In Italia sono quattro le colonie penali ancora attive, una sull’isola di Gorgona, in Toscana, e tre in Sardegna, a Is Arenas, Mamone e Isili. Quattro luoghi fuori dal tempo e dai riflettori, estesi su migliaia di ettari di terra, dove la detenzione assume una forma radicalmente diversa da quella del carcere tradizionale. Qui si coltiva, si alleva bestiame, si producono formaggi e salumi, si lavora all’aria aperta e si vive una quotidianità scandita dai ritmi della natura più che da quelli dell’istituzione penitenziaria.
In quelle sarde vivono poco più di 300 detenuti, selezionati in base a criteri stringenti di affidabilità. Qui la detenzione passa soprattutto dal lavoro: i reclusi coltivano i campi, allevano animali, attraversano spazi vastissimi senza la sorveglianza costante di un agente di polizia penitenziaria. Rientrano in cella solo al calare della sera. Per il loro impegno ricevono una retribuzione che si aggira intorno ai 600 euro al mese, una somma che spesso serve a sostenere le famiglie rimaste lontane.
Gli spazi ci sono, ma pesano i problemi burocratici: è un modello valido, ma difficile da replicare
Circa il 75% dei detenuti è di origine straniera, scelto sulla base di criteri di “affidabilità” penitenziaria. Sono esclusi coloro che hanno problemi di dipendenza o patologie psichiche o fisiche. Nelle colonie penali, prima ancora che un lavoratore, il detenuto deve dimostrarsi un “buon detenuto”. Al primo sgarro l’esperienza si interrompe e si viene trasferiti altrove. C’è però un prezzo da pagare. Chi arriva in colonia sa che i contatti con l’esterno si riducono drasticamente. I colloqui con i familiari diventano rari, così come le presenze del volontariato. Raggiungere Mamone, ad esempio, significa affrontare 45 minuti di tornanti dal piccolo comune di Siniscola.
In un sistema penitenziario segnato da sovraffollamento, sofferenza e numeri drammatici di suicidi, le colonie penali pongono però domande scomode. Sono un’alternativa possibile al carcere tradizionale o rischiano di diventare luoghi di invisibilità, dove la pena si consuma lontano da ogni sguardo? Possono trasformarsi in spazi di reale reinserimento sociale, aprendosi al territorio, alle filiere produttive, al turismo responsabile o restano esperienze marginali, affidate alla buona volontà del personale che vi lavora?
Ne abbiamo parlato con Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone.

Quante colonie penali ci sono in Italia e in cosa si differenziano dai carceri tradizionali?
La struttura detentiva delle quattro colonie penali in Italia (una a Gorgona e tre in Sardegna) non è molto diversa da quella di un carcere ordinario, ma cambia il contesto. Si tratta di edifici bassi, spesso a piano terra, inseriti in grandi spazi aperti, con ettari di terreno. Le persone detenute possono uscire per lavorare la terra, occuparsi degli animali, fare pastorizia e produrre beni agricoli. Sono un’eredità storica che risale all’Ottocento. Molte sono state chiuse nel tempo, come quella di Capraia negli anni Ottanta. Isili, in particolare, ha anche una funzione giuridica specifica, perché ospita una colonia agricola destinata all’esecuzione delle misure di sicurezza, con la presenza anche di internati.
Quali sono i principali vantaggi e limiti di questo modello?
Solo nel 2023 nelle carceri italiane si sono registrati 88 decessi, 41 dei quali per suicidio. Numeri che raccontano un modello detentivo capace di generare sofferenza e, in alcuni casi, di portare alla morte. Un sistema che non pesa solo sui detenuti, ma che finisce per compromettere anche il benessere e la tenuta psicofisica del personale penitenziario. Nelle colonie penali il vantaggio è una vita più aperta, immersa in un contesto lavorativo reale. In cambio di maggiore libertà di movimento e di una quotidianità all’aria aperta, si accetta però una perdita significativa sul piano delle relazioni. Un equilibrio che potrebbe essere ripensato. Rafforzare la presenza della società esterna nelle tre colonie penali sarde significherebbe ridare senso e continuità ai legami, senza snaturarne la funzione. Le possibilità non mancano. Basterebbe, ad esempio, creare connessioni con chi potrebbe valorizzare il pecorino prodotto a Isili o gli insaccati di Is Arenas, oppure inserire questi luoghi in circuiti di turismo responsabile. Strade concrete per aprire le colonie al territorio, trasformando l’isolamento in un’opportunità di scambio e riconoscimento. Invece, sono comunità molto chiuse, con poca osmosi con il territorio. I prodotti agricoli sono acquistati quasi esclusivamente dalle famiglie del personale, mentre il rapporto con l’esterno resta molto marginale.
È un modello che potrebbe essere esteso ad altre aree del Paese?
In teoria sì, ma nella pratica è complicato. Su 189 carceri, solo quattro funzionano in questo modo. Gli spazi non mancano, ma pesano i problemi burocratici: autorizzazioni, gestione del demanio, tempi lunghi. È un modello possibile, ma difficile da replicare. Anche nei carceri urbani si potrebbe creare una maggiore integrazione con il territorio. Il mondo imprenditoriale e cooperativistico potrebbe entrare in carcere molto più di quanto accada oggi, ma il sistema scoraggia queste possibilità.
Mancano percorsi strutturati di formazione e un’apertura reale della società ad assumere persone che hanno scontato una pena
Per un imprenditore è estremamente complicato. Il detenuto lavoratore è un dipendente a tutti gli effetti, ma basta un rapporto disciplinare perché resti in cella e non vada a lavorare. Per acquistare un macchinario possono volerci mesi, tra autorizzazioni e controlli del magistrato di sorveglianza. È una burocrazia pesante, che frena anche chi potrebbe essere interessato, nonostante gli sgravi fiscali previsti dalla legge Smuraglia.
Il lavoro agricolo favorisce la reintegrazione sociale?
Non necessariamente. La reintegrazione non può significare che tutti debbano uscire come contadini. Per alcune persone lavorare la terra o occuparsi degli animali può essere una buona opportunità, ma servirebbe un’offerta formativa e lavorativa più ampia, che tenga conto delle vocazioni individuali. Il punto è che non esiste un vero accompagnamento verso l’esterno. È possibile che una persona riesca a valorizzare l’esperienza, ad esempio presentandosi in un’azienda agricola con competenze concrete nella gestione degli animali. Ma si tratta di iniziative individuali.







