Dalla contrapposizione al dialogo, quando Cura e Sicurezza imparano a parlarsi in carcere

Un progetto di formazione congiunta tra personale sanitario e polizia penitenziaria dimostra che dialogo, fiducia e collaborazione possono ridurre i conflitti tra cura e sicurezza in carcere

In carcere convivono quotidianamente due mondi che condividono gli stessi spazi, ma che spesso parlano linguaggi diversi. Da una parte il personale sanitario, chiamato a garantire il diritto alla salute; dall’altra la polizia penitenziaria, responsabile della sicurezza dell’istituto, dei detenuti e degli operatori. Due missioni apparentemente distanti, che possono trasformarsi in terreno di incomprensioni, ma che devono trovare terreni di collaborazione.

Maria Chiara Lavorato

È proprio da questa consapevolezza che nasce “Spazio di Confronto – Cura – Sicurezza – Comunicazione”, un progetto di formazione congiunta, su base volontaria, che ha messo attorno allo stesso tavolo professionisti della salute e agenti di polizia penitenziaria. È prima di tutto un progetto concreto per la qualità dell’ambiente, della vita e delle relazioni in carcere, come base dei diritti della persona detenuta, che si fonda sul principio di equivalenza delle cure sancito dall’OMS. Un’esperienza che, secondo Maria Chiara Lavorato, Medico Legale, Responsabile SS Responsabilità Sanitaria e Biodiritto SC Medicina Legale, ASST Santi Paolo e Carlo, ha preso forma osservando una criticità ricorrente. Il progetto nasce nell’ambito del WHO Health in Prisons Programme e ha ricevuto l’attenzione del CPT del Consiglio d’Europa e dell’International Academy of Law and Mental Health.

«Negli ultimi anni sono stata contattata più volte dagli istituti penitenziari per affrontare quesiti complessi riguardanti la salute dei detenuti e la gestione di attività condivise tra personale sanitario e non sanitario», racconta. «A un certo punto mi si è accesa una lampadina: molte delle difficoltà che mi venivano segnalate sembravano avere origine non tanto in problemi tecnici o organizzativi, quanto in un difetto di comunicazione e collaborazione».

Applicazione della bioetica e della microetica

L’intuizione ha trovato un solido riferimento teorico nella bioetica contemporanea, in particolare nel concetto di microetica, definita anche come “etica della vita quotidiana”.

«La microetica si fonda sulla consapevolezza che la qualità delle relazioni umane incide sul benessere delle persone, sugli operatori e sull’intero sistema», spiega. «Tutti sanno cosa devono fare nel proprio lavoro. La domanda vera è: come lo fanno? In quel “come” entrano elementi fondamentali come rispetto, fiducia e capacità di collaborare». Valori che possono apparire scontati, ma che assumono un significato particolare in un ambiente complesso come quello penitenziario. «Forse oggi, parlare di rispetto e fiducia può sembrare anacronistico», osserva, «ma credo che sia necessario tornare proprio agli schemi valoriali; aggiornarli, ricordarli e reincorporarli nella pratica quotidiana».

Il conflitto tra Cura e Sicurezza

Durante il percorso è emerso con chiarezza che uno dei principali conflitti tra le due categorie professionali riguarda il diverso mandato istituzionale. «I medici si identificano naturalmente con la cura, mentre la polizia penitenziaria si identifica con la sicurezza», spiega l’Esperta. «Nel nostro gruppo di lavoro abbiamo osservato che il conflitto ruotava proprio attorno a queste due parole: cura e sicurezza». Il confronto ha però portato a una rilettura più profonda dei significati.

È nella relazione che i due sistemi valoriali possono convivere senza prevaricazioni, nel rispetto reciproco

«Analizzando i concetti e andando a fondo nei loro significati, abbiamo scoperto che può esistere una cura della sicurezza e una sicurezza della cura. Da qui è nata l’idea di costruire un ponte tra questi due mondi. Quel ponte ha un nome preciso: più che di comunicazione, parlerei di relazione», sottolinea. «È nella relazione che i due sistemi valoriali possono convivere senza prevaricazioni, nel rispetto reciproco. E il vero beneficiario di questo cambiamento è la persona detenuta».

Lo psicodramma come strumento di dialogo

Uno degli elementi più innovativi del progetto è stato l’utilizzo dello psicodramma come strumento formativo. Una metodologia raramente applicata in ambito penitenziario, ma che ha prodotto risultati inattesi.

«Lo psicodramma si è dimostrato uno strumento efficacissimo», afferma Maria Chiara Lavorato. «All’inizio temevamo una certa rigidità da parte dei partecipanti: medici e agenti erano seduti insieme, spesso in divisa e non era scontato che riuscissero ad abbandonare i propri ruoli, invece è accaduto il contrario».  E aggiunge: «Con la guida dello psicologo, i curanti e gli agenti di polizia penitenziaria sono riusciti a dare spazio alla propria parte emotiva. Chi lavora in carcere assiste quotidianamente a situazioni di disagio e sofferenza che lasciano segni profondi e capita molto spesso che si vada avanti senza elaborarle. Lo psicodramma ha creato uno spazio in cui quelle emozioni hanno finalmente trovato voce».

L’esperienza è stata intensa, precisa Lavorato: «È stato emozionante e, in alcuni momenti, persino commovente. Alcuni partecipanti si sono commossi durante le rappresentazioni. Si è creata una grande libertà espressiva e una base di fiducia reciproca». I cambiamenti si sono resi evidenti già dagli incontri successivi, racconta Lavorato: «Era rimasta nell’aria una sorta di complicità interumana», racconta. «Dopo aver condiviso emozioni, fragilità e vissuti personali, il gruppo si è riconosciuto come comunità di persone prima ancora che come insieme di professionisti».

L’impatto dell’iniziativa

L’impatto dell’iniziativa è stato valutato attraverso questionari somministrati prima e dopo il percorso. Le rilevazioni hanno preso in esame tre dimensioni: la fiducia reciproca tra i gruppi professionali, le conoscenze tecniche e le normative, oltre alla valutazione dell’esperienza formativa. Il dato più significativo emerso riguarda proprio la fiducia. «L’indicatore che ha registrato il maggiore miglioramento è stato quello relativo alla fiducia e alla percezione dell’altro gruppo professionale», spiega. «Non era affatto scontato, perché la fiducia interprofessionale è generalmente il parametro più difficile da modificare».

Anche il conflitto, quando viene affrontato in modo aperto, può diventare uno strumento per spiegare le proprie ragioni e imparare ad accogliere il punto di vista dell’altro

Anche sul fronte delle competenze normative il percorso ha prodotto risultati interessanti. Lavorato aggiunge: «I partecipanti hanno sviluppato una maggiore consapevolezza dei propri limiti conoscitivi. Hanno scoperto che alcuni aspetti, come l’obbligo di denuncia o l’obbligo di referto, meritano ulteriori approfondimenti. E questa presa di coscienza è un risultato positivo».  Inoltre, aggiunge ancora Maria Chiara Lavorato, alla mia domanda su quale fosse la cosa derivante dall’esperienza che ha sorpreso maggiormente: «La cosa più entusiasmante è stata scoprire che incontrarsi e costruire una relazione è venuto naturale. Anche il conflitto, quando viene affrontato in modo aperto, può diventare uno strumento per spiegare le proprie ragioni e imparare ad accogliere il punto di vista dell’altro».

Il futuro per il sistema penitenziario

Guardando al futuro, la visione è quella di un sistema penitenziario sempre più orientato alla cooperazione. «La qualità delle relazioni può diventare un fattore determinante per migliorare il profilo etico e la qualità della vita negli istituti penitenziari, per tutta la polis penitenziaria e quindi tutti coloro che la vivono», sostiene. «Non dico che sia la soluzione a tutti i problemi, ma certamente è uno strumento per cercare soluzioni professionali e umane».

L’obiettivo nei prossimi cinque o dieci anni è costruire un’integrazione sempre più concreta tra tutte le componenti del sistema. «Immagino una cooperazione basata sul rispetto reciproco, con iniziative condivise, bisogni formativi comuni e un maggiore sostegno da parte delle organizzazioni», conclude. «Vedo una collaborazione molto più integrata e meno barricata sulle differenze. Una collaborazione orientata a cercare punti di contatto invece che a sottolineare ciò che divide».

In questa prospettiva, la salute non riguarda soltanto i detenuti. Riguarda anche le relazioni che attraversano l’intera comunità penitenziaria. Perché la qualità della cura e quella della sicurezza passano, prima di tutto, dalla qualità del dialogo tra le persone che ogni giorno vivono e lavorano all’interno del carcere.

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Silvia Pogliaghi
Silvia Pogliaghi
Giornalista scientifica, esperta di ICT in Sanità, socia UNAMSI (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione)