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A Palermo AIFA rilancia il dialogo con le Regioni su appropriatezza e innovazione terapeutica

Si è svolto a Palermo, presso il Palazzo Reale, il convegno “La Roadmap dell’Appropriatezza: la medicina di precisione tra innovazione e pratica regionale”, organizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) con il patrocinio dell’Assemblea Regionale Siciliana.

L’iniziativa si inserisce nel percorso avviato nei mesi scorsi a Milano per rafforzare il dialogo tra livello centrale e territori e affrontare alcune delle principali sfide del Servizio sanitario nazionale: appropriatezza prescrittiva, sostenibilità, innovazione terapeutica, medicina di precisione, utilizzo dei dati e uniformità di accesso alle cure.

AIFA e Regioni puntano a rafforzare la collaborazione nella governance farmaceutica

I lavori, moderati da Elvira Terranova, si sono aperti con i saluti di Gaetano Galvagno, Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Giorgio Mulè, Vicepresidente della Camera dei Deputati, Marcello Gemmato, Sottosegretario di Stato al Ministero della Salute, Massimo Midiri, Rettore dell’Università degli Studi di Palermo e Robert Giovanni Nisticò, Presidente di AIFA.

La scelta della Regione Siciliana e della sede dell’Assemblea Regionale Siciliana assume un valore simbolico e strategico, valorizzando il ruolo dei territori come protagonisti dell’attuazione concreta delle politiche sanitarie.

Screening, prevenzione e accesso alle innovazioni

Nel corso degli interventi istituzionali è stato sottolineato il ruolo della prevenzione e dell’accesso equo alle innovazioni terapeutiche.

«Una vera cultura sanitaria regionale nasce dall’inclusione di ogni fascia sociale e solo con un’attività capillare di screening, democratica e universale si possono abbattere tante criticità: sono sfide che dobbiamo vincere per puntare a una medicina 5.0: preventiva, predittiva e di precisione», ha dichiarato Giorgio Mulè.

Sulla necessità di conciliare innovazione e sostenibilità si è soffermato Marcello Gemmato: «Dobbiamo contemperare la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale con l’accesso equo alle terapie innovative che stanno trasformando malattie un tempo mortali in patologie croniche gestibili. L’obiettivo è trovare un equilibrio concreto: portare il farmaco più vicino al cittadino e, insieme, assicurare un uso più efficiente delle risorse pubbliche».

La sfida dell’appropriatezza prescrittiva

Prima dell’avvio dei panel, il presidente di AIFA Robert Giovanni Nisticò ha richiamato l’attenzione sull’importanza della comunicazione e dell’appropriatezza prescrittiva: «Una delle grandi sfide che stiamo fronteggiando come AIFA è proprio quella di comunicare, e farlo bene. È un tema importante, e io ringrazio l’Agenzia tutta per gli sforzi in tale direzione, abbiamo strumenti preziosi come AIFA Incontra e AIFA Ascolta, ma l’Agenzia si muove anche sul territorio: a dicembre in Lombardia come oggi in Sicilia».

Nisticò ha poi evidenziato il ruolo della prescrittomica come strumento di supporto alle decisioni cliniche: «La prescrittomica è una delle sfide del presente, ne parliamo oggi perché l’appropriatezza prescrittiva è fondamentale per ottimizzare le risorse e per il bene dei cittadini. Centralità del paziente e strumenti a disposizione dei professionisti della salute sono due elementi imprescindibili: con lo sforzo condiviso di tutti, possiamo dare un contributo determinante».

Medicina di precisione e prescrittomica

Il primo panel è stato dedicato alla medicina di precisione, considerata non solo un’evoluzione tecnologica ma anche una trasformazione dell’approccio terapeutico. Al centro del confronto l’utilizzo integrato di dati clinici, genomici e prescrittivi per orientare decisioni più appropriate, personalizzate e sostenibili.

Innovazione terapeutica e uso dei dati richiedono nuovi strumenti di governo sanitario

Tra i partecipanti Simona Loizzo (Deputata della Repubblica italiana), Massimo Fabi (Coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome), Maurizio Simmaco (Rappresentante tavolo AIFA su Medicina di Precisione e Prescrittomica), Giuseppe Quintavalle (Presidente FIASO), Annalisa Scopinaro (Presidente UNIAMO) e Giorgio Stassi (Università di Palermo, Coordinatore progetto Heal Italia su Medicina di Precisione).

Sostenibilità e governance farmaceutica

Il secondo panel ha affrontato il tema della sostenibilità della spesa farmaceutica e delle strategie adottate dalle Regioni per garantire appropriatezza prescrittiva in un contesto caratterizzato dall’arrivo di terapie sempre più innovative e ad alto impatto economico.

In questo contesto, il direttore tecnico-scientifico di AIFA, Pierluigi Russo, ha ribadito la necessità di una collaborazione strutturata tra Agenzia e Regioni: «Nel governo della spesa farmaceutica AIFA e Regioni concretizzano attività complementari. Da parte nostra c’è la totale disponibilità a collaborare per individuare criticità, offrendo strumenti e competenze insieme ai documenti che approntiamo sulla spesa farmaceutica. Ma c’è anche bisogno del contributo delle Regioni, che devono programmare e controllare l’appropriatezza prescrittiva: in questo può risultare molto utile lo scenario della prescrittomica».

Al confronto hanno partecipato anche Pasquale Cananzi (Dirigente Farmaceutica, Dipartimento per la Pianificazione Strategica della Regione Siciliana), Arturo Cavaliere (Presidente SIFO), Franco Perrone (Past President AIOM), Giorgio Arnaldi (Università di Palermo) e Filippo Drago (Università di Catania).

Verso una collaborazione più stretta con i territori

Nelle conclusioni è stato richiamato il tema della capacità del sistema sanitario di adattarsi ai cambiamenti e di sviluppare nuovi strumenti di governo clinico e organizzativo.

«C’è un filo rosso che lega tutti gli interventi di oggi: gli scenari futuri sono imprevedibili e mutevoli, ma ci invitano a prepararci ad affrontare qualsiasi ostacolo si possa presentare», ha affermato Angelo Gratarola, componente del Consiglio di amministrazione di AIFA. «Credo fortemente nella prescrittomica come progetto accademico e universitario, destinato a diventare elemento strutturale nella pratica clinica».

Sulla necessità di rafforzare il rapporto tra Agenzia e territori si è soffermato anche il direttore amministrativo di AIFA, Giovanni Pavesi: «Essere oggi in Sicilia è l’espressione plastica di quello che vuole essere attualmente l’AIFA. Noi abbiamo sfide vere: qualità delle cure e sostenibilità nei costi; vogliamo vincerle trovando strumenti che siano intelligenti e utili ai nostri progetti. Ci sono sfide importanti, e ritengo che AIFA abbia tutte le caratteristiche per raggiungere i suoi scopi: possiamo essere sempre più interconnessi e collaborare con le regioni è la chiave verso il futuro».

L’ASL Salerno vince il Premio Innovazione Digitale in Sanità e porta la telemedicina nei Comuni, nei centri commerciali e nelle carceri

La sanità digitale rischia spesso di restare confinata dentro slide, piattaforme e convegni, ma quando una persona che vive in un piccolo comune del Cilento può parlare con uno specialista senza percorrere due ore di strada o, quando un detenuto riesce ad accedere a una visita cardiologica senza lasciare il carcere, allora la tecnologia smette di essere “innovazione” e diventa infrastruttura sociale concreta.

È anche per questo che l’ASL Salerno ha conquistato il Premio Innovazione Digitale in Sanità 2026 dell’Osservatorio Sanità Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, nella categoria “Servizi Digitali al Cittadino”. Il riconoscimento premia i progetti capaci di usare il digitale come leva concreta di accessibilità, prossimità e trasformazione organizzativa.

Al centro del progetto c’è una rete sociosanitaria digitale costruita su scala territoriale: oltre 140 Ambulatori Virtuali di Comunità, Case di Telemedicina, un Virtual Community Hospital e più di 700 facilitatori digitali distribuiti in una provincia vasta 5 mila chilometri quadrati, con 158 comuni e oltre un milione di abitanti.

Uno degli elementi più originali del modello salernitano è il facilitatore digitale di comunità

«Ci siamo resi conto subito della necessità di creare una rete sociosanitaria digitale sul territorio», racconta a TrendSanità Antonio Coppola, direttore dell’Unità Operativa Complessa Governance dei processi di Telemedicina e Intelligenza artificiale dell’ASL Salerno, che ha ritirato il premio a Milano. «La nostra è un’Azienda sanitaria molto complessa: abbiamo aree urbanizzate e zone interne difficili da raggiungere. La tecnologia, da sola, non bastava. Serviva un’interfaccia umana».

È qui che entra in gioco una delle figure più originali del modello salernitano: il facilitatore digitale di comunità. Non un tecnico informatico, ma una presenza territoriale formata dall’ASL insieme ai Comuni. Spesso arriva dal volontariato o dai progetti sociali locali. Accompagna il cittadino nell’accesso ai servizi digitali, dalla televisita al caricamento degli esami, fino alle pratiche amministrative e ai servizi INPS.

Obiettivo della ASL è stato «umanizzare la sanità digitale»

«Abbiamo capito subito», spiega Coppola, «che molti cittadini non erano in grado di utilizzare autonomamente le piattaforme digitali. Per questo abbiamo creato un laboratorio di formazione e formato oltre 700 facilitatori. Il nostro obiettivo era umanizzare la sanità digitale».

Negli ambulatori virtuali basta la tessera sanitaria: niente SPID, niente procedure complesse. Il cittadino può accedere alla piattaforma regionale di telemedicina, prenotare visite, scaricare referti, dialogare con gli specialisti. Una semplificazione apparentemente tecnica che, nelle aree interne, diventa accesso reale alle cure.

Il progetto ha assunto anche una dimensione sperimentale e simbolica. Uno degli ambulatori virtuali è stato aperto all’interno del Cilento Outlet, trasformando uno spazio commerciale in un presidio sanitario di prossimità. «È un’esperienza unica», sottolinea Coppola. «Non abbiamo registrato altri casi simili».

Sanità digitale anche nelle carceri

Un capitolo innovativo riguarda anche la sanità penitenziaria digitale. L’ASL Salerno ha sviluppato una piattaforma dedicata ai quattro penitenziari della provincia, superando un limite strutturale: l’impossibilità di utilizzare l’identità digitale all’interno delle carceri.

«Abbiamo creato spazi dedicati con totem collegati a un software specifico per la sanità penitenziaria», spiega Coppola. «Il medico presente in carcere può attivare un teleconsulto con lo specialista necessario: cardiologo, dermatologo, psichiatra o neurologo».

Il medico presente in carcere può attivare un teleconsulto con lo specialista necessario: cardiologo, dermatologo, psichiatra o neurologo

La psichiatria è uno degli ambiti più richiesti: «C’è un disagio psichico importante», osserva il direttore. Ma il sistema è stato esteso anche alla retinografia diabetica e al monitoraggio dello scompenso cardiaco. In uno degli istituti penitenziari è anche stata attivata una clinica virtuale dedicata allo scompenso cardiaco, proprio ai pazienti a rischio. Dietro il progetto non c’è solo una logica tecnologica, ma una precisa idea di equità sanitaria.

«Noi crediamo che telemedicina e intelligenza artificiale siano strumenti per realizzare davvero l’equità in salute», afferma Coppola. «Se riesco a garantire a una persona privata della libertà una visita oculistica, come a qualsiasi altro cittadino, allora sto costruendo equità».

È una visione che mette in discussione anche alcuni nodi organizzativi della pubblica amministrazione. La sanità penitenziaria, oggi affidata alle ASL, genera sostenibilità economica e l’investimento sanitario produce anche risparmi logistici e di sicurezza per il sistema carcerario.

Telemedicina e intelligenza artificiale come strumenti per realizzare l’equità in salute

«Il detenuto non deve essere trasferito fuori dal carcere», spiega Coppola. «Questo significa meno costi, meno impiego di agenti, maggiore sicurezza. Ma soprattutto significa continuità delle cure».

Ma quanto costa la sanità digitale?

La sostenibilità economica è uno degli aspetti che più colpiscono dell’intero progetto. Gli ambulatori virtuali territoriali hanno richiesto investimenti relativamente contenuti, tra 50 e 100mila euro, grazie all’utilizzo dell’infrastruttura regionale di telemedicina. Più complessa la parte penitenziaria, che ha richiesto circa 200mila euro per software e implementazione.

«Ma il rapporto costo-beneficio è estremamente vantaggioso», sottolinea Coppola. «In molti comuni interni, per la prima volta nella loro storia, esiste un presidio sanitario accessibile direttamente sul territorio».

Sanità Digitale dell’ASL Salerno Best practice? Sì!

La rete, oggi, copre l’intera provincia di Salerno e guarda già alla scalabilità regionale e nazionale, mentre l’ASL Salerno continua a sviluppare nuove applicazioni cliniche e strumenti di intelligenza artificiale. Ma il cuore del sistema resta un altro: trasformare il digitale in prossimità. Perché la vera innovazione, in sanità, non è solo connettere piattaforme. È ridurre la distanza tra i servizi e le persone.

Nicotina, il nemico che cambia volto: le nuove sfide, dalla prevenzione al web

Una lotta che va costantemente aggiornata in base alle strategie degli industriali del settore, impegnati a proporre sempre nuovi prodotti a base di nicotina. E i consumatori sono sempre più giovani. La denuncia viene dalla European Conference on Tobacco or Health (ECToH), principale evento del settore, tenutasi a recentemente a Milano e organizzata dalla Lilt (Lega Italiana per la lotta contro i tumori).

Non si parla solo di sigarette tradizionali, ma di dipendenza da nicotina a 360 gradi. Sotto accusa sono e-cig, prodotti da tabacco riscaldato e le cosiddette nicotine “pouches” (bustine di tabacco da assumere oralmente). In Italia si stima che i consumatori regolari di tali prodotti nella fascia d’età 18-34 anni siano quasi 1,7 milioni (ISS-ISTAT), costituendo quasi la metà (circa il 45%) di tutti gli utilizzatori di sigarette elettroniche e tabacco riscaldato nel nostro Paese.

I nuovi dispositivi rischiano di far percepire nuovamente la nicotina come un’abitudine normale, moderna e socialmente accettata

Dati allarmanti arrivano sull’uso di nicotina dei giovanissimi: uno studio condotto in Irlanda, all’interno del sistema di sorveglianza ESPAD, su oltre 5.500 ragazzi tra i 15 e i 18 anni d’età, rivela che quasi 4 su 10 hanno già provato la sigaretta elettronica e più di uno su cinque la usa regolarmente. Ancora più preoccupante l’età di inizio: il 13,7% dei ragazzi ha utilizzato e-cig prima dei 13 anni.

Secondo gli esperti intervenuti al congresso milanese, il rischio principale è che i nuovi dispositivi riportino la nicotina a essere percepita come un’abitudine “normale”, moderna e socialmente accettabile. 

E oggi per molti ragazzi si parla di “consumo duale” (fumare e svapare contemporaneamente), un mix che aumenta i rischi per la salute anche rispetto a chi fuma “solo” sigarette tradizionali. Secondo i dati rilevati, chi utilizza contemporaneamente sigarette ed e-cig ha un rischio significativamente più elevato rispetto ai fumatori esclusivi di sigarette convenzionali: +29% di rischio cardiovascolare, +39% di rischio di ictus, +41% di rischio di broncopneumopatia cronica ostruttiva e +42% di patologie del cavo orale. E in Italia si stima che più dell’80% dei consumatori di sigarette elettroniche sia un consumatore “duale”.

Il consumo “duale” aumenta il rischio per diverse malattie

Silvano Gallus

Conferma Silvano Gallus, Responsabile del Laboratorio di Ricerca sugli Stili di Vita dell’Istituto Mario Negri di Milano e Presidente del Comitato Scientifico dell’ECToH Milan, 2026: «L’industria del tabacco e della nicotina vuole farci credere che sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato siano “95% meno dannosi” delle sigarette tradizionali. Le evidenze scientifiche raccontano però una realtà molto diversa: le sigarette elettroniche potrebbero ridurre solo parzialmente — di circa il 30% — alcuni effetti a breve e medio termine del fumo, soprattutto sulle malattie cardiovascolari, respiratorie non neoplastiche e metaboliche. Al contrario, il consumo duale, cioè l’uso concomitante di sigarette tradizionali e nuovi prodotti, aumenta di oltre il 30% il rischio di queste patologie. E il problema è che la grande maggioranza degli utilizzatori è un consumatore duale.

Per i tumori gli studi sono ancora limitati – prosegue Gallus – ma i dati disponibili sono addirittura meno rassicuranti. Inoltre, nella pratica reale, questi prodotti non aiutano a smettere: molti fumatori li usano soprattutto per assumere nicotina nei luoghi dove il fumo è vietato. Ancora più preoccupante è il fatto che aumentino drasticamente il rischio di iniziare a fumare tra coloro che non hanno mai fumato. Non esiste quindi alcuna ragione scientifica per garantire a questi prodotti vantaggi fiscali o regolatori che finiscono soltanto per indebolire le politiche di contrasto al tabagismo». 

Sono necessarie misure coraggiose e decise per contrastare questa deriva e allinearsi al Piano europeo di lotta contro il cancro, che punta a una “Tobacco-Free Generation” entro il 2040.

Per convincere i più giovani a consumare i prodotti a base di nicotina il mercato ha affinato e aggiornato le tecniche. Uno studio francese del “Comité National Contre le Tabagisme” ha individuato, nel solo 2024, ben 668 annunci illegali online di prodotti alla nicotina, veicolati tramite SMS, newsletter e social. Il re della promozione è Instagram, dove influencer e inserzioni spingono i prodotti puntando su aromi accattivanti, stile di vita e promozioni esclusive. 

Città libere dalla nicotina, la Milan Declaration

Al termine del ECToH 2026 è stata presentata la “Milan Declaration”, documento programmatico per chiedere regole europee più forti, coerenti e aggiornate rispetto ai nuovi scenari del mercato. Afferma Gallus: «La “Milan Declaration” chiede regole più severe per tutti i prodotti contenenti nicotina. Obiettivo: società libere da fumo e nicotina. La Dichiarazione invita a creare città nicotine-free, rafforzare tasse, controlli e divieti, e superare la retorica della “riduzione del danno” promossa dall’industria».

Nella lotta all’uso della nicotina uno dei principali obiettivi proclamati all’ECToH Milano 2026 è guidare i centri urbani verso una trasformazione radicale. Nei prossimi anni, le città non potranno più essere semplici spazi abitativi, ma diventare ecosistemi che promuovono attivamente la salute. Ci vuole, hanno sottolineato gli esperti, una ”de-nicotinizzazione” totale degli spazi pubblici: dalle scuole ai parchi, dalle strade fino ai nodi del trasporto pubblico, liberando l’aria non solo dal fumo tradizionale, ma anche dagli aerosol dei prodotti emergenti. Le città devono trasformarsi in ambienti che promuovano la salute, il benessere e la sostenibilità. Ogni spazio urbano dovrebbe rendere le scelte salutari l’opzione più semplice.

Le città devono trasformarsi in ambienti che promuovano la salute, il benessere e la sostenibilità

In Italia però c’è ancora molto da fare, come conferma anche il report della Tobacco Control Scale secondo la quale il nostro Paese  ha perso ben 14 posizioni in soli 4 anni, scivolando dal 18° posto del 2021 al 32° del 2025. Si registra un forte ritardo normativo sui nuovi prodotti contenenti nicotina. Nonostante il divieto di pubblicità del tabacco introdotto nel 1962, nel nostro Paese, sono tuttora consentite massicce campagne pubblicitarie per sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato. Inoltre, l’utilizzo di questi nuovi prodotti resta permesso in numerosi ambienti indoor, inclusi bar, ristoranti e luoghi di lavoro

Giornata mondiale dell’Ortottica. Ortottisti italiani: «La prevenzione visiva riguarda tutti»

Sono tante le persone che passano ore davanti agli schermi e arrivano a sera con occhi stanchi, mal di testa e difficoltà di concentrazione. Ci sono bambini che faticano a leggere senza sapere di avere un disturbo visivo. E ci sono anziani che, a causa di deficit della vista non corretti, rischiano isolamento, perdita di autonomia, disturbi cognitivi e persino cadute.

«Nel mondo, almeno 2,2 miliardi di persone presentano un deficit visivo da vicino o da lontano. Per almeno 1 miliardo di loro, il deficit visivo si sarebbe potuto prevenire o deve ancora essere affrontato». È il commento di Lucia Intruglio, Presidente della Commissione di albo nazionale degli Ortottisti della FNO TSRM e PSTRP, che in occasione della Giornata mondiale dell’Ortottica richiama l’attenzione sul valore della prevenzione visiva e sull’apporto fondamentale degli ortottisti nella vita quotidiana delle persone, dall’infanzia alla terza età.

«Nel mondo, almeno 2,2 miliardi di persone presentano un deficit visivo»

Essere “in salute visiva” non significa soltanto “vederci bene” o avere “10/10”. Poter contare su una buona visione si riflette sulla qualità della vita delle persone. Ed è qui che entra in gioco l’ortottista, professionista sanitario che promuove l’educazione alla salute visiva.

«L’ortottista è il professionista sanitario che si occupa della prevenzione, della valutazione e della riabilitazione dei disturbi visivi che impediscono la binocularità, ma soprattutto accompagna la persona nei momenti in cui la vista incide sulla propria autonomia e sul suo benessere», spiega Intruglio. «Oggi più che mai dobbiamo aiutare i cittadini e le Istituzioni a comprendere che la salute visiva non è solo un tema specialistico: è un tema sociale, educativo e di salute pubblica».

«L’ortottista accompagna la persona nei momenti in cui la vista incide su autonomia e benessere»

L’ortottista interviene nella diagnosi funzionale e nella riabilitazione di problematiche come strabismo, ambliopia, disturbi della convergenza, affaticamento visivo e alterazioni della motilità oculare. Attività che accompagnano la persona lungo tutto il corso della vita: dagli screening pediatrici ai percorsi riabilitativi per persone che versano in condizioni di fragilità e anziani.

E proprio l’età evolutiva rappresenta oggi uno dei fronti più delicati. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia il 22,1% dei bambini tra i 2 e i 5 mesi passa molto tempo davanti a monitor di TV, computer, tablet o telefoni cellulari. Un fenomeno che varia da una parte all’altra del Paese tra il 13,6% nella provincia di Trento e il 30,3% in Sicilia e Puglia.

L’OMS raccomanda che i bambini con meno di 2 anni non passino del tempo davanti agli schermi

Difficoltà di messa a fuoco, stanchezza oculare, cefalee, disturbi della convergenza e calo dell’attenzione sono le principali conseguenze di questi comportamenti. Proprio per questo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda che i bambini con meno di 2 anni non passino del tempo davanti agli schermi e che i bambini tra i 2 e 4 anni non vi passino più di un’ora al giorno.

«La prevenzione è la vera chiave», sottolinea ancora Intruglio. «Intercettare precocemente un problema visivo significa evitare conseguenze che possono incidere sull’apprendimento, sulla socialità, sull’autonomia e sulla sicurezza delle persone».

Nella popolazione anziana i deficit visivi non corretti possono aumentare il rischio di cadute, fragilità e decadimento cognitivo

Tuttavia, il tema della scarsa visione riguarda anche la popolazione anziana. I deficit visivi non corretti, infatti, possono aumentare il rischio di cadute, fragilità e decadimento cognitivo. Non a caso, anche il nuovo Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031 richiama l’attenzione sui disturbi visivi correlati alla demenza e sulla necessità di rafforzare le azioni di educazione sanitaria e prevenzione. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che circa il 30% degli over 65 cade almeno una volta all’anno e questa percentuale sale al 50% dopo gli 80 anni.

«Le cadute – incalza Intruglio – sono la prima causa di accesso in ospedale per gli anziani e rappresentano un costo sanitario e sociale enorme». Una percentuale di queste cadute, secondo gli ortottisti, è dovuta a difficoltà visive, come la riduzione della percezione della profondità, la scarsa visibilità al buio e la difficoltà nel distinguere ostacoli. La cattiva visione ha un impatto sulla lettura, sulla deambulazione e sugli spostamenti in diversi ambienti.

«Proteggere la vista significa proteggere molto più degli occhi»

Nella Giornata mondiale dell’Ortottica, gli ortottisti italiani ricordano quanto sia importante non aspettare che un problema visivo diventi evidente, e invitano a prendersi cura della propria vista con controlli periodici. «Proteggere la vista – affermano dalla Commissione di albo nazionale – significa proteggere molto più degli occhi». È un appello rivolto in particolare ai bambini e agli anziani: «Perché vedere male non significa soltanto vedere peggio: vuol dire studiare con più fatica, lavorare con più difficoltà, muoversi con meno sicurezza e, alla lunga, perdere autonomia».

Obesità, l’Europa frena: anche in Italia il fenomeno comincia a rallentare

L’obesità continua a rappresentare una delle grandi sfide per la salute pubblica globale, ma la sua diffusione non segue ovunque la stessa traiettoria. In molti Paesi ad alto reddito, infatti, la crescita registrata negli ultimi decenni mostra segnali di rallentamento, stabilizzazione e, in alcuni casi, anche di inversione di tendenza.

È quanto emerge dalla nuova analisi pubblicata il 13 maggio 2026 su «Nature», dedicata all’andamento dell’obesità nel mondo dagli anni Ottanta a oggi. Lo studio, coordinato da ricercatori dell’Imperial College di Londra nell’ambito del network internazionale NCD Risk Factor Collaboration – NCD-RisC, ha coinvolto studiose e studiosi di tutto il mondo. Tra loro anche Luciana Zaccagni ed Emanuela Gualdi dell’Università di Ferrara.

«Anche in Italia, tra le nazioni industrializzate ad alto reddito, si osserva una stabilizzazione della prevalenza dell’obesità, con una tendenza alla diminuzione», sottolinea Luciana Zaccagni, Professoressa del Dipartimento di Neuroscienze e Riabilitazione di Unife. «In particolare, la prevalenza stimata è pari al 14% per le donne e al 15% per gli uomini, mentre tra ragazze e ragazzi si attesta rispettivamente all’8% e al 12%».

Un quadro globale più articolato

La ricerca ha analizzato dati provenienti da 200 Paesi e territori, relativi al periodo compreso tra il 1980 e il 2024. I risultati mostrano che, dopo i rapidi incrementi osservati alla fine del XX secolo, la crescita dell’obesità è andata rallentando o stabilizzandosi nella maggior parte dei Paesi ad alto reddito. Il fenomeno appare inizialmente nei bambini e nelle bambine in età scolare, per poi riflettersi, a distanza di circa un decennio, anche nella popolazione adulta.

Tra i Paesi europei ad alto reddito, l’Italia, insieme a Francia e Portogallo, mostra una diminuzione dell’incidenza dell’obesità. Questo dato invita a rileggere con maggiore cautela l’idea di una “epidemia globale” uniforme, perché le tendenze osservate cambiano profondamente da Paese a Paese e dipendono da molti fattori, tra cui disponibilità, qualità e accessibilità economica degli alimenti.

«Le differenze osservate tra Paesi a medio e basso reddito e Paesi ad alto reddito evidenziano crescenti disuguaglianze nutrizionali e sanitarie a livello globale», spiega Emanuela Gualdi dell’Università di Ferrara. «Per questo sono necessarie politiche pubbliche capaci di ridurre il divario, favorendo l’accesso ad alimenti sani anche nei contesti in cui oggi questo accesso è più difficile».

Le aree in cui l’obesità continua ad aumentare

Il quadro globale resta tuttavia complesso. La prevalenza dell’obesità continua infatti ad aumentare in molti Paesi a basso e medio reddito, in particolare in Africa, Asia, America Latina e nelle nazioni insulari del Pacifico e dei Caraibi.

Come evidenziato da Majid Ezzati, Professore alla School of Public Health dell’Imperial College di Londra e Direttore di NCD-RisC, l’analisi della velocità con cui l’obesità cambia nel tempo consente di individuare con maggiore precisione dove siano necessari interventi urgenti. Politiche sanitarie e alimentari solide possono aiutare i Paesi ad affrontare le trasformazioni economiche, tecnologiche e nutrizionali che incidono sulla salute pubblica.

Pur nella forte eterogeneità delle tendenze osservate, lo studio conferma la necessità di strategie efficaci di prevenzione, trattamento e supporto a lungo termine. Nel 2024, infatti, la velocità di crescita dell’obesità è risultata la più elevata degli ultimi 45 anni per le donne in 84 dei 200 Paesi considerati e per gli uomini in 109 Paesi.

Sclerosi multipla, dalla diagnosi precoce ai farmaci innovativi: la malattia oggi si può controllare

La sclerosi multipla non è più la malattia invalidante e imprevedibile di qualche decennio fa. Oggi, grazie alla diagnosi precoce, ai farmaci ad alta efficacia e a un approccio sempre più personalizzato, un numero crescente di pazienti riesce a mantenere autonomia, qualità di vita e progettualità. È il messaggio che arriva dagli specialisti della SIN – Società Italiana di Neurologia, in occasione della Giornata mondiale della sclerosi multipla, che si celebra sabato 30 maggio.

Patologia neurologica cronica, autoimmune, infiammatoria, demielinizzante e neurodegenerativa, la sclerosi multipla colpisce il sistema nervoso centrale – cervello e midollo spinale – e può manifestarsi in modi molto diversi da persona a persona. In Italia interessa oltre 140mila persone, con circa 3.400-3.600 nuove diagnosi ogni anno. L’esordio avviene soprattutto tra i 20 e i 40 anni, con una prevalenza femminile di circa tre donne per ogni uomo, ma negli ultimi anni si osserva anche un aumento delle forme pediatriche e di quelle a esordio tardivo.

In Italia interessa oltre 140mila persone

I sintomi iniziali possono essere estremamente variabili: dalla neurite ottica con perdita della vista o alterazione della percezione dei colori, fino a disturbi motori, sensitivi o sfinterici legati al coinvolgimento del midollo spinale o del tronco encefalico.

Secondo il Professor Massimo Filippi, Coordinatore del Gruppo di Studio Sclerosi Multipla della SIN: «La vera rivoluzione degli ultimi anni riguarda la possibilità di intervenire molto prima rispetto al passato. La sclerosi multipla resta una malattia grave e progressiva se non viene affrontata con terapie adeguate. Ma oggi è diventata una malattia controllabile».

«La vera rivoluzione degli ultimi anni riguarda la possibilità di intervenire molto prima rispetto al passato»

Un passaggio decisivo è rappresentato dai nuovi criteri diagnostici internazionali, pubblicati nell’ottobre 2025, che consentono di arrivare a una diagnosi in tempi molto più rapidi. «Oggi siamo in grado di porre diagnosi anche nel giro di un mese, grazie all’integrazione di marcatori di risonanza magnetica e biomarcatori dei fluidi biologici», evidenzia Filippi. «La diagnosi precoce ha senso perché oggi disponiamo di terapie efficaci: intervenire subito significa evitare che i meccanismi patologici si autoalimentino e che la disabilità si accumuli».

Parallelamente, la ricerca ha cambiato profondamente anche la comprensione biologica della malattia. «Abbiamo imparato che neuroinfiammazione e neurodegenerazione iniziano fin dalle primissime fasi», osserva il neurologo. «Non esiste soltanto un’aggressione immunitaria proveniente dall’esterno del sistema nervoso centrale, ma anche processi interni, orchestrati da cellule residenti, come la microglia».

«Intervenire subito significa evitare che i meccanismi patologici si autoalimentino»

Da qui la necessità, secondo gli specialisti, di utilizzare precocemente farmaci ad alta efficacia. «Dare subito terapie molto efficaci significa piegare la curva di accumulo della disabilità», afferma Filippi. «L’obiettivo oggi non è ancora la guarigione definitiva, ma permettere ai pazienti di vivere bene per decenni».

Sul fronte terapeutico, i risultati raggiunti negli ultimi anni sono particolarmente significativi. «Con i farmaci ad alta efficacia arriviamo a una riduzione delle ricadute e dell’accumulo di nuove lesioni cerebrali intorno al 90%», spiega il Professor Nicola De Stefano, Presidente Eletto della SIN. «È un impatto estremamente importante, che modifica concretamente il decorso della malattia».

«Con i farmaci ad alta efficacia arriviamo a una riduzione delle ricadute e dell’accumulo di nuove lesioni cerebrali intorno al 90%»

I farmaci oggi disponibili agiscono soprattutto sulla componente infiammatoria, responsabile delle ricadute e del danno cerebrale visibile alla risonanza magnetica. Più complessa resta invece la sfida della neurodegenerazione. «Attualmente non disponiamo ancora di terapie che agiscano direttamente sulla neurodegenerazione», chiarisce De Stefano, «tuttavia, ridurre l’infiammazione resta fondamentale anche per limitare il danno degenerativo futuro», osserva il neurologo. «Per questo abbassare drasticamente l’attività infiammatoria migliora anche la prospettiva a lungo termine del paziente».

Secondo De Stefano, oggi la vera sfida è riuscire a utilizzare le terapie nel modo più appropriato e tempestivo possibile. «Non significa somministrare farmaci potenti a tutti indistintamente, ma poter scegliere il trattamento più adatto in base alle caratteristiche prognostiche individuali», sottolinea. «Oggi abbiamo strumenti che consentono di stratificare adeguatamente i pazienti».

I farmaci oggi disponibili agiscono soprattutto sulla componente infiammatoria

È proprio verso una medicina sempre più personalizzata che si sta orientando la gestione della sclerosi multipla, come evidenzia il Professor Claudio Gasperini, Vicepresidente della SIN.

«Negli ultimi anni abbiamo acquisito una comprensione molto più approfondita dei meccanismi patogenetici della malattia e dei meccanismi d’azione dei farmaci», spiega Gasperini. «Questo ci consente di individuare con maggiore precisione le terapie più appropriate per ciascun paziente».

La gestione della sclerosi multipla si sta orientando verso una medicina sempre più personalizzata

Oggi, infatti, i neurologi possono integrare informazioni cliniche, dati di neuroimaging e biomarcatori innovativi – come i neurofilamenti – per definire il rischio evolutivo della malattia e orientare le scelte terapeutiche. «L’obiettivo è targettizzare in maniera sempre più precisa le strategie di cura», sottolinea.

Ma la presa in carico non riguarda soltanto i farmaci. Sempre maggiore attenzione viene riservata anche alla neuroplasticità, cioè alla capacità del cervello di attivare meccanismi compensatori per contrastare il danno neurologico.

Lo stile di vita può favorire la neuroplasticità e contribuire a ritardare la comparsa della disabilità

«Oggi sappiamo che anche lo stile di vita può favorire la neuroplasticità e contribuire a ritardare la comparsa della disabilità», spiega Gasperini. «Per anni ai pazienti veniva sconsigliata l’attività fisica. Oggi invece sappiamo che l’esercizio fisico stimola il cervello ad attivare nuove connessioni neuronali e meccanismi di compenso funzionale».

L’attività fisica, chiarisce il neurologo, non riduce direttamente l’infiammazione, ma aiuta il cervello a compensare i danni provocati dalla malattia. «L’esercizio favorisce la formazione di nuove sinapsi, che contribuiscono a mantenere più efficiente la trasmissione degli impulsi nervosi».

Anche alcuni vecchi tabù clinici sono stati superati. «Un tempo si sconsigliava persino l’esposizione al sole», ricorda Gasperini. «Oggi sappiamo, invece, che livelli adeguati di vitamina D rappresentano un fattore protettivo nell’ambito delle malattie neurodegenerative e della sclerosi multipla».

«Oggi sempre più pazienti riescono a lavorare, fare sport, costruire una famiglia e perseguire i propri obiettivi»

Il messaggio finale degli specialisti è soprattutto rivolto ai pazienti e guarda al futuro con maggiore fiducia rispetto al passato. “Be active”, dice De Stefano. «La malattia può accompagnare una persona per tutta la vita, ma non deve definirla. Oggi sempre più pazienti riescono a lavorare, fare sport, costruire una famiglia e perseguire i propri obiettivi».

Una prospettiva resa possibile dalla combinazione tra diagnosi precoce, terapie innovative, monitoraggio continuo e presa in carico multidisciplinare. «La visione attuale della sclerosi multipla», conclude il Presidente della SIN, Professor Mario Zappia, «va ormai ben oltre la sola gestione clinica della malattia e punta a garantire alle persone una qualità di vita, una prospettiva e un livello di autonomia quanto più possibile vicini alla normalità. Oggi la neurologia dispone di strumenti diagnostici e terapeutici impensabili fino a pochi anni fa, ma la vera sfida è fare in modo che questa innovazione diventi concretamente accessibile e sostenibile per tutti i pazienti, in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. La sclerosi multipla rappresenta uno degli ambiti nei quali il progresso scientifico ha dimostrato più chiaramente quanto la ricerca possa cambiare il destino delle persone. È fondamentale continuare a investire nella ricerca clinica, nelle reti assistenziali specialistiche e nella presa in carico multidisciplinare, affinché ogni paziente possa beneficiare tempestivamente delle migliori opportunità terapeutiche disponibili. L’innovazione davvero utile è quella che riesce a tradurre le evidenze scientifiche in valore concreto per la vita quotidiana delle persone, rafforzando allo stesso tempo l’equità, l’efficienza e la sostenibilità del sistema sanitario».

L’AI cambierà la sanità? L’Umbria accelera sulla rivoluzione dell’AI nelle cure con il CRIAS

Governare l’intelligenza artificiale in sanità, senza subirla. È con questo obiettivo che in Umbria è nato il CRIAS, il Centro Regionale per l’Intelligenza Artificiale in Sanità, fortemente voluto dalla Direttrice Regionale Salute e Welfare della Regione Umbria, Daniela Donetti. Una delle prime esperienze italiane dedicate a regolamentare, monitorare e integrare l’AI nella pratica clinica. A guidarne il coordinamento è il neurologo e fisiatra Mauro Zampolini, Direttore del Dipartimento di Riabilitazione della Usl Umbria 2 e referente di un gruppo intersocietario sull’intelligenza artificiale applicata alla riabilitazione.

Mauro Zampolini

Secondo Zampolini, il tema centrale oggi non è soltanto tecnologico, ma culturale e organizzativo. «L’intelligenza artificiale può davvero cambiare il paradigma dei sistemi sanitari», spiega. «Può ridurre il carico amministrativo, migliorare l’appropriatezza delle cure e supportare le decisioni cliniche. Ma bisogna anche valutare i rischi».

Il CRIAS nasce proprio per affrontare questa sfida attraverso quattro direttrici principali: validazione clinica degli algoritmi, compliance normativa, monitoraggio dei progetti attivi e interoperabilità con fascicolo sanitario elettronico e piattaforme di telemedicina. L’obiettivo è quello di rendere fattibile l’implementazione dell’intelligenza artificiale in medicina. «Alla base di tutto c’è la validazione del software e degli algoritmi, soprattutto per i sistemi ad alto rischio, come previsto dall’AI Act», sottolinea Zampolini. Accanto alla valutazione tecnologica, resta cruciale il tema della protezione dei dati e del rispetto delle normative europee.

Le barriere all’adozione dell’intelligenza artificiale

A frenare oggi l’adozione dell’AI in sanità, osserva il coordinatore del CRIAS, è soprattutto l’incertezza regolatoria. «Le normative europee sono ancora poco definite e il rischio è che un eccesso di burocrazia renda le imprese tecnologiche meno competitive». Parallelamente, però, i modelli linguistici sono già disponibili e facilmente utilizzabili: «Il pericolo è che vengano applicati in maniera non appropriata».

Uno dei nodi più delicati riguarda il rapporto medico-paziente. Se da un lato alcuni professionisti temono una standardizzazione delle cure, dall’altro Zampolini intravede nell’intelligenza artificiale uno strumento capace di restituire tempo clinico al medico. L’esempio più concreto è quello dell’ambient scribing, tecnologia già diffusa negli Stati Uniti. «Il sistema registra il colloquio tra medico e paziente, lo trascrive e produce automaticamente un report clinico strutturato», racconta. «Non è l’intelligenza artificiale che inventa contenuti: traduce e organizza ciò che è stato detto, come farebbe un segretario esperto».

L’AI potrebbe alleggerire il peso burocratico e migliorare la relazione umana

Il vantaggio, aggiunge, è duplice: alleggerire il peso burocratico e migliorare la relazione umana. «Oggi spesso il medico visita guardando il computer e digitando sulla tastiera. Con questi sistemi, invece, può guardare il paziente negli occhi e stabilire una migliore relazione medico-paziente».

Resta però il rischio di un eccessivo affidamento agli algoritmi. «Se delego all’intelligenza artificiale ciò che dovrei decidere io, rischio un progressivo impoverimento delle competenze cliniche», avverte. «È il cosiddetto de-skilling: un po’ come accade con Google Maps, che ci porta a disimparare l’orientamento».

L’AI nella neuroriabilitazione

Nel campo della neuroriabilitazione, le prospettive appaiono particolarmente promettenti. Il machine learning, spiega Zampolini, permette già oggi di elaborare modelli predittivi sul recupero funzionale dei pazienti. «Mettiamo insieme dati clinici di centinaia di pazienti e l’intelligenza artificiale ci aiuta a prevedere traiettorie di recupero». A questo si aggiunge il potenziamento dell’analisi delle immagini diagnostiche e l’integrazione dell’AI nei robot riabilitativi e nei sistemi di teleriabilitazione, con trattamenti sempre più personalizzati.

Il ruolo di Agenas e la prospettiva nazionale

Il rischio, però, è che lo sviluppo proceda in ordine sparso tra le regioni italiane. «Ci sono realtà più avanzate nella sperimentazione e altre che si stanno ancora attrezzando», osserva. Per questo, secondo Zampolini, sarà fondamentale un coordinamento nazionale. In questo scenario un ruolo chiave potrebbe essere svolto da Agenas, già impegnata in progetti sperimentali di intelligenza artificiale per la medicina generale. «La prospettiva per mantenere equità è una centralizzazione del controllo e della diffusione. Altrimenti ogni regione rischia di andare per conto suo».

La struttura multidisciplinare del CRIAS

All’interno del CRIAS lavorano figure multidisciplinari: clinici, ingegneri biomedici, fisici, risk manager, medici legali e responsabili della protezione dei dati. «Siamo molto ottimisti», conclude Zampolini. «Ci siamo dati sei mesi per ottenere i primi risultati concreti. Speriamo che questo modello possa davvero contribuire a un utilizzo sicuro, efficace e sostenibile dell’intelligenza artificiale in sanità, sviluppando linee guida regionali, sperimentando software innovativi e sviluppando un registro dei progetti attivi».

Fibrillazione atriale: una metanalisi apre alla sospensione degli anticoagulanti nel post-ablazione

Da un recente studio italo-inglese, appena pubblicato sulla rivista «European Heart Journal Open», arriva un messaggio incoraggiante per i pazienti con fibrillazione atriale, sottoposti ad ablazione transcatetere. I dati, ottenuti dalla metanalisi di tre rigorosi trial clinici randomizzati (ODIn-AF, ALONE-AF, OCEAN), per un totale di oltre 2.300 pazienti, indicano che chi non manifesta più aritmie cardiache dopo la procedura può, in molti casi, sospendere l’assunzione a lungo termine di farmaci anticoagulanti senza aumentare il rischio di ictus cerebrale e ottenendo una riduzione significativa del rischio emorragico associato a questa terapia.

Lo studio, condotto dallo University College di Londra e dall’IRCCS MultiMedica di Milano, è stato commissionato dalla European Cardiac Arrhythmia Society (ECAS) e contribuisce ad aggiornare le conoscenze su un tema centrale nella gestione post-ablazione.

I dati indicano che chi non manifesta più aritmie cardiache dopo la procedura può, in molti casi, sospendere l’assunzione a lungo termine di farmaci anticoagulanti

La fibrillazione atriale è riconosciuta come l’aritmia cardiaca più prevalente a livello globale; secondo i dati del Global Burden of Disease, colpisce oltre 50 milioni di persone nel mondo, comportando un rischio importante di ictus, scompenso cardiaco e morte. L’ablazione con catetere è oggi un approccio consolidato per il controllo del ritmo, dimostratosi in grado di migliorare sintomi e qualità di vita; tuttavia, la decisione di continuare la terapia anticoagulante dopo questa procedura presenta ancora aree di incertezza. Per questo motivo, i risultati emersi dalla metanalisi italo-inglese potrebbero essere di grande rilevanza per la comunità cardiovascolare e fornire informazioni importanti per pazienti e professionisti sanitari.

Gli oltre 2.324 soggetti inclusi nell’analisi erano stati sottoposti con successo ad ablazione, non presentavano recidive aritmiche da almeno 6 mesi e avevano un rischio tromboembolico medio-basso. In questo gruppo, interrompere l’impiego dei nuovi anticoagulanti orali (NAO) non ha comportato un aumento del rischio di ictus o embolie sistemiche, durante un follow-up a medio termine di circa due anni.

In questi pazienti, la prosecuzione degli anticoagulanti è associata a un incremento significativo di emorragie severe

Lo studio, inoltre, ha evidenziato che, a fronte di un rischio di eventi tromboembolici molto basso e simile tra chi continua (0,86%) e chi interrompe la terapia con NAO (0,69%), la prosecuzione degli anticoagulanti è associata a un incremento significativo di emorragie severe. In particolare, i sanguinamenti gravi risultano quasi triplicati nei pazienti che mantengono la terapia rispetto a quelli che la sospendono definitivamente (0,90% vs 0,34%).

Questi risultati rafforzano l’idea di un approccio più personalizzato alla terapia dopo ablazione: non tutti i pazienti devono necessariamente assumere anticoagulanti per tutta la vita. In particolare, nei soggetti con rischio tromboembolico basale basso o moderato e con una documentata stabilità del ritmo cardiaco dopo la procedura, la sospensione definitiva dei NAO può rappresentare una strategia sicura e vantaggiosa, che riduce l’insorgenza di emorragie severe. Per i pazienti a rischio più elevato, le evidenze sono ancora limitate. La decisione di interrompere la terapia, comunque, rimane affidata al medico nel singolo caso, con precauzione particolare nei pazienti ad alto rischio basale di ictus o in assenza di adeguato monitoraggio del ritmo nel periodo post-ablazione.

«Questa meta-analisi sembra offrire una speranza molto attesa dai pazienti con fibrillazione atriale»

«Questa meta-analisi sembra offrire una speranza molto attesa dai pazienti con fibrillazione atriale», commenta il professor Riccardo Cappato, Direttore del Centro di Elettrofisiologia dell’IRCCS MultiMedica, Presidente ECAS e co-autore dello studio. «Spesso, infatti, essi soffrono dell’obbligo di assumere anticoagulanti almeno quanto, se non più, dei sintomi dell’aritmia. Se i promettenti risultati dello studio saranno ulteriormente confermati, per questi pazienti si apre la prospettiva di un futuro non solo libero da aritmie, ma anche senza terapia anticoagulante. Un doppio risultato davvero confortante».

«La nostra metanalisi pubblicata sullo “European Heart Journal Open” sottolinea che è possibile, nei pazienti senza recidive di fibrillazione atriale nei 6-12 mesi successivi ad ablazione transcatetere, sospendere la terapia con anticoagulanti senza incorrere in un aumentato rischio di ictus o eventi embolici periferici», sottolinea il Professor Rui Providência, Institute of Health Informatics Research, University College of London e co-autore dello studio. «Oltre ad alleviare i pazienti dalla schiavitù farmacologica, questa strategia consente di ridurre il rischio di sanguinamenti durante follow-up post-procedurale».

Intelligenza artificiale e salute: le donne guidano l’uso consapevole delle tecnologie digitali

Gli italiani utilizzano sempre di più l’intelligenza artificiale, anche sui temi della salute, ma ritengono ancora insostituibile il rapporto umano con il medico. E sono soprattutto le donne a interpretare l’AI con un approccio responsabile, prudente e orientato alla tutela della salute propria e della famiglia. È quanto emerge dall’indagine Censis “Gli italiani, l’IA e la salute: percezioni, comportamenti e differenze di genere”, presentata durante l’evento “Salute al femminile. La conoscenza che cura. Health Literacy e intelligenza artificiale per le pari opportunità” promosso da Farmindustria con il patrocinio della Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, l’Onorevole Eugenia Roccella.

Il 35% degli italiani dichiara di usufruire dell’AI per aspetti relativi alla salute

Secondo i dati, il 63% degli italiani ha già utilizzato strumenti di AI e quasi 1 su 4 li usa regolarmente. L’impiego è ampio anche in ambito sanitario: il 35% dichiara di usufruire dell’AI per aspetti relativi alla salute. Ma la ricerca evidenzia in particolare il ruolo centrale delle donne nella diffusione di una cultura dell’autoregolazione responsabile di fronte alle nuove tecnologie: il 92,3% ritiene che le informazioni ottenute tramite strumenti digitali debbano essere sempre verificate con il medico, come fonte primaria di informazione sulla salute, come anche l’88% degli uomini. Il 65,3% delle donne e il 58% degli uomini dichiara inoltre di non sentirsi a proprio agio a informarsi solo tramite AI, per il timore di fake news e per la maggiore fiducia nelle informazioni prodotte da persone. Prevale dunque un approccio equilibrato: non tecnofobico, ma neppure fideistico. E anche nell’era dell’AI resta forte il primato del fattore umano e il rapporto di fiducia con il medico.

Innovazione e centralità della persona devono quindi crescere insieme. «L’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità per migliorare prevenzione, diagnosi, ricerca e gestione della salute e dei percorsi di cura, ma il rapporto umano resta fondamentale. E le donne sono protagoniste di questo equilibrio tra innovazione, responsabilità e cura: nella Ricerca e Sviluppo, dove il numero di molecole identificate dall’AI è cresciuto del 300% dal 2023 e i tempi nella fase preclinica si sono ridotti del 40% sempre grazie all’AI, la presenza femminile raggiunge il 52%», dichiara il Presidente di Farmindustria, Marcello Cattani.

Prevale un approccio equilibrato verso l’AI: non tecnofobico, ma neppure fideistico

«Con l’evento di oggi Farmindustria vuole continuare il percorso di valorizzazione della donna nella società e siamo fieri di farlo con il patrocinio della Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità. L’industria farmaceutica è oggi uno dei settori più avanzati in Italia sul fronte della valorizzazione del talento femminile, della parità e del welfare – evidenzia Cattani – le donne rappresentano il 45% degli addetti del settore farmaceutico, rispetto al 29% della media manifatturiera, con una presenza molto elevata anche nei ruoli apicali: dirigenti e quadri sono donne nel 48% dei casi. Particolarmente significativo il dato delle giovani: il 56% delle donne under 35 occupate nel settore è quadro o dirigente, contro il 38% della media industriale. Negli ultimi 5 anni l’occupazione femminile è cresciuta del 15%, mentre quella delle under 35 del 25%. E nella fascia di età tra 30 e 50 anni il gender pay gap è zero». Sul fronte della natalità, della famiglia e del work-life balance, il 100% delle aziende offre strumenti di flessibilità oraria, smart working, part-time e agevolazioni sugli orari. Il 50% mette a disposizione asili nido o rimborsi per istruzione e assistenza domestica. L’81% realizza programmi di medicina preventiva e il 47% prevede congedi di maternità e paternità più estesi rispetto a quanto previsto da legge e contratto nazionale.

«Le nostre imprese dimostrano ogni giorno che innovazione, inclusione, welfare e valorizzazione delle persone procedono insieme. È questa la strada per sostenere crescita, occupazione qualificata, natalità e competitività della nostra Nazione», conclude Cattani.

Vaia:«Il Servizio sanitario nazionale è una scelta di civiltà, ma non si difende lasciandolo immobile»

Francesco Vaia, componente del Collegio dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e già direttore della Prevenzione del ministero della Salute, presenterà a breve un Manifesto per una nuova sanità territoriale. A TrendSanità il professore anticipa i principi chiave del documento: centralità concreta della persona, integrazione tra sanitario e sociale, riforma della medicina generale, rilancio delle Case della Comunità e valorizzazione del capitale umano. 

Professor Vaia, lei sta portando avanti un’idea precisa per la rimodulazione del Servizio sanitario nazionale, nell’ottica di riuscire a continuare a garantire l’assistenza sanitaria universale e di qualità a cui siamo abituati anche in un futuro che vedrà aumentare i volumi della domanda di salute. Lei parla della necessità di “mettere davvero la persona al centro”. È uno slogan che ricorre da anni nel settore della salute. In che modo la sua interpretazione è innovativa e come dovrebbe cambiare la sanità territoriale nei prossimi cinque anni perché questo principio non resti soltanto teorico? 

«Il Servizio sanitario nazionale italiano è ottimo, soprattutto dal punto di vista della capacità professionale. Non abbiamo bisogno di imparare dall’estero: il nostro capitale umano ci viene invidiato e dobbiamo fare in modo di trattenerlo. Però anche un grande sistema, come una macchina eccellente, ha bisogno di una revisione. Oggi il SSN appare un po’ dormiente sul piano organizzativo e nella capacità di adattarsi ai tempi che cambiano.

Oggi il SSN appare un po’ dormiente sul piano organizzativo e nella capacità di adattarsi ai tempi che cambiano

I bisogni di salute sono aumentati enormemente. Sono cresciute le cronicità, fortunatamente anche perché si è allungata l’aspettativa di vita. Ma alla quantità di vita dobbiamo aggiungere qualità di vita. E quindi prevenzione, presa in carico e invecchiamento attivo devono diventare centrali

Quando parlo di persona al centro non intendo uno slogan. Il Servizio sanitario nazionale esiste per servire la persona. Ogni volta che si applica una legge, una circolare o un modello organizzativo bisogna chiedersi quale ricaduta concreta avrà sul cittadino. 

Oggi la persona chiede tre cose molto semplici: qualità, prossimità e rapidità delle risposte. È su questo che va costruita la sanità territoriale del futuro. Anche la prevenzione deve adeguarsi ai cambiamenti epidemiologici: penso, ad esempio, agli screening oncologici, che vanno aggiornati rispetto all’età di insorgenza dei tumori e all’aumento dei casi». 

In un recente podcast lei insiste molto sul superamento della separazione tra sanitario e sociale. E fa cenno a un Manifesto che lei proporrà a breve e che conterrà una nuova formula di governance territoriale integrata tra medicina, assistenza e welfare. Può anticiparci i tratti principali del documento e quali sarebbero i primi passi operativi? 

«Il Manifesto sarà presentato a breve. Per ora posso anticipare i principi ispiratori. Il primo punto è proprio questo: il Servizio sanitario nazionale ha senso solo se serve davvero la persona. Da qui nasce la necessità di superare la separazione tra sanitario e sociale. La persona non vive il suo problema dividendo salute, assistenza, fragilità sociale o bisogno psicologico: vive tutto insieme. 

Per questo serve una governance integrata del territorio. Dobbiamo costruire un sistema che tenga insieme medicina, assistenza sociale, welfare, prevenzione e presa in carico. 

Nessun atto organizzativo è neutro. Tutto deve essere valutato sulla base dell’effetto reale che produce sui cittadini

Il punto centrale è comprendere che nessun atto organizzativo è neutro. Tutto deve essere valutato sulla base dell’effetto reale che produce sui cittadini. Se si parte davvero dalla domanda della persona, molte divisioni ideologiche diventano secondarie e anche il rapporto tra pubblico e privato accreditato può essere visto in modo diverso, all’interno di un sistema unico che garantisca prossimità, qualità e tempi rapidi». 

In più occasioni lei ha definito le liste d’attesa “la vergogna del sistema”, ma ha anche spiegato che il problema nasce prima, cioè dalla mancata presa in carico del cittadino. Oggi la medicina generale è uno dei temi caldi sul tavolo del ministro della Salute Orazio Schillaci: secondo lei quanto e come dovrà cambiare il ruolo del medico di famiglia nella nuova sanità territoriale che immagina? 

«A mio avviso il medico di famiglia deve tornare a essere il professionista che prende in carico il paziente, lo orienta e decide il percorso assistenziale. Deve recuperare quella funzione centrale che aveva in passato, ma con strumenti moderni. 

Il medico del territorio deve poter prenotare direttamente pacchetti diagnostici, prestazioni ambulatoriali e anche accessi ospedalieri. La persona non può essere lasciata sola dentro il sistema.

«Il cittadino non è interessato alle discussioni su dipendenza o convenzione dei medici. Vuole semplicemente una risposta efficace»

Durante la pandemia, all’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani abbiamo sperimentato le Uscar (Unità speciali di continuità assistenziale regionale): squadre territoriali, spesso composte da medici di famiglia giovani, che andavano a domicilio con strumenti diagnostici avanzati e collegamenti in telemedicina con l’ospedale. Se il paziente poteva restare a casa veniva curato lì; se serviva il ricovero, questo avveniva in collegamento diretto con l’ospedale. 

Questo significa vera presa in carico. Il cittadino non è interessato alle discussioni su dipendenza o convenzione dei medici. Vuole semplicemente una risposta efficace. Il medico di famiglia del futuro deve essere il regista del percorso di cura». 

Collegato al tema della medicina generale c’è quello delle Case della Comunità: oggi molti operatori denunciano il rischio di creare “scatole vuote”. Secondo lei cosa manca ancora perché queste strutture diventino davvero il cuore dell’assistenza di prossimità?

«Le Case della Comunità possono diventare un elemento fondamentale di collegamento tra territorio, domicilio e ospedale. Però devono essere riempite di contenuti e di personale motivato. 

Non basta costruire le strutture. Servono medici, infermieri, psicologi, mediatori culturali, operatori sociali. Serve personale che lavori insieme per prendere in carico la persona nella sua complessità. 

Se diventano strutture vuote o meri contenitori amministrativi, rischiano di trasformarsi in un costo inutile. 

Il cittadino vuole una cosa molto semplice: avere vicino a casa un luogo capace di risolvere rapidamente e bene il suo problema. Non gli interessa se quella struttura sia pubblica o accreditata, purché garantisca qualità, prossimità e tempi adeguati. Anche per questo credo sia necessario costruire un sistema unico di prenotazione e una vera integrazione tra pubblico e privato accreditato, sempre mettendo al centro il bisogno della persona». 

Nel Manifesto lei farà riferimento anche a giovani e prevenzione come leve strategiche per salvare il nostro SSN. Che modello di sanità territoriale immagina per una popolazione sempre più anziana e fragile, ma allo stesso tempo con nuove generazioni sempre più lontane dal sistema pubblico? 

«I giovani osservano ciò che accade nelle loro famiglie: vedono tempi lunghi, difficoltà di accesso, appuntamenti dopo mesi o anni. E spesso vedono che l’unica scorciatoia possibile è pagare.

«Non è vero che i giovani non credono nel pubblico: prendono atto delle difficoltà del sistema»

Non è vero che i giovani non credono nel pubblico: prendono atto delle difficoltà del sistema. C’è poi un altro problema enorme, che riguarda il capitale umano. Il pubblico paga poco e male. Molti professionisti sanitari scelgono l’estero perché trovano condizioni economiche e professionali migliori. Noi invece dobbiamo valorizzare i nostri medici, infermieri e operatori sanitari

Bisogna incentivare il personale, migliorare le retribuzioni e investire nella formazione. Non dobbiamo criminalizzare chi vuole guadagnare di più: tutti i professionisti vengono pagati adeguatamente, e questo deve valere anche per chi lavora nella sanità. 

Penso anche a percorsi di aggiornamento internazionale, una sorta di Erasmus per medici e infermieri, per favorire formazione e crescita professionale. 

Il Servizio sanitario nazionale è una scelta di civiltà. Ma non si difende lasciandolo immobile: si difende accompagnandone l’evoluzione, adattandolo ai bisogni di oggi e riducendo le disuguaglianze».