Edoardo Giovanni Giannini è il nuovo Presidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE) per il mandato triennale 2026-2029, eletto all’unanimità al termine del Congresso Nazionale FISMAD 2026 svoltosi a Roma.
Professore Ordinario di Gastroenterologia presso l’Università degli Studi di Genova e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Clinica Gastroenterologica dell’AOM IRCCS Policlinico San Martino, Giannini subentra al Professor Luca Frulloni, che ha guidato la Società negli ultimi tre anni.
Tra le priorità del nuovo mandato, il rafforzamento del dialogo istituzionale e l’investimento sulla formazione dei giovani specialisti
«Assumere la presidenza della SIGE è per me un onore e una responsabilità che accolgo con gratitudine”, dichiara il neo presidente Giannini. “Ringrazio il Professor Frulloni per il lavoro svolto in questi anni, che ha consolidato il ruolo scientifico e istituzionale della Società in Italia e in Europa. La gastroenterologia italiana vive una fase di profonda trasformazione: nuove terapie in epatologia e oncologia digestiva, l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla diagnostica e sull’endoscopia, la necessità di ripensare i percorsi di cura per le malattie infiammatorie croniche intestinali. In questo triennio lavoreremo per rafforzare il dialogo con le istituzioni sanitarie, investire sulla formazione dei giovani gastroenterologi e consolidare la collaborazione con le società federate in FISMAD e con UEG (United European Gastroenterology) a livello europeo. La SIGE deve continuare a essere una società scientifica capace di parlare con rigore alla ricerca, con concretezza al Servizio Sanitario Nazionale e con chiarezza ai pazienti».
«Concludo questo triennio alla guida della SIGE con la consapevolezza di aver lavorato, insieme al Consiglio Direttivo e a tutti i soci, per rafforzare il profilo scientifico e istituzionale della nostra Società. Sono stati anni intensi, nei quali la gastroenterologia italiana ha saputo dare un contributo sostanziale al dibattito scientifico internazionale e al confronto con le istituzioni del nostro Paese, sia sul versante della ricerca, sia su quello dell’organizzazione dell’assistenza ai pazienti con malattie dell’apparato digerente. Al Professor Giannini, vanno i miei più sinceri auguri di buon lavoro: sono certo che saprà imprimere alla SIGE una visione lungimirante, valorizzando il patrimonio di competenze, relazioni e credibilità che la nostra Società ha costruito in oltre novant’anni di storia», afferma il Presidente uscente, Professor Luca Frulloni.
La SIGE, fondata nel 1935, rappresenta oggi una delle principali società scientifiche italiane in ambito gastroenterologico, con un ruolo centrale nella ricerca e nella formazione specialistica.
A Roma prende forma un nuovo modello di assistenza di prossimità, pensato per rispondere a una delle trasformazioni sociali più evidenti: l’invecchiamento della popolazione e la crescente solitudine degli anziani. Con una delibera approvata all’unanimità dall’Assemblea capitolina, la città si prepara a sperimentare la figura del “badante di condominio”, un servizio leggero che punta a sostenere autonomia, relazioni e qualità della vita.
Dalle attività condivise nei cortili alle iniziative di quartiere, l’obiettivo è ricostruire legami e senso di comunità
Nelle grandi città, dove gli over 65 sono sempre più numerosi e spesso vivono soli, il tema dell’assistenza non è più rinviabile. «Stiamo andando verso il cosiddetto invecchiamento attivo», sottolinea Nella Converti a TrendSanità, Consigliera comunale, Presidente della Commissione Politiche sociali e della Salute, membro della commissione LL.PP. – Patrimonio Politiche Abitative – PP.OO e firmataria della delibera, ricordando come una parte crescente della popolazione anziana chieda non solo cure, ma strumenti per mantenere indipendenza e dignità «perché la vecchiaia non è una malattia».
A chi si rivolge
Nella Converti
Il progetto partirà nei prossimi mesi in alcune strutture di edilizia residenziale pubblica, per poi estendersi progressivamente. Il badante di condominio non sostituirà l’assistenza domiciliare né avrà compiti sanitari. Si occuperà piuttosto di attività quotidiane come consegna di farmaci, accompagnamento a visite e commissioni, piccoli aiuti domestici, ma soprattutto presenza e compagnia. Un supporto leggero, pensato per colmare quei vuoti che spesso né le famiglie né i servizi riescono a coprire.
«Molte persone anziane, anche autosufficienti, si trovano isolate», osserva ancora Converti. «Per questo è fondamentale costruire momenti di socialità, anche semplici».
Il ruolo di Farmacap
Al centro del progetto c’è il ruolo operativo di Farmacap, la rete delle farmacie comunali capitoline, chiamata a gestire uno degli aspetti più delicati della sperimentazione. Sarà infatti Farmacap a occuparsi della gestione del servizio sul territorio, con modalità da definire. Una scelta non casuale. Le farmacie comunali rappresentano una rete capillare già integrata nel tessuto urbano e sociale della città, con una consolidata esperienza nei servizi rivolti agli anziani. Un sistema più snello rispetto ad altre strutture della pubblica amministrazione, capace di garantire prossimità e rapidità di intervento.
Enrico Cellentani
La scelta di affidare a Farmacap un ruolo nella sperimentazione nasce da un percorso già avviato negli ultimi anni. «La scelta è ricaduta su di noi perché, poco dopo l’insediamento della nuova gestione, abbiamo avviato una serie di attività a supporto dei servizi sociali, dell’assessorato e del dipartimento», spiega a TrendSanità Enrico Cellentani, presidente Farmacap. A questo si aggiunge la presenza capillare sul territorio: «Abbiamo già i nostri sportelli sociali aperti e questo ha certamente aiutato, ha reso quasi naturale il coinvolgimento dell’azienda pubblica nella fase sperimentale».
Sui contenuti operativi del servizio, però, la prudenza resta massima. «Tutto quello che riguarda selezione, formazione, albo degli operatori sono aspetti strettamente contrattuali e disciplinati da linee guida in fase di elaborazione. Fattivamente ci si sta mettendo all’opera per capire come gestire questa sperimentazione». Un progetto ancora in evoluzione, ma già avviato.
Dalla farmacia dei servizi al presidio sociale sul territorio
Alla base del coinvolgimento di Farmacap c’è anche un cambiamento più ampio che ha investito il sistema farmacia negli ultimi anni. «La vera sliding door è stata il Covid», spiega il presidente. «In quel periodo le farmacie hanno dimostrato di poter offrire servizi anche quando altre strutture erano in difficoltà. Le farmacie hanno continuato a operare costantemente, ampliando progressivamente le proprie funzioni, dai tamponi ai vaccini. Farmacap presenta però una specificità. Essendo un ente pubblico comunale, ha sempre svolto anche un’attività di carattere sociale, un impegno che nel tempo si è evoluto, dalla telecompagnia e teleassistenza, inizialmente via telefono, fino agli sportelli sociali presenti oggi in 12 farmacie».
Farmacap è un ente pubblico comunale, con attività anche di carattere sociale
Si tratta di un servizio strutturato, realizzato in convenzione con Roma Capitale: «Ci sono psicologi, assistenti sociali, operatori. Si va dalla gestione di progetti specifici alle attività ordinarie di supporto. Un presidio che intercetta bisogni spesso difficili da individuare perché sono molte le persone che non sanno a chi rivolgersi o non hanno l’abitudine di chiedere aiuto».
Una consapevolezza che si accompagna anche a una rivendicazione: «Con un pizzico di orgoglio, perché per anni l’azienda è stata vista solo per le perdite economiche. Oggi, invece, il ruolo sembra cambiare, forse siamo meno competitivi sul piano commerciale, ma su altri fronti la partita possiamo giocarcela».
Sperimentazione al via, verso il welfare di prossimità
Il progetto partirà in forma gratuita per gli utenti selezionati, con un investimento iniziale di circa 100 mila euro. La fase sperimentale servirà a valutarne l’efficacia e la sostenibilità, con l’obiettivo, se i risultati saranno positivi, di estenderlo anche ai condomini privati.
Il progetto partirà in forma gratuita per gli utenti selezionati
In una città complessa come Roma, dove la solitudine degli anziani è una realtà diffusa, il badante di condominio si propone come un nuovo presidio sociale. «Vogliamo raggiungere quelle persone che sono totalmente senza nulla», conclude Converti. Un tassello di un welfare urbano che prova a reinventarsi, mettendo al centro non solo l’assistenza, ma anche la relazione.
I siti industriali di GSK a Siena e Parma, specializzati in anticorpi monoclonali e piattaforme ADC, sono centrali nella biofarmaceutica globale per terapie mirate e innovative. Le sfide riguardano sviluppo e scalabilità produttiva. Competitività e presenza internazionale si basano su innovazione, qualità e sostenibilità.
L’economia della salute in Europa, pari a 1,5 trilioni, si sta trasformando in motore di crescita grazie a innovazione, investimenti e sviluppo industriale. L’Italia, forte nella produzione farmaceutica, deve rafforzare R&S con politiche mirate. Rimane centrale il tema dell’innovazione accessibile, ancora frenata da barriere che limitano l’accesso alle cure. A TrendSanità ne abbiamo parlato con Daniela Bianco, Partner e responsabile area Healthcare THEA Group.
L’economia della salute in Europa vale circa 1,5 trilioni di euro, pari al 3,3% del PIL europeo: quali sono i principali driver che stanno trasformando questo comparto da voce di spesa a vero motore di crescita economica e industriale?
L’industria farmaceutica è un grande catalizzatore di investimenti, sia in ricerca che in produzione. Ed è un asset fondamentale per tutti i sistemi sanitari. Questi sono i principali trend; abbiamo un’accelerazione di innovazione che arriva e che è anche un’innovazione dove troviamo tanta tecnologia, intelligenza artificiale ma non solo. In questo sta trasformando radicalmente il settore e tutto ciò che è all’interno del settore con una linea più allargata.
L’Italia è seconda in Europa per produzione farmaceutica ma ancora distante dai leader sugli investimenti in R&S: quali politiche servono per colmare questo gap e rafforzare il posizionamento competitivo del Paese?
L’Italia è uno dei Paesi dove si fa ricerca. Abbiamo una posizione di leadership nel trial clinici. Siamo cresciuti, ma non stiamo crescendo così velocemente come stanno facendo gli altri Paesi. Ma i nostri trial comunque sono altrettanto competitivi. Che cosa possiamo fare? Sicuramente seguire quello che alcuni stanno facendo, incentivando gli sforzi e soprattutto accelerando nei tempi e semplificando tutte le procedure che sono necessarie per l’arruolamento e la realizzazione di una sperimentazione clinica.
Durante l’incontro di “Dialoghi sull’Innovazione accessibile – Innovaction”, l’evento promosso da Adnkronos e GSK, con il patrocinio di Farmindustria, è stato sottolineato più volte il concetto di “innovazione accessibile” come centrale per l’esistenza stessa dell’assistenza sanitaria: quali sono oggi le principali barriere sistemiche che impediscono di trasformare l’innovazione scientifica in accesso reale alle cure per i cittadini europei e italiani?
L’innovazione accessibile significa accessibile per le persone, per il paziente ma accessibile anche per i sistemi. Oggi abbiamo detto che è un’innovazione che possa consentire di mantenere un equilibrio e che possa poi arrivare ai cittadini. Quindi gli ostacoli sono ovviamente barriere di tipo organizzativo, di tipo regolatorio. Ma sono anche ostacoli nel capire che l’innovazione deve intervenire al momento giusto, arrivare al paziente giusto. Quindi è anche un tema di avere la capacità di individuare i pazienti a cui l’innovazione va data.
Più risorse, ma anche più vincoli e nuove priorità. Con la delibera approvata il 29 gennaio 2026 sul Fondo sanitario nazionale 2025. Riparto delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale (pubblicata il 15 aprile sulla Gazzetta Ufficiale n. 87), il CIPESS (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) ha definito il riparto del finanziamento statale al Servizio sanitario nazionale (SSN) per il 2025: 135,576 miliardi di euro. Una cifra che conferma il peso della sanità nella spesa pubblica e che fotografa, al tempo stesso, le trasformazioni in atto nel sistema.
Pubblicata in Gazzetta Ufficiale la delibera sul Fondo sanitario nazionale 2025
Il valore finale è il risultato di una progressiva stratificazione normativa: il livello iniziale del finanziamento, fissato in circa 128 miliardi, è stato incrementato negli anni da diversi interventi legislativi, tra cui fondi per farmaci innovativi, aumento dei contratti di formazione medica, rafforzamento del personale e misure per ridurre le liste d’attesa, e successivamente ridotto in parte, in particolare per il finanziamento del fondo farmaci innovativi, fino a raggiungere l’importo complessivo attuale. Non si tratta solo di una distribuzione contabile, la delibera rappresenta il punto di incontro tra vincoli di bilancio, bisogni sanitari crescenti e scelte politiche su cosa finanziare e cosa considerare prioritario.
Il cuore del sistema: i LEA tra continuità e aggiornamento
La quota più rilevante, pari a oltre 130,7 miliardi di euro, è destinata ai Livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè l’insieme delle prestazioni che il SSN deve garantire in modo uniforme. È qui che si concentra la vera ossatura del sistema sanitario. Dentro questa cifra convivono spese molto diverse tra loro: dalla prevenzione alle cure ospedaliere, fino al sostegno del personale. Il finanziamento copre le campagne vaccinali e gli interventi di sanità pubblica, ma anche l’aggiornamento dei LEA e delle tariffe, un tema critico dopo anni di ritardi nell’adeguamento delle prestazioni ai bisogni reali. In particolare, la delibera include 186 milioni per il rimborso acquisto vaccini del Piano Nazionale Vaccini.
La quota più rilevante (oltre 130,7 miliardi di euro) è destinata ai Livelli essenziali di assistenza (LEA)
Una parte consistente è assorbita dal personale sanitario, attraverso indennità e incrementi retributivi che riguardano medici, infermieri e operatori, con particolare attenzione ai contesti più critici come il pronto soccorso. Restano, inoltre, dentro questa voce gli effetti delle politiche degli ultimi anni, come l’abolizione del superticket e le misure introdotte durante la pandemia. Non mancano finanziamenti mirati: dagli screening neonatali alle patologie rare, fino a programmi specifici come quelli per la fibrosi cistica. Tutti elementi che mostrano come il finanziamento indistinto sia in realtà sempre più “strutturato” al suo interno.
È previsto, infine, anche un fondo dedicato alle prestazioni di alta specialità erogate dagli IRCCS (40 milioni) a favore di pazienti provenienti da altre regioni, a sostegno della mobilità sanitaria e dei centri di eccellenza.
Obiettivi mirati: la sanità come leva di programmazione
Accanto alla componente principale, ci sono 2,4 miliardi di euro vincolati, che sostengono l’attuazione del Piano sanitario nazionale e gli interventi strategici come la medicina penitenziaria, spesso trascurata ma essenziale per la salute pubblica. Sono finanziate le borse di studio per i medici di medicina generale, segnale della necessità di rafforzare la medicina di base, oggi in sofferenza per carenza di professionisti.
La medicina penitenziaria è finanziata attraverso più canali, con risorse trasferite anche dal Ministero della Giustizia, a conferma della sua natura interistituzionale
Tra le voci incluse rientrano anche interventi meno visibili ma significativi, come i fondi per l’emersione del lavoro irregolare dei lavoratori extracomunitari, gli indennizzi per emergenze sanitarie in ambito veterinario e contributi specifici a favore della Regione Calabria. Un capitolo importante riguarda anche il superamento definitivo degli ospedali psichiatrici giudiziari, che rappresenta uno dei passaggi più delicati nel processo di riforma della sanità penitenziaria e della salute mentale.
Territorio e salute mentale: dove si gioca la sfida
Il blocco da 947,5 milioni di euro dedicato a fondi già assegnati o da ripartire mette in evidenza alcune delle priorità emergenti del sistema. Tra queste, il rafforzamento dell’assistenza territoriale, sempre più primaria anche alla luce delle lezioni della pandemia. La sanità non è più solo ospedale, perché la capacità di presa in carico sul territorio è decisiva per garantire continuità delle cure e ridurre la pressione sulle strutture ospedaliere. Parallelamente cresce l’attenzione per la salute mentale, come dimostra il rifinanziamento del bonus psicologo, mentre sono stanziate risorse per dispositivi medici e ausili, con un impatto diretto sulla qualità della vita dei pazienti (circa 1 milione di euro).
Una quota specifica è legata al raggiungimento di obiettivi sulle liste d’attesa, rafforzando il legame tra finanziamento e performance, mentre si interviene anche sulle disuguaglianze territoriali con misure a favore delle aree montane, dove l’accesso ai servizi resta più complesso.
Formazione e rete sanitaria: investire sul capitale umano
La delibera destina circa 1,14 miliardi di euro a soggetti che, pur non essendo direttamente le Regioni, sono fondamentali per il funzionamento del sistema. Il capitolo più rilevante riguarda la formazione dei medici specialisti, con oltre 780 milioni di euro destinati alle università. Una scelta che riflette una delle criticità più evidenti del SSN, la carenza di personale, soprattutto in alcune discipline. Investire nella formazione significa cercare di colmare un gap che rischia di compromettere la tenuta del sistema nei prossimi anni.
Accanto alla formazione, sono finanziati gli Istituti zooprofilattici sperimentali, il Centro nazionale trapianti e la Croce Rossa italiana, confermando la natura “a rete” del sistema sanitario, che va ben oltre le strutture ospedaliere e regionali.
Performance e distribuzione delle risorse
Una quota di 341,3 milioni di euro è accantonata per premiare le Regioni più virtuose. Il meccanismo premiale rappresenta uno degli strumenti con cui lo Stato cerca di orientare i comportamenti regionali, incentivando efficienza, qualità dei servizi e rispetto degli obiettivi.
I criteri saranno definiti dal Ministero della Salute, ma il principio è chiaro: non basta spendere, bisogna spendere bene
Il riparto tra le Regioni non avviene però in modo uniforme, ma segue criteri sempre più sofisticati. Oltre alla popolazione residente, si considerano l’età e i consumi sanitari, la mortalità sotto i 75 anni e una serie di indicatori territoriali che riflettono i bisogni di salute. L’obiettivo è superare una logica puramente demografica per avvicinarsi a una distribuzione più equa e aderente alle reali condizioni epidemiologiche.
Un sistema a geometria variabile
La delibera conferma la natura differenziata del sistema sanitario italiano. Alcune Regioni e Province autonome, come Valle d’Aosta, Trento, Bolzano, Friuli Venezia Giulia e Sardegna, finanziano autonomamente la sanità, mentre la Sicilia partecipa con una quota del 49,11%. Questo assetto, legato al federalismo fiscale, è uno degli elementi più complessi del sistema: da un lato consente autonomia, dall’altro pone il tema delle disuguaglianze territoriali e della capacità di garantire livelli uniformi di assistenza.
Più che una semplice ripartizione di fondi, la delibera del CIPESS restituisce una fotografia delle priorità della sanità italiana. Emergono con chiarezza alcune direttrici: il rafforzamento del personale, il rilancio dell’assistenza territoriale, l’attenzione alla salute mentale e il tentativo di ridurre le disuguaglianze tra territori. Allo stesso tempo, resta fondamentale il tema dell’efficienza e della capacità di tradurre le risorse in servizi concreti. In questo equilibrio tra quantità di finanziamenti e qualità della spesa si gioca, sempre più, il futuro del Servizio sanitario nazionale.
GSK Italia genera oltre 1 miliardo di impatto economico, creando valore per sanità e cittadini attraverso filiere diffuse e investimenti. Con più di 300 milioni l’anno, punta su ricerca e innovazione accessibile. Resta cruciale ridurre i tempi di accesso ai farmaci, agendo su regolazione e collaborazione pubblico-privato.
A TrendSanità le riflessioni di Antonino Biroccio, presidente e General Manager GSK Italia
Scegliere il farmaco giusto, alla dose giusta, per il paziente giusto: è questa la promessa della farmacogenetica, una delle applicazioni più concrete della medicina personalizzata. Analizzando il profilo genetico del paziente, è possibile modulare la terapia per massimizzarne l’efficacia, ridurre il rischio di effetti avversi e contribuire a un uso più appropriato delle risorse del Servizio Sanitario Nazionale. Una promessa già in parte mantenuta ma non ancora per tutti. Nonostante le solide evidenze scientifiche e le raccomandazioni internazionali, l’implementazione della farmacogenetica nel SSN resta disomogenea e frammentata.
A fotografare la situazione è la prima mappatura nazionale della farmacogenetica presentata il 15 aprile al Senato della Repubblica durante un evento promosso dalla Senatrice Daniela Ternullo con la collaborazione di SIGU (Società Italiana di Genetica Umana) e SIF (Società Italiana di Farmacologia). I risultati mostrano un elevato livello di competenza e interesse da parte degli operatori, ma anche la necessità urgente di un maggiore coordinamento, armonizzazione e supporto infrastrutturale e regolatorio.
Ilenia Malavasi
Farmacogenetica, la rivoluzione è già qui
«La farmacogenetica, disciplina che consente di personalizzare le terapie sulla base del profilo genetico del paziente, è sempre più presente nella pratica clinica italiana – spiega Matteo Floris, Professore associato di Genetica Medica all’Università di Cagliari e coordinatore del Gruppo di Lavoro Farmacogenetica della SIGU – in particolare in ambito oncologico. Tuttavia, la sua implementazione nel Servizio Sanitario Nazionale resta ancora disomogenea, con differenze rilevanti tra territori, nell’organizzazione dei servizi e nelle modalità di accesso».
Il dato emerge da un’indagine nazionale, condotta da un ampio network di collaboratori delle due società scientifiche SIGU e SIF – nato per supportare e favorire l’implementazione della farmacogenetica in Italia – appena pubblicata sull’European Journal of Human Genetics, che ha coinvolto 49 laboratori distribuiti sul territorio nazionale, la maggior parte dei quali è rappresentata da strutture pubbliche (82%), prevalentemente ospedali e IRCCS. Il network ha coinvolto laboratori distribuiti sul territorio, ma con differenze sostanziali. La criticità più rilevante è la disparità territoriale, con un evidente gradiente Nord-Sud. Dalla survey emerge, inoltre, la necessità di maggiore collaborazione, linee guida italiane, aggiornamento normativo, formazione e ricerca.
«Tra le iniziative in corso ci sono una rete formativa nazionale e la piattaforma FarmaNet, per mettere in rete i laboratori. La proposta principale resta l’istituzione di un tavolo tecnico interparlamentare, considerato fondamentale per garantire diffusione e standardizzazione della farmacogenetica su tutto il territorio», conclude Floris.
Oncologia apripista, ma non unico ambito
Il campo in cui la farmacogenetica ha fatto i progressi più consistenti è l’oncologia. I test sui geni DPYD e UGT1A1, fondamentali per valutare la tolleranza a certi chemioterapici, sono eseguiti rispettivamente nel 94% e nell’84% dei laboratori censiti. Una diffusione che riflette la presenza di linee guida nazionali e internazionali sempre più precise.
La farmacogenetica è oggi utilizzata soprattutto per supportare la pianificazione e la revisione di specifiche terapie oncologiche
«Dall’analisi emerge come la farmacogenetica sia oggi utilizzata soprattutto per supportare la pianificazione e/o la revisione di specifiche terapie oncologiche», spiega Matteo Curtarello, genetista dell’Istituto Oncologico Veneto IRCCS. «Quello che noi sottolineiamo è che c’è bisogno di modifiche urgenti, che devono essere fatte in tempi rapidi, come per esempio scollegare i test genetici da quelle famose note di erogabilità e allinearli magari alle linee guida internazionali, oltre alle indicazioni EMA e AIFA. Ma soprattutto includere il test DPYD in maniera chiara e nitida, perché di fatto è il test più prescritto a livello nazionale. Poi c’è una proposta di ampliamento e innovazione che riguarda l’inserimento di nuovi codici specifici per altre coppie farmacogeniche validate clinicamente», conclude.
Disuguaglianze territoriali e accesso non uniforme
La frattura più evidente è quella geografica. I centri ad alto volume di attività farmacogenetica sono concentrati nel Nord Italia, mentre nel Centro-Sud l’offerta è più limitata. In sostanza, la possibilità di ricevere una terapia personalizzata dipende ancora troppo da dove si vive.
«Questa disomogeneità si traduce in un accesso non uniforme per i pazienti, con il rischio che la possibilità di beneficiare della medicina personalizzata dipenda dal territorio di residenza», ha sottolineato la Senatrice Elena Murelli, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Genetica e Genomica in un video messaggio. Sul fronte economico, la situazione sembra migliore.
Il 73% dei laboratori dichiara che i test sono completamente rimborsati dal SSN, ma ci sono eccezioni regionali legate al sistema sanitario decentralizzato
«La farmacogenetica rappresenta oggi una delle frontiere più avanzate della medicina personalizzata, non è più una prospettiva futura – prosegue Murelli – , ma una realtà già presente nella pratica clinica, soprattutto in ambito oncologico, dove migliora l’efficacia delle terapie e riduce i rischi di effetti avversi. Per superare queste disuguaglianze, è necessario rafforzare il coordinamento nazionale, evitando un’implementazione frammentata, definendo obiettivi chiari e condivisi e costruendo una rete nazionale della farmacogenetica che metta in connessione laboratori, clinici e specialisti, garantendo uniformità nella qualità dei servizi. Allo stesso tempo, è fondamentale investire nella formazione e nell’integrazione multidisciplinare, perché la farmacogenetica non è solo un test, ma un processo complesso che richiede competenze specifiche».
Farmacogenetica, la sfida politica: garantire le stesse cure in tutta Italia
«Ancora una volta ci troviamo di fronte alla contraddizione di un sistema che può garantire standard elevatissimi, risparmiando ai pazienti inutili sofferenze, ma che non riesce ancora a renderli accessibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale – ha dichiarato l’Onorevole Ilenia Malavasi – La medicina personalizzata, e in particolare la farmacogenetica, non può diventare un’opportunità per pochi o legata alla capacità organizzativa delle singole Regioni. È necessario rafforzare il coordinamento nazionale, definire percorsi omogenei e garantire a tutti i cittadini pari accesso all’innovazione, indipendentemente dal luogo in cui vivono. Oggi è davvero indispensabile investire sulla farmacogenetica, che tiene insieme parole chiave come appropriatezza, sicurezza e chiarezza. L’appropriatezza terapeutica significa migliorare non solo la qualità della cura, ma anche la sua efficacia, in cui la medicina personalizzata deve riuscire a coniugare efficacia e sostenibilità, tema centrale per la sanità pubblica.
La farmacogenetica non è solo un test, ma un processo complesso che richiede competenze specifiche
Dal punto di vista politico, l’impegno deve essere quello di rafforzare il coordinamento nazionale e definire percorsi omogenei, perché l’equità della cura passa dall’adozione di standard uniformi su tutto il territorio. Solo così si può garantire a tutti i cittadini la stessa possibilità di accesso all’innovazione terapeutica, indipendentemente dalla Regione di appartenenza».
Il consulto farmacologico
Uno dei dati più preoccupanti riguarda la consulenza clinica: è disponibile solo nel 29% dei centri. Questo significa che nella maggior parte dei casi il medico riceve un dato genetico grezzo, senza indicazioni su come tradurlo in una scelta terapeutica concreta. I laboratori adottano infatti approcci eterogenei in termini di pannelli genetici, tecnologie utilizzate, strumenti bioinformatici e modalità di interpretazione dei risultati.
«Se la maggior parte dei laboratori fornisce un’interpretazione dei risultati del dato genetico, solo una minoranza include indicazioni terapeutiche operative. In particolare, il counselling farmacologico, fondamentale per tradurre il dato genetico in scelte cliniche, è disponibile solo nel 29% dei centri», spiega Erika Cecchin, Responsabile della Struttura di Farmacologia Sperimentale e Clinica del Centro di Riferimento Oncologico IRCCS di Aviano.
«Sebbene l’esperienza sia prevalentemente oncologica, il cosiddetto “passaporto genetico”, che include circa cinquanta varianti, riguarda in realtà quasi tutta la popolazione, potenzialmente beneficiaria della genotipizzazione. Inoltre, i farmaci coinvolti sono di uso comune in diversi ambiti, dall’oncologia alla cardiologia fino alla psichiatria, con un impatto rilevante sulla popolazione».
I dati dello studio europeo prospettico randomizzato PREPARE, che ha coinvolto quasi 7.000 pazienti, mostrano come la personalizzazione della terapia sulla base del passaporto genetico possa ridurre del 30% il rischio di tossicità.
Il counselling farmacologico, fondamentale per tradurre il dato genetico in scelte cliniche, è disponibile solo nel 29% dei centri
«In questo scenario, il farmacologo clinico è essenziale non solo per l’interpretazione del dato farmacogenetico, ma anche per l’integrazione della farmacogenetica nelle valutazioni delle interazioni farmacologiche in pazienti politrattati, traducendolo in un’effettiva medicina personalizzata», aggiunge Marzia Del Re, Professoressa di Farmacologia presso la Saint Camillus International University of Health and Medical Sciences di Roma.
La farmacogenetica non può prescindere dalla multidisciplinarietà: l’interazione gene-farmaco è centrale, ma si inserisce in un quadro più complesso che include polifarmacoterapia, comorbidità, sesso, età e altri fattori, tutti elementi che devono essere integrati per una reale personalizzazione della terapia.
Farmacogenetica preventiva, il gap italiano: mancano regole, rete e integrazione dei dati
Stefania Boccia, Università Cattolica del Sacro Cuore (UCSC) di Roma, Direttore del Dipartimento di Scienze della Vita e Sanità Pubblica della facoltà di Medicina (UCSC) ha presentato un lavoro che aveva l’obiettivo di fare il punto sull’implementazione del test farmacogenetico preventivo, cioè prima della prescrizione dei farmaci, nell’ambito di un progetto europeo dedicato alla prevenzione personalizzata delle malattie croniche.
«Per la valutazione di impatto è stato creato un sottogruppo di esperti, che ha analizzato la letteratura internazionale e contribuito alla definizione di raccomandazioni pubblicate su rivista scientifica. Sono stati individuati quattro ambiti fondamentali: utilità clinica, quadro regolatorio, sostenibilità economica, accettabilità dei pazienti e fattibilità organizzativa. In particolare, sul piano regolatorio emerge l’assenza di linee guida strutturate sul passaporto farmacogenetico preventivo e un disallineamento tra raccomandazioni cliniche e aspetti normativi, che rallenta l’implementazione. Dal punto di vista organizzativo, le principali criticità riguardano il rimborso, con test non inclusi nei LEA, le disuguaglianze infrastrutturali tra Nord e Centro-Sud, la mancanza di standardizzazione nei processi di refertazione e l’assenza di un sistema nazionale di accreditamento. A questo si aggiunge un limite rilevante nella gestione dei dati: spesso i risultati non sono integrati nei sistemi informatici clinici e quindi non disponibili al point of care».
Robert Nisticò
Una leva per la sostenibilità del Servizio Sanitario
Al di là del beneficio diretto per il paziente, la farmacogenetica può anche aiutare a ridurre sprechi e costi: meno effetti avversi, meno fallimenti terapeutici, meno ospedalizzazioni evitabili. Un argomento che non è passato inosservato tra i rappresentanti istituzionali presenti.
«La prescrizione farmacologica non può più essere concepita come un atto isolato, ma deve fondarsi su una valutazione integrata e multidimensionale delle caratteristiche cliniche, biologiche e individuali del paziente», ha dichiarato Robert Nisticò, Presidente di AIFA. «La medicina di precisione non è più un’opzione, ma una direttrice evolutiva del sistema e la farmacogenetica si inserisce in un contesto che non è ideologico ma di sanità. Oggi siamo in una fase favorevole, con una scienza che corre velocemente e con l’intelligenza artificiale che ha accelerato lo sviluppo dei farmaci, mentre la normativa fatica a tenere il passo, pur con nuovi strumenti come le regulatory sandbox. La sensibilità politica quindi è chiamata a guidare il processo. La farmacologia va considerata un investimento e non un costo, senza un cambio di paradigma non sarà possibile sostenere una spesa in continua crescita. I farmaci innovativi, infatti, possono modificare il corso delle malattie e generare risparmi. Ciò implica un cambiamento culturale, in cui la sostenibilità passa anche attraverso la prevenzione, che deve essere promossa e insegnata, perché la salute non è solo un diritto ma anche un dovere».
Più appropriatezza, meno sprechi
«La farmacogenetica consente di rendere più appropriata la scelta terapeutica – interviene Luca Padua, Direzione Generale della Ricerca e dell’Innovazione, Ministero della Salute – e si inserisce pienamente nelle strategie di programmazione del Servizio Sanitario Nazionale, dove la medicina personalizzata è sempre più riconosciuta come leva per migliorare efficacia e sostenibilità».
Uno dei vantaggi a livello di sistema è l’utilizzo più appropriato di risorse sanitarie, con la riduzione di eventi avversi, fallimenti terapeutici e ospedalizzazioni
Oltre a migliorare la sicurezza e l’efficacia delle terapie, la farmacogenetica può contribuire a un utilizzo più appropriato delle risorse sanitarie, riducendo eventi avversi, fallimenti terapeutici e ospedalizzazioni evitabili. La sfida dei prossimi anni sarà quindi quella di trasformare una pratica già consolidata in alcuni ambiti in uno strumento sistemico, accessibile e integrato, a beneficio di tutti i pazienti.
«Abbiamo uno strumento importantissimo che sono gli IRCCS, ma non fanno ancora abbastanza sistema. I soldi sono pochi, è inutile girarci intorno, ma se facciamo sistema, gli IRCCS potranno essere competitivi e attrattivi a livello internazionale».
La richiesta: una rete nazionale e i test nei LEA
Esperti, società scientifiche e associazioni dei pazienti convergono su una priorità: costruire una rete nazionale coordinata, con standard condivisi e accesso omogeneo su tutto il territorio.
«È chiara la necessità di definire standard condivisi per test e refertazione, rafforzare l’integrazione tra specialisti in genetica medica, farmacologi e clinici, e promuovere la realizzazione di programmi di formazione dedicati», ha dichiarato Paola Grammatico, Presidente SIGU. «È importante chiedersi non solo quanto costa fare, ma quanto costa non fare. Rinunciare alla farmacogenetica significa non poter prevedere eventi avversi, efficacia dei farmaci e dosaggi adeguati per il paziente. Per questo la formazione diventa centrale: un medico oggi non può uscire dalla facoltà senza una preparazione in farmacogenetica, perché significherebbe non essere adeguato ai tempi.
La farmacogenetica, inoltre, non riguarda più solo oncologia e psichiatria, ma molti altri ambiti. È quindi necessario un impegno delle società scientifiche nel confronto con le istituzioni, anche attraverso strumenti come un tavolo tecnico interparlamentare, per promuovere diffusione, formazione e sviluppo di questo approccio».
«Non inserirla nei LEA significa accettare cure disuguali»: la voce dei pazienti
Voce decisa anche da parte dei pazienti. «La farmacogenetica è uno strumento essenziale per rendere le terapie più efficaci e più sicure. Non inserirla nei LEA significa accettare tossicità evitabili, trattamenti inefficaci e differenze territoriali che negano ai pazienti il diritto all’appropriatezza sin dall’inizio del percorso di cura», ha affermato Maria Grazia Cattaneo, membro del direttivo AIMAC (Associazione Italiana Malati di Cancro). «È quindi essenziale garantire l’accesso a test eseguiti con tecnologie adeguate e aggiornate per assicurare valutazioni complete e individuare la terapia più idonea, riducendo sprechi e trattamenti inefficaci. Accanto a questo, è necessario garantire ai pazienti un’informazione chiara e comprensibile, una comunicazione trasparente è parte integrante della qualità delle cure e consente una partecipazione consapevole alle decisioni sulla propria salute».
La fiducia c’è ancora, ma non è più quella di prima. È una fiducia che resiste, che si ostina a restare ancorata al Servizio sanitario nazionale (SSN), ma che ogni giorno fa i conti con un’esperienza concreta sempre più complicata. È da qui che bisogna partire per leggere i risultati della survey Adnkronos 2026, presentata alla terza edizione del Q&A Forum Salute dell’agenzia che prova a immaginare il futuro del sistema tra riforme, innovazione e nuovi equilibri.
I numeri che aprono il racconto sono due. Il primo è 58%: tanti sono gli italiani che dichiarano di fidarsi ancora del SSN. Ma basta voltarsi indietro per capire che qualcosa si è incrinato: erano il 65% solo l’anno scorso. E oggi sono di più quelli che quella fiducia l’hanno persa. Non è un crollo, ma è un segnale. Di quelli che, se ignorati, diventano crepe.
Cresce la percentuale di italiani che hanno perso la fiducia nel SSN
Poi c’è il 70%: la percentuale di persone che hanno rinunciato almeno a un esame diagnostico a causa delle liste d’attesa. Anche in questo caso un dato che rileva un peggioramento della situazione nel tempo: un anno fa erano poco più di sei gli italiani su dieci ad aver rinunciato a indagini diagnostiche per i tempi troppo lunghi offerti dal SSN. Non un disagio occasionale, ma un’esperienza diffusa, quasi normale. È qui che il sistema mostra la sua fragilità più evidente: non tanto nella qualità delle cure, quanto nella possibilità di accedervi.
E allora succede che il privato smette di essere una scelta e diventa una via d’uscita. Il 45% degli italiani ci è andato almeno una volta nell’ultimo anno. Non per preferenza, nella maggior parte dei casi, ma perché non c’erano alternative praticabili. Solo una minoranza – il 21% – rivendica una scelta consapevole. Gli altri si muovono per necessità, spinti più dai tempi che dalle convinzioni.
In mezzo, resta una coperta corta. Le assicurazioni sanitarie non decollano davvero – poco meno di un italiano su tre ne ha una, o per polizze messe a disposizione del datore di lavoro o accese direttamente dall’utente – e il rischio è che si allarghi quella linea invisibile che separa chi riesce a curarsi in tempi rapidi da chi aspetta o rinuncia.
Il 29% degli italiani ha un’assicurazione sanitaria
Eppure, non è un Paese disorientato quello che emerge dalla rilevazione. Il 61% degli italiani dice di sapere come orientarsi tra pubblico e privato. Anche se, a ben vedere, resta una fascia ampia che si muove ancora in una zona grigia di scarsa informazione. È una consapevolezza a metà, che non sempre si traduce in possibilità concreta di scelta.
Nel frattempo, nel dibattito istituzionale, il nodo delle liste d’attesa è diventato il centro di gravità. «È qui che si gioca la credibilità del Servizio sanitario nazionale», ha detto il ministro della Salute Orazio Schillaci, annunciando nuovi strumenti di trasparenza e un lavoro più stretto con le Regioni. «Ho avuto oggi un incontro con il presidente della Conferenza delle RegioniMassimiliano Fedriga – ha aggiunto il titolare di Lungotevere Ripa (quasi a voler fare il punto rispetto alla recente bocciatura del Ddl delega da parte della commissione Salute delle Regioni perché “non affronta problemi rilevanti del SSN”) – per ribadire che ci vuole piena collaborazione con le Regioni per cercare di ridurre questo fenomeno». L’obiettivo è rendere visibili le differenze territoriali e intervenire dove il sistema si inceppa di più.
il nodo delle liste d’attesa è diventato il centro di gravità
Accanto a questo, prende forma un’altra idea di sanità, più vicina ai territori. I presidi di prossimità con i loro servizi, la gestione delle cronicità: elementi che, nelle parole del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, possono diventare una risposta concreta soprattutto nelle aree più fragili. In parallelo, si investe su dati e digitalizzazione, con l’idea che la tecnologia possa aiutare a tenere insieme i pezzi.
E qui la distanza tra istituzioni e cittadini sembra accorciarsi. Perché anche gli italiani, in maggioranza, guardano al digitale come a una possibile soluzione: il 59% lo considera utile per migliorare la sanità. Non è entusiasmo cieco, ma una fiducia pragmatica. Come a dire: se può servire a ridurre le attese e semplificare l’accesso, ben venga.
Sul fondo resta però una questione più ampia, che attraversa tutto il sistema. Le risorse sono limitate, il personale manca, la domanda di salute cresce. E mentre l’innovazione – anche farmaceutica – corre, come ha ricordato il presidente di FarmindustriaMarcello Cattani, diventa sempre più urgente trovare un equilibrio tra sostenibilità e accesso.
La fotografia che emerge non è quella di un sistema al collasso, ma nemmeno di un sistema in salute. È piuttosto quella di un equilibrio instabile, in cui la fiducia dei cittadini continua a fare da argine, ma non può bastare da sola.
Perché oggi il punto non è più solo curare bene. È curare in tempo. E su questo, gli italiani hanno già dato il loro verdetto. Ed è possibile che, sul delicato tema dell’accesso alla salute, si andranno a giocare gli equilibri tra maggioranza e opposizione alla prossima tornata elettorale delle Politiche 2027.
Un’“epidemia silenziosa” resa visibile dalla pandemia
La solitudine è oggi sempre meno un fenomeno individuale e sempre più un problema di salute pubblica. Lunedì 20 aprile si terrà la presentazione della traduzione in italiano del rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle solitudini, “From loneliness to social connection”, promossa e curata da CCW – Cultural Welfare Center e pubblicata lo scorso 12 febbraio.
In vista di questo appuntamento, TrendSanità ha intervistato il professor Enzo Grossi, socio fondatore del Cultural Welfare Center, per approfondire le implicazioni scientifiche e di salute pubblica del fenomeno.
Enzo Grossi
«La solitudine è una sorta di epidemia di cui abbiamo preso coscienza in concomitanza alla pandemia vera del Covid, che l’ha messo in evidenza», spiega Grossi, sottolineando come la riduzione forzata delle relazioni sociali abbia reso evidente un disagio già diffuso ma spesso sottostimato.
Paradossalmente, proprio le soluzioni tecnologiche adottate per mantenere i contatti – videocall, piattaforme digitali, comunicazione a distanza – non hanno compensato la perdita della dimensione relazionale più profonda. «Parlarsi al telefono o fare una videocall non è come essere in presenza e poter avere questo senso di empatia», osserva Grossi, evidenziando la differenza tra interazione mediata e relazione incarnata.
In questo scenario, la solitudine non è solo assenza di contatti, ma esperienza soggettiva di disconnessione, che può coesistere anche in presenza di relazioni sociali formali.
Solitudine, isolamento e connessioni sociali: la chiarezza del rapporto OMS
Uno dei contributi più rilevanti degli ultimi anni è stato il lavoro di sistematizzazione concettuale promosso dall’OMS, che ha distinto tra isolamento sociale, solitudine percepita e condizioni di vita individuale.
Grossi sottolinea come questa distinzione sia cruciale per evitare confusioni operative e cliniche: «La solitudine è uno stato soggettivo. Io posso vivere con altre persone, quindi non sono solo ma soffro di solitudine, cioè ho uno stato emotivo negativo in cui c’è una discrepanza tra il bisogno di connessione e quello che è effettivo».
L’OMS ha evidenziato le differenze tra isolamento sociale, solitudine percepita e condizioni di vita individuale
Il recente rapporto internazionale dell’OMS ha inoltre chiarito i principali fattori alla base dell’aumento della solitudine: cambiamenti demografici, trasformazioni urbane, digitalizzazione delle relazioni e indebolimento delle reti comunitarie. Ha inoltre documentato gli effetti sulla salute fisica e mentale, consolidando l’evidenza che la solitudine non è un tema “sociale” in senso generico, ma un determinante sanitario a tutti gli effetti.
Prescrizione sociale: dalla risposta ai bisogni invisibili alla nuova infrastruttura di cura
All’interno di questo quadro si colloca la crescita della cosiddetta prescrizione sociale, un approccio che integra interventi non clinici nei percorsi di salute, soprattutto nei casi in cui il disagio non ha una chiara base organica.
Un elemento chiave emerso nel dibattito internazionale riguarda l’impatto della solitudine sulla domanda di cura. Grossi ricorda come, in alcuni sistemi sanitari, fino al 25-30% delle richieste di visita sia legato a sintomi non spiegabili dal punto di vista medico: i cosiddetti medical unexplained symptoms.
La solitudine non è un tema “sociale” in senso generico, ma un determinante sanitario a tutti gli effetti
«Circa il 25-30% delle richieste di visita sono legate a questi sintomi che non sono espressioni di un problema medico», evidenzia. In questi casi, la prescrizione sociale ha mostrato un duplice effetto: ridurre il carico sui medici di medicina generale e offrire risposte più appropriate ai bisogni dei pazienti.
Nel Regno Unito, dove il modello è più sviluppato, il fenomeno ha assunto dimensioni strutturali: «Nel giro di sei anni sono arrivate a 3 milioni di richieste di prescrizione sociale», segnando una trasformazione significativa dell’organizzazione dei servizi territoriali.
Elemento distintivo del modello britannico è la presenza dei link workers, figure di connessione tra sistema sanitario e risorse comunitarie.
I link workers e il nodo della professionalizzazione
La figura del link worker rappresenta uno degli snodi più innovativi ma anche più complessi della prescrizione sociale. Si tratta di professionisti in grado di “tradurre” un bisogno sanitario in un percorso di attivazione sociale, culturale e comunitaria.
In Italia, questa figura non è ancora formalmente istituzionalizzata. «In Italia per rendere questa figura realmente attiva bisogna che ci sia una regolamentazione», osserva Grossi, evidenziando il ritardo normativo e organizzativo.
La figura del link worker è uno snodo chiave della prescrizione sociale, capace di tradurre bisogni sanitari in percorsi sociali e comunitari
Nel nostro Paese, laddove si sono sviluppate esperienze di prescrizione sociale, il ruolo di link worker è spesso svolto in modo informale da medici di medicina generale, pediatri o specialisti sensibili al tema. Tuttavia, il modello internazionale mostra come la complessità del compito richieda competenze ibride: «È una figura a metà strada tra l’assistente sociale, lo psicologo e in parte dovrebbe avere anche competenze mediche».
Il lavoro del link worker non si limita alla segnalazione, ma include un vero e proprio processo di “costruzione su misura” dell’intervento: attività fisiche, artistiche, culturali, ambientali e relazionali, calibrate sulle caratteristiche della persona.
Cultura, natura e relazioni: il “menu” della prescrizione sociale
La prescrizione sociale si basa su un principio semplice ma potente: contrastare la solitudine attraverso esperienze condivise e significative.
Il ventaglio di interventi è ampio: attività fisica, danza movimento, terapia con la natura, arteterapia, museoterapia, teatro, lettura condivisa, scrittura espressiva, cinema e volontariato. Elemento comune è la dimensione collettiva.
Elemento comune della prescrizione sociale è la dimensione collettiva
«Sono attività molto diverse tra di loro, ma hanno una cosa in comune: vengono svolte sempre non soli, ma in compagnia di altre persone», sottolinea Grossi.
L’efficacia non deriva solo dall’attività in sé, ma dalla sua capacità di attivare relazioni. «Se vengono svolte insieme ad altre persone l’effetto è potenziato: si ha questo doppio vantaggio del miglioramento dello stato psicologico e dell’attenuazione dello stato soggettivo di solitudine».
Determinanti sociali della salute: il ruolo dello status socio-economico
Il tema della solitudine si intreccia in modo diretto con quello dei determinanti sociali della salute. Il riferimento teorico è il modello biopsicosociale e il lavoro di Michael Marmot, che ha mostrato come le disuguaglianze socio-economiche incidano profondamente sugli esiti di salute.
Grossi richiama con forza questa prospettiva: «Lo stato socio-economico influenza lo stato di salute in maniera molto forte, non solo tra poveri e ricchi, ma all’interno della stessa classe sociale».
Lo stato socio-economico influenza lo stato di salute in maniera molto forte
Il meccanismo biologico passa anche attraverso lo stress cronico e l’attivazione prolungata del sistema endocrino: «L’eccessiva esposizione al cortisolo provoca danni neuronali, indebolimento del sistema immunitario e maggiore vulnerabilità alle infezioni».
Salute sociale e prospettive: verso una nuova architettura della cura
Uno degli elementi più rilevanti del ragionamento di Grossi riguarda la ridefinizione stessa del concetto di salute. «Quando parliamo di salute parliamo di un tavolino con tre gambe: salute fisica, psichica e sociale».
La salute sociale, tuttavia, è ancora poco integrata nella formazione e nella pratica clinica. «I medici sono stati formati sulla salute fisica, poco sulla salute mentale e zero sulla salute sociale».
«Quando parliamo di salute parliamo di un tavolino con tre gambe: salute fisica, psichica e sociale»
Da qui deriva la necessità di un cambio di paradigma che non sia solo clinico ma anche culturale e organizzativo. Le esperienze italiane – da “Nati per leggere” a “Dance Well”, dalla prescrizione verde ai progetti museali e teatrali – mostrano un ecosistema in crescita, ma ancora frammentato.
Il limite principale è la mancanza di una strategia top-down: «Ci sono tante iniziative, ma sono isolate. Manca una sistematizzazione con standard qualitativi e una valutazione dell’impatto».
La sfida futura riguarda dunque tre livelli: formazione dei professionisti, istituzionalizzazione delle figure di raccordo come i link workers e costruzione di sistemi di valutazione dell’efficacia. Solo così la prescrizione sociale potrà diventare una componente strutturale del sistema sanitario e non una somma di esperienze virtuose ma discontinue.
In questa prospettiva, la solitudine non è solo un problema da curare, ma un indicatore attraverso cui ripensare l’intero rapporto tra salute, comunità e benessere.
Nel 2025 l’export farmaceutico italiano ha superato i 69 miliardi di euro e la produzione 74 miliardi di euro. Gli occupati sono 72.200, in aumento del 2% rispetto all’anno precedente (45% donne, che sono oltre il 50% nella R&S). Sono oltre 4 i miliardi di investimenti, in impianti ad alta tecnologia e R&S. Di questi, oltre 800 milioni sono destinati alla ricerca clinica presso strutture del Servizio Sanitario Nazionale. Questi i numeri ricordati a Roma in occasione della Giornata del Made in Italy, all’evento Farmindustria dal titolo «Innovazione, investimenti, competenze. L’industria farmaceutica come asset prioritario del Made in Italy».
Scenario globale sempre più complesso
Dati da record di un settore che traina l’economia italiana, ma che inevitabilmente fa i conti con le difficoltà dello scenario geopolitico mondiale, che cambiano strutturalmente il quadro competitivo e richiedono politiche per rimanere attrattivi e capaci di continuare a crescere. «Innovazione, salute, crescita economica, export, investimenti, occupazione, competenze, produttività. Sono le priorità per il futuro e sono tutte nel DNA dell’industria farmaceutica nella nostra Nazione, un settore di punta del Made in Italy e strategico per salute, crescita e sicurezza nazionale», commenta Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria.
Marcello Cattani
«Ma lo scenario globale – prosegue – appare sempre più incerto e complesso. Da un lato l’intraprendenza della politica statunitense per attrarre investimenti e riequilibrare il finanziamento mondiale dell’innovazione, che ha portato a provvedimenti come l’ordine esecutivo Most Favored Nation (MFN), in base al quale il prezzo più basso di un farmaco in un panel di Nazioni avanzate diventa riferimento per il costo di quel medicinale in USA. Queste misure rappresentano un vero punto di svolta per la capacità dell’UE e dell’Italia di garantire accesso alle terapie e di mantenere la competitività per l’industria. Negli ultimi mesi hanno già portato ad accordi con alcune fra le più importanti aziende e annunci per 400 miliardi USD di investimenti negli USA nei prossimi 5 anni. Un’evoluzione che mette a rischio la base industriale in Europa, con una stima di 100 miliardi in meno nello stesso periodo».
Guerra e aumento dei costi produttivi
«Dall’altro – aggiunge il Presidente – la guerra in Iran sta determinando il terzo shock in 4 anni (dopo Ucraina e crisi del Mar Rosso) che colpisce simultaneamente logistica, energia e i costi di tutti i fattori di produzione. Con proiezioni di aumenti totali di oltre il 20%, da sommare all’incremento del 30% dal 2021 a oggi che, in un sistema di prezzi amministrati, ricadono interamente sulle aziende. È a rischio la sostenibilità della produzione farmaceutica».
Dipendenza da materie prime e crescita della Cina
C’è poi il problema della dipendenza da Cina e India per i principi attivi più comuni (74%) e di altre materie prime, packaging e imballaggi; infine, l’enorme balzo in avanti della Cina nell’innovazione farmaceutica. Basti pensare che ormai molti dei nuovi farmaci oncologici hanno origine in Cina e che il 30% degli studi clinici globali viene avviato in Cina.
Cattani: «L’Europa rischia di perdere terreno su innovazione e ricerca»
Continua Cattani: «Si tratta di fenomeni destinati a durare. Mentre USA, Cina, Emirati Arabi, Singapore, Arabia Saudita hanno puntato sull’innovazione e corrono velocemente per attrarre investimenti – 2.000 miliardi di dollari nel mondo in R&S nei prossimi 5 anni – competenze, tecnologia, l’Europa continua a perdere terreno, spesso con provvedimenti antistorici che riducono la proprietà intellettuale e aumentano i costi per l’industria farmaceutica. Ora più che mai è necessario un approccio strategico e sistemico che tenga insieme innovazione, sostenibilità economica e capacità produttiva per poter competere con gli altri hub mondiali, che non si fermano ad aspettare, e per continuare a garantire gli stessi livelli di welfare e benessere».
Ricerca e innovazione al centro della competitività
«Puntare sull’innovazione non è mai stato opzionale e tanto meno lo è adesso», conclude il Presidente di Farmindustria. «Innovazione che si sviluppa tanto negli impianti industriali quanto nei laboratori di Ricerca e nei centri clinici, che sono un’eccellenza made in Italy, peculiare dell’industria farmaceutica e delle Scienze della Vita. Farmindustria ha lanciato un Manifesto per la Ricerca partendo dal presupposto che “dove si fa ricerca, si cura meglio”.
Farmindustria ha lanciato un Manifesto per la Ricerca partendo dal presupposto che “dove si fa ricerca, si cura meglio”
L’obiettivo è proporre azioni concrete per potenziare la ricerca preclinica e clinica in Italia — asset fondamentale per migliorare cure, competenze e sostenibilità del SSN — in un settore in cui l’Europa sta purtroppo perdendo terreno a vantaggio di competitor come USA e Cina». A conferma di questa tendenza, i dati EFPIA evidenziano che, nonostante l’aumento globale dei trial clinici, tra il 2013 e il 2023 l’Europa ha perso il 10% della propria quota di studi; una contrazione che si traduce nella perdita di circa 60.000 opportunità di accesso a cure sperimentali per i pazienti europei.
Le richieste per rafforzare la competitività
«O ci si adegua alla velocità del cambiamento – conclude Cattani – o nell’arco di pochi anni altri hub avranno un vantaggio competitivo non facilmente recuperabile. L’Europa deve radicalmente cambiare direzione, e in fretta. Il nostro Governo sta facendo bene. Sia a livello UE dove da tempo è in prima linea contro scelte che affossano l’industria. Sia in Italia dove ha sviluppato un percorso per la competitività, che speriamo possa completarsi con il Testo Unico sulla legislazione farmaceutica, che rappresenta una grande opportunità. Vogliamo accelerare e adottare una prospettiva nuova, superare definitivamente il payback, valorizzare la presenza industriale e difendere la sostenibilità degli investimenti, accelerare e migliorare l’accesso alle cure, anche con un nuovo meccanismo di early access, riconoscere adeguatamente il valore di farmaci e vaccini e della loro innovazione. Traguardi che auspichiamo si possano raggiungere a beneficio di tutti, cittadini, imprese, istituzioni e a vantaggio anche della sicurezza nazionale»