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AI in sanità, la Lombardia costruisce la governance dell’innovazione

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Mentre è in corso l’edizione 2026 di Forum Sanità Futura, uno dei temi al centro del confronto tra istituzioni, professionisti, aziende sanitarie e industria è il ruolo dell’intelligenza artificiale nella trasformazione del sistema salute. Un tema che rappresenta l’evoluzione naturale del percorso avviato dal Forum negli anni precedenti sulla connected care e sulla digitalizzazione dei servizi.

Prosegue il Forum Sanità Futura 2026, organizzato da Health Ecole – Scuola di Sanità

Ne parliamo con Carlo Nicora, coordinatore del Forum, che racconta come il lavoro svolto all’interno dei 4 gruppi di lavoro stia accompagnando Regione Lombardia nella definizione di un ecosistema sempre più integrato, capace di valorizzare i dati, supportare le decisioni cliniche e organizzative e costruire una governance dell’innovazione fondata sul confronto tra tutti gli attori del sistema.

Dalla connected care all’intelligenza artificiale: un cambio di paradigma

Per Nicora, il passaggio dalla connected care all’intelligenza artificiale non rappresenta una rottura, ma la prosecuzione di un percorso avviato da tempo.

Carlo Nicora

«Negli anni passati, con le precedenti edizioni del Forum Sanità Futura, abbiamo fatto un lavoro importante di confronto tra pari sulla digitalizzazione e sulla Connected Care, per analizzare in che maniera l’impatto della sanità digitale, inserita negli ambiti organizzativi dell’ospedale, del territorio, delle Case di comunità, degli Ospedali di comunità, dei medici di medicina generale e anche delle associazioni di volontariato, abbia favorito una diminuzione della frammentazione nella nostra organizzazione. Tramite la digitalizzazione si è aperta la possibilità di creare strumenti e opportunità di integrazione attraverso lo scambio dei dati, mettendo in contatto persone e organizzazioni e trasferendo informazioni da un punto all’altro del sistema».

Questo lavoro si è sviluppato all’interno del Piano strategico di sanità digitale di Regione Lombardia, che negli anni ha costruito le fondamenta dell’attuale ecosistema digitale regionale.

«Erano stati affrontati la telemedicina, il Fascicolo sanitario elettronico, le cartelle elettroniche, il CUP unico. Sono tutti interventi importanti che la Direzione Generale Welfare della Lombardia ha realizzato in ambito regionale e che hanno poi avuto una ricaduta concreta nelle strutture sanitarie. Basti pensare alla partenza del CUP unico, all’infrastruttura di telemedicina, all’obbligo entro la fine del PNRR di tutte le strutture sanitarie di avere una cartella clinica informatizzata e al lavoro che si sta facendo sul Fascicolo sanitario elettronico».

L’AI entra nella strategia regionale

Negli ultimi mesi, spiega Nicora, l’intelligenza artificiale è diventata una componente strutturale della strategia regionale: «È successo che l’intelligenza artificiale è entrata a pieno titolo nelle attività, lavorative e non solo, di tutti. E quindi anche DG Welfare ha deciso di introdurre all’interno dello sviluppo del Piano strategico di sanità digitale l’intelligenza artificiale, prevedendo un posizionamento della Regione Lombardia anche su questo tema, esattamente come era stato fatto per la telemedicina e per il CUP unico».

L’intelligenza artificiale è diventata una componente strutturale della strategia regionale

Una scelta che, secondo Nicora, risponde a esigenze molto concrete: «L’intelligenza artificiale comporta necessariamente un potenziamento dei servizi per gli operatori, comporta un miglioramento della patient journey, cioè della capacità dei nostri assistiti di avere informazioni, comporta un’ulteriore valorizzazione del dato laddove è raccolto bene, è di qualità ed è utilizzabile e comporta un ulteriore elemento importante che è quello legato alla governance regionale. Grazie a questi strumenti è possibile avere maggiore velocità, maggiore capacità di mettere insieme informazioni e dati e quindi aumentare la governance».

Dai dati alle decisioni: il focus sui Clinical Decision Support System

Il primo ambito sul quale il tavolo del Forum Sanità Futura dedicato a Digitalizzazione & AI ha deciso di concentrarsi riguarda i sistemi di supporto alle decisioni cliniche: «Il primo tema affrontato è stata l’analisi sui supporti alle decisioni cliniche, cioè sui Clinical Decision Support System. Regione Lombardia si è chiesta cosa possa fare per essere al fianco dei professionisti nell’analisi dei dati clinici e aiutarli a prendere decisioni informate e tempestive».

L’obiettivo non è individuare una singola tecnologia, ma definire le condizioni che questi strumenti dovranno rispettare per poter essere adottati in modo sicuro e appropriato.

L’obiettivo è definire le condizioni perché l’AI possa essere adottata in modo sicuro e appropriato anche in sanità

«Il lavoro nel gruppo è proprio quello di vedere quali sono i requisiti che Regione Lombardia richiede. Come quando acquistiamo un farmaco, un dispositivo medico, una nuova tecnologia, dobbiamo capire quali sono gli elementi che caratterizzano e danno garanzia che i Clinical Decision Support System siano effettivamente rispondenti a una logica di efficienza, efficacia, sicurezza e qualità».

Per il coordinatore del Forum, l’intelligenza artificiale deve essere interpretata come un’evoluzione degli strumenti a disposizione dei professionisti: «Quando ho cominciato a fare il medico usavo il fonendoscopio per auscultare il cuore e i polmoni. Oggi esistono strumenti molto più performanti della capacità di ascolto delle mie orecchie, trasformando segnali e sintomi in informazioni. L’intelligenza artificiale va letta in questa prospettiva».

Sicurezza, trasparenza e responsabilità

Se il potenziale dell’AI è evidente, altrettanto rilevanti sono le questioni legate alla governance.

Nicora richiama anzitutto il tema della velocità con cui queste tecnologie stanno entrando nella pratica professionale: «La velocità della tecnologia la vediamo da quanti professionisti stanno già utilizzando, magari in maniera non strutturata, strumenti come ChatGPT, Gemini o Claude. Finché li usiamo per migliorare la capacità di fare un documento, una lettera o un paper non ci sono grandi problematiche. Quando però li utilizziamo all’interno di un processo decisionale clinico il problema della sicurezza diventa cogente».

Da qui emerge la necessità di garantire trasparenza nell’impiego dell’intelligenza artificiale all’interno dei percorsi di cura. Nicora richiama in particolare il tema dell’informazione e della responsabilità: «Quando strumenti di intelligenza artificiale vengono utilizzati a supporto della diagnosi o dei processi di verifica, il paziente deve esserne adeguatamente informato. La conoscenza di queste modalità di utilizzo rientra nel rapporto di fiducia tra professionista e assistito e comporta implicazioni anche sul piano della responsabilità, che devono trovare adeguata considerazione nell’ambito del rapporto contrattuale relativo alla prestazione sanitaria».

È necessario garantire trasparenza nell’impiego dell’intelligenza artificiale nei percorsi di cura

Parallelamente, è necessario che i professionisti acquisiscano una conoscenza adeguata degli strumenti che utilizzano: «Stiamo lavorando con i clinici perché, se non possono conoscere nel dettaglio gli algoritmi che stanno alla base dello strumento, perlomeno alcuni elementi chiave della loro formulazione siano conosciuti. Devono sapere che stanno utilizzando uno strumento che ha determinate caratteristiche, esattamente come accade quando utilizzano un ecografo, utilizzano un farmaco, impiantano una protesi o qualsiasi altra tecnologia sanitaria».

Il valore del Forum: la coprogettazione tra Regione e stakeholder

Nella visione di Nicora, il principale elemento distintivo di Forum Sanità Futura risiede nel metodo di lavoro adottato. «Uno degli aspetti di maggiore valore del Forum è la partecipazione attiva dei colleghi della Direzione Generale Welfare della Regione Lombardia ai tavoli di confronto. Sono loro a orientare la discussione, proponendo temi che si inseriscono in un percorso già definito. Il confronto con i partecipanti parte da un impianto progettuale concreto e si concentra su aspetti quali il supporto clinico alle decisioni, con l’obiettivo di verificarne la solidità, individuare eventuali criticità e raccogliere contributi utili a completare o migliorare il disegno iniziale».

I tavoli del Forum Sanità Futura raccolgono una pluralità di prospettive per verificare la sostenibilità delle scelte prima della loro implementazione

Al tavolo siedono direttori generali, direttori sanitari, professionisti, medici di medicina generale, specialisti e rappresentanti dell’industria. Una pluralità di prospettive che consente di verificare la sostenibilità delle scelte prima della loro implementazione: «Credo che la parola co-progettazione descriva bene ciò che stiamo facendo. Tutti gli incontri sono operativi: servono per cercare di mettere a terra idee o elementi che il livello regionale ha individuato come priorità, confrontandoli con la sensibilità di chi è in prima linea. Chi lavora ogni giorno nei servizi può sottolinearne l’importanza, ma anche evidenziare eventuali carenze o criticità».

Un approccio che, secondo Nicora, sarà determinante anche per accompagnare l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella sanità lombarda: non come semplice innovazione tecnologica, ma come strumento da integrare progressivamente nei processi clinici, organizzativi e decisionali del sistema.

Intelligenza artificiale e procurement: verso acquisti più consapevoli e sostenibili

L’intelligenza artificiale entra anche nei processi di procurement sanitario, dove può offrire strumenti di supporto alle decisioni e nuove capacità di analisi dei dati. Un tema che viene affrontato in parallelo all’interno di un altro tavolo di lavoro del Forum Sanità Futura e che presenta molte analogie con quanto sta avvenendo in ambito clinico e organizzativo: «Sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel procurement il ragionamento è più o meno simile: analisi avanzata dei dati, supporto alle decisioni, monitoraggio delle performance contrattuali. A differenza della parte sanitaria entriamo però in un percorso organizzativo e amministrativo».

Il confronto tra centrali di acquisto, aziende sanitarie e mercato su come monitorare le performance contrattuali è un elemento chiave sia per chi compra sia per chi vende

Secondo Nicora, uno degli ambiti più interessanti riguarda la possibilità di monitorare in modo più efficace l’esecuzione dei contratti e le performance dei fornitori: «Il confronto tra le centrali di acquisto, le aziende sanitarie e il mercato su come monitorare le performance contrattuali è un elemento chiave sia per chi deve comprare sia per chi deve vendere».

Accanto alla digitalizzazione dei processi di acquisto emerge inoltre il tema della sostenibilità ambientale, che secondo Nicora dovrà assumere un ruolo sempre più rilevante nelle strategie di procurement pubblico: «Si vorrebbe proseguire nell’inserire i principi di green procurement, cioè tentare di valorizzare all’interno della costruzione dei contratti tipo e delle gare le strategie di approvvigionamento orientate alla sostenibilità ambientale e la scelta di servizi e fornitori che vanno in quella direzione».

Una prospettiva che si collega anche alle valutazioni di Health Technology Assessment e al concetto di valore lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti e delle tecnologie: «Nell’ambito dell’HTA c’è la possibilità di valorizzare un buon procurement tenendo in evidenza la componente green, il valore di vita del prodotto, la sua durata e la sua sostenibilità complessiva».

Per accompagnare questa evoluzione, conclude Nicora, sarà necessario investire anche sulle competenze delle figure coinvolte nei processi di acquisto: «È importante fare formazione all’interno delle strutture sanitarie per ingegneri clinici, provveditori, farmacisti, direttori medici di presidio e tutte quelle figure che partecipano al processo. Possono acquisire elementi utili per ampliare la propria lettura e affrontare queste tematiche con strumenti nuovi».

Il percorso continua dal 14 settembre

Il percorso di Forum Sanità Futura 2026 prosegue dal 14 settembre con nuovi momenti di confronto sui temi strategici per l’evoluzione del sistema sanitario. TrendSanità, media partner dell’iniziativa, accompagnerà questa evoluzione con nuovi approfondimenti e contributi dedicati ai temi emergenti dal confronto tra istituzioni, professionisti e stakeholder del sistema salute.

Oltre il Green Hospital: governance e innovazione per una sanità sostenibile

Introduzione

Gli effetti del cambiamento climatico costituiscono ormai un rilevante determinante della salute individuale e collettiva, oltre che una delle principali criticità ambientali, sociali ed economiche del XXI secolo. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra il 2030 e il 2050 il cambiamento climatico potrebbe causare circa 250.000 decessi aggiuntivi ogni anno [WHO, 2024].

In tale scenario, i sistemi sanitari occupano una posizione particolarmente complessa. Pur avendo come finalità primaria la tutela e il miglioramento della salute, essi contribuiscono in misura significativa alle emissioni di gas a effetto serra. Il settore sanitario è infatti responsabile di circa il 4-5% delle emissioni globali, una quota paragonabile, e in alcuni casi superiore, a quella attribuita a comparti quali l’aviazione e la navigazione [Health Care Without Harm, 2019]. Nei Paesi ad alto reddito, tale incidenza può raggiungere valori compresi tra l’8% e il 10%.

La sanità è chiamata a rispondere agli effetti del cambiamento climatico e, contemporaneamente, a ridurre l’impatto ambientale

Di fronte a quella che è stata definita la più rilevante minaccia globale per la salute del XXI secolo, la sanità è pertanto chiamata ad assumere una duplice responsabilità: rispondere agli effetti del cambiamento climatico sulla popolazione e, contemporaneamente, ridurre l’impatto ambientale generato dalle proprie attività [Romanello et al., 2024].

L’impronta ecologica del settore non si limita alle emissioni climalteranti. L’intensità media delle emissioni di anidride carbonica dell’industria farmaceutica è stata stimata in 54 tonnellate di CO₂ equivalente per milione di euro di fatturato, un valore superiore di circa il 50% rispetto a quello del settore automobilistico [Martuzzi, 2024]. Entro il 2040 potrebbe inoltre quadruplicare il volume delle emissioni connesse ai sistemi di raffreddamento delle strutture ospedaliere [Salas et al., 2020].

L’impronta ecologica del settore riguarda emissioni, produzione di rifiuti, consumo di acqua ed energia e impiego di sostanze chimiche

Un ulteriore ambito critico è rappresentato dalla produzione di rifiuti. Gli ospedali generano mediamente circa 29 libbre, equivalenti a 13 chilogrammi, di rifiuti per posto letto al giorno [Practice Greenhealth, 2021]. A tale impatto si aggiungono l’elevato consumo di acqua ed energia, il ricorso a materiali monouso e l’impiego di sostanze chimiche potenzialmente dannose per gli ecosistemi.

La crescente intensità della crisi climatica rende pertanto necessario integrare la sostenibilità ambientale nei processi decisionali, gestionali e assistenziali delle organizzazioni sanitarie. L’aumento della temperatura globale, rimasto per tredici mesi consecutivi oltre la soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, conferma l’urgenza di una trasformazione strutturale e non più rinviabile [Copernicus Climate Change Service, 2024].

Gli effetti del cambiamento climatico sulla salute

Il cambiamento climatico non può essere considerato esclusivamente una questione ambientale. I suoi effetti incidono direttamente e indirettamente sulla salute, determinando rischi molteplici, interdipendenti e distribuiti in modo diseguale tra territori e gruppi di popolazione [United Nations, 2024].

L’aumento della frequenza, della durata e dell’intensità delle ondate di calore determina un incremento dei casi di colpo di calore e disidratazione e può aggravare patologie cardiovascolari, respiratorie e renali preesistenti [Watts et al., 2021]. Gli eventi meteorologici estremi, tra cui alluvioni, tempeste e uragani, causano inoltre lesioni, decessi e danni alle infrastrutture, producendo conseguenze di lungo periodo anche sulla salute mentale. Disturbo post-traumatico da stress, ansia e depressione sono frequentemente riscontrati nelle popolazioni esposte a eventi climatici distruttivi [Hayes et al., 2018].

Il cambiamento climatico incide direttamente e indirettamente sulla salute

L’inquinamento atmosferico, aggravato dalle trasformazioni climatiche, contribuisce all’aumento dell’incidenza e della gravità di patologie respiratorie quali asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva e accresce il rischio di ictus e infarto del miocardio [WHO, 2022]. Le variazioni dei regimi di temperatura e precipitazione modificano, inoltre, la distribuzione geografica e la stagionalità delle malattie trasmesse da vettori, tra cui malaria, dengue e malattia di Lyme, esponendo a tali rischi popolazioni precedentemente non interessate [Cissé et al., 2022].

La riduzione della disponibilità di acqua e alimenti sicuri può determinare malnutrizione, carenze di micronutrienti e un aumento delle patologie trasmesse dall’acqua, come il colera [FAO, 2021]. I diversi fattori di rischio tendono ad amplificarsi reciprocamente, dando origine a una crisi sanitaria complessa e in rapida evoluzione.

I diversi fattori di rischio danno origine a una crisi sanitaria complessa e in rapida evoluzione

Ne deriva una crescente pressione sui servizi sanitari, chiamati a fronteggiare un aumento dei ricoveri, una maggiore domanda assistenziale e nuovi profili di morbilità. Gli effetti risultano particolarmente rilevanti per le fasce più vulnerabili della popolazione. Le persone anziane presentano una maggiore suscettibilità agli stress termici, mentre i bambini sono maggiormente esposti alle conseguenze dell’inquinamento atmosferico e dell’insicurezza alimentare [IPCC, 2022].

La risposta a tali fenomeni richiede quindi interventi coordinati di prevenzione, adattamento e mitigazione, capaci di coinvolgere non solo le istituzioni sanitarie, ma anche le amministrazioni pubbliche, le comunità locali, il sistema produttivo e la cittadinanza.

La sostenibilità come responsabilità etica e strategica

Il settore sanitario occupa una posizione peculiare nella crisi climatica. Da un lato, è chiamato a gestirne le conseguenze sulla salute; dall’altro, contribuisce alle emissioni, alla produzione di rifiuti e al consumo di risorse naturali.

La nozione di sviluppo sostenibile [WHO, 1998] offre un riferimento essenziale per affrontare tale apparente contraddizione. Il concetto, elaborato nel Rapporto Brundtland, richiama la necessità di soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità, per quelle future, di soddisfare i propri [United Nations, 1987]. Applicata alla sanità, tale prospettiva implica la capacità di garantire cure efficaci, accessibili e di qualità, riducendo al contempo l’impatto ambientale dei processi assistenziali e organizzativi.

Lo sviluppo sostenibile implica la necessità di soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità, per quelle future, di soddisfare i propri

La visione One Health, fondata sull’interdipendenza tra salute umana, salute animale e integrità degli ecosistemi, rafforza ulteriormente la necessità di superare approcci settoriali e frammentati [ISS, 2022]. La tutela della salute non può infatti essere separata dalla qualità dell’ambiente, dalle condizioni sociali e dalla sostenibilità dei modelli economici e produttivi.

L’adozione di politiche ambientali rappresenta, oltre che un imperativo etico, un’opportunità strategica. Una maggiore efficienza energetica, la riduzione degli sprechi e l’ottimizzazione nell’impiego delle risorse possono generare benefici economici e organizzativi. Il National Health Service inglese ha stimato che le iniziative di sostenibilità possano produrre risparmi fino a 400 milioni di sterline all’anno [NHS, 2020].

Un orientamento coerente alla sostenibilità può inoltre migliorare la reputazione delle organizzazioni sanitarie, accrescere il coinvolgimento del personale, favorire l’innovazione clinica e gestionale e rafforzare la relazione di fiducia con pazienti e cittadini. Un’indagine condotta tra professionisti sanitari ha rilevato che l’89% degli intervistati considera importante lavorare per un’organizzazione impegnata nella sostenibilità ambientale [Shah et al., 2024].

Le principali strategie per una sanità sostenibile

La transizione ecologica delle organizzazioni sanitarie richiede un insieme coordinato di interventi. Iniziative isolate, pur positive, non sono sufficienti a modificare in modo duraturo l’impronta ambientale del sistema. Risulta invece necessario intervenire sull’intera catena del valore sanitario, dalle infrastrutture agli acquisti, dalle tecnologie ai comportamenti professionali (Tabella 1).

Leva

Azioni principali

Risultato atteso

Energia e tecnologie

Riqualificazione energetica, fonti rinnovabili, rinnovo delle apparecchiature

Riduzione dei consumi e delle emissioni

Acquisti e rifiuti

Criteri ambientali, riduzione del packaging, corretta gestione dei flussi

Minore impatto della catena di fornitura

Persone e comunità

Formazione, welfare, mobilità sostenibile, tutela delle aree verdi

Cambiamento culturale e promozione della salute

Digitale e territorio

Telemedicina, integrazione ospedale-territorio, assistenza di prossimità

Minori spostamenti e maggiore accessibilità

Governance

Obiettivi, indicatori, monitoraggio e diffusione di buone pratiche

Coordinamento e continuità della transizione ecologica

Tabella 1. Le principali leve per una sanità sostenibile

Energia, edifici e impianti

La riqualificazione energetica degli edifici sanitari rappresenta uno degli ambiti prioritari di intervento. Le strutture ospedaliere sono caratterizzate da elevati consumi, legati alla continuità operativa, alla climatizzazione, all’illuminazione e al funzionamento di apparecchiature complesse.

Le azioni possibili comprendono l’utilizzo di fonti rinnovabili, l’adozione di sistemi di illuminazione a basso consumo, l’ammodernamento degli impianti di riscaldamento, ventilazione e condizionamento e il miglioramento dell’isolamento degli edifici. Tali misure possono ridurre le emissioni di CO₂ e, nel medio-lungo periodo, contenere i costi operativi.

La riqualificazione energetica degli edifici sanitari e il rinnovo del parco apparecchiature sono ambiti prioritari di intervento

La sanità è inoltre un settore a elevata intensità tecnologica. Il rinnovo del parco apparecchiature può favorire l’introduzione di dispositivi che, a parità di efficacia e funzionalità, richiedano minori quantità di energia e risorse. Le decisioni di investimento dovrebbero quindi considerare non soltanto il costo iniziale e le prestazioni cliniche, ma anche i consumi energetici, la durata, le possibilità di manutenzione e le modalità di dismissione.

Una valutazione multidimensionale consentirebbe di integrare obiettivi clinici, economici e ambientali, evitando che la sostenibilità venga trattata come criterio accessorio.

Approvvigionamenti e selezione dei fornitori

Una quota rilevante dell’impatto ambientale delle aziende sanitarie deriva dalla catena di fornitura. L’integrazione di criteri ambientali nei processi di acquisto rappresenta pertanto una leva essenziale.

Le aziende possono privilegiare prodotti a ridotto impatto ambientale, materiali riciclabili, forniture con imballaggi contenuti e operatori economici dotati di certificazioni relative alla sostenibilità dei processi produttivi e distributivi. Quando compatibile con la normativa e con le esigenze di qualità, sicurezza e continuità delle forniture, può inoltre essere favorita una maggiore prossimità geografica dei fornitori.

Si possono privilegiare prodotti a ridotto impatto ambientale e una maggiore prossimità geografica dei fornitori

L’efficacia di tali strategie dipende dalla capacità di valorizzare concretamente i criteri ambientali nelle procedure di gara. Il loro inserimento formale nella documentazione non è sufficiente se non si traduce in elementi valutativi chiari, misurabili e realmente discriminanti nella selezione delle offerte.

Particolare attenzione dovrebbe essere riservata al packaging. La riduzione degli imballaggi eccessivi può generare benefici ambientali significativi, purché sia garantito il rispetto dei requisiti di sterilità, integrità del prodotto, tracciabilità e praticità d’uso per gli operatori.

Gestione dei rifiuti

La riduzione dei rifiuti sanitari richiede interventi lungo tutte le fasi del processo assistenziale. Occorre innanzitutto limitarne la produzione, anche attraverso una migliore programmazione degli acquisti, il controllo delle scadenze e la scelta di materiali riutilizzabili quando clinicamente appropriato.

Anche la riduzione dei rifiuti sanitari richiede interventi lungo tutte le fasi del processo assistenziale

La corretta separazione dei flussi consente inoltre di evitare che rifiuti assimilabili agli urbani vengano impropriamente classificati come pericolosi, con conseguente incremento dei costi e dell’impatto ambientale. Raccolta differenziata, riciclo, sterilizzazione alternativa all’incenerimento dei rifiuti infettivi e compostaggio dei materiali organici, ove applicabile, possono contribuire a un sistema più efficiente.

La comparazione tra dispositivi monouso e prodotti riutilizzabili o sterilizzabili dovrebbe considerare l’intero ciclo di vita. Non sempre, infatti, l’alternativa apparentemente più ecologica produce il minore impatto complessivo. Consumi di acqua ed energia, processi di sterilizzazione, trasporto, sicurezza e durata dei prodotti devono essere analizzati congiuntamente.

Formazione, sensibilizzazione e welfare aziendale

La sostenibilità richiede un cambiamento culturale che coinvolga professionisti sanitari, personale tecnico e amministrativo, pazienti e cittadini. La formazione continua può favorire la conoscenza degli effetti ambientali delle attività quotidiane e promuovere comportamenti più responsabili.

I percorsi formativi potrebbero riguardare la corretta gestione dei rifiuti, il contenimento dei consumi energetici, l’uso appropriato dei materiali, la mobilità sostenibile e l’integrazione dei criteri ambientali nelle decisioni cliniche e amministrative.

Il coinvolgimento dei professionisti nella progettazione degli interventi può favorire soluzioni più efficaci

Le iniziative di welfare aziendale possono rafforzare tale orientamento. Anche mediante gli strumenti previsti dalla contrattazione collettiva e dal welfare integrativo, le organizzazioni possono incentivare il trasporto pubblico, la mobilità ciclabile, la condivisione degli spostamenti e altri comportamenti coerenti con gli obiettivi ambientali.

La partecipazione del personale è essenziale. Le misure imposte esclusivamente dall’alto rischiano infatti di essere percepite come ulteriori adempimenti, mentre il coinvolgimento dei professionisti nella progettazione degli interventi può favorire soluzioni più efficaci e maggiormente compatibili con i processi di lavoro.

Tutela delle aree verdi e rapporto con la comunità

La sostenibilità delle strutture sanitarie riguarda anche gli spazi in cui esse sono inserite. La creazione, il mantenimento e la cura delle aree verdi all’interno e in prossimità degli ospedali possono contribuire al benessere dei pazienti, dei familiari e degli operatori.

La cura dell’ambiente circostante può diventare parte di una più ampia strategia di prevenzione e promozione della salute

Le aziende sanitarie possono promuovere direttamente tali interventi oppure aderire a iniziative territoriali e campagne di raccolta fondi finalizzate alla riqualificazione degli spazi urbani. La cura dell’ambiente circostante può diventare parte di una più ampia strategia di prevenzione e promozione della salute.

Una simile impostazione riconosce che la tutela del paziente non si esaurisce nel trattamento della malattia, ma comprende anche l’attenzione alle condizioni ambientali e sociali della comunità in cui la persona vive. Qualità dell’aria, disponibilità di spazi verdi, sicurezza urbana e vivibilità dei territori incidono infatti in modo rilevante sullo stato di salute della popolazione.

Governance regionale e responsabilità delle Direzioni Strategiche

La trasformazione verso un sistema sanitario sostenibile non può essere affidata esclusivamente all’iniziativa delle singole aziende. Le amministrazioni regionali svolgono un ruolo decisivo nel definire indirizzi comuni, obiettivi misurabili e strumenti di monitoraggio.

Un primo livello di intervento può svilupparsi secondo una logica top-down. Le Regioni possono assegnare specifici obiettivi ambientali alle aziende sanitarie, individuare indicatori di risultato e verificarne periodicamente il raggiungimento. Gli obiettivi potrebbero riguardare, ad esempio, la riduzione dei consumi energetici, la produzione di rifiuti per posto letto, l’impiego di materiali monouso, la mobilità del personale o l’introduzione di criteri ambientali nelle procedure di acquisto.

Un primo livello di intervento può svilupparsi secondo una logica top-down

L’inserimento di tali dimensioni nei mandati e nei sistemi di valutazione delle Direzioni Strategiche contribuirebbe a riconoscere la sostenibilità come parte integrante della responsabilità manageriale. La transizione ambientale non dovrebbe infatti essere considerata un’attività accessoria o affidata esclusivamente agli uffici tecnici, ma una componente della programmazione aziendale.

Accanto all’indirizzo centrale, appare altrettanto importante una logica bottom-up. Le esperienze sviluppate nelle singole aziende possono essere raccolte, valutate e condivise a livello regionale, favorendo la diffusione delle pratiche più efficaci. La messa a fattor comune delle iniziative locali consentirebbe di evitare duplicazioni, accelerare l’apprendimento organizzativo e adattare le soluzioni ai diversi contesti territoriali.

Appare altrettanto importante una logica bottom-up

Un ruolo specifico spetta inoltre alle centrali regionali di committenza e agli organismi di aggregazione degli acquisti. La loro capacità di orientare grandi volumi di domanda può incidere sui comportamenti dei fornitori e favorire la diffusione di prodotti, imballaggi e processi produttivi maggiormente sostenibili.

Procedure aggregate adeguatamente progettate potrebbero richiedere certificazioni ambientali, informazioni sul ciclo di vita dei prodotti e impegni relativi alla riduzione del packaging. La concentrazione della domanda rappresenta, in tale prospettiva, non soltanto uno strumento di contenimento dei costi, ma anche una leva di politica ambientale.

Comunicazione, prevenzione e coinvolgimento dei cittadini

La transizione ecologica del sistema sanitario richiede anche il coinvolgimento della popolazione. Le aziende sanitarie possono svolgere un’importante funzione educativa, collegando la tutela dell’ambiente alla prevenzione delle malattie e alla promozione di stili di vita salutari.

Le aziende sanitarie possono svolgere un’importante funzione educativa

Campagne informative rivolte ai cittadini possono illustrare gli effetti dell’inquinamento, del caldo estremo, della mobilità e dei comportamenti di consumo sulla salute. La comunicazione dovrebbe contribuire alla costruzione di una consapevolezza duratura e non limitarsi a promuovere singole iniziative.

Una maggiore comprensione delle ragioni che sostengono la transizione ambientale può facilitare l’adesione degli utenti ai cambiamenti organizzativi introdotti dalle aziende sanitarie. Misure come la riduzione dei materiali cartacei, la digitalizzazione delle comunicazioni, il ricorso appropriato alla telemedicina o la revisione di alcune modalità di accesso ai servizi risultano più facilmente accettabili quando ne vengono chiariti obiettivi e benefici.

Digitalizzazione, telemedicina e sostenibilità dei percorsi assistenziali

La digitalizzazione può contribuire alla sostenibilità ambientale, purché sia inserita in un ridisegno coerente dei servizi e non sia considerata un obiettivo autonomo.

Gli investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) hanno favorito lo sviluppo di infrastrutture, competenze e strumenti per la telemedicina. Televisita, teleconsulto, teleassistenza e telemonitoraggio possono supportare percorsi di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, integrando le competenze professionali e avvicinando i servizi ai cittadini.

La telemedicina può ridurre gli spostamenti e sostenere la continuità assistenziale nei territori con difficoltà di accesso

L’erogazione a distanza di prestazioni appropriate può ridurre gli spostamenti di pazienti, familiari e professionisti, con una possibile diminuzione delle emissioni associate alla mobilità. Può inoltre favorire un utilizzo più efficiente delle risorse tecnologiche e umane e sostenere la continuità assistenziale nei territori caratterizzati da difficoltà di accesso.

I benefici ambientali della telemedicina non devono tuttavia essere presunti in modo automatico. Consumi energetici delle infrastrutture digitali, produzione e sostituzione dei dispositivi, sicurezza dei dati, alfabetizzazione digitale e rischio di disuguaglianze di accesso devono essere considerati nella valutazione complessiva.

Il “Blue Hospital” è un’organizzazione che supera la rigida separazione tra ospedale e territorio attraverso tecnologie digitali, competenze integrate e assistenza di prossimità

In tale prospettiva, il modello del Green Hospital può evolvere oltre la sola sostenibilità dell’edificio fisico, includendo l’intera rete dei servizi ospedalieri, territoriali e domiciliari. La nozione di “Blue Hospital” può essere utilizzata, con valore prospettico, per descrivere un’organizzazione capace di superare la rigida separazione tra ospedale e territorio attraverso tecnologie digitali, competenze integrate e assistenza di prossimità.

Non si tratta semplicemente di virtualizzare il rapporto tra cittadino e professionista, ma di costruire percorsi nei quali il domicilio possa diventare, quando clinicamente appropriato, un setting sicuro, monitorato e collegato alla rete dei servizi. Qualità, sicurezza e personalizzazione delle cure devono rimanere i criteri prioritari, ai quali affiancare la valutazione dell’impatto ambientale.

Conclusioni

La sostenibilità ambientale costituisce ormai una dimensione essenziale della qualità e della responsabilità dei sistemi sanitari. La riduzione delle emissioni, dei consumi e dei rifiuti non può essere perseguita attraverso iniziative episodiche, ma richiede un cambiamento sistemico che coinvolga programmazione, investimenti, acquisti, tecnologie, processi assistenziali e comportamenti organizzativi.

Una leadership consapevole rappresenta una condizione determinante. Regioni e Direzioni Strategiche sono chiamate a definire obiettivi, responsabilità e strumenti di monitoraggio, favorendo al contempo la partecipazione dei professionisti e la diffusione delle migliori esperienze locali.

La tutela della salute presente e futura dipende anche dalla capacità delle organizzazioni sanitarie di proteggere l’ambiente

La sostenibilità deve inoltre essere integrata con la digitalizzazione, la prossimità delle cure e la trasformazione dei modelli assistenziali. Telemedicina e assistenza domiciliare possono contribuire a ridurre l’impatto ambientale del sistema, purché siano adottate sulla base dell’appropriatezza clinica, dell’equità di accesso e di una valutazione completa dei benefici e dei costi.

La tutela della salute presente e futura dipende anche dalla capacità delle organizzazioni sanitarie di proteggere l’ambiente nel quale le persone vivono. Un sistema sanitario realmente sostenibile non è soltanto un erogatore di cure, ma un attore istituzionale capace di promuovere prevenzione, innovazione e responsabilità verso le generazioni future.

Bibliografia

Liste d’attesa e privato accreditato: il caso Campania interroga il modello del SSN

Il rischio di sospensione dei ricoveri programmati nelle strutture private accreditate della Campania dal 16 settembre è un segnale che va ben oltre i confini regionali. La vertenza campana riporta infatti al centro una questione che interessa l’intero Servizio sanitario nazionale: come garantire stabilità, programmazione e sostenibilità a una componente dell’offerta assistenziale che in molti territori concorre in maniera strutturale alla risposta ai bisogni di salute dei cittadini.

AISI – Associazione Imprese Sanitarie Indipendenti esprime piena solidarietà alle strutture, ai professionisti e agli operatori coinvolti nella situazione campana e chiede alle istituzioni regionali e nazionali di favorire rapidamente una soluzione che scongiuri ripercussioni sui pazienti. Ma invita contemporaneamente a non ridurre il problema a una vertenza territoriale.

Le ultime aperture in Campania

Proprio mentre AISI richiama l’attenzione sulla necessità di una risposta strutturale, dalla Campania arrivano nelle ultime ore segnali di apertura nel confronto tra Regione e strutture private accreditate. Secondo quanto emerge dal tavolo sulla specialistica ambulatoriale, la Regione avrebbe manifestato la disponibilità a mettere in campo circa 7 milioni di euro aggiuntivi, mentre resta aperta la partita delle case di cura e della radioterapia, con un nuovo confronto previsto il 3 settembre in Prefettura.

Per AISI si tratta di sviluppi positivi, perché dimostrano che attraverso il confronto istituzionale è possibile ricercare soluzioni capaci di scongiurare interruzioni dell’attività assistenziale. Ma proprio queste ultime notizie rafforzano il punto centrale posto dall’Associazione: non si può attendere che una criticità arrivi a ridosso dello stop delle prestazioni per riallineare fabbisogni, risorse e capacità assistenziale.

«Occorre costruire condizioni di programmazione che consentano di affrontare fabbisogni, budget e sostenibilità»

«Ogni apertura che possa scongiurare lo stop delle prestazioni è una buona notizia, prima di tutto per i cittadini», afferma la Presidente AISI Karin Saccomanno. «Il dialogo avviato in Campania deve però diventare anche un’occasione per guardare oltre l’emergenza. Il problema nazionale che poniamo resta esattamente questo: costruire condizioni di programmazione che consentano di affrontare fabbisogni, budget e sostenibilità prima che le criticità arrivino al punto di rottura».

La questione riguarda il rapporto complessivo tra fabbisogni sanitari, capacità assistenziale disponibile, tetti di spesa, tariffe, accordi contrattuali e tempi di pagamento, mentre il Servizio sanitario continua a confrontarsi con liste d’attesa, crescita della domanda e difficoltà di accesso alle prestazioni.

«La questione riguarda la capacità del sistema di garantire le cure»

«La Campania rappresenta oggi un campanello d’allarme, ma sarebbe un errore considerarlo soltanto un problema campano», afferma Karin Saccomanno. «Quando una parte della rete che concorre stabilmente all’assistenza rischia di rallentare o sospendere le prestazioni, la questione non riguarda più il rapporto tra pubblico e privato: riguarda la capacità del sistema di garantire le cure. Serve una riflessione nazionale sul modello, perché non possiamo riconoscere al privato accreditato una funzione strutturale e contemporaneamente lasciarlo esposto a cicliche condizioni di incertezza».

Dalla Campania una questione che riguarda il Paese

In Campania AIOP ha annunciato la sospensione dei ricoveri programmati dal 16 settembre, mentre le organizzazioni sindacali hanno proclamato lo stato di agitazione. La vertenza riguarda, tra gli altri aspetti, programmazione delle risorse, fabbisogni e sostenibilità economica delle strutture accreditate.

Un dato regionale mostra quanto possa essere stretto il rapporto tra rete pubblica e accreditata: nella radioterapia, la documentazione regionale indica che le strutture private accreditate assorbono il 69% della relativa spesa e che in alcuni territori il ricorso a questa rete assume un peso determinante.

Il punto non è stabilire quale componente debba prevalere

Per AISI il punto non è stabilire quale componente debba prevalere, ma comprendere cosa accade quando una parte della capacità assistenziale sulla quale il sistema fa affidamento entra in difficoltà.

«Una prestazione che non viene più erogata non cancella il bisogno sanitario che l’ha generata», sottolinea il Direttore Generale AISI Giovanni Onesti. «Il paziente resta in attesa, cerca un’altra soluzione oppure quella domanda si trasferisce su altre strutture, spesso pubbliche. Per questo la sostenibilità dell’offerta accreditata non può essere considerata esclusivamente una questione economica degli operatori: diventa un tema di programmazione sanitaria».

Tetti, tariffe e programmazione: le tensioni non sono solo campane

Il confronto sulla sostenibilità del privato accreditato non nasce oggi e non riguarda una sola Regione. Nel corso degli ultimi anni, e ancora nel 2026, in diversi territori sono emerse discussioni relative a tetti di spesa, aggiornamento delle tariffe, rinnovo degli accordi e risorse destinate all’acquisto di prestazioni.

Anche in Piemonte, ad esempio, il confronto del 2026 ha interessato il rinnovo degli accordi con le strutture accreditate, le tariffe, i tetti di spesa e le relative coperture economiche.

«Fabbisogni, budget, tariffe e tempi di pagamento devono entrare in una programmazione stabile»

Sul piano nazionale, il tema è entrato inoltre nel confronto tra Stato e Regioni sulla remunerazione delle prestazioni. Per il 2026 il tetto nazionale per l’acquisto di prestazioni di specialistica ambulatoriale e assistenza ospedaliera dal privato è stato incrementato del 6,5%, confermando che il rapporto tra fabbisogni assistenziali e capacità accreditata rappresenta ormai un capitolo centrale della programmazione sanitaria.

«Non possiamo continuare a intervenire quando il problema è già diventato emergenza», osserva Onesti. «Fabbisogni, budget, tariffe e tempi di pagamento devono entrare in una programmazione stabile e possibilmente pluriennale. Chi deve garantire personale, tecnologie, qualità e continuità delle prestazioni ha bisogno di conoscere con sufficiente anticipo le condizioni nelle quali sarà chiamato a operare. Allo stesso tempo il sistema pubblico deve poter pretendere appropriatezza, trasparenza, qualità e rispetto degli accordi. Le due esigenze non sono in contraddizione».

Liste d’attesa: la capacità che si ferma non è neutra

AISI richiama in particolare l’attenzione sul rapporto tra sostenibilità dell’offerta e liste d’attesa.

Se una struttura accreditata riduce l’attività perché ha esaurito il budget o perché viene meno la sostenibilità delle prestazioni, la domanda sanitaria non diminuisce automaticamente. Una parte può essere rinviata, una parte può trasformarsi in spesa direttamente sostenuta dal cittadino e un’altra può trasferirsi sulle strutture pubbliche.

La programmazione dovrebbe partire dal numero e dalla tipologia delle prestazioni di cui una popolazione ha realmente bisogno

È proprio questo effetto a rendere necessario, secondo AISI, un cambio di prospettiva: la programmazione dovrebbe partire dal numero e dalla tipologia delle prestazioni di cui una popolazione ha realmente bisogno e solo successivamente individuare come utilizzare nel modo più efficace la capacità disponibile.

«Ogni volta che si riduce capacità assistenziale mentre il bisogno rimane invariato si produce inevitabilmente una conseguenza da qualche altra parte del sistema», afferma il Segretario Generale AISI Fabio Vivaldi. «Può aumentare l’attesa, può crescere la pressione sulle strutture pubbliche oppure il cittadino può essere costretto a cercare autonomamente un’altra risposta. È questa catena che dobbiamo interrompere attraverso una programmazione più moderna».

Un sistema sanitario reale più articolato della contrapposizione pubblico-privato

La stessa fotografia della spesa sanitaria mostra quanto il sistema utilizzato concretamente dagli italiani sia ormai articolato. L’ultima indagine AISI sui dati OECD, Commissione europea ed European Observatory, evidenzia che quasi 27 euro ogni 100 spesi in Italia per la salute provengono da fonti private, contro circa 20 euro nella media dell’Unione europea.

Il dato non coincide con il peso del privato accreditato, che risponde a modalità di finanziamento differenti, ma mostra come i percorsi di cura degli italiani si sviluppino ormai attraverso canali diversi.

I percorsi di cura degli italiani si sviluppano ormai attraverso canali diversi

Accanto al Servizio sanitario pubblico e alla rete privata accreditata esiste infatti anche la pura solvenza, finanziata direttamente dai cittadini o attraverso fondi e assicurazioni. Sono realtà differenti, che devono restare distinte per regole, finanziamento e funzioni, ma che compongono insieme la capacità sanitaria effettivamente presente nel Paese.

«Continuare a ragionare come se pubblico e privato fossero due universi che non comunicano significa non osservare come oggi gli italiani si curano realmente», afferma Saccomanno. «Il nostro obiettivo non è confondere ruoli diversi e tantomeno sostituire il Servizio sanitario nazionale. È conoscere quanta capacità sanitaria abbiamo, dove si trova, quali prestazioni può produrre e come può essere utilizzata nell’interesse dei cittadini».

AISI: partire dai fabbisogni, non dalle emergenze

Per AISI occorre quindi costruire un metodo nazionale capace di mettere in relazione fabbisogni assistenziali, domanda effettiva, liste d’attesa, capacità produttiva disponibile e risorse economiche.

La proposta è superare una programmazione prevalentemente emergenziale attraverso una ricognizione periodica dei bisogni sanitari territoriali, una misurazione della capacità pubblica e accreditata effettivamente disponibile, una maggiore stabilità degli accordi e dei budget e meccanismi che consentano di intercettare per tempo le situazioni nelle quali l’esaurimento delle risorse rischia di determinare rallentamenti o sospensioni delle prestazioni.

«Governare il limite economico senza misurare il bisogno rischia di spostare il problema senza risolverlo»

A questo deve accompagnarsi una maggiore certezza sui tempi di pagamento, sull’aggiornamento delle tariffe e sulle condizioni economiche necessarie per mantenere personale, tecnologie e standard qualitativi.

«Non chiediamo di eliminare la programmazione della spesa», precisa Onesti. «Chiediamo che programmazione sanitaria e programmazione economica parlino la stessa lingua. Se il fabbisogno di una determinata prestazione cresce, se le liste d’attesa aumentano e se esiste capacità per erogarla, il sistema deve essere in grado di valutare queste informazioni insieme. Governare soltanto il limite economico senza misurare contemporaneamente il bisogno rischia di spostare il problema senza risolverlo».

Dal caso Campania a un confronto nazionale

AISI chiede quindi che venga individuata rapidamente una soluzione alla vertenza campana prima del 16 settembre, tutelando continuità delle cure, professionisti e sostenibilità delle strutture, ma rivolge contemporaneamente un appello al Ministero della Salute, alle Regioni e alle istituzioni competenti affinché il caso diventi occasione per un confronto più ampio sulla programmazione del rapporto tra Servizio sanitario e privato accreditato.

«Il SSN deve rimanere il garante dell’universalità delle cure, ma proprio per difenderlo dobbiamo utilizzare con intelligenza tutte le risorse disponibili»

«La Campania non deve diventare l’ennesima emergenza risolta oggi e dimenticata domani», sottolinea Vivaldi. «Deve servire a costruire un meccanismo capace di prevenire situazioni analoghe. Se sappiamo quali sono i bisogni, quali strutture possono rispondere e quali risorse sono necessarie, abbiamo gli strumenti per programmare prima che si arrivi allo stop».

«La sanità italiana non ha bisogno di una nuova guerra ideologica tra pubblico e privato», conclude Saccomanno. «Ha bisogno di capacità assistenziale, professionisti, tecnologie, investimenti e soprattutto programmazione. Il Servizio sanitario nazionale deve rimanere il garante dell’universalità delle cure, ma proprio per difenderlo dobbiamo utilizzare con intelligenza tutte le risorse disponibili. Il caso Campania ci dice che aspettare che una parte del sistema si fermi per riconoscerne l’importanza non è più sostenibile. È il momento di affrontare la questione a livello nazionale».

Liste d’attesa in oculistica, il ruolo degli Ortottisti nel modello di cura sperimentale in Lombardia

«L’inserimento di un percorso di primo livello a carico dell’Ortottista rappresenta un modello di riorganizzazione dei percorsi che può migliorare l’appropriatezza delle prestazioni, rafforzare l’integrazione tra professionisti e rendere più efficiente l’accesso alle cure». È il commento della Commissione di albo nazionale degli Ortottisti della FNO TSRM e PSTRP, accogliendo con favore il “filtro ortottico”, introdotto a inizio agosto dalla Regione Lombardia con l’obiettivo di ridurre le liste d’attesa in oculistica. 

Un progetto sperimentale che vedrà la valutazione ortottica anticipare la visita oculistica, con l’obiettivo di intercettare e gestire i casi appropriati, riservando l’intervento dello specialista alle situazioni che richiedono un approfondimento diagnostico.

Il progetto sperimentale vedrà la valutazione ortottica anticipare la visita oculistica

Per la Presidente Lucia Intruglio «quella intrapresa da Regione Lombardia resta l’unica strada giusta da percorrere». «Siamo convinti – aggiunge Intruglio che – i percorsi di cura vadano riorganizzati, valorizzando le competenze professionali esistenti e già riconosciute dalla normativa vigente». Il progetto prevede due percorsi distinti. Per i bambini in età prescolare è previsto uno screening ortottico ambulatoriale, su prescrizione del Pediatra di libera scelta, finalizzato a individuare precocemente strabismi, ambliopie e altri disturbi della visione binoculare. Mentre per gli adulti è prevista la presa in carico ortottica delle richieste relative a calo del visus, controllo della refrazione o cambiamento delle lenti, sempre su prescrizione medica.

In entrambi i percorsi, l’Ortottista può concludere la valutazione in assenza di elementi importanti, programmare un follow-up ortottico oppure indirizzare la persone alla prima visita oculistica, qualora emergano elementi che richiedono approfondimento specialistico. Il codice di riferimento resta il 93.02 ovvero, “Valutazione ortottica con studio completo della motilità oculare”, già presente nel nomenclatore della specialistica ambulatoriale.

Sono previsti percorso per bambini in età prescolare e per gli adulti su prescrizione medica

La Lombardia non è l’unica regione che sta sperimentando una diversa organizzazione delle competenze per rispondere ai bisogni di salute visiva. In Liguria, da alcuni mesi sono stati introdotti programmi di screening gratuiti con esami OCT effettuati dall’Ortottista all’interno delle farmacie, con successivo invio degli esiti al medico per la valutazione e la diagnosi clinica.

Per la Presidente della Commissione di albo, questi esempi «mettono l’Ortottista al centro, riconoscendo tale professione come fondamentale per la salute visiva». «La valutazione della funzione visiva è un atto sanitario complesso, dal quale dipendono eventuali decisioni cliniche, con ricadute concrete sulla qualità di vita delle persone». La Commissione di albo nazionale degli Ortottisti ribadisce che prevenzione visiva, valutazione funzionale e riabilitazione rappresentano il cuore della professione. Attività che richiedono competenze sanitarie specifiche non riducibili al semplice rilievo di singoli parametri.

«Questi modelli dimostrano che è possibile coniugare appropriatezza clinica e sostenibilità del sistema»

Oculisti e Ortottisti sono i professionisti che lo Stato italiano, seppur con ruoli distinti e complementari, riconosce come garanti della salute visiva. A questi si affiancano, per alcune attività peculiari, il Pediatra di libera scelta, nell’ambito dei bilanci di salute, il Medico certificatore per l’idoneità alla guida e l’Ottico, quale arte ausiliaria delle professioni sanitarie, per le attività previste dalla normativa. «La salute visiva è un diritto dei cittadini. Ogni professione svolge un ruolo fondamentale – commenta Intruglio – ma il riconoscimento reciproco passa dal rispetto delle competenze che l’ordinamento attribuisce a ciascuna di esse».

«Il nostro auspicio – conclude Intruglio – è che quanto realizzato in Lombardia e in Liguria possa essere d’esempio anche per altre regioni italiane. Questi modelli dimostrano che è possibile coniugare appropriatezza clinica e sostenibilità del sistema. Valorizzare le competenze già esistenti significa ridurre sprechi, accorciare i tempi di accesso e garantire risposte più tempestive ai bisogni di salute visiva».

DSA e rientro a scuola: la guida AID per costruire autonomia e collaborazione

Il rientro a scuola rappresenta un momento di passaggio delicato per milioni di studentesse e studenti, ma per le famiglie di ragazze e ragazzi con DSA, Disturbi Specifici dell’Apprendimento, la preparazione del nuovo anno scolastico può richiedere un’attenzione particolare. Per rispondere a questa esigenza, l’Associazione Italiana Dislessia (AID) lancia la guida “Pronti, partenza… SCUOLA! Guida pratica per le famiglie, per un rientro senza ansie”, uno strumento pratico pensato per accompagnare le famiglie nelle prime settimane dell’anno scolastico e da utilizzare in sinergia con il test digitale “Rientro a scuola con un DSA: siete pronti?”.

Il punto di partenza della nuova guida è un cambio di prospettiva: preparare il rientro a scuola non significa cercare di controllare ogni dettaglio o prevedere in anticipo ogni possibile difficoltà, ma creare, insieme alla scuola e alle studentesse e agli studenti con DSA, le condizioni più favorevoli per affrontare lo studio con serenità, utilizzare gli strumenti più adeguati e sviluppare progressivamente una maggiore autonomia. In questa prospettiva, il rapporto tra famiglia, scuola e studente diventa centrale e il rientro non viene vissuto come un momento di semplice organizzazione, ma come l’avvio di un percorso condiviso.

Il PDP è un vero e proprio progetto di studio flessibile

Uno degli aspetti affrontati dalla guida riguarda il Piano Didattico Personalizzato (PDP), che AID invita a non considerare come un semplice adempimento formale, ma come un vero e proprio progetto di studio flessibile, costruito sulla base delle caratteristiche e dei bisogni dello studente e che i docenti devono redigere entro il primo trimestre. L’Associazione sottolinea inoltre l’importanza di non attendere la formalizzazione del documento per iniziare a costruire una relazione con gli insegnanti e con il coordinatore di classe. Fin dalle prime settimane è infatti possibile condividere le informazioni utili, osservare ciò che funziona e individuare insieme le strategie più efficaci, senza vivere il PDP come un documento statico, ma come uno strumento da verificare e, quando necessario, aggiornare nel corso dell’anno.

Un’attenzione particolare è dedicata anche agli strumenti compensativi, come la sintesi vocale, i libri digitali, le mappe concettuali o la calcolatrice. La guida ricorda che questi strumenti non rappresentano un pacchetto standard né un privilegio concesso allo studente, ma sono risorse fondamentali per ridurre l’impatto delle difficoltà specifiche e consentire a ciascuno di esprimere al meglio le proprie capacità. Allo stesso tempo, AID invita le famiglie a utilizzare questi strumenti anche come occasione per sviluppare gradualmente l’autonomia, attraverso un percorso fatto di piccoli passi e calibrato sull’età e sulle caratteristiche di ciascun ragazzo, dalla scuola primaria fino alle scuole superiori. La domanda da porsi, in questo percorso, è semplice ma fondamentale: “Qual è la parte che puoi fare da solo e quella in cui ti serve ancora una mano?”.

Il disagio del rientro a scuola può manifestarsi anche attraverso sintomi fisici

La guida dedica poi uno spazio importante al benessere emotivo, perché il ritorno a scuola può essere accompagnato da emozioni diverse e talvolta contrastanti, dall’entusiasmo all’ansia, fino al rifiuto o alla preoccupazione. In alcuni casi, il disagio può manifestarsi anche attraverso sintomi fisici, come mal di testa o mal di pancia. Per questo AID invita le famiglie all’ascolto attivo, evitando di minimizzare le difficoltà o di arrivare troppo rapidamente a conclusioni. Anche la preparazione ai nuovi ritmi può contribuire a rendere più graduale il passaggio dalle vacanze alla quotidianità scolastica: la guida suggerisce di iniziare a ristabilire progressivamente i ritmi di sonno e veglia nei 7-10 giorni precedenti l’inizio delle lezioni, accompagnando questo momento con un’attenzione particolare ai punti di forza individuali dei ragazzi e senza ricorrere a stereotipi legati al talento o alle caratteristiche dei DSA.

Per aiutare le famiglie a trasformare queste indicazioni in azioni concrete, la guida “Pronti, partenza… SCUOLA! Guida pratica per le famiglie, per un rientro senza ansie” propone anche una tabella di marcia per le prime settimane dell’anno scolastico. Nei 7-10 giorni che precedono il ritorno in classe è utile riprendere gradualmente i ritmi quotidiani, verificare i materiali e controllare che gli strumenti digitali siano pronti e funzionanti. Durante le prime due settimane di scuola diventa invece importante osservare come procede l’avvio dell’anno e stabilire un primo contatto con i docenti, condividendo le informazioni che possono essere utili. Entro il primo trimestre è quindi possibile dedicare maggiore attenzione alla lettura e alla condivisione del PDP, mentre dopo circa 4-6 settimane AID suggerisce di fare un primo bilancio concreto su ciò che sta funzionando, dal carico di studio al livello di autonomia, fino al benessere dello studente, valutando insieme alla scuola l’eventuale necessità di modificare o integrare le strategie adottate.

Si propone anche una tabella di marcia per le prime settimane dell’anno scolastico

«Nessun alunno deve affrontare questo percorso da solo – afferma la Presidente di AID Lucia Iacopini – le sezioni territoriali AID attive in tutta Italia possano offrire occasioni di confronto e supporto attraverso sportelli di orientamento, webinar, incontri informativi e spazi di condivisione rivolti a genitori e docenti. La nuova guida vuole così essere non soltanto uno strumento operativo per affrontare il rientro in classe, ma un invito a costruire una collaborazione stabile tra famiglia, scuola e studente, nella convinzione che l’obiettivo non sia semplicemente superare le difficoltà, ma mettere ogni ragazza e ogni ragazzo nelle condizioni di imparare, crescere e diventare progressivamente più autonomo».

Premio Sanità Digitale ASSD: aperte le candidature al Premio Gregorio Cosentino

Si aprono le candidature al Premio Gregorio Cosentino, il riconoscimento del Premio Sanità Digitale ASSD dedicato a laureati e giovani ricercatori che abbiano discusso una tesi sui temi della sanità digitale.

Promosso dall’Associazione Scientifica per la Sanità Digitale (ASSD), il Premio nasce per dare spazio e visibilità alla ricerca delle nuove generazioni e alle idee capaci di contribuire all’innovazione del sistema sanitario.

Possono partecipare laureati e giovani ricercatori che abbiano discusso una tesi di laurea o di laurea magistrale dedicata ai temi della sanità digitale entro il termine di presentazione delle candidature, fissato al 31 ottobre 2026.

Il Premio Gregorio Consentino valorizza ricerca e giovani talenti che contribuiscono all’innovazione digitale del sistema sanitario

«Con il Premio Sanità Digitale ASSD vogliamo valorizzare il talento, la ricerca e le idee che contribuiscono concretamente all’innovazione del nostro sistema sanitario. Crediamo che investire nelle nuove generazioni e riconoscere il valore di chi ogni giorno promuove la cultura della sanità digitale significhi investire nel futuro della salute», sottolinea Laura Patrucco, Presidente di ASSD.

Un premio da 1.000 euro

Alla candidatura ritenuta maggiormente meritevole sarà assegnato un premio del valore di 1.000 euro, accompagnato da una targa e da un attestato. Il lavoro vincitore sarà inoltre presentato in occasione della premiazione e valorizzato attraverso i canali ASSD e dei media partner, con la pubblicazione di un articolo dedicato su TrendSanità.

La premiazione a Roma

Il Premio Gregorio Cosentino sarà consegnato mercoledì 11 novembre a Roma, nell’ambito di Jazz’Inn Capitale 2026, l’appuntamento promosso da Fondazione Ampioraggio, in programma dal 9 al 13 novembre presso la Casa dell’Architettura – Acquario Romano.

Nel corso dell’evento sarà conferito anche il Premio Visionari, l’altra categoria del Premio Sanità Digitale ASSD prevista per il 2026 e dedicata a persone, organizzazioni, enti, aziende e professionisti che si sono distinti per il contributo offerto alla cultura e all’innovazione digitale in sanità.

ASSD sarà protagonista della giornata dell’11 novembre con un Open Talk dedicato alla Sanità Digitale e al Premio ASSD, in programma dalle 16.10 alle 17.40, in collaborazione con Fondazione Ampioraggio. Il tema specifico dell’incontro e il programma degli interventi saranno definiti e comunicati nelle prossime settimane.

Laureati e giovani ricercatori possono candidare tesi sulla sanità digitale entro il 31 ottobre 2026

Jazz’Inn, giunto nel 2026 alla sua decima edizione, è il modello di innovazione collaborativa ideato e promosso da Fondazione Ampioraggio per favorire l’incontro tra domanda e offerta di soluzioni innovative e la costruzione di ecosistemi territoriali sostenibili.

Dopo nove anni di sperimentazione in borghi e aree interne, Jazz’Inn Capitale porta a Roma questo modello, offrendo spazio e tempo a istituzioni, imprese, investitori, startup, centri di ricerca, pubbliche amministrazioni e innovatori provenienti da tutta Italia per condividere visioni e azioni per il futuro del Paese.

Al centro dell’edizione 2026 il tema dell’“Umanità Aumentata”, con la tecnologia al servizio delle imprese, delle comunità e delle persone. Un contesto particolarmente coerente con la scelta di ASSD di mettere in dialogo ricerca, competenze e innovazione e di offrire ai giovani studiosi l’opportunità di presentare il proprio lavoro all’interno di un ecosistema nazionale dell’innovazione.

La Commissione del Premio

La valutazione delle candidature al Premio Gregorio Cosentino sarà affidata alla Commissione del Premio, composta da professionisti ed esperti provenienti dal mondo accademico, scientifico e sanitario.

Coordinata da Guido Fabbri, la Commissione è composta da Alessia Cabrini, Assunta De Luca, Mariangela Ciccarese, Nicoletta Cosentino, Laila Perciballi e Simone Eandi.

«Il Premio nasce con l’obiettivo di valorizzare la qualità della ricerca e il merito delle nuove generazioni. Vogliamo offrire ai giovani studiosi un’opportunità di crescita e di visibilità, creando un ponte tra università, ricerca e professioni sanitarie, nella convinzione che l’innovazione passi innanzitutto attraverso la conoscenza e la capacità di trasformarla in valore per il sistema sanitario», afferma Guido Fabbri, Coordinatore della Commissione del Premio.

Come candidarsi

Regolamento, requisiti, scheda di candidatura, modello per la presentazione dell’abstract e informativa sul trattamento dei dati personali sono disponibili sulla pagina dedicata al Premio Sanità Digitale ASSD

HIV: la rivoluzione delle terapie Long-Acting tra benessere e sostenibilità

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Il panorama della lotta all’HIV sta attraversando una trasformazione radicale che promette di riscrivere non solo i protocolli clinici, ma la quotidianità stessa dei pazienti. Quella che gli esperti oggi definiscono una vera e propria “rivoluzione farmacologica” sta spostando il baricentro della cura dalla mera gestione della malattia alla qualità della vita e alla solidità del sistema sanitario nazionale.

Per comprendere la portata di questo cambiamento, è necessario guardare indietro: solo pochi decenni fa, i pazienti erano costretti ad assumere fino a quindici compresse al giorno. Questo regime terapeutico, pur salvavita, determinava un impatto spesso devastante sulla qualità della vita sociale e psicologica degli individui. Grazie a importanti impegni scientifici, si è passati negli anni alla singola compressa quotidiana e, oggi, alle terapie “long acting” (LA) somministrabili ogni due mesi.

Le terapie Long-Acting favoriscono l’aderenza e percorsi di cura più personalizzati, migliorando qualità di vita e retention in care

Secondo Paolo Maggi, professore Ordinario di Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Enna “Kore” – UOC di Malattie infettive PO Umberto I di Enna, siamo solo all’inizio di un percorso evolutivo che in pochi anni porterà a farmaci somministrabili ogni sei o dodici mesi, o a compresse settimanali, permettendo di adattare la cura alle diverse esigenze di vita delle persone.

L’alleanza terapeutica e la medicina “su misura”

Paolo Maggi

Il passaggio ai regimi long acting non è solo una questione di frequenza, ma rappresenta lo strumento principale per costruire una terapia “cucita” sui bisogni del singolo.

«Il compito del clinico moderno è quello di favorire un’alleanza terapeutica medico-paziente che permetta di scegliere il regime giusto per la persona giusta – spiega l’esperto – Se la popolazione anziana può accettare più facilmente la compressa quotidiana, chi ha esigenze lavorative e sociali dinamiche trova nei regimi a lunga durata un vantaggio enorme». Questo approccio personalizzato è considerato il primo e più importante baluardo per prevenire la bassa aderenza e il rischio di abbandono delle cure, noto come “drop-out”.

«In questo contesto, la terapia long acting si configura come una forma di “terapia direttamente osservata“: il medico, somministrando il trattamento in ambulatorio ogni due mesi, ha la certezza matematica dell’assunzione del farmaco». Questo contatto più stretto tra clinico e paziente permette di superare barriere psicologiche, sociali e logistiche che spesso ostacolano la costanza nell’assunzione della pillola quotidiana.

Sconfiggere il “burden” psicologico e l’autostigma

Un aspetto cruciale sottolineato dagli esperti riguarda il cosiddetto “burden psicologico” legato alla patologia. Lo stigma sociale nei confronti delle persone con HIV è purtroppo ancora radicato, ma altrettanto pericoloso è l’autostigma.

«Molti pazienti riferiscono che l’atto di assumere una pillola ogni giorno agisce come un costante e doloroso promemoria della propria condizione cronica», sottolinea Maggi. Le terapie long acting intervengono direttamente su questo vissuto, aiutando il paziente a liberarsi dal peso del ricordo quotidiano della malattia e migliorando la qualità complessiva della vita.

Prevenire il fallimento terapeutico significa proteggere la salute dei pazienti e ridurre i costi complessivi dell’assistenza

«Oggi, la valutazione dell’efficacia di un farmaco non si basa più solo su parametri puramente clinici stabiliti dal medico, ma integra i “Patient related outcomes”, guardando cioè il mondo con gli occhi del paziente». L’elevato gradimento riscontrato per le terapie iniettive dimostra come queste favoriscano la “retention in care”, ovvero la capacità del paziente di rimanere con costanza all’interno del percorso di cura.

L’eccellenza italiana e la sfida organizzativa

«L’Italia rappresenta un’eccellenza mondiale nella gestione dell’HIV, con tassi di fallimento terapeutico sensibilmente inferiori rispetto ad altre nazioni avanzate come gli Stati Uniti», ricorda il dirigente medico di Malattie infettive dell’Asp di Enna, sottolineando che questo successo è dovuto a una gestione specialistica centralizzata in ambiti altamente qualificati.

Tuttavia, l’adozione delle terapie long acting pone nuove sfide logistiche. Se per molti recarsi in ambulatorio ogni due mesi è un vantaggio, per altri può costituire un problema di spostamento.

L’adozione delle terapie long acting, con somministrazione ogni 2 mesi, pone nuove sfide logistiche

«La soluzione – conclude l’esperto – risiede nello sviluppo di modelli organizzativi di tipo “hub and spoke”, che consentano la somministrazione del farmaco anche sul territorio, mantenendo però gli ambulatori di infettivologia al centro del coordinamento e della sorveglianza». In futuro, con l’arrivo delle terapie “ultra long acting”, queste barriere logistiche saranno ulteriormente abbattute.

La sostenibilità economica: un investimento strategico

Giacomo Matteo Bruno

Un punto spesso dibattuto riguarda la sostenibilità economica delle nuove tecnologie sanitarie. Giacomo Matteo Bruno, professore di Health Technology Assessment (HTA) e Farmacoeconomia dell’Università di Pavia, chiarisce che il differenziale di prezzo tra la terapia long acting e quella orale è molto meno ampio di quanto appaia nei listini nominali.

Nelle strutture pubbliche, il costo reale d’acquisto è sensibilmente ridotto grazie alle negoziazioni con l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), agli sconti confidenziali e alle procedure di acquisto centralizzato. I parametri di farmacoeconomia confermano la validità dell’investimento: «L’ICER (Incremental Cost-Effectiveness Ratio) per il long acting si attesta intorno ai 15.000 euro per QALY (anno di vita guadagnato in salute), una cifra ampiamente inferiore alla soglia di accettabilità di 30.000 euro comunemente adottata. Inoltre, le stime di budget impact indicano risparmi per decine di milioni di euro nell’arco di un triennio per il sistema sanitario», precisa il docente dell’ateneo lombardo.

Prevenire il fallimento per salvare risorse

Il vero driver di spesa nella gestione dell’HIV non è il prezzo della singola molecola, ma la diagnosi tardiva e, soprattutto, la perdita della soppressione virologica.

«Il costo annuo per un paziente stabile – spiega Bruno – è di circa 2.500 euro, ma questa cifra schizza a oltre 8.000 euro quando le condizioni cliniche e i livelli di CD4 si deteriorano a causa di un fallimento terapeutico».

La sostenibilità del Long-Acting va valutata sull’intero percorso di cura, non confrontando soltanto il prezzo dei farmaci

Garantendo un’aderenza strutturale e monitorata, la terapia long acting non rappresenta un costo aggiuntivo, ma una riallocazione strategica delle risorse: «Si sposta il capitale dalla cura del fallimento alla sua prevenzione». Quando i modelli economici includono l’aderenza come variabile, aggiunge il professore, il long acting risulta non solo costo-efficace, ma addirittura “dominante”, offrendo cioè più salute a costi complessivi inferiori per il sistema.

Il caso Sicilia: il valore della governance e del PDTA

In un contesto eterogeneo come quello regionale, il ruolo della programmazione sanitaria diventa decisivo.

In Sicilia, la revisione del PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale) regionale rappresenta lo strumento chiave per trasformare l’efficacia clinica in valore stabile e misurabile. Il PDTA ha il compito di uniformare i modelli di presa in carico, riducendo le disuguaglianze di accesso alle cure sul territorio.

«Senza un mandato organizzativo chiaro – sottolinea Bruno – il peso logistico di agende dedicate, recall dei pazienti e gestione degli slot ricadrebbe sui singoli centri, disperdendo il vantaggio tecnologico».

In Sicilia, PDTA e modelli hub and spoke possono favorire accesso equo e diffusione delle terapie Long-Acting

Gli standard minimi richiesti includono criteri di eleggibilità trasparenti, priorità per i pazienti con barriere all’aderenza, sistemi di recall attivo e una rete hub-spoke con tracciabilità garantita. «Integrare in un’unica filiera regionale il trattamento e la PrEP (profilassi pre-esposizione) long acting è fondamentale per proteggere il ritorno dell’investimento in termini di salute pubblica».

Evidenze dal campo: la forza dei dati Real-World

L’efficacia di questa rivoluzione è supportata da robuste evidenze scientifiche. Uno studio multicentrico italiano, con una forte partecipazione di centri siciliani, ha dimostrato che oltre il 96% dei pazienti mantiene una soppressione virologica stabile dopo sei mesi di trattamento long acting.

La standardizzazione dei percorsi e l’investimento nell’aderenza non sono passaggi burocratici, ma necessità cliniche ed economiche

Ancora più significativo è il dato sui pazienti “difficili” o non aderenti ai regimi orali, dove il rischio di fallimento terapeutico si riduce quasi della metà grazie a questa modalità di somministrazione.

Il messaggio per i decisori politici e sanitari è chiaro: la standardizzazione dei percorsi e l’investimento nell’aderenza non sono passaggi burocratici, ma necessità cliniche ed economiche. «Il confronto corretto non deve avvenire tra il prezzo di un farmaco e l’altro, ma deve considerare il costo complessivo del percorso di cura», conclude Bruno.

Spesa sanitaria pubblica: nel 2025 l’Italia scende al 6,2% del PIL contro il 7,1% della media OCSE

Nel 2025, per spesa sanitaria pubblica pro-capite, l’Italia si colloca al 15° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7. La spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2% del PIL, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore sia alla media OCSE sia a quella dei Paesi europei, entrambe pari al 7,1%. Sul fronte della spesa pro-capite a parità di potere di acquisto, il divario rispetto alla media dei Paesi europei ha superato € 36 miliardi.

«Il sottofinanziamento pubblico della sanità – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – non è più una questione contabile per addetti ai lavori, ma una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio sanitario nazionale (SSN) e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale. Alimenta tensioni politiche e mette in difficoltà tutte le Regioni, strette tra l’obbligo di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza e quello di mantenere i conti in ordine. Ma il prezzo più alto lo pagano i cittadini: liste d’attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate e crescente ricorso alla spesa privata. Il risultato? Impoverimento e indebitamento delle famiglie, fino alla rinuncia a esami diagnostici e visite specialistiche: un fenomeno che nel 2024 ha riguardato 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci».

«Il sottofinanziamento pubblico della sanità mette in difficoltà tutte le Regioni»

In vista dell’avvio del confronto sulla Legge di Bilancio 2027, la Fondazione GIMBE ha analizzato i dati relativi alla spesa sanitaria pubblica 2025 nei Paesi OCSE, con l’obiettivo di offrire elementi oggettivi al confronto politico e al dibattito pubblico, sottraendo il tema a letture strumentali.

La fonte utilizzata è il dataset OECD Health Statistics, aggiornato al 17 luglio 2026. I confronti con i Paesi OCSE e con quelli europei riguardano la spesa sanitaria pubblica, espressa sia in percentuale del PIL sia in dollari pro-capite a prezzi correnti e a parità di potere d’acquisto (PPP). Nell’interpretazione dei dati va considerato che la spesa sanitaria pubblica di ciascun Paese comprende diversi schemi di finanziamento, di cui generalmente uno prevalente: fiscalità generale (es. Italia, Regno Unito), assicurazione sociale obbligatoria (es. Germania, Francia), assicurazione privata obbligatoria (es. USA, Svizzera).

Spesa sanitaria pubblica in percentuale del PIL

Nel 2025 in Italia la spesa sanitaria pubblica è pari al 6,2% del PIL, in calo di 0,1 punti percentuali rispetto al 2024 e nettamente inferiore sia alla media OCSE sia a quella europea, entrambe al 7,1%. Sono 14 i Paesi europei dell’area OCSE che destinano alla sanità pubblica una quota di PIL superiore a quella dell’Italia: il differenziale varia da +4,8 punti percentuali della Germania (11% del PIL) a +0,2 della Repubblica Slovacca (6,4% del PIL) (Figura 1).

Spesa sanitaria pubblica pro-capite

Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia è pari a $ 3.952: $ 909 in meno rispetto alla media OCSE ($ 4.861) e $ 1.013 in meno rispetto alla media dei Paesi europei ($ 4.965). Tra gli Stati membri dell’Unione Europea, 14 investono più dell’Italia: dai $ 47 in più della Spagna ($ 3.999) ai $ 4.774 in più della Germania ($ 8.726) (Figura 2).

«Nel confronto europeo – commenta il Presidente – l’Italia viaggia ormai stabilmente nelle retrovie: davanti a noi ci sono anche Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia e Spagna, mentre alle nostre spalle restano solo alcuni Paesi dell’Europa dell’Est e meridionale».

Sino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia era sostanzialmente allineata alla media dei Paesi europei. Da allora, tuttavia, il divario si è progressivamente ampliato per effetto di tagli e definanziamenti, raggiungendo $ 424 pro-capite nel 2019. È cresciuto ulteriormente negli anni della pandemia, quando gli altri Paesi hanno investito molto più dell’Italia; poi nel 2023-2024, quando l’incremento italiano è stato inferiore a quello medio europeo; e ancora nel 2025, quando la spesa sanitaria pubblica italiana è rimasta sostanzialmente stabile (Figura 3).

Nel 2025 il divario rispetto alla media dei Paesi europei dell’area OCSE raggiunge i $ 1.013 per abitante a prezzi correnti e a parità di potere d’acquisto (PPP), corrispondenti – sulla base dei parametri OCSE – a € 612,4 pro-capite. «Rapportato ai quasi 59 milioni di residenti rilevati dall’ISTAT al 1° gennaio 2026 – commenta Cartabellotta – il gap complessivo sfiora € 36,1 miliardi. È questa la voragine scavata da 15 anni di progressiva erosione delle risorse pubbliche, protratta sotto Governi di ogni colore, che ha lasciato il SSN sempre più a corto di ossigeno rispetto al resto d’Europa, soprattutto dopo la pandemia».

Spesa sanitaria pubblica pro-capite: confronto con i Paesi del G7

«Il trend della spesa sanitaria pubblica pro-capite dal 2008 al 2025 – spiega il Presidente – restituisce una fotografia impietosa: l’Italia è sempre stata fanalino di coda nel G7. Ma quello che nel 2008 era un distacco contenuto oggi si è trasformato in un abisso» (Figura 4): nel 2025 l’Italia si conferma ultima nel G7 con $ 3.952 pro-capite, meno della metà della Germania ($ 8.726).

Emblematico il Regno Unito, che condivide con l’Italia il modello Beveridge: partito nel 2008 poco sopra il nostro Paese e rimasto su un trend di crescita contenuto sino al 2019, dal 2020 ha aumentato in maniera consistente le risorse pubbliche destinate alla sanità, superando Canada e Giappone e collocandosi poco al di sotto della Francia. «Questi dati – commenta Cartabellotta – confermano che il finanziamento della sanità non può ridursi ogni anno al consueto teatrino pre-Manovra: una trattativa su quanti miliardi il Ministro della Salute riuscirà a strappare al MEF per il 2027. Il Ministro Schillaci ne ha già chiesti almeno cinque, ma la questione non è quanti riuscirà a portarne a casa quest’anno: bisogna interrompere questa liturgia annuale. Serve un patto tra tutte le forze politiche che, al riparo dagli avvicendamenti di Governo, fissi un impegno non negoziabile: rifinanziare progressivamente la sanità pubblica e accompagnare le risorse con riforme strutturali del SSN, sostenute nel tempo da continuità e volontà politica».

In questo contesto di progressivo definanziamento della sanità pubblica, le recenti valutazioni di OCSE, Commissione europea e OMS Europa convergono su una lettura apparentemente paradossale: il SSN continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma si sta progressivamente deteriorando la sua capacità di erogare prestazioni tempestive, eque e finanziariamente accessibili, in particolare per le fasce socio-economiche più fragili. «Il campanello d’allarme – chiosa il Presidente – questa volta suona direttamente da Bruxelles. Nel Country Report 2026 della Commissione europea, per la prima volta, le criticità del SSN non vengono più lette solo come un problema di tutela della salute, ma vengono esplicitamente collegate anche all’equità sociale e alla produttività del Paese. Non a caso, lo scorso 10 luglio il Consiglio dell’UE ha adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca un accesso più tempestivo a cure economicamente accessibili e affronti le carenze di personale nelle professioni chiave. Il messaggio è inequivocabile: il deterioramento del SSN non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese».

«Il deterioramento del SSN ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese»

In questo quadro diventa ancora più urgente conoscere gli esiti della riforma dell’assistenza territoriale finanziata dal PNRR: al 1° settembre, a due mesi dalla scadenza del 30 giugno 2026, non è ancora disponibile una rendicontazione pubblica documentata sulla piena operatività di almeno 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità. Lo stesso Ministero della Salute precisa che sono ancora in corso le verifiche e l’acquisizione delle evidenze necessarie alla rendicontazione dei due target. «Senza dati aggiornati su servizi effettivamente erogati e personale disponibile – commenta Cartabellotta – rimane concreto il rischio, più volte denunciato dalla Fondazione GIMBE, che le nuove strutture restino delle “scatole vuote”: target europei centrati, rate incassate ed edifici realizzati, ma incapaci di garantire quella presa in carico territoriale per cui ci siamo indebitati».

«Con l’avvio dei lavori sulla Legge di Bilancio 2027 – conclude Cartabellotta – la Fondazione GIMBE chiede a Governo e Parlamento di non ignorare né la raccomandazione del Consiglio dell’UE né l’impietoso confronto internazionale sulla spesa sanitaria pubblica. In 15 anni l’Italia ha accumulato un divario strutturale con i Paesi europei e del G7, frutto di scelte e omissioni di tutti i Governi, che hanno sistematicamente trascurato un principio basilare: la tutela della salute non è solo un diritto fondamentale, ma anche una leva di sviluppo economico e uno strumento di coesione sociale. Eppure, ogni anno va in scena lo stesso copione: il dibattito sul (de)finanziamento della sanità si accende alla vigilia della Manovra, si consuma nella trattativa su qualche miliardo e si spegne subito dopo. È ora di cambiare rotta: servono risorse adeguate ai bisogni di salute e riforme capaci di tradurle in servizi realmente accessibili, investendo anzitutto sul personale sanitario e sull’erogazione uniforme dei LEA. Altrimenti il diritto alla tutela della salute resterà universale solo sulla Carta, ma sempre meno tangibile nella vita reale: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure. Non è più universalismo, ma selezione dei diritti per reddito. Ovvero, la negazione dell’art. 32 della Costituzione».

Sanità penitenziaria, UGL: «Un infermiere ogni 600 detenuti»

Un infermiere ogni 600 detenuti, soprattutto in alcuni contesti e durante i turni notturni. È il dato denunciato da UGL Salute per descrivere quella che il sindacato definisce un’emergenza strutturale della sanità penitenziaria.

«Non possiamo considerare normale che un solo professionista debba farsi carico di un numero così elevato di persone, con responsabilità assistenziali enormi e condizioni operative estremamente complesse», afferma Gianluca Giuliano, Segretario nazionale di UGL Salute.

Sovraffollamento e bisogni di salute complessi

Gianluca Giuliano

Secondo il sindacato, il sovraffollamento delle strutture penitenziarie si accompagna alla presenza di persone con patologie croniche, fragilità psichiche e dipendenze, rendendo particolarmente complessa l’assistenza sanitaria all’interno degli istituti.

In questo contesto, la carenza di personale aumenta il carico di lavoro degli operatori, li espone a maggiori rischi e può incidere sulla continuità e sulla qualità dell’assistenza.

«Gli infermieri e tutti i professionisti della sanità penitenziaria stanno dimostrando ogni giorno professionalità, responsabilità e spirito di sacrificio, ma non si può pensare di colmare le carenze organizzative affidandosi esclusivamente alla loro dedizione», sottolinea Giuliano.

«Servono organici adeguati e formazione»

UGL Salute chiede quindi un rafforzamento degli organici, condizioni di lavoro più sicure e percorsi di formazione continua specificamente dedicati alle esigenze dell’assistenza penitenziaria.

Tra gli ambiti indicati dal sindacato figurano la gestione delle emergenze, la salute mentale e le dipendenze, aspetti particolarmente rilevanti in una popolazione caratterizzata da bisogni sanitari complessi.

La salute non può avere un diverso valore dentro o fuori un istituto penitenziario e la sicurezza degli operatori deve essere una priorità

«La salute non può avere un diverso valore dentro o fuori un istituto penitenziario e la sicurezza degli operatori deve essere una priorità», afferma Giuliano.

Per il sindacato, rafforzare la sanità penitenziaria significa quindi intervenire contemporaneamente sulla tutela dei professionisti e sul diritto all’assistenza delle persone detenute. «Tutelare chi cura significa tutelare anche chi deve essere curato», conclude il Segretario nazionale di UGL Salute.

CIMO-FESMED: «Software in tilt, a rischio l’assistenza»

La digitalizzazione dovrebbe semplificare il lavoro dei professionisti sanitari e migliorare l’assistenza. Ma, secondo CIMO-FESMED, in molti ospedali italiani sta producendo l’effetto opposto: sistemi informatici in tilt, software che rallentano o bloccano le attività e difficoltà di accesso alle informazioni cliniche rischiano di trasformare la tecnologia in un ulteriore ostacolo tra medici e pazienti.

La digitalizzazione della sanità dovrebbe liberare tempo per l’assistenza, non sottrarne altro

Il tema è tornato al centro dell’attenzione dopo la protesta organizzata dai medici e dai professionisti sanitari di Trento, che hanno promosso un’assemblea e un sit-in davanti all’ospedale Santa Chiara per denunciare i continui malfunzionamenti del sistema informatico.

Quando i software rallentano le cure

Secondo CIMO-FESMED, le segnalazioni riguardano problemi sempre più frequenti: cartelle cliniche improvvisamente inaccessibili, dati non disponibili, difficoltà nel consultare esami e terapie o nell’inserire le attività svolte.

Disservizi che, sottolinea la Federazione, non rappresentano soltanto un problema tecnico. Quando i professionisti non riescono ad accedere rapidamente alle informazioni necessarie, infatti, si allungano i tempi delle attività assistenziali e, in particolare nei Pronto soccorso, anche quelli di attesa per i pazienti.

Coinvolgere i professionisti nella progettazione dei software è essenziale per sicurezza, efficienza e qualità dell’assistenza

Situazioni analoghe vengono segnalate anche nelle Marche, dove da mesi la nuova piattaforma per la gestione della cartella sanitaria elettronica avrebbe creato difficoltà nell’accesso a dati dei pazienti, esami, analisi e terapie, provocando rallentamenti nelle attività e iniziative di protesta da parte dei professionisti.

Quici: «La tecnologia deve liberare tempo per l’assistenza»

«Siamo arrivati al paradosso che la tecnologia, invece di aiutare i medici a curare i pazienti, impedisce loro di farlo», dichiara Guido Quici, Presidente di CIMO-FESMED.

Guido Quici

Il problema, secondo il sindacato, si aggiunge al peso crescente degli adempimenti amministrativi che già sottraggono tempo alla relazione di cura. «La digitalizzazione della sanità dovrebbe liberare tempo per l’assistenza, non sottrarne altro», afferma Quici.

CIMO-FESMED contesta inoltre l’introduzione di sistemi informatici che non sarebbero stati sufficientemente testati o progettati tenendo conto delle esigenze di chi li utilizza quotidianamente. «Gli operatori sanitari non possono essere trasformati nei collaudatori di software», aggiunge Quici.

Coinvolgere i professionisti nella scelta delle tecnologie

La Federazione chiede quindi la risoluzione definitiva dei malfunzionamenti segnalati negli ultimi mesi e un cambio di approccio nella progettazione e nell’adozione delle tecnologie digitali in sanità.

La richiesta è coinvolgere maggiormente medici e professionisti sanitari nella scelta dei sistemi informatici destinati agli ospedali, affinché le tecnologie rispondano concretamente alle esigenze organizzative e assistenziali.

«Quando un sistema informatico entra in un ospedale deve essere uno strumento affidabile, sicuro e realmente funzionale alle esigenze di chi cura», conclude Quici.