraggiunge una malattia acuta o cronica, come può essere un ictus, una frattura, un tumore o una demenza, l’equilibrio salta e spesso non c’è una rete familiare in grado di reggere».

In Italia, tra gli over 85, due anziani su tre sono non autosufficienti

Quanti sono oggi gli anziani non autosufficienti in Italia?

«Parliamo di circa quattro milioni di persone over 65. Negli over 85, due anziani su tre sono non autosufficienti. Di questi, solo 300mila trovano risposta nella residenzialità di RSA: circa l’8%. I centri diurni coprono meno dell’1% e tutto il resto grava sulle famiglie, che si organizzano soprattutto attraverso l’assistenza privata: stimiamo quindi, circa un milione di badanti, con una spesa privata di oltre 7 miliardi di euro l’anno».

E anche le RSA, in larga parte, restano a carico delle famiglie…

«Le famiglie sostengono la quota alberghiera della retta, che complessivamente vale circa 5-6 miliardi di euro l’anno. È uno scenario molto impegnativo. Non perché le RSA non siano in grado di rispondere, ma perché il mondo è cambiato radicalmente rispetto al 1978, quando nacque il Servizio sanitario nazionale. Allora gli anziani erano circa 7 milioni, oggi sono 14 milioni».

La sostenibilità delle RSA: tre dimensioni critiche

Lei parla spesso di sostenibilità articolata su tre livelli. Può spiegarceli? Partiamo da quello economico. Il modello attuale è sostenibile?

«I fattori critici sono tre. Il primo è l’entità delle tariffe pubbliche. Il Servizio sanitario nazionale riconosce mediamente 40-50 euro al giorno per paziente. Complessivamente la spesa per la long term care nel 2024 è stata pari all’1,61% del PIL, secondo il Rapporto OASI 2025 di SDA Bocconi. Non è una quota enorme, ma va confrontata con i numeri: 300mila anziani in RSA a fronte di quattro milioni non autosufficienti a domicilio».

I fattori critici sono tre: l’entità delle tariffe pubbliche, la disponibilità economica delle famiglie e la crescente fragilità degli utenti

Aumentare le tariffe è possibile?

«È una scelta politica. Aumentare significa spostare risorse da altri capitoli o ridefinire le priorità. Se volessimo raddoppiare l’offerta residenziale, passeremmo da 5 a 10 miliardi di euro l’anno: un quarto di una manovra finanziaria. Non sono cifre marginali».

Il secondo fattore?

«La disponibilità economica delle famiglie. Le generazioni precedenti avevano patrimoni e pensioni più solide. Oggi vediamo sempre più famiglie che non riescono a sostenere la retta. In alcuni casi la pensione dell’anziano contribuiva all’equilibrio economico del nucleo familiare: quando quella risorsa viene assorbita dalla RSA, il sistema va in crisi».

E il terzo?

«La crescente fragilità degli utenti. Oggi l’età media di ingresso in RSA è intorno agli 85 anni, con una permanenza media di circa un anno. Oltre il 60% presenta un grave decadimento cognitivo. Entrano molto più tardi e molto più compromessi rispetto al passato».

RSA e competenze: verso una “sanità ad alta complessità”

La crescente complessità che caratterizza la sanità di oggi cambia anche il ruolo delle RSA. In che modo?

«Le RSA non sono ospedali, ma oggi devono gestire comorbilità complesse. Il sistema già riconosce una componente sanitaria nelle tariffe, ma la sfida è organizzativa. Noi non parliamo più di “ospiti”, ma di residenti: la RSA è la loro casa. Questo implica una presa in carico globale, non solo assistenziale».

Per le risorse umane, i problemi riguardano i turnover, la carenza numerica e l’attrattività del settore

Qual è la situazione delle risorse umane, in questo settore?

«Il secondo asse di sostenibilità, a mio avviso, è forse il più critico. C’è un problema di turnover, di carenza numerica e di attrattività del settore. Mancano soprattutto ASA (Ausiliario Socio Assistenziale) e OSS (Operatore Socio Sanitario), figure centrali per l’assistenza quotidiana. Gli aumenti contrattuali, sacrosanti, però ricadono sui bilanci delle strutture e, a loro volta, ricadono sulle rette».

Come si può trattenere il personale?

«Investendo su qualità del lavoro, formazione e benessere organizzativo. Ma anche questo richiede risorse e tempo. È un equilibrio molto delicato».

Il futuro: RSA come nodo della rete territoriale

Guardando ai prossimi cinque anni, quale dovrebbe essere la priorità assoluta della riforma?

«Ripensare il modello di long term care e il ruolo stesso delle RSA. Le RSA devono diventare nodi della rete territoriale, non luoghi chiusi che attendono l’ingresso dell’anziano. Devono uscire sul territorio, intercettare il bisogno prima dell’istituzionalizzazione, lavorare in integrazione con i medici di medicina generale e con i servizi domiciliari. Attraverso strumenti come l’assistenza domiciliare e la RSA aperta, che in Lombardia consente di prendere in carico a casa anziani con demenza o Alzheimer grave. Significa supportare non solo l’anziano, ma anche il caregiver e la badante, offrendo competenze, formazione e continuità assistenziale».

Le RSA devono diventare nodi della rete territoriale

E l’invecchiamento attivo?

«È l’altra grande priorità. Ritardare la non autosufficienza è fondamentale. Le RSA possono diventare luoghi di socialità, prevenzione e animazione, in collaborazione con Comuni e associazioni. La solitudine è uno dei principali fattori di fragilità, come abbiamo anche detto all’inizio».

Che ruolo ha l’innovazione tecnologica in una RSA?

«Va intesa in modo diverso rispetto all’ospedale. Non parliamo di grandi tecnologie diagnostiche, ma di strumenti che migliorano la qualità della vita, l’organizzazione e la sicurezza. Parliamo di digitalizzazione delle cartelle, di analisi dei dati, di monitoraggio notturno per prevenire cadute e contenzioni e di strumenti di comunicazione con il territorio e con i caregiver. Anche l’intelligenza artificiale può supportare i processi, la formazione, la gestione dei farmaci e l’assistenza decisionale per operatori di diversa provenienza e formazione. A mio avviso, la vera parola chiave resta “formazione”. Innovazione senza formazione non funziona. Quando parlo di formazione intendo dare alle persone gli strumenti per fare bene il loro lavoro tutti i giorni: non solo sapere cosa fare, ma capire perché lo si fa, come leggere la fragilità dell’anziano e come porsi le domande giuste prima di dare una risposta».

«Chiudo con uno slogan, un pensiero che uso spesso: nelle RSA non assistiamo solo anziani, ma custodiamo vite, proteggiamo ricordi e sosteniamo le radici del territorio. Ogni gesto di cura è un ringraziamento collettivo per ciò che queste persone hanno costruito. E vale sempre una frase semplice: la civiltà di un popolo si misura da come assiste i suoi anziani e i suoi fragili».

Rare Disease Day: 30 nuove mutazioni genetiche individuate in 10 anni dall’ISS

Dal 2008 al 2025, il laboratorio del Centro Nazionale Malattie Rare (CNMR) ha individuato circa trenta nuove mutazioni genetiche e descritto i meccanismi molecolari di altrettante malattie rare, dando anche il nome a una nuova malattia immunoematologica, la sindrome di Nocarh.

Grazie agli studi, condotti in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, una bambina affetta da Nocarh è stata trattata con una terapia innovativa che le ha permesso di affrontare il trapianto di midollo e guarire. Attualmente, si sta studiando la predisposizione dei pazienti Nocarh alla mielofibrosi pediatrica, con l’obiettivo di individuare possibili bersagli molecolari per terapie personalizzate più efficaci.

Il Telefono Verde Malattie Rare

Il contatto diretto con pazienti, caregiver e clinici prosegue attraverso il Telefono Verde Malattie Rare 800.89.69.49, con circa 45.000 chiamate ricevute tra il 2008 e il 2025. La maggioranza delle chiamate proviene da donne (68%), di cui il 56,5% direttamente affette da malattia rara e il 29,1% da familiari, soprattutto genitori.

Sono circa 45mila le persone che dal 2008 al 2025 hanno contattato il Telefono Verde Malattie Rare

I bisogni principali riguardano la ricerca di centri ospedalieri esperti, strutture territoriali per l’assistenza, benefici assistenziali e sociali, consulenza genetica o psicologica, e informazioni su sintomi e trattamenti.

Il ruolo centrale del Centro ISS

«Il lavoro svolto all’interno del Centro nazionale malattie rare, come ricerca, supporto al Servizio Sanitario Nazionale e sostegno ai cittadini attraverso il Telefono Verde – sottolinea il presidente dell’ISS Rocco Bellantone – ne fa un attore centrale all’interno del sistema italiano delle malattie rare, un motore per il miglioramento della qualità delle diagnosi e delle cure».

La neodirettrice Maria Luisa Scattoni evidenzia l’importanza della rete: «Le malattie rare sono un sistema complesso, fatto di molteplici problematiche che devono essere affrontate insieme. Le reti si costruiscono attraverso professionisti di vari ambiti e il coinvolgimento delle persone con malattia rara e delle associazioni che le rappresentano».

Diagnosi molecolare e ricerca sul gene CDC42

La nota dell’ISS ricorda in particolare un progetto di ricerca mirato sulle mutazioni del gene CDC42, con 14 nuove varianti identificate negli anni, collegate a malattie rare anche molto differenti tra loro.

«Fornire una diagnosi molecolare oltre che clinica – spiega Simona Coppola, ricercatrice del CNMR – vuol dire non solo dare un nome certo alla malattia, ma anche inserire le persone in un percorso clinico e terapeutico più efficace».

Sempre in tema di ricerca, in questo caso nello scenario europeo e internazionale, in prossimità del Rare Disease Day 2026 un riconoscimento al lavoro dell’Iss è arrivato da un “blog post” su “Springer Nature Research, Communities”, che riassume i 5 anni di attività dell’European Joint Programme of Rare Diseases (EJP RD).

Prevenire il cancro nelle carceri europee, al via il progetto PACE coordinato dall’Università di Pisa 

Ridurre l’incidenza dei tumori causati dall’Human Papilloma Virus (HPV) e dalle epatiti virali (HBV, HCV) attraverso un migliore accesso alla vaccinazione, allo screening e all’assistenza sanitaria per adulti e giovani che vivono in contesti carcerari. È questo l’obiettivo del progetto PACE – “Path to equity: expanding Access to cancer-preventing vaccination for adults and juveniles in European carceral settings” – coordinato dall’Università di Pisa nell’ambito del programma europeo EU4Health (EU4H-PJG).

Le persone in carcere sono esposte a rischi sanitari sproporzionati a causa di barriere strutturali, culturali e operative. PACE mira ad affrontare queste disuguaglianze attuando interventi basati su dati concreti e adattati al contesto locale, elaborati insieme alle parti interessate utilizzando metodologie partecipative e intersezionali. Il progetto di durata triennale introdurrà interventi pionieristici in sette Paesi europei, identificando e diffondendo le migliori pratiche, definite su misura per i sistemi penitenziari nazionali. 

L’obiettivo è ridurre l’incidenza dei tumori causati da HPV, HBV e HCV nelle carceri

«La vaccinazione e la diagnosi precoce – sottolinea la Professoressa Lara Tavoschi dell’Università di Pisa – possono prevenire i tumori legati alle infezioni, ma gli interventi di sanità pubblica devono essere basati su situazioni reali. PACE raccoglierà conoscenze professionali ed esperienze vissute nei luoghi di detenzione per promuovere il cambiamento». 

Il progetto PACE svilupperà il Prison Implementation Compass, un quadro pratico per sostenere la replica di modelli di vaccinazione efficaci e lo screening dell’epatite virale negli istituti penitenziari di tutta Europa. E istituirà inoltre una rete multinazionale di carceri sentinella per rafforzare il monitoraggio, la raccolta standardizzata dei dati e la valutazione dei risultati degli interventi. Parallelamente, PACE investirà nello sviluppo delle capacità del personale penitenziario e degli operatori sanitari, garantendo che gli interventi rimangano sostenibili oltre la durata del progetto

Si punterà su vaccinazione, diagnosi precoce e promozione del cambiamento basandosi sul monitoraggio di una rete multinazionale di carceri sentinella

Commentando le disuguaglianze in materia di salute pubblica che affliggono le persone in carcere, il Dottor Fadi Meroueh, responsabile dell’Unità sanitaria del Carcere di Villeneuve-les-Maguelone (CHU Montpellier), ha osservato: «È ora di agire: la prevenzione e la vaccinazione devono superare le mura del carcere. Con PACE, chiediamo ai decisori politici di garantire l’equità sanitaria per tutti, senza eccezioni». 

Il progetto PACE contribuisce direttamente al Piano Europeo per la lotta contro il cancro e agli obiettivi dell’OMS per l’eliminazione dell’epatite, sostenendo l’impegno dell’Unione Europea a migliorare la prevenzione del cancro e a ridurre le disuguaglianze sanitarie. Attraverso il dialogo politico, lo scambio di conoscenze e la collaborazione multisettoriale, il progetto lavorerà per garantire che le sue raccomandazioni siano integrate nelle strategie sanitarie nazionali ed europee. 

«Chiediamo ai decisori politici di garantire l’equità sanitaria per tutti, senza eccezioni»

Il consorzio PACE riunisce dieci organizzazioni provenienti da sette Paesi europei, unendo una rete diversificata di università, amministrazioni penitenziarie, autorità sanitarie pubbliche ed esperti della società civile. Il progetto è coordinato dall’Università di Pisa, che collabora con partner provenienti da Cipro, Francia, Grecia, Italia, Moldavia, Portogallo e Romania. Tra questi figurano l’Administratia Nationala A Penitenciarelor sia in Moldavia che in Romania, l’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale (ASST) Santi Paolo e Carlo in Italia, il Centre Hospitalier Universitaire Montpellier in Francia; la Cyprus National Addictions Authority e il Ministero della Giustizia e dell’Ordine Pubblico a Cipro; la Faculdade de Farmácia da Universidade de Lisboa in Portogallo; la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) in Italia; e l’Istituto Prolepsis in Grecia. 

Insieme, questi partner combinano competenze complementari in materia di salute carceraria, epidemiologia, malattie infettive, politiche di salute pubblica, coinvolgimento della comunità e scienza dell’implementazione. La loro collaborazione garantisce che gli interventi PACE siano informati da prospettive multidisciplinari e riflettano le realtà dei diversi sistemi carcerari in Europa. Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito www.prisonhealth.eu.

Il programma EU4Health 

EU4Health è il più grande programma sanitario dell’Unione Europea realizzato finora, che finanzia iniziative volte a rafforzare i sistemi sanitari, sostenere la prevenzione delle malattie e ridurre le disuguaglianze sanitarie tra gli Stati membri. Il progetto PACE è finanziato dall’Unione Europea attraverso il Grant Agreement numero 101233635. 

Aborti non sicuri, la Commissione UE risponde all’iniziativa dei cittadini “My Voice My Choice”

La Commissione europea ha adottato una comunicazione ufficiale in risposta all’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) My Voice My Choice: For Safe and Accessible Abortion, che chiede un maggiore impegno dell’Unione per ridurre il ricorso agli aborti non sicuri. È la dodicesima iniziativa a ricevere una risposta formale da parte della Commissione dall’avvio dello strumento ICE nel 2012. Il testo dell’iniziativa è disponibile sul sito dedicato: https://citizens-initiative.europa.eu.

La risposta della Commissione non equivale automaticamente a una nuova proposta legislativa. Con questo atto, Bruxelles riconosce che l’iniziativa ha superato il milione di firme valide richieste e chiarisce se e in che modo l’UE possa intervenire, nel rispetto delle competenze attribuite dai trattati. In particolare, la Commissione valuta la proposta avanzata dai cittadini e indica quali strumenti europei siano già disponibili per affrontare il tema sollevato.

Tra gli strumenti già disponibili per gli Stati membri, il Fondo sociale europeo Plus (FSE+)

Nel merito, la comunicazione richiama il problema degli aborti non sicuri come questione di sanità pubblica. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, «ogni anno in Europa si verificano circa 483.000 aborti non sicuri», una condizione che «può comportare diverse forme di danno fisico e grave stress mentale, mettendo così a rischio la vita delle donne». I dati e le analisi dell’OMS sono consultabili su https://www.who.int.

Dopo aver «analizzato attentamente l’iniziativa e tenuto conto delle limitazioni previste dai trattati dell’UE», la Commissione sottolinea che gli Stati membri possono già fare affidamento sugli strumenti europei esistenti per «migliorare la parità di accesso a servizi sanitari legalmente disponibili e a prezzi accessibili, compresi i servizi per l’aborto sicuro», nel pieno rispetto delle competenze nazionali in materia di organizzazione dei servizi sanitari.

Tra questi strumenti figura il Fondo sociale europeo Plus (FSE+), che può essere utilizzato su base volontaria dagli Stati membri. Il Fondo «potrebbe essere impiegato per migliorare l’accesso delle donne incinte a servizi di aborto legalmente disponibili, sicuri e a prezzi accessibili», garantendo al contempo l’autonomia dei Paesi nel definire modalità e condizioni di accesso. Ulteriori informazioni sul FSE+ sono disponibili su https://ec.europa.eu e https://www.consilium.europa.eu.

La Danimarca diventa il primo Paese UE a eliminare la trasmissione madre-figlio di HIV e sifilide

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha certificato l’eliminazione della trasmissione madre-figlio (EMTCT) di HIV e sifilide in Danimarca, riconoscendo l’impegno costante del Paese nel garantire che ogni bambino nasca libero da queste infezioni.

«L’eliminazione della trasmissione madre-figlio di HIV e sifilide rappresenta un importante traguardo di sanità pubblica per la Danimarca», ha dichiarato il Dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’OMS. «Questo risultato dimostra che, con un forte impegno politico e investimenti costanti nell’assistenza primaria e nei servizi integrati di salute materno-infantile, i Paesi possono proteggere ogni donna in gravidanza e ogni neonato da queste malattie».

La convalida, basata su una valutazione del Comitato regionale di validazione dell’OMS nel giugno 2025 e del Comitato consultivo globale di validazione (GVAC) nell’agosto 2025, conferma che la Danimarca ha soddisfatto tutti gli obiettivi richiesti dal 2021 al 2024, inclusi bassi tassi di trasmissione e un’elevata copertura di test prenatali e trattamento per le donne in gravidanza.

«La Danimarca ha raggiunto questi parametri grazie a un solido sistema di assistenza prenatale, sistemi informativi affidabili e rispetto dei diritti delle donne»

«In qualità di primo Paese dell’Unione Europea a raggiungere questo traguardo di sanità pubblica, il successo della Danimarca testimonia la solidità del suo sistema di salute materna e il suo impegno di lunga data nel garantire a ogni donna in gravidanza l’assistenza di cui necessita», ha affermato il Dottor Hans Henri P. Kluge, Direttore regionale dell’OMS per l’Europa. «“Eliminazione” significa testare e trattare almeno 95 donne in gravidanza su 100 e mantenere le nuove infezioni infantili al di sotto di 50 ogni 100.000 nascite, anno dopo anno. La Danimarca ha raggiunto questi parametri grazie a un solido sistema di assistenza prenatale, sistemi informativi affidabili e rispetto dei diritti delle donne. Sosterremo la Danimarca nel percorso verso la completa tripla eliminazione, con l’inclusione dell’epatite B».

Il raggiungimento di questo traguardo riflette decenni di impegno costante da parte di professionisti clinici e della sanità pubblica, sostenuti da sistemi sanitari solidi e da una copertura sanitaria universale che include screening integrati durante la gravidanza. Gli eccellenti sistemi informativi della Danimarca, la solida capacità laboratoristica e gli elevati standard in materia di diritti umani sono stati essenziali per questo successo.

«Il sistema sanitario universale danese – basato sull’accesso equo per tutti – è stato il fondamento di questo risultato»

«Questa convalida da parte dell’OMS è un momento di orgoglio per la Danimarca e il risultato di decenni di lavoro dei nostri professionisti sanitari, ostetriche e team di sanità pubblica per garantire che ogni donna in gravidanza riceva lo screening e l’assistenza di cui ha bisogno», ha dichiarato Sophie Løhde, Ministra dell’Interno e della Salute della Danimarca. «Il sistema sanitario universale danese – basato sull’accesso equo per tutti – è stato il fondamento di questo risultato. Essere il primo Paese dell’Unione Europea a raggiungere questo traguardo è al tempo stesso un onore e una responsabilità. Ci auguriamo che la nostra esperienza possa ispirare e sostenere altri Paesi nel loro percorso verso l’eliminazione e puntiamo al completamento del percorso con l’aggiunta dell’epatite B per raggiungere la completa tripla eliminazione».

L’esperienza della Danimarca dimostra cosa sia possibile ottenere quando politiche basate sui diritti, servizi di alta qualità e solidi sistemi informativi operano congiuntamente, offrendo un modello autorevole e un forte impulso per altri Paesi che desiderano rafforzare i propri programmi di EMTCT. Il Paese è inoltre sulla buona strada per la validazione dell’eliminazione del virus dell’epatite B. L’OMS sta collaborando con la Danimarca per portare avanti il processo di validazione della tripla eliminazione.

Il Paese è inoltre sulla buona strada per la validazione dell’eliminazione del virus dell’epatite B

La Danimarca si unisce ad altri 22 Paesi e territori che hanno ricevuto la validazione da parte dell’OMS riguardo all’eliminazione della trasmissione madre-figlio di HIV, sifilide o virus dell’epatite B, o che hanno ricevuto il certificato per aver intrapreso il percorso verso l’eliminazione, tra cui Anguilla, Antigua e Barbuda, Armenia, Bielorussia, Belize, Bermuda, Brasile, Botswana, Isole Cayman, Cuba, Dominica, Giamaica, Malesia, Maldive, Montserrat, Namibia, Oman, Repubblica di Moldavia, Saint Vincent e Grenadine, Sri Lanka, Saint Kitts e Nevis e Thailandia.

La Danimarca registra bassi tassi di HIV e sifilide tra le donne in gravidanza. Circa 5.950 persone vivono con l’HIV e meno dello 0,1% delle donne in gravidanza è interessato dall’infezione. I test e i trattamenti di routine hanno ridotto la trasmissione madre-figlio a zero. Per quanto riguarda l’epatite B, si stima che la prevalenza dell’infezione cronica sia di circa 0,2-0,3%, interessando principalmente migranti provenienti da regioni endemiche. Anche la sifilide congenita (trasmessa dalla madre al bambino) è rara grazie allo screening prenatale sistematico e all’assistenza dedicata. Nel 2024 sono stati segnalati complessivamente 626 casi di sifilide, per lo più tra uomini (524) e in numero inferiore tra donne (102). Questi bassi tassi di infezione evidenziano l’efficacia degli interventi di sanità pubblica e dell’assistenza prenatale completa della Danimarca.

ANAAO ASSOMED e CIMO-FESMED firmano il CCNL 2022-2024 per medici e dirigenti

Le organizzazioni sindacali ANAAO ASSOMED e Federazione CIMO-FESMED hanno firmato presso l’ARAN il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro dei medici e dei dirigenti sanitari relativo al triennio 2022-2024. Dopo la pre-intesa siglata lo scorso 18 novembre, si è concluso infatti positivamente l’iter di verifica dell’accordo: il contratto può ora entrare ufficialmente in vigore.

In arrivo quindi, per 120.000 medici e 17.000 dirigenti sanitari non medici, aumenti e arretrati, che dovrebbero essere erogati già con le prossime buste paga: gli incrementi retributivi vanno dai 322 euro lordi mensili per gli incarichi professionali iniziali ai 530 euro lordi mensili per i direttori di struttura complessa di area chirurgica.

Gli arretrati invece oscillano tra gli 8.710 euro per gli incarichi professionali iniziali e i 14.540 euro per i direttori di struttura complessa di area chirurgica, al lordo dell’indennità di vacanza contrattuale già corrisposta.

Dichiarazioni dei sindacati

«Come abbiamo sempre sostenuto, il CCNL 2022-2024 è un contratto prevalentemente economico che andava chiuso rapidamente per poter aprire il confronto sul CCNL 2025-2027 e riallineare finalmente la contrattazione al triennio di riferimento – dichiarano Pierino Di Silverio, Segretario ANAAO ASSOMED, e Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED –. Va senz’altro in questa direzione l’approvazione degli atti di indirizzo per far partire le trattative del 2025-2027 sia per la dirigenza che per il comparto, che si svolgeranno per la prima volta in parallelo».

Dopo la pre-intesa del 18 novembre, il contratto può entrare in vigore

I sindacati sottolineano anche criticità legate al contesto politico: «Peccato che questo percorso contrattuale, tra i più virtuosi degli ultimi decenni, non sia accompagnato dalla medesima attenzione da parte della politica, che annuncia di voler premiare l’impegno quotidiano dei professionisti della sanità e poi rimanda sine die l’erogazione di tali riconoscimenti».

Attesa per ulteriori riconoscimenti

Di Silverio e Quici ricordano la mancata applicazione della norma sulla specificità, già stanziata ma vincolata alla firma del contratto 2025-2027: «Ancora una volta si chiede al personale sanitario di attendere per vedersi riconosciute risorse già disponibili. Un’assurdità che ci auguriamo sia urgentemente superata, per dare un segnale concreto di attenzione e rispetto a medici e dirigenti sanitari».

Vaccini 3.0 e “100 Days Mission”: la nuova sovranità sanitaria europea

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Il mondo delle malattie infettive corre veloce: negli ultimi 40 anni abbiamo affrontato otto grandi minacce e tre pandemie. In questo scenario, il workshop europeo di #VaccinAction 2025 The future of vaccine development: research, data, participation” a Bruxelles ha delineato una visione chiara: la scienza non può più limitarsi a inseguire l’emergenza, deve imparare a prevenirla. Una dei protagonisti del dibattito è stata la dottoressa Rita Carsetti, Senior Advisor presso la Fondazione Biotecnopolo di Siena e Presidente della Unione Internazionale delle Società di Immunologia (IUIS), affiancata dalle riflessioni di Cittadinanzattiva-Active Citizenship Network (ACN) che aveva riunito per l’occasione 16 associazioni partner provenienti da 12 paesi sulla necessità di rimettere il cittadino al centro delle politiche di immunizzazione.

La logica della “100 Days Mission”: salvare otto milioni di vite

Il concetto cardine della nuova preparazione pandemica è la cosiddetta “100 Days Mission”, un obiettivo globale supportato da G7, G20 e l’Organizzazione Mondiale della Salute. Ma perché proprio cento giorni? «È stato calcolato che nelle prime fasi di una pandemia le persone contagiate non sono tante; l’incremento esponenziale avviene proprio dopo i primi cento giorni», spiega Carsetti.

È stato calcolato che nelle pandemie l’incremento esponenziale dei contagi avviene dopo i primi cento giorni

La razionalità scientifica è supportata da dati drammatici: se avessimo avuto un vaccino entro cento giorni dal sequenziamento del SARS-CoV-2, si sarebbero risparmiate circa otto milioni di vite a livello globale. Per raggiungere questo traguardo, la ricerca oggi lavora sui cosiddetti “patogeni prototipo”. Si tratta di costruire vaccini “base” già testati e funzionali, ai quali basta cambiare l’antigene specifico, come la proteina Spike, per rispondere a una nuova minaccia, avendo già concordato protocolli e risultati con gli enti regolatori in «tempo di pace».

Reverse Vaccinology 3.0: l’AI come «scorciatoia» immunologica

Il vero salto di qualità tecnologico è rappresentato dalla Reverse Vaccinology 3.0, un approccio che Carsetti definisce una vera e propria scorciatoia. Se la versione 2.0 partiva dall’analisi dei sopravvissuti per isolare gli anticorpi conoscendo già l’antigene, la 3.0 capovolge il processo grazie all’intelligenza artificiale (AI).

Il workshop europeo di #VaccinAction 2025

«Oggi possiamo prendere le cellule della memoria di chi è sopravvissuto a un nuovo virus, anche senza sapere quale sia l’antigene protettivo», chiarisce l’immunologa. Attraverso modelli avanzati come AlphaFold 3, l’AI analizza la struttura degli anticorpi efficaci e “predice” la forma della serratura molecolare (l’antigene) in cui devono incastrarsi. Questo processo riduce anni di tentativi in laboratorio a pochi esperimenti mirati, permettendo di disegnare vaccini a mRNA o proteine ricombinanti in tempi record. Questa tecnologia sta già dando risultati promettenti contro minacce globali come il Monkeypox.

La lotta alla “pandemia silenziosa” dell’AMR e il concatenamento batterico

Il Biotecnopolo di Siena non si occupa solo di virus, ma affronta la sfida cruciale dell’antibiotico-resistenza (AMR), definita una «pandemia silenziosa» che causa già cinque milioni di morti l’anno. Carsetti sottolinea come i vaccini siano l’arma decisiva: «Se hai un vaccino, l’antibiotico non ti serve perché la malattia non ti viene».

I vaccini possono essere l’arma decisiva anche per fronteggiare la sfida cruciale dell’antibiotico-resistenza

La ricerca ha ottenuto risultati straordinari contro la Shigella, batterio che uccide migliaia di bambini, con una protezione del 100% in modelli sperimentali. Innovativo è l’approccio contro la Klebsiella pneumoniae pan-resistente, basato sul meccanismo del “concatenamento” (enchainment): gli anticorpi selezionati non si limitano a legarsi al batterio, ma lo “incollano” ai suoi simili, impedendogli di entrare nelle cellule e causare la sepsi. Questo metodo supera i limiti dei vecchi approcci che spesso identificavano anticorpi capaci di legarsi al bersaglio ma incapaci di neutralizzare la malattia.

Biotecnopolo di Siena: l’Hub per l’indipendenza europea

In questo scacchiere, l’Italia riveste un ruolo centrale con il Biotecnopolo di Siena, una struttura finanziata dal Governo Italiano, che è anche il capofila di un progetto europeo designato come European Vaccine Hub (EVH), supportato dall’agenzia europea HERA e che mira a garantire l’autonomia del continente nello sviluppo e produzione dei vaccini per la prevenzione delle prossime pandemie.

«L’Europa deve essere capace di produrre vaccini autonomamente», ribadisce Carsetti. L’EVH agisce come un ecosistema che copre l’intero ciclo: dalla scoperta dell’antigene alla produzione di lotti per test clinici di fase 1 e 2, garantendo che l’innovazione non resti chiusa nei laboratori ma diventi una risorsa pubblica pronta per l’approvazione di emergenza.

Il fattore umano: trasparenza e partecipazione attiva

Nonostante l’ottimismo tecnologico, la dottoressa Carsetti avverte che la sfida più grande rimane ambientale e sociale. «Personalmente credo che i cambiamenti climatici siano il problema più grosso», afferma nell’intervista, collegando la deforestazione e gli spostamenti di specie come i pipistrelli all’emergere di nuovi virus.

L’innovazione deve camminare di pari passo con i diritti dei pazienti

In questo contesto, il progetto #VaccinAction 2025, promosso da Active Citizenship Network (ACN), è fondamentale per condividere le conoscenze e ricostruire la fiducia. Daniela Quaggia, Senior Project Manager per Cittadinanzattiva-Active Citizenship Network, sottolinea come l’innovazione debba camminare di pari passo con i diritti dei pazienti. «Il divario più forte che vediamo tra partecipanti e organizzatori della ricerca è il passaggio da “oggetto di studio” a partner riconosciuto», spiega Quaggia.

Secondo la visione di Cittadinanzattiva, la trasparenza sui dati è uno strumento potente contro l’esitazione vaccinale. «Vedere i propri dati immunologici spiegati nel giusto contesto può essere più convincente di qualunque slogan», afferma Quaggia. Restituire informazioni chiare e comprensibili non è solo un atto di cortesia, ma un modo per riconoscere il valore del ruolo delle persone nella scienza, trasformando la prevenzione in una scelta consapevole e “su misura”. La «gara dei cento giorni» potrà essere vinta solo se la velocità della tecnologia saprà allearsi con una cultura della partecipazione, dove il cittadino non è più un osservatore passivo ma uno stakeholder attivo della sicurezza sanitaria globale.

Farmaci a bassa prevalenza: la genericazione alla prova delle carenze

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La scadenza di un brevetto costituisce un momento particolarmente delicato per le aziende titolari, soprattutto nel caso di farmaci destinati a patologie a bassa prevalenza. Il passaggio alla fase di genericazione avviene all’interno di un quadro normativo stringente, pensato per bilanciare l’accesso alle terapie con la tutela degli investimenti in ricerca e sviluppo. La cessazione dell’esclusiva, tuttavia, innesca una forte pressione competitiva sui prezzi che, nei segmenti più fragili e complessi del mercato, può compromettere la sostenibilità dell’intera linea terapeutica.

Il progetto “Oltre il brevetto” ha analizzato l’impatto della genericazione nei farmaci per patologie a bassa prevalenza

In questo contesto è nato il progetto “Oltre il brevetto”, ideato e realizzato dalla testata TrendSanità con il contributo non condizionante di Boehringer Ingelheim, per analizzare l’impatto della genericazione nei farmaci per patologie a bassa prevalenza, con focus su sostenibilità, continuità terapeutica, diseguaglianze tra regioni, capacità di fornitura, gestione amministrativa e scenari normativi.

Il percorso si è sviluppato attraverso una serie di tavoli di confronto interregionali, per raccogliere insight operativi dai territori e a stimolare un confronto costruttivo su sostenibilità e strumenti di governo del sistema. I lavori si sono svolti con il supporto tecnico-giuridico dell’avvocato Roberto Bonatti, esperto di contratti pubblici e diritto della concorrenza (Studio Russo Valentini, Bologna), e del professor Claudio Amoroso, Presidente dell’Associazione Regionale Economi Abruzzo e Molise.

Sono state coinvolte le seguenti regioni: Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Sicilia. Per ogni Regione hanno partecipato stazioni appaltanti, servizi farmaceutici regionali e farmacisti ospedalieri.

La genericazione e il problema delle carenze

Come evidenziano gli esperti, la genericazione dei farmaci a bassa prevalenza è strettamente legata al rischio di carenze. Adriano Cristinziano (Direttore Farmacia Ospedaliera, Ospedale Delli Colli, Napoli) osserva: «Quando un farmaco entra in regime di genericazione, uno dei problemi più frequentemente riscontrati è rappresentato dagli stockout da parte delle aziende. Si tratta di una questione complessa, strettamente connessa ai fabbisogni espressi nelle procedure di gara, in particolare a livello regionale». Anche farmaci generici consolidati possono diventare difficili da reperire, rendendo la gestione della genericazione un tema critico per il sistema sanitario.

Affrontare le carenze richiede strategie preventive, prima che si manifestino criticità operative

Le carenze possono derivare da più fattori: difficoltà nel monitoraggio da parte delle centrali di committenza, problemi produttivi dei fornitori o fenomeni di mercato come il progressivo abbassamento delle basi d’asta. In quest’ultimo caso, spiega Maurizio Pastorello (Direttore Dipartimento Farmaceutico Asp Palermo) «Il continuo ribasso dei prezzi porta a due effetti paradossali: le aziende non partecipano alle gare oppure, quando vincono a prezzo eccessivamente basso, non riescono a fornire il prodotto, generando così carenze».

Un altro elemento è rappresentato dai fornitori che partecipano a più gare con diverse stazioni appaltanti, senza poter prevedere quali aggiudicazioni otterranno, rischiando di trovarsi in difficoltà subito dopo l’aggiudicazione.

Strategie di prevenzione delle carenze

Affrontare le carenze richiede strategie preventive, prima che si manifestino criticità operative. L’avvocato Bonatti sottolinea: «Le rotture di stock sono un effetto: per affrontarle efficacemente occorre individuarne le cause. Sulle carenze dovute a problemi produttivi si può intervenire poco, mentre invece sulle carenze indotte da una gestione non ottimale degli strumenti di acquisto è possibile agire in ottica di prevenirle».

Due approcci sono emersi come principali strumenti di prevenzione: l’offerta economicamente più vantaggiosa (OEPV) e la centralizzazione degli acquisti, eventualmente su scala macro-regionale o europea.

Offerta economicamente più vantaggiosa

L’offerta economicamente più vantaggiosa può costituire uno strumento selettivo, applicabile però a nicchie specifiche di farmaci. Evidenza Anna Vidoni (Buyer di ARIA Spa, Azienda Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti della Regione Lombardia): «Estendere tale criterio a tutte le gare sarebbe oneroso e disfunzionale. La priorità resta garantire forniture continue, con procedure rapide e capacità di rendere subito accessibili i nuovi prodotti a livello regionale; l’OEPV generalizzata rallenterebbe i tempi decisionali, risultando adatta solo ai farmaci critici [NdR: secondo la definizione di EMA, i medicinali essenziali la cui carenza o fornitura insufficiente comporta un rischio grave o letale per i pazienti, spesso privi di alternative terapeutiche adeguate]».

Nell’ambito del parametro “qualità” delle gare OEPV, ARIA sta valutando l’introduzione di elementi premiali legati alla sostenibilità ambientale e ai principi del green procurement, promuovendo l’adozione delle logiche ESG negli acquisti del sistema sanitario.

Apertura verso l’OEPV si attesta anche da parte di Alessia Pasqualini (Intercenter, Agenzia per lo sviluppo dei mercati telematici della Regione Emilia-Romagna) che ribadisce come tale approccio non sia comunque generalizzabile a tutti i farmaci: «Al momento non è realistico estenderlo a tutti i farmaci. Ogni lotto ha specificità proprie, che richiederebbero criteri dedicati; applicare criteri generali rischierebbe di snaturare il senso dell’offerta economicamente più vantaggiosa». Inoltre, precisa Pasqualini «i criteri premiali devono essere legati a elementi valutabili concretamente, come device o servizi associati, e questo rischia di complicare sia le tempistiche sia le procedure di gara».

L’OEPV può essere uno strumento utile ma non generalizzabile per tutti i farmaci

Nel caso dei farmaci i criteri clinici sono valutati da enti nazionali e sovranazionali, pertanto non possono costituire un criterio premiale per l’OEPV.

Tra i vantaggi dell’OEPV vi è la possibilità di incentivare fornitori affidabili, riducendo rischi e costi gestionali legati alle carenze. Tuttavia, questo approccio richiede criteri tecnici mirati, come la localizzazione dello stabilimento produttivo e la gestione delle scorte di magazzino. Come osserva Claudio Amoroso: «Se lo stabilimento è in Europa, la risposta in caso di difficoltà produttive può essere rapida ed efficace; se è fuori Europa, le carenze vengono influenzate da fattori più difficilmente prevedibili, legati anche a questioni geopolitiche internazionali».

Centralizzazione e acquisti aggregati

Un secondo strumento per prevenire le carenze riguarda l’aggregazione degli acquisti su scala macro-regionale o europea, come previsto dal recente regolamento proposto dalla Commissione Europea.  Amoroso evidenzia: «Ridurre la competizione tra regioni e tra centrali di acquisto permette di evitare che un fornitore, disponendo di pochi pezzi, li destini al mercato più conveniente per le proprie strategie. Un approccio centralizzato garantirebbe una distribuzione più equilibrata dei farmaci definiti “critici“ dall’EMA, come antibiotici, vaccini e alcuni farmaci per malattie croniche e acute».

In pratica, le centrali di committenza potrebbero organizzare gare aggregate tra più regioni, come già avviene in parte con SCR o Soresa, per gestire farmaci a bassa prevalenza e mitigare rischi di carenze indotte da differenti condizioni contrattuali tra regioni.

La gestione delle gare post-genericazione

Una volta che un farmaco perde il brevetto, le centrali di committenza avviano procedure per garantire continuità e sostenibilità. La normativa vigente e l’esigenza di garantire la sostenibilità della spesa farmaceutica regionale impongono di avviare rapidamente una gara in concorrenza. Anna Vidoni sintetizza così le procedure di ARIA: «Si verifica l’assenza di indicazioni terapeutiche non coperte dai generici che possano influenzare i nuovi entranti, gli eventuali vincoli di continuità terapeutica e la storicità delle carenze». In caso di carenze accertate da AIFA, il modello preferito è l’accordo quadro multifornitore, con clausola per consentire ai fornitori di garantire quantità inferiori alla base di gara: «L’operatore primo in graduatoria si aggiudica il contratto solo fino alla quantità che può garantire; per le rimanenti forniture si procede allo scorrimento della graduatoria. Questo modello attribuisce una responsabilità chiave agli operatori economici e si fonda su una collaborazione trasparente e affidabile con il mercato», continua Vidoni.

Una volta che un farmaco perde il brevetto, le centrali di committenza avviano procedure per garantire continuità e sostenibilità

Tuttavia, esistono limiti pratici. Nadia Ruffini (Direzione Acquisti​ e Progetti Speciali di Soresa, Regione Campania) evidenzia: «Con un’unica offerta non è possibile un accordo quadro, mentre con due offerte la possibile elevata differenza di prezzo ne limita la sostenibilità. I lotti con tre o quattro offerte sono in genere pochi e di valore ridotto. L’accordo quadro per i farmaci equivalenti è quindi possibile, ma solo previa valutazione caso per caso, in base a numero di offerte, rischio di carenza e sostenibilità economica».

Il meccanismo delle quote rimane un tema delicato: durante il progetto “Oltre il brevetto”, la Legge di bilancio 199/2025 ha introdotto nuove regole per i farmaci generici non biologici. La norma prevede l’avvio del confronto concorrenziale entro 60 giorni dall’AIC del primo generico e la sua riapertura alla scadenza del contratto, anche senza specifiche clausole di gara. «In tali casi”, sottolinea Bonatti, “le centrali d’acquisto hanno la facoltà (e non l’obbligo, come per i biosimilari) di utilizzare il meccanismo dell’accordo quadro quando i generici non biologici sono almeno tre; in tal caso, però, le quote sono fisse e predeterminate dalla norma stessa nella misura del 55%-30%-15% per i primi tre classificati (mentre per i biosimilari non vi sono quote predefinite per legge)».

In questa prospettiva, Maurizio Pastorello propone di valorizzare l’accordo quadro come strumento per gestire la fase post-genericazione, suddividendo l’appalto tra più aziende e calibrando il prezzo su livelli sostenibili: «L’obiettivo è consentire a più operatori di aggiudicarsi una quota della fornitura, rafforzando la capacità complessiva di garantire i volumi richiesti a livello regionale. Un modello che punta ad aumentare la concorrenza reale senza compromettere la disponibilità del prodotto, evitando gare altamente competitive ma inefficaci sul piano della fornitura».

I rischi del prezzo troppo basso e del monopolio indotto

La gestione delle basi d’asta è un punto cruciale. Vidoni sottolinea: «Evitiamo di fissare basi d’asta eccessivamente basse sulla base delle aggiudicazioni precedenti. Partiamo da analisi dei prezzi massimi di cessione e di riferimento, così da consentire offerte sostenibili».

Prezzi troppo bassi possono portare al ritiro dei fornitori o alla creazione di monopoli

Prezzi troppo bassi possono portare al ritiro dei fornitori o alla creazione di monopoli, vanificando la concorrenza che la genericazione dovrebbe garantire. Cristinziano spiega: «Un farmaco originariamente coperto da brevetto può rimanere nel tempo con un solo fornitore generico, che può fissare i prezzi a proprio vantaggio, rifiutare l’adesione alle gare o non accettare i prezzi di base d’asta stabiliti».

Aggiunge Ruffini: «Un ulteriore elemento riguarda la definizione delle basi d’asta e il rapporto con il mercato. Anche quando i soggetti aggregatori impostano basi economiche sostenibili, fondate su analisi di benchmarking dei prezzi di riferimento di altre regioni e tenendo conto dei costi logistici e di possibili esternalità, può accadere che gli operatori economici presentino offerte con ribassi molto elevati, anche nell’ordine del 30-50%. Si tratta di una dinamica che merita un confronto strutturato con il mercato, poiché in questi casi i margini di intervento dei soggetti aggregatori risultano limitati e devono essere gestiti all’interno del quadro normativo vigente».

Conclusioni e prospettive future

La gestione dei farmaci a bassa prevalenza dopo la scadenza del brevetto richiede un approccio multilivello. L’esperienza emersa dai tavoli di lavoro evidenzia che:

  • la prevenzione delle carenze deve partire dalla definizione accurata dei fabbisogni e dall’uso di strumenti contrattuali flessibili
  • prezzi troppo bassi e monopoli indotti possono vanificare i benefici della genericazione: la definizione di basi d’asta sostenibili è fondamentale
  • l’offerta economicamente più vantaggiosa, se applicata con criteri mirati su scorte, localizzazione degli stabilimenti e continuità di fornitura, può incentivare comportamenti virtuosi dei fornitori
  • la centralizzazione degli acquisti su scala macro-regionale o europea offre prospettive interessanti per limitare la competizione distruttiva tra regioni e garantire una distribuzione più equilibrata dei farmaci critici
  • gli accordi quadro multifornitore rappresentano uno strumento utile, ma vanno calibrati in base al numero di offerte, al rischio di carenza e alla sostenibilità economica.

Come sottolinea l’avvocato Bonatti: «Il risparmio è certamente un obiettivo, ma va considerato nel breve o medio-lungo periodo. La priorità è orientare e regolare il mercato, preservando le condizioni di concorrenza e garantendo continuità terapeutica».

L’evoluzione normativa europea e le prime sperimentazioni regionali offrono strumenti promettenti per rendere più sostenibile il mercato dei farmaci a bassa prevalenza, ma resta fondamentale un approccio dinamico, capace di adattarsi alle evoluzioni del mercato, alle esigenze dei pazienti e alle caratteristiche dei singoli farmaci. Solo così sarà possibile conciliare innovazione, sostenibilità economica e sicurezza delle terapie per i pazienti più vulnerabili.

#UNIAMOleforze: convegno finale della campagna per la Giornata delle Malattie Rare 2026

Riduzione delle disuguaglianze regionali nell’accesso ai farmaci, trattamenti riabilitativi e ausili, aggiornamento tempestivo dello Screening Neonatale Esteso (SNE) e piena attuazione della Legge 175/2021. Sono solo alcune delle richieste che UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare ha portato all’attenzione delle Istituzioni, il 26 febbraio 2026 a Roma, nel corso dell’evento conclusivo della campagna #UNIAMOleforze 2026, dedicata quest’anno al tema dell’accesso equo, tempestivo e omogeneo a terapie e trattamenti, anche non farmacologici.

Questa iniziativa ha rappresentato il momento di sintesi di un mese di confronti, incontri e approfondimenti che hanno coinvolto Istituzioni, società scientifiche, industria e associazioni di pazienti. Un percorso partecipato – con più di 70 iniziative segnalate sul calendario ufficiale della Giornata disponibile sul sito di Uniamo – che ha permesso di raccogliere istanze, criticità e proposte concrete per migliorare l’accesso alle cure per gli oltre 2 milioni di persone con malattia rara in Italia.

In Italia più di 2 milioni di persone sono affette da malattie rare

In apertura dell’evento, dopo i saluti istituzionali del Presidente di Federsanità Fabrizio D’Alba, del Neo Presidente di FIASO Giuseppe Quintavalle e della Presidente di EURORDIS Rare Diseases Europe Avril Daly, è stato trasmesso un videomessaggio di Sandra Gallina, Direttore generale del DG SANTE alla Commissione Europea. Il contesto europeo è stato illustrato in seguito da Valentina Bottarelli, Head of Policy and Public Affairs di EURORDIS Rare Diseases Europe, che ha dichiarato: «In occasione del Rare Disease Day 2026 vogliamo ribadire con forza che le malattie rare, che riguardano più di 30 milioni di persone in Europa, devono restare una priorità per l’Unione Europea. L’Italia, anche grazie al grande lavoro di UNIAMO, in questi anni si è affermata come modello virtuoso per la gestione delle malattie rare, in termini di screening neonatali, accesso alle terapie e percorsi di presa in cura. EURORDIS si impegna ogni giorno per garantire queste stesse opportunità anche ai pazienti degli altri Stati membri, ma per continuare a farlo è necessario che nel Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 (il budget europeo attualmente in discussione) siano ancora garantiti i finanziamenti alle Associazioni pazienti, alle ERN (reti di riferimento europee) e ad altre azioni chiave per le malattie rare. Solo se la salute rimane al centro delle politiche d’investimento europee potremo continuare a coniugare la rappresentanza dei pazienti con una presa in carico d’eccellenza, al fine di garantire gli stessi diritti a tutti gli europei che convivono con una malattia rara».

Nel corso dell’evento, UNIAMO ha consegnato ai decisori politici e ai rappresentanti delle Istituzioni un volume contenente la sintesi delle istanze raccolte durante la campagna, indicando con chiarezza alcune priorità non più rinviabili, ribadendo anche quanto scritto nella Mozione presentata in Parlamento due anni fa. A questo lavoro hanno partecipato ben 11 società scientifiche, che hanno raccolto le sollecitazioni di UNIAMO e indicato una serie di “nodi” cruciali dove il sistema di assistenza per le persone con malattia rara si inceppa. Al centro della discussione, la richiesta di garantire un accesso equo e tempestivo alle cure su tutto il territorio nazionale. Vanno ridotti i tempi tra l’approvazione delle terapie e la loro effettiva disponibilità per le persone, erogati trattamenti riabilitativi con cicli continuativi, forniti ausili personalizzati e di ultima generazione anche in ottemperanza alla Legge 175/2021.

Al centro della discussione, la richiesta di garantire un accesso equo e tempestivo alle cure su tutto il territorio nazionale

Il Consiglio Direttivo di UNIAMO, in una sessione specifica dedicata, ha espresso una sintesi di queste richieste: «L’arrivo sul mercato di terapie innovative ad alto costo impone a tutto il sistema una riflessione circa la necessità di rispettare il principio di equità e al contempo garantire la sostenibilità economica del SSN. Se da un lato serve individuare meccanismi innovativi di finanziamento per questi farmaci, al contempo è necessario che ad ogni livello decisionale, soprattutto quello regionale, sia realizzata un’attività sistematica di Horizon Scanning, al fine di valutare al meglio l’impatto economico e organizzativo delle terapie innovative. In questo ambito, i rappresentanti dei pazienti possono svolgere un ruolo cruciale grazie alla loro conoscenza dei bisogni, la loro expertise e le competenze specifiche, e dunque devono essere coinvolti nelle procedure di Health Technology Assessment. In termini di accesso a queste terapie, inoltre, risulta sempre più urgente accelerare l’aggiornamento su tutto il territorio nazionale dello Screening Neonatale Esteso, strumento decisivo per garantire diagnosi precoce e pari opportunità di trattamento fin dalla nascita. La sostenibilità del sistema deve essere però sempre all’attenzione dei decisori politici: solo per il 5% delle malattie rare infatti esiste una cura, e dunque la programmazione, sia in termini economici sia organizzativi e di personale, deve riguardare ugualmente anche l’accesso agli ausili e ai trattamenti non farmacologici come riabilitazione, fisioterapia, logopedia e diete specifiche. Il percorso di una persona con malattia rara, che richiede una molteplicità di competenze, interventi e prestazioni erogate in setting assistenziali diversi, non si esaurisce nella terapia».

Dopo la ricognizione delle attività del Comitato Nazionale Malattie Rare a cura di Marina Urpis del Ministero della Salute, ampio spazio è stato riservato al contributo delle società scientifiche che hanno collaborato attivamente con UNIAMO durante questa Campagna garantendo un punto di vista autorevole rispetto alle istanze presentate alla politica. Tra le priorità organizzative sottolineate: l’adozione di PDTA nazionali omogenei, la formalizzazione e remunerazione della presa in carico multiprofessionale e la garanzia di continuità nella transizione dall’età pediatrica a quella adulta.

Solo per il 5% delle malattie rare esiste una cura

Infine, spazio alla politica, con gli interventi di Deputati e Senatori dell’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare e Oncoematologiche. La Presidente dell’Intergruppo, l’Onorevole Maria Elena Boschi, si è soffermata sul tema dello screening neonatale esteso, sottolineando la necessità di rendere presto disponibile per le Regioni il Fondo di recente istituito in Legge di Bilancio: «L’evento conclusivo della Campagna per la Giornata delle Malattie Rare testimonia ancora una volta il grande lavoro che UNIAMO svolge in termini di sensibilizzazione, sostegno e rappresentanza della propria comunità. Le persone con malattia rara chiedono alla politica un accesso equo, a prescindere dalla propria residenza, a diagnosi precoci, terapie, trattamenti riabilitativi e percorsi di cura personalizzati. In questo senso, in Legge di Bilancio siamo riusciti a far approvare un emendamento a nome di Italia Viva che garantisce alle Regioni risorse dedicate allo sviluppo di progetti pilota per nuove patologie da ricercare tramite screening neonatale. L’obiettivo di lungo termine è garantire un aggiornamento annuale del panel SNE nazionale senza aspettare i LEA, ma intanto le Regioni hanno già questo strumento al quale attingere per garantire subito diagnosi precoci laddove possibile. Ora serve velocemente il decreto attuativo del Ministero e il passaggio in Conferenza delle Regioni per rendere subito disponibili le risorse».

L’obiettivo di lungo termine è garantire un aggiornamento annuale del panel SNE nazionale senza aspettare i LEA

Il convegno ha confermato la volontà di proseguire il dialogo istituzionale in un’ottica di collaborazione multilivello e multistakeholder, affinché le proposte raccolte non restino enunciazioni di principio, ma possano tradursi in atti concreti di programmazione sanitaria e in interventi normativi e organizzativi.

La Campagna #UNIAMOleforze, in occasione della Giornata delle Malattie Rare 2026, che aveva come parola chiave “equità”, è stata non solo un momento di sensibilizzazione, ma un’occasione di responsabilità condivisa: un impegno comune per garantire alle persone con malattia rara diritti esigibili, tempi certi e percorsi di cura realmente accessibili su tutto il territorio nazionale. Tutte le informazioni sulla campagna sono disponibili su www.uniamo.org/uniamoleforze2026.