Una sfida ancora aperta, una ricerca che prosegue anche per intercettare sempre più precocemente l’insorgere della patologia. Il tumore al pancreas registra ogni anno circa 14mila nuove diagnosi in Italia, e circa la metà dei pazienti presenta già metastasi quando compaiono i primi sintomi. Per capire a che punto è la ricerca TrendSanità ha intervistato Silvia Carrara, Ricercatore presso Humanitas University, Caposezione dell’Ecoendoscopia Diagnostica e Terapeutica, Dipartimento di Gastroenterologia, IRCCS Humanitas Research Hospital, Past President dell’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP).
Professoressa Carrara, quali sono oggi le possibilità di prevenzione del tumore al pancreas e su quali fattori è possibile intervenire per ridurne il rischio?
«Dobbiamo anzitutto distinguere tra prevenzione primaria e secondaria. La prevenzione primaria significa ridurre, per quanto possibile, i fattori che aumentano il rischio di sviluppare un tumore del pancreas (qui parliamo nello specifico di adenocarcinoma del pancreas): soprattutto non fumare, mantenere un peso adeguato, seguire uno stile di vita sano che preveda una alimentazione corretta e regolare attività fisica, e limitare il consumo eccessivo di alcol. Ricordiamoci che il fumo e l’obesità sono i principali fattori di rischio modificabili.
Nella prevenzione secondaria si identificano le persone con un rischio più elevato
La prevenzione secondaria, invece, ha l’obiettivo di identificare la malattia o i suoi precursori (cioè lesioni che danno poi origine al cancro), prima che compaiano i sintomi. Oggi non esiste uno screening raccomandato per la popolazione di massa, perché il tumore del pancreas è relativamente poco frequente e non disponiamo ancora di un test semplice, economico e sufficientemente accurato per tale scopo. L’attenzione si concentra quindi nell’identificare gruppi di persone che presentano un rischio significativamente più elevato, per esempio per familiarità o per la presenza di specifiche mutazioni genetiche. In questi soggetti, programmi di sorveglianza con risonanza magnetica e/o ecoendoscopia possono consentire di individuare lesioni precancerose o tumori in fase molto precoce, quando le possibilità di cura sono maggiori».
Una diagnosi il più possibile precoce è ancora difficile: si è parlato di recente di “biopsia liquida” sensibile a rilevare gli stadi 1 e 2 del tumore al pancreas. A che punto siamo?
«Sì, la ricerca oggi punta soprattutto a rendere questa sorveglianza sempre più personalizzata e a ottimizzare le modalità di diagnosi precoce del tumore del pancreas. Diversi gruppi di ricerca stanno studiando biomarcatori nel sangue, la cosiddetta “biopsia liquida”: si tratta di alterazioni molecolari (DNA tumorale circolante, alterazioni della metilazione, microRNA..) e genetiche.
Sono in corso studi sulla biopsia liquida
Uno studio internazionale prospettico pubblicato recentemente su «Nature Medicine» ha valutato un test di biopsia liquida che combina microRNA circolanti e CA 19-9. Nella coorte di validazione ha raggiunto una sensibilità dell’86,8% per i tumori pancreatici in stadio I-II. I risultati sono molto promettenti, ma il test non è ancora pronto per lo screening clinico. Servono ulteriori validazioni, soprattutto nei soggetti asintomatici e ad alto rischio, per ridurre il problema dei falsi positivi».
Per una diagnosi precoce del tumore al pancreas ci sono allo studio altre soluzioni?
«Sì, un settore molto interessante è l’intelligenza artificiale, che può analizzare immagini di TC, risonanza magnetica o ecoendoscopia, individuando caratteristiche molto sottili, talvolta non immediatamente riconoscibili dall’occhio umano. La direzione più promettente sembra essere l’integrazione di più informazioni, dati clinici, genetici, multi-omici, biomarcatori circolanti, radiomica e intelligenza artificiale. L’obiettivo futuro è quindi un approccio multimodale e personalizzato, capace di combinare rischio individuale, biomarcatori e imaging per selezionare le persone nelle quali approfondire la diagnosi.
L’AI può essere utile nell’analisi di immagini ma rimane fondamentale l’integrazione di informazioni da più fonti di dati
Sono prospettive molto promettenti, ma devono ancora essere validate su grandi popolazioni prima di diventare strumenti di screening routinario. Ricordo qui l’importanza di affidarsi a centri che abbiano una dimostrata esperienza nella diagnosi e nella cura delle malattie del pancreas, dove l’approccio multidisciplinare fa la differenza sia in termini di diagnosi precoce che di terapia».
Predisposizione genetica: cosa si sa per questo tipo di tumore? È possibile richiedere qualche test?
«Una quota degli adenocarcinomi del pancreas, circa il 10%, è associata a una predisposizione genetica o familiare. Tra i geni più coinvolti vi sono BRCA2, ATM, PALB2, CDKN2A, STK11, TP53 e i geni del mismatch repair. In Italia AISP studia da anni queste persone attraverso il Registro Italiano delle Famiglie a Rischio di Tumore Pancreatico, sviluppando programmi di sorveglianza con risonanza magnetica.
In Italia sono stati sviluppati programmi di sorveglianza per persone con familiarità
Esiste anche il cosiddetto “tumore pancreatico familiare”, o FPC: famiglie nelle quali il tumore del pancreas compare in più consanguinei, anche in assenza di una mutazione genetica nota. Per questo la storia familiare è importante quanto il test genetico: questi soggetti possono comunque avere un rischio aumentato e, quando rispettano determinati criteri, essere candidati a programmi di sorveglianza dedicati. I dati prospettici hanno dimostrato la possibilità di identificare tumori in fase precoce, con tassi di resecabilità al momento della diagnosi attorno al 60%. Inoltre, uno studio genetico promosso da AISP, su 500 soggetti con familiarità (i cosiddetti FPC) ha identificato varianti germinali patogenetiche in circa il 9% dei casi che sino a quel momento non avevano ricevuto alcuna analisi o consulenza genetica. Il più recente position paper AISP, pubblicato nel 2026 su “Digestive and Liver Disease”, propone criteri aggiornati per l’accesso alla sorveglianza».
Quali consigli può dare a chi ha avuto casi familiari di tumore al pancreas?
«Un messaggio importante è raccogliere con attenzione la propria storia familiare oncologica, considerando non solo i tumori del pancreas, ma anche quelli insorti in altri organi, perché alcune sindromi genetiche predispongono a tumori differenti nella stessa famiglia. In presenza di una familiarità significativa è opportuno parlarne con il proprio medico o rivolgersi ai centri che partecipano al Registro AISP, dove è possibile ricevere indicazioni sull’eventuale consulenza genetica, sull’opportunità di eseguire un test e, quando indicato, sull’inserimento in un programma di sorveglianza».








