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HTA in evoluzione: dialogo sul nuovo regolamento europeo

Il nuovo regolamento europeo sull’Health Technology Assessment (HTA) rappresenta un cambiamento cruciale nel panorama della salute pubblica in Europa, con l’obiettivo di stabilire standard comuni per la valutazione delle tecnologie sanitarie. Questo regolamento mira a garantire un accesso equo alle innovazioni mediche, promuovendo l’armonizzazione dei processi di valutazione tra i vari Stati membri dell’Unione Europea.

Numerose sono le sfide ancora aperte: dall’armonizzazione dei processi all’accesso alle innovazioni, dalla collaborazione tra gli stati membri alla frammentazione degli organismi di HTA, dall’adeguamento normativo al coinvolgimento degli stakeholder, sia per i dispositivi medici sia per i farmaci.

Nella Live si approfondiscono le implicazioni del nuovo regolamento HTA per tutti i portatori di interesse in Italia, a partire dalle nuove regole procedurali per i Joint Clinical Assessment e dal ruolo di AIFA.

Ne parliamo con:

  • Marco Marchetti
    Direttore UOC HTA di Agenas e Vicepresidente SIHTA
  • Eugenio Di Brino
    Ricercatore presso ALTEMS e co-fondatore di ALTEMS Advisory

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Il 96% dei neonati sopravvive grazie a programmi assistenziali sempre più avanzati e di qualità

Ogni anno oltre 13 milioni di bambini, nel mondo, nascono prematuri, cioè prima delle 37 settimane di gestazione; in Italia sono circa 25.000. Sono bambini più fragili e delicati, che, al momento della nascita, presentano un’immaturità variabile di organi e apparati, per cui possono avere difficoltà anche importanti ad adattarsi in maniera autonoma alla vita fuori dal grembo materno. Possono aver bisogno di assistenza e cure dedicate nei reparti di Patologia Neonatale e di Terapia Intensiva Neonatale (TIN), con attrezzature sofisticate e all’avanguardia e con personale medico ed infermieristico altamente specializzato, ma sempre con la vicinanza dei genitori, che sono parte integrante delle loro cure.

La Giornata Mondiale della Prematurità 2024, che si celebra il 17 novembre, ha proprio come claim “Accesso a cure di qualità ovunque”, che è uno degli obiettivi prioritari della Società Italiana di Neonatologia (SIN). In occasione della Giornata, la SIN diffonde gli ultimi dati del Rapporto INNSIN, Italian Neonatal Network, focalizzando l’attenzione sugli elementi fondamentali per garantire cure sempre migliori ai neonati prematuri: coinvolgimento della famiglia nel percorso di crescita e sviluppo durante la degenza in ospedale, apertura h24 delle TIN, per garantire una presenza continua e costante dei genitori accanto al proprio figlio ricoverato, implementazione degli Standard Assistenziali Europei per la Salute del Neonato e garanzia di un follow-up a lungo termine dopo la dimissione dall’ospedale.

I dati del Rapporto INNSIN 2023

Il Rapporto INNSIN 2023 ha visto la partecipazione di 95 centri neonatali afferenti a 14 regioni, più il centro della Provincia di Trento, con 9.543 neonati prematuri arruolati, per un totale di 214.071 giornate complessive di degenza, con una media di 22,4 gg. per paziente. Il 22,3% è very preterm (molto pretermine) (EG <32 sett), il 16% moderate preterm (moderatamente pretermine) (EG 32-33 sett) ed il 61,7% late preterm (lievemente pretermine) (EG 34-36 sett). Complessivamente, la sopravvivenza alla dimissione è stata molto alta, pari al 96%. Il 19,8% dei neonati è stato dimesso con alimentazione materna esclusiva: 20,3% fra i very preterm, 18,2% fra i moderate preterm e 20,9% fra i late preterm.

Solo il 6,3 % dei neonati è nato in un centro di I livello, per cui ha necessitato di un successivo trasferimento in un centro di II livello (neonati outborn), a dimostrazione di una buona applicazione della pratica del trasferimento in utero. In circa il 17% dei neonati very preterm ed in circa il 12% dei moderate/late preterm è stata documentata, nell’anamnesi gravidica, una tecnica di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Le gravidanze multiple rappresentano una quota consistente, con valori crescenti all’aumentare dell’EG fino alle 33 settimane: da 24,1% a 22-23 sett a 35,8% a 32-33 sett. In un contesto di costante miglioramento delle cure perinatali, le nascite pretermine continuano ad avere un impatto importante sui reparti di Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale, sulle famiglie coinvolte e sulla rete dei servizi sociali ed educativi.

Nei Paesi ad alto reddito, la prevalenza delle nascite pretermine è compresa fra il 5% e l’11%. Questo gruppo di neonati è responsabile di circa il 70% delle morti entro un mese di vita e del 75% della morbosità neonatale e risulta associato ad esiti di salute importanti, principalmente di natura neurocognitiva, respiratoria e sensoriale. Anche se negli ultimi decenni sono stati fatti importanti progressi nel miglioramento della sopravvivenza e della morbilità, rimangono ancora elevati i costi personali, familiari e socio-sanitari associati sia alle cure intensive erogate dopo la nascita, che a quelle del percorso di “presa in carico” da avviare dopo la dimissione dall’ospedale. I dati nazionali ricavati dal Certificato di Assistenza al Parto (CedAP) mostrano che, a fronte di una costante riduzione delle nascite, la quota dei neonati pretermine rimane invece costante: nell’ultima decade (2010- 2022), la prevalenza di parti very preterm è rimasta stabile allo 0,9% e quella dei moderate/late preterm è diminuita solo lievemente dal 5,7% al 5,4%.

Grazie alla raccolta di dati epidemiologici in Neonatologia, è possibile comprendere e promuovere la salute in questo gruppo di nati particolarmente fragili, identificando i fattori di rischio maggiormente “prevenibili”, sia pre-concezionali, che occorsi durante la gravidanza; supportando programmi di miglioramento della qualità assistenziale, grazie al confronto di specifici indicatori assistenziali e/o di salute fra singoli Centri o aree geografiche; realizzando e migliorando politiche sanitarie di programmazione dei servizi. «La raccolta di dati epidemiologici riferiti alla popolazione di neonati pretermine rappresenta uno strumento necessario, anche se da solo non sufficiente, per supportare qualsiasi programma di miglioramento della qualità assistenziale – affermano il Presidente SIN uscente Luigi Orfeo ed il Presidente SIN neoeletto Massimo Agosti -. È per questo che continuiamo a promuovere ed investire nel nostro network INNSIN, in un’ottica di condivisione e discussione dei risultati, che rappresentano un valore aggiunto di conoscenze, utili per il progresso scientifico e l’attività clinica quotidiana per i nostri piccoli pazienti».

La presenza dei genitori in TIN fondamentale per lo sviluppo in salute dei neonati

È scientificamente provato da numerosissimi studi come la vicinanza dei genitori, il loro coinvolgimento attivo nel percorso di cura, il loro contatto fisico, in primis grazie alla Kangaroo Care, la loro voce, rappresentino tutti elementi indispensabili che contribuiscono, insieme all’assistenza medico- infermieristica, al benessere ed allo sviluppo in salute dei neonati prematuri. «I genitori rappresentano per noi una preziosissima risorsa ed un validissimo aiuto nella cura dei loro figli – continuano Orfeo ed Agosti -. Per poter garantire un’assistenza sempre migliore, dobbiamo creare le condizioni affinché questa partecipazione possa essere reale e continuare a promuovere la necessaria apertura h24 delle TIN. Esistono ancora troppi centri con orari limitati e ridotti e questo fa percepire i genitori come dei visitatori». A supporto del coinvolgimento dei genitori nell’assistenza al proprio figlio, durante la degenza in ospedale, la SIN ha realizzato negli ultimi anni due importanti documenti: “Le indicazioni per la promozione della Kangaroo Care” e “Ed io come posso contribuire”, che descrive il percorso di accompagnamento dei genitori alla dimissione e dopo la dimissione, a partire dal primo giorno del ricovero.

Insieme alla European Foundation for the Care of Newborn Infants (EFCNI) e Vivere ETS, la SIN è, inoltre, impegnata nell’implementazione degli Standard Assistenziali Europei per la Salute del Neonato (ESCNH). Queste raccomandazioni, realizzate da un gruppo di lavoro internazionale ed interdisciplinare che ha previsto, per la prima volta, anche il coinvolgimento delle associazioni dei genitori, rappresentano un importante riferimento e guida per migliorare le cure neonatali. La Task Force dedicata della SIN, da tre anni, è al lavoro per diffondere una maggiore cultura degli Standard e della Family Centered Care tra tutti i professionisti che operano in campo neonatale in Italia, mirando a creare una rete di collaborazione e supporto reciproco tra le Neonatologie di primo e di secondo livello e fornendo gli strumenti necessari per potenziare sul territorio nazionale i progetti di miglioramento delle cure, basati sugli Standard Assistenziali Europei per la Salute del Neonato.

Il latte materno e il latte umano donato, due alimenti preziosi per i neonati prematuri

Il latte materno è l’elemento prioritario per costruire il futuro in salute dei neonati, ancora di più per i neonati prematuri, per i quali costituisce un vero salvavita. In assenza o in attesa del latte della propria mamma, diventa fondamentale, per questa categoria di neonati, il Latte Umano Donato, raccolto in 44 “banche del latte umano donato”, distribuite su tutto il territorio nazionale.

Sono tantissimi i vantaggi dell’utilizzo del Latte Umano per il neonato prematuro: riduzione dell’incidenza di intolleranza alimentare, di enterocolite necrotizzante, di displasia broncopolmonare, di infezioni anche gravi, di retinopatia del prematuro, precoce raggiungimento dell’alimentazione enterale esclusiva, miglioramento degli outcome neurocognitivi e promozione dello sviluppo cerebrale.

L’utilizzo precoce del Latte Umano Donato consente, inoltre, una riduzione dei tempi di degenza e favorisce la promozione dell’allattamento materno esclusivo nelle Terapie Intensive Neonatali (TIN). Da anni la SIN è attiva, insieme ad AIBLUD Onlus, nella promozione della donazione del latte umano, informando le potenziali mamme donatrici su questo atto d’amore vitale per i neonati che lo riceveranno.

Le iniziative della SIN per la GMP 2024 e il mini kit viola digitale per spiegare ai bambini cosa significa nascere prematuri

Condividere esperienze, per aumentare la conoscenza della prematurità Sono 26 le storie di prematurità, raccolte sulla pagina Facebook della SIN nel corso del 2024. Racconti di genitori che hanno voluto condividere la loro personale esperienza in Terapia Intensiva Neonatale (TIN), a volte struggente, che sono stati di aiuto a famiglie nelle stesse condizioni. Nelle storie ricorrono emozioni molto forti e contrastanti, quali da un lato paura e angoscia, dall’altro lato percezione di sostegno e supporto da parte dello staff medico e infermieristico, ma anche degli altri genitori con esperienze vissute simili, in una sorta di seconda famiglia. Molti genitori hanno raccontato di non conoscere il mondo della prematurità e della TIN, prima di essere catapultati tra incubatrici, monitor e sondini. E le cose “sconosciute” a volte fanno più paura.

La Giornata Mondiale della Prematurità rappresenta, quindi, anche un’opportunità per diffondere una maggiore conoscenza e consapevolezza sulla nascita prematura, non solo negli adulti, ma anche nei bambini. È per questo motivo che la SIN ha realizzato, per questa edizione, il mini kit viola, digitale, una raccolta di file con schede informative, immagini, foto, ecc. sul tema dei nati prematuri, per spiegare, anche ai più piccoli e in modo semplice attraverso il gioco, che cosa è la prematurità. Un supporto per attività di gruppo dedicate ai bambini, per le scuole e le associazioni e per chi vuole celebrare la giornata con i più piccoli. È sempre dedicato a bambini/ragazzi fino a 14 anni, nati prematuri e non, “La prematturità per me piccoli creativi crescono”, un’iniziativa pensata per creare un momento di informazione, condivisione e partecipazione su questa condizione che ancora oggi riguarda mediamente un neonato ogni 10 in tutto il mondo.

Partecipare è molto semplice: basterà inviare una propria interpretazione creativa della prematurità, in formato digitale (disegni, testi, immagini, foto, video, ecc.), all’indirizzo e-mail dedicato giornataprematurita@gmail.com. Una selezione delle creazioni sarà pubblicata sui canali social della SIN e per tutti i partecipanti sarà previsto un attestato di partecipazione.

Tutto viola per i prematuri

Luci e non solo, grazie alla collaborazione di Comuni, associazioni e operatori sanitari, con un piccolo gesto di “condivisione” a sostegno delle nascite premature Il viola è il colore della Giornata Mondiale della Prematurità. Il 17 novembre 2024 SIN e Vivere ETS invitano tutti a colorare di viola i social, il web, ma anche piazze, città, ospedali, scuole, ecc., adottando un simbolo per i neonati prematuri. Come sempre, tantissimi Comuni italiani e Ospedali illumineranno di viola monumenti, piazze, edifici, ecc., ma non solo. Anche quest’anno, infatti, è stato previsto il kit viola per neonati prematuri, una raccolta digitale di tutti i file della campagna di sensibilizzazione 2024. I file saranno personalizzabili con l’aggiunta del logo di Ospedali, Associazioni, Comuni, ecc. e liberamente utilizzabili sia online, su siti web e social network (Facebook, Twitter, Instagram, ecc.), sia per stampe.

Tutti potranno postare le foto, utilizzando i tag ufficiali: #WorldPrematurityDay2024 #WPD2024 #GMP2024 #giornatamondialeprematurità @societaitaliananeonatologia @SIN.Neonatologia @Vivere ETS. Le foto della giornata saranno raccolte e ripostate sulle pagine Facebook @SIN.Neonatologia e Instagram @societaitaliananeonatologia e inserite in un video finale sul canale YouTube della SIN, dove sono pubblicati i video di tutte le ultime edizioni.

Giornata Mondiale del Diabete: da Fand screening gratuiti e una grande campagna di sensibilizzazione

Il 14 novembre si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Diabete e Fand – Associazione Italiana Diabetici è in prima linea nel nostro Paese per promuovere un’ampia rete di iniziative per contrastare questa malattia e sensibilizzare sui diritti delle persone che ci convivono.

«Sono oltre 4 milioni le persone in Italia con diabete, a cui si aggiunge almeno un altro milione di persone in cui la malattia non è stata ancora diagnosticata – dichiara il Presidente Nazionale Fand Emilio Augusto Benini – Un adulto su dieci in tutto il mondo vive con il diabete. Si tratta di una delle grandi sfide sanitarie del nostro tempo, e in questo senso purtroppo il nostro Paese non è da meno. Occorre superare pregiudizi, discriminazioni e stigma che colpiscono le persone con diabete nella vita sociale, scolastica, lavorativa e sportiva, garantire i diritti di queste persone, primo fra tutti il diritto alla salute, in modo equo su tutto il territorio nazionale, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni a tutti i livelli affinché questa sia una priorità dell’agenda politica».

Per questo, in occasione della Giornata Mondiale del Diabete, Fand – Associazione Italiana Diabetici è impegnata con molte attività che spaziano dalla sensibilizzazione attraverso i canali social e l’illuminazione delle piazze di tutto il Paese, fino agli screening gratuiti. L’associazione ha promosso una grande campagna digital con una serie di video informativi realizzati dai dirigenti nazionali Fand e dai rappresentanti del suo comitato, diffusi attraverso i canali social. Ma per questa edizione della Giornata Mondiale del Diabete Fand ha voluto soprattutto coinvolgere le amministrazioni locali per raggiungere la popolazione in modo capillare. Negli ultimi giorni l’associazione ha contattato tutti i comuni italiani (7.694 in totale) con la richiesta di illuminare, in occasione della Giornata Mondiale, il monumento più rappresentativo della loro città e dedicare attenzione al tema attraverso le proprie pagine istituzionali. L’iniziativa, che non ha precedenti per la portata capillare nel coinvolgimento dei Comuni, ha già ricevuto una grande adesione. I Comuni italiani sono stati inoltre coinvolti e sollecitati a supportare Fand nella divulgazione nei loro territori di un comunicato redatto da FandDiabeteGiovani, il gruppo operativo dei giovani dell’associazione, a firma del Presidente del Comitato Tecnico Scientifico, Enzo Bonora, e del Presidente Nazionale di Fand Emilio Augusto Benini.

In occasione della Giornata Mondiale del Diabete del 14 novembre, Fand ha inoltre inviato una comunicazione a tutte le scuole pubbliche italiane per sensibilizzare sul tema del diabete, con particolare attenzione ai giovani. Questo invio ha coinvolto le 51.085 scuole pubbliche italiane, alle quali sono state fornite le informazioni di contatto delle associazioni regionali affiliate alla Fand, importanti punti di riferimento sul territorio, e alle quali è stato inoltre inviato un progetto che incoraggia le scuole a diffondere il messaggio tra gli studenti, con l’obiettivo di sensibilizzare il più ampio numero possibile di persone su questa malattia, con l’invito a diffondere questo messaggio il più possibile, anche attraverso i canali digitali, come gruppi whatsapp e social media.

Un’attività di sensibilizzazione quindi capillare quella messa in atto da Fand in questa occasione, che mira soprattutto a raggiungere l’opinione pubblica attraverso i canali del territorio, che si affianca a tantissime attività locali delle organizzazioni associate a Fand come le iniziative di screening gratuiti della glicemia. Fra queste, il 14 novembre a Ostia presso la sede di Arcadia Aps, piazzale della Posta 1, a partire dalle 9.30 si svolgerà una conferenza stampa con un’iniziativa di misurazione glicemica. Nella sede della RAI di Torino, in via Verdi 14, sempre il 14 novembre, dalle 10.30, si svolgerà uno screening glicemico per i dipendenti RAI di Torino. In contemporanea, sempre a partire dalle 10.30, si terrà nella stessa sede una conferenza dibattito alla quale prenderanno parte Guido Rossi, Direttore Centro Produzione RAI di Torino, Michela La Pietra, Vicedirettore RAI Pubblica Utilità, Emilio Augusto Benini, Presidente Nazionale Fand, Enzo Bonora, Ordinario di Endocrinologia e Presidente del Comitato Tecnico Scientifico di Fand, Riccardo Fornengo, Responsabile SSD Diabetologia ASL TO4, Alessandra Parisi Nutrizionista, Giuditta Corgnati, Cardiologo, medico dello sport.

Fondata nel 1982 da Roberto Lombardi, considerato il padre della Legge 115/87 alla base del sistema italiano di prevenzione, cura e assistenza al diabete, ed eretta a Ente morale nel 1993, Fand rappresenta e offre tutela sanitaria, morale, assistenziale, giuridica e sociale ai cittadini con diabete. L’associazione è medaglia d’oro al merito per la sanità pubblica.

Come raggiungere la sostenibilità ambientale

Carlo Cici, Head of Sustainability The European House Ambrosetti, parla della relazione diretta tra salute e ambiente: il cambiamento climatico ha un ruolo sempre più importante sulla salute delle persone.

«Sostenibilità significa cercare un equilibrio tra aspetti economici, ambientali e sociali nell’assumere delle decisioni – ricorda l’esperto -. Per mettere insieme questi tre punti di vista diversi, è molto importante superare la logica di silos e porci in un’ottica più orientata al raggiungimento del risultato».

Contratti, Naddeo (ARAN): «Per medici e comparto aumenti oltre i 430 euro. Passo avanti su settimana corta e smart working»

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La firma segna l’inizio di un nuovo capitolo: l’ARAN, l’Agenzia che rappresenta i datori di lavoro pubblici nella contrattazione collettiva, ha trovato un accordo con i sindacati per il rinnovo del CCNL dei dipendenti delle Funzioni centrali. Il testo introduce diverse novità, tra cui un incremento medio mensile di 165 euro per tredici mensilità, il rafforzamento dello smart working e la possibilità di sperimentare la “settimana corta“. Il rinnovo del contratto nazionale copre il triennio 2022-2024, ma già a breve prenderanno il via le trattative per il prossimo periodo contrattuale, che riguarderà il triennio 2025-2027. A Trend Sanità, il Presidente dell’ARAN, Antonio Naddeo, ha illustrato gli aspetti principali dell’accordo e ha parlato delle difficoltà emerse durante le trattative per il comparto sanitario, che non hanno ancora trovato una conclusione.

Il rinnovo del contratto per le funzioni centrali

«Un incremento salariale medio di 165 euro mensili per 13 mensilità, pari a circa il 6% in più». Inizia da qui il presidente Naddeo, che con soddisfazione rimarca che, per la prima volta, l’ARAN ha concluso un contratto in anticipo rispetto alla scadenza di quello precedente. Con una grande certezza: le risorse per il rinnovo del contratto 2025-2027, così come previsto dalla Legge di Bilancio in discussione in queste settimane. «Eppure – aggiunge Naddeo – l’accordo non ha visto il consenso unanime delle organizzazioni sindacali, con Cgil, Uil e Usb che non hanno sottoscritto l’intesa, sollevando dubbi su alcuni aspetti che, secondo loro, avrebbero dovuto essere ulteriormente regolati». E, per restare sempre in tema, il rafforzamento delle relazioni sindacali, con l’intento di favorire il dialogo e la collaborazione tra amministrazioni e rappresentanze dei lavoratori, fa parte delle priorità della nuova intesa.

Settimana corta a parità di stipendio e smart working

Ma non si parla solo di aumenti, che sono e restano fondamentali in un periodo segnato da forti sbalzi dell’inflazione, il rinnovo del contratto delle funzioni centrali, prevede diverse novità: «È stata introdotta una maggiore flessibilità nella gestione dell’orario di lavoro, con la possibilità di sperimentare la settimana corta, distribuendo le 36 ore settimanali in quattro giorni anziché in cinque». «In questo caso – aggiunge – i dipendenti lavoreranno 9 ore e mezzo al giorno, comprensive di pausa, ma potranno anche scegliere se mantenere l’orario tradizionale su cinque giorni».

Il contratto introduce anche il potenziamento del lavoro agile e da remoto. «È stato fissato un orario convenzionale per i lavoratori agili, che dovranno seguire lo stesso previsto per chi lavora in presenza. Inoltre, è prevista la possibilità di contrattazione integrativa per i nuovi assunti, con un maggiore ricorso a strumenti di welfare flessibile» sottolinea Naddeo.

La trattativa per il comparto sanità

Il contratto per il triennio 2022-2024 prevede un incremento medio di circa 434 euro mensili per l’intera area sanitaria, compresi i dirigenti non medici

Parlando della sanità, Naddeo ha illustrato le difficoltà emerse durante le trattative per il comparto. Nonostante le negoziazioni siano state avviate, il processo è stato rallentato dalla mancanza di un documento fondamentale per procedere, ossia l’atto di indirizzo da parte del Governo. «Senza questo strumento giuridico, non possiamo definire un quadro completo degli aumenti», ha spiegato il Presidente.

Naddeo ha poi affrontato il tema degli aumenti salariali, con particolare attenzione ai medici e agli altri professionisti del settore sanitario. «Il contratto per il triennio 2022-2024 prevede un incremento medio di circa 434 euro mensili per l’intera area sanitaria, compresi i dirigenti non medici. Tuttavia, per i medici, gli aumenti potrebbero essere più elevati, arrivando a superare i 500 euro grazie a una serie di interventi legislativi in corso», ha aggiunto.

Per il prossimo triennio, è previsto un ulteriore aumento, ma l’entità precisa dipenderà dalla conclusione delle trattative. «Gli aumenti saranno sicuramente significativi, ma prima di tutto bisogna concludere il contratto per il comparto sanitario, che è ancora in fase di definizione», ha concluso il Presidente.

Flat tax per i medici: una proposta discussa

La sanità non è solo una questione di retribuzioni. Il problema principale è migliorare le condizioni di lavoro, e un rimborso aggiuntivo può essere positivo, ma non basta

Un altro tema caldo riguarda la proposta di una flat tax” per i medici, avanzata come possibile soluzione per attrarre più professionisti nel sistema sanitario. Il Presidente Naddeo ha espresso alcune riserve in merito, sottolineando che una simile misura comporterebbe una riduzione delle entrate fiscali, che lo Stato dovrebbe compensare in qualche modo. «Sicuramente potrebbe essere una soluzione per attrarre professionisti, ma dipende da quanto si intende defiscalizzare e da quali importi si vogliono esentare», ha osservato.

Secondo il Presidente, la proposta di una flat tax potrebbe non risolvere i problemi di fondo del settore sanitario. «La sanità non è solo una questione di retribuzioni. Il problema principale è migliorare le condizioni di lavoro e un rimborso aggiuntivo può essere positivo, ma non basta…», ha concluso.

La lentezza nelle trattative per i contratti integrativi

Infine, Naddeo ha commentato la lentezza nell’attuazione dei contratti integrativi aziendali, evidenziata da una recente indagine condotta dalla Federazione CIMO-FESMED, secondo la quale nel contratto medici 2019-2021, solo il 59% delle aziende ha avviato le trattative integrative, nonostante le tempistiche ben definite dal contratto. «Il contratto stabilisce le regole, ma non le sanzioni. Se un’amministrazione non paga gli incrementi contrattuali, il sindacato può rivolgersi al giudice», ha precisato il vertice ARAN. Tuttavia, ha anche osservato che la contrattazione integrativa non riguarda solo i sindacati, ma anche le scelte politiche delle amministrazioni sulla gestione del personale. «Se un’amministrazione vuole evitare conflitti con i dipendenti, deve portare avanti la contrattazione. È un paradosso che molti dirigenti non applichino i contratti integrativi, pur essendo loro stessi i responsabili», ha concluso.

Verso un welfare culturale innovativo in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta

Il 13 novembre alle ore 9.30 presso Camera – Centro Italiano per la Fotografia (via delle Rosine 18) la Fondazione Compagnia di San Paolo, in collaborazione con CCW- Cultural Welfare Centre, presenta i risultati della ricerca 2024 sul Nord Ovest dal titolo “Cultura, Salute e Ben-essere” nell’ambito dell’evento, “Cultura e Salute. Dall’analisi di enti e pratiche territoriali alle nuove sfide in campo”.

Si tratta di un’occasione di aggiornamento sulle pratiche di welfare culturale in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, per mettere in luce l’evoluzione in corso e le sfide future sul ruolo della partecipazione e dell’espressione culturale per la costruzione di ben-essere individuale e collettivo.

La ricerca realizzata nel 2024 da CCW-Cultural Welfare Center su incarico della Fondazione Compagnia di San Paolo, ha l’obiettivo di aggiornare l’emersione dei soggetti e dei progetti intrapresa con la prima mappatura nel 2020. Nel triennio successivo (2021-2023), la Fondazione ha realizzato un laboratorio sperimentale – il Cultural Wellbeing Lab (CWLAB), per lo sviluppo nel Nord Ovest di un percorso sperimentale, di progettazione,  ricerca e formazione di operatori di diversi campi sul welfare culturale in un’ottica di sistema.

A fronte di un mutato contesto globale, a quattro anni dalla prima mappatura, lo studio del 2024, analizza l’evoluzione delle pratiche, l’azione di nuovi attori che integrano Cultura e Salute nelle regioni del Nord Ovest, rivelando un territorio vitale, in parte maturo, ma ancora alla ricerca di stabilità e di riconoscimento. Risulta aumentato sensibilmente il numero di soggetti scesi in campo sulle grandi sfide sociali del nostro tempo – quali lo sviluppo nella prima infanzia e la genitorialità, il ben-essere delle e degli adolescenti e l’invecchiamento –, unendosi in partenariati interdisciplinari.

Si sta creando un ecosistema in cui cultura, sociale ed educazione, pubblico e privato,  lavorano insieme per affrontare con efficacia le sfide di salute e ben-essere, per la qualità della vita, l’inclusione, l’alleanza nei percorsi di gestione e trattamento delle patologie, in contrasto alle diseguaglianze.

L’evento prevede un intervento di Calum Smith, consulente OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità della Regione Europa, che commenterà i risultati della ricerca, evidenziando le potenzialità di sviluppo dell’alleanza tra cultura e salute che la Commissione  europea ha inserito tra i pilastri del Piano di lavoro della Cultura 2023-2026.

L’evento ospiterà anche un riconoscimento a 20 progetti eccellenti intercettati dalla Fondazione,  che si sono distinti per efficacia del lavoro sul binomio Cultura e Salute.

Da Fondazione Longevitas la campagna per sensibilizzare i senior sul tumore della prostata

La Fondazione Longevitas presenta il nuovo progetto di sensibilizzazione “La prevenzione che salva la vita: conoscere il tumore della prostata”, una campagna informativa rivolta alla popolazione senior e finalizzata a promuovere la consapevolezza e la prevenzione contro il carcinoma prostatico, uno dei tumori più comuni tra gli uomini in Italia.

Nel 2023, in Italia, sono stati diagnosticati 41.100 nuovi casi di tumore alla prostata, con un aumento del 14% negli ultimi tre anni rispetto ai 36.000 casi rilevati nel 2020. Questa crescita nei numeri conferma l’importanza della diagnosi precoce e dei continui progressi terapeutici, che oggi consentono a oltre il 60 per cento dei pazienti di superare la malattia in modo definitivo (dati AIOM). Grazie all’innovazione tecnologica e ai nuovi protocolli di cura, anche i casi più complessi possono beneficiare di trattamenti sempre più mirati ed efficaci. Questi dati mettono in evidenza l’importanza della prevenzione e della ricerca per migliorare le prospettive di tutti coloro che affrontano il tumore alla prostata.

Per questo la Fondazione Longevitas ha deciso di lanciare il suo progetto proprio a novembre, mese dedicato alla prevenzione del tumore alla prostata, attraverso una serie di incontri educativi in cinque città italiane – Milano, Roma, Palermo, Torino e Bari – presso centri di aggregazione per anziani, dove gli esperti urologi forniranno informazioni cruciali sulla patologia e sui fattori di rischio. Oltre alla partecipazione dei medici, la campagna sarà supportata da materiale informativo e video interviste per favorire la diffusione delle informazioni e l’adozione di stili di vita sani. Il primo incontro si terrà a Palermo il 13 novembre alle 16:30 presso il Circolo Auser Leonardo Sciascia, in via Nissa 1, e a seguire le tappe di Bari, Milano, Roma e Torino.

«La missione di Fondazione Longevitas è costruire una società che abbracci tutte le età e valorizzi la longevità come risorsa e non come limite. Con il progetto ‘La prevenzione che salva la vita’ vogliamo offrire alle persone strumenti di conoscenza e sensibilizzare al ruolo fondamentale della prevenzione e della diagnosi precoce per mantenere una vita sana e longeva. Crediamo che questa campagna possa fare una reale differenza nel migliorare la qualità della vita dei nostri senior e delle loro famiglie», afferma la Presidente della Fondazione Longevitas, Eleonora Selvi.

Il progetto, realizzato con il patrocinio di AIGOM ed Europa Uomo, intende anche raccogliere dati per una maggiore comprensione dell’approccio preventivo della popolazione senior maschile. Il progetto si avvale del contributo non condizionato di Johnson & Johnson e Semplifarma.

Parte dal Colosseo “Health Innovation Space”, il meta-museo dell’innovazione promosso da Mesit

È partita dalla Curia Iulia, Parco Archeologico del Colosseo, la seconda edizione di Health Innovation Space, il meta-museo dell’innovazione sanitaria promosso dalla Fondazione Mesit (Medicina Sociale e Innovazione Tecnologica) e realizzato grazie alla collaborazione di PwC Italia.

“Health Innovation Space è uno spazio “phygital”, sia fisico che digitale, con installazioni artistiche e postazioni per l’accesso in metaverso tramite visori per realtà virtuale, per esplorare e celebrare i progressi, le sfide e le promesse nel campo della sanità, evidenziando l’impatto delle tecnologie emergenti e delle pratiche innovative sulla salute e sul benessere delle persone”, ha dichiarato Marco Trabucco Aurilio, presidente della Fondazione Mesit. “In un mondo in continua evoluzione, l’innovazione rappresenta il motore della transizione sanitaria in atto, una vera e propria rivoluzione nel modo in cui vengono concepiti ed erogati i servizi sanitari. Nuove tecnologie, nuove strategie di governance, valorizzazione delle risorse, tutto ciò al fine di garantire la massima accessibilità possibile all’innovazione, che è da sempre un fattore determinante per la sicurezza e il benessere della popolazione, anche in termini di equità e sostenibilità. Health Innovation Space vuole dunque rappresentare, soprattutto per i più giovani, un prezioso momento di formazione e di sensibilizzazione sull’importanza della ricerca e dell’innovazione soprattutto, ma non solo, nel campo della Salute.”

Sono intervenuti alla conferenza stampa: Francesco Saverio Mennini, Capo dipartimento programmazione dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche a favore del Servizio sanitario nazionale del ministero della Salute, Maria Rosaria Campitiello, Capo del Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie del Ministero della Salute, e Giovanni Russo, Capo dipartimento amministrazione penitenziaria.

Dopo una prima edizione inaugurata a Napoli, presso il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, e che ha visto la partecipazione di migliaia i visitatori, tra cui studenti di ogni ordine e grado, quest’anno lo spazio espositivo farà tappa a Roma. A conclusione dell’inaugurazione, la meta-esposizione sarà aperta al pubblico del Parco Archeologico del Colosseo, e visitabile in digitale da remoto da qualsiasi dispositivo (smartphone, laptop, tablet, visori VR) al sito www.healthinnovationspace.it, rappresentando un’occasione di inclusività, di consapevolezza digitale e di sensibilizzazione sull’importanza della ricerca, della prevenzione e dell’innovazione in campo sanitario.

Intelligenza artificiale e metaverso

Lo spazio in metaverso è diviso in tre aree tematiche: Una sezione storica, che racconta le fasi più significative della storia della ricerca oncologica, con più di tremila anni di ricerche e scoperte, dall’antico Egitto al giorno d’oggi; un padiglione che esplora il complesso mondo delle malattie rare, che a dispetto del nome colpiscono milioni di persone in Italia e nel mondo; e una terza sezione che racconta i vaccini, il più efficace intervento di prevenzione scoperto dall’uomo.

Nell’edizione di quest’anno, nuovi contenuti ancora più coinvolgenti, con focus in particolare su intelligenza artificiale e nuovi approcci innovativi alla salute, dal paradigma di One Health all’immunoterapie. Inoltre, da quest’anno c’è la possibilità di interagire con Healthy, l’assistente virtuale con intelligenza artificiale che guiderà l’utente attraverso il meta-museo, rispondendo a tutte le sue domande sul mondo della salute, della prevenzione e del benessere.

L’AI rappresenta una delle tecnologie più trasformative del presente. Nell’ambito della divulgazione, l’AI aiuta a spiegare e rendere più accessibile concetti scientifici complessi, riducendo il divario di conoscenza, facilitando la comprensione delle sfide e delle opportunità in Sanità e mostrando il futuro della medicina e dell’innovazione.

Distribuzione diretta, oltre il valore puramente economico

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La distribuzione diretta non è solo uno strumento di ottimizzazione della spesa farmaceutica, ma può anche comportare vantaggi significativi per i pazienti in termini di risultati di salute, valorizzando le competenze professionali dei farmacisti ospedalieri. Ne parla a TrendSanità Vito Ladisa, Direttore della Struttura Complessa di Farmacia della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, nonché Responsabile scientifico di un Gruppo di Miglioramento ECM sul tema “Il farmacista ospedaliero nella distribuzione diretta: la collaborazione con i clinici e il counselling al paziente” organizzato da Dephaforum con il contributo non condizionante di Biogen.

Dottor Ladisa, partiamo dal contesto: quali sono gli obiettivi della distribuzione diretta dei farmaci da parte delle farmacie ospedaliere? Da che cosa nasce e quale valore può avere, oltre al mero significato economico?

Introdotta dalla Legge 405/2001 per ragioni di risparmio economico, la distribuzione diretta ha acquisito nelle farmacie ospedaliere un ruolo più ampio. Permette un monitoraggio continuo dei farmaci ad alta tecnologia, richiede collaborazione con i clinici e garantisce un counseling per i pazienti. Oltre all’efficienza dei costi, questo sistema punta a migliorare la gestione terapeutica, l’aderenza ai trattamenti e la riduzione dei rischi di eventi avversi, aumentando così la probabilità di esiti di salute positivi per i pazienti.

Introdotta dalla Legge 405/2001 per ragioni di risparmio economico, la distribuzione diretta ha acquisito nelle farmacie ospedaliere un ruolo più ampio

Sebbene l’aspetto economico sia una delle funzioni della distribuzione diretta, è fondamentale evidenziare che uno dei suoi obiettivi rimane quello di garantire l’accesso sicuro e continuativo alla terapia e promuovere un’adesione consapevole e costante al trattamento prescritto. Sebbene vi siano differenze tra le diverse classi di farmaci, questo principio costituisce lo spirito centrale della distribuzione diretta.

Come avviene al momento la distribuzione diretta nelle diverse realtà coinvolte nel vostro progetto e quali criticità sono emerse?

Vito Ladisa

In Lombardia si osservano disomogeneità significative nella distribuzione diretta dei farmaci tra le diverse strutture ospedaliere, ad esempio a causa delle distinte caratteristiche organizzative di enti come gli IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) e le ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali).

In alcune realtà, la distribuzione dei farmaci avviene attraverso ambulatori e non tramite le farmacie ospedaliere, compromettendo un accesso centralizzato e qualificato per i pazienti. A che cosa si deve questa situazione? Ad esempio, e questo è da sottolineare, perché a volte non sono disponibili farmacisti per svolgere questa funzione: nel nostro sistema sanitario non mancano solo medici e infermieri, ma la carenza di professionisti riguarda anche i farmacisti ospedalieri, risorsa limitata nella nostra regione, che non consente di assicurare la gestione ottimale del servizio.

Inoltre, si notano differenze anche negli orari di apertura tra i servizi di distribuzione diretta per le terapie domiciliari e quelli dedicati alla dispensazione di terapie ospedaliere, limitando ulteriormente l’accesso dei pazienti ai farmaci. Queste variazioni influiscono sulla continuità e sulla qualità delle cure, determinando disparità tra i pazienti a seconda delle strutture di riferimento.

Questo è il primo aspetto da considerare: una delle idee emerse dal Gruppo di Miglioramento è cercare di uniformare questi percorsi, garantendo l’accesso del paziente alle farmacie ospedaliere e non agli ambulatori, come avviene attualmente in alcune realtà. Serve quindi rivedere l’organizzazione interna, anche nel numero di professionisti, con l’obiettivo di raggiungere una uniformità organizzativa volta a favorire l’accesso alla terapia del paziente ed evitare iniquità dovute ai diversi sistemi.

Per garantire percorsi della distribuzione diretta tramite le farmacie ospedaliere è necessario rivedere l’organizzazione interna, anche nel numero di professionisti

Esiste inoltre una distinzione tra la distribuzione diretta e la farmacia territoriale, intesa come un’estensione della farmacia ospedaliera (e non come farmacia al dettaglio o di comunità). Tale differenziazione crea un disallineamento nel servizio: da un lato, la distribuzione diretta per i pazienti dimessi, a seguito di prescrizione ambulatoriale ASST; dall’altro, la distribuzione territoriale per patologie specifiche, come le malattie rare o l’emofilia, con prescrizioni provenienti da contesti diversi. Questa distinzione, che genera confusione tra i percorsi, entrambi afferenti alla territorialità, dovrebbe essere superata.

Quali best practice sono emerse?

Le best practice emerse dal confronto riguardano quelle realtà in cui la distribuzione diretta è pienamente centralizzata attraverso le farmacie ospedaliere ed è pienamente monitorata grazie, ad esempio, a sistemi informativi correlati, a software prescrittivi dedicati che permettono non solo di seguire in maniera più semplice la cronologia di trattamento del paziente, ma anche di costruire un’analisi di tipo farmaco-economico sul percorso terapeutico del singolo paziente: conoscendo i tempi di dispensazione, il numero di volte che il paziente è andato a ritirare un determinato farmaco, è possibile costruire con il paziente stesso un percorso di verifica dell’aderenza e della compliance, di cosiddetta farmacoutilizzazione.

Le best practice riguardano le realtà in cui la distribuzione diretta è pienamente centralizzata e monitorata grazie a software prescrittivi dedicati

Queste interessanti best practice sono legate strettamente alla figura del farmacista. Come detto inizialmente, uno dei problemi che abbiamo evidenziato è la dispensazione attraverso gli ambulatori, quindi attraverso gli infermieri e i clinici. Questo compito è invece fondamentale che sia appannaggio del farmacista, come emerso dal nostro Gruppo di Lavoro. Non è necessario immaginare un altro ruolo perché è proprio competenza del farmacista dispensare la terapia e assicurarne l’appropriatezza. È ovvio che si ritorna a un altro punto critico: abbiamo la forza lavoro, abbiamo le risorse per fare questo tipo di attività, abbiamo gli spazi dedicati? In alcune realtà, quello che manca è anche un punto reale di distribuzione. Non si tratta di una criticità ma di un processo organizzativo che richiede un commitment da parte di tutti: del farmacista, del clinico, della direzione strategica, dell’alta dirigenza.

Se manca questo, diventa più difficile raggiungere gli obiettivi che ci si propone.

Perché i biosimilari possono costituire un caso particolare, all’interno della distribuzione diretta?

Il biosimilare, per sua natura, ha caratteristiche tali da poter sostituire il farmaco originator, favorendo la liberazione di quelle risorse economiche che possono essere investite in attività, o meglio, in terapie innovative, a maggior costo, a migliore impatto economico.

Nell’ambito della distribuzione diretta, effettuare un’analisi attenta dei biosimilari disponibili, valorizzando la collaborazione con il clinico e quindi il counseling al paziente, ci permette di assicurare a più pazienti un farmaco efficace, il biosimilare, garantendo l’accesso alla terapia e anche favorendo un cost-saving che non rimane solo un risparmio economico, ma può essere trasferito in altre terapie ad alto costo.

Quindi la distribuzione diretta è utile in relazione anche al concetto di non sostituibilità per i biosimilari perché può prevedere una interazione diretta con il clinico il quale può interloquire immediatamente con il farmacista ospedaliero, cosa che non può avvenire nelle farmacie retail o di comunità.

Concludendo, se dovesse indicare tre priorità sulle quali lavorare per migliorare l’attività delle farmacie ospedaliere in relazione alla distribuzione diretta dei farmaci, su che cosa si concentrerebbe?

Innanzitutto, ogni farmacia ospedaliera deve avere un punto di erogazione dei farmaci, un punto che ci permetta di sviluppare il nostro ruolo, anche clinico. Non dimentichiamo che il ruolo dei farmacisti ospedalieri è prima di tutto di carattere sanitario, non amministrativo, quindi è necessario sviluppare maggiormente questo aspetto della professione, anche con spazi dedicati e orari adeguati per l’utenza.

La distribuzione diretta ha un suo forte valore di appropriatezza prescrittiva e aderenza terapeutica, oltre all’impatto puramente economico

Successivamente è necessario prevedere una formazione che valorizzi l’attività di distribuzione diretta, oggi non sempre percepita come una mansione di valore dagli stessi farmacisti ospedalieri. Attraverso un percorso che consenta di comprendere che cos’è la distribuzione diretta, non solo come atto dispensativo legato ad un risparmio, ma con la funzione altrimenti non facilmente raggiungibile di favorire l’accesso ai pazienti di una determinata terapia, è possibile recuperare il valore di questa modalità di distribuzione del farmaco come un atto clinico, come un momento di counseling e interazione con il paziente da utilizzare al meglio.

In ultimo, partendo da quello che ci siamo detti all’inizio, le farmacie ospedaliere devono misurare queste attività non solo come risparmio economico, ma come valore aggiuntivo che il farmacista ospedaliero anche in un ambito di distribuzione diretta è in grado di dare. E questo è quello che il farmacista ospedaliero deve dimostrare alla Direzione strategica. Potrà sembrare utopistico perché gli obiettivi principali della Direzione strategica riguardano soprattutto i risparmi, però attraverso un corretto governo della distribuzione diretta, attraverso il counseling, attraverso analisi di farmacoutilizzazione, è possibile dimostrare che la distribuzione diretta ha un suo forte valore di appropriatezza prescrittiva e aderenza terapeutica, oltre all’impatto puramente economico.

Rapporto OsMed 2023: “Dati in miglioramento ma serve lavoro su aderenza, appropriatezza e uso dei generici”

Ancora troppe differenze regionali nel consumo dei farmaci, non spiegabili dal punto di vista epidemiologico ma frutto di una inappropriatezza prescrittiva e dei consumi sulla quale c’è ancora da lavorare. Generici ancora in rampa di lancio, con un consumo pari al 22,8% che ci colloca nel terz’ultimo posto della classifica europea. In crescita invece il consumo degli antibiotici nonostante campagne e appelli a un loro uso consapevole per arginare il fenomeno della antibiotico-resistenza. Incremento vicino al 10% dei farmaci di fascia C acquistati direttamente dal cittadino, per una spesa che supera i 7 miliardi di euro, spinta da prezzi più alti e prescrizioni orientate su quelli più costosi. Sono i punti salienti del Rapporto OsMed 2023 sull’uso dei medicinali in Italia, redatto dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).

I dati generali di spesa

Nel 2023 la spesa farmaceutica totale è stata pari a 36,2 miliardi di euro, di cui il 68,7% rimborsato dal SSN. La spesa territoriale pubblica, comprensiva di quella convenzionata e in distribuzione diretta e “per conto”, è stata di 12 miliardi e 998 milioni, con un aumento rispetto all’anno precedente del 3%. La spesa per compartecipazione a carico del cittadino è stata invece pari a 1 miliardo e 481 milioni, circa 25 euro pro-capite, dato in calo dell’1,3% dovuto alla riduzione del 2,5% del differenziale di prezzo rispetto al generico dovuto da chi acquista invece il farmaco “originator”. Aumenta invece dell’1,7% la spesa per i ticket sulla ricetta o la confezione.
La spesa per i farmaci acquistati dalle strutture pubbliche è stata pari a 16,2 miliardi di euro e ha registrato una crescita dell’8,4% rispetto al 2022.

I consumi

Nel 2023 in Italia ogni giorno sono state consumate complessivamente 1.899 dosi di medicinali ogni 1000 abitanti, il 69,7% delle quali erogate a carico del SSN e il restante 30,3% acquistate direttamente dal cittadino.

Per quanto riguarda l’assistenza territoriale pubblica e privata, sono state erogate confezioni di farmaci per quasi 2 miliardi, con un andamento stabile rispetto all’anno precedente.
I farmaci per il sistema cardiovascolare si confermano al primo posto per consumi (513,9 dosi giornaliere per 1000 abitanti) e rappresentano la seconda categoria terapeutica a maggior spesa farmaceutica pubblica per il 2023 (3.557 milioni di euro), con una spesa pro capite SSN pari a 60,43 euro.
Al secondo posto si collocano i farmaci dell’apparato gastrointestinale e metabolismo che rappresentano la seconda categoria in termini di consumi (298,6 dosi giornaliere per 1000 abitanti) e i terzi in termini di spesa farmaceutica pubblica (3.321 milioni di euro). La spesa pro capite SSN è stata pari a 56,4 euro, in aumento del +2,2% rispetto all’anno precedente.

farmaci del sangue e organi emopoietici si sono collocati al terzo posto in termini di consumi (144,5 dosi giornaliere per 1000 abitanti) e al quinto in termini di spesa farmaceutica pubblica (2.587 milioni di euro). La spesa pro capite SSN è stata pari a 43,95 euro.

I farmaci del sistema nervoso centrale si posizionano al quarto posto in termini di consumi (97,8 dosi giornaliere per 1.000 abitanti) e al sesto in termini di spesa farmaceutica pubblica complessiva (2.061 milioni di euro). La spesa pro capite SSN è stata pari a 34,88 euro.

Riguardo agli antidiabetici l’aumento di spesa del 7,6%, più alto della media degli ultimi 10 anni è legato sia a un aumento dei consumi (del 4,5%) che del costo medio per dose. Ma scendendo nel dettaglio si vede che a impennarsi sono in particolare due sottogruppi di farmaci in grado di ridurre in modo significativo il peso corporeo: gli analoghi del Glp-1, a cui appartiene la semaglutide, che registrano un aumento di spesa del 17,9% e dei consumi del 26,4%, con la sola semaglutide a impennarsi rispettivamente di + 52,3 e +75,9%; le gliflozine, che registrano un aumento di spesa del 60,1% e dei consumi del 65,6%. Da rilevare che AIFA nel 2024 ha autorizzato l’immissione in commercio nella Fascia C dei prodotti non rimborsabili il Wegovy, in farmacia da luglio, medicinale a base di semaglutide ma con specifica indicazione terapeutica per la perdita del peso.

Risale il consumo di antibiotici

La diffusione dei batteri resistenti agli antimicrobici è indicata dall’OMS come una delle grandi emergenze sanitarie che nel 2050 potrebbe provocare oltre 39 milioni di morti nel mondo. Un problema che riguarda da vicino l’Italia, che ha la maggiore resistenza riscontrata in Europa (con 200mila pazienti l’anno colpiti da batteri resistenti), che causa 11mila vittime. Per questo desta preoccupazione la ripresa, a partire dal 2022, del consumo di antibiotici nel nostro Paese, aumentato del 6,4% nel 2023 rispetto all’anno precedente.

Lo scorso anno quasi 4 persone su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotico, con livelli più elevati al Sud, dove il 44,8% della popolazione ne ha assunto almeno uno in corso d’anno, contro il 30,9% del Nord e il 39,9% del Sud. Differenze che fanno riflettere anche sull’ appropriatezza delle prescrizioni e dei consumi.

In lieve costante crescita, oramai da 10 anni, il consumo degli antibatterici a prevalente uso ospedaliero. “Considerando che alcuni di questi antibiotici sono usati nel trattamento delle infezioni causate da microrganismi multi-drug resistant, tali dati – si legge nel Rapporto – suggeriscono la necessità di migliorare la sorveglianza delle infezioni nosocomiali nelle strutture sanitarie, garantendo una risposta tempestiva e adeguata alle infezioni. Emerge, pertanto, la necessità di implementare programmi di “Antimicrobial Stewardship” in particolar modo nelle popolazioni ad alta prevalenza d’uso per ottimizzarne il consumo e ridurre la resistenza antimicrobica”.

L’appropriatezza prescrittiva

Una prescrizione farmacologica può essere considerata appropriata se effettuata all’interno delle indicazioni cliniche per le quali il farmaco si è dimostrato efficace ed autorizzato se vengono rispettate le sue indicazioni d’uso, in termini di dosaggio e durata del trattamento. Il Rapporto OsMed mostra che c’è ancora da lavorare su entrambi i fronti. In termini di appropriatezza prescrittiva e d’uso, informazioni utili vengono dai dati di consumo disaggregati per regione, che mostrano differenze che non trovano giustificazione nei dati epidemiologici, che in più di un caso evidenziano un uso maggiore in aree dove non risulta una più alta incidenza delle patologie per il quale il farmaco è indicato. Partendo dagli antibiotici si osserva che in Italia il consumo medio nel 2023 è stato pari a 17,2 dosi giornaliere per 1000 abitanti, con un consumo che è però di 14,5 dosi a Nord, 20,3 al Sud, 18,2 al Centro. Ancora più marcate le differenze se si vanno ad osservare i dati delle singole Regioni dove si va dalle 11,1 dosi di Bolzano alle 22,4 dosi dell’Abruzzo, alle 21,7 della Campania e le 21,5 della Basilicata.

Non esistono studi che dimostrino una marcata prevalenza di ulcere peptiche e malattie da reflusso esofageo al Sud, dove ora si consumano 100,5 dosi giornaliere ogni 1000 abitanti di farmaci contro queste malattie, in particolare gli inibitori della pompa acida, contro il 70,7 al Centro e il 77 al Nord. Con differenze regionali che vanno dalle 122,4 dosi della Campania o le quasi 100 della Basilicata, per scendere della metà e oltre in Umbria (50,7), Bolzano (51,2) e Toscana (56,7).
Anche il consumo di antidiabetici è più alto al Sud (83,4 dosi giornaliere ogni 1000 abitanti contro le 64,5 del Nord e le 67,9 del Centro. Differenze dovute a una maggiore prevalenza d’uso, che è del 7,7% della popolazione meridionale contro il 6,5% della media nazionale.

È opportuno precisare che benché questi dati evidenzino una profonda differenziazione tra le regioni del Sud e, in alcuni casi, anche del Centro, rispetto al Nord Italia, tali dati non possono essere interpretati esclusivamente come una generica inappropriatezza delle scelte dei medici, avulsa dalle caratteristiche del contesto assistenziale e sociale in cui si determinano. Infatti, l’attività prescrittiva è la conseguenza e l’esito anche dell’interazione con i pazienti, dipende dalla fruibilità e dall’organizzazione dei percorsi assistenziali, accesso alla diagnosi e al monitoraggio dei trattamenti.

Aderenza alle terapie difficile per un anziano su tre che assume 10 o più farmaci

La scarsa aderenza del paziente alle prescrizioni del medico è la principale causa di non efficacia delle terapie farmacologiche. Nel caso di terapie croniche, inadeguati livelli di aderenza e persistenza al trattamento sono associati a un aumento degli interventi di assistenza sanitaria, morbilità e mortalità, rappresentando un danno sia per il paziente che per il Servizio Sanitario Nazionale. La popolazione anziana è quella più a rischio per la compresenza di più patologie che richiedono un trattamento farmacologico. Tanto che oramai un anziano su tre (il 28,5%) assume 10 o più farmaci diversi in corso d’anno, mentre il 68% degli over 65 ha ricevuto prescrizioni per almeno 5 medicinali diversi. Inoltre, dal Rapporto emerge che 3 pazienti su 10 assumono almeno 5 medicinali diversi per sei o più mesi l’anno, con un andamento crescente con l’aumentare dell’età, fino a toccare il picco del 44% degli ottantanovenni in politerapia con almeno 5 farmaci. Una condizione che rende più difficile l’aderenza alle terapie anche se, da un’analisi del tavolo AIFA sulla prescrizione di precisione, risulta che dal 2014 al 2022 il 30% dei pazienti in politerapia si è visto deprescrivere almeno un farmaco.

L’aderenza alla terapia varia a seconda della categoria terapeutica: maggiori criticità si osservano per le terapie farmacologiche per asma e BPCO (20% di pazienti con alta aderenza), per gli antidiabetici (34%) e gli ipolipemizzanti (44%); minori criticità si osservano per la terapia con farmaci per il trattamento dell’osteoporosi (68% di pazienti con alta aderenza) o dei disturbi genito-urinari (65% di pazienti con alta aderenza), per i farmaci antiaggreganti (62%), antipertensivi (53%) e anticoagulanti (52%), sebbene ci siano margini di miglioramento anche per queste categorie di farmaci.

Per tutte le categorie terapeutiche analizzate poco più della metà dei pazienti erano ancora in trattamento dopo 12 mesi di terapia, con valori massimi per gli anticoagulanti (67%), mentre scarsi livelli di persistenza si osservano per la terapia farmacologica dell’asma e BPCO (7,5%). 

L’aderenza e la persistenza al trattamento subisce una progressiva riduzione con l’avanzare dell’età, con forti riduzioni nei soggetti più anziani (in particolare negli ultra-ottantacinquenni). Tendenzialmente le donne sono meno aderenti e persistenti degli uomini per tutte le categorie terapeutiche analizzate e le Regioni del Sud registrano livelli di aderenza e persistenza al trattamento più bassi rispetto alle altre aree geografiche, con la sola eccezione degli antidepressivi, per i quali si osservano invece valori simili da Nord a Sud.

Per tutte le categorie terapeutiche analizzate emerge un trend in lieve aumento sia dei pazienti aderenti che di quelli persistenti al trattamento, in modo più marcato per gli antidiabetici, categoria per la quale si osserva, rispetto all’anno precedente, un aumento dell’11% dei pazienti con alta aderenza e una riduzione del 12% di quelli con bassa aderenza, a cui si accompagna anche un incremento del 10% dei pazienti persistenti a un anno dall’inizio della terapia. Per quanto riguarda i farmaci per l’asma e la BPCO, sebbene si registri un aumento della quota di pazienti con alta aderenza (+4% rispetto al 2022), il numero di pazienti persistenti al trattamento ad un anno dall’inizio della terapia subisce una riduzione del 5% nel corso del 2023.

Generici, sale lievemente il consumo ma restiamo terzultimi in Europa

I generici erano il 9% nel 2011, sono saliti al 22,8% in termini di spesa, al 31,2% in termini di consumi. Il trend di crescita negli ultimi 5 anni è tuttavia limitato (3 punti percentuali) e il consumo di generici in Italia resta basso, soprattutto se confrontato a quello di altri Paesi europei. Secondo i dati IQVIA, l’Italia è infatti ancora terz’ultima in Europa, con i medicinali ex-originator che occupano ancora il 44,3% del mercato dei farmaci a brevetto scaduto. La media UE relativa al consumo di generici è invece del 51%, con Paesi come la Gran Bretagna che sono al 60%. L’Italia è invece prima per la diffusione del mercato dei biosimilari con l’80,8% del mercato dei farmaci biologici a brevetto scaduto.

Nel ricorso ai farmaci a brevetto scaduto è evidente la profonda eterogeneità regionale, sia in termini di spesa che di consumo. In Calabria, Campania, Sicilia e Basilicata il ricorso agli equivalenti oscilla infatti tra il 19 e il 21%, mentre a Trento e in Lombardia i valori sono rispettivamente del 44 e 43%.

Quanta diffidenza accompagni ancora il consumo dei generici lo dimostrata il miliardo e 60 milioni (dato in lieve flessione del 2,5%) della compartecipazione per il differenziale di prezzo tra l’ex-originator e no branded che ancora nel 2023 gli assistiti hanno pagato di tasca propria pur avendo un’alternativa gratuita. Un dato in leggera flessione del 2,5% rispetto all’anno precedente, ma che corrisponde ancora a una spesa pro-capite di 23,5 euro al Sud, di quasi la metà, 13,3 euro, al Nord. Da un’analisi dell’AIFA sui generici introdotti dal 2021 è stata rilevata una riduzione del prezzo di circa il 20% rispetto all’originator, che ha sua volta già prima della commercializzazione dell’equivalente ha fatto in media registrare un ulteriore riduzione del prezzo.

Aumenta la spesa dei farmaci di fascia C

Spinta dall’aumento dei prezzi e dello spostamento delle prescrizioni su quelli più costosi cresce la spesa per i farmaci di fascia C pagati dai cittadini, che nel 2023 hanno speso 7,1 miliardi pari a un +9,8% rispetto al 2022. Il 54% della spesa (3,8 miliardi) è relativo a medicinali con obbligo di ricetta, il restante 46% a prodotti di automedicazione. Le categorie di farmaci di classe C con ricetta maggiormente acquistati dai cittadini nel 2023 si confermano essere le benzodiazepine, i contraccettivi orali e i farmaci per la disfunzione erettile per i quali sono stati spesi 250 milioni di euro. Tra i farmaci di automedicazione, l’ibuprofene, seguito dal diclofenac, rappresenta il primo principio attivo per spesa. Tra i farmaci di fascia A acquistati privatamente dai cittadini, l’amoxicillina in associazione all’acido clavulanico e il colecalciferolo risultano quelli a maggior spesa, con un incremento rispetto all’anno precedente, rispettivamente del 16,9% e 21,5%. Tra i farmaci da automedicazione la categoria più gettonata sono i derivati dell’acido propionico (FANS) con il 12,6% della spesa complessiva con un valore di 416,3 milioni di euro.

Per i farmaci di fascia C con ricetta a determinare la crescita della spesa sono stati l’aumento dei prezzi del 6,8% e la prescrizione di medicinali più costosi (effetto mix +2,1%), mentre i consumi restano invariati.

Cala invece la spesa sostenuta direttamente dalle Regioni per i farmaci di fascia C, che il “Decreto Balduzzi” del 2012 ha autorizzato ad acquistare direttamente dalle aziende in attesa della negoziazione del prezzo in Italia, la cosiddetta C-NN. Un segnale della accelerazione delle procedure autorizzative e da parte di AIFA. La spesa dei farmaci classificati in fascia C-NN è stata infatti di 47,5 milioni, in calo del 63,1% rispetto all’anno precedente.

Nisticò, Presidente AIFA: “Dati in miglioramento ma c’è ancora da lavorare su aderenza terapeutica, appropriatezza e uso dei generici”

“I dati del Rapporto OsMed mostrano che stiamo migliorando in termini di appropriatezza prescrittiva e aderenza alle terapie mentre resta più o meno stabile l’uso dei generici, tre pilastri del sistema di assistenza farmaceutica che fanno bene alla salute dei cittadini e alla tenuta dei conti pubblici. Su questi aspetti c’è tuttavia ancora molto da lavorare per garantire da un lato la migliore efficacia dei farmaci, dall’altro la loro sostenibilità economica”, afferma il presidente di AIFA, Robert Nisticò.

“Per velocizzare l’accesso sul mercato dei nuovi generici, l’AIFA adotta già procedure semplificate di prezzo e rimborso; in due soli CdA sono stati approvati equivalenti per un risparmio pari a circa 200 milioni. Ma è indubbio – prosegue – che il consumo di generici è ancora limitato, se confrontato a quello di Paesi europei a noi comparabili. Per questo occorre fare più informazione ma anche formazione sull’importanza dell’utilizzo dei generici, che a parità di efficacia e sicurezza aiutano a tenere in ordine i conti dello Stato e quelli delle famiglie italiane che oggi spendono più di un miliardo per pagare la differenza di prezzo con il farmaco branded”. Anche sull’aderenza terapeutica e l’appropriatezza prescrittiva, afferma Nisticò, “c’è ancora da migliorare, soprattutto affrontando sotto una nuova angolazione il problema delle sempre più diffuse politerapie, che per un anziano su tre si traducono nell’assunzione da 10 a più farmaci. Per questo con gli esperti delle società scientifiche e delle organizzazioni mediche abbiamo aperto un tavolo sulla ‘prescrittomica’, il campo emergente di ricerca che studia la complessa interazione tra fattori genetici ed epigenetici – come quelli legati ad età, attività fisica e fattori ambientali – e il loro impatto su efficacia e sicurezza dei farmaci prescritti. Magari per depennarne alla fine qualcuno dalla lista delle prescrizioni”.

Russo, Direttore Tecnico-Scientifico AIFA: “Italia tra i primi in Europa a rendere disponibili i nuovi farmaci approvati da EMA”

Sui dati di spesa si sofferma il Direttore Tecnico-Scientifico di AIFA, Pierluigi Russo. “La voce che incide maggiormente sull’aumento del 5,7% della spesa rispetto al 2022 è quella dei farmaci acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche, dove a loro volta incidono maggiormente i medicinali innovativi di recente commercializzazione per patologie rare e con un decorso grave. E a tal proposito è bene precisare – prosegue Russo – che l’Italia è uno dei Paesi che rende disponibili ai pazienti il maggior numero di farmaci dopo l’autorizzazione centralizzata europea, con un tasso di disponibilità che nel 2023 è stato del 63%”.

Come prevedibile “la spesa, spinta dai nuovi prodotti, si concentra soprattutto sulla categoria degli antineoplastici e immunomodulatori, sebbene vi siano altre categorie che hanno visto variazioni importanti, come i farmaci antidiabetici, del sistema nervoso centrale, dell’apparato muscolo scheletrico e quelli del sangue e degli organi emopoietici. Cresce anche l’incidenza dei farmaci orfani che raggiungono il 28,6% della spesa delle nuove entità terapeutiche. Dati – conclude Russo – che sempre più richiedono adeguati strumenti di programmazione a tutti i livelli dell’organizzazione del SSN e di risorse coerenti con la sostenibilità della spesa farmaceutica utile a preservare gli attuali standard dell’assistenza farmaceutica in Italia”.