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Regione Piemonte riapre i termini per la selezione per incarichi di direzione generale delle aziende sanitarie

La Regione Piemonte ha riaperto i termini per la partecipazione all’avviso pubblico di selezione per il conferimento di incarichi di direzione generale presso le aziende sanitarie locali, ospedaliere, ospedaliero-universitarie e presso l’Azienda Zero. «L’obiettivo della procedura – viene spiegato dal sito web della Regione – è integrare le rose di candidati idonei, come stabilito dalla Delibera della Giunta Regionale n. 9-7383 del 3 agosto 2023. Le domande possono essere presentate a partire dal 22 ottobre 2024 fino alla scadenza fissata per il 5 novembre 2024 alle ore 23:59 e devono essere inviate esclusivamente via PEC all’indirizzo personale.sanitario@cert.regione.piemonte.it».

«Possono partecipare all’avviso i candidati già iscritti nell’elenco nazionale degli idonei alla nomina a Direttore Generale delle aziende ed enti del Sistema Sanitario Nazionale, come previsto dall’art. 1 del Decreto Legislativo n. 171/2016. La procedura è gestita dal Settore Sistemi Organizzativi e Risorse Umane del SSR, sotto l’Assessorato alla Sanità e Welfare della Regione Piemonte. Per ulteriori informazioni, è possibile contattare i referenti Paolo Sarazzi, telefono 011.432.2264, email paolo.sarazzi@regione.piemonte.it, o Maria Massimino, telefono 011.432.2241, email maria.massimino@regione.piemonte.it. L’avviso completo e il testo della procedura sono disponibili nell’allegato DGR n. 21-287/2024/XII del 18 ottobre 2024. Questo avviso è rivolto a cittadini, enti pubblici, imprese, liberi professionisti e organizzazioni del terzo settore interessati a candidarsi per incarichi dirigenziali in ambito sanitario» spiega ancora la Regione Piemonte.

Nisticò (AIFA): «Per velocizzare l’accesso ai farmaci potenziare e qualificare gli organici dell’Agenzia»

«L’assenza in manovra di misure per il potenziamento e la qualificazione del personale AIFA rischia di compromettere l’efficiente funzionamento di un’Agenzia che regolamenta attraverso decisioni su prezzi e rimborsabilità dei farmaci un mercato con un valore della produzione pari a 50 miliardi di euro». Così il Presidente di AIFA, Robert Nisticò, esprime il suo rammarico per il depennamento di disposizioni che, come altre, non hanno alla fine trovato posto nel testo bollinato della Legge di Bilancio 2025, «nonostante la prossima applicazione del regolamento europeo sull’HTA comporti un maggiore impegno dei nostri organici ma anche maggiori entrate». 

«Due misure – prosegue Nisticò – sono da considerare indispensabili al buon funzionamento dell’Agenzia e alla velocizzazione delle pratiche: quella che prevede il rafforzamento degli organici per avvicinare l’AIFA agli standard delle altre Agenzie regolatorie europee che hanno quasi il doppio degli attuali 600 dipendenti  della nostra Agenzia; l’estensione del ruolo unico alla dirigenza sanitaria dell’AIFA, che significa in primo luogo impedire la fuga dei dirigenti sanitari oggi impegnati nell’Agenzia, oltre che reperirne di nuovi, visto che a fronte di incompatibilità assolute oggi non beneficiano dell’indennità di esclusività che compete invece ai medici dipendenti del SSN», spiega Nisticò.

«La nuova AIFA post-riforma – prosegue – ha in poco più di sei mesi smaltito oltre 150 dossier arretrati e velocizzato i tempi di approvazione dei nuovi farmaci che sono leggermente migliori della media europea, ma che siamo impegnati a ridurre ulteriormente per rendere più rapidamente disponibili ai cittadini i medicinali innovativi. Un’attività, che come forse è poco percepito all’esterno, l’Agenzia svolge dietro remunerazione per ciascun dossier portato a termine, che produce un avanzo economico inutilizzabile però da AIFA per migliorare la propria funzionalità. Per questo – conclude il Presidente Nisticò – l’auspicio è che le disposizioni espunte dalla manovra possano trovarvi posto in sede di conversione parlamentare».

Digitale, AI e sostenibilità: gestione di cronicità e liste d’attesa

Garantire l’erogazione delle prestazioni entro i tempi massimi di attesa previsti dai codici di priorità, cambiare passo sulla verifica e controllo dei tempi, aumentare la programmazione regionale, stanziare risorse strutturali per le liste d’attesa e per il personale e rivedere i modelli organizzativi e professionali del SSN.

È questa la ricetta di Tonino Aceti, presidente di Salutequità, per governare le liste d’attesa.

Un SSN sostenibile deve garantire l’equità di accesso e di cure: «Manca un vero sistema di stratificazione della popolazione, indispensabile per intercettarne i bisogni. In aggiunta, la responsabilità della sostenibilità ambientale del SSN è di tutti, anche delle aziende del farmaco».

Il 20% degli italiani non riceve alcun invito a fare screening e 1 su 5 rinuncia alla prevenzione per difficoltà logistiche del SSN

Il 20% degli italiani non riceve alcun invito a fare screening. E dei cittadini che vengono coinvolti, 1 su 3 ha difficoltà a partecipare i controlli e 1 su 5 rinuncia alla prevenzione a causa di orari incompatibili, liste d’attesa e difficoltà logistiche del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Sono solo 6 su 10 quelli che vengono messi in condizione di portare a termine i controlli di prevenzione.

È quanto emerge dai dati del Barometro del Patient Engagement, la prima indagine nazionale sulla percezione del coinvolgimento attivo degli italiani nel proprio percorso di cura, realizzata da Helaglobe e presentata oggi alla ASL Roma 1 con le analisi del comitato scientifico composto da Paolo Petralia, Direttore Generale ASL 4 Liguria, Caterina Rizzo, Ordinario di Igiene Generale e Applicata all’Università di Pisa – AOU Pisana, Matteo Scortichini, Ricercatore Facoltà di Economia, Valutazione Economica e HTA (EEHTA), CEIS, Università Roma “Tor Vergata”, Vito Montanaro, Consigliere AIFA e Direttore Dipartimento Salute Regione Puglia, e Alessandra Ferretti, Referente Comunicazione istituzionale Direzione Generale Cura della Persona, Salute e Welfare Regione Emilia-Romagna. A commentare i dati anche Gennaro D’Agostino, Direttore Sanitario ASL Roma 1.

«Il quadro che viene delineato dai tanti dati che abbiamo raccolto con i questionari sottoposti ad un campione di circa 3mila cittadini in tutte le Regioni, è quello di una sanità costantemente sollecitata ma che si preoccupa poco di coinvolgere i cittadini, di ascoltare le loro esigenze e di prendere in considerazione le loro proposte di miglioramento. Prescrive visite ed esami, suggerisce screening, ma poi in molti casi abbandona il paziente a sé stesso senza metterlo in condizione di seguire quelle indicazioni», dice Davide Cafiero, managing director di Helaglobe.

Nella ricerca spicca l’87% dei cittadini che afferma di non essere mai stato coinvolto in indagini sulla qualità del servizio di ospedali o di strutture sanitarie o in gruppi di lavoro specifici per progettare e migliorare tali servizi. Questo, a fronte di un 35% che ha trovato difficile o molto difficile prenotare esami o visite. E anche a livello di singoli professionisti sanitari si rispecchia questa mancanza di partecipazione con il 22% dei pazienti che dichiara di non venire mai coinvolto dal proprio medico nelle decisioni sulla propria salute e un 40% che viene coinvolto saltuariamente, nonostante da parte di quasi tutti i cittadini ci sia il desiderio di partecipare ed essere ingaggiato nelle scelte pur rispettando le scelte effettuate dai camici bianchi.

«Coinvolgere i pazienti non è solo una questione etica, ma è fondamentale per l’efficienza del sistema sanitario. Quando i pazienti sono informati, educati e coinvolti attivamente nelle decisioni terapeutiche, il tasso di adesione alle terapie e il rispetto delle prescrizioni migliorano sensibilmente riducendo ricoveri e accessi al pronto soccorso», afferma Matteo Scortichini, Ricercatore Facoltà di Economia, Valutazione Economica e HTA (EEHTA), CEIS, Università Roma “Tor Vergata”.

«Le difficoltà organizzative segnalate dall’indagine così come la gestione del tempo e gli impegni personali, evidenziano la necessità di rivedere i modelli di erogazione degli screening prevedendo la possibilità di organizzare appuntamenti flessibili in luoghi prossimi al domicilio o al lavoro della popolazione target, promuovere campagne informative più efficaci e assicurare una comunicazione diretta con gli utenti per migliorare la partecipazione» commenta Caterina Rizzo, Professore Ordinario di Igiene Generale e Applicata Università di Pisa – Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana.

«Ascoltare, per chi deve elaborare strategie di governo dell’offerta sanitaria, significa avere un canale sempre aperto con i cittadini e coinvolgere nei tavoli tecnici i rappresentanti delle associazioni di pazienti. Informare, nel Terzo Millennio, vuol dire utilizzare anche web, social e tutti gli strumenti che l’evoluzione del digitale mette a nostra disposizione» spiega Vito Montanaro, Consigliere d’amministrazione dell’Aifa e direttore del Dipartimento Salute della Regione Puglia.

«Tre azioni per coinvolgere meglio i pazienti nella sanità: primo, un’azione di educazione sanitaria nei confronti del grande pubblico, che trasmetta in modo coinvolgente, attraverso la scuola e i canali dell’informazione, processi, dubbi, successi e fallimenti della scienza. Secondo, un potenziamento della preparazione sul Patient Engagement alla Facoltà di Medicina e Chirurgia e Infermieristica e una formazione continua degli operatori sanitari. Terzo, l’assunzione di una prospettiva “di complessità” da parte di tutti gli agenti coinvolti, i quali siano consapevoli che il valore aggiunto del sistema viene dall’interazione delle sue componenti ancora prima che dal contributo delle sue componenti prese singolarmente» propone Alessandra Ferretti, Referente Comunicazione istituzionale Direzione Generale Cura della Persona, Salute e Welfare Regione Emilia-Romagna.

«Il digitale rappresenta certamente uno dei driver di trasformazione dell’intero ecosistema salute. Resta chiaro che questo strumento deve però coniugarsi con l’obiettivo di ingaggio dei cittadini a riorientare ogni aspetto gestionale-organizzativo verso la centralità della persona che poi è, il vero motore di cambiamento dell’intero sistema salute. Il Patient Engagement è certamente la coordinata dentro la quale ritrovare consapevolezza e responsabilità del cittadino, inteso come “cittadino – paziente”, perché è evidente che il suo esserci significa esserci in maniera matura ed in maniera informata» riflette Paolo Petralia, Direttore Generale ASL 4 Liguria.

Regioni: per fare ricerca al meglio creare luoghi di confronto e formazione congiunti

Si è svolto il 28 ottobre in SDA BOCCONI l’evento “La governance regionale della ricerca sanitaria” organizzato da CERGAS SDA Bocconi e Centro Studi Interaziendale di Management Sanitario (CESIM) del Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione AOU AL ASL AL (DAIRI), con il contributo della fondazione CRA.

Si è trattato di un’occasione per riflettere sui diversi modelli di governance della ricerca sanitaria adottati nelle regioni italiane e per confrontarsi sull’impatto che tali modelli hanno per le attività di ricerca. L’incontro ha visto un confronto tra i referenti della ricerca delle regioni Emilia-Romagna, Veneto, Lazio, Lombardia e Piemonte con la partecipazione delle professoresse Valeria Tozzi e Amelia Compagni di CERGAS SDA Bocconi, il centro di ricerca multidisciplinare sul management sanitario che si occupa di comprendere come funzionano i sistemi di welfare a livello micro e macro e di come migliorarli, del dottor Nicora, Direttore Generale Fondazione IRCCS INT Milano e Vice Presidente di FIASO, e della dottoressa Rossetti di FISM, Federazione delle Società Medico-Scientifiche Italiane.

La professoressa Tozzi ha avviato il dibattito illustrando come i Sistemi Sanitari Regionali organizzano in modo differenziato le funzioni di ricerca, didattica e assistenza che si sviluppano all’interno delle loro strutture di offerta, a prescindere dalla natura istituzionale delle Aziende Sanitarie. Alcuni contributi in letteratura (Ioannidis, J. P., 2016; Moher, D., et al. 2016; Tunis, S. R., et al. 2003) evidenziano che oggi, a livello globale, la maggior parte delle risorse investite nella ricerca non migliora l’assistenza sanitaria né la salute delle popolazioni, per via degli sprechi e della cattiva gestione delle attività di ricerca e studio. Lo spreco di risorse, oltre a scoraggiare investimenti privati e disperdere fondi pubblici, produce anche un danno in termini di salute per i pazienti, incrociando le questioni economiche con quelle etiche. Il tema dello spreco delle ricorse è riconducibile a: assenza di strategie integrate tra i diversi soggetti con conseguente incapacità di attribuire priorità alle aree di intervento e di studio; scarsa o assente organizzazione delle attività nelle strutture coinvolte nelle attività di ricerca; difficoltà a conciliare progetti di ricerca e fonti di finanziamento pubbliche e private.

Maurizia Rolli, Direttrice del Settore Innovazione nei Servizi Sociali e Sanitari della Regione Emilia Romagna, ha presentato nel dettaglio l’esperienza dell’Emilia Romagna, la regione che nel corso degli anni ha maggiormente istituzionalizzato il coordinamento della ricerca sanitaria a livello regionale. La relazione della dottoressa Rolli ha messo in evidenza come la capacità di fare rete e sistema, anche con le aziende del territorio, sia un punto essenziale di una governance di successo per la ricerca sanitaria, ma ha anche indicato come l’ascolto dei fabbisogni sia un altro elemento essenziale per la costruzione di una infrastruttura efficiente e utile alle aziende sanitarie.

Roberto Poscia, Direttore Unità di Ricerca Clinica & Clinical Competence del Policlinico Umberto I, ha focalizzato in suo intervento sulle problematiche dei Comitati Etici Territoriali, un organismo essenziale per la promozione della ricerca e riorganizzato da una recente normativa, ma ancora, per molti versi, da migliorare soprattutto per garantire una maggiore uniformità e standardizzazione dei processi di sottomissione dei progetti di ricerca.

Antonio Maritati, UO Commissione Salute e Relazioni socio-sanitarie della Regione Veneto, ha descritto la struttura organizzativa veneta che ha nel Consorzio per la Ricerca Sanitaria – CORIS il suo principale motore. Il Consorzio è una realtà senza scopo di lucro istituita e finanziata dalla Regione Veneto che si propone di promuovere, incrementare e sostenere la ricerca scientifica in senso lato, sia essa di base, traslazionale o clinica, in ambito sanitario e socio-sanitario. Dal 2016 l’attività del Consorzio allarga il proprio ambito di operatività a tutta la ricerca sanitaria e socio-sanitaria, concretizzandosi in particolare nella raccolta di fondi (pubblici e privati) da destinare al finanziamento di progetti di ricerca, ma gestendo anche direttamente progetti di ricerca che portano miglioramenti significativi in materia di prolungamento della sopravvivenza degli organi umani trapiantati e di nuovi farmaci immunosoppressori, raggiungendo notevoli risultati anche a livello internazionale con progetti sullo xenotrapianto.

Antonio Maconi, Direttore del Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione della Regione Piemonte (DAIRI-R) e Marta Betti, Coordinatore attività DAIRI-R, hanno illustrato l’esperienza del Piemonte che nel giro di alcuni anni si è dato una struttura di governance della ricerca che sta già portando i suoi primi risultati in termini di incremento dei progetti avviati, di creazione di network e di aumento di consapevolezza istituzionale sulle attività di ricerca svolte in Regione. L’incontro in Bocconi, infatti, ha fatto seguito proprio a una tavola rotonda che si è svolta il 17 settembre al 24° piano del grattacielo Piemonte a Torino, grazie alla disponibilità dell’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte Federico Riboldi, che ha visto la partecipazione di Carlo Nicora, Vice Presidente FIASO e Direttore Generale della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori, Adriano Leli, Direttore Generale Azienda Zero, Franco Ripa, Responsabile Settore Programmazione dei servizi sanitari della Regione Piemonte, Valeria Tozzi, Associate Professor of Practice of Government Health and Not for Profit Division presso la SDA Bocconi School of Management e Direttore Master EMMAS Bocconi, e Antonio Maconi, Direttore DAIRI-R, e durante la quale si è fatto il punto sulle prospettive dell’organizzazione della ricerca in regione con l’obiettivo di avviare un dibattito istituzionale sul tema e potenziare in tempi rapidi un sistema di ricerca in grado di valorizzare le esperienze piemontesi.

Dalla tavola rotonda che ha concluso l’incontro in SDA BOCCONI è emerso come sia importante creare un luogo di confronto, un’iniziativa stabile di formazione e analisi, che consenta agli attori regionali che supportano la ricerca di condividere esperienze e risultati anche considerando che, al momento, a livello nazionale non sono ancora emerse sul tema indicazioni ben definite e, a livello locale, risulta che le regioni che stanno affrontando in modo organico questa tematica siano ancora una solo una minoranza. La discussione ha pertanto prospettato l’avvio di un dibattito istituzionale sul tema che prevede la costruzione di una rete di soggetti coinvolta attivamente da una agenda di ricerca e analisi.

In sintesi, dall’evento del 28 ottobre emerge che la funzione di ricerca, da anni riconosciuta e prevista dal punto di vista normativo, grazie all’iniziativa di alcuni attori regionali e nazionali si sta in questi anni configurando come un elemento presente anche nelle strutture organizzative regionali e sempre più si configura come un fenomeno emergente e degno di maggiore attenzione e analisi.

La digitalizzazione a supporto degli obiettivi di sanità pubblica

Se la visione americana raccontata di Agostino Sibillo, inventore del Cloud computing system e fondatore di Spychatter, a Walter Ricciardi, Prof. Igiene presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, nel corso del primo giorno del 57° Congresso Nazionale SItI sembrava davvero lontana, nell’ultima giornata di congresso sono state presentate una serie di situazioni concrete da cui si evince che la Sanità Pubblica si sta davvero preparando anche in Italia alla trasformazione digitale.

Nel corso della Plenaria su “La digitalizzazione a supporto degli obiettivi di Sanità Pubblica: governare l’innovazione tecnologica verso il miglior modello di prevenzione” è stata analizzata la digital health prevention dalla normativa alla reale messa in pratica. Con la moderazione di Gabriele Pelissero, Prof. Emerito Università degli Studi di Pavia, di Tancredi Lo Presti, Coordinatore Consulta Specializzandi SItI e gli interventi di Giuseppina Lo Moro, Ricercatrice presso il Dip. Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche presso l’Università degli Studi di Torino, di Anna Odone, Ord. Igiene Università di Pavia, di Stefania Boccia, Ord. Igiene Università Cattolica di Roma e Vice Direttore Scientifico IRCCS Gemelli, di Walter Mazzucco, Ord. Igiene presso Università di Palermo, e di Antonio Ferro, Direttore Generale APSS Trento, è emerso che l’Italia è partita con un gap infrastrutturale da colmare dal punto di vista della digitalizzazione dei sistemi informativi e dei dati sanitari ma, con i fondi del PNRR, si stanno facendo grandi passi grazie a diversi progetti in corso.

«Nell’ambito della Digital Health Prevention stanno sorgendo – racconta Walter Mazzucco, Ordinario di Igiene Università di Palermo e Segretario Generale SItI – una serie di iniziative che stanno portando alla nascita di centri di performance computing (HPC) – che potranno federarsi al Supercomputer di Leonardo – in grado di far fare un salto innovativo di qualità nell’ambito della Sanità Pubblica».

«Questi interventi – continua Mazzucco – consentiranno, entro il 2026, non soltanto di raccogliere grandi moli di dati, ma anche di creare delle reti che potranno restituire in maniera capillare l’esito di queste analisi sia sotto forma di interventi di prevenzione mirati su specifici target della popolazione, che facilitando l’adesione ai percorsi di prevenzione,grazie all’utilizzo e all’implementazione di tecnologie digitali (piattaforme software di interoperabilità, dispositivi e sensoristica per la raccolta di dati)».

«Fra queste iniziative – aggiunge Mazzucco – rientra il progetto “Digital Life Long Prevention – DARE”, curato da una Fondazione, che coordina 28 Partner pubblici e privati, che stanno lavorando alla interoperabilità del dato, a partire dalla valorizzazione di dati già esistenti, oltre che allo sviluppo di tecnologie digitali a supporti di percorsi di prevenzione innovativi. Uno dei centri HPC, policentrico e diffuso, sarà realizzato in Sicilia, con capofila l’Università degli Studi di Palermo, in collegamento con l’ARPA Sicilia, l’Università KORE di Enna e i Policlinici Universitari di Catania e Palermo. Tra gli obiettivi, quello di realizzare una interoperabilità tra i Registri Tumori e i dati sul monitoraggio degli inquinanti ambientali per avviarli ad analisi di intelligenza artificiale».

Alcuni dei progetti già avviati sono stati illustrati, nell’ambito del Congresso Nazionale SItI, da Stefania Boccia, Prof. Ordinario Igiene presso Università Cattolica di Roma e Vice Dir. Scient. IRCCS Gemelli: «All’interno del progetto finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca “Digital Long Life Prevention – DARE”, – racconta l’esperta – l’idea è quella di sfruttare al massimo la raccolta dei dati sia da parte dei cittadini sani che di pazienti al fine di identificare quelli che sono i bisogni maggiori della popolazione su cui intervenire per migliorare il relativo stato di salute».

All’interno del progetto DARE vi sono inoltre vari progetti “pilota” che stanno sperimentando alcune potenzialità dell’uso di App per monitorare a distanza pazienti con morbo di Parkinson e dei loro care giver (es. monitorare l’andamento della malattia da parte del medico con poche domande da compilare settimanalmente, monitorare la mobilità del paziente, e l’assunzione del farmaco in questione). E ancora altre applicazioni che permettono di verificare l’idoneità di un’abitazione al momento della dimissione di un paziente fragile per mappare i rischi cadute (es. rimozione tappeti e barriere architettoniche ecc) velocizzando così i tempi di dimissione es. dopo interventi chirurgici ortopedici.

Questi strumenti digitali, quindi, offrono un’utilità pratica e quotidiana, raccogliendo dati e fornendo feedback, non solo alle persone sane, ma anche al malato. Informazioni molto utili per cercare, in qualche modo, di monitorare i relativi stati di salute. «Vi sono diversi progetti pilota che si realizzano all’interno del Policlinico Gemelli dell’Università Cattolica di Roma supportati dal finanziamento di DARE – conclude Boccia -. Uno di questi, ad esempio, usa algoritmi predittivi di rischio di malattia cardiovascolare in persone sane basato sulla conoscenza delle varianti genetiche comuni ereditate da ciascun individuo (si chiama rischio poligenico). Per ora si tratta di un uso limitato alla ricerca, ma l’ambizione è che una volta conosciuto anche il proprio rischio di base (non modificabile), i soggetti con rischio particolarmente elevato possano motivarsi maggiormente a migliorare i propri stili di vita (es. smettere di fumare, essere più attivi, alimentarsi meglio ecc.».

Giornata Mondiale della Psoriasi: una sfida sociale

«Far comprendere che la psoriasi non è solo una malattia della pelle, ma una patologia a 360 gradi che ha un impatto significativo sulla qualità di vita delle persone. Si tratta di una malattia dalla quale non si guarisce, che può essere invalidante nei casi più severi e che molto spesso sfocia nell’isolamento sociale. L’impegno di APIAFCO è costante tutti i giorni ma oggi è sicuramente l’occasione per individuare e confrontarci sugli obbiettivi urgenti che possano porre rimedio ai bisogni non ancora soddisfatti dei pazienti». Per Valeria Corazza, Presidente dell’Associazione Psoriasici Italiani Amici Fondazione Corazza ETS, deve essere questo il senso autentico della conferenza stampa che si è tenuta a Roma, il 29 ottobre in Senato, su iniziativa del senatore Guido Quintino Liris, che ha introdotto i lavori celebrativi della Giornata Mondiale della Psoriasi con questa dichiarazione: «Sono orgoglioso di aver depositato, in occasione della Giornata Mondiale della Psoriasi, un disegno di legge a mia prima firma per fa si che questa malattia sia riconosciuta tra le patologie croniche».

All’evento – che già nel titolo mette in evidenza il focus sulla “sfida sociale” posta in essere dalla malattia – oltre alla Presidente APIAFCO Valeria Corazza, hanno preso parte Clara De Simone (professore associato di Dermatologia, Policlinico A. Gemelli, Roma), Viviana Lora (Dirigente medico ambulatorio psoriasi Istituto dermatologico San Gallicano, Roma e rappresentante di Adoi Associazione dermatologici venereologi ospedalieri italiani) e Sabrina Nardi (fondatrice e consigliera Salutequità).

L’obiettivo dell’iniziativa è di elevare la sensibilità politica, istituzionale e sociale verso una malattia che, pur colpendo in Italia circa 1,8 milioni di persone (di cui 250 mila in forma severa), appare ancora sottovalutata e non attenzionata dalle Istituzioni. La psoriasi espone inoltre al rischio di molteplici comorbidità: le malattie infiammatorie croniche intestinali, le malattie metaboliche (diabete e obesità) e quelle cardiovascolari, oltre al pesantissimo impatto sulla sfera psicologica: i dati indicano che il 26% dei pazienti soffre di 1 comorbidità associata alla psoriasi, il 24% di 2 e il 19% di 3, e che almeno il 30% sviluppa l’artrite psoriasica.

Nel merito Viviana Lora, Dirigente medico ambulatorio psoriasi Istituto dermatologico San Gallicano, Roma e rappresentante di Adoi, commenta «È cruciale che i pazienti psoriasici, affetti da una malattia che coinvolge l’intero organismo, siano seguiti da professionisti altamente specializzati che conoscono a fondo la patologia. È attraverso un approccio integrato e un percorso di cura condiviso che il medico può prendersi in carico il paziente a tutto tondo, garantendo un supporto completo e mirato». Concorda con l’approccio sistemico anche Clara De Simone, che precisa: «Le problematiche di questi pazienti non sono soltanto legate agli effetti fisici e psicologici dovuti alla malattia cutanea, pertanto è opportuno prevedere l’intervento di professionalità sanitarie differenti che possano disegnare e seguire un opportuno percorso terapeutico per una gestione ottimale della cura».

Aspetto centrale della conferenza, moderata da Gaia De Scalzi, sono state le testimonianze di chi ogni giorno si impegna per supportare chi convive tutti i giorni con questa patologia, per rendere evidenti le sfide quotidiane di chi ne è affetto e l’inevitabile peso sociale e sanitario.

Nel corso del dibattito sono stati espressi obiettivi del tutto coincidenti con le azioni di tutela dei cittadini psoriasici, soprattutto in termini di diritto alla salute e qualità di vita, intraprese da APIAFCO, costantemente in dialogo con le istituzioni regionali e nazionali per ottenere l’inserimento della patologia nel Piano nazionale di cronicità, l’adozione dei Percorsi diagnostici terapeutici assistenziali (PDTA), che assegnano concretezza alla presa in carico multidisciplinare del paziente e l’aggiornamento dei LEA, in particolare l’estensione del codice 045 a tutte le forme di psoriasi severa. 

A ciò si aggiungono le azioni di  empowerment e awareness, per rendere il cittadino psoriasico sempre più informato e consapevole circa i percorsi e gli strumenti utili per tenere sotto controllo questa patologia dalla quale non si guarisce mai.

Sabrina Nardi sottolinea l’impronta istituzionale delle azioni da attuare in supporto alla gestione della malattia psoriasica: «Da anni insieme ad APIAFCO ed alle società scientifiche chiediamo il riconoscimento della psoriasi nel Piano Nazionale Cronicità (PNC), una necessità che grazie alle evidenze e al lavoro che abbiamo fatto insieme ha portato nelle scorse settimane la Commissione Salute delle Regioni ad inviare un parere scritto al Ministero della Salute per chiederne l’inserimento nella bozza di aggiornamento in discussione. L’ultimo miglio ora resta al Ministero della Salute che ha l’opportunità di mostrarsi altrettanto attento e sensibile a questa istanza. La mancata programmazione nazionale ha portato a percorsi tortuosi e a consultare fino a 4 diversi specialisti prima di giungere al centro giusto, all’assenza di PDTA (percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali) Regionali e ad iniziative sparse di livello aziendale, intraprese però prima dell’introduzione del DM 77 e dell’introduzione degli strumenti di telemedicina. Attraverso il PNC e la definizione di reti dermatologiche si potrebbe cambiare la situazione attuale».

Il senatore Guido Liris chiude con un impegno: «La psoriasi rappresenta una delle maggiori sfide per la salute pubblica, colpisce non solo la pelle ma incide profondamente sulla qualità della vita dei pazienti. È essenziale che le istituzioni, il sistema sanitario e la società civile comprendano l’impatto devastante che questa malattia sistemica ha non solo a livello fisico, ma anche psicologico e sociale. Per garantire il pieno diritto alla salute per le persone che ne soffrono è necessario includere la Psoriasi nel Piano Nazionale Cronicità e lavorare per migliorare la cura e la presa in carico dei pazienti a livello territoriale, anche sfruttando la potenzialità delle tecnologie digitali che possono rappresentare una possibile soluzione per risolvere il problema delle liste d’attesa e per migliorare la capacità degli specialisti di dare risposta alla grande richiesta di salute, oltre che per l’ efficientamento del Sistema Sanitario Nazionale».

“Care for Caring”, la prevenzione del tumore al seno conquista le giovani poliziotte

Oltre 1400 le donne raggiunte in soli due mesi e, a 2 giorni dalla chiusura del progetto (31 ottobre), circa 500 le ore messe a disposizione dal personale medico e oltre 600 le visite mediche eseguite e gli incontri di counseling. Ma soprattutto, successo di adesioni fra le più giovani. Sono questi i risultati di “Care for Caring – Ambasciatrici della Prevenzione”, www.careforcaring.it,il progetto di sensibilizzazione sull’importanza della prevenzione del tumore al seno, rivolto alle donne in forza alla Polizia di Stato, che sono stati illustrati oggi al Ministero della Salute, presso l’Auditorium Cosimo Piccinno.

L’iniziativa, ideata e coordinata da Ladies First, ha coinvolto il personale medico specialistico di quattro strutture, Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna Sant’Orsola-Malpighi, Spedali Civili di Brescia e AUSL di Piacenza. Le attuali fasce di popolazione sottoposte a controllo mammografico sono quelle tra i 45 e i 49 anni (una volta all’anno) e tra i 50 e i 74 anni (ogni due anni), attraverso i programmi di screening gratuiti previsti dalle Regioni.

“La campagna promossa dalla Polizia di Stato ha in sé un valore essenziale, quello della prevenzione. – ha commentato il Sottosegretario di Stato per la Salute, On. Marcello Gemmato nel corso dell’evento al Ministero. – I dati ci raccontano che andiamo incontro alla cronicizzazione del tumore alla mammella per le donne. L’88% delle donne nei cinque anni successivi la conclamazione e la presa in carico sostanzialmente guariscono. Siamo una best practice nella cura del tumore alla mammella, ma insieme a questo si rilancia il tema essenziale della prevenzione: oggi il Ministero spende circa il 95% in cura e soltanto il 5% in prevenzione. Se riuscissimo a controbilanciare questi importi, cureremmo meglio gli italiani facendo in modo che eventuali patologie non si conclamino e dall’altro lato renderemmo sostenibile il nostro Ssn. Plaudo personalmente alla Polizia di Stato perché questo esperimento che coinvolge diversi capoluoghi dà il segno di come anche componenti importanti come la Polizia si pongano il problema della prevenzione. Per questo mi auguro che l’iniziativa prosegua nel 2025 e in tal senso do il mio sostegno, aiutando così quel 12% di donne che non diagnosticano per tempo la patologia.”

“La campagna Care for Caring – Ambasciatrici della prevenzione è un’iniziativa lodevole sotto molti punti di vista. In primo luogo, perché accende l’attenzione sul tema della prevenzione, elemento primario per la salute individuale e di comunità, che sappiamo essere un fattore decisivo soprattutto in ambito oncologico” – ha aggiunto l’On. Simona Loizzo, Componente della XII Commissione (Affari Sociali) alla Camera dei deputati – “Inoltre, la campagna ha coinvolto moltissime giovani donne in forza alla Polizia di Stato, che quindi ora potranno diventare loro stesse “ambasciatrici della prevenzione”, diffondendo i valori che son stati trasmessi loro durante le visite e il counseling. Infine, penso che questo progetto sia un esempio virtuoso di collaborazione tra le Istituzioni, la Comunità Scientifica e l’industria, e spero che possa essere un modello per iniziative future. In qualità di Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulle Nuove Frontiere Terapeutiche nei Tumori della Mammella – ha concluso l’On. Loizzo – sono dunque molto orgogliosa di aprire l’evento conclusivo di presentazione dei risultati della campagna Care for Caring”.

La novità dell’iniziativa consiste nel focalizzare l’attenzione sulla prevenzione del tumore al seno già partendo dalla fascia di età tra i 20 e i 44 anni. Lo si è fatto mettendo a disposizione un controllo clinico senologico ed ecografico, che ha offerto l’opportunità di promuovere la cultura della prevenzione all’interno della Polizia di Stato, affinché il prendersi cura della propria salute possa riflettersi in una sempre più efficace offerta di sicurezza alla collettività. Alla fascia di popolazione femminile tra i 45 e i 60 anni, sono state messe a disposizione brevi sessioni di counseling educazionale a cura di medici specialisti, sull’importanza di sottoporsi ai controlli mammografici previsti dalle Regioni, eseguire l’autopalpazione, seguire stili di vita sani.

L’evento è stato aperto dal Sottosegretario di Stato per la Salute, On. Marcello Gemmato e dalla promotrice dell’evento On. Simona Loizzo, Presidente Intergruppo Nuove Frontiere Terapeutiche nei Tumori della Mammella, XII Commissione Affari Sociali e Sanità, Camera dei deputati. Il progetto ha avuto il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e Fondazione AIOM e tra gli interventi del mondo scientifico, quello del Presidente AIOM, Società Scientifica di riferimento in oncologia, Francesco Perrone.

“Diagnosticare un cancro a uno stadio precoce significa raggiungere livelli di sopravvivenza superiori al 95%. Quindi la prevenzione primaria è il modo ottimale per salvare vite e ridurre i costi sanitari”, dichiara il Professor Giuseppe Curigliano, Presidente della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) e Vicedirettore Scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano. “Sovrappeso o obesità, fumo, eccessivo consumo di alcolici, sedentarietà, alimentazione non corretta sono fattori di rischio noti, insieme alla familiarità: chi ha parenti di primo grado (madri, nonne, zie, sorelle) che hanno sviluppato un carcinoma mammario corre più pericoli. Bene che ci siano iniziative come questa che lavorano sul concetto di cultura della prevenzione, così da aumentare anche tra le giovani donne l’awareness sull’importanza di sottoporsi a controlli ecografici una volta all’anno e, specialmente, di abituarsi a fare l’autopalpazione una volta al mese, così che, se notano anomalie, non venga perso tempo prezioso”, conclude Curigliano.

“Per la nostra struttura è stato un onore mettere la professionalità dei nostri specialisti a disposizione delle donne in servizio alla Polizia di Stato, che hanno risposto con fiducia ed interesse alla possibilità di accedere agli esami e ai consulti. Ci auguriamo che campagne come questa possano ripetersi, magari coinvolgendo anche altre categorie professionali, per amplificare sempre più l’azione della prevenzione e moltiplicare le opportunità di individuare precocemente i casi ed agire tempestivamente”, commenta Gianpaolo Carrafiello, Direttore Struttura Complessa di Radiologia dell’Ospedale Policlinico di Milano.

“Abbiamo abbracciato con convinzione questa iniziativa virtuosa – evidenzia Paola Bardasi, Direttore Generale dell’Azienda Usl di Piacenza – insieme ai nostri professionisti perché si tratta di un’azione concreta che si affianca alle attività di prevenzione che sono il nostro impegno quotidiano e irrinunciabile. La risposta a Piacenza è stata positiva, soprattutto tra le giovani under 45 della Scuola di Polizia, segno che sul nostro territorio c’è una sensibilità forte sul tema. La nostra Azienda, in linea con la Regione Emilia-Romagna, crede fortemente nell’offerta dello screening gratuito che, insieme agli altri, si è dimostrata capace di modificare la storia della malattia. Scoprire una patologia il più precocemente possibile, prima della comparsa dei sintomi, permette di controllarne l’evoluzione: possiamo offrire maggiori possibilità di cura, terapie meno aggressive e meno impattanti sulla qualità di vita, con una notevole riduzione di mortalità. Prevenire è creare salute. Non ci stancheremo di ripeterlo alle donne: è difficile trovare il tempo per un esame, ma sono 5 minuti che valgono una vita”.

“Questo progetto rientra tra le attività di promozione della salute del nostro personale ed è stato favorevolmente accolto dalle donne della Polizia di Stato, che hanno mostrato un’adesione pari al 65% nella provincia di Bologna e all’88% tra le Allieve Agenti della Scuola di Polizia Giudiziaria e Amministrativa di Brescia” – spiega Mario Mazzotti, Dirigente Ufficio di Coordinamento Sanitario Polizia di Stato – Regioni Lombardia ed Emilia-Romagna. “Dall’analisi dei dati preliminari risulta che, nonostante il 26% di queste colleghe presentasse familiarità per il tumore al seno, oltre la metà di loro non si era mai sottoposta ad una visita senologica e ad un’ecografia al seno. Per questo riteniamo che averle informate e sensibilizzate sia stato estremamente importante e abbia trasferito quanto la cultura della prevenzione sia fondamentale per scongiurare situazioni di malattia oggi in molti casi evitabili o circoscrivibili”. Conclude Mazzotti:Consegniamo queste evidenze alle Istituzioni e alle Società Scientifiche, affinché possano essere valutati e intrapresi i passi necessari per rendere questi programmi di prevenzione una realtà solida, accessibile e continuativa anche per le giovani donne, nel loro percorso di vita”.

In chiusura dei lavori, i rappresentanti dell’azienda main sponsor, AstraZeneca, e delle aziende partner tecnici, Centro Diagnostico Italiano-Gruppo Bracco, GE HealthCare e Samsung Healthcare Italia hanno infine portato il punto di vista dell’Industria sull’importanza dell’educazione alla prevenzione.

“Siamo orgogliosi dei risultati di questa campagna, in particolare per l’impatto avuto sulle giovani donne in forza alla Polizia di Stato” – ha sottolineato Francesca Patarnello, VP Market Access & Government Affairs, AstraZeneca. “La prevenzione e la tutela della salute sono fondamentali ad ogni età e questa iniziativa risponde alla necessità di coinvolgere nei programmi di screening anche le fasce di popolazione più giovane. Per AstraZeneca la ricerca di soluzioni terapeutiche innovative e l’accesso equo e tempestivo alle cure sono essenziali per garantire, su tutto il territorio nazionale, le risposte più attuali ed efficaci. Come dimostra questo progetto crediamo fortemente nel valore delle partnership con istituzioni, società scientifiche, associazioni di pazienti e clinici per generare un impatto reale nella definizione di migliori percorsi di cura”.

Intelligenza artificiale e salute di genere, Fondazione Onda ETS: rischio disuguaglianze è alto

Diagnosi non accurate, disparità nel riconoscimento di immagini diagnostiche, rischio maggiore di reazioni avverse a farmaci o trattamenti, farmacologia di precisione sbilanciata: queste alcune delle conseguenze dell’utilizzo in medicina dell’intelligenza artificiale (IA) sulla salute di genere portate a galla da Fondazione Onda ETS all’interno di un appello intersocietario firmato dal Centro di riferimento per la Medicina di genere dell’ISS -Istituto Superiore di Sanità, dal Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere, dal GISeG -Gruppo Italiano Salute e Genere e dalla SIT – Società Italiana per la Salute Digitale e la Telemedicina.

Nell’era della rivoluzione tecnologica, l’applicazione dell’IA in settori cruciali come la biomedicina e l’assistenza sanitaria sta offrendo opportunità senza precedenti per migliorare la prevenzione, la diagnosi e il trattamento delle malattie. Tuttavia, il crescente utilizzo di queste tecnologie solleva preoccupazioni legate alle disuguaglianze legate al sesso e al genere, che rischiano di divenire sistematicamente radicate negli algoritmi stessi dell’IA.

Il tema è stato al centro dell’VIII Congresso di Fondazione Onda ETS, che si è tenuto dal 24 al 26 settembre. Secondo una ricerca condotta da Elma Research su 433 medici la conoscenza dell’IA in campo medico si sta gradualmente facendo strada, rimanendo tuttavia ancora a livello superficiale, tanto che viene collegata soprattutto al supporto alla diagnosi (48%) nonostante le molte altre possibilità di utilizzo, come il supporto alla decisione terapeutica e alla ricerca clinica, allo sviluppo di device e alla chirurgia robotica. Allo stesso modo, emerge un forte senso di incertezza per più della metà dei medici (52%), soprattutto in merito a trasparenza, sicurezza e utilizzo etico dei dati, e la necessità di disporre di uno strumento di qualità, che sia certificato e che rassicuri in termini di privacy e sicurezza dei dati. Dall’indagine emerge, dunque, come ci sia ancora molta strada da fare per informare e rendere i medici consapevoli delle importanti applicazioni tecniche dell’IA nel loro ambito.

Regolamentare l’utilizzo di questo strumento tanto utile quanto rischioso è fondamentale, come ricorda Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda ETS: «L’intelligenza artificiale sta sempre più prendendo piede in diverse aree della nostra vita, diventando protagonista indiscussa del discorso sull’innovazione tecnologica nella maggior parte dei settori, tra cui anche la medicina. Se da un lato è innegabile che l’utilizzo dell’IA possa dare una spinta non indifferente al settore della ricerca, dall’altro è necessario che vengano posti dei paletti. Infatti, il suo utilizzo in ambito medico può essere associato a disuguaglianze di genere, scatenando a loro volta conseguenze sul piano sociale e della salute stessa delle persone coinvolte, in primis le donne. Il rischio è che parte della popolazione riceva cure meno efficaci o possa subire ritardi diagnostici, con un conseguente peggioramento delle condizioni mediche e, in alcuni casi, un aumento della mortalità. Attraverso questo appello, vogliamo promuovere un approccio di genere nella progettazione e applicazione dell’Intelligenza artificiale a garanzia di equità e pari opportunità nella salute. In tal senso, come Fondazione Onda ETS, ringrazio tutti i partner firmatari di questo appello, i quali ci hanno permesso di continuare il lavoro iniziato in concomitanza con il nostro Congresso, a dimostrazione dell’importanza di questo tema al fine della tutela della salute di genere».

Dello stesso parere anche Elena OrtonaDirettrice del Centro di Riferimento per la Medicina di Genere, Istituto Superiore di Sanità: «La considerazione dei determinanti di sesso e genere nella salute è una necessità di metodo e analisi che deve diventare anche strumento di programmazione sanitaria. Con l’avvento delle nuove tecnologiche che si basano sull’intelligenza artificiale si è resa subito evidente una nuova sfida per la ricerca scientifica: la necessità di superare i bias di genere. Infatti, nonostante l’efficacia ed i benefici di queste tecnologie nell’aumentare l’efficienza dell’assistenza sanitaria, comincia ad essere chiara la scarsa rappresentatività femminile nei database su cui si costruiscono gli algoritmi alla base dei sistemi di machine learning».

In tal senso, si rivela necessario incorporare nei modelli dell’IA dati sempre più inclusivi che tengano conto delle differenze biologiche di genere al fine di addestrare l’intelligenza artificiale con dati equilibrati e realistici: «Oggi il concetto di Medicina di genere è notevolmente evoluto ed è passato dalla considerazione dei parametri biologici (sesso, età etnia, comorbilità, reazioni a farmaci) alla valutazione, sicuramente più complessa, di indicatori di contesto quali condizioni sociali, economiche, culturali, religiose, ambientali e delle relative fonti di informazione. La definizione di corretti indicatori di genere ed un’attenta valutazione di essi nella pratica clinica, è fondamentale per la costruzione di un percorso assistenziale condiviso fra medico, operatori sanitari e paziente e per la programmazione di linee di indirizzo di tipo normativo e di governance, utili per il miglioramento della qualità dell’assistenza», aggiunge Anna Maria Moretti, Presidente Nazionale GISeG, Gruppo italiano salute e genere e Presidente Internazionale IGM, International Gender Medicine.

«Nell’era della medicina di precisione siamo di fronte ad un baratro. L’IA che attendiamo come la soluzione di molti problemi scientifici e clinici in medicina, si basa su database in cui non sono inserite le donne! Questo peggiorerà l’ignoranza della necessità assoluta di una medicina genere-specifica. La ricerca di base e clinica è incentrata su casistiche maschili, la farmacologia si è sviluppata su animali da esperimento maschi ed i farmaci sono stati sperimentati su uomini. Dobbiamo assolutamente lanciare un allarme affinché le conoscenze sulle differenze di genere in medicina ed in farmacologia non siano annullate da dati provenienti da un’IA che non le considera», sottolinea Giovannella Baggio, Presidente Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere -Professore Ordinario, Studioso Senior, Università di Padova e Scientific Editor del Journal of Sex and Gender-specific Medicine.

Tuttavia, la sola raccolta di dati più inclusivi e più completi non è sufficiente al fine di garantire un approccio gender-based nella progettazione e nell’utilizzo dell’IA in medicina: questa deve essere accompagnata da rigidi controlli di qualità, come revisioni periodiche per identificare e correggere eventuali bias di genere.

«L’adozione dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario rappresenta una straordinaria opportunità per migliorare diagnosi, trattamenti e prevenzione delle malattie. Tuttavia, se non affrontiamo le disuguaglianze di sesso e genere presenti nei dati utilizzati per addestrare questi algoritmi, rischiamo di amplificare pregiudizi storici che hanno penalizzato le donne per decenni. Le disuguaglianze di sesso e genere nella sanità digitale rappresentano una sfida urgente da affrontare. È imperativo che la progettazione e l’implementazione dell’IA riflettano equamente la diversità tra uomini e donne e maschi e femmine. Solo così potremo garantire un’assistenza sanitaria più precisa, personalizzata ed equa, evitando diagnosi errate o ritardate e migliorando la diagnosi e il trattamento per tutte le persone, indipendentemente dal loro sesso o genere», conclude Maria Grazia Modena, Centro P.A.S.C.I.A., Programma Assistenziale Scompenso Cardiaco, cardiopatie dell’Infanzia e a rischio, AOU Policlinico di Modena, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

ECDC raccomanda una maggiore copertura vaccinale contro influenza e COVID

Secondo due rapporti pubblicati oggi dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), la copertura vaccinale contro l’influenza stagionale e la vaccinazione COVID-19 per i gruppi a rischio come gli anziani non è stata ottimale in diversi Stati membri dell’UE/SEE durante la stagione 2023-2024.

Il tasso di vaccinazione contro l’influenza stagionale per le persone di età pari o superiore a 65 anni durante la stagione 2023-2024 è variato significativamente tra i Paesi, dal 12% al 78%, con solo due Paesi che hanno superato il 75% di copertura vaccinale in questa fascia di età. Ciò sottolinea la necessità di sforzi vaccinali più mirati.

I tassi di vaccinazione contro la COVID-19 tra settembre 2023 e luglio 2024 variano ancora di più, dallo 0,02% al 66,1%, con una copertura mediana tra le persone di 60 anni e oltre di appena il 14%.

«La vaccinazione è una delle misure più efficaci che abbiamo per proteggere i soggetti più vulnerabili della società da malattie gravi, ricoveri ospedalieri e morte. Dato che sono pochi i Paesi che raggiungono livelli di protezione adeguati per i gruppi target, è essenziale aumentare la diffusione delle vaccinazioni con l’arrivo della stagione invernale», ha dichiarato Pamela Rendi-Wagner, direttore dell’ECDC.

Con l’imminente stagione invernale, si prevede una co-circolazione di influenza stagionale, RSV, SARS-CoV-2 e altri virus respiratori, che metterà a dura prova i sistemi sanitari e colpirà in modo sproporzionato le persone appartenenti a gruppi ad alto rischio, come gli anziani e le persone con un sistema immunitario indebolito e patologie di base.

Anche la vaccinazione degli operatori sanitari di prima linea è importante, data la loro esposizione agli agenti patogeni, la loro interazione con i pazienti vulnerabili e per prevenire la carenza di forza lavoro.

Oltre alla vaccinazione, è importante prendere in considerazione misure preventive di base per ridurre la trasmissione del virus. L’ECDC raccomanda di rimanere a casa in caso di sintomi di un virus respiratorio, di rispettare l’igiene respiratoria e il galateo della tosse, di lavarsi frequentemente le mani e di ventilare gli ambienti interni. Inoltre, in presenza di sintomi, si può prendere in considerazione la possibilità di indossare una maschera nei luoghi affollati o in prossimità di persone vulnerabili.