Sanità senza guida: perché serve subito un nuovo Piano Sanitario Nazionale

Tonino Aceti di Salutequità: «Il quadro è complesso e frammentato: senza una vision condivisa perdiamo la possibilità di rafforzare il nostro Servizio sanitario»

L’Italia è a un punto di svolta. Il Servizio sanitario nazionale (SSN), pilastro di democrazia e coesione sociale, si trova oggi senza una bussola strategica capace di guidarlo tra sfide epidemiologiche, pressioni demografiche e disuguaglianze crescenti. A segnalarlo è Salutequità, che al 3° Summit Equità e Salute in Italia ha presentato a Roma un nuovo Report dedicato alla programmazione sanitaria nazionale e regionale. Un’analisi dettagliata di dati, confronti e atti normativi che mostra con chiarezza una situazione frammentata, priva di una direzione comune e penalizzante soprattutto per i territori più deboli.

Un SSN senza visione comune e senza un Piano nazionale da quasi vent’anni

Il cuore del problema è noto, ma troppo spesso ignorato. L’ultimo Piano Sanitario Nazionale (PSN) risale al 2006-2008. Da allora, nonostante la legge ne preveda l’aggiornamento triennale, nessun nuovo documento è stato prodotto o approvato. Anche il Patto per la Salute 2019-2021 è in proroga sine die. In questo vuoto programmatorio, il SSN fatica a orientarsi tra urgente riorganizzazione territoriale, incremento delle cronicità, innovazione tecnologica e nuove fragilità sociali. I piani “settoriali” (oncologia, cronicità, malattie rare, prevenzione, vaccini) procedono in ordine sparso e con tempi diversi e manca una cornice unitaria capace di dare priorità chiare, indicare risorse e definire chi deve fare cosa.

Tonino Aceti, presidente di Salutequità, sintetizza così la situazione: «Il nostro report evidenzia un quadro complesso e frammentato. La mancanza di un nuovo Piano Sanitario Nazionale e la disomogeneità dei Piani regionali dimostrano una carenza di visione strategica e di coordinamento. Investire nel 2026 oltre 142 miliardi senza una vision chiara sarebbe un’opportunità persa per rafforzare il SSN».

Presentato il nuovo Report di Salutequità sulla programmazione sanitaria

È in questa cornice che si inserisce la riflessione di Elisa Pirro, membro della V Commissione permanente (Bilancio) del Senato, che richiama alla concretezza della programmazione: «Partire dalle risorse per arrivare alla programmazione, scrivere solo come vorremmo la sanità pubblica di domani senza specificare le risorse, resta un esercizio di filosofia». Un passaggio decisivo riguarda il ruolo dello Stato: «Serve una regia più decisa da parte dello Stato per garantire più equità anche nelle risorse». E a proposito di contenuti del futuro PSN, Pirro aggiunge: «È importante parlare di piano sociosanitario e non solo sanitario e del rafforzamento della medicina territoriale».

Regioni in ordine sparso: piani vecchi, percorsi diversi, aggiornamenti disomogenei

La ricognizione di Salutequità mostra un’Italia a più velocità:

  • 10 Regioni dispongono di un piano sanitario integrato sociosanitario
  • 16 Regioni hanno un piano approvato prima della pandemia, quindi non aggiornato alle sfide post-Covid
  • 4 Regioni stanno lavorando all’aggiornamento (Basilicata, Piemonte, Umbria, Emilia-Romagna)
  • In Abruzzo, Puglia, Calabria e Molise la programmazione procede tramite Programmi Operativi Regionali
  • Il Friuli-Venezia Giulia è l’unica Regione con un aggiornamento annuale per legge
  • La Provincia Autonoma di Trento rappresenta un modello virtuoso con un piano decennale partecipato e indicatori di esito.

La conseguenza è una forte asimmetria nell’organizzazione dei servizi, nella pianificazione delle reti cliniche, nei modelli di assistenza territoriale e nelle misure per contrastare le disuguaglianze.

Su questo punto interviene Ilenia Malavasi, componente XII Commissione (Affari sociali) della Camera dei deputati, che osserva: «Nel nostro Paese ci sono competenze di eccellenza, condizioni per lavorare bene ma leggi che poi non hanno una ricaduta concreta. La ripartizione tra Stato e Regioni c’è e può funzionare, occorre evitare però le semplificazioni e se ci sono regioni che funzionano peggio di altre e che hanno disatteso le linee indicate dallo Stato, forse ci sono responsabilità precise da individuare». Malavasi richiama anche il valore di ciò che già esistente: «Valorizzare ciò che si ha, abbiamo tanti ottimi piani nazionali ma mancano i decreti attuativi ed è necessaria una visione di ampio respiro e un percorso partecipato». Conclude con una riflessione sul ruolo del nuovo PSN: «Il Piano sanitario nazionale è una parte fondante della coesione del nostro Paese, se gli obiettivi sono condivisi al di là dei partiti diventa più forte anche la mission nazionale».

Rinunce alle cure e divari territoriali in crescita

Nel 2024, il 26,8% del Pil (587,5 miliardi) è destinato alle prestazioni sociali. La quota sanitaria è 130,1 miliardi e la spesa comunale per i servizi sociali è 8,9 miliardi, pari a 150 euro pro capite, ma scende a 38 euro in Calabria e sale oltre 200 euro in alcune Regioni a statuto speciale e in Emilia-Romagna.

La frammentazione programmatoria pesa direttamente sulla vita quotidiana di milioni di italiani. Lo testimoniano i dati: nel 2024 quasi una persona su dieci (9,9%) ha rinunciato a visite o esami specialistici. Le cause sono note: 6,8% per liste d’attesa troppo lunghe, 5,3% per difficoltà economiche. Un dato in aumento rispetto al 2023 (7,5%) e al 2019 (6,3%), prima della pandemia. Parallelamente, la spesa sanitaria privata (“out of pocket”) è cresciuta di circa 9 miliardi tra il 2012 e il 2024, fino a raggiungere 41,299 miliardi di euro. Nello stesso anno il 5% delle famiglie ha avuto difficoltà a raggiungere almeno tre servizi essenziali, con picchi dell’8,9% in Campania e dell’8,4% in Calabria.

La frammentazione genera asimmetrie in servizi, reti cliniche, assistenza territoriale e interventi contro le disuguaglianze

In questa area critica si inserisce la riflessione di Giovanni Baglio, Direttore UOC Ricerca AGENAS, che avverte: «La possibilità di sopravvivenza del SSN si basa sulla prevenzione: occorre investire in screening, vaccini, stili di vita. La sanità è un bene comune ma per un servizio davvero equo c’è ancora tanta strada da fare, nuove prospettive arrivano anche dalla sanità digitale».

Un Paese che cambia: più anziani, più fragilità

L’Italia è un Paese che invecchia rapidamente. Sono aumentati del 30% i centenari negli ultimi 10 anni, oltre 14 milioni di persone over65 e nel 2043, 10,7 milioni di persone vivranno sole, di cui 6,2 milioni anziane. È anche uno dei Paesi più longevi al mondo (aspettativa di vita 83,5 anni), ma gli anni in buona salute sono solo 58,1, con un peggioramento rispetto al 2023. Le disuguaglianze territoriali poi sono nette: 84,7 anni nella PA di Trento, 81,7 in Campania. La multicronicità colpisce il 49% delle persone 75+ e aumentano le condizioni neurologiche: 7 milioni di persone con emicrania, 12 milioni con disturbi del sonno, 1,2 milioni con demenza, 800mila con esiti di ictus, 400mila con Parkinson.

L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo ma gli anni in buona salute sono solo 58,1

A sottolineare l’urgenza di un cambio di passo è Italia Agresta, Vicepresidente Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APMARR, che ricorda: «Per le malattie reumatologiche ci sono ritardi diagnostici di 7 anni. Non si perde solo la salute ma anche la possibilità di essere produttivi. È necessario un approccio multidisciplinare con una presa in carico che ponga al centro la persona. I centri specializzati sono ancora pochi così come pochi sono i PDTA specifici per tante malattie, soprattutto quelle rare».

Screening, reti cliniche e donazioni

Nel 2024 le persone invitate agli screening sono state 17,9 milioni, per 7,3 milioni di adesioni, mentre lo screening per il colon retto si ferma a una copertura del 33,3% (obiettivo 50%), con un forte gradiente Nord-Sud. In Calabria l’adesione è appena del 5,2%. Le reti oncologiche migliorano, ma diverse Regioni (tra cui Calabria, Molise, Marche, Basilicata, Sardegna) non soddisfano ancora la domanda interna, producendo mobilità sanitaria e 7 Regioni non hanno integrato la rete con il territorio come previsto dal DM 77/2022.

Sul fronte delle donazioni, l’Italia si conferma tra i Paesi più generosi: 30,2 donatori per milione di abitanti, con picchi in Toscana (49,4), Emilia-Romagna (45,5) e Veneto (44,7), ma con solo 3,4 donatori per milione di abitanti in Molise. La raccolta di plasma supera le 900 tonnellate, ma la domanda di immunoglobuline è cresciuta del 57% in dieci anni e il livello di autosufficienza è al 59%.

FSE e PDTA, il divario digitale che pesa sulla continuità di cura

Il Fascicolo Sanitario Elettronico è uno degli strumenti più importanti per migliorare continuità assistenziale e accesso alle informazioni cliniche, ma la sua diffusione è ancora a macchia di leopardo. Oggi solo il 43% delle persone assistite ha espresso il consenso alla consultazione dei propri dati e, di fatto, solo un cittadino su quattro utilizza davvero l’FSE. Gli specialisti abilitati alla consultazione sono l’87%, ma con forti differenze territoriali: si scende al 41% in Calabria e al 53% in Abruzzo, segno di un’adozione non omogenea.

La presenza della cartella clinica digitale nel Fascicolo è ancora limitata: al momento è disponibile soltanto in quattro regioni (PA Trento, Veneto, Emilia-Romagna e Calabria), mentre nel resto del Paese il sistema resta incompleto. Ancora più evidente è il divario sui percorsi di cura: i PDTA integrati nel Fascicolo risultano presenti soltanto nel Lazio, ma va meglio per il Profilo Sanitario Sintetico, attivato in 15 regioni, un passo avanti verso una visione aggiornata e accessibile della storia clinica dei pazienti.

Un quadro disomogeneo emerge anche osservando i Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali nel loro complesso. Nel 2024 i PDTA regionali censiti sono 910, in crescita rispetto ai 776 del 2022, ma permangono ancora lacune rilevanti, poiché per alcune condizioni ad alta prevalenza, come psoriasi o vitiligine, non esistono PDTA regionali dedicati. Accanto alla mancanza di percorsi formalizzati, si aggiunge il problema dell’aderenza terapeutica. Resta infatti molto bassa per alcune patologie croniche, con appena il 28,1% di aderenza ai trattamenti antidepressivi e il 22,6% per i farmaci antidiabetici.

Perché serve subito un nuovo Piano Sanitario Nazionale

Alla luce dei dati, la richiesta di Salutequità è chiara: serve un nuovo PSN 2025-2027, partecipato e vincolato a obiettivi misurabili e risorse dedicate. Le domande aperte sono sostanziali: chi approverà il nuovo PSN e quali saranno le tempistiche? Sarà garantita la partecipazione di cittadinanza, professionisti e associazioni? Il PSN sarà sanitario o sociosanitario? Sarà un piano di semplice manutenzione o un documento realmente trasformativo? In gioco non c’è solo un atto amministrativo, ma la possibilità di ridisegnare un SSN più equo, moderno e capace di rispondere a bisogni che cambiano velocemente.

Il nuovo PSN 2025-2027 è decisivo per ridisegnare un SSN più equo e moderno

In assenza di una visione comune, il rischio è che la qualità dell’assistenza dipenda dal codice di avviamento postale, dove l’innovazione avanza a macchia di leopardo e dove milioni di persone rinunciano a curarsi. Il nuovo Piano Sanitario Nazionale può e deve rappresentare la cornice unitaria, lo strumento con cui riportare equità, qualità e sostenibilità al centro delle politiche sanitarie. Un’occasione che l’Italia non può permettersi di perdere.

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Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute