Telemedicina e demenza: cosa cambia in Emilia Romagna

Dall’esperienza dell’Ausl di Bologna un modello di presa in carico che integra tecnologia, territorio e continuità assistenziale: «La qualità della relazione non dipende dallo strumento, ma da come lo si utilizza»

La telemedicina entra sempre più nel cuore dell’assistenza alle persone con demenza, ridefinendo tempi, modalità e luoghi della cura. Negli ultimi anni, anche grazie alle indicazioni nazionali e ai fondi dedicati, questo strumento si è trasformato da soluzione emergenziale a risorsa strutturale, capace di garantire continuità assistenziale, ridurre gli spostamenti e migliorare il supporto ai caregiver.

La tecnologia può facilitare il monitoraggio clinico, raggiungere anche le aree più remote e offrire risposte più tempestive

In Emilia-Romagna, grazie al coinvolgimento dei Centri Disturbi Cognitivi e Demenze (CDCD) dell’Ausl di Bologna all’interno del Fondo Nazionale Demenze Regione Emilia Romagna (RER) 2021-2023 (rinnovato per il triennio successivo) si sta sperimentando su larga scala l’uso della televisita e del teleconsulto. Le sedi in cui si eroga la televisita sono 3 (CDCD Bologna Poliambulatorio Byron, CDCD Appennino Castiglione dei Pepoli e CDCD Reno Lavino Samoggia Casalecchio di Reno) con il coordinamento progettuale e tecnico del Board di Telemedicina Ausl Bologna, che ha avuto un ruolo strategico nell’implementazione del modello. Un’esperienza che ha mostrato come la tecnologia, se ben integrata nei percorsi di cura, possa facilitare il monitoraggio clinico, raggiungere anche le aree più remote e offrire risposte più tempestive ai bisogni dei pazienti e delle famiglie.

A partire da questa esperienza, abbiamo intervistato Simona Linarello, Dirigente medico di Geriatria presso l’Azienda USL di Bologna e Direttrice dell’Unità Operativa Complessa di Cure Intermedie, per capire quali siano i reali benefici della telemedicina nella gestione della demenza, i limiti ancora da superare e le prospettive future.

Simona Linarello

Qual è il cambiamento più importante che avete osservato con l’introduzione della telemedicina rispetto al modello tradizionale in presenza?

«Sicuramente uno degli aspetti più evidenti riguarda il benessere delle persone con demenza. Parliamo di pazienti che spesso presentano disturbi del comportamento e per i quali lo spostamento, l’uscita dall’ambiente familiare, il trasporto verso una struttura sanitaria possono rappresentare un momento di forte stress. In molti casi, portarli fuori da casa diventa quasi una forzatura. La televisita ci consente di evitare questi momenti traumatici, mantenendo comunque una continuità assistenziale. Inoltre ci permette di entrare, seppur virtualmente, nel contesto di vita della persona: vedere l’ambiente domestico, cogliere alcuni aspetti quotidiani che spesso sono fondamentali anche per impostare interventi non farmacologici».

La televisita, quindi, non è solo un’alternativa logistica, ma uno strumento clinico vero e proprio.

«Esatto. Un altro grande vantaggio è la possibilità di intervenire in tempi rapidi. Parliamo di pazienti già in carico al servizio, con una cartella clinica aperta. In caso di cambiamenti improvvisi (un peggioramento, un aumento dei disturbi comportamentali, una maggiore sonnolenza) possiamo attivare una televisita anche in giornata per gestire eventuali disturbi del comportamento in fase acuta. Questo vale sia per le abitazioni private sia per le strutture residenziali, come case di riposo o comunità alloggio, e significa anche ridurre il ricorso al trasporto sanitario, alle ambulanze, con un risparmio di risorse e un impatto ambientale minore.

Un altro aspetto importante riguarda anche le aree più remote, le zone appenniniche o comunque più lontane dai centri specialistici. In questi casi lo spostamento può essere molto complesso, soprattutto per persone fragili o allettate. La telemedicina ha permesso di raggiungere anche questi territori, garantendo una consulenza rapida ed efficace. In questi casi basta una connessione e un dispositivo. Si attiva la televisita e si riesce comunque a fornire un supporto clinico tempestivo».

Una delle criticità più frequenti riguarda però le difficoltà tecnologiche. Come le avete affrontate?

«All’inizio era una nostra preoccupazione, ma l’esperienza ci ha rassicurato. Più che il territorio in sé, fa la differenza il contesto familiare. Oggi la maggior parte dei caregiver, anche sopra i 60 anni, utilizza smartphone e computer senza particolari problemi. La televisita può avvenire anche semplicemente tramite cellulare. Dall’altra parte noi lavoriamo con doppio monitor, in modo da gestire al meglio sia la parte clinica sia il contatto visivo».

Le criticità emergono nella fragilità sociale, ma il futuro vede anziani progressivamente più digitalizzati

Dal punto di vista relazionale, non si perde qualcosa rispetto alla visita in presenza?

«In realtà no, o quantomeno non più di quanto possa accadere anche in presenza. La qualità della relazione non dipende dallo strumento, ma da come lo si utilizza. Anzi, spesso gli anziani vivono la televisita con curiosità, quasi come un gioco. Molti già utilizzano tablet per la stimolazione cognitiva, quindi non percepiscono lo schermo come una barriera. Ovviamente resta fondamentale la valutazione clinica. Ci sono situazioni in cui la visita in presenza è necessaria ed è successivamente poi programmata. La telemedicina non sostituisce la visita tradizionale, la affianca».

Avete esteso questo modello anche al supporto psicologico?

«Sì, ed è stata un’esperienza molto positiva. Abbiamo attivato colloqui psicologici in telemedicina per i caregiver, che spesso hanno difficoltà a spostarsi, a prendere permessi dal lavoro o a gestire gli impegni familiari. Il telecolloquio consente di ritagliarsi 50 minuti senza dover affrontare viaggi o spostamenti in auto per raggiungere la sede fisica in cui si trova lo psicologo. Anche in questo caso è lo psicologo a valutare se la modalità è adeguata, ma l’adesione è stata alta e il gradimento molto buono».

Ci sono già dati che dimostrano l’efficacia di questo modello?

«Sì. Nell’ambito del Fondo Nazionale Demenze 2021-2023 sono stati raccolti dati molto interessanti tramite la piattaforma REDcap del progetto di telemedicina del Fondo per l’Alzheimer. La telemedicina ha dimostrato di garantire una presa in carico più tempestiva, un monitoraggio più continuo e anche una riduzione degli accessi in pronto soccorso. Un dato importante riguarda la possibilità di prescrivere meno farmaci, perché grazie al monitoraggio costante si è riusciti a ridurre il numero di farmaci in alcuni pazienti, migliorando l’appropriatezza delle cure».

La qualità della relazione non dipende dallo strumento, ma da come lo si utilizza

Come è nato questo progetto?

«Tutto parte dalle linee guida ministeriali e dal DM 77, che già indicavano la telemedicina come uno strumento strategico. Dopo il Covid, l’Azienda USL di Bologna ha attivato un board aziendale dedicato alla telemedicina e noi abbiamo presentato un progetto specifico per i pazienti con demenza. Successivamente è arrivato anche il finanziamento del Fondo Nazionale Demenze, che ci ha permesso di strutturare e rendere stabile l’attività».

Il fondo è stato rinnovato?

«Sì, per il triennio 2024-2026. Ciò ci ha consentito di ampliare ulteriormente il progetto, introducendo anche interventi psicosociali e percorsi di formazione. Oggi la televisita per noi non è più una sperimentazione, ma parte integrante della routine clinica».

Quali sono le prospettive future?

«La direzione è chiara: maggiore integrazione tra professionisti e più lavoro in rete. Abbiamo già attivato con l’area socio-sanitaria aziendale dei teleconsulti multidisciplinari con le strutture per anziani, coinvolgendo geriatri, palliativisti, psichiatri e infermieri esperti. È un modello che permette di gestire i casi complessi in modo condiviso, senza spostamenti inutili. Il prossimo passo è investire ancora di più sulla formazione del personale e sul potenziamento delle piattaforme tecnologiche, perché la telemedicina funzioni davvero come supporto alla clinica e non come suo surrogato. Non sostituisce il rapporto umano, ma lo rende più accessibile, continuo ed efficace e con l’invecchiamento della popolazione, carenza di personale e aumento delle cronicità, diventerà una risorsa fondamentale per il futuro della sanità pubblica».

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Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute