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STEM e Life Sciences, Farmindustria: il 40% dei laureati in Italia è donna

«Le Life Sciences sono uno dei motori più dinamici dell’economia, dell’innovazione e dell’occupazione. Ma per continuare a crescere e competere servono persone, competenze e un sistema capace di valorizzare i talenti. È il momento di accelerare su formazione e orientamento, rafforzando le alleanze tra imprese, scuola, università e istituzioni soprattutto sulle discipline STEM, priorità strategica per il Paese». Lo dichiara Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria, in occasione della Settimana Italiana delle discipline STEM e in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella Scienza, l’11 febbraio.

In questo contesto, l’Italia può contare su un punto di forza spesso poco raccontato. Secondo dati Eurostat, la nostra Nazione è nella Top 10 dell’Ue per quota di donne sul totale dei laureati in discipline STEM e Life Sciences: la percentuale raggiunge il 40%, superiore a Francia (35%), Germania (29%) e Spagna (28%) e alla media europea del 34,6%. Non solo: l’Italia è anche il terzo Paese UE per numero complessivo di laureati in STEM e Life Sciences, collocandosi tra i leader europei sia per dimensione sia per presenza femminile. È fondamentale offrire opportunità di crescita in Italia a questi talenti perché scelgano di restare nella nostra Nazione e contribuire alla crescita e all’innovazione.

Occorre colmare il mismatch, ovvero il gap tra le competenze che le industrie cercano e quelle che il sistema scolastico fornisce

Occorre anzitutto colmare il gap tra le competenze che le imprese cercano e quelle che il sistema scolastico e universitario formano.  È il cosiddetto mismatch, che nel comparto Life Sciences genera un costo di 1,8 miliardi di euro. Le aziende farmaceutiche lo sperimentano ogni giorno: l’88% fatica infatti a reperire competenze tecniche, soft skills e competenze manageriali. Un disallineamento che riflette la necessità di far crescere sempre di più il dialogo tra imprese e sistema formativo, per sviluppare competenze scientifiche e tecniche in linea con i trend dell’innovazione nell’industria. Infatti, se in Italia la crescita dei laureati STEM negli ultimi 20 anni è stata del 57%, è altrettanto vero che siamo già in una fase di importante trasformazione dell’innovazione e delle organizzazioni aziendali, che richiede un impegno comune per rispondere alle necessità delle filiere industriali. Intervenendo nella formazione fin dai primi anni di scuola, perché è lì che emergono divari nelle competenze scientifiche, con effetti che si trascinano poi nel mondo del lavoro.

«Farmindustria e le imprese del settore» – spiega Cattani – «investono da tempo in percorsi concreti per avvicinare i giovani alle professioni del futuro, dall’orientamento scolastico fino alla formazione tecnica e universitaria». Le aziende sono le prime per attività di formazione e l’Associazione ha, tra le esperienze più significative, il progetto di alternanza scuola – lavoro, il Campus ITS Pharma Academy che ha formato, con il contributo delle imprese, 250 giovani in 5 anni, oltre 50 collaborazioni con le università. E il Protocollo con MUR e CRUI, siglato con il Ministro Bernini per rafforzare il modello di collaborazione pubblico-privato, favorendo la formazione di professionalità altamente qualificate e specializzate, in particolare nelle discipline STEM, attraverso la promozione della partecipazione delle imprese alle attività formative universitarie, post-universitarie (scuole di specializzazione, master e dottorati industriali) e alla didattica integrativa.

«Non possiamo restare a guardare mentre altri Paesi accelerano, servono scelte coraggiose per sostenere ricerca, competenze e innovazione»

L’industria farmaceutica crede molto nei giovani, come dimostra anche l’aumento dell’occupazione under 35 del 21% in 5 anni nelle imprese. Ma la competizione non si gioca solo sul piano nazionale. «L’innovazione corre velocemente e gli equilibri mondiali stanno cambiando. Oggi la Cina avvia il 28% dei trial clinici globali, contro appena il 3% di 10 anni fa. L’Europa deve recuperare terreno con politiche più attrattive e una visione industriale chiara. Non possiamo restare a guardare mentre altri Paesi accelerano. Come dimostra l’azione del Governo italiano, servono scelte coraggiose per sostenere ricerca, competenze e innovazione», conclude Cattani.

AIFA e Organizzazione Nazionale Antidoping insieme per garantire uno sport “pulito”

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e l’Organizzazione Nazionale Antidoping (NADO Italia) hanno sottoscritto un protocollo d’intesa finalizzato a fornire agli atleti e al personale di supporto informazioni accessibili e aggiornate sui medicinali che contengono sostanze proibite secondo la Lista delle sostanze e dei metodi vietati dalla World Anti-Doping Agency (WADA).

Grazie all’accordo, AIFA mette a disposizione di NADO Italia le informazioni contenute nella propria banca dati dei farmaci, utilizzabili per la realizzazione di una piattaforma dedicata. L’Agenzia condividerà inoltre con regolarità gli aggiornamenti della banca dati, garantendo che atleti e team possano consultare dati sempre aggiornati e gestire con maggiore consapevolezza l’uso dei medicinali.

«È interesse di AIFA promuovere un uso corretto, responsabile e consapevole dei medicinali, anche tra gli atleti che partecipano a competizioni sportive»

«È interesse di AIFA promuovere un uso corretto, responsabile e consapevole dei medicinali, anche tra gli atleti che partecipano a competizioni sportive – afferma Isabella Marta, dirigente dell’Area Autorizzazione Medicinali dell’AIFA – Siamo lieti di supportare NADO Italia con la nostra banca dati, a beneficio degli atleti e dei loro team, in particolare in occasione di manifestazioni di rilievo internazionale come i Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina».

La collaborazione si inserisce nell’attività annuale di AIFA di fornire al Ministero della Salute l’elenco dei medicinali autorizzati in Italia contenenti sostanze vietate, sulla base del quale viene predisposto il decreto ministeriale di aggiornamento della lista dei farmaci e principi attivi proibiti. La banca dati “AIFA medicinali” indica chiaramente per ciascun farmaco se contiene sostanze dopanti e riporta il relativo pittogramma, anche sull’etichetta.

Offrendo informazioni chiare e aggiornate agli atleti e al loro staff si tutela l’atleta “pulito”, prevenendo casi di doping involontario

«Il protocollo con AIFA rafforza il nostro impegno a garantire strumenti immediati per la verifica della presenza di sostanze proibite nei farmaci – commenta la dottoressa Alessia Di Gianfrancesco, direttore generale di NADO Italia – In questo modo possiamo tutelare l’atleta “pulito” e prevenire casi di doping involontario, offrendo informazioni chiare e aggiornate sia agli atleti sia al loro staff».

Psichiatria, nuove terapie tra promesse scientifiche e tempi della ricerca

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La psichiatria sta esplorando nuove traiettorie terapeutiche che vanno oltre gli psicofarmaci tradizionali, intercettando molecole nate in altri ambiti e riscoprendo, con cautela scientifica, sostanze a lungo considerate off-limits. Dagli agonisti del recettore GLP-1, già utilizzati in ambito metabolico, fino alle microdosi di psichedelici come psilocibina e LSD, le evidenze emergenti aprono scenari promettenti ma ancora lontani dalla pratica clinica. A fare il punto sono Matteo Balestrieri e Claudio Mencacci, co-presidenti della Società Italiana di Neuro Psico Farmacologia (SINPF), che analizzano per TrendSanità risultati, limiti e prospettive regolatorie di queste nuove opzioni terapeutiche.

L’efficacia dei farmaci GLP-1 in campo psichiatrico

I nuovi farmaci metabolici sviluppati per l’obesità e il diabete stanno mostrando effetti promettenti anche nel trattamento dei disturbi psichiatrici. Si tratta degli agonisti del recettore del peptide-1 glucagone-simile (GLP-1) – come semaglutide, liraglutide e tirzepatide – che si sono rivelati in grado di contrastare l’aumento di peso spesso associato all’assunzione di psicofarmaci, un effetto che può compromettere l’aderenza alle cure. Studi recenti pubblicati su JAMA Psychiatry e BMC Psychiatry, presentati anche all’ultimo Congresso della SINPF, evidenziano come i GLP-1 possano contribuire non solo a proteggere il corpo dei pazienti, ma anche a ridurre il rischio di depressione e disturbo bipolare.

Ancora nessuna approvazione regolatoria per i GLP-1 nei disturbi psichiatrici, ma crescono evidenze su umore, dipendenze e funzioni cognitive

Come riporta l’articolo pubblicato su JAMA Psychiatry, i ricercatori dell’Ospedale Universitario della Charité di Berlino hanno dimostrato che semaglutide può aiutare a superare uno dei maggiori ostacoli della psicosi, cioè l’aumento di peso indotto dai farmaci. Questo effetto porta i pazienti a interrompere le cure o a sviluppare gravi complicanze metaboliche. Spiega Matteo Balestrieri, già professore di psichiatria all’Università di Udine e co-presidente SIMPF: «I risultati dello studio mostrano che l’uso di semaglutide in pazienti in terapia antipsicotica ha portato a una riduzione media del peso corporeo dell’8% in sole 24 settimane, mentre l’uso di liraglutide a una riduzione di circa il 5%. Un risultato straordinario se confrontato con la stabilità del peso osservata nel gruppo trattato con metformina, lo standard attuale».

Aggiunge Claudio Mencacci, psichiatra, direttore emerito del dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano e co-presidente SINPF: «Per la prima volta abbiamo uno strumento efficace non solo per curare la mente, ma anche per proteggere il corpo dei pazienti psichiatrici, riducendo drasticamente il rischio di diabete e malattie cardiovascolari correlate alla terapia. I GLP-1 agiscono sui centri della sazietà nel cervello, contrastando l’iperfagia (fame eccessiva) spesso causata dagli psicofarmaci».

Evidenze crescenti per alcuni utilizzi

Claudio Mencacci e Matteo Balestrieri

Nell’articolo di BMC Psychiatry si illustrano i risultati dello studio condotto dalla Seoul National University Biomedical Informatics. Gli scienziati hanno indagato sul nesso genetico tra il recettore GLP-1 e i disturbi psichiatrici. «I risultati parlano chiaro: una maggiore attività genetica del recettore GLP-1 è associata a una riduzione del rischio di depressione maggiore e disturbo bipolare. – afferma Balestrieri – È la prima prova genetica che suggerisce come il sistema GLP-1 non regoli solo l’insulina, ma influenzi direttamente i circuiti della regolazione affettiva, confermando così il ruolo potenziale degli agonisti GLP-1 nel trattamento della depressione e dei disturbi da uso eccessivo di alimenti e di alcol».

Per arrivare a un effettivo utilizzo degli agonisti GLP-1 in psichiatria ci vorrà ancora tempo. Spiega Mencacci: «Allo stato attuale non è ancora all’orizzonte l’approvazione da enti regolatori con indicazione per disturbi psichiatrici. Vi sono evidenze crescenti su alcune dimensioni psichiche quali funzioni cognitive, su dipendenza alcol e umore».

Il microdosing di alcuni psichedelici, studi in corso

Promette sviluppi interessanti anche il “microdosing”, l’utilizzo cioè di dosi sub-percettive di sostanze psichedeliche come LSD e psilocibina, per il trattamento di diversi disturbi psichiatrici. Evidenze scientifiche mostrano che anche solo pochi microgrammi di questi due principi potrebbero aiutare in determinati disturbi mentali. Dopo averli banditi per circa mezzo secolo perché ritenuti ad alto rischio, gli psichedelici sono tornati al centro dell’interesse scientifico. E, a detta degli esperti, mostrano un enorme potenziale terapeutico. Tra gli psichedelici, la ketamina viene già ampiamente utilizzata per la depressione resistente e un suo derivato (esketamina) è prescritto anche in Italia per questa tipologia di disturbo.

Vanno compresi bene i meccanismi d’azione e gli effetti collaterali: per l’introduzione di questo tipo di farmaci ci vorrà tempo

Spiega Mencacci: «Su queste terapie è in corso uno studio italiano autorizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e condotto nella Clinica Psichiatrica dell’Università di Chieti diretta da professor Giovanni Martinotti. Stiamo attendendo i risultati di questa indagine. L’accesso al mercato è ancora di là da venire, ma sappiamo che in altri Paesi, in particolare in Canada, le possibilità di accesso si sono realizzate. Sicuramente avremo beneficio anche dagli studi fatti in UK, ricerche che potrebbero spianare la strada. Il tema, sicuramente delicato perché coinvolge sostanze come psilocibina e LSD, è di definire in maniera molto attenta il dosaggio, la cosiddetta microdose. Vanno compresi bene i meccanismi d’azione e gli effetti collaterali. Per l’introduzione di questo tipo di farmaci ci vorrà tempo».

Prosegue Mencacci: «Gli studi più recenti indicano che microdosi di psilocibina e LSD, pari a circa il 5-10% di una dose standard, siano in grado di “resettare” i circuiti neurali coinvolti in patologie come la depressione maggiore e il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), favorendo la crescita di spine dendritiche, i mattoni neurali dell’apprendimento e della memoria, e migliorando la connettività sinaptica».

Al di là dei risultati promettenti, ci vuole cautela. «Il microdosing deve rimanere un atto medico controllato – specificano i presidenti SINPF – che richiede un monitoraggio attento per escludere rischi a lungo termine. La nostra missione è garantire che l’innovazione non prescinda mai dalla sicurezza del paziente. La SINPF si impegna a guidare questa transizione, promuovendo una formazione specifica per gli psichiatri italiani e collaborando con le autorità regolatrici per trasformare la ricerca d’avanguardia in pratica clinica sicura e accessibile».

Quando medicina e diritto dialogano: il confronto alla Lumsa

di Ivana Barberini

Quando medicina e diritto si incontrano o si scontrano, ne scaturisce un confronto serrato, a tratti vivace e ricco di spunti. Quando però il dialogo funziona si apre uno spaccato di realtà a tratti molto complessa ma anche istruttiva, soprattutto per i non addetti ai lavori.

È quanto è accaduto al convegno organizzato da S.I.S.O. ETS, in collaborazione con Avvidasa, associazione di avvocati esperti in responsabilità sanitaria, e APMO – Associazione pazienti malattie oculari, tenutosi venerdì 6 febbraio presso l’auditorium della Lumsa. L’incontro, moderato dall’avvocato Michele Allamprese, segretario APMO e socio Avvidasa, ha riunito professionisti della medicina, dell’avvocatura e della magistratura, arricchito dal saluto istituzionale della dottoressa Antonella Giammaria, capo Dipartimento per gli Affari di Giustizia del Ministero della Giustizia, a nome del ministro Carlo Nordio.

Complicanze cliniche, medicina difensiva e responsabilità professionale

La prima parte dei lavori è stata dedicata agli aspetti clinici delle complicanze in ambito oculistico. Il professor Teresio Avitabile, presidente S.I.S.O. ETS e ordinario di Malattie dell’apparato visivo all’Università di Catania, insieme al professor Cristoforo Pomara, ordinario di Medicina legale nello stesso ateneo, ha approfondito il tema della medicina difensiva e le preoccupazioni dei sanitari rispetto al rischio di contenzioso giudiziario.

Avitabile ha sottolineato la necessità di criteri chiari e condivisi: «Non serve impunità, ma regole chiare per tutti, non solo per i medici. È fondamentale capire il confine tra cause umane e cause naturali. Il paziente va risarcito se il medico ha sbagliato, ma chi lo stabilisce? È centrale il ruolo del consulente tecnico del giudice, che deve avere conoscenze specifiche e pratiche e le competenze necessarie». Segue immediata la replica di Pomara, che ha richiamato il bisogno di distinguere «la colpa dalla fatalità con un criterio di buonsenso» e ha ribadito l’importanza del confronto tra discipline. «Il tribunale deve avvalersi di un albo di consulenti preparati. Quando scatta il risarcimento paga l’azienda sanitaria e questo rischia di sottrarre fondi all’assistenza alimentando la medicina difensiva.

La medicina non ha superato la sua fallibilità e resta difficile stabilire criteri per la valutazione del danno. Il compito del medico legale è fare da ponte tra legge e medicina

Pomara ha evidenziato anche il valore della documentazione clinica: «La cartella clinica è un atto pubblico, l’unica testimonianza del medico. Se è ben compilata diventa un atto difensivo e dimostra completezza dell’atto medico». Il confronto è proseguito con l’analisi di un caso pratico di complicanza clinica oftalmologica illustrato dalla dottoressa Sarah Nalin e dall’avvocato Simone Grimaldi, con la partecipazione del medico legale Matteo Perilli, mentre Riccardo Cornaghi, Affinity Manager di Marsh Spa, ha affrontato il tema delle coperture assicurative nella responsabilità sanitaria in oftalmologia e si è soffermato sul nodo delle coperture e sulla ripartizione delle spese legali in caso di contenzioso. Nalin ha ribadito la necessità di affiancare il giudice con competenze adeguate: «Accanto al giudice deve esserci un medico legale competente o un collegio di esperti, non semplicemente chi conosce la materia in modo generico».

Nesso causale, danno e prospettive future del dialogo interdisciplinare

La seconda sessione ha approfondito gli aspetti giuridici con gli interventi del magistrato Giacomo Travaglino, già presidente della Terza Sezione della Corte di Cassazione, e di Alberto Cisterna, sostituto procuratore presso la Procura generale della Corte di Cassazione, che hanno chiarito i punti chiave relativi al nesso di causalità e alla quantificazione del danno.

Travaglino ha evidenziato «la difficoltà di comunicazione tra medicina e giurisprudenza» e ha ricordato come «la responsabilità medica nella storia sia sempre stata un pendolo oscillante». Ha sottolineato anche l’importanza della relazione con il paziente: «Serve dedicare più tempo alla comunicazione e sviluppare competenze relazionali». L’ultimo intervento, quello di Alberto Cisterna, è stato dedicato alle conseguenze risarcitorie dell’adattamento alla cecità: «Esistono diverse forme di risarcimento, anche legate alle conseguenze che l’errore ha sulla vita del paziente. È necessario mantenere elevati standard delle consulenze tecnico-legali ed evitare diserzioni. Fare il consulente per il tribunale è complesso, ma fondamentale».

A chiudere i lavori è stata l’avvocato Caterina Cristina Bressan, presidente di Avvidasa che ha evidenziato il messaggio che emerge da quanto discusso. «Alla luce del ruolo essenziale dell’alta specializzazione dei CTU, Avvidasa si propone di avviare una condivisione sistematica dei dati sulle esperienze di ciascun socio con i CTU dei diversi fori. L’obiettivo è mettere in comune le esperienze per individuare quei consulenti meritevoli di essere nominati più spesso dai giudici e, al contrario, evidenziare i casi in cui il lavoro risulta più superficiale – spiega Bressan. L’attività dei CTU, infatti, si riflette direttamente sulla bontà e sulla solidità delle sentenze, delle pronunce definitive dei giudici che si basano sulle loro relazioni, essendo gli ausiliari tecnici del magistrato. Questo impegno era già presente tra le priorità, dell’Associazione ma ora verrà portato avanti con ancora maggiore convinzione, soprattutto in un ambito altamente specialistico come quello dell’oculistica, dove è fondamentale che il collegio peritale sappia esattamente ciò che fa».

Al termine dell’incontro, i presidenti di S.I.S.O. ETS e Avvidasa hanno annunciato l’intenzione di rendere l’appuntamento periodico per rafforzare il dialogo tra tutti gli attori coinvolti nel contenzioso sanitario in oftalmologia e promuovere una cultura condivisa della responsabilità.

Prevenzione e inclusione sul lavoro: l’intesa tra FAND e Assimprenditori sul diabete

Favorire il contributo delle persone con diabete alla società attraverso il lavoro, valorizzarle in quanto risorsa grazie a un comportamento proattivo che migliori la gestione delle malattie e riduca le complicanze, e allo stesso tempo promuovere la cultura della prevenzione in ambito lavorativo. Sono questi gli obiettivi dell’accordo siglato tra Fand – Associazione italiana diabetici e Assimprenditori, grazie alla firma nei giorni scorsi di un protocollo d’intesa. L’accordo permetterà alle due organizzazioni di lavorare insieme per mettere in campo iniziative volte alla prevenzione, al miglioramento delle condizioni delle persone con diabete sul lavoro e al contrasto allo stigma nei confronti di chi vive con questa malattia.

L’obiettivo è aiutare le persone con diabete a diventare consapevoli della propria condizione e a svolgere normalmente la propria vita lavorativa

In Italia le persone con diabete sono circa 4 milioni, e si stima che un ulteriore milione sia affetto dalla malattia senza che sia mai stata diagnosticata. Nel 2020 si sono registrati circa 20 mila decessi in più rispetto al 2019 con menzione di diabete in causa iniziale o nelle cause multiple, per complessivi 97 mila decessi, undici ogni ora. Il diabete è una malattia asintomatica e viene scoperta spesso casualmente durante controlli per altro motivo o quando insorgono sintomi e complicanze. La diagnosi tardiva, purtroppo, conduce molto frequentemente al cosiddetto “danno d’organo”, spesso irreversibile: il 98% delle amputazioni degli arti inferiori di origine non traumatica è causata dal diabete. Tuttavia, una persona con diabete avendo piena consapevolezza e corretta gestione della propria patologia può essere in grado di svolgere una vita perfettamente normale, inclusa la vita lavorativa, ritardando o non manifestando affatto le complicanze.

Adottare uno stile di vita corretto, continuare a informarsi e formarsi, superare lo stigma che spesso accompagna il diabete, senza paura di comunicare la propria condizione, ma rendendo consapevoli anche coloro che appartengono alla propria cerchia familiare, lavorativa e sociale, sono i presupposti per ridurre l’incidenza del diabete nella nostra società, sia in termini di aumento della qualità di vita e cura sia in termini economici. Secondo il sistema di sorveglianza PASSI promosso dal Ministero della Salute, il 70% delle persone con diabete è in eccesso ponderale, il 48% è sedentario, il 22% fuma e oltre il 90% non consuma le cinque porzioni giornaliere di frutta e verdura raccomandate: fondamentale è quindi sensibilizzare e promuovere i sani stili di vita, anche in ambito lavorativo.

Manuela Bertaggia

«L’accordo fra le due organizzazioni, di cui siamo fieri, ha l’obiettivo di permettere alle persone con diabete di avere piena consapevolezza della propria malattia, attraverso una serena e corretta gestione, per favorire la loro capacità di dare pieno contribuito allo sviluppo della nostra società, sia in termini di qualità di vita che di capacità produttiva» – dichiara Manuela Bertaggia, Presidente Fand – «L’obiettivo è, inoltre, quello di ridurre le complicanze e l’impatto socio-economico del diabete adottando un comportamento proattivo sia da parte delle persone con diabete che da parte delle persone legate alla loro sfera familiare, sociale, lavorativa. Vogliamo promuovere in ambito lavorativo una cultura che consideri la persona con diabete come una risorsa e non come un problema, e allo stesso tempo, una riduzione, attraverso una migliore gestione del diabete, i giorni persi per malattia e/o ricoveri ospedalieri, diminuendo così i costi a carico della collettività e aumentando la produttività nei luoghi di lavoro. Infine, le azioni messe in campo consentiranno di prevenire, in generale, l’insorgenza del diabete nella popolazione attraverso la promozione del corretto stile di vita, creando la cultura di una sana alimentazione accompagnata dalla giusta attività fisica».

«Il protocollo firmato fra Assimprenditori e FAND è il suggello di una visione comune sul fronte del diabete e promette di ottenere notevoli risultati in questa guerra dilagante» – dichiara Giuseppe Samà, Presidente di Assimprenditori – «Solo facendo fronte comune, ciascuno con le proprie competenze, si potrà disporre di quella forza necessaria a contrastare efficacemente la pandemia diabetica. Imprese e FAND affiancate: un sodalizio vincente. La strada è tracciata. Ancora grazie a FAND e alla sua presidente Manuela Bertaggia».

La logistica healthcare che cambia: tra AI, ospedali e serializzazione

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In un contesto segnato da instabilità geopolitica, riallocazione delle supply chain e crescente complessità operativa, la logistica healthcare continua a rafforzare il proprio ruolo strategico. I dati presentati dall’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano in collaborazione con il Consorzio Dafne restituiscono l’immagine di un settore che cresce più della media, ma che lo fa con margini contenuti, chiamato a ripensare il proprio modello evolvendo da funzione prevalentemente operativa a leva abilitante per la continuità dei servizi sanitari.

Luci e ombre del settore nell’analisi dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano in collaborazione con il Consorzio Dafne

Tra il 2020 e il 2024 il fatturato degli operatori logistici attivi nell’healthcare ha registrato una crescita complessiva stabile, meno volatile rispetto alla logistica nel suo complesso. Nel solo 2024 l’incremento si è attestato al +1,7%, confermando una traiettoria positiva ma più moderata rispetto agli anni precedenti. A fronte di questa crescita, però, la redditività resta sotto pressione: secondo i dati dell’Osservatorio Contract Logistics, la marginalità media (EBITDA/fatturato) si ferma intorno al 3%, circa tre punti percentuali in meno rispetto alla media della contract logistics italiana. Un differenziale negativo che riguarda anche i vettori, seppur in misura più contenuta.

Il quadro cambia se si guarda ai distributori intermedi, che nel 2024 raggiungono un fatturato complessivo di 16,5 miliardi di euro, in significativa crescita sull’anno precedente.

Incertezza strutturale e investimenti che non si fermano

Il filo conduttore dell’edizione 2025 dell’Osservatorio è stato l’incertezza, una condizione ormai strutturale che attraversa l’intera filiera healthcare. Un tema che emerge con forza anche dalle parole di Damiano Frosi, Direttore dell’Osservatorio Contract Logistics, raccolte da TrendSanità a margine dell’evento.

«Incertezza è proprio la parola chiave che citano i manager della logistica da qualche anno e in particolare nel 2025, perché ci sono tante tensioni geopolitiche che arrivano anche a toccare la filiera healthcare».

Le pressioni internazionali, il riposizionamento delle supply chain, il dibattito sul ruolo dell’industria farmaceutica europea e i costi crescenti – dalla manodopera all’energia – non hanno però frenato gli investimenti. Al contrario, gli operatori logistici stanno continuando a rafforzare infrastrutture e capacità tecnologiche.

Logistica ospedaliera: cresce l’integrazione, cambia l’outsourcing

Un capitolo centrale della ricerca è dedicato alla logistica ospedaliera, sempre più rilevante per le strutture sanitarie pubbliche. Dal 2009 al 2024 sono stati individuati 285 contratti di servizi logistici stipulati con ospedali pubblici, per un valore complessivo di 766 milioni di euro. Un mercato fortemente polarizzato: il 9% dei contratti, stipulati a livello di Aree Vaste, concentra il 63% del valore complessivo.

«Le strutture sanitarie si stanno approcciando alla logistica vedendola sempre come più strategica», spiega Martina Coslovich, Responsabile del Tavolo di Lavoro Logistics HealthCare dell’Osservatorio. «Il loro approccio all’outsourcing sta cambiando, diventando più complesso e strutturato».

Le strutture sanitarie si stanno approcciando alla logistica vedendola sempre come più strategica

Il dato più significativo infatti riguarda la tipologia di servizi affidati in outsourcing. Se storicamente la gestione del magazzino ospedaliero rappresentava quasi la metà dei contratti, negli ultimi due anni cresce in modo marcato la logistica integrata, che passa dall’8% storico al 18% del totale.

Alla base di questa evoluzione c’è la consapevolezza che la logistica non è più un servizio ancillare, ma una componente critica del funzionamento ospedaliero. La sfida, sottolinea Coslovich, è la sincronizzazione tra flussi logistici e clinici, che richiede integrazione dei sistemi informativi, revisione dei processi e modelli di governance più maturi.

L’Intelligenza Artificiale esce dalla fase sperimentale

Uno dei principali fattori abilitanti di questa trasformazione è l’Intelligenza Artificiale, ormai adottata da oltre la metà delle aziende committenti e da quasi il 60% dei fornitori di servizi logistici. Secondo l’Osservatorio, il 71% delle aziende healthcare dichiara oggi di utilizzare soluzioni di AI su processi specifici, prevalentemente verticali, una quota destinata a crescere ulteriormente nei prossimi cinque anni.

L’AI in logistica healthcare punta più alla qualità dei processi e al servizio che al risparmio

Le applicazioni sono ancora concentrate soprattutto “in ufficio”, a supporto delle attività operative e decisionali, mentre l’adozione “sul campo” resta più limitata. Ma ciò che colpisce è il cambio di prospettiva sugli obiettivi: non più solo efficienza e riduzione dei costi, ma soprattutto qualità dei processi (36%) e livello di servizio (32%).

Come sottolinea Marco Melacini, Direttore Scientifico dell’Osservatorio, l’AI sta diventando un abilitatore concreto della collaborazione lungo la filiera, superando la fase di sperimentazione e orientandosi verso un impatto tangibile sulla continuità operativa.

Serializzazione dei medicinali: dalla compliance alla leva di trasformazione della filiera

Tra i temi affrontati nel corso dell’evento, la serializzazione dei medicinali segna una discontinuità rilevante per la logistica healthcare, approfondita nella sessione pomeridiana a cura del Consorzio Dafne. Il passaggio al modello europeo di anticontraffazione supera infatti il sistema del Bollino Farmaceutico e introduce l’identificazione univoca di ogni confezione tramite DataMatrix e dispositivi anti-manomissione, con impatti diretti su processi e responsabilità lungo l’intera filiera.

Come spiega Daniele Marazzi, consigliere delegato del Consorzio Dafne, l’Italia si trova oggi in una fase cruciale di transizione: «La serializzazione sta arrivando anche in Italia, che è nel pieno del percorso verso la piena efficacia del regolamento anticontraffazione europeo, con un periodo di stabilizzazione che ci porterà a un pieno adeguamento entro febbraio 2027».

La serializzazione può diventare un’occasione per ripensare modelli organizzativi e processi logistici

Per accompagnare questo percorso, il Consorzio Dafne ha pubblicato il white paper «Gli impatti della Serializzazione sull’ecosistema Salute italiano», frutto di un intenso lavoro di confronto all’interno del Gruppo di Lavoro Serializzazione, con oltre 270 manager della filiera. L’obiettivo non è solo supportare l’adeguamento normativo, ma stimolare una lettura più ampia del cambiamento in atto.

Come sottolineato da Marazzi, «guardando oltre il mero adempimento», la serializzazione può diventare un’occasione per ripensare modelli organizzativi e processi logistici, aprendo a innovazioni capaci di migliorare efficacia, sicurezza e – in prospettiva – anche l’efficienza di segmenti della filiera rimasti a lungo invariati. In questo senso, il 2027 non rappresenta solo una scadenza regolatoria, ma un banco di prova per la maturità digitale e collaborativa del sistema salute italiano.

Sanità, Regioni e sindacati aderiscono al Protocollo per rilanciare il personale del SSN

Regioni e sindacati compiono un primo passo per fermare l’emorragia di professionisti dal Servizio sanitario nazionale. L’ANAAO ASSOMED e la Federazione CIMO-FESMED hanno aderito al “Protocollo Sanità”, elaborato congiuntamente dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e dalle organizzazioni sindacali del comparto e della dirigenza sanitaria. Un documento che individua le azioni necessarie per rendere di nuovo attrattivo il lavoro nella sanità pubblica e invertire il trend di dimissioni e migrazione verso il privato e l’estero.

«Il Protocollo contiene misure che da tempo riteniamo indispensabili per migliorare le condizioni di lavoro e le retribuzioni dei medici dipendenti del SSN – dichiarano Pierino Di Silverio, Segretario ANAAO ASSOMED, e Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED – Ora è fondamentale che questi impegni non restino sulla carta, ma vengano recepiti anche nel CCNL 2025-2027, le cui trattative, secondo le Regioni, dovrebbero svolgersi nel corso del 2026».

«Il Protocollo contiene misure per migliorare le condizioni di lavoro e le retribuzioni dei medici dipendenti del SSN»

«Dopo il via libera del Consiglio dei Ministri di ieri all’ipotesi di CCNL 2022-2024, auspichiamo una rapida convocazione dell’Aran per la firma definitiva del contratto in modo da assicurare l’adeguamento delle retribuzioni e, quindi, una immediata pubblicazione, da parte delle Regioni, dell’atto di indirizzo per aprire il tavolo del triennio successivo, senza attendere la chiusura del contratto del comparto e senza prevedere arretramenti rispetto ai risultati già ottenuti, soprattutto sul piano normativo».

ANAAO e CIMO-FESMED hanno anche chiesto l’apertura di un tavolo di confronto con il Ministero della Salute e la Conferenza delle Regioni per definire la futura collocazione contrattuale del personale sanitario. «È arrivato il momento – sottolineano Di Silverio e Quici – di discutere i nostri contratti con chi ha la reale responsabilità dell’organizzazione del lavoro e della definizione degli obiettivi della sanità pubblica: Ministero e Regioni».

Tra gli interventi previsti dal Protocollo figurano:

  • il miglioramento delle condizioni di lavoro attraverso modelli organizzativi più flessibili, capaci di favorire la conciliazione tra vita professionale e privata, riportando il lavoro straordinario e le prestazioni aggiuntive alla loro funzione originaria;
  • la valorizzazione economica del personale sanitario, adeguando le retribuzioni ai livelli europei anche tramite il superamento dei tetti di spesa;
  • la garanzia di reali percorsi di crescita professionale, regolamentando in modo più efficace l’affidamento delle strutture complesse al personale universitario e tutelando le opportunità di carriera del personale ospedaliero;
  • il rafforzamento delle relazioni sindacali per assicurare un’applicazione uniforme dei contratti nazionali su tutto il territorio;
  • la revisione e semplificazione dei profili professionali, nel rispetto dei ruoli e delle competenze;
  • il coinvolgimento attivo dei professionisti nella governance dei progetti di digitalizzazione;
  • l’istituzione di un confronto permanente tra la Conferenza delle Regioni e le organizzazioni sindacali.

Gravidanza e cuore, cambia l’approccio al rischio: nuove raccomandazioni ESC

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La Società Europea di Cardiologia (ESC) ha pubblicato le Linee Guida per la gestione della gravidanza in donne con patologie cardiovascolari. Il documento nasce dalla necessità di ottimizzare l’approccio alla valutazione e gestione delle gravidanze a rischio cardiovascolare, introducendo cambiamenti rispetto alla stratificazione del rischio, alla gestione della terapia farmacologica e all’organizzazione dell’assistenza.

Ne abbiamo parlato con Lia Crotti, Direttrice della U.O. di Cardiomiopatia e riabilitazione di Auxologico e Docente di Malattie dell’apparato cardiovascolare all’Università di Milano-Bicocca, oltre che componente del gruppo di lavoro che ha curato la stesura del lavoro (pubblicato sulla rivista European Heart Journal).

Scelte più consapevoli

Le linee guida nascono con l’obiettivo di inquadrare, per ciascuna patologia cardiovascolare, il miglior percorso che la donna deve seguire durante la gravidanza per tenere sotto controllo i rischi, ed evitare per quanto possibile l’insorgenza di complicanze.

Le linee guida nascono con l’obiettivo di inquadrare il miglior percorso durante la gravidanza per tenere sotto controllo i rischi

Il nuovo approccio pone la donna affetta da patologie cardiovascolari al centro del processo decisionale, e indica un cambio di prospettiva che valorizza la possibilità di prendere decisioni consapevoli sulla base di informazioni chiare ed esaustive. Il modello tende a essere meno prescrittivo e più collaborativo: si passa da un’impostazione che a priori suggeriva alle donne con malattie cardiovascolari se poter avere o meno una gravidanza a una basata sulla condivisione delle informazioni e sull’empowerment.

Lia Crotti

«Oggi, il dovere del medico è fornire un quadro completo e trasparente dei rischi, mettendo la donna e la coppia nella condizione di prendere una decisione informata. Questo non significa deresponsabilizzare la classe medica, ma coinvolgere la donna in un percorso che può rivelarsi complesso, e doloroso, qualora si debba decidere di non intraprendere la gravidanza; una decisione che richiede la partecipazione del partner. Questo principio di collaborazione si traduce in un percorso clinico strutturato, che inizia ben prima del concepimento» spiega Lia Crotti.

Oltre che la valutazione precedente l’inizio della gestazione, le indicazioni riguardano la gestione della gravidanza, in presenza di condizioni specifiche tra cui valvulopatia, ipertensione polmonare, cardiopatie congenite, cardiomiopatie, ma anche delle possibili complicanze e delle terapie farmacologiche ammesse.

Strumenti di valutazione del rischio più precisi

Una importante novità delle linee guida riguarda l’aggiornamento delle tabelle di rischio «con l’inserimento di patologie, come le canalopatie e le cardiomiopatie ereditarie; questo permette una determinazione dei livelli di rischio molto più precisa. Mi preme tuttavia precisare che il rischio “zero” non esiste, anche per una donna sana» prosegue Crotti. «Parallelamente, è stata revisionata la tabella di tutti i farmaci cardiovascolari con valutazioni dettagliate sulla loro sicurezza durante la gravidanza e l’allattamento».

Le tabelle di rischio prevedono classi che stimano anche la probabilità di eventi severi, incluso il rischio di mortalità nelle situazioni più critiche. Inoltre, il documento include una parte dedicata alla gestione delle complicanze della gravidanza anche indipendentemente dalla presenza di pregresse patologie cardiovascolari.

In queste linee guida è presente una determinazione dei livelli di rischio molto più precisa

Quali sono dunque i passi per la presa in carico di una gravidanza a rischio cardiovascolare? «Con l’aumento dell’età media in cui si affronta la maternità, è necessario evitare di iniziare una gravidanza senza essere a conoscenza di avere un problema cardiovascolare. Per evitare di affrontare una gravidanza senza un’adeguata preparazione, il primo passo è un consulto con un cardiologo. Anche per una donna con una patologia già nota la pianificazione è cruciale per la sicurezza. Durante questa fase, il cardiologo svolge una valutazione approfondita che include la revisione della terapia farmacologica per sostituire eventuali farmaci non sicuri con alternative consentite, l’esecuzione di esami aggiuntivi per ricalcolare il rischio con il nuovo regime terapeutico e, in alcuni casi, la proposta di interventi correttivi, anche chirurgici, da eseguire prima del concepimento. Sulla base di questa valutazione viene definito il livello di assistenza adeguato a ogni situazione: per i casi a basso rischio può bastare un follow-up congiunto, mentre per quelli complessi dovrebbe essere attivato un percorso specialistico che prevede il coinvolgimento di un team multidisciplinare e il parto in un centro dedicato alle gravidanze a rischio».

Le linee guida includono anche indicazioni sul monitoraggio fetale in presenza di patologie ereditarie, e quando esiste il rischio che alcune malattie si manifestino già in epoca fetale. In questi casi vengono date indicazioni anche sulla gestione delle prime fasi dopo la nascita del neonato potenzialmente affetto.

Pregnancy Heart Team, una rete multidisciplinare

Le linee guida menzionano la creazione di un Pregnancy Heart Team dedicato alla gestione multidisciplinare delle gravidanze a rischio intermedio-alto.

«Non si tratta necessariamente di una struttura fisica separata, ma piuttosto di una rete funzionale di specialisti che collaborano in modo coordinato per la gestione della gravidanza. La composizione del team è flessibile e si adatta alle patologie della donna. Oltre a cardiologo, e ginecologo, figure centrali insieme a ostetrica e infermiera specializzata, la rete può includere il genetista per le patologie ereditarie, lo psicologo per il supporto emotivo, il neonatologo, l’anestesista. A seconda dei casi potrebbero essere coinvolti anche cardiologi di unità intensive o pneumologi. Ritengo importante anche il ruolo del medico di base, che dovrebbe essere sempre informato per mantenere una visione d’insieme sulla salute della paziente. Questo modello risponde a una necessità pratica; per fare un esempio, un centro di altissima specializzazione in cardiomiopatie potrebbe non disporre di un reparto di ginecologia e dover quindi interagire con una struttura specializzata nelle gravidanze a rischio».

Il Pregnancy Heart Team è una rete funzionale di specialisti che collaborano in modo coordinato per la gestione della gravidanza

L’obiettivo delle nuove linee guida è anche quello di incentivare la creazione di queste reti e la collaborazione tra ospedali diversi. Un esempio pratico è un centro di super-specializzazione per le cardiomiopatie che collabora formalmente con un centro d’eccellenza per le gravidanze a rischio, creando un team virtuale che mette a disposizione della paziente le migliori competenze di entrambe le istituzioni.

Le donne a basso rischio non necessitano di un Pregnancy Heart Team completo. Per esempio, in situazioni di rischio contenuto, come una ipertensione lieve e ben controllabile con farmaci consentiti, può essere sufficiente la gestione con cardiologo e ginecologo. Le linee guida però indicano chiaramente quando serve una valutazione multidisciplinare più ampia e in quali strutture sia opportuno partorire: se in un ospedale qualunque o in centri con requisiti specifici, a seconda della classe di rischio.

L’applicazione pratica delle raccomandazioni sul territorio può essere ostacolata dalla disomogeneità nell’accesso alle cure specialistiche; se in alcune regioni d’Italia, soprattutto al nord, esistono già reti e strutture avanzate, in altre aree queste reti risultano meno presenti. Le linee guida insistono proprio sulla necessità di creare e rafforzare tali interazioni con l’obiettivo a lungo termine di promuovere un’uniformità dell’assistenza sanitaria e garantire a ogni donna le stesse opportunità di cura.

Psilocibina contro la depressione resistente: a Chieti la prima sperimentazione italiana

Il 4 febbraio, nel reparto di Psichiatria dell’ospedale SS. Annunziata di Chieti (ASL 2 Lanciano-Vasto-Chieti), è stata somministrata psilocibina sintetica per il trattamento della depressione resistente. Si tratta della prima sperimentazione italiana in uno studio randomizzato e in doppio cieco, coordinato dall’équipe guidata dal professor Giovanni Martinotti. La prossima somministrazione è prevista tra tre settimane.

“Il lavoro coordinato dal Professor Martinotti” hanno commentato Claudia Moretti e Marco Perduca, che per l’Associazione Luca Coscioni coordinano la campagna sugli psichedelici “che verrà presentato alla nostra conferenza [6-7 marzo a Chieti, NdR], conferma che non occorre cambiare le leggi per portare in Italia quanto già avviene in altri paesi, anche europei. Auspichiamo che anche grazie al prosieguo del suo progetto si possano trovare altri centri di ricerca o Asl che si avviino sulla stessa strada”.

La psilocibina utilizzata è una molecola sintetica, prodotta in laboratorio con composizione e dosaggio standardizzati

La psilocibina utilizzata è una molecola sintetica, prodotta in laboratorio con composizione e dosaggio standardizzati. L’impiego in contesto clinico ospedaliero, con monitoraggio medico, consente di ridurre o escludere i principali effetti collaterali. La sperimentazione si rivolge a pazienti con depressione resistente, che non hanno tratto beneficio dalle terapie convenzionali, aprendo nuove prospettive terapeutiche.

Sul tema è in corso anche la raccolta firme a sostegno dell’appello dell’Associazione Luca Coscioni “L’Italia apra agli psichedelici”, lanciato nel 2024 e che ha superato le 18.000 adesioni. A Chieti, il 6 e 7 marzo, l’Associazione organizza inoltre una conferenza nazionale dedicata alla ricerca scientifica, alle applicazioni cliniche e agli aspetti regolatori delle terapie psichedeliche, con il coinvolgimento di istituzioni, università e professionisti sanitari italiani e internazionali.

DDL caregiver, FISH in audizione al Senato: senza una legge organica diritti incompleti

In vista dell’avvio dell’esame parlamentare del DDL caregiver, approvato dal Consiglio dei Ministri a gennaio, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle persone con disabilità e famiglie) è intervenuta il 5 febbraio in audizione presso la Commissione straordinaria Diritti umani del Senato.

Nel suo intervento, la Federazione ha ribadito il legame inscindibile tra la tutela dei diritti delle persone con disabilità e il riconoscimento dei diritti dei caregiver familiari, sottolineando come l’assenza di una disciplina organica e strutturale continui a generare diseguaglianze e violazioni sistemiche. Un richiamo che si fonda tanto sulla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità quanto sui principi sanciti dalla Costituzione italiana in materia di eguaglianza, diritto alla salute e assistenza pubblica.

Secondo la FISH, il carico assistenziale non può ricadere in modo esclusivo sulle famiglie

Secondo la FISH, il carico assistenziale non può ricadere in modo esclusivo sulle famiglie: la mancanza di tutele e riconoscimenti per i caregiver compromette l’effettività dei diritti delle persone con disabilità e altera il principio di solidarietà costituzionale.

Vincenzo Falabella

Il percorso normativo nazionale ed europeo (dalla legge di bilancio 2018 al decreto legislativo n. 29 del 2024, dalla Direttiva UE 2019/1158 fino alla recente sentenza n. 38 del 2024 della Corte di giustizia dell’Unione Europea sugli accomodamenti ragionevoli per i lavoratori caregiver) converge verso un dato inequivocabile: senza una disciplina organica sul caregiver familiare, i diritti fondamentali restano sulla carta.

“Riconoscere e tutelare i caregiver familiari non è una concessione, ma un dovere costituzionale: senza una legge organica i diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie restano incompleti e diseguali”, dichiara il presidente della FISH, Vincenzo Falabella.

La Federazione seguirà l’iter del provvedimento auspicando che il confronto parlamentare conduca a scelte coerenti con i principi costituzionali e con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia.