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Intelligenza artificiale e salute: le donne guidano l’uso consapevole delle tecnologie digitali

Gli italiani utilizzano sempre di più l’intelligenza artificiale, anche sui temi della salute, ma ritengono ancora insostituibile il rapporto umano con il medico. E sono soprattutto le donne a interpretare l’AI con un approccio responsabile, prudente e orientato alla tutela della salute propria e della famiglia. È quanto emerge dall’indagine Censis “Gli italiani, l’IA e la salute: percezioni, comportamenti e differenze di genere”, presentata durante l’evento “Salute al femminile. La conoscenza che cura. Health Literacy e intelligenza artificiale per le pari opportunità” promosso da Farmindustria con il patrocinio della Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, l’Onorevole Eugenia Roccella.

Il 35% degli italiani dichiara di usufruire dell’AI per aspetti relativi alla salute

Secondo i dati, il 63% degli italiani ha già utilizzato strumenti di AI e quasi 1 su 4 li usa regolarmente. L’impiego è ampio anche in ambito sanitario: il 35% dichiara di usufruire dell’AI per aspetti relativi alla salute. Ma la ricerca evidenzia in particolare il ruolo centrale delle donne nella diffusione di una cultura dell’autoregolazione responsabile di fronte alle nuove tecnologie: il 92,3% ritiene che le informazioni ottenute tramite strumenti digitali debbano essere sempre verificate con il medico, come fonte primaria di informazione sulla salute, come anche l’88% degli uomini. Il 65,3% delle donne e il 58% degli uomini dichiara inoltre di non sentirsi a proprio agio a informarsi solo tramite AI, per il timore di fake news e per la maggiore fiducia nelle informazioni prodotte da persone. Prevale dunque un approccio equilibrato: non tecnofobico, ma neppure fideistico. E anche nell’era dell’AI resta forte il primato del fattore umano e il rapporto di fiducia con il medico.

Innovazione e centralità della persona devono quindi crescere insieme. «L’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità per migliorare prevenzione, diagnosi, ricerca e gestione della salute e dei percorsi di cura, ma il rapporto umano resta fondamentale. E le donne sono protagoniste di questo equilibrio tra innovazione, responsabilità e cura: nella Ricerca e Sviluppo, dove il numero di molecole identificate dall’AI è cresciuto del 300% dal 2023 e i tempi nella fase preclinica si sono ridotti del 40% sempre grazie all’AI, la presenza femminile raggiunge il 52%», dichiara il Presidente di Farmindustria, Marcello Cattani.

Prevale un approccio equilibrato verso l’AI: non tecnofobico, ma neppure fideistico

«Con l’evento di oggi Farmindustria vuole continuare il percorso di valorizzazione della donna nella società e siamo fieri di farlo con il patrocinio della Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità. L’industria farmaceutica è oggi uno dei settori più avanzati in Italia sul fronte della valorizzazione del talento femminile, della parità e del welfare – evidenzia Cattani – le donne rappresentano il 45% degli addetti del settore farmaceutico, rispetto al 29% della media manifatturiera, con una presenza molto elevata anche nei ruoli apicali: dirigenti e quadri sono donne nel 48% dei casi. Particolarmente significativo il dato delle giovani: il 56% delle donne under 35 occupate nel settore è quadro o dirigente, contro il 38% della media industriale. Negli ultimi 5 anni l’occupazione femminile è cresciuta del 15%, mentre quella delle under 35 del 25%. E nella fascia di età tra 30 e 50 anni il gender pay gap è zero». Sul fronte della natalità, della famiglia e del work-life balance, il 100% delle aziende offre strumenti di flessibilità oraria, smart working, part-time e agevolazioni sugli orari. Il 50% mette a disposizione asili nido o rimborsi per istruzione e assistenza domestica. L’81% realizza programmi di medicina preventiva e il 47% prevede congedi di maternità e paternità più estesi rispetto a quanto previsto da legge e contratto nazionale.

«Le nostre imprese dimostrano ogni giorno che innovazione, inclusione, welfare e valorizzazione delle persone procedono insieme. È questa la strada per sostenere crescita, occupazione qualificata, natalità e competitività della nostra Nazione», conclude Cattani.

Vaia:«Il Servizio sanitario nazionale è una scelta di civiltà, ma non si difende lasciandolo immobile»

Francesco Vaia, componente del Collegio dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e già direttore della Prevenzione del ministero della Salute, presenterà a breve un Manifesto per una nuova sanità territoriale. A TrendSanità il professore anticipa i principi chiave del documento: centralità concreta della persona, integrazione tra sanitario e sociale, riforma della medicina generale, rilancio delle Case della Comunità e valorizzazione del capitale umano. 

Professor Vaia, lei sta portando avanti un’idea precisa per la rimodulazione del Servizio sanitario nazionale, nell’ottica di riuscire a continuare a garantire l’assistenza sanitaria universale e di qualità a cui siamo abituati anche in un futuro che vedrà aumentare i volumi della domanda di salute. Lei parla della necessità di “mettere davvero la persona al centro”. È uno slogan che ricorre da anni nel settore della salute. In che modo la sua interpretazione è innovativa e come dovrebbe cambiare la sanità territoriale nei prossimi cinque anni perché questo principio non resti soltanto teorico? 

«Il Servizio sanitario nazionale italiano è ottimo, soprattutto dal punto di vista della capacità professionale. Non abbiamo bisogno di imparare dall’estero: il nostro capitale umano ci viene invidiato e dobbiamo fare in modo di trattenerlo. Però anche un grande sistema, come una macchina eccellente, ha bisogno di una revisione. Oggi il SSN appare un po’ dormiente sul piano organizzativo e nella capacità di adattarsi ai tempi che cambiano.

Oggi il SSN appare un po’ dormiente sul piano organizzativo e nella capacità di adattarsi ai tempi che cambiano

I bisogni di salute sono aumentati enormemente. Sono cresciute le cronicità, fortunatamente anche perché si è allungata l’aspettativa di vita. Ma alla quantità di vita dobbiamo aggiungere qualità di vita. E quindi prevenzione, presa in carico e invecchiamento attivo devono diventare centrali

Quando parlo di persona al centro non intendo uno slogan. Il Servizio sanitario nazionale esiste per servire la persona. Ogni volta che si applica una legge, una circolare o un modello organizzativo bisogna chiedersi quale ricaduta concreta avrà sul cittadino. 

Oggi la persona chiede tre cose molto semplici: qualità, prossimità e rapidità delle risposte. È su questo che va costruita la sanità territoriale del futuro. Anche la prevenzione deve adeguarsi ai cambiamenti epidemiologici: penso, ad esempio, agli screening oncologici, che vanno aggiornati rispetto all’età di insorgenza dei tumori e all’aumento dei casi». 

In un recente podcast lei insiste molto sul superamento della separazione tra sanitario e sociale. E fa cenno a un Manifesto che lei proporrà a breve e che conterrà una nuova formula di governance territoriale integrata tra medicina, assistenza e welfare. Può anticiparci i tratti principali del documento e quali sarebbero i primi passi operativi? 

«Il Manifesto sarà presentato a breve. Per ora posso anticipare i principi ispiratori. Il primo punto è proprio questo: il Servizio sanitario nazionale ha senso solo se serve davvero la persona. Da qui nasce la necessità di superare la separazione tra sanitario e sociale. La persona non vive il suo problema dividendo salute, assistenza, fragilità sociale o bisogno psicologico: vive tutto insieme. 

Per questo serve una governance integrata del territorio. Dobbiamo costruire un sistema che tenga insieme medicina, assistenza sociale, welfare, prevenzione e presa in carico. 

Nessun atto organizzativo è neutro. Tutto deve essere valutato sulla base dell’effetto reale che produce sui cittadini

Il punto centrale è comprendere che nessun atto organizzativo è neutro. Tutto deve essere valutato sulla base dell’effetto reale che produce sui cittadini. Se si parte davvero dalla domanda della persona, molte divisioni ideologiche diventano secondarie e anche il rapporto tra pubblico e privato accreditato può essere visto in modo diverso, all’interno di un sistema unico che garantisca prossimità, qualità e tempi rapidi». 

In più occasioni lei ha definito le liste d’attesa “la vergogna del sistema”, ma ha anche spiegato che il problema nasce prima, cioè dalla mancata presa in carico del cittadino. Oggi la medicina generale è uno dei temi caldi sul tavolo del ministro della Salute Orazio Schillaci: secondo lei quanto e come dovrà cambiare il ruolo del medico di famiglia nella nuova sanità territoriale che immagina? 

«A mio avviso il medico di famiglia deve tornare a essere il professionista che prende in carico il paziente, lo orienta e decide il percorso assistenziale. Deve recuperare quella funzione centrale che aveva in passato, ma con strumenti moderni. 

Il medico del territorio deve poter prenotare direttamente pacchetti diagnostici, prestazioni ambulatoriali e anche accessi ospedalieri. La persona non può essere lasciata sola dentro il sistema.

«Il cittadino non è interessato alle discussioni su dipendenza o convenzione dei medici. Vuole semplicemente una risposta efficace»

Durante la pandemia, all’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani abbiamo sperimentato le Uscar (Unità speciali di continuità assistenziale regionale): squadre territoriali, spesso composte da medici di famiglia giovani, che andavano a domicilio con strumenti diagnostici avanzati e collegamenti in telemedicina con l’ospedale. Se il paziente poteva restare a casa veniva curato lì; se serviva il ricovero, questo avveniva in collegamento diretto con l’ospedale. 

Questo significa vera presa in carico. Il cittadino non è interessato alle discussioni su dipendenza o convenzione dei medici. Vuole semplicemente una risposta efficace. Il medico di famiglia del futuro deve essere il regista del percorso di cura». 

Collegato al tema della medicina generale c’è quello delle Case della Comunità: oggi molti operatori denunciano il rischio di creare “scatole vuote”. Secondo lei cosa manca ancora perché queste strutture diventino davvero il cuore dell’assistenza di prossimità?

«Le Case della Comunità possono diventare un elemento fondamentale di collegamento tra territorio, domicilio e ospedale. Però devono essere riempite di contenuti e di personale motivato. 

Non basta costruire le strutture. Servono medici, infermieri, psicologi, mediatori culturali, operatori sociali. Serve personale che lavori insieme per prendere in carico la persona nella sua complessità. 

Se diventano strutture vuote o meri contenitori amministrativi, rischiano di trasformarsi in un costo inutile. 

Il cittadino vuole una cosa molto semplice: avere vicino a casa un luogo capace di risolvere rapidamente e bene il suo problema. Non gli interessa se quella struttura sia pubblica o accreditata, purché garantisca qualità, prossimità e tempi adeguati. Anche per questo credo sia necessario costruire un sistema unico di prenotazione e una vera integrazione tra pubblico e privato accreditato, sempre mettendo al centro il bisogno della persona». 

Nel Manifesto lei farà riferimento anche a giovani e prevenzione come leve strategiche per salvare il nostro SSN. Che modello di sanità territoriale immagina per una popolazione sempre più anziana e fragile, ma allo stesso tempo con nuove generazioni sempre più lontane dal sistema pubblico? 

«I giovani osservano ciò che accade nelle loro famiglie: vedono tempi lunghi, difficoltà di accesso, appuntamenti dopo mesi o anni. E spesso vedono che l’unica scorciatoia possibile è pagare.

«Non è vero che i giovani non credono nel pubblico: prendono atto delle difficoltà del sistema»

Non è vero che i giovani non credono nel pubblico: prendono atto delle difficoltà del sistema. C’è poi un altro problema enorme, che riguarda il capitale umano. Il pubblico paga poco e male. Molti professionisti sanitari scelgono l’estero perché trovano condizioni economiche e professionali migliori. Noi invece dobbiamo valorizzare i nostri medici, infermieri e operatori sanitari

Bisogna incentivare il personale, migliorare le retribuzioni e investire nella formazione. Non dobbiamo criminalizzare chi vuole guadagnare di più: tutti i professionisti vengono pagati adeguatamente, e questo deve valere anche per chi lavora nella sanità. 

Penso anche a percorsi di aggiornamento internazionale, una sorta di Erasmus per medici e infermieri, per favorire formazione e crescita professionale. 

Il Servizio sanitario nazionale è una scelta di civiltà. Ma non si difende lasciandolo immobile: si difende accompagnandone l’evoluzione, adattandolo ai bisogni di oggi e riducendo le disuguaglianze». 

Assistenza protesica e LEA: verso una riforma equa, uniforme e sostenibile del sistema

In occasione del convegno “Assistenza protesica e LEA – Verso una riforma equa e sostenibile del sistema”, promosso presso il Senato della Repubblica su iniziativa del Senatore Bartolomeo Amidei, FIOTO, ANTOI e la Commissione di Albo Nazionale dei Tecnici Ortopedici intendono sottoporre all’attenzione delle istituzioni le principali istanze del comparto ortoprotesico, alla luce delle criticità emerse nell’attuazione dei LEA 2017 e delle profonde evoluzioni normative, tecnologiche e organizzative intervenute negli ultimi anni.

Protesi, ortesi e ausili devono essere considerati strumenti sanitari inseriti all’interno di un percorso assistenziale complesso e personalizzato

L’assistenza protesica rappresenta un ambito essenziale del Servizio sanitario nazionale, attraverso il quale vengono garantiti tutela della salute, recupero funzionale, autonomia personale, inclusione sociale e prevenzione delle complicanze a persone con disabilità, pazienti cronici, soggetti neurologici, anziani e persone affette da patologie degenerative o esiti amputativi.

Il comparto ritiene necessario ribadire che protesi, ortesi e ausili non possano essere considerati semplici forniture tecniche o beni standardizzati, ma strumenti sanitari inseriti all’interno di un percorso assistenziale complesso e personalizzato, che comprende valutazione clinica, progettazione, personalizzazione, adattamento, collaudo, follow-up e monitoraggio degli esiti funzionali.

A quasi dieci anni dall’entrata in vigore del DPCM 12 gennaio 2017 sui Livelli Essenziali di Assistenza, l’esperienza applicativa maturata sul territorio nazionale evidenzia il permanere di rilevanti criticità strutturali che rendono non più rinviabile una revisione organica dell’assistenza protesica.

A quasi dieci anni dall’entrata in vigore del DPCM sui LEA permangono rilevanti criticità strutturali sull’assistenza protesica

Persistono infatti significative disomogeneità regionali nei criteri di qualificazione delle strutture erogatrici, nei requisiti organizzativi, nelle modalità di erogazione delle prestazioni e nell’interpretazione delle disposizioni normative, con conseguenti differenze nell’accesso alle cure e nella qualità dell’assistenza garantita ai cittadini.

Allo stesso tempo, il sistema tariffario vigente risulta non pienamente coerente con i costi reali dei dispositivi medici su misura, con la crescente complessità tecnologica del settore, con gli adempimenti introdotti dal Regolamento (UE) 2017/745 e con il tempo clinico-assistenziale necessario alla presa in carico della persona. Le organizzazioni firmatarie evidenziano come il valore dell’assistenza protesica non possa essere determinato esclusivamente dal dispositivo finale o dai materiali utilizzati, ma debba necessariamente comprendere l’intero processo sanitario e professionale che accompagna la personalizzazione del dispositivo e la continuità assistenziale del paziente. L’attuale modello organizzativo appare ancora prevalentemente centrato sul prodotto, mentre l’evoluzione del sistema richiede oggi un approccio fondato sulla presa in carico multidisciplinare, sulla responsabilità sanitaria, sulla qualità organizzativa delle strutture, sulla tracciabilità del percorso assistenziale e sulla misurazione degli esiti di salute.

Il sistema tariffario e il nomenclatore dell’assistenza protesica necessitano di una revisione

Anche il nomenclatore dell’assistenza protesica necessita di una revisione strutturale e periodica, capace di recepire in modo appropriato l’innovazione tecnologica, i nuovi materiali, i processi avanzati di personalizzazione e l’evoluzione dei percorsi riabilitativi.

FIOTO, ANTOI e la Commissione di Albo Nazionale dei Tecnici Ortopedici riconoscono l’importanza del percorso di aggiornamento avviato attraverso l’Atto del Governo n. 391 relativo al primo aggiornamento del DPCM LEA 2017. Tuttavia, il comparto ritiene che gli interventi previsti risultino ancora limitati e non affrontino in maniera organica le principali criticità applicative, organizzative ed economiche che caratterizzano oggi l’assistenza protesica. Permane, in particolare, la necessità di intervenire in modo strutturale sull’uniformità nazionale dei criteri di erogazione, sulla definizione di standard minimi omogenei per autorizzazione e accreditamento delle strutture, sulla revisione complessiva degli elenchi dell’Allegato 5 e sulla sostenibilità economica dei percorsi di personalizzazione e presa in carico.

Le organizzazioni firmatarie ritengono pertanto prioritario avviare una revisione organica dei LEA protesica fondata su principi essenziali e condivisi:

  • è necessario riconoscere il valore sanitario dell’intero percorso assistenziale, superando una visione limitata alla sola fornitura del dispositivo e valorizzando tutte le componenti cliniche, tecniche e professionali che contribuiscono alla qualità dell’assistenza;
  • occorre garantire standard nazionali uniformi per autorizzazione, accreditamento, requisiti strutturali e organizzativi delle strutture erogatrici, al fine di assicurare qualità, appropriatezza e parità di accesso alle prestazioni sull’intero territorio nazionale;
  • si ritiene inoltre indispensabile introdurre un sistema stabile, trasparente e periodico di revisione tariffaria, fondato su analisi reali dei costi organizzativi e produttivi, sulla valorizzazione del tempo clinico-assistenziale e sulla sostenibilità dei percorsi di presa in carico;
  • le organizzazioni firmatarie ritengono altresì necessario istituire un Tavolo tecnico permanente con il coinvolgimento del Ministero della Salute, delle Regioni, della Commissione LEA, degli Ordini professionali, delle Società scientifiche e delle rappresentanze del settore, finalizzato a garantire un confronto strutturato e continuativo sui processi di aggiornamento dell’assistenza protesica.
  • si richiama inoltre l’attenzione sul ruolo centrale del Tecnico Ortopedico quale professionista sanitario responsabile della progettazione, personalizzazione, sicurezza e appropriatezza tecnica dei dispositivi medici su misura, nonché della qualità e continuità del percorso assistenziale;
  • si sottolinea infine l’importanza di sviluppare modelli di valutazione fondati sugli esiti clinici e funzionali, attraverso indicatori capaci di misurare recupero funzionale, autonomia, prevenzione delle complicanze, riduzione delle cadute e contenimento dei ricoveri evitabili.

FIOTO, ANTOI e la Commissione di Albo Nazionale dei Tecnici Ortopedici confermano la propria disponibilità a collaborare con le istituzioni nazionali e regionali affinché possa essere avviato un percorso condiviso di riforma dell’assistenza protesica, coerente con il Regolamento (UE) 2017/745, sostenibile per il Servizio Sanitario Nazionale e realmente centrato sulla persona, sulla qualità dell’assistenza e sugli esiti di salute.

Dispositivi medici, filiera strategica tra innovazione e sfide industriali

Il settore dei dispositivi medici si conferma una filiera strategica per il sistema industriale italiano, in linea con le indicazioni del Libro Bianco del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) sul nuovo Made in Italy e con il riconoscimento delle filiere della salute tra gli asset strategici della politica industriale nazionale: oltre 4.600 imprese, quasi 134mila occupati, 7,8 miliardi di produzione, 5,1 miliardi di export e 7,8 miliardi di import.

Il nuovo scenario internazionale impone tuttavia una riflessione sulla resilienza delle catene di approvvigionamento e sulla capacità competitiva europea nei comparti ad alta tecnologia. Il settore opera all’interno di filiere produttive fortemente integrate a livello globale: le imprese si approvvigionano prevalentemente in Europa, ma anche dall’Asia, con una significativa presenza di forniture extra UE lungo le catene del valore. Molte componenti strategiche – tra cui semiconduttori, polimeri industriali e componentistica plastica – transitano inoltre attraverso aree oggi interessate da tensioni geopolitiche e instabilità delle rotte commerciali internazionali. È quanto emerge dal Rapporto PRI – Produzione, Ricerca e Innovazione e dall’Indagine su costi delle materie prime, energia e impatto dazi 2026 del Centro studi di Confindustria Dispositivi Medici, presentati nel corso dell’evento “Dispositivi medici e competitività industriale: il ruolo strategico del settore in Italia”, patrocinato e ospitato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Molte componenti strategiche transitano attraverso aree oggi interessate da tensioni geopolitiche e instabilità delle rotte commerciali internazionali

«L’economia della salute, di cui i dispositivi medici sono parte integrante, è una delle filiere strategiche del nuovo Made in Italy, come riportato nel nostro Libro Bianco per una nuova politica industriale: un comparto in costante sviluppo tecnologico, capace di generare valore, occupazione qualificata e progresso per il Paese», ha dichiarato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, il Senatore Adolfo Urso. «Una visione – ha aggiunto – che abbiamo tradotto in un impegno concreto fin dall’inizio della legislatura con l’istituzione, insieme al Ministero della Salute, del Tavolo per la Farmaceutica e il Biomedicale. In questa direzione va anche il nuovo Atto di indirizzo strategico 2026-2028 condiviso tra MIMIT e MUR, pensato per ridurre la frammentazione dell’ecosistema nazionale della ricerca e del trasferimento tecnologico. Il settore potrà inoltre contare sul nuovo Piano Transizione 5.0, un programma triennale che mette a disposizione quasi 10 miliardi di euro e il cui decreto attuativo sarà operativo entro giugno».

«Ma non basta solo l’impegno del governo sul fronte nazionale. In un contesto geopolitico instabile e segnato da difficoltà negli approvvigionamenti, l’Europa deve rafforzare rapidamente la sicurezza delle proprie filiere strategiche. In questa prospettiva l’Italia, con l’area di Porto Marghera, si candida a ospitare uno dei primi siti strategici europei per lo stoccaggio di materie prime critiche e terre rare, indispensabili per l’industria del continente e per la transizione energetica e digitale del nostro sistema produttivo», ha concluso il Ministro Urso.

«In Italia la filiera delle scienze della vita vale il 13% del PIL e occupa oltre 3 milioni di persone»

«La filiera delle scienze della vita, di cui fa parte il comparto dei dispositivi medici – ha dichiarato Marco Nocivelli, Vicepresidente di Confindustria con delega alle politiche industriali e Made in Italy – è una filiera industriale strategica, che purtroppo spesso è considerata soltanto una voce di spesa pubblica. Vale il 13% del PIL e occupa oltre 3 milioni di persone e ha, inoltre, una funzione estremamente rilevante sia per il ruolo svolto per la salute pubblica sia per l’elevato livello di attività di ricerca e di innovazione tecnologica realizzata dalle imprese che ne fanno parte. Occorre, dunque, creare le condizioni affinché queste imprese possano continuare a fare ricerca e a investire in capitale umano e tecnologie. Una filiera con queste caratteristiche è candidata naturale a una politica industriale dedicata, al pari di automotive e aerospazio. È in questa direzione che chiediamo al MIMIT un impegno strutturato».

«Negli ultimi anni è emersa la necessità per l’Europa di rafforzare la propria autonomia strategica nei settori industriali più critici. La pandemia, le tensioni geopolitiche e la frammentazione degli scambi internazionali hanno mostrato che sicurezza sanitaria, capacità produttiva e competitività industriale sono ormai temi strettamente collegati», ha dichiarato il Presidente di Confindustria Dispositivi Medici, Fabio Faltoni. «Oggi le imprese segnalano difficoltà legate ai costi di trasporto nel 71,2% dei casi e alle tensioni geopolitiche nel 48,5%, mentre i costi di produzione sono aumentati in media del 22%, con punte superiori al 50% per il 10% delle aziende. Il problema non è più il singolo fattore di crisi, ma la sovrapposizione di più tensioni contemporaneamente: energia, logistica, volatilità delle materie prime, frammentazione commerciale e instabilità geopolitica. Le imprese italiane hanno dimostrato capacità di resilienza (+6,8% di produzione), che va invece trasformata in sviluppo, per scongiurare il rischio che l’Europa perda competitività proprio nei settori a più alto contenuto tecnologico e innovativo».

Le imprese chiedono una governance stabile del settore, una soluzione strutturale al tema del payback e politiche industriali dedicate

«In questo contesto, anche in Italia – come già avvenuto in altri Paesi europei – diventa sempre più necessario sostenere il riconoscimento dell’industria dei dispositivi medici con politiche coordinate tra i Ministeri della Salute, dell’Economia e delle Imprese e del Made in Italy. Le imprese chiedono una governance stabile del settore, una soluzione strutturale al tema del payback e politiche industriali dedicate a una filiera composta in larga parte da PMI innovative e ad alta specializzazione. In questo scenario, l’industria dei dispositivi medici – ha concluso il Presidente Faltoni – può offrire un contributo concreto all’innovazione, alla sostenibilità e all’efficienza del sistema sanitario, migliorando la qualità delle cure e supportando una gestione più efficace dei pazienti, in un contesto in cui la crescita della spesa è trainata anche dall’aumento dei bisogni di salute legati all’invecchiamento della popolazione e alla diffusione delle cronicità. Per questo servono politiche industriali che accompagnino la crescita del settore».

World No Tobacco Day 2026: nuovi prodotti, prevenzione e consapevolezza al convegno ISS

Il consumo di tabacco rappresenta uno dei principali fattori di rischio per numerose patologie croniche, tra cui malattie cardiovascolari e respiratorie, cancro del polmone e altri tipi di tumore, oltre ad altre condizioni di salute gravemente invalidanti. Ogni anno, oltre 7 milioni di persone nel mondo muoiono a causa del consumo di tabacco. Anche l’esposizione al fumo passivo costituisce un grave rischio per la salute, causando circa 1,6 milioni di decessi ogni anno a livello globale. Il consumo di tabacco rappresenta il principale rischio evitabile per la salute e la causa più significativa di morte prematura nell’Unione Europea, responsabile di quasi 700.000 decessi ogni anno. Circa il 50% dei fumatori muore prematuramente (in media 14 anni prima). Nonostante i notevoli progressi compiuti negli ultimi anni, il numero di fumatori nell’UE rimane elevato: il 26% della popolazione totale e il 29% dei giovani europei di età compresa tra i 15 e i 24 anni fuma.

Circa il 50% dei fumatori muore prematuramente (in media 14 anni prima)

I prodotti a tabacco riscaldato contengono tabacco ed espongono i consumatori a emissioni tossiche, molte delle quali sono cancerogene e dannose per la salute. Le sigarette elettroniche non contengono tabacco e possono contenere o meno nicotina, ma sono comunque dannose per la salute. La nicotina, naturalmente presente nel tabacco e aggiunta alle sigarette elettroniche, crea forte assuefazione e induce dipendenza, in particolare tra i giovani.

Ogni anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e i suoi partner celebrano la Giornata Mondiale senza Tabacco con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi per la salute associati al consumo di tabacco e di prodotti contenenti nicotina.

Il XXVIII convegno nazionale “Tabagismo e Servizio Sanitario nazionale” si svolge a Roma il 29 maggio

Quest’anno, in occasione del World No Tobacco day, si svolgerà il 29 maggio a Roma all’Istituto Superiore di Sanità il XXVIII convegno nazionale Tabagismo e Servizio Sanitario nazionale dal tema “Smascherare l’attrattiva – contrastare la dipendenza da nicotina e tabacco”. L’evento può essere seguito in presenza mediante iscrizione (entro le ore 12:00 del 28 maggio 2026) o in streaming.

In continuità con la campagna 2025, il tema proposto dall’OMS per il 2026 richiama l’attenzione su come l’industria del tabacco e della nicotina continui a utilizzare strategie sempre più sofisticate per reclutare una nuova generazione di consumatori, dipendenti dalla nicotina, eludendo le misure più severe di controllo del tabacco.

Scopo e obiettivi

La campagna 2026 mira a:

  • aumentare la consapevolezza sulle strategie in evoluzione dell’industria del tabacco e della nicotina, inclusi l’uso di nicotina sintetica, sali di nicotina e analoghi, per incrementare il potenziale di dipendenza pur presentandosi come soluzioni tecnologicamente avanzate;
  • promuovere azioni politiche più incisive per proteggere i giovani, attraverso il divieto di aromi, pubblicità e promozione (anche sui media digitali e social), nonché la regolamentazione del packaging e del design dei prodotti che ne aumentano l’attrattiva;
  • prevenire la dipendenza e ridurre la domanda, fornendo al pubblico – in particolare ai giovani – conoscenze e strumenti per resistere alle strategie manipolative dell’industria e accedere a interventi di cessazione basati su evidenze scientifiche.

La giornata intende presentare un quadro aggiornato sul consumo di tabacco e nicotina in Italia, con particolare attenzione alla popolazione scolastica di età compresa tra 11 e 17 anni. Saranno illustrate le più recenti evidenze sui rischi per la salute associati all’uso dei nuovi prodotti a base di tabacco e nicotina, nonché i dati relativi alle attività del Telefono Verde contro il Fumo. Un focus specifico sarà dedicato alla cessazione del consumo di tabacco e nicotina: verranno analizzati i trend a livello nazionale e internazionale, presentata una panoramica sull’operatività e sulle prospettive di sviluppo dei Centri Antifumo e illustrati i risultati dell’attività di mappatura dei Centri Antifumo condotta dall’ISS.

Dalla compliance alla cultura: la gestione del rischio come leva strategica nelle aziende sanitarie lombarde

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Introduzione

In ambiti caratterizzati da processi complessi e diversificati, quale il settore sanitario, la gestione del rischio assume un ruolo cruciale che deve essere intrinsecamente integrato nella cultura aziendale. Senza l’adozione di una cultura del rischio solida e diffusa, le organizzazioni sanitarie possono facilmente incorrere in situazioni critiche che compromettono la salute dei pazienti, portano a potenziali contenziosi legali e aumentano i costi assicurativi. Pertanto, incorporare una cultura del rischio a tutti i livelli dell’organizzazione è essenziale per garantire un ambiente sicuro, efficiente e sostenibile.

Il risk management è un processo aziendale finalizzato alla valutazione e pianificazione di tutte le attività necessarie alla riduzione del potenziale impatto negativo che variabili interne o esterne all’organizzazione hanno sul conseguimento degli obiettivi aziendali [Mezzopera, 2024]. Il risk management in sanità, inteso come l’insieme dei processi utilizzati per individuare, monitorare, valutare, mitigare e prevenire i rischi nelle strutture sanitarie e salvaguardare la sicurezza dei pazienti [Odone et al., 2019], assume un ruolo ancora più critico. La complessità dei processi clinici, la necessità di coordinamento tra diversi dipartimenti e professionisti, e l’alto livello di incertezza associato alle condizioni dei pazienti richiedono un approccio strutturato e proattivo alla gestione del rischio.

Il risk management in sanità è l’insieme dei processi utilizzati per individuare, monitorare, valutare, mitigare e prevenire i rischi nelle strutture sanitarie e salvaguardare la sicurezza dei pazienti

L’importanza della gestione del rischio è stata riconosciuta anche a livello legislativo, come dimostra la Legge 8 marzo 2017 n. 24, nota come “Legge Gelli-Bianco” e intitolata “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”, la quale sottolinea ulteriormente l’importanza della gestione del rischio come elemento essenziale del diritto alla salute. La legge stabilisce che tutte le attività di prevenzione del rischio devono coinvolgere l’intero personale sanitario, compresi i liberi professionisti, non solo per garantire la salute dei pazienti, ma anche per migliorare la qualità complessiva del servizio [Ministero della Salute, 2017].

Il Risk Manager, figura chiave per la tutela dell’azienda, svolge un ruolo strategico nell’identificare, analizzare e mitigare i potenziali rischi. Valutando la gravità e la frequenza di ciascun rischio, definisce misure preventive o correttive, monitorandone costantemente l’efficacia nel tempo. Una conoscenza approfondita dei processi e della struttura organizzativa aziendale costituisce un requisito imprescindibile per l’efficace successo di tale ruolo.

Il paradigma “conosco, gestisco, controllo” sintetizza l’essenza di questa disciplina

La gestione del rischio deve essere affrontata con un approccio olistico, riconoscendo l’interdipendenza tra ciascun elemento e il suo impatto sulla sicurezza e sulla salute dei pazienti. Ricerche condotte su un campione rappresentativo di 165 ospedali italiani evidenziano come un approccio sistematico e globale alla gestione del rischio produca risultati tangibili e misurabili [Mezzopera, 2024]. Il paradigma “conosco, gestisco, controllo” sintetizza l’essenza di questa disciplina: una profonda comprensione dei rischi consente una gestione efficace e un monitoraggio costante della loro evoluzione, garantendo un contesto operativo più sicuro e resiliente.

I fattori culturali

Un problema culturale profondamente radicato compromette la gestione del rischio nel settore sanitario: molti operatori, mossi dalla paura o dalla vergogna, tendono a occultare situazioni critiche [Dhamanti et al., 2020]. Questo atteggiamento omertoso costituisce un significativo ostacolo alla prevenzione e alla risoluzione delle problematiche, alimentando un circolo vizioso che può sfociare in gravi conseguenze.

Per superare questa cultura del silenzio e promuovere un ambiente di lavoro trasparente e collaborativo, è fondamentale investire in modo consistente nella formazione continua degli operatori sanitari [Marum et al., 2022]. I programmi formativi devono andare oltre la semplice trasmissione di nozioni teoriche, focalizzandosi sullo sviluppo di competenze pratiche nella gestione del rischio, nell’analisi degli errori e nella comunicazione efficace [Mata et al., 2021]. Inoltre, è essenziale promuovere la condivisione delle esperienze e delle buone pratiche tra le diverse strutture sanitarie. L’adozione di un sistema di gestione del rischio condiviso con altre aziende si è rivelata una buona pratica in tal senso. La condivisione delle esperienze e delle segnalazioni, anche attraverso strumenti strutturati come l’Analisi delle Cause Profonde (ACP), permette di trasformare i rischi reattivi in proattivi, migliorando la gestione complessiva e creando una rete di apprendimento e collaborazione che favorisce il miglioramento continuo della qualità e della sicurezza delle cure.

È fondamentale sviluppare una cultura organizzativa che valorizzi la trasparenza e la responsabilità

La dimensione culturale è il vero motore della gestione del rischio: trasformarla richiede una strategia integrata e un impegno corale a ogni livello dell’organizzazione. Oltre alla formazione e alla condivisione delle esperienze, è fondamentale sviluppare una cultura organizzativa che valorizzi la trasparenza e la responsabilità [Falsini et al., 2023]. In questa prospettiva, la leadership aziendale deve svolgere un ruolo attivo nel promuovere un clima di fiducia, dove gli operatori si sentano sicuri nel riportare errori e situazioni critiche senza il timore di ripercussioni. Le politiche aziendali devono essere chiare e orientate al supporto piuttosto che alla punizione, favorendo un approccio sistemico alla risoluzione dei problemi e al miglioramento continuo. L’implementazione di strumenti tecnologici avanzati, come sistemi di monitoraggio in tempo reale e piattaforme per la gestione dei dati clinici, potrebbe ulteriormente supportare la cultura della trasparenza. Questi strumenti consentono di raccogliere e analizzare dati in maniera efficiente, facilitando l’identificazione precoce dei rischi e la tempestiva attuazione di interventi correttivi.

Un altro elemento chiave è l’inclusione attiva del personale sanitario nei processi decisionali riguardanti la gestione del rischio. Coinvolgere gli operatori nella pianificazione e nell’implementazione delle strategie di gestione del rischio non solo aumenterebbe il loro senso di responsabilità, ma migliorerebbe anche la qualità delle soluzioni adottate grazie al loro contributo diretto e alla loro esperienza sul campo.

Esperienze di gestione del rischio sanitario

L’analisi delle esperienze di alcune organizzazioni sanitarie lombarde evidenzia come la gestione del rischio stia progressivamente evolvendo da funzione specialistica a dimensione pienamente integrata nei processi decisionali strategici. Questo passaggio riflette una trasformazione più ampia del ruolo del risk management, che da attività prevalentemente tecnica tende a configurarsi come leva di governo organizzativo.

Nelle ASST, tale integrazione si realizza attraverso l’adozione di strumenti programmatori e sistemi di governance strutturati, che consentono di allineare la gestione del rischio agli obiettivi aziendali e alle indicazioni regionali. La definizione di programmi aziendali coerenti con il Piano Annuale di Risk Management (PARM), l’utilizzo sistematico dei dati derivanti dall’incident reporting e il coinvolgimento diretto del Risk Manager nei processi decisionali rappresentano elementi centrali di questo approccio.

In alcune organizzazioni sanitarie lombarde, la gestione del rischio sta evolvendo in una dimensione pienamente integrata nei processi decisionali strategici

Particolarmente rilevante è l’adozione di logiche riconducibili all’Enterprise Risk Management, che mirano a superare una gestione frammentata e verticale del rischio, promuovendo invece una visione sistemica e trasversale. In tal senso, come evidenziato da una Direzione di ASST, risulta fondamentale affrontare i rischi in una logica di sistema favorendo al massimo l’integrazione orizzontale. Coerentemente con questa impostazione, alcune organizzazioni hanno introdotto modelli innovativi basati sulla diffusione capillare della cultura del rischio, come nel caso della creazione di reti di “facilitatori del rischio” all’interno delle singole unità operative, con il compito di fungere da raccordo tra livello clinico e governance aziendale. Un’evoluzione analoga, seppur con caratteristiche specifiche, si osserva anche nelle ATS, dove la gestione del rischio si inserisce progressivamente nella cultura manageriale attraverso l’adozione di sistemi di gestione per la qualità, pratiche di auditing interno e la partecipazione a progetti regionali dedicati. In questo contesto, l’obiettivo è quello di sviluppare un approccio sempre più proattivo, orientato all’anticipazione delle criticità piuttosto che alla loro gestione reattiva.

Nonostante questi progressi, le organizzazioni evidenziano ancora diverse criticità nella promozione di una cultura della sicurezza e della trasparenza. Tra le principali emergono la resistenza al cambiamento, la limitatezza delle risorse disponibili, la presenza di barriere comunicative tra unità operative e una disomogeneità nel livello di supporto da parte della leadership. A questi fattori si aggiunge il timore delle implicazioni medico-legali, che continua a rappresentare un deterrente significativo alla segnalazione degli eventi avversi e dei quasi incidenti.

Permangono delle criticità, tra cui il timore delle implicazioni medico-legali

Per far fronte a tali criticità, le strategie adottate convergono su alcune direttrici comuni. In primo luogo, risulta centrale lo sviluppo di sistemi di segnalazione non punitivi, finalizzati a promuovere un clima di fiducia e apprendimento organizzativo. Parallelamente, viene rafforzato il ruolo della leadership nel sostenere attivamente le iniziative di sicurezza, accompagnato da investimenti in formazione continua e da interventi mirati al miglioramento dei canali di comunicazione interna. Un ulteriore elemento riguarda la progressiva standardizzazione delle procedure, con l’obiettivo di ridurre la variabilità organizzativa e aumentare l’affidabilità dei processi.

Nel loro insieme, queste leve evidenziano come la gestione del rischio non possa essere considerata una funzione isolata, ma richieda un allineamento complessivo tra cultura organizzativa, assetti di governance e pratiche operative.

La gestione del rischio richiede un allineamento complessivo tra cultura organizzativa, assetti di governance e pratiche operative

Guardando al futuro, le prospettive delineano uno scenario caratterizzato da una crescente complessità, legata in particolare all’introduzione di nuove tecnologie e alla trasformazione dei modelli assistenziali. Tra le principali sfide emergono l’integrazione delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, la necessità di garantire adeguati livelli di sicurezza informatica e protezione dei dati, l’evoluzione del quadro normativo e la gestione di percorsi assistenziali sempre più articolati e multidisciplinari. In questo contesto, come evidenziato dalle ASST, la rapida adozione dell’intelligenza artificiale aumenta la complessità e i potenziali rischi.

A livello di sistema, viene inoltre sottolineata l’esigenza di sviluppare modelli di gestione del rischio più avanzati e coordinati, capaci di superare i confini organizzativi e favorire una visione integrata. In questa direzione si colloca la prospettiva di un sistema di gestione del rischio globale orientato al miglioramento complessivo del sistema sociosanitari. Tale evoluzione implica un progressivo passaggio da logiche strettamente aziendali a logiche di ecosistema, nelle quali il coordinamento tra livelli locali, regionali e nazionali diventa un elemento imprescindibile per garantire efficacia, apprendimento e sostenibilità nel lungo periodo.

Conclusioni

La gestione del rischio in ambito sanitario non costituisce un mero adempimento burocratico, bensì un imperativo etico e professionale che deve permeare ogni livello dell’organizzazione. Per superare definitivamente la cultura del silenzio e della paura, è necessario un impegno multidimensionale che metta al centro la trasparenza, la formazione continua e una leadership di supporto (Tabella 1).

Dimensione

Valore per l’Organizzazione Sanitaria

Sicurezza delle cure

Riduce l’impatto negativo delle variabili interne ed esterne, garantendo un contesto operativo sicuro e resiliente per il paziente

Sostenibilità economica

Una gestione proattiva previene contenziosi legali e ottimizza i costi assicurativi, trasformando il rischio da costo a investimento

Evoluzione culturale

Promuove il passaggio dalla “cultura della colpa” a un clima di fiducia e trasparenza, essenziale per l’apprendimento organizzativo

Innovazione e AI

Prepara le strutture a governare la complessità derivante dall’introduzione dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali

Governance strategica

Integra il risk management nei processi decisionali aziendali, allineando la sicurezza agli obiettivi di salute regionali e nazionali

Tabella 1. Perché il risk management è prioritario oggi

La vera sfida del prossimo futuro risiede nella capacità di integrare le nuove tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale all’interno di modelli di gestione sempre più proattivi e meno reattivi. In questo scenario, il risk management evolve da funzione tecnica a vera e propria leva di governo strategico, capace di muoversi in una logica di ecosistema.

Solo attraverso questo approccio olistico e condiviso, supportato da una standardizzazione dei processi e da una governance strutturata, sarà possibile garantire non soltanto la sicurezza del paziente, ma la sostenibilità stessa del sistema sociosanitario nel lungo periodo.

Bibliografia

“Dopo di Noi” e Sla, la Toscana integra i fondi per garantire continuità assistenziale

«Noi assumiamo impegni concreti. A livello nazionale invece la presa in carico delle persone con disabilità non sempre si accompagna a dotazioni finanziarie adeguate». È la riflessione e sottolineatura con cui il Presidente della Toscana Eugenio Giani e l’Assessora alla sanità e alle politiche sociali della Toscana, Monia Monni, accompagnano l’adozione da parte della giunta regionale di due provvedimenti molto attesi: l’assegnazione delle risorse per il 2024 per proseguire i progetti toscani per il “Dopo di Noi” che coinvolgono oltre novecento persone e il sostegno per l’assistenza a domicilio per i malati di Sla.

La Regione Toscana ha integrato il fondo nazionale per non interrompere servizi per le persone con gravi disabilità inserite nei progetti sul “Dopo di Noi”

Nuovi criteri di riparto e un taglio orizzontale del 12% dei fondi nazionali avevano ridotto le risorse finora utilizzate per finanziare servizi e percorsi di accoglienza di persone con gravi disabilità e prive del tutto o in parte del sostegno familiare inserite nei progetti sul “Dopo di Noi”. Il serrato confronto tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali e Regioni ha allungato l’iter per più di un anno: il rischio era di dover interrompere, anche per via dei minori finanziamenti, percorsi e servizi in essere e così la Regione Toscana, che in parte quei soldi li aveva anticipati, ha deciso poi di integrare il fondo nazionale con proprie risorse, per oltre un milione e centomila euro che si aggiungono ai quasi 4 milioni e 147mila euro nazionali.

«Abbiamo garantito – spiega Monni – la continuità abitativa, affettiva e relazionale delle persone con disabilità che si sono impegnate in questi anni a conseguire un’effettiva autonomia dal nucleo familiare di origine, vivendo esperienze di vita comunitaria negli oltre novanta appartamenti per il “Dopo di noi”. Anzi, siamo riusciti a sostenere anche ulteriori iniziative per fabbisogni straordinari».  

La giunta ha anche stanziato fondi per l’assistenza a domicilio delle persone con Sla

Per l’assistenza a domicilio delle persone malate di Sla e per assicurare il mantenimento del contributo da 1.650 euro al mese per l’assunzione di un assistente personale la giunta ha stanziato invece più di due milioni e 600mila euro. Il contributo esiste dal 2009 e lo scorso anno ne hanno goduto 157 persone. Si tratta di risorse prelevate dal 2016 dal fondo nazionale per le non autosufficienze, una quota che la Regione Toscana ha deciso di destinare prioritariamente a chi si trova in queste condizioni di salute. Le risorse sono assegnate alle Asl, che poi erogano il contributo ai destinatari. L’assistente personale è scelto direttamente dalla persona malata di Sla o dalla famiglia, può essere un familiare o un’altra persona, rappresenta un supporto nel gravoso carico assistenziale e permette di potersi curare restando nel proprio contesto di vita.

«Chiediamo al governo nazionale – concludono Giani e Monni – di sostenere con più forza e risorse adeguate i percorsi di presa in carico delle persone con disabilità». «Il Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità non ha ad esempio – spiega l’Assessora – stanziato l’annualità 2025 del fondo caregiver. Lo stesso vale, a seguito del decreto per la riforma in materia di disabilità, per il fondo per l’implementazione dei progetti di vita promossi nelle province italiane in sperimentazione fino al 31 dicembre 2026, dove tre sono i territori toscani interessati: Firenze, Massa Carrara e Arezzo». «Il taglio del fondo con la legge di bilancio statale, da 25 milioni annui a 23 milioni e 750mila su base nazionale – conclude Monni – abbinato all’allargamento della platea dei beneficiari che si è determinato per effetto della norma, impoverisce ancor più il paniere delle risorse a disposizione per l’attuazione della riforma in materia di disabilità portata avanti dai servizi sanitari e sociosanitari, senza nessuna ulteriore risorsa aggiuntiva».

“Ricordati di Stare Bene”: premiati i territori che promuovono l’aderenza terapeutica

C’è un’Italia fatta di comuni che ogni giorno si prendono cura del benessere dei propri cittadini. Un’Italia concreta, capace di fare rete affinché prevenzione e costanza siano presenti nella vita quotidiana. Un’Italia che con creatività e impegno si attiva per promuovere con determinazione la salute delle persone. È questo lo spirito che emerge dall’evento conclusivo della campagna di comunicazione “Ricordati di Stare Bene, l’iniziativa promossa da HappyAgeing – Alleanza Italiana per l’Invecchiamento Attivo e Federsanità – Confederazione delle Federsanità ANCI Regionali sull’importanza dell’aderenza terapeutica nella popolazione over 65 e con malattie croniche.

I vincitori della “challenge lanciata dalla campagna, volta a riconoscere le realtà più attive nel sensibilizzare sulla tematica, sono stati presentati oggi a Roma nella Sala Conferenze ANCI nel corso dell’evento “L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità”. Sul podio il Comune di Anzio, che ha ottenuto il “Premio Silver Engagement”, il Comune di Siena, che ha conquistato il “Premio Communication Impact”, e l’Azienda Tutela della Salute Liguria – Area Sociosanitaria Locale n. 4, che ha ricevuto il “Premio Networking – Speciale Cronicità”. Alla Farmacia Marzani di Castelli Calepio, in provincia di Bergamo, la Menzione Speciale, riconoscimento assegnato anche a Federsanità ANCI Friuli-Venezia Giulia.

Nell’intero Stivale è stato attivato un percorso diffuso di informazione e sensibilizzazione sull’aderenza alle terapie soprattutto nei casi di cronicità

Il dato più significativo arriva dalla risposta dell’intero Stivale: da Nord a Sud comuni grandi e piccoli, enti regionali e farmacie hanno accolto positivamente la campagna attivando un percorso diffuso di informazione e sensibilizzazione sull’aderenza alle terapie soprattutto nei casi di cronicità. Un impegno che lascia in eredità un patrimonio di consapevolezza e collaborazione tenendo sempre presente l’importanza di cure efficaci e una migliore qualità di vita per la popolazione. La scarsa aderenza terapeutica, la difficoltà nel seguire con continuità e in modo corretto le terapie resta, infatti, una delle principali criticità della salute pubblica, in particolare nella popolazione over 65, che spesso convive con patologie cardiovascolari e croniche, con impatti importanti sulla vita dei pazienti e sulla sostenibilità del sistema sanitario.

“Ricordati di Stare Bene”, ideata da HappyAgeing e Federsanità, durata da ottobre 2025 allo scorso aprile, è stata realizzata in collaborazione con ASSOFARM – Associazione delle Aziende e Servizi Socio-Farmaceutici, Federfarma – Federazione Nazionale Unitaria dei Titolari di Farmacia Italiani, Rete Città Sane – OMS, FAP ACLI, FNP CISL, SPI CGIL e UILP UIL, con il patrocinio di ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani e Fondazione IFEL ANCI per la Finanza Locale, e con il contributo non condizionante del Gruppo Servier in Italia.

Un’Italia che fa rete

Accanto alle attività più strutturate come incontri pubblici, iniziative nelle farmacie e momenti di confronto con la cittadinanza, sono state realizzate numerose azioni di prossimità senza dimenticare la comunicazione digitale. Azioni diverse, per caratteristiche e modalità, ma tutte finalizzate a tradurre i messaggi della campagna in attività concrete e vicine alle persone, soprattutto anziani e fragili.

“Ricordati di Stare Bene” ha coinvolto, in particolare, oltre 80 comuni rappresentativi di un bacino potenziale di circa 8 milioni di cittadini, attivando una rete territoriale – e piazze virtuali – di sensibilizzazione e vincendo la “sfida” di portare il tema dell’aderenza terapeutica, anche quando c’è una cronicità, nei contesti locali.

Più di 80 comuni hanno organizzato attività strutturate e azioni di prossimità

«Siamo molto soddisfatti di come questa campagna si sia sviluppata nel tempo e dei risultati che ha saputo generare. Quello che abbiamo visto nei territori non sono state semplici adesioni formali, ma iniziative di valore. “Ricordati di Stare Bene” ha coinvolto attori nuovi che, una volta entrati in questo percorso, hanno saputo contribuire in modo autentico e originale, arricchendo la campagna stessa – ha sottolineato Francesco Macchia, Direttore di HappyAgeing durante l’evento – Lanciare una iniziativa come questa non era scontato: richiede coraggio, visione e la volontà di mettere al centro un tema spesso trascurato nel dibattito pubblico. HappyAgeing lo ha fatto e ribadisce la necessità di dare seguito a quanto costruito lavorando tutti insieme alla creazione di un’Alleanza che possa dare continuità agli sforzi fatti e trasformare la sensibilizzazione in cambiamento strutturale. Occorre, quindi, fare rete più possibile perché la mancata aderenza terapeutica, in particolare in caso di patologie croniche, rappresenta un grandissimo limite alle nostre capacità di cura».

«La campagna “Ricordati di Stare Bene” ha rappresentato un’importante occasione per riportare al centro del dibattito pubblico il tema dell’aderenza terapeutica, contribuendo a sensibilizzare cittadini, istituzioni e operatori sanitari sull’importanza di seguire correttamente i percorsi di cura, soprattutto per le persone anziane e i pazienti cronici – ha affermato Fabrizio d’Alba, Presidente Nazionale Federsanità – I risultati raggiunti hanno confermato quanto sia fondamentale investire nella prevenzione, nell’informazione e nella prossimità territoriale per migliorare la qualità della vita delle persone e rafforzare la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. La risposta ricevuta nei territori, grazie al coinvolgimento delle aziende sanitarie, dei Comuni e delle reti civiche, ha dimostrato che costruire consapevolezza attorno alla salute è possibile solo attraverso un lavoro condiviso e continuativo. L’esperienza maturata con “Ricordati di Stare Bene” – ha aggiunto – non si conclude con la fine della campagna. Federsanità continuerà a promuovere sui territori iniziative, percorsi di sensibilizzazione e strumenti di supporto rivolti ai cittadini, affinché l’aderenza terapeutica diventi sempre più parte integrante di una cultura della salute fondata sulla responsabilità, sulla vicinanza ai bisogni delle persone e sulla collaborazione tra istituzioni e comunità».

«L’aderenza terapeutica è un vero patto di responsabilità tra cittadini, comunità e sistema sanitario»

«L’aderenza terapeutica non è soltanto una corretta assunzione dei farmaci, ma un vero patto di responsabilità tra cittadini, comunità e sistema sanitario. La campagna “Ricordati di Stare Bene” dimostra quanto sia fondamentale costruire reti territoriali capaci di accompagnare soprattutto gli anziani e i pazienti cronici nei percorsi di cura. Come Federsanità – ha evidenziato Giovanni Iacono, Vicepresidente Vicario di Federsanità con Delega specifica sul progetto – crediamo che prevenzione, prossimità e partecipazione civica siano strumenti decisivi per migliorare la qualità della vita e ridurre ricoveri evitabili. I Comuni, insieme ai professionisti sanitari e al Terzo settore, possono diventare protagonisti di una nuova alleanza per la salute pubblica».

«Siamo orgogliosi di aver sostenuto la campagna “Ricordati di Stare Bene”, un’iniziativa che ha dimostrato come la cura diventi realmente efficace quando si fa rete sul territorio. L’invecchiamento della popolazione sta generando una crescente domanda di assistenza che l’attuale SSN fatica a soddisfare, determinando criticità sociali e sanitarie. Parlando di malattie cardiovascolari, è prioritario investire nella prevenzione primaria e secondaria promuovendo stili di vita salutari e favorendo l’aderenza terapeutica, che non è solo un atto medico, ma un pilastro fondamentale della salute pubblica. In una popolazione sempre più anziana e fragile, cronica e complessa, migliorare i livelli di aderenza alle cure significa prevenire complicanze gravi e garantire anni di vita in salute oltre che contribuire alla sostenibilità del SSN», ha concluso Emilio Gagliardi, Managing Director Servier Italia & Malta.

“Ricordati di stare bene”, i vincitori della “sfida” sull’aderenza

A chiusura della campagna sono stati assegnati i riconoscimenti alle realtà locali più attive nella diffusione dei contenuti, sulla base della capacità di coinvolgimento dei territori e dell’efficacia delle iniziative. Cinque i Premi attribuiti.

Premio Silver Engagement

Il premio riconosce al Comune di Anzio un impegno costante e coerente nella promozione dell’aderenza terapeutica e della corretta assunzione delle terapie. Grazie alla diffusione di materiali informativi, al coinvolgimento dei medici di famiglia e al dialogo continuo con la popolazione over 65, la campagna ha raggiunto i cittadini in modo concreto e vicino alla quotidianità. L’uso di linguaggi e strumenti comunicativi diversi, istituzionali e più creativi, ha inoltre favorito una maggiore comprensione e attenzione al tema, soprattutto tra gli anziani. Il premio è stato consegnato da Claudia Giovannini, Responsabile Area Salute, Pari Opportunità, Politiche Attive del Lavoro e Conferenze, ANCI, a Serena De Lucia, Presidente Commissione Servizi Sociali del Comune di Anzio.

Premio Communication Impact

Il premio riconosce al Comune di Siena il valore comunicativo e sociale degli “Stati Generali della Salute”, iniziativa che ha promosso un confronto ampio e partecipato sui temi della longevità, della prevenzione e della qualità della vita. Nell’ambito della giornata dedicata alla longevità, l’aderenza terapeutica è stata valorizzata come elemento centrale nella gestione della cronicità e nella continuità delle cure. L’evento ha inoltre contribuito ad ampliare la diffusione della campagna, rafforzando il coinvolgimento della comunità e del territorio. Il premio è stato consegnato da Francesco Caroli, Coordinatore Nazionale Rete Città Sane – OMS, a Nicoletta Fabio, Sindaco del Comune di Siena, insieme a Giuseppe Giordano, Assessore alla Sanità e Diritto alla Salute del Comune di Siena.

Premio Networking – Speciale Cronicità

Il premio assegnato all’Azienda Tutela della Salute Liguria – Area Sociosanitaria Locale n.4 riconosce la capacità di costruire e consolidare una rete territoriale efficace e inclusiva per la gestione della cronicità e la promozione dell’aderenza terapeutica, attraverso strumenti informativi accessibili e attività rivolte all’intera popolazione, comprese le fasce meno digitalizzate. Un impegno particolarmente rilevante nelle patologie croniche, come quelle cardiovascolari, dove continuità delle cure, consapevolezza del paziente e prossimità dei servizi rappresentano elementi fondamentali per la qualità dell’assistenza nel tempo. Il Premio è stato consegnato da Viviana Ruggieri, External Relations, Market Access & Regulatory Director, Servier Group Italia, a Rosaria Canevari, Dirigente Farmacista Struttura Complessa S.C. Farmacia Azienda Tutela della Salute Liguria – Area Sociosanitaria Locale n.4, e Maria Elena Secchi, Coordinatore Area 4 – Azienda Tutela della Salute Liguria – Area Sociosanitaria Locale, collegata da remoto.

Menzioni Speciali

La Menzione Speciale assegnata alla Farmacia Marzani (Castelli Calepio, BG) riconosce la capacità di affrontare il tema dell’aderenza terapeutica con un linguaggio innovativo, accessibile e vicino alla quotidianità delle persone. Un approccio efficace nel coinvolgere un pubblico ampio, in particolare le fasce più anziane, favorendo una maggiore attenzione alla corretta assunzione delle terapie. Un contributo che conferma la farmacia come presidio di prossimità e punto di riferimento per la continuità delle cure. Il premio è stato consegnato da Eugenio Leopardi, Presidente Federfarma Lazio e Coordinatore del Consiglio Nazionale della Federazione Nazionale Unitaria dei Titolari di Farmacia Italiani, a Mario Andolfi, Titolare della Farmacia Marzani, collegato da remoto.

La Menzione Speciale assegnata a Federsanità ANCI Friuli-Venezia Giulia riconosce l’impegno costante e concreto nel farsi promotrice dei contenuti della campagna, contribuendo in modo significativo e rilevante alla loro diffusione. Una collaborazione che rappresenta un esempio tangibile di partecipazione attiva e responsabile, per contribuire agli obiettivi di salute pubblica e favorire una cultura diffusa dell’aderenza terapeutica. Il premio è stato consegnato da Michele Conversano, Presidente C.T.S. HappyAgeing, a Giuseppe Napoli, Presidente Federsanità ANCI Friuli-Venezia Giulia.

“L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità” è un evento realizzato con il contributo non condizionante del Gruppo Servier in Italia.

A tre anni dal decreto che ne programmava l’estinzione gettonisti ancora nella metà dei pronto soccorso

Rapporti di lavoro precario ancora diffusi

In base al decreto di tre anni fa, che avviava i loro contratti “ad esaurimento”, dovevano essere l’eccezione, che ad oggi invece conferma la regola: nella metà abbondante dei pronto soccorso dei nostri ospedali si fa ancora uso dei gettonisti, con tutto quel che ne consegue in termini di spesa e, soprattutto, di organizzazione del lavoro. Segno di una carenza di personale, indicata come una priorità sulla quale intervenire da oltre il 57% dei medici. Certo è che le condizioni di lavoro vengono giudicate in peggioramento da sette professionisti su dieci e questo spinge il 26,4% dei medici a pensare di lasciare anticipatamente il lavoro, mentre il 20,2% pianifica la fuga verso il privato e il 10,1% valuta l’estero.

L’indagine FADOI e il malessere della classe medica

È questa l’anamnesi che inquadra lo stato di profondo malessere della classe medica fornita dall’indagine di FADOI – la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti – condotta su un campione rappresentativo di tutte le Regioni, eccetto Basilicata e Valle d’Aosta, presentata in occasione del Congresso nazionale di Rimini dal 23 al 25 maggio. Uno stato di stress lavorativo che oggi vive un medico su quattro e che ha spinto il 65,4% degli internisti ospedalieri a vivere almeno una volta una condizione di burnout, che porta con sé “stanchezza cognitiva”, più errori diagnostici e peggiore comunicazione con i team sanitari e con i pazienti. Come tutto ciò finisca per mettere a rischio la salute dei ricoverati lo mette in chiaro uno studio della Johns Hopkins University School of Medicine, che rileva come il 36% dei medici in burnout commetta almeno un errore grave all’anno. Percentuale che, proiettata sui numeri italiani, si sostanzierebbe nel rischio di 20mila errori gravi compiuti dai medici, 70mila e oltre da parte degli infermieri per un totale di circa 100mila errori sanitari all’anno.

Normativa e realtà: il ricorso ai gettonisti

Tornando ai gettonisti, è bene ricordare che il Decreto-legge 34 del 2023 e le successive modificazioni ne hanno limitato l’uso solo in via temporanea ed eccezionale, con la progressiva eliminazione dei contratti con cooperative di medici e il divieto di nuove forme di esternalizzazioni non giustificate. Ebbene, se guardiamo alle Unità operative di medicina interna, l’indagine FADOI rileva che meno del 20% fa ancora in qualche misura uso di gettonisti o professionisti con contratto di lavoro autonomo. Le cose però cambiano, e di molto, quando si punta la lente sui pronto soccorso dove prestano la loro opera molti medici di medicina interna. Qui il ricorso alle esternalizzazioni avviene nel 54,8% delle strutture. Spesso, come più volte rilevato dalle cronache, in assenza di specializzazione e di affiatamento con i team professionali dell’ospedale.

Stress, burnout e fuga dal Servizio sanitario nazionale

Ma a mettere a rischio i pazienti è anche lo stress lavorativo che colpisce sempre più camici bianchi spingendoli fuori dal perimetro del nostro SSN. Il 25% degli internisti – ma le stesse percentuali verrebbero probabilmente ricavate anche per altre specialità mediche – si trova a soffrire uno stato di burnout, che ha colpito in passato almeno una volta il 65,4% di loro. Questo spinge un medico su quattro (per l’esattezza il 26,4%) a meditare il pensionamento anticipato, mentre il 20,2% pensa di lasciare il pubblico per il privato, con il 10,1% che opterebbe invece per la fuga all’estero, magari alla ricerca di retribuzioni e condizioni di lavoro migliori.

Meno attrattive le case di comunità, i nuovi maxi ambulatori finanziati con 2 miliardi del PNRR, dove dovrebbero lavorare al fianco medici di famiglia e specialisti ambulatoriali, ma che la proposta di Decreto-legge presentata dal Ministro della Salute Orazio Schillaci alle Regioni apre anche ai medici dipendenti. Un cambio di casacca che nell’indagine FADOI sembra suscitare interesse nel 18,8% dei medici internisti, che per la loro visione a 360 gradi dei pazienti con pluricronicità sarebbero probabilmente tra gli specialisti ospedalieri più indicati a supportare l’attività assistenziale delle nuove strutture territoriali.

Condizioni di lavoro e priorità per il rilancio

Resta il fatto che a spingere i medici fuori dall’ospedale sono le peggiorate condizioni di lavoro dentro i reparti, giudicate tali dal 49,5% dei medici internisti e “molto peggiorate” dal 19,7% di loro, mentre chi vede le cose meglio di prima è soltanto il 14,9%.

Variegate le ricette fornite dai medici per migliorare qualità dell’assistenza e condizioni di lavoro. Potendo dare anche due risposte, il 57,2% ha indicato come prioritaria l’assunzione di personale medico e infermieristico. Ma l’opzione più gettonata dal 61,5% è la riclassificazione delle medicine interne da bassa a medio-alta intensità di cura. Un riconoscimento della complessità dei casi già oggi trattati dalle Unità operative dove prestano assistenza gli internisti, che dovrebbe coerentemente tradursi in maggiori dotazioni di letti, personale e tecnologie sanitarie. Per il 34,6% tra le priorità ci sarebbe invece garantire un maggiore coordinamento e la continuità assistenziale tra ospedale e territorio, mentre il 17,8% indica l’offerta di maggiori opportunità di carriera e appena il 3,9% il rinnovamento del parco tecnologico ospedaliero.

Montagnani, Presidente FADOI: «Rischio desertificazione ospedali dietro l’angolo»

«I risultati dell’indagine – commenta il Presidente FADOI, Andrea Montagnani – indicano che la desertificazione dei nostri ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale. Carichi di lavoro a volte insopportabili e incompatibili con un minimo di vita privata e familiare, scarse aspettative di carriera e condizioni contrattuali non degne della professione hanno già spinto circa 12mila medici negli ultimi anni ad abbandonare il servizio pubblico. Un vuoto che diventerebbe voragine se ora decidesse di passare dalle intenzioni ai fatti soltanto un terzo di quel 57% che ha manifestato l’idea di lasciare o per il pensionamento anticipato o per il privato oppure per l’estero».

«Come uscire da questa situazione – prosegue il Presidente FADOI – ce lo dicono gli stessi medici internisti, che indicano tra le priorità assumere personale, creare un legame più solido tra ospedale e territorio con una regia che strategicamente potrebbe essere affidata alle medicine interne, che più di altre specialità si fanno carico di pazienti fragili e complessi. Ma proprio per gli internisti la priorità delle priorità resta quella di rendere coerente la classificazione delle medicine interne con le sempre più complesse funzioni assistenziali svolte. Come indicano i dati allarmanti sul burnout, ne va della salute dei medici, ma in primis della qualità delle cure».

Sanità digitale, l’Italia accelera: 2,7 miliardi investiti ma l’AI corre più veloce del sistema

C’è un momento in cui la trasformazione digitale smette di essere una promessa e diventa infrastruttura. La sanità italiana sembra trovarsi esattamente lì: in una terra di mezzo dove il PNRR ha acceso i motori dell’innovazione, ma dove il rischio concreto è che il sistema non riesca ancora a reggere la velocità del cambiamento.

Per la prima volta la digitalizzazione sanitaria non appare più un insieme di sperimentazioni isolate, ma un asse strategico del SSN

È il quadro restituito dall’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, dal titolo emblematico: “Consolidare il futuro: la Sanità Digitale tra investimenti da valorizzare e nuove sfide dell’AI”. Una ricerca che racconta un settore in piena accelerazione, ma anche attraversato da fragilità profonde.

La spinta del PNRR: 2,7 miliardi per la sanità digitale

Nel 2025 la spesa per la sanità digitale in Italia ha raggiunto i 2,7 miliardi di euro, con una crescita del 9% rispetto al 2024. Un incremento trainato soprattutto dagli investimenti del PNRR, in particolare sul Fascicolo sanitario elettronico 2.0 e sulle infrastrutture regionali di telemedicina.

Ma dietro il dato economico si nasconde un elemento politico e organizzativo molto più rilevante: per la prima volta la digitalizzazione sanitaria non appare più un insieme di sperimentazioni isolate, ma un asse strategico del Servizio sanitario nazionale.

Le aziende sanitarie indicano con chiarezza le priorità dei prossimi anni: cybersecurity (90%), servizi digitali al cittadino (81%), cartella clinica elettronica (76%), telemedicina (74%), AI (71%), in crescita di 8 punti percentuali rispetto al 2025.

La cybersecurity si conferma dunque la prima preoccupazione del sistema, segnale di una sanità sempre più esposta al rischio cyber. Ma il vero protagonista emergente è l’AI, ormai entrata stabilmente nell’agenda strategica delle organizzazioni sanitarie.

Ambiti ritenuti molto rilevanti dal punto di vista dei decisori strategici delle aziende sanitarie italiane (campione: 68 aziende sanitarie). Fonte: Osservatorio Sanità Digitale 2026, Politecnico di Milano

I nodi irrisolti: soldi, competenze e sostenibilità

La ricerca dell’ateneo milanese mostra però come le criticità strutturali restino ancora largamente irrisolte.

La limitata disponibilità di risorse economiche continua a rappresentare il principale ostacolo all’innovazione per il 48% delle strutture sanitarie, anche se in calo di 7 punti percentuali rispetto al 2024. Seguono carenza di competenze (36%), scarsa cultura digitale (29%) e rischio di sostenibilità post-PNRR (27%).

Cosa succederà quando finirà la spinta straordinaria dei fondi europei?

Ed è proprio quest’ultimo dato a raccontare la vera inquietudine del settore: cosa succederà quando finirà la spinta straordinaria dei fondi europei?

Molte strutture temono che i progetti avviati possano rallentare, essere ridimensionati o addirittura interrompersi. Nel privato, invece, cresce la preoccupazione per i costi necessari ad adeguarsi agli standard di interoperabilità del Fascicolo sanitario elettronico (Fse), segnalata dal 17% delle organizzazioni.

Telemedicina: piattaforme pronte, utilizzo ancora limitato

Sul fronte della telemedicina, il 2025 ha segnato il completamento degli interventi necessari per rendere operative le piattaforme regionali previste dal PNRR. Tuttavia, nei primi mesi del 2026 gli effetti concreti sugli utilizzi risultano ancora limitati.

Le Regioni stanno procedendo con strategie differenti. Alcune hanno puntato sulle patologie croniche ad alta incidenza, altre hanno scelto di partire dalle strutture già coinvolte in progetti precedenti.

La televisita è oggi il servizio più diffuso – presente nel 61% delle strutture sanitarie e utilizzata dal 29% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale (Mmg). Seguono il teleconsulto tra ospedali (49%) e il telemonitoraggio (30%).

Meno di un terzo dei professionisti utilizza piattaforme dedicate all’uso sanitario

Ma il dato più significativo è un altro: meno di un terzo dei professionisti utilizza piattaforme dedicate all’uso sanitario. Segno che il cambiamento organizzativo è ancora lontano dall’essere completato.

Anche le farmacie stanno assumendo un ruolo crescente in tema di digitalizzazione dei servizi sanitari. L’84% offre servizi di telecardiologia e il 19% quelli di teledermatologia.

Cartella clinica elettronica e Fascicolo sanitario: la sfida dei dati

L’83% delle strutture sanitarie dichiara di avere una cartella clinica elettronica attiva. E tra i professionisti, la utilizza il 63% dei medici specialisti, il 47% degli infermieri, in crescita di 6 punti percentuali.

Nelle strutture pubbliche il livello di utilizzo tra gli specialisti ospedalieri raggiunge addirittura il 77%, chiaro effetto degli investimenti PNRR.

In crescita anche l’utilizzo del Fse, le cui potenzialità sono sfruttate da quasi uno specialista su due, cioè il 48% (+4%), dal 67% dei medici di medicina generale (+10%) e dal 30% degli infermieri (+4%).

Quanto ai cittadini, il 53% degli italiani ha effettuato almeno un accesso al Fse, con un incremento di 11 punti percentuali rispetto al 2024.

Oltre un italiano su due ha utilizzato il Fse almeno una volta nell’ultimo anno (+11%)

Eppure, il sistema resta frenato da problemi di interoperabilità e integrazione incompleta. Accede al Fse direttamente dagli strumenti aziendali solo il 30% dei medici specialisti e il 20% degli infermieri.

Una criticità che rischia di compromettere anche il futuro Ecosistema dei Dati Sanitari (Eds), destinato dal 2027 a passare sotto la responsabilità operativa di Agenas.

L’AI entra negli ospedali. Ma spesso senza governance

La parte più dirompente della ricerca riguarda però l’intelligenza artificiale.

L’Osservatorio fotografa una situazione paradossale: le aziende sanitarie stanno adottando l’AI lentamente, mentre i professionisti la stanno già usando massicciamente, spesso con strumenti non aziendali e non progettati per uso clinico.

Le soluzioni di AI per il supporto alla diagnosi sono presenti solo nel 10% delle strutture sanitarie. Ma tra i medici specialisti il 34% utilizza già AI per supporto diagnostico, il 28% usa strumenti per generazione o revisione di testi.

Ancora, la ricerca evidenzia come l’utilizzo dell’AI generativa nell’ultimo anno è esploso un po’ tra tutte le professioni sanitarie. In particolare, la utilizza il 61% dei medici specialisti (+35%), il 61% dei Mmg (+19%) e il 37% degli infermieri (+18%).

Quasi sempre, però, si tratta di piattaforme generaliste.

Circa sei medici su dieci utilizzano l’AI generativa nella pratica clinica

Molto interessante anche un altro aspetto: i professionisti mostrano una crescente consapevolezza dei rischi collegati all’uso dell’AI nella propria pratica medica. Il 63% dei medici specialisti teme criticità legate alla responsabilità professionale e il il 70% riconosce che gli output dipendono fortemente dalla qualità dei prompt.

Utilizzo dell’AI generativa da parte dei professionisti sanitari (campione: 759 medici specialisti, 137 MMG e 1.150 infermieri). Fonte: Osservatorio Sanità Digitale 2026, Politecnico di Milano

Competenze insufficienti: solo il 2% dei medici è davvero preparato

Il vero allarme emerge sul fronte delle competenze. Secondo l’Osservatorio, infatti, solo il 2% degli specialisti dichiara competenze buone o ottime in tutti gli ambiti dell’AI e appena un terzo ha partecipato a programmi di formazione specifici.

Ma quali sono le lacune principali? Significativo sottolineare che riguardano aspetti fondamentali quali il concetto di Explainable AI, conosciuto solo dall’8% dei professionisti della salute, la capacità di riconoscere contenuti manipolati o generati artificialmente (lo sa fare solo l’8%). Ancora, appena il 15% dichiara competenze di change management.

L’adozione dell’AI, insomma, sta correndo molto più rapidamente della capacità del sistema di governarla.

Anche i cittadini cambiano: il boom dell’AI per la salute

La rivoluzione digitale della sanità e della salute però non riguarda soltanto medici e ospedali.

La quota di cittadini che utilizza strumenti di AI generativa per temi sanitari è passata dall’11% al 36% in un solo anno. Tra i pazienti la percentuale raggiunge il 38%.

Gli utilizzi più frequenti sono legati ad autodiagnosi, interpretazione di esami clinici e spiegazione di referti.

La quota di cittadini che utilizza strumenti di AI generativa per temi sanitari è passata dall’11% al 36% in un solo anno

Il 32% dei cittadini ha già sentito parlare di soluzioni come “ChatGPT Salute”, mentre l’11% dichiara che le utilizzerebbe, spesso solo su indicazione del medico.

È un segnale potentissimo: la domanda di supporto digitale alla salute esiste già. E oggi viene intercettata quasi esclusivamente da piattaforme generaliste sviluppate dalle Big Tech.

La sensazione, leggendo i dati dell’Osservatorio, è che la sanità italiana abbia ormai imboccato una strada senza ritorno. L’AI è già entrata nei reparti, nelle farmacie, negli studi medici e persino nelle case dei cittadini. Il punto non è più capire se questa trasformazione avverrà, ma se il sistema sarà capace di governarla.

Perché la vera partita, adesso, non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda il modello di sanità che l’Italia vuole costruire: una sanità dove i dati rafforzano la relazione di cura, oppure un ecosistema dove gli algoritmi iniziano a colmare, da soli, i vuoti lasciati dall’organizzazione umana.