Dalla riabilitazione della deglutizione al monitoraggio delle malattie neurodegenerative, fino alla formazione dei caregiver: la telemedicina può ampliare le possibilità di intervento della foniatria e della logopedia. Non si tratta di sostituire le sedute in presenza, ma di integrare gli strumenti assistenziali e portare la cura più vicino alle persone, soprattutto quando spostarsi è difficile. Perché la riabilitazione non riguarda soltanto il paziente, ma anche l’ambiente in cui vive e la rete che lo sostiene.
La telemedicina può diventare una risorsa strategica per la foniatria e la logopedia, soprattutto quando l’obiettivo è prevenire la comparsa dei sintomi, monitorare l’evoluzione di una patologia o accompagnare le famiglie nella gestione quotidiana delle difficoltà. Il suo valore, però, non si esaurisce nella possibilità di effettuare una seduta a distanza: può contribuire a ripensare la presa in carico, mettendo al centro anche il contesto di vita del paziente.
A delineare le prospettive di questo modello è Antonio Schindler, Professore ordinario di Audiologia e Foniatria presso il Dipartimento di Scienze biomediche e cliniche dell’Università degli Studi di Milano e direttore della Struttura complessa di Foniatria e Logopedia dell’ASST Fatebenefratelli Sacco, attiva nei presidi ospedalieri Sacco e Buzzi.
«La telemedicina in foniatria e logopedia può diventare un modello per diverse tipologie di pazienti», spiega. In alcuni casi può essere utilizzata anche come modalità esclusiva, soprattutto per attività preventive e di monitoraggio. È il caso, per esempio, delle persone che hanno affrontato un trattamento chemio-radioterapico per un tumore del distretto testa-collo e che necessitano di un programma per prevenire o intercettare precocemente i disturbi della deglutizione. Oppure dei pazienti con patologie neurodegenerative, come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e il Parkinson, per i quali è importante seguire nel tempo l’evoluzione delle funzioni comunicative e deglutitorie.
La telemedicina può integrare gli interventi in presenza nella riabilitazione foniatrica e logopedica
Anche in età pediatrica esistono opportunità di intervento precoce. «Possiamo immaginare bambini con una diagnosi genetica di una malattia per i quali, prima ancora che insorgano i sintomi, cerchiamo di istruire le famiglie su come comportarsi». Nella pratica clinica, tuttavia, il modello più promettente è spesso quello integrato, che alterna incontri a distanza e sedute in presenza. «La telemedicina viene usata soprattutto per gli incontri con il caregiver, che rappresenta una parte fondamentale del percorso, mentre in presenza si possono effettuare trattamenti più tradizionali».
Voce, deglutizione e linguaggio: che cosa si può fare a distanza

La scelta della modalità di intervento dipende dal disturbo e dall’obiettivo terapeutico. Nei problemi della voce, per esempio, la telemedicina è particolarmente adatta alle attività di counseling: spiegare al paziente come utilizzare correttamente la voce, quali comportamenti evitare e quali accorgimenti adottare nella vita quotidiana, dall’idratazione alla gestione degli sforzi vocali. Per l’apprendimento di alcune tecniche, invece, «la presenza è preferibile, ma non esclusiva».
Per la deglutizione, la valutazione del contesto domestico può persino rendere il collegamento a distanza particolarmente utile. «Quando vogliamo insegnare delle strategie su come consumare il pasto, lavorare nell’ambiente di vita del paziente può essere un vantaggio». Al contrario, per apprendere tecniche specifiche può essere preferibile un intervento in presenza, mentre gli esercizi di rinforzo muscolare possono essere svolti anche a distanza.
È un quadro destinato a evolvere grazie alle piattaforme digitali. Schindler immagina sistemi nei quali il paziente esegue gli esercizi in autonomia, mentre la piattaforma registra le attività e consente al logopedista di monitorare l’aderenza al programma, intervenendo periodicamente. «È uno scenario che oggi non è ancora disponibile in questi termini, ma che possiamo immaginare in un futuro prossimo».
In età evolutiva, soprattutto nei disturbi del linguaggio, la telemedicina può essere impiegata per sostenere i genitori. «In alcuni casi, la parte che riguarda l’istruzione della famiglia può rappresentare anche il 100% della terapia». Per gli esercizi che richiedono l’acquisizione di movimenti specifici o che aiutano il bambino a costruire la struttura della frase, resta invece preferibile, almeno oggi, il lavoro in presenza.
Intelligenza artificiale e aderenza alla riabilitazione
Un ulteriore sviluppo riguarda l’intelligenza artificiale, che potrebbe contribuire al monitoraggio dei trattamenti, soprattutto quando prevedono esercizi ripetitivi. Schindler precisa che non conosce ancora piattaforme specificamente sviluppate per queste finalità, ma individua un possibile ambito di applicazione: misurare quanto e con quale regolarità il paziente esegue gli esercizi prescritti.
Il monitoraggio a distanza può favorire la prevenzione e l’individuazione precoce dei disturbi della deglutizione
«La motivazione nell’eseguirli non è elevatissima. Avere un sistema che ci aiuti a quantificare quante volte vengono eseguiti potrebbe essere estremamente utile». I dati raccolti permetterebbero anche di discutere con il paziente eventuali difficoltà nell’aderire al trattamento e di adattare il percorso riabilitativo. La tecnologia, in questa prospettiva, non sostituirebbe il professionista, ma gli fornirebbe informazioni aggiuntive per personalizzare l’intervento.
Case di comunità e fragilità: la riabilitazione va a casa
È soprattutto sul terreno dell’accessibilità che la telemedicina potrebbe esprimere il suo potenziale maggiore. Anziani che vivono soli, persone con gravi limitazioni motorie o pazienti con SLA possono incontrare ostacoli importanti nel raggiungere i servizi sanitari. Per loro, la possibilità di ricevere interventi a distanza può ridurre il peso degli spostamenti e favorire la continuità assistenziale.
«Si aprono delle praterie su queste tipologie di pazienti», osserva Schindler. La prospettiva più innovativa è quella di intervenire non soltanto sulle capacità della persona, ma anche sull’ambiente in cui vive, rendendolo più adeguato alle esigenze comunicative e della deglutizione.
Questo approccio richiede un cambiamento culturale: il compito del terapista non è esclusivamente migliorare la funzione compromessa, ma anche aiutare il paziente e chi lo assiste a organizzare la vita quotidiana in modo più favorevole. Un orientamento che potrebbe trovare nelle Case di comunità e nei servizi territoriali un contesto importante di sviluppo, in particolare per chi vive lontano dai centri specialistici o ha difficoltà a spostarsi.
Le barriere da superare: connessioni, regole e cultura professionale
Perché queste opportunità diventino parte integrante del Servizio sanitario nazionale, occorre però superare alcuni ostacoli. Il primo è tecnico: servono connessioni stabili e una banda adeguata. Ci sono poi aspetti organizzativi e normativi che non sempre riconoscono tutte le attività necessarie alla presa in carico. «Se devo collegarmi con una scuola per spiegare la situazione di un bambino, non è prevista una tariffa per questo tipo di attività», sottolinea Schindler, inoltre, non sono contemplate modalità di incontro che coinvolgano contemporaneamente famiglia e scuola.
Connessioni adeguate, regole organizzative, riconoscimento delle attività e disponibilità di personale sono condizioni necessarie per sviluppare questi modelli
Altre possibilità dipendono dall’integrazione di tecnologie già esistenti, come sensori in grado di rilevare alcuni movimenti coinvolti nella deglutizione, che non sono ancora sistematicamente incorporati in piattaforme cliniche. «L’ultimo aspetto è di natura culturale, sia da parte del paziente sia da parte dei terapisti, ovvero che l’utilizzo della telemedicina richiede disponibilità a sperimentare modalità differenti di valutazione e trattamento».
Quanto ai rimborsi, le tariffe previste per le prestazioni in presenza possono essere applicate anche alla telemedicina. Il problema potrebbe emergere con l’introduzione di sensori e piattaforme dedicate, che comportano costi aggiuntivi non sempre contemplati. Resta inoltre centrale la disponibilità di personale, sottolinea l’esperto «Per fare telemedicina bisogna avere terapisti. È un tema che vale sia per la telemedicina sia per quella in presenza».
Formare i caregiver e creare comunità
C’è infine una possibilità ancora poco esplorata e che Antonio Schindler auspica: utilizzare la telemedicina per organizzare incontri rivolti a gruppi di caregiver che condividono bisogni simili. «Posso immaginare di avere dieci familiari di bambini balbuzienti: molte informazioni potrebbero essere comuni a tutti e potremmo fare due o tre incontri contemporaneamente».
Lo stesso modello potrebbe essere applicato alla formazione di gruppi di assistenti familiari che si occupano di anziani a domicilio. Un intervento collettivo permetterebbe di raggiungere più persone, ridurre i costi e limitare il tempo dedicato agli spostamenti, ma anche di favorire la condivisione delle esperienze.
Gli incontri a distanza rivolti a gruppi di caregiver possono favorire la formazione e la condivisione delle esperienze
«Creare comunità che condividono lo stesso problema aiuta le persone a convivere con le difficoltà», conclude Schindler. È una prospettiva che amplia il significato stesso della telemedicina: non soltanto uno strumento per erogare prestazioni a distanza, ma una modalità per avvicinare i servizi alle persone, sostenere chi si prende cura degli altri e rendere la riabilitazione più accessibile e aderente alla vita quotidiana.








