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ASL TO3, le Case della Salute “evolvono” in Case di Comunità Spoke

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La rivoluzione della medicina territoriale, possibile grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è alle porte. Le nuove Case e Ospedali di Comunità dovrebbero entrare in servizio entro la fine dell’anno, ma alcune ASL avevano già delle strutture pensate per rispondere ai bisogni a bassa complessità del territorio. È il caso dell’ASL TO3 del Piemonte, dove le Case della Salute gestite dai medici di famiglia hanno in qualche modo precorso i tempi e, per questo, non potevano essere lasciate indietro.

Dopo mesi di incertezza, in cui si è temuto che le strutture potessero chiudere, è arrivato l’annuncio dalla Regione: verranno candidate a diventare Case della Comunità Spoke. Ma perché ciò avvenga, serve ancora il via libera di Roma.

Da Case della Salute a Case di Comunità

Può sembrare un tecnicismo, ma per rientrare a pieno titolo nella riorganizzazione della medicina territoriale (Decreto ministeriale 77/2022), le Case della Salute devono “evolvere”. Nate a partire dalla seconda metà degli anni 2000, con le prime sperimentazioni in Emilia-Romagna, ora devono essere riorganizzate o trasformate.

Per rientrare a pieno titolo nella riorganizzazione della medicina territoriale del DM77 le Case della Salute devono essere riorganizzate o trasformate

È diventato un caso politico quello che coinvolge le quattro strutture di Pianezza, Beinasco-Borgaretto, Cumiana e Vigone in Piemonte. Si trasformeranno in Case di Comunità Spoke, ma i passaggi formali non sono ancora conclusi.

Il via libera da Roma

«Per le tempistiche dipendiamo da Roma» spiega il direttore dell’ASL TO3 Giovanni La Valle, a margine della conferenza stampa di presentazione del progetto. «Cominciamo a lavorare come fossero Case di Comunità e attendiamo risposte – prosegue -. Realisticamente auspichiamo, da qui ai prossimi sei mesi, di avere un quadro chiaro».

In ogni caso, l’evoluzione delle Case della Salute resta subordinata all’integrazione di tutte le attività richieste dalla normativa nazionale e al riconoscimento formale da parte degli organi competenti, chiariscono dall’ASL.

Il nodo del personale. La Valle: «Nessuno perderà il posto di lavoro»

Il passaggio formale risulta poi fondamentale per l’inquadramento dei lavoratori. Il personale attualmente impiegato nelle Case della Salute «resta in carico ai medici di medicina generale» assicurano dall’assessorato alla Sanità. L’ASL «interverrà in modo flessibile, integrando – in base alle specificità di ciascuna sede – personale sanitario e/o amministrativo, garantendo in ogni caso la continuità dei servizi, invariati per l’utenza in termini di sedi, orari e prestazioni».

I servizi che venivano assicurati nell’ASL TO3 erano molto innovativi e ora verranno integrati nel contesto del grande cambiamento della sanità territoriale

Argomento, quello relativo al personale delle Case, che interessa in particolare modo i sindaci di Beinasco, Cumiana, Pianezza e Vigone. A rassicurarli è il direttore La Valle: «Nessuno perderà il posto di lavoro» dice in conferenza stampa.

Il progetto: orari e prestazioni

Il progetto delle nuove Case prevede il rafforzamento dei servizi già attivi: ambulatori dei medici di medicina generale con aperture prolungate, presa in carico della cronicità, punto prelievi, attività infermieristiche e domiciliari, servizi amministrativi territoriali, integrazione con i servizi sociali, promozione degli stili di vita e, dove previsto, attività consultoriali e di psicologia delle cure primarie.

«I servizi che venivano assicurati nell’ASL TO3 erano molto innovativi e ora verranno integrati nel contesto del grande cambiamento della sanità territoriale – commenta l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi-. È ovvio che chi si era impegnato già in passato in questa direzione non potesse essere lasciato indietro”. L’assessore ha poi ribadito che entro la fine dell’anno saranno operative tutte le Case di Comunità del Piemonte.

«Siamo felici che l’esperienza delle Case della Salute non solo possa andare avanti, ma evolversi in un modello sempre più capillare e vicino al cittadino» commenta soddisfatto anche il sindaco di Beinasco Daniel Cannati.

PD: “A oggi non c’è alcun atto vincolante”

Non è convinta la consigliera del Partito Democratico Monica Canalis, che ricorda come, lo scorso novembre, l’ASL TO3 «minacciasse la chiusura entro l’anno delle quattro Case della Salute, che dal primo gennaio dovevano essere retrocesse a semplici Associazioni Funzionali di Territorio, come testimoniato dalla lettera di La Valle del mese di novembre». Poi è arrivata quella che, per Canalis, ha tutta l’aria di una retromarcia e l’annuncio della trasformazione in Case di Comunità Spoke.

«A oggi non c’è alcun atto formale, giuridicamente e finanziariamente vincolante» arringa la consigliera del PD. E, anche per quanto riguarda il futuro dei lavoratori sottolinea come non ci sia alcuna certezza giuridica del fatto che rimarranno in carico ai medici di medicina generale (quattro a Vigone, tre a Cumiana, sette a Beinasco e tre a Pianezza) e che potranno proseguire, non essendoci un legame contrattuale diretto con l’ASL.

L’intervento di Cirio

Dopo giorni di schermaglie e dubbi sollevati dalle fila del PD, per sedare gli animi è intervenuto sul tema anche il presidente della Regione Alberto Cirio. «Auspico una maggior collaborazione – ha detto il governatore -. I cambiamenti sulla sanità pubblica testimoniano che stiamo investendo. Non bisogna sempre suonare allarmi».

E ancora, nello specifico sulle Case della Salute: «Manteniamo sedi, orari e prestazioni, potenziando ambulatori, assistenza alla cronicità e integrazione sociosanitaria» ha ribadito Cirio, nel giorno dell’inaugurazione dell’ospedale di Comunità a Giaveno, il primo dell’ASL TO3.

Milano, nuova rete per emergenze oculistiche

Regione Lombardia lancia una sperimentazione per migliorare la gestione delle emergenze e urgenze oculistiche nella Città Metropolitana di Milano. Il modello mette in rete gli ospedali pubblici con oculistica, centralizzando i casi complessi al ASST Fatebenefratelli – Sacco e distribuendo le urgenze minori tra altre strutture, per garantire risposte rapide e percorsi chiari.

La rete coinvolge le principali strutture pubbliche con Unità Operativa di Oculistica, comprese le sedi DEA di II livello: Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, ASST Santi Paolo e Carlo, ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, ASST Melegnano Martesana, ASST Rhodense, ASST Nord Milano, ASST Ovest Milano e ASST Lodi.

Obiettivo è migliorare appropriatezza, integrazione tra strutture, formazione del personale e gestione efficiente delle urgenze oculistiche

Il modello organizzativo prevede la centralizzazione presso il Presidio Oftalmico dei casi complessi, con chirurgia maggiore e diagnostica avanzata h24, protocolli uniformi di triage per i pronto soccorso generali, percorsi ‘fast track’ per codici minori, telemedicina e teleconsulto tra specialisti, oltre a percorsi di formazione sul triage e chirurgia avanzata per medici e infermieri. L’obiettivo è garantire valutazioni rapide, maggiore integrazione tra professionisti e uso più efficiente delle risorse.

«Con questa sperimentazione – spiega Guido Bertolaso, assessore al Welfare di Regione Lombardia – introduciamo un modello organizzativo moderno e integrato che punta su appropriatezza, qualità e formazione continua. Centralizziamo i casi complessi, valorizziamo le competenze diffuse sul territorio e utilizziamo telemedicina e formazione avanzata per garantire ai cittadini risposte rapide, sicure e omogenee».

La ASST Fatebenefratelli – Sacco trasmetterà una relazione intermedia alla DG Welfare dopo sei mesi dall’avvio del progetto. Sulla base dei risultati, la Regione valuterà l’estensione della sperimentazione anche alle strutture private accreditate dell’area metropolitana.

Medicina di precisione e appropriatezza prescrittiva: AIFA pubblica il nuovo Position Paper

Nuovo Position Paper AIFA su medicina di precisione: dalla terapia “uguale per tutti” alle cure su misura. Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato il Position Paper “Medicina di precisione e appropriatezza della prescrizione farmacologica”, documento che individua le priorità per migliorare efficacia e sicurezza delle terapie, rafforzando al contempo la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

Il testo nasce dai lavori del Tavolo tecnico AIFA sulla prescrittomica, insediato a novembre 2024, che ha coinvolto esperti dell’Agenzia, Società scientifiche, Ordini professionali, Accademia, Istituti di ricerca e Associazioni di pazienti. Il punto di partenza è l’invecchiamento della popolazione: in Italia quasi il 24% dei cittadini ha più di 65 anni; tra questi, il 68% assume almeno cinque farmaci e il 28,5% dieci o più, con un rischio crescente di interazioni, eventi avversi e scarsa aderenza.

In questo scenario, sottolinea AIFA, «la prescrizione farmacologica non può più essere considerata un atto isolato, ma deve trasformarsi in una valutazione integrata del binomio “paziente-malattia”», capace di includere dati clinici, terapie concomitanti, fragilità e fattori biologici e comportamentali. Accanto alle evidenze degli studi clinici controllati, il Position Paper valorizza l’uso sistematico della Real-World Evidence per monitorare efficacia, sicurezza e appropriatezza nella pratica reale.

Prescrittomica, dati real world e tecnologie digitali per terapie più efficaci, sicure e sostenibili

Al centro del documento c’è la prescrittomica, definita come l’integrazione di dati clinici e informazioni multi-omiche, supportata da strumenti digitali e di intelligenza artificiale, per personalizzare scelte terapeutiche, dosaggi e monitoraggio. «Attuare la prescrittomica equivale a fornire strumenti concreti di miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva», si legge nel testo.

Tra le proposte operative figurano la ricognizione e riconciliazione farmacologica nei pazienti in politerapia, l’uso di software di supporto alle decisioni cliniche per l’analisi preventiva delle interazioni farmaco-farmaco, il ricorso alla farmacogenomica e al Therapeutic Drug Monitoring. L’adozione di algoritmi e sistemi di supporto decisionale, evidenzia AIFA, richiede standard condivisi di validazione, qualità e tracciabilità.

«La medicina di precisione non è un lusso per pochi»

«Non possiamo più accettare che la politerapia, spesso inevitabile negli anziani, diventi una fonte di rischio invece che di beneficio», afferma il presidente AIFA Robert Nisticò. «La medicina di precisione è lo strumento che ci consente di aumentare le probabilità di efficacia delle cure e ridurre gli effetti indesiderati». E ancora: «La tecnologia non sostituisce il medico, ma lo aiuta a decidere meglio».

Guardando al futuro, il Position Paper indica in intelligenza artificiale e bioinformatica leve strategiche per modelli predittivi a supporto della pratica clinica e della governance della spesa. Per rendere strutturale la medicina di precisione servono modelli organizzativi stabili, reti e centri dedicati, integrazione multidisciplinare, formazione dei professionisti e coinvolgimento attivo dei pazienti, assicurando equità di accesso e sostenibilità misurabile.

«La medicina di precisione non è un lusso per pochi», conclude Nisticò. «È un dovere etico e un investimento sul futuro del Servizio Sanitario Nazionale: curare meglio significa anche utilizzare meglio le risorse pubbliche».

Medici sotto pressione: perché in Europa si torna a parlare di professione usurante

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Turni notturni, carichi di lavoro crescenti, responsabilità cliniche sempre più complesse e una stanchezza che non riguarda solo i singoli professionisti ma l’intero sistema sanitario. In Europa si riaccende il dibattito sul riconoscimento del lavoro medico come professione usurante, un tema che negli ultimi anni è uscito dalle rivendicazioni di categoria per entrare nel confronto politico e istituzionale.

Se ne è discusso al Parlamento europeo di Bruxelles durante la conferenza “Doctors Under Strain – A European Debate on the Recognition of Medical Work as an Arduous Occupation”, dove organizzazioni mediche, sindacati e istituzioni hanno messo insieme dati ed esperienze provenienti da diversi Paesi. Il quadro che emerge è chiaro: la pressione sul personale sanitario non è una fase emergenziale legata alla pandemia, ma una condizione strutturale che rischia di mettere in crisi la tenuta dei sistemi sanitari e la sicurezza delle cure.

Dati e riflessioni dal recente evento organizzato dalla Federazione Europea dei Medici Salariati (FEMS) al Parlamento Ue

Non si tratta solo di orari lunghi o di carenza di personale. Il lavoro medico oggi significa convivere con stress continuo, esposizione a rischi fisici e psicologici, difficoltà a conciliare vita privata e professionale e crescente fatica nel mantenere motivazione e benessere lungo tutta la carriera. Circostanze che rendono sempre più difficile trattenere i professionisti e attrarre le nuove generazioni.

Da qui la richiesta, sempre più forte, di un riconoscimento formale del lavoro medico come attività usurante a livello europeo, accompagnato da misure concrete per riorganizzare tempi e condizioni di lavoro e garantire tutele nel lungo periodo.

Medici in Europa: una professione usurante senza riconoscimento

La professione medica in Europa è caratterizzata da un livello di stress e usura fisica e mentale che raramente trova riscontro in altri ambiti lavorativi, nondimeno in nessuno dei 14 Paesi membri della Federazione Europea dei Medici Salariati (European Federation of Salaried Doctors – FEMS) è formalmente riconosciuta come lavoro usurante. Secondo un recente Policy Paper dell’organizzazione, i medici affrontano quotidianamente turni notturni estenuanti, orari prolungati che superano ampiamente quelli contrattuali, elevata pressione emotiva e responsabilità uniche che rendono questa professione “una delle più gravose in assoluto”.

I dati scientifici raccolti nel documento dipingono un quadro allarmante: i medici di medicina d’emergenza hanno l’aspettativa di vita più bassa tra tutte le specializzazioni, con un’età media di morte di soli 58,7 anni. I turni, in particolare quello notturno, sono associati a disturbi del sonno, aumentato rischio cardiovascolare fino al 40%, sindrome metabolica e persino un maggior rischio oncologico. A questi si aggiungono rischi occupazionali specifici come l’esposizione a malattie infettive, agenti chimici, radiazioni ionizzanti e disturbi muscoloscheletrici dovuti alla gestione di pazienti.

Carenza di personale e turni massacranti riducono l’aspettativa di vita dei medici

Particolarmente preoccupante è il divario di longevità tra medici e popolazione generale, che si sta progressivamente riducendo. Il fenomeno è attribuibile non solo alle caratteristiche intrinseche della professione, ma anche al progressivo deterioramento delle condizioni lavorative causato dalla carenza di personale, dai tagli economici e dalla mancata applicazione delle normative europee sull’orario di lavoro, inadeguate per la professione medica.

A tutto questo si aggiunge il peso psicologico. I medici devono prendere decisioni critiche in situazioni di vita o morte, confrontarsi quotidianamente con la sofferenza e il lutto e sostenere un’elevata responsabilità legale che in alcuni Paesi, come l’Italia, può avere anche implicazioni penali. Soltanto Bulgaria e Romania prevedono forme limitate di pensionamento anticipato per medici in situazioni molto specifiche. In Italia esiste teoricamente una norma che consentirebbe ai medici turnisti notturni di accedere ad anzianità contributiva anticipata, ma di fatto non è mai stata applicata.

Ne parliamo a TrendSanità con Alessandra Spedicato, presidente FEMS.

Stipendi o status previdenziale: qual è il vero problema?

«Il tema del lavoro usurante, sebbene molto sentito dalla categoria, finora non era mai stato affrontato a livello europeo – spiega Spedicato. È sicuramente un percorso lungo ma il primo passaggio necessario è quello di accrescere la consapevolezza, da parte dei medici ma anche dei pazienti, sull’assenza di questa tutela che porterebbe benefici a medici e pazienti.

Alessandra Spedicato

Riconoscere la professione medica come usurante è un passaggio necessario per avere solide basi normative su cui impiantare soluzioni che proteggano la salute dei medici lungo tutto il percorso lavorativo e permettano un invecchiamento in salute sul posto di lavoro. Dunque l’approccio al problema non è quello di intervenire a posteriori ma tutt’altro, proporre tutele fin dall’inizio della carriera lavorativa».

Pensionamenti anticipati: rischio o opportunità?

«Il pensionamento anticipato è solo una possibile strategia tra quelle che la FEMS sta studiando per accompagnare il professionista medico lungo tutta la sua carriera – dichiara Spedicato. La carenza di medici è tale solo nelle specialità impegnative e rendere la professione più attrattiva, con soluzioni che devono essere implementate nella cornice di lavoro usurante, potrà richiamare le generazioni più giovani di medici e ridurre l’abbandono della professione. Adottare politiche che aiutino i medici a conciliare la salute personale e la soddisfazione professionale con il mestiere di cura potrebbe incidere sulle assenze per malattia (ricordiamo che in Europa è molto elevata la classe di medici over 55, con l’Italia al secondo posto) e sulla qualità delle cure erogate».

Competenze specialistiche e responsabilità decisionale

«Sono diversi i fattori che rendono la professione medica usurante e, sebbene i medici condividano con altri professionisti sanitari l’ambiente di lavoro e alcuni schemi orari, alcuni elementi distinguono il lavoro del medico – ribadisce la presidente FEMS. La responsabilità legata alla decisione delle scelte terapeutiche e all’atto della cura (immaginiamo i chirurghi) sono un unicum che le altre professioni sanitarie non presentano, e hanno un peso intellettuale ed emotivo senza precedenti. È necessario anche ricordare che i medici presentano competenze e abilità molto specialistiche, derivanti da un percorso di educazione e addestramento che non finisce mai e che richiede un costante impegno fisico e mentale».

Il nodo tra previdenza, stipendi e organizzazione del lavoro

«La crisi della professione medica è un fenomeno trasversale in Europa dunque necessariamente multi fattoriale – conclude Spedicato. Negli ultimi anni è cambiato il ruolo sociale del medico, i pazienti sono diventati più impegnativi, sia per l’allungamento della vita media che per una richiesta più pressante di salute a volte non legata ad aspettative realistiche.

Aumenti retributivi aiutano ma conta soprattutto riconoscere valore e sacrifici di una professione essenziale per la società

A questo si aggiunge una crisi finanziaria che ha ridotto, in modo diverso, i finanziamenti legati alla sanità pubblica trasformando il medico da fornitore di cura a fornitore di prestazioni che devono rispettare un budget. Questi processi hanno eroso l’autonomia professionale del medico.

Sicuramente remunerazioni più alte possono essere un incentivo a scegliere la professione ma il cambiamento principale deve essere quello di riconoscere il valore e gli sforzi di una professione unica ed essenziale per garantire la sopravvivenza della società».

Commissione europea: 225 milioni per vaccini antinfluenzali di nuova generazione

L’Unione europea stanzierà 225 milioni di euro per accelerare lo sviluppo di vaccini antinfluenzali di nuova generazione, in grado di offrire protezione contro una gamma più ampia di varianti influenzali e di adattarsi rapidamente in caso di insorgenza di un ceppo pandemico. Per la prima volta, la Commissione utilizzerà appalti pre-commerciali per accompagnare questi prodotti lungo il percorso delle sperimentazioni cliniche, garantendo il rispetto di rigorosi criteri di sicurezza, qualità ed efficacia e sostenendo al contempo innovazioni che potrebbero altrimenti arrestarsi senza un intervento pubblico.

I finanziamenti sosterranno vaccini progettati per essere più facili da somministrare attraverso patch nasali, orali o cutanee e per essere rapidamente potenziati in situazioni di emergenza.

Per la prima volta, la Commissione utilizzerà appalti pre-commerciali per accompagnare i prodotti innovativi nel percorso delle sperimentazioni cliniche

Hadja Lahbib, Commissaria per la Parità, la preparazione e la gestione delle crisi, ha dichiarato: «Con un investimento dell’UE di 225 milioni di euro, il più ingente mai destinato ad accelerare l’accesso a contromisure mediche innovative, stiamo portando avanti lo sviluppo di vaccini antinfluenzali di prossima generazione. L’innovazione è al centro della preparazione. Questi finanziamenti sbloccheranno tecnologie all’avanguardia, compresi metodi di somministrazione dei vaccini più accessibili e diversificati, garantendo che opzioni vaccinali efficaci raggiungano i gruppi scarsamente serviti e vulnerabili. Questo investimento rafforza inoltre l’ecosistema farmaceutico europeo, contribuendo alla sua competitività, e migliora la nostra resilienza alle future minacce per la salute.»

Attraverso il pieno sviluppo clinico di vaccini promettenti, l’UE intende ampliare la riserva disponibile mettendo a punto un numero maggiore di prodotti. In questo modo, nuove soluzioni potranno essere integrate più rapidamente nei programmi nazionali di vaccinazione, fornendo vaccini adeguati alle esigenze dei pazienti e consentendo ai paesi di rispondere in modo più rapido e coordinato quando i focolai si intensificano.

I contratti firmati avranno una durata di 98 mesi e riguarderanno lo sviluppo clinico fino all’autorizzazione all’immissione in commercio.

Arte e cura pediatrica: accordo triennale tra MAXXI e Bambino Gesù

La Fondazione MAXXI di Roma e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù hanno siglato una convenzione triennale per integrare arte e salute nei percorsi di cura pediatrica. L’obiettivo è migliorare la qualità della vita dei bambini ricoverati e delle loro famiglie, rafforzando i programmi di accoglienza attraverso attività culturali e artistiche.

L’intesa si fonda sui valori che caratterizzano entrambe le istituzioni: da un lato la missione dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, ispirata ai principi di cura e assistenza ai più piccoli e alla ricerca scientifica di alta specializzazione; dall’altro il ruolo della Fondazione MAXXI nella promozione dell’arte e dell’architettura contemporanee come strumenti di crescita culturale, educativa e sociale, in dialogo costante con il territorio e le comunità.

«Il nostro MAXXI è e sarà ogni giorno più accessibile, per tutti e per tutte le età. L’arte contemporanea può essere uno strumento importante di sostegno nel percorso verso la guarigione, un aiuto per i piccoli e le loro famiglie per attraversare i momenti di difficoltà e un canale per esprimere ed elaborare emozioni complesse. Siamo convinti che cultura e salute possano e debbano dialogare per generare un impatto positivo e duraturo sulla società», ha dichiarato Maria Emanuela Bruni, Presidente della Fondazione MAXXI.

Un’alleanza che riconosce il valore educativo e sociale del patrimonio culturale

«Siamo profondamente grati alla Fondazione MAXXI per questa opportunità, che arricchisce il percorso di cura dei nostri bambini con la forza delicata dell’arte. L’arte ha il potere di attenuare le paure, stimolare la creatività e offrire un rifugio emotivo nei momenti più difficili. Portare in ospedale laboratori di fotografia, arti visive e architettura significa creare uno spazio diverso, in cui i bambini possono esprimersi, divertirsi, sentirsi protagonisti, non solo pazienti e le loro famiglie vivere un momento di sollievo leggendo questo nei loro occhi. Insieme al MAXXI vogliamo costruire un ambiente di cura sempre più accogliente e umano, in cui cultura e salute camminano fianco a fianco per restituire ai bambini ciò che è più prezioso: la possibilità di sentirsi, semplicemente, bambini», ha aggiunto Tiziano Onesti, Presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.

La collaborazione è partita il 19 febbraio con i primi laboratori artistici in ospedale e prevede anche visite guidate gratuite al MAXXI per pazienti e caregiver, attività educative per famiglie e lo sviluppo futuro di progetti condivisi per l’umanizzazione degli ambienti di cura e l’accesso a finanziamenti pubblici e privati.

Screening sanitari, il Garante privacy dice sì all’uso dei recapiti telefonici dei pazienti

Un cambio di passo nella gestione dei dati sanitari a fini di prevenzione. Con l’adozione di nuove Linee guida, il Garante per la protezione dei dati personali apre all’utilizzo dei recapiti telefonici dei pazienti adulti, già raccolti dalle aziende sanitarie, per promuovere l’adesione agli screening previsti dalla normativa nazionale e regionale, anche in assenza di un’esplicita indicazione di questa finalità nell’informativa originaria.

«Le aziende sanitarie potranno utilizzare i recapiti telefonici dei pazienti adulti, forniti in occasione di precedenti prestazioni sanitarie, per promuovere l’adesione a campagne di screening», si legge in una nota del Garante privacy. Una possibilità che viene ricondotta ai principi del Regolamento europeo e alla giurisprudenza UE: «Il trattamento dei dati strettamente necessario alla promozione di programmi pubblici di prevenzione può essere considerato compatibile con le originarie finalità di cura, diagnosi e assistenza sanitaria», a condizione che siano rispettate adeguate garanzie.

Le aziende sanitarie potranno utilizzare i recapiti telefonici dei pazienti adulti, forniti in occasione di precedenti prestazioni sanitarie, per promuovere l’adesione a campagne di screening

Proprio per rafforzare la tutela dei pazienti, l’Autorità ha adottato specifiche Linee guida. In particolare, le aziende sanitarie dovranno aggiornare l’informativa, chiarendo che «i recapiti più recenti raccolti per finalità di cura, previa verifica della loro esattezza, potranno essere utilizzati esclusivamente per la promozione di programmi pubblici di prevenzione» e non per altri scopi, come la ricerca scientifica o le attività amministrative.

L’utilizzo dei dati dovrà inoltre essere circoscritto «alle sole campagne di screening previste dalla normativa vigente» ed escludere i recapiti raccolti nell’ambito di prestazioni caratterizzate da una particolare tutela dell’anonimato, come l’interruzione volontaria di gravidanza, il parto in anonimato, le prestazioni per persone sieropositive o per le vittime di violenza.

Infine, «nel messaggio di invito allo screening dovrà essere identificata l’azienda come mittente» e dovranno essere chiaramente indicati «il diritto di opposizione all’invio degli sms e le modalità, semplici e immediate, per esercitarlo», conclude la nota del Garante.

Quando la povertà accorcia la vita: fino a nove anni in meno

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C’è un dato che colpisce perché racconta una disuguaglianza che pesa: essere poveri significa anche vivere meno. Fino a nove anni in meno. È questo il quadro che emerge da una recente analisi condotta negli Stati Uniti dal National Council on Aging insieme al LeadingAge Long-Term Services and Supports Center dell’Università del Massachusetts, che ha acceso i riflettori sulle condizioni di salute degli over 60 e sul legame sempre più stretto tra reddito e aspettativa di vita.

Lo studio, basato sui dati dell’Health and Retirement Study (la principale indagine nazionale su salute e pensionamento negli USA) mostra come gli anziani con minori risorse economiche siano esposti a un rischio di mortalità nettamente più alto rispetto ai coetanei più abbienti. A pesare non è solo la fragilità legata all’età, ma soprattutto la difficoltà di accedere a cure adeguate, a servizi di assistenza continuativa e a un sistema sanitario che, negli anni, è diventato sempre meno inclusivo. Un divario che non è solo statistico, ma profondamente sociale e che pone interrogativi urgenti anche per l’Europa e per l’Italia. Il rischio che la povertà diventi una condanna silenziosa a una vecchiaia più breve e più fragile è concreto.

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Dario Leosco, Presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) e professore Ordinario di Geriatria, Università degli Studi di Napoli Federico II.

Dario Leosco

Quanto il legame tra reddito e aspettativa di vita è ormai consolidato anche sul piano scientifico e quanto riguarda da vicino l’Italia?

«Secondo l’analisi condotta negli Stati Uniti, gli anziani che appartengono al 20% più povero della popolazione, con un reddito medio inferiore ai 20.000 dollari l’anno, muoiono con una frequenza quasi doppia rispetto ai loro coetanei con un reddito annuo pari o superiore ai 120.000 dollari. Nel periodo compreso tra il 2018 e il 2022, infatti, il tasso di mortalità degli over 60 economicamente più svantaggiati ha raggiunto il 21%, mentre tra i più benestanti si è fermato intorno al 10,7%. È proprio questa differenza di quasi dieci punti percentuali che traduce in termini concreti l’impatto della povertà sulla vita. In media, gli anziani con meno risorse muoiono circa nove anni prima di quelli più abbienti. Tali risultati, in linea con anni di ricerca, fanno però emergere che, oggi, il problema è più grave di quanto fosse in passato per l’aumento delle disuguaglianze di reddito, con una povertà assoluta crescente soprattutto tra gli anziani, che in Italia interessa circa 1 milione di over65, secondo i più recenti dati ISTAT.

Un precedente grande studio internazionale pubblicato nel 2017 sul “British Medical Journal”, nell’ambito del progetto europeo LifePath, che ha coinvolto anche l’Italia, aveva già dimostrato una riduzione dell’aspettativa di vita delle persone più anziane, dai 4 ai 7 anni, associata a una posizione socio-economico svantaggiata, con un impatto negativo paragonabile a quello provocato da altri noti fattori di rischio, come sedentarietà, diabete e fumo».

La scarsità economica si trasforma in un fattore di rischio biologico che accorcia l’esistenza e riduce gli anni vissuti in buona salute

In che modo la povertà ha un impatto rilevante nelle persone anziane, accelerando perfino l’invecchiamento e aumentando il rischio di malattie e morte precoce?

«Non si tratta soltanto di avere meno mezzi: lo svantaggio socioeconomico, espresso in termini di reddito, istruzione, alloggio, si “fa strada” anche nell’organismo, provocando in misura inversamente proporzionale al reddito una condizione di stress cronico che può portare a un’infiammazione sistemica di tutti i tessuti. Questa rappresenta terreno fertile per il prosperare di malattie neurodegenerative, cardiovascolari e oncologiche, cui si aggiunge l’effetto antagonista nei confronti del sistema immunitario, con la conseguente perdita progressiva delle capacità dell’organismo di difendersi da agenti. La scarsità economica si trasforma quindi anche in un fattore di rischio biologico che accorcia l’esistenza e riduce gli anni vissuti in buona salute».

Dove il nostro SSN fatica di più nel tutelare gli anziani con minori risorse economiche: prevenzione, accesso alle cure, assistenza territoriale o continuità assistenziale?

«Il Servizio sanitario nazionale si trova oggi in una fase di profonda trasformazione e tensione. Sebbene il principio di universalità resti il pilastro fondante, i dati più recenti evidenziano che la condizione economica dell’anziano è diventata un determinante di salute discriminante. L’accesso alle cure è l’area in cui la disuguaglianza è più visibile e violenta.

Inoltre, le lunghe liste d’attesa spingono chi ha risorse verso il privato (spesa out-of-pocket) e chi non le ha è costretto ad aspettare mesi, portando a diagnosi tardive che aggravano la prognosi. L’uso di app e portali per prenotare favorisce chi ha supporto tecnologico, penalizzando gli anziani soli e meno istruiti. L’assistenza territoriale è poi ancora il punto più debole del sistema e nonostante i progetti per Case e Ospedali di Comunità, l’integrazione tra sanità e sociale è ancora frammentata. Quella domiciliare, invece, sebbene in crescita, è spesso limitata a interventi brevi che non garantiscono quella presa in carico globale di cui un anziano povero (che non può permettersi una badante) avrebbe bisogno».

Se un anziano a basso reddito non può permettersi il privato, il SSN deve garantirgli una corsia preferenziale o un sistema di fast-track basato non solo sulla gravità clinica, ma sulla vulnerabilità socio-economica

Quali sono le principali criticità nell’assistenza e nella prevenzione per la popolazione anziana?

«La continuità assistenziale, poiché la mancanza di connessione tra ospedale e domicilio genera il fenomeno del “paziente sospeso”. Ci sono poi le dimissioni difficili, quelle che riguardano anziani con minori risorse economiche che spesso vivono in abitazioni non idonee o in solitudine. Senza una rete di continuità assistenziale forte, questi pazienti subiscono ricoveri frequenti, che il sistema fatica a gestire in modo strutturato. Anche la prevenzione è la prima a essere sacrificata quando le risorse scarseggiano e mi riferisco anche allo screening. C’è un marcato gradiente sociale e geografico. Gli anziani con basso reddito partecipano molto meno ai programmi di screening oncologico, spesso per mancanza di informazione o per la difficoltà logistica di raggiungere i centri (mancanza di mezzi di trasporto propri)».

Se la povertà sottrae anni di vita, quali scelte politiche e sanitarie non sono più rinviabili?

«La risposta non può essere solo tecnica, ma deve diventare una priorità di “architettura sociale”. Oggi, nel 2026, ci troviamo in un momento di svolta: le risorse del PNRR sono state spese e la riforma della non autosufficienza è entrata nella sua fase operativa, ma con molte ombre. La scelta politica deve essere quella di individuare strumenti che permettano di finanziare progetti di vita personalizzati, unendo risorse sanitarie e sociali per mantenere l’anziano a casa propria. La “Prestazione Universale” sperimentata nel 2025 deve diventare strutturale e graduata. L’anziano povero deve ricevere non solo un assegno ma servizi diretti (assistenza domiciliare professionale) per evitare che i soldi siano usati solo per sopravvivere e non per curarsi. Quanto alle liste di attesa, non basta aumentare le prestazioni, serve una politica di “priorità sociale”».

Le società scientifiche devono evolvere verso advocacy e monitoraggio, producendo dati su esiti e disuguaglianze

Che ruolo possono avere le società scientifiche nel riportare il tema al centro del dibattito pubblico?

«Le società scientifiche non possono più limitarsi a scrivere linee guida cliniche. Il loro nuovo ruolo è di tipo advocacy e monitoraggio. Devono produrre dati che non misurino solo “quanti pazienti sono guariti”, ma chi è rimasto indietro. Serve una reportistica annuale che denunci il legame tra reddito e fallimento terapeutico. Devono spingere per modelli di cura che non richiedano competenze digitali o burocratiche estreme (spesso barriere insormontabili per gli anziani meno istruiti).

Poi educare i medici a riconoscere che la povertà è una patologia. Un medico che prescrive un farmaco costoso o una dieta specifica a un anziano che non arriva a fine mese sta fallendo la sua missione clinica se non segnala la fragilità ai servizi sociali. Individuare tutti quei fattori che possono contribuire a migliorare non solo l’aspettativa di vita ma anche la qualità della vita negli anni più avanzati contrastando la disabilità e la non autosufficienza».

Autonomia differenziata in sanità: sindacati medici lanciano l’allarme

Il Consiglio dei Ministri ha approvato i percorsi di autonomia differenziata in ambito sanitario per Lombardia, Piemonte, Liguria e Veneto, aprendo la strada a una gestione più autonoma delle risorse e delle politiche sanitarie regionali. La decisione ha suscitato forti reazioni da parte dei sindacati dei medici.

Guido Quici, Presidente di CIMO-FESMED, commenta senza mezzi termini: «Di Nazionale, del Servizio Sanitario, era già rimasto ben poco. Ora possiamo celebrarne il funerale definitivo». Per Quici, la vera questione è il finanziamento: «Invece di intervenire sui criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale per garantire a tutte le Regioni pari condizioni di partenza… si finisce per rafforzare chi è già in vantaggio». L’associazione denuncia anche il rischio di una migrazione dei professionisti dal Sud verso il Nord, con «liste d’attesa sempre più lunghe e cittadini costretti a spostarsi per ricevere cure adeguate».

CIMO-FESMED e ANAAO-ASSOMED sull’approvazione dei percorsi di autonomia differenziata in ambito sanitario per Lombardia, Piemonte, Liguria e Veneto

Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale di ANAAO-ASSOMED, parla di «pagina buia nel libro nero della sanità italiana» e di «scelta profondamente sbagliata e pericolosa per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale». Secondo Di Silverio, la misura rischia di creare «una sanità a più velocità, in cui il diritto alla cura dipende dal codice di avviamento postale e non dai bisogni di salute». Preoccupano inoltre le ricadute sul personale sanitario, con possibili «differenziazioni regionali su contratti, organizzazione del lavoro e politiche retributive» che potrebbero aggravare la carenza di professionisti nelle aree meno attrattive.

Entrambe le sigle chiedono al Governo e alla Conferenza delle Regioni interventi urgenti per garantire equità, uniformità dei livelli essenziali di assistenza e tutela dei professionisti, affinché la sanità pubblica resti un pilastro unitario e non un mosaico di sistemi regionali diseguali.

Museo Benessere: quando la cultura entra nei percorsi di cura

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di Silvia Pogliaghi

Non solo farmaci, visite e terapie, ma sempre più spesso i determinanti sociali e ambientali incidono sullo stato di salute tanto quanto l’assistenza sanitaria. Sono i luoghi della relazione, della bellezza e dell’esperienza condivisa che possono incidere nel benessere quotidiano. È su questa traiettoria che si inserisce il progetto Museo Benessere, avviato dall’ASL TO3 del Piemonte come esempio concreto di prescrizione sociale, o, come preferisce definirla il direttore generale, Giovanni La Valle, di vera e propria “prescrizione di salute”.

Giovanni La Valle

«Non parliamo semplicemente di welfare», spiega La Valle. «Queste attività si integrano perfettamente nel percorso di cura. È un tassello che completa la presa in carico del paziente». Un pilastro che nasce da un’evoluzione lunga: dalla medicina centrata sul singolo specialista, alle équipe multidisciplinari, fino a un approccio multiprofessionale e aperto al terzo settore. Oggi, sottolinea La Valle, la sfida è una presa in carico globale, coerente con la definizione di salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: non assenza di malattia, ma benessere complessivo. Ed è qui che entra in gioco l’arte.

“Museo Benessere: percorsi di cura attraverso l’arte e la cultura”

È  un progetto sperimentale promosso dall’ASL TO3 del Piemonte che porta la cosiddetta prescrizione sociale nei musei del territorio. Grazie a una “ricetta bianca” i Medici di Medicina Generale possono oggi prescrivere ai pazienti visite guidate, laboratori e altre attività artistiche presso istituzioni culturali come il Castello di Rivoli e la Reggia di Venaria: un approccio olistico che integra arte e cultura nei percorsi di cura per migliorare il benessere psicofisico, ridurre isolamento e fragilità sociali e affiancare i trattamenti tradizionali con strumenti non farmacologici basati sulle evidenze internazionali sul ruolo delle arti nella salute.

Un progetto pilota in una delle aree più fragili

Museo Benessere è partito da un territorio volutamente complesso: l’area montana di Oulx e dell’Alta Valle di Susa, zona transfrontaliera e distante dai principali servizi sanitari. L’ASL TO3, la più grande del Piemonte per estensione territoriale, copre infatti un bacino di circa 580mila abitanti, spaziando dall’area metropolitana torinese fino al confine con la Francia. Proprio in questo contesto, caratterizzato da isolamento geografico e spesso anche sociale, sono stati presi in carico i primi pazienti: ad oggi, racconta La Valle, il progetto coinvolge circa 36 persone.

Non solo farmaci, visite mediche e terapie, ma sempre più spesso i determinanti sociali e ambientali incidono sullo stato di salute tanto quanto l’assistenza sanitaria

«L’obiettivo di Museo Benessere» – sottolinea La Valle – «non è sostituire la terapia, ma affiancarla con un approccio “salutogenico”: generare salute attraverso esperienze capaci di attivare emozioni positive, ridurre la solitudine e rafforzare la motivazione».

Dai musei un impatto sul benessere e sull’aderenza terapeutica

I partecipanti vengono accompagnati in piccoli gruppi in luoghi d’arte simbolici del territorio, come il Castello di Rivoli e la Reggia di Venaria, partner fondamentali del progetto. «Visitare un museo in questo modo significa vivere un’atmosfera che aiuta anche a dimenticare, almeno per un momento, la malattia», osserva La Valle. «Si creano emozioni, si liberano endorfine, si attivano meccanismi interiori che migliorano l’umore e il senso di benessere».

L’obiettivo di Museo Benessere non è sostituire la terapia, ma affiancarla con un approccio “salutogenico”

Anche se i dati clinici definitivi sono ancora in fase di raccolta, le prime evidenze riguardano soprattutto l’adesione immediata dei pazienti, con richiesta di continuare il percorso, un miglioramento percepito nella motivazione e una maggiore attenzione alla terapia: «La faccio più volentieri e me ne dimentico meno», riferisce La Valle «Un segnale importante, soprattutto nei pazienti fragili e soli, dove l’aderenza terapeutica rappresenta uno snodo decisivo anche per gli esiti clinici».

Monitoraggio scientifico e sostenibilità

Un punto centrale per l’ASL TO3 è la possibilità di trasformare questa sperimentazione in un modello replicabile. Per questo, conferma La Valle, il progetto Museo Benessere prevede la raccolta di dati standardizzati e un’analisi dei costi.

«Avendo un finanziamento esterno possiamo codificare bene le spese e valutare i risultati in termini di salute», spiega. Il progetto è sostenuto dalla Compagnia di San Paolo, che ha permesso l’avvio e la strutturazione iniziale. L’obiettivo è ambizioso: dimostrare efficacia e sostenibilità per rendere questi interventi parte integrante dell’assistenza territoriale, fino a ipotizzarne un riconoscimento strutturale.

«L’auspicio è che un domani possa diventare qualcosa di definitivo, magari persino un LEA», afferma La Valle.

Una visione nazionale che si sta consolidando

Il progetto si inserisce inoltre in un quadro istituzionale in evoluzione: proprio in questi giorni, ricorda La Valle, è stato firmato un protocollo d’intesa tra Ministero della Salute e Ministero della Cultura per promuovere l’integrazione tra arte e percorsi di cura. Un segnale che iniziative come Museo Benessere non sono più soltanto esperimenti locali, ma possibili modelli di sanità del futuro.

Perché prendersi cura, oggi, significa anche questo: non solo curare la patologia, ma accompagnare la persona in un percorso che generi salute.