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Nuovo decreto prezzi: quali novità introduce e quali aspetti rimangono ancora aperti?

Le nuove linee guida AIFA per la stesura del dossier di prezzo e rimborso dei farmaci sono entrate in vigore a marzo 2021, dopo un lungo iter di elaborazione e una fase di consultazione pubblica molto partecipata e discussa. In questi mesi sono state avanzate molte osservazioni sulla portata delle nuove linee guida e sugli effettivi cambiamenti che innescheranno. Sarà l’inizio di una nuova governance farmaceutica o saranno necessari ulteriori interventi? Ne parliamo con Claudio Jommi, Professore presso la Divisione Government, Health and Not for Profit di SDA Bocconi School of Management, Direttore del Master MIHMEP e Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Farmaci del Cergas Bocconi.

Quali sono le maggiori novità introdotte dalle nuove linee guida AIFA per la stesura del dossier di prezzo e rimborso dei farmaci?

Claudio Jommi

Avere definito linee guida per la compilazione del dossier ed avere aperto una consultazione pubblica, con pubblicazione successiva dei pareri espressi, sono già di per sé un importante cambiamento. Sotto il profilo delle politiche “sottese” alla negoziazione non ci sono grandissime novità: l’approccio multi-criterio viene mantenuto, il valore terapeutico aggiunto rappresenta il principale criterio guida per l’ottenimento di un eventuale premio di prezzo, la stima della popolazione target e l’impatto sulla spesa per farmaci a tre anni rimangono centrali per la valutazione di “sostenibilità”, in una chiara prospettiva ancorata a logiche silos. Viene però fatta esplicita richiesta di analisi di impatto sul budget nella prospettiva del SSN e, per tutti i nuovi farmaci e le nuove indicazioni di farmaci esistenti, di analisi di costo-efficacia.

Sono richieste analisi di budget impact nella prospettiva del SSN e analisi di costo-efficacia

La valutazione del bisogno terapeutico e del valore terapeutico aggiunto, utilizzata per l’ottenimento dell’innovatività, viene incorporata nel dossier di P&R. Vengono fornite indicazioni sulla scelta dei comparatori e si fa esplicita richiesta di fornire una stima del costo-terapia per paziente per il farmaco oggetto di negoziazione ed i comparatori e non più del solo costo unitario per DDD / mg / unità posologica. La stima del costo terapia viene effettuata ovviamente ai prezzi di listino. Altro aspetto, previsto dal DM 2 agosto 2019, è la richiesta di informazioni sui fatturati generati da programmi di early access (648) e su incentivi pubblici allo sviluppo del farmaco ottenuti a livello nazionale ed europeo.

Secondo lei, quali sono gli aspetti positivi per il sistema e quali invece costituiscono ancora una criticità? Ad esempio, nel corso delle consultazioni sono emerse diverse critiche in merito alle richieste relative ai farmaci innovativi, sulla gestione della lista 648 e sugli obblighi di trasparenza.

L’aspetto positivo è certamente quello di avere specificato la struttura attesa del dossier e di avere richiesto la produzione di evidenze di valutazione economica e di impatto sulla spesa. Per quanto poi si espliciti, giustamente, che il valore terapeutico aggiunto e/o il miglior profilo di rischio rappresentino il principale driver della negoziazione, viene fatta richiesta di fornire ulteriori elementi di interesse in termini di vantaggio economico per il SSN (es. “efficientamento” organizzativo, semplificazione del percorso assistenziale, riduzione di altre voci di spesa SSN), allargando quindi l’ambito dei domini di interesse, anche se non sembra che questi domini possano giustificare una richiesta di premio di prezzo rispetto ai comparatori.

I criteri di scelta dei comparatori non sono ancora del tutto chiari

Esistono però alcuni aspetti critici. In generale non è chiaro come queste informazioni verranno utilizzate nella negoziazione di prezzi e rimborso. Non ci sono indicazioni esplicite né su eventuali range di valori soglia alla costo-efficacia, né sulle condizioni per consentire alle imprese di richiedere un premio di prezzo (in Francia questo avviene in casi di valore terapeutico da moderato a molto importante). In altri termini si vuole mantenere ancora un’alta discrezionalità nell’applicazione di logiche miste di pricing basato sul valore e sulla coerenza con le risorse disponibili. I criteri di scelta dei comparatori, per quanto richiamati in diversi punti del dossier, non sono ancora del tutto chiari e, comunque non omogenei tra Dossier ed Appendice per la parte riferita alle valutazioni economiche. Si ricorda che in Germania il comparatore viene di fatto scelto dal soggetto pubblico (la Commissione Federale G-BA), dopo comunque una consultazione con le imprese. In Inghilterra la scelta del/i comparatore/i è oggetto della fase di scoping dell’analisi di costo-efficacia. L’inserimento dei criteri utilizzati per l’innovatività è un passaggio molto importante, ma è necessario ribadire che tali criteri sono stati individuati per identificare i farmaci innovativi (o a innovatività condizionata) per i quali fosse molto importante avere regole di accesso “facilitate” e non per negoziare un prezzo. La richiesta di informazioni su incentivi pubblici per lo sviluppo del farmaco, per quanto abbia una ratio comprensibile (tali incentivi vanno di fatto a ridurre il costo effettivo di sviluppo del farmaco), riportano ad approccio supply-driven più che value-based nella negoziazione dei prezzi. Sul tema della trasparenza, il dossier richiede informazioni sulla presenza di accordi con altri pagatori internazionali, ma non, ovviamente, informazioni sul contenuto di tali accordi, nel caso gli stessi presentino clausola di confidenzialità / riservatezza.

Queste linee guida vanno nella direzione della tanto auspicata nuova governance del farmaco, a favore di una maggiore sostenibilità del sistema e di un accesso più veloce alle nuove terapie? Quali potrebbero essere le misure ulteriori da prendere per un vero cambio di paradigma?

 Queste linee guida forniscono un utile strumento di supporto alla compilazione del dossier e danno alcuni elementi di riferimento, come il limite massimo di 180 giorni, per la negoziazione dei prezzi. Credo però che non diano una chiara idea della politica di prezzo e rimborso verso cui ci si vuole indirizzare, cosa che non fa neanche il Decreto 2 agosto 2019, che richiama infatti, più che la “politica”, la negoziazione dei prezzi (le “modalità con cui l’Aifa determina, mediante negoziazione, i prezzi”).

La politica di P&R (e più in generale dell’accesso dei pazienti al farmaco), dovrebbe fornire delle risposte chiare ai seguenti quesiti: come si realizza un approccio value-based? Come viene integrato tale approccio con uno basato sulla valutazione di impatto sulla spesa? Quali sono gli elementi che, in presenza di tetti sulla spesa farmaceutica, consentono di valorizzare un farmaco che produce una potenziale riduzione dei costi per altre prestazioni sanitarie e non?

Approccio value-based e valutazione di impatto sulla spesa sono i temi da affrontare nella politica di P&R

Se il tema è poi quello della “governance”, e non della politica del farmaco, mancano indicazioni sui rapporti tra AIFA (ed i suoi Uffici di riferimento), portatori di interesse, tra cui clinici e relative società scientifiche e pazienti e relativi soggetti di rappresentanza, e mondo della ricerca, anche in ambito economico-sanitario. Come la consultazione pubblica è stato un momento importante, su diversi aspetti sarà utile un confronto rispetto sia a delle potenziali scelte di policy (eventuale range di valori-soglia al rapporto incrementale di costo-efficacia) sia alla valutazione delle evidenze prodotte dalle imprese.

Medicina territoriale, farmacie e ospedale: come integrarli per gestire la cronicità?

La pandemia da Covid-19 ha cambiato e continuerà a cambiare il modo con cui si assistono i pazienti. Da più parti si inizia a ripensare a un nuovo ruolo dell’ospedale quale luogo di gestione delle acuzie, mentre la gestione delle cronicità dovrà passare gradualmente verso il territorio o comunque coinvolgere la medicina generale in modo più attivo rispetto a quanto fatto fino ad oggi.

In tutto questo, le farmacie territoriali possono svolgere quel ruolo determinante di farmacia dei servizi che hanno iniziato a seguire da questa pandemia. E possono essere il trait d’union tra le esigenze del medico ospedaliero, quelle del medico e quelle del paziente.

Come si possono quindi gestire in modo più efficiente le cronicità?

Laddove la gestione del paziente è in mano al medico specializzato in ospedale e i farmaci sono sotto monitoraggio AIFA, come si può coinvolgere i medici e le farmacie territoriali per assicurare una continuità assistenziale al paziente che non può recarsi fisicamente in ospedale?

Come si può rafforzare il ruolo della medicina generale affinché supporti, in modo competente e preparato, la medicina ospedaliera?

E le farmacie di comunità che peso possono avere nella gestione delle cronicità, a cominciare dal dispensare i farmaci a domicilio e rafforzare la distribuzione per conto?

Ne parliamo con:

  • Domenico Crisarà
    Vice Segretario Nazionale FIMMG
  • Alfredo Procaccini
    Vice Presidente Vicario Federfarma
  • Federico Bertuzzi
    Responsabile Diabetologia Ospedale Niguarda

Modera:

  • Angelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

Antibiotico-resistenza: i nuovi farmaci non sono promettenti e i governi faticano a contrastarla

L’antibiotico-resistenza (in inglese AntiMicrobial Resistance, AMR) è un’altra pandemia di cui si parla molto, ma si percepisce poco. Larry Kerr, della Transatlantic Task Force on Antimicrobial Resistance, ha paragonato l’AMR a tanti piccoli incendi sparsi per l’Europa che rimangono invisibili rispetto alla catastrofe Covid-19, ma i primi non sono meno pericolosi della seconda.

In Italia ogni anno muoiono circa 10.000 persone a causa di questo problema. In Europa 33 mila persone.  Per questo siamo osservati speciali nel Vecchio Continente e l’altra pandemia, quella fin troppo percepita, da Covid-19 ha peggiorato la situazione sotto certi aspetti perché, soprattutto nelle prime fasi, si sono somministrati molti antibiotici credendo di avere di fronte non solo un’infezione virale, ma anche una seconda infezione batterica. Gli ultimi dati di AIFA sono eloquenti: l’azitromicina, usata come farmaco anti Covid, continua a registrare aumenti notevoli sia a livello territoriale sia ospedaliero.

 

L’antibiotico-resistenza in Italia potrebbe costare da qui al 2050 circa 11 miliardi di euro. Senza contare l’impatto sulle ospedalizzazioni e sulla gestione delle malattie croniche, perché la resistenza agli antibiotici può mettere a serio rischio soggetti fragili, anziani e persone con comorbidità, immunodepressi e anche chi ha contratto il virus Sars-Cov2.

AIFA, recentemente, ha organizzato un webinar proprio su questo argomento, intervistando Mike Sharland, esperto OMS per l’antibiotico-resistenza. Ciò che è emerso è una situazione complessa che non riguarda solo il nostro paese, ma tutto il mondo. Nicola Magrini, direttore AIFA e moderatore del webinar, ha esordito infatti parafrasando Oscar Wilde: “Per quanto riguarda l’AMR, la verità pura e semplice è una chimera, perché la verità non è mai pura e raramente è semplice”, concetto ancora più vero per questo problema di salute mondiale i cui confini non si riescono bene a delineare, i nuovi antibiotici non sembrano andare incontro ai reali bisogni sanitari e i governi paiono latitare in quanto a monitoraggi seri ed efficaci.

Che cos’è l’antibiotico-resistenza

Come suggerisce il nome, si tratta della resistenza da parte dei batteri agli antibiotici che dovrebbero distruggerli o perlomeno bloccarli.

Il problema ha cause diverse. Una di queste è sicuramente l’utilizzo non appropriato (o potremmo chiamarlo abuso) di questi farmaci anche quando non è opportuno prenderli.

Tra le altre cause vi sono:

  • utilizzo improprio degli antibiotici anche nella veterinaria;
  • l’impiego diffuso degli antibiotici in zootecnia e in agricoltura (soprattutto negli allevamenti intensivi);
  • la diffusione delle infezioni ospedaliere causate da microrganismi antibiotico-resistenti (e il limitato controllo di queste infezioni);
  • una maggiore diffusione dei ceppi resistenti dovuta a un aumento dei viaggi internazionali e dei flussi migratori.

L’AMR in Italia e nel mondo

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha istituito il programma di sorveglianza globale, GLASS (Global Antimicrobical Surveillance System), per monitorare e risolvere a livello globale l’antibiotico-resistenza. L’Unione Europea, dal canto suo, nel 2017 ha messo a punto il nuovo Piano d’azione per contrastare l’antibiotico-resistenza, basato su un approccio “One Health” che considera in modo integrato la salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente.

La gravità e diffusione di questo fenomeno hanno fatto attivare diversi sistemi di sorveglianza, basati sulla raccolta dei dati di laboratorio a livello locale o nazionale. Nel 2000 è stata creata una rete di sorveglianza europea che nel 2010 è diventata EARS-Net (European Antimicrobial Resisitance Surveillance Network), un network di reti nazionali che raccoglie i dati di antibiotico-resistenza di 30 Paesi europei.
In Italia a monitorare l’antibiotico-resistenza è l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che coordina un network nazionale di laboratori ospedalieri di microbiologia che hanno come obbiettivo quello di descrivere frequenza e trend di antibiotico-resistenza in un selezionato gruppo di batteri isolati da certe infezioni particolarmente rilevanti (batteri nel sangue o meningiti).

La gravità e la diffusione dell’AMR hanno fatto attivare diversi sistemi di sorveglianza

Le indicazioni dell’OMS sono state recepite in Italia nel Piano nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza (PNCAR) 2017-2020, con obiettivi di sorveglianza, prevenzione, comunicazione, formazione e ricerca volti a contrastare il preoccupante fenomeno. Nel nostro paese, secondo i dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità, la resistenza agli antibiotici è tra le più alte in Europa.

L’ISS pubblica regolarmente i nuovi dati della sorveglianza nazionale dell’antibiotico-resistenza AR-ISS e quelli della sorveglianza nazionale dedicata alle batteriemie causate da enterobatteri produttori di carbapenemasi (CPE), come le Enterobacteriaceae, famiglie di batteri che producono l’enzima carbapenemasi e per questo non sono più sensibili a una classe di antibiotici di ultima linea, i carbapenemi. Questo significa che l’unica opzione terapeutica utile è rappresentata da altri antibiotici che sono spesso tossici e non sempre efficaci.
Dai due Rapporti emerge che nel 2019 in Italia le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici per gli 8 patogeni sotto sorveglianza (Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium, Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter species) si mantengono elevate e talvolta in aumento rispetto agli anni precedenti. Inoltre, gli oltre 2.400 casi diagnosticati e segnalati nel 2019 evidenziano la larga diffusione in Italia delle CPE, soprattutto in pazienti ospedalizzati.

Il consumo degli antibiotici in Italia

Secondo l’ultimo Rapporto AIFA, in Italia il consumo degli antibiotici nel 2019 è superiore alla media europea e l’impiego inappropriato di questi farmaci supera il 25% in tutte le condizioni cliniche studiate (influenza, raffreddore comune, laringotracheite, faringite e tonsillite, cistite non complicata), a eccezione della bronchite acuta. Tutti i tassi d’inappropriatezza d’uso degli antibiotici sono comunque in calo.

Le attitudini prescrittive dei medici e le differenze socio-demografiche e culturali dei diversi contesti geografici incidono in maniera significativa sui consumi e l’utilizzo più frequente di antibiotici nei mesi invernali è correlato con i picchi di sindromi influenzali osservati nei diversi anni: già questo da solo è indice di inappropriatezza perché le infezioni virali non si curano con gli antibiotici.

Fondamentale è misurare l’inappropriatezza e adottare misure per contrastarla

Sempre secondo il rapporto di AIFA, i dati confermano l’esistenza di altri fattori che causano un uso non sempre appropriato di questi farmaci. Gli antibiotici sono i medicinali più prescritti nella popolazione pediatrica. Un utilizzo così frequente è in parte dovuto all’elevata incidenza delle malattie infettive in questa fascia d’età, ma in parte si deve anche alla difficoltà a effettuare una diagnosi microbiologica dell’infezione e alle pressioni da parte dei genitori, che inducono spesso il pediatra a una scarsa aderenza alle linee guida esistenti.

Circa il 90% delle prescrizioni a carico del SSN proviene dai Medici di Medicina Generale e dai Pediatri di Libera Scelta. È quindi la Medicina Generale l’ambito su cui è importante agire per migliorarne l’appropriatezza prescrittiva. I consumi ospedalieri, pur rappresentando una parte minoritaria, meritano di essere attentamente monitorati, in considerazione del loro impatto sulle resistenze batteriche.

In termini di spesa, il consumo di antibiotici corrisponde all’1,5% dei consumi totali a carico del SSN.

Nel periodo 2016-2019 è stata registrata una riduzione dei consumi in assistenza convenzionata del 5,8%, valore che si discosta ancora dall’obiettivo del 10% auspicato del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-resistenza.

“Pensare l’impensabile”

Il webinar organizzato da AIFA ha un titolo che chiarisce subito la portata della situazione “Pensare l’impensabile”. Provare cioè a capire come poter contrastare efficacemente quella che non si può neanche definire una vera patologia, ma una resistenza ai farmaci. Secondo Mike Sharland, relatore del webinar e membro dell’EML Antibiotic Working Group Chair in seno all’Organizzazione Mondiale della Sanità, nonché professore della St. George’s University di Londra, gli obbiettivi imposti dall’OMS nel tredicesimo programma generale (2019 – 2023), prevedono di usare gli antibiotici della lista Access almeno nel 60% dei casi. Secondo l’esperto, questi antibiotici devono essere diffusi anche nei paesi a basso reddito e possono aiutare a contrastare l’antibiotico-resistenza perché sono quelli al momento più efficaci in questo senso.

Ma cosa sono esattamente gli antibiotici Access?

L’OMS, proprio per provare a dare un perimetro all’antibiotico-resistenza, ha ideato, tramite il progetto AWaRe, una categorizzazione degli antibiotici più usati al mondo che illustra le opzioni antibiotiche per ciascuna sindrome, bilanciando i benefici, i danni e il potenziale di resistenza.

Il progetto AWaRe dell’OMS intende incentivare l’utilizzo dell’opzione antibiotica più appropriata

Nel 2017, l’OMS ha esaminato 21 sindromi infettive comuni e ha selezionato le opzioni antibiotiche di prima e seconda scelta più appropriate per ciascuna delle sindromi.

AWaRe suddivide gli antibiotici esistenti in tre gruppi (Access, Watch, Reserve), specificando quali utilizzare per le infezioni più comuni e ricorrenti, quali dovrebbero essere sempre disponibili in un sistema sanitario e quali dovrebbero essere utilizzati solo come ultima risorsa.

L’OMS ha inoltre lanciato la campagna Adopt AwaRe per stimolare l’uso di questo strumento da parte dei diversi governi.

Gli antibiotici presenti nel gruppo Access sono antibiotici a stretto spettro e quindi più sicuri ed efficaci, mentre le liste Watch e Reserve prevedono antimicrobici ad ampio spettro, che producono più facilmente resistenza. Inoltre, i farmaci Access sono anche meno costosi, perché esistono in formulazioni generiche.

Secondo Sharland, nel 60% delle 10 infezioni più comuni i sintomi si possono trattare senza l’uso di antibiotici, soprattutto se si tratta di infezioni lievi. Non solo, ma almeno metà delle persone che necessitano cure primarie in ospedale ricevono antibiotici, quando invece il target suggerito dall’OMS è del 30%.

Per l’esperto inglese i governi dovrebbero fare di più per monitorare la situazione e adottare studi più incisivi, e implementare siti o centri “sentinella” che monitorino con maggiore efficacia l’uso degli antibiotici. Il problema, infatti, non è la mancanza di linee guida, quelle ci sono. Ma di misurare in modo efficace l’inappropriatezza e adottare misure per contrastarla.

Nei paesi a basso reddito occorre lavorare per diffondere gli antibiotici in lista Access, ricorda Sharland, perché in queste nazioni, dal 2000 al 2015, si è assistito a un aumento dell’uso degli antibiotici Watch.

I nuovi antibiotici

Uno dei modi per contrastare l’antibiotico-resistenza è impiegare antibiotici innovativi. Ma su questo fronte lo stesso Sharland non si è mostrato troppo ottimista.

A livello di pipeline, EMA negli ultimi 5 anni ha approvato 11 nuovi antibiotici, altri 25 sono nelle fasi I/II/III  e sono diretti contro i patogeni prioritari indicati dall’OMS. Metà di questi sono inibitori delle beta-lattamasi (enzimi prodotti da alcuni batteri e responsabili della loro resistenza agli antibiotici β-lattamici come le penicilline, le cefalosporine, i carbapenemi e i monobattami), pochi sono a uso orale (sono soprattutto iniettabili) e pochi sono focalizzati sulle beta-lattamasi a spettro esteso (Esbl). E non sono molti quelli davvero innovativi contro i batteri Gram-negativi (ad esempio la Klebsiella pneumoniae e l’Escherichia coli) che rappresentano in tutto il mondo una minaccia crescente alla salute delle persone, specie quelle più fragili, perché si diffondono rapidamente e producono forme resistenti alle terapie.

La disponibilità di antibiotici innovativi non sarà immediata

I farmaci in fase preclinica sembrano essere invece più promettenti, ma non arriveranno prima di dieci anni.

Secondo un articolo pubblicato su Nature, le principali sfide scientifiche, come la penetrazione e il rischio associato di tossicità (a causa delle dosi elevate richieste), necessitano di un forte programma di ricerca che non può essere portato avanti solo da piccole aziende, ma purtroppo in questo settore i grandi player del farma latitano.

Per Sharland, quindi, i nuovi antibiotici non vanno davvero incontro ai bisogni globali per contrastare l’antibiotico-resistenza (che comunque non è un fenomeno facile da definire e non esiste un’unica strategia che può risolvere la situazione).

Se non si interverrà in tempo, nei prossimi 30 anni l’AMR potrebbe causare 2,4 milioni di morti tra Europa, Nord America e Australia. In alcuni paesi a basso o medio reddito le infezioni causate dall’AMR sono tra il 40 e il 60%, mentre nei paesi più industrializzati questa percentuale si attesta mediamente al 17%.

AMR e Covid-19

Secondo una revisione sistematica pubblicata sulla rivista Clinical Microbiology and Infection, tra i pazienti Covid ospedalizzati, quelli che hanno presentato in questi mesi un’infezione batterica sono stati pochi (6,9%) a fronte però di un uso invece molto elevato di antibiotici, che in molti casi sono usati in modo empirico, vale a dire ancora prima di individuare l’infezione batterica. In via preventiva, per intenderci.

Nel corso della prima ondata si è verificato un abuso di antibiotici, perché non era chiaro se l’infezione da Covid, di tipo virale, si presentasse assieme a un’infezione batterica, eventualità che poi si è scoperto essere piuttosto rara (ma lo sappiamo adesso).

Lo sviluppo di sovra infezioni può insorgere nel caso di degenze prolungate, se viene inserito un catetere venoso o urinario, o nelle procedure di intubazione che facilitano l’ingresso di microrganismi. L’ospedale, in questo senso, può essere un incubatore di batteri resistenti.

In Italia occorre lavorare ancora molto sulla prevenzione della resistenza agli antibiotici e sull’utilizzo di tamponi e antibiogrammi per selezionare il farmaco più appropriato.

Usarne uno ad ampio spettro è più facile, evidentemente. Perché a ben vedere gli ultimi dati AIFA sull’uso dei medicinali in ambito Covid, l’azitromicina, che secondo AwaRe è nella lista Watch e quindi non dovrebbe essere usato se non per casi specifici, ha avuto un’impennata nel 2020 rispetto al 2019 e il 2021 è iniziato in crescita.
Sebbene AIFA non ne abbia mai approvato l’uso per COVID-19, l’azitromicina continua a registrare aumenti notevoli sia a livello territoriale sia ospedaliero, in particolar modo in Campania (+250%) e Lazio (+300%).

Azitromicina: confezioni acquistate dalle strutture SSN (ospedali, Asl,…) in Italia

Fonte: Monitoraggio AIFA sull’uso dei farmaci durante l’epidemia Covid-19

Azitromicina: confezioni acquistate dalle farmacie territoriali in Italia

Fonte: Monitoraggio AIFA sull’uso dei farmaci durante l’epidemia Covid-19

Terapie digitali: il nuovo orizzonte della medicina moderna. Ma in Italia il cammino è ancora lungo

Dispositivi medici che curano, mentre forniscono dati in tempo reale, intrattengono, formano, e intervengono sui comportamenti e sugli stili di vita dei pazienti. Per curare un ampio spettro di patologie. Sono le terapie digitali, l’ultima frontiera della medicina. Nel mondo ce ne sono già alcune, solo in Germania ne sono state approvate 11 (prescrivibili e rimborsabili) ma da noi il cammino è appena cominciato. Serve formare medici e pazienti, ma anche gli stessi produttori di questi dispositivi: oltre all’aspetto tecnologico va posta attenzione a quello clinico e scientifico perché sono App sottoposte a studi clinici randomizzati, proprio come accade per i farmaci.

Ma non sono farmaci. Si tratta di software destinati a cambiare il paradigma dell’assistenza sanitaria e forse per questo non sono così facilmente definibili.

Ne abbiamo parlato in una Live dedicata con Mauro Grigioni, Responsabile Centro Nazionale Tecnologie Innovative in Sanità Pubblica dell’Istituto Superiore di Sanità ed Eugenio Santoro, Responsabile Laboratorio di Informatica Medica dell’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. Qui di seguito vi proponiamo una sintesi di quanto emerso.

La definizione

Definire le terapie digitali non è un esercizio facile. Per rendere più comprensibile il loro meccanismo, si è spesso fatto un parallelismo con il farmaco, descrivendo il software come il “principio attivo” delle terapie digitali. Le cose però, nella realtà, sono un po’ diverse e questi paragoni (o metafore) rischiano più di confondere che di chiarire le idee.

Le terapie digitali non sono farmaci. Sono dispositivi medici che curano, come riportato nella definizione di DM delle direttive comunitarie. E rappresentano un nuovo orizzonte della medicina: dopo l’introduzione dei principi attivi di sintesi (i farmaci tradizionali), le biotecnologie e le terapie avanzate, ecco arrivare un nuovo modo di trattare le patologie, che si basa in alcuni casi su una combinazione tra software e farmaco.

Le Digital Therapeutics (che in inglese si abbreviano con DTx) si stanno mostrando utili per trattare numerose patologie, soprattutto quelle legate o causate da fattori comportamentali e psicologici, perché agiscono proprio sul comportamento dell’individuo. Dai problemi gastrointestinali al diabete, dal deficit di attenzione ADHD passando per il morbo di Alzheimer, l’insonnia, la depressione e malattie respiratorie come la BPCO: le applicazioni sono numerose.

Le terapie digitali non sono farmaci ma dispositivi medici che curano

A livello globale, il riferimento per le DTx è rappresentato al momento dalla Digital Therapeutics Alliance che riunisce i principali produttori di soluzioni terapeutiche digitali clinicamente validate del settore sanitario. La missione del gruppo è diffondere l’adozione di queste terapie da parte della sanità tradizionale e condividere tutte le informazioni utili sull’uso di questi prodotti.

Secondo la definizione della Digital Therapeutics Alliance, le DTx “forniscono interventi terapeutici basati su evidenze ai pazienti e sono guidati da software per prevenire, gestire o trattare un disturbo o una malattia. Sono usate indipendentemente o di concerto con farmaci, dispositivi o altre terapie per ottimizzare la cura del paziente e i risultati clinici.”

Sono dispositivi certificati dagli organismi notificati e devono essere sottoposti a sperimentazioni cliniche sovrapponibili a quelle che si fanno per i farmaci, ma con il nuovo regolamento i DM avranno anche un follow-up post-commercializzazione che ne accompagnerà l’uso.

Si sono sviluppate negli ultimi anni, ma secondo le analisi dell’Allied Market Research, il mercato globale delle terapie digitali potrebbe raggiungere i 13,8 miliardi di dollari entro il 2027, con una crescita annuale del 20,5%.

La normativa di riferimento, in Europa, è rappresentata principalmente dal Regolamento Europeo sui Dispositivi Medici 2017/745 (MDR) anche se il testo comunitario non cita espressamente le terapie digitali, forse perché quando è stato scritto il concetto di terapia digitale era, appunto, solo un concetto.

Alcune stime prevedono una crescita del mercato del 20% all’anno

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha avviato un approfondimento per l’inquadramento regolatorio delle DTx in ambito farmaceutico che prevede un monitoraggio dello scenario attuale e l’interazione con i diversi attori e interlocutori istituzionali, mentre la Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del Ministero della Salute, autorità competente secondo le direttive comunitarie, avrà probabilmente un ruolo importante nel dare un impulso a queste terapie in Italia.

Una questione di competenze

Ma al di là delle definizioni e dei tecnicismi, occorre rafforzare le competenze per produrre terapie digitali: “Oltre alla regolamentazione – spiega Eugenio Santoro – uno dei problemi più grossi è quello delle scarse competenze scientifiche: le DTx non sono solo strumenti digitali, sono delle vere e proprie cure. Non sono un semplice strumento di salute digitale, cui appartengono la maggior parte delle applicazioni che si possono scaricare sul telefonino e che non richiedono prove scientifiche della loro validità.  Sono un sottoinsieme della medicina digitale, costituito in particolare da quegli strumenti che si basano su terapie cognitivo-comportamentali e su modifiche dello stile di vita. Il ‘principio attivo’ di questi software, giusto per fare un’analogia con i farmaci, è rappresentato dalle linee guida che riguardano le terapie cognitivo-comportamentali, che si utilizzano in psicologia e psichiatria, che corrispondono alla codifica di modifiche dello stile di vita, e si usano tutt’oggi per prevenire malattie o gestire patologie croniche”.

Le terapie digitali si basano su terapie cognitivo-comportamentali e modifiche dello stile di vita

Uno dei limiti più grossi è rappresentato dal fatto che chi produce terapie digitali ha le competenze tecnologiche per realizzarle, ma non ha le competenze scientifiche per capire che questo strumento non dev’essere soltanto realizzato, ma dev’essere anche validato scientificamente, per dimostrare un vantaggio rispetto alla terapia tradizionale.

Per Mauro Grigioni, le terapie digitali rispondono alla definizione di dispositivi medici a tutti gli effetti e non dovrebbero esserci dubbi al riguardo: “In questo settore contiamo oltre 300.000 classi che vanno dal cerotto alle grandi apparecchiature, fino a queste innovazioni. Ci sono prodotti che si occupano di diagnosi e/o di terapia. Queste terapie digitali rientrano quindi perfettamente nella definizione di dispositivo medico. Il punto è che per definire un medical device servono diversi elementi, tra cui l’uso inteso, cioè l’obiettivo, e l’analisi dei rischi. Quest’ultimo è un elemento fondamentale, sulla base del quale si decide tutto il percorso regolatorio”.

Tutte queste analisi si facevano già con le precedenti direttive e si faranno anche con l’MDR, quindi l’Italia, con gli organismi notificati autorizzati, in teoria, è pronta per la certificazione delle terapie digitali.

“Ad oggi però non esiste un documento comunitario che parli specificatamente della digital therapy come dispositivo medico – chiarisce l’esperto dell’ISS – Si parla in generale di applicazioni nella classe dei software, ma le specificità possono essere chiarite in termini di qualificazione e classificazione del rischio”.

Le DTx per entrare a pieno regime nel SSN devono essere soprattutto comprese. Occorrono piani di formazione a più livelli, che coinvolgano medici, ma anche società scientifiche. Bisogna formare anche i pazienti, coinvolgendo le associazioni che li rappresentano.

Terapie digitali nel mondo

Una delle ultime terapie digitali approvata dalla Food & Drug Administration statunitense è un videogioco, si chiama Endeavor, che si è dimostrato efficace nel gestire le malattie della ADHD nei bambini. È a tutti gli effetti una terapia, ha un foglietto illustrativo, la dose è di 25 minuti al giorno, per 5 giorni alla settimana, per 4 settimane consecutive. È esattamente lo schema che è stato attuato nelle sperimentazioni cliniche randomizzate, in analogia con i farmaci.

In Europa, la Germania sta facendo scuola. Come si legge sul blog Salutedigitale, Berlino ha già approvato 11 terapie digitali, mentre altre 21 sono in corso di approvazione. La Germania è inoltre il primo paese al mondo a prescrivere app di salute digitali, denominate DiGA (Digital Health application), e a rimborsarle attraverso il sistema sanitario nazionale. Il paese ha introdotto un sistema “Fast Track” per l’introduzione nella pratica clinica, con test, sperimentazione e valutazione di queste app, ed è aperto a tutte le aziende dell’Unione europea.

Digital TherapeuticProduttoreIndicazione Terapeutica
CA Smoking CessationCureAppDisassuefazione dal fumo
DeprexisGAIA AGDepressione
ElevidaGAIA AGSclerosi multipla
EndeavorAkili LaboratoriesADHD bambino
InvirtoSympatientPanico, ansia
KalmedaMynoiseAcufene
M-SenseNewsenselabMal di testa, emicrania
OleenaVoluntisSintomi associati a neoplasia
ParallelMahanaSindrome intestino irritabile
RehappyRehappyIctus
ResetPear TherapeuticsDipendenza da sostanze
Reset-OPear TherapeuticsDipendenza da oppiacei
SelfapySelfapyDepressione
SleepioBig HealthInsonnia
SomnioMementorDisturbi del sonno
SomrystPear TherapeuticsInsonnia cronica
VelibraGAIA AGPanico, ansia
ViviraViviraDolori alla schiena, ginocchio, anca
ZanadioAidhereObesità

Tabella 1. Lista delle DTx a livello globale

In generale, come abbiamo accennato, le aree di applicazione delle terapie digitali sono le stesse in cui si applicano abitualmente le terapie cognitivo-comportamentali, ad esempio la salute mentale, cui afferiscono le dipendenze da fumo, oppiacei, alcol, o ancora le aree dove sono necessarie modifiche allo stile di vita, come il diabete.

“Generalmente – chiarisce Santoro – lo stesso medico, prima ancora di intervenire con un farmaco, interviene con la modifica dell’alimentazione e l’introduzione dell’esercizio fisico; solo in un secondo momento introduce il medicinale. Questa operazione può essere automatizzata attraverso le terapie digitali. Il ruolo del paziente è quindi fondamentale, perché bisogna fornire tutta una serie di strumenti che lo aiutino davvero a modificare il suo stile di vita”.

Si tratta di app, videogiochi, realtà virtuale, wearable e anche community sui social media

Gli strumenti tramite cui erogare le DTx sono molteplici: app, ma anche videogiochi, sistemi di realtà virtuale o aumentata, wearable. Community. “Quando si parla di social media – puntualizza l’esperto informatico del Mario Negri – si pensa solo all’intrattenimento o alle fake news, ma ci sono studi che dimostrano che l’appartenenza ai gruppi che diffondono messaggi motivazionali, ad esempio per smettere di fumare, è più efficace rispetto alle terapie tradizionali”.

Anche le terapie digitali, occorre specificarlo, possono avere degli effetti collaterali, come emicrania, vertigini, nausea, dipendenza dallo strumento, tutti sintomi associabili all’uso prolungato dei dispositivi elettronici di qualunque genere.

Con le DTx il paziente diventa parte attiva del processo di cura

Stiamo vivendo una rivoluzione digitale nell’ambito sanitario mai sperimentata prima e le DTx ne sono un simbolo calzante. È un esempio di Connected Care dove il paziente diventa attore e gestisce i suoi dati con cognizione di causa. “Per questi motivi il paziente va formato – spiega Grigioni – perché bisogna fare in modo che ottenga il massimo dallo strumento. Il sistema delle terapie digitali (software più eventuale farmaco) è la scommessa più alta che si può vincere in questo momento di trasformazione digitale. Questo significa anche andare verso un sistema di condivisione diverso, e in questo i social hanno un ruolo enorme”.

Le terapie digitali sono un esempio di Connected Care con il paziente al centro

I pazienti forniranno dati in tempo reale e queste informazioni potrebbero rivelarsi preziose non solo per gestire il soggetto che usa la terapia digitale, ma anche per valutare l’andamento del trattamento in ottica di real world evidence: il paziente può essere parte attiva nel migliorare quella stessa terapia proprio grazie ai dati che fornisce. Siamo di fronte a un paradigma nuovo dell’assistenza medica: il paziente diventa il primo soggetto a prendersi cura di sé stesso e a fornire dati per migliorare la cura di altri come lui. E questo empowerment, questa responsabilizzazione del singolo potrebbe tradursi in una maggiore consapevolezza della propria salute e, si spera, in una maggiore attenzione mirata verso azioni di prevenzione.

Quanto costano queste terapie?

In un sistema universalistico come quello italiano, l’unica via per rendere davvero accessibili a tutti queste cure è la loro rimborsabilità. In Germania, come abbiamo visto, ci sono già riusciti. Da noi la strada è tutta da costruire. “La speranza – afferma Santoro – è che le terapie autorizzate e riconosciute possano essere inserite all’interno del SSN e quindi essere rimborsabili, anche perché alcune di queste terapie hanno dimostrato che il beneficio raggiunto è confrontabile a quello dei farmaci. Ad esempio, in ambito diabetologico, certe terapie digitali che agiscono sul comportamento hanno permesso di ridurre i livelli di emoglobina glicata di una quantità simile a quella raggiungibile con l’assunzione del farmaco”.

Per essere davvero accessibili a tutti, la rimborsabilità è un elemento chiave

A livello economico, le DTx costano 1/5 in meno delle terapie farmacologiche. Non ci sono studi che confrontino le due terapie, ma generalmente i costi necessari per le sperimentazioni cliniche sono molto elevati per i farmaci e molto ridotti per le terapie digitali, e questo spiega la differenza di costo. In ottica di gestione delle patologie croniche, considerata anche l’età avanzata dei pazienti italiani, o in ottica preventiva per la riduzione del rischio grazie alla modifica degli stili di vita, le terapie digitali possono segnare una svolta nella gestione di questi pazienti.

Parliamo di software: che succede se devono essere aggiornati?

Nelle norme specifiche per i software si parla di “ciclo di vita”, che prevede esplicitamente che il progetto sia rivisto periodicamente, tenendo conto di quanto è accaduto sul mercato, in modo da fare le opportune modifiche per migliorarlo. Dal punto di vista regolatorio, quindi, è già tutto previsto e il produttore deve soltanto seguire gli standard disponibili per il software.

Ma con l’intelligenza artificiale le cose cambiano: “Si tratta di un sistema evolutivo – spiega Grigioni – dove non c’è una regola univoca per poter gestire i cambiamenti. È quindi possibile che qui le modalità di certificazione seguano iter diversi, ad esempio autorizzare una prima versione e, a fronte di una evoluzione, certificare poi il dispositivo con le nuove prestazioni: in questo senso ci aspettiamo che la Commissione fornisca documenti verticali, cioè specifici per la classe di prodotto. Parlando di privacy e security, invece, questi sono aspetti che vanno gestiti fin dalla fase progettuale. Ci sono dei decreti da rispettare da parte del produttore nel trattamento dei dati personali (GDPR), di cui il paziente è il fornitore, e con i quali in qualche modo contribuirà alle terapie del futuro”.

Anche l’aspetto etico deve essere garantito, così come privacy e security

Rimane solo da trattare l’aspetto etico. Un dispositivo medico non si basa soltanto sulla definizione ma sul connubio tra uso inteso e l’analisi dei rischi che può produrre.

“App che forniscono consigli, senza la supervisione di un terapista – chiarisce Grigioni – toccano il profilo etico, in quanto manca il filtro di un professionista e si lascia al paziente la gestione, magari non completamente corretta, dei consigli forniti dall’algoritmo. Questo aspetto fa parte della formazione del paziente di cui si è già parlato e dell’analisi dei rischi che il produttore deve fare preventivamente, cercando di avere uno scenario il più vasto possibile in cui fare verifiche”.

La  mitigazione dei rischi è quindi un passaggio fondamentale per la certificazione di un dispositivo, il cui percorso si conclude con la sperimentazione clinica.

La prima terapia digitale in Italia? Entro due anni

Per riassumere, gli elementi di gestione regolatoria delle DTx attualmente ci sono, manca un documento che metta tutto insieme, in filiera, la digital therapy.

“Il potenziale di crescita di queste terapie è enorme – conclude Grigioni- la cosa importante è separare bene ciò che è dispositivo medico da ciò che non lo è. Per le attività industriali che sono in corso ormai il percorso è disponibile, almeno da un punto di vista certificativo. Dal punto di vista della prescrizione invece si entra in un ambito differente, perché ci sono due sistemi diversi, per dispositivi e farmaci, quello regionale e quello nazionale, e non è chiaro ancora quale mediazione sarà trovata per gestire l’attuale innovazione”.

Santoro vede l’orizzonte molto vicino: “In un paio d’anni potremmo avere la prima terapia digitale italiana. Bisogna mettere in piedi la struttura per la prescrizione, ma occorre anche aspettare che si parta con collaborazioni tra chi sviluppa questi strumenti e chi è abituato a sperimentare con i farmaci, per adottare la metodologia corretta. Ci vorrà comunque poco tempo: all’estero questi software esistono già e quindi è molto facile che arrivino in Italia tradotti, e che si debba poi provvedere a certificarli”.

Proprio lo scorso gennaio è uscito il libro Bianco Terapie Digitali, una Opportunità per l’Italia: un volume monografico sulle terapie digitali  che affronta in 13 capitoli tutti gli aspetti relativi a queste terapie (regolatorio, economiche, tecnologico, scientifico), scritto da Eugenio Santoro insieme ad altri 40 colleghi provenienti dalle università e da altri settori di riferimento.

 

Il percorso quindi è segnato, il cammino in Italia è appena iniziato ma forse, complice l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, potremmo assistere a un’accelerazione che in altri tempi non avremmo visto. Nel futuro ci cureremo tutti con le app e i farmaci saranno solo un ricordo? Difficile da credere, ma c’è da scommettere che le terapie digitali, se riusciranno a diffondersi, potranno contribuire a costruire un sistema sanitario più efficiente, digitale, sostenibile. E accessibile.

Puntare sul digitale per una vera multidisciplinarietà sanitaria

La pandemia ha riaggiornato l’agenda futura della sanità: quali prospettive e quali iniziative in Regione Puglia? Al centro delle progettualità la telemedicina, i dati sanitari, il procurement innovativo. Obiettivo è migliorare la gestione del paziente attraverso un’architettura organizzativa efficiente.

 

Intervista a Giovanni Gorgoni, Direttore generale AReSS (Agenzia regionale strategica per la salute e il sociale Puglia).

Home delivery dei farmaci su prescrizione: un valore per le persone anziane e fragili

La consegna dei farmaci a domicilio è salita agli onori della cronaca in tempo di pandemia, quando nelle prime fasi dell’emergenza sanitaria molte persone fragili, anziane o in isolamento domiciliare perché positive all’infezione da Covid-19, non avevano la possibilità di recarsi fisicamente in farmacia o in ospedale per ritirare i medicinali in distribuzione diretta.

Come far arrivare quindi i farmaci a tutti, soprattutto ai pazienti più fragili?

Diverse aziende farmaceutiche stanno supportando servizi di consegna a domicilio, in particolare per i farmaci che normalmente sono distribuiti dalle farmacie ospedaliere o dalle ASL. Anche molte farmacie del canale retail si sono attivate: FederFarma ha ad esempio stretto una collaborazione con la Croce Rossa Italiana per riuscire a consegnare al domicilio dei pazienti i farmaci che normalmente si acquistano in farmacia.

Il servizio di consegna a domicilio, in generale, si è dimostrato prezioso per sostenere il Servizio Sanitario Nazionale, aiutando i pazienti ma anche gli stessi medici specialisti che, soprattutto nelle fasi più acute della pandemia, avevano la necessità di assicurare che i pazienti continuassero a seguire i propri trattamenti senza interruzioni o ritardi a causa dell’impossibilità di recarsi presso le strutture ospedaliere. Si tratta peraltro di un servizio molto delicato e complesso, per il quale non possono essere incaricati normali corrieri, ma è necessario l’intervento di servizi di delivery qualificati per il trasporto di medicinali, soprattutto quando occorre mantenere la catena del freddo o altre peculiarità del prodotto.

Il servizio di consegna a domicilio si dimostra prezioso per sostenere il SSN

Farmacia ospedaliera e canale retail

Se il servizio di home delivery promosso da FederFarma riguarda i farmaci dispensati dalle farmacie al pubblico, quello attivato da diverse case farmaceutiche (con la collaborazione di ASL e ospedali) per raggiungere i pazienti a domicilio riguarda quei farmaci che si possono ritirare in distribuzione diretta (in farmacia ospedaliera o di ASL), legati a piani terapeutici.

Tale servizio ha ancora più valore per i pazienti, se si considera che il numero di farmacie ospedaliere (o di ASL) è molto inferiore rispetto a quelle retail, più presenti sul territorio.

Ovviamente, quando si parla di home delivery, non ci riferiamo al servizio di e-commerce dei farmaci che riguarda invece l’acquisto di medicinali da banco (OTC) e/o senza obbligo di prescrizione (SOP), nelle varie piattaforme commerciali online.

Un servizio per i più fragili

L’home delivery ha rappresentato e continua a rappresentare un servizio importante per tutti quei pazienti anziani o che soffrono di patologie croniche, invalidanti e spesso caratterizzate da numerose comorbidità.

Alcune di queste persone vivono da sole, oppure con un coniuge non sempre autosufficiente. Chi ha il supporto di un caregiver, ne ha bisogno in modo quasi continuativo e quest’ultimo può quindi non avere la possibilità di recarsi in farmacia o in ospedale. Gli scenari sono molteplici, diversi e mutevoli nel tempo. Come la telemedicina permette di assistere le persone senza che si debbano recare in ospedale o ASL, anche un atto semplice come la consegna a casa dei farmaci può far la differenza per chi non può spostarsi.

Uno degli aspetti più importanti è quello legato all’aderenza terapeutica: se il paziente non ha la possibilità di ritirare i farmaci ciò potrebbe compromettere il corretto piano di cura e avere un effetto negativo sul decorso della patologia. A maggior ragione se parliamo di patologie croniche, per le quali il trattamento continuativo è necessario per evitare il peggioramento delle condizioni cliniche o l’insorgere di complicanze. Il tema è di particolare importanza se consideriamo l’eterogeneità territoriale del nostro Paese, sia in termini di caratteristiche geografiche, sia di modelli organizzativi e distributivi regionali.

Per questo è importante che il servizio di consegna dei farmaci a domicilio sia il più possibile personalizzato secondo le esigenze del paziente e le caratteristiche del territorio.

Questo servizio può avere un effetto positivo anche sull’aderenza terapeutica

Quali farmaci si possono consegnare a casa?

Non esiste una categoria specifica, qualsiasi farmaco può essere consegnato a domicilio e in questi mesi sono stati consegnati molti medicinali, in particolare per il trattamento delle malattie croniche.

I servizi di home delivery supportati dalle aziende farmaceutiche vengono realizzati non direttamente dall’azienda, ma da corrieri specializzati per il trasporto di farmaci e riconosciuti dal SSN, a garanzia del corretto trasporto e del rispetto della privacy, o da provider di PSP (programmi di supporto al paziente). Il servizio viene attivato dal Medico specialista del Centro di Cura, in accordo con la farmacia ospedaliera presso la quale il paziente si reca per ritirare il farmaco. In questo modo, il medico specialista può identificare i pazienti che hanno maggiori necessità e attivare il servizio personalizzato.

L’esperienza durante la pandemia

La maggior parte delle persone che hanno richiesto il servizio di consegna a domicilio sono soprattutto over 65, ma ne hanno usufruito anche pazienti in isolamento domiciliare (soprattutto per il canale retail) perché positivi alla Covid-19 e che non disponevano di un caregiver o un parente a cui rivolgersi per il ritiro dei propri farmaci.

Le consegne effettuate durante la pandemia sono state numerose anche se il servizio, iniziato da poco, deve ancora decollare e diventare più strutturato, soprattutto nell’ambito della distribuzione diretta. FederFarma e CRI non sospenderanno il servizio e nemmeno molte case farmaceutiche che si stanno adoperando per far arrivare a casa dei pazienti i farmaci ospedalieri.

 

Un servizio nato in un periodo di emergenza si sta rivelando una risorsa per la comunità, grazie ai risvolti positivi per i medici e per il sistema sanitario, ma soprattutto per i benefici e la tutela della sicurezza dei pazienti. Questo apre uno scenario futuro in cui il servizio di Home Delivery dei farmaci su prescrizione potrebbe trasformarsi da risposta alla situazione contingente ad un servizio stabile e continuativo.

Gamification e app sono le medicine del futuro? Scenari di applicabilità in Italia

Il 2020 è stato un anno importante per le terapie digitali, farmaci che si basano su software ma con gli stessi processi di approvazione e finalità dei farmaci chimici: il benessere del paziente, possibilmente senza effetti avversi. Questa è la grande sfida delle terapie digitali, in inglese Digital Therapeutics, nate poco più di due anni fa con l’obbiettivo di curare attraverso la modifica di comportamenti o stili di vita e con l’applicazione (digitale) di interventi cognitivo-comportamentali.

Non parliamo delle app sulla salute che si possono scaricare sullo smartphone, ma di terapie a tutti gli effetti, approvate dagli enti regolatori per l’ambito clinico. Sono poche quelle presenti oggi sul mercato. In Italia non ce ne sono ancora. Una delle più recenti è l’americana EndeavorRx, approvata dalla FDA a giugno 2020 per il trattamento di bambini con il disturbo da deficit di attenzione/iperattività. Ad oggi le Digital Therapeutics si concentrano sulle malattie croniche, le malattie mentali, la riabilitazione, la qualità del sonno e le dipendenze (da fumo o da altre sostanze).

In Italia occorre impostare tutto il percorso istituzionale e regolatorio per arrivare a poter prescrivere (e rimborsare) una terapia digitale. Quando si potranno prescrivere nel nostro Paese e con quali costi per il SSN? Saranno terapie rimborsabili? E quali sono i reali vantaggi per il paziente?

Ne parliamo con:

  • Eugenio Santoro
    Responsabile Laboratorio di Informatica Medica, IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri
  • Mauro Grigioni
    Responsabile Centro Nazionale Tecnologie Innovative in Sanità Pubblica, Istituto Superiore di Sanità

Modera:

  • Angelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

Dispositivi medici: come applicare il “nuovo” Regolamento UE, tra incognite del presente e sfide del futuro?

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Il Regolamento Europeo sui dispositivi medici n. 2017/745 è entrato in vigore più di tre anni fa, ma la piena operatività è stata rimandata maggio 2021 a causa della pandemia.

Sul tavolo le questioni da affrontare sono ancora molte e non del tutto note. Aumentano le responsabilità in capo a tutti gli operatori economici coinvolti. E la stessa definizione di dispositivo medico è destinata ad abbracciare anche altri articoli, come i software medicali.

Ne abbiamo parlato in una Diretta Live dedicata.

In questo ebook abbiamo raccolto le principali domande emerse nella diretta, con le risposte delle esperte:

  • Silvia Stefanelli, Avvocato esperto in sanità digitale e dispositivi medici
  • Fernanda Gellona, Direttore Generale Confindustria dispositivi medici

La seconda parte dell’ebook riporta una sezione tecnica più operativa elaborata con il contributo dell’Avvocato Silvia Stefanelli.

Quali modelli per una nuova presa in carico del paziente a livello territoriale?

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La pandemia di Covid-19 ha messo in evidenza la necessità di nuovi modelli di presa in carico del paziente a livello territoriale, soprattutto per la gestione dei pazienti cronici e fragili. Il tema è molto discusso: recentemente anche la 12° Commissione permanente del Senato (Igiene e Sanità) ha indetto una serie di audizioni proprio su “Potenziamento e riqualificazione della medicina territoriale nell’epoca post-Covid” e la medicina del territorio rappresenta una delle priorità per l’implementazione del piano di utilizzo del Recovery Fund. Anche il sistema di distribuzione dei farmaci sul territorio ha visto importanti cambiamenti nell’ultimo anno, con lo sviluppo di nuove iniziative di consegna dei medicinali a domicilio e l’incremento del ricorso alla distribuzione per conto.

Prossimità e riorganizzazione sono tra le parole chiave che tutti condividono, ma la loro applicazione in pratica suscita diverse interpretazioni.

Abbiamo qui raccolto alcune riflessioni da diversi punti di vista, interpellando Federico Spandonaro (Presidente CREA SANITÀ), Filippo Anelli (Presidente FNOMCeO) e Barbara Mangiacavalli (Presidente FNOPI).

Intervista a Federico Spandonaro

Presidente Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (CREA Sanità)

Federico Spandonaro

Quali riflessioni possiamo trarre dall’emergenza pandemica sui modelli regionali di medicina territoriale?

Ad oggi, la nostra valutazione deve essere molto prudente: la storia della pandemia di Covid-19 in Italia è caratterizzata da ondate diverse con impatto diverso nelle varie Regioni. Se, da una prima analisi, sembrava emergere che il modello lombardo di presa in carico del paziente cronico non avesse fatto registrare dei buoni risultati, ad esempio rispetto al Veneto, che aveva già una storia di integrazione tra sociale e sanitario, analizzando successivamente i dati della seconda ondata le valutazioni possono apparire diverse.

Al momento non disponiamo ancora di dati che ci consentano di affermare chiaramente quale modello di presa in carico a livello regionale o territoriale abbia funzionato meglio: quasi tutti i modelli hanno segnato il passo e dimostrato elementi di debolezza. In generale, dobbiamo riconoscere che manca in Italia un modello forte di presa in carico del paziente e, pur essendoci alcune realtà, come l’Emilia Romagna o il Veneto, dove il sistema funziona meglio, la gestione del territorio non ha ancora trovato una soluzione adeguata.

Di quali innovazioni ha bisogno la medicina territoriale per essere più vicina ai pazienti e garantire meglio l’assistenza e l’appropriatezza?

Nella bozza di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), una delle due componenti è proprio centrata sul territorio. La strategia che mi pare stia maturando è quella di riproporre il concetto di Casa della Comunità che, seppur con caratteristiche diverse, richiama la Casa della Salute e ne ricorda la funzione di struttura intermedia rispetto all’ospedale. Che queste strutture servano non ci sono probabilmente molti dubbi, ma personalmente nutro qualche perplessità sull’idea di fondo, e cioè che siano necessarie sul territorio delle strutture intermedie che possano operare come una sorta di “filtro” per intercettare il paziente con un bisogno sanitario non grave ed evitare l’accesso all’ospedale. A mio parere questo atteggiamento è “antistorico” nel senso che il punto di riferimento della medicina è oggi la medicina fortemente specialistica, che si realizza all’interno degli ospedali. Considerando le attività degli ospedali si scopre che i ricoveri sono circa il 30% in meno rispetto a 10 anni fa, pertanto una parte assolutamente rilevante delle attività ospedaliere si concentra ormai sulle attività specialistiche ambulatoriali.

Forse dobbiamo ripensare la nostra idea di territorio: non può essere il territorio che ha l’obiettivo di “escludere” il ricorso all’ospedale, ma è l’ospedale che deve prolungarsi nel territorio. Pur nelle diverse realtà, il modello è sempre lo stesso: quando il paziente ha un problema di salute prima si reca alla Casa della Salute e poi, se e solo quando si aggrava, va in ospedale. A mio parere, il paziente si sentirebbe maggiormente assistito nel suo percorso terapeutico se sapesse che chi lo prende in carico in prima battuta dispone di un collegamento strutturato e strutturale con l’organizzazione specialistica che lo prenderà eventualmente in carico per gli accertamenti di secondo livello. Come succedeva anni fa, con il medico condotto che, a volte, era in qualche modo affiliato a una struttura ospedaliera.

In questo senso, la vera esigenza di digitalizzazione in sanità riguarda il paziente cronico e potrebbe fornire un’ulteriore soluzione per ripensare il rapporto con gli ospedali: ad esempio, se il medico di base potesse effettuare un teleconsulto con uno specialista alla presenza del paziente, questo sarebbe sicuramente meno propenso a recarsi in presenza dallo specialista in ospedale.

Servono strutture diverse (e quali) o ruoli diversi per i medici e le altre professionalità della salute?

La questione dei ruoli è un altro elemento totalmente irrisolto del “territorio”. A partire dai distretti, che vengono nuovamente rilanciati ma che rimangono un’entità non definita per il paziente (…e non solo!). Ad oggi, quali sono i compiti del distretto? Siamo sicuri che, in un’ottica di maggiore digitalizzazione della sanità, ci sia ancora bisogno di un distretto con funzione di coordinamento?

Molte sono le decisioni che vanno ancora prese su questo tema. C’è da definire il ruolo dell’infermiere di famiglia: lavorerà nello studio del medico di base oppure si ripenseranno le USCA? Manca l’accordo anche sul posizionamento del medico di medicina generale all’interno del servizio sanitario nazionale: per alcuni dovrebbero essere dei dipendenti, per altri è meglio che continuino ad essere convenzionati. A mio parere, il punto chiave è andare oltre la questione del rapporto di dipendenza o meno dal SSN e stabilire piuttosto regole di coordinamento e di suddivisione dei ruoli all’interno del servizio sanitario.

Guardando all’Europa, ci sono esperienze che possono far immaginare un’evoluzione diversa per l’assistenza territoriale?

Per i medici di medicina generale in Italia abbiamo una struttura molto solida e non penso che ci siano altri modelli da prendere a riferimento. È vero che, negli anni, sono stati esclusi dalla prescrizione dei farmaci innovativi, e questo ha rappresentato, secondo me, un errore. Però negli ultimi tempi si è andati nella direzione opposta e si è tornati ad ampliare le possibilità di prescrizione per gli MMG.

Sul ruolo dell’infermiere invece nel nostro Paese siamo davvero indietro. Nonostante la formazione universitaria degli infermieri, di fatto il ruolo non è mai cambiato. Ma la condizione del Paese è cambiata e l’emergenza Covid l’ha messo in evidenza: la riqualificazione del loro ruolo è uno degli elementi chiave di rilancio del territorio.

Intervista a Filippo Anelli

Presidente Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO)

Filippo Anelli

In concreto, di quali innovazioni ha bisogno la medicina territoriale per essere più vicina ai pazienti e garantire meglio l’assistenza e l’appropriatezza?

Quello che manca oggi sul territorio è una rete che metta a disposizione del cittadino, in maniera capillare, e in modo sinergico, tutte le competenze migliori e necessarie per la sua salute. Oggi sul territorio abbiamo i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, qualche infermiere, i collaboratori di studio; e basta. Questo sistema non è più sostenibile: ai cittadini vogliamo garantire, insieme, tutte le professionalità che abbiamo a disposizione. E le vogliamo garantire in un sistema di team orizzontale, dove non c’è un ‘capo’ a predominare ma una sinergia di competenze a governare. Un team multiprofessionale con il medico di medicina generale, il pediatra di libera scelta, lo specialista, l’infermiere, l’assistente di studio, l’assistente sanitario, il tecnico radiologo, il fisioterapista, lo psicologo, l’ostetrica. È questo il modello di erogazione delle cure che può soddisfare le domande di salute dei cittadini.

Servono strutture diverse (e quali) o ruoli diversi per i medici e le altre professionalità della salute?

Questi team dovranno avere a disposizione strutture adeguate e soprattutto strumentazioni adeguate, in modo da poter svolgere analisi e prestazioni diagnostiche di prima istanza, consulti in telemedicina, somministrare terapie iniettive. All’interno del team ognuno deve svolgere, in autonomia e indipendenza, la propria professione. E questo ritengo sia difficile realizzarlo col modello della dipendenza. Deve continuare a prevalere il modello della libera scelta del professionista, che va esteso a tutto il team. È il modello della fiducia, perché la relazione di cura, che è parte integrante e fondamentale della cura stessa, si basa sull’alleanza terapeutica, che è, appunto, il rapporto di fiducia che si instaura tra il cittadino e il professionista.

Guardando all’Europa, ci sono esperienze che possono far immaginare un’evoluzione diversa per il ruolo del medico di base e dello specialista ambulatoriale?

Va bene guardare ad altre esperienze ma senza perdere quella capillarità che è patrimonio della nostra medicina generale, la dislocazione del medico anche nei comuni più piccoli e isolati. Sono i medici, i professionisti, il vero tessuto connettivo del nostro servizio Sanitario nazionale.

La telemedicina può essere un supporto alla gestione della cronicità? Quali nodi rimangono ancora da sciogliere?

Le nuove tecnologie possono essere un utile supporto, devono integrare e mai sostituire la visita medica. Penso all’utilità di un teleconsulto tra il medico di medicina generale, con il paziente nel suo studio, e uno specialista. Penso al monitoraggio dei 500mila pazienti Covid domiciliati. I nodi da sciogliere riguardano principalmente la tutela dei dati sanitari del paziente. In ogni caso, come il nostro Codice deontologico prevede, il consulto e le consulenze mediante le tecnologie informatiche della comunicazione “a distanza” devono rispettare tutte le norme deontologiche che regolano la relazione medico-persona assistita.

Intervista a Barbara Mangiacavalli

Presidente Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI)

Barbara Mangiacavalli

In concreto, di quali innovazioni ha bisogno la sanità territoriale per essere più vicina ai pazienti e garantire meglio l’assistenza e l’appropriatezza?

La principale innovazione in realtà è la realizzazione ex novo di un’organizzazione territoriale nuova, una specie di “DM 71 del territorio” per definirlo in analogia al DM 70 di revisione delle strutture ospedaliere, che consenta di avere personale dedicato sufficiente alle mutate esigenze dei cittadini e dei pazienti – siano essi Covid, ma anche non Covid che in questi mesi sono stati tralasciati spesso proprio per carenza di organici – e strutture specifiche in funzione h24 che consentano di evitare il ricorso al pronto soccorso e comunque all’ospedale, da dedicare ai casi più gravi in acuzie.

Un esempio classico sono gli Ospedali di comunità, che rappresentano il luogo di elezione per i pazienti fragili e bisognosi di un’assistenza non erogabile a domicilio, il cui modello è stato definito e approvato anche con un0intesa Stato Regioni che tuttavia è rimasta in stand by in molte Regioni proprio per il sopraggiungere dell’emergenza Covid.

Servono strutture diverse (e quali) o ruoli diversi per gli infermieri e le altre professionalità della salute?

Per le strutture, oltre l’Ospedale di comunità a cui ho accennato, sarebbe necessario un reale potenziamento dei dipartimenti di prevenzione e dell’organizzazione distrettuale dell’assistenza, la creazione anche di Case di comunità, diverse dalle Case della salute. Le Case della salute sono l’espressione dell’assistenza a livello ambulatoriale sul territorio per bisogni specifici dei singoli cittadini, quelle di Comunità rappresentano invece un punto di riferimento per necessità legate alla collettività e l’esempio più immediato è proprio quello della pandemia.

Ma lasciando da parte la tipologia delle strutture, che evidentemente sarà poi legate ai singoli contesti dell’organizzazione nelle singole Regioni, quello che è davvero essenziale sono i ruoli da definire per i professionisti della salute.

Per l’assistenza a livello territoriale la parola d’ordine deve essere multi-professionalità. Senza alcun livello di dipendenza o subordinazione tra una professione e un’altra che devono procedere parallelamente e congiuntamente secondo la propria specifica formazione e, anzi, semmai con un livello di skill mix tra diverse figure legato a singole situazioni e/o competenze, senza mai invadere quelle altrui, ma rendendo intercambiabili e sostituibili determinate figure ad altre nel pieno rispetto della sicurezza e della competenza clinica del paziente.

Anche l’OCSE in uno dei suoi recenti rapporti sulla salute ha sottolineato in questo senso la necessità di “un passaggio verso l’assistenza sanitaria primaria basata su team che integrino in modo flessibile le competenze di vari operatori sanitari per migliorare i risultati in pazienti con patologie croniche e multi morbidità (team interprofessionali per pazienti complessi nelle cure primarie)”.

Guardando all’Europa, ci sono esperienze che possono far immaginare un’evoluzione diversa per il ruolo dell’infermiere?

Sicuramente i ruoli che gli infermieri ricoprono nei nostri maggiori partner europei sono un’indicazione di come può essere sviluppata la professione nell’immediato. Nel Regno Unito ad esempio – che ha attinto alle nostre professionalità infermieristiche regolarmente prima della pandemia giudicandole le migliori disponibili in Europa dal punto di vista formativo – gli infermieri sono classificati su diversi livelli e in ognuno di questi hanno vari gradi di carriera possibili fino alla dirigenza, anche in base alla tipologia di specializzazione che li caratterizza. A dimostrazione della crescita professionale basta guardare ai vari livelli retributivi che partono dai circa 27.000 euro per un neoassunto in formazione e raggiungono i 113.000 euro (media circa 52.000 euro) per un dirigente specializzato, mentre da noi la media annuale è unica e ferma a 32-33mila euro/anno circa.

In Spagna (ma non solo, è cosa frequente anche in altri paesi europei), ancora, l’infermiere è anche prescrittore. L’accordo storico tra medici ed infermieri spagnoli è stato raggiunto nel 2017 e prevede la possibilità di stilare protocolli e linee guida che permetteranno di regolamentare la prescrizione infermieristica, con e senza la supervisione del medico, e senza che gli infermieri abbiano una formazione aggiuntiva al corso di laurea.

Da noi si deve puntare sicuramente – come già è presente negli altri paesi – alla specificità infermieristica, i cui primi segnali sono arrivati proprio con la legge di Bilancio 2021, alle specializzazioni e alla loro relativa infungibilità perché un infermiere specificamente formato in uno dei settori  necessari all’assistenza (un esempio è l’infermiere di famiglia e comunità previsto anche dalla legge 77/2020 per il territorio) non venga poi utilizzato in altre funzioni non proprio della sua specializzazione.

La telemedicina è in un momento di grande espansione: dal vostro punto di vista, può essere un valido supporto alla gestione della cronicità? Quali nodi rimangono ancora da sciogliere?

La telemedicina e in generale la teleassistenza è sicuramente un livello di evoluzione necessario alla corretta assistenza ai cronici che grazie alle tecnologie possono essere monitorati ha 24 e supportati in tutte le loro necessità anche da remoto per consentire il monitoraggio della loro condotta terapeutica e nel caso un primo intervento immediato rispetto a tempi che per svariate ragioni potrebbero allungarsi per un intervento in presenza.

Il nodo maggiore da sciogliere è evidentemente quello dell’informatizzazione che deve essere delle aziende, dei professionisti e anche degli stessi cittadini assistiti. A oggi questo capitolo è ancora decisamente indietro rispetto alle reali necessità: un ruolo importante durante la pandemia per il controllo della presenza di patologie concomitanti – quelle appunto che hanno provocato la maggior parte dei decessi – avrebbe potuto averlo il fascicolo sanitario elettronico.

A luglio 2020 questa innovazione, ormai conosciuta da anni, è attivata con il consenso però per l’85% della popolazione in Emilia-Romagna, il 77% in Friuli-Venezia Giulia e il 60% in Lombardia, ma è del tutto assente ad esempio in Calabria, Abruzzo e Bolzano e comunque segue una geografia di maggiore applicazione (ma non ovunque) nel Nord (tranne al Centro la Toscana).

Vecchi (Osservatorio MASAN): competenze e collaborazione pubblico-privato per rilanciare il procurement sanitario

Manager al posto di burocrati, condivisione delle conoscenze e delle competenze, visioni di lungo termine, capacità di intercettare i bisogni della sanità e tradurli in richieste concrete per il mercato. Diventare volano di innovazione e ricerca. Superare etichette di corruzione, immobilismo, abbracciando in modo serio la collaborazione con il settore privato. Questo, in buona sostanza, deve fare il procurement sanitario per passare dalla logica tradizionale degli ultimi anni a una più strategica. È quanto ci ha raccontato Veronica Vecchi, direttore scientifico dell’Osservatorio MASAN sul Management degli acquisti e dei contratti in sanità del CERGAS di SDA Bocconi e Associate Professor of Practice of Government, Health and Not for Profit della Bocconi. Un’intervista che in qualche modo anticipa i temi di cui si parlerà al prossimo convegno MASAN organizzato per il 24 febbraio.

La pandemia ha messo in luce il potenziale e le debolezze del sistema di acquisti della sanità italiana, troppo focalizzato al contenimento della spesa e agli approvvigionamenti a breve termine e incapace di pianificare sul lungo periodo. Errori che l’epidemia da coronavirus ha fatto emergere diverse volte in questi ultimi 12 mesi, dagli iniziali problemi di acquisti di mascherine al piano vaccinazione COVID-19, in cui il sistema centrale (ed europeo) non sta rispondendo in modo adeguato, causando iniziative autonome regionali che non avrebbero dovuto esserci. In tutto questo, sull’Italia stanno per piovere oltre 200 miliardi di euro del Next Generation EU, il più grande pacchetto di misure mai finanziato che rappresenta un’opportunità unica per stimolare investimenti nel nostro paese e per avere un SSN più resiliente in cui sperimentare nuovi modelli contrattuali che generino valore per il sistema. Anche attraverso la collaborazione pubblico-privato, una sinergia che nel nostro paese, se non fosse costantemente vista e tacciata come qualcosa che genera solo problemi e corruzione, potrebbe davvero fare la differenza.

Il procurement è parte integrante della programmazione sanitaria e non solo sistema di procedure

Il procurement dovrebbe essere visto come parte integrante della programmazione sanitaria e non solo come sistema di procedure. Ci sono provveditori in gamba, altri che fanno solo il loro compitino, ci sono responsabili delle centrali con visione manageriale e altri che si preoccupano solo di contrattare il prezzo più basso.

Da cosa occorre ripartire per avere quindi un sistema sanitario in grado di acquistare (e quindi crescere) in modo efficiente, ma che allo stesso tempo sia anche volano di innovazione nel proprio paese? A questa domanda cercherà di rispondere il prossimo convegno dell’Osservatorio MASAN che opera dal 2017 con l’obiettivo di stimolare la transizione del procurement sanitario da funzione operativa a funzione strategica, attraverso attività di ricerca e confronto tra i buyer nazionali, regionali e locali della sanità pubblica e gli operatori di mercato.

Professoressa Vecchi, qual è il messaggio che cercherete di lanciare al convegno?

Veronica Vecchi

Il tema principale è come riuscire a rendere possibile il passaggio verso un sistema sanitario efficiente, allocando meglio le risorse, concentrandosi su quello che genera valore per il sistema sanitario nazionale e per il paziente. Occorre passare da una logica di acquisti breve termine ad una di medio termine, focalizzando su quello che rende il sistema più efficiente, più capace di rispondere in termini rapidi ai bisogni. Oggi, in piena emergenza sanitaria, ci si sta rendendo conto che i soldi spesi in sanità non sono un costo, ma un investimento.

Il procurement sanitario, infatti, è sempre stato visto come funzione impiegatizia, senza nessuna visione strategica e sistemica. Un atteggiamento coerente con il programma di razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi della Pubblica amministrazione avviato nel 2000.

Ma il tempo della spending review è finito. La focalizzazione sulla ricerca di risparmi di breve termine e la difficile interazione tra programmazione, acquisti ed erogazione delle cure ha ostacolato la capacità del sistema di acquistare innovazione. Questo succede perché non si riescono a definire i bisogni, non si conosce bene il mercato e le programmazioni regionali sono spesso carenti. Esistono gap di governance, con centrali lontane e poco collaborative con le aziende locali, gap di competenze manageriali mentre prevalgono quelle giuridico-amministrative, a conferma del fatto che il procurement sanitario non è ancora considerato una funzione strategica.

Il procurement sanitario non è ancora considerato una funzione strategica

Ripartire dalle competenze quindi. Come fare?

C’è bisogno di manager e leader, non di burocrati che scrivano delibere e determine. Il problema non sta nel codice dei contratti, il problema è che nelle maglie intricate del sistema amministrativo stratificato bisogna sapersi muovere in modo efficace e rapido, pertanto bisogna saper scegliere le persone giuste, investendo soldi in un’attività di formazione pratica, che aiuti le persone a prendere decisioni di tipo manageriale.

Le centrali regionali spendono 10.000€ all’anno di formazione, cioè niente, pur avendo a disposizione le risorse. Non si tratta quindi di un problema di budget, ma di cultura. Bisogna rimettere al centro le competenze, la formazione dovrebbe essere l’elemento su cui si valuta il personale dirigente. Senza capacità manageriali ci si perde nei meandri burocratici.

Occorre alimentare quello che io chiamo managerial flow: mettere manager capaci nelle posizioni chiave, i quali, condividendo tra di loro obiettivi e competenze, arrivano più rapidamente a prendere delle decisioni, in perimetri a geometria variabile. Si ricrea quindi fiducia, trainando la macchina amministrativa in modo più semplice.

Occorre alimentare il managerial flow per trainare la macchina amministrativa in modo più semplice

I profili adatti potrebbero avere anche un background clinico, la cosa importante è che sappiano gestire delle progettualità e delle complessità. Perché da queste figure dipende il rapporto con il mercato, a cui occorre saper fare le richieste giuste. Possono essere forniture o soluzioni oppure anche prodotti che non esistono: in questo modo si stimola la produttività e la ricerca, si attiva un procurement for innovation.

La Commissione europea, per spendere i soldi che arriveranno dal Next Generation, chiede appropriatezza di spesa e approvvigionamento in tempi rapidi. Ci servono manager per raggiungere questi obbiettivi.

In che modo il procurement sanitario strategico potrebbe essere volano di innovazione e produttività?

Il procurement vale il 3% del PIL Nazionale. Se una parte di questi soldi fosse usata per stimolare innovazione nel mercato, potremmo attivare una leva di sviluppo economico estremamente interessante.

Il privato oggi è anche ben disposto verso logiche di partnership con il pubblico, ma i politici non riescono a cogliere l’occasione e i manager sanitari non vogliono rischiare perché lavorano in un contesto sottoposto a continui controlli, che premia il formalismo invece dell’innovazione. E oltre a questo ci vorrebbe una sorta di riconoscimento da parte delle istituzioni sul ruolo strategico del procurement, spogliandolo di quella etichetta di fonte di corruzione e di sprechi: il sistema degli approvvigionamenti non può essere visto solo in questo modo. Abbiamo l’occasione d’oro del Recovery Fund: usiamo una percentuale di queste risorse in contratti innovativi, per prodotti e processi. Occorre investire in formazione, in un nuovo parco tecnologico, in digitalizzazione e nel rafforzamento della medicina territoriale per gestire le cronicità.

In tutto questo ci vogliono figure che siano in grado di comprare meno e comprare meglio e rendere più produttivo quello che abbiamo acquistato.

Serve un cambio di paradigma per premiare l’innovazione e non il formalismo

Il procurement non può basarsi solo sul formalismo delle procedure perché allora anche il mercato risponderà con la stessa rigidità. La struttura sanitaria, organizzata su base regionale, deve interloquire con i territori, che in Italia sono diversificati. Le centrali di committenza regionali dovranno lavorare a stretto contratto con la programmazione sanitaria regionale e con le aziende sanitarie per iniziare a concepire nuove soluzioni, il che significa utilizzare molto di più le procedure negoziate, che consentono di stimolare la co-progettazione con il mercato in modo più veloce.

Il partenariato pubblico-privato è una soluzione?

Potrebbe esserlo, ma manca la volontà politica di realizzarlo. Il procurement tradizionale ha sempre acquistato beni non complessi perché non è strutturato e preparato per acquisire innovazione e complessità. Questo sistema ha in parte privato la capacità del pubblico di generare valore e ha anche privato il mercato di diventare un soggetto capace di proporre soluzioni interessanti per il servizio sanitario.

Il partenariato pubblico-privato è concepito come un articolo del codice dei contratti, ci sono stati tentativi di fare linee guida, approfondimenti, ma tutto in questo paese viene visto in modo rigido. Quando parlo di partenariato pubblico-privato credono mi riferisca al project-financing, che è solo una modalità di finanziamento.

Il fatto che in passato questo modello non abbia funzionato come si sperava non è ragione sufficiente per accantonarlo del tutto: occorre ripartire da dove ci si è fermati, capire dove si è fatto l’errore e provare lavorarci.

Noi proponiamo un modello diverso, bastato sulla condivisione di conoscenze, sulla collaborazione tra pubblico e privato, sulla co-creazione di valore pubblico condiviso.

Il partenariato pubblico-privato non è solo project-financing

Un modello che dovrebbe essere il modus operandi del sistema di approvvigionamenti, da adattare alle diverse situazioni.

 

Di questo e molto altro si parlerà al Convegno MASAN il prossimo 24 febbraio, a cui parteciperanno, tra gli altri, Stefano Lorusso, Capo Segreteria Tecnica del Ministro della Salute; Ivo Locatelli, Senior Expert, Team Leader Innovation Procurement e membro della DG GROW (Directorate General for Internal Market, Industry, Entrepreneurship and SMEs) della Commissione Europea; Valeria Vaccaro, Presidente Consip S.p.A., Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Generale del Personale e dei Servizi del Ministero dell’Economia e Fernanda Gellona, Direttore Generale Confindustria Dispositivi Medici.