Il sovraffollamento continua a rappresentare una delle principali criticità delle carceri italiane. Secondo i dati raccolti da Antigone nel Rapporto di metà anno, al 28 luglio 2026 le persone detenute erano 64.741, a fronte di 46.343 posti realmente disponibili, con un tasso di affollamento medio superiore al 139%. In sei istituti, da Lucca a Milano San Vittore, le presenze superavano il doppio della capienza regolamentare. Numeri che riportano la situazione ai livelli del 2013, quando l’Italia fu condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti inumani e degradanti.
A queste criticità si aggiunge la difficoltà di garantire condizioni di vita adeguate durante i periodi di caldo intenso. Il rapporto di Antigone documenta celle senza ventilatori né condizionatori, detenuti costretti a dormire con i materassi a terra e frigoriferi inaccessibili per gran parte della giornata. A Firenze, il Tribunale ha disposto il sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano per condizioni igienico-sanitarie incompatibili con la legge, in un provvedimento senza precedenti nella storia recente del sistema penitenziario.
È sul piano umano che i dati pesano di più. Dall’inizio dell’anno si sono tolte la vita in carcere almeno 38 persone e quasi un detenuto su tre fa ricorso regolare a farmaci stabilizzanti dell’umore o antidepressivi. Nel frattempo, le misure alternative alla detenzione sono sempre meno, mentre aumentano i decreti che inaspriscono le pene e allargano il perimetro dei reati. Manca, quasi del tutto un investimento reale sulla prevenzione. La risposta al disagio sociale, tanto tra gli adulti quanto, come mostra l’aumento delle presenze nei carceri minorili, tra i più giovani, resta prevalentemente punitiva.
I dati del rapporto in sintesi
Oltre ai dati iniziali sul sovraffollamento, il rapporto evidenzia che nel 44% degli istituti visitati dall’Osservatorio di Antigone lo spazio calpestabile scende sotto i 3 metri quadrati a persona. Mancano oltre 4.800 unità di personale tra polizia penitenziaria, educatori e amministrativi rispetto alla pianta organica prevista. Il 9,3% dei detenuti presenta diagnosi psichiatriche gravi e il 46% fa uso di sedativi o ipnotici. Le ordinanze accolte per condizioni di detenzione inumane sono salite a 6.539 nel 2025 (+12%), mentre le misure alternative alla detenzione calano del 7% nel primo semestre 2026.
Per capire cosa c’è dietro a questi numeri e cosa ci si può aspettare nei prossimi mesi, ne abbiamo parlato con Rachele Stroppa, Ricercatrice dell’Associazione Antigone.
Sovraffollamento ed emergenza caldo
Il punto di partenza è il confronto con il 2025. La situazione è cambiata in meglio o in peggio?

«Direi che la situazione peggiora progressivamente, perché più passa il tempo, più il sovraffollamento del sistema penitenziario aumenta, quindi aumenta anche il disagio all’interno degli istituti e le condizioni di detenzione peggiorano», spiega Stroppa. Anche sul fronte dell’emergenza caldo, che ormai con il cambiamento climatico diventerà strutturale, perdendo la straordinarietà tipica dell’emergenza, poco o nulla è cambiato.
«Nonostante l’aumento delle temperature, in carcere non si sta adottando nessun tipo di provvedimento. Ogni anno si arriva alle porte dell’estate come se ci si stupisse dell’inasprimento delle temperature. Anzi, forse quest’anno si è riusciti a fare peggio dell’anno scorso, con le circolari un po’ confuse del DAP sulla questione frigoriferi. Era stata emanata una circolare che indicava che i frigoriferi di grandi dimensioni, i cosiddetti “pozzetti frigo”, dovevano essere collocati in una stanza dedicata e le persone detenute potevano accedervi solo dopo aver chiesto il permesso al personale di polizia penitenziaria oppure ai detenuti lavoranti. Il problema è che, senza locali dedicati e con il livello di sovraffollamento attuale, questi frigoriferi sono pochissimi e per avere un sorso d’acqua fresca, in molti casi bisognava chiedere il permesso al personale. Tutto questo perché si temeva che i frigoriferi, se lasciati nei corridoi, potessero essere usati dalle persone detenute come strumento di aggressione durante rivolte o eventi simili».
Il decreto Carceri e i suoi limiti
Nonostante il decreto Carceri del 2024, il numero dei detenuti non scende. Secondo Antigone, il documento non contiene disposizioni che concretamente possono incidere sul dramma del sovraffollamento. Più in generale, ha uno scarso impatto sostanziale sulla vita delle persone detenute. Oltre a norme di difficile realizzazione, vi sono disposizioni che intendono modificare aspetti più che altro procedurali, che non ampliano i diritti dei detenuti e non migliorano le condizioni di carcerazione e l’accesso alle misure alternative.
Nonostante il decreto Carceri del 2024, il numero dei detenuti non diminuisce
Dove ha fallito il provvedimento? «Ha fallito sotto molteplici punti di vista, proprio perché non sono state proposte misure incisive in grado di comportare una diminuzione della popolazione carceraria. Un’altra cosa di cui dobbiamo tenere conto è che se da una parte il governo ha provato a modo suo a includere provvedimenti deflattivi, allo stesso tempo con i famosi decreti sicurezza non si fa altro che introdurre nuovi reati e inasprire le pene per quelli già esistenti. La strategia quindi non è molto chiara. Un altro elemento che ci aiuta a capire perché la popolazione penitenziaria continua ad aumentare è che le pene per alcuni reati sono più lunghe e perché molte persone sono denunciate durante la permanenza in carcere per fatti accaduti all’interno dell’istituto penitenziario e quindi la pena si allunga. Non cambia granché, insomma».
Detenzione domiciliare per tossicodipendenti: un buon intento, ma con criticità
Un provvedimento recente riguarda l’ambito delle dipendenze. Parliamo del provvedimento annunciato per la detenzione domiciliare dei detenuti tossicodipendenti, che potrebbero essere inviati nelle comunità. «È di sicuro un intento deflattivo, quindi positivo, però nell’esecuzione, per come è stato previsto, ci sono numerose criticità, sia perché le comunità sono già piene, sia perché non sono stati stanziati i fondi necessari. Anche questo provvedimento, pertanto, nonostante l’intento positivo, apre a numerose perplessità. C’è anche il dubbio che si possa “scivolare” in una forma di detenzione gestita da enti privati e non più dallo Stato».
Salute mentale in carcere: una presa in carico che non tiene
I 38 suicidi dall’inizio dell’anno, con un’incidenza doppia tra i detenuti stranieri, raccontano anche il fallimento del sistema di presa in carico psichiatrica. «Con questi numeri, con queste condizioni di sovraffollamento e con le risorse disponibili, è difficile mettere in atto prese in carico efficaci. Un altro dato di cui dobbiamo tenere conto, che emerge con chiarezza dalla nostra attività di osservazione degli istituti penitenziari, è che le carceri si stanno convertendo in quelli che potremmo chiamare depositi di marginalità sociale, dove le persone con fragilità psichica non sono prese in carico dai servizi territoriali e finiscono negli istituti penitenziari, che si stanno convertendo, poco a poco, in una sorta di nuovi manicomi.
Molto spesso le carceri diventano depositi di “marginalità sociale” dove finiscono le persone con fragilità psichica non seguite
Paradossalmente, poi, cosa accade? Che queste persone, che hanno un profilo psicologico e psichiatrico più complesso, sono anche quelle che faticano maggiormente ad adattarsi alle regole e all’ambiente carcerario, per cui hanno una condotta più complicata da gestire. Molto spesso sono anche quelle che sono separate dal resto della comunità penitenziaria e collocate in sezioni più chiuse, dove le condizioni sono ancora più difficili, perché la custodia chiusa è quasi totale.
Le REMS sono un’esperienza virtuosa, però i posti sono pochi, le liste d’attesa sono sempre più lunghe e la persona, se non c’è posto in REMS, resta in carcere. Anche in questo caso le risorse sono troppo poche. È un po’ un cane che si morde la coda: più si sta male in carcere, più aumenta il disagio psichiatrico e psicologico. Anche “fuori” si sta sempre peggio, ma le risorse per gestire questo malessere, questo disagio sociale, non sono stanziate, anzi si va nella direzione sempre più punitiva».
C’è un po’ l’idea che il carcere sia la panacea di tutti i problemi. Basta chiudere in questo luogo chiuso quello che non vogliamo vedere, gli elementi di disturbo, e il problema è risolto. Purtroppo non è così e non è una strategia che potrà andare avanti all’infinito, perché i posti realmente non ci sono più
Dalla funzione rieducativa a un modello impossibile
La Costituzione prevede che la pena abbia una funzione rieducativa. In queste condizioni, è ancora un obiettivo realistico? «La rieducazione è la finalità principale della pena, è l’orizzonte a cui deve tendere la pena. In queste condizioni è sostanzialmente impossibile. Anche a livello teorico, rieducare una persona, farla entrare in un processo di risocializzazione privandola del contatto con la società, mi è sempre sembrato un po’ una chimera. È qualcosa di difficilmente realizzabile. Ci sono stati periodi in cui le presenze erano contenute e l’approccio non era così repressivo, in cui l’istituzione funzionava un po’ meglio. Adesso è alla deriva, come è alla deriva anche l’istituzione minorile, un altro ambito in cui, come Antigone, stiamo lavorando molto».
Il decreto Caivano e il boom delle carceri minorili
Le presenze negli istituti minorili sono aumentate di quasi il 50% dopo l’entrata in vigore del decreto Caivano. «Con l’applicazione del decreto, che risale a novembre 2023, è stata favorita soprattutto la custodia cautelare in carcere per alcuni reati commessi da minorenni e questo è il fattore principale che ha fatto aumentare le presenze negli istituti minorili. Infatti, la maggioranza delle persone che si trovano attualmente nei 20 istituti minorili presenti sul territorio italiano, lo è in virtù di un provvedimento di custodia cautelare. Il decreto ha di fatto favorito l’ingresso in carcere dei minorenni, poiché per alcuni reati non è più possibile applicare la misura della messa alla prova, ma si prevede la detenzione. È un po’ il simbolo di questo approccio punitivo, che vede nelle fasce giovanili un elemento di pericolosità, quasi un nemico da cui difendersi.
Il modello di giustizia minorile italiano negli ultimi anni è cambiato molto rapidamente
Alla luce di questa situazione, che ci è sembrata veramente critica, come Antigone abbiamo unito le forze con altre associazioni, come Defence for Children e Libera, e abbiamo avviato, lo scorso giugno, gli Stati Generali sulla Giustizia Minorile, una sorta di laboratorio collettivo a cui partecipano più di 500 persone, tra accademici, esperti e operatori del settore, per provare a ragionare insieme su cosa si può fare davanti a uno scenario che è cambiato molto rapidamente. Il modello di giustizia minorile italiano ha sempre funzionato discretamente bene, è sempre stato visto come un modello anche a livello europeo, ma negli ultimi anni qualcosa nel sistema si è rotto. Sono stati aperti tre nuovi istituti nel giro di pochi mesi e nei momenti di picco, nel 2024, in alcuni istituti, come l’Istituto Penale per i Minorenni di Torino “Ferrante Aporti”, sono arrivati a mettere brandine da campeggio tirate per terra anche al minorile. Cose che non si erano mai viste».
Il nuovo Piano Carceri: davvero la soluzione?
Il governo punta anche sulla costruzione di nuovi posti detentivi. È una strategia efficace o forse no. «Siamo sempre stati un po’ contrari alla costruzione di nuove carceri, perché quando ci sono più posti (è assodato e comprovato dagli studi di clinica e di sociologia, il fenomeno del net widening) si riempiono subito. Per questo siamo molto scettici rispetto all’edilizia penitenziaria come soluzione. Sembra la più immediata, ma bisognerebbe fare un ragionamento più ampio e soprattutto puntare di più sulla prevenzione, capire quali sono le cause sociali. La soluzione non può essere solo creare nuovi posti. Per quanto riguarda il piano di edilizia penitenziaria, come è già accaduto in passato, ci sono stati grandi annunci, ma ad oggi i posti nuovi non sono stati abilitati, né implementati».
Le misure più urgenti da adottare
Guardando avanti, quali sono le priorità su cui intervenire subito? «Una misura che potrebbe davvero aiutare a migliorare le condizioni di detenzione, anche se non sarà risolutiva, è ritirare la circolare che prevede la custodia chiusa nelle sezioni ordinarie di media sicurezza. Ciò migliorerebbe le condizioni di vita all’interno degli istituti, perché adesso nelle sezioni ordinarie, quelle più diffuse, dove troviamo i detenuti per reati comuni, le persone stanno chiuse in celle sovraffollate per circa 20 ore al giorno. Hanno solo le 4 ore d’aria previste dall’ordinamento penitenziario. Si potrebbero poi applicare misure che sembrano minime, ma non lo sono, come aumentare il numero delle telefonate a disposizione delle persone detenute, un investimento reale sull’applicazione delle misure alternative e, soprattutto, fare un passo indietro rispetto a questo approccio punitivo, smettere di vedere nel penale la soluzione a problemi sociali e smettere di introdurre nuovi reati».
Paradossalmente, forse è proprio il sovraffollamento a costringere il sistema a cambiare, prima o poi. «Anche perché i posti non sono infiniti, la tenuta del sistema è già al limite. A Sollicciano è stata la Procura a chiudere sette sezioni, perché ha comprovato che non ci fossero condizioni sostenibili né per le persone detenute, né per il personale penitenziario, che alla fine trascorre gran parte del proprio tempo in questi luoghi», conclude Stroppa.








