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Quasi un adulto su due esitante verso i vaccini: i risultati di uno studio nazionale coordinato da UniTo

Quasi un adulto su due manifesta forme di esitazione nei confronti delle vaccinazioni, ma il fenomeno è ben più complesso e fortemente eterogeneo, essendo influenzato da caratteristiche demografiche e sociali, esperienze personali, orientamento politico e religioso e dal livello di fiducia nelle istituzioni e nei sistemi sanitari.

Il lavoro, pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Regional Health – Europe, rappresenta il primo risultato della INF-ACT Vaccine Hesitancy Survey, una delle più ampie indagini mai condotte in Italia su questo tema.

Lo studio ha fatto emergere differenze rilevanti in relazione a genere, identità sessuale ed etnia

Lo studio ha fatto emergere differenze rilevanti in relazione a genere, identità sessuale ed etnia, dimensioni raramente esplorate nelle precedenti ricerche italiane sull’argomento. Un risultato che sottolinea la necessità di disporre di dati sempre più granulari per sviluppare strategie di prevenzione realmente inclusive e mirate.

Dichiara Fabrizio Bert, Professore Ordinario e Direttore del Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche Università di Torino: «L’esitazione vaccinale continua a rappresentare una delle principali sfide per i programmi di immunizzazione e per la tutela della salute pubblica. Ma il fenomeno è complesso: i risultati suggeriscono che, oggi, l’esitazione vaccinale dipende meno da timori legati alla sicurezza dei vaccini e più dalla difficoltà di comunicare efficacemente il valore della vaccinazione. Un elemento centrale che emerge dall’indagine riguarda il ruolo delle figure di riferimento nella comunità. L’esitazione vaccinale risulta, infatti, più elevata tra le persone che non percepiscono un chiaro sostegno alla vaccinazione da parte di operatori sanitari, insegnanti o leader religiosi

Ripensare le strategie di sanità pubblica

Secondo gli autori, questi risultati indicano la necessità di ripensare le strategie di sanità pubblica, superando un approccio limitato ai soli contesti sanitari tradizionali.

La comunicazione dovrebbe essere maggiormente adattata ai diversi sottogruppi della popolazione, affrontando la sfiducia istituzionale attraverso il coinvolgimento di reti comunitarie e figure di prossimità. Rafforzare l’accessibilità e la qualità dei servizi vaccinali e ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni rimane una priorità, insieme a una comunicazione depoliticizzata e basata su solide evidenze scientifiche.

Lo studio

Lo studio è stato coordinato dal Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino e ha coinvolto la Dottoressa Giuseppina Lo Moro, il Professor Fabrizio Bert e la Professoressa Roberta Siliquini, Principal Investigator della ricerca. Alla survey hanno collaborato anche le Università di Roma “La Sapienza”PaviaCagliari e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Il paper, dal titolo “Prevalence of vaccine hesitancy in Italy: a cross-sectional study”, si basa su un’indagine trasversale condotta tra settembre 2024 e marzo 2025 attraverso interviste web e telefoniche. Il campione comprende 52.094 adulti residenti in tutta Italia, rappresentativi della popolazione adulta per età, genere, livello di istruzione, area geografica e dimensione del comune di residenza. L’obiettivo principale dello studio è fornire una fotografia aggiornata e dettagliata dell’esitazione vaccinale e identificare i sottogruppi della popolazione maggiormente esposti a questo fenomeno.

La ricerca si inserisce nel più ampio progetto nazionale INF-ACT, una collaborazione tra numerose università e istituzioni italiane nata con l’obiettivo di rispondere ai bisogni ancora insoddisfatti legati alle malattie infettive emergenti. Il progetto è stato finanziato dal NextGenerationEU nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) del Ministero dell’Università e della Ricerca.

Piani terapeutici: semplificare per garantire continuità e accesso alle cure

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I piani terapeutici, nati per regolare l’accesso a farmaci innovativi, possono trasformarsi in una barriera: le procedure richiedono infatti tempi lunghi per la compilazione delle carte e visite specialistiche ripetute che rallentano l’inizio o la continuità delle cure. Inoltre la disparità tra Regioni rappresenta un ulteriore ostacolo per parte della popolazione. Un problema che, nell’ambito della cardiologia, colpisce circa un milione di pazienti con patologie cardiovascolari complesse. Le principali sono scompenso cardiaco, sindrome cardio-nefro-metabolica e fibrillazione atriale. Molti dei pazienti sono anziani e con più comorbidità.

Sul Giornale Italiano di Cardiologia, nel numero di gennaio 2026, è stato pubblicato un documento che propone una riforma dei piani terapeutici. Il titolo è “Scenari clinici complessi e piani terapeutici: limiti attuali, disparità regionali di accesso e proposta di riforma”. A firmarlo sono i rappresentanti delle società scientifiche coinvolte (ANMCO, ARCA, SIMI, FADOI, SIC e IFC), insieme alla Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) e alla FISM, la Federazione italiana delle Società medico-scientifiche.

Piani terapeutici e registri, nati per garantire equità e appropriatezza, oggi rischiano di rallentare le cure e aumentano la burocrazia

I piani terapeutici richiedono che, per il rinnovo, il Medico di Medicina Generale (MMG) debba rimandare allo specialista il paziente anche quando il quadro clinico è stabile. I tempi si allungano e il malato cronico vede ritardato l’accesso al farmaco di cui ha bisogno per le terapie. La compilazione richiede tra i dieci e i venti minuti. Un tempo non trascurabile per la disponibilità dei medici.

Il documento individua quattro linee di intervento principali. Queste, in sintesi, le proposte concrete. La prima è l’introduzione di un piano terapeutico semplificato, limitato alla prima prescrizione, con successivo rinnovo automatizzato. A seguire, l’uniformazione nazionale dei criteri prescrittivi e dei professionisti autorizzati a redigere i piani terapeutici. Ancora, il ritorno sistematico e trasparente dei dati raccolti nei registri AIFA alla comunità scientifica per scopi clinici, epidemiologici e decisionali. Infine, l’eliminazione del piano terapeutico per farmaci con profilo di costo-efficacia favorevole e larga esperienza clinica.

Piani terapeutici semplificati e in casi specifici eliminati

Spiega Filippo Anelli, Presidente FNOMCeO:«La prima proposta è l’introduzione di un piano terapeutico semplificato limitato alla prima prescrizione, con successivo rinnovo automatizzato. Questo semplice intervento consentirebbe di liberare tempo per le visite specialistiche, in quanto la redazione del piano terapeutico porta via al medico dai dieci ai venti minuti e non è delegabile a personale amministrativo. Le ore che così si libererebbero potrebbero essere dedicate dagli specialisti all’attività clinica, riducendo le liste d’attesa. Inoltre, si migliorerebbe l’aderenza terapeutica, la continuità dei trattamenti che non dovrebbero essere sospesi nell’attesa di avere un nuovo appuntamento per il rinnovo o addirittura abbandonati».

La necessità di rinnovare il piano ogni 6-12 mesi può compromettere l’aderenza terapeutica

«La necessità di rinnovare il piano ogni 6-12 mesi – afferma Anelli – può infatti compromettere l’aderenza terapeutica, portando a interruzioni del trattamento, che le evidenze scientifiche associano a un incremento del rischio di ospedalizzazione, peggioramento delle condizioni e mortalità».

La seconda indicazione del documento suggerisce un alleggerimento notevole delle incombenze burocratiche. Prosegue Anelli: «Un’ulteriore proposta – che per queste classi di farmaci sarebbe in larga parte applicabile e che per alcuni principi attivi è del resto già stata messa in atto – è quella di eliminare il piano terapeutico per i farmaci con profilo di costo-efficacia favorevole e larga esperienza clinica, permettendo a tutti i medici, compresi i medici di medicina generale, di prescriverli. Si potrebbero così tagliare le visite puramente burocratiche legate alla prescrizione o al rinnovo dei piani terapeutici, consentendo di liberare risorse assistenziali, riducendo il carico sui centri specialistici e rinnovando la continuità terapeutica».

Uniformare a livello nazionale i criteri prescrittivi

Filippo Anelli
Filippo Anelli

La regionalizzazione del sistema sanitario porta poi a una frammentazione e a disuguaglianze nell’accesso ai farmaci: «Questo si traduce in una disuguaglianza nell’accesso ai farmaci –  commenta Anelli – in una Regione, a redigere e aggiornare il Piano terapeutico possono essere solo specialisti di alcune branche, in altre c’è una differenziazione tra gli stessi specialisti, ad esempio i cardiologi ospedalieri sì e gli altri cardiologi no. L’attuale limitazione dell’accesso alla prescrizione di alcune classi di farmaci ai soli specialisti ospedalieri rappresenta una criticità significativa, in particolare nei contesti territoriali con carenza di personale o ridotta accessibilità agli ambulatori dedicati. Pur comprendendo la necessità di mantenere criteri stringenti nei primi momenti di utilizzo di farmaci complessi, escludere completamente i medici operanti in strutture accreditate con il Servizio sanitario nazionale o gli specialisti ambulatoriali, che comunque sono integrati nel SSN, risulta oggi anacronistico e penalizzante per la continuità assistenziale».

Ed ecco allora la terza proposta: «L’uniformazione a livello nazionale dei criteri prescrittivi e dei professionisti autorizzati a redigere i piani terapeutici», prosegue Anelli.

Il ritorno dei dati raccolti alla comunità scientifica

«Infine, i registri di monitoraggio contengono un patrimonio di dati clinici che potrebbero essere utilizzati, cosa che la stessa Aifa promuove, a fini tecnico-scientifici e decisionali. Tuttavia, tale potenziale è, ad oggi ampiamente sottoutilizzato. La raccolta di dati nei piani terapeutici, sebbene rappresenti un potenziale straordinario per il progresso della ricerca scientifica e l’appropriatezza terapeutica, non è accessibile né ai clinici né alle società scientifiche, non traducendosi quindi in un sistematico contributo alla ricerca scientifica».

La raccolta dati nei piani terapeutici resta inaccessibile a clinici e società scientifiche, limitando la ricerca

Da qui, la quarta ed ultima proposta del documento: il ritorno sistematico e trasparente dei dati raccolti nei registri AIFA alla comunità scientifica per scopi clinici, epidemiologici e decisionali. Aggiunge Anelli: «A tal fine è auspicabile una revisione sostanziale delle modalità di raccolta, standardizzazione e utilizzo secondario dei dati, nonché un maggiore coinvolgimento dei professionisti nella progettazione dei registri stessi».

Gli ostacoli del piano terapeutico nell’accesso alle terapie

Piani Terapeutici e registri di monitoraggio stono stati pensati, una ventina di anni fa, per migliorare l’appropriatezza terapeutica, l’equità di accesso e la raccolta di dati a fini regolatori e di programmazione. Tuttavia, nella pratica clinica, tali strumenti si sono progressivamente trasformati in un aggravio burocratico con impatto negativo sull’efficienza e l’efficacia del processo terapeutico.

Superare le barriere dei piani terapeutici diventa un imperativo clinico, organizzativo ed etico per garantire cure

Conclude Anelli: «Come riportato sul sito AIFA, i registri dovrebbero “rendere possibile l’accesso alle cure con modalità omogenee su tutto il territorio nazionale” e “non possono interferire con la cura del paziente”. Numerose segnalazioni da parte di clinici, società scientifiche e associazioni di pazienti indicano invece che i piani terapeutici, con le disomogeneità applicative a livello regionale, i ritardi nell’ottenimento delle credenziali, l’onere amministrativo e l’obbligatorietà del rinnovo tramite visita specialistica, si configurano spesso come ostacoli concreti all’accesso tempestivo alle terapie, contraddicendo nei fatti gli obiettivi dichiarati. Il superamento delle barriere prescrittive costituite dai piani terapeutici non è dunque soltanto un’esigenza clinica ma anche un imperativo organizzativo ed etico, al fine di non ritardare o limitare l’accesso alle cure».

Nuove regole per l’acquisto dei farmaci in esclusiva, il commento di SIFO

La Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei servizi territoriali (SIFO) accoglie con “grande attenzione e soddisfazione” l’approvazione in Consiglio dei Ministri del Decreto Legge PNRR e politiche di coesione, che introduce nuove disposizioni sull’approvvigionamento dei farmaci coperti da brevetto in indicazioni d’uso esclusive, tra cui i farmaci per malattie rare e i farmaci innovativi.

Al centro del provvedimento, l’articolo 15, che introduce – come sottolinea il Presidente SIFO Arturo Cavaliere – «un criterio lungimirante per l’approvvigionamento» di questa particolare classe di medicinali. Una scelta che recepisce una riflessione avviata da SIFO insieme ai provveditori di FARE, sfociata in un Documento condiviso e trasmesso nel novembre 2025 alle Commissioni Salute del Senato e Affari Sociali della Camera. «Su questa norma SIFO si è particolarmente impegnata, mettendo a punto, insieme a FARE, una proposta di modifica legislativa», evidenzia Cavaliere.

Una misura che consente di superare le attuali criticità di approvvigionamento e di garantire una maggiore continuità terapeutica

Il Decreto riguarda i farmaci “forniti sul mercato da un unico operatore detentore dell’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC)” e consente alle Regioni di procedere ai sensi dell’articolo 76 del Codice degli Appalti, ricorrendo alla “procedura negoziata senza pubblicazione di un bando”. Una misura che, per SIFO, consente di superare criticità storiche dell’attuale sistema di approvvigionamento e di garantire una maggiore continuità terapeutica.

Guardando ai prossimi passi, il presidente SIFO richiama anche la possibilità di individuare una Centrale Unica Nazionale di Committenza: «Potrà evitare duplicazioni di procedure e costi, assicurando un accesso tempestivo e omogeneo su tutto il territorio nazionale». E conclude: «Nei prossimi mesi porteremo avanti questa ulteriore istanza con le istituzioni, esprimendo il plauso dell’intera comunità dei farmacisti ospedalieri per questo primo importante risultato legislativo».

Alle Molinette di Torino termoablazione più precisa, più rapida e più sicura grazie all’AI

All’ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza (CDSS) di Torino arriva una nuova tecnologia che aiuta i medici a curare alcuni tumori del fegato in modo più preciso e sicuro, senza ricorrere alla chirurgia tradizionale.

Nel Dipartimento di Radiodiagnostica e Radiologia Interventistica, diretto dal Professor Paolo Fonio, è stato introdotto un innovativo software basato su intelligenza artificiale, chiamato “Ablation-Fit” (RAW Srl), che serve a verificare subito se un tumore è stato trattato in maniera completa.

È la prima volta che questo sistema viene integrato nella pratica quotidiana in un ospedale pubblico italiano.

Come funziona

In alcuni casi, i tumori – in questo caso quelli del fegato – possono essere trattati con una tecnica denominata “termoablazione”.
Il medico inserisce un ago molto sottile direttamente nel tumore e lo distrugge usando il calore, guidato da ecografia o TAC. È un intervento mininvasivo, cioè meno traumatico per il paziente, che solitamente può tornare a casa già il giorno dopo la procedura.
«Il nuovo software entra in gioco immediatamente dopo l’intervento» spiega il Professor Marco Calandri. «Confronta le immagini radiologiche prima e dopo il trattamento, anche con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, e aiuta il medico a capire se tutto il tumore è stato eliminato completamente e se è stato trattato con un margine di sicurezza adeguato».

Più precisione e più sicurezza

«La termoablazione è una cura sempre più utilizzata per i tumori del fegato e per le metastasi epatiche» spiega il Dottor Carlo Gazzera. «Proprio per questo è importante avere strumenti che permettano di controllare in modo chiaro e oggettivo il risultato dell’intervento».
Grazie a questa tecnologia, i medici possono ora usare un linguaggio comune e standardizzato per valutare l’efficacia del trattamento, migliorando sia la cura dei pazienti sia la ricerca scientifica.

Un ospedale che guarda al futuro

«Questo software rappresenta un vero passo avanti. L’intelligenza artificiale ci aiuta a essere più precisi e ad offrire cure sempre migliori» spiega il Professor Paolo Fonio. «Prima di questo software, il controllo dell’intervento si basava unicamente sulla valutazione visiva del radiologo interventista e talvolta bisognava aspettare una nuova TAC a 40 giorni per essere sicuri di aver trattato completamente il tumore.

Il software permette di effettuare queste valutazioni con misurazioni precise subito dopo l’intervento, consentendo eventualmente di completare il trattamento nella medesima seduta, con risparmio di tempo e stress per il paziente e riduzione dei costi di un eventuale successivo ricovero».

Permette di effettuare valutazioni subito dopo l’intervento, consentendo eventualmente di completare il trattamento nella medesima seduta

La Città della Salute collabora già con alcuni dei più importanti Centri oncologici internazionali, quali l’MD Anderson Cancer Center di Houston, per sviluppare e migliorare queste tecniche.

L’implementazione di Ablation-Fit si inserisce nella strategia più ampia della Città della Salute e della Scienza di Torino volta a garantire ai pazienti cure sempre allineate alle migliori evidenze scientifiche e alle tecnologie più avanzate. «La CDSS è determinata ad erogare trattamenti al massimo livello possibile» afferma il Dottor Livio Tranchida, Direttore generale CDSS. «Oltre al singolo caso clinico, è fondamentale puntare ad uno standard qualitativo elevato e costante per tutti i pazienti. L’installazione di questo software rappresenta una prova concreta di questo impegno e di come l’intelligenza artificiale possa già oggi avere un impatto reale nella pratica clinica quotidiana».
Con questa innovazione, la Città della Salute e della Scienza di Torino si conferma un punto di riferimento nazionale per la radiologia interventistica e per l’uso dell’intelligenza artificiale in sanità.

AFMS e Legge di Bilancio 2026: un nuovo riconoscimento per la nutrizione oncologica

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Nel quadro della Legge di Bilancio 2026, approvata definitivamente il 30 dicembre 2025 e in vigore dal 1° gennaio 2026, la nutrizione clinica, e in particolare gli Alimenti a Fini Medici Speciali (AFMS), entrano con forza nel dibattito delle politiche sanitarie come componente strategica dell’assistenza oncologica e della qualità di vita dei pazienti.

Cosa sono gli AFMS

Gli AFMS sono prodotti alimentari specificamente formulati per esprimere un ruolo terapeutico sotto controllo medico in condizioni cliniche in cui i bisogni nutrizionali del paziente non sono coperti neanche attraverso il ricorso a diete mirate. Ciò li distingue nettamente dagli integratori alimentari disponibili sul mercato.

Per la prima volta, politiche pubbliche superano l’approccio frammentato e riconoscono nutrizione clinica e AFMS come pilastri della cura oncologica

In ambito oncologico e in altre patologie metaboliche gravi, il ricorso agli AFMS rappresenta un trattamento obbligatorio che deve essere prescritto dagli specialisti curanti.

Interventi specifici nella Legge di Bilancio 2026

La manovra di bilancio di fine 2025 ha visto la presentazione e discussione di numerosi emendamenti parlamentari e proposte tecniche che introducono misure mirate per l’inclusione degli AFMS nelle politiche sanitarie:

  1. Detraibilità fiscale delle spese per AFMS per i pazienti oncologici. Alcuni emendamenti hanno proposto che, a partire dal 1° gennaio 2026 e fino al 31 dicembre 2028, le spese sostenute per l’acquisto di AFMS prescritti per pazienti oncologici possano essere detratte dall’imposta lorda sul reddito nella misura del 19%, previa prescrizione medica che ne attesti la necessità terapeutica.
  2. Allineamento dell’IVA e facilitazioni fiscali. Tra le proposte discusse c’è anche l’adeguamento dell’IVA applicata agli AFMS al 10%, in linea con l’agevolazione per altre prestazioni sanitarie e presidi terapeutici, al fine di ridurre il carico economico sui pazienti.
  3. Fondo sperimentale per reti regionali di nutrizione clinica. Gli emendamenti alla Legge di Bilancio prevedono inoltre la costituzione di un fondo sperimentale da 5 milioni di euro destinato al sostegno e al funzionamento di reti regionali di nutrizione clinica integrata, con l’obiettivo di rafforzare l’applicazione sistematica della nutrizione nei percorsi diagnostico-terapeutici.
  4. Programmi strutturati di screening nutrizionale. Il testo della Legge di Bilancio include anche iniziative per rafforzare lo screening nutrizionale dei pazienti oncologici, integrandolo nei programmi di prevenzione e presa in carico, misura che è stata recepita come prioritaria da società scientifiche e stakeholder istituzionali.

Luci e ombre: il riconoscimento della nutrizione come cura essenziale

Francesco De Lorenzo

Queste misure rappresentano un cambiamento di paradigma importante: per la prima volta si passa da un approccio frammentato e spesso demandato a comportamenti individuali a politiche pubbliche che riconoscono esplicitamente la nutrizione clinica e quindi l’uso appropriato degli AFMS come elemento fondamentale della cura oncologica.

Le proposte di detraibilità fiscale e di agevolazioni sull’IVA sono state accolte favorevolmente non solo dalle principali società scientifiche del settore, come SINuC (Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo) e SINPE (Società Italiana di Nutrizione Artificiale e Metabolismo), ma anche dalle associazioni pazienti. In questo contesto, il ruolo delle associazioni di rappresentanza dei pazienti è stato determinante nel portare il tema all’attenzione delle istituzioni. FAVO, la Federazione delle associazioni di volontariato in oncologia, è tra i soggetti che più hanno insistito perché la nutrizione fosse riconosciuta come parte integrante della cura e perché gli Alimenti a Fini Medici Speciali uscissero da una zona grigia normativa. Abbiamo chiesto al presidente di FAVO, Francesco De Lorenzo, alcuni approfondimenti.

Nel dibattito sulla Legge di Bilancio quali sono stati gli interventi che hanno avuto un esito concreto?

«Nel confronto parlamentare sono stati presentati numerosi emendamenti, ma l’unico approvato riguarda lo screening nutrizionale. È un risultato tutt’altro che marginale, perché sancisce l’obbligatorietà dell’inserimento dello screening nutrizionale nella cartella clinica. In tal modo verrà assicurato il monitoraggio continuo dello stato nutrizionale del paziente lungo tutto il percorso terapeutico».

L’obbligo di riportare in cartella clinica lo screening nutrizionale potrà garantire il monitoraggio continuo dello stato del paziente lungo l’intero percorso terapeutico

Perché il ricorso ad una legge per questo obbligo?

«Perché, attualmente, nonostante le ripetute richieste e le formali raccomandazioni, anche da parte delle istituzioni, l’inserimento dei risultati dello screening nutrizionale in cartella clinica veniva del tutto trascurato. È pertanto servita una legge per sancirne l’obbligatorietà, considerato che il 40-50% dei pazienti oncologici arrivano alle strutture ospedaliere in condizioni di malnutrizione e gli specialisti curanti devono, sin dall’inizio, conoscerne lo stato nutrizionale e seguirne il monitoraggio lungo tutto il percorso terapeutico, per la necessaria modulazione dei trattamenti terapeutici».

FAVO ha avuto un ruolo di “anticipazione” su questi temi. Da dove nasce questo impegno?

«Nasce da un lungo lavoro di indagini e di denuncia da parte del volontariato oncologico alla scarsa attenzione prestata ai problemi nutrizionali. Pertanto, sin dal 2015 FAVO, insieme ad AIOM e SINPE, ha promosso un gruppo di lavoro per sensibilizzare oncologi e pazienti sull’impatto della malnutrizione sia nel trattamento terapeutico che negli esiti».

Ed è da qui che nasce la Carta dei diritti del malato oncologico sul tema nutrizionale?

«Esatto, da quell’esperienza è nata la Carta dei diritti del malato oncologico al supporto nutrizionale, che afferma il diritto a essere informati e seguiti anche dal punto di vista nutrizionale. Quella iniziativa ha rappresentato una vera sfida culturale e ha aperto il percorso che ha portato, successivamente, al riconoscimento istituzionale della nutrizione clinica».

Esistono già strumenti concreti messi a disposizione dei pazienti?

«Dal 2010 il volontariato oncologico con Aimac ha realizzato un libretto informativo per i malati di cancro, pensato soprattutto per il momento delicato della dimissione ospedaliera, quando il paziente, spesso, non sa come orientarsi dal punto di vista nutrizionale. È un lavoro realizzato insieme al Dipartimento di Medicina Interna e Nutrizione Clinica dell’Università La Sapienza e al gruppo di lavoro AIOM–SINPE–FAVO, proprio per colmare un vuoto assistenziale molto concreto».

La prossima sfida è ottenere l’inserimento nei LEA degli alimenti speciali, per superare le disparità regionali

L’approvazione all’unanimità della mozione sulla nutrizione clinica che peso ha avuto?

«È un passaggio fondamentale, perché impegna il Governo ad attivare specifici protocolli che prevedano un supporto nutrizionale precoce e continuativo quale parte integrante e indispensabile della terapia oncologica ed anche ad assumere e adottare un modello interdisciplinare e multiprofessionale per interventi nutrizionali adeguati, tempestivi e sicuri per i pazienti oncologici».

Quali sono ora i prossimi passi concreti?

«Visto che la mozione approvata chiede anche al Governo di adottare iniziative anche di carattere normativo, volte a rendere gratuiti su prescrizione dello specialista gli alimenti medici a fini speciali, FAVO intende avviare la necessaria documentazione insieme alle società scientifiche per richiedere l’inserimento nei LEA degli alimenti speciali. Condizione essenziale ed indispensabile per superare le attuali disparità regionali, dove soltanto poche Regioni garantiscono l’accesso agli alimenti a fini speciali».

DL Liste d’attesa, GIMBE: dati incomprensibili e riforma ferma

La Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa (PNLA) raccoglie i dati relativi a quasi 57,8 milioni di prestazioni erogate nel 2025: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Tuttavia, allo stato attuale, non è di alcuna utilità per i cittadini: descrive il rispetto dei tempi di attesa con indicatori incomprensibili e, soprattutto, non documenta le differenze tra Regioni, tra Aziende sanitarie, tra pubblico e privato accreditato né tra prestazioni erogate a carico del SSN e in intramoenia. «Dopo fiumi di annunci e dichiarazioni ufficiali – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – il Decreto-legge sulle liste d’attesa (DL 73/2024) non ha ancora prodotto alcun beneficio concreto per cittadini e pazienti. A 18 mesi dalla conversione in legge mancano ancora due decreti attuativi e la piattaforma di monitoraggio non consente di individuare dove si concentrano i ritardi e quali prestazioni riguardano».

«La piattaforma di monitoraggio non consente di individuare dove si concentrano i ritardi e quali prestazioni riguardano»

A 18 mesi dalla conversione in legge del DL Liste di attesa, la Fondazione GIMBE ha condotto la terza analisi indipendente sullo stato di attuazione della norma e il primo monitoraggio della PNLA sui dati del 2025. «L’obiettivo – spiega il Presidente – è alimentare in maniera costruttiva il dibattito pubblico, sollecitare risposte chiare da Governo e Regioni e tracciare un confine netto tra promesse e realtà, anche al fine di allineare le aspettative dei cittadini. Sempre più alle prese con tempi di attesa interminabili e troppo spesso costretti a pagare di tasca propria o, addirittura, a rinunciare alle prestazioni».

Sviluppo della PNLA

Al 1° febbraio 2026, secondo quanto riportato dal Dipartimento per il Programma di Governo, risultano pubblicati in Gazzetta Ufficiale quattro dei sei decreti attuativi previsti dal DL Liste d’attesa: tre ad aprile e uno ad agosto 2025. Restano invece non adottati due decreti senza scadenza definita:

  • Art. 5, comma 2 (primo periodo). Definizione di una metodologia per la definizione del fabbisogno di personale degli enti del SSN (uno o più decreti).
  • Art. 3, comma 5. Linee di indirizzo, a livello nazionale, contenenti le indicazioni tecniche per gestire, da parte del CUP, un nuovo sistema di disdetta delle prenotazioni e ottimizzazione delle agende di prenotazioni.

A un anno di distanza dalle rassicurazioni fornite dal Ministro Ciriani nel question time del 5 febbraio 2025, «il decreto sul superamento del tetto di spesa per il personale – spiega Cartabellotta – è in stand-by per la mancata approvazione della “nuova metodologia” Agenas per stimare il fabbisogno di personale, mentre quello volto a definire le linee di indirizzo nazionali per i CUP non risulta ancora calendarizzato per l’esame in Conferenza delle Regioni».

Sullo sviluppo della piattaforma si sono susseguiti continui annunci e rinvii

La prima versione della PNLA è stata lanciata il 26 giugno 2025 e progressivamente aggiornata con tutti i dati del 2025. A metà novembre Agenas aveva annunciato il rilascio entro fine anno della versione 2.0, con dati consultabili per Regione e Provincia autonoma, per pubblico e privato accreditato e per attività SSN e intramoenia, oltre a una versione 3.0 con consultazione dei dati in tempo reale per il primo semestre 2026. Tuttavia, al 1° febbraio 2026 la versione pubblica della piattaforma rimane quella iniziale, che contiene solo dati aggregati a livello nazionale. «Di conseguenza – spiega Cartabellotta – è impossibile individuare in quali Regioni e strutture si concentrano i maggiori ritardi, per quali prestazioni e per quali classi di priorità».

Sullo sviluppo della piattaforma si sono susseguiti continui annunci e rinvii. Il 5 novembre 2024 il Ministro Schillaci aveva promesso, per febbraio 2025, un “cruscotto nazionale con i dati di tutte le Regioni e Province autonome”. Quindi, il 14 maggio 2025 la Presidente Meloni aveva definito la piattaforma “operativa” e in grado di ridurre i tempi di attesa. Nei fatti, il sistema è ancora in fase di unificazione dei flussi regionali: l’8 ottobre 2025 lo stesso Ministro Schillaci ha infatti chiarito che, su richiesta delle Regioni, i dati saranno resi pubblici solo quando ritenuti “affidabili, sistematici e condivisi”. Non a caso, solo il 21 gennaio 2026 è stato pubblicato il DM 9 dicembre 2025, che ripartisce alle Regioni oltre € 27 milioni per realizzare l’infrastruttura informatica volta a garantire l’interoperabilità dei sistemi regionali. «Le Regioni – chiosa Cartabellotta – avrebbero dovuto predisporre entro giugno 2025 i piani per collegare i propri CUP alla piattaforma nazionale ma il ritardo nella ripartizione dei fondi ha azzerato il conto alla rovescia, che è ripartito dopo sette mesi».

Dati e informazioni disponibili

La piattaforma attualmente monitora 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici, classificati in base alla priorità indicata nella ricetta: Urgente (entro 3 giorni), Breve (entro 10 giorni), Differita (entro 30 giorni per le visite ed entro 60 giorni per gli esami), Programmata (entro 120 giorni).

Volumi delle prestazioni

Nel 2025 sono state prenotate, nelle strutture pubbliche e private accreditate, sia in regime istituzionale che in intramoenia, quasi 57,8 milioni di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Tra le 17 visite specialistiche, le prime 5 (oculistica, dermatologica/allergologica, cardiologica, ortopedica e otorinolaringoiatrica) rappresentano oltre il 54% del totale. Per i 95 esami diagnostici la metà delle prestazioni riguarda soli 10 test: ecografie (addome completo, mammella, capo e collo, muscolo-tendinea e osteo-articolare), ecocolordoppler (cardiaco, tronchi sovra-aortici, arti inferiori) e radiografie (torace, ginocchio, mammografia). «Per le visite specialistiche – commenta il Presidente – la domanda più elevata riguarda, cardiologia a parte, specialità d’organo lontane dalle competenze del medico di famiglia. Gli esami diagnostici più richiesti sono invece test di primo livello, per i quali vari studi internazionali stimano una quota di inappropriatezza pari ad almeno il 30%».

Indicatori

Per tutte le prestazioni monitorate sono disponibili alcuni indicatori di interesse:

  • prenotazioni accettate. I cittadini hanno accettato la prima disponibilità proposta dal CUP per il 39,9% degli esami diagnostici e per il 34,9% delle visite specialistiche. Il dato esclude le prestazioni erogate in intramoenia. «Le motivazioni per cui 2 cittadini su 3 per le visite e 3 su 5 per gli esami non accettano la prima disponibilità proposta dal CUP – commenta il Presidente – possono essere diverse, ma non vengono documentate dalla piattaforma: tempi di attesa eccessivi, sedi molto distanti dal proprio domicilio, giorni o orari incompatibili, prestazione già effettuata»;
  • prestazioni programmate nel weekend. Nel 2025 sono stati programmati di sabato e domenica 1,26 milioni di esami diagnostici (3,8%) e 391 mila visite specialistiche (1,6%). «L’utilizzo del weekend per smaltire le liste di attesa – commenta Cartabellotta – rimane un fenomeno marginale, nonostante la possibilità di incentivi economici per medici e infermieri»;
  • distribuzione per priorità. Per gli esami diagnostici, al netto di quelli erogati in intramoenia, le richieste urgenti rappresentano l’1,6% e quelle con priorità breve il 13,5%, le prestazioni differite il 34,5% e quelle programmate il 50,3%. Un quadro analogo si osserva per le visite specialistiche, sempre al netto di quelle erogate in intramoenia: le prenotazioni urgenti sono il 2,2%, quelle brevi il 17%, le prestazioni differite il 43,3% e quelle programmate il 37,4%. «È verosimile – spiega il Presidente – che la maggior parte delle prestazioni inappropriate si annidi nelle prenotazioni programmate, che rappresentano oltre la metà degli esami e più di un terzo delle visite».

Rispetto dei tempi di attesa

Il rispetto dei tempi di attesa viene riportato con mediane e quartili, indicatori tecnici incomprensibili per i cittadini e difficili da interpretare anche per molti addetti ai lavori. Inoltre, questi indicatori tendono a edulcorare i numeri, perché la piattaforma esclude il 25% delle prenotazioni con i tempi di attesa più lunghi. «Ma soprattutto – chiosa Cartabellotta – non forniscono l’informazione più rilevante per verificare il rispetto dei diritti dei cittadini: per ciascuna prestazione, quale percentuale viene erogata entro i tempi massimi previsti per ogni classe di priorità?». Per dimostrare la complessità di questa modalità di reporting, sono stati analizzati i dati sul rispetto dei tempi di attesa relativi alle due prestazioni con i volumi più elevati: prima visita oculistica ed ecografia dell’addome completo.

  • Prima visita oculistica. Le prestazioni urgenti (entro 3 giorni) per 3 pazienti su 4 vengono erogate entro il limite massimo e almeno uno su quattro riceve la prestazione in giornata. Nelle visite con priorità breve (entro 10 giorni) la criticità è evidente: per tutto il 2025 almeno un paziente su quattro attende oltre i 10 giorni. Per le prestazioni differibili (entro 30 giorni) la situazione è ancora più critica: la metà dei pazienti attende oltre il mese, mentre almeno un paziente su quattro arriva ad aspettare fino a 4-5 mesi, con un picco massimo a marzo che supera i 160 giorni. Quadro in chiaroscuro per le visite programmabili (entro 120 giorni): per metà dei pazienti vengono erogate entro i tempi massimi, ma uno su quattro aspetta tra i 6 e gli 8 mesi per la maggior parte dell’anno (Figura 1).
  • Ecografia dell’addome completo. Per le prestazioni urgenti (entro 3 giorni), nella maggior parte dei casi l’esame viene eseguito rapidamente, ma in alcuni mesi del 2025 almeno un paziente su quattro supera i tempi massimi garantiti. Nelle prestazioni a priorità breve (entro 10 giorni) la criticità è strutturale: almeno un paziente su quattro attende oltre i 10 giorni, con picchi nei mesi estivi che superano le due settimane. Anche per le prestazioni differibili (entro 60 giorni) e programmabili (entro 120 giorni) per 3 pazienti su 4 i tempi risultano spesso entro la soglia garantita, ma molti cittadini sperimentano attese ben più lunghe: in diversi periodi dell’anno almeno un paziente su quattro aspetta fino a 70 giorni per le prestazioni differibili e fino a quattro/cinque mesi per quelle programmabili (Figura 2).

«Nei due esempi analizzati – commenta Cartabellotta – metà dei pazienti generalmente ottiene la prestazione entro i tempi previsti, ma una quota di pazienti deve attendere ben oltre i limiti massimi garantiti. Inoltre, come per tutte le altre prestazioni, esiste una “coda invisibile” dove resta intrappolata una persona su quattro, costretta ad attendere, a pagare di tasca propria o a rinunciare del tutto alla prestazione». Fenomeni che trovano riscontro nei dati ISTAT: la spesa out-of-pocket per prestazioni diagnostiche e visite specialistiche si è impennata negli ultimi anni e nel 2024 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria.

Nella sezione relativa ai volumi delle prestazioni, la PNLA specifica che solo il numero totale di prenotazioni (e quelle erogate sabato e domenica) include anche le prestazioni “erogate in regime SSN/SSR in strutture pubbliche e private e in intramoenia”, mentre tutti gli altri indicatori “escludono le prestazioni in intramoenia”. Di conseguenza, la differenza tra il totale delle prenotazioni e quelle con cui viene calcolato il rispetto dei tempi di attesa consente di stimare l’entità delle prestazioni erogate in intramoenia. Da una verifica a campione sui 3 esami diagnostici e sulle 3 visite specialistiche con i volumi più elevati emerge che, in media, il 30% delle prestazioni viene erogato in intramoenia (Tabella 1).


Prestazione
Totale prenotazioniPrenotazioni SSN*Stima prestazioni intramoenia
N.%
Prima visita oculistica2.906.7522.110.779795.97327,4%
Prima visita dermatologica/allergologica2.903.4782.202.964700.51424,1%
Prima visita cardiologica2.611.9051.786.266825.63931,6%
Ecografia dell’addome completo2.932.3232.106.893825.43028,1%
Eco(color)dopplergrafia cardiaca a riposo 2.422.9381.589.046833.89234,4%
Eco(color)dopplergrafia dei tronchi sovra-aortici 2.181.5151.602.833578.68226,5%
*utilizzate per calcolare il rispetto dei tempi di attesa
Tabella 1. Stima delle prestazioni erogate in intramoenia nel 2025 per i 3 esami diagnostici e le 3 visite specialistiche con i volumi più elevati

Assenza di supporto ai cittadini

Al momento la PNLA non fornisce alcuna guida informativa su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati. «La piattaforma – rileva il Presidente – non indica le modalità per presentare segnalazioni o richieste di tutela, privando il cittadino di informazioni indispensabili per esercitare i propri diritti».

«In questo scenario – commenta Cartabellotta – non mancano ovviamente le responsabilità delle Regioni, ma non al punto da attribuire loro la responsabilità del disallineamento tra obiettivi dichiarati (riduzione rapida delle liste) e l’assenza di risultati». Sicuramente, in diverse realtà persistono pratiche illegittime già rilevate dai NAS (agende chiuse, liste di “galleggiamento”, ecc.), cui si aggiungono i ritardi nella realizzazione di un CUP unico che includa anche le prestazioni del privato accreditato.

«Le liste d’attesa sono un sintomo del grave e progressivo indebolimento del SSN, che richiede investimenti strutturali»

«A 18 mesi dalla conversione in legge – conclude Cartabellotta – il DL Liste di attesa non è ancora stato in grado di dare risposte concrete ai cittadini, confermando che il carattere di urgenza era incompatibile con un fenomeno molto complesso. Mancano due decreti attuativi e la piattaforma oggi disponibile, oltre a non rendere pubblici i dati necessari a documentare le criticità regionali e aziendali, riporta i tempi di attesa nazionali con indicatori incomprensibili ai cittadini. Il duplice ritardo, normativo e tecnologico, conferma che le liste d’attesa sono un sintomo del grave e progressivo indebolimento del SSN, che richiede investimenti strutturali sul personale, coraggiose riforme organizzative, una completa trasformazione digitale e misure efficaci per arginare la domanda inappropriata di prestazioni. In assenza di questi interventi e persistendo la divergenza tra la situazione auspicata e la realtà dei fatti, il DL Liste d’attesa rischia di restare una promessa mancata, mentre milioni di cittadini continuano a pagare di tasca propria o a rinunciare alle prestazioni. Con una silenziosa esclusione dal diritto alla tutela della salute, in violazione dell’articolo 32 della Costituzione e dei princìpi fondanti del SSN e con gravi conseguenze sulla salute delle persone, sulla tenuta del SSN e sull’economia delle famiglie».

AIFA: nuove regole per la prescrizione degli Inibitori di Pompa Protonica (IPP)

Una nuova Nota disciplinerà le condizioni di prescrivibilità a carico del Servizio sanitario nazionale degli Inibitori di Pompa Protonica (IPP). Il Consiglio di Amministrazione dell’AIFA, nella seduta del 28 gennaio 2026, ha infatti deliberato l’introduzione della nota “N01” con contestuale abrogazione delle precedenti Note 1 e 48.

L’obiettivo è aggiornare le condizioni di uso appropriato di questi medicinali e definirne limitazioni prescrittive

L’efficacia della nuova disciplina decorrerà con le modalità indicate nella determina di prossima pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

La Nota N01 ha l’obiettivo di disciplinare le condizioni di prescrivibilità a carico del SSN degli IPP: omeprazolo, lansoprazolo, pantoprazolo, esomeprazolo e rabeprazolo, in varie formulazioni e dosaggi. Oltre ad aggiornare le condizioni di uso appropriato di questi medicinali, la Nota definisce alcuni elementi rilevanti, in relazione alle limitazioni della prescrizione cronica di IPP.
La Nota, messa a punto dalla Commissione Scientifica ed Economica di AIFA, è il risultato di un lavoro di coordinamento tra l’Agenzia, la medicina generale e le società scientifiche. Il testo è stato sviluppato nell’ambito del “Tavolo tecnico per la revisione delle Note e dei Piani terapeutici” in collaborazione con:

  • la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurgi e degli Odontoiatri (FNOMCeO);
  • la Federazione Italiana Medici di medicina Generale (FIMMG);
  • la Società Italiana di Medicina Generale (SIMG);
  • la Federazione Medici Territoriali (FMT);
  • il Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani (SNAMI);
  • il Sindacato Medici Italiani (SMI);
  • la Società Italiana di Farmacia Ospedaliera (SIFO).

Coinvolte anche le società scientifiche di interesse gastroenterologico SIGE (Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia), SIMI (Società Italiana di Medicina Interna), AIGO (Associazione Italiana Gastroenterologi ed Endoscopisti digestivi Ospedalieri), SIED (Società Italiana Endoscopia Digestiva) e FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti).

Intelligenza artificiale e sanità: al via la Commissione interdisciplinare SIAARTI-AIIC-SIHTA

All’interno di ParmAi-Week26 (evento incentrato su Anestesia di precisione: intelligenze artificiali e innovazione biomedicapromosso da SIAARTI in collaborazione con AOU Parma e con il coordinamento scientifico di Elena Bignami, Presidente SIAARTI) è stata ufficialmente annunciata la costituzione della Commissione d’Interfaccia SIAARTI-AIIC-SIHTA, un tavolo tecnico intersocietario e interdisciplinare che ha l’obiettivo di promuovere una collaborazione strutturata tra la Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI), l’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) e la Società Italiana di Health Technology Assessment (SIHTA) per integrare competenze cliniche, ingegneristiche e di valutazione delle tecnologie sanitarie. Lo scopo è favorire uno sviluppo coordinato e responsabile delle nuove tecnologie (NT) e dell’intelligenza artificiale (AI) nei contesti della medicina perioperatoria, della terapia intensiva e della rianimazione.
«Siamo lieti che proprio all’interno di un evento SIAARTI dedicato all’intelligenza artificiale sia stato dato il primo annuncio della costituzione di questa Commissione», ha affermato Elena Bignami, «Crediamo infatti che i soggetti maggiormente coinvolti nella selezione, implementazione e valutazione degli strumenti hi-tech in sanità debbano iniziare a concepirsi come soggetti collaboranti e propositivi. Da qui la nascita di un gruppo di lavoro che esprime una cultura nuova, confermando le singole peculiarità professionali, ma che sia in grado di relazionarle in forme e modi sempre più utili ed autorevoli».

«L’avvio di questo gruppo di lavoro permette a tre soggetti importanti di offrire studi, ricerche, valutazioni e progettualità»

«La chiave di volta della capacità del nostro SSN di governare il vertiginoso sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie healthcare è la messa in comune dei saperi professionali», prosegue Umberto Nocco (Presidente AIIC), «Per questo l’avvio di questo autorevole gruppo di lavoro ha per tutti noi un significato importante perché permette a tre soggetti importanti di offrire studi, ricerche, valutazioni e progettualità che saranno proposte prima di tutto ai nostri stessi soci ed iscritti, e poi alle istituzioni ed agenzie nazionali e regionali, alle altre società scientifiche, al mondo della produzione ed agli stessi pazienti riuniti nella forma delle loro associazioni più rappresentative».

Così si è espresso Giandomenico Nollo (Presidente SIHTA): «Come Società italiana di Health Technology Assessment abbiamo aderito immediatamente e con entusiasmo a questa sfida e ringrazio SIAARTI e la sua Presidente per aver stimolato l’avvio di questo importante tavolo di lavoro. Da alcuni anni stiamo assistendo a un importante rinnovamento tecnologico, basato sulla introduzione di tecnologie di data analytics e intelligenza artificiale molto raffinate e potenzialmente migliorative della capacità di diagnosi, cura e assistenza. Tuttavia è quel “potenzialmente” che deve richiamare la nostra attenzione e spingerci a mettere in campo i migliori strumenti per definire le migliori misure di appropriatezza e valore. Tra gli ambiti della sanità quello a cui si rivolge questo tavolo è particolarmente sfidante per la complessità dei fenomeni che si devono tenere sotto controllo (parametri fisiologici, ambiente, professionisti, ecc.). L’ausilio di sistemi avanzati può fare la differenza migliorando ad esempio la capacità di analisi in tempo reale e alleviando il carico dei professionisti, ma come per ogni tecnologia, le prestazioni vanno verificate, il valore aggiunto portato va misurato, l’impatto organizzativo va stimato. Come SIHTA siamo impegnati a dare il massimo impegno assieme agli amici di SIAARTI e AIIC».

«L’ausilio di sistemi avanzati può fare la differenza, ma le prestazioni vanno verificate»

La presentazione della Commissione, avvenuta durante una delle sessioni di ParmAi-Week26 ha visto la partecipazione di Valentina Bellini e Maurizio Cecconi per SIAARTI, Leo Traldi per AIIC e Paolo Lago per SIHTA, voci concordi nel ricordare gli obiettivi comuni condivisi tra le Società che hanno dato vita al gruppo di lavoro, che includono:

  • l’individuazione di ambiti prioritari di applicazione dell’AI e delle NT riferiti all’ambito della medicina perioperatoria, della terapia intensiva e della rianimazione;
  • la definizione di modelli condivisi di valutazione clinica, tecnologica, organizzativa ed etica;
  • lo sviluppo di documenti di indirizzo, attività formative e progetti multidisciplinari orientati alla misurazione del valore generato dalle tecnologie per pazienti, professionisti e organizzazioni sanitarie;
  • l’identificazione di eventi e iniziative congiunte di presentazione dei propri documenti, statement e paper.

L’Executive board della Commissione, che si riunirà mensilmente a partire da febbraio 2026, vede la presenza di:Valentina Bellini (Università di Parma) e Maurizio Cecconi (Università Humanitas, Milano) con il supporto di Elena Bignami per SIAARTI; Umberto Nocco (Ospedale Niguarda, Milano) e Leo Traldi (Ausl Modena) per AIIC; Giandomenico Nollo (Università di Trento), Sandro Franco (Segretario e Socio fondatore) e Paolo Lago (Ospedale San Matteo, Pavia) per SIHTA; il coordinamento esecutivo della Commissione è stato affidato dalle tre società scientifiche a Walter Gatti (Giornalista ed Esperto in comunicazione sanitaria).

Colonie penali, tra isolamento e possibilità: il futuro di un modello dimenticato

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In Italia sono quattro le colonie penali ancora attive, una sull’isola di Gorgona, in Toscana, e tre in Sardegna, a Is Arenas, Mamone e Isili. Quattro luoghi fuori dal tempo e dai riflettori, estesi su migliaia di ettari di terra, dove la detenzione assume una forma radicalmente diversa da quella del carcere tradizionale. Qui si coltiva, si alleva bestiame, si producono formaggi e salumi, si lavora all’aria aperta e si vive una quotidianità scandita dai ritmi della natura più che da quelli dell’istituzione penitenziaria.

In quelle sarde vivono poco più di 300 detenuti, selezionati in base a criteri stringenti di affidabilità. Qui la detenzione passa soprattutto dal lavoro: i reclusi coltivano i campi, allevano animali, attraversano spazi vastissimi senza la sorveglianza costante di un agente di polizia penitenziaria. Rientrano in cella solo al calare della sera. Per il loro impegno ricevono una retribuzione che si aggira intorno ai 600 euro al mese, una somma che spesso serve a sostenere le famiglie rimaste lontane.

Gli spazi ci sono, ma pesano i problemi burocratici: è un modello valido, ma difficile da replicare

Circa il 75% dei detenuti è di origine straniera, scelto sulla base di criteri di “affidabilità” penitenziaria. Sono esclusi coloro che hanno problemi di dipendenza o patologie psichiche o fisiche. Nelle colonie penali, prima ancora che un lavoratore, il detenuto deve dimostrarsi un “buon detenuto”. Al primo sgarro l’esperienza si interrompe e si viene trasferiti altrove. C’è però un prezzo da pagare. Chi arriva in colonia sa che i contatti con l’esterno si riducono drasticamente. I colloqui con i familiari diventano rari, così come le presenze del volontariato. Raggiungere Mamone, ad esempio, significa affrontare 45 minuti di tornanti dal piccolo comune di Siniscola.

In un sistema penitenziario segnato da sovraffollamento, sofferenza e numeri drammatici di suicidi, le colonie penali pongono però domande scomode. Sono un’alternativa possibile al carcere tradizionale o rischiano di diventare luoghi di invisibilità, dove la pena si consuma lontano da ogni sguardo? Possono trasformarsi in spazi di reale reinserimento sociale, aprendosi al territorio, alle filiere produttive, al turismo responsabile o restano esperienze marginali, affidate alla buona volontà del personale che vi lavora?

Ne abbiamo parlato con Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone.

Susanna Marietti

Quante colonie penali ci sono in Italia e in cosa si differenziano dai carceri tradizionali?

La struttura detentiva delle quattro colonie penali in Italia (una a Gorgona e tre in Sardegna) non è molto diversa da quella di un carcere ordinario, ma cambia il contesto. Si tratta di edifici bassi, spesso a piano terra, inseriti in grandi spazi aperti, con ettari di terreno. Le persone detenute possono uscire per lavorare la terra, occuparsi degli animali, fare pastorizia e produrre beni agricoli. Sono un’eredità storica che risale all’Ottocento. Molte sono state chiuse nel tempo, come quella di Capraia negli anni Ottanta. Isili, in particolare, ha anche una funzione giuridica specifica, perché ospita una colonia agricola destinata all’esecuzione delle misure di sicurezza, con la presenza anche di internati.

Quali sono i principali vantaggi e limiti di questo modello?

Solo nel 2023 nelle carceri italiane si sono registrati 88 decessi, 41 dei quali per suicidio. Numeri che raccontano un modello detentivo capace di generare sofferenza e, in alcuni casi, di portare alla morte. Un sistema che non pesa solo sui detenuti, ma che finisce per compromettere anche il benessere e la tenuta psicofisica del personale penitenziario. Nelle colonie penali il vantaggio è una vita più aperta, immersa in un contesto lavorativo reale. In cambio di maggiore libertà di movimento e di una quotidianità all’aria aperta, si accetta però una perdita significativa sul piano delle relazioni. Un equilibrio che potrebbe essere ripensato. Rafforzare la presenza della società esterna nelle tre colonie penali sarde significherebbe ridare senso e continuità ai legami, senza snaturarne la funzione. Le possibilità non mancano. Basterebbe, ad esempio, creare connessioni con chi potrebbe valorizzare il pecorino prodotto a Isili o gli insaccati di Is Arenas, oppure inserire questi luoghi in circuiti di turismo responsabile. Strade concrete per aprire le colonie al territorio, trasformando l’isolamento in un’opportunità di scambio e riconoscimento. Invece, sono comunità molto chiuse, con poca osmosi con il territorio. I prodotti agricoli sono acquistati quasi esclusivamente dalle famiglie del personale, mentre il rapporto con l’esterno resta molto marginale.

È un modello che potrebbe essere esteso ad altre aree del Paese?

In teoria sì, ma nella pratica è complicato. Su 189 carceri, solo quattro funzionano in questo modo. Gli spazi non mancano, ma pesano i problemi burocratici: autorizzazioni, gestione del demanio, tempi lunghi. È un modello possibile, ma difficile da replicare. Anche nei carceri urbani si potrebbe creare una maggiore integrazione con il territorio. Il mondo imprenditoriale e cooperativistico potrebbe entrare in carcere molto più di quanto accada oggi, ma il sistema scoraggia queste possibilità.

Mancano percorsi strutturati di formazione e un’apertura reale della società ad assumere persone che hanno scontato una pena

Per un imprenditore è estremamente complicato. Il detenuto lavoratore è un dipendente a tutti gli effetti, ma basta un rapporto disciplinare perché resti in cella e non vada a lavorare. Per acquistare un macchinario possono volerci mesi, tra autorizzazioni e controlli del magistrato di sorveglianza. È una burocrazia pesante, che frena anche chi potrebbe essere interessato, nonostante gli sgravi fiscali previsti dalla legge Smuraglia.

Il lavoro agricolo favorisce la reintegrazione sociale?

Non necessariamente. La reintegrazione non può significare che tutti debbano uscire come contadini. Per alcune persone lavorare la terra o occuparsi degli animali può essere una buona opportunità, ma servirebbe un’offerta formativa e lavorativa più ampia, che tenga conto delle vocazioni individuali. Il punto è che non esiste un vero accompagnamento verso l’esterno. È possibile che una persona riesca a valorizzare l’esperienza, ad esempio presentandosi in un’azienda agricola con competenze concrete nella gestione degli animali. Ma si tratta di iniziative individuali.

Alzheimer, sei giovani ricercatori premiati da Airalzh

Airalzh Onlus rafforza il sostegno alla ricerca sull’Alzheimer, annunciando i sei vincitori del Bando AGYR 2025 per giovani ricercatori under 40: Nerisa Banaj, Federico Cazzaniga, Guido Maria Giuffrè, Silvia Cecilia Pelucchi, Rebecca Piccarducci e Lorenzo Pini svilupperanno così i propri Progetti di Ricerca dedicati all’individuazione delle fasi precoci della malattia di Alzheimer e alla prevenzione. Con 300mila euro destinati a questi progetti, l’Associazione porta a 1,8 milioni l’investimento complessivo negli ultimi cinque anni, confermando il ruolo della ricerca indipendente nello sviluppo di strategie efficaci per la gestione della malattia in Italia.

Con 300mila euro destinati a questi progetti, l’Associazione porta a 1,8 milioni l’investimento complessivo negli ultimi cinque anni

«Investire nella Ricerca contro la malattia di Alzheimer – ha dichiarato la professoressa Alessandra Mocali, Presidente di Airalzh Onlus – è sempre più importante. L’Italia si trova all’ottavo posto tra i Paesi con il maggior numero di persone affette. Numeri che raccontano la portata di una sfida socio-sanitaria che riguarda milioni tra malati, famiglie e caregivers. La Ricerca rappresenta l’unica strada per rispondere con strumenti più efficaci ed offrire più qualità alla vita di chi affronta la malattia. La nostra Associazione continua così ad investire in questo campo non solo per arrivare a diagnosi precoci e terapie efficaci, ma anche per dare una possibilità a giovani Ricercatori under 40 di emergere e sviluppare così carriere indipendenti in Italia. Nelle prossime settimane, anzi, Airalzh aprirà le candidature per il nuovo Bando AGYR 2026, aumentando il finanziamento da 300 a 400mila Euro».

I Progetti di Ricerca vincitori sono stati selezionati direttamente dal Comitato Tecnico Scientifico di Airalzh, composto da Esperti internazionali di altissimo livello. I Ricercatori e le Ricercatrici fanno riferimento ad Università e Centri d’eccellenza di Milano, Padova, Pisa e Roma e sono stati tutti invitati a presentare il proprio Progetto al Convegno “SINdem4Juniors”, in una apposita sessione a loro dedicata, Giovedì 5 Febbraio, a Bressanone.

I premiati 2025

Con il suo progetto, Nerisa Banaj, Dirigente psicologo e ricercatrice presso l’IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma, mira a riconoscere segnali molto precoci di cambiamento cerebrale – grazie all’utilizzo integratodi valutazioni neuropsicologiche, neuroimaging avanzato e analisi computazionali in una prospettiva fortemente traslazionale – per favorire la prevenzione e migliorare la qualità delle cure con interventi personalizzati.

Federico Cazzaniga – Ricercatore presso la Fondazione IRCCS Istituto Neurologico “Carlo Besta” di Milano – propone di esplorare campioni di lacrime umane con l’obiettivo di identificare nuovi biomarcatori capaci di migliorare l’accuratezza diagnostica dell’angiopatia amiloide cerebrale ed una sua distinzione dalla malattia di Alzheimer.

I ricercatori premiati potranno sviluppare le proprie ricerche dedicate all’individuazione delle fasi precoci della malattia di Alzheimer e alla prevenzione

Guido Maria Giuffrè – Neurologo e Ricercatore in Neuroscienze presso la Clinica della Memoria della Fondazione Policlinico “Agostino Gemelli” IRCCS e presso il Dip. Neuroscienze dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Campus di Roma) – studia la neuroinfiammazione nella malattia di Alzheimer tramite un approccio che potrà contribuire all’identificazione di nuovi biomarcatori precoci e di potenziali bersagli terapeutici.

Silvia Pelucchi – Ricercatrice presso il Dip. Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università degli Studi di Milano – utilizza cellule prelevate dalla pelle dei pazienti e  riprogrammate in cellule neuronali per studiare i meccanismi molecolari alla base della malattia di Alzheimer. I risultati della sua ricerca potranno contribuire a migliorare la diagnosi precoce e a favorire lo sviluppo di strategie terapeutiche più mirate e personalizzate.

Rebecca Piccarducci – Ricercatrice in Biochimica presso il Dip. Farmacia dell’Università degli Studi di Pisa – è impegnata nello sviluppo di trattamenti più precisi e personalizzati in grado di rallentare o prevenire la neurodegenerazione: il suo Progetto di Ricerca si concentra sulla variante genetica ApoE4, un importante fattore di rischio per lo sviluppo della malattia di Alzheimer, con l’obiettivo di verificare se l’attivazione mirata di una particolare proteina possa esercitare un effetto neuroprotettivo e favorire il recupero delle connessioni sinaptiche compromesse dalla malattia.

Lorenzo Pini – Ricercatore presso il Dip. Neuroscienze dell’Università degli Studi di Padova ed il Veneto Institute of Molecular Medicine (VIMM) – vuole comprendere come l’esposizione prolungata a diverse sostanze inquinanti possa danneggiare sia la struttura dei collegamenti cerebrali che il normale scambio di informazioni rendendo il sistema cerebrale meno efficiente e più vulnerabile.

Il bando 2026

La “Call for Proposals” per il nuovo Bando AGYR 2026 è pubblicata sul sito dell’Associazione. Rivolto a Ricercatori Under 40, il Bando prevede lo stanziamento di 400mila Euro – 100mila Euro in più rispetto alle precedenti edizioni – per finanziare Progetti di Ricerca su diagnosi precoce della malattia di Alzheimer, stili di vita preventivi e individuazione di nuovi bersagli per interventi terapeutici, farmacologici e non.

Mercoledì 1 Aprile 2026 è stato fissato come termine ultimo per presentare la propria candidatura.