Sovraffollamento crescente, quadri clinici complessi, carenza di personale nei diversi comparti operativi. Per gli psicologi operare all’interno degli istituti penitenziari è un’impresa sempre più difficile. Si rende evidente la necessità di un intervento strutturato di ricognizione e proposta. Per far luce su necessità e richieste, l’Ordine degli Psicologi della Lombardia (OPL) da gennaio a marzo scorso ha condotto un’indagine coinvolgendo 185 professionisti sul tema delle condizioni di lavoro degli psicologi all’interno delle carceri. Un lavoro importante perché lo psicologo contribuisce in modo determinante alla tutela della salute mentale, alla gestione delle situazioni di vulnerabilità e alle costruzione di percorsi di reinserimento sociale.
Per gli psicologi rischi di aggressione durante le attività
La realtà che emerge dalla survey dell’OPL è critica: per oltre il 70% degli intervistati l’attività in ambito penitenziario comporta rischi per l’incolumità personale, mentre il 58,5% dichiara di aver vissuto situazioni in cui si è sentito minacciato o in pericolo. Tra i rischi vengono indicati spazi inadeguati (74,8%), mancanza di dispositivi di sicurezza (61%) e carenza di personale di sorveglianza (54,7%). C’è poi la questione della formazione: circa il 60% dei professionisti dichiara di non aver ricevuto formazione specifica sulla gestione di situazioni a rischio o di emergenza, mentre il 76,2% non conosce procedure operative dedicate. Infine, sul piano della tutela contrattuale, la forma di lavoro prevalente è la collaborazione in partita IVA (59,3%), e i due terzi dei rispondenti ritengono che non venga rispettato il principio dell’equo compenso.
Il totale di rispondenti alla survey, pari a 185, è il campione di psicologi penitenziari che afferisce a tre categorie: Ministero della Giustizia, Terzo Settore e psicologi OPL che svolgono servizi di psicologia delle ASST. Questi ultimi appartengono al servizio sanitario e sono 99 a livello lombardo (59 nella sola provincia di Milano), mentre le prime due categorie sono difficili da quantificare perché derivano da progetti che iniziano e finiscono, dunque non sono figure stabilizzate.

TrendSanità ha parlato della ricerca con Simona Silvestro, Coordinatrice del Gruppo di Lavoro sulla Psicologia Penitenziaria presso l’Ordine degli Psicologi della Lombardia.
Dottoressa Silvestro, da che cosa nasce la ricerca dell’OPL sulle condizioni degli psicologi negli istituti penitenziari e come è stata condotta?
«La ricerca condotta ha preso le mosse dalla segnalazione di molti professionisti iscritti che lamentano condizioni contrattuali ed economiche non idonee e da alcuni recenti episodi di cronaca che hanno visto gli psicologi subire aggressioni durante lo svolgimento della propria attività nel penitenziario. Inoltre, in alcuni contesti detentivi come l’IPM Beccaria (a Milano ndr) sono registrati incendi e risse quotidianamente.
È stato costituito un gruppo di lavoro OPL sulla psicologia penitenziaria con l’obiettivo di indagare questo fenomeno e cercare di individuare soluzioni per ridurne l’impatto. L’indagine, che rappresenta solo la prima fase delle attività che si intende realizzare, ha messo in luce tre elementi principali. Primo, la sicurezza: il 70% dei rispondenti ritiene che l’attività di psicologo nel contesto penitenziario comporti rischi per la sicurezza e l’incolumità personale. Secondo, formazione e preparazione alla gestione di situazioni a rischio: il 60% dichiara di non aver ricevuto formazione specifica sulla gestione di situazioni di rischio, aggressività o violenza. Terzo, condizioni contrattuali ed economiche: la forma contrattuale prevalente è quella della partita IVA e il 75% dei rispondenti dichiara che non viene rispettato l’equo compenso nel proprio rapporto di lavoro».
Le difficoltà degli psicologi che operano nelle carceri sono legate anche alle molte carenze delle strutture penitenziarie. Quali sono le principali?
«La situazione degli Istituti penitenziari lombardi è oggi caratterizzata da condizioni di crescente complessità operativa: le strutture sono fatiscenti, il sovraffollamento ha raggiunto una media del 146% con dei picchi intorno al 200% (CC Milano San Vittore). Mancano gli spazi vitali (nelle celle sono stipate fino a 8 persone) e conseguentemente mancano gli spazi per colloqui e attività. A fronte del sovraffollamento non sono cresciute proporzionalmente le figure deputate alla cura (medici, infermieri, psicologi). In Lombardia ci sono circa 150 psicologi penitenziari tra ASST e Ministero della giustizia, ai quali aggiungere gli psicologi dei progetti del terzo settore.
Tra i detenuti fragilità psichica e gravi casi di emarginazione
La tipologia dei detenuti presenti risulta sempre più compromessa sul piano della fragilità psichica delle storie politraumatiche, ed è caratterizzata da livelli di grave emarginazione. Molti sono stranieri senza possibilità di permanenza sul territorio dopo la detenzione. Suicidi e atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno».
Formazione degli psicologi: la ricerca denuncia una mancanza di preparazione nella gestione delle situazioni a rischio. Cosa può dire in proposito?
Il 58% degli intervistati dichiara di aver vissuto situazioni in cui si è sentito minacciato o in pericolo per aggressività verbale verso terzi (76%), aggressività fisica verso terzi (64%), rischio biologico (69%); dall’altro canto la maggior parte di loro non ha mai ricevuto una formazione specifica sulla gestione delle situazioni di rischio, aggressività ed emergenza. Pare che i professionisti non vengano coinvolti nel training sulla sicurezza, che risulta appannaggio dei dipendenti dell’amministrazione penitenziaria e delle ASST. Inoltre, non esistono ad oggi dispositivi meccanici di sicurezza come in alcuni reparti psichiatrici esterni, ad esempio, campanelli che permettano di lanciare l’allarme se necessario».
Quali sono le iniziative formative di OPL con Regione Lombardia, ASST e Amministrazione penitenziaria?
«La survey costituisce un primo passo nella direzione di evidenziare la situazione di sofferenza degli psicologi penitenziari: attualmente stiamo chiedendo all’Amministrazione penitenziaria e a Regione Lombardia di trovare insieme delle soluzioni per migliorare il benessere dei nostri iscritti, pur tenendo conto del complesso quadro di contesto».
Retribuzione: manca un equo compenso. Cosa chiede l’OPL?
«OPL chiede che la quota oraria degli operatori psicologi delle ASST venga adeguata a quella degli psicologi del Ministero della Giustizia in conformità alla legge sull’equo compenso (L. 49/2023)».
Le situazioni denunciate nella ricerca sono simili a quelle di altre Regioni?
«Stiamo aprendo un dialogo con il Consiglio nazionale degli psicologi per estendere la riflessione al contesto nazionale ed effettuare un confronto tra Regioni».
Quali sono dunque le direzioni di intervento secondo la survey?
«Nel loro insieme, questi dati suggeriscono la necessità di intervenire su quattro direttrici principali: sicurezza degli spazi e dei dispositivi, formazione specifica e protocolli condivisi, strumenti di supporto professionale, maggiore strutturazione e riconoscimento contrattuale del ruolo. Intervenire su questi aspetti appare fondamentale non solo per tutelare i professionisti, ma anche per garantire la qualità degli interventi psicologici all’interno del sistema penitenziario e quindi per garantire il diritto alla cura alle persone detenute».








