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Valutazione multidimensionale dell’immunonutrizione in chirurgia colorettale

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Introduzione

Le patologie del colon-retto rappresentano una delle principali sfide sanitarie nei Paesi industrializzati, con una crescente incidenza e un impatto significativo sia in termini di morbilità e mortalità sia in termini economici per il sistema sanitario.

L’immunonutrizione preoperatoria, agendo sulla risposta immunitaria, migliora gli esiti clinici e riduce i costi sanitari

L’approccio perioperatorio riveste un ruolo fondamentale e cruciale nel migliorare gli esiti clinici, favorendo il recupero del paziente, e nel contenere i costi sanitari associati a tali patologie che gravano sul sistema sanitario. Negli ultimi anni, il protocollo Enhanced Recovery After Surgery (ERAS®) ha rivoluzionato la gestione perioperatoria dei pazienti sottoposti a chirurgia colorettale, introducendo misure evidence-based che ottimizzano il recupero postoperatorio e riducono le complicanze [Gustafsson et al., 2019; Buzquurz et al., 2020]. Nell’ambito di queste strategie, l’immunonutrizione preoperatoria, in formulazioni specifiche a base di arginina, omega-3, nucleotidi e fibre solubili, ha assunto un ruolo centrale per la sua capacità di modulare la risposta immunitaria e ridurre le complicanze infettive, migliorando gli esiti clinici e riducendo i costi sanitari complessivi [Gustafsson et al., 2019; Xu et al., 2018].

L’obiettivo dello studio è verificare se l’immunonutrizione integrata nel percorso ERAS® riduca complicanze e costi sanitari

L’articolo si propone di analizzare se l’integrazione dell’immunonutrizione nel protocollo ERAS® possa determinare una riduzione significativa delle complicanze postoperatorie e dei relativi costi sanitari, rispetto all’applicazione del protocollo ERAS® standard. Si intende, dunque, analizzare dati clinici e economici per determinare se l’inclusione di formulazioni nutrizionali specifiche possa migliorare la risposta immunitaria del paziente, accelerare il recupero postoperatorio e, di conseguenza, diminuire il tasso di complicanze come infezioni, ritardi nella guarigione e necessità di ulteriori interventi.

Metodi

Il presente studio si inserisce nell’ambito di una valutazione multidimensionale di Health Technology Assessment (HTA), condotta assumendo un orizzonte temporale di 12 mesi e adottando il punto di vista di una struttura sanitaria.

Sono stati approfonditamente esaminati i seguenti aspetti: 1) rilevanza generale della patologia; 2) rilevanza tecnica delle tecnologie oggetto di indagine; 3) sicurezza; 4) efficacia; 5) impatto economico-finanziario; 6) impatto sociale ed etico; 7) impatto di equità; 8) impatto legale e 9) impatto organizzativo.

Il percorso ERAS® con immunonutrizione preoperatoria è stato confrontato con il percorso ERAS® standard

Il tutto è stato condotto seguendo un approccio di tipo comparativo tra due gruppi di pazienti: quelli che ricevono immunonutrizione preoperatoria e quelli che seguono solo il protocollo ERAS® standard.

Per la disamina delle sopra indicate dimensioni di HTA sono stati utilizzati i seguenti strumenti di indagine:

  1. evidenze scientifiche per la disamina delle dimensioni di rilevanza generale, efficacia e sicurezza;
  2. approcci quantitativi, per quanto riguarda l’assessment delle dimensioni di impatto economico e di impatto organizzativo;
  3. approcci qualitativi, quali metodi di generazione di consenso (per la definizione del percorso del paziente quantificato poi come al punto 2) e questionari predisposti ad hoc per la disamina delle dimensioni di impatto etico, sociale e legale.

L’analisi HTA integra evidenze scientifiche e valutazioni dell’impatto clinico, economico, organizzativo, etico-sociale e legale

In prima istanza, è stata condotta una revisione sistematica della letteratura scientifica [Drover et al., 2011; Cerantola et al., 2011; Song et al., 2015; Wong et al., 2016; Braga et al., 2002; Marimuthu et al., 2012; Finco et al., 2007] utilizzando il framework PICO:

  • Popolazione: pazienti adulti sottoposti a chirurgia colorettale, sia in ambito oncologico sia non oncologico, inclusi pazienti con e senza malnutrizione preoperatoria.
  • Intervento: immunonutrizione perioperatoria somministrata nei 5 giorni antecedenti l’intervento chirurgico, tramite flaconi da 250 ml, per un apporto calorico di 750 kcal/die, contenenti arginina, omega-3, L-glutamina, nucleotidi e fibre.
  • Comparazione: protocolli ERAS® standard senza immunonutrienti e gruppi di controllo con nutrizione standard o nessuna integrazione nutrizionale preoperatoria.
  • Outcome: incidenza di complicanze postoperatorie (in particolare infettive), durata della degenza ospedaliera, mortalità a 30 giorni, costi sanitari, recupero funzionale, impatto su qualità di vita ed equità di accesso.

La letteratura è stata selezionata tramite criteri PRISMA, con inclusione di studi RCT, metanalisi e studi retrospettivi pubblicati dal 2014 in avanti, e valutata con Jadad Scale e Newcastle-Ottawa Scale per la qualità metodologica. Il processo di selezione delle evidenze viene sintetizzato in Figura 1, dove si riscontra come su 55 record reperiti all’interno delle banche dati, 4 siano stati effettivamente utilizzati ai fini della valutazione di HTA così da comprendere il profilo di efficacia e sicurezza dell’immunonutrizione.

Figura 1. PRISMA flow chart

Per la mappatura del percorso assistenziale è stata utilizzata la tecnica del process mapping così da identificare le principali fasi del percorso e gli attori coinvolti. A seguito della mappatura del percorso, utile inoltre per comprendere al meglio i punti di inserimento dell’immunonutrizione (pre‑ricovero e peri‑operatorio) secondo il protocollo ERAS®, si è proceduto alla valorizzazione economica in termini di risorse umane dedicate, attrezzature utilizzate, materiali di consumo e farmaci. Inoltre, sono state considerate le giornate di degenza di ciascun percorso e valutati i costi fissi nella misura di un 20% rispetto al costo totale diretto. A seguito della valorizzazione economica sono state condotte sia una Cost-Effectiveness Analysis (CEA) sia una Budget Impact Analysis (BIA).

L’analisi economica è stata approfondita tramite Cost-Effectiveness Analysis e Budget Impact Analysis

Infine, per irrobustire i risultati, sono stati coinvolti 6 esperti di area chirurgica, infermieristica e oncologica tramite questionari qualitativi per analizzare impatto percepito su equità, nonché aspetti sociali ed etici. Per l’impostazione di questa sezione sono stati considerati specifici item, valutabili attraverso una scala di punteggio compresa tra –3 e +3, tratti dal modello europeo comunemente adottato per la valutazione delle tecnologie sanitarie, ossia il Core Model di EUnetHTA, integrati da item derivanti dalla letteratura, al fine di esaminare e approfondire in modo completo tutti gli aspetti rilevanti.

Risultati

Risultati di natura evidence-based

L’integrazione dell’immunonutrizione nel protocollo ERAS® per la chirurgia colorettale ha portato a una riduzione significativa delle complicanze infettive e non infettive rispetto alla nutrizione standard. Come sintetizzato in Tabella 1, tali risultati si associano a un cambiamento misurabile nei principali endpoint clinici valutati. In particolare, la meta-analisi di Xu e colleghi [Xu et al., 2018] rileva che le infezioni del sito chirurgico passano dal 15,4% (ERAS® standard) al 4,6% (ERAS® con immunonutrizione), con un Odds Ratio di 0,25 (IC 95% 0,22-0,58). La necessità di terapia antibiotica postoperatoria diminuisce (7,7% vs 23,1%), così come la deiscenza anastomotica (1,5% vs 4,6%). Inoltre, la durata media della degenza ospedaliera si riduce di circa 2 giorni (da 6 a 4 giorni), contribuendo alla disponibilità di posti letto e abbattendo i rischi di infezioni nosocomiali [Probst et al., 2017].

L’mmunonutrizione nel protocollo ERAS® ha portato a una riduzione significativa delle complicanze infettive e non infettive

Ulteriori studi [McKechnie et al., 2025; Moya, Miranda et al., 2016] hanno evidenziato anche benefici immunologici, come il miglioramento dei livelli di albumina preoperatoria e una più rapida ripresa della funzione intestinale, con il ritorno all’alimentazione orale e alla peristalsi in media 24-36 ore prima rispetto ai controlli. Inoltre, i livelli medi di albumina preoperatoria passano da 3,1 ± 0,5 a 3,6 ± 0,4 g/dL, mentre il tempo alla ripresa dell’alimentazione orale si riduce da 3,4 ± 1,1 a 2,0 ± 0,8 giorni e il tempo alla ripresa della peristalsi da 2,6 ± 0,7 a 1,8 ± 0,5 giorni, confermando un recupero funzionale più rapido nei pazienti trattati con immunonutrienti [Tesauro et al., 2021; Moya, Soriano-Irigaray et al., 2016; Achilli et al., 2020]. Questi elementi, letti congiuntamente alla riduzione delle complicanze, descrivono un profilo di recupero post-operatorio complessivamente più favorevole per l’ERAS® integrato con immunonutrizione rispetto al protocollo standard.

Parametro

ERAS® standard

ERAS® + immunonutrizione

Infezioni sito chirurgico (%)

15,4

4,6

Deiscenza anastomotica (%)

4,6

1,5

Degenza media (giorni)

6

4

Albumina preoperatoria (g/dL)

3,1 ± 0,5

3,6 ± 0,4

Tempo ripresa alimentazione (giorni)

3,4 ± 1,1

2,0 ± 0,8

Tempo ripresa peristalsi (giorni)

2,6 ± 0,7

1,8 ± 0,5

Tabella 1. Informazioni di natura evidence-based

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In linea con la letteratura, l’efficacia è stata definita come riduzione delle complicanze post‑operatorie (in particolare infettive), della degenza ospedaliera e del tempo al recupero della funzionalità intestinale. La letteratura in chirurgia colorettale/oncologica mostra riduzioni delle complicanze infettive tra ~35-45% (OR o RR ≈0,33-0,65) e una riduzione della degenza di ~2-3 giorni, senza differenze sulla mortalità a 30 giorni [Buzquurz et al., 2020; Xu et al., 2018; Probst et al., 2017; Khan et al., 2023].

La letteratura mostra riduzioni delle complicanze infettive e della degenza

Una recente revisione sistematica con meta-analisi focalizzata su pazienti oncologici sottoposti a chirurgia colorettale, pur non rilevando differenze statisticamente significative rispetto alla nutrizione standard, ha comunque confermato un trend di riduzione delle infezioni di sito chirurgico, delle deiscenze anastomotiche e della degenza ospedaliera [McKechnie et al., 2025]. Inoltre, Tesauro e colleghi [Tesauro et al., 2021; Achilli et al., 2020] hanno dimostrato una riduzione significativa della degenza mediana da 6 a 4 giorni (p=0.0466) nei pazienti trattati con immunonutrienti, con benefici in termini economici e organizzativi, mentre Moya e colleghi [Moya, Miranda et al., 2016; Moya, Soriano-Irigaray et al., 2016] hanno riportato una riduzione delle complicanze totali dal 35,2% al 23,0% (RR 0,547, p=0,035), in particolare delle complicanze infettive (23,8% vs 10,7%; RR 0,382, p=0,007).

Risultati di natura economica e organizzativa

L’immunonutrizione comporta un risparmio medio di circa 866 € per paziente

Dal punto di vista economico, l’immunonutrizione comporta un risparmio medio di circa 866 € per paziente trattato, grazie alla riduzione delle giornate di degenza e di risorse umane necessarie, come mostra la Tabella 2.

Macrofasi

ERAS® standard

Immunonutrizione + ERAS®

Risorse Umane (€)

2.793,45

2.671,75

Attrezzature sala (€)

1.036,27

1.036,27

Materiale di consumo e farmaci (€)

2.504,17

2.504,17

Degenza (€)

1.800,00

1.200,00

Tot. costi diretti (€)

8.133,89

7.412,19

Costi fissi (20%) (€)

1.626,78

1.482,44

Totale (€)

9.760,67

8.894,63

Efficacia, in termini di complicanze complessive occorse (%)

64,80

77,00

CEV (€/unità efficacia)

15.062,76

11.551,47

ICER (€/unità efficacia)

 

-7.098,69

Tabella 2. Confronto dei costi diretti per macrofasi tra ERAS® standard e Immunonutrizione + ERAS® e definizione del Cost-Effectiveness Value (CEV)

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L’analisi di costo-efficacia, condotta mediante definizione dei suoi valori medi e incrementali, evidenza come ERAS® con immunonutrizione sia la strategia in grado di raggiungere il migliore trade-off tra costi sostenuti e efficacia raggiunta (CEV: 11.551 €/unità efficacia rispetto a ERAS® standard pari a 15.062 €/unità efficacia).

L’analisi di impatto sul budget (BIA), così come riportato in Tabella 3, dimostra come l’aumento progressivo dei pazienti del gruppo Immunonutrizione + ERAS® comporti una riduzione dei costi complessivi per la struttura ospedaliera, grazie soprattutto alla riduzione delle giornate di degenza e alle minori risorse umane destinate alla gestione dei pazienti. Partendo dallo scenario di base in cui tutti i pazienti fanno parte del gruppo ERAS® standard e convertendo il 100% di questi pazienti a Immunonutrizione + ERAS®, la struttura ospedaliera osserverebbe un risparmio in 12 mesi di 86.604,00 €.

Scenari innovativi

ERAS® standard (%)

Immunonutrizione + ERAS® (%)

ERAS® standard (€)

Immunonutrizione + ERAS® (€)

Totale (€)

1

100

0

976.067,24

0,00

976.067,24

2

80

20

780.853,79

177.892,65

958.746,44

3

50

50

488.033,62

444.731,62

932.765,24

4

20

80

195.213,45

711.750,59

906.784,04

5

0

100

0,00

889.463,24

889.463,24

Tabella 3. Analisi di impatto sul budget

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Il percorso integrato libera fino a 200 posti letto/anno

Da un punto di vista organizzativo (Tabella 4), l’introduzione dell’immunonutrizione non richiede personale aggiuntivo né nuove infrastrutture. La riduzione delle giornate di degenza libera fino a 200 posti letto/anno in caso di adozione estesa, consentendo di trattare più pazienti a parità di risorse. Il personale sanitario risparmia circa 180 minuti per paziente, con effetti positivi su carichi di lavoro e motivazione interna.

Indicatore

Prima dell’immunonutrizione

Dopo immunonutrizione

Delta

Posti letto liberati/anno

0

200

+200

Tempo risparmiato staff (min/paziente)

0

180

+180

Pazienti trattabili/anno

100

125

+25

Tabella 4. Impatto organizzativo

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Risultati derivanti dalla percezione degli esperti coinvolti

Le tabelle seguenti mostrano le percezioni dei professionisti coinvolti (valutate sulla base di una scala di valutazione variabile da –3 a +3) in riferimento all’impatto sociale (Tabella 5), all’equità (Tabella 6) e agli aspetti legali del protocollo ERAS® standard rispetto all’ERAS® integrato con immunonutrizione (Tabella 7). In tutti e tre gli ambiti emergono differenze che, nel complesso, suggeriscono come l’aggiunta dell’immunonutrizione comporti un miglioramento del profilo globale della tecnologia.

Dal punto di vista dell’impatto sociale, il punteggio totale mostra un netto vantaggio per l’ERAS® con immunonutrizione (0,325 contro –0,025), indicando un impatto sociale complessivamente più favorevole. Nello specifico, l’approccio integrato migliora la qualità della vita post-operatoria (punteggio medio 2,2 su scala 3), favorendo una ripresa rapida e riducendo i costi indiretti (giorni persi di lavoro, trasporti). Tuttavia, la spesa del farmaco (92,10 € per paziente) non è rimborsata dal SSN e resta a carico dell’assistito, con possibili ricadute sull’equità dell’accesso. In tal senso, dai questionari emerge come per oltre la metà dei pazienti la spesa aggiuntiva possa rappresentare un ostacolo alla scelta del trattamento ottimale.

ERAS® con immunonutrizione migliora l’impatto sociale e la qualità di vita

Infine, non emergono barriere legali o regolatorie rilevanti: l’immunonutrizione soddisfa i requisiti di sicurezza e si integra nei processi di acquisto correnti delle strutture sanitarie. Gli esperti intervistati ritengono che questa strategia potrebbe, con un intervento normativo, essere inserita nei livelli essenziali di assistenza.

Impatto sociale

ERAS® senza immunonutrizione

ERAS® con immunonutrizione

Capacità di salvaguardare l’autonomia del paziente

0

-0,4

Capacità della tecnologia di salvaguardare l’integrità umana

0

0

Capacità della tecnologia di assicurare dignità umana al paziente

0

0

Capacità della tecnologia di salvaguardare credo e convinzioni religiose

0

0

Impatto sui costi sociali, incluso i costi direttamente sostenuti dal paziente per la gestione della patologia

-0,2

0

Livello generale di comprensione della tecnologia da parte dei pazienti, dei familiari e della cittadinanza in senso più ampio

0

-0,2

Impatto della tecnologia sulla soddisfazione del paziente

0

1

Impatto della tecnologia sul miglioramento della qualità di vita del paziente

0

2,2

Totale

-0,025

0,325

Tabella 5. Le percezioni dei professionisti coinvolti – Impatto sociale

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Impatto sull’equità

ERAS® senza immunonutrizione

ERAS ® con immunonutrizione

Facilità di accesso e disponibilità sul territorio delle tecnologie

0,6

0,4

Accessibilità della tecnologia alle categorie protette

0

-0,2

Potenziale impatto sulla gestione delle liste di attesa

-0,2

0,6

Capacità della tecnologia di generare fenomeni di migrazione sanitaria in caso di utilizzo

-0,2

1,4

Esistenza di fattori che potrebbero impedire a un gruppo o a determinate persone di beneficiare della tecnologia

0

-0,4

Equità o iniquità generale della tecnologia

0

0,4

Totale

0,03

0,37

Tabella 6. Le percezioni dei professionisti coinvolti – Impatto sull’equità

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Impatto legale

ERAS® senza immunonutrizione

ERAS® con immunonutrizione

Livello di autorizzazione necessario per avviare il protocollo (nazionale, europeo, internazionale)

0

0,6

Soddisfacimento dei requisiti di sicurezza richiesti

0,2

0,6

Assoggettamento a controllo del prezzo

0

0

Necessità di regolamentare l’acquisizione della tecnologia

0

0,6

Totale

0,05

0,45

Tabella 7. Le percezioni dei professionisti coinvolti – Impatto legale

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Conclusioni

L’integrazione dell’immunonutrizione all’interno del protocollo ERAS® per la chirurgia colorettale emerge, alla luce della valutazione multidimensionale condotta, come una strategia clinicamente efficace, economicamente sostenibile e organizzativamente vantaggiosa. Le evidenze scientifiche mostrano una riduzione significativa delle complicanze postoperatorie, in particolare di quelle infettive, una più rapida ripresa della funzionalità intestinale e una diminuzione della durata della degenza ospedaliera [McKechnie et al., 2025; Moya, Miranda et al., 2016; Tesauro et al., 2021; Moya, Soriano-Irigaray et al., 2016; Achilli et al., 2020]. Questi risultati determinano non solo un miglioramento degli esiti clinici, ma anche un impatto positivo sulla qualità della vita del paziente, con un recupero più rapido e un minor ricorso a trattamenti aggiuntivi.

È una strategia clinicamente valida, sostenibile e capace di ottimizzare l’organizzazione sanitaria

Il protocollo ERAS®, infatti, vede tra i suoi elementi fondamentali proprio quello della pre-abilitazione del paziente in vista del trauma chirurgico. In quest’ottica l’ottimizzazione dello stato immunometabolico rappresenta un punto cruciale nella preparazione all’intervento e al periodo post-operatorio, costituendo quindi un vero e proprio investimento in grado di portare vantaggi concreti in ambito clinico e finanziario.

Dal punto di vista economico, la riduzione delle giornate di degenza e l’ottimizzazione delle risorse professionali generano un risparmio medio di circa 866 € per paziente, con un chiaro vantaggio in termini di costo-efficacia rispetto all’ERAS® standard. Anche l’analisi di impatto sul budget conferma tale tendenza: l’adozione estesa dell’immunonutrizione potrebbe portare a riduzioni significative dei costi complessivi per la struttura sanitaria nell’arco dei 12 mesi considerati. Focalizzando l’attenzione sugli aspetti di natura organizzativa, l’analisi ha dimostrato come tale protocollo possa liberare posti letto, contribuendo a una gestione più efficiente dei flussi assistenziali, generando a cascata anche un miglioramento nell’accessibilità alle cure.

Gli esperti individuano nell’assenza di rimborso uno dei principali elementi di iniquità

Tuttavia, permangono criticità legate all’equità di accesso, poiché il costo dell’immunonutrizione non è attualmente rimborsato dal Servizio sanitario nazionale e ricade interamente sul paziente. Questo può rappresentare un ostacolo per alcune fasce socio-economiche e rischia di limitare un accesso uniforme a un trattamento che, secondo le evidenze, offre benefici rilevanti. Tale aspetto viene confermato anche dalla percezione degli esperti, che individuano nell’assenza di rimborso uno dei principali elementi di iniquità.

In conclusione, i risultati indicano che l’immunonutrizione dovrebbe essere considerata una componente essenziale nella gestione perioperatoria del paziente sottoposto a chirurgia colorettale, in quanto favorisce una sanità più efficace, sostenibile e orientata al valore.

Bibliografia

Health Governance: le tre sfide del World Health Summit per il futuro

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«Tutto nasce dalla preoccupazione e dalla percezione dell’importante cambiamento in corso con l’avvento della nuova amministrazione americana». Daniela De Biase, Professore Associato e Coordinatrice della Commissione Internazionalizzazione della Facoltà di Farmacia e Medicina della Sapienza Università di Roma, non usa mezzi termini nel descrivere lo scenario che ha suscitato una crescente preoccupazione nella comunità accademica internazionale. La crescente politicizzazione della realtà accademica e la richiesta di riconsiderare il ruolo di istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno acceso un’attenta riflessione sul futuro della libertà accademica e della collaborazione internazionale.

In questo contesto si inserisce il lavoro della World Health Summit Academic Alliance, di cui De Biase è membro eletto nell’Executive Committee. L’alleanza riunisce circa trenta accademie nel mondo, dall’Australia agli Stati Uniti fino al Brasile, e supporta il World Health Summit (WHS) nato da un’idea dell’Ospedale Universitario Charité di Berlino. L’obiettivo del WHS è unire le comunità accademiche intorno ai problemi della salute globale e garantire, a tutti, gli stessi livelli di accesso alla salute. Proprio per questo, ogni anno, vengono affrontati molti temi durante il Summit Globale di Berlino mantenendo sempre l’equità come filo conduttore.

Daniela De Biase

Accanto al Summit globale, sono promossi anche regional meeting per entrare nelle realtà locali: Roma è stata protagonista nel 2022 alla Sapienza, «un momento importante per fare il punto della situazione post pandemica», sottolinea la ricercatrice.

È da questa realtà che le preoccupazioni della comunità accademica internazionale si traducono in una riflessione strutturata sul futuro della Health Governance globale: il WHS diventa quindi un organismo di coordinamento globale per tradurre le criticità emerse in raccomandazioni concrete.

«Tutelare la libertà accademica senza la quale penso siamo finiti, tutelare e salvaguardare le collaborazioni internazionali sulle quali noi crediamo fortemente e ovviamente in tutto questo combattere la disinformazione». Daniela De Biase introduce così tre raccomandazioni politiche essenziali e interdipendenti per raggiungere il terzo obiettivo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (SGD3): Good Health and Well Being.

Figura 1. Prerequisiti fondamentali per promuovere la “buona salute e il benessere” a livello globale [Created in BioRender. De Biase, D. (2026) https://BioRender.com/q0jkkbe]

Libertà accademica: senza rispetto della complessità della ricerca, il rischio è l’oscurantismo

La prima raccomandazione è chiara: difendere la libertà accademica, recente nodo di discussione visti alcuni casi di censura scientifica.

«Volere influenzare politicamente e indirizzare troppo la ricerca è un freno alla nostra libertà intellettuale, è voler negare un futuro», afferma De Biase e ciò porterebbe a «un momento di oscurantismo che non fa bene perché il progresso scientifico viene da quelle realtà dove i ricercatori sono stati lasciati completamente liberi».

L’obiettivo del WHS è unire le comunità accademiche intorno ai problemi della salute globale e garantire a tutti gli stessi livelli di accesso alla salute

Daniela De Biase avverte inoltre del rischio geopolitico: «Paesi più lungimiranti avranno la meglio perché continueranno a lasciare i propri ricercatori liberi sapendo che lì si giocano anche un dominio sull’intera popolazione mondiale».

Infatti, la libertà accademica non vuole essere sinonimo di anarchia, ma semplicemente indica il rispetto della complessità della ricerca perché «la ricerca ha i suoi tempi e una delle cose più belle è di scoprire qualcosa che non ci aspettavamo, noi stessi ci stupiamo», afferma la ricercatrice.  

Dalla vulnerabilità al multilateralismo: nessuno è al sicuro finché non lo sono tutti

La seconda raccomandazione riguarda la collaborazione internazionale che richiama il concetto “No one is safe until everyone is safe”.

Come ricorda De Biase, durante la pandemia COVID-19 «abbiamo percepito quanto possiamo essere vulnerabili anche nei Paesi più avanzati davanti a un piccolo agente infettivo».

L’agire insieme non è solo una garanzia per la comunità ma anche per il singolo, che sua volta non è un rischio per la comunità

La vulnerabilità ha fatto riflettere sull’agire insieme che «non è solo una garanzia per la comunità», afferma, «ma è una garanzia anche per il singolo che a sua volta non è un rischio per la comunità». Nello stesso momento, ha anche generato individualismo, insicurezza e sfiducia causando fratture in un mondo globalizzato dove la collaborazione scientifica e la cooperazione non possono essere ignorate. «Se non lavoriamo insieme a livello internazionale, mettiamo a rischio tutto il sistema che abbiamo costruito in questi anni», sottolinea De Biase.

È proprio per intervenire su questo senso di sfiducia e incertezza che il WHS promuove la collaborazione internazionale, elemento chiave per garantire i livelli di sicurezza di salute globale.

Lotta all’infodemia e alla disinformazione: quando si nega l’evidenza, si indebolisce il sistema

La terza raccomandazione riguarda il contrasto alla disinformazione, interdipendente alla libertà accademica.

Dopo il COVID-19, conquiste scientifiche, come le campagne vaccinali, sono state messe in dubbio, «ci sono situazioni dove si registrano degli aumenti pericolosi di casi di morbillo», spiega De Biase.  

La modalità di comunicazione diventa quindi essenziale perché, come sottolinea, «se non viene canalizzata, nei modi e con il linguaggio opportuno, c’è un rischio di deriva ideologica».

Senza modi e linguaggi opportuni, la comunicazione rischia la deriva ideologica

Questo panorama rimanda direttamente allo scenario pandemico quando una comunicazione poco chiara e l’infodemia hanno alimentato sfiducia, disorientamento e insicurezza creando una situazione ad alto rischio perché «la disinformazione può distruggere decenni di lavoro appassionato e non finalizzato a fare ricco qualcuno, ma solo per il bene dell’umanità, perché è ciò che anima i ricercatori», dichiara.

Da qui nasce l’urgenza di riaffermare un principio fondamentale: «I ricercatori e i flussi della scienza devono essere rispettati e la popolazione correttamente informata, ma al tempo stesso non si deve negare quello che è l’evidenza scientifica».

Uno sguardo alla realtà italiana tra burocrazia, precarietà e rischio per l’Universal Health Coverage

«Ci stiamo troppo burocratizzando e questo uccide la nostra attitudine, siamo pagati per pensare e fare esperimenti, io vedo che c’è una deriva pericolosa», così Daniela De Biase apre un punto di riflessione sulla realtà italiana. «Non si fa solo del male alla ricerca, ma anche al finanziamento dello Stato», avverte.

A questo si aggiunge la precarizzazione delle carriere e l’attenzione sulla quantità piuttosto che la qualità delle pubblicazioni. Ciò determina una grande demotivazione nei giovani e alimenta la “fuga dei cervelli” perché, come sottolinea, «la forza lavoro che educhiamo e che prepariamo deve essere poi accolta, altrimenti abbiamo fallito il nostro obiettivo».

Infine, riprendendo l’obiettivo del WHS, «siamo stati un bel modello di Universal Health Coverage, forse lo siamo ancora, ma siamo un po’ a rischio», osserva Daniela De Biase. Una scelta lessicale che riflette il contesto sanitario attuale in cui il diritto alla salute è formalmente garantito, ma tempi di attesa, carenze di strutture e di professionisti sanitari obbligano i cittadini al regime privato o alla rinuncia alle cure.

Tempi di attesa e carenze di strutture e personale minano, nella pratica, l’universalità del nostro SSN

«Forse rivedere un po’ il patto che c’è con la popolazione è giusto», afferma, «senza smantellare il sistema, ma continuando a garantire il diritto alla salute».

Centrale è anche il tema della work force, tra le principali preoccupazioni dell’alleanza: «Sottopagare e demotivare è un errore grave», sottolinea la De Biase, «che pagheremo vedendo lo smantellamento di questo meraviglioso sistema oppure vedendo che tutti quanti opteranno per una sanità privata che però significa l’esclusione degli ultimi», un paradosso in un Paese come l’Italia dove la solidarietà è parte integrante dell’identità culturale.  

Questa riflessione globale ci restituisce l’immagine di una realtà complessa in cui le raccomandazioni non possono restare solo delle dichiarazioni utopistiche: il WHS si pone come strumento multilaterale e le trasforma in un intervento strutturale per un ecosistema sanitario globale più trasparente, distribuito, resiliente e sostenibile.

Riforma disabilità, la FISH sollecita il confronto nelle Commissioni regionali competenti

Entra nel vivo la sperimentazione del Decreto Legislativo 62/2024 sulla riforma della disabilità. Dal 1° marzo, l’attuazione si estende a ulteriori 49 province, segnando un passaggio chiave nel percorso di applicazione della legge delega 227/2021 e nell’allineamento dell’ordinamento italiano ai principi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

La riforma ridisegna il sistema di accertamento della disabilità, introduce la valutazione multidimensionale e rafforza la progettazione personalizzata, ponendo al centro il modello bio-psico-sociale e il pieno riconoscimento dei diritti.

Dal 1° marzo, l’attuazione si estende a ulteriori 49 province

La FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) segue con attenzione la fase sperimentale, ritenendo decisivi i dati che emergeranno nei territori per l’adozione dei decreti correttivi e per garantire l’applicazione uniforme della riforma dal 2027. Tra i nodi da monitorare: tempi dei procedimenti, omogeneità territoriale, interoperabilità dei sistemi informativi tra INPS, servizi sanitari ed enti locali, adeguatezza delle risorse professionali e qualità della partecipazione alla definizione del Progetto di vita.

Per questo, la Federazione ha chiesto alle Commissioni consiliari regionali competenti audizioni con INPS e Ambiti territoriali sociali, con l’obiettivo di costruire un quadro tecnico documentato da mettere a disposizione della politica nazionale e intervenire tempestivamente sulle criticità emerse.

Malattie Rare: presentati i dati della prima rete italiana sulla Paralisi Sopranucleare Progressiva

In occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare, la Società Italiana Parkinson e Disordini del Movimento LIMPE-DISMOV pone l’attenzione su una patologia ancora poco conosciuta e altamente invalidante che rientra nello spettro dei parkinsonismi atipici: la Paralisi Sopranucleare Progressiva (PSP), una malattia neurodegenerativa rara e complessa.

Per anni la PSP è rimasta di fatto “invisibile” dal punto di vista epidemiologico, poiché in Italia mancavano dati nazionali consolidati sulla sua diffusione e sul suo impatto clinico e sociale. È proprio per colmare questo vuoto che è nata PSP NET, la prima e unica rete italiana dedicata alla raccolta sistematica di informazioni cliniche, demografiche e assistenziali sulla malattia. Il network è frutto del lavoro congiunto di Fondazione LIMPE per il Parkinson ETS e dei neurologi della Società Italiana Parkinson LIMPE-DISMOV.

PSP NET coinvolge 48 centri ed è la più ampia base dati italiana sulla patologia

A cinque anni dalla sua nascita, PSP NET coinvolge 48 centri distribuiti su tutto il territorio nazionale 23 al Nord, 14 al Centro e 11 al Sud – e ha arruolato 709 pazienti, dando vita alla più ampia base dati italiana sulla PSP.

L’analisi della coorte arruolata mostra che l’età media dei pazienti è di 72 anni, con una durata media di malattia di circa 4 anni al momento dell’inclusione. Le donne rappresentano il 42% dei partecipanti.

La PSP è un parkinsonismo atipico caratterizzato da disturbi dei movimenti oculari – soprattutto sul piano verticale – e da una marcata instabilità posturale che porta a frequenti cadute all’indietro già nelle fasi iniziali. Con il progredire della malattia compaiono difficoltà della marcia, alterazioni del linguaggio e della deglutizione, insieme a un deterioramento delle funzioni cognitive ed esecutive. L’esordio, spesso insidioso e caratterizzato da sintomi inizialmente aspecifici, rende tuttora complesso il riconoscimento precoce della malattia.

I dati raccolti sottolineano anche il ruolo cruciale dei caregiver, chiamati a fronteggiare la progressiva perdita di autonomia del paziente

I dati raccolti dal PSP NET confermano che la Richardson’s syndrome (PSP‑RS) rappresenta oltre il 75% dei casi osservati in Italia. Si tratta della forma clinica più diffusa, contraddistinta da grave instabilità posturale, precoce compromissione dei movimenti oculari e significativa alterazione delle funzioni cognitive. Le analisi della rete hanno inoltre messo in evidenza l’impatto dei disturbi comportamentali – come apatia, disinibizione e impulsività – che aumentano con il peggioramento del quadro cognitivo, influenzando profondamente la qualità di vita del paziente e della sua famiglia.

Oltre a migliorare la comprensione della storia naturale della malattia, il PSP NET ha portato alla luce il ruolo cruciale dei caregiver, spesso chiamati a fronteggiare un carico assistenziale crescente e complesso. La progressiva perdita di autonomia del paziente conferma la necessità di percorsi di supporto, formazione e accompagnamento specificamente dedicati.

«Il PSP NET proseguirà con nuovi arruolamenti e nuove analisi, con l’obiettivo di affinare ulteriormente la conoscenza clinica della PSP e migliorare le strategie di riconoscimento precoce e informazione» – afferma Giovanni Fabbrini, Presidente della Società Italiana Parkinson LIMPE-DISMOV – «Solo così possiamo garantire un futuro migliore ai pazienti e alle loro famiglie».

ASL TO3, le Case della Salute “evolvono” in Case di Comunità Spoke

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La rivoluzione della medicina territoriale, possibile grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è alle porte. Le nuove Case e Ospedali di Comunità dovrebbero entrare in servizio entro la fine dell’anno, ma alcune ASL avevano già delle strutture pensate per rispondere ai bisogni a bassa complessità del territorio. È il caso dell’ASL TO3 del Piemonte, dove le Case della Salute gestite dai medici di famiglia hanno in qualche modo precorso i tempi e, per questo, non potevano essere lasciate indietro.

Dopo mesi di incertezza, in cui si è temuto che le strutture potessero chiudere, è arrivato l’annuncio dalla Regione: verranno candidate a diventare Case della Comunità Spoke. Ma perché ciò avvenga, serve ancora il via libera di Roma.

Da Case della Salute a Case di Comunità

Può sembrare un tecnicismo, ma per rientrare a pieno titolo nella riorganizzazione della medicina territoriale (Decreto ministeriale 77/2022), le Case della Salute devono “evolvere”. Nate a partire dalla seconda metà degli anni 2000, con le prime sperimentazioni in Emilia-Romagna, ora devono essere riorganizzate o trasformate.

Per rientrare a pieno titolo nella riorganizzazione della medicina territoriale del DM77 le Case della Salute devono essere riorganizzate o trasformate

È diventato un caso politico quello che coinvolge le quattro strutture di Pianezza, Beinasco-Borgaretto, Cumiana e Vigone in Piemonte. Si trasformeranno in Case di Comunità Spoke, ma i passaggi formali non sono ancora conclusi.

Il via libera da Roma

«Per le tempistiche dipendiamo da Roma» spiega il direttore dell’ASL TO3 Giovanni La Valle, a margine della conferenza stampa di presentazione del progetto. «Cominciamo a lavorare come fossero Case di Comunità e attendiamo risposte – prosegue -. Realisticamente auspichiamo, da qui ai prossimi sei mesi, di avere un quadro chiaro».

In ogni caso, l’evoluzione delle Case della Salute resta subordinata all’integrazione di tutte le attività richieste dalla normativa nazionale e al riconoscimento formale da parte degli organi competenti, chiariscono dall’ASL.

Il nodo del personale. La Valle: «Nessuno perderà il posto di lavoro»

Il passaggio formale risulta poi fondamentale per l’inquadramento dei lavoratori. Il personale attualmente impiegato nelle Case della Salute «resta in carico ai medici di medicina generale» assicurano dall’assessorato alla Sanità. L’ASL «interverrà in modo flessibile, integrando – in base alle specificità di ciascuna sede – personale sanitario e/o amministrativo, garantendo in ogni caso la continuità dei servizi, invariati per l’utenza in termini di sedi, orari e prestazioni».

I servizi che venivano assicurati nell’ASL TO3 erano molto innovativi e ora verranno integrati nel contesto del grande cambiamento della sanità territoriale

Argomento, quello relativo al personale delle Case, che interessa in particolare modo i sindaci di Beinasco, Cumiana, Pianezza e Vigone. A rassicurarli è il direttore La Valle: «Nessuno perderà il posto di lavoro» dice in conferenza stampa.

Il progetto: orari e prestazioni

Il progetto delle nuove Case prevede il rafforzamento dei servizi già attivi: ambulatori dei medici di medicina generale con aperture prolungate, presa in carico della cronicità, punto prelievi, attività infermieristiche e domiciliari, servizi amministrativi territoriali, integrazione con i servizi sociali, promozione degli stili di vita e, dove previsto, attività consultoriali e di psicologia delle cure primarie.

«I servizi che venivano assicurati nell’ASL TO3 erano molto innovativi e ora verranno integrati nel contesto del grande cambiamento della sanità territoriale – commenta l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi-. È ovvio che chi si era impegnato già in passato in questa direzione non potesse essere lasciato indietro”. L’assessore ha poi ribadito che entro la fine dell’anno saranno operative tutte le Case di Comunità del Piemonte.

«Siamo felici che l’esperienza delle Case della Salute non solo possa andare avanti, ma evolversi in un modello sempre più capillare e vicino al cittadino» commenta soddisfatto anche il sindaco di Beinasco Daniel Cannati.

PD: “A oggi non c’è alcun atto vincolante”

Non è convinta la consigliera del Partito Democratico Monica Canalis, che ricorda come, lo scorso novembre, l’ASL TO3 «minacciasse la chiusura entro l’anno delle quattro Case della Salute, che dal primo gennaio dovevano essere retrocesse a semplici Associazioni Funzionali di Territorio, come testimoniato dalla lettera di La Valle del mese di novembre». Poi è arrivata quella che, per Canalis, ha tutta l’aria di una retromarcia e l’annuncio della trasformazione in Case di Comunità Spoke.

«A oggi non c’è alcun atto formale, giuridicamente e finanziariamente vincolante» arringa la consigliera del PD. E, anche per quanto riguarda il futuro dei lavoratori sottolinea come non ci sia alcuna certezza giuridica del fatto che rimarranno in carico ai medici di medicina generale (quattro a Vigone, tre a Cumiana, sette a Beinasco e tre a Pianezza) e che potranno proseguire, non essendoci un legame contrattuale diretto con l’ASL.

L’intervento di Cirio

Dopo giorni di schermaglie e dubbi sollevati dalle fila del PD, per sedare gli animi è intervenuto sul tema anche il presidente della Regione Alberto Cirio. «Auspico una maggior collaborazione – ha detto il governatore -. I cambiamenti sulla sanità pubblica testimoniano che stiamo investendo. Non bisogna sempre suonare allarmi».

E ancora, nello specifico sulle Case della Salute: «Manteniamo sedi, orari e prestazioni, potenziando ambulatori, assistenza alla cronicità e integrazione sociosanitaria» ha ribadito Cirio, nel giorno dell’inaugurazione dell’ospedale di Comunità a Giaveno, il primo dell’ASL TO3.

Milano, nuova rete per emergenze oculistiche

Regione Lombardia lancia una sperimentazione per migliorare la gestione delle emergenze e urgenze oculistiche nella Città Metropolitana di Milano. Il modello mette in rete gli ospedali pubblici con oculistica, centralizzando i casi complessi al ASST Fatebenefratelli – Sacco e distribuendo le urgenze minori tra altre strutture, per garantire risposte rapide e percorsi chiari.

La rete coinvolge le principali strutture pubbliche con Unità Operativa di Oculistica, comprese le sedi DEA di II livello: Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, ASST Santi Paolo e Carlo, ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, ASST Melegnano Martesana, ASST Rhodense, ASST Nord Milano, ASST Ovest Milano e ASST Lodi.

Obiettivo è migliorare appropriatezza, integrazione tra strutture, formazione del personale e gestione efficiente delle urgenze oculistiche

Il modello organizzativo prevede la centralizzazione presso il Presidio Oftalmico dei casi complessi, con chirurgia maggiore e diagnostica avanzata h24, protocolli uniformi di triage per i pronto soccorso generali, percorsi ‘fast track’ per codici minori, telemedicina e teleconsulto tra specialisti, oltre a percorsi di formazione sul triage e chirurgia avanzata per medici e infermieri. L’obiettivo è garantire valutazioni rapide, maggiore integrazione tra professionisti e uso più efficiente delle risorse.

«Con questa sperimentazione – spiega Guido Bertolaso, assessore al Welfare di Regione Lombardia – introduciamo un modello organizzativo moderno e integrato che punta su appropriatezza, qualità e formazione continua. Centralizziamo i casi complessi, valorizziamo le competenze diffuse sul territorio e utilizziamo telemedicina e formazione avanzata per garantire ai cittadini risposte rapide, sicure e omogenee».

La ASST Fatebenefratelli – Sacco trasmetterà una relazione intermedia alla DG Welfare dopo sei mesi dall’avvio del progetto. Sulla base dei risultati, la Regione valuterà l’estensione della sperimentazione anche alle strutture private accreditate dell’area metropolitana.

Medicina di precisione e appropriatezza prescrittiva: AIFA pubblica il nuovo Position Paper

Nuovo Position Paper AIFA su medicina di precisione: dalla terapia “uguale per tutti” alle cure su misura. Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato il Position Paper “Medicina di precisione e appropriatezza della prescrizione farmacologica”, documento che individua le priorità per migliorare efficacia e sicurezza delle terapie, rafforzando al contempo la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

Il testo nasce dai lavori del Tavolo tecnico AIFA sulla prescrittomica, insediato a novembre 2024, che ha coinvolto esperti dell’Agenzia, Società scientifiche, Ordini professionali, Accademia, Istituti di ricerca e Associazioni di pazienti. Il punto di partenza è l’invecchiamento della popolazione: in Italia quasi il 24% dei cittadini ha più di 65 anni; tra questi, il 68% assume almeno cinque farmaci e il 28,5% dieci o più, con un rischio crescente di interazioni, eventi avversi e scarsa aderenza.

In questo scenario, sottolinea AIFA, «la prescrizione farmacologica non può più essere considerata un atto isolato, ma deve trasformarsi in una valutazione integrata del binomio “paziente-malattia”», capace di includere dati clinici, terapie concomitanti, fragilità e fattori biologici e comportamentali. Accanto alle evidenze degli studi clinici controllati, il Position Paper valorizza l’uso sistematico della Real-World Evidence per monitorare efficacia, sicurezza e appropriatezza nella pratica reale.

Prescrittomica, dati real world e tecnologie digitali per terapie più efficaci, sicure e sostenibili

Al centro del documento c’è la prescrittomica, definita come l’integrazione di dati clinici e informazioni multi-omiche, supportata da strumenti digitali e di intelligenza artificiale, per personalizzare scelte terapeutiche, dosaggi e monitoraggio. «Attuare la prescrittomica equivale a fornire strumenti concreti di miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva», si legge nel testo.

Tra le proposte operative figurano la ricognizione e riconciliazione farmacologica nei pazienti in politerapia, l’uso di software di supporto alle decisioni cliniche per l’analisi preventiva delle interazioni farmaco-farmaco, il ricorso alla farmacogenomica e al Therapeutic Drug Monitoring. L’adozione di algoritmi e sistemi di supporto decisionale, evidenzia AIFA, richiede standard condivisi di validazione, qualità e tracciabilità.

«La medicina di precisione non è un lusso per pochi»

«Non possiamo più accettare che la politerapia, spesso inevitabile negli anziani, diventi una fonte di rischio invece che di beneficio», afferma il presidente AIFA Robert Nisticò. «La medicina di precisione è lo strumento che ci consente di aumentare le probabilità di efficacia delle cure e ridurre gli effetti indesiderati». E ancora: «La tecnologia non sostituisce il medico, ma lo aiuta a decidere meglio».

Guardando al futuro, il Position Paper indica in intelligenza artificiale e bioinformatica leve strategiche per modelli predittivi a supporto della pratica clinica e della governance della spesa. Per rendere strutturale la medicina di precisione servono modelli organizzativi stabili, reti e centri dedicati, integrazione multidisciplinare, formazione dei professionisti e coinvolgimento attivo dei pazienti, assicurando equità di accesso e sostenibilità misurabile.

«La medicina di precisione non è un lusso per pochi», conclude Nisticò. «È un dovere etico e un investimento sul futuro del Servizio Sanitario Nazionale: curare meglio significa anche utilizzare meglio le risorse pubbliche».

Medici sotto pressione: perché in Europa si torna a parlare di professione usurante

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Turni notturni, carichi di lavoro crescenti, responsabilità cliniche sempre più complesse e una stanchezza che non riguarda solo i singoli professionisti ma l’intero sistema sanitario. In Europa si riaccende il dibattito sul riconoscimento del lavoro medico come professione usurante, un tema che negli ultimi anni è uscito dalle rivendicazioni di categoria per entrare nel confronto politico e istituzionale.

Se ne è discusso al Parlamento europeo di Bruxelles durante la conferenza “Doctors Under Strain – A European Debate on the Recognition of Medical Work as an Arduous Occupation”, dove organizzazioni mediche, sindacati e istituzioni hanno messo insieme dati ed esperienze provenienti da diversi Paesi. Il quadro che emerge è chiaro: la pressione sul personale sanitario non è una fase emergenziale legata alla pandemia, ma una condizione strutturale che rischia di mettere in crisi la tenuta dei sistemi sanitari e la sicurezza delle cure.

Dati e riflessioni dal recente evento organizzato dalla Federazione Europea dei Medici Salariati (FEMS) al Parlamento Ue

Non si tratta solo di orari lunghi o di carenza di personale. Il lavoro medico oggi significa convivere con stress continuo, esposizione a rischi fisici e psicologici, difficoltà a conciliare vita privata e professionale e crescente fatica nel mantenere motivazione e benessere lungo tutta la carriera. Circostanze che rendono sempre più difficile trattenere i professionisti e attrarre le nuove generazioni.

Da qui la richiesta, sempre più forte, di un riconoscimento formale del lavoro medico come attività usurante a livello europeo, accompagnato da misure concrete per riorganizzare tempi e condizioni di lavoro e garantire tutele nel lungo periodo.

Medici in Europa: una professione usurante senza riconoscimento

La professione medica in Europa è caratterizzata da un livello di stress e usura fisica e mentale che raramente trova riscontro in altri ambiti lavorativi, nondimeno in nessuno dei 14 Paesi membri della Federazione Europea dei Medici Salariati (European Federation of Salaried Doctors – FEMS) è formalmente riconosciuta come lavoro usurante. Secondo un recente Policy Paper dell’organizzazione, i medici affrontano quotidianamente turni notturni estenuanti, orari prolungati che superano ampiamente quelli contrattuali, elevata pressione emotiva e responsabilità uniche che rendono questa professione “una delle più gravose in assoluto”.

I dati scientifici raccolti nel documento dipingono un quadro allarmante: i medici di medicina d’emergenza hanno l’aspettativa di vita più bassa tra tutte le specializzazioni, con un’età media di morte di soli 58,7 anni. I turni, in particolare quello notturno, sono associati a disturbi del sonno, aumentato rischio cardiovascolare fino al 40%, sindrome metabolica e persino un maggior rischio oncologico. A questi si aggiungono rischi occupazionali specifici come l’esposizione a malattie infettive, agenti chimici, radiazioni ionizzanti e disturbi muscoloscheletrici dovuti alla gestione di pazienti.

Carenza di personale e turni massacranti riducono l’aspettativa di vita dei medici

Particolarmente preoccupante è il divario di longevità tra medici e popolazione generale, che si sta progressivamente riducendo. Il fenomeno è attribuibile non solo alle caratteristiche intrinseche della professione, ma anche al progressivo deterioramento delle condizioni lavorative causato dalla carenza di personale, dai tagli economici e dalla mancata applicazione delle normative europee sull’orario di lavoro, inadeguate per la professione medica.

A tutto questo si aggiunge il peso psicologico. I medici devono prendere decisioni critiche in situazioni di vita o morte, confrontarsi quotidianamente con la sofferenza e il lutto e sostenere un’elevata responsabilità legale che in alcuni Paesi, come l’Italia, può avere anche implicazioni penali. Soltanto Bulgaria e Romania prevedono forme limitate di pensionamento anticipato per medici in situazioni molto specifiche. In Italia esiste teoricamente una norma che consentirebbe ai medici turnisti notturni di accedere ad anzianità contributiva anticipata, ma di fatto non è mai stata applicata.

Ne parliamo a TrendSanità con Alessandra Spedicato, presidente FEMS.

Stipendi o status previdenziale: qual è il vero problema?

«Il tema del lavoro usurante, sebbene molto sentito dalla categoria, finora non era mai stato affrontato a livello europeo – spiega Spedicato. È sicuramente un percorso lungo ma il primo passaggio necessario è quello di accrescere la consapevolezza, da parte dei medici ma anche dei pazienti, sull’assenza di questa tutela che porterebbe benefici a medici e pazienti.

Alessandra Spedicato

Riconoscere la professione medica come usurante è un passaggio necessario per avere solide basi normative su cui impiantare soluzioni che proteggano la salute dei medici lungo tutto il percorso lavorativo e permettano un invecchiamento in salute sul posto di lavoro. Dunque l’approccio al problema non è quello di intervenire a posteriori ma tutt’altro, proporre tutele fin dall’inizio della carriera lavorativa».

Pensionamenti anticipati: rischio o opportunità?

«Il pensionamento anticipato è solo una possibile strategia tra quelle che la FEMS sta studiando per accompagnare il professionista medico lungo tutta la sua carriera – dichiara Spedicato. La carenza di medici è tale solo nelle specialità impegnative e rendere la professione più attrattiva, con soluzioni che devono essere implementate nella cornice di lavoro usurante, potrà richiamare le generazioni più giovani di medici e ridurre l’abbandono della professione. Adottare politiche che aiutino i medici a conciliare la salute personale e la soddisfazione professionale con il mestiere di cura potrebbe incidere sulle assenze per malattia (ricordiamo che in Europa è molto elevata la classe di medici over 55, con l’Italia al secondo posto) e sulla qualità delle cure erogate».

Competenze specialistiche e responsabilità decisionale

«Sono diversi i fattori che rendono la professione medica usurante e, sebbene i medici condividano con altri professionisti sanitari l’ambiente di lavoro e alcuni schemi orari, alcuni elementi distinguono il lavoro del medico – ribadisce la presidente FEMS. La responsabilità legata alla decisione delle scelte terapeutiche e all’atto della cura (immaginiamo i chirurghi) sono un unicum che le altre professioni sanitarie non presentano, e hanno un peso intellettuale ed emotivo senza precedenti. È necessario anche ricordare che i medici presentano competenze e abilità molto specialistiche, derivanti da un percorso di educazione e addestramento che non finisce mai e che richiede un costante impegno fisico e mentale».

Il nodo tra previdenza, stipendi e organizzazione del lavoro

«La crisi della professione medica è un fenomeno trasversale in Europa dunque necessariamente multi fattoriale – conclude Spedicato. Negli ultimi anni è cambiato il ruolo sociale del medico, i pazienti sono diventati più impegnativi, sia per l’allungamento della vita media che per una richiesta più pressante di salute a volte non legata ad aspettative realistiche.

Aumenti retributivi aiutano ma conta soprattutto riconoscere valore e sacrifici di una professione essenziale per la società

A questo si aggiunge una crisi finanziaria che ha ridotto, in modo diverso, i finanziamenti legati alla sanità pubblica trasformando il medico da fornitore di cura a fornitore di prestazioni che devono rispettare un budget. Questi processi hanno eroso l’autonomia professionale del medico.

Sicuramente remunerazioni più alte possono essere un incentivo a scegliere la professione ma il cambiamento principale deve essere quello di riconoscere il valore e gli sforzi di una professione unica ed essenziale per garantire la sopravvivenza della società».

Commissione europea: 225 milioni per vaccini antinfluenzali di nuova generazione

L’Unione europea stanzierà 225 milioni di euro per accelerare lo sviluppo di vaccini antinfluenzali di nuova generazione, in grado di offrire protezione contro una gamma più ampia di varianti influenzali e di adattarsi rapidamente in caso di insorgenza di un ceppo pandemico. Per la prima volta, la Commissione utilizzerà appalti pre-commerciali per accompagnare questi prodotti lungo il percorso delle sperimentazioni cliniche, garantendo il rispetto di rigorosi criteri di sicurezza, qualità ed efficacia e sostenendo al contempo innovazioni che potrebbero altrimenti arrestarsi senza un intervento pubblico.

I finanziamenti sosterranno vaccini progettati per essere più facili da somministrare attraverso patch nasali, orali o cutanee e per essere rapidamente potenziati in situazioni di emergenza.

Per la prima volta, la Commissione utilizzerà appalti pre-commerciali per accompagnare i prodotti innovativi nel percorso delle sperimentazioni cliniche

Hadja Lahbib, Commissaria per la Parità, la preparazione e la gestione delle crisi, ha dichiarato: «Con un investimento dell’UE di 225 milioni di euro, il più ingente mai destinato ad accelerare l’accesso a contromisure mediche innovative, stiamo portando avanti lo sviluppo di vaccini antinfluenzali di prossima generazione. L’innovazione è al centro della preparazione. Questi finanziamenti sbloccheranno tecnologie all’avanguardia, compresi metodi di somministrazione dei vaccini più accessibili e diversificati, garantendo che opzioni vaccinali efficaci raggiungano i gruppi scarsamente serviti e vulnerabili. Questo investimento rafforza inoltre l’ecosistema farmaceutico europeo, contribuendo alla sua competitività, e migliora la nostra resilienza alle future minacce per la salute.»

Attraverso il pieno sviluppo clinico di vaccini promettenti, l’UE intende ampliare la riserva disponibile mettendo a punto un numero maggiore di prodotti. In questo modo, nuove soluzioni potranno essere integrate più rapidamente nei programmi nazionali di vaccinazione, fornendo vaccini adeguati alle esigenze dei pazienti e consentendo ai paesi di rispondere in modo più rapido e coordinato quando i focolai si intensificano.

I contratti firmati avranno una durata di 98 mesi e riguarderanno lo sviluppo clinico fino all’autorizzazione all’immissione in commercio.

Arte e cura pediatrica: accordo triennale tra MAXXI e Bambino Gesù

La Fondazione MAXXI di Roma e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù hanno siglato una convenzione triennale per integrare arte e salute nei percorsi di cura pediatrica. L’obiettivo è migliorare la qualità della vita dei bambini ricoverati e delle loro famiglie, rafforzando i programmi di accoglienza attraverso attività culturali e artistiche.

L’intesa si fonda sui valori che caratterizzano entrambe le istituzioni: da un lato la missione dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, ispirata ai principi di cura e assistenza ai più piccoli e alla ricerca scientifica di alta specializzazione; dall’altro il ruolo della Fondazione MAXXI nella promozione dell’arte e dell’architettura contemporanee come strumenti di crescita culturale, educativa e sociale, in dialogo costante con il territorio e le comunità.

«Il nostro MAXXI è e sarà ogni giorno più accessibile, per tutti e per tutte le età. L’arte contemporanea può essere uno strumento importante di sostegno nel percorso verso la guarigione, un aiuto per i piccoli e le loro famiglie per attraversare i momenti di difficoltà e un canale per esprimere ed elaborare emozioni complesse. Siamo convinti che cultura e salute possano e debbano dialogare per generare un impatto positivo e duraturo sulla società», ha dichiarato Maria Emanuela Bruni, Presidente della Fondazione MAXXI.

Un’alleanza che riconosce il valore educativo e sociale del patrimonio culturale

«Siamo profondamente grati alla Fondazione MAXXI per questa opportunità, che arricchisce il percorso di cura dei nostri bambini con la forza delicata dell’arte. L’arte ha il potere di attenuare le paure, stimolare la creatività e offrire un rifugio emotivo nei momenti più difficili. Portare in ospedale laboratori di fotografia, arti visive e architettura significa creare uno spazio diverso, in cui i bambini possono esprimersi, divertirsi, sentirsi protagonisti, non solo pazienti e le loro famiglie vivere un momento di sollievo leggendo questo nei loro occhi. Insieme al MAXXI vogliamo costruire un ambiente di cura sempre più accogliente e umano, in cui cultura e salute camminano fianco a fianco per restituire ai bambini ciò che è più prezioso: la possibilità di sentirsi, semplicemente, bambini», ha aggiunto Tiziano Onesti, Presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.

La collaborazione è partita il 19 febbraio con i primi laboratori artistici in ospedale e prevede anche visite guidate gratuite al MAXXI per pazienti e caregiver, attività educative per famiglie e lo sviluppo futuro di progetti condivisi per l’umanizzazione degli ambienti di cura e l’accesso a finanziamenti pubblici e privati.