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IRCCS, Campitiello: «Delusa dai fondi alla ricerca, ma riforma e riequilibrio territoriale garantiranno eccellenza istituti»

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Crede in modo risoluto al ruolo degli IRCCS e con la sua responsabilità sul tema della ricerca sanitaria non perde occasione per ribadire l’importanza di questa rete. Ma per difendere e valorizzare il loro ruolo è consapevole dei limiti che gli istituti di ricerca e cura a carattere scientifico hanno accumulato nella storia quasi centenaria che li vede eccellenza della sanità italiana e della necessità che la riforma avviata nel 2022 possa dispiegare i suoi effetti.

Maria Rosaria Campitiello

È Maria Rosaria Campitiello, Capo Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie del Ministero della Salute, e risponde alle domande di TrendSanità ripartendo dall’analisi realizzata dalla nostra testata nei giorni scorsi. Fondi, personale e territorio i nodi da affrontare.

A che punto siamo?

«Stiamo lavorando alla riforma, anche se con qualche difficoltà dovuta all’attesa della nomina ufficiale del direttore alla ricerca, già proposta dal Ministro. La burocrazia ha i suoi tempi e dobbiamo rispettarli» spiega riferendosi alla nomina che dovrebbe a breve diventare ufficiale, quella del nuovo Direttore Generale della Ricerca e dell’Innovazione in Sanità del Ministero della Salute, Graziano Lardo.

Quali sono le principali attività in corso?

Garantire ai cittadini la possibilità di accedere in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale a questi centri di eccellenza

«In questo momento stiamo conducendo un importante lavoro di ascolto con tutti gli IRCCS, sia pubblici, sia privati. Stiamo raccogliendo le loro esigenze per capire quali modifiche normative potrebbero essere necessarie quest’anno per migliorare l’efficienza del sistema».

Qual è l’importanza strategica degli IRCCS per il sistema sanitario?

«Gli IRCCS rappresentano un pilastro fondamentale per il Ministero della Salute. Sono istituti di eccellenza che non solo fanno ricerca ma svolgono anche un’importante attività clinica. Il nostro obiettivo è garantire ai cittadini la possibilità di accedere in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale a questi centri di eccellenza, che sono fondamentali per la cura di molte patologie, incluse quelle rare».

Si parla molto del divario Nord-Sud. Su 52 IRCCS la Lombardia ne ha 18 e il Lazio 9, Sardegna, Calabria, Umbria, Abruzzo, Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta nessuno. Come pensate di affrontare questo problema?

«Esiste effettivamente uno squilibrio territoriale che va affrontato. La riforma prevede una rimodulazione delle reti, poiché nella configurazione attuale creerebbero un gap al Sud. Stiamo valutando diverse soluzioni: dagli accorpamenti con modelli hub e spoke all’incentivazione per l’istituzione di nuovi centri di ricerca e cura nel Meridione».

In un recente incontro pubblico Campitiello non ha negato di essere nella squadra dei delusi rispetto alla ripartizione dei fondi della Legge di Bilancio. Una carenza particolarmente sentita dal settore ricerca. Come gestire, allora, l’equilibrio tra l’espansione della rete IRCCS e le risorse disponibili?

Esiste effettivamente uno squilibrio territoriale che va affrontato con accorpamenti e con l’istituzione di nuovi centri di ricerca e cura nel Meridione

«È una questione delicata. Dobbiamo essere consapevoli che le risorse sono finite e che un aumento del numero di IRCCS comporta inevitabilmente una redistribuzione dei fondi disponibili. Tuttavia, la priorità resta garantire il servizio al cittadino, e per questo stiamo preparando una mappatura completa del sistema».

Quali sono i prossimi passi concreti?

«Stiamo per varare una nuova programmazione che includerà una revisione dei criteri sia per la riconferma degli IRCCS esistenti sia per l’autorizzazione di nuovi istituti. Inoltre, dopo un confronto con gli IRCCS pubblici e privati, modificheremo i criteri di riparto del fondo, che sono ormai datati».

Quali parametri verranno rivisti nella valutazione degli IRCCS?

«Attualmente diamo molto peso al numero di pubblicazioni, ma vogliamo rivalutare anche altri aspetti come gli investimenti in contratti tecnologici e le SDO legate all’attività. Le percentuali di riparto dei fondi verranno riviste attraverso un confronto aperto con tutti gli stakeholder».

Come state gestendo il dialogo con le direzioni degli istituti?

«Ho già organizzato incontri con i direttori generali e scientifici di tutti gli IRCCS. È fondamentale capire la sostenibilità economica delle varie richieste. Nonostante le difficoltà economiche generali, abbiamo a disposizione fondi significativi, inclusi quelli del PNRR e dei progetti europei per la ricerca, che dobbiamo utilizzare in modo efficiente per sostenere la ricerca sanitaria nel nostro Paese» conclude Campitiello.

Intelligenza Artificiale: una rivoluzione silenziosa nell’assistenza sanitaria

L’Intelligenza Artificiale (IA) in Sanità: Innovazioni e Applicazioni, Rischi e Opportunità” è il titolo del Seminario AIIC dedicato all’analisi del crescente ruolo dell’intelligenza artificiale in ambito medico. L’iniziativa si propone di esplorare a fondo il ruolo sempre più centrale dell’intelligenza artificiale nel mondo della medicina, un cambiamento silenzioso ma dirompente che sta ridefinendo le pratiche cliniche e il futuro dell’assistenza sanitaria, e si terrà il 12 novembre presso il Presidio Ospedaliero S. Anna e SS. Madonna della Neve a Boscotrecase (NA).

Il seminario è organizzato dall’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) e coordinato dagli ingegneri Pasquale Garofalo (Membro del Consiglio Direttivo AIIC), Gianluca Giaconia (Vice presidente AIIC), Antonio Mancaniello e Nicola Tufarelli (Referenti Regionali AIIC Campania), in collaborazione con il Direttore UOC Ingegneria Clinica ASLNA3, ing. Salvatore Russo, e il suo team.

A patrocinare l’iniziativa l’ASL NA3, l’Ordine degli Ingegneri di Napoli, il Comune di Boscotrecase e di Boscoreale.

La giornata sarà un’occasione unica per assistere a presentazioni e discussioni di alto livello, con la partecipazione di esperti provenienti da diverse aree del settore sanitario e tecnologico.  I partecipanti avranno l’opportunità di immergersi nel cuore delle innovazioni dell’IA applicata alla medicina, esplorando sia le straordinarie potenzialità di questa tecnologia che le sfide etiche e normative che essa pone.  Si parlerà di diagnosi precoce, di dispositivi medici intelligenti in grado di monitorare e adattare le terapie in tempo reale, di analisi predittive, e di come l’IA stia contribuendo a una medicina più personalizzata ed efficace.

Si parlerà di come l’intelligenza artificiale stia contribuendo a una medicina più personalizzata ed efficace, nel rispetto delle normative e dell’etica professionale

Non mancheranno momenti dedicati all’approfondimento delle implicazioni filosofiche dell’intelligenza artificiale, alla sua capacità di trasformarsi in uno strumento di supporto alla diagnosi, al trattamento e alla gestione dei pazienti, e all’esplorazione di tematiche cruciali come la responsabilità professionale dei clinici e delle aziende coinvolte nello sviluppo e nell’implementazione di queste tecnologie, verranno inoltre illustrati casi studio concreti che dimostreranno l’impatto tangibile dell’IA sulla realtà clinica di oggi e del futuro.

La giornata si concluderà con una sessione pratica dove i partecipanti potranno interagire direttamente con rappresentanti di aziende leader nel settore delle tecnologie mediche, che presenteranno le loro più recenti innovazioni.  Sarà un’occasione privilegiata per toccare con mano le ultime frontiere dell’IA in campo medico, porre domande ai professionisti e confrontarsi con altri esperti del settore.

L’evento è rivolto a un pubblico vasto e variegato, dai professionisti sanitari agli amministratori ospedalieri, dai ricercatori agli studenti, a tutti coloro che desiderano approfondire le complesse e stimolanti implicazioni dell’Intelligenza Artificiale nel campo sanitario. 

Qui il programma.

Le analisi decentrate e i point of care testing: una strada in salita?

Il 16 novembre all’Azienda Ospedaliera Universitaria di Alessandria si terrà il convegno “Le analisi decentrate e i “point of care testing”: una strada in salita?”. Nel titolo…una domanda! La salita può essere interpretata come una difficoltà all’introduzione delle nuove tecnologie nei laboratori di microbiologia clinica per differenti ragioni di ordine tecnico, giuridico, burocratico, amministrativo, finanziario etc. Oppure come crescita, trasformazione, opportunità.

La recente pandemia ha dimostrato quanto i sistemi di diagnostica molecolare rapida ed i test delocalizzati rispetto al laboratorio centrale siano stati essenziali per sostenere il Sistema Sanitario. Il mercato dei test molecolari ad approccio sindromico, dei test in microfluidica e le diverse tecnologie, applicabili dentro e fuori al laboratorio, offre numerose alternative al microbiologo clinico. Come orientarsi per non perdere opportunità e benefici? Il percorso verso un utilizzo dei point of care testing (PoCT) sicuro e diffuso è visto come un problema dai microbiologi clinici perché conoscono tutti gli elementi qualificanti del percorso diagnostico e sono convinti che solo un’autorevole e pervasiva governance clinica possa permetterne l’implementazione.

Sebbene la tecnologia, in tema di PoCT, possa infatti garantire prestazioni analitiche sovrapponibili a quelle ottenute dalla strumentazione dei laboratori centralizzati, la sola dimensione tecnologica non basta a garantire la qualità del processo e la sicurezza dei dati, nonchè la comprensione dell’informazione analitica (contenuta nel referto) da parte del curante e del paziente.

L’uso dei PoCT, quando non ben governati, pone dei rischi dovuti all’insufficiente formazione degli utilizzatori, all’inadeguata supervisione, all’omesso impiego di appropriati schemi di sicurezza di qualità, all’inappropriata esecuzione di esami. Manca un governo delle tecnologie? Serve una cabina di regia? Privacy, qualità, sostenibilità sono garantite? I problemi sul tappeto sono estremamente rilevanti ed occorre riflettere insieme su possibili modelli gestionali che portino ad una vera innovazione diagnostica e terapeutica.

Obiettivo: condividere le informazioni tra professionisti per ottenere dal confronto multispecialistico una visione più completa e definita delle problematiche e delle prospettive. Si tratta di mettere a fuoco alcuni punti da portare all’attenzione degli stakeholders nazionali e regionali della Sanità Italiana. Anche la cittadinanza sarà coinvolta attraverso gli strumenti della comunicazione con lo scopo di rendere sempre più accessibili gli approcci e le logiche che conducono a decisioni nel campo della salute. Proprio perché l’argomento si innesta su un impianto in evoluzione e non avulso dal contesto produttivo “convenzionale” sono invitate le aziende che da anni rappresentano la forza motrice della microbiologia clinica. Le grandi sfide che stiamo affrontando in termini di accuratezza, accessibilità e sostenibilità richiedono il coinvolgimento di tutte le componenti che agiscono sulla qualità delle prestazioni erogate dal laboratorio.

Il convegno si articolerà in tre tavole rotonde tematiche. Ad ogni tavola siederanno professioni di diverse discipline con il ruolo di “discussant” ed il dibattito sarà condotto da un giornalista specializzato sui temi della sanità. Il convegno è rivolto a professionisti aziende, organizzazioni ed Enti che sono interessati agli argomenti trattati. I temi da discutere riguardano l’applicazione delle nuove tecnologie a risposta rapida negli ospedali e sul territorio e le problematiche ancora aperte, quali la sostenibilità economica e il finanziamento del cambiamento organizzativo, la protezione dei dati e la qualità delle performance erogate. Qui il programma.

Scompenso cardiaco: i pazienti migliorano le cure se partecipano alle sperimentazioni

Gestione dello scompenso cardiaco, coinvolgimento dei pazienti e nuove terapie in fase di sviluppo sono i temi al centro del 10° Congresso Nazionale che l’Associazione Italiana Scompensati Cardiaci (AISC APS) ha tenuto a Roma, con il contributo non condizionante delle aziende Roche, Novartis e Bayer. L’evento intende valorizzare la partecipazione attiva dei pazienti per migliorare l’assistenza sanitaria. «Quest’anno – afferma Salvatore Di Somma, Direttore del Comitato Scientifico dell’AISC – il paziente non è solo destinatario, ma parte propositiva del cambiamento, avanzando proposte concrete per ottimizzare i processi assistenziali». 

Il Congresso è un’occasione di confronto fra tutti gli attori del sistema sulle nuove opportunità che la ricerca scientifica mette a disposizione. «La telematica, il Fascicolo sanitario elettronico, le Case di Comunità, le IcOT, le farmacie di servizio, i medici di medicina generale in grado di rispondere immediatamente alle necessità dei pazienti per noi affetti da scompenso cardiaco possono cambiarci la vita, sia in termini di durata sia di qualità, in quanto in grado di assicurare la diagnosi precoce, la presa in carico e allontanamento della situazione di emergenza – afferma Rossana Bordoni, Presidente di AISC -. Siamo pronti a fare la nostra parte, ci presentiamo come pazienti formati ed informati, ma è necessario che in questo processo di cambiamento della sanità, ormai imprescindibile, la nostra voce costruttiva e propositiva venga ascoltata dal governo centrale e regionale».

Attenzione sin dalla sperimentazione

Per permettere lo sviluppo di farmaci che possono migliorare la qualità di vita è necessario il coinvolgimento dei pazienti lungo le sperimentazioni cliniche. A sperimentarlo da anni sono gli Stati Uniti, «dove – spiega Di Somma – le Associazioni dei pazienti sono attivamente coinvolte, come nel progetto condotto da Novartis, approvato dalla Food and Drug Administration (FDA), al quale come Associazione contribuiamo e che mira a raccogliere dati su come i pazienti possano trarre beneficio, non solo dal punto di vista clinico, ma anche dal punto di vista della qualità della vita percepita. In Italia, nonostante il nuovo regolamento della Commissione Scientifica ed Economica dell’AIFA preveda la partecipazione dei pazienti all’iter di valutazione, l’AISC non è stata ancora chiamata a partecipare. La qualità della vita dei pazienti dovrebbe essere un parametro centrale nelle sperimentazioni cliniche, insieme all’ottimizzazione del carico terapeutico». 

Troppo spesso, al termine di una sperimentazione clinica, i pazienti non vengono adeguatamente seguiti nel follow up, anche quando hanno tratto benefici evidenti dai trattamenti sperimentali. «Chi partecipa a una sperimentazione – prosegue il professore – non può essere lasciato senza un adeguato follow-up o un percorso di cura continuativo. Dobbiamo garantire che i pazienti non perdano i vantaggi ottenuti, creando sistemi di monitoraggio e supporto che li accompagnino anche dopo la conclusione degli studi clinici».

Il Progetto Biotool-CHF

Un esempio concreto di coinvolgimento dei pazienti è il Progetto Biotool-CHF, supportato da un bando della Comunità europea che coinvolge diverse nazioni, fra cui l’Italia. Questo progetto utilizza questionari rivolti ai pazienti per valutare l’impatto delle terapie sulla loro vita quotidiana. «I dati raccolti attraverso questi strumenti – precisa Di Somma – permettono di migliorare l’approccio terapeutico mettendo al centro le reali esigenze dei pazienti».

Aderenza alle terapie

Un’altra area cruciale è quella legata all’aderenza alle terapie. Nonostante i progressi nelle terapie, molti pazienti non seguono correttamente le cure prescritte, spesso a causa della politerapia. «I pazienti con scompenso cardiaco devono assumere molti farmaci ogni giorno, rendendo difficile rispettare i protocolli terapeutici – continua Di Somma -. Sono in corso sperimentazioni su farmaci iniettabili che potrebbero essere somministrati una volta a settimana o una volta al mese, riducendo il carico quotidiano e migliorando la qualità della vita dei pazienti. «L’AISC continuerà a lavorare per sensibilizzare i pazienti sulla corretta gestione delle terapie, affinché possano trarne il massimo beneficio», conclude Di Somma.

Case di comunità

Nuovi orizzonti nella gestione delle malattie cardiovascolari si attendono a livello territoriale tramite le Case di Comunità.

«Il documento di Agenas sulle Case di Comunità, a cui ho contribuito – afferma Di Somma – prevede la presenza di medici e specialisti per garantire una continuità assistenziale 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Questo modello di assistenza potrebbe risolvere il problema del sovraffollamento nei pronto soccorso, perché le Case saranno in grado di gestire anche i codici minori, come accade già in alcune Regioni. Alcuni esempi di strutture aperte H12 si trovano già in Lombardia, ma la prospettiva è di estendere questo modello a tutto il territorio nazionale. In queste Case di Comunità, sarà possibile fare esami di laboratorio rapidi, grazie ai sistemi Point of Care, simili a quelli che abbiamo sperimentato per lo scompenso cardiaco, quali i peptidi natriuretici. Il documento di Agenas, firmato anche dai sindacati – conclude – stabilisce che le Regioni dovranno decidere come implementare queste strutture dal momento che, sebbene alcune Case di Comunità siano già state realizzate, il processo non è uniforme su tutto il territorio nazionale». Il prossimo passo sarà infine la preparazione di un documento su come la Telemedicina possa essere utilizzata in tali strutture.

AMOlp: troppe disparità nel trattamento tra medici pubblici e privati

Il 30 Ottobre, una delegazione dell’Associazione Medici e Odontoiatri liberi professionisti, (AMOlp), rappresentata dal Presidente Sergio Di Martino, la vice Presidente Loredana Costabile e dal delegato per il Lazio, Oriano Grossi, ha incontrato il Senatore Marco Scurria, segretario della Commissione Politiche dell’UE.

I rappresentanti di AMOlp hanno espresso al Senatore tutte le preoccupazioni nel ritardo applicativo della recente legge su l’Equo Compenso in particolare in campo medico e odontoiatrico.
È stato inoltre sottolineato come dall’abolizione dei tariffari minimi di riferimento dal 2006, la categoria soffra ormai da troppo tempo il proliferare indiscriminato di catene low cost con potenziali rischi per la salute dei cittadini.

È stato riportato il forte disagio della categoria dei medici liberi professionisti, per l’impossibilità a poter accedere, come i colleghi del pubblico, alle certificazioni per patologia ai fini di esenzione e ai piani terapeutici, precludendo la prescrizione di terapie anche importanti.

Questa condizione oltre a ledere profondamente “l’essere medico” in modo completo, danneggia pesantemente il decoro professionale penalizzando l’utenza che al privato storicamente si rivolge e va ad appesantire in modo significativo il servizio pubblico allungando oltremodo le liste di attesa.

Al senatore Marco Scurria, che ha mostrato particolare interesse e grande attenzione per le criticità esposte, va il ringraziamento di AMOlp per la disponibilità e la sensibilità dimostrate.

I modelli non sono oracoli

Da sempre l’uomo è spinto dalla voglia di conoscere il futuro: oggi la scienza permette di sapere che cosa succederà a livello statistico. Che si tratti del meteo, della diffusione delle malattie o del cambiamento climatico, possiamo avere previsioni o scenari più o meno accurati. 

Alessandro Vespignani è un epidemiologo computazionale e fa per l’epidemiologia proprio quello che i fisici fanno per la meteorologia: costruisce modelli per prevedere l’impatto di un evento, che nel suo caso non è atmosferico, ma riguarda la salute delle persone.
Il laboratorio che dirige si occupa di costruire modelli biologici e sociali all’interno del Network Science Institute della Northeastern University di Boston.

«I modelli non sono oracoli – esordisce l’esperto durante l’intervista a TrendSanità -. Non sono deterministici, ma probabilistici. Questo occorre ricordarlo sempre. Se prendiamo la metafora bellica, noi epidemiologici computazionali siamo l’intelligence, non i soldati».

Che si tratti di meteo, diffusione delle malattie o cambiamento climatico, oggi possiamo avere previsioni o scenari più o meno accurati 

Tutti vorremmo risposte certe, nelle situazioni di incertezza. Ma questo non è possibile. «Prima ci rendiamo conto di questo, meglio possiamo fare nella comunicazione della scienza: gli esperti costruiscono modelli, i decisori scelgono, in base agli scenari proposti e alle loro incertezze, quali variabili considerare nel definire le politiche di intervento».

L’inizio della pandemia

All’inizio del 2020, mentre tutto il mondo sta cominciando il nuovo anno lavorativo un po’ appesantito dai festeggiamenti di Capodanno, Alessandro Vespasiani è vigile, al computer. Sta studiando come riorganizzare il suo laboratorio se la situazione epidemiologica della Cina non dovesse migliorare. Da qualche settimana infatti stavano circolando le prime informazioni su alcune polmoniti sospette in Oriente.

Tutti vorremmo risposte certe, nelle situazioni di incertezza. Ma questo non è possibile

«All’inizio la speranza era che si trattasse di qualcosa simile alla SARS del 2002 – racconta l’epidemiologo -: una malattia con pochissima trasmissione asintomatica. All’epoca non conoscevamo bene i meccanismi di trasmissione della malattia». Una volta capita meglio la sintomatologia, però, è scattato l’allarme rosso. Il 17 gennaio è stata convocata una teleconferenza alle 6 del mattino a Boston per discutere il numero di casi: «Fu subito chiaro che si trattava di un focolaio rilevante e infatti pochi giorni dopo l’OMS definì molto alto il rischio a livello globale».

Le mappe del futuro

«Spesso si dice che gli epidemiologi disegnano scenari, ma è sbagliato: noi modellizziamo delle situazioni a partire dai dati che ci forniscono i governi e le Unità di crisi, che ci chiedono di esplorare degli ambiti a partire da alcune assunzioni. Per esempio: che cosa succederebbe se tutte le persone si vaccinassero, se imponessimo dei lockdown e così via – racconta Vespignani, che è anche presidente della Fondazione ISI a Torino, un ente che si occupa della scienza dei dati al servizio della società, includendo anche metodi previsionali per le malattie infettive -. Queste mappe del futuro, però, non vanno lette come previsioni, ma servono a chi decide le politiche sanitarie per avere un’indicazione su cosa potrebbe accadere in futuro se si verificassero certe condizioni».

Dopo molti anni in cui gli esperti hanno provato a convincere i propri governi dell’opportunità di avere un centro previsionale per le malattie infettive, finalmente gli Stati Uniti un paio d’anni fa hanno dato risposta positiva. «Il Center for Forecasting and Outbreak Analytics si trova all’interno dei CDCs e vuole essere l’equivalente del National Weather Forecast Service», esemplifica Vespignani.
Un network di una decina di centri coordinati a livello nazionale, un investimento di oltre 250 milioni di dollari. «Io sono il direttore di un centro che si chiama Centro di Innovazione Analitica, il nome è Epistorm, che si trova nella zona Nord-Est degli Stati Uniti».
Questi centri hanno un piano quinquennale che sarà rivisto costantemente e lavorano in collaborazione con il mondo accademico, i privati e i Dipartimenti di Salute Pubblica degli Stati, oltre a varie associazioni di epidemiologia territoriale. «Si tratta di un cambio di passo importante che speriamo si allarghi sempre di più».

La situazione europea

Purtroppo in Europa non è successo nulla del genere: «Io sono dell’idea che andrebbero definiti centri previsionali e analitici per le malattie infettive in ogni paese europeo, con un coordinamento intereuropeo. Alcuni paesi fanno meglio di altri, ma in generale manca una visione comune. Negli USA il sistema previsionale è multi-modello: è necessario creare un ensemble di modelli per avere delle previsioni accurate».

Da qui la necessità di creare un’infrastruttura con diversi gruppi che lavorano insieme: «Il sistema che premia la competitività tra vari team scientifici spinti a pubblicare non favorisce la creazione di un clima più collaborativo e multidisciplinare».

Mentre negli USA è stato attivato il Centro previsionale per le malattie infettive, in Europa manca una struttura simile e una visione comune di prevenzione

In Italia si sta discutendo da mesi dell’aggiornamento del Piano pandemico: «Avere un documento va benissimo, ma da solo non basta – ricorda Vespignani -. Se resta chiuso in un cassetto non serve. Bisogna che sia diffuso e che ci siano esercizi e preparazioni costanti, esattamente come quelle che la protezione civile fa per prepararsi a reagire alle calamità naturali».

La qualità del dato

«I dati sono stati la grande rivoluzione di questi ultimi 20 anni. Per tanto tempo non si riuscivano a fare modelli dettagliati. Oggi la tecnologia ci aiuta molto in questo». Per capire la diffusione globale dell’epidemia attraverso i paesi è fondamentale l’analisi del traffico aereo: «All’epoca dei biglietti cartacei era molto complicato avere dati omogenei e di buona qualità. Oggi io ho un contratto di collaborazione con l’Airline Data Schedule che ha a disposizione i dati di traffico in tempo reale e posso usarli per le previsioni».

Ma non finisce qui: oggi abbiamo anche i dati della telefonia mobile, che permettono di tracciare gli spostamenti delle persone. «È sempre importante ricordare che non seguiamo il singolo individuo, bensì pattern statistici, comportamenti medi che proteggendo la privacy dei singoli inseriamo nei nostri modelli, che riescono così ad essere molto dettagliati».

I dati sono stati la grande rivoluzione di questi ultimi 20 anni

Per il futuro si guarda a un meccanismo di sentinelle che possa monitorare l’andamento delle epidemie: «Così come in meteorologia ci sono i satelliti in orbita, noi abbiamo bisogno di osservatori, che per esempio misurino costantemente l’evoluzione dei virus – afferma Vespignani -. Con i CDCs e la Comunità europea stiamo cercando di fare una Traveler-Based Genomic Surveillance, cioè analisi metagenomiche sugli scarichi dei bagni degli aerei che permettano di vedere come si muovono per esempio le varianti di Covid».

Per avere dati a sufficienza basterebbero 20-25 sentinelle distribuite in altrettanti grandi aeroporti: «Ci sono senz’altro problemi logistici da sistemare, ma potremo permettercelo. La sfida è convincere i decisori globali della bontà di queste iniziative. Io spero davvero che queste tecnologie nei prossimi 10-15 anni possano cambiare il nostro modo di combattere i virus».

 © Photo by Matthew Modoono_Northeastern University

Pronto Soccorso al collasso: tra carenze di personale e accessi crescenti, la Medicina d’Emergenza Urgenza chiede una svolta

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Si è chiusa con un bilancio preoccupante l’ottava edizione dell’Accademia dei Direttori SIMEU, delineando un quadro critico per la Medicina d’Emergenza Urgenza in Italia. I dati emersi durante l’evento hanno messo in luce i principali ostacoli che affliggono il settore: carenza di personale, accessi inappropriati e un aumento dei casi di boarding (pazienti bloccati in Pronto Soccorso in attesa di ricovero).

Nonostante gli sforzi organizzativi, il Servizio Sanitario Nazionale sembra in grande difficoltà nell’assicurare risposte adeguate alle crescenti esigenze della popolazione.

In occasione dell’evento, che ha raccolto Direttori di Struttura provenienti da tutta Italia, sono stati presentati i risultati di una rilevazione condotta dalla Società Scientifica nei giorni 3, 4 e 5 novembre 2024 con lo scopo di descrivere – attraverso dati concreti – la situazione attuale inquadrata nel generale contesto del Servizio Sanitario Nazionale. Gli 80 centri coinvolti nella rilevazione sono rappresentativi di un numero di accessi di Pronto Soccorso nell’intero 2023 pari a 3.957.321, ovvero il 22% degli accessi totali secondo i dati di confronto da AGENAS. E, secondo il rapporto SIMEU, la situazione è piuttosto critica.

Il primo dato che emerge è un ulteriore incremento degli accessi annui che, al 30 settembre 2024, registra un +2,2% rispetto al 2023, proiettando il valore annuo a circa 19 milioni di visite. Dal 2020 a oggi, l’incremento cumulativo è del 29%, segnale di una crescente necessità di accesso rapido alle strutture sanitarie pubbliche.

Carenza di personale e stress tra gli operatori sanitari

I principali problemi che affliggono i Pronto Soccorso sono legati soprattutto alla carenza di personale (29%), seguita dal boarding (26%), dagli accessi impropri (26%) e dalle aggressioni (19%).

La situazione è ulteriormente aggravata dallo stress lavoro-correlato, indicato come la principale causa di disaffezione dei medici verso il lavoro in Pronto Soccorso (29%), seguito da un’insufficiente valorizzazione economica (26%), qualità della vita (23%) e rischio medico-legale (22%).

 «Lo stress correlato a un’attività intensa è anche l’elemento più critico in assoluto che definisce la disaffezione dei medici al lavoro in Pronto Soccorso, prima ancora che la valorizzazione economica», afferma Antonio Voza, Segretario nazionale SIMEU.

Fabio De Iaco

Aggiunge Fabio De Iaco, Presidente SIMEU a TrendSanità: «Credo che ci sia una differenza profonda tra le generazioni: la mia generazione ha sempre vissuto una totale fusione tra vita professionale e identità personale, mentre oggi i giovani non sono più disposti a fare questo sacrificio. E penso che abbiano ragione. Per attirarli verso queste professioni, bisogna valorizzarle non solo economicamente, ma anche a livello sociale ed etico. Abbiamo perso questo patto sociale e, senza un riconoscimento economico adeguato, sarà difficile recuperarlo».

Boarding: un problema in crescita

Il fenomeno del boarding si conferma in crescita per il 54% delle strutture coinvolte. Solo nel 10% dei casi non costituisce un problema e nel 36% delle strutture è diminuito grazie a specifici provvedimenti organizzativi.

Andrea Fabbri, dell’Ufficio di Presidenza SIMEU, osserva: «È confortante che nel 36% dei centri si registri una diminuzione grazie a interventi organizzativi specifici, ma il problema resta rilevante nella maggior parte dei casi e chiede un maggior impegno per le strutture dell’Emergenza Urgenza».

Le richieste alla medicina del territorio

I Direttori dei Pronto Soccorso chiedono un maggior filtro da parte della Medicina Generale (28%), l’attivazione di ambulatori ad accesso diretto (25%), una presa in carico più rapida dei pazienti dimissibili (24%) e una diminuzione dei tempi d’attesa per gli esami diagnostici (23%).

De Iaco sottolinea che, nonostante le liste d’attesa siano un tema ricorrente, le vere priorità sono la gestione tempestiva e l’adeguamento degli organici

Emerge chiaramente come i Pronto Soccorso italiani stiano funzionando da tampone dell’intero sistema, reggendo il peso di condizioni di cronicità e socio-assistenzialità che non avrebbero alcun motivo di essere gestiti dalla Medicina d’Emergenza Urgenza se non per l’insufficienza delle strutture che dovrebbero prenderle in carico.

Nuovi modelli organizzativi e accessi impropri

«In altri Paesi, come quelli anglosassoni, nei Pronto Soccorso esistono stanze dedicate, ad esempio, per gli ubriachi o i senzatetto. In Italia, invece, gestiamo tutto insieme – racconta ai microfoni di TrendSanità De Iaco. Personalmente, ho sempre fatto in modo che nessuno fosse allontanato. Ricordo con grande dispiacere un episodio avvenuto molti anni fa al Pronto Soccorso di Ostia: un senzatetto fu allontanato e ritrovato morto assiderato davanti all’ospedale la mattina dopo. È chiaro che il Pronto Soccorso ha anche un ruolo sociale che non può essere ignorato.

Il modello organizzativo va profondamente rivisto, soprattutto per quanto riguarda la carenza di organico e di specialisti. Serve una migliore stratificazione delle competenze, valorizzare chi ha ruoli dirigenziali, anche per migliorare il supporto durante il lavoro.

Ad esempio, le semi-intensive nei PS sono una necessità nazionale e devono essere valorizzate, senza entrare in conflitto con le esigenze di altri specialisti, come gli internisti. Secondo me, dovremmo distinguere chiaramente tra le semi-intensive del Pronto Soccorso, che devono gestire pazienti esterni all’ospedale, e quelle delle altre specialità che si occupano dei casi già presenti, permettendo così anche un ricambio più rapido per le rianimazioni.

Il modello organizzativo, le competenze interne e il ruolo sociale vanno tutti rivisti e rafforzati, senza dimenticare la nostra funzione principale».

«La situazione degli accessi impropri è peggiorata negli ultimi vent’anni – aggiunge Daniela Pierluigi del direttivo SIMEU – con un aumento delle aggressioni dovuto all’esasperazione delle persone che, non trovando risposte a livello territoriale, si riversano nei Pronto Soccorso, disponibili 24 ore su 24. Noi cerchiamo di rispondere a tutti, ma la pressione e la mancanza di risorse ci rendono difficile mantenere sempre una comunicazione ottimale.

Anche la gestione degli anziani è problematica: molti sono portati in ospedale come pretesto per poi lasciarli lì, spesso a causa dell’impossibilità economica di mantenerli a casa o di pagare una badante. Il supporto dello Stato è insufficiente e questo si traduce in una pressione ulteriore sui PS e sull’intero sistema sanitario».

Ci sono alcuni progetti di supporto, come il programma “Meglio a casa” in Liguria, che offre una badante gratuita per un mese, ma sono risorse limitate e non accessibili a tutti e progetti non estesi sull’intero territorio nazionale.

La carenza di RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) poi rallenta il deflusso dei pazienti dai reparti, causando situazioni di boarding nei Pronto Soccorso, che risultano sovraccaricati e incapaci di liberare posti letto per nuovi pazienti in attesa».

Progetto “Aver Cura”: la voce dei cittadini

Durante i lavori sono stati presentati i risultati del progetto “Aver Cura”, che per la prima volta ha coinvolto attivamente cittadini, pazienti e parenti nella valutazione del servizio di emergenza. Dalle risposte emerge una profonda mancanza di educazione sanitaria: il 41% dei pazienti non comprende il significato del triage, il 72% si è recato in PS almeno 3 volte in un anno e il 49% ha atteso più di otto ore prima di essere ricoverato.

Daniela Pierluigi

Daniela Pierluigi, che ha diretto il progetto, afferma: «Un paziente dovrebbe essere ricoverato in reparto entro 8 ore dal suo ingresso in PS. Quasi la metà dichiara di aver atteso oltre. Si è molto dibattuto sul significato di “appropriatezza” degli accessi, ma il fatto reale è che maggiori presenze richiedono maggiori sforzi di assistenza e i grandi numeri rallentano la struttura organizzativa, aggravandola».

Il dato positivo è che, più il rischio clinico è grave, più i pazienti percepiscono di aver ricevuto cure adeguate e comunicazioni chiare. Una percezione che invece scende tra i codici bianchi, il 21% dei quali dichiara di aver ricevuto informazioni insufficienti.

«I pazienti con codici rossi e arancioni – conferma a TrendSanità Daniela Pierluigi – ricevono la nostra massima attenzione e raramente si lamentano. Al contrario, le lamentele arrivano principalmente dai pazienti con codici bianchi e verdi, che spesso desiderano semplicemente una prestazione veloce a volte anche con una certa impazienza. Ricordo il caso di una giovane che mi voleva denunciare perché, a suo dire, stava perdendo l’ora di palestra».

Medici sotto assedio: aggressioni e frustrazione

I dati relativi al rapporto tra cittadini e operatori sono allarmanti: il 76% dei sanitari (in maggioranza infermieri) ha subito aggressioni verbali e il 64% fisiche.

Nonostante il 96% degli operatori sanitari sia a conoscenza del Decreto Legge 113, che sancisce la pena alle aggressioni subite in PS, solo il 36% ha denunciato le aggressioni alla Direzione sanitaria o alle forze dell’ordine

«I numeri rilevati restituiscono un quadro che conferma la percezione che viviamo quotidianamente nei PS – conclude Pierluigi. Sappiamo bene che si prova spavento quando si ha la sensazione di non essere o non poter essere curati, ma i medici e gli infermieri della medicina di emergenza urgenza sono troppo spesso considerati come coloro che creano impedimenti al fluire di quelle che sono le sentite esigenze dei singoli pazienti».

«Noi ci siamo già espressi chiaramente contro la militarizzazione dei Pronto Soccorso aggiunge De Iaco a TrendSanità. In alcuni casi, addirittura, si è parlato di esercito. Non è ciò che voglio vedere in un PS. Le aggressioni sono una realtà quotidiana e un problema serio, ma non il principale. È un problema che, per quanto odioso, noi operatori abbiamo imparato a gestire, sebbene sia in crescita e diventi sempre più difficile da affrontare. Come mostrano i dati presentati, i direttori dei Pronto Soccorso mettono le aggressioni all’ultimo posto rispetto ad altre urgenze».

La speranza è appesa a un filo

Conclude De Iaco: «Quando mi chiedono se ce la faremo a salvare il SSN, rispondo che dobbiamo farcela, perché la prospettiva è davvero cupa. Ma non vedo, al momento, la volontà politica di intraprendere una riforma profonda. Continuano a essere proposti solo interventi d’urgenza che rappresentano soluzioni temporanee. È necessario coinvolgere sia i professionisti, sia i cittadini per ripensare il futuro del Servizio Sanitario Nazionale».

Medicina Umanitaria: a UniCamillus il convegno su crisi globali e risposta italiana

Si è tenuto a Roma, presso l’Auditorium dell’Università UniCamillus, il convegno dal titolo “Medicina Umanitaria: Una Risposta Italiana per il Futuro”. L’evento ha visto la partecipazione di esponenti istituzionali, esperti e volontari umanitari di rilievo internazionale, e ha rappresentato un’occasione cruciale per esplorare il ruolo della medicina umanitaria nella gestione delle emergenze globali e nella costruzione di una resilienza sanitaria sostenibile.

Le crisi che ridefiniscono la salute globale

Le crisi sanitarie globali sono molteplici e interconnesse. Tra le più gravi vi è la crisi dei rifugiati: milioni di persone in fuga da conflitti vivono senza assistenza sanitaria adeguata. Anche il cambiamento climatico peggiora la situazione, intensificando eventi estremi come inondazioni e ondate di calore, che causano migrazioni forzate e aumentano le malattie infettive. Le pandemie restano una minaccia, come mostrato dal COVID-19, che ha indebolito i sistemi sanitari globali, mentre nuove infezioni suscitano timori. Inoltre, l’insicurezza alimentare, anch’essa aggravata dai conflitti e dal clima, accresce malnutrizione e vulnerabilità. La medicina umanitaria diventa essenziale, non solo come risposta emergenziale, ma come investimento per il futuro.

Medicina umanitaria: il cuore dell’essere medico

«Il medico fa la differenza quando opera in chiave umanitaria – esordisce Gianni Profita, Rettore UniCamillus che ha aperto il convegno – Sono fiero che l’Università UniCamillus, con la sua vocazione internazionale e umanitaria, contribuisca a formare tale consapevolezza». Una vocazione che dovrebbe essere normale, eppure non lo è. Come sottolinea il Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, «oggi si globalizzano guerre ed egoismo, per questo la sfida della medicina umanitaria è quella di salvarci tutti, partendo dai più deboli». Questo può avvenire solo unendo le forze, come sostiene Cristiano Camponi, Direttore Generale dell’INMP – Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto alle malattie della Povertà, ente del SSN: «Istituzioni, enti del Terzo Settore, università: tutti possono contribuire a mettere al centro il paziente, tenendo conto sia della sua salute fisica che delle sue peculiarità umane, psicologiche e sociali».

Questa considerazione umana del paziente è ciò che rende “umanitaria” la medicina, ed è «la parte più bella di questo mestiere, perché è una vocazione, e si salva la vita del prossimo senza aspettarsi un tornaconto economico» commenta Donatella Padua, Delegata alla Terza Missione UniCamillus.

Segue l’intervento di Massimo Gravante, Docente di Dermatologia e Parassitologia Generale presso UniCamillus. «In ogni missione umanitaria è fondamentale il rispetto della dignità delle popolazioni locali, sia in termini di credo religioso che di orientamento culturale».

Missioni nel mondo: esperti a confronto

Andrea Accardi, Programmes Advisor di Intersos, ha ricordato: «Nel mondo c’è stata un’escalation importante di conflitti armati: nel 2009 erano 17 in 16 contesti politici. Oggi abbiamo 50 Paesi che vivono in una condizione di alto livello di conflitto. Il focus è su Medio Oriente, Ucraina e Sudan». Le difficoltà nell’affrontare queste situazioni sono molteplici. «Le emergenze aumentano e i soldi sono pochi, ed è difficile aspettare gli interventi delle istituzioni ufficiali internazionali». Ed è proprio alle istituzioni che si rivolge Emergency, la cui Medical Division è rappresentata dal chirurgo Maurizio Cardi: «Nei territori in cui operiamo, miriamo a responsabilizzare le istituzioni locali, per permettere a tutti di accedere gratuitamente alle cure migliori».

Non solo operare, ma anche creare resilienza. È quanto viene ribadito da Francesca Toppetti, Direttrice Generale di Emergenza Sorrisi ETS: «Come ONG, in 23 Paesi operiamo bambini affetti da malformazioni del volto acquisite o congenite, ma non basta. Per consentire alla sanità locale di essere indipendente, occorre trasferire competenze ai medici dei Paesi con cui collaboriamo: finora ne abbiamo formati 700».

Il benessere dei bambini è l’obiettivo di Telefono Azzurro Onlus, rappresentato nella tavola rotonda da Michele Riondino, che è il Responsabile Diritti dell’Infanzia. «Dal 1987, anno di nascita del Telefono Azzurro, le chiamate dei minori sono aumentate, soprattutto dopo il Covid. I disagi maggiori nei più piccoli sono quelli di tipo psicologico, e non c’è salute dove non vi sia salute mentale» ha spiegato, ribadendo l’importanza del diritto all’ascolto dei più piccoli.

Professionalità, dunque, ma anche tanto cuore. Quel cuore necessario per comprendere davvero il paziente nella sua accezione più indifesa e bella di essere umano. Come esorta Fabrizio Frinolli Puzzilli, Presidente AMKA, «chi parte per le missioni umanitarie deve essere pronto, non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano».

Malattie reumatologiche, il 71% delle persone colpite cambia progetto di vita e il 61% abbandona il lavoro

La diagnosi di una patologia reumatologica ha un impatto diretto e peggiorativo sulla qualità della vita delle persone che ne sono colpite. Sono più di 7 su 10 (70,9%) infatti le persone che sono state costrette a dover cambiare o modificare il proprio progetto di vita in seguito alla diagnosi, con punte che superano l’80% (83,3%) tra coloro che hanno ricevuto la diagnosi prima del 2000, anno spartiacque per le cure in reumatologia grazie allo sviluppo e all’arrivo, tra le opzioni terapeutiche, dei farmaci biologici. I principali ambiti in cui si manifestano questi cambiamentiriguardanoil lavoro (71,7%),dove più di 6 persone su 10 (60,8%) con una patologia reumatologica sono state costrette ad abbandonare e/o a ridurre l’attività lavorativa, seguono poi lo sport (38,9%) e la sfera delle relazioni affettive con il partner (32,8%).In quest’ultimo caso più della metà del campione (56,6%) dichiara di aver avuto problemi nella relazione con il partner a seguito della diagnosi, con effetti diretti anche rispetto ai rapporti sessuali con difficoltà riscontrate per oltre 3 persone su 4 (79,4%). Problematicità che per fortuna solo in meno di un caso su 5 (17,1%) hanno portato ad un allontanamento con il partner. In generale, il 48,9% del campione di persone affette da una delle oltre 150 patologie reumatologiche dichiara che la qualità della vita è peggiorata dal momento della diagnosi, percentuale che sale al 53,2% nella fascia di età compresa tra i 65 e i 75 anni. Sono questi alcuni dei dati principali che emergono dall’indagine Vivere con una patologia reumatologica, promossa da APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APS ETS in collaborazione con l’istituto di ricerca WeResearch e svolta su un campione nazionale di 1.627 persone tra persone affette da patologie reumatologiche (274), caregiver di persone con malattie reumatologiche (100) e popolazione generale non colpita da queste patologie (1.253). In Italia sono più di 5 milioni, quasi il 10% della popolazione nazionale, le persone affette da una delle oltre 150 patologie reumatologiche che rappresentano la seconda principale causa di disabilità in Europa dopo le malattie cardiovascolari. 

Entrando ancor più nel dettaglio della ricerca e da un’analisi qualitativa delle risposte fornite si evince come, di fronte al momento della diagnosi, i sentimenti più diffusi nelle persone di fronte alla scoperta della malattia reumatologica siano stati la tristezza (49,2%), la paura (47,8%), lo smarrimento (44,9%) e l’ansia (43%). Oltre alla rabbia (39,8%) provata anche verso sé stessi, sentendosi quasi responsabili per non essersi presi cura a sufficienza della propria persona e al senso di sollievo provato per aver dato finalmente un nome reale alla malattia così da non sentirsi più considerati, anche dai famigliari, come dei malati immaginari. Ansia (40,9%e paura (37,6%) ritornano come sentimenti principali e negativi vissuti dalle persone affette da una patologia reumatologica anche nel momento dell’avvio della terapia farmacologia con solo il 9,1% che dichiara di essersi sentito tranquillo all’inizio delle cure. E si acuiscono ancora di più di fronte ai cambiamenti nella terapia farmacologica, non certo infrequenti visto che il 41,5% del campione dichiara di aver modificato il farmaco per le cure da 3 a 4 volte e quasi in un caso su 5 (17,9%) dalle 5 alle 6 volte, che generano delusione in quasi 4 casi su 10 (39,1%), ansia nel 38,7% e paura nel 38,1% del campione, con la fiducia provata da meno di una persona su 5 (19,8%) e solo il 3,4% si è dichiarato tranquillo di fronte al cambiamento della terapia farmacologica. «Come APMARR siamo impegnati fin dalla nostra fondazione, avvenuta 40 anni fa, per tutelare e difendere il diritto alla salute delle persone con patologie reumatologiche e rare, perseguendo la nostra mission: migliorare la qualità dell’assistenza per migliorare la qualità della vita – chiarisce Antonella Celano, presidente APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APS ETS – Una qualità della vita che per le persone affette da una patologia reumatologica, come emerge dalla nostra indagine realizzata in occasione del 40° anniversario, è ancora fortemente frenata rispetto a diversi ambiti quali, in primis, quello lavorativo e delle relazioni sociali. Chiediamo quindi alle Istituzioni interventi mirati con un rafforzamento del piano nazionale della cronicità e un impegno costante per garantire il diritto alla salute agli oltre 5 milioni di italiani affetti da una delle oltre 150 patologie reumatologiche affinché la diagnosi non equivalga a una sentenza, costringendo le persone a dover cambiare i loro progetti di vita con costi emotivi, sanitari e sociali molto alti», conclude Celano.    

Prendendo in considerazione il solo campione della popolazione generale non affetta da patologie reumatologiche, emerge come l’85,7% abbia sentito almeno parlare di queste malattie contro un 15,3% che invece non le ha nemmeno sentite nominare, percentuale che sfiora un quinto del campione sia nella fascia d’età compresa tra i 16 e i 40 anni (18,3%) sia in quella tra i 65 e i 75 anni (19,1%) e nel Nord Ovest (18,4%). Rispetto alla conoscenza circa le patologie reumatologiche si evince un enorme deficit con il 78,1% della popolazione italiana tra coloro che ne hanno almeno sentito parlare che dichiara di avere informazioni per niente o poco complete su queste malattie. Tra le principali fonti di d‘informazione sulle patologie reumatologiche spiccano il medico di base (43,5%), i forum di discussione (30%) e i siti istituzionali e governativi (22,6%); da notare come solo in poco più di un caso su 10 (10,1%siano le associazioni di pazienti attive in ambito reumatologico ad essere delle fonti informative per i cittadini italiani. Risultati sconfortanti emergono anche rispetto alla prevenzione visto che il 78,3% degli italiani non ha mai effettuato delle analisi o dei controlli per verificare di essere affetto da una patologia reumatologica, una percentuale che sale ancora di più nella fascia d’età compresa tra 41 e 64 anni (80,5%). Tra quei pochi cittadini che si sono sottoposti a visite e screening preventivi contro le malattie reumatologiche i controlli, in più di un terzo dei casi (31,4%) risalgono a prima del 2018.

«Dall’analisi dei dati emergono diversi aspetti critici  spiega Matteo Santopietro, Senior Market Researcher presso l’Istituto di ricerca WeResearch – Da una parte, le persone affette da patologie reumatologiche dichiarano che la loro malattia ha avuto un impatto negativo sulla loro vita, tale da dover necessariamente ripensare e rimodulare il loro progetto di vita, dall’altra, a livello nazionale, le persone non affette da patologie reumatologiche hanno dichiarato di non avere informazioni complete ed esaustive. Questa mancanza di informazioni nella popolazione si traduce in una bassa incidenza delle analisi effettuate per verificare di essere affetti o non affetti da una patologia reumatologica. In conclusione, si può affermare che le campagne informative delle associazioni pazienti, APMARR in primis, siano fondamentali per tradurre la conoscenza delle tematiche inerenti alle patologie reumatologiche in atti concreti quali sono, in particolare, le diagnosi precoci, così da poter migliorare la qualità della vita delle persone affette da patologie reumatologiche».

Un altro aspetto chiave che emerge come ambito di miglioramento riguarda la comunicazione tra medico e paziente. «Ci immaginavamo l’impatto negativo che una patologia reumatologica può avere sui pazienti, ma i numeri che ci fa vedere questa ricerca epidemiologica sono veramente sconvolgenti – dichiara Luis Severino Martin Martin, presidente del CReI – Collegio dei Reumatologi Italiani – Fra tutti gli ambiti analizzati quali lavoro, sport e aspetti relazionali mi ha colpito specialmente la reazione dei pazienti quando iniziano una terapia farmacologica: soltanto uno su 10 si mostra tranquillo e questo dato si dimezza se dobbiamo prendere in considerazione ogni cambio di terapia, che purtroppo avviene spesso. Questo dato, sicuramente preoccupante, contrasta con l’entusiasmo che spesso proviamo noi sanitari quando offriamo una terapia, consapevoli che stiamo offrendo una terapia valida ed innovativa che certamente potrà migliorare la qualità della vita del paziente. È evidente – conclude Martin – che dobbiamo ancora imparare molto, noi medici, su come comunicare con i nostri pazienti, trasmettendo loro più entusiasmo e notizie rassicuranti e meno informazioni tecnico-scientifiche che potranno essere approfondite in un secondo momento».

«La Società Italiana di Reumatologia – SIR ha fra i suoi obiettivi principali il miglioramento della salute del malato reumatico – afferma Gian Domenico Sebastiani, presidente SIR – Per conseguire questo ambizioso obiettivo ha messo in atto una serie di azioni sia nell’ambito dell’interlocuzione politica che in quello del miglioramento della conoscenza di queste patologie presso i decisori politici e la popolazione in generale, ottenendo importanti risultati quali ad esempio il DDL 946 volto al potenziamento dell’assistenza al malato reumatico».

«L’impatto invalidante delle patologie reumatiche è evidente, non solo per la limitazione fisica e comportamentale che spesso ci si trova ad affrontare, ma anche per la riconfigurazione della propria immagine di sé come persone – chiarisce Guendalina Graffigna, Professore Ordinario di Psicologia dei Consumi e della Salute presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Cremona e direttore del Centro di Ricerca EngageMinds HUB – Dal punto di vista psicologico-emotivo la diagnosi e l’esperienza della malattia si accompagna spesso ad una perdita di senso di autoefficacia, ad autolimitazioni nelle attività professionali e quotidiane, a forme di isolamento sociale. Peggiora il quadro la scarsa consapevolezza che l’opinione pubblica ha circa questo invalidante impatto delle malattie reumatiche e la tendenza a stereotipizzare queste diagnosi come tipiche dell’età avanzata: elementi che tendono a stigmatizzare la malattia e a far sentire isolato e poco compreso chi ne soffre».

Congresso SIIAM, De Angelis: «Per usare al meglio la AI in sanità, occorre formazione e multidisciplinarietà»

A TrendSanità Luigi De Angelis, Presidente SIIAM (Società Italiana Intelligenza Artificiale in Medicina), ricercatore del Dipartimento di Ricerca Traslazionale e Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa e attualmente impegnato a Boston alla scuola di public health di Harvard.

«Nel nostro congresso del 30 novembre partiremo dai casi d’uso di utilizzo dell’AI nelle diverse discipline, dalla radiologia all’oncologia, dalle terapie intensive agli utilizzi nella gestione delle attività burocratiche. Da queste esperienze trasversali cercheremo di trarre una visione d’insieme».