Cardiologia e-Health, ANMCO: una necessità di sistema 

Dal monitoraggio remoto alla gestione delle cronicità cardiovascolari: evidenze cliniche, modelli organizzativi e sfide di policy per il SSN messe in luce dal position paper di ANMCO. A TrendSanità il commento di Fabiana Lucà (U.O.C. Cardiologia-UTIC, Grande Ospedale Metropolitano GOM, Reggio Calabria)

La digitalizzazione dei percorsi cardiologici non è più una prospettiva futura ma una necessità di sistema. A fare il punto sulle evidenze scientifiche e sulle implicazioni organizzative è il “Position paper ANMCO: e-Health management nei percorsi di cura in cardiologia”, promosso da ANMCO (Associazione nazionale Medici Cardiologi ospedalieri), che analizza il ruolo delle tecnologie digitali nella presa in carico dei pazienti cardiologici.

Il documento di ANMCO integra risultati di trial clinici, studi osservazionali e analisi di modelli organizzativi

Nello scenario caratterizzato da aumento delle patologie croniche, crescita della popolazione anziana e della pressione sui servizi ospedalieri, le soluzioni di e-Health e telemonitoraggio stanno emergendo come strumenti strategici per migliorare la gestione delle malattie cardiovascolari. Il documento di ANMCO, che integra risultati di trial clinici, studi osservazionali e analisi di modelli organizzativi, restituisce un messaggio chiaro: il monitoraggio remoto e le piattaforme digitali non rappresentano solo un’innovazione tecnologica, ma un possibile cambio di paradigma nella gestione delle malattie cardiovascolari

Il peso delle malattie cardiovascolari e la pressione sui sistemi sanitari 

Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte nei paesi industrializzati e rappresentano una quota rilevante della spesa sanitaria. Il modello tradizionale di gestione di queste patologie, basato su controlli ambulatoriali periodici e ricoveri ospedalieri in caso di peggioramento clinico, presenta diversi limiti, tra cui: 

  • difficoltà nel monitorare costantemente il paziente 
  • rischio di individuare tardivamente le riacutizzazioni 
  • elevato numero di accessi ambulatoriali e ricoveri evitabili. 

Le tecnologie di monitoraggio remoto (remote monitoring) permettono invece di raccogliere e trasmettere dati clinici in modo continuo, consentendo ai clinici di identificare precocemente segnali di deterioramento e intervenire tempestivamente. 

Le evidenze cliniche: riduzione di eventi e mortalità 

Il position paper sintetizza i risultati di diversi studi che hanno valutato l’impatto del monitoraggio remoto sui pazienti cardiologici, in particolare su quelli portatori di dispositivi cardiaci impiantabili come pacemaker e defibrillatori. 

Tra i dati più rilevanti: 

  • eventi clinici nel 18,9% dei pazienti monitorati da remoto contro il 27,2% nel gruppo di controllo, con riduzione statisticamente significativa del rischio; 
  • mortalità a 12 mesi pari al 3,0% nei pazienti seguiti con monitoraggio remoto rispetto all’8,2% nel gruppo tradizionale. 
Fabiana Lucà

E non è tutto: anche i dati provenienti da registri e studi osservazionali mostrano un impatto rilevante di questa nuova forma di gestione: in alcune analisi il monitoraggio remoto è stato associato a una riduzione del rischio di morte compresa tra il 50% e il 75%. «Disponiamo sia di studi randomizzati sia di grandi registri di Real World Evidence che dimostrano come il monitoraggio remoto permetta di individuare precocemente eventuali segni di destabilizzazione del quadro clinico. Questo consente di intervenire prima che si verifichino riacutizzazioni dello scompenso e quindi di prevenire o ridurre le ospedalizzazioni», commenta Fabiana Lucà cardiologa presso l’U.O.C. Cardiologia-UTIC, Grande Ospedale Metropolitano GOM di Reggio Calabria e consigliere nazionale ANMCO. «Il punto chiave è che i risultati migliori si osservano quando la tecnologia viene inserita all’interno di modelli organizzativi strutturati e multidisciplinari. In quel contesto diventa uno strumento molto più efficace». 

Scompenso cardiaco: il contributo dei trial clinici 

Particolare attenzione nel paper è dedicata ai pazienti con scompenso cardiaco, una delle principali cause di ricovero ospedaliero nei paesi occidentali. Il trial IN-TIME, citato nel documento, ha analizzato pazienti con dispositivi impiantabili sottoposti a monitoraggio remoto. Nello studio: 

  • oltre il 54,8% dei pazienti era portatore di defibrillatori impiantabili 
  • circa il 70% presentava cardiopatia ischemica

Il monitoraggio remoto ha mostrato un miglioramento significativo dello stato clinico e una riduzione della progressione dello scompenso, sia nei pazienti portatori di defibrillatori impiantabili che in quelli con cardiopatia ischemica.  Parimenti nello studio MORE-CARE, che ha coinvolto pazienti con dispositivi cardiaci impiantabili, il telemonitoraggio ha dimostrato di facilitare l’identificazione precoce del deterioramento clinico e migliorare la gestione terapeutica. 

Fibrillazione atriale e prevenzione dell’ictus 

Un ulteriore ambito di applicazione delle tecnologie digitali riguarda la diagnosi precoce della fibrillazione atriale (Fa), un fattore di rischio importante per l’ictus ischemico. Anche in questo caso i sistemi di monitoraggio dei dispositivi cardiaci raggiungono una sensibilità di circa il 95 per cento nell’identificazione degli episodi di Fa, con circa il 90 per cento degli episodi rilevati in modo clinicamente significativo per la gestione terapeutica. 

Con il monitoraggio remoto si può intervenire prima che si verifichino riacutizzazioni, prevenendo o riducendo le ospedalizzazioni

Con outcome clinici decisamente positivi: l’incidenza di ictus dello 0,8 per cento nei pazienti seguiti con telemonitoraggio rispetto al 3,3 per cento del gruppo di controllo. Oltre al fatto che il monitoraggio remoto risulta associato a una riduzione del rischio di ictus del 18 per cento a due anni

Impatto organizzativo: verso nuovi modelli di presa in carico 

Le potenzialità dell’e-health in ambito cardiologico si estendono poi all’ambito organizzativo. Le tecnologie digitali permettono infatti di: 

  • migliorare la continuità assistenziale tra ospedale e territorio 
  • ridurre gli accessi ambulatoriali non necessari 
  • identificare precocemente i pazienti a rischio di peggioramento 
  • ottimizzare l’utilizzo delle risorse ospedaliere. 

Tutte caratteristiche che rendono il monitoraggio remoto particolarmente rilevante nel contesto della gestione delle cronicità cardiovascolari, dove è fondamentale garantire un controllo clinico continuo. 

Le criticità: interoperabilità, governance e modelli di rimborso 

Nonostante le evidenze positive, il position paper evidenzia però diverse criticità che limitano la diffusione su larga scala delle tecnologie di e-Health. Come ad esempio: frammentazione dei sistemi informativi sanitari, scarsa interoperabilità tra piattaforme digitali, modelli organizzativi ancora centrati sull’ospedale, mancanza di modelli di rimborso chiari per le prestazioni di telemedicina e necessità di nuove competenze digitali tra i professionisti sanitari. Il documento richiama quindi la necessità di una governance nazionale più forte, che coinvolga istituzioni come Istituto superiore di Sanità e Agenas nella definizione di standard tecnologici e modelli organizzativi condivisi. 

La sfida per il sistema sanitario italiano 

In Italia la telemedicina ha conosciuto una forte accelerazione durante la pandemia, ma la sua diffusione resta ancora disomogenea tra le diverse regioni. Molte esperienze di telecardiologia sono infatti progetti pilota o iniziative locali, spesso non integrate nei percorsi assistenziali ordinari. «Un’esperienza concreta in tema di telecardiologia è quella realizzata nell’ambito dell’ASP di Cosenza, a Castrovillari, grazie al lavoro del dottor Giovanni Bisignani. Ma ci sono varie realtà attive anche in altre regioni. Il modello che si è dimostrato più efficace è quello dei centri di telemonitoraggio cardiologico, organizzati secondo modelli hub-and-spoke, con una responsabilità clinica specialistica chiara e una forte integrazione con il territorio», afferma Lucà. Che però avverte: «L’integrazione con il territorio è un elemento sostanziale per il funzionamento di questi modelli. La vera sfida oggi è trasformare queste buone pratiche locali in modelli organizzativi stabili e replicabili su scala nazionale». Trasformare cioè queste sperimentazioni in modelli strutturali di assistenza, capaci di supportare la gestione delle patologie croniche e rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio.

  In molti casi manca una governance clinica formalizzata, con ruoli e responsabilità ben definiti e con percorsi assistenziali chiari

Cosa manca allora per la diffusione di questi modelli in modo strutturale sul territorio? Risponde la cardiologa, senza mostrare dubbi: «Gli ostacoli sono soprattutto di natura organizzativa e regolatoria. In molti casi manca una governance clinica formalizzata, con ruoli e responsabilità ben definiti e con percorsi assistenziali chiari. A questo si aggiungono problemi di interoperabilità tra le piattaforme digitali: spesso i diversi sistemi non dialogano tra loro e non sempre sono integrati con i sistemi informativi sanitari o con il Fascicolo sanitario elettronico». Senza dimenticare «la disomogeneità dei modelli di rimborso tra le regioni, che rende difficile programmare servizi strutturati e stabili, e la necessità di investire di più nella formazione digitale, sia degli operatori sanitari sia dei pazienti».

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Carlo M. Buonamico
Giornalista professionista esperto di sanità, salute e sostenibilità