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Di Maio: «La qualità dell’oncologia passa da PRO, ricerca e assistenza territoriale»

L’oncologia italiana continua a crescere sul fronte della qualità delle cure, ma permangono criticità che richiedono interventi organizzativi e investimenti mirati. È il quadro delineato dall’Annuario dell’Oncologia Italiana 2026, realizzato da AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica) insieme a FICOG (Federation of Italian Cooperative Oncology Groups), che fotografa punti di forza e aree di miglioramento della rete oncologica nazionale.

Tra i dati più significativi emerge un’ampia diffusione dei servizi di supporto: quasi il 90% dei centri dispone di assistenza psiconcologica (anche se solo il 60% con uno psicologo dedicato), il 93% ha un servizio di anatomia patologica, l’88% una nutrizione clinica di riferimento e il 72% un laboratorio di biologia molecolare diagnostica. Restano però nodi ancora aperti, dall’adozione dei Patient-Reported Outcomes (PRO) alla ricerca clinica, fino al rafforzamento dell’assistenza domiciliare.

Per approfondire le principali criticità e le priorità di sviluppo del sistema, TrendSanità ha intervistato Massimo Di Maio, presidente nazionale AIOM.

Dai vostri dati risulta che la qualità di vita dei pazienti colpiti da tumore è “misurata” solo nel 34% delle Oncologie. Cioè ancora pochi ospedali adottano i Patient-Reported Outcome (PRO), importanti misure di monitoraggio sistematico dei sintomi da parte dei pazienti. Cosa ci può dire a riguardo?

Massimo Di Maio

«Quello dei PRO nei centri è un tema che a AIOM sta molto a cuore da anni. Le linee guida ESMO 2022 raccomandano l’uso di questi sistemi per migliorare la gestione e la comunicazione con i pazienti oncologici. Ma è un dato di fatto che sono oggi ancora poche le strutture che hanno implementato questi strumenti. Potrebbero essere digitali, piattaforme attraverso le quali si riesce a intercettare un problema in maniera tempestiva. È dimostrato che tutto ciò migliori la qualità di vita, l’aderenza al trattamento, la soddisfazione dei pazienti, e che si riduca il rischio di accessi al pronto soccorso. Il punto è come rendere sostenibile e fattibile l’implementazione. Il problema è sostanziale: tempo fa lo abbiamo sottolineato in una survey ai soci AIOM. Molti mostrano interesse per l’argomento, sono consapevoli che sia una cosa utile. Ma di fatto hanno problemi di logistica, risorse e implementazione pratica».

I flussi di lavoro vanno riorganizzati

Quali vantaggi potrebbero venire dal riorganizzare il flusso di lavoro nelle Oncologie?

«Di fatto il sistema richiede che i pazienti segnalino l’eventuale insorgenza di un problema o un peggioramento, e ciò prevede che gli operatori diano un feedback in tempi naturalmente tempestivi. Ciò significa che bisogna riorganizzare il flusso di lavoro degli ospedali, coinvolgendo personale medico e infermieristico, e gestire queste segnalazioni. Tutto questo non è banale, è un problema che confligge con le risorse e il tempo limitato degli operatori.

Per integrare i PRO servono una riorganizzazione dei flussi di lavoro e investimenti in personale e strumenti digitali

Si deve tenere a mente il carico di lavoro complessivo. Occorre spiegare all’amministrazione degli ospedali che sarebbe molto opportuno fare questa implementazione, perché di fatto significa investire sull’efficienza dell’assistenza e risparmiare su altre voci. Se si riducono gli accessi imprevisti, questo ovviamente è un vantaggio per l’ospedale. In AIOM abbiamo un gruppo di lavoro dedicato, e uno degli obiettivi che ci siamo dati è lavorare sull’analisi delle problematiche che si oppongono all’implementazione di questi strumenti nella pratica clinica. Speriamo di identificare meglio possibili soluzioni».

Sono emerse criticità nell’iter di approvazione delle sperimentazioni cliniche. In molti casi l’attivazione dei centri richiede ancora tempi lunghi. Come semplificare l’iter amministrativo?

«La sottoscrizione dei contratti per l’attivazione degli studi clinici, la parte burocratica e amministrativa, è in effetti un tema annoso. Il nostro compito deve essere quello di sottolineare con le amministrazioni e le istituzioni che è fondamentale garantire la competitività del sistema Europa, Italia e anche dei singoli ospedali, per attrarre ricerca nel nostro Paese e nei singoli centri. Questo conviene a tutti. Ai pazienti, perché uno studio clinico vuol dire opportunità di innovazione molto precoce rispetto a quando il farmaco sarà disponibile nella pratica clinica. Conviene ai clinici perché possono fare ricerca scientifica, e conviene alle amministrazioni perché di fatto la ricerca sponsorizzata dall’industria non è un ostacolo alla pratica clinica, anzi è un incentivo economico per l’ospedale. Quindi attrarre studi vuol dire attrarre pure grant economici. Ma questo spesso non viene percepito in maniera chiara da molte amministrazioni degli ospedali che vedono la ricerca come un “capriccio”, un “di più”, qualcosa di sacrificabile. Ma non è così.

La ricerca non è un “di più” per gli ospedali, ma uno strumento che migliora le cure, sviluppa competenze e genera valore economico

Se un ospedale non fa contratti in tempi efficienti, è messo nella black list, il sistema viene penalizzato e quell’ospedale non attirerà studi e ricerca. Riteniamo nostro dovere sottolineare questo aspetto nell’interesse di tutte le parti in causa. Sarebbe una cosa buona se le amministrazioni capissero che potenziare gli uffici significa anche aumentare la competitività e l’attrattiva. Tenere i contratti fermi per mesi è in definitiva un danno diretto ai pazienti e al sistema. L’efficienza di questi uffici è un criterio di qualità necessario per attrarre risorse».

Ricerca parte integrante dell’assistenza

Coordinatori di ricerca clinica strutturati: secondo i vostri dati sono ancora tropo pochi (solo il 40%). Cosa suggerite per migliorare la situazione?

«È un tema che sta molto a cuore ad AIOM. Abbiamo un gruppo di “clinical research coordinator” molto attivo. Inevitabilmente questa categoria soffre di precarietà, dal punto di vista contrattualistico. È un punto dove l’Italia rischia di non essere competitiva per attrarre sperimentazioni. Avere personale strutturato garantisce efficienza e qualità della conduzione degli studi e per un ospedale è segno di grande qualità. Da anni affermiamo che bisogna riconoscere questa figura professionale, e l’assenza del riconoscimento rende molto difficile anche offrire un percorso formativo dedicato.

I clinical research coordinator sono una risorsa strategica e devono essere stabilizzati e valorizzati

Inoltre, queste figure, essendo precarie nel pubblico, possono venire attratte da un impiego più stabile in strutture private o nell’azienda farmaceutica. Dopo anni di formazione, questi professionisti lasciano il posto e vanno a trasferire le loro competenze in strutture private. E per il sistema questo è un peccato. Quando, a febbraio scorso, abbiamo tenuto il World Cancer Day, tra le tante figure dedicate al paziente oncologico, ho voluto i rappresentanti dei “clinical research coordinator”. Perché la ricerca è una parte integrante dell’assistenza. La qualità di un ospedale si misura da quanta ricerca è in grado di offrire ai suoi pazienti. Per questo motivo queste figure vanno strutturate».

Ancora troppo pochi centri, meno del 70% secondo l’Annuario AIOM, prevedono un percorso di assistenza domiciliare oncologica. Come si può migliorare la situazione?

«È sicuramente un capitolo dolente, molte strutture non possono contare su una rete di assistenza domiciliare perfetta. Questo aspetto va sicuramente ottimizzato, perché poter contare sull’assistenza domiciliare nelle varie fasi del percorso di malattia è cruciale per poter avere un servizio di qualità. La gestione oncologica attuale è ancora centrata sull’ospedale. Le varie Regioni si stanno attivando per potenziare l’offerta sul territorio, ma la situazione è ancora ampiamente da migliorare. Con l’Annuario vogliamo enfatizzare quante risorse preziose ci sono nei centri per offrire assistenza al paziente oncologico, ma anche segnalare quali sono i punti deboli per poterli migliorare. Va ottimizzata anche l’efficienza del percorso: anche dove le strutture di assistenza domiciliare sono esistenti sulla carta, ci sono ostacoli di check-list da compilare, moduli da mandare, autorizzazioni da ottenere dal territorio. Tutto questo chiaramente complica la gestione a danno dell’assistenza domiciliare».

OMS, 25 anni di Research4Life per ridurre le disuguaglianze nell’accesso alla scienza

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) celebra oggi il 25º anniversario di Research4Life, una partnership pubblico-privata che offre a ricercatori, educatori, professionisti sanitari e decisori politici dei Paesi a basso e medio reddito un accesso alle conoscenze scientifiche gratuito o a costi contenuti. La partnership ha contribuito ad ampliare notevolmente l’accesso alle conoscenze scientifiche per ricercatori, educatori, professionisti sanitari e decisori politici in oltre 120 Paesi.

Dalla sua istituzione nel 2001 come iniziativa pilota triennale guidata dall’OMS, Research4Life è diventato una delle più grandi e longeve partnership pubblico-private al mondo dedicate a garantire un accesso equo alla ricerca scientifica. Studi indipendenti dimostrano che il programma ha aumentato fino al 75% la pubblicazione di lavori di ricerca, incrementato di oltre il 20% la partecipazione alle sperimentazioni cliniche internazionali e rafforzato le opportunità per le ricercatrici, con tassi di pubblicazione cresciuti fino al 30% nei Paesi che affrontano le maggiori barriere.

«Research4Life si è trasformato in un movimento globale per l’equità nella ricerca»

«Quello che era nato come un tentativo di colmare il divario di conoscenze nel settore sanitario si è trasformato in un movimento globale per l’equità nella ricerca», ha dichiarato la Dottoressa Sylvie Briand, Chief Scientist dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. «Da 25 anni, Research4Life contribuisce a garantire che ricercatori, educatori, professionisti sanitari e decisori politici di tutto il mondo possano accedere alle evidenze di cui hanno bisogno per migliorare la vita delle persone e promuovere lo sviluppo sostenibile.»

Al momento del suo lancio, Research4Life contava soltanto sei partner editoriali. Oggi riunisce più di 185 editori e organizzazioni partner, offrendo alle istituzioni dei Paesi a basso e medio reddito l’accesso alle pubblicazioni della ricerca biomedica e sanitaria.

Attualmente, più di 12.000 istituzioni hanno accesso a oltre 250.000 riviste, libri e banche dati di numerosi tra i principali editori e organismi di ricerca del mondo. Tale accesso ha rafforzato la capacità di ricerca e sostenuto processi decisionali basati sulle evidenze nei Paesi a basso e medio reddito.

Research4Life aiuta anche i ricercatori a produrre, pubblicare e condividere ricerca scientifica di elevata qualità

Nel corso del tempo, Research4Life ha ampliato la propria attività, andando oltre il semplice accesso alle pubblicazioni scientifiche e favorendo una partecipazione significativa alla comunità mondiale della ricerca. Attraverso attività di formazione, sostegno alla pubblicazione e iniziative di collaborazione, la partnership aiuta i ricercatori a sviluppare le competenze, le reti e le opportunità necessarie per produrre, pubblicare e condividere ricerca scientifica di elevata qualità.

Con l’evolversi del panorama mondiale della ricerca, Research4Life continua ad adattarsi attraverso la propria Strategia 2030. Sebbene la open science abbia ampliato l’accesso alla ricerca, i costi di elaborazione degli articoli (article processing charges – APC) e altre spese continuano a impedire a molti ricercatori di diffondere il proprio lavoro. Affrontare questi ostacoli sarà essenziale per garantire che le conoscenze scientifiche rimangano un bene pubblico globale e che i ricercatori di tutto il mondo possano non soltanto beneficiarne, ma anche contribuire alla loro produzione.

I partner di Research4Life

Research4Life è sostenuto dall’OMS, dalla World Intellectual Property Organization (WIPO), dalla Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO), dall’International Labour Organization (ILO), dal United Nations Environment Programme (UNEP), dalla Cornell University, dalla Yale University, dall’International Association of Scientific, Technical and Medical Publishers (STM), e da centinaia di partner editoriali.

Il 25º anniversario viene commemorato nel corso di una riunione dei partner di Research4Life ospitata dall’OMPI, durante la quale i membri riflettono sui risultati raggiunti dalla partnership e definiscono le priorità della Strategia Research4Life 2030.

Università di Pisa: tre nuove lauree per infermieri, territorio e ostetricia nel SSN

Con tre nuove lauree magistrali dedicate alle professioni infermieristiche, l’Università di Pisa rafforza la propria offerta formativa per rispondere ai bisogni di salute dei cittadini e alle nuove sfide del Servizio sanitario nazionale. L’obiettivo è formare professionisti altamente qualificati destinati ad ambiti particolarmente strategici: l’emergenza-urgenza, l’assistenza territoriale e di comunità e l’ostetricia.

Le nuove magistrali sono Scienze infermieristiche specialistiche nelle cure intensive e nell’emergenza, Scienze infermieristiche specialistiche nelle cure primarie e infermieristica di famiglia e comunità e Scienze infermieristiche e ostetriche – profilo ostetrico, una delle cinque attivate in tutta Italia, unica in Toscana e in centro Italia. I posti disponibili sono 25 per ciascuna magistrale, per un totale di 75.

Riccardo Zucchi

«L’attivazione di questi percorsi recepisce una recente evoluzione normativa che ha introdotto la possibilità di istituire lauree magistrali specialistiche dedicate ad alcuni settori particolarmente critici del sistema sanitario, una sfida che l’Ateneo ha voluto raccogliere», spiega il Rettore dell’Università di Pisa, Riccardo Zucchi.

«Si tratta di esigenze molto concrete – continua Zucchi – Nei pronto soccorso gli infermieri svolgono un ruolo cruciale, a partire dal triage, la valutazione iniziale dei pazienti in arrivo, ma finora mancava una formazione specificamente dedicata a queste competenze. Lo stesso vale per l’infermiere di famiglia e di comunità: le Case della Comunità rappresentano una delle principali innovazioni dell’assistenza territoriale, ma il loro sviluppo richiede professionisti con una preparazione specialistica».

Le tre lauree magistrali sono a numero programmato nazionale e hanno una durata di due anni. Le iscrizioni per l’anno accademico 2026-2027 sono aperte dall’8 luglio. Informazioni sui requisiti di accesso, sul calendario delle prove e sulle modalità di immatricolazione sono disponibili sul sito dell’Università di Pisa.

Torino, al Regina Margherita nasce la Biobanca Pediatrica per la ricerca scientifica

È stata avviata presso l’AO Ospedale Infantile Regina Margherita-Sant’Anna di Torino la nuova Biobanca Pediatrica per la Ricerca, un’infrastruttura a disposizione della comunità scientifica dedicata alla raccolta, conservazione e distribuzione di campioni biologici provenienti da pazienti e donatori pediatrici.

La Biobanca rappresenta un traguardo importante per la ricerca e l’innovazione in ambito pediatrico ed è il risultato di un percorso costruito grazie alla collaborazione tra istituzioni sanitarie, Università, associazioni e realtà del territorio.

Un progetto nato dalla collaborazione del territorio

La nuova Biobanca Pediatrica è costata circa 300.000 euro. Una prima fase ha riguardato la ristrutturazione e l’adeguamento dei locali, resi possibili grazie al sostegno di numerosi club dell’Associazione Lions International – Distretto 108 IA1 e al finanziamento ottenuto attraverso il bando competitivo 2023 della Banca d’Italia, con un progetto presentato dal Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino.

Il percorso è stato poi completato con l’acquisto di ulteriori strumentazioni fondamentali, grazie al contributo dei Rotary Club coinvolti e di altre Associazioni che hanno scelto di sostenere concretamente lo sviluppo di questa nuova infrastruttura di ricerca.

Al servizio della ricerca, della diagnosi avanzata e della medicina di precisione

Frutto della collaborazione tra l’Ospedale Infantile Regina Margherita e l’Università degli Studi di Torino, la Biobanca si configura come una struttura altamente specializzata a supporto della ricerca scientifica, della diagnosi avanzata e della medicina di precisione pediatrica.

Nei nuovi spazi, sicuri, attrezzati e conformi agli standard nazionali e internazionali, verranno raccolti e conservati campioni biologici, come sangue, tessuti, saliva e altri liquidi biologici, provenienti da pazienti pediatrici affetti da patologie rare e complesse e da donatori pediatrici. I campioni riguarderanno in particolare patologie oncoematologiche, metaboliche, neurologiche e cardiache.

La disponibilità di campioni biologici di qualità, associati a dati clinici accurati e gestiti secondo criteri rigorosi di sicurezza, tracciabilità ed etica, consentirà di sostenere studi clinici e preclinici, approfondire i meccanismi molecolari alla base delle malattie dell’età evolutiva e accelerare lo sviluppo di terapie personalizzate, più efficaci e meno invasive.

Una rete scientifica italiana ed europea

La Biobanca si inserisce in un ecosistema avanzato di ricerca già attivo presso il Regina Margherita. Opera in sinergia con la rete nazionale AIEOP, Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica, con il Laboratorio Centro Trapianti Cellule Staminali e Terapia Cellulare, centro di riferimento nazionale per gli studi genetici sui sarcomi pediatrici nell’ambito del progetto Genom-Act, e con le reti europee dedicate alle malattie rare e al biobanking.

Sarà inoltre collegata a BBMRI.it, nodo nazionale italiano di BBMRI-ERIC – Biobanking and BioMolecular Resources Research Infrastructure, l’infrastruttura europea che mette in rete biobanche e risorse biomolecolari per la ricerca biomedica.

Questo collegamento consentirà alla Biobanca Pediatrica di operare secondo standard condivisi di qualità, sicurezza, tracciabilità e gestione etica dei campioni e dei dati associati, favorendo collaborazioni multicentriche a livello italiano ed europeo.

Investire nella ricerca per curare meglio

La nascita di una Biobanca dedicata all’età pediatrica rappresenta un investimento concreto per il futuro della medicina e dei piccoli pazienti.

Centralizzare campioni biologici e informazioni cliniche significa potenziare la ricerca traslazionale, migliorare i percorsi diagnostici e terapeutici e contribuire allo sviluppo di cure sempre più mirate, sicure e personalizzate per bambini e adolescenti affetti da patologie rare e complesse.

Le dichiarazioni

«La nuova Biobanca Pediatrica per la Ricerca rappresenta un investimento strategico per la sanità piemontese e per il futuro della medicina pediatrica. Sostenere infrastrutture di questo livello significa rafforzare la capacità del nostro territorio di offrire ricerca, innovazione e cure sempre più personalizzate ai bambini e alle loro famiglie» dichiara Federico Riboldi, Assessore alla Sanità della Regione Piemonte.

«La nuova Biobanca rappresenta una risorsa strategica anche in vista della trasformazione dell’Ospedale Regina Margherita in IRCCS. Come infrastruttura centralizzata per la gestione di materiali biologici pediatrici, la Biobanca sarà motore di innovazione e qualità nella ricerca clinica, contribuirà alla missione scientifica dell’IRCCS e valorizzerà il patrimonio di competenze dell’ospedale nel campo delle malattie rare, oncologiche e croniche dell’età evolutiva» spiega Franca Fagioli, Direttrice Dipartimento di Patologia e Cura del Bambino Regina Margherita. 

Secondo Adriano Leli, Direttore generale AO OIRM-Sant’Anna, «Con questa nuova infrastruttura, il Regina Margherita rafforza ulteriormente il proprio ruolo di centro di riferimento per la cura e la ricerca pediatrica. La Biobanca consentirà di valorizzare il patrimonio clinico e scientifico dell’ospedale, promuovendo percorsi sempre più integrati tra assistenza, ricerca e innovazione»

«La Biobanca Pediatrica nasce da una collaborazione virtuosa tra Università, ospedale e territorio, e mette a disposizione della comunità scientifica campioni biologici e dati clinici di grande valore. È uno strumento fondamentale per trasformare la ricerca di laboratorio in nuove conoscenze, diagnosi più precise e terapie innovative per le patologie dell’età evolutiva» dichiara Fabrizio Bert, Direttore del Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche.

Aggressioni in psichiatria, l’istanza al Viminale: «Cambiare la circolare del 2019»

Un infermiere con il bacino fratturato, un medico aggredito e le forze dell’ordine che, secondo le denunce sindacali, avrebbero inizialmente limitato o ritardato l’accesso al reparto. È quanto accaduto nel giugno 2026 al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale Martini di Torino, l’episodio che ha spinto la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP) e l’Associazione Luca Coscioni, con l’adesione della Società Italiana di Psichiatria, della Società Italiana di Psicopatologia e del Collegio Nazionale dei Dipartimenti di Salute Mentale, a presentare al Ministero dell’Interno un’istanza di riesame in autotutela della circolare della Direzione Centrale Anticrimine del 6 novembre 2019.

Quella circolare, indirizzata ai Questori, definisce “assolutamente eccezionale” l’intervento della forza pubblica nei reparti psichiatrici e richiama il Trattamento Sanitario Obbligatorio tra gli strumenti per gestire quei contesti. Il TSO, tuttavia, come osservano i firmatari dell’istanza, è una procedura clinica e di garanzia che richiede ore, se non giorni e indicarlo come strumento per fronteggiare un’aggressione in corso significa confondere la prevenzione con l’emergenza, con un doppio effetto: gli agenti, temendo di commettere un abuso, ritardano l’intervento e il personale sanitario resta solo, piegando la cura a logiche custodiali che le corti nazionali e internazionali chiedono da anni di superare.

Dalla gerarchia delle fonti alle richieste al Viminale

C’è poi un problema di gerarchia delle fonti. Dopo il 2019, le leggi del 2020 e del 2024 hanno rafforzato la tutela del personale sanitario contro le aggressioni, rendendole reati perseguibili d’ufficio. Un quadro che rischia di essere vanificato dall’inerzia operativa indotta dalla vecchia circolare.

Da qui le richieste al Viminale: riformulare il testo eliminando l’“assoluta eccezionalità” in presenza di reati o pericoli attuali, chiarire che il contesto psichiatrico non è una ragione per differire gli interventi dovuti, adottare un protocollo operativo nazionale d’intesa con i ministeri della Salute e della Giustizia e attivare formazione congiunta sul territorio. Nessuna militarizzazione degli ospedali, precisano le organizzazioni, solo un riparto di competenze chiaro, che protegga insieme operatori e pazienti.

Ne parliamo a TrendSanità con Fabrizio Starace, presidente SIEP (Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica).

Quando la polizia si ferma sulla soglia

Fabrizio Starace

Il punto di partenza è ciò che accade, in modo ricorrente, nei reparti psichiatrici italiani quando il personale chiede aiuto. «In molti casi le forze dell’ordine, chiamate a intervenire dai colleghi dei reparti di diagnosi e cura, hanno declinato la richiesta quando hanno saputo che le condizioni segnalate erano determinate da persone lì ricoverate — spiega Fabrizio Starace. Oppure, pur intervenendo, si sono fermate sulla soglia, senza entrare nei reparti, lasciando la funzione di controllo e di prevenzione dei reati, contro le cose e contro le persone, nella gestione esclusiva del personale sanitario, che ha una funzione di cura, non di controllo. Questo si è verificato in maniera puntiforme su tutto il territorio nazionale».

Non mancano le eccezioni virtuose. «Ci sono situazioni in cui protocolli congiunti stilati da Questura, Prefettura, Regioni o singole aziende sanitarie hanno chiarito i punti critici, quindi le condizioni che richiedono un’attivazione immediata, i tempi di risposta che devono essere garantiti dalle forze dell’ordine e le reciproche competenze. Resta però un elemento confusivo di fondo: chi commette un reato in un reparto di psichiatria, chi aggredisce fisicamente altre persone o distrugge delle cose, è come se non rientrasse nelle competenze di prevenzione dei reati e di mantenimento dell’ordine pubblico a cui sono deputate le forze dell’ordine».

Il TSO non è lo strumento per fermare un’aggressione

Al centro dell’istanza, c’è l’uso che la circolare fa del Trattamento Sanitario Obbligatorio. «Il TSO è citato in questa circolare in maniera piuttosto inappropriata, cioè come strumento idoneo per gestire, ad esempio, un’aggressione fisica — osserva Starace. Ma il trattamento sanitario obbligatorio è una procedura che richiede tempo, valutazioni e certificazioni e di recente la Corte Costituzionale ne ha ulteriormente rafforzato le prerogative di garanzia a favore dell’utente, a mio avviso del tutto correttamente. Qui però non stiamo parlando di una necessità immediata di cura, ma della necessità di prevenire un reato imminente, di riportare l’ordine, di eseguire una misura cautelativa a garanzia non solo delle vittime, ma anche degli altri pazienti ricoverati e degli operatori».

Torino, il caso che ha fatto scattare l’istanza

L’iniziativa arriva dopo l’episodio dell’Ospedale Martini a Torino. «Da quanto abbiamo appreso dalle notizie di stampa e dalle reazioni dei sindacati, le forze dell’ordine, seppure interpellate, hanno temporeggiato nell’intervenire e la violenza è esitata in danni anche gravi a carico di un medico e di un infermiere. Questa circolare è mal scritta e confusiva, non indica modalità operative chiare, né criteri precisi ai quali attenersi. È anche anacronistica, perché è stata superata dalla legge del 2024 che ha individuato il reato di violenza agli operatori sanitari. Spero che il Ministero dell’Interno, in particolare il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, voglia raccogliere il nostro invito a sospenderla o modificarla, rendendola più chiara o comunque ad aggiornarla alla luce degli elementi normativi intervenuti».

Un sistema non può fondarsi sulla disponibilità e lo spirito di sacrificio dei singoli, siano essi operatori della salute mentale o delle forze dell’ordine

Del resto, episodi come quello torinese potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. «Sono assolutamente certo che vi siano numerosissimi casi analoghi e ricavo questa certezza dalla discussione con i colleghi in tutta Italia, dove in assenza di un protocollo ben definito, la soluzione delle singole situazioni è affidata al buon senso e alla disponibilità dei singoli.

Cura e custodia. La parola chiave è “responsabilità”

Come si tengono insieme la richiesta di interventi rapidi della forza pubblica e il superamento della logica custodiale? Per Starace non c’è contraddizione. «La tutela del paziente psichiatrico non significa fornire una sorta di licenza di poter fare qualsiasi cosa perché tanto è un paziente psichiatrico. Anzi, sono profondamente convinto che restituirgli la responsabilità delle proprie azioni, anche in una condizione di disturbo psichiatrico grave, sia un elemento fondamentale della cura. Considerarlo irresponsabile è il primo e fondamentale passo verso quella marginalizzazione pregiudiziale che conduce alla richiesta di luoghi di segregazione».

Psichiatria e giustizia, un nodo più ampio

La questione della circolare si inserisce in un rapporto più generale, e da anni irrisolto, tra salute mentale e sistema giudiziario. «È un tema che si estende al di là degli episodi di violenza — sottolinea Starace. Dopo il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, c’è una richiesta pressante da parte della magistratura nei confronti dei servizi di psichiatria di sopperire a una disponibilità, oggettiva o presunta, di posti letto nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). Ma i servizi ospedalieri psichiatrici non sono i luoghi dove tenere le persone in degenza in attesa di una collocazione in una struttura residenziale, sono servizi deputati alla gestione a breve o brevissimo termine dell’acuzie sintomatologica, con restituzione della persona alle sue cure territoriali, che sono il fulcro dell’assistenza per la salute mentale».
Proprio l’assistenza territoriale resta il grande punto debole. «C’è da affrontare il grande tema dell’assistenza per la salute mentale nel nostro Paese, a partire dalla disponibilità di operatori e dagli investimenti, anche in strutture, perché la dignità dei luoghi è il primo elemento terapeutico. Se le persone sono accolte in luoghi cadenti, in sottoscala, in posti con muffe e umidità dove gli stessi operatori fanno fatica a trascorrere la giornata lavorativa, è evidente che c’è un problema».

Protocollo nazionale e formazione congiunta

Tra le richieste al Viminale c’è un protocollo operativo nazionale, punto di riferimento per forze dell’ordine e personale sanitario, accompagnato dalla formazione congiunta. «La formazione è fondamentale — conferma Starace. In salute mentale puntiamo molto sull’importanza delle interconnessioni con le altre amministrazioni dello Stato coinvolte, direttamente o indirettamente, nei percorsi di cura. Pensiamo alle politiche sociali, che versano in uno stato di difficoltà forse superiore a quello delle politiche sanitarie, con gravi limiti nel recupero delle condizioni di marginalità o per gli interventi sui determinanti sociali. Il caso è ancora più netto quando queste interconnessioni riguardano il sistema giudiziario, quello penitenziario e, come in questa iniziativa, il sistema dell’ordine pubblico. La definizione di protocolli operativi e di occasioni di formazione congiunta sono gli strumenti cardine per attivare una collaborazione fattiva, nell’interesse di tutti e innanzitutto della cura delle persone con problemi di salute mentale».

In salute mentale sono molto importanti le interconnessioni con le altre amministrazioni dello Stato coinvolte nel percorso di cura

A chi teme una deriva securitaria, il presidente della SIEP risponde con chiarezza. «Qualcuno può fraintendere questa iniziativa immaginando che l’idea sia di militarizzare i luoghi della salute mentale. No, tutt’altro. Quello che si vuole ristabilire è un clima di collaborazione ordinata, nel quale siano rispettate le competenze di ciascuno, eliminando quella confusione di fondo che la circolare genera tra il mandato di cura e il mandato di gestione della sicurezza».

Anaao: no all’abolizione del vincolo di esclusività per lavorare nelle Case di comunità

L’Anaao Assomed si oppone all’ipotesi di superare il vincolo di esclusività per i medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale al fine di impiegarli nelle Case di comunità. La posizione arriva dopo la presentazione di un emendamento da parte di Forza Italia alla legge delega di riforma delle professioni, attualmente all’esame della Camera.

Secondo il sindacato, la proposta rappresenterebbe una modifica unilaterale delle condizioni contrattuali e rischierebbe di trasformare i medici ospedalieri in una risposta alle carenze di personale della sanità territoriale.

La posizione di Anaao Assomed

«Notizie di agenzia riportano il tentativo di Forza Italia di eliminare il vincolo di esclusività per i medici della sanità pubblica, al fine di impiegarli nelle Case di comunità. Anaao Assomed si oppone con fermezza a questo tentativo, che arriva “stranamente” alla vigilia della pausa estiva», afferma il segretario nazionale Pierino Di Silverio.

Il sindacato denuncia una modifica unilaterale delle regole contrattuali senza confronto con la categoria

Il sindacato sottolinea di aver chiesto più volte un confronto con le istituzioni sulle modalità di coinvolgimento dei medici nelle nuove strutture previste dal DM 77, senza ottenere risposte.

Pierino Di Silverio

«Non siamo i tappabuchi del sistema»

Entrando nel merito della proposta, Di Silverio dichiara: «Non accettiamo che vengano superati unilateralmente i vincoli contrattuali per farci lavorare, secondo regole ancora sconosciute e a costo zero nelle Case di comunità. Abbiamo ribadito più volte di non essere i tappabuchi di un sistema al collasso, e non certo per nostra responsabilità. Più volte abbiamo chiesto un tavolo per esporre e confrontare le nostre valutazioni e le nostre proposte. Come risposta, oggi apprendiamo dalla stampa di questo tentativo maldestro e inaccettabile.»

La richiesta: adesione volontaria o incarichi gestionali

Per Anaao Assomed, l’eventuale impiego dei medici dipendenti nelle Case di comunità dovrebbe avvenire esclusivamente su base volontaria oppure essere collegato all’attribuzione di specifici incarichi gestionali.

«La scelta di lavorare nelle Case di comunità deve restare volontaria per i medici dipendenti, oppure subordinata all’attribuzione di incarichi gestionali. In ogni caso, le regole non possono essere scritte senza consultarci. Se l’emendamento non verrà ritirato – conclude Di Silverio – non esiteremo a proclamare lo stato di agitazione.»

Dengue, su The Lancet l’appello: l’Europa cambi strategia

La dengue non può più essere considerata una malattia confinata ai tropici o associata esclusivamente ai viaggi internazionali. È il messaggio contenuto nel Comment pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe dal professor Giuseppe Ippolito, docente di Malattie Infettive all’Università UniCamillus, già Direttore scientifico dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma per oltre vent’anni e Direttore, per dodici anni, del Centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per le malattie altamente contagiose, insieme al professor Alimuddin Zumla della University College London.

Gli autori chiedono che la preparazione alla dengue diventi una priorità permanente per i sistemi sanitari europei, puntando su sorveglianza, prevenzione e capacità di risposta.

I casi autoctoni sono in aumento

Secondo i dati riportati nel Comment, nel 2024 l’Italia ha registrato 213 casi autoctoni di dengue, il numero più elevato nell’Europa continentale, rispetto agli 82 del 2023. Il principale focolaio si è verificato a Fano, mentre altri casi sono stati segnalati in Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Toscana e Abruzzo.

La dengue è ormai una minaccia anche europea e richiede strategie permanenti di sanità pubblica

Anche Francia e Spagna hanno registrato un incremento dei contagi acquisiti localmente: in Francia i casi sono passati da 45 a 83, mentre in Spagna sono stati confermati nuovi episodi in Catalogna.

Clima, mobilità e zanzara tigre favoriscono la diffusione

L’aumento del rischio è legato a diversi fattori. La diffusione stabile della zanzara tigre (Aedes albopictus) in gran parte dell’Europa meridionale e centrale, l’incremento delle temperature e la crescente mobilità internazionale hanno creato condizioni favorevoli alla trasmissione locale del virus.

Servono sistemi integrati di sorveglianza che uniscano dati epidemiologici, climatici ed entomologici

La dengue si aggiunge così agli altri arbovirus che interessano il nostro Paese. In Italia circolano infatti virus autoctoni, come West Nile, Toscana virus ed encefalite da zecche, oltre a virus d’importazione quali dengue, chikungunya e Zika.

Le criticità dei sistemi sanitari europei

Nel Comment vengono individuati tre principali punti di debolezza che limitano la capacità di risposta:

  • frammentazione dei dati tra sorveglianza epidemiologica, climatica ed entomologica;
  • ritardi diagnostici, dovuti anche alla percezione della dengue come patologia rara o esotica;
  • assenza di un monitoraggio omogeneo e capillare delle popolazioni di zanzare nei contesti urbani.

Secondo gli autori, il semplice controllo dei focolai non è più sufficiente. Occorre sviluppare sistemi predittivi capaci di integrare dati climatici, epidemiologici ed entomologici per anticipare il rischio epidemico prima della stagione estiva.

Le priorità della ricerca

Il Comment individua anche alcune aree di ricerca considerate prioritarie per migliorare la preparazione europea:

  • comprendere il ruolo dei casi asintomatici nella trasmissione;
  • identificare le condizioni climatiche che favoriscono le epidemie;
  • monitorare la diffusione dei diversi sierotipi del virus;
  • valutare nuovi vaccini e strategie innovative di controllo vettoriale, come l’impiego di zanzare contenenti il batterio Wolbachia.

La riflessione assume particolare rilevanza anche alla luce della contemporanea diffusione del virus West Nile. L’Italia è infatti tra i Paesi europei maggiormente interessati e, nel luglio 2026, il primo caso autoctono registrato nel Lazio ha determinato l’attivazione di misure di sorveglianza e prevenzione.

Il ruolo della prevenzione

«Dengue e West Nile sono segnali importanti degli effetti dei cambiamenti climatici sulle malattie infettive. Investire nella prevenzione oggi aiuta a rendere più pronti i sistemi sanitari europei di fronte alle sfide future», afferma il professor Giuseppe Ippolito.

La prevenzione coinvolge anche i cittadini, chiamati a limitare i siti di riproduzione delle zanzare

Accanto al rafforzamento della sorveglianza epidemiologica, il Comment richiama l’importanza della prevenzione individuale. Poiché oltre l’80% dei focolai di zanzara nasce in aree private, il professor Ippolito indica dieci semplici comportamenti per limitare la proliferazione della zanzara tigre e ridurre il rischio di trasmissione del virus:

  • Eliminare i ristagni d’acqua in sottovasi, secchi e contenitori all’aperto.
  • Cambiare spesso l’acqua delle ciotole degli animali e pulire i bordi per rimuovere eventuali uova.
  • Coprire i contenitori d’acqua con coperchi o reti zanzariere.
  • Trattare tombini e pozzetti con prodotti larvicidi nei mesi più a rischio.
  • Tenere pulite grondaie e canali di scolo per evitare accumuli d’acqua.
  • Rimuovere oggetti che raccolgono acqua, come pneumatici o teli lasciati all’aperto.
  • Usare repellenti certificati seguendo le indicazioni d’uso.
  • Proteggere anche gli abiti quando necessario, perché la zanzara tigre può pungere attraverso tessuti leggeri.
  • Indossare abiti chiari e coprenti quando si sta all’aperto.
  • Installare zanzariere e usare ventilatori o aria condizionata per ridurre la presenza delle zanzare in casa.

ANCI, FNOPI e Federsanità firmano un protocollo per rafforzare la sanità territoriale

Rafforzare la sanità territoriale, favorire l’integrazione sociosanitaria e sostenere lo sviluppo di modelli organizzativi di prossimità. Sono questi gli obiettivi del Protocollo d’Intesa sottoscritto da ANCI, FNOPI e Federsanità, che dà vita a una collaborazione istituzionale stabile tra autonomie locali, professioni infermieristiche e aziende del Servizio sanitario nazionale.

L’accordo punta a promuovere una rete più strutturata tra istituzioni e professionisti per rispondere ai bisogni di salute delle comunità, con particolare attenzione alla continuità assistenziale, alla prevenzione e alla presa in carico delle persone più fragili.

L’obiettivo: rafforzare la sanità di prossimità

Secondo i firmatari, il protocollo rappresenta uno strumento per consolidare l’integrazione tra servizi sanitari e sociali e sostenere modelli organizzativi capaci di avvicinare l’assistenza ai cittadini.

L’intesa punta a promuovere modelli organizzativi integrati tra sanità, sociale e autonomie locali

«I Comuni sono il punto di riferimento più vicino ai cittadini, chiamati ogni giorno a confrontarsi con bisogni sociali e sanitari sempre più complessi – ha dichiarato Gaetano Manfredi, Presidente di Anci – Questo Protocollo accelera l’integrazione tra autonomie locali, professioni sanitarie e sistema sociosanitario, per una sanità sempre più vicina alle persone. Investire sulla prossimità non è solo una scelta strategica, ma significa rafforzare la coesione sociale e la qualità della vita nelle nostre comunità. La vera sanità territoriale si costruisce così: con una rete forte, obiettivi chiari e responsabilità condivise, per garantire cure eque, efficaci e sostenibili per tutti».

Al centro il ruolo dell’infermiere di famiglia e di comunità

Uno dei punti qualificanti dell’intesa riguarda la valorizzazione dell’infermiere di famiglia e di comunità, individuato come figura chiave per assicurare continuità assistenziale, attività di prevenzione e accompagnamento delle persone lungo i percorsi di cura.

Centrale il ruolo dell’infermiere di famiglia e di comunità nella continuità assistenziale e nella prevenzione

«La figura dell’infermiere di famiglia e di comunità rappresenta una leva strategica per rendere concreta la sanità di prossimità e garantire continuità assistenziale, prevenzione e presa in carico delle fragilità – ha affermato Barbara Mangiacavalli, Presidente della FNOPI – e con questa intesa rafforziamo un percorso di collaborazione istituzionale che riconosce il valore della professione infermieristica come elemento essenziale per lo sviluppo di modelli organizzativi innovativi e per la tutela del diritto alla salute delle persone».

Formazione, buone pratiche e governance integrata

Il protocollo prevede la realizzazione di iniziative congiunte di studio, formazione e aggiornamento professionale, oltre alla diffusione delle buone pratiche e allo sviluppo di reti territoriali integrate.

L’intesa mira inoltre a rafforzare la collaborazione tra tutti gli attori coinvolti nella programmazione e nell’erogazione dei servizi sanitari e sociosanitari.

Il protocollo prevede attività congiunte di formazione, studio e diffusione delle buone pratiche

«La sfida che abbiamo davanti è consolidare una governance integrata dei servizi, capace di mettere in rete in modo stabile e strutturato istituzioni, aziende sanitarie, professionisti e autonomie locali – ha dichiarato Fabrizio d’Alba, Presidente di Federsanità – Questo Protocollo rappresenta un importante strumento di collaborazione per rafforzare l’integrazione sociosanitaria e sostenere modelli organizzativi orientati alla prossimità, alla continuità assistenziale e alla presa in carico delle fragilità».

Un gruppo di lavoro per monitorare l’attuazione

L’accordo avrà una durata di due anni e prevede l’istituzione di un gruppo di lavoro congiunto incaricato di coordinare le attività previste e monitorarne l’attuazione.

Un gruppo di lavoro monitorerà l’attuazione dell’accordo nel biennio di validità

Attraverso questa collaborazione, ANCI, FNOPI e Federsanità intendono contribuire allo sviluppo di un welfare territoriale più integrato e orientato ai bisogni delle persone, valorizzando il ruolo delle comunità locali e delle professioni sanitarie nella costruzione della sanità di prossimità.

Misurare la sanità con la voce dei pazienti: l’OCSE confronta cinque indagini internazionali

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di Ivana Barberini

Quanto vale la parola del paziente nella valutazione dei sistemi sanitari? Sempre di più, secondo l’OCSE, che in un nuovo policy paper confronta i cinque principali sondaggi internazionali basati su dati riferiti direttamente dalle persone.
La conclusione: ogni indagine risponde a domande diverse, e confrontarne i numeri senza cautele può portare fuori strada.

La voce dei pazienti entra nelle politiche sanitarie

Per decenni la performance dei sistemi sanitari è stata misurata con indicatori tradizionali: numero di professionisti, prescrizioni, tassi di mortalità e morbilità. Mancava, però, il punto di vista di chi le cure le riceve. A colmare questa lacuna sono arrivati i cosiddetti PROMs e PREMs, ovvero le misure di esito e di esperienza riferite dai pazienti. I primi raccontano lo stato di salute percepito, il carico dei sintomi, il benessere psicologico; i secondi descrivono l’esperienza di cura, dalla comunicazione con i professionisti alla condivisione delle decisioni.
Su questi strumenti si fonda PaRIS, l’iniziativa dell’OCSE che nel biennio 2023-2024 ha raccolto dati da oltre 107.000 utenti delle cure primarie in 19 Paesi, Italia compresa. PaRIS, tuttavia, non è l’unica indagine internazionale di questo tipo e proprio qui nasce il problema affrontato dal nuovo rapporto e cioè come orientarsi tra fonti che sembrano misurare le stesse cose, ma non lo fanno.

Cinque sondaggi, cinque missioni diverse

Il paper mette a confronto PaRIS con altre quattro grandi indagini: la European Health Interview Survey (EHIS) di Eurostat, l’International Health Policy Survey (IHP) del Commonwealth Fund, la People’s Voice Survey (PVS) e l’indagine SHARE su salute e invecchiamento in Europa.
Le differenze partono dagli obiettivi. EHIS e SHARE fotografano la salute della popolazione generale, i comportamenti e le disuguaglianze, mentre IHP e PVS misurano accesso, costi e fiducia nel sistema con rilevazioni rapide.
PaRIS si concentra, invece, sulle persone di almeno 45 anni che hanno avuto un contatto con le cure primarie negli ultimi sei mesi, con l’obiettivo di studiare le condizioni croniche. È anche l’unico sondaggio con un disegno “a più livelli”, in cui i pazienti sono campionati all’interno degli ambulatori, così che esiti ed esperienze possano essere letti in relazione a come la cura è organizzata ed erogata.

È la capacità di collegare gli esiti riferiti dai pazienti alle caratteristiche organizzative degli ambulatori a rendere PaRIS uno strumento diverso dagli altri sondaggi internazionali

Cambiano anche le popolazioni di riferimento (dai 15 anni in su per EHIS, dai 65 per l’ultima edizione dell’IHP), le modalità di raccolta (faccia a faccia, telefono, online) e i tassi di risposta, che variano sensibilmente da un’indagine all’altra in funzione dello studio.

Numeri diversi per la stessa domanda

Il cuore del rapporto è il confronto diretto su quattro indicatori armonizzati: salute percepita, qualità delle cure sperimentata, fiducia nell’autogestione della propria salute e ricoveri ospedalieri. I risultati mostrano quanto il metodo pesi sui numeri.
Sulla salute percepita, dopo aver ristretto il confronto a popolazioni comparabili, le differenze tra PaRIS e le altre indagini arrivano fino a 30 punti percentuali: in Romania, il 43% dei pazienti cronici dichiara una buona salute secondo PaRIS, contro il 13% rilevato da EHIS. Sulla qualità delle cure, in Canada la quota di giudizi positivi passa dal 79% di PaRIS al 62% dell’IHP. Ancora più eclatante il caso dell’autogestione: PaRIS chiede quanto ci si senta “sicuri” di poter gestire la propria salute, PVS quanto ci si senta “responsabili” di farlo. Due concetti apparentemente vicini, che producono scarti tra i 20 e i 60 punti percentuali.
Anche il vocabolario delle risposte conta. La scala di PaRIS va da “eccellente” a “scarsa”, quella di EHIS da “molto buona” a “molto cattiva”, cinque categorie in entrambi i casi, ma con un baricentro psicologico diverso, che sposta la distribuzione delle risposte.

Cosa devono fare i decisori

La raccomandazione centrale del paper è netta: evitare confronti diretti tra i valori assoluti delle diverse indagini e scegliere la fonte in base alla domanda di policy. EHIS serve a individuare i gruppi di popolazione con bisogni insoddisfatti o cattivo stato di salute; le rilevazioni rapide come IHP e PVS monitorano le percezioni su accesso e funzionamento del sistema; PaRIS offre uno sguardo unico sul rapporto tra organizzazione delle cure primarie e risultati per i pazienti cronici, fino al livello del singolo ambulatorio. Più che alternativi, questi strumenti sono complementari. Usati insieme, e con la dovuta attenzione metodologica, possono rafforzare le politiche basate sulle evidenze e accompagnare la transizione verso sistemi sanitari davvero centrati sulle persone.

Alparone: «La vera innovazione è mettere la tecnologia al servizio dei processi di cura»

Quando si parla di innovazione in sanità, il rischio è ridurla a una questione di strumenti: più intelligenza artificiale, più telemedicina, più dati. Mario Alparone, Direttore Generale di Finpiemonte, guarda invece oltre la tecnologia. La sua lettura nasce da anni di esperienza sia alla guida di aziende sanitarie sia nel mondo della finanza e dello sviluppo economico, e parte da una convinzione precisa: la tecnologia crea valore solo se accompagnata da una revisione profonda dei processi di cura e dei modelli organizzativi.

Una prospettiva che parla direttamente a chi, nei board delle aziende sanitarie e nelle direzioni regionali, si trova ogni giorno a decidere come allocare risorse limitate per ottenere risultati di salute misurabili e di valore per il paziente.

Direttor Alparone, dopo una lunga esperienza nella direzione di aziende sanitarie, da qualche anno è alla guida di Finpiemonte. In che modo questa doppia prospettiva influenza la sua visione dell’innovazione in sanità? E quali sono oggi le principali sfide che accomunano il sistema sanitario e quello dello sviluppo territoriale?

«La mia esperienza nasce proprio dalla contaminazione tra ambiti diversi. Ho una doppia anima: una più legata al metodo, all’economia e alla gestione delle risorse, maturata attraverso le mie esperienze nel settore bancario e assicurativo, e una sanitaria, costruita negli anni in cui ho ricoperto il ruolo di direttore generale di aziende sanitarie.

Queste due prospettive si sono influenzate reciprocamente e mi hanno permesso di trasferire competenze e approcci da un settore all’altro. Uno degli insegnamenti più importanti riguarda il modo in cui guardiamo alla sanità: non dobbiamo considerarla esclusivamente come un tema di spesa, ma come un investimento finalizzato a produrre salute e risultati concreti per i cittadini.

Senza revisione dei processi organizzativi, la tecnologia rischia di rimanere inattuata

In economia le risorse vengono allocate valutando il ritorno dell’investimento. Anche in sanità dobbiamo adottare un approccio simile, ma orientato a un obiettivo diverso e ancora più rilevante: il risultato di salute per il paziente. È il concetto espresso da Michael Porter con il principio del value-based healthcare: non conta solo quanto spendiamo, ma quali risultati di salute otteniamo rispetto alle risorse impiegate.

La sostenibilità del sistema sanitario passa quindi dalla capacità di allocare meglio le risorse disponibili e di valutarne l’impatto in termini di outcome. La spesa sanitaria negli ultimi anni è cresciuta in modo significativo, passando da circa 122 a 145 miliardi di euro, ma il contesto complessivo della finanza pubblica rende difficile immaginare ulteriori incrementi illimitati. La spesa sanitaria, insieme alla componente previdenziale e alla long term care, rappresenta una quota molto rilevante del PIL e la possibilità di espansione è necessariamente condizionata.

Per questo credo che il tema centrale oggi non sia soltanto chiedere più risorse, ma imparare a utilizzare meglio quelle che abbiamo. La mia esperienza mi ha insegnato proprio questo: programmare, allocare e monitorare le risorse in funzione del valore prodotto, cioè dei risultati di salute che riusciamo a garantire ai pazienti».

Il settore salute e life sciences rappresenta uno degli ambiti più dinamici per innovazione e investimenti. Quale ruolo può svolgere Finpiemonte per sostenere la crescita di questo ecosistema e favorire l’incontro tra ricerca, imprese, sistema sanitario e istituzioni?

«Finpiemonte può svolgere un ruolo molto importante perché il settore della salute e delle life sciences rappresenta una delle direttrici strategiche su cui si concentra il sostegno allo sviluppo del territorio. Solo in questo ambito investiamo oltre 40 milioni di euro, considerando sia le misure regionali sia gli investimenti realizzati attraverso fondi di private equity e venture capital.

Il settore salute e life sciences è una delle filiere più rilevanti per il nostro Paese e, personalmente, rappresenta un ambito al quale sono particolarmente legato, anche per il valore sociale che porta con sé. La sanità, infatti, rappresenta una componente fondamentale dell’economia regionale: arriva a pesare per circa il 70-80% dei bilanci delle Regioni e costituisce quindi uno degli elementi più rilevanti nella gestione delle risorse pubbliche.

Finpiemonte fa da cerniera tra mondo finanziario e imprenditoriale nelle life sciences

In questo contesto Finpiemonte può svolgere un ruolo di regia, perché si trova in una posizione privilegiata all’interno dell’ecosistema. Da una parte conosciamo le imprese, che possono essere beneficiarie delle nostre misure o oggetto di investimento attraverso i fondi di private equity nei quali partecipiamo; dall’altra conosciamo il mondo finanziario, che spesso incontra difficoltà nell’accompagnare aziende innovative nelle prime fasi del loro percorso di crescita.

Il nostro compito è proprio quello di fare da cerniera tra il mondo finanziario e quello imprenditoriale, accompagnando le aziende dal momento dell’idea fino alla fase in cui riescono a raggiungere una maggiore autonomia e solidità. È questa la funzione della finanza agevolata e, più in generale, delle finanziarie regionali: sostenere lo sviluppo nei momenti in cui gli strumenti tradizionali non sono ancora sufficienti.

Per questo non interpretiamo il nostro ruolo come una semplice attività di erogazione di risorse. Crediamo di poter contribuire alla costruzione dell’ecosistema, mettendo in relazione ricerca, imprese, sistema sanitario e investitori e creando le condizioni affinché le innovazioni possano trasformarsi in valore per il territorio e per i cittadini».

Elaborazione Finpiemonte


Negli ultimi anni abbiamo assistito a una forte accelerazione nell’ambito della telemedicina, dell’intelligenza artificiale e della gestione dei dati sanitari. Quali sono, a suo avviso, le condizioni necessarie affinché queste innovazioni producano un impatto concreto sull’organizzazione dei servizi e sulla qualità dell’assistenza?

«Credo che le condizioni fondamentali siano principalmente due: le risorse economiche e la capacità di accompagnare l’innovazione con una revisione dei processi organizzativi. Sono un grande sostenitore della tecnologia, ma la tecnologia da sola rischia di rimanere inattuata se non è inserita all’interno di modelli organizzativi adeguati.

Questo vale, ad esempio, per la riorganizzazione della medicina territoriale. In questo periodo si è molto parlato del ruolo dei medici di medicina generale all’interno delle Case di Comunità, un passaggio importante per rendere concreta la prossimità prevista dalla riforma dell’assistenza territoriale. Ma per costruire una sanità realmente vicina ai cittadini non basta introdurre strumenti tecnologici: occorre definire come devono interagire tra loro i diversi professionisti coinvolti.

La presa in carico del paziente richiede infatti un’integrazione tra medici di medicina generale, infermieri di famiglia e comunità, specialisti ospedalieri e, nei casi di maggiore fragilità, servizi sociali. Questa infrastruttura organizzativa è fondamentale per passare da una sanità che reagisce al bisogno a una sanità capace di programmare e gestire in modo proattivo la domanda di salute.

Aumentare l’offerta senza cambiare la presa in carico genera domanda inappropriata

Se ci limitiamo ad aumentare l’offerta senza modificare il modello di presa in carico, rischiamo di generare ulteriore domanda inappropriata e di non riuscire a governare il sistema. La vera innovazione consiste quindi nel riuscire a utilizzare le tecnologie per supportare nuovi processi di cura.

Un esempio concreto è il progetto PiemontAIS, che stiamo finanziando con l’obiettivo di utilizzare l’intelligenza artificiale per sviluppare algoritmi in grado di supportare la medicina territoriale e i percorsi di presa in carico. L’obiettivo è aiutare il sistema a valutare e programmare la domanda di salute, anche attraverso una gestione più efficace delle liste d’attesa, passando da un approccio prevalentemente reattivo a uno più predittivo e organizzato.

Si tratta di un progetto del valore complessivo di circa 6 milioni di euro, finanziato da Regione Piemonte con 3 milioni, che rappresenta bene il modello di ecosistema che vogliamo sostenere: coinvolge imprese private, l’Università di Torino, due aziende sanitarie pubbliche piemontesi e l’outsourcer regionale dei sistemi informativi. È un esempio di come tecnologia, ricerca, imprese e sistema sanitario debbano lavorare insieme.

Questo approccio si inserisce in una strategia regionale più ampia. Regione Piemonte ha costruito una serie di strumenti di finanziamento collegati tra loro lungo il ciclo di vita delle imprese: dai bandi dedicati alle startup nelle diverse fasi di crescita, come “Prima crescita” e “Consolidamento”, di prossima uscita, ai programmi per la ricerca e l’innovazione, come “SWIch (Support of the Whole Innovation Chain)” e “Step (Strategic Technologies for Europe Platform)”, fino agli strumenti dedicati allo sviluppo delle competenze (“Matching”) e delle infrastrutture.

In particolare, i bandi dedicati alla ricerca consentono di sostenere progetti sviluppati attraverso partenariati pubblico-privati, favorendo la crescita di idee innovative fino alla loro applicazione concreta. Un altro elemento fondamentale riguarda le infrastrutture di ricerca: attraverso strumenti come “Infra+” abbiamo sostenuto, ad esempio, la realizzazione di laboratori avanzati, tra cui le cell factory dedicate alla produzione di cellule CAR-T.

Queste tecnologie rappresentano un investimento strategico per il futuro della medicina. La possibilità di produrre internamente terapie cellulari avanzate può avere un impatto significativo anche sulla sostenibilità economica: oggi un trattamento CAR-T può arrivare a costare tra 200 e 300 mila euro per paziente, mentre sviluppare capacità produttive interne permette di ridurre sensibilmente i costi e aumentare la capacità del sistema di offrire queste terapie.

Nel caso delle CAR-T, inoltre, il Piemonte ha scelto un modello di concentrazione delle competenze e della produzione in un unico centro, una scelta che può favorire economie di scala e rendere più efficace il collegamento tra ricerca e applicazione clinica».

Elaborazione Finpiemonte

Molte innovazioni nascono da startup, spin-off universitari e PMI innovative, ma spesso incontrano difficoltà nel dialogo con il sistema sanitario. Come si può rafforzare il trasferimento dell’innovazione verso la pratica clinica e il mercato, creando valore per il territorio?

«Siamo presenti negli incubatori universitari, sia quello dell’Università di Torino sia quello del Politecnico di Torino, che hanno caratteristiche complementari: uno più orientato al mondo della ricerca, l’altro maggiormente focalizzato sugli aspetti tecnologici. Inoltre, Finpiemonte detiene una partecipazione di maggioranza nel Bioindustry Park Silvano Fumero, realtà dedicata alla costruzione di un ecosistema regionale nel settore delle life sciences.

Queste partecipazioni ci consentono di svolgere un ruolo che va oltre quello di un soggetto finanziatore. Non pensiamo alla finanziaria regionale come a un semplice erogatore di risorse, ma come a un attore in grado di accompagnare il percorso che porta un’idea di ricerca a trasformarsi in un progetto concreto.

Non mancano gli strumenti: manca la capacità di collegarli in un ecosistema coordinato

Lo facciamo mettendo in relazione mondi che spesso faticano a dialogare tra loro: gli incubatori, le università, le imprese, il sistema creditizio e gli altri soggetti che compongono gli ecosistemi dell’innovazione. Molte volte ci capita di intercettare idee e opportunità di sviluppo e di contribuire a farle crescere attraverso il coinvolgimento degli attori più adeguati.

Il nostro ruolo è quindi quello di creare connessioni tra la domanda di salute e l’offerta di risorse, competenze e strumenti necessari per sviluppare innovazione. È una funzione di coordinamento e accompagnamento che riteniamo fondamentale per trasformare la ricerca in valore per il territorio».

Il Piemonte sta investendo su innovazione, ricerca e sviluppo delle life sciences. Quali opportunità vede per la Regione nei prossimi anni e quali asset ritiene strategici per rafforzarne il posizionamento come polo di innovazione nel settore salute?

«Credo che la Regione Piemonte stia facendo un buon lavoro, sia per quanto riguarda la strategia sia per gli strumenti messi in campo. Un elemento importante è aver individuato nelle life sciences e nell’healthcare uno degli ambiti prioritari della programmazione dei fondi FESR 2021-2027, all’interno della Smart Specialization Strategy (S3) regionale.

La Regione ha orientato gli investimenti verso aree strategiche per il futuro della salute: dalle tecnologie per la medicina territoriale e la prossimità, all’innovazione di prodotto in ambito farmacologico, dalle soluzioni innovative per la diagnosi, la cura e il follow-up delle patologie, in particolare quelle non trasmissibili, fino agli strumenti a supporto della ricerca.

La disponibilità di risorse rappresenta un elemento fondamentale e la programmazione attuale offre opportunità importanti per rafforzare il posizionamento del Piemonte nel settore delle life sciences. Ma credo che ci sia un ulteriore elemento su cui dobbiamo lavorare tutti: la capacità di mettere insieme i diversi punti dell’ecosistema.

Spesso la difficoltà maggiore non è nella mancanza di strumenti, perché oggi gli strumenti esistono, ma nella capacità di utilizzarli in modo coordinato. Occorre riuscire a collegare le sollecitazioni che arrivano dal territorio con le opportunità di finanziamento, mettendo in relazione le idee, le competenze, le risorse e gli attori necessari per trasformarle in progetti concreti.

Questo è il ruolo che Finpiemonte cerca di svolgere: intercettare opportunità, facilitare le connessioni e accompagnare la realizzazione di iniziative che richiedono il contributo di soggetti diversi, sia dal punto di vista industriale sia dal punto di vista della ricerca.

È proprio questa capacità di fare rete che può rappresentare il vero elemento distintivo del Piemonte: non solo avere strumenti e risorse, ma riuscire a costruire un ecosistema nel quale ricerca, imprese, sistema sanitario e istituzioni collaborino per trasformare l’innovazione in risultati concreti per i pazienti e per il territorio».