Le Case di Comunità entrano in una fase cruciale del loro percorso di sviluppo. Entro il 30 giugno, infatti, le Regioni saranno chiamate a rendicontare lo stato di avanzamento degli interventi previsti dal PNRR per il rafforzamento dell’assistenza territoriale, comprese le strutture introdotte dal DM 77/2022. Accanto agli aspetti infrastrutturali e ai target quantitativi richiesti a livello nazionale, resta aperta una questione decisiva: quanto è realmente integrata la risposta tra sistema sanitario e sistema sociale all’interno delle Case di Comunità?
Ora ambito sanitario e ambito sociale devono lavorare assieme per rispondere ai bisogni dei cittadini e delle comunità
Per contribuire a rispondere a questo interrogativo, ANCI Lombardia e l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS (con il Dipartimento di Politiche per la Salute) hanno promosso un percorso di ricerca che ha coinvolto oltre cento tra amministratori, professionisti, rappresentanti del terzo settore e cittadini attivi. Il lavoro si è concluso con la definizione di 13 proposte operativeper rafforzare l’integrazione socio-sanitaria e con l’avvio di una nuova fase dedicata alla costruzione di indicatori capaci di misurare non solo la presenza dei servizi, ma anche la qualità dei modelli organizzativi adottati nei territori.
La ricerca ANCI – Mario Negri
Il workshop “Proposte operative per sviluppare l’integrazione tra sociale e sanitario nelle Case della Comunità in Lombardia” ha concluso il percorso di studio delle differenti questioni portate avanti da sei laboratori focalizzati su differenti tematiche. L’obiettivo era offrire un supporto per migliorare e completare il funzionamento delle Case di Comunità lombarde, secondo i percorsi delineati da Decreto Ministeriale 77/2022. La normativa vuole riorganizzare l’assistenza sanitaria territoriale, puntando su prossimità, digitalizzazione e reti multidisciplinari per ridurre le disuguaglianze e la pressione ospedaliera.
La definizione degli indicatori
Alessandro Nobili
Conferma Alessandro Nobili, responsabile del Dipartimento Politiche per la Salute del Mario Negri IRCSS: «La ricerca ha approfondito l’aspetto del DM 77 dove veniva definito un ruolo chiave alla integrazione tra la parte sanitaria (per la Lombardia in capo alle ATS e ASST) e quella sociale (in capo ai Comuni e agli ambiti territoriali).
Il lavoro di oltre un centinaio di operatori attivi all’interno di queste realtà ha portato un contributo sostanziale e pragmatico ai temi in discussione. Dopo aver presentato il documento ai responsabili di Regione Lombardia, il prossimo passo sarà quello di costruire un sistema di indicatori che, per ognuna di queste proposte, ci permetta di fare una fotografia della situazione relativamente alle modalità di integrazione tra sociale e sanitario nelle case della comunità già attive in Lombardia».
«Nella prima fase dei lavori abbiamo presentato le proposte – prosegue Nobili – adesso dobbiamo capire a che punto sia la integrazione tra ambito sanitario e quello sociale. Dove ci sono situazioni virtuose e dove invece persistono ancora elementi di criticità. Bisogna fare in modo che queste nuove strutture non rimangano quello che erano i poliambulatori, dove erano preminenti gli aspetti sanitari e prestazionali. Ora ambito sanitario e ambito sociale devono lavorare assieme per rispondere ai bisogni dei cittadini e delle comunità. I contesti dove andranno a sorgere le Case di Comunità sono molto diversi, variano da un’area urbana a piccolo centro montano. Entro fine giugno vorremmo definire gli indicatori, presentarli e discuterli con i responsabili regionali».
Nella valutazione dei territori, ci sono, ricorda Nobili, alcune differenze. Regione e Agenas hanno lavorato sinora su dati strutturali e quantitativi, che monitorano e segnalano se un servizio c’è o non c’è. Le 13 proposte operative vogliono poter descrivere e monitorare anche gli aspetti qualitativi e organizzativi dei differenti modelli messi in atto nelle diverse case della comunità.
Non solo presenza dei servizi: servono indicatori per valutare qualità organizzativa e integrazione nelle Case di Comunità
È essenziale valorizzare il Punto Unico di Accesso (PUA) come porta di accesso integrata per servizi sanitari, sociali e socio-sanitari. Chiarisce Nobili: «Il nostro è un contributo che vuole essere complementare alle informazioni già fornite da Regione e Agenas. Abbiamo anche dato un’indicazione su come lavorare con le risorse esistenti sia di personale che dei servizi al momento disponibili. Si tratta di fare in modo di lavorare al meglio con le risorse ad oggi disponibili nei vari contesti».
Condizioni per l’integrazione
Per favorire una reale integrazione tra sanitario e sociale, il documento individua alcune azioni prioritarie. Tra queste, il rafforzamento della formazione delle équipe multidisciplinari delle Case di Comunità, affinché possano condividere esperienze, pratiche e strumenti di lavoro, sviluppando al tempo stesso una cultura della valutazione. Un altro passaggio fondamentale riguarda la definizione di procedure e strumenti condivisi per lo scambio delle informazioni essenziali sulle persone prese in carico, attraverso accordi tra Aziende Socio-Sanitarie Territoriali e Ambiti Territoriali Sociali.
Le proposte puntano inoltre a introdurre sistemi di monitoraggio basati su indicatori semplici e condivisi, in grado di valutare attività e risultati delle Case di Comunità. Allo stesso tempo, viene sottolineata l’importanza di costruire alleanze con altre realtà professionali e territoriali, favorendo una rete di collaborazioni stabile e orientata ai bisogni della comunità.
Un ruolo centrale è attribuito anche alla trasparenza, attraverso la diffusione di report pubblici, il coinvolgimento della cittadinanza e la pubblicazione accessibile dei dati sull’utilizzo dei servizi. L’obiettivo finale è valorizzare e mettere in connessione le risorse già presenti nei territori, accompagnando gradualmente i cambiamenti organizzativi necessari per consolidare il ruolo delle Case di Comunità come fulcro della rete locale dei servizi.
Il percorso è ancora in evoluzione, ma le indicazioni emerse dalla ricerca offrono una base concreta per orientarne lo sviluppo.
I reparti di medicina interna trattano oggi pazienti sempre più complessi, ma continuano a essere regolati da standard organizzativi e assistenziali definiti quasi quarant’anni fa. È il messaggio lanciato da SIMI (Società Italiana di Medicina Interna) e FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti) durante il Meeting Nazionale “La Terapia Semintensiva in Medicina Interna. Appropriatezza clinico-organizzativa, efficienza gestionale e sicurezza del paziente”, che si è svolto a Bologna con il coinvolgimento di SIMEU, ACEMC e dell’Università di Bologna.
Al centro del confronto, la richiesta di riformare i criteri di accreditamento dei reparti di medicina interna e riconoscere ufficialmente le terapie semintensive all’interno delle unità operative, adeguando l’organizzazione ospedaliera all’evoluzione dei bisogni assistenziali.
Norme ferme al 1988, ma i pazienti sono sempre più complessi
Secondo le società scientifiche, i requisiti di personale medico e infermieristico dei reparti di medicina interna sono ancora regolati da decreti ministeriali del 1988 che classificano queste strutture come reparti a bassa intensità di cura.
Il 60% dei pazienti ricoverati in medicina interna presenta bisogni assistenziali medio-alti
«Negli anni ’80 del secolo scorso il mondo era completamente diverso, i pazienti non erano così complessi né acuti e non avevano i bisogni assistenziali odierni», ha dichiarato il presidente SIMI, Nicola Montano.
«Oggi la realtà è radicalmente mutata: uno studio congiunto SIMI-FADOI pubblicato nel 2025 dimostra che ben il 60% dei degenti presenta un’intensità di cura medio-alta (analisi svolta sui pazienti ricoverati nei reparti lombardi). Gestiamo malati estremamente complessi che spesso si complicano proprio durante la degenza, manifestando patologie acute come edemi polmonari, insufficienze respiratorie, sepsi importanti o shock settici. Per questo motivo i reparti di Medicina Interna hanno l’assoluta necessità di avere al proprio interno strutture di terapia semintensiva: letti dotati di un livello di monitoraggio più elevato e di un maggior numero personale specializzato».
Un riconoscimento ancora disomogeneo sul territorio
Attualmente le terapie semintensive internistiche sono presenti in alcune realtà regionali, ma il loro riconoscimento avviene in modo non uniforme e senza una programmazione nazionale strutturata.
Le società scientifiche sottolineano che la richiesta non riguarda un’immediata attivazione generalizzata dei posti letto, ma il riconoscimento normativo e organizzativo della possibilità di sviluppare questi modelli assistenziali nei reparti di medicina interna.
Da Bologna parte un dossier da presentare ad AGENAS e Ministero della Salute
«Siamo consapevoli delle attuali difficoltà gestionali delle aziende sanitarie, legate in primis alla carenza e al difficile reperimento di personale infermieristico, che renderebbero impossibile un’attivazione immediata e di massa di questi letti in tutti i reparti d’Italia. La richiesta formale e immediata alle istituzioni è però quella di ottenere prima di tutto il diritto e il riconoscimento giuridico della possibilità di averle», ha aggiunto Montano.
Un dossier per AGENAS e Ministero della Salute
Dal meeting di Bologna prende avvio un’azione istituzionale congiunta che coinvolge internisti e medici dell’emergenza-urgenza. L’obiettivo è la realizzazione di un documento sullo stato dell’arte delle terapie semintensive internistiche e delle medicine d’urgenza da presentare ad AGENAS e al Ministero della Salute.
La proposta mira a ottenere il riconoscimento strutturale di queste unità all’interno del Servizio sanitario nazionale e ad aggiornare standard e criteri organizzativi alla luce dell’attuale complessità clinica dei pazienti ricoverati.
Formazione e nuove competenze per l’internista del XXI secolo
Durante il congresso è stata inoltre evidenziata l’evoluzione del ruolo dell’internista, sempre più orientato alla gestione del paziente critico e complesso. Il dibattito ha affrontato il tema delle competenze essenziali per operare in contesti ad alta intensità assistenziale, dalla ventilazione non invasiva al monitoraggio emodinamico, dall’ecografia bedside POCUS alla gestione delle emergenze cardio-respiratorie.
Servono standard formativi e risorse adeguati alla crescente complessità clinica
Le società scientifiche chiedono che l’aggiornamento dei criteri di accreditamento sia accompagnato da adeguati standard formativi e da risorse coerenti con la complessità assistenziale oggi richiesta ai reparti di medicina interna.
L’iniziativa, ospitata presso la Sala del Gonfalone di Palazzo Pirelli, ha rappresentato il primo appuntamento di un percorso che proseguirà nei prossimi mesi a Napoli e Roma e che porterà alla definizione di proposte organizzative da sottoporre al dibattito nazionale sulla riforma dell’assistenza territoriale.
Case di Comunità ancora poco operative
Secondo i risultati dell’indagine presentata durante l’incontro, il modello di presa in carico territoriale previsto dal DM 77 fatica ancora a tradursi in una rete assistenziale diffusa e strutturata.
«Nelle Regioni del Nord si procede ancora con lentezza nel porre a regime quell’assistenza basata sui centri territoriali, in cui sia presente una équipe multidisciplinare necessaria ad affrontare la presa in carico e la gestione quotidiana dei percorsi di cura dei pazienti affetti da Malattie rare neuromuscolari», ha dichiarato Massimo Caruso, coordinatore scientifico dell’indagine.
Il luogo naturale per la gestione quotidiana dei percorsi di cura dovrebbero essere le Case di Comunità, che però sono ancora poco sviluppate
Caruso ha sottolineato come il luogo naturale per la gestione quotidiana dei percorsi di cura dovrebbe essere rappresentato dalle Case di Comunità, ma che l’attuale livello di sviluppo delle strutture territoriali risulta ancora insufficiente.
«Oggi, nelle Regioni settentrionali, anche se sono stati superati i target intermedi, meno del 3% delle strutture attive garantisce contemporaneamente la presenza medica h24, l’assistenza infermieristica per 12 ore e i servizi diagnostici».
Assistenza integrata e telemedicina ancora limitate
Secondo quanto emerso dal confronto, la mancata piena operatività delle Case di Comunità rende più difficile la costruzione di percorsi assistenziali realmente integrati, basati sulla collaborazione tra neurologi, fisiatri, pneumologi, psicologi e professionisti del territorio.
La mancata piena operatività delle Case di Comunità rende più difficile la costruzione di percorsi assistenziali realmente integrati e supportati dalla telemedicina
«La mancata messa a regime delle Case di comunità non consente ancora un’appropriata presa in carico del paziente con Malattie rare neuromuscolari, che sia integrata nei team multidisciplinari», ha osservato Caruso, evidenziando anche le difficoltà nell’attivazione tempestiva dell’assistenza domiciliare integrata e nell’utilizzo di strumenti di telemedicina, telemonitoraggio e teleconsulto.
L’assenza di una rete territoriale consolidata continua inoltre a spingere molti pazienti a fare riferimento quasi esclusivamente ai centri specialistici regionali, spesso lontani dal luogo di residenza.
Il ruolo delle associazioni e le difficoltà per le famiglie
Durante l’incontro è stato evidenziato come gran parte del supporto alle persone con malattie rare neuromuscolari continui a poggiare sull’attività dei centri specialistici e delle associazioni di pazienti.
«Il sistema assistenziale per i pazienti affetti da Malattie rare neuromuscolari si regge, di fatto, per la tenace attività delle associazioni pazienti e dei centri specializzati afferenti alle Reti regionali delle Malattie rare neuromuscolari», ha affermato Caruso.
Secondo l’Osservatorio, gli attuali strumenti di sostegno economico non risultano sempre adeguati a coprire le spese delle famiglie
Tra le criticità segnalate figurano anche i costi sostenuti dalle famiglie per assistenza, riabilitazione, adattamenti domestici, ausili e trasporti. Secondo l’Osservatorio, gli attuali strumenti di sostegno economico non risultano sempre adeguati a coprire tali spese.
«Gli aiuti economici delle istituzioni nazionali e regionali non riescono a coprire adeguatamente le spese e non di rado le stesse associazioni devono sostenere i propri associati, evitando, cosa che accade non di rado, che si rinunci alle cure», ha concluso Caruso.
Verso proposte per la riforma dell’assistenza territoriale
L’incontro di Milano rappresenta il primo tassello di un percorso di confronto che coinvolgerà anche le Regioni del Centro e del Sud Italia. Al termine del ciclo di appuntamenti sarà elaborato un documento contenente proposte di miglioramento dei modelli organizzativi e assistenziali per le persone con malattie rare neuromuscolari, con l’obiettivo di contribuire al dibattito sulla futura legge delega dedicata all’assistenza territoriale.
Oltre 37 miliardi di euro spesi in farmaci in un solo anno, +2,8% rispetto al 2023. È il conto che l’Italia ha pagato nel 2024 per curarsi, e racconta molto di come funziona il nostro sistema sanitario. A fotografarlo con precisione è il Rapporto OsMed 2024 dell’Agenzia Italiana del Farmaco, 845 pagine di dati che ogni anno restituiscono uno spaccato impietoso delle disparità regionali, delle sfide poste dalle nuove terapie e delle contraddizioni di un sistema che riesce a coprire quasi tutto, ma non sempre per tutti allo stesso modo.
È però la componente pubblica a trainare la crescita: 26,8 miliardi di euro, pari al 72% della spesa complessiva, con un incremento del 7,7% rispetto all’anno precedente. La spesa privata dei cittadini, al contrario, si è contratta del 4,6%, scendendo a 10,2 miliardi. Un dato che si presta a letture opposte: maggiore copertura pubblica o crescente rinuncia alle cure? Il divario tra Nord e Sud rimane uno dei nodi irrisolti del sistema. La Campania registra la spesa lorda pro capite più alta d’Italia per i farmaci rimborsati dal SSN. Un gap che riflette non solo differenze epidemiologiche, ma anche profonde disomogeneità nell’organizzazione sanitaria regionale.
La crescita della spesa farmaceutica pubblica è trainata dall’aumento delle terapie innovative e dei farmaci ad alto costo
Sul fronte delle terapie innovative, la spesa farmaceutica per le terapie avanzate come le CAR-T e le terapie geniche ha registrato un balzo del 60,2% rispetto all’anno precedente, arrivando a 194,5 milioni di euro nel 2024, a fronte di 1.016 confezioni erogate (da 14 nel 2019). I farmaci orfani per malattie rare hanno superato i 2,36 miliardi di euro di spesa, con un aumento del 5,9%.
Tra i dati che più attirano l’attenzione c’è l’aumento della prescrizione di psicofarmaci in età pediatrica come gli antipsicotici che hanno fatto registrare un incremento dell’8,6% rispetto al 2023, mentre i farmaci per l’ADHD sono in crescita costante. I farmaci per il sistema nervoso centrale si collocano al quarto posto tra le categorie più prescritte nella popolazione pediatrica.
L’Italia si distingue positivamente nel panorama europeo per l’uso dei biosimilari, con una penetrazione del 72,2% (quasi il doppio della media europea del 45,8%) mentre resta indietro sull’utilizzo dei farmaci equivalenti chimici, complice un sistema normativo che lascia al paziente la scelta tra il generico (gratuito) e il farmaco originatore a brevetto scaduto (a pagamento), con un onere a carico dei cittadini che supera il miliardo e mezzo di euro l’anno.
Di tutto questo abbiamo parlato a TrendSanità con il Direttore Tecnico-Scientifico dell’AIFA, Pierluigi Russo, che coordina il gruppo di lavoro del Rapporto OsMed.
L’aumento della spesa farmaceutica di oltre il 7% e il superamento del tetto di finanziamento programmato sono sostenibili nel lungo periodo? Indicano forse che i tetti non rispecchiano la domanda terapeutica reale?
Pierluigi Russo
«Il mancato rispetto del tetto della spesa per acquisti diretti è diventato strutturale. Tutte le regioni non rispettano il tetto degli acquisti diretti ormai da quasi una decina d’anni, quindi non è una novità di quest’anno. In quest’arco di tempo diversi governi hanno incrementato il livello del tetto e anche quello dello stanziamento per il fondo farmaci innovativi, che in genere serve da contenimento anche della crescita della spesa per acquisti diretti. Dentro questo capitolo di spesa rientrano non solo i farmaci innovativi, ma anche altri medicinali prioritari nella tutela della salute, per il trattamento di patologie oncologiche, di malattie rare. Il Servizio Sanitario Nazionale, pubblico, consente comunque delle economie di scala anche nella gestione di farmaci ad alto costo. La crescita registrata è quindi assolutamente in linea con la media dei Paesi europei».
A proposito di farmaci ad alto costo, la spesa per le terapie avanzate, come le CAR-T e le terapie geniche, è aumentata significativamente. Stanno cambiando i criteri di rimborsabilità?
«Le terapie avanzate che producono effetti sul paziente tali da rappresentare un’innovazione terapeutica entrano all’interno di un meccanismo di rimborso legato alla copertura tramite il fondo farmaci innovativi. Non tutte le terapie avanzate accedono necessariamente al Fondo per i Farmaci Innovativi. Occorre infatti il requisito dell’innovatività terapeutica, uno degli aspetti valutati dalla Commissione Scientifica Economica, che su questo esprime pareri obbligatori e vincolanti anche per la stessa Agenzia.
Le differenze regionali nella spesa riflettono non solo i bisogni di salute, ma anche l’organizzazione sanitaria
La crescita della spesa per le terapie avanzate è abbastanza normale, perché negli ultimi anni ne sono arrivate diverse. Il nostro sistema ha però dimostrato la sua efficienza, sia per effetti che derivano da accordi economici particolari sottoscritti con le aziende titolari di questi medicinali – il più delle volte basati sul raggiungimento dell’esito – sia grazie alla gestione di queste terapie attraverso i registri di monitoraggio, che profilano in maniera molto selettiva i pazienti che possono essere trattati. Il rischio di inappropriatezza è sicuramente marginale».
Il rapporto evidenzia un aumento della spesa per psicofarmaci come antidepressivi e antipsicotici in età pediatrica e adolescenziale con un incremento dei consumi in termini sia di prescrizioni (+6,9%) che della spesa pro capite (+5,2%). Come si spiega questo dato?
«L’Agenzia rileva i consumi e in alcune circostanze possiamo anche dedurre una motivazione. In altri casi molto è legato alle scelte prescrittive dei medici, comprese le indicazioni che ricevono a livello regionale. Ci possono essere diversi fattori, come ad esempio il crescente uso di trattamenti per il disturbo da deficit dell’attenzione, la ADHD. Altre motivazioni sono riconducibili a una maggiore presa in carico da parte della medicina generale sul territorio di problematiche in questo ambito proprio in età pediatrica».
L’Italia è tra i primi Paesi in Europa per consumo di biosimilari, ma è ancora indietro sui farmaci equivalenti. Come si spiega questa disparità?
«L’Italia è sicuramente un’eccellenza in ambito europeo per la penetrazione nell’uso dei biosimilari, al primo posto nell’incidenza della spesa (59,8%) e del consumo (72,2%), rispetto a una media europea del 45,8% per la spesa e di 36,5% per i consumi. Nello specifico dei farmaci equivalenti, in realtà abbiamo un uso di farmaci a brevetto scaduto che è assolutamente significativo in Italia (74,7% per spesa e 87,5% per consumi). Il punto è che la nostra regolamentazione consente di utilizzare anche il medicinale ex originator a brevetto scaduto, pagando una quota di compartecipazione a carico del cittadino rispetto al generico, il cosiddetto farmaco equivalente, che ordinariamente ha un prezzo sostanzialmente analogo al prezzo di riferimento rimborsato dal SSN.
L’Italia guida l’Europa nell’uso dei biosimilari, ma resta elevata la spesa privata per i farmaci di marca
Gli italiani poi sono particolarmente affezionati alle marche e ciò comporta un aggravio di compartecipazione a carico del cittadino che arriva a oltre un miliardo e mezzo e non è poco. Tale preferenza tende a concentrarsi soprattutto nelle regioni del Sud, in cui entrano in gioco probabilmente diversi fattori sociali e di informazione. L’Agenzia sta valutando di attivare una campagna di informazione diretta ai cittadini proprio per cercare di chiarire questi aspetti, anche in un momento complicato dal punto di vista economico come quello attuale».
Il rapporto evidenzia un divario rilevante nella spesa pro capite tra regioni: la Campania spende oltre il 64% in più rispetto alla provincia autonoma di Bolzano. Quali sono le cause?
«La variabilità regionale dei consumi farmaceutici, e quindi di conseguenza della spesa, è insita in quella che potrebbe essere anche una variabilità di tipo epidemiologico delle patologie. In realtà, è anche una proxy di quelle che sono le differenze nell’organizzazione sanitaria tra le regioni. Poi ci possono essere anche fattori specifici. È chiaro, infatti, che l’acquisto di medicinali ad alto costo in una regione con molte strutture ospedaliere di eccellenza è fisiologicamente più alto rispetto a regioni dove ce ne sono di meno. Un peso significativo assumono poi le attività di controllo condotte a livello regionale e aziendale sulla prescrizione dei medicinali. Su questo l’Agenzia sta lavorando in questi ultimi mesi, in collaborazione con le regioni, anche attraverso il tavolo di coordinamento tecnico AIFA-Regioni, nell’ambito del quale abbiamo chiesto alle regioni quali sono le misure di contenimento che stanno ponendo in essere. Stiamo conducendo anche una ricognizione per capire quali sono le modalità di organizzazione che ogni singola regione ha su questo tema, perché il contesto è molto disomogeneo e i fattori di disomogeneità possono incidere in maniera rilevante sull’andamento della spesa farmaceutica a livello nazionale».
La spesa farmaceutica pubblica cresce, mentre quella privata dei cittadini si contrae di oltre il 4%. È il segnale di una maggiore copertura del SSN o di una rinuncia alle cure per difficoltà economiche?
«Il livello di copertura pubblica della spesa farmaceutica in Italia è molto elevato, di gran lunga superiore a quello di altre nazioni, soprattutto per i farmaci ad alto costo. Ciò emerge anche in maniera abbastanza chiara dall’ultimo rapporto OCSE sull’Italia, dove il nostro Paese ha la quota più alta tra i Paesi OCSE di spesa pubblica per coprire i farmaci ospedalieri. Tra le voci all’interno della nostra spesa ospedaliera non ricadono soltanto i farmaci consumati esclusivamente all’interno degli ospedali, come gli innovativi oncologici e le terapie avanzate, ma anche molti farmaci, abbastanza costosi, utilizzati per trattamenti cronici.
La spesa farmaceutica ospedaliera comprende non solo gli innovativi, ma anche molti trattamenti cronici ad alto costo
L’Agenzia negli ultimi anni ha fatto molta attenzione a verificare la ricaduta che le decisioni regolatorie dell’AIFA possono avere sul prolungamento delle liste d’attesa, cercando per quanto possibile di eliminare elementi di regolazione che potevano comportare esattamente questo».
Qual è l’obiettivo del Rapporto?
«L’obiettivo del Rapporto OsMed è duplice. Da un lato è principalmente un documento tecnico che dà informazioni a operatori sanitari e tecnici a livello regionale, che utilizzano questi dati per capire qual è l’andamento dell’uso dei medicinali e in quale direzione migliorare l’appropriatezza. In quest’ottica la pubblicazione assume quindi una finalità di supporto alla programmazione e alle attività di controllo sulle prescrizioni. Dall’altro lato l’OsMed fornisce elementi di interesse che possono essere utili anche al cittadino per una panoramica sull’assistenza farmaceutica nel nostro Paese».
In Italia mancano almeno 497 pediatri di libera scelta e quasi l’80% delle carenze si concentra in tre grandi Regioni del Nord: Lombardia, Piemonte e Veneto. A evidenziarlo è un’analisi della Fondazione GIMBE, che richiama l’attenzione sulle difficoltà di accesso all’assistenza pediatrica in diverse aree del Paese e sulle incertezze legate al ricambio generazionale della categoria.
Secondo i dati analizzati da GIMBE, al 1° gennaio 2025 risultavano attivi 6.284 pediatri di libera scelta, a fronte di quasi 5,8 milioni di assistiti. La media nazionale è di 917 assistiti per pediatra, ma in alcune Regioni si supera il massimale di 1.000 previsto dall’Accordo collettivo nazionale: Piemonte (1.126 assistiti per pediatra), Provincia autonoma di Bolzano (1.114) e Veneto (1.018).
Quasi l’80% delle carenze si concentra in Lombardia, Piemonte e Veneto
«Con questi livelli di saturazione il principio della libera scelta rimane solo sulla carta: in molte aree del Paese trovare un pediatra disponibile sta diventando sempre più difficile, se non impossibile», afferma il presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta.
Carenze concentrate nel Nord Italia
La stima della Fondazione, elaborata utilizzando il rapporto ottimale di un pediatra ogni 850 assistiti previsto dal nuovo Accordo collettivo nazionale, individua una carenza complessiva di 497 professionisti. Lombardia (186 pediatri mancanti), Piemonte (109) e Veneto (96) rappresentano da sole il 78,7% del fabbisogno nazionale.
Secondo GIMBE, il dato regionale rischia inoltre di sottostimare le difficoltà presenti a livello locale, soprattutto nelle aree interne, montane e a bassa densità abitativa, ma sempre più spesso anche nei grandi centri urbani.
Meno pediatri, nonostante il calo delle nascite
L’analisi evidenzia come il progressivo calo della natalità non abbia risolto il problema della disponibilità dei pediatri di famiglia. Tra il 2019 e il 2025 il numero dei professionisti in attività è diminuito del 15%, passando da 7.373 a 6.284 unità.
Il progressivo calo della natalità non ha risolto il problema della disponibilità dei pediatri di famiglia
«La riduzione dei pediatri di famiglia supera ampiamente gli effetti del calo delle nascite e dimostra che il problema non può essere spiegato solo dalla dinamica demografica», osserva Cartabellotta.
A incidere è anche la difficoltà di accesso ai medici di medicina generale: molti ragazzi continuano infatti a rimanere in carico ai pediatri oltre i primi anni di vita, contribuendo ad aumentare il numero di assistiti nella fascia 6-13 anni.
Oltre 1.500 pensionamenti entro il 2029
Un ulteriore elemento di criticità riguarda il ricambio generazionale. Secondo i dati della Federazione italiana medici pediatri (FIMP), tra il 2025 e il 2029 andranno in pensione 1.547 pediatri di libera scelta.
Negli ultimi anni il numero delle borse di specializzazione in pediatria è aumentato in modo significativo, ma resta incerto quanti specialisti sceglieranno la pediatria di famiglia anziché la carriera ospedaliera.
«Non possiamo sapere se le nuove leve saranno sufficienti a garantire un ricambio generazionale adeguato e omogeneo tra le Regioni, né a colmare le carenze già oggi presenti», sottolinea Cartabellotta.
La riforma e l’ipotesi dell’assistenza fino a 18 anni
L’analisi di GIMBE si sofferma infine sulla bozza di riordino dell’assistenza primaria, che prevede un maggiore coinvolgimento dei pediatri nelle Case della Comunità e l’estensione dell’assistenza pediatrica fino ai 18 anni.
Secondo la Fondazione, mantenendo l’attuale rapporto ottimale di un pediatra ogni 850 assistiti, sarebbero necessari oltre 3.500 pediatri aggiuntivi per garantire la presa in carico dell’intera popolazione tra 0 e 18 anni, oltre ai circa 500 professionisti già oggi mancanti.
«L’ipotesi di estendere l’assistenza pediatrica fino alla maggiore età senza modificare il rapporto ottimale e il massimale di assistiti non è realistica», conclude Cartabellotta. Per GIMBE, la riforma dell’assistenza territoriale dovrà essere accompagnata da una programmazione più accurata del fabbisogno professionale, da strumenti in grado di favorire il ricambio generazionale e da modelli organizzativi capaci di garantire una presenza capillare dei pediatri sul territorio.
Atteso da tempo dalle associazioni e dagli operatori del settore, il Terzo Piano di Azione per la promozione dei diritti e l’inclusione delle persone con disabilità è diventato ufficialmente operativo. Il 21 maggio 2026 il provvedimento è stato pubblicato nel Supplemento ordinario n. 21 della Gazzetta Ufficiale n. 116, in allegato al Decreto del Presidente della Repubblica che ne formalizza l’adozione.
Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il Piano è diventato ufficialmente operativo
Si tratta di un passaggio decisivo, che va oltre la semplice approvazione preliminare avvenuta nei mesi precedenti. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il Piano acquista piena efficacia normativa e introduce impegni concreti e verificabili. I soggetti individuati come responsabili delle diverse azioni dovranno, infatti, presentare entro sei mesi un cronoprogramma dettagliato delle attività previste e successivamente rendicontare ogni anno lo stato di avanzamento degli interventi. Inizia così la fase attuativa della riforma, quella destinata a tradurre gli obiettivi in risultati misurabili.
Il Piano è il risultato del lavoro dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità (OND) e si sviluppa attraverso sette aree strategiche e 53 linee di azione. Per ciascun intervento si definiscono il contesto di riferimento, gli obiettivi da raggiungere, le priorità operative, gli indicatori per monitorare i risultati e i soggetti chiamati a garantirne l’attuazione.
Il quadro normativo di riferimento
Il Piano si inserisce in un percorso normativo che affonda le radici nella Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, adottata nel 2006 e ratificata dall’Italia nel 2009, che ha segnato il passaggio da una visione medica della disabilità a una prospettiva fondata sui diritti umani. A questa si affiancano la Strategia dell’UE per i diritti delle persone con disabilità 2021-2030 (che interessa circa 87 milioni di persone nell’Unione Europea) e la Carta di Solfagnano, adottata nell’ottobre 2024 durante il primo incontro dei Ministri del G7 dedicato alla disabilità, che ha posto l’inclusione al centro dell’agenda politica delle principali potenze economiche mondiali.
Il piano si sviluppa attraverso sette aree strategiche e 53 linee di azione
Sul piano nazionale, il riferimento cardine è la legge delega 22 dicembre 2021, n. 227, attuata attraverso tre decreti legislativi: il 222/2023 sulla riqualificazione dei servizi pubblici per l’accessibilità, il 20/2024 che istituisce l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e il 62/2024, che introduce la nuova definizione di disabilità basata sul modello bio-psico-sociale e il “progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato” come strumento centrale della riforma.
Le sette linee di intervento
Il Piano si struttura in sette ambiti strategici, ciascuno articolato in specifiche linee di azione. La prima linea di intervento riguarda l’accessibilità universale e conta 15 linee di azione. Tra le misure più concrete: l’obbligo per i Comuni di dotarsi del Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA) (oggi adottato da appena il 10% dei Comuni italiani) e l’istituzione di un registro elettronico nazionale. Si interviene anche sull’accessibilità al patrimonio culturale, sui programmi radiotelevisivi e cinematografici (con l’obbligo di audiodescrizioni e sottotitolazioni), sugli spettacoli dal vivo, sul trasporto pubblico intermodale e sulla Carta europea della disabilità. Una misura specifica riguarda il CUDE (il Contrassegno Unificato Disabili Europeo) per il quale si prevede una piattaforma nazionale centralizzata e criteri uniformi per il rilascio, oggi applicati in modo disomogeneo sul territorio.
Tra le misure più concrete l’obbligo per i Comuni di dotarsi del Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA)
La seconda linea di intervento
È dedicata a salute e benessere, punta a garantire alle persone con disabilità l’accesso agli stessi programmi di prevenzione e screening oncologici disponibili per la popolazione generale, con particolare attenzione alle donne. Prevede inoltre l’introduzione di corsi obbligatori sulla disabilità nei percorsi di laurea in medicina e nelle scuole di specializzazione in psichiatria, e la costruzione di una rete nazionale di strutture ospedaliere e territoriali per l’assistenza medica dedicata. Un’apposita linea di azione è riservata alle tecnologie assistive e all’intelligenza artificiale, con la richiesta alla Commissione nazionale LEA di includerle nel Nomenclatore tariffario delle prestazioni sanitarie protesiche.
La terza e quarta linea
La terza linea affronta l’inclusione lavorativa con 10 misure. Al centro c’è la revisione della legge 68/99 sul collocamento mirato, insieme al potenziamento dei Centri per l’impiego, alla promozione degli accomodamenti ragionevoli come diritto soggettivo del lavoratore e alla tutela del lavoro agile. Si interviene anche sul sistema previdenziale (con la ridefinizione dei requisiti per l’accesso alla pensione in relazione all’aspettativa di vita delle persone con disabilità) e sull’autoimprenditorialità, con misure per rimuovere gli ostacoli all’accesso al credito e alle professioni.
Ogni linea del Terzo Piano di Azione prevede obiettivi misurabili, priorità operative e responsabilità chiaramente assegnate
La quartariguarda istruzione, università e formazione. Tra le misure più rilevanti: l’introduzione di un meccanismo di conciliazione per risolvere in via extragiudiziale i conflitti tra famiglie e scuole sulle ore di sostegno (oggi il contenzioso coinvolge circa il 6% dei casi), il miglioramento della continuità didattica con contratti biennali per i docenti di sostegno e l’estensione all’università del concetto di Bisogni Educativi Speciali. Si prevede inoltre l’istituzione di Scuole di specializzazione per il sostegno didattico presso gli atenei già autorizzati.
La quinta linea
È dedicata al progetto di vita, il cuore della riforma introdotta dal d.lgs. 62/2024, e comprende 16 linee di azione, la più numerosa del Piano. Sono definiti indirizzi nazionali per la valutazione multidimensionale, affrontati i temi dell’abitare indipendente, della genitorialità, dell’affettività, dei diritti politici e della partecipazione al volontariato e al Servizio Civile Universale. Una linea specifica è dedicata al contrasto della violenza contro le donne con disabilità, con la previsione di linee guida nazionali per l’accessibilità dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio e il potenziamento del numero 1522 con strumenti accessibili come la LIS e la Comunicazione Aumentativa Alternativa.
La sesta e settima linea
Questa riguarda la sicurezza inclusiva e la cooperazione internazionale. Prevede l’istituzione di un tavolo permanente integrato sulla protezione civile inclusiva, coordinato dalla Presidenza del Consiglio, per garantire che le persone con disabilità siano adeguatamente tutelate in caso di calamità naturali o emergenze umanitarie, e il rafforzamento della presenza istituzionale dell’Italia nelle sedi europee e internazionali sul tema.
La settima costruisce i sistemi di monitoraggio, con l’obiettivo di colmare le significative lacune informative oggi esistenti. Si prevede l’istituzione di una cabina di regia nazionale per un Sistema Informativo Unitario sulla condizione di disabilità, il potenziamento della piattaforma statistica ISTAT e un monitoraggio sistematico sia del Piano stesso sia dell’attuazione della Convenzione ONU, affidato all’Autorità Garante e all’OND.
Un Piano che ora deve diventare realtà
Il Terzo Piano di Azione non è un documento programmatico generico, ogni linea d’azione identifica obiettivi misurabili, azioni prioritarie e soggetti istituzionali responsabili, dai ministeri alle regioni, dall’ANCI all’INPS. Il modello di governance prevede che entro sei mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale ciascun soggetto responsabile presenti un cronoprogramma, e che ogni anno produca un report sull’avanzamento da presentare all’OND. Resta aperta la questione delle risorse: il documento specifica che le azioni dovranno essere realizzate nell’ambito delle risorse già previste a legislazione vigente, ricorrendo a interventi compensativi solo se strettamente necessario. Una clausola che, come spesso accade in questi documenti, rischia di trasformarsi nell’ostacolo principale all’attuazione concreta di quanto previsto.
L’opinione di CONFAD
Intervistato da TrendSanità, Alessandro Chiarini, presidente CONFAD (Coordinamento Nazionale Famiglie con Disabilità) spiega che il Piano, pur presentandosi come innovativo, ripropone logiche già viste in passato e purtroppo poco efficaci: «Non si presenta come un vero e proprio strumento operativo, perché rinvia a nuovi tavoli e nuove linee guida invece di produrre cambiamenti concreti.
L’elemento principale è l’assenza di risorse aggiuntive: il Piano pretende di attuare la riforma con mezzi già esistenti, rendendo così difficile un reale rafforzamento dei diritti
Alessandro Chiarini
Nel testo sussiste l’uso di verbi deboli come “promuovere” e “favorire”, a fronte di una mancata assunzione di obblighi più incisivi per le pubbliche amministrazioni. Il sistema di monitoraggio viene giudicato fragile, perché misura soprattutto adempimenti formali e non risultati concreti nella vita delle persone. Mancano, infatti, indicatori numerici chiari e dati di base solidi, così il controllo rischia di restare solo burocratico.
È debole l’approfondimento del tema relativo alla transizione dei giovani con disabilità verso l’età adulta, con servizi ponte e percorsi di accompagnamento. Un altro limite riguarda il lavoro e l’inclusione nella pubblica amministrazione, dove il Piano pare ignorare inadempienze e strumenti di controllo già previsti dalla normativa. È inoltre segnalato il mancato coinvolgimento dei LEPS, con il rischio di mantenere disparità territoriali.
In sintesi, considero il Piano elegante nella forma ma forse debole nella sostanza, temo che purtroppo sia un piano incapace di mettere realmente in moto un concreto avanzamento dei diritti delle persone con disabilità».
La scarsa aderenza terapeutica rappresenta ancora una delle principali criticità nella gestione delle patologie croniche, con conseguenze rilevanti per la salute delle persone e per la sostenibilità del Servizio sanitario. Per affrontare questa sfida, HappyAgeing e Federsanità hanno promosso la campagna “Ricordati di Stare Bene”, coinvolgendo comuni, aziende sanitarie, farmacie e associazioni in un ampio percorso di sensibilizzazione rivolto soprattutto alla popolazione over 65.
In questa videointervista, Francesco Macchia, Direttore di HappyAgeing, traccia un bilancio dell’iniziativa, riflette sulla risposta arrivata dai territori e approfondisce la necessità di rafforzare le reti di collaborazione per favorire la continuità delle cure. Un confronto sul valore dell’aderenza terapeutica e sul ruolo che istituzioni, professionisti e comunità possono svolgere nella gestione della cronicità.
La proposta di impiegare medici ospedalieri nelle Case di Comunità per garantire l’operatività delle nuove strutture territoriali e rispettare gli obiettivi del PNRR incontra l’opposizione della Federazione CIMO-FESMED. Il sindacato dei medici ritiene infatti che questa soluzione sia incompatibile con l’attuale contratto nazionale di lavoro e rischi di aggravare le criticità già presenti negli ospedali.
La presa di posizione arriva dopo le iniziative avviate in alcune Aziende sanitarie venete, in particolare nelle aree di Vicenza e Bassano, dove ai medici ospedalieri sarebbe stato chiesto di coprire attività nelle Case di Comunità. Secondo CIMO-FESMED, si tratta di una strada che potrebbe estendersi ad altre Regioni e che solleva questioni sia normative sia organizzative.
Il nodo del personale e delle liste d’attesa
La Federazione sottolinea come il contratto collettivo nazionale non preveda il coinvolgimento dei medici ospedalieri in servizi territoriali fuori sede. A ciò si aggiunge il problema della carenza di professionisti e delle difficoltà già esistenti nella gestione delle attività assistenziali.
CIMO-FESMED contesta l’impiego degli ospedalieri nelle Case di Comunità per carenze di personale territoriale
Guido Quici
«Il cerino non può, come sempre, rimanere in mano agli ospedalieri – dichiara Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED -. Non è ipotizzabile che, per giustificare il funzionamento delle Case di Comunità e non perdere quindi i fondi del PNRR, si pensi di utilizzare a costo zero i medici ospedalieri e non coloro che istituzionalmente dovrebbero ricoprire questo ruolo sul territorio, ovvero gli specialisti ambulatoriali».
Secondo il sindacato, la copertura del fabbisogno di personale delle nuove strutture territoriali dovrebbe avvenire attraverso le figure professionali già previste per questi servizi, pur riconoscendo che ciò comporterebbe maggiori costi.
«Che fine hanno fatto le risorse stanziate?»
CIMO-FESMED richiama inoltre le risorse previste dalla legge di Bilancio 2022 per il personale destinato alle nuove strutture territoriali.
«Nella legge di Bilancio del 2022 sono stati stanziati oltre due miliardi di euro per finanziare il personale destinato alle nuove strutture territoriali del SSN. Che fine hanno fatto questi soldi?», domanda Quici.
Il sindacato chiede di verificare l’utilizzo delle risorse stanziate per il personale del PNRR
Il sindacato ritiene che il confronto sul funzionamento delle Case di Comunità debba partire proprio dalla verifica dell’utilizzo delle risorse destinate al reclutamento del personale.
La proposta: eliminare le incompatibilità
Pur ribadendo la contrarietà all’impiego obbligatorio degli ospedalieri nelle Case di Comunità, la Federazione rilancia una proposta storica: la liberalizzazione della professione medica per i dipendenti del Servizio sanitario nazionale.
Per CIMO-FESMED va eliminato il regime di incompatibilità dei medici dipendenti del SSN
«Se davvero si vuole consentire ai medici ospedalieri di lavorare anche sul territorio – prosegue Quici -, si approvi rapidamente l’eliminazione delle incompatibilità oggi previste per i dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Sarà così il singolo medico, in piena libertà e autonomia, a decidere come impiegare il proprio tempo al di fuori dell’orario di lavoro».
Secondo CIMO-FESMED, una maggiore libertà professionale consentirebbe ai medici di scegliere autonomamente se svolgere attività aggiuntive nelle Case di Comunità, nelle strutture private o in altri contesti assistenziali, senza incidere sull’organizzazione ordinaria degli ospedali.
Quarant’anni fa nasceva la Società Italiana di Cure Palliative (SICP). Oggi quel nucleo originario è diventato un punto di riferimento scientifico, culturale e istituzionale, contribuendo a ridefinire il ruolo della medicina: non solo guarire ma prendersi cura, sempre e fino alla fine, del malato.
Unica società scientifica italiana dedicata specificamente alla diffusione delle cure palliative, la SICP riunisce competenze diverse – medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, medici di medicina generale, fino agli assistenti spirituali – con un obiettivo comune: mettere al centro il paziente e la sua famiglia. Nella fase avanzata della malattia, infatti, i bisogni superano la dimensione clinica e investono aspetti psicologici, sociali ed esistenziali. È su questa visione multidimensionale che si è costruita l’identità delle cure palliative in Italia.
Non solo guarire ma prendersi cura, sempre e fino alla fine, del malato
A imprimere una direzione decisiva fu Vittorio Ventafridda, tra i pionieri internazionali nello studio del dolore oncologico e nello sviluppo dell’assistenza domiciliare e Fondatore della SICP. Il suo approccio ha segnato un cambio di paradigma: non la durata della vita, ma la sua qualità, con la relazione di cura come elemento centrale.
Fondata a Milano il 5 giugno 1986, la SICP ha attraversato fasi di crescita e momenti critici, superati grazie a una progressiva strutturazione organizzativa. Dalla nascita delle reti regionali alla definizione delle Unità di Cure Palliative, fino al ruolo nei tavoli ministeriali, la Società ha accompagnato l’evoluzione del sistema sanitario.
Nella fase avanzata della malattia i bisogni investono anche aspetti psicologici, sociali ed esistenziali
Nel frattempo, le cure palliative hanno ampliato il proprio ambito: non più limitate all’oncologia o alle fasi terminali, riguardano oggi anche le patologie cronico-degenerative e vengono attivate in modo più precoce, in base alla complessità dei bisogni. Un’evoluzione legata anche ai cambiamenti demografici e sociali, che impone modelli assistenziali sempre più integrati tra ospedale e territorio. Persistono disomogeneità territoriali e problematiche di accesso.
Gianpaolo Fortini
È su questo terreno che interviene la riflessione di Gianpaolo Fortini, Presidente della SICP. «Parlare oggi di cure palliative significa prendere posizione su cosa intendiamo per medicina e su che tipo di società vogliamo essere», osserva. Per il Dottor Fortini, il modo in cui un Paese accompagna le persone nella fase finale della vita è un indicatore diretto della sua maturità democratica. Le cure palliative, sottolinea, rivelano la natura del sistema sanitario: universalistico, solidale, centrato sulla persona.
I numeri confermano la portata della sfida: ogni anno in Italia circa 550.000 persone muoiono e fino a 350.000 necessitano di cure palliative. Se si considerano anche i caregiver, il bisogno coinvolge oltre un milione di cittadini. Tuttavia, solo una quota limitata accede a servizi strutturati, con forti disomogeneità territoriali. «Se le cure palliative sono un indicatore di civiltà, questo divario è un indicatore di disuguaglianza», avverte Fortini, ribadendo che «funzionano quando diventano sistema, non quando restano servizio».
Le cure palliative riguardano oggi anche le patologie cronico-degenerative e vengono attivate in modo più precoce
A quarant’anni dalla fondazione, la SICP prosegue su una linea chiara: consolidare le reti, rafforzare le competenze e promuovere una cultura della cura che includa l’accompagnamento fino alla fine della vita. Il congresso nazionale previsto a Riccione dal 19 al 21 novembre 2026 rappresenterà un momento di verifica anche sul processo di accreditamento delle reti locali, con obiettivi fissati nei prossimi anni.
La posta in gioco è alta. «Le cure palliative sono il punto in cui una società decide se la dignità è un principio astratto o un diritto concreto», conclude Fortini. Una questione che riguarda il sistema sanitario, ma anche – e soprattutto – l’idea di società che si intende costruire.
Mentre il Servizio Sanitario Nazionale affronta una delle sue crisi più profonde (oltre 5.500 medici di base mancanti, 74 ospedali chiusi in cinque anni, 37 miliardi di finanziamenti persi nell’ultimo quinquennio) si è tenuto a Roma un convegno promosso da AiSDeT dedicato alla governance strategica femminile nelle aziende sanitarie che ha riportato al centro del dibattito una contraddizione difficile da ignorare: le donne compongono fino al 70-75% del personale sanitario, nondimeno occupano appena il 23% delle direzioni generali, con una quota in calo nell’ultimo anno. Un paradosso che non è solo statistico, è strutturale e, secondo le voci che si sono alternate durante l’incontro, è anche una delle chiavi mancanti per uscire dalla crisi. Valorizzare il pensiero femminile nel management sanitario significherebbe, nell’analisi dei relatori, portare al centro della gestione la cultura della cura relazionale, la medicina di genere e un modello organizzativo più attento al benessere del personale e dei pazienti.
Valorizzare la leadership femminile in sanità significa promuovere cura relazionale, medicina di genere e benessere organizzativo
L’evento si è svolto nel ricordo di Tina Anselmi, prima donna ministro della Repubblica italiana e artefice della legge che, il 23 dicembre 1978, istituì il SSN, una conquista che, quarantotto anni dopo, appare più fragile che mai.
Donne e governance sanitaria
Il convegno ha visto alternarsi testimonianze, analisi e proposte concrete sul ruolo del pensiero femminile nel rilancio del Servizio Sanitario Nazionale. Ad aprire i lavori sula leadership femminile, con la moderazione dell’Onorevole Annamaria Parente, già Presidente Commissione Sanità del Senato, è stata Monica Calamai, DG AOM Liguria che ha inquadrato il problema nella sua dimensione strutturale. «Ci siamo mossi sul gender gap in sanità, ma non abbastanza. Bisogna tenere alta l’attenzione sul problema in tutta la sua complessità, non solo in ambito sanitario, ma anche negli studi, nella politica, nella violenza di genere, perché il problema è globale, in tutti i campi». La sua community ha già elaborato una Carta dei valori e lavora per costruire reti di leadership femminile a livello provinciale e territoriale. «Facciamo emergere il problema annualmente, in tutta la sua complessità, non abbassiamo l’attenzione».
Isabella Mastrobuono, già DG Policlinico Tor Vergata, ha portato dati concreti a sostegno della tesi centrale del convegno, citando una ricerca di Harvard. «Le aziende non sanitarie dirette da CEO donne hanno registrato un aumento del 20% del valore azionario. Le donne, se vogliono portare valore, possono farlo». Ha però sollevato anche un problema strutturale irrisolto: «la figura del direttore generale va rivisitata. In sanità non si parla più di aziendalizzazione né del ruolo del direttore generale, mentre si registra una forte compenetrazione della politica nella gestione aziendale. Il direttore generale così com’è non funziona. Occorre superare la figura bicefala di un DG mezzo politico e mezzo gestionale». Aggiunge Calamai «occorre anche puntare sulle competenze per produrre qualità in sanità, questo fa la differenza».
Una leadership diversa: empatia, prossimità, cura
Nadia Storti, già DG Azienda Sanitaria Unica Regione Marche, ha offerto una visione organica del cambiamento necessario, a partire da un dato culturale. «La nostra sanità sta cambiando, cambiano i bisogni di salute dei cittadini e fare salute non finisce con l’atto medico. Le donne hanno un approccio diverso nelle relazioni, sono più empatiche, creano collaborazione e meno antagonismo». Il modello che propone è quello della leadership distributiva, «dove ognuno è importante per ciò che fa», con al centro la costruzione di fiducia e reti di prossimità. Ha anche richiamato le condizioni concrete perché le professioniste non abbandonino il sistema: «per non perdere personale qualificato e contrastare la fuga delle professioniste, servono welfare aziendale, percorsi di carriera preservati, banca del tempo, welfare di prossimità. Le donne hanno una visione olistica, empatica e flessibile ma ciò che conta è la professionalità e la competenza».
Per cambiare il mondo, bisogna esserci
Grazia Cattina, Direttrice Generale della ASL 5 di Oristano, ha fotografato una realtà ancora sbilanciata. Le donne rappresentano circa il 25% delle direttrici generali a livello mondiale e nazionale, ma in Sardegna la percentuale crolla al 9%. «Le donne hanno maggiore attenzione per la persona, captano il disagio e sanno spegnere il conflitto andando alla radice del problema». Tra gli ostacoli principali, il peso del lavoro di cura familiare e gli stereotipi di genere. Tra le leve possibili, il PNRR, le politiche per la parità e la professionalizzazione del management. Il richiamo è all’Agenda ONU 2030 per superare il soffitto di cristallo che richiede criteri meritocratici, politiche di conciliazione e strumenti normativi efficaci.
Il nodo della governance: chi decide e come
Giovanna Baraldi, già DG Aziende Sanitarie nazionali, ribadisce che «c’è poca chiarezza sulle competenze del direttore generale. Se non si analizza la struttura della classe dirigente non si va avanti e i master non bastano di fronte alla complessità delle aziende sanitarie da gestire». La soluzione proposta passa per una netta distinzione tra indirizzo politico e gestione tecnica: «Gli obiettivi aziendali vanno condivisi con la politica, ma la gestione deve essere tecnica».
È necessario puntare sugli strumenti già disponibili, ma le amministrazioni pubbliche devono rivedere la propria organizzazione tenendo conto del genere. Paola Malvasio, Direttrice Generale della ASL CN2, ha illustrato nella sua presentazione il modello della “cura invisibile” e della sanità di prossimità: portare la salute nei luoghi di vita delle persone, attraverso telemedicina, consultori territoriali, gruppi di cammino per neomamme, spazi di ascolto per adolescenti e “sentinelle della salute” per intercettare precocemente le fragilità sociali. Durante la tavola rotonda ha aggiunto «la donna vive il ruolo in modo etico, non come puro esercizio di potere: usa il ruolo per cambiare le cose, per provarci. La cura non è una questione di genere, ma di fare le cose con cura, sia donna che uomo».
Simona Carbone, DG AOU “Renato Dulbecco” di Catanzaro, parla invece di formazione insufficiente. «Due linee su cui ragionare: la medicina di genere e la leadership nel management sanitario. Un manager è bravo quando ha una visione. I governi devono dare la linea e creare gli strumenti, non bastano la buona volontà e la capacità individuale, servono normative aggiornate per la programmazione sanitaria. Occorre monitorare le valutazioni anche a livello nazionale e fare un passo avanti sulle norme nazionali».
Quote, competenze e sorellanza
Un punto ripreso da Grazia Cattina: «Non è vero che le donne sono nemiche delle donne. Credo nella sorellanza. La formazione c’è, ma anche la politica deve fare in modo che ne valga la pena. Le appartenenze non devono contare più delle competenze». BeatriceDelfrate, Responsabile area IA Agenas, ha espresso invece riserve sulle quote rosa. «Non mi piacciono, possono aiutare, ma per me conta la professionalità». Ha però riconosciuto un nodo culturale che frena il cambiamento: «Le donne spesso non si sostengono a vicenda, mentre gli uomini si supportano. Serve trovare sinergia anche ai livelli alti e superare il disagio di avere una famiglia e riuscire a gestire tutto, ma su questo serve anche un aiuto legislativo».
Più collaborazione tra donne e un adeguato sostegno normativo sono essenziali per superare gli ostacoli alla carriera
Anna Gualandi, della AUSL Romagna, ha spostato, invece, il focus sulla classe dirigente nel suo insieme: «Servono carriere più brevi e giovani con spirito ed entusiasmo per portare avanti idee di sviluppo. La classe dirigente è trascurata dal punto di vista formativo, serve più dignità per il dirigente pubblico» e sulle donne ha aggiunto, «lavorano il doppio, hanno competenze, visione etica, empatia e gentilezza, sono orientate al risultato e rigorose nell’uso delle risorse».
Il digitale come alleato
Un contributo di prospettiva è arrivato dalla presentazione di Agenas sulla piattaforma nazionale di intelligenza artificiale per le cure primarie, finanziata con 50 milioni di euro dal PNRR. L’obiettivo è supportare medici e professionisti sanitari nell’assistenza territoriale, dalla diagnosi di base alla gestione delle cronicità, attraverso architetture di IA validate scientificamente e senza utilizzo di dati personali identificativi. Accanto alle opportunità (personalizzazione delle cure, riduzione dei tempi diagnostici) si evidenziano i rischi da presidiare: bias algoritmici, cybersicurezza, disuguaglianze digitali e necessità di una governance etica. La nuova legge italiana sull’intelligenza artificiale riconosce l’IA come leva strategica per il SSN e attribuisce ad Agenas un ruolo centrale nello sviluppo della piattaforma.
La voce della politica: merito, riforme e un patto trasversale
La sessione conclusiva ha dato spazio al confronto politico, con interventi che hanno collegato le analisi della giornata a proposte legislative concrete. Avvia il dibattito Donatella Albini, Responsabile Salute Sinistra Italiana. «Le donne devono essere protagoniste perché portano competenze concrete, di qualità e con una professionalità etica. La salute è il filo che tiene insieme il paese. Creative, resilienti e resistenti, le donne possono insegnare una buona sanità».
Le donne hanno la capacità di gestire il potere in modo più circolare, creando connessioni
Maria Gabriella Di Pentima, Responsabile Sanità Fratelli d’Italia, ha invece insistito sulla necessità di riformare la figura del direttore generale restando sul piano pratico: «La sanità è cambiata, è cambiata la domanda, quindi serve un’offerta adeguata. Bisogna creare un ponte tra la norma e la sua concretizzazione proiettandoci verso il futuro, altrimenti il sistema implode». La soluzione passa, secondo Di Pentima, per una maggiore sinergia tra direttore generale, direttore sanitario e direttore amministrativo, in un modello che valorizzi le competenze senza sacrificarle alla logica politica.
L’onorevole Marina Sereni, Responsabile Salute e Sanità PD, ha indicato nell’incontro stesso un possibile punto di partenza. «Il senso di questo incontro è proviamo a vedere se ci sono le condizioni per un’alleanza tra donne e per la salute». Ha poi elencato i nodi irrisolti su cui concentrare l’attenzione come la disuguaglianza sociale perché «le donne vivono più a lungo, ma in condizioni peggiori», la medicina territoriale depauperata negli anni, i consultori sottofinanziati, gli screening disomogenei, il divario nord-sud, la salute mentale e l’attenzione ai caregiver, che sono soprattutto donne. Sul tema della governance ha aggiunto che «la politica finanzia il sistema sanitario, ma non deve scegliere le persone in base alla fiducia politica, bensì alle competenze e alle qualità professionali.
150 anni per la parità: non possiamo permettercelo
L’intervento più direttamente politico è arrivato dalla senatrice Maria Domenica Castellone, Vicepresidente del Senato che ha raccontato in prima persona le difficoltà di fare carriera in sanità. «Mi sono sentita dire che veniva preferito un collega uomo perché aveva più tempo». Da questa esperienza è nata la scelta di impegnarsi nelle istituzioni: «Volevo portare la voce di un mondo che, a mio avviso, era inascoltato e credo che a un certo punto lo proviamo tutte sulla nostra pelle. O ce ne occupiamo noi, o non se ne occuperà nessuno». Sul piano legislativo, ha illustrato una proposta di riforma della nomina dei direttori generali, con una commissione nazionale, sorteggiata con componente maggioritaria proveniente da fuori regione, che valuti i candidati e consegni al presidente di regione una graduatoria motivata.
I dati dimostrano che quest’anno c’è stata addirittura una riduzione del numero di donne nei ruoli apicali della sanità
Sulla parità di genere, il tono si è fatto urgente. «I dati dimostrano che quest’anno c’è stata addirittura una riduzione del numero di donne nei ruoli apicali della sanità. In un settore composto per il 70% da donne, le figure di vertice femminili non raggiungono il 30%. Non possiamo permettercelo. Se andiamo avanti di questo passo, la stima è che per raggiungere una reale parità di genere nel nostro paese ci vorranno 150 anni, non li vedranno nemmeno le nostre figlie».
La chiusura è stata un appello alla trasversalità: «Credo che per valorizzare davvero le donne in sanità serva un patto trasversale tra tutte le forze politiche. Questi temi sono già all’interno del programma elettorale che stiamo scrivendo per le prossime elezioni, partendo proprio dal confronto con chi, come voi, se ne occupa sul territorio».