MMG, la riforma Schillaci e il conflitto sul futuro della medicina di famiglia

Carenza di medici, PNRR e Case della Comunità: la proposta del Ministero punta a integrare stabilmente i medici di famiglia nel sistema territoriale. Il nodo centrale resta come bilanciare innovazione organizzativa e tutela della relazione medico-paziente

La riforma della medicina generale, in Italia, ha una strana caratteristica: ogni volta che torna nel dibattito pubblico sembra insieme inevitabile e impraticabile.

I dati spiegano perché.

Secondo elaborazioni della Fondazione Gimbe, rilanciate da fonti istituzionali e media nazionali, mancano oltre 5.700 medici di medicina generale. Tra il 2019 e il 2024 il loro numero è diminuito di 5.197 unità, mentre ogni medico segue mediamente 1.383 assistiti, oltre i livelli considerati ottimali.

È una pressione che si traduce in difficoltà di accesso, tempi compressi e crescente fragilità della medicina territoriale.

Il nodo del PNRR: strutture senza personale

Il tentativo di riforma promosso dal ministro della Salute Orazio Schillaci si inserisce nella trasformazione dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR. Però, ci sono dei però. Il dato più citato è quello sulle Case della Comunità: 781 strutture attive con almeno un servizio a fine 2025, a fronte di circa 1.715 programmate. Il problema non è solo quantitativo. Molte di queste strutture funzionano a regime ridotto, senza una presenza stabile dei medici di famiglia.

Da qui la spinta del ministero di Lungotevere Ripa ad accelerare. L’obiettivo dichiarato è “fare presto per dare agli italiani una sanità più efficiente e vicina ai cittadini, in particolare ai più fragili”.

La proposta: cambiare il ruolo del medico di famiglia

La riforma si muove, così, lungo una linea precisa: integrare stabilmente la medicina generale nella rete territoriale.

La bozza della riforma prevede un sistema a doppio binario — convenzione riformata o dipendenza volontaria — e introduce un principio destinato a incidere profondamente: la partecipazione alle Case della Comunità come componente strutturale del lavoro del medico. Facile intuire che non si tratta solo di un cambiamento contrattuale. È un cambio di paradigma: dalla medicina individuale alla presa in carico organizzata e multidisciplinare.

Medicina Generale: posizioni non compatte

La risposta della categoria non si è fatta attendere ed è stata da un lato radicale, dall’altro più riflessiva.

La Federazione italiana Medici di Famiglia (FIMMG) ha definito la riforma “inattuabile e pericolosa per i pazienti”, arrivando a sostenere che “questo decreto distrugge il medico di famiglia”.

Dietro le parole, una preoccupazione chiara: perdere autonomia e, soprattutto, il rapporto fiduciario con il paziente. Ma anche il timore che l’integrazione organizzativa si traduca in un aumento della burocrazia più che in un miglioramento dell’assistenza.

Le critiche non si fermano al livello sindacale, ma provengono anche dagli Ordini. La FNOMCeO ha parlato di una riforma “inefficace, inutile e dannosa”, mettendo in guardia dal rischio di trasformare il medico di famiglia in un “medico dell’azienda”. Un’ulteriore presa di posizione che segnala un disagio più ampio, legato all’identità stessa della professione.

Riforma MMG: sempre meno rinviabile. Il vero rischio non è farla, ma farla senza equilibrio

Non tutto il mondo della medicina generale la pensa, però, nello stesso modo. La Società Italiana di Medicina Generale ha espresso una linea più articolata: riformare è necessario, ma trasferire modelli ospedalieri sul territorio rischia di essere inefficace. E anche tra i medici più giovani emerge una maggiore apertura verso modelli organizzativi più strutturati e meno isolati.

La riforma ha prodotto un effetto politico non scontato: ha rotto gli schieramenti tradizionali.

Le posizioni si distribuiscono trasversalmente tra favorevoli e contrari, segno che il tema riguarda più la trasformazione del Servizio sanitario nazionale che il confronto tra maggioranza e opposizione.

Il vero punto: quale medicina territoriale?

Il dibattito si è concentrato sulla dicotomia convenzione contro dipendenza. Ma la questione è più profonda. Il modello attuale — medico autonomo, studio individuale, integrazione limitata — è ancora sostenibile in un contesto segnato da invecchiamento, cronicità e carenza di professionisti?

I numeri suggeriscono di no. Ma la risposta non è scontata.

Cambiare troppo rischia di indebolire una relazione di fiducia costruita nel tempo. Cambiare troppo poco rischia di lasciare il sistema senza strumenti per reggere la domanda crescente di assistenza.

Ciononostante, la riforma dei medici di famiglia appare sempre meno rinviabile. E il vero rischio non è farla, ma farla senza equilibrio.

Perché il medico di famiglia resta, per milioni di cittadini, il primo punto di contatto con lo Stato. E ridefinirne il ruolo significa, in ultima analisi, ridefinire il volto stesso del Servizio sanitario nazionale.

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Carlo M. Buonamico
Carlo M. Buonamico
Giornalista professionista esperto di sanità, salute e sostenibilità