Il 22 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno ufficialmente lasciato l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), interrompendo 78 anni di partecipazione ininterrotta. La decisione, anticipata già con il primo mandato di Trump e poi “messa in pausa” con l’intermezzo Biden, ora è divenuta realtà. Motivata con accuse rivolte all’organizzazione ginevrina di inefficienza, gestione politicizzata della pandemia di Covid-19 e presunti ritardi nella dichiarazione di emergenze sanitarie, Washington ha denunciato anche presunti favoritismi dell’Oms verso alcuni Stati membri a discapito di altri.
Dopo 78 anni gli Stati Uniti hanno ufficialmente lasciato l’Organizzazione mondiale della sanità
Ma l’Oms non ci sta. E ha risposto con fermezza agli strali del governo americano, avvertendo che il ritiro del Paese «riduce la sicurezza sanitaria globale e rappresenta una perdita per gli Stati Uniti e per il mondo». Ma al di là delle dichiarazioni, i fatti già disegnano un nuovo scenario globale, con effetti immediati su finanza, governance e geopolitica.
Il vuoto finanziario e operativo
Il primo impatto concreto della ritirata a stelle e strisce riguarda i fondi e le risorse umane. Gli Stati Uniti contribuivano ogni anno con circa 500-600 milioni di dollari in fondi volontari, più 110 milioni di contributi obbligatori.

«I versamenti americani rappresentavano circa il 20% dell’intero budget dell’Oms. Senza questi fondi, programmi fondamentali come quelli su Hiv, tubercolosi e malaria rischiano di collassare», spiega Mario C.B. Raviglione, professore aggiunto di Global Health e co-Coordinatore del Master in Global Health presso il MACH Centre dell’Università degli Studi di Milano, Senior Visiting Scientist all’International Agency for Research on Cancer, già direttore del programma globale Tubercolosi dell’Oms dal 2003 al 2017. «Quando ero all’Oms, due terzi del budget provenivano dagli Stati Uniti tramite i programmi USAID, PEPFAR e CDC. Oggi, senza quei fondi molti programmi essenziali rischiano di collassare». Anche perché gran parte delle sovvenzioni statunitensi, come del resto quelle di molti Paesi, non sono intercambiabili, ma vincolata, destinata a programmi specifici. «Questo garantiva continuità e protezione a programmi critici come HIV, tubercolosi, malaria e salute materno-infantile», chiarisce Raviglione.
Il primo impatto concreto della ritirata a stelle e strisce riguarda i fondi e le risorse umane
Leandro Pecchia, ordinario di Ingegneria biomedica all’Università Campus Bio-Medico di Roma ed ex Innovation Manager dell’Oms per il programma di Prevenzione e Controllo delle Infezioni durante la pandemia di Covid-19, aggiunge: «L’exit degli Usa non è solo un problema di denaro, ma anche di influenza sulle decisioni strategiche. L’assenza americana di fatto modifica il baricentro politico dell’Oms».
L’impatto operativo, peraltro, si è già fatto sentire: «L’uscita americana ha provocato l’eliminazione stimata di circa un terzo dello staff in servizio all’Oms, soprattutto a Ginevra, e lo smantellamento di alcuni team come quello europeo sulla tubercolosi multiresistente. Molti programmi sono stati fusi non per scelta strategica, ma per necessità», racconta Raviglione. Come contraltare altri Paesi ora possono avere spazio, colmando il vuoto lasciato dagli Usa. «Paesi che prima non avevano una presenza particolarmente significativa, stanno guadagnando terreno. E questo cambiamento può influire anche sui valori e sulle pratiche dell’Organizzazione».
Nuovi protagonisti e la geopolitica della salute globale
Il ritiro statunitense apre così spazi a potenze emergenti. «In particolare Cina e India», osserva Pecchia. «Gli ultimi Global Pharma Medical Device dell’Oms si sono svolti in India. I tre precedenti erano stati ospitati tra Stati Uniti ed Europa: è uno spostamento non solo fisico, ma anche strategico».
Paesi finora marginali acquisiscono peso nell’Oms, influenzando progressivamente valori, priorità operative e pratiche decisionali
Anche l’Africa, da sempre centrale nelle strategie sanitarie globali, diventa ora terreno di competizione. Perché «l’Oms ha sempre rappresentato un ponte verso i Paesi a basso reddito, in particolare l’Africa, continenti emergenti sia per popolazione sia per potenziale economico», spiega Pecchia. «In questi contesti, l’Europa rischia di perdere spazio rispetto ad altri attori più attivi nella cooperazione internazionale». Ma attenzione, sottolinea Raviglione, «Non si tratta solo di veicolare presidi medici. È il terreno politico e strategico che cambia: Paesi che prima non avevano una presenza significativa ora entrano nel gioco».
Dati, governance e influenza

Il cambiamento, però, non riguarda solo finanziamenti o geopolitica, ma anche la capacità di decidere. «I dati dell’Oms sono pubblici e gli Stati Uniti continueranno ad accedervi, ma perdono la possibilità di influire sulle decisioni normative e sulle strategie globali. Se non sei al tavolo, non partecipi al consenso», sottolinea Pecchia.
Anche Raviglione conferma le implicazioni, rilevanti, di questo risiko sanitario: «Questo riguarda le International Health Regulations e i piani pandemici globali. Non partecipare significa subire decisioni prese da altri». Da che si capisce che la perdita di influenza politica e strategica è quindi tanto concreta quanto finanziaria.
Differenze culturali e valori in gioco
Il cambiamento del baricentro della salute globale porta con sé anche un diverso approccio ai diritti e alla privacy. «Con uno spostamento verso Est, le politiche sanitarie potrebbero allinearsi a modelli in cui privacy e diritti individuali non sono centrali come nelle democrazie europee», osserva Pecchia. «Non è tanto una questione clinica quanto di contesto: si potrebbero adottare soluzioni che non sarebbero la prima scelta in Europa».
La vera sfida riguarda l’Europa: saprà recuperare spazi di influenza?
Allo stesso tempo, l’uscita americana può diventare un’opportunità. «Come dicevamo, altri grandi Paesi potrebbero colmare il vuoto finanziario di Oms, ma la vera sfida è se l’Europa saprà recuperare spazi di influenza», osserva Raviglione. «Attraverso la salute si realizza oggi gran parte dell’innovazione. I brevetti legati alla salute sono al primo posto in Europa. Perdere posizionamento significa non fare qualcosa di eticamente giusto e perdere anche sviluppo economico».
Conseguenze sanitarie e strategiche
Osservando la situazione dal punto di vista sanitario, balza subito agli occhi come la salute sia strettamente intrecciata con la geopolitica. A spiegarlo meglio è il professor Raviglione: «Programmi critici come Hiv, tubercolosi e malaria rischiano milioni di morti aggiuntive se i finanziamenti internazionali non saranno reintegrati». Il che pone anche l’interrogativo sugli interessi dei nuovi Paesi a finanziare questi stessi programmi o altri, a seconda della propria influenza geopolitica. A ciò si aggiunge anche «un impatto enorme sugli equilibri geopolitici globali e sulla capacità del mondo di rispondere collettivamente alle future pandemie», evidenzia Raviglione.
La riduzione dei finanziamenti internazionali rischia di aumentare drasticamente le morti per Hiv, tubercolosi e malaria
Rischi da un lato e opportunità dall’altro, che sembrano andare a braccetto: «Paesi emergenti stanno prendendo il loro posto, e l’Europa deve scegliere se agire o rimanere spettatrice», invita a riflettere Pecchia.
Il futuro della cooperazione sanitaria globale
In altri termini l’uscita degli Stati Uniti dall’Oms non è solo una questione di fondi o dati, ma – soprattutto – di leadership, valori e strategie sanitarie. Cina e India aumentano il loro ruolo, l’Africa diventa un terreno chiave, e l’Europa deve decidere se giocare da protagonista o restare una semplice comparsa.
La salute globale diventa simultaneamente questione etica, economica e geopolitica
«La salute globale diventa simultaneamente questione etica, economica e geopolitica. La cooperazione internazionale non è più solo solidarietà: è anche un terreno di influenza e potere», conclude Pecchia.
«Le decisioni prese oggi plasmeranno la capacità del mondo di affrontare le pandemie di domani», aggiunge Raviglione.
Insomma, il nuovo scenario disegnato dal ritiro statunitense è dunque un cambio di paradigma storico: chi decide, chi finanzia e chi sa guidare le strategie sanitarie determinerà il futuro della salute globale nei decenni a venire.





