Ogni anno in Italia transitano negli istituti penitenziari circa 100mila persone. Di queste, tra il 35 e il 50% presenta un uso problematico di sostanze, mentre oltre un terzo (34,1%) è detenuto per reati legati alla droga. Solo nel 2023, gli ingressi in carcere di persone con dipendenze sono stati 15.492, pari al 38,1% del totale. A fine 2023, i detenuti con dipendenza da sostanze erano 17.405, ovvero il 29% della popolazione carceraria complessiva.
Nel contesto carcerario, il “confine” tra l’uso terapeutico, l’abuso e il misuso è particolarmente sfumato
Il recente Rapporto Antigone 2025 fotografa una situazione sanitaria allarmante: tra i 95 istituti ispezionati, il 44,25% dei detenuti fa uso di sedativi o ipnotici, mentre il 20,4% assume stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. Numeri che raccontano un uso intensivo di psicofarmaci e pongono interrogativi urgenti sulla gestione della salute mentale dietro le sbarre.
Ne parliamo con Maria Paola Canevini, docente di Neuropsichiatria infantile e direttrice del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano, che include anche la sanità penitenziaria per gli Istituti di San Vittore, Bollate, Opera e Beccaria. In questa intervista per TrendSanità affronta il tema, sempre più urgente, dell’abuso e del misuso di farmaci negli istituti di pena.

Professoressa Canevini, partiamo dalle definizioni: cosa si intende per uso, abuso e misuso di farmaci in ambito penitenziario?
«Nel contesto carcerario, il “confine” tra l’uso terapeutico, l’abuso e il misuso è particolarmente sfumato. L’abuso riguarda l’assunzione eccessiva o non motivata clinicamente di un farmaco, spesso per scopi psicoattivi. Il misuso invece, comprende tutti gli usi inappropriati, ovvero farmaci prescritti senza adeguata indicazione, richieste manipolative, o assunzione alterata rispetto alla prescrizione. È, purtroppo, un fenomeno che si accompagna sempre più frequentemente a forme di disagio psichico e sociale molto complesse».
Quanto è diffuso il problema della salute mentale in carcere, in modo particolare nel milanese?
«Nei nostri Istituti milanesi, come, per esempio nella Casa Circondariale di San Vittore, si stima che oltre il 50% – dati aggiornati – dei detenuti presenti forme di disagio psichico, spesso associate a disturbi psichiatrici veri e propri. A titolo esemplificativo della portata del problema: una recente delibera regionale ha previsto l’istituzione, all’interno dell’Istituto Penitenziario di San Vittore, di un Reparto di Assistenza Psichiatrica Intensificata con una capienza di 24 posti letto. Applicando i criteri di gravità stabiliti dalla medesima delibera, nel primo trimestre del 2024 avremmo avuto bisogno di 126 posti letto. Si tratta, in molti casi, di persone con storie traumatiche, migranti, precoce politossicodipendenza e disagio sociale. E in più abbiamo il sovraffollamento: a San Vittore 748 posti per 1.115 detenuti, a Bollate 1.267 posti per 1.389 detenuti, a Opera 918 posti per 1.370 detenuti, e al Beccaria la carenza di spazi riabilitativi aggravano ulteriormente la situazione».
Servono risorse e visione per una sanità penitenziaria efficace
Quali sono i farmaci più richiesti o soggetti ad abuso?
«Negli ultimi anni abbiamo osservato un aumento significativo della richiesta e dell’abuso di farmaci nati per l’epilessia, ma oggi usati anche per l’ansia o il dolore. Sono molecole legali, ma vengono spesso usate impropriamente, anche perché possono dare effetti psicoattivi. Lo stesso vale per alcuni oppiacei da prescrizione. Il problema è che molti detenuti arrivano già con terapie complesse, plurifarmacologiche e spesso poco giustificate».
I detenuti arrivano già con queste prescrizioni?
«Talvolta sono il frutto di precedenti esperienze detentive o di prescrizioni territoriali, non sempre aggiornate o corrette. Quando entrano in carcere, richiedono la continuità delle terapie. Alcuni lo fanno perché ne hanno davvero bisogno, altri invece in modo strumentale e con secondi fini. Nella Casa Circondariale di San Vittore, per esempio, dove il turnover è altissimo, capita che l’abuso di psicofarmaci inizi per strada attraverso il mercato nero e poi sia rivendicato in carcere anche con modalità minacciose autolesionistiche: “O mi dai il farmaco, o mi faccio del male…”. Queste situazioni vengono poi gestite con un lavoro integrato fra psichiatri, psicologi, educatori e personale infermieristico. Quando possibile, cerchiamo di scalare l’uso di farmaci ad alto rischio, sostituendoli con molecole meno problematiche o alternative, non farmacologiche. Ma serve anche un lavoro di rete per garantire continuità assistenziale dopo la dimissione, cosa tutt’altro che semplice».
Esistono linee guida specifiche per la prescrizione psichiatrica in carcere?
«Sono le stesse Linee guida cliniche del territorio. Tuttavia, in Lombardia, abbiamo sviluppato un prontuario farmaceutico penitenziario, condiviso con la Regione. Questo strumento permette di regolare la prescrivibilità di alcuni farmaci, rendendoli accessibili solo con una motivazione clinica precisa. Questo è un primo passo per limitare l’abuso strutturale e uniformare il territorio evitando che i pazienti, passando da un Istituto all’altro, tornino ad abusare di particolari psicofarmaci».
In Lombardia è stato sviluppato un prontuario farmaceutico penitenziario per limitare l’abuso e garantire equità
Nei penitenziari c’è anche “un mercato interno” dei farmaci?
«Questo è un tema molto delicato. Alcuni psicofarmaci non vengono assunti, ma accantonati e poi scambiati, anche in modo organizzato. Questo avviene soprattutto se la somministrazione non è vigilata, come avviene nei reparti ospedalieri psichiatrici. Nelle carceri, gli infermieri non possono, ovviamente, sempre garantire l’assunzione osservata. Usiamo le formulazioni in gocce quando possibile, ma l’accantonamento e lo scambio restano un rischio reale».
Cosa accade dopo la scarcerazione? I detenuti con problemi psichiatrici vengono seguiti?
«Quando una persona esce dal carcere, purtroppo non sempre è seguita. Il passaggio ai servizi territoriali può essere molto difficile, specie se la persona non ha una residenza stabile. Senza codice fiscale o un CPS (Centro Psico Sociale) di riferimento, rischia di essere abbandonata. Paradossalmente, alcune persone ricevono più cure in carcere che fuori. Il problema si accentua per i pazienti psichiatrici migranti».
Paradossalmente, alcune persone ricevono più cure in carcere che fuori, e il problema si accentua per i pazienti psichiatrici migranti
Alcuni farmaci sono cruciali: come distinguere uso legittimo e abuso?
«Pensiamo agli oppiacei per il dolore: sono indispensabili in alcuni casi, ma anche ad altissimo rischio di abuso. Lo stesso vale per i farmaci per l’insonnia. In carcere la qualità del sonno è spesso scarsa e le condizioni ambientali sono sfavorevoli, quindi le richieste sono numerose. Tuttavia, non sempre è semplice distinguere tra una reale necessità clinica e un uso strumentale. Farmaci per l’insonnia come la melatonina, che sono più sicuri, vengono purtroppo percepiti dai detenuti come inefficaci».
Oltre ai farmaci, esistono altri mezzi di “autoalterazione”?
«Un fenomeno emergente è l’inalazione di gas butano, ottenuto dalle bombolette da campeggio usate per cucinare. In alcune carceri si sta cercando di rendere le celle “gas free”, introducendo piastre a induzione. Ma anche qui ci sono limiti tecnici, come l’insufficienza della rete elettrica. Inalare gas è estremamente pericoloso e rappresenta un’ulteriore via per stordirsi, evadere mentalmente dalla detenzione».
Come si può migliorare la situazione?
«Serve una presa in carico multidisciplinare, con protocolli chiari e coordinamento tra istituzioni. Ma soprattutto serve una politica che garantisca il diritto alla cura dentro e fuori dal carcere, con percorsi di uscita assistiti. È anche una questione di sicurezza pubblica: una persona seguita, stabile, curata è meno pericolosa per sé e per gli altri. Ridurre l’abuso di farmaci in carcere significa investire in salute, dignità e reinserimento sociale».