Pierino Di Silverio lancia una provocazione che va oltre il semplice aumento delle risorse: per salvare il Servizio sanitario nazionale serve un vero “Piano Marshall”. Secondo il segretario nazionale di Anaao Assomed, il nodo non è solo economico, ma riguarda organizzazione, professioni e capacità di rispondere ai nuovi bisogni di salute. In questa intervista a TrendSanità spiega perché, senza una riforma strutturale e una chiara volontà politica, il rischio è lasciare consumare lentamente la sanità pubblica.
In occasione di un recente evento organizzato da Adnkronos lei ha affermato che “occorre un Piano Marshall per la sanità”: cosa intendeva?
«Intendevo che serve un piano ad hoc che non abbia soltanto come obiettivo quello di mettere più soldi sul piatto, ma una riorganizzazione profonda e strutturale. Oggi ci concentriamo sulle percentuali (di spesa, ndg) rispetto al Pil e perdiamo di vista il vero problema, che non è solo economico ma organizzativo, legislativo e strutturale.
Non riusciamo a prendere in carico i pazienti nei posti giusti e nei tempi giusti: le liste d’attesa sono solo un sintomo. Dietro a tutto ciò c’è una disorganizzazione che riguarda tecnologia, luoghi, tempi e professionisti. Il paziente oggi è disorientato: non sa più da chi andare, quando e dove curarsi».
A suo avviso questa situazione comprende un problema più ampio che riguarda anche le professioni e l’organizzazione del sistema?
«Sì, c’è una confusione professionale importante. Alcune categorie crescono, altre restano ferme a modelli di quarant’anni fa. Serve rivedere profondamente il ruolo dei professionisti, i modelli organizzativi e la presa in carico del paziente.
Non riusciamo a prendere in carico i pazienti nei posti giusti e nei tempi giusti
Occorrerebbero degli stati generali per aggiornare le norme esistenti — dalla 833 alla 502 e alla 229 — e rivedere i rapporti tra ospedali, territorio, università e professionisti. È questo il senso del “piano Marshall”: un intervento complessivo, non frammentato».
Se capiamo bene, lei intende che si dovrebbe andare molto oltre il DM77. Anche se poi bisognerebbe fare i conti con i tempi lunghi dell’emanazione di nuove leggi, dei relativi decreti attuativi e la successiva applicazione concreta di quanto deciso: come si può fare?
«Quando si vuole, le leggi si fanno in pochi mesi. È una questione di volontà politica. E nel frattempo bisogna intervenire evitando soluzioni tampone, che non risolvono il problema.
Il senso del “piano Marshall” è predisporre un intervento complessivo, non frammentato
Il punto è che continuiamo a ragionare in termini emergenziali, mentre dovremmo passare dalla presa in cura alla presa in carico del paziente, che è più efficace sotto tutti i profili».
Perché secondo lei manca questa volontà politica? Si dice una cosa e se ne fa un’altra, al di là degli schieramenti?
«Non è chiaro se sia incapacità o mancanza di volontà. Forse non si crede più davvero nel servizio pubblico, oppure si sta andando verso un diverso equilibrio tra pubblico e privato. Ma un conto è cercare nuovi equilibri, un altro è lasciare che il pubblico si consumi da solo. La sanità è diventata terreno di scontro politico: quando si è all’opposizione si hanno soluzioni, quando si governa ci si scontra con la complessità e con la necessità di fare scelte coraggiose, spesso impopolari a livello locale o verso specifici interessi.
Serve anche un cambiamento culturale: far capire ai cittadini che la qualità della cura conta più della vicinanza fisica di una struttura».
Lei è favorevole al modello delle Case di Comunità come punto di accesso territoriale collegato agli ospedali ad alta intensità?
«Sì, se ben organizzate e dotate dei giusti professionisti e strumenti. Il territorio deve erogare prestazioni di primo livello e rappresentare il primo contatto con il paziente, offrendo risposte più complete.
L’ospedale deve tornare a essere un luogo di cura, non di diagnosi.
La presa in carico deve avvenire sul territorio, con una rete che includa anche gli ospedali di comunità, fondamentali per evitare il sovraccarico dei pronto soccorso. Solo così si può costruire un sistema più efficiente e sostenibile».








