«I dati e le preoccupazioni espresse dal presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli rimarcano tutto ciò che da anni lamentiamo nei confronti degli interlocutori politici, seriamente preoccupati per la sopravvivenza di una categoria, quella dei medici di medicina generale, che sostiene sulle proprie spalle il peso delle cure primarie e dell’assistenza di prossimità. Non si comprende come possa coesistere la consapevolezza istituzionale di questa criticità – certificata a questo punto dall’istituto nazionale di statistica – con una Legge di bilancio che dimentica di fatto la nostra categoria». Silvestro Scotti, segretario generale Fimmg, commenta così quanto è merso dall’audizione nelle commissioni riunite Bilancio di Senato e Camera sulla Manovra.
Se è vero che Chelli ha sottolineato come i medici di medicina generale sono la categoria, insieme agli infermieri, che desta maggiori preoccupazioni tra le professioni sanitarie per le prospettive future, altrettanto vero è che da Fimmg torna ormai da tempo un forte monito sull’esigenza di intervenire presto e in modo concreto. «In assenza di interventi concreti – sottolinea il leader Fimmg – ogni commento sulla volontà di valorizzare la medicina generale resta solo speculazione. Già dal nostro Congresso nazionale è emerso con forza un grave disagio e una profonda sofferenza espressa dall’intera categoria. Ciò nonostante, nella Legge di bilancio perdura da parte dei decisori politici l’assenza di iniziative volte a stanziare risorse aggiuntive per il raggiungimento degli obiettivi di politica sanitaria per l’area dei medici convenzionati e quindi per la medicina generale».
Tra le proposte da tempo lanciate da Fimmg, è bene ricordarlo, la richiesta di una qualche forma di detassazione delle quote variabili che sono oltretutto collegate agli obiettivi delle Regioni contenute nel Patto della salute e nel PNRR, utili a sostenere lo sforzo assistenziale prodotto dai singoli medici. Cosi come viene chiesto un investimento sul corso di formazione in Medicina Generale (unica disciplina formativa post laurea con il maggiore rapporto di abbandono e senza copertura di posti messi a concorso) che in Manovra viene dimenticata. Anzi, se ne aumenta il gap, visto che il borsista già percepisce una borsa tassata e pari al 50% di quelle delle specializzazioni. Condizioni che ne riducono l’attrattività e bloccano un ricambio generazionale ormai non più rimandabile.
Nei dati espressi dal presidente Istat la dimensione di un problema che sta mettendo seriamente a rischio l’assistenza sanitaria per i cittadini. I medici di medicina generale sono 6,7 per 10.000 abitanti, il 15,7% dei medici totali, con il 77% sopra i 55 anni. Gravissimo anche l’aspetto delle carenze visto che il numero dei medici di medicina generale è diminuito di oltre 6.000 unità in dieci anni, da 45.437 nel 2012 a 39.366 nel 2022, e il numero di assistiti pro-capite è aumentato da 1.156 nel 2012 a 1.301 nel 2022. «Una platea – ricorda Scotti – che non è paragonabile con quelle di altri paesi europei, molto differenti per cronicità ed esigenze assistenziali. Siamo ad un bivio che conduce verso direzioni diametralmente opposte e ora c’è da decidere da che parte vogliamo traghettare il Servizio sanitario bene primario nel nostro paese».
In uno dei periodi più critici per la sostenibilità del SSN e mentre spesa sanitaria a carico delle famiglie continua ad aumentare alimentando la scelta della rinuncia alle cure da parte delle fasce più deboli della popolazione è urgente promuovere verso i cittadini, i caregiver e gli operatori sanitari attività di comunicazione e informazione sul corretto utilizzo dei farmaci e sul ruolo dei farmaci equivalenti.
Proprio questo è uno degli obiettivi chiave del protocollo d’intesa triennale siglato dalla Federazione Italiana Aziende Sanitari e Ospedaliere, FIASO e da EGUALIA, l’Associazione delle industrie produttrici di equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines che prende come punto di riferimento la necessità di favorire l’integrazione Ospedale / Territorio anche attraverso la piena attuazione alla raccomandazione n.17 del dicembre 2014 del Ministero della Salute per la corretta riconciliazione della terapia farmacologica, al fine di garantire appropriatezza, aderenza e monitoraggio dell’utilizzo dei farmaci.
«Dai nostri dati emerge che nel 2023 i cittadini hanno versato di tasca propria 1.029 milioni di euro di differenziale di prezzo per ritirare il brand off patent, più costoso, invece che l’equivalente a minor costo, interamente rimborsato dal SSN e la spesa per la compartecipazione risulta generalmente più elevata nelle Regioni a basso reddito – commenta il presidente di Egualia, Stefano Collatina -. Le politiche regionali, nazionali e le azioni messe in campo dalle aziende sanitarie e ospedaliere potrebbero svolgere un ruolo fondamentale nel promuovere l’uso corretto dei farmaci e una maggiore attenzione verso la spesa privata».
«La nostra missione istituzionale è garantire a ogni cittadino la possibilità di essere curato efficacemente e in modo appropriato. La collaborazione con Egualia, orientata a promuovere un corretto utilizzo dei farmaci equivalenti, ci consentirà di essere ancora più attenti ai bisogni del paziente. – spiega il presidente Fiaso, Giovanni Migliore – Facilitare l’aderenza alle terapie croniche, grazie alla riduzione del peso economico delle terapie a carico delle famiglie italiane, contribuisce a limitare il rischio di complicanze e ricoveri ripetuti, e quindi, in definitiva, ci dà una mano a sostenere il servizio sanitario nazionale, a beneficio di tutti».
Il protocollo ha durata triennale e le diverse attività verranno realizzate tramite la creazione di uno o più gruppi di lavoro operativi, costituiti da esperti provenienti dalle rispettive organizzazioni.
Con una lectio Magistralis di Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Farmacologico Mario Negri-IRCCS, e i saluti Istituzionali di Luciano Ciocchetti, Vicepresidente Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati e di Giovanni Migliore, presidente FIASO, si sono aperti i lavori del XVII Congresso Nazionale della SIHTA (Società Italiana di Health Technology Assessment) in corso a Roma fino al 7 novembre.
Luciano Ciocchetti, vicepresidente Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati: «Credo che il problema di conoscere e di comunicare sia assolutamente fondamentale in sanità. Il rapporto tra le varie governance istituzionali, dallo Stato alle Regioni alle aziende sanitarie locali con le società scientifiche e con le associazioni dei pazienti, sia ugualmente importantissimo in tutti i cambiamenti straordinari che si stanno verificando e che si verificheranno nel mondo della sanità: le nuove tecnologie, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, le terapie avanzate e digitali. Stiamo assistendo ad una rivoluzione che cambia complessivamente il sistema e abbiamo bisogno di far conoscere, di comunicare e soprattutto di formare tutti gli operatori sanitari che poi si rapportano con il paziente sul territorio e negli ospedali. Iniziative come questo Congresso possono essere utili per poter diffondere questa importantissima opportunità che dobbiamo mettere in campo».
Giovanni Migliore, Presidente Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere,Fiaso: «Il tema della sostenibilità è quello che negli ultimi anni ci ha appassionato sempre di più dopo il Covid-19. In realtà noi dobbiamo iniziare a ragionare su quello che effettivamente significa tradurre dalla ricerca scientifica, dalle evidenze un messaggio che deve essere diffuso all’interno della comunità dei professionisti e delle aziende. Comunicare significa anche informare correttamente ma soprattutto rendere accessibile la ricerca scientifica e le evidenze che vengono prodotte in modo tale che le nostre scelte siano sempre più consapevoli. Questo è il significato dell’Hta dal punto di vista delle aziende e dobbiamo fare in modo che questo processo sia sempre più fluido e immediato».
Nella sua lectio, Garattini ha evidenziato la centralità del tema: comunicare la conoscenza.
«Ritengo – ha dichiarato il professore – che sia necessaria una grande rivoluzione culturale perché la medicina ha puntato la sua attenzione soprattutto sulle cure e l’interesse delle cure crea necessariamente un grande mercato. Il mercato non è destinato a diminuire, il mercato ha per sua intima ragione quella di crescere il più possibile e ciò determina una comunicazione che purtroppo è a senso unico. È invece molto importante, nell’interesse del SSN, che i cittadini e i medici che operano all’interno delle strutture abbiano una comunicazione adeguata. E la comunicazione, per esempio, deve far sapere come si approva un nuovo farmaco; un nuovo farmaco si approva attraverso tre caratteristiche: qualità, efficacia e sicurezza. Caratteristiche che vanno bene, ma non ci dicono quale è la presenza di questo farmaco nuovo rispetto a quelli che già esistono per la stessa indicazione; non si fanno confronti e quindi non abbiamo idea di cosa sia meglio e di cosa sia peggio. E questo aiuta il mercato. È uno degli esempi che possiamo dare per come cambierebbe la situazione se la comunicazione aiutasse a capire che non bisogna soltanto dire “qualità, efficacia e sicurezza” ma anche “valore terapeutico aggiunto” e questo richiederebbe la necessità di fare confronti e quindi di avere un’idea di quali sono i farmaci migliori e quali sono i farmaci che eventualmente possiamo abbandonare».
A seguire si sono svolte le prime due, delle cinque, sessioni plenarie in programma:
“Comunicare l’incertezza”, cui ha partecipato Alessandro Vespignani, (direttore del Network Science Institute della Northeastern University di Boston).
Giandomenico Nollo, Presidente della Società Italiana di Health Technology Assessment, Sihta. «Abbiamo avuto una sessione bellissima sul tema del “comunicare l’incertezza”. Tema importante per tutti coloro che si occupano di scienza e di applicare la scienza alla realtà. Sul finire abbiamo avuto inoltre una bellissima discussione della quale mi piace rimarcare un “grido di dolore” del Prof. Silvio Garattini che ha richiamato a gran voce la necessità di comparative research, cioè di una ricerca rivolta alla comparazione degli effetti dei diversi interventi sanitari. Posso solo dire che l’obiettivo del Programma europeo di HTA è esattamente questo. Per la prima volta è messo in norma la necessità di avere una ricerca comparativa e di fissare nei processi di valutazione e implementazione del farmaco, già dal 2025, nella fattispecie del farmaco oncologico, il tema della ricerca comparativa. Le aziende farmaceutiche le vedo particolarmente attente al nuovo Regolamento europeo, le vedo particolarmente presenti nel processo e quindi sono sicuro che avremmo anche questo passaggio e sarà un miglioramento portato dal movimento HTA in Europa».
Nel pomeriggio la seconda plenaria “Conoscere i meccanismi per crescere” dove si è profusamente discusso di come armonizzare le diverse prospettive della HTA del farmaco
Francesco Saverio Mennini, Past president SIHTA; Capo Dipartimento programmazione, dispositivi medici, farmaco e politiche in favore del SSN Ministero della Salute: «Una sessione importante che una volta di più ha sottolineato quanto è importante lo strumento dell’HTA per prendere le decisioni. Una sessione all’interno della quale abbiamo potuto sottolineare una volta di più quanto sta facendo l’attuale Ministero della Salute per quel che attiene all’utilizzo dell’Hta per programmare in maniera efficiente ed efficace. Abbiamo illustrato tutte le azioni che già sono state messe in piedi e quelle che nel futuro prossimo verranno introdotte nel ministero della Salute per quanto riguarda l’HTA. Abbiamo sottolineato il rinnovamento che c’è stato relativo alla Cabina di regia di HTA all’interno del ministero della Salute; abbiamo sottolineato il ruolo importante dell’HTA all’interno dell’Agenzia Italiana del Farmaco; abbiamo sottolineato una volta di più in un ambito di HTA e programmazione quanto sarà importante il modello previsionale che abbiamo già messo appunto all’interno della Direzione generale della Programmazione sanitaria; abbiamo attivato l’ufficio della tracciabilità dei farmaci e dei dispositivi medici all’interno del Dipartimento che dirigo e questo permetterà quindi di completare e migliorare un percorso di una valutazione dei percorsi di cura in un’ottica di programmazione e quindi seguendo la logica dell’HTA. Abbiamo già implementato tutti gli strumenti per misurare e monitorare quali possono essere le conseguenze dell’utilizzo delle tecnologie nell’ambito del percorso di cura dei pazienti. Quindi credo che la sessione di oggi è stata molto importante da questo punto di vista perché ha permesso di avere uno scambio importante tra tutti gli stakeholder per sottolineare il ruolo cruciale dell’Hta nel percorso programmatorio dell’assistenza sanitaria».
Si è chiusa a Roma la 19esima edizione del Forum Meridiano Sanità ‘Health for all Policies: verso una nuova visione strategica del sistema sanitario per la crescita del Paese‘. Ospitato allo Spazio Esposizioni, l’evento ha messo al centro le difformità territoriali, il ruolo della promozione della salute e della prevenzione per un invecchiamento attivo e in salute e la strategia nazionale delle Life Sciences. Il monitoraggio dell’erogazione dei Lea sul territorio nazionale ha messo in luce come solo 13 regioni e province autonome siano risultate adempienti nelle 3 macro-aree Prevenzione collettiva e salute pubblica, Assistenza Distrettuale e Assistenza Ospedaliera, evidenziando un importante grado di difformità e un forte gradiente nord-sud con ripercussioni sull’equità di accesso alle prestazioni sanitarie. Inoltre, a livello complessivo, le aree Prevenzione e Assistenza Distrettuale mostrano le maggiori criticità, con l’Area Prevenzione che ha ottenuto il punteggio complessivo più basso e l’Area Distrettuale che è peggiorata nell’ultimo triennio. L’Area Ospedaliera è l’unica in costante miglioramento, con tutte le regioni, ad eccezione della Valle d’Aosta, che nel 2022 hanno incrementato il loro punteggio rispetto al 2020.
L’attuale sistema di monitoraggio dei Lea deve superare alcune criticità che lo contraddistinguono per diventare uno strumento più completo e accurato, in grado di restituire una fotografia della capacità dei Servizi sanitari regionali di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini. Se il sistema di monitoraggio deve permettere di valutare in modo sistematico l’erogazione delle prestazioni sanitarie essenziali, garantendo l’appropriatezza e l’efficienza nell’utilizzo delle risorse pubbliche e assicurando che le stesse siano effettivamente fornite a tutti i cittadini in modo uniforme sul territorio, è necessaria un’integrazione della griglia di indicatori di monitoraggio per catturare la complessità e la diversità delle sfide affrontate dai sistemi sanitari regionali.
Appare ad esempio prioritario superare la distinzione tra indicatori CORE e non-CORE, garantire la disponibilità di flussi di dati completi e affidabili in tutte le regioni e definire nuovi indicatori a partire da quelli relativi alla salute mentale e ai soggetti ad alto rischio cardio-metabolico nell’area Distrettuale, alle coperture delle vaccinazioni indicate nel calendario vaccinale/di immunizzazione e al monitoraggio delle infezioni correlate all’assistenza nell’area Prevenzione. La prevenzione, come sottolineato ieri dal ministro della Salute, Orazio Schillaci in apertura del Forum Meridiano Sanità, è anche la prima leva su cui agire se «vogliamo che un sistema universalistico come il nostro possa continuare a essere sostenibile, in considerazione dei trend demografici ed epidemiologici».
«Nonostante gli investimenti in prevenzione siano in grado di migliorare la resilienza sociale ed economica del Paese- ha spiegato Daniela Bianco, Partner di The European House – Ambrosetti e Responsabile Practice Healthcare di TEHA Group- al centro delle nuove regole europee di programmazione economica, nel Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine 2025-2029 occupano uno spazio residuale”. ”Nel nuovo regime di Governance europea- ha proseguito- la spesa sanitaria e, in particolare, la spesa per la prevenzione, può essere considerata un investimento in sicurezza sociale, allo stesso modo degli investimenti in difesa, digitale e green, non concorrendo quindi al deficit e offrendo maggiore flessibilità agli Stati Membri, a partire dall’Italia caratterizzata da un elevato indebitamento».
La prevenzione
In Italia permangono ampie differenze di spesa in prevenzione tra le varie regioni e province Autonome, con poche regioni che superano il target di spesa in prevenzione del 5%. La spesa pro capite in prevenzione, con una media nazionale pari a 109,6 euro nel 2023, oscilla tra un massimo di 160,8 in Molise e un minimo di 85,9 in Liguria, con un differenziale per singolo cittadino di quasi 75 euro, in riduzione rispetto agli anni precedenti. Alla variabilità regionale si aggiunge una criticità relativa all’allocazione delle risorse dedicate alle singole voci: anche nel 2023, le voci di spesa più propriamente dirette alla salute delle persone (sorveglianza, prevenzione e controllo delle malattie infettive e parassitarie, sorveglianza eprevenzione delle patologie croniche) rimangono al di sotto della soglia del 50% del totale.
Secondo una survey realizzata da Meridiano Sanità con Swg, che ha avuto come oggetto proprio le opinioni e i comportamenti degli italiani nei confronti della prevenzione, solo il 23% degli italiani si definisce molto proattivo verso la prevenzione, sostenendo di impegnarsi regolarmente per uno stile di vita sano e sottoporsi a controlli medici periodici. Tra le ragioni sottese a una limitata propensione/partecipazione alle attività di prevenzione figurano le barriere economiche tra i senior, e il senso di benessere percepito e di mancanza di tempo, soprattutto tra i giovani: tutti fattori che, insieme al timore di fare scoperte negative in fase di controllo, contribuiscono a ridurre la frequenza dei controlli preventivi.
Con riferimento agli stili di vita, il 18% dichiara di non presentare alcun fattore di rischio tra consumo di alcol e tabacco, dieta non equilibrata e sedentarietà, con percentuali che aumentano tra i laureati e tra quanti abitano nelle grandi città. Un altro 18%, invece, presenta almeno 3 fattori di rischio, con valori più elevati tra la Gen Z, gli abitanti di Isole e nord-est e gli abitanti dei piccoli centri. Guardando agli screening il 30% dei cittadini di età compresa tra 50 e 70 anni ha dichiarato di non aver mai eseguito lo screening del colon-retto, percentuali che scendono al 15% per la cervice uterina nelle donne di 25-64 anni e al 13% per la mammografia nelle donne di 50-69 anni. Preoccupante anche che circa il 40% dei cittadini non esegua gli screening oncologici da più di 1 anno.
In termini di adesione alle campagne di immunizzazione, l’indagine mette in luce un aumento significativo della propensione degli italiani verso i vaccini anti-pneumococco, anti-Herpes Zoster e anti-Hpv, con un particolare incremento tra le donne, mentre tra i giovani emerge una generale e crescente apertura nei confronti della vaccinazione. Se in termini di vaccinati e possibilisti rispetto a queste campagne vaccinali, la percentuale di adesione si aggira intorno al 50%, tra coloro che mostrano atteggiamenti meno propensi, la vera causa di una scarsa adesione alle campagne vaccinali sembra essere la mancanza di comunicazione, tanto che, secondo la survey, 1 italiano su 4 potrebbe avvicinarsi a queste vaccinazioni grazie a una maggiore informazione.
La comunicazione
La qualità delle informazioni relative alla prevenzione viene percepita come scarsa, contraddittoria e confusa da quasi l’80% degli intervistati, che denunciano una carenza di dati e notizie adeguate: solo i neo-genitori e coloro che godono di una migliore salute esprimono giudizi più positivi. Per migliorare la comunicazione sulla salute, è necessaria una combinazione di iniziative di tipologie tra loro differenti: i Boomers preferiscono un contatto diretto con il medico o il farmacista e apprezzano le campagne istituzionali frequenti, mentre i giovani danno maggiore importanza alla sensibilizzazione attraverso eventi in presenza. Nella comunicazione il tono di voce e lo stile comunicativo devono essere semplici e chiari e provenire da professionisti, mentre tra i giovani, l’aspetto visivo della comunicazione è particolarmente rilevante.
Meridiano Sanità ha condotto anche un’indagine con le Direzioni Prevenzione delle regioni e province autonome italiane, volta a comprendere se, in che misura e con quali modalità, le regioni hanno realizzato campagne di comunicazione sulle tematiche di prevenzione nel corso dell’ultimo anno (2023). A oggi, 3 regioni su 4 dichiarano di essersi dotate di un piano o di una strategia di comunicazione delle attività del Piano Regionale Prevenzione (43%) o di aver previsto una sezione/capitolo dedicato a queste tematiche all’interno del Piano regionale di Comunicazione (29%). Una regione su 3 dichiara invece di avere un ufficio/settore specificamente dedicato alla comunicazione in quest’ambito. Il finanziamento delle attività di comunicazione in prevenzione avviene principalmente attraverso l’utilizzo di fondi regionali, pari all’86% delle regioni.
Molteplici sono anche i canali di comunicazione che sono stati attivati, mediamente 5 per regione: il sito web della regione e il materiale informativo sono utilizzati dalla quasi totalità dei territori. Meno diffusi i siti web dedicati alle attività di prevenzione. I social network sono più utilizzati rispetto ai canali di comunicazione tradizionali locali, a causa di una maggior capillarità dei canali social rispetto a TV e radio locali (81% vs. 62%). Iniziano ad essere utilizzate anche le App (29% delle regioni). Il personale scolastico/universitario, insieme alla medicina generale e alle associazioni di volontariato/terzo settore sono gli stakeholder maggiormente coinvolti nella realizzazione delle campagne di comunicazione. Ulteriori elementi interessanti riguardano un buon coinvolgimento dei farmacisti (43% dei casi) e un maggior coinvolgimento di specialisti (28%) e del personale socio-sanitario (24%) rispetto alle società scientifiche (14%).
Con riferimento alle campagne sugli stili di vita, prevalgono quelle rivolte al contrasto del tabagismo e quelle a favore di un’alimentazione corretta (rispettivamente 76% e 72% delle regioni). Leggermente meno diffuse quelle contro l’abuso di alcolici e la sedentarietà. La quasi totalità delle regioni prevede una comunicazione mirata per le campagne vaccinali stagionali. Superiore all’80% anche la percentuale di regioni che comunicano le campagne rivolte alla popolazione pediatrica e adolescenziale e all’età adulta, mentre meno della metà delle regioni prevede attività di comunicazione per i soggetti a elevato rischio di fragilità.
Per gli screening oncologici (mammografia, screening della cervice uterina e del colon-retto), la quasi totalità delle regioni utilizza simultaneamente la chiamata attiva attraverso lettera, Sms, telefonata o notifica sull’app, l’invio di materiale informativo e un sito internet ad hoc. Emerge come non vi siano strategie differenziate in funzione del tipo di screening ma le Regioni tendano a riproporre la stessa modalità di azione. Diverse regioni si sono mosse per la realizzazione anche di altri screening di massa a partire da quello per l’epatite C (17 regioni) e lo screening cardiovascolare (8 regioni).
Le regioni si sono attivate nella realizzazione di ulteriori campagne di comunicazione anche su altri ambiti di prevenzione: ad esempio, il 76% prevede campagne sul contrasto dell’Amr e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Seguono le campagne per la prevenzione delle malattie infettive tropicali, la sicurezza alimentare, l’invecchiamento attivo e la relazione tra Ambiente e Salute (per più del 60% delle regioni). Per tutte queste campagne le Asl rappresentano l’attore maggiormente coinvolto, mentre per quanto riguarda gli strumenti utilizzati prevalgono i siti internet e la realizzazione di incontri specifici. Dai dati emerge la consapevolezza, da parte delle regioni, dell’importanza della comunicazione in ambito prevenzione, della necessità di utilizzare una molteplicità di strumenti di comunicazione e di coinvolgere una pluralità di stakeholder.
Nella parte finale del Forum si è discusso dell’integrazione tra la politica sanitaria e la politica industriale e dellastrategia Life Science nazionale con il coinvolgimento di referenti del ministero della Salute, del ministero delle Imprese e del Made in Italy e del ministero dell’Università e della Ricerca. Rispetto a 20/30 anni fa, il settore farmaceutico, che è quello a più alta intensità di ricerca e sviluppo e tra quelli più tecnologici, in Europa e in Italia ha perso competitività e attrattività, come sottolineato anche dal recente Rapporto Draghi ‘The Future of EuropeanCompetitiveness’. Negli anni, però, molti Paesi diretti competitor dell’Italia (Regno Unito, Francia, Germania e Spagna) sono partiti con interventi di vario tipo per il rafforzamento del settore, accomunati da un forte impegno da parte del governo e una forte collaborazione tra Istituzioni e industria verso obiettivi condivisi e una visione unitaria delle Life Sciences. Per l’Italia, l’attivazione dei Tavoli per i settori della farmaceutica e del biomedicale avviati a marzo 2023 e la presentazione del Libro Verde per la politica industriale ‘Made in Italy 2030’ elaborato dal ministero delle Imprese e del Made in Italy, che inserisce il farmaceutico tra i settori strategici, rappresentano un’occasione importante di rilancio: serve, però, un’accelerazione per colmare i divari nei confronti dei Paesi competitor.
Le linee guida
Dalle analisi e riflessioni contenute nel 19esimo Rapporto Meridiano Sanità, arricchite dal confronto e dibattito con numerosi esperti e stakeholder avvenuti nel corso del 2024, sono emerse 10 linee di azione riconducibili a 3 ambiti di intervento prioritari. (Le ‘Proposte’ di Meridiano Sanità). Prevenzione: investimenti, indicatori e comunicazione per un maggiore coinvolgimento dei cittadini:
Promuovere la prevenzione primaria – stili di vita e campagne di immunizzazione – e secondaria -screening – lungo tutto l’arco della vita per garantire un invecchiamento sano e attivo e ridurre il peso delle cronicità. Piani di comunicazione sul valore della prevenzione e attività di prevenzione integrati con linguaggi, strumenti e canali diversi sono indispensabili per attuare una strategia di comunicazione da parte dei Dipartimenti di Prevenzione regionali definita in base a linee guida delineate tra il Ministero della Salute, le Regioni e le Province Autonome in grado di orientare il comportamento dei cittadini.
Aumentare gli investimenti in prevenzione, passando dal 5% al 7% del Fondo Sanitario Nazionale, così come auspicato dal ministro della Salute, con un vincolo di utilizzo da parte delle regioni di destinare almeno il 50% delle risorse ad attività rivolta alle persone (sorveglianza, prevenzione e controllo delle malattie infettive e sorveglianza e prevenzione delle malattie croniche) per poter offrire alla popolazione una immunizzazione con tutti gli strumenti previsti dal calendario vaccinale / di Immunizzazione (che dovrebbe essere costantemente aggiornato) e nuove campagne di screening estese. Si auspica, inoltre, la definizione di nuovi indicatori del Nuovo Sistema di Garanzia (Nsg) in ambito prevenzione e l’accelerazione nella definizione di obiettivi, standard organizzativi e di personale così come accaduto con l’area ospedaliera (DM 70) e l’area territoriale (DM 77) al fine di ridurre le disparita regionali che si trasformano in disuguaglianze di salute.
Prevedere il coinvolgimento di tutti gli attori dell’ecosistema della salute, rafforzando il ruolo delle Cure Primarie, Farmacie, Consultori e Ospedali, ma anche delle scuole e delle imprese per la promozione della buona salute dei cittadini. Lavorare anche per rendere gli ambienti scolastici e lavorativi ‘laboratori della buona salute’, garantendo la sicurezza e la qualità degli spazi, la fruizione degli stessi e l’accesso a una buona alimentazione, al movimento fisico e al supporto psicologico attribuendo un ruolo attivo ai soggetti coinvolti al fine di migliorare non solo la salute individuale e collettiva ma anche la produttività del sistema socio-economico. A questo proposito si auspica un lavoro congiunto a livello europeo nell’ambito della revisione del Patto di Stabilita per escludere gli investimenti in prevenzione dal computo deldeficit/debito degli Stati Membri nelle valutazioni del rispetto delle regole fiscali. Rafforzamento del sistema sanitario: organizzazione, risorse e governance
Proseguire nel processo di incremento progressivo delle risorse destinate alla sanità per affrontare le sfide di salute (in primis invecchiamento, cronicità, malattie infettive, Amr), valorizzando gli impatti positivi che la salute ha sullo sviluppo socio-economico del Paese, e ottimizzare l’uso delle risorse economiche già oggi stanziate, verificandone l’utilizzo effettivo negli ambiti definiti. È auspicabile anche l’avvio di un progetto di riforma della sanità integrativa quale elemento complementare a supporto del Ssn e la valutazione di modelli sperimentali di finanziamento a carattere pubblico-privato, come ad esempio gli Health Impact Bond.
Supportare il miglioramento continuo delle Regioni nell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) procedendo a un aggiornamento periodico degli indicatori di monitoraggio del Nuovo Sistema di Garanzia (Nsg) con l’obiettivo di migliorare la sua capacità di riflettere la qualità e quantità delle prestazioni sanitarie erogate, nonché di adattarsi in modo rapido e flessibile ai nuovi bisogni e alle innovazioni in campo medico. Tra le priorità figurano: la definizione di nuovi indicatori Nsg nell’area Prevenzione, a partire da quelli relativi alle coperture vaccinali indicate nel calendario vaccinale / di immunizzazione, e distrettuale, con una maggiore attenzione alla salute mentale e ai soggetti ad alto rischio cardio-metabolico. A tal fine, e necessario, nel tempo, superare la distinzione tra indicatori CORE e non-CORE per avere una visione complessiva e dettagliata delle performance sanitarie regionali e garantire la disponibilità di flussi di dati completi e affidabili in tutte le Regioni.
Potenziare e valorizzare il capitale umano, a partire dal personale medico e infermieristico, introducendo nuove figure quali data manager e infermieri di ricerca. Al fine di garantire al Ssn una programmazione adeguata ai nuovi bisogni di salute, occorre, da un lato, ridurre i divari dei salari introducendo anche incentivi e sgravi per alcune specialità mediche, dall’altro rivedere i percorsi formativi, introducendo percorsi universitari che favoriscano la doppia attività di ricerca e pratica clinica, seguendo l’esempio di alcuni modelli internazionali di successo, e di sviluppo di competenze tecnico-scientifiche avanzate, come la gestione dei big data e l’intelligenza artificiale.
Semplificare la normativa e i processi per ridurre i tempi di accesso dei pazienti alle nuove terapie, specialmente in favore di quelle più innovative, attraverso un maggior dialogo e confronto tra aziende e Istituzioni. A questo proposito interventi specifici quali un’immediata condivisione delle valutazioni di rimborsabilità di Aifa, una identificazione anticipata dei centri prescrittori a livello regionale e la semplificazione dei processi di procurement regionali sono elementi centrali. Anche l’introduzione di schemi di accesso precoce più strutturati sul modello francese, come già riconosciuto da ministero della Salute e Aifa, consentirebbe di velocizzare ulteriormente il patientaccess. In aggiunta, proseguire con il riconoscimento dell’innovatività per ogni indicazione terapeutica che risponde ai requisiti di bisogno terapeutico, valore terapeutico aggiunto e qualità delle prove a prescindere dalla data di prima attribuzione del requisito dell’innovatività alla specialità medicinale. Health for all Policies: dalla politica sanitaria alla politica industriale
Ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche che si trasformano anche in disuguaglianze di salute, attraverso una strategia nazionale condivisa di ‘Health for all policies’ in cui tutti i settori, a partire da istruzione, ricerca, trasporti, lavoro, collaborando, possono generare co-benefici di breve e medio-lungo periodo sia di salute individuale e collettiva (riduzione di patologie ad alto impatto e dei costi socio-sanitari), sia ambientali e sociali (in primis povertà, riscaldamento globale, eventi climatici estremi), prevedendo la scalabilità a livello regionale elocale. Questo approccio permetterebbe all’Italia di raggiungere più velocemente gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite emigliorare negli ambiti oggi più critici, quali obesità, fumo, sedentarietà e dipendenze.
Continuare a promuovere politiche di incentivazione alla natalità e accelerare nella promozione di politiche orientate a una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto delle donne e dei giovani, incentivando l’attrazione di capitale umano qualificato dall’estero per aumentare la crescita del Pil e garantire al tempo stesso la tenuta del sistema sanitario e di welfare.
Definire una strategia delle Life Sciences per il Paese, con una politica industriale integrata con le politiche comunitarie e la politica sanitaria nazionale partendo da una visione chiara e condivisa, e un Piano di medio-lungo termine (Piano Nazionale delle Life Sciences) per rafforzare il ruolo dell’Italia come hub di produzione e di ricerca competitivo nel contesto internazionale. Creare un framework regolatorio attrattivo per gli investimenti in R&S e produzione, con incentivi e interventi stabili (tra cui contratti di sviluppo e credito di imposta), definendo meccanismi di premialità, anche per compensare gli effetti distorsivi del payback, e promuovendo le partnership pubblico-private.
La 19esima edizione del percorso Meridiano Sanità è stata realizzata con il contributo non condizionante di Amgen, Gsk, Msd, Pfizer, Sanofi e Teva e con il supporto non condizionante di Novavax
Marco Mazzucco, Amministratore delegato Blue Assistance e Direttore Vita e Welfare Reale Mutua, racconta del network di 4.000 strutture verso le quali vengono inviate le circa 5.000 persone che ogni giorno si rivolgono a Blue Assistance per ricevere assistenza.
Mazzucco ha poi parlato delle aree di miglioramento che esistono per favorire l’integrazione tra pubblico e privato in sanità, una delle sfide fondamentali per il futuro.
Rispetto a 20 anni fa, sono circa 1,6 milioni in più le persone con obesità in Italia, per un totale di quasi 6 milioni di cittadini. Un incremento del 38 per cento rispetto al 2003, dove il tasso di obesità risulta in aumento soprattutto tra i giovani adulti: in particolare nella fascia di età 18-34 la percentuale di persone affette è passato dal 2,6 al 6,6%, raddoppiando tra gli uomini e triplicando tra le donne, mentre in quelle 35-44 è passata dal 6,4% al 9,8. Anche tra gli over74 il tasso incrementa dall’11% del 2003 al 13,8% del 2023. Questi sono alcuni dei dati Istat 2023 sull’epidemiologia dell’obesità in Italia che verranno presentati oggi pomeriggio durante il sesto Italian Obesity Barometer Summit “Unire gli sforzi per ridurre, prevenire e curare l’obesità” durante il quale Istituzioni, esperti, società scientifiche e associazioni pazienti si confronteranno per definire le strategie da mettere in atto per contrastare la pandemia di sovrappeso e obesità nel nostro Paese.
L’evento è realizzato, su iniziativa della Senatrice Daniela Sbrollini, in collaborazione con l’Intergruppo parlamentare obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili, Intergruppo parlamentare qualità di vita nelle città, Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation Spin off Università di Roma Tor Vergata, Istat, Coresearch, Crea Sanità, Bhave, Università di Roma Tor Vergata – Dipartimento di medicina dei servizi, le società scientifiche di area, Italian Obesity Network, Open Italy, Amici Obesi e con il contributo non condizionato di Novo Nordisk nell’ambito del progetto internazionale Driving change in obesity.
«L’obesità è una sfida complessa che va ben oltre l’aspetto individuale, impattando profondamente sulla salute pubblica, sui sistemi sanitari e sull’economia di un Paese. Il costante aumento dei casi anche in Italia, associato a malattie croniche come diabete e patologie cardiovascolari, ci impone di agire con decisione e coerenza. Il Ministero della Salute, consapevole dell’urgenza, ha posto la lotta all’obesità tra le sue priorità. Le nostre strategie, in linea con le raccomandazioni internazionali e con gli obiettivi del Piano Nazionale della Prevenzione, mirano a promuovere stili di vita sani fin dalla più giovane età, incentivando l’attività fisica e una dieta equilibrata», spiega ilMinistro della Salute Orazio Schillaci nella prefazione dell’Italian Barometer Obesity Report 2024.
L’obesità è associata a oltre 200 complicazioni, inclusi tumori, malattie cardiovascolari, diabete tipo 2 e malattie respiratorie croniche con conseguenze sulla morbilità e mortalità. L’obesità grave è stata associata a una diminuzione dell’aspettativa di vita e ad un aumento del tasso di mortalità indipendentemente dall’età, regione geografica, titolo di studio o l’abitudine di fumare.
«L’obesità è molto più di un semplice eccesso di peso, basti pensare che il 41% di tutta la mortalità cardiovascolare negli Stati Uniti corrisponde a un alto indice di massa corporea (IMC). Esiste, infatti, una chiara associazione tra IMC e ipertensione alla base delle principali malattie cardiovascolari, come infarto, ictus e insufficienza cardiaca. È stato osservato in Italia che l’ipertensione è presente nel 45% delle persone con un IMC normale, nel 67% di quelle con sovrappeso, fino ad arrivare all’87% in coloro che soffrono di obesità», dice Paolo Sbraccia, Presidente di IBDO Foundation.
«Secondo le stime Istat più aggiornate, nel 2023 sono l’11,8% gli adulti con obesità in Italia. Il lieve aumento registrato rispetto al 2022 (0,4 punti percentuali) non risulta statisticamente significativo nel complesso della popolazione adulta, ma dall’analisi per età emerge un incremento importante tra i più giovani tra gli adulti, ovvero quelli compresi nella fascia di età 18-34 anni. Infatti, anche se la percentuale di persone con obesità in questa fascia di età rimane sempre inferiore rispetto alle altre, si è passati dal 5% nel 2022 al 6,6% nel 2023. Si conferma dunque la tendenza all’aumento dell’obesità tra i giovani adulti registrata nel lungo periodo. La quota più elevata di obesità si registra come sempre tra gli anziani di 65-74 anni, dove si stima che oltre 1 persona su 6 abbia la malattia (15,9%) nel 2023», spiega Roberta Crialesi, Responsabile del Servizio Sistema integrato salute, assistenza e previdenza dell’Istat. «Restano invece del tutto stabili rispetto all’anno precedente i livelli complessivi di eccesso di peso, che continua a riguardare complessivamente quasi un adulto su due in Italia (46,3%)».
«L’obesità e un problema globale in crescente diffusione, considerata una delle principali sfide per la salute pubblica. Si tratta di una condizione complessa, multifattoriale, che richiede interventi coordinati e personalizzati, capaci di incidere non solo a livello individuale ma anche comunitario e politico. In questo contesto, le strategie e gli interventi multi-setting emergono come approccio essenziale per combattere l’obesità, in linea con le politiche di salute e benessere promosse a livello internazionale – commenta Nathan Levialdi Ghiron, Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata nella prefazione dell’Italian Barometer Obesity Report 2024 -. Le strategie multi-setting sono approcci integrati che agiscono su più livelli e in contesti diversi – dalla scuola, al luogo di lavoro, all’ambiente urbano – per affrontare i determinanti sociali e ambientali dell’obesità».
«A livello nazionale, dobbiamo garantire che i nostri servizi sanitari, tutti i livelli istituzionali territoriali e le nostre comunità, inclusi gli ambiti scolastici e imprenditoriali, siano adeguatamente alfabetizzati, e conseguentemente attrezzati, per ridurre il rischio e l’impatto dell’obesità. A livello parlamentare, attraverso i provvedimenti che abbiamo presentato sia alla Camera dei Deputati sia al Senato della Repubblica, ci stiamo impegnando per affrontare le radici strutturali dell’obesità e per far riconoscere la stessa come malattia», chiosa l’On. Roberto Pella, Deputato della Repubblica, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità, Diabete e malattie croniche non trasmissibili e Presidente ff di ANCI.
«In questa XIX Legislatura ci stiamo concretamente impegnando come Intergruppo parlamentare ad avviare iter legislativi che portino a considerare l’obesità, nella propria complessità, come una malattia che esige prevenzione e cura. L’inserimento dell’obesità nelle politiche sulla salute del G7 può aprire nuove prospettive globali nell’affrontare una malattia che ha impatti devastanti a livello clinico, sociale ed economico», aggiunge la Sen. Daniela Sbrollini, Senatrice della Repubblica, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità, Diabete e malattie croniche non trasmissibili e Vice Presidente della 10a Commissione permanente del Senato (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale).
Proprio in queste ore entra in servizio il nuovo Direttore Generale della Ricerca e dell’Innovazione in Sanità del Ministero della Salute, Graziano Lardo: sarà lui il primo interlocutore del sistema degli IRCCS
Fondi, personale e territorio. Sono questi i tre nodi che vengono al pettine quando si affronta il tema IRCCS, Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico. «Se il loro numero aumenta a dismisura c’è un problema. Se i fondi che vengono assegnati non hanno lo stesso andamento, o se restano gli stessi, allora c’è un altro problema. Se sono troppo concentrati in alcuni territori – su 52 IRCCS la Lombardia ne ha 18 e il Lazio 9, Sardegna, Calabria, Umbria, Abruzzo, Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta nessuno – allora c’è un altro problema ancora. Se non si mantengono valutazioni scientifiche rigorose che li equiparano a standard internazionali e non si revoca il riconoscimento di IRCCS a chi perde quel livello – cosa mai avvenuta finora – allora i problemi aumentano. Se si diluisce troppo il carattere monospecialistico a favore dei grandi policlinici multidisciplinari allora nuovi problemi possono manifestarsi. E, infine, se non si stabilizza e valorizza il personale che fa ricerca, tutti quei problemi sono destinati ad ingigantirsi».
Il cahiers de doléances compilato per TrendSanità da un esperto del settore non vuole essere un’ombra sul fondamentale ruolo che hanno gli IRCCS per la ricerca sanitaria italiana, tutt’altro. Questi nodi sono gli stessi affrontati anche dalla riforma approvata e resa operativa tra il 2022 e il 2023 e scioglierli vorrebbe dire difendere e rafforzare la missione e il ruolo d’eccellenza che gli istituti hanno da quasi 90 anni.
«Uno dei miei primi atti da Ministro è stata proprio la legge di riordino di questi Istituti, volta a potenziare la rete degli IRCCS e a sostenere la loro capacità di trasferire efficacemente l’innovazione e la conoscenza dai laboratori alla cura dei pazienti» dichiarava il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, in occasione del “compleanno” dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena.
Storia
Iniziarono la storia IRCCS proprio l’Istituto Regina Elena di Roma e l’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano con il Regio Decreto del 1938, Norme generali per l’ordinamento dei servizi e del personale sanitario degli ospedali, che distingueva questi istituti dagli ospedali tradizionali per la loro duplice missione: non solo fornire servizi di ricovero e cura, ma condurre anche attività di ricerca scientifica. Seguì Napoli, qualche anno dopo, con la Fondazione Pascale, anch’essa con un focus sui tumori. Il loro obiettivo innovativo era quello di migliorare l’assistenza sanitaria attraverso l’applicazione diretta delle scoperte scientifiche “al letto del paziente” con lo sviluppo di nuove tecniche diagnostiche, l’introduzione di strumenti terapeutici innovativi, la sperimentazione di nuove molecole e sostanze biologiche con potenziale terapeutico, lo studio di modelli organizzativi e gestionali più efficienti. Questo approccio integrato tra ricerca e cura rappresentava un esempio pionieristico di quella che oggi viene chiamata ‘ricerca traslazionale’, anticipando di decenni un modello che sarebbe diventato fondamentale nella medicina moderna in tutto il Mondo.
«Se noi oggi raggiungiamo l’88% dei casi di tumore alla mammella diagnosticati che si risolve nell’arco del quinquennio successivo alla diagnosi, lo dobbiamo sicuramente alla presa in carico tempestiva, al nostro sistema ospedaliero, ma lo dobbiamo soprattutto alla ricerca. E, in quest’ottica, quella pubblica portata avanti dagli IRCCS è fondamentale» spiega a TrendSanitàMarcello Gemmato, sottosegretario alla Salute. «Ma le sfide attuali per la nostra sanità sono inedite ed enormi e la riforma degli istituti è solo uno dei tasselli di un quadro più complessivo che non può rispondere con strumenti datati a questo scenario» ammette ancora Gemmato.
Evoluzione e derive
Un panorama dove si sono affastellate, via via, eccellenze e realtà non così brillanti, tanto da motivare il Governo attuale e il precedente a mettere mano alla materia
Proseguendo la storia degli IRCCS dai tumori si arrivò a centri che si occupavano di sistema nervoso e salute materno-infantile e poi di altri temi. Dagli anni ’70 del secolo scorso si assistette ad una crescita via via più veloce, con una vera esplosione negli ultimi anni, con il riconoscimento anche per grandi policlinici multidisciplinari e con la nascita di istituti privati inseriti nei servizi sanitari delle Regioni. Un panorama dove si sono affastellate, via via, eccellenze e realtà non così brillanti, tanto da motivare il Governo attuale e il precedente a mettere mano alla materia per fare ordine e tenere alto il livello qualitativo della ricerca e il suo impatto per il Servizio Sanitario Nazionale. «Dobbiamo spingere e accorciare i tempi, c’è una lentezza burocratica tra ricerca e messa in pratica. Dobbiamo puntare sul proof of concept per portare la ricerca a determinare un beneficio per i pazienti e per tutto il SSN» diceva qualche mese fa ai microfoni di TrendSanitàMaria Rosa Campitiello, Capo Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze del Ministero della Salute, in un commento alla riforma.
Fondi
È sotto gli occhi di tutti il caso IRCCS Santa Lucia di Roma, dedicato alla neuroriabilitazione ospedaliera di alta specialità e alla ricerca nelle neuroscienze, sommerso da 300 milioni di euro di debiti
Il tema del finanziamento degli IRCCS, al netto della capacità di attrarre fondi per la ricerca pubblici e privati, cade sotto il tema più generale delle crescenti difficoltà nel finanziare tutta la sanità italiana. È intuitivo che, con un numero crescente di strutture pubbliche, anche i finanziamenti andrebbero accresciuti per non generare una complicata corsa “fratricida” a garantirsi le risorse facendo restare qualcuno a bocca asciutta. Il finanziamento ministeriale corrente prevede 5 criteri diversamente pesati: un 55% per la produzione scientifica, un 20% per l’attività assistenziale, un 10% per la capacità di operare in rete, un 10% per la capacità di attrarre risorse e un 5% per il trasferimento tecnologico. Un sistema di valutazione che, nonostante gli aggiustamenti, negli ultimi tempi ha subito critiche perché tende a privilegiare indicatori quantitativi come il numero di pubblicazioni, che sappiamo essere soggetto a pericolose derive, rischiando di mettere in secondo piano l’impatto reale sulla salute dei pazienti. Inoltre, viene evidenziato da più parti il rischio che la penuria di finanziamenti pubblici e la necessità di attrarre finanziamenti privati possa orientare la ricerca verso ambiti più “redditizi”, a scapito di settori ugualmente importanti ma meno attraenti per gli investitori. Così come è sotto gli occhi di tutti il caso IRCCS Santa Lucia di Roma, dedicato alla neuroriabilitazione ospedaliera di alta specialità e alla ricerca nelle neuroscienze, sommerso da 300 milioni di euro di debiti e su cui è dovuto intervenire il Governo nell’agosto scorso versando 11 milioni per garantire il pagamento degli stipendi arretrati agli oltre 800 dipendenti.
Personale
La riforma degli IRCCS «recepisce solo parzialmente, e in maniera confusa, la richiesta di introduzione di una percentuale minima di personale dedicato alla ricerca. Non ha individuato un vero percorso di stabilizzazione del personale della ricerca e di supporto» scriveva la CGIL in una nota a commento del Decreto legislativo 200 del 23 dicembre 2022. E quello del personale dedicato alla ricerca è un tema ricorrente quando si tratta di questi istituti. Attualmente sono circa 10mila i ricercatori impegnati e molto si è fatto negli ultimi anni per inquadrare al meglio la loro figura e limitare la “fuga di cervelli” verso altro Paesi. A partire dalla riforma della cosiddetta “piramide della ricerca sanitaria” si è cercato di coniugare le esigenze del settore, caratterizzato in tutti i Paesi da flessibilità, mobilità e da una competizione giocata a suon di assegni, con quelle proprie dei ricercatori di avere stabilità economica e continuità nel rapporto di lavoro. Ma le complesse procedure di attuazione di quelle norme ancora non sono andate compiutamente a regime e negli istituti ancora convivono figure atipiche con borse di studio, co.co.co. e partite IVA, mentre vanno avanti le battaglie sindacali e giuridiche per vedere riconosciuti diritti maturati nei 13 anni di precariato che, in media, ha svolto un ricercatore IRCCS.
Territorio
Da poco è arrivato uno stanziamento di 20 milioni di euro in favore degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico da destinare alla cura di cittadini residenti in Regioni diverse da quelle di appartenenza
La distribuzione geografica degli istituti rivela il terzo elemento di disequilibrio: la forte concentrazione nel Nord Italia, con particolare densità in Lombardia, crea disparità nell’accesso alle cure d’eccellenza per i cittadini del Centro-Sud creando ulteriori ondate di spostamenti di pazienti da una Regione all’altra. Su questo aspetto il sottosegretario alla Salute, Gemmato, ha di recente applaudito per lo stanziamento di 20 milioni di euro «in favore degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, da destinare alla cura di cittadini residenti in Regioni diverse da quelle di appartenenza». E, intanto, la riforma dovrebbe essere all’opera per procedere a razionalizzarne funzioni e distribuzione collegando maggiormente gli istituti al territorio dove operano e definendo le modalità di individuazione di un ambito di riferimento per ciascuna area tematica, per rendere la valutazione per l’attribuzione della qualifica IRCCS più coerente con le necessità dei diversi territori in virtù del criterio del “bacino minimo di utenza su base territoriale” introdotto dalla norma. Così, mentre in tanti bussano al portone di Lungotevere Ripa per ottenere l’ambito riconoscimento e tentare la corsa ai finanziamenti per la ricerca, non è remota la possibilità che qualche istituto perda il suo status.
Futuro
Il sistema IRCCS si trova oggi di fronte a nuove sfide. La medicina di precisione, l’intelligenza artificiale, la telemedicina richiedono investimenti importanti e competenze sempre più specializzate. La competizione internazionale si fa più intensa, mentre le risorse pubbliche rimangono limitate. Proprio in queste ore entra in servizio il nuovo Direttore Generale della Ricerca e dell’Innovazione in Sanità del Ministero della Salute, Graziano Lardo. Sarà lui il primo interlocutore del sistema degli IRCCS e a lui toccherà dare concretezza alla riforma per portare nel futuro una storia così stratificata.
«Il Disegno di Legge sulla Manovra 2025 – ha dichiarato Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è molto lontano dalle necessità della sanità pubblica: le risorse stanziate non bastano a risollevare un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) in grave affanno, sono ampiamente insufficienti per finanziare tutte le misure previste dalla Manovra e mancano all’appello priorità rilevanti per la tenuta della sanità pubblica». Queste le criticità principali emerse dall’audizione della Fondazione GIMBE presso le Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato, dove il Presidente ha invitato a non utilizzare la sanità come terreno di scontro politico ed ha avanzato proposte concrete per il rifinanziamento del Fondo Sanitario Nazionale (FSN).
Fondo sanitario nazionale
«Innanzitutto – ha spiegato Cartabellotta – il titolo dell’art. 47 “Rifinanziamento del Fabbisogno Sanitario Nazionale Standard” e ancor più le modalità con cui vengono presentati gli importi sono fuorvianti: vengono riportati solo gli incrementi cumulativi del FSN, anziché le risorse aggiunte annualmente, con la relativa rideterminazione del FSN». Cartabellotta ha proposto di rinominare l’art. 47 in “Fabbisogno Sanitario Nazionale Standard” e di esplicitare per ciascun anno sia l’incremento in valore assoluto, sia l’importo rideterminato del FSN (tabella 1).
La Fondazione ha evidenziato come la crescita del FSN sia nettamente insufficiente rispetto alle difficoltà della sanità pubblica di garantire in maniera equa il diritto alla tutela della salute. «L’incremento di 2,5 miliardi di euro per il 2025, che porta “in dote” 1,2 miliardi dalla Manovra 2024 – spiega Cartabellotta – aumenta il FSN a 136,5 miliardi, di fatto solo dell’1% rispetto a quanto già fissato nel 2024». E negli anni successivi, eccezion fatta per il 2026 (+3%), gli incrementi percentuali del FSN sono risibili: +0,4% nel 2027, +0,6% nel 2028, +0,7% nel 2029 e +0,8% nel 2030.
«Ma soprattutto – ha rilevato il Presidente – emerge chiaramente la riduzione degli investimenti per la sanità rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese, segno che il rafforzamento del SSN e la tutela della salute non sono una priorità nemmeno per l’attuale Governo». Infatti, in termini di percentuale di PIL, il FSN scende dal 6,12% del 2024 al 6,05% nel 2025 e 2026, per poi precipitare al 5,9% nel 2027, al 5,8% nel 2028 e al 5,7% nel 2029 (figura 1). «Questo trend – ha osservato Cartabellotta – riflette il continuo disinvestimento dalla sanità pubblica, avviato nel 2012 e perpetrato da tutti i Governi. L’aumento progressivo del FSN in valore assoluto, sempre più sbandierato come un grande traguardo, è in realtà una mera illusione: perché la quota di PIL destinata alla sanità cala inesorabilmente, fatta eccezione per gli anni della pandemia quando i finanziamenti straordinari per la gestione dell’emergenza e il calo del PIL nel 2020 hanno mascherato il problema. E con la Manovra 2025 si scende addirittura sotto la soglia psicologica del 6%, toccando il minimo storico» (figura 2).
Misure previste
Il Presidente ha poi presentato l’analisi dettagliata delle misure previste dall’art. 47 della Manovra 2025, evidenziando un netto divario con le risorse stanziate. Nel periodo 2025-2030, il costo complessivo delle misure ammonta a 21.365 milioni di euro, a cui vanno aggiunti i rinnovi contrattuali del personale sanitario, non riportati dal testo della Manovra. Costi che la Fondazione GIMBE ha stimato in 7.649 milioni: 3.618 milioni per il triennio 2025-2027 e 4.031 milioni per il 2028-2030. «Calcolatrice alla mano – ha chiosato Cartabellotta – le misure previste dalla Manovra per il periodo 2025-2030 hanno un impatto complessivo di oltre 29 miliardi di euro, mentre le risorse stanziate ammontano a circa 10,2 miliardi. Con un divario che sfiora i 19 miliardi e un SSN già in grave affanno, è ovvio che anche le Regioni più virtuose faticheranno a implementare le misure disposte dalla Manovra e dovranno tagliare i servizi o aumentare le imposte regionali» (tabella 2).
Misure non previste
«Dalla Manovra 2025 – ha rilevato Cartabellotta – restano escluse priorità cruciali per la tenuta del SSN. Innanzitutto, il piano straordinario di assunzione medici e infermieri, l’abolizione del tetto di spesa per il personale e risorse adeguate per restituire attrattività al SSN, visto che le indennità di specificità sono solo briciole. Mancano inoltre risorse per ridurre/abolire il payback sui dispositivi medici e per gestire il continuo sforamento del tetto di spesa della farmaceutica diretta, che pesa sempre di più sull’industria del farmaco». Infine, anche i “nuovi” LEA per le prestazioni specialistiche e protesiche, attesi da ben 8 anni, rischiano di slittare oltre il 1° gennaio 2025, per esiguità delle risorse stanziate.
Il rifinanziamento del SSN
Secondo il report OCSE sulla sostenibilità fiscale dei servizi sanitari, pubblicato nel gennaio 2024, la spesa sanitaria crescerà “fisiologicamente” in media del 2,6% annuo fino al 2040, spinta dal costo crescente di farmaci e tecnologie sanitarie, invecchiamento della popolazione e inflazione. «Purtroppo – ha spiegato Cartabellotta – gli incrementi previsti dalla Manovra 2025, ben al di sotto di questa soglia, non saranno sufficienti a mantenere il passo, lasciando il nostro SSN sempre più indietro». Con il finanziamento assegnato dalla Legge di Bilancio 2025, infatti, dal 2026 ci allontaneremo dal tasso di crescita del 2,6% annuo, accumulando un gap di circa 12 miliardi di euro nel 2030 (figura 3).
Proposte per il rifinanziamento del SSN
«Se il nostro Paese intende davvero rilanciare il SSN – ha continuato il Presidente – è indispensabile avviare un rifinanziamento progressivo accompagnato da coraggiose riforme di sistema. Perché aggiungere fondi senza riforme riduce il valore della spesa sanitaria, mentre fare riforme “senza maggiori oneri per la finanza pubblica” crea solo “scatole vuote”, come il DL anziani, il DL liste di attesa e il DdL sulle prestazioni sanitarie. Nonostante la stagnante crescita economica, gli enormi interessi sul debito pubblico e l’entità dell’evasione fiscale, con un approccio scientifico e la giusta volontà politica è possibile pianificare un incremento percentuale annuo del FSN, al di sotto del quale non scendere, a prescindere dagli avvicendamenti dei Governi».
Seguendo le opzioni politiche suggerite dal report OCSE del gennaio 2024, la Fondazione GIMBE ha presentato in audizione proposte concrete per rifinanziare il SSN. Nell’impossibilità di aumentare la spesa pubblica totale visto l’inverosimile balzo del PIL nel breve-medio termine e i vincoli EU sul debito, occorre puntare sulla combinazione delle altre strategie proposte dall’OCSE. Innanzitutto, aumentare le risorse per la sanità, riallocandole da altri capitoli di spesa pubblica e/o introducendo tasse di scopo, in particolare su prodotti che danneggiano la salute (sin taxes): sigarette, alcool, gioco d’azzardo, bevande e prodotti zuccherati, e/o tassando i redditi milionari e/o gli extra-profitti di multinazionali. In secondo luogo, rivalutare i confini tra spesa pubblica e spesa privata: previo aggiornamento efficace dei Livelli Essenziali di Assistenza (le prestazioni che il SSN è tenuto a fornire a tutte le persone, gratuitamente o dietro pagamento di ticket), occorre attuare una “sana riforma” della sanità integrativa che permetta di coprire i bisogni di salute aumentando la spesa intermediata e riducendo quella pagata di tasca dai cittadini (out-of-pocket); rivedere le compartecipazioni alla spesa sanitaria; incentivare, previa definizione di una governance nazionale, le partnership pubblico-privato. Infine, attuare un Piano Nazionale di disinvestimento da sprechi e inefficienze per aumentare il valore della spesa sanitaria.
«È ormai tempo di rimboccarsi le maniche – ha concluso Cartabellotta – abbandonando sia i proclami populisti del Governo sia le proposte irrealistiche di rifinanziamento delle forze di opposizione, evitando di fare della sanità un campo di battaglia politica. Perché senza un adeguato potenziamento del SSN con adeguate risorse e coraggiose riforme di sistema, non resterà che assistere impotenti al suo declino: vedremo dissolversi la sua funzione di tutela universale della salute, disattendendo il principio sancito dall’art. 32 della Costituzione. Di conseguenza, è indispensabile ripensare le politiche allocative del Paese per contrastare la progressiva demotivazione e fuga del personale sanitario dal SSN, le difficoltà di accesso alle innovazioni farmacologiche e tecnologiche, le diseguaglianze nell’accesso a servizi e prestazioni sanitarie, l’aumento della spesa privata e la rinuncia alle cure. Altrimenti, diremo definitivamente addio all’universalismo, all’uguaglianza e all’equità, princìpi fondanti del SSN».
«I cosiddetti “Primi 1000 giorni”, dal concepimento ai 2 anni di vita, condizionano la salute a lungo termine dell’essere umano. La Neonatologia ha, quindi, un ruolo fondamentale e la responsabilità di creare, insieme alle famiglie, le condizioni ottimali per poter garantire il miglior futuro possibile per ogni neonato, costruendo ponti multidisciplinari e multiprofessionali con gli ambiti perinatali, pediatrici e specialistici. Continueremo ad impegnarci in un dialogo ancora più attivo e costruttivo con le Istituzioni, sia a livello nazionale, che regionale, come interlocutori privilegiati nelle decisioni che riguardano le politiche sanitarie per i neonati, affinché possano essere adottate strategie durature, basate su dati ed evidenze scientifiche di cui la nostra Società si rende garante. I rapidi mutamenti epidemiologici, demografici e sociali, influenzati dalla recente crisi pandemica e da una denatalità che non accenna ad attenuarsi, insieme alla difficoltà di reperire risorse dedicate (umane e tecnologiche) stanno accentuando problematiche significative in ambito neonatologico, mettendo in luce criticità che non possiamo ignorare, perché ogni neonato merita le stesse opportunità di salute, indipendentemente da dove nasce».
Questa la dichiarazione di Massimo Agosti, Professore Ordinario di Pediatria all’Università degli Studi dell’Insubria, dove dirige la Scuola di Specializzazione di Pediatria, nonché Direttore della Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale e del Dipartimento Materno Infantile dell’Ospedale Del Ponte di Varese, Coordinatore del Gruppo di lavoro “Percorso Nascita” e Membro della “Commissione Vaccini” di Regione Lombardia, eletto Presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN), per il triennio 2024-27, a Padova, nel corso del XXX Congresso Nazionale della SIN.
Il neopresidente è autore di numerosi articoli scientifici in ambito neonatologico su riviste internazionali, tra i campi di maggiore interesse: la nutrizione con particolare riguardo alla promozione dell’allattamento materno, gli aspetti gastroenterologici del neonato sano e prematuro, la prevenzione e la terapia contro le infezioni neonatali, l’attenzione della cura complessiva del neonato con la sua famiglia sia nel corso della degenza in terapia intensiva, che dopo la dimissione, con sistemi di follow-up integrati con il territorio.
Consiglio direttivo e obiettivi del nuovo mandato
Massimo Agosti guiderà la SIN insieme al nuovo Consiglio Direttivo, composto da: Gina Ancora, Rimini (Vicepresidente), Alessandra Coscia, Torino (Tesoriere) e dai Consiglieri Arianna Aceti (Bologna), Antonino Di Toro (Napoli), Eloisa Gitto (Messina), Simonetta Picone (Roma), Daniele Trevisanuto (Padova), Stefania Troiani (Perugia).
Tra gli obiettivi principali del nuovo mandato: promuovere e sostenere l’allattamento materno per tutti i neonati, anche per i più piccoli e fragili, e la disponibilità del latte di banca umano donato; collaborare con le famiglie in tutti i setting di cura (fisiologia, piccola patologia, terapia intensiva neonatale, follow up); applicare gli standard organizzativi e gli standard europei di cura centrati sul neonato e sulla famiglia, in primis l’apertura delle Terapie Intensive Neonatali h24 ai genitori, affinché possano essere presenti e vicini ai propri figli ricoverati; garantire un servizio di trasporto d’emergenza neonatale distribuito omogeneamente su tutto il territorio nazionale; fornire un’adeguata formazione neonatologica, sostenendone la ricerca scientifica per i medici specializzandi in Pediatria; coinvolgere le diverse figure professionali in un continuum di collaborazione tra ospedale e territorio per la cura di tutti i neonati. «Le sfide da affrontare sono molte, ma ciascuna di esse rappresenta anche un’opportunità; dobbiamo continuare a lavorare insieme per costruire un sistema che metta al centro il neonato e la famiglia tutta, garantendo cure adeguate e accessibili in modo omogeneo, per promuovere, sin dall’epoca neonatale, una salute di qualità», conclude il Presidente Agosti.
Correvano i primi anni ’70 e in Italia l’informatica, che all’epoca si chiamava cibernetica e ci vedeva come uno dei Paesi più all’avanguardia, si basava su calcolatori mainframe (o sistemi di computer centralizzati per l’elaborazione dei dati e per calcoli matematici e statistici). Si era già alla 4ª generazione di macchine computabili che, solo verso la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, furono incrementate e rimpiazzate da minicomputer e da reti di personal computer. Fu così che i sistemi mainframe (IBM System, Sperry-Univac, Honeywell-Bull, ecc…) segnarono l’alba dell’era digitale anche nella nostra sanità. Per la prima volta – e ancora non era nemmeno nato il Servizio Sanitario Nazionale istituito nel dicembre del 1978 – con questo framework tecnologico furono archiviati ed elaborati i primi dati in ambito sanitario.
Informatica medica già progenitrice della digital health
Quest’anno sono 50 anni esatti dalla prima conferenza mondiale di informatica medicaMedInfo che si svolse nell’agosto 1974 a Stoccolma. L’informatica medica intendeva trattare già allora i dati e l’informazione come conoscenza nel settore biomedico e la loro archiviazione e gestione ottimale come soluzione dei problemi clinici e sanitari. Similmente alla moderna informatica medica che, attualmente, sfrutta la scienza e la tecnologia del calcolo e trattamento automatici per migliorare i risultati sanitari e la cura dei pazienti, potenziando il supporto all’attività clinica e l’erogazione dell’assistenza sanitaria, interfacciandosi con tutti i settori di base e applicativi della scienza medica e delle tecnologie biomediche.
Francesco Sicurello, ricercatore associato all’Istituto di Tecnologie Biomediche del CNR di Milano e Presidente dell’Istituto Internazionale di Telemedicina, uno dei padri fondatori dell’informatica medica in Italia, ha ricostruito con TrendSanità, e con l’ausilio di alcune domande, quegli anni e il periodo in cui è nata l’informatica medica in Italia.
Lei è un padre fondatore dell’informatica medica in Italia (negli anni ’70 si laureava in Fisica a Milano con indirizzo elettronico e cibernetico con tesi su procedure automatiche nei flussi informativi di sistemi organizzativi complessi). Secondo il suo punto di vista, qual è la definizione attuale di informatica medica?
Quest’anno sono 50 anni esatti dalla prima conferenza mondiale di informatica medica MedInfo che si svolse nell’agosto 1974 a Stoccolma
«L’informatica medica è quella disciplina tecnico-scientifica che riguarda le applicazioni di teorie e metodi basati sull’uso dei calcolatori elettronici, in termini di hardware e di software, per il trattamento automatico di dati utili al processo di cura, diagnostico e terapeutico. Quindi una raccolta rilevante e analisi di dati perché possa supportare l’intera équipe medica e infermieristica per arrivare a una buona diagnosi e terapia. Questo processo necessita di continua alimentazione di dati sia anamnestici sia strumentali per la diagnosi, che solo la conoscenza del medico porta a formulare. L’informatica medica è quindi un’attività interdisciplinare, perché mette in relazione le competenze di informatica e medicina, coadiuvate inoltre da scienza e tecnologia.»
Francesco Sicurello
Dobbiamo però distinguere l’informatica medica dall’informatica sanitaria: ci aiuta a capire peculiarità e differenze?
«L’accezione formulata 50 anni fa a MedInfo Conference, prima conferenza mondiale di medical informatics, era quella del data processing ad indirizzo diagnostico-terapeutico. L’informatica sanitaria va distinta, a mio avviso, e riguarda il miglioramento, con l’ausilio delle tecnologie IT prima e ICT ora, del flusso delle informazioni a fini gestionali di tutto ciò, fuori dal processo diagnostico-terapeutico, concorre a facilitarlo dal lato degli strumenti biomedicali, infrastrutture e processi organizzativi che il sistema aziendale ospedaliero e sanitario mette in campo per la sua attività produttiva principale o mission, cioè la cura del malato. Come il miglioramento dell’accesso del paziente alla struttura sanitaria, e quindi anche la gestione delle liste d’attesa con le prenotazioni. L’informatica, applicata al servizio sanitario in senso lato, può facilitare il ricovero e il rapporto cittadino-paziente con l’ospedale, l’ambulatorio, la casa della salute, il medico di base. Due cose distinte: l’informatica sanitaria per i dati delle strutture e l’informatica medica per i dati clinici dei pazienti».
Quando nacque, quindi, l’informatica medica in Italia?
«L’informatica medica in Italia nacque con l’Associazione Italiana di Informatica Medica (AIIM) nel 1975 a Parma (presidente Tardini di quell’Università e successivamente Angelo Serio di Roma), con lo scopo di promuoverne il progresso attraverso lo scambio di esperienze, opinioni, studi in ogni campo della ricerca, dell’insegnamento e dell’assistenza sanitaria. Era un momento denso di sviluppi per la computerizzazione; tuttavia, dobbiamo tenere presente che i computer di allora erano General Purpose, ovvero delle grosse macchine che risolvevano problemi generali perlopiù statistici, con fogli di calcolo, trattavano pochi dati ed erano poco performanti».
Gli “strumenti informativi” erano già previsti nell’art. 27 della Legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale
Poi nacque il Servizio Sanitario Nazionale…
«Con la legge di istituzione del SSN, la 833 del 23 dicembre 1978, al Capo III art. 27, “Strumenti informativi”, già allora si è sottolineata l’importanza della gestione dei flussi sanitari, se si voleva avere un servizio sanitario efficiente. Un esempio: a metà anni ’70, nell’ospedale di Desio, in Brianza, si stava realizzando, con l’Istituto Mario Negri di Milano, un modello sperimentale di gestione automatica dei farmaci ospedalieri. L’obiettivo del progetto era quello di risparmiare e di contenere lo spreco di farmaci: il progetto prevedeva un sistema informativo che controllasse i magazzini, quello centrale e i piccoli magazzini di reparto. Ovvero, gestire al meglio i flussi dei dati di questo aspetto organizzativo dell’ospedale. Per tale progetto era stato installato, da una società di informatica di allora, presso la farmacia ospedaliera il calcolatore, all’epoca il potentissimo, Digital PDP-11, famoso anche per essere stato utilizzato nell’avventura spaziale dello sbarco sulla luna».
Come si evolse quella sperimentazione?
«Allo scoppio, di lì a poco nel luglio 1976, del disastro chimico dell’ICMESA nella zona brianzola di Seveso, Paolo Mocarelli, Primario del Servizio di Medicina di Laboratorio dell’Ospedale di Desio (poi Professore Ordinario di Biochimica Clinica on Università di Milano-Bicocca) venne incaricato dalla Regione Lombardia di seguire l’emergenza sanitaria da diossina per una vasta fetta di popolazione. Il computer PDP-11 presente in ospedale fu subito utilizzato per immagazzinare tutti i dati di laboratorio e clinici dei soggetti sottoposti al piano di monitoraggio e sorveglianza epidemiologica, per gli eventuali rischi sanitari da diossina. Ho partecipato alla progettazione e sviluppo di quel sistema informativo epidemiologico, e come analista-programmatore ho supportato tutte le fasi del lavoro informatico: raccolta, archiviazione, elaborazione ed analisi statistica. Vennero allora creati i primi data base gerarchici e poi relazionali e dei registri di patologia e quello dei tumori tuttora attivo. Il nostro gruppo di informatici, fisici e ingegneri (non c’era ancora la laurea in informatica) era costituito da diversi sistemisti e programmatori, tra cui il dottor Andreani che collaborava con l’Istituto Mario Negri (tra i consulenti di idee e supporto ingegneristico vi è stato per un certo periodo anche il professor Somalvico del Politecnico di Milano)».
Con il disastro chimico di Seveso il potente calcolatore dell’Ospedale di Desio, inizialmente dedicato ai flussi della farmacia, fu utilizzato per il sistema informativo epidemiologico di monitoraggio e sorveglianza
Come arriviamo ai giorni nostri?
«In seguito, con l’affermarsi delle reti – e siamo già negli anni ’80 – possiamo parlare di sistemi informativi stabili, quindi ospedalieri, di laboratorio, di radiologia, di reparti clinici, dove il flusso cablato delle informazioni era dentro alla realtà organizzata, ospedaliera o ambulatoriale. Queste erano le LAN – Local Area Network – per poi passare alle reti metropolitane e geografiche (MAN e WAN), che da lì a poco si sarebbero ampliate, negli anni ‘90 grazie ad Internet e al WWW – World Wide Web – per arrivare, nel mondo sanitario e della medicina, all’attuale digital health ed alla telemedicina. Proprio alla fine del secolo scorso, io ed alcuni colleghi, tra cui ricordo il professor Balossino dell’Università di Torino, il dottor Nicolosi del CNR di Milano, il professor Mauri della nascente Università di Milano Bicocca, il dottor Pellicanò dell’Ospedale Careggi di Firenze, abbiamo fondato a Milano l’AITIM, Associazione Italiana di Telemedicina e Informatica Medica, per rimarcare l’importanza delle reti di comunicazione (ICT) e di estendere il processo di cura medica anche a distanza, sul territorio e a casa del paziente con malattie croniche, con una specie di ospedale virtuale e la recente tragedia del Covid-19 ci ha poi costretto a riconsiderare e riorganizzare questo nuovo modo di erogazione delle prestazioni sanitarie. Voglio ricordare anche due pionieri di questo settore innovativo e dell’intelligenza artificiale in medicina che ci hanno lasciato da tempo: il dottor Riccardo Maceratini dell’Università La Sapienza di Roma ed il professor Mario Stefanelli dell’Università di Pavia, che ne è stato anche prorettore».
Oggi, dopo questa cavalcata di 50 anni, pensa che innovazioni tecnologiche in ambito sanitario e intelligenza artificiale nella medicina e nella sanità costituiscano ancora una vera rivoluzione?
«Oggi vi sono tutte le condizioni favorevoli per un vero cambio di paradigma con tutti i benefici e anche con dei possibili rischi: da giovane studente e da ricercatore pensavo sempre (o sognavo) la completa automazione dei processi lavorativi e sociali e che il sistema binario o digitale dell’informatica e dell’elettronica, anche quantistica, da Turing in poi potesse permettere di riuscirvi. Siamo arrivati a quella meta non considerando bene però che l’automazione potesse toccare anche i processi cognitivi del ragionamento e delle decisioni umane, “artificializzandoli” fortemente con algoritmi intelligenti. Questa è la nuova realtà di oggi e la sfida che l’essere umano non può eludere è complessa e piena di incognite. Abbiamo la connettività veloce, l’Internet of Things e i biosensori in grado di acquisire dati in continuum. Tutto questo alimenta i data base in modo esponenziale, i cosiddetti Big Data, utili per addestrare programmi e software avanzati che imparano da esempi, dalla realtà anche clinica, grazie alle migliori performance delle reti neurali artificiali, del machine e deep learning. Nuovi e potenti risultati inimmaginabili negli anni ’80-90, quando studiavo il modello di neurone di Hopfield (oggi insignito del premio Nobel per la Fisica) e le reti neurali, semplici, a back propagation, ecc… Sistemi che giravano sui primi PC (tipo NeuralWork che ho portato nel 1992 dagli USA) e sono passati in 30 anni da qualche migliaio di neuroni artificiali ai milioni di oggi ed alla potenza di ragionamento e conoscitiva dell’intelligenza artificiale generativa attuale».
Quali sfide e quali opportunità porta l’AI?
«È un capitolo nuovo e da esplorare in modo serio e razionale quello dell’Intelligenza Artificiale odierna, basata su statistiche e verosimiglianze che si ripresentano in modo sempre più preciso, riuscendo a classificare meglio oggetti e concetti, rispetto a quella di ieri basata su deduzioni logiche e regole definite e ridefinite da gruppi di esperti. Con l’apprendimento automatico sempre più veloce, con una specie di nuovo e proprio linguaggio di comunicazione tra macchine oltre che tra uomo e computer, i problemi si complicano e toccano la sfera etica, morale e legale oltre che quella tecnologica, considerando bene il rapporto tra benefici e rischi dell’intelligenza artificiale: nell’uso particolare in Medicina, ci sono senz’altro più benefici per le cure e le predizioni di sviluppo di patologie, mentre in applicazioni più in generale, dell’economia, della politica, penso possano portare più rischi».