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Marta C. González vince il Premio Lagrange 2024

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«Fin da bambina, sono sempre stata affascinata dalla scienza, ma anche dal suo impatto sociale. Ho studiato fisica, ma è quando ho incontrato la comunità di ricerca sui sistemi complessi che ho sentito che tutti i pezzi del puzzle stavano andando al loro posto. Ho capito che si trattava del gruppo giusto per guidarmi attraverso i miei interessi. Sono molto onorata di ricevere questo premio, che è molto prestigioso e si rivolge agli scienziati della complessità». Commenta così a TrendSanità Marta C. González, vincitrice del Premio Lagrange 2024.

Di origine venezuelana e statunitense d’adozione, González è docente in Pianificazione urbana e regionale e in Ingegneria civile e ambientale presso l’UC Berkeley.

Il suo lavoro si concentra soprattutto sulla mobilità delle persone su scala urbana come chiave per comprendere le interazioni fra gli individui e lo spazio costruito.

«Oggi la grande sfida nel nostro ambito è governare gli effetti del cambiamento climatico nelle città: credo che la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici siano alcune delle sfide che ci terranno impegnati nei prossimi anni».

La sostenibilità delle città

«Per la pianificazione urbana e dei trasporti è utile sapere dove si trovano le persone ad ogni ora del giorno, anche per gestire meglio le infrastrutture – premette -. Questo è sempre stato fatto selezionando un campione demograficamente rappresentativo e chiedendogli che tipo di spostamenti avrebbe effettuato quel giorno. Tuttavia, è difficile prevedere gli spostamenti di un’intera città con un campione che rappresenta appena l’1% degli abitanti». 

I dati provenienti dai telefoni cellulari hanno fatto fare un passo avanti aumentando di molto il numero di dati da analizzare. «Tuttavia, anche in questo caso non si tratta di dati completi, perché a volte non si usa il telefono, oppure non si hanno tutte le informazioni di contesto».

Ed è qui che viene in aiuto la fisica statistica per costruire modelli più accurati di come le persone si muovono e combinare fonti di dati diverse. «Quando ho iniziato, queste fonti si chiamavano “non tradizionali”, perché tutti utilizzavano le survey. Adesso sono molte le ricerche che si basano su questo tipo di informazioni», sorride González.

Marta C. González

«In questo momento storico abbiamo bisogno di nuovi modelli per rendere le città più vivibili e meno inquinate – ha ricordato l’esperta durante la cerimonia di premiazione -. Nell’ambito delle scienze sociali è evidente che la disponibilità di grandi quantità di dati ha notevolmente ampliato le possibilità di studiare la società e il comportamento umano attraverso il prisma delle analisi computazionali. Questo approccio è sempre più indispensabile, poiché la società si orienta verso i dati raccolti su grande scala come complemento ai metodi tradizionali della teoria economica. Inoltre, le agenzie di policy making stanno spostando sempre di più il loro interesse su studi che lavorano con grandi volumi di dati raccolti attraverso le tecnologie digitali. È proprio in questa area che la scienza dei dati può estrarre nuova conoscenza».

Il contesto del Premio

Il Premio Lagrange è il massimo riconoscimento internazionale per la Scienza dei Sistemi complessi e dei Dati, istituito e finanziato da Fondazione CRT e coordinato da Fondazione ISI.

Il premio sostiene attivamente progetti di ricerca e iniziative di eccellenza, oltre a rafforzare il ponte tra ricerca accademica e sistema delle imprese.

«Il Premio viene assegnato dal 2008 a scienziati di fama internazionale che si sono distinti per il contributo innovativo nel declinare ai più alti livelli i principi della scienza della complessità e della scienza dei dati. Negli anni, il Premio ha voluto darsi una regola che fosse anche uno stimolo ai giovani ricercatori, ponendo un limite di età (50 anni) per il premiato», si legge sul sito dell’iniziativa.

González premiata dal segretario generale di Fondazione CRT Annapaola Venezia e dal presidente di Fondazione ISI Alessandro Vespignani

Il Premio è inserito in un Progetto più ampio, che esiste dal 2003 e che ha supportato oltre 800 giovani ricercatori, per uno stanziamento complessivo superiore ai 44 milioni di euro: per Fondazione CRT si tratta del più grande investimento in un progetto a regìa propria in ambito scientifico.

«I premi sono importanti non solo per chi li riceve, ma per restituire un’idea di scienza moderna al pubblico – commenta a TrendSanità Alessandro Vespignani, presidente della Fondazione ISI -. Spesso quello che trasmettiamo alle persone è un’idea di scienza ottocentesca: con questo premio intendiamo parlare al pubblico e alla società di un pezzo di studi e di ricerche che magari non sempre si vede, ma che è presente e ha un forte impatto. In questo senso vorrei esprimere un grande apprezzamento per il supporto della Fondazione CRT perché è difficile trovare attori che siano in grado di trasformare una visione in realtà per quasi 20 anni».

Collatina (Egualia) sulla Legge di Bilancio: «Siamo sbalorditi: riducendo il prezzo ex factory dei farmaci, aumenta il rischio di carenze» 

«Siamo profondamente sconcertati. A nulla servono gli allarmi ripetuti sull’urgenza di misure che garantiscano sostenibilità al comparto farmaceutico e creino le premesse per contrastare l’inevitabile fenomeno delle carenze. La manovra va in un’altra direzione. Lo abbiamo spiegato stamattina nel corso di un incontro con il Sottosegretario Gemmato: questa è una riduzione dei prezzi ex factory dei nostri farmaci dopo che da 3 anni stiamo sperimentando crescenti difficoltà a sostenere industrialmente tutti i farmaci critici per le terapie croniche. Se noi non saremo nelle condizioni di tenere in commercio i farmaci, a rimetterci alla fine saranno i cittadini». Questo il commento di Stefano Collatina, presidente di EGUALIA – l’associazione delle aziende produttrici di equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines – dopo un incontro urgente chiesto al Ministero della Salute sulle misure relative alla farmaceutica contenute nella Legge di Bilancio presentata dal Governo Meloni.

Nel mirino la norma della Legge di Bilancio 2025 che riduce le quote di spettanza delle aziende produttrici a favore della distribuzione intermedia

«Non solo non figura nessun intervento di alleggerimento del payback sulla farmaceutica convenzionata (1,83% sul prezzo al pubblico versato alle Regioni), più volte sollecitato da parte dei produttori dei farmaci equivalenti e biosimilari, a più basso costo, che generano risparmio per il Servizio sanitario nazionale – spiega Collatina. – Vengono invece ridotti i prezzi ex factory dei farmaci rivedendo al ribasso le quote di spettanza sul prezzo al pubblico delle aziende produttrici per i farmaci di classe A. Meno di una settimana fa, alla presentazione del Rapporto annuale di Nomisma sul settore degli equivalenti, le istituzioni hanno riconosciuto l’urgenza di intervenire ed ora ci ritroviamo a parlare di una riduzione del prezzo ex factory. Nessuno mette in dubbio le legittime istanze della distribuzione – prosegue il Presidente di Egualia – ma non possiamo accettare che tale sostegno arrivi a discapito delle nostre imprese, quelle stesse che continuano a garantire risparmi costanti all’SSN e sono rimaste spesso le uniche fornitrici di farmaci essenziali per le terapie croniche ».

«Sono misure destinate ad incidere nella carne viva delle aziende di farmaci fuori brevetto che già oggi vedono i propri margini ridotti al limite – conclude Collatina. – Di questo passo i distributori si troveranno ad avere sempre meno farmaci da distribuire. Speriamo che la politica riesca a comprenderlo ed inverta la rotta».

Spesa farmaceutica gennaio-aprile 2024: +17% per gli acquisti regionali, nuova remunerazione per le farmacie

Gli aumentati acquisti da parte delle Regioni e la nuova remunerazione delle farmacie sono gli elementi di maggiore rilievo del monitoraggio della spesa farmaceutica nei primi quattro mesi dell’anno, con la spesa per acquisti diretti effettuati dalle strutture sanitarie regionali che cresce del 17%, spinta soprattutto da farmaci ospedalieri oncologici.

«L’andamento dei dati di spesa – commenta in una nota il Presidente dell’AIFA, Robert Nisticò – conferma quanto si verifica anche negli altri Paesi avanzati, ossia la sempre maggiore incidenza dei farmaci altamente innovativi, senza alcuna alternativa terapeutica, che in Italia da soli valgono il 38,6% della spesa pubblica per i medicinali, che in Europa si prevede in crescita di 59 miliardi di dollari da qui al 2027. Certo, qualcosa in più si può fare sul piano dell’appropriatezza, definendo a livello locale percorsi di cura e controlli più efficaci per contenere il fenomeno dell’iperprescrizione. Lavoro che non compete all’AIFA, la quale attraverso la contrattazione dei prezzi tra i più bassi d’Europa e le 342 ricontrattazioni avvenute in poco più di sei mesi, fa di tutto per contenere la crescita della spesa. Crescita che resta tuttavia ineluttabile e richiederebbe un approccio non più a silos del suo controllo, in considerazione dei risparmi dei costi sociali e sanitari che l’innovazione farmaceutica sta apportando e sempre più apporterà in futuro».

Cresce del 2,3% la spesa per i farmaci venduti in farmacia

Si iniziano a registrare gli effetti sulla spesa farmaceutica convenzionata del nuovo schema di remunerazione delle farmacie introdotto a partire da marzo 2024, che interviene disancorando l’agio per il farmacista dal prezzo del medicinale e incamerando la remunerazione aggiuntiva introdotta dopo la pandemia. «Per questo motivo – spiega il Direttore Tecnico-Scientifico dell’AIFA, Pierluigi Russo – abbiamo registrato una riduzione dello 0,4% rispetto all’analogo periodo dello scorso anno della spesa convenzionata per farmaci rimborsabili, basata sul prezzo di vendita al pubblico in farmacia, in controtendenza rispetto ad un incremento della corrispondente spesa netta del +2,3% comprensiva della nuova remunerazione e tenendo conto dell’abrogazione delle scontistiche di legge negli ultimi due mesi del periodo».

I dati comunicati dalle Regioni sono ancora provvisori e oggetto di rettifiche – precisa Russo – al riguardo si registra un anomalo aumento della spesa per i ticket sulla ricetta del +9,3% rispetto all’anno precedente. Nel complesso il monitoraggio del tetto della spesa convenzionata registra nei primi 4 mesi dell’anno un avanzo di 208 milioni di euro rispetto al tetto programmato del 6,8% del Fondo Sanitario Nazionale e una spesa da tetto che cresce di 63 milioni di euro rispetto a quella registrata nel medesimo periodo nel 2023».

L’AIFA a fine maggio, in attuazione della legge finanziaria, ha riclassificato dalla fascia A ad uso ospedaliero ad A con dispensazione in farmacia i medicinali antidiabetici della categoria delle gliptine, «ma probabilmente solo con i dati di monitoraggio gennaio-luglio 2024 si inizierà a registrare l’impatto effettivo sulla spesa, in funzione delle tempistiche con le quali le diverse Regioni hanno deciso di spostare le gliptine in erogazione convenzionata», spiega Russo.

Spinta dagli acquisti regionali, nei primi 4 mesi dell’anno sale del 17% la spesa dei farmaci acquistati direttamente dalle Regioni

L’aumento della spesa per acquisti diretti da parte delle Regioni nel periodo gennaio-aprile è, in valori assoluti, pari a circa 799 milioni di euro (+17% appunto) rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente. «Tale aumento – spiega ancora Pierluigi Russo – è guidato essenzialmente dalla crescita di 828 milioni di euro degli acquisti da parte delle Regioni di medicinali a carico del SSN, equivalenti a un +18,9%, e in particolare dai farmaci di fascia H ospedalieri, prevalentemente oncologici, in aumento del 20,8%. L’aumento è controbilanciato dalla parziale riduzione del 6,8% della spesa per i farmaci innovativi fuoriusciti dall’apposito Fondo ed entrati nel computo della spesa soggetta al tetto degli acquisti diretti. Nei primi quattro mesi del 2024 la spesa sostenuta dalle Regioni per l’acquisto di medicinali di fascia C è stata invece inferiore di quasi il 13%».

«Complessivamente il monitoraggio del tetto degli acquisti diretti, coincidente con l’8,3% del Fondo Sanitario Nazionale, registra uno sfondamento di 1,47 miliardi di euro rispetto alla spesa programmata. Nei primi quattro mesi dell’anno la spesa per acquisti diretti delle Regioni registra una percentuale sul FSN dell’11,8%, in riduzione rispetto a quella precedentemente comunicata nell’ambito del monitoraggio gennaio-febbraio 2024. Incidono su questo risultato diversi elementi, tra i quali l’uscita di medicinali importanti dal Fondo farmaci innovativi, come si evince dalla riduzione del 6,8% della spesa per tali medicinali, nei primi quattro mesi del 2024 rispetto all’anno precedente», conclude Russo.

Aceti (Salutequità): «Garantire il diritto del cittadino a tempi certi per le prestazioni»

Il disegno di legge sulle liste di attesa deve parlare chiaro su un aspetto che rappresenta il suo vero punto di arrivo: è necessario dare certezza e garanzia al diritto del cittadino di accedere alle prestazioni nei tempi massimi previsti dalla norma rispettando i codici di priorità.

È necessario dare certezza e garanzia al diritto del cittadino di accedere alle prestazioni nei tempi massimi previsti dalla norma rispettando i codici di priorità

«Per farlo – ha spiegato Tonino Aceti, presidente di Salutequità, durante l’audizione al Senato nell’ambito dell’esame del Ddl sulle prestazioni sanitarie – è indispensabile dettagliare meglio il meccanismo di garanzia e rendere questo diritto effettivamente cogente. Come? Stabilendo nella legge che l’operatore CUP (il Centro Unico di Prenotazione) che prende in carico la persona deve essere responsabile dall’inizio alla fine di gestire il caso e chiuderlo nel modo previsto dalla Regione in un tempo di 48 ore. Se al momento del contatto con il cittadino il CUP non ha la capacità di dare una data rispettosa dei tempi, si prende 48 ore, si coordina con la direzione generale o altro personale dedicato della ASL e con questo analizza e trova una soluzione al problema. Se la soluzione non c’è nel servizio pubblico, si dà l’autorizzazione ad andare in libera professione intramoenia o nel privato accreditato pagando il solo ticket. Questo deve essere automatico perché il cittadino ha diritto alla prestazione, nei tempi stabiliti e non deve più assolutamente ricorrere di tasca propria al privato o rinviare se non rinunciare alla prestazione: un grande elemento di iniquità nel servizio sanitario».

L’accesso tempestivo alle cure, ha ricordato Aceti, «è uno degli obiettivi mancati oggi nel Ssn. L’Istat dice che 4,5 milioni di cittadini nel 2023 hanno rinunciato alle cure per liste d’attesa e solo poche regioni nel 2023 sono tornate dopo l’emergenza Covid a livelli più bassi del 2019 rispetto alla rinuncia alle cure. Cresce però – ha aggiunto – la spesa sanitaria privata da parte delle famiglie ed è la Corte dei conti a dirlo: nel periodo 2021-2023 si passa da 41 miliardi a 43, con un’incidenza sul PIL ormai che ha raggiunto il 2,1 per cento».

Oggi accade, ha spiegato Aceti, che il cittadino chiami il CUP, ad esempio, con un codice di priorità di 30 o 60 giorni e questo dà una data su tutta la Regione che non è rispettosa dei tempi massimi a volte anche di molti mesi. Poche Regioni si salvano da questa situazione. A questo punto il Cup inserisce il cittadino nelle cosiddette liste di garanzia: si prende nome e cognome dell’assistito con l’impegno di richiamarlo entro tre quattro giorni, che diventano spesso una settimana, anche dieci giorni, oppure non è proprio richiamato”.

«Il meccanismo non funziona – ha detto Aceti – e quando in caso richiamano, dicono spesso che la prestazione in quei tempi non c’è, si lascia il cittadino solo con la prescrizione e il problema e lì si chiude la possibilità di cura per la persona nel servizio pubblico».

Le proposte, le osservazioni e le possibili soluzioni di Salutequità nell’audizione al Senato (X Commissione) sul provvedimento

Altri  aspetti importanti delle osservazioni di Salutequità – che ha trasmesso alla Commissione una nota dettagliata nel merito –  riguardano la necessità di accelerare i tempi di applicazione della legge con l’emanazione dei decreti attuativi «perché sono tutti in ritardo rispetto alla tabella di marcia – ha aggiunto Aceti –  e questo è un elemento di criticità: quel provvedimento che, se può portare effetti, lo può fare solo se i decreti attuativi raggiungono il traguardo e lo fanno nel più breve tempo possibile».

Aceti ha poi segnalato alla Commissione la necessità di un intervento deciso sul depotenziamento del testo del decreto-legge originario nella legge di conversione sulle cosiddette “agende bloccate”.

Tonino Aceti
Tonino Aceti

«Un depotenziamento – ha spiegato – che c’è stato in fase di conversione dove una delle prerogative della piattaforma nazionale di Agenas era di individuare le cosiddette agende bloccate. Questo elemento è una criticità, un depotenziamento del provvedimento che oggi invece tornerebbe molto utile. Per questo chiediamo che nel Ddl si ridia ad Agenas la prerogativa di mappare anche le agende bloccate».

Secondo Aceti poi, ci sono aspetti da maneggiare con prudenza e mettendo paletti molto chiari per non mettere sotto pressione ancor di più i redditi delle famiglie per curarsi o lasciare indietro i più fragili. È il caso della previsione di oneri a carico degli utenti per lo svolgimento in telemedicina di prestazioni laboratoristiche, per le quali non si specifica se le stesse saranno alternative alle “prestazioni tradizionali” o aggiuntive. Nel primo caso ci troveremmo in presenza di uno spostamento inaccettabile dei costi dei LEA dal SSN alle famiglie. Così come della possibilità anche per le persone con scarse o nulle competenze digitali di potersi avvalere e concorrere al Registro delle segnalazioni, prevedendo un accesso anche telefonico ad esempio. 

Infine, va rafforzato molto il sistema di monitoraggio e «se il contrasto alle liste d’attesa è una strategia portante del Servizio Sanitario Nazionale – ha concluso – dovrà contare su risorse strutturali per il loro abbattimento». 

«Queste – propone – potrebbero essere anche trovate all’interno degli obiettivi del Piano Sanitario Nazionale (ovvero obiettivi strategici e prioritari sui quali far convergere, in accordo con le Regioni, una quota del Fondo Sanitario Nazionale) che oggi presentano più di qualche criticità, mancando da anni il Piano sanitario nazionale, all’interno del sistema stesso».

«Ho applicato l’economia e la teoria dei giochi per salvare vite con i trapianti di rene»

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I microRNA e il loro ruolo nella regolazione genica post-trascrizionale avranno implicazioni notevoli per la nostra salute nel presente e nel futuro. E mentre celebriamo ancora per queste scoperte, e per le potenzialità che hanno, i premi Nobel 2024 per la medicina appena nominati, i biologi statunitensi Victor Ambros e Gary Ruvkun, non possiamo non pensare a chi, con un premio Nobel all’economia, ha già trasformato da tempo le sue teorie in una risorsa della sanità mondiale pienamente operativa.

«Il nostro compito come economisti non è solo lavorare a come allocare al meglio risorse scarse ma, possibilmente, fare in modo che diventino meno scarse» racconta a TrendSanità Alvin Eliot Roth, in visita in Italia in occasione di un evento organizzato da Istituto Superiore di Sanità e Centro Nazionale Trapianti.

«Non dovrebbe sorprendere che un economista si occupi di trapianti d’organo. L’economia riguarda cooperazione, coordinamento e scambio» dice ancora il premio Nobel del 2012, pioniere dell’applicazione delle teorie dei giochi e dell’economia sperimentale al sistema dei trapianti. I suoi lavori hanno rivoluzionato questo ambito aprendo la strada alla possibilità di effettuare trapianti di rene incrociati tra coppie incompatibili.

Italia eccellenza internazionale

Alvin Eliot Roth

In un’analisi approfondita del sistema italiano e internazionale dei trapianti, Roth evidenzia i progressi e le sfide ancora aperte. «L’Italia ha raggiunto nel 2023 il livello più alto nella sua storia per le donazioni di organi, ma c’è ancora molto lavoro da fare per colmare il divario tra domanda e offerta, ancora una volta, un concetto economico», aggiunge con un sorriso.

Il gap tra domanda e offerta

I numeri parlano chiaro: circa 8mila persone sono ancora in attesa di un trapianto in Italia. Un numero non casuale che riflette uno squilibrio strutturale tra disponibilità di organi e necessità dei pazienti. «È qui che entrano in gioco i principi economici dello scambio – spiega Roth –. Lo scambio di reni, per esempio, permette a persone che non possono donare direttamente ai loro cari di farlo indirettamente, creando una catena di scambi con donatori compatibili».

Una intuizione da Nobel

«Esattamente 20 anni fa, nel maggio 2004, Roth pubblicava sul Quarterly Journal of Economics (la più antica rivista di studi economici degli Stati Uniti) “Kidney Exchange”, l’articolo nel quale lo studioso esponeva la sua “teoria del matching” applicandola al problema della compatibilità tra donatore e ricevente nel trapianto di rene da vivente e alla necessità di reperire un numero sufficiente di donatori per i pazienti in attesa di un organo – spiega l’ISS in un comunicato pubblicato in occasione dell’incontro -. Roth dimostrò matematicamente che, incrociando i dati immunologici di tutte le coppie in cui una persona sana vuole donare un rene a un proprio familiare ammalato ma non può farlo per assenza di compatibilità, tutti i pazienti avrebbero potuto ricevere l’organo di cui hanno bisogno. Per i suoi studi sulle allocazioni stabili, definiti dall’Accademia reale svedese “un capolavoro di ingegneria economica”, nel 2012 Roth è stato insignito del premio Nobel».

La matematica al servizio della vita

«Quello che facciamo è aiutare i chirurghi a trovare il maggior numero possibile di abbinamenti compatibili. L’idea è che ogni paziente possa ricevere un rene dal donatore compatibile di un altro paziente. Organizzare questi scambi per ottenere il massimo numero possibile di trapianti, o la migliore qualità possibile, in fin dei conti è un problema matematico» prosegue il premio Nobel. Il sistema richiede l’analisi di grandi quantità di dati sulle coppie paziente-donatore per determinare quali pazienti possono ricevere reni da quali donatori. Un puzzle complesso che la tecnologia aiuta a risolvere, ma che richiede anche una visione più ampia del problema.

La sfida europea

Roth individua una criticità significativa nell’attuale approccio europeo: «Al momento, in Europa, Paesi come l’Italia prima cercano di effettuare gli scambi tra i loro pazienti e donatori nazionali, abbinando così tutte le coppie “facili” a livello domestico. Solo successivamente, quando cercano di cooperare con altri Paesi, mostrano loro le coppie difficili da abbinare rimaste escluse». Questa strategia, secondo l’economista, è inefficiente: «È difficile abbinare tra loro coppie già di per sé difficili da abbinare. Sarebbe molto meglio se l’Europa guardasse a tutti i pazienti e i donatori insieme, per capire come organizzare al meglio gli scambi». Primi passi l’Italia in questo senso ha già iniziato a compierli aprendosi agli scambi con una prima rete di Paesi.

Una visione internazionale

Il premio Nobel porta un esempio concreto: «Scambiamo internazionalmente molte cose. In inverno riceviamo frutta dai Paesi dove è estate. Sarebbe positivo poter scambiare reni attraverso i confini nazionali, in modo che ogni paziente che necessita di un rene abbia molte opzioni tra cui scegliere». La sfida, secondo Roth, richiede un cambio di paradigma nella gestione dei programmi di donazione e trapianto. «Apprezzo enormemente il lavoro dei professionisti e dei volontari nel campo delle donazioni e dei trapianti, ma serve un approccio più integrato a livello continentale e internazionale», sottolinea.

Il futuro dei trapianti e l’economia…

La visione di Roth per il futuro è chiara: un sistema europeo integrato che permetta di ottimizzare gli scambi di organi oltre i confini nazionali, aumentando le possibilità di trovare donatori compatibili per ogni paziente. Un obiettivo ambizioso che richiede non solo innovazione tecnologica e coordinamento medico, ma anche una nuova comprensione dei meccanismi economici che possono rendere più efficiente il sistema dei trapianti. «L’economia può sembrare distante dalla medicina, ma quando si tratta di salvare vite attraverso una migliore allocazione delle risorse, i principi economici diventano strumenti preziosi al servizio della salute pubblica», conclude Roth.

Mangiacavalli (FNOPI): «Bene incremento indennità infermieristica in Legge di Bilancio»

“Esprimiamo soddisfazione per l’incremento, all’interno della legge di Bilancio 2025, dell’indennità di specificità infermieristica, che ammonta a 35 milioni di euro per il 2025 e a 285 milioni di euro a decorrere dal 2026. È una misura da tempo sostenuta dalla Federazione, che valorizza le competenze e le attività svolte dagli infermieri nel Servizio sanitario nazionale”. Lo dichiara, in una nota, Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI).

“Tali risorse, peraltro, si rendono immediatamente disponibili per gli infermieri e auspichiamo ciò avvenga anche a prescindere dalla tornata contrattuale in corso. Per questo ringraziamo il ministro Schillaci, ancora una volta attento alle istanze degli infermieri. Auspichiamo ora – conclude Mangiacavalli – che tale beneficio economico venga applicato al nuovo contratto collettivo nazionale valido per gli anni 2022-2024”.

Questo il testo dell’articolo 63 della bozza del Ddl di Bilancio (il testo integrale della manovra è visibile A QUESTO LINK)

ART. 63. (Incremento dell’indennità di specificità infermieristica

e dell’indennità di tutela del malato e per la promozione della salute)

1. Ai fini del riconoscimento e della valorizzazione delle competenze e delle specifiche attività svolte dagli infermieri dipendenti dalle aziende e dagli enti del Servizio sanitario nazionale, nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale relativa al personale del comparto sanità, gli importi dell’indennità di specificità infermieristica di cui all’articolo 104 del CCNL relativo al predetto comparto riferito al triennio 2019-2021, sono incrementati, nei limiti degli importi complessivi lordi di 35 milioni di euro per l’anno 2025 e di 285 milioni di euro annui a decorrere dal 2026. 2. Al fine di valorizzare l’apporto delle competenze e dello specifico ruolo dei dipendenti delle aziende e degli enti del Servizio sanitario nazionale appartenenti alle professioni sanitarie della riabilitazione, della prevenzione, tecnico-sanitarie e di ostetrica, alla professione di assistente sociale nonché agli operatori sociosanitari nelle attività direttamente finalizzate alla tutela del malato e alla promozione della salute, nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale relativa al personale del comparto sanità gli importi della specifica indennità di cui all’articolo 105 del CCNL relativo al predetto comparto riferito al triennio 20192021, sono incrementati nei limiti degli importi complessivi lordi, di 15 milioni di euro per l’anno 2025 e di 150 milioni di euro annui a decorrere dal 2026.

Un cortometraggio racconta la “clownterapia” e spiega perché fa bene

Noi e Nina” è un piccolo film dedicato alla clownterapia, con la regia di Evelina Manna e Sacha Ippoliti, prodotto dalla Moodyproduction, casa di produzione cinematografica con all’attivo anche altri lavori dedicati ai temi sociali, come la violenza sulle donne, l’omofobia, l’immigrazione. Scritto da Simona Sparaco, già candidata al premio Strega per “Nessuno sa di noi”, il corto è stato presentato in anteprima, durante la XIX Festa del Cinema di Roma, il 20 ottobre alla Soho House Rome.

A introdurre la storia sono le parole di Mattia, un bambino dai grandi occhi blu. È lui a raccontare come la sua mamma entri in punta di piedi nei reparti ospedalieri per far ridere i piccoli pazienti, equipaggiata da una valigia piena di strumenti magici, musicali, burattini e oggetti buffi. Ma oltre alla narrazione, il corto dà voce a chi nella vita di tutti i giorni offre una “medicina” speciale, il sorriso.

Sono gli artisti della associazione Magicaburla ets che scelgono di lavorare in contesti dove questo tipo di intrattenimento può alleviare le sofferenze. “Ho voluto fortemente realizzare questo piccolo film che, tramite la delicatezza del racconto e le testimonianze sentite dei clowndottori ed ex pazienti, descrive bene l’opera meritoria della clownterapia”, afferma Evelina Manna, produttrice e co-regista del corto. Le testimonianze. “In tutte queste foto avevo il naso rosso che mi hanno regalato i clowndottori, giocavo con quel naso rosso e addirittura lo mettevo al mio gatto”, racconta Nina, una delle voci che dà il titolo al cortometraggio. Oggi la ragazza ha 25 anni, vive a Roma ed è una studentessa di biologia informatica. Chi indossa il camice colorato, il naso da pagliaccio e in ospedale si fa chiamare dottoressa Milù è Daria Vitelli, clowndottore per Magicaburla. “Siamo le uniche figure – spiega nel corto – che possono essere rifiutate, anche se non veniamo rifiutate quasi mai”. In un altro passaggio, Daria offre la chiave per leggere l’efficacia della sua azione in ospedale: “I bambini ricoverati – dice – sono magici ed è quella magia che fa in modo che possano guarire un po’prima”.

La clownterapia si basa su prestazioni da parte dell’operatore, adeguatamente formato, che promuovono il gioco, la spontaneità̀, l’umorismo e la creatività̀, generando un’atmosfera spensierata che rilassa il bambino sia a livello fisico sia mentale. La presenza dei clowndottori nell’immediato pre-operatorio fino all’induzione dell’anestesia, l’uso di giochi e i momenti di intrattenimento sono i principali metodi non farmacologici, di approccio che hanno lo scopo di abbassare il livello di ansia del bambino. Sono numerosi gli studi scientifici che osservano l’efficacia della clownterapia.I risultati mostranocome, oltre a diminuire il disagio e la sofferenza emotiva dei bambini, la terapia del sorriso possa contribuire a ridurre anche il consumo di analgesici e sedativi.

Ridere fa bene, specie ai bambini. Si stima che il 40-83,3% della popolazione pediatrica presenti elevati livelli di ansia prima dell’induzione dell’anestesia. Se non gestita adeguatamente, proprio l’ansia può̀ portare ad un aumento dell’uso di farmaci anestetici prima e durante l’intervento, il che si associa ad un aumento delle complicanze postoperatorie come nausea, vomito, affaticamento, tachicardia o problemi respiratori. Tra i metodi non farmacologici implementati, l’umorismo terapeutico è l’approccio curativo più utilizzato per ripristinare il benessere psicosociale della persona attraverso la riduzione del dolore, della paura, dello stress e dell’ansia nei contesti ospedalieri. A livello biologico, la letteratura mostra che ridere rilassa i muscoli, aumenta l’assorbimento di ossigeno, i livelli di immunoglobulina A e inoltre stimola il sistema immunitario.

“La terapia del sorriso è un ponte tra l’esperienza dell’ospedalizzazione del bambino e il mondo colorato dell’infanzia che può servire a rendere il ricordo di quei momenti meno traumatico e più dolce. Questa è la sua forza”, spiega Cristiana De Maio, presidente di Magicaburla Ets. “Negli ultimi vent’anni, la clownterapia è diventata una presenza costante grazie anche all’impegno di chi, come noi, ogni giorno garantisce professionalità, presenza e sostegno ai bambini, ai genitori e a tutto lo staff medico e infermieristico. Auspichiamo – conclude – che il servizio di clownterapia possa essere sostenuto dalle istituzioni pubbliche e da istituti privati”.

“La terapia è molto efficace per l’attività clinica ed è una parte integrante dell’approccio terapeutico. rallegrare i pazienti e i genitori durante le procedure che possono essere più o meno invasive facilita e diminuisce il trauma del ricovero e del ricordo delle procedure effettuate, agevola infine il proseguimento del follow up in ospedale se necessario”, commenta la professoressa Elisabetta Cortis, direttore del Dipartimento di Pediatria dell’Ospedale Sant’Eugenio di Roma e Presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP) della Regione Lazio.

L’impegno di Intesa Sanpaolo Innovation Center nelle Life Sciences

Luigi Ruggerone, Senior Director di Intesa Sanpaolo Innovation Center, racconta l’evoluzione dell’istituto che dirige e le sfide per il futuro.

Il Centro nasce a Torino nel 2014 e da allora si occupa di attività di advisory e di innovazione verso le imprese clienti della banca, oltre che di ricerca in diversi settori, tra cui l’intelligenza artificiale e le Life Sciences.

In futuro l’intenzione è di spostare sempre più avanti la ricerca di frontiera del Centro, in particolare per quanto riguarda l’applicazione dell’intelligenza artificiale all’ambito sanitario.

Boom del numero verde per il dolore di SIAARTI: 1.000 chiamate in un giorno

La Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) celebra il successo del numero verde gratuito 800 624 244, lanciato ieri per supportare i pazienti affetti da dolore. Nel solo primo giorno di attività, il servizio ha già registrato oltre 1.000 chiamate, confermando l’importanza di questa iniziativa per la cittadinanza, in una situazione in cui soffrono di dolore cronico 9,8 milioni di persone in Italia.

Il numero verde, pensato non per fare diagnosi o terapia ma per fornire ai pazienti un orientamento sui centri di terapia del dolore presenti in ciascun territorio, ha dimostrato fin da subito di rispondere a un bisogno reale e urgente. Le numerose richieste di assistenza arrivate confermano la necessità di migliorare l’accesso alla terapia del dolore e di sensibilizzare il pubblico sui diritti garantiti dalla Legge 38/2010.

Il lancio del servizio ha coinciso con l’evento “Emergenza dolore: linea diretta con i pazienti”, svoltosi a Roma presso i locali del Senato. In occasione dell’evento, il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha inviato un messaggio di sostegno, sottolineando l’importanza del nuovo servizio nel migliorare la qualità della vita di chi soffre di dolore cronico: «Con la Legge n. 38 del 2010, l’Italia è stata pioniera in Europa delineando un quadro organico per garantire un’assistenza qualificata e appropriata in ambito palliativo e della terapia del dolore per il malato e la sua famiglia – ha affermato il Ministro -. Il nostro costante impegno oggi è assicurare la piena applicazione di questa legge in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale».

Antonino Giarratano, presidente di SIAARTI 2022-2024, ha ribadito l’impegno della Società nel dialogo con le istituzioni e nel promuovere un approccio multidisciplinare alla gestione del dolore: «Nell’ultimo triennio SIAARTI ha cercato il confronto con le istituzioni nella speranza di far recepire quanto contenuto nelle nostre linee guida e nelle buone pratiche cliniche, con l’obiettivo, che è quello proprio della Società, di migliorare la salute pubblica e la qualità di vita dei pazienti – ha spiegato -. Come già dimostrato nel supporto al Manifesto sociale contro la Sofferenza stilato alla fine del 2021 da SIAARTI in collaborazione con altre società scientifiche e con le associazioni dei cittadini, se da un lato siamo convinti che lo specialista di riferimento per la terapia del dolore sia l’anestesista-rianimatore-terapista del dolore, dall’altro è fuori dubbio che l’approccio al dolore dei nostri pazienti debba essere multidisciplinare e complessivo, a partire dai medici di medicina generale».

Il presidente SIAARTI ha continuato: «La terapia del dolore ha costi elevati nel trattamento delle forme più complesse, ma anche il costo sociale del dolore cronico è alto: se funzionasse, in tema di dolore, l’integrazione tra ospedale e territorio, infatti, si potrebbe risparmiare su altri capitoli nell’ambito di quei 61,9 miliardi di euro di costi sociali che il dolore cronico ha ogni anno».

«Con l’iniziativa di oggi e il lancio del numero verde sul dolore SIAARTI vuole dire ai cittadini-pazienti che siamo dalla stessa parte e, in particolare, noi anestesisti-rianimatori siamo gli specialisti di riferimento per la terapia del dolore. Vogliamo sfatare l’idea che purtroppo molti ancora hanno, per cui il dolore sia qualcosa di cui vergognarsi o una forma di debolezza – ha evidenziato Elena Bignami, futura presidente SIAARTI 2025-2027 -. Ci impegniamo a organizzare tra tre anni una nuova iniziativa pubblica, in primo luogo per vedere i risultati raggiunti a livello sociale e umano ma anche per fare un sunto dei dati raccolti e sulle necessità che si manifestano maggiormente in alcune regioni, che ci aiuteranno nella creazione di una medicina sempre più personalizzata», ha promesso.

Le problematiche legate all’accesso alla terapia del dolore sono sociali e culturali, ma anche tecnico-organizzative. «Per il buon funzionamento di una rete di terapia del dolore, occorre garantire innanzitutto il buon funzionamento dei centri che rappresentano i suoi nodi. Il centro di terapia del dolore, collocato all’interno della rete, è una unità operativa ospedaliera, le cui prestazioni in regime di ricovero ordinario devono essere identificate dal codice di disciplina n. 96 – ha spiegato Alessia Violini, Responsabile Area culturale dolore SIAARTI -. Tale Unità Operativa dovrebbe essere indipendente dai servizi di anestesia e rianimazione, sia dal punto di vista organizzativo che in termini di budget».

Anche Silvia Natoli, responsabile della Sezione SIAARTI Dolore Cronico e prossima Responsabile dell’Area culturale dolore 2025-2027, ha rimarcato la necessità di migliorare il riconoscimento della terapia del dolore nel Sistema sanitario nazionale: «Il rapporto Censis-Grünenthal ha evidenziato che secondo l’86,7% degli intervistati sarebbe importante che ci fosse uno specialista dedicato al dolore nel Sistema sanitario nazionale: ma noi anestesisti-rianimatori ci siamo già. Evidentemente i nostri pazienti non lo sanno. Sui 9,8 milioni di pazienti che soffrono di dolore cronico in Italia, solo 800.000 nei nostri centri di terapia del dolore. E gli altri chi li tratta? O perché non sono curati? Perché c’è questa dispersione? La mancanza di identità e riconoscimento della nostra disciplina e di noi anestesisti-rianimatori è ciò che dobbiamo combattere».

La giornata è stata organizzata col supporto non condizionante di Grünenthal, che si è anche impegnata nel supporto del numero verde. «È importante sottolineare il contributo dato proprio da aziende come Grünenthal che senza condizionamenti supportano le campagne di sensibilizzazione nei confronti della politica e della società civile sul tema del dolore», ha commentato il presidente Giarratano.

Il numero verde 800 624 244 continuerà a essere a disposizione dei pazienti in tutta Italia, offrendo un canale diretto e gratuito per ottenere informazioni sui propri diritti e orientamento.

Cresce la preoccupazione degli italiani per lo stato della sanità pubblica

Gli italiani sono sempre più preoccupati dalla crisi in cui versa la sanità pubblica, con la maggioranza di essi che non la ritiene più in grado di rispondere, da sola, a tutti i loro bisogni in fatto di salute. A rilevarlo è l’ultima indagine dell’Osservatorio Sanità di UniSalute, che con l’istituto di ricerca Nomisma ha interrogato in merito un campione di 1.346 persone in tutto il territorio nazionale.

Dalla rilevazione è emerso come ben 6 italiani su 10 (60%) pensino che il Servizio sanitario nazionale – allo stato attuale – non sia più sufficiente per i loro bisogni sanitari e di cura. Il dato è in aumento rispetto all’anno scorso, quando meno della metà (46%) aveva dichiarato di ritenere la sanità pubblica non più adeguata a coprire tutte le proprie esigenze. Significativo anche il calo della percentuale di persone che si dicono soddisfatte delle cure ricevute nel pubblico, scesa al 47% rispetto al 56% del 2023.

Nonostante ciò, gli italiani sono consapevoli del ruolo centrale del SSN nel sistema di welfare del Paese, e infatti uno su due (50%) dice di avere comunque ancora fiducia nella sanità pubblica, e oltre uno su tre (36%) continua a ritenerla una delle migliori al mondo. Rispetto al periodo pre-pandemia Covid-19, un intervistato su quattro (25%) nota un maggior ricorso nel pubblico ai servizi di telemedicina e teleconsulto: un sostegno da parte della tecnologia che viene visto con favore, tanto che il 61% vorrebbe un maggior uso di soluzioni tecnologiche per l’assistenza a distanza.

I tempi di erogazione delle prestazioni restano il problema principale riscontrato dagli intervistati, con il 77% che li considera eccessivi. Più di quattro su cinque (84%), inoltre, ritengono che rispetto a 5 anni fa i tempi di attesa si siano allungati, e di conseguenza puntare a ridurli (74%) e fornire maggiori disponibilità di date e orari (47%) sono i due aspetti più importanti su cui intervenire per migliorare il SSN.

Ovviamente, queste criticità sono collegate anche alla carenza di personale sanitario, con medici e infermieri sempre più spesso costretti a sopportare carichi di lavoro estenuanti. Un problema che non sfugge agli italiani: più di 3 su 4 (76%), infatti, sostengono che il numero di medici e infermieri in forze al Servizio sanitario nazionale sia inadeguato rispetto alle esigenze dei cittadini.