Aggressioni in psichiatria, l’istanza al Viminale: «Cambiare la circolare del 2019»

La Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica e l'Associazione Luca Coscioni chiedono di rivedere la direttiva che frena gli interventi della polizia nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC)

Un infermiere con il bacino fratturato, un medico aggredito e le forze dell’ordine che, secondo le denunce sindacali, avrebbero inizialmente limitato o ritardato l’accesso al reparto. È quanto accaduto nel giugno 2026 al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale Martini di Torino, l’episodio che ha spinto la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP) e l’Associazione Luca Coscioni, con l’adesione della Società Italiana di Psichiatria, della Società Italiana di Psicopatologia e del Collegio Nazionale dei Dipartimenti di Salute Mentale, a presentare al Ministero dell’Interno un’istanza di riesame in autotutela della circolare della Direzione Centrale Anticrimine del 6 novembre 2019.

Quella circolare, indirizzata ai Questori, definisce “assolutamente eccezionale” l’intervento della forza pubblica nei reparti psichiatrici e richiama il Trattamento Sanitario Obbligatorio tra gli strumenti per gestire quei contesti. Il TSO, tuttavia, come osservano i firmatari dell’istanza, è una procedura clinica e di garanzia che richiede ore, se non giorni e indicarlo come strumento per fronteggiare un’aggressione in corso significa confondere la prevenzione con l’emergenza, con un doppio effetto: gli agenti, temendo di commettere un abuso, ritardano l’intervento e il personale sanitario resta solo, piegando la cura a logiche custodiali che le corti nazionali e internazionali chiedono da anni di superare.

Dalla gerarchia delle fonti alle richieste al Viminale

C’è poi un problema di gerarchia delle fonti. Dopo il 2019, le leggi del 2020 e del 2024 hanno rafforzato la tutela del personale sanitario contro le aggressioni, rendendole reati perseguibili d’ufficio. Un quadro che rischia di essere vanificato dall’inerzia operativa indotta dalla vecchia circolare.

Da qui le richieste al Viminale: riformulare il testo eliminando l’“assoluta eccezionalità” in presenza di reati o pericoli attuali, chiarire che il contesto psichiatrico non è una ragione per differire gli interventi dovuti, adottare un protocollo operativo nazionale d’intesa con i ministeri della Salute e della Giustizia e attivare formazione congiunta sul territorio. Nessuna militarizzazione degli ospedali, precisano le organizzazioni, solo un riparto di competenze chiaro, che protegga insieme operatori e pazienti.

Ne parliamo a TrendSanità con Fabrizio Starace, presidente SIEP (Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica).

Quando la polizia si ferma sulla soglia

Fabrizio Starace

Il punto di partenza è ciò che accade, in modo ricorrente, nei reparti psichiatrici italiani quando il personale chiede aiuto. «In molti casi le forze dell’ordine, chiamate a intervenire dai colleghi dei reparti di diagnosi e cura, hanno declinato la richiesta quando hanno saputo che le condizioni segnalate erano determinate da persone lì ricoverate — spiega Fabrizio Starace. Oppure, pur intervenendo, si sono fermate sulla soglia, senza entrare nei reparti, lasciando la funzione di controllo e di prevenzione dei reati, contro le cose e contro le persone, nella gestione esclusiva del personale sanitario, che ha una funzione di cura, non di controllo. Questo si è verificato in maniera puntiforme su tutto il territorio nazionale».

Non mancano le eccezioni virtuose. «Ci sono situazioni in cui protocolli congiunti stilati da Questura, Prefettura, Regioni o singole aziende sanitarie hanno chiarito i punti critici, quindi le condizioni che richiedono un’attivazione immediata, i tempi di risposta che devono essere garantiti dalle forze dell’ordine e le reciproche competenze. Resta però un elemento confusivo di fondo: chi commette un reato in un reparto di psichiatria, chi aggredisce fisicamente altre persone o distrugge delle cose, è come se non rientrasse nelle competenze di prevenzione dei reati e di mantenimento dell’ordine pubblico a cui sono deputate le forze dell’ordine».

Il TSO non è lo strumento per fermare un’aggressione

Al centro dell’istanza, c’è l’uso che la circolare fa del Trattamento Sanitario Obbligatorio. «Il TSO è citato in questa circolare in maniera piuttosto inappropriata, cioè come strumento idoneo per gestire, ad esempio, un’aggressione fisica — osserva Starace. Ma il trattamento sanitario obbligatorio è una procedura che richiede tempo, valutazioni e certificazioni e di recente la Corte Costituzionale ne ha ulteriormente rafforzato le prerogative di garanzia a favore dell’utente, a mio avviso del tutto correttamente. Qui però non stiamo parlando di una necessità immediata di cura, ma della necessità di prevenire un reato imminente, di riportare l’ordine, di eseguire una misura cautelativa a garanzia non solo delle vittime, ma anche degli altri pazienti ricoverati e degli operatori».

Torino, il caso che ha fatto scattare l’istanza

L’iniziativa arriva dopo l’episodio dell’Ospedale Martini a Torino. «Da quanto abbiamo appreso dalle notizie di stampa e dalle reazioni dei sindacati, le forze dell’ordine, seppure interpellate, hanno temporeggiato nell’intervenire e la violenza è esitata in danni anche gravi a carico di un medico e di un infermiere. Questa circolare è mal scritta e confusiva, non indica modalità operative chiare, né criteri precisi ai quali attenersi. È anche anacronistica, perché è stata superata dalla legge del 2024 che ha individuato il reato di violenza agli operatori sanitari. Spero che il Ministero dell’Interno, in particolare il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, voglia raccogliere il nostro invito a sospenderla o modificarla, rendendola più chiara o comunque ad aggiornarla alla luce degli elementi normativi intervenuti».

Un sistema non può fondarsi sulla disponibilità e lo spirito di sacrificio dei singoli, siano essi operatori della salute mentale o delle forze dell’ordine

Del resto, episodi come quello torinese potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. «Sono assolutamente certo che vi siano numerosissimi casi analoghi e ricavo questa certezza dalla discussione con i colleghi in tutta Italia, dove in assenza di un protocollo ben definito, la soluzione delle singole situazioni è affidata al buon senso e alla disponibilità dei singoli.

Cura e custodia. La parola chiave è “responsabilità”

Come si tengono insieme la richiesta di interventi rapidi della forza pubblica e il superamento della logica custodiale? Per Starace non c’è contraddizione. «La tutela del paziente psichiatrico non significa fornire una sorta di licenza di poter fare qualsiasi cosa perché tanto è un paziente psichiatrico. Anzi, sono profondamente convinto che restituirgli la responsabilità delle proprie azioni, anche in una condizione di disturbo psichiatrico grave, sia un elemento fondamentale della cura. Considerarlo irresponsabile è il primo e fondamentale passo verso quella marginalizzazione pregiudiziale che conduce alla richiesta di luoghi di segregazione».

Psichiatria e giustizia, un nodo più ampio

La questione della circolare si inserisce in un rapporto più generale, e da anni irrisolto, tra salute mentale e sistema giudiziario. «È un tema che si estende al di là degli episodi di violenza — sottolinea Starace. Dopo il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, c’è una richiesta pressante da parte della magistratura nei confronti dei servizi di psichiatria di sopperire a una disponibilità, oggettiva o presunta, di posti letto nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). Ma i servizi ospedalieri psichiatrici non sono i luoghi dove tenere le persone in degenza in attesa di una collocazione in una struttura residenziale, sono servizi deputati alla gestione a breve o brevissimo termine dell’acuzie sintomatologica, con restituzione della persona alle sue cure territoriali, che sono il fulcro dell’assistenza per la salute mentale».
Proprio l’assistenza territoriale resta il grande punto debole. «C’è da affrontare il grande tema dell’assistenza per la salute mentale nel nostro Paese, a partire dalla disponibilità di operatori e dagli investimenti, anche in strutture, perché la dignità dei luoghi è il primo elemento terapeutico. Se le persone sono accolte in luoghi cadenti, in sottoscala, in posti con muffe e umidità dove gli stessi operatori fanno fatica a trascorrere la giornata lavorativa, è evidente che c’è un problema».

Protocollo nazionale e formazione congiunta

Tra le richieste al Viminale c’è un protocollo operativo nazionale, punto di riferimento per forze dell’ordine e personale sanitario, accompagnato dalla formazione congiunta. «La formazione è fondamentale — conferma Starace. In salute mentale puntiamo molto sull’importanza delle interconnessioni con le altre amministrazioni dello Stato coinvolte, direttamente o indirettamente, nei percorsi di cura. Pensiamo alle politiche sociali, che versano in uno stato di difficoltà forse superiore a quello delle politiche sanitarie, con gravi limiti nel recupero delle condizioni di marginalità o per gli interventi sui determinanti sociali. Il caso è ancora più netto quando queste interconnessioni riguardano il sistema giudiziario, quello penitenziario e, come in questa iniziativa, il sistema dell’ordine pubblico. La definizione di protocolli operativi e di occasioni di formazione congiunta sono gli strumenti cardine per attivare una collaborazione fattiva, nell’interesse di tutti e innanzitutto della cura delle persone con problemi di salute mentale».

In salute mentale sono molto importanti le interconnessioni con le altre amministrazioni dello Stato coinvolte nel percorso di cura

A chi teme una deriva securitaria, il presidente della SIEP risponde con chiarezza. «Qualcuno può fraintendere questa iniziativa immaginando che l’idea sia di militarizzare i luoghi della salute mentale. No, tutt’altro. Quello che si vuole ristabilire è un clima di collaborazione ordinata, nel quale siano rispettate le competenze di ciascuno, eliminando quella confusione di fondo che la circolare genera tra il mandato di cura e il mandato di gestione della sicurezza».

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Ivana Barberini
Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute