Il nuovo Centro Unico di Prenotazione (CUP) della Regione Piemonte, dotato di un sistema di intelligenza artificiale integrato, è in ritardo. Secondo il cronoprogramma stilato in un primo momento dall’assessorato alla Sanità insieme ad Azienda Zero, la nuova piattaforma sarebbe dovuta entrare in funzione a partire dal primogennaio 2026; oggi però tutta la procedura è frenata a causa di un ricorso, portato avanti dal secondo classificato in graduatoria per aggiudicarsi il servizio. L’udienza per dirimere la controversia è fissata al 19 marzo e anche l’avvio del sistema è slittato alla prossima estate.
L’intervento per realizzare la nuova infrastruttura tecnologica ha un valore stimato di 7,2 milioni di euro
Recentemente, il caso è stato discusso dal consiglio regionale del Piemonte. A riportare il tema in aula è la consigliera di Alleanza Verdi e Sinistra Giulia Marro, tramite un question time; ma anche Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle si sono dimostrati particolarmente sensibili allo sviluppo del nuovo Centro Unico di Prenotazioni.
La risposta dell’assessorato
«Proprio perché ci siamo resi conto che l’attuale CUP era un sistema ormai superato, con limiti strutturali evidenti, abbiamo scelto di non limitarci a interventi tampone, ma di realizzare un CUP completamente nuovo, moderno e, primi in Italia, integrato con strumenti di intelligenza artificiale» commentava l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, a margine della seduta del consiglio del 27 gennaio. E, anche in occasione della conferenza stampa di inizio anno della giunta di Alberto Cirio, Riboldi ha ribadito la centralità dell’operazione. A oggi, l’avvio del nuovo CUP è previsto perl’estate del 2026.
Il nuovo CUP con AI
L’intervento per realizzare la nuova infrastruttura tecnologica ha un valore stimato di 7,2 milioni di euro. La piattaforma, una volta in funzione, prevede un’interfaccia unificata per cittadini e operatori, oltre a un sistema semplificato per prenotare, modificare o annullare le prestazioni sanitarie. L’integrazione con i sistemi informativi regionali, poi, mira a migliorare la gestione delle disponibilità in agenda, anche grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
La gara e il ricorso
La procedura di gara per l’affidamento del nuovo CUP si è conclusa il 26 settembre 2025, con l’aggiudicazione formalizzata tramite una delibera. Il bando era stato vinto dal raggruppamento di imprese guidato da GPI S.p.A. Successivamente, il secondo operatore in graduatoria ha presentato un ricorso, «senza effetti sospensivi».
A oggi, l’avvio del nuovo CUP è previsto per l’estate del 2026 ma la fase di transizione durerà fino a fine anno
Durante l’udienza cautelare che si è tenuta lo scorso 13 gennaio, infatti, la parte ricorrente ha rinunciato alla richiesta di sospensione. Questo significa che non esisterebbero ostacoli giuridici all’avvio del nuovo servizio. Pertanto, «l’aggiudicazione resta pienamente valida ed efficace» come rimarca l’assessorato. Azienda Zero infatti sta andando avanti, predisponendo tutti gli atti necessari alla stipula del contratto e all’avvio delle prestazioni.
Il rinnovo del vecchio CUP fino a fine anno
Il nuovo CUP regionale sarà sviluppato attraverso due macro-fasi. Inizialmente, si procederà con lo sviluppo del sistema; dopodiché seguirà una fase di diffusione e messa a regime presso tutte le Aziende sanitarie regionali e i soggetti privati accreditati.
Durante la fase di transizione «è stato previsto l’utilizzo dell’attuale infrastruttura fino al 31 dicembre 2026, proprio per garantire continuità e tutela dei cittadini mentre costruiamo il CUP del futuro».
Azienda Zero sta procedendo con gli atti necessari all’avvio delle prestazioni
«Non stiamo rincorrendo un problema – conclude l’assessore – ma stiamo anticipando il cambiamento, investendo in innovazione e tecnologia per offrire ai piemontesi un servizio sanitario più efficiente, moderno e affidabile».
Il caso politico
Oltre ad AVS, anche il PD ha sollecitato la giunta Cirio a intervenire sui problemi del vecchio CUP. «Manca una assunzione di responsabilità. I cittadini hanno diritto a sapere cosa non ha funzionato e perché, soprattutto quando il problema si trascina nel tempo» commenta il vicepresidente della Commissione Sanità del Consiglio regionale, Daniele Valle (PD).
Nuovi server e disservizi
Per sopperire alle difficoltà del sistema attualmente disponibile, la Regione ha introdotto quattro server aggiuntivi, con un investimento pari a circa 400 mila euro. Il problema, tuttavia, non può dirsi risolto e sono ancora numerose le segnalazioni di chi non riesce a prenotare visite ed esami.
Resta aperto anche il tema delle mancate disdette di chi, in questi giorni, non è riuscito a mettersi in contatto con il CUP per annullare il proprio appuntamento.
Maria Luisa Scattoni è il nuovo direttore del Centro nazionale malattie rare dell’Istituto Superiore di Sanità. Dirigente di ricerca dell’ISS, Scattoni assume la guida del Centro in una fase strategica per il rafforzamento delle politiche nazionali ed europee dedicate alle malattie rare.
Attualmente coordinatrice dell’Osservatorio Nazionale Autismo, Scattoni ha costruito il proprio percorso professionale nella gestione di network clinici di eccellenza, come NIDA e BABY@NET, focalizzati sulla sorveglianza e sulla diagnosi precoce dei disturbi del neurosviluppo. Le attività si sono sviluppate in stretta collaborazione con pediatrie di libera scelta, servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e terapie intensive neonatali, con l’obiettivo di promuovere modelli assistenziali omogenei e tempestivi.
Nel nuovo incarico, Scattoni porta una consolidata esperienza nel coordinamento di registri epidemiologici e sistemi di sorveglianza a livello nazionale ed europeo. In ambito scientifico e regolatorio ha svolto un ruolo centrale nell’elaborazione delle due Linee guida dell’ISS per la diagnosi e il trattamento dei disturbi dello spettro autistico, documenti di riferimento per l’armonizzazione delle pratiche cliniche sul territorio nazionale.
La nomina di Scattoni rafforza il collegamento tra ricerca scientifica e politiche per le malattie rare
Il suo profilo scientifico comprende oltre 140 pubblicazioni peer-review e un H-index pari a 42, a testimonianza di un impegno continuativo nella ricerca sui meccanismi molecolari, sui marcatori comportamentali e sulla genomica funzionale. Nel corso della carriera ha guidato progetti istituzionali finanziati con fondi ministeriali e contribuito alla redazione di atti normativi rilevanti, tra cui il decreto legislativo sulla riforma della disabilità, anche in qualità di componente dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità.
Scattoni succede a Domenica Taruscio alla direzione del Centro nazionale malattie rare.
In un editoriale pubblicato di recente sulla newsletter RaraMente, la neo-direttrice delinea le priorità strategiche che orienteranno l’attività del Centro sotto la sua guida, rafforzando il legame tra ricerca scientifica e implementazione di politiche sanitarie eque per le persone con malattie rare in Italia.
Il rapporto tra università e Servizio Sanitario Nazionale necessita di una regolazione definitiva, dopo oltre dieci anni di sperimentazione senza un quadro normativo armonizzato. È quanto ha sottolineato Fabiola Fini, vicepresidente vicario FVM (Federazione Veterinari e Medici) e vice segretario nazionale dello Sindacato Medici Italiani(SMI), intervenendo a Roma nel gruppo del Ministero dell’Università e della Ricerca per l’analisi degli esiti della sperimentazione prevista dal decreto legislativo n. 517/1999.
Nel corso dell’intervento, Fini ha evidenziato la necessità di approfondire le differenze tra Aziende Ospedaliero-Universitarie integrate con il SSN (AOU) e Aziende Ospedaliere Integrate (AOI) con il sistema universitario, in particolare per quanto riguarda il profilo del personale e le procedure di conferimento degli incarichi di direttore di struttura complessa.
Nelle AOU la nomina avviene tramite designazione o proposta dell’Università, previo accordo con la Regione e con l’Azienda sanitaria, secondo quanto previsto dagli artt. 6-8 del d.lgs. n. 517/1999.
Dopo anni di sperimentazione serve una disciplina stabile dei rapporti tra università e Servizio sanitario nazionale
Diversamente, nelle Aziende Ospedaliere Integrate — prive di integrazione strutturale con l’Università e orientate alla sola funzione assistenziale — il medesimo incarico è conferito mediante concorso pubblico, con valutazione comparativa dei titoli e colloquio tecnico. La diversità dei procedimenti, ha spiegato, «non integra una disparità di trattamento», ma riflette «la differente natura funzionale dei due modelli: nelle AOU prevale la logica dell’integrazione didattico-assistenziale e della qualificazione scientifica, nelle AOI (o ACOI nella terminologia regionale) prevale invece la logica del servizio sanitario universale e della selezione concorsuale aperta».
Da questa impostazione deriva l’esigenza di «superare il quadro normativo definito dal d.lgs. n. 517/99» e di arrivare a una disciplina definitiva dei rapporti tra università, SSN e servizi sanitari regionali. Fini ha inoltre richiamato il possibile contributo degli ospedali universitari nel contrastare il collasso dei Pronto Soccorso e ha auspicato «in tempi brevi» un nuovo Protocollo d’Intesa nazionale tra Regioni e Università, accompagnato da «un provvedimento legislativo ad hoc» condiviso con le organizzazioni sindacali.
In occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile (15 febbraio), il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica(CNAO) lancia due nuove iniziative per i bambini e i loro caregiver, sottolineando come la cura inizi dall’accoglienza. Ogni anno infatti decine di piccoli pazienti provenienti da tutta Italia arrivano al Centro per sottoporsi a trattamenti di protonterapia, particolarmente indicati in alcuni tumori pediatrici perché riducono il rischio di effetti collaterali a medio-lungo termine, salvaguardando la qualità di vita futura dei sopravvissuti.
Oltre alla gestione clinica, il CNAO supporta le famiglie anche dal punto di vista organizzativo ed economico. Un ciclo di adroterapia richiede una permanenza di circa cinque-sette settimane, durante le quali trovare un alloggio può rappresentare un problema. Grazie a donazioni di associazioni di pazienti e privati, il Centro offre contributi per i costi degli alloggi e collabora con realtà come Abbracci d’Amore, Amici del Sorriso, Casa Leona, Fondazione Asino, Perché tu sorridi e Sara Angela Boffi, per facilitare la permanenza delle famiglie a Pavia.
La qualità clinica deve procedere di pari passo con l’umanizzazione delle cure: «Se sbagliamo l’accoglienza, sbaglieremo la cura»
Per rendere la terapia più comprensibile e a misura di bambino, è in arrivo una nuova edizione del libro di MeV, il cagnolino mascotte del Centro, che racconta il percorso di cura come un’avventura illustrata, con grafica realizzata da Giada Ungredda in memoria della sorella gemella trattata al CNAO. Inoltre, grazie agli studenti dello IED – Istituto Europeo di Design, è stato realizzato un video animato con protagonista il piccolo protone Peter, che spiega ai bambini che cos’è e come funziona l’adroterapia, trasformando macchinari complessi in giochi e navicelle spaziali.
Lo staff CNAO
Il CNAO sottolinea come la qualità clinica debba procedere di pari passo con l’umanizzazione delle cure. «Se sbagliamo l’accoglienza, sbaglieremo la cura», spiega Sabina Vennarini, responsabile della radioterapia pediatrica del Centro.
L’obiettivo è sempre quello di garantire a ogni bambino e ai suoi caregiver un’accoglienza attenta, in linea con l’approccio generale del CNAO al paziente pediatrico, caratterizzato da una presa in carico che coinvolge medici, infermieri, tecnici, psicologi e volontari. «Dalle playlist musicali scelte dai ragazzi e che noi riproduciamo durante le sedute di terapia, ai cartoni animati disegnati sulle maschere indossate dai più piccoli (dispositivi di immobilizzazione modellati sul paziente, per garantire la massima precisione del trattamento), fino agli ‘educational training’ per ridurre l’ansia, sono tanti gli accorgimenti che mettiamo in campo per aumentare il comfort di bambini e adolescenti», spiega Sara Tampellini, Healthcare Manager per la pediatra del CNAO. «Aderiamo, inoltre al progetto ‘Scuola in ospedale’ della Regione Lombardia, offrendo lezioni individuali ai nostri piccoli pazienti per garantire continuità didattica durante la permanenza a Pavia».
«Cerchiamo di essere compagni di avventura, più che semplice personale sanitario», aggiunge Arianna Maioli, responsabile infermieristica del CNAO. «Fin dal primo accesso ci presentiamo, costruiamo un rapporto di empatia e diamo un piccolo regalo per far sentire il bambino accolto. Ci vediamo ogni giorno per diverse settimane: questo crea un clima familiare che rende CNAO una seconda casa. Alla fine del percorso, consegniamo un attestato di coraggio e un piccolo pensiero, per celebrare insieme il traguardo raggiunto».
In occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile, è possibile contribuire a sostenere i costi di alloggio dei pazienti pediatrici: clicca qui per i dettagli
Le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 non sono solo una sfida sportiva e logistica, ma anche un banco di prova per il sistema sanitario italiano. Giochi “diffusi”, territori montani difficili da raggiungere, flussi straordinari di atleti, staff, media e pubblico hanno imposto un livello di pianificazione che va ben oltre la gestione ordinaria delle emergenze.
Per capire come è stata costruita l’organizzazione sanitaria dei Giochi e quale eredità potrà lasciare al Servizio sanitario, TrendSanità ha intervistato il professor Davide Croce (Università Carlo Cattaneo-LIUC), nel suo ruolo di Olympic Hospital Advisor Manager per Milano Cortina 2026.
Programmare la sanità per un grande evento
«Essere Olympic Hospital Advisor Manager vuol dire programmare in anticipo. Noi abbiamo cominciato tre anni fa», spiega Croce. Il riferimento sono gli standard del Comitato Olimpico Internazionale, che definiscono requisiti precisi per l’organizzazione sanitaria a supporto dei Giochi.
Olimpiadi diffuse come laboratorio per migliorare assistenza, prevenzione e integrazione ospedali in territori fragili
La programmazione serve perché, quando l’evento inizia, «è pregnante al 100% e ti può impegnare in maniera molto importante anche dal punto di vista clinico». Le Olimpiadi non sono solo prevenzione e primo soccorso, ma possono tradursi in casi complessi e ad alta intensità assistenziale.
Accanto alla dimensione clinica, c’è quella manageriale. «Chi fa questo mestiere impara a programmare e va in tensione per un obiettivo. Quando è finito, ha acquisito sul campo una serie di competenze e consapevolezze che servono anche nella sanità ordinaria». Non è un caso che da esperienze precedenti, come Torino 2006, siano emerse figure poi approdate a ruoli apicali nel Servizio sanitario: numerosi direttori generali, capi dipartimento, professori universitari.
Coordinamento e lavoro interistituzionale: una palestra organizzativa
Un elemento centrale è il coordinamento. «Chi partecipa, anche come volontario, si trova a lavorare insieme alla sicurezza, alla logistica, alla protezione civile», osserva Croce. È un contesto in cui si impara rapidamente che «da soli non si va da nessuna parte».
Durante i Giochi, il personale sanitario viene spesso rinforzato con professionisti provenienti da altre province e regioni. «Questo significa lavorare con persone diverse, in contesti ad alta pressione, imparando a coordinarsi». Una competenza che resta e che rafforza il capitale umano del Servizio sanitario.
Policlinici olimpici e ospedali di riferimento: standard internazionali adattati ai territori
Davide Croce
Il fulcro dell’assistenza agli atleti e alla “famiglia olimpica” è rappresentato dai Policlinici Olimpici, strutture sanitarie temporanee che devono rispettare requisiti definiti dal CIO. «Parliamo di almeno 350 metri quadri dedicati anche alla prevenzione, con palestre per la riabilitazione e la preparazione pre-gara, e con una serie di specialità obbligatorie come ad esempio anche odontoiatria e oculistica».
Gli standard, però, non devono essere applicati in modo rigido ma devono adattarsi alle diverse realtà dei territori. «Il CIO definisce come dovrebbe essere l’organizzazione sanitaria, che poi deve essere adattata ai territori, garantendo sempre il servizio previsto». È il caso, ad esempio, di Cortina, dove il Policlinico non è all’interno del villaggio olimpico ma a circa dieci minuti di distanza: «In questo caso è stato previsto un servizio di trasporto adeguato».
Milano Cortina 2026 introduce una complessità ulteriore: «Sono le prime Olimpiadi diffuse. Abbiamo cinque villaggi olimpici e quindi cinque policlinici». Un’organizzazione che ha richiesto di «moltiplicare gli sforzi» e di armonizzare sensibilità e pratiche molto diverse tra territori come Bolzano, Milano e Livigno. «È sostanzialmente un lavoro di programmazione, definizione, adattamento, fino a raggiungere uno standard comune».
Telemedicina e second opinion: una leva essenziale per le Olimpiadi diffuse
Tra le innovazioni più rilevanti, Croce indica «l’uso massiccio del teleconsulto e della telemedicina, fondamentali soprattutto per le Olimpiadi invernali e, ancora di più, come nel nostro caso, quando si tratta di Olimpiadi diffuse». Nei territori montani, gli ospedali più piccoli non sempre dispongono di tutte le specialità necessarie.
«La distanza diventa un fattore critico», spiega. Per questo, la possibilità di ottenere rapidamente una second opinion o un supporto specialistico a distanza è diventata essenziale. La telemedicina, già sperimentata in altri contesti, trova nei Giochi un’accelerazione concreta e operativa.
Prevenzione, controlli e sicurezza alimentare: oltre la gestione dell’emergenza
Le Olimpiadi hanno rafforzato anche l’attenzione alla prevenzione. «Con l’arrivo di una popolazione così numerosa emerge con forza la necessità di evitare infezioni o altri problemi sanitari», osserva Croce. Da qui, un programma strutturato di controlli su alimentazione, rifugi, strutture pubbliche e acquedotti.
La telemedicina, già sperimentata in altri contesti, trova nei Giochi un’accelerazione concreta e operativa
A Cortina, ad esempio, sono state controllate 22 strutture pubbliche, con particolare attenzione agli acquedotti di montagna, che hanno caratteristiche diverse rispetto a quelli urbani. «Questo porta benefici anche dopo: chi viene sottoposto ai controlli impara, diventa più attento e consapevole».
Il caso Norovirus: protocolli mancanti e lezioni apprese
Tra le criticità emerse, Croce commenta il caso del norovirus che ha colpito le atlete finlandesi dell’hockey su ghiaccio. «È stato un caso di identificazione e isolamento, ma ci siamo resi conto che non esistono protocolli chiari per stabilire quando un’atleta può tornare in campo».
Il team sanitario aveva indicato una finestra temporale di 48 ore, ma «non c’era nessun obbligo formale a rispettarla». Una lacuna che, secondo Croce, «esiste ancora oggi, nonostante l’esperienza del Covid», e che sarà riportata ai livelli decisionali più alti, a partire dal CIO.
Logistica, droni e limiti regolatori
Sul fronte logistico, sono state esplorate anche soluzioni innovative. «Volevamo utilizzare i droni per il trasporto di materiali, ad esempio da Sondalo all’Ospedale Niguarda», spiega Croce. L’obiettivo era velocizzare i trasporti e ridurre i costi, evitando l’impiego di personale a bordo. Il progetto si è scontrato però con le difficoltà autorizzative: «In Italia l’uso dei droni richiede permessi complessi da parte dell’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile». Gli elicotteri notturni, invece, erano già attivi prima dei Giochi in tutte le province coinvolte.
Come tecnologia, per il futuro delle Olimpiadi diffuse, i due must sono la telemedicina e la trasmissione dei dati
«Come tecnologia, per il futuro delle Olimpiadi diffuse, i due must sono la telemedicina e la trasmissione dei dati. Sulla logistica c’è ancora poca innovazione, ma è un tema che dovrà essere affrontato».
Dopo Milano Cortina 2026: quale legacy per il sistema sanitario
Alla domanda su cosa resterà dopo i Giochi, Croce risponde senza esitazioni: «Tre cose. La prima è l’attenzione strutturata alla prevenzione. Sembra banale, ma ha costretto tutti gli operatori di montagna a pensare ai rischi a cui sono esposti turisti e residenti». I percorsi di controllo messi a punto per le Olimpiadi possono diventare standard permanenti per il turismo montano.
Lavorare in contesti complessi rafforza competenze e coordinamento, aumentando il capitale umano del Servizio sanitario
La seconda legacy è organizzativa. «Abbiamo dimostrato che, per mantenere un servizio di alto livello in montagna, servono collegamenti strutturati con i grandi ospedali di città». I casi di Sondalo/Niguarda o Belluno/Padova mostrano che i piccoli ospedali non possono essere lasciati soli. Il modello da costruire è quello di collaborazioni strutturate e obbligatorie, con supporto clinico, rotazione del personale e telemedicina.
La terza legacy riguarda le persone. «Nei momenti clou impieghiamo circa 1.400 persone per turno». Professionisti che imparano a lavorare in gruppo, anche con soggetti esterni al sistema sanitario come la protezione civile e la logistica. «È un’esperienza molto professionalizzante, diffusa nelle Regioni».
Un laboratorio per la sanità dei territori fragili
L’impatto dell’esperienza olimpica è «fortissimo sul singolo professionista», mentre sugli ospedali «va costruito» attraverso scelte di sistema. In questa direzione – ricorda Croce – si è mossa già Regione Veneto, che ha deliberato modelli di collaborazione strutturata che possono essere utili non solo per la montagna, ma anche per le aree rurali e remote, dove il problema è analogo: pochi abitanti e difficoltà ad attrarre professionisti sanitari. Schemi come Verona/Rovigo e Padova/Belluno dimostrano che i piccoli presidi possono essere sostenuti dai grandi ospedali attraverso affiancamenti stabili, rotazione del personale e telemedicina.
L’esperienza olimpica rafforza fortemente il singolo professionista, mentre sugli ospedali richiede strategie sistemiche
«Il modello è semplice: il professionista resta parte dell’ospedale hub, ma viene dislocato per un periodo sul territorio, con il supporto clinico a distanza tramite la telemedicina», spiega Croce. Un approccio replicabile anche nelle aree interne di Sardegna, Sicilia e Calabria, pur con la consapevolezza che «costa di più, ma è l’unico modo per garantire servizi di qualità».
In questo senso, Milano Cortina 2026 può diventare un laboratorio per ripensare l’assistenza nei territori fragili, montani e rurali, con un’eredità che va oltre i Giochi e che parla di prevenzione, integrazione tra ospedali, competenze e organizzazione. Una legacy che, se raccolta, può rafforzare in modo strutturale il Servizio sanitario nazionale.
Ammontano a 9,2 milioni di euro i risparmi registrati sulla spesa farmaceutica del Servizio sanitario nazionale a seguito della riclassificazione delle gliflozine e del loro passaggio dalla distribuzione per conto alla distribuzione attraverso le farmacie convenzionate. Il dato è stato esaminato nel corso della riunione del Tavolo Tecnico per il monitoraggio dell’andamento della spesa farmaceutica, svoltasi presso il Ministero della Salute.
Il Tavolo, istituito dalla Legge 213/2023 e composto da Ministero della Salute, Ministero dell’Economia e delle Finanze, AIFA, Conferenza Stato-Regioni e rappresentanze delle farmacie, ha analizzato i dati AIFA che confrontano la spesa a parità di consumi prima e dopo il cambio di canale distributivo di questa classe di antidiabetici.
Gemmato: «Il cambio di canale distributivo ha determinato, in un solo trimestre, un risparmio di 9,2 milioni di euro, come certificato dai dati AIFA»
«Il cambio di canale distributivo delle gliflozine ha determinato, in un solo trimestre, un risparmio di 9,2 milioni di euro, come certificato dai dati AIFA», dichiara il Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. «La proiezione su base annua è pari a circa 36,5 milioni di euro, con un potenziale incremento legato alle nuove condizioni negoziali in vigore dal 2026 e al completamento del trasferimento dei farmaci al canale convenzionato».
Secondo il Sottosegretario, il monitoraggio annuale previsto dalla normativa conferma l’impostazione adottata dal Governo in materia di governance farmaceutica. «Da due anni abbiamo avviato quella che definisco una “rivoluzione gentile”, grazie al passaggio di alcuni farmaci per malattie croniche dalla gestione delle farmacie ospedaliere a quelle sotto casa: un intervento capace di migliorare concretamente l’accesso alle cure per i cittadini, rafforzando il principio di prossimità», spiega Gemmato.
«Questi risultati confermano che è possibile coniugare una migliore presa in carico dei pazienti con il contenimento della spesa farmaceutica, attraverso una programmazione più efficace. Programmare, semplificare e innovare sono i pilastri dell’azione di Governo. Ogni intervento è accompagnato da un monitoraggio rigoroso della spesa, nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica e della sostenibilità del Servizio sanitario nazionale», conclude.
Un nuovo studio pubblicato su «Journal of Thrombosis and Haemostasis» da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma, e della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS in collaborazione con Sapienza Università di Roma, effettuato su tre grandi database genetici relativi alla popolazione generale, rivela che la Teleangectasia Emorragica Ereditaria (HHT o sindrome di Rendu-Osler-Weber) è molto più frequente di quanto si pensasse: fino a 4 casi su 5.000 persone. Un risultato che potrebbe aprire la strada a una diagnosi precoce basata sullo screening genetico, per prevenire le complicanze più gravi di questa malattia, tra cui emorragie interne ed eventi trombotici. I quadri clinici che ne derivano sono a elevato impatto per i pazienti e per i sistemi sanitari.
All’inizio può sembrare una semplice epistassi, ma con il passare degli anni cominciano a comparire emorragie spontanee sempre più gravi, anche a carico degli organi interni (sanguinamenti digestivi, ictus emorragici) e una forma di anemia cronica grave, che richiede frequenti trasfusioni. La malattia rara, che si eredita da uno dei genitori, è caratterizzata dallo sviluppo di vasi sanguigni anomali e malformazioni artero-venose (connessioni anomale tra arterie e vene). Questi vasi, estremamente fragili, nei giovani adulti provocano frequenti sanguinamenti spontanei dal naso, dalle mucose e dagli organi interni (come polmoni, fegato, cervello). La diagnosi della malattia è relativamente semplice, dal momento che si basa su familiarità (un genitore affetto) e su criteri clinici (criteri di Curaçao). La diagnosi clinica si integra successivamente con i test genetici.
Eleonora Gaetani
Lo studio appena pubblicato su JTH dalla Dottoressa Eleonora Gaetani (Responsabile del Centro HHT della Fondazione Policlinico Gemelli e Ricercatore di Medicina Interna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore), in collaborazione con la UOS di Biologia Computazionale e Bioinformatica di Fondazione Policlinico Gemelli e con il Dipartimento di Medicina Sperimentale della Sapienza Università di Roma è andato a valutare la prevalenza di questa condizione nella popolazione generale, attraverso l’analisi di ampi database genomici.
«Questo studio – commenta la Dottoressa Gaetani – cambia in modo sostanziale la nostra comprensione della frequenza reale della Teleangectasia Emorragica Ereditaria. Finora considerata una malattia rara (circa 1 persona su 5.000 della popolazione generale), l’analisi di grandi banche dati genetiche ha dimostrato che l’HHT è probabilmente molto più diffusa di quanto si pensasse, con una prevalenza fino a 4 casi su 5.000, e ancora più alta in alcuni gruppi di popolazione.
«Migliaia di persone potrebbero avere questa malattia senza esserne consapevoli e quindi non ricevere controlli e cure adeguate»
La novità principale inerente alla metodologia della nostra ricerca è il passaggio da stime basate sulla valutazione clinica (segni e sintomi della malattia), a stime basate sui dati genetici (cioè sulle variazioni genetiche alla base della HHT). Molte persone sono portatrici di mutazioni associate all’HHT, ma non sono diagnosticate correttamente come pazienti affetti da HHT perché i sintomi della malattia possono comparire tardivamente o essere di grado lieve. Questo significa che migliaia di persone potrebbero avere questa malattia senza esserne consapevoli e quindi non ricevere controlli e cure adeguate».
Ad oggi, non esiste una terapia genica per l’HHT. Si trattano quindi solo le sue complicanze: gestione delle epistassi (tamponamento nasale, cauterizzazione dei vasi), terapia marziale e trasfusioni (quando i sanguinamenti provocano anemia grave), procedure di radiologia interventistica (es. embolizzazione delle fistole artero-venose negli organi interni) e impiego di farmaci anti-angiogenici, con risultati estremamente eterogenei. Anche per questo è molto importante la diagnosi precoce.
Ad oggi si trattano solo le complicanze, con risultati estremamente eterogenei
«I risultati di questo studio – conclude la dottoressa Gaetani – rafforzano l’idea che l’HHT sia una patologia largamente sotto-diagnosticata. Considerato l’impatto potenziale di questa malattia su pazienti e famiglie in termini di morbilità, mortalità e fabbisogni globali, emerge le necessità di implementare le strategie di screening genetico per fare diagnosi precoci, prevenire le complicanze e migliorare la qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie».
La cultura entra ufficialmente tra gli strumenti a supporto della salute. È stato approvato in Conferenza Stato-Regioni il Protocollo d’intesa tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute sulla cosiddetta “prescrizione dell’arte”, che riconosce alla fruizione culturale un ruolo attivo nel benessere delle persone e nel miglioramento della qualità della vita.
Il Protocollo mira a valorizzare e mettere a sistema le numerose iniziative già presenti sul territorio nazionale – dalle attività museali alla musica, dal teatro al cinema, fino ai parchi archeologici – con l’obiettivo di censire le esperienze esistenti e costruire modelli replicabili su scala più ampia. Tra gli ambiti di applicazione, particolare attenzione è rivolta alle persone con patologie neurodegenerative o che vivono stati depressivi, nella prospettiva della prescrizione sociale e culturale.
«La bellezza non solo cura, ma aiuta a combattere solitudine e sedentarietà»
«Finalmente, l’Italia si doterà di uno strumento che saprà riconoscere alla cultura anche la capacità di affiancarsi alle cure mediche come strumento terapeutico», ha dichiarato il Sottosegretario alla CulturaLucia Borgonzoni. «La bellezza non solo cura – ha sottolineato – ma aiuta a combattere solitudine e sedentarietà. Il mio auspicio è che anche nel nostro Paese si riescano ad avere ricadute sul sistema economico e sociale. Pensiamo alle stime condotte in Gran Bretagna dalla University College of London, secondo cui le attività dei musei coinvolti nella prescrizione di percorsi di arteterapia hanno portato a una riduzione del 37% dei tassi di consultazione dei medici di base e del 27% delle ammissioni ospedaliere. Si calcola che per 1 sterlina investita nelle arti in prescrizione ci sia stato un ritorno che varia da 4 a 11 sterline».
«Desidero ringraziare per la collaborazione e la sensibilità dimostrata al tema il Ministro Alessandro Giuli, il Ministro Orazio Schillaci e il Governatore Massimiliano Fedriga, in qualità di Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome».
Il Protocollo rappresenta il primo accordo formale in Italia tra Salute e Cultura e affida alle Regioni un ruolo chiave nell’attuazione territoriale delle politiche.
L’America ama raccontarsi attraverso le sue curve. Quelle della crescita economica, dei mercati, della tecnologia. Ma ce n’è un’altra, meno glamour, che attraversa il corpo del Paese come una linea di febbre: la curva della salute. Nel 2025 questa linea scende e sale insieme, come un respiro irregolare dopo una lunga corsa. Non è una buona notizia, non è una cattiva notizia. È una notizia americana.
Calano le morti per overdose e omicidi e la mortalità prematura, aumentano le malattie croniche e le disuguaglianze sociali
Secondo l’America’s Health Rankings Annual Report 2025, il più longevo e completo monitoraggio sullo stato di salute della popolazione statunitense stilato dalla United Health Foundation – fondazione filantropica senza scopo di lucro creata da UnitedHealth Group, uno dei più grandi gruppi sanitari e assicurativi al mondo – gli Stati Uniti stanno lentamente uscendo da alcune emergenze acute. Calano le morti per overdose e omicidi e diminuisce la mortalità prematura, mentre la popolazione sprofonda in una condizione più silenziosa e persistente: quella delle malattie croniche, delle disuguaglianze sociali e di un sistema sanitario sempre più costoso e sempre meno accessibile.
Droga e armi fanno meno male, ma non a tutti
Nel 2023 il tasso di mortalità per overdose da droga è diminuito del 3%, passando da 32,4 a 31,4 decessi ogni 100mila abitanti. In numeri assoluti significa circa 105mila morti, quasi 3mila in meno rispetto all’anno precedente. È il primo calo significativo dopo vent’anni di crescita quasi ininterrotta. La discesa è netta tra i giovani: -11% tra i 15 e i 24 anni, -10% tra i 25 e i 34. Ma l’illusione dura poco. Tra gli over 65 i decessi aumentano del 12%, e tra le persone nere crescono del 3%, confermando che anche le buone notizie, in America, non arrivano mai per tutti allo stesso modo (Figura 1).
Qualcosa di simile accade con la violenza armata. Nel 2023 i morti per armi da fuoco scendono del 3% (14 per 100mila abitanti), e gli omicidi calano del 13% rispetto al biennio 2020-2021. Eppure, il tasso resta più alto del 16% rispetto al periodo pre-pandemico, e il 55% dei suicidi continua a coinvolgere una pistola. A Washington DC, capitale federale, i morti per arma da fuoco aumentano addirittura del 45% in un solo anno. Il Paese che esporta democrazia non riesce ancora a disarmare se stesso.
Se la morte rallenta, però, la malattia accelera. Nel 2024 l’11,3% degli adulti americani convive con tre o più patologie croniche (Figura 2): artrite, diabete, depressione, malattie cardiovascolari, asma, tumori. È un aumento del 6% in un solo anno. Tra i giovani adulti (18-44 anni) l’incremento è del 17%. Tra chi guadagna meno di 25mila dollari l’anno, quasi una persona su quattro ha almeno tre malattie croniche. Tra i nativi americani la prevalenza è cinque volte superiore rispetto alla popolazione asiatica. L’America vive più a lungo, ma sempre più spesso lo fa male.
Sul fronte della salute mentale, il quadro è immobile. Il tasso di suicidi resta fermo a 14,7 morti ogni 100mila abitanti: oltre 49mila decessi in un anno. Dal 2009 a oggi l’aumento è stato del 23%. Nel frattempo 14,3 milioni di adulti dichiarano di aver seriamente pensato al suicidio nel 2024. La sofferenza non cresce più, ma non diminuisce. Si è stabilizzata come un rumore di fondo.
Tra le luci della prevenzione e la preoccupazione di perdere l’assicurazione sanitaria
Negli USA gli screening oncologici aumentano in modo deciso: +15% per il cancro al colon-retto, +15% complessivo per i principali test preventivi, +3% per le mammografie. I fornitori di servizi per la salute mentale crescono del 5%, arrivando a 363 ogni 100mila abitanti. L’inattività fisica scende del 10%, il fumo tradizionale continua a calare.
Fuori dagli ambulatori, la salute segue il reddito e l’aria
Ma ogni passo avanti ha il suo contrappasso. L’8% degli adulti rinuncia alle cure per motivi economici. La percentuale di persone senza assicurazione sanitaria risale all’8,2%. Le sigarette elettroniche aumentano, silenziose, del 4%.
Fuori dagli ambulatori, la salute segue il reddito e l’aria. La disoccupazione risale al 4,6%, con un impatto sproporzionato sulle comunità nere e ispaniche. I senzatetto aumentano del 16% in un solo anno. E mentre cresce la produzione di energia rinnovabile, l’inquinamento atmosferico torna a salire: +13% di particolato fine rispetto ai livelli minimi della pandemia. Insomma, si vive di più, ma si respira peggio (Figura 3).
In mezzo a tutto questo, gli americani fanno una cosa sorprendente: si aiutano. Il volontariato cresce del 22% tra il 2021 e il 2023, con aumenti marcati tra le minoranze etniche e le fasce di reddito più basse. È forse il dato più politico del report: mentre lo stato arretra, la società prova a tenersi insieme con le mani nude.
Ecco, quindi, che l’istantanea che restituisce l’America’s Health Rankings Annual Report 2025 è quella di una nazione che non è in declino, ma nemmeno in guarigione. È un corpo enorme, complesso, che ha smesso di sanguinare ma continua ad accumulare infiammazioni. Ha imparato a sopravvivere alle crisi, non ancora a prevenirle. E come spesso accade nei romanzi americani migliori, il problema non è la fine del mondo, ma la fatica quotidiana di restare vivi — e di farlo insieme.
La malattia renale cronica rappresenta una sfida crescente per il Servizio sanitario nazionale, soprattutto nelle popolazioni più fragili e difficilmente intercettabili dai tradizionali percorsi di prevenzione. In ambito penitenziario, l’accesso tardivo alle cure e la complessità organizzativa della dialisi hanno storicamente determinato criticità cliniche, sociali ed economiche. L’esperienza avviata nel 2018 nel carcere di Opera, con l’attivazione di postazioni di emodialisi in loco, da parte dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano, offre un modello innovativo di presa in carico del paziente nefropatico detenuto, integrando appropriatezza terapeutica, sostenibilità dei costi e tutela del diritto alla salute e aprendo prospettive concrete per programmi strutturati di prevenzione e diagnosi precoce della malattia renale cronica.
Mario Cozzolino, Professore ordinario di Nefrologia, Università degli Studi di Milano, Direttore della Struttura Complessa di Nefrologia e Dialisi, ASST Santi Paolo e Carlo spiega a TrendSanità com’è strutturato il progetto delle postazioni di dialisi all’interno del carcere di Opera.
Mario Cozzolino
«Il progetto nasce formalmente nel giugno 2018, ma affonda le sue radici molto prima. Come Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale San Paolo seguiamo da sempre i pazienti afferenti alla Medicina penitenziaria. A un certo punto, però è emersa la necessità di portare il trattamento dialitico direttamente all’interno del carcere di Opera. Abbiamo quindi attivato inizialmente una postazione di emodialisi, diventate poi due, per garantire il trattamento ai detenuti con insufficienza renale terminale. Non si tratta di una vera e propria dialisi domiciliare, perché il paziente non è autonomo, ma di una dialisi eseguita in carcere con la presenza di personale infermieristico dedicato e formato».
Dal punto di vista organizzativo e tecnologico, come funziona una seduta dialitica in carcere?
«Utilizziamo impianti di osmosi portatili per la depurazione dell’acqua, le stesse tecnologie impiegate in ospedale durante l’emergenza Covid o in situazioni straordinarie. In un ambiente dedicato sono presenti il rene artificiale, la poltrona con bilancia integrata e tutta la strumentazione necessaria per garantire standard di sicurezza e qualità sovrapponibili a quelli ospedalieri».
Quali sono i principali vantaggi di questa soluzione rispetto alla dialisi in ospedale?
«I vantaggi sono molteplici: il primo è che il paziente non deve uscire dalla struttura penitenziaria. Ogni trasferimento di un detenuto, soprattutto se ad alta sorveglianza o in regime di 41-bis, comporta l’impiego di due, tre o quattro agenti di polizia penitenziaria. Abbiamo stimato inoltre che, solo in termini di trasporti, il risparmio annuo per ogni paziente possa arrivare a circa 500mila euro. Con tre pazienti, parliamo di oltre 1,5 milioni di euro l’anno. A questo, si deve aggiungere un beneficio organizzativo per l’ospedale, che non deve assorbire ulteriori sedute dialitiche in un contesto già molto sotto pressione. C’è poi un tema di sicurezza: la gestione di pazienti detenuti in ambienti ospedalieri aperti pone criticità evidenti, anche in relazione alle normative antincendio e alla tutela degli altri pazienti presenti nella struttura ospedaliera».
Solo in termini di trasporti, il risparmio annuo per ogni paziente è calcolato in circa 500mila euro
Il progetto è destinato a crescere?
«È in corso una progettualità per arrivare, nel carcere di Opera, a tre postazioni di dialisi, che permetterebbero di trattare fino a 12 pazienti su quattro turni. Questo incremento consentirebbe di coprire circa la metà del fabbisogno dialitico dell’intera popolazione carceraria in Lombardia. Le stime attuali parlano di 20–25 detenuti in Lombardia che necessitano di dialisi cronica, un numero in progressivo aumento».
Perché i pazienti nefropatici in carcere stanno aumentando?
«L’invecchiamento della popolazione detenuta è un fattore importante, ma non l’unico. C’è anche una quota crescente di detenuti più giovani, spesso di origine straniera, che arrivano alla diagnosi di malattia renale cronica senza aver mai fatto prevenzione. A questo si aggiungono fattori di rischio come tossicodipendenze, abuso di farmaci, fumo e condizioni sociali fragili, che accelerano la progressione della malattia».
In un contesto complesso come quello penitenziario, quanto è realistico investire in prevenzione e diagnosi precoce della malattia renale cronica?
«È, non solo realistico, ma doveroso. Il diritto alla salute vale anche, e direi soprattutto, per la popolazione detenuta. Oggi abbiamo strumenti efficaci per rallentare la progressione della malattia renale cronica attraverso interventi nutrizionali e farmacologici. Così come facciamo nella popolazione generale, sarebbe possibile introdurre screening di primo livello anche in carcere con misurazione della pressione arteriosa ed esame delle urine, magari con cadenza annuale. In caso di alterazioni, si attiverebbe il secondo livello specialistico».
I pazienti nefropatici in carcere aumentano per invecchiamento, mancata prevenzione e fattori di rischio sociali
Chi dovrebbe farsi carico di questi programmi di prevenzione?
«Le nuove Linee guida italiane sulla malattia renale cronica sono state recentemente recepite dal Ministero della Salute e stiamo riorganizzando anche la rete nefrologica lombarda, quindi i programmi di prevenzione rimarrebbero a carico del sistema sanitario nazionale. Nel territorio il ruolo chiave è del medico di medicina generale; in carcere questo ruolo può essere svolto dal medico e dal personale sanitario penitenziario, con il supporto dello specialista nefrologo, quando necessario».
Oltre ai benefici clinici, quali ricadute ha la prevenzione in termini di costi e qualità di vita della persona ristretta?
«I benefici economici sono evidenti, ma ancora più rilevanti sono quelli sociali e di qualità di vita. La dialisi, per quanto oggi sia un trattamento molto più tollerabile rispetto al passato, resta una terapia impegnativa: quattro ore, tre volte alla settimana, con un impatto importante sulla vita quotidiana e con rischi cardiovascolari e infettivi. Ritardare l’ingresso in dialisi, o evitarlo del tutto, significa migliorare la qualità di vita del paziente e in questo caso della persona ristretta, e ridurre in modo significativo i costi diretti e indiretti per il Servizio sanitario».
Questo progetto rappresenta un cambio di paradigma nella gestione sanitaria dei detenuti. È un modello replicabile?
«Sì, e auspicabile. Dopo di noi, un’esperienza simile è partita a Napoli. In Europa esisteva già un precedente a Parigi. L’idea è che, a livello regionale o macroregionale, si individuino carceri e ospedali di riferimento in grado di garantire questi percorsi. Ma servono criteri clinici chiari: parliamo di pazienti stabili, che non necessitino della presenza costante del medico durante la seduta dialitica, come avviene nei centri ad assistenza limitata».
Questo modello richiede criteri clinici chiari e strutture di riferimento adeguate
E per quanto riguarda la dialisi peritoneale in carcere?
«Al momento la dialisi peritoneale non è ancora attiva, ma rappresenta una “progettualità nella progettualità”. La dialisi peritoneale è, per definizione, una dialisi domiciliare ed è oggi considerata il trattamento di prima scelta per molti pazienti. È una tecnica semplice, con minori rischi infettivi e cardiovascolari, che preserva la funzione renale residua. Il nodo principale in carcere è l’individuazione di un caregiver, che potrebbe essere un infermiere o personale formato ad hoc. Ed è un obiettivo raggiungibile».
Dal punto di vista economico, quali sono i vantaggi della dialisi peritoneale rispetto all’emodialisi?
«I dati della Società Italiana di Nefrologia mostrano un risparmio per la dialisi peritoneale che può arrivare fino al 50% rispetto all’emodialisi. Gran parte del vantaggio economico deriva dall’assenza dei costi di trasporto e dalla minore necessità di personale sanitario durante il trattamento».
Qual è oggi la principale criticità per lo sviluppo di questi modelli assistenziali?
Gli infermieri in carcere spesso trovano una dimensione professionale positiva, ma il sistema deve sostenerli
«La carenza di infermieri è un problema strutturale, legato non tanto al numero di iscritti ai corsi di laurea, quanto agli abbandoni e a condizioni economiche poco attrattive, soprattutto nelle grandi città come Milano. Servirebbero incentivi economici, percorsi di formazione avanzata, riconoscimento di competenze specialistiche. Alcuni infermieri che hanno iniziato a lavorare in carcere hanno trovato una dimensione professionale molto positiva, ma il sistema deve sostenerli».
Ultima domanda: chi ha finanziato il progetto di postazioni di dialisi come casa della comunità all’interno del carcere di Opera?
«Le opere strutturali sono state finanziate dall’amministrazione penitenziaria. Noi, come ASST Santi Paolo e Carlo, abbiamo fornito le apparecchiature e il materiale necessario per il trattamento dialitico».