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Autismo, 10 milioni per rafforzare la rete nazionale dei servizi

Un investimento da 10 milioni di euro punta a rafforzare la rete nazionale dei servizi per l’autismo, potenziare la diagnosi precoce e rendere più strutturato il progetto di vita delle persone autistiche, in coerenza con il decreto legislativo 62/2024. Il finanziamento proviene dal Fondo Autismo 2025-2026 e coinvolge il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS).

In occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, il 2 aprile, Rocco Bellantone, presidente dell’ISS, sottolinea «l’impegno nazionale verso un modello di intervento sempre più integrato, basato sulla continuità assistenziale, sulla personalizzazione dei percorsi e sull’integrazione tra ambito sanitario, sociale e territoriale».

Emergenze comportamentali, rafforzata la rete nazionale

Tra le priorità del piano figura il consolidamento della rete nazionale per la gestione delle emergenze comportamentali. Maria Luisa Scattoni, coordinatore dell’Osservatorio Nazionale Autismo, spiega «Tutte le Regioni sono state coinvolte nell’implementazione di servizi dedicati e di équipe specializzate per la gestione dei comportamenti problema, sia in età evolutiva sia adulta».

Rafforzare la rete nazionale e le Équipe Dedicate migliora la gestione di emergenze comportamentali e percorsi personalizzati

Le Équipe Dedicate per le Emergenze Comportamentali (EDECO) rappresentano il fulcro operativo della rete, con attività di formazione, supervisione e supporto ai servizi territoriali. Attualmente 67 professionisti del Servizio Sanitario Nazionale sono stati formati in tecniche evidence-based, operando nei servizi pubblici per garantire interventi qualificati.

È operativa anche una piattaforma digitale per il monitoraggio delle attività e delle risorse professionali impiegate nei centri clinici.

Progetto di vita al centro della presa in carico

Il rafforzamento del progetto di vita diventa centrale nella presa in carico delle persone autistiche. «Le Regioni e Province Autonome sono chiamate a sviluppare percorsi personalizzati basati sui bisogni, sulle preferenze e sul livello di funzionamento della persona», continua Scattoni.

I percorsi integreranno salute, apprendimento, lavoro e abitare. Saranno attivati Nuclei Funzionali Autismo nei servizi di neuropsichiatria infantile e psichiatria degli adulti, con funzioni di valutazione, progettazione e monitoraggio dei percorsi individualizzati.

Accoglienza e assistenza ospedaliera più accessibili

Il Fondo prevede anche il miglioramento dei percorsi di accoglienza e assistenza medico-ospedaliera per persone nello spettro autistico e con disabilità intellettiva. «L’obiettivo è garantire un accesso equo e appropriato ai servizi sanitari, migliorando l’esperienza di cura e la qualità dell’assistenza», aggiunge Scattoni.

Saranno attivati modelli organizzativi dedicati nelle strutture ospedaliere, con équipe specializzate e strumenti digitali di monitoraggio.

Innovazione e diagnosi precoce

Prosegue il potenziamento della sorveglianza neuroevolutiva nei primi anni di vita, con reti già attive come Network NIDA e BABY@NET, che hanno monitorato oltre 4.000 bambini e permesso la diagnosi precoce di 326 bambini con disturbi dello spettro autistico.

Diagnosi precoce, innovazione e progetti di vita mirano a ridurre fragilità, disuguaglianze e migliorare la qualità della vita

Il progetto MuSAND (A Multisensory Integrated Approach for Early Identification of Markers in Infants with Elevated Likelihood of Neurodevelopmental Disorders) – coordinato dall’ISS e selezionato dal Bando Ricerca Finalizzata 2024 – studierà segnali precoci di rischio nei bambini con maggiore probabilità di sviluppare disturbi del neurosviluppo, integrando osservazioni multisensoriali. Angela Caruso, responsabile scientifico del progetto, spiega «MuSAND rappresenta un passo avanti significativo nella comprensione dei processi precoci dello sviluppo. L’obiettivo è fornire strumenti sempre più precisi e tempestivi ai clinici e sviluppare risorse concrete per supportare le famiglie fin dalle primissime fasi di vita».

Governance e coordinamento nazionale

Il nuovo finanziamento rafforza la governance nazionale, con un coordinamento strutturato tra Ministero della Salute, ISS, Regioni e Province Autonome. «Verrà potenziato il sistema di monitoraggio digitale con indicatori automatici del funzionamento dei servizi, per facilitare la valutazione dell’operatività e valorizzare le buone pratiche», conclude Scattoni.

Monitoraggio digitale, reti cliniche specializzate, formazione continua e centralità della persona costituiscono i pilastri del nuovo modello di assistenza, con l’obiettivo di migliorare concretamente la qualità della vita delle persone autistiche e delle loro famiglie lungo tutto l’arco della vita.

Ospedali del futuro: tra investimenti record e sfida della governance

Oltre 10 miliardi di euro per ridisegnare l’ospedale del futuro, mentre più del 60% delle strutture italiane ha oltre cinquant’anni. È dentro questa tensione tra urgenza di rinnovamento e complessità attuativa che si inserisce il dibattito emerso al 4° Annual Meeting del Joint Research Partnership Healthcare Infrastructures del Politecnico di Milano, dove istituzioni, ricerca e industria si sono confrontate su un nodo fondamentale: come misurare davvero l’innovazione e orientare in modo efficace una stagione di investimenti senza precedenti. Una trasformazione che non riguarda soltanto l’aggiornamento edilizio, ma il ripensamento complessivo del modello ospedaliero, sempre più flessibile, digitalizzato e integrato con la rete territoriale.

Una trasformazione che non riguarda soltanto l’aggiornamento edilizio, ma il ripensamento complessivo del modello ospedaliero

Il confronto tra le Regioni ha però restituito un quadro tutt’altro che omogeneo. Accanto a programmi avanzati, capaci di coniugare alta specializzazione, ricerca e innovazione tecnologica, come nel caso dei nuovi poli ospedalieri in Campania, emergono contesti in cui la vera sfida è ancora quella della governance: tradurre le risorse in cantieri e opere completate, superando la frammentazione dei processi decisionali e la complessità amministrativa. È qui che il sistema mostra le sue maggiori fragilità, tra tempistiche lunghe, competenze tecniche da rafforzare e una gestione multilivello che coinvolge Regioni, Ministero della Salute, Enti attuatori e Università.

In questo scenario, la capacità di misurare l’innovazione diventa un passaggio decisivo: non solo per valutare l’impatto delle nuove soluzioni tecnologiche e organizzative, ma anche per rendere confrontabili le esperienze regionali e individuare modelli replicabili. Il rischio, altrimenti, è quello di un’Italia “a macchia di leopardo”, in cui la qualità delle infrastrutture sanitarie e la velocità di realizzazione degli interventi restano fortemente disomogenee.

Campania: il nodo non è solo costruire, ma realizzare bene e in tempo

È in questa cornice si inserisce l’esperienza della Campania, dove il tema non è soltanto cosa costruire, ma come farlo, nei tempi e con strumenti adeguati.

Roberta Santaniello

«Nella filiera dell’edilizia sanitaria italiana, il tempo è una variabile tutt’altro che neutra. Tra programmazione, progettazione e apertura dei cantieri possono trascorrere anni, spesso tre o quattro. Una lentezza che – come spiega Roberta Santaniello, ingegnere e dirigente di settore, opere pubbliche, interventi strategici, con particolare riferimento agli interventi sanitari ordinari e PNRR della Regione Campania – non è un’anomalia locale, ma un tratto strutturale del ‘sistema’ Paese. Il punto più critico si colloca a monte, nella fase di programmazione, dove si intrecciano competenze regionali e valutazioni ministeriali. È qui che si accumulano i ritardi più consistenti: il confronto tra atti regionali e verifiche del Ministero della Salute può richiedere anche un anno e mezzo prima di arrivare al via libera. A pesare sono, da un lato, le difficoltà delle aziende sanitarie nel predisporre documentazione tecnica adeguata e, dall’altro, la complessità dei processi di valutazione centrale».

Per affrontare questo nodo, la Regione Campania ha scelto una strategia di accompagnamento: tavoli di lavoro continui con le aziende sanitarie, coinvolte fin dalle prime fasi progettuali per costruire proposte più solide e coerenti con i requisiti ministeriali. Ma, secondo la dirigente, serve un salto ulteriore: «Riconoscere gli investimenti sanitari come interventi straordinari, applicando anche in regime ordinario le logiche accelerate sperimentate con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il PNRR – sottolinea Santaniello – ha dimostrato che rapidità e qualità non sono in contraddizione».

Il vero gap è organizzativo: integrare infrastrutture, tecnologie e assistenza

«Inoltre – aggiunge la dirigente – non è una singola figura professionale a mancare nella macchina pubblica. Le competenze tecniche, ingegneristiche, architettoniche e digitali oggi sono più accessibili grazie alle recenti politiche di reclutamento. Il vero punto debole è organizzativo: manca una regia stabile, capace di integrare in modo strutturato le diverse dimensioni dell’investimento. L’edilizia sanitaria, infatti, non può essere letta solo come costruzione di spazi fisici, ma come un sistema complesso in cui convergono infrastrutture, tecnologie digitali e ingegneria clinica. È proprio questa integrazione a rappresentare la sfida più rilevante anche sul fronte dell’assistenza territoriale. Le nuove strutture previste dal PNRR, dagli ospedali di comunità alle piattaforme digitali, delineano un modello che supera la centralità dell’ospedale tradizionale. Tuttavia – sottolinea ancora Santaniello – la vera partita si giocherà dopo la realizzazione delle infrastrutture: renderle operative, connesse e pienamente funzionali alla presa in carico dei pazienti sul territorio. Senza questa seconda fase, il rischio è quello di avere contenitori innovativi ma modelli organizzativi ancora incompleti».

Serve riconoscere gli investimenti sanitari come interventi straordinari, applicando anche in regime ordinario le logiche accelerate sperimentate con il PNRR

Sul piano normativo, Santaniello non ha dubbi: una maggiore standardizzazione a livello nazionale può migliorare l’efficienza della spesa e ridurre le disuguaglianze territoriali. L’adozione di criteri omogenei, dai prezziari alle modalità progettuali, consentirebbe di limitare errori, sprechi e distorsioni legate a contesti economici molto differenziati, contribuendo al tempo stesso a rafforzare il principio di equità nel sistema sanitario.

Trasparenza e accountability: il ruolo della comunicazione pubblica

Infine, il tema della trasparenza. In un contesto segnato da investimenti ingenti, la Regione Campania ha sviluppato una piattaforma pubblica che consente ai cittadini di monitorare lo stato di avanzamento dei progetti sul territorio. Uno strumento di accountability che si affianca alle tradizionali attività di comunicazione istituzionale, ma che, osserva Roberta Santaniello, «dovrebbe essere accompagnato da uno sforzo più ampio di narrazione della complessità. Raccontare ciò che accade tra la programmazione e l’inaugurazione di un’opera, spesso invisibile all’opinione pubblica, può diventare infatti un elemento chiave per migliorare i processi stessi».

Numeri e obiettivi: la sfida di rispettare le scadenze del PNRR

Il piano di potenziamento dell’edilizia sanitaria nella Regione Campania è finanziato con oltre 3,1 miliardi di euro. Il programma prevede 270 interventi mirati alla modernizzazione tecnologica e alla costruzione di nuovi poli d’eccellenza, come il moderno Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona a Salerno. Tra i progetti principali figurano anche il nuovo Centro pediatrico Santobono a Napoli e l’Ospedale Unico della Penisola Sorrentina, concepiti per ottimizzare i percorsi di cura e l’accessibilità territoriale.

Raccontare ciò che accade tra la programmazione e l’inaugurazione di un’opera, spesso invisibile all’opinione pubblica, può diventare un elemento chiave per migliorare i processi stessi

«Tutta la regione è investita dalla realizzazione di dieci ospedali. Abbiamo circa 200 interventi di edilizia sanitaria, piccoli e grandi. E poi, ovviamente, i numeri del PNRR: 970 interventi, di cui 170 case di comunità, 45 ospedali di comunità e 60 centrali operative territoriali. È un investimento gigantesco – conclude la dirigente – che stiamo cercando di gestire nei tempi. Siamo abbastanza fiduciosi di raggiungere gli obiettivi entro il 30 giugno con un lavoro di concertazione continua con il Ministero della Salute».

Monti: «Non servono solo fondi, ma una nuova governance del Servizio sanitario»

Tra sostenibilità della spesa, innovazione terapeutica e trasformazione digitale, il sistema sanitario italiano si trova oggi davanti a sfide decisive. In questo scenario, il ruolo delle istituzioni – nazionali e regionali – diventa cruciale per garantire accesso alle cure, qualità dei servizi e capacità di governare l’innovazione. 

TrendSanità ha raccolto l’opinione di Emanuele Monti, presidente della commissione Welfare della Regione Lombardia e membro dell’Executive Board dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Con lui abbiamo affrontato i temi della governance del farmaco, delle prospettive del Servizio sanitario e delle opportunità offerte dall’uso dei dati e dalle nuove tecnologie per rendere la sanità più sostenibile ed efficace. 

La Lombardia è spesso considerata un laboratorio di politiche sanitarie. Quali sono oggi le priorità della Commissione Welfare della Regione Lombardia per garantire sostenibilità, innovazione e accesso equo alle cure? 

«Sicuramente c’è il tema della sostenibilità del sistema sanitario. Non a caso ho voluto promuovere gli Stati Generali dell’economia della salute nelle scorse settimane a Varese, che hanno riunito i massimi esperti della sanità in Italia, insieme a figure istituzionali, ministri e governatori, per discutere della sostenibilità di un sistema che garantisce un accesso equo e universale come quello italiano. Questo sistema si scontra però con l’allungamento dell’aspettativa di vita, che non va di pari passo con una vita in piena salute e che quindi porta con sé costi legati alla gestione della cronicità. Dall’altra parte, l’innovazione tecnologica e terapeutica, che da un lato migliora le cure, dall’altro implica costi crescenti.

Domanda e offerta sanitaria dipendono anche da corrette prescrizioni e dal governo del territorio

Tutto questo, in un modello basato sul finanziamento pubblico, deve essere affrontato in modo sistemico e multidisciplinare, con un approccio che non si limiti alla semplificazione del “più fondi alla sanità”. Su questo sono tutti d’accordo, ma non è necessariamente la strada corretta. Lo ha ricordato anche il presidente della regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga nel suo intervento agli Stati Generali: una Regione autonoma che può gestire direttamente determinate risorse ha aggiunto negli anni risorse significative alla sanità, ma senza risolvere i problemi. Anzi, si è ritrovata con liste d’attesa più lunghe. 

Un po’ come accaduto in Lombardia, dove dopo il Covid è stato aggiunto un milione di prestazioni in più, ma le liste di attesa non sono diminuite. Questo significa che domanda e offerta sanitaria dipendono anche da corrette prescrizioni e dal governo del territorio: tanti elementi che rientrano nel grande tema della sostenibilità del nostro sistema sanitario. Quindi non è solo una questione di fondi, ma anche di governance

Come è emerso anche dagli Stati Generali, bisogna agire su diversi fattori. Il primo è la prevenzione: è un moltiplicatore di risparmio ma anche di salute, quindi un ambito su cui investire ancora di più. 

Il secondo è l’integrazione tra sanitario, socio-sanitario e socio-assistenziale: piani di zona, servizi sanitari, ospedale e territorio. L’integrazione, e quindi la programmazione, è fondamentale. 

Il terzo elemento è l’innovazione tecnologica. C’è la necessità di ridurre la burocrazia: spesso iniziative che potrebbero portare grande valore ai cittadini sono bloccate non per mancanza di fondi o di scelte, ma per la burocrazia. La tecnologia può aiutare a snellirla, in un Paese che soffre di eccesso burocratico. 

La tecnologia può aiutare a snellire la burocrazia che rischia di bloccare le iniziative

Un altro tema è la valorizzazione del personale sanitario. La tecnologia non è sostitutiva ma abilitativa: medici, infermieri e professioni sanitarie restano al centro del sistema. 

Infine, serve una maggiore responsabilizzazione dei cittadini. Oggi un esame su cinque prenotato non viene effettuato perché il cittadino non si presenta. Questo dice molto, così come l’aderenza terapeutica o la partecipazione agli screening gratuiti. Serve un rinnovato patto sociale per rilanciare il sistema sanitario nazionale.» 

Parliamo di innovazione terapeutica e sostenibilità. L’innovazione farmaceutica sta accelerando, ma cresce anche la pressione sulla spesa sanitaria. Dal suo osservatorio anche nell’Executive Board dell’Agenzia italiana del farmaco, come si può garantire un accesso rapido alle terapie più innovative senza mettere a rischio la sostenibilità del sistema? Attraverso la rivisitazione dei modelli di prezzo-rimborso e valutazione dell’innovazione? 

«Rispetto a vent’anni fa, il numero di farmaci con richiesta di autorizzazione è aumentato di cinque volte. La piattaforma di nuove terapie è cresciuta molto e crescerà ancora grazie all’intelligenza artificiale, con modelli che consentono un time to market più rapido e studi clinici più efficienti. 

Serve sviluppare una cultura che consideri la spesa farmaceutica come generatrice di valore

Le questioni che lei pone sono corrette. La spesa farmaceutica, nella maggior parte dei casi, porta anche un risparmio: nuove terapie riducono costi assistenziali e ospedalieri. Inoltre, migliorano la vita dei pazienti e generano valore sociale, perché un paziente curato torna a lavorare, produce e contribuisce. 

Questa visione complessiva, anche in ottica HTA (Health Technology Assessment), fatica però a trovare pieno riscontro nei bilanci regionali, pur essendo scientificamente consolidata e parte integrante dei processi autorizzativi a livello nazionale ed europeo. 

Serve quindi sviluppare una cultura che consideri la spesa farmaceutica come generatrice di valore. Restano margini di miglioramento: ridurre le disuguaglianze tra regioni, promuovere i farmaci generici e rafforzare strumenti come il Fondo per i farmaci innovativi, che favorisce l’accesso rapido alle vere innovazioni.»

Nel dibattito sulla regolazione del farmaco spesso si contrappongono livello nazionale e regionale. Quale dovrebbe essere, secondo lei, il giusto equilibrio tra le decisioni centrali e il ruolo delle Regioni? Si può migliorare il dialogo tra istituzioni nazionali, regioni e sistemi sanitari locali? 

«Certamente. È il compito fondamentale del Ministero della Salute, che, pur non avendo un portafoglio diretto, deve coordinare i soggetti erogatori e di spesa, cioè le Regioni. Il ruolo del ministero è quindi centrale e deve valorizzare strumenti già esistenti come la Conferenza delle Regioni, Agenas e i tavoli tecnici, compreso quello sulla spesa farmaceutica previsto da AIFA. Gli strumenti ci sono: serve un protagonismo più marcato del Ministero come soggetto di coordinamento

Dati sanitari, intelligenza artificiale e medicina personalizzata stanno cambiando il modo di fare sanità. Che ruolo può avere la Lombardia nello sviluppo di modelli avanzati di utilizzo dei dati sanitari? Quali sono le principali sfide da affrontare in tema di interoperabilità, governance del dato e fiducia dei cittadini? 

«Stiamo osservando una rivoluzione paragonabile a quella dell’energia. L’intelligenza artificiale avrà applicazioni innumerevoli nella sanità, perché è in grado di elaborare enormi quantità di dati e supportare decisioni di programmazione, cura e ricerca. Dobbiamo essere capaci, come Lombardia e come sistema Paese, di cogliere queste opportunità.

Dobbiamo cogliere l’opportunità dell’intelligenza artificiale per supportare programmazione, cura e ricerca sanitaria

Le priorità sono diverse. La prima riguarda il governo e la programmazione: servono dati e analisi tecnologiche per affrontare sfide come le liste d’attesa, evitando decisioni basate solo su percezioni.

La seconda è il collegamento tra ospedale e territorio, tra specialisti e pazienti, attraverso strumenti come la telemedicina e la medicina digitale, che abilitano anche un maggiore coinvolgimento del paziente. 

La terza è lo sviluppo di nuove cure, farmaci e dispositivi medici grazie alla tecnologia, con l’obiettivo di migliorare non solo la durata, ma anche la qualità della vita.» 

Molti osservatori parlano di una fase di transizione per il sistema sanitario italiano. Qual è il punto più urgente da affrontare oggi per evitare che nei prossimi anni aumentino le disuguaglianze di accesso alle cure, un fenomeno che è collegato spesso – ma non solo – a una questione di censo? 

«In primis la prevenzione. Significa lavorare sulle nuove generazioni ma anche sugli adulti di oggi, promuovendo stili di vita corretti e maggiore adesione alle campagne di prevenzione. 

Valutare modelli di sussidiarietà, mantenendo la sostenibilità del sistema

Il secondo è rafforzare la governance dei percorsi clinici. Oggi c’è una crisi delle cure primarie e i pazienti spesso non sono guidati in modo adeguato. Servono percorsi chiari e strumenti come il fascicolo sanitario elettronico. 

Il terzo riguarda le modalità di accesso. Oggi circa un quarto della spesa sanitaria è a carico dei cittadini, ma solo una piccola parte è intermediata da assicurazioni o fondi. È necessario valutare modelli che rafforzino la sussidiarietà, mantenendo la sostenibilità del sistema sanitario nazionale.»

Sanità digitale, ASSD rinnova il Comitato Tecnico-Scientifico: presentazione a ExpoSanità 2026

ASSD Associazione Scientifica per la Sanità Digitale – rinnova il proprio Comitato Tecnico-Scientifico (CTS) e punta a rafforzare ulteriormente il suo ruolo come riferimento scientifico nel panorama dell’innovazione in sanità. L’Associazione Scientifica per la Sanità Digitale ha nominato, con delibera del Consiglio Direttivo del 28 gennaio 2026, il nuovo CTS composto da dieci autorevoli personalità provenienti dal mondo accademico, istituzionale e sanitario, che si sono distinte per il contributo allo sviluppo della sanità digitale e delle discipline correlate.

Faranno parte del rinnovato CTS:

  • Rossana Berardi – Professoressa Ordinario di Oncologia presso l’Università Politecnica delle Marche. Direttrice della Clinica Oncologica dell’AOU delle Marche.
  • Monica Calamai – Direttore Generale IRCCS AOM – Azienda Ospedaliera Metropolitana di Genova.
  • Fidelia Cascini – Responsabile della Segreteria Scientifica di Presidenza, Istituto Superiore di Sanità. Professore associato di Igiene Generale e Applicata, Università S. Raffaele, Roma. 
  • Anna Crescenzi – Professoressa Dipartimento Scienze Radiologiche, Oncologiche ed Anatomo Patologiche, Sapienza Università di Roma.
  • Diana Ferro – Dirigente Sanitario, Biologo Ricercatore.
  • Mauro Grigioni – Vicepresidente della Commissione Sistemi Informativi Sanitari dell’ordine degli Ingegneri di Roma. Già Direttore del Centro Nazionale per le Tecnologie Innovative in Sanità Pubblica, Istituto Superiore di Sanità.
  • Paolo Locatelli – Responsabile scientifico Osservatorio Sanità Digitale, Politecnico di Milano.
  • Paolo Petralia – Medico, specializzato in igiene e organizzazione sanitaria e nelle medical humanities. Direttore Generale dell’Aoui di Verona.
  • Alessandro Stecco – Direttore della SCDU Radiodiagnostica ASL Vercelli. Professore Radiologia – Dipartimento di Medicina Traslazionale – Università del Piemonte Orientale. Direttore del Centro Studi Universitario Interdipartimentale di Sanità Digitale e Telemedicina – UPOTELEMED.
  • Silvia Stefanelli – Avvocato cassazionista esperta di diritto sanitario. Presidente della Società multiprofessionale Best in Health. Docente Università Roma3, Unitelma La Sapienza.

La nomina del CTS rappresenta un passaggio strategico per ASSD, che conferma il proprio impegno nella promozione di una trasformazione digitale fondata su competenze solide, interdisciplinari e orientate alla responsabilità etica.

In un contesto di innovazione tecnologica sempre più rapida, ASSD richiama professionisti sanitari, decisori pubblici, ricercatori, imprese e istituzioni alla necessità di integrare competenze tecnologiche e centralità della persona nei processi di evoluzione del sistema sanitario.

La qualità dei processi digitali non può prescindere da una guida scientifica rigorosa e da un confronto qualificato tra saperi diversi. In questa direzione il nuovo Comitato Tecnico-Scientifico svolgerà una funzione propositiva e di orientamento a supporto delle attività dell’Associazione.

ASSD richiama stakeholder sanitari a integrare competenze tecnologiche e centralità della persona nell’evoluzione del sistema sanitario

La nuova composizione del CTS sarà presentata ufficialmente la mattina del 23 aprile 2026 in occasione di ExpoSanità 2026, in programma a Bologna, all’interno di una sessione interamente curata da ASSD.

L’appuntamento offrirà un momento di confronto pubblico sui temi dell’innovazione e dell’usabilità digitale in sanità, con un focus sui servizi per la salute nel mondo del life science, sul ruolo delle competenze scientifiche nella trasformazione del sistema sanitario e sull’alfabetizzazione tecnologica, con l’obiettivo di contribuire a un sistema più efficace, sostenibile e centrato sulla persona.

ASSD sarà inoltre presente nelle giornate del 22-23-24 aprile con una postazione istituzionale dedicata all’accoglienza dei visitatori e alla condivisione di informazioni e opportunità di confronto.

Most Favoured Nation: impatto per SSN e accesso ai farmaci

“Most Favoured Nation”: quali scenari per l’Italia e per il futuro del Servizio sanitario nazionale? Tra prezzi, accesso all’innovazione e sostenibilità si sta aprendo un capitolo nella partita globale del farmaco che promette di riscrivere le regole del gioco?

TrendSanità ha raccolto l’opinione di Vincenzo Salvatore, professore ordinario di Diritto dell’Unione europea all’Università degli Studi dell’Insubria e Partner dello studio legale Simmons & Simmons Healthcare and Life Sciences. 

Allarme Meningococco B: il Board del Calendario Vaccinale per la Vita chiede una strategia nazionale per gli adolescenti

Il Board del Calendario Vaccinale per la Vita esprime preoccupazione per l’aumento dei casi di meningite acuta nel sud dell’Inghilterra, in particolare nella contea del Kent, dove l’Agenzia del Regno Unito per la Sicurezza della Salute (UKHSA) segnala un incremento da 15 a 27 casi, con due decessi tra studenti e numerosi giovani gravemente colpiti. Sono stati riportati esiti significativi, tra cui perdita temporanea della vista e gravi deficit motori. Le autorità hanno avviato campagne vaccinali mirate e somministrazioni precauzionali di antibiotici ai contatti stretti.

L’urgenza di politiche vaccinali chiare in Italia

Questi eventi evidenziano la necessità di strategie vaccinali nazionali chiare ed omogenee anche in Italia: il meningococco B (MenB) resta la principale causa di malattie meningococciche invasive e può progredire rapidamente nei giovani sani. Gli adolescenti rappresentano la seconda fascia d’età più colpita, con alto rischio di trasmissione e complicanze, inclusa la morte (10-15% dei casi). Possibili sequele permanenti includono perdita dell’udito, paralisi, convulsioni, amputazioni e cicatrici cutanee.

In Italia l’offerta vaccinale in adolescenza è disomogenea, anche se questa è la seconda fascia d’età più colpita

Esperienza internazionale e disomogeneità nazionale

Il Regno Unito ha introdotto la vaccinazione MenB nei bambini a partire dai 2 mesi di vita dal 2015 e ha attuato interventi mirati per adolescenti e giovani in risposta a focolai. In Italia l’offerta vaccinale in adolescenza è disomogenea: 14 regioni offrono la vaccinazione in modo diverso, una solo parzialmente, e cinque non hanno alcuna strategia universale per gli adolescenti.

Raccomandazioni del Board del Calendario per la Vita

«Chiediamo al Ministero della Salute e agli enti regionali di inserire con urgenza nel Calendario Nazionale di Prevenzione Vaccinale la vaccinazione contro MenB per l’adolescente mai vaccinato e la rivaccinazione di chi ha completato il ciclo in infanzia», afferma il Board. Le società scientifiche raccomandano inoltre:

  • definire un’età standardizzata per la somministrazione (12–14 anni) e un piano catch-up fino a 18 anni;
  • attivare programmi di sensibilizzazione e coinvolgere pediatri e medici di medicina generale;
  • rafforzare la sorveglianza microbiologica e l’integrazione dei dati regionali;
  • aggiornare le linee guida nazionali per la gestione di focolai epidemici.

Board del Calendario per la Vita

Il Board del Calendario Vaccinale per la vita è composto da: Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), Presidente Dr Enrico Di Rosa; Società Italiana di Pediatria (SIP), Presidente Dr Rino Agostiniani; Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), Presidente Dr Antonio D’Avino; Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), Segretario Generale Dr Silvestro Scotti; Società Italiana di Medicina Generale e Cure Primarie (SIMG), Presidente Dr Alessandro Rossi; Coordinamento Scientifico, Prof. Paolo Bonanni.

Dati ISS: nel 2025 epatite A in forte crescita; calo invece per B e C

Sono in calo nel 2025 in Italia i casi di epatite B e C, mentre crescono l’epatite E e soprattutto la A. Lo affermano i dati del bollettino della sorveglianza SEIEVA, con un focus anche sull’andamento del focolaio di epatite A in corso soprattutto in Campania.

Il SEIEVA, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, affianca la Sorveglianza delle Malattie Infettive (PREMAL) del Ministero della Salute, approfondendo gli aspetti epidemiologici delle infezioni acute da epatite virale in Italia.

Epatite A: aumento dei casi e fattori di rischio

Nel 2025 si è osservato un aumento dei casi di epatite A rispetto all’anno precedente: 631 notifiche contro le 443 del 2024. Il picco è stato raggiunto a settembre con 89 segnalazioni, seguito da un calo fino a dicembre. Nei primi tre mesi del 2026 si registra un nuovo rialzo, con 160 casi a marzo (dato non consolidato).

Nei primi tre mesi del 2026 si registra un nuovo rialzo dei casi di epatite A

«L’innalzamento dei casi è sostenuto principalmente dal consumo di frutti di mare», riferiscono i dati, con 262 casi nei primi tre mesi del 2026 rispetto ai 43 dello stesso periodo del 2024. Un altro fattore è la trasmissione sessuale tra uomini che fanno sesso con uomini (MSM), con 101 casi nel 2025 e 26 tra gennaio e marzo 2026.

Lazio, Campania e Puglia registrano i picchi più elevati.

Focus sul focolaio attuale di epatite A

Nelle ultime settimane si osserva un incremento dei casi soprattutto in Campania (110 casi al 17 marzo). L’Istituto Superiore di Sanità coordina le attività di risposta e mitigazione attraverso Centri e Dipartimenti coinvolti.

Il Ministero della Salute ha istituito un Gruppo di lavoro con Ministero, ISS, Servizi di prevenzione regionali e IZS Mezzogiorno.

Misure di prevenzione raccomandate:

  • Norme igieniche individuali e collettive: lavaggio mani, cottura completa dei cibi, attenzione nella manipolazione e preparazione degli alimenti.
  • Vaccinazione: efficace per prevenire l’infezione e i casi secondari, raccomandata anche ai contatti di casi entro 15 giorni dall’insorgenza dei sintomi.

Epatite B: calo dei casi

Nel 2025 in Italia sono stati segnalati 148 casi di epatite B acuta, rispetto ai 189 dell’anno precedente. Le regioni più colpite sono Lombardia (30), Emilia-Romagna (26) e Toscana (24).

I soggetti più colpiti hanno età tra 55 e 64 anni.

I fattori di rischio principali sono trattamenti di bellezza (35,3%), cure odontoiatriche (34,1%) e comportamenti sessuali a rischio (24,4%). L’informazione sulla vaccinazione è disponibile per 119 casi (80,4%).

Epatite E: trend in crescita

Nel 2025 i casi di epatite E sono stati 92, rispetto ai 70 del 2024, principalmente in Abruzzo (27) e Lazio (16). La maggioranza dei casi riguarda soggetti di età ≥55 anni (73%), con età mediana 61 anni. Circa l’80,4% dei casi riguarda uomini.

Il consumo di carne di maiale cruda o poco cotta è stato riportato nel 51,2% dei casi, e di carne di cinghiale nel 9,8%.

Epatite C: lieve diminuzione

Nel 2025 sono stati segnalati 51 casi di epatite C acuta (rispetto ai 60 del 2024), principalmente in Lombardia (39,2%) ed Emilia-Romagna (23,5%). La fascia di età più colpita è 35-54 anni (43,1%) e i casi pediatrici non sono stati osservati.

I principali fattori di rischio sono trattamenti estetici (31,9%), esposizione nosocomiale e comportamenti sessuali a rischio (28,6%).

Farmaco accessibile: al Ministero della Salute il punto sulla “rivoluzione gentile”

A due anni dall’avvio della riforma sulla distribuzione dei farmaci, si è svolto al Ministero della Salute l’evento “Farmaco accessibile: la rivoluzione gentile della prossimità. L’evoluzione del modello e i nuovi obiettivi della distribuzione”, promosso dal Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato.

All’incontro hanno partecipato il Sottosegretario al MEF Lucia Albano, il Presidente di AIFA Robert Nisticò, istituzioni, rappresentanti della filiera del farmaco, ordini professionali e associazioni dei pazienti. L’obiettivo era fare il punto sull’evoluzione del nuovo modello e sugli effetti concreti per cittadini e sistema sanitario.

«Una trasformazione concreta per il cittadino»

«Due anni fa parlavamo di un cambiamento epocale. Oggi possiamo dire che quella visione si è tradotta in una rivoluzione gentile: una trasformazione con effetti concreti per il cittadino», ha dichiarato il Sottosegretario Gemmato.

La riforma, introdotta con la legge di bilancio 2024, prevede il passaggio dalla distribuzione diretta regionale dei farmaci alla distribuzione nelle farmacie pubbliche e private convenzionate. Questo modello consente un accesso più semplice alle terapie, soprattutto per gli anziani, che oggi possono ritirare i medicinali vicino a casa, riducendo tempi e burocrazia.

Risparmi e gestione più efficiente

«I dati confermano la bontà della scelta – ha aggiunto Gemmato – secondo AIFA, la riclassificazione delle gliflozine ha generato un risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale di 9,2 milioni di euro tra settembre e novembre 2025, con una proiezione annua di circa 36,5 milioni. Parliamo di 3,4 milioni di confezioni, con consumi in linea con le attese».

La riforma ha migliorato anche la gestione dei farmaci negli ospedali, riducendo furti e costi indiretti legati alla logistica, allo stoccaggio, alla sicurezza e al personale. «Nel 2025 si sono registrati ancora 21 episodi di furto nelle farmacie ospedaliere, per circa 5 milioni di euro – ha spiegato Gemmato – mentre nei primi mesi del 2026 si è già verificato un furto dal valore di circa 8 milioni».

«Una sanità che ascolta e semplifica»

«Questa riforma non è un punto di arrivo, è una direttrice strutturale di cambiamento. Abbiamo scelto di riportare il farmaco sul territorio e di costruire una sanità che si plasma sulle necessità di cura e presa in carico, una sanità che semplifica, ascolta e avvicina il farmaco al cittadino, non viceversa», ha commentato ancora Gemmato.

Il modello punta anche a integrare assistenza e prossimità, con la farmacia dei servizi come presidio fondamentale della rete territoriale, capace di contribuire alla presa in carico dei pazienti e al monitoraggio dell’aderenza terapeutica.

Sviluppi futuri e nuove categorie di farmaci

Guardando ai prossimi sviluppi, Gemmato ha annunciato che AIFA sta valutando, attraverso la Commissione scientifico-economica, nuove categorie di farmaci da trasferire alla distribuzione convenzionata. «Nel rispetto della normativa vigente e della sostenibilità economico-finanziaria del sistema, l’Agenzia sta considerando la possibilità di proseguire nella riclassificazione di ulteriori medicinali della classe degli antidiabetici», ha concluso il Sottosegretario.

AFI: terapie digitali, AI e rimborsabilità al centro della sanità futura

L’integrazione delle nuove tecnologie nel sistema sanitario italiano ha guidato i lavori della seconda giornata dell’Incontro AFI – Associazione Farmaceutici Industria dedicato agli Affari istituzionali e regolatori, svoltosi a Roma il 24 e 25 marzo 2026.

L’appuntamento ha confermato il ruolo dell’Associazione Farmaceutici Industria come spazio di dialogo multidisciplinare tra istituzioni – AIFA, Agenas e Ministero della Salute – e industria, con l’obiettivo di trasformare la complessità regolatoria in un’opportunità per la ricerca e la salute dei cittadini.

HTA e accesso all’innovazione

Un focus particolare è stato dedicato al ruolo dell’Health Technology Assessment (HTA) per garantire equità di accesso e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Le nuove linee guida per la determinazione del prezzo e del rimborso dei farmaci indicano come il valore clinico debba integrarsi con una valutazione dell’impatto tecnologico.

«Le risorse aggiuntive inserite nell’ultima Legge di Bilancio hanno rappresentato una conseguenza dell’approccio basato sulle evidenze», ha dichiarato Francesco Saverio Mennini, Capo del Dipartimento della Programmazione del Ministero della Salute. «Questo approccio, che utilizza la metodologia dell’HTA, ha permesso anche di innalzare il tetto di spesa per i dispositivi medici e per i farmaci» ha aggiunto Mennini, sottolineando che l’obiettivo è favorire l’accesso all’innovazione e mitigare gli effetti del sistema di payback.

Terapie digitali, HTA e AI guidano il nuovo modello regolatorio per accesso sostenibile all’innovazione sanitaria

Tra le novità, anche l’eliminazione degli “innovativi condizionati” e l’introduzione di una quota dedicata di 100 milioni di euro per gli antibiotici “reserve” nel fondo dei farmaci innovativi.

Nel medio periodo, l’obiettivo indicato è il superamento della logica di spesa per “silos” a favore di una visione integrata basata sull’HTA, supportata anche da un nuovo ufficio ministeriale per la tracciabilità di farmaci e dispositivi e per lo sviluppo di modelli predittivi di programmazione.

Terapie digitali: uscire dall’area grigia

Ampio spazio è stato dedicato alle terapie digitali (DTx), con l’obiettivo di superare l’attuale inquadramento incerto tra benessere e terapia. Nonostante la crescita del settore – con 26 dispositivi certificati a fine 2025 – resta aperta la questione della rimborsabilità e dell’accesso.

«Per essere riconosciute come opzioni terapeutiche a carico del SSN, le DTx devono dimostrare un valore clinico solido», ha ribadito Paola Minghetti, vicepresidente AFI.

L’integrazione di digitale e intelligenza artificiale nei percorsi di cura può aumentare sicurezza, trasparenza e sostenibilità

«Si tratta di software medicali a tutti gli effetti», ha spiegato Marco Marchetti, dirigente dell’Unità Operativa Complessa di HTA di Agenas, evidenziando il ruolo delle terapie digitali nei disturbi depressivi e nelle sindromi neurocognitive.

Nel corso dei lavori è stato inoltre ricordato che le terapie digitali sono state inquadrate come dispositivi medici ai sensi del regolamento europeo MDR e inserite nel Programma nazionale di HTA, con l’obiettivo di definire processi di valutazione più rapidi rispetto ai dispositivi tradizionali.

Informazione scientifica e farmacovigilanza

Nel pomeriggio, il confronto si è concentrato sul nuovo documento di Domande e Risposte di AIFA sull’informazione medico-scientifica, volto a uniformare le pratiche di comunicazione tra aziende e classe medica.

Spazio anche alla farmacovigilanza negli studi osservazionali, con il contributo di Anna Rosa Marra (AIFA), che ha sottolineato il ruolo del responsabile di farmacovigilanza nella gestione delle segnalazioni derivanti da usi compassionevoli e programmi di accesso anticipato.

AFI: «Cambio di paradigma necessario»

In chiusura, il presidente AFI Giorgio Bruno ha evidenziato la necessità di un’evoluzione del sistema regolatorio. «Queste due giornate di intenso confronto hanno confermato la centralità del paziente e dell’innovazione tecnologica nel futuro della sanità. L’integrazione del digitale e dell’intelligenza artificiale nei percorsi di cura è stata indicata come una priorità assoluta».

Secondo Bruno, il dialogo con il Governo e il lavoro sul Testo Unico rappresentano un’occasione per definire ambiti ancora aperti, tra cui terapie personalizzate e nuove piattaforme tecnologiche, con l’obiettivo di una normativa più stabile e una semplificazione dei tempi regolatori per favorire l’accesso all’innovazione.

Longevità e digitale, opportunità e rischi per una silver economy più inclusiva

In Italia la longevità non è più soltanto una conquista demografica. È diventata, piuttosto, una lente attraverso cui osservare le trasformazioni profonde della società, della sanità e dell’economia. Vivere più a lungo, oggi, non basta più: la vera sfida è vivere meglio, preservando autonomia, benessere e partecipazione sociale. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Longevity & Silver Economy del Politecnico di Milanopresentata durante il convegno “Longevity & Silver Economy: digitale e innovazione per un mondo in cui vivere a lungo”, oltre due over 55 su tre conoscono strumenti di intelligenza artificiale come ChatGPT e più di un terzo li utilizza, mentre cresce l’uso di social, servizi online e acquisti digitali.

Una popolazione senior sempre più eterogenea

Dai dati emerge con chiarezza come la popolazione senior non sia più un blocco omogeneo, ma un universo composito, attraversato da differenze di salute, condizioni socio-economiche, livelli di istruzione e stili di vita. Una pluralità di bisogni che mette sotto pressione un sistema ancora fortemente orientato alla gestione della malattia, più che alla promozione della salute. Il punto, infatti, non è soltanto allungare la vita, ma ridurre la distanza tra aspettativa di vita e anni vissuti in buona salute, spostando il baricentro verso la prevenzione e il benessere lungo tutto l’arco della vita.

Ignazio Zullo

Longevità, da conquista demografica a lente sulla società

È una questione che, come ha sottolineato il Senatore Ignazio Zullo, Intergruppo parlamentare invecchiamento attivo, intervenuto al convegno, ha prima di tutto una radice culturale. «Dobbiamo rafforzare una convinzione: puntare sulla prevenzione, sulla promozione della salute e sulla riabilitazione», ha osservato. «Il nodo centrale è l’autosufficienza, intesa non solo come condizione clinica, ma come elemento fondante della dignità della persona. Più una persona è autonoma, più resta parte attiva della società, della vita familiare e, quando possibile, anche lavorativa. Un aspetto che si riflette direttamente sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, chiamato a confrontarsi con un aumento delle patologie cronico-degenerative».

Disuguaglianze sociali e sfide territoriali

Ma la salute non si esaurisce nei determinanti clinici. Accanto ai fattori endogeni, pesano sempre di più quelli esogeni: condizioni socio-economiche, contesti territoriali, modelli di vita. «Le differenze tra regioni, ma anche all’interno delle stesse regioni, incidono profondamente», ha sottolineato Zullo, richiamando l’attenzione anche su fenomeni come lo spopolamento di molte aree del Paese. In questi contesti, la permanenza degli anziani senza reti familiari solide amplifica un altro fattore di rischio spesso sottovalutato: la solitudine.

Deborah De Cesare

È proprio in questo scenario complesso che si inserisce il tema dell’innovazione digitale. Se da un lato le tecnologie rappresentano una leva fondamentale per migliorare la qualità della vita e rendere più efficienti i servizi, dall’altro aprono interrogativi nuovi, soprattutto in relazione alle disuguaglianze. I dati raccolti dall’Osservatorio, come spiega Deborah De Cesare, direttrice dell’Osservatorio Longevity & Silver Economy del Politecnico di Milano sono eloquenti: il 72% dei 551 senior coinvolti nella ricerca esprime preoccupazione rispetto alle nuove tecnologie, in particolare per il rischio di isolamento sociale e per la difficoltà di distinguere tra contenuti autentici e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Non solo: circa la metà teme di rimanere esclusa da servizi essenziali in assenza di adeguate competenze digitali.

«Non si tratta, però, di una resistenza al cambiamento. Piuttosto, di un segnale che non può essere ignorato. Non dobbiamo nasconderci dietro i rischi del digitale – ha osservato De Cesare – ma lavorare perché queste preoccupazioni non si traducano in esclusione. Il punto è ribaltare la prospettiva: non è il senior che deve inseguire l’innovazione, ma è l’innovazione che deve adattarsi alle caratteristiche dell’utente».

Competenze digitali e progettazione centrata sull’utente

«Questo implica un doppio livello di intervento. Da un lato, investire in competenze digitali, rafforzando l’alfabetizzazione e accompagnando le persone in un percorso di familiarizzazione con le tecnologie. Dall’altro, e forse in modo ancora più decisivo, progettare servizi accessibili, intuitivi e inclusivi. Il digitale deve essere pensato, sviluppato e validato con l’utente» ha sottolineato De Cesare, richiamando l’importanza della co-progettazione. Un approccio che consente di ridurre le barriere all’accesso e di evitare che strumenti pensati in modo standardizzato finiscano per escludere proprio le fasce più fragili.

Il digitale può includere i senior solo se progettato accessibile, intuitivo e centrato sull’utente

Il tema dell’accessibilità si intreccia così con quello dell’equità. Livelli di istruzione più bassi, età avanzata o condizioni di fragilità possono rendere più difficile l’interazione con strumenti digitali complessi. In questi casi, è il sistema che deve fare un passo verso il cittadino, adattando linguaggi, interfacce e modalità di erogazione dei servizi. L’obiettivo è evitare che la trasformazione digitale, anziché ridurre le disuguaglianze, finisca per amplificarle.

Eppure, se correttamente indirizzato, il digitale può rappresentare un alleato potente. Dalla salute al supporto domiciliare, fino alla gestione finanziaria e alla sicurezza, le tecnologie possono contribuire a intercettare bisogni che oggi sono solo parzialmente riconosciuti, ma destinati a diventare sempre più rilevanti in una società che invecchia. Allo stesso tempo, come ha evidenziato anche Zullo, «la digitalizzazione è uno strumento chiave per connettere i diversi nodi della rete assistenziale, ospedale, territorio, assistenza domiciliare, in un contesto segnato anche dalla carenza di personale sanitario».

Il digitale come alleato della longevità

La sfida, dunque, non riguarda solo la sanità, ma l’intero assetto della società. Richiede un ripensamento dei modelli di presa in carico, una maggiore integrazione tra sanitario e sociale e una capacità di progettare servizi che tengano conto della reale eterogeneità della popolazione senior. In gioco non c’è solo la qualità della vita delle persone, ma anche la sostenibilità complessiva del sistema.

In questo senso, la longevità smette di essere un dato statistico e diventa un banco di prova per le politiche pubbliche, l’innovazione e la coesione sociale. La direzione è tracciata: costruire un modello in cui vivere più a lungo significhi anche vivere meglio, senza lasciare indietro nessuno.