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L’ictus colpisce 12 milioni di persone nel mondo, ma con la prevenzione si può evitare fino al 90% dei casi

Sette milioni di persone perdono la vita ogni anno per l’ictus a livello globale, altri cinque milioni sopravvivono, il 75% con una forma di disabilità. Ma si stima che fino al 90% dei casi di ictus si potrebbero evitare, agendo sui principali fattori di rischio modificabili come  l’ipertensione o l’eccessivo consumo di sale.  A questo proposito il 49% degli uomini e il 39% delle donne nel nostro paese ha livelli di pressione arteriosa elevati la quantità media di sale di sale consumato giornalmente è pari a 9,2 grammi negli uomini e 7,1 nelle donne (quella  raccomanda dall’Oms è meno di 5 grammi al giorno), come risulta dai dati raccolti nel 2023 dall’Istituto superiore di sanità nel contesto della periodica Italian Health Examination Survey – Progetto Cuore.

Il 29 ottobre è l’occasione per sensibilizzare tutti e ovunque sull’importanza della prevenzione di questa grave patologia cerebrovascolare. La campagna della World Stroke Organization (Wso) con il claim Greater Than stroke, più forti dell’ictus quest’anno ha scelto di puntare sul potere coinvolgente dell’attività fisica per veicolare i messaggi di prevenzione dell’ictus.

Cos’è l’ictus

L’ictus è il danno cerebrale provocato dall’interruzione dell’afflusso di sangue al cervello per l’ostruzione (ictus ischemico, la forma più frequente) oppure per la rottura di un vaso sanguigno (ictus emorragico). I neuroni privati dell’ossigeno e delle sostanze nutrienti trasportate dal sangue, iniziano rapidamente a morire, di conseguenza vengono meno le funzioni controllate dalla zona interessata dal mancato afflusso ematico, e compaiono i sintomi.

I sintomi: quali sono e cosa fare. Subito.

 

L’ictus è una patologia tempo-dipendente: più rapidamente si interviene e più neuroni si possono salvare dalla morte per mancanza di sangue. L’efficacia massima si ottiene intervenendo entro 4,5-6 ore dall’esordio dei sintomi.  Che riportiamo di seguito:

  • improvvisa riduzione o perdita di motilità e di forza e improvvisi deficit sensitivi (formicolii, perdita di sensibilità) alla metà inferiore del viso (asimmetria della bocca, soprattutto quando il paziente prova a sorridere), al braccio o alla gamba di un lato del corpo;
  • improvvisa difficoltà nel parlare o nel capire altri che parlano;
  • improvvisi disturbi visivi a carico di un occhio o di entrambi;
  • improvvisa perdita di coordinazione dei movimenti, sensazione di vertigine, di sbandamento, cadute a terra;
  • improvviso mal di testa lancinante e inconsueto

In caso di comparsa di uno o più di questi segnali – è l’indicazione del Ministero della salute – chiamare immediatamente il 118 o il 112 per il trasporto urgente al Pronto Soccorso di un Ospedale dove si eseguono le cure specialistiche per l’ictus (Stroke Unit).

Prima causa di invalidità

L’ictus può colpire tutti, negli adulti è la prima causa di invalidità e la seconda di morte nel mondo. La prevalenza e l’incidenza dell’ictus aumentano con l’età, in particolare a partire dai 55 anni. Dopo i 65 l’aumento dell’incidenza è esponenziale.

La mortalità per ictus è del 20-30% a un mese dall’evento, e del 40-50% a un anno, mentre il 75% dei pazienti sopravvissuti presenta qualche forma di disabilità, che, nella metà dei casi, comporta perdita dell’autosufficienza.

A livello globale si stima che nel 2019 l’ictus abbia causato 6,55 milioni di decessi (84,2 per 100.000), risultando la seconda causa di morte dopo la cardiopatia ischemica, con una incidenza di 12,2 milioni di casi (150,8 per 100.000) e una prevalenza di 101 milioni di casi (1.240,3 per 100.000). La quinta edizione dello European Cardiovascular Disease Statistics indica l’ictus come la seconda causa di morte in Europa, con 405.000 decessi (9%) negli uomini e 583.000 (13%) decessi nelle donne.

I dati italiani

Le malattie del sistema circolatorio, che includono l’ictus (oltre alle malattie ischemiche del cuore, le malattie cerebrovascolari e le altre malattie cardiache), rappresentano la prima causa di morte in Italia con il 30,8% di tutti i decessi nel 2021 (ultimo dato di mortalità disponibile). E i decessi per le malattie cerebrovascolari rappresentano il 24,7% del totale dei decessi dovuti alle malattie del sistema circolatorio. Nel nostro paese, in linea con l’Europa e a differenza che nei paesi a basso-medio reddito, negli ultimi tre decenni si assiste a un calo del numero dei casi e della mortalità per ictus.

Negli ultimi anni nel nostro Paese si continua a registrare una riduzione dei decessi per le malattie del sistema circolatorio: il tasso di mortalità standardizzato (Eurostat 2012) si è ridotto del 12% nei 5 anni dal 2017 al 2021: dal 30,31 per 10.000 abitanti nel 2017 al 26,67 per 10.000 abitanti nel 2021.

Nello stesso periodo il tasso di mortalità delle malattie cerebrovascolari si è ridotto del 15,4% (da 7,77 a 6,57 per 10.000 abitanti).

La riduzione della mortalità per le cause cerebro e cardiovascolari, ha continuato a essere rilevata nonostante nel 2020 si sia registrato un aumento totale di circa 110mila decessi rispetto alla media degli anni 2018 e 2019, spiegato principalmente dalla mortalità per Covid-19.

Se si osserva la tendenza dagli anni ’80 fino al 2021, il tasso di mortalità delle malattie cerebrovascolari si è ridotto del 74% (75% negli uomini e 73% nelle donne).

Questa riduzione della mortalità è stata favorita dal miglioramento dell’efficacia delle misure preventive, terapeutiche e assistenziali e riabilitative di queste patologie. E dei fattori di rischio.

I principali fattori di rischio 

  • ipertensione arteriosa;
  • dislipidemie (valori aumentati di colesterolemia e/o di trigliceridemia);
  • sedentarietà/insufficiente attività fisica;
  • tabagismo (fumo e uso di altri prodotti del tabacco e con nicotina);
  • scorretta alimentazione (non equilibrata e ipercalorica, ricca di grassi, zuccheri e di sale, povera di frutta e verdure);
  • sovrappeso e obesità;
  • diabete mellito;
  • fibrillazione atriale;
  • cardiopatie (cardiopatia ischemica, cardiomiopatie, patologie delle valvole cardiache, forame ovale pervio, aneurisma del setto interatriale);
  • vasculopatie (lesioni ateromasiche dell’arco aortico, delle carotidi e dei vasi intracranici; aneurismi cerebrali)

Il Progetto Cuore dell’Iss: ipertensione e sale in eccesso

Dai dati raccolti nel 2023 dall’Iss nell’ambito della periodica Italian Health Examination Survey – Progetto Cuore condotta dall’Istituto superiore di sanità è emerso che tra i 35 e i 74 anni:

  • il livello medio di pressione arteriosa sistolica è pari a 134 mmHg negli uomini e 126 mmHg nelle donne, il 49% degli uomini e il 39% delle donne risulta avere livelli di pressione arteriosa elevati o è in trattamento farmacologico specifico (tra questi 4 uomini su 10 e 3 donne su 10 non ne sono consapevoli);
  • Il livello medio di sale consumato giornalmente è pari a 9,2 g negli uomini e 7,1 g  nelle donne (livello raccomandato dall’Oms – meno di 5 g/giorno), con il  9,5 % degli uomini e il 23,7 % delle donne a target Oms.

No alla sedentarietà, la campagna della World Stroke Organization 2024

La campagna della World Stroke Organization (Wso) con il claim Greater Than stroke, più forti dell’ictus quest’anno ha scelto di puntare sul potere coinvolgente dell’attività fisica per veicolare i messaggi di prevenzione dell’ictus.

Di seguito, alcune indicazioni e considerazioni della Wso per contrastare la sedentarietà:

  • ogni anno 1 milione di casi di ictus sono legati all’inattività fisica: con una adeguata quantità di movimento, si riduce il rischio di avere un ictus;
  • sono sufficienti 30 minuti di esercizio cinque volte alla settimana per abbattere il rischio di ictus del 25%;
  • praticare con regolarità l’esercizio fisico riduce diversi fattori di rischio, per esempio ipertensione, diabete, colesterolemia, depressione, stress;
  • è importante essere attivi anche nelle azioni di tutti i giorni come camminare e utilizzare i mezzi pubblici invece dell’auto, fare le scale invece che prendere dell’ascensore;
  • oltre a mantenersi attivi, si raccomanda a tutti di puntare ad almeno 2 ore e mezza complessive di esercizio da moderato a intenso a settimana che possono essere distribuite come si preferisce;
  • se non si è in forma o non si fa attività fisica da molto tempo, o si ha una condizione che aumenta il rischio di ictus, o se si stanno assumendo farmaci, è necessario parlare con il proprio medico prima di iniziare qualsiasi attività fisica regolare

Programma Nazionale Esiti, migliorano gli indicatori ma solo 3 ospedali su 356 raggiungono l’eccellenza

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Rompersi il femore è il terrore di ogni over 65. Un intervento tempestivo, però, effettuato entro le 48 ore, può davvero fare la differenza. E, infatti, questo è uso dei parametri con cui ogni anno AGENAS misura le performance dei nostri ospedali e gli esiti per i pazienti nel “Programma Nazionale Esiti”. I dati più recenti mostrano un quadro in miglioramento: la proporzione di pazienti anziani operati tempestivamente è salita al 59%, avvicinandosi alla soglia del 60% prevista dalle linee guida nazionali. Un balzo significativo rispetto al 53% del 2022, anche se permangono importanti disparità territoriali. Spiccano per eccellenza cinque strutture che hanno garantito l’intervento entro 48 ore per oltre il 95% dei pazienti: gli ospedali Umberto I di Siracusa, Monopoli di Bari, Sandro Pertini di Roma, S. Giovanni di Dio di Agrigento e Humanitas Gavazzeni di Bergamo.

Ma il Programma Nazionale Esiti 2024 di AGENAS presentato oggi a Roma e relativo al 2023 fotografa anche altri aspetti cruciali della sanità italiana. Gli ospedali hanno quasi completamente recuperato i livelli pre-pandemia, con quasi 8 milioni di ricoveri (+312mila rispetto al 2022). Significativi progressi si registrano nell’area cardiovascolare, dove il 59% delle strutture raggiunge standard di qualità alti o molto alti.

Nella chirurgia oncologica, i numeri rivelano luci e ombre. Per il tumore al seno, l’85% degli interventi viene effettuato in centri ad alto volume (oltre 150 operazioni l’anno), garantendo maggiore esperienza e sicurezza. Preoccupa invece la situazione del tumore al pancreas: solo 10 strutture in Italia superano i 50 interventi annui, mentre il 42% dei casi viene ancora trattato in centri con volumi bassi.

Sul fronte nascite, continua il calo: 381.766 parti nel 2023, 11.700 in meno dell’anno precedente. Un terzo dei punti nascita resta sotto la soglia minima dei 500 parti annui, mentre diminuisce lentamente il ricorso al taglio cesareo (22,7%), con marcate differenze tra Nord e Sud e tra strutture pubbliche e private.

Il quadro complessivo che emerge dal treemap AGENAS – strumento che valuta la qualità delle cure attraverso indicatori in 8 aree cliniche – mostra che nella maggioranza degli ospedali convivono aree di eccellenza e criticità. Su 950 strutture valutate, di cui 356 analizzate per almeno 6 aree cliniche, solo tre raggiungono livelli di qualità alti o molto alti in tutte le aree considerate, con tutti gli indicatori calcolati e sono: il Careggi di Firenze, l’Humanitas di Rozzano e l’azienda ospedaliera universitaria delle Marche. Il treemap permette di restituire una rappresentazione grafica sintetica della qualità delle cure, attraverso gli indicatori relativi a 8 diverse aree cliniche. Nel 2023, vengono valutate con il treemap il 70% delle strutture rispetto al 66% del 2022. Circa un terzo delle strutture è stato valutato solo per una o due aree cliniche. Le strutture non valutate con il treemap sono strutture con volumi complessivi molto bassi (in media circa 500 ricoveri).

Nessuna struttura con almeno 6 aree valutate e tutti gli indicatori calcolati per quelle aree ha una valutazione di qualità bassa o molto bassa per tutte le aree cliniche considerate. Nella stragrande maggioranza delle strutture ospedaliere convivono aree di qualità alta o molto alta con aree di qualità di livello basso o molto basso. Dati che confermano come la strada verso un’assistenza sanitaria uniformemente eccellente sia ancora lunga, ma anche come esistano centri di riferimento, non solo al Nord del Paese, capaci di garantire standard elevati, a cui guardare come modelli per un progressivo miglioramento dell’intero sistema.

«Il sistema sanitario si è lasciato alle spalle gli effetti della pandemia», diminuisce il divario tra Nord e Sud, mentre Calabria e Sicilia, per anni maglia nera fanno un balzo in avanti dal punto di vista del miglioramento dell’assistenza ai pazienti». Lo ha detto Domenico Mantoan, direttore generale dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), commentando, a margine della presentazione in corso alla sede del Cnel, i risultati del Programma nazionale esiti. I dati mostrano che il livello di attività ospedaliera «sta tornando all’epoca pre-Covid 19 e finalmente il sistema è riuscito a ripartire, lasciandosi alle spalle il triennio 2020-2022. Abbiamo eccellenze al Nord e iniziano a esserci eccellenze anche al Sud. Ci sono ospedali che non funzionano al Nord e altri che non funzionano al Sud. Quindi sta diminuendo il divario – ha detto Mantoan -. La grande sorpresa – ha precisato ancora – è la Calabria che è stata per anni maglia nera nel garantire i Livelli essenziali di assistenza e non lo è più: ha fatto notevoli balzi in avanti e addirittura ci sono ospedali con reparti di buona sanità. Un’altra regione che ha fatto un buon balzo in avanti – ha aggiunto Mantoan – è la Sicilia: si vede che l’impegno profuso sta dando i suoi risultati». L’altro dato che emerge dai risultati del Programma Nazionale esiti, ha concluso il direttore di Agenas, è che «l’autonomia regionale non è sinonimo di efficienza».

LEGGI E SCARICA IL “PROGRAMMA NAZIONALE ESITI 2024 – AGENAS”

Partenariato pubblico-privato come leva per la sostenibilità

La sostenibilità in sanità può essere potenziata tramite partenariati pubblico-privati (PPP), intesi come modelli di governance collaborativa per ottimizzare risorse limitate e generare valore per la società. Lo sottolinea a TrendSanità Veronica Vecchi, Professor of Practice, Business Government Relations, SDA Bocconi School of Management: «In questo contesto, il PPP permette di accelerare tempi di realizzazione e migliorare l’efficienza finanziaria e ambientale, coinvolgendo capitali privati e strategie di impact investing».

È essenziale un cambio culturale e una visione strategica da parte delle istituzioni per sfruttare appieno il potenziale del PPP, rendendolo una policy strutturale per il settore sanitario.

Raffaella Buzzetti è la prima donna al vertice della Società italiana di Diabetologia

È la prima donna al vertice della Società Italiana di Diabetologia che quest’anno compie 60 anni di vita. Raffaella Buzzetti, Professore Ordinario in Endocrinologia, (SSD MED13) Dipartimento di Medicina Sperimentale-Facoltà di Medicina ed Odontoiatria, Sapienza Università di Roma.

Con la sua elezione, la SID si conferma come società innovativa e si pone l’obiettivo di migliorare la gestione del diabete in Italia, con particolare attenzione al supporto delle donne. «La mia intenzione è quella di ‘tingere di rosa’ la SID, dando una nuova impronta alla nostra società – ha dichiarato la professoressa -. È fondamentale aprire la strada a molte altre donne, soprattutto giovani, che possano ambire a ruoli di leadership. Spero di essere la prima di una lunga serie».

La nuova Presidente ha evidenziato che, sebbene la prevalenza del diabete sia maggiore negli uomini, le donne tendono a trascurare la propria salute, spesso per i molteplici impegni di caregiver. «Le donne si recano meno ai controlli rispetto agli uomini e questo può portare a maggiori complicanze, esiste quindi un gap di genere nella patologia», ha aggiunto. «Dobbiamo aiutare le donne a prendersi cura di se con adeguate campagne di informazione e prevenzione».

Forte la necessità di aumentare la consapevolezza riguardo ai rischi associati alla menopausa: «Grazie ai media e all’informazione, promossa dalla SID, c’è una crescente consapevolezza nella popolazione. Ma è cruciale continuare in quest’opera di informazione per incidere e prevenire il rischio di diabete e di malattie cardiovascolari post-menopausa quando le donne perdono la protezione fornite dagli estrogeni».

Buzzetti ha messo come punto cardine dell’agenda SID quello di dare ampia diffusione all’importanza di effettuare controlli della glicemia ed analisi complete a partire dai 35 anni, evidenziando la necessità sempre più impellente di monitorare le donne a rischio o familiarità. L’auspicio è quello di lavorare per una maggiore inclusione e per una forte sensibilizzazione nel campo della diabetologia.

Un modello innovativo per la fornitura di dispositivi sanitari: al via il nuovo contratto Consip per le valvole cardiache (TAVI)

È attivo il nuovo Accordo Quadro multi-aggiudicatario per la fornitura di valvole cardiache (TAVI) per gli enti del SSN, per un valore complessivo di circa 200 milioni di euro, che mette a disposizione delle strutture sanitarie 12.260 kit per l’impianto trans-catetere di valvole cardiache tipo TAVI (sia autoespandibili sia non autoespandibili).

La novità dell’iniziativa è la possibilità per le amministrazioni di aderire utilizzando un contratto “a incentivo”, in cui il corrispettivo economico della valvola sarà correlato all’esito clinico (positivo o negativo) monitorato successivamente all’impianto.

L’iniziativa segna, dunque, il passaggio dalla logica tradizionale di ”acquisto associato a un prezzo” alla nuova impostazione della “valutazione del valore generato”, ovvero la misurazione dell’impatto della tecnologia sul singolo paziente. Un nuovo modello di acquisto che mira a migliorare la qualità dei risultati ottenuti, superando il criterio del mero risparmio sul prezzo.

La collaborazione tra Consip e la Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE) ha contribuito a definire gli esiti clinici ai quali correlare il prezzo finale della valvola, a garantire l’appropriatezza clinica e tecnologica dei dispositivi, a stabilire le caratteristiche tecniche dei prodotti, successivamente valutate da una Commissione di esperti.

Per tutto il periodo di durata dell’Accordo quadro (12 mesi), le amministrazioni potranno affidare appalti specifici (della durata di 24 mesi) ad uno o più degli operatori economici aggiudicatari, individuati in funzione della graduatoria di merito o sulla base di una decisione motivata in relazione a storia clinica e anatomia del paziente (criterio della scelta clinica).

Tutti i dispositivi offerti dai concorrenti possiedono standard di elevata qualità tecnologica e risultano in linea con i percorsi clinici e con le esigenze terapeutiche dei pazienti, condivise con la società scientifica di riferimento.

Influenza, partite le vaccinazioni: contro la sfiducia ecco il ruolo decisivo degli assistenti sanitari

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Alla scoperta delle professioni sanitarie della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP

La campagna vaccinale antinfluenzale per la stagione autunno-inverno 2024/2025, insieme a quella contro il COVID-19, è già in corso, seguendo le indicazioni ministeriali del piano di Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2024-2025 e della Circolare del Ministero della Salute n. 27825. Ma quando si parla di vaccini, non si può non parlare degli assistenti sanitari, professionisti in prima linea nella promozione della cultura della vaccinazione, sia sul territorio, sia negli ospedali. Il loro ruolo va oltre la somministrazione dei vaccini: sono coinvolti nella pianificazione e nell’organizzazione delle campagne, coordinando le attività nei vari punti di vaccinazione, dagli ambulatori territoriali agli ospedali, dai mezzi mobili alle RSA, per rendere l’accesso alla prevenzione più semplice e diffuso

Le vaccinazioni sono gratuite e puntano a garantire una maggiore copertura e protezione, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione. Una novità di quest’anno riguarda il Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2023-2025, approvato in Conferenza Stato-Regioni lo scorso agosto, che introduce un Calendario vaccinale separato, facilmente aggiornabile per rispondere a futuri scenari epidemiologici, nuove evidenze scientifiche e innovazioni biomediche, come l’introduzione di nuovi vaccini. Oltre ai vaccini antinfluenzali e contro il COVID-19, quest’anno l’immunizzazione comprende anche vaccini contro malattie rilevanti come pneumococco, herpes zoster e il Virus Respiratorio Sinciziale (RSV) per garantire una protezione più ampia e mirata per la salute pubblica.

Ne parliamo con Maria Cavallo, Presidente della Commissione di albo nazionale degli assistenti sanitari (FNO TSRM e PSTRP) che risponde alle domande di TrendSanità.

Qual è il ruolo degli assistenti sanitari nelle campagne vaccinali? Cosa fanno nello specifico e quali competenze sono richieste?

«Nelle campagne vaccinali gli assistenti sanitari svolgono tutte le attività necessarie all’offerta dei Piani vaccinali durante l’anno, la variabile è il tempo. Una campagna vaccinale in un limitato periodo di tempo deve riuscire a raggiungere il massimo della copertura nella popolazione prescelta. Sono professionisti che svolgono ruoli di pianificazione, organizzazione, gestione delle macro attività (definizione fabbisogni di prodotti, identificazione e allestimento setting operativi, comunicazione interna ed esterna), ma anche operativi e diretti nella pratica vaccinale (comunicazioni ai target, counseling, anamnesi pre-vaccinale, esecuzione, registrazione, sorveglianza post-vaccinale)».

«Le competenze richieste includono una solida conoscenza della profilassi vaccinale, delle tecniche di comunicazione efficace per promuovere la salute e conoscenza delle dinamiche sociali del territorio che possono influenzare l’adesione alle campagne, fanno già parte della preparazione universitaria base dei professionisti, possono tuttavia essere implementate attraverso master, corsi di alta formazione, corsi di approfondimento specifico della vaccinologia» spiega ancora Cavallo.

Perché è importante vaccinarsi per l’influenza?

«Perché da un paio di secoli la pratica della vaccinazione rappresenta uno dei tre strumenti di prevenzione delle malattie infettive più efficaci nella storia dell’uomo, insieme all’acqua potabile e al lavaggio delle mani. Domani, e in parte già oggi, sarà lo strumento principale di prevenzione anche di molte malattie cronico-degenerative. Vaccinarsi contro l’influenza è importante: riduce il rischio di contrarre l’influenza stagionale e le sue complicanze, che possono essere gravi, soprattutto in soggetti vulnerabili come anziani, infanti e persone con patologie croniche. La vaccinazione antinfluenzale diminuisce il tasso di ospedalizzazione e di decessi correlati all’influenza, proteggendo indirettamente anche chi non può sottoporsi a profilassi vaccinale, poiché limita la circolazione del virus nella comunità».

Nell’ultima stagione influenzale (2023-24) si è vaccinata poco più di una persona su due della popolazione target. Perché si vaccinano ancora in pochi?

«Il calo ha coinciso con la fine del periodo pandemico per COVID-19, dopo una grande campagna nazionale di vaccinazione, sospinta in modo molto direttivo, era prevedibile attendersi un momento di “rigetto”. Tuttavia, con un’efficace comunicazione e il mantenimento della relazione di fiducia, gli operatori della salute possono contribuire a un’inversione di tendenza. In alcune aree, l’accesso alla vaccinazione può essere limitato, l’assenza di campagne di sensibilizzazione mirate e di un’adeguata comunicazione del rischio da parte dei professionisti sanitari. Occorrono perseveranza, competenza e credibilità professionale. Inoltre, le ragioni della bassa adesione alla vaccinazione antinfluenzale possono essere molteplici: dalla scarsa percezione del rischio (molte persone sottovalutano la gravità dell’influenza considerandola una malattia lieve) alla disinformazione, alla sfiducia nei vaccini, spesso alimentate da false notizie e difficoltà logistiche».

Ecco una delle distorsioni informative più frequenti: se si fa il vaccino antinfluenzale ma si prende comunque l’influenza, vuol dire che il vaccino non funziona…

«Nessun vaccino garantisce la protezione efficace al 100%. I vaccini più immunogeni (ad esempio difterite e tetano) si avvicinano al 95%. Inoltre, esistono diverse variabili come l’efficienza del sistema immunitario della persona e il periodo di salute che sta vivendo, fino ad arrivare alle variabili di assorbimento dell’antigene vaccinale. Occorre considerare il tutto sull’efficacia di massa, se si riesce a immunizzare efficacemente anche solo il 60% di una popolazione si realizza comunque un effetto “protezione di gregge” o herd immunity. In particolare, per il vaccino antinfluenzale, accade che, nonostante la vaccinazione, il soggetto si possa ammalare di influenza. Questo non significa che il vaccino non funzioni. Il vaccino antinfluenzale riduce il rischio di contrarre l’influenza, ma non elimina completamente il rischio di essere infettati dal virus».

«In alcuni casi il vaccino, infatti, può non evitare del tutto la malattia, ma è in grado si prevenirne le complicanze riducendo sensibilmente la gravità del quadro clinico. È importante ricordare che il vaccino protegge dalle varianti più comuni del virus influenzale previste per la specifica stagione, ma non può coprire ogni possibile ceppo in circolazione» precisa la Presidente.

A chi è raccomandata la vaccinazione?

«Secondo la circolare del Ministero della Salute “Prevenzione e Controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2024–2025”, la vaccinazione antinfluenzale è raccomandata in particolare: a persone di età pari o superiore ai 60 anni, bambini a partire da 7 anni di vita e adulti con patologie croniche non trasmissibili (respiratorie, cardiache, renali, diabete, ecc.) e ai loro caregiver e o familiari, bambini nella fascia di età 6 mesi – 6 anni compresi, donne in un qualsiasi trimestre di gravidanza (serve a proteggere sia la madre che il bambino), operatori sanitari e personale che lavora a contatto con soggetti a rischio, residenti in strutture di lungodegenza, persone che lavorano in settori essenziali o con esposizione elevata al pubblico. Il vaccino antinfluenzale è comunque indicato per tutti i soggetti che desiderino evitare la malattia influenzale e che non abbiano specifiche controindicazioni, è necessario consultare il proprio medico di fiducia».

Perché è diffusa la convinzione che le competenze dell’infermiere siano interscambiabili con quelle dell’assistente sanitario nel campo vaccinale?

«Questa convinzione può derivare da una scarsa comprensione dei ruoli specifici delle singole professioni. Perché prevalentemente si vede l’atto della somministrazione, della inoculazione, ma a monte c’è una complessa gestione e preparazione di numerosi aspetti, il ruolo centrale di una corretta comunicazione, e il post-esecuzione non è meno rilevante, per esempio nella segnalazione dei (rari) eventi avversi. L’assistente sanitario nel percorso formativo universitario si specializza su tutti gli aspetti della vaccinologia, un cardine delle attività di prevenzione, altre professioni l’affrontano in modo limitato perché il loro “core professional” è diverso e necessitano di una formazione supplementare. Inoltre, gli assistenti sanitari hanno una formazione mirata alla prevenzione, promozione e educazione alla salute pubblica. Sono inoltre esperti nel pianificare e coordinare insieme ai medici e altri professionisti interventi di sanità pubblica e formati per migliorare l’adesione alle vaccinazioni attraverso la comunicazione attiva. Gli infermieri, invece, sono maggiormente focalizzati sugli aspetti clinici e di assistenza diretta alla persona assistita» conclude Cavallo.

Gestione integrata delle tecnologie in area critica e interoperabilità del dato: seminario ad Ancona

Si terrà venerdì 8 novembre presso la Facoltà di Ingegneria di Ancona il seminario dal titolo “Gestione integrata delle tecnologie in area critica e interoperabilità del dato”.


Organizzato dal Referente AIIC regione Marche, Mosè Carboni, l’evento vede la partecipazione, tra gli altri, di Umberto Nocco (Presidente AIIC – Associazione Italiana Ingegneri Clinici), di Alessandro Giommi (Direttore Hta, Tecnologie Biomediche e Sistemi Informativi della Agenzia Regionale Sanitaria delle Marche) e di Alessandro Preziosa (Presidente Associazione Elettromedicali e Servizi Integrati Confindustria DM).

Nelle aree critiche, cresce il bisogno di interoperabilità e integrazione tra i vari dispositivi per migliorare il monitoraggio dei parametri vitali e ottimizzare la gestione delle terapie. Gli staff clinici, sottodimensionati per la costante carenza di personale, necessitano di strumenti che permettano visibilità continua dei dati dei pazienti da molteplici postazioni e riduzione della gestione manuale e cartacea.
Alla luce della grande spinta all’investimento conseguente alla disponibilità di fondi del PNRR, si rende necessaria una gestione delle tecnologie volta a ottimizzare gli investimenti, il parco installato e la sua manutenzione.

Il seminario affronterà anche il tema dell’Intelligenza Artificiale, terminando con una sessione pratica di simulazione.

  • Per consultare il programma, clicca qui
  • Iscrizioni entro il 28 ottobre al seguente link, posti limitati!

Congresso SItI, la Prevenzione sia governata centralmente e le risorse scientifiche siano messe in rete

Penultimo giorno di incontri, presso l’Università degli Studi di Palermo, per il 57° Congresso Nazionale della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI). In programma, quest’oggi, una Sessione Plenaria dal titolo “Modelli di Interazione della Sanità pubblica con le Istituzioni nazionali e regionali”.

Nell’esplorare il rapporto tra Sanità Pubblica e Società Scientifiche sono intervenuti Americo Cicchetti, Dir. Gen. Programmazione al Ministero della Salute, Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene (SItI), Anna Teresa Palamara, Prof. Ord. Università di Roma “La Sapienza” (Facoltà di Farmacia), Giovanni Leonardi, Capo del Dip. “One Health” al Ministero della Salute e Rosa Maria Campitiello, Capo Dip. Prevenzione al Ministero della Salute.

Americo Cicchetti

«Il ruolo delle Società scientifiche a supporto della decisione tecnica di programmazione è assolutamente fondamentale – afferma il Cicchetti – Soprattutto quando si parla di Sanità pubblica abbiamo bisogno di evidenze che siano però lette nel contesto. Il ruolo della Società scientifica, a livello nazionale, è proprio questo. Non, semplicemente, riportare il dato o l’evidenza scientifica, che è assolutamente fondamentale, ma contestualizzarla e renderla fruibile alle decisioni. In particolare, per quanto ci riguarda, abbiamo bisogno di essere aiutati nella generazione di un’evidenza che favorisca l’individuazione del miglior sistema di assistenza delle risorse. Dobbiamo capire dove si annida il valore dei diversi interventi e, quando parliamo di Sanità pubblica, la Società Italiana d’Igiene è per noi un riferimento. Lo è, ad esempio, nel sistema di indicatori che contiene un numero importante di dati che riguardano proprio la Prevenzione, fra cui coperture vaccinali e screening. Riteniamo che questa collaborazione storica abbia generato e genererà sempre maggior valore».

Roberta Siliquini

«La Società Italiana d’Igiene è a disposizione delle Istituzioni per fornire tutto il supporto tecnico e scientifico possibile – dichiara Siliquini –. A loro chiediamo che la Prevenzione sia governata centralmente, con indicazioni chiare ed applicabili a tutte le Regioni, e che le molte risorse scientifiche a disposizione del Paese, vengano messe in rete. Tutto questo affinché le progettualità possano essere canalizzate in un unico filone che, con un risparmio delle risorse, possono dare risposte chiare ed utili al decisore politico».

Diabete, arriva il documento sull’utilizzo della tecnologia in gravidanza

Le nuove tecnologie al servizio del diabete stanno rivoluzionando sia il controllo della patologia che la gestione delle complicanze e la qualità della vita delle persone. Tecnologie che si rendono ancora più indispensabili in gravidanza se pensiamo che 1 bambino su 2 nato da madre con diabete di tipo1 può presentare delle complicazioni. “Tra le più frequenti l’eccessiva crescita fetale (LGA, neonati più grandi per l’età gestazionale), il maggiore ricorso alla terapia intensiva neonatale e il parto pre-termine a causa dell’aumento dei livelli di glucosio materno” spiega Veronica Resi, Coordinatrice del Gruppo di Studio Diabete e Gravidanza AMD-SID e creator della relazione del Congresso Nazionale sull’argomento. 

Il Gruppo di Studio Diabete e Gravidanza si è reso disponibile per redigere un Documento sull’utilizzo della tecnologia in gravidanza, spaziando dai sistemi di monitoraggio della glicemia alle recenti acquisizioni di sistemi integrati con i microinfusori, che possa essere di supporto per i colleghi che si occupano di gravidanza complicata da diabete. Una guida all’utilizzo dei sistemi tecnologici avanzati fornendo una linea di consenso tra esperti supportata da evidenze scientifiche che aiuti a migliorare la programmazione e la gestione della gravidanza complicata da diabete pre-gestazionale e supporti la cura del diabete gestazionale.

Maggiori parti pre-termine per chi non raggiunge i livelli ottimali di glicemia – Raggiungere gli obiettivi di HbA1c <6.5% prima della gravidanza e target glicemici stringenti durante la gravidanza ha effetti significativi: le donne con livelli superiori al target alla 13 ma settimana avevano parti pretermine nel 48% dei casi rispetto a quelle in target glicemico. Così come livelli superiori al target alla 24ma settimana, erano correlati a tassi di nascite pre-termine doppi (35,7% rispetto al 16,2%) di quelle in target. 1

Nelle donne che non godono di un controllo glicemico ottimale il rischio di un neonato LGA (più grande rispetto all’età gestazionale) è doppio rispetto a chi ottiene un buon controllo. La metà nelle donne con compenso ottimale alla 13ma settimana (14,6% contro il 26,8%) di quelle non in target e alla 24ma settimana di gestazione il 47,4% rispetto al 54,9% di quelle non in target. 1

Il controllo glicemico di una gravidanza caratterizzata da un diabete pre-gestazionale pone al diabetologo una sfida con obiettivi più rigorosi per ridurre al minimo le complicanze associate. In questo senso le tecnologie applicate al monitoraggio del glucosio rappresentano una innovazione fondamentale: lo studio CONCEPTT ha mostrato che nelle donne che utilizzavano i sistemi di monitoraggio (CGM-RT) si è osservata una riduzione degli outcome avversi neonatali. 

«Ora sappiamo che un controllo stringente precoce nel primo trimestre grazie al monitoraggio glicemico in continuo RT-CGM , nelle gestanti con diabete di tipo1 si è dimostrato in grado sia di migliorare il compenso glicemico materno che di ottenere risultati migliori per la salute del neonato, con una diminuzione delle ipoglicemie neonatali e un minore ricorso a ricoveri in terapia intensiva», prosegue Resi. 

«In questi ultimi anni, abbiamo inoltre assistito alla crescente diffusione dei sistemi di infusione insulinica (CSII o microinfusori) tra le persone con DM1, grazie al fatto che essi garantiscono un miglioramento sensibile del compenso glicemico. Tali sistemi anche tra le donne con DM1 in età fertile sono in crescente aumento e in particolare i sistemi di infusione insulinica ibridi ad ansa chiusa (HCL)», spiega Resi.

Le donne che, in caso di gravidanza, desiderano mantenere tale terapia, avendone sperimentato l’efficacia prima del concepimento si trovano di fronte al problema che purtroppo la maggior parte dei sistemi commercialmente disponibili sono off-label (fuori indicazione) in gravidanza perché i loro algoritmi non sono stati costruiti per raggiungere i target metabolici specifici per questa condizione.

«Per garantire una gravidanza sicura è fondamentale il raggiungimento di un controllo glicemico ottimale. I risultati degli studi più recenti supportano le linee guida inglesi NICE confermando l’opportunità di offrire un sistema di infusione insulinica ibrido ad ansa chiusa (HCL) a tutte le donne in gravidanza con diabete di tipo 1» sottolinea Raffaella Buzzetti, Presidente Eletto SID.

Infatti, lo studio AiDAPT ha dimostrando come le donne affette da diabete tipo 1 in terapia con HCL mantenevano un controllo glicemico adeguato 10.5% più alto rispetto al gruppo di controllo. Attualmente l’unico sistema HCL con indicazione ufficiale per l’uso in gravidanza approvato in Europa e in Italia è il CamAPS FX. «Chiaramente, i sistemi HCL hanno cambiato il panorama della cura del diabete nella popolazione non gravida. Molti studi appena usciti stanno sempre più supportando l’utilizzo di questi sistemi evidenziando un aumento sostanziale del tempo in cui i livelli di glucosio sono controllati e in target rispetto alle cure standard in tutti e tre i trimestri di gravidanza», conclude Buzzetti.

Medici e infermieri sciopereranno il 20 novembre contro le promesse non mantenute

Sigle sindacali sul piede di guerra, dopo che è stata reso pubblico il testo della manovra. «Ogni anno, puntualmente, la legge di bilancio si rivela una doccia fredda per la sanità pubblica, e quindi per i cittadini e per il personale sanitario. Quello di illudere pazienti e professionisti della salute con mirabolanti promesse per poi ritrovarsi con in mano un piatto di lenticchie è uno sport politico che non siamo più disposti ad accettare. E allo stesso modo risulta una presa in giro aumentare di 3 euro le pensioni minime e poi costringere le fasce più povere della popolazione a spendere centinaia di euro per visite mediche private, analisi, TAC e risonanze magnetiche che risultano inaccessibili nella sanità pubblica» dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED.

Dopo mesi nei quali si sono moltiplicate le richieste d’attenzione e i campanelli d’allarme per una situazione non più sostenibile, tanto per i medici che per i pazienti, anche FIMMG, FIMP, FMT, SMI, SNAMI e il SUMAI Assoprof non vedono oggi altra soluzione che avviarsi verso una protesta unitaria dei medici convenzionati con il Servizio sanitario nazionale che solidifichi e renda univoco il disagio dei professionisti già espresso dalla area della dipendenza medica e infermieristica. C’è la possibilità concreta che nei prossimi giorni tutte le OOSS dell’intersindacale convenzionata possano decidere di unirsi alla protesta dei medici dipendenti.

«Il 20 novembre, allora, medici e infermieri sciopereranno e manifesteranno a Roma perché sono stufi di proclami che, puntualmente, non hanno seguito. Fare di tutto per spingere i medici ad abbandonare la sanità pubblica rappresenta un inaccettabile voltafaccia, o il frutto di un piano ben preciso volto ad arricchire – sulle spalle dei malati – il privato, le assicurazioni, le cooperative e le multinazionali della salute», fa sapere Quici.

Il decalogo della protesta

Sono almeno dieci le ragioni che hanno spinto il sindacato a proclamare lo sciopero:

  1. Erano stati annunciati 3,7 miliardi per la sanità pubblica: il prossimo anno ne arriveranno 1,3, sufficienti a malapena a finanziare i rinnovi dei contratti del personale sanitario, lasciando dunque briciole al miglioramento dell’assistenza sanitaria offerta ai cittadini.
  2. Erano state promesse 30mila assunzioni nel Servizio sanitario nazionale, ma la legge di Bilancio non ne prevede alcuna. E senza assunzioni sarà impossibile ridurre il carico di lavoro dei dipendenti e migliorare quindi le condizioni lavorative negli ospedali, oggi inaccettabili.
  3. Erano stati previsti, nella precedente legge di Bilancio, 200 milioni per i medici dipendenti per ridurre le liste d’attesa, ma si sta lavorando per ridurre del 50% il finanziamento a favore dei medici specialisti ambulatoriali interni.
  4. Era stata assicurata la defiscalizzazione al 15% dell’indennità di specificità medica, un riconoscimento vero della peculiarità della professione. Invece non è prevista alcuna defiscalizzazione ma solo lo stanziamento di un misero finanziamento aggiuntivo che porterà nelle tasche dei medici circa 17 euro mensili. Una vera elemosina che offende tutta la categoria. 
  5. Era stata prevista la defiscalizzazione al 15% delle prestazioni aggiuntive, ma numerose aziende si rifiutano di applicarla in attesa di una circolare del MEF che non promette nulla di buono.
  6. Erano stati garantiti importanti miglioramenti sul fronte della responsabilità professionale per far lavorare i medici con maggiore tranquillità; invece, i risultati non ancora ufficiali della Commissione D’Ippolito appaiono estremamente fumosi e poco efficienti.
  7. Era stata dichiarata guerra contro i cosiddetti medici gettonisti, e invece il Governo ha proposto un Disegno di Legge che intende contrastarli attraverso il ricorso a contratti precari co.co.co.
  8. Erano state stanziate dallo Stato, negli anni passati, molte risorse in favore del personale sanitario, che tuttavia risultano ancora trattenute dalle Regioni. Non possono meravigliare, poi, le iniziative di alcune di esse che anticipano gli effetti dell’autonomia differenziata sul mercato del lavoro, elargendo premi di produzione extra contrattuali.
  9. Era stato promesso un vero finanziamento per la sanità pubblica, e invece ogni provvedimento adottato dal Governo aumenta le risorse destinate alla sanità privata, senza tenere in considerazione lo scandaloso dumping salariale tra medici del pubblico e medici dipendenti di aziende private, molti dei quali attendono il rinnovo del contratto di lavoro da 20 anni.
  10. Era stato annunciato il rispetto dei contratti di lavoro ed il rinnovo dei CCNL entro la scadenza; invece stiamo riscontrando numerose difficoltà nella corretta applicazione del CCNL 2016-2018 nelle aziende, in particolare degli articoli che riguardano l’orario di lavoro, nel tentativo di continuare a lucrare sulle ore lavorate a titolo gratuito. Al contempo siamo ancora in attesa dell’emanazione dell’atto di indirizzo necessario ad avviare le trattative per il CCNL della dirigenza medica e sanitaria 2022-24, che scadrà tra due mesi.

«Con questo scenario, non possiamo che condividere la scelta di chi decide di abbandonare la sanità pubblica. La Federazione CIMO-FESMED sarà dalla sua parte, e offrirà ogni possibile aiuto per supportare l’uscita dal SSN», conclude Quici.

Il malessere della medicina convenzionata

«A fronte di un grave disagio e di una profonda sofferenza manifestata dall’intera categoria, nella Legge di Bilancio perdura da parte dei decisori politici l’assenza di iniziative volte a stanziare risorse aggiuntive per il raggiungimento degli obiettivi di politica sanitaria. Questo, nonostante gli sforzi e le necessità rappresentate più volte dallo stesso Ministro della Salute con richieste di stanziamenti più significativi sui professionisti», aggiungono le sigle della medicina convenzionata.

Da parte dei sindacati, a tutela dei lavoratori ma anche della salute dei cittadini, si pone infatti l’imperativo di esprimere con la massima forza possibile il proprio dissenso per una Legge di Bilancio che stanzia per gli operatori della sanità risorse inadeguate, addirittura del tutto assenti per la medicina convenzionata, nonostante la riforma preveda il potenziamento della medicina territoriale – dimenticata persino in prospettiva 2026 sotto forma di possibili incentivi, detassazioni e decontribuzioni, a differenza dei dipendenti, utili a sostenere lo sforzo assistenziale prodotto dai singoli medici, che pagano in proprio i fattori di produzione o subiscono la differenza di retribuzione con i colleghi con i quali lavorano fianco a fianco tutti i giorni per 365 giorni all’anno.

Alla mancanza di risorse, per le organizzazioni sindacali della medicina generale e per la specialistica ambulatoriale, si aggiunge la beffa del finanziamento delle borse per le Scuole di Specializzazione meno richieste. Sono dimenticati investimenti sul Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale che già da anni ha un tasso di copertura delle borse tra i più bassi con una remunerazione per ogni singola borsa di studio che è inferiore alla metà di quanto previsto per le borse universitarie.

Un dato che si traduce di fatto nella scelta di disinvestire nel futuro della medicina generale e della specialistica ambulatoriale pubblica e, in assoluto, nell’assistenza primaria che il Servizio sanitario nazionale deve garantire ai cittadini, vista anche la grave carenza di medici di famiglia e di specialisti ambulatoriali che è ormai emergenza in tutta Italia.